come non sarai mai (italian)
L’attacco aveva spazzato il campo, era stato ostacolato dal fuoco delle mitragliatrici dalla strada incassata e dal gruppo di case coloniche, in paese non aveva incontrato resistenza e si era esaurito sulla riva del fiume. Venendo per la strada in bicicletta, mettendo piede a terra e spingendola quando il fondo della strada diventava troppo accidentato, Nicholas Adams capiva cos’era successo dalla posizione dei morti.
Giacevano isolati o a gruppi nell’erba alta del campo e lungo la strada, con le tasche rovesciate, e sopra di loro c’erano le mosche e intorno a ogni corpo o grappolo di corpi c’erano le carte sparpagliate.
Nell’erba e nel frumento, ai lati della strada, e in certi punti sparso sulla strada, c’era molto materiale: una cucina da campo, che doveva essere arrivata quando le cose andavano bene; molti degli zaini rivestiti di pelle di vacchetta, bombe a mano, elmetti, carabine, a volte una col calcio in aria e la baionetta piantata nel terreno, perché non ne avevano scavate molte, di trincee, in vista dell’ultimo attacco; bombe a mano, elmetti, carabine, badili, casse di munizioni, lanciarazzi, con i bengala sparsi qua e là, pacchetti di medicazione, maschere antigas, astucci vuoti di maschere antigas, una tozza mitragliatrice sul suo treppiede in un nido di bossoli vuoti, nastri di cartuccere che uscivano dalle casse, il bidone per il raffreddamento ad acqua vuoto e rovesciato, l’otturatore scomparso, i serventi in strane posizioni, e intorno a loro, tra l’erba, altra carta.
C’erano libri da messa, foto di gruppo formato cartolina con la squadra dei serventi al pezzo schierata allegramente come una squadra di football nella foto per annuario di un college; adesso erano gonfi e irrigiditi in mezzo all’erba; cartoline di propaganda con un soldato in uniforme austriaca che rovesciava una donna sopra un letto; le figure erano disegnate impressionisticamente, ritratte in modo molto attraente e non avevano nulla in comune con un vero e proprio stupro, quando alla donna si tirano le sottane sopra la testa per soffocarla, mentre a volte un compagno le si siede sulla testa. C’erano molte di queste incoraggianti cartoline, distribuite evidentemente poco prima dell’offensiva. Adesso si mischiavano con le cartoline sconce, ricavate da fotografie; le piccole foto di ragazze di paese eseguite da fotografi di paese, ogni tanto i ritratti dei bambini, e lettere, lettere, lettere. C’era sempre molta carta vicino ai morti e i detriti di questo attacco non facevano eccezione.
Questi erano morti nuovi e nessuno si era curato d’altro che delle loro tasche. I nostri morti, o quelli che lui considerava, ancora, i nostri morti, erano straordinariamente pochi, notò Nick. Anche le loro giubbe erano state aperte e le loro tasche rovesciate, e dalle loro posizioni si capiva come si era svolto l’attacco. Il caldo li aveva gonfiati tutti nello stesso modo, senza riguardo per la nazionalità.
Il paese evidentemente era stato difeso, alla fine, dalle posizioni della strada incassata, e gli austriaci che vi si erano ritirati erano pochissimi. C’erano solo tre corpi, nella strada, di soldati che sembravano essere stati uccisi mentre correvano. Le case del paese erano danneggiate dai proiettili e la strada era ingombra di macerie e c’erano pezzi d’intonaco e calcina, travi spezzate, tegole rotte e un’infinità di buche, alcune orlate del giallo dell’iprite. C’erano molte schegge, e le palle degli shrapnel erano sparse tra le macerie. In paese non c’era anima viva.
Nick Adams non aveva visto nessuno da quando era partito da Fornaci, anche se, pedalando lungo la strada in mezzo alla campagna rigogliosa, aveva scorto dei cannoni nascosti sotto ripari di foglie di gelso a sinistra della strada, notandoli per le onde di calore che si alzavano nell’aria sopra le foglie quando il sole batteva sul metallo. Adesso proseguì attraverso il paese, stupito di trovarlo deserto, e sbucò sulla strada bassa sotto l’argine del fiume. Uscendo dal paese c’era uno spiazzo brullo dove la strada si abbassava, e Nick poté vedere la placida distesa del fiume e la curva della riva opposta e il fango imbiancato e cotto dal sole dove si erano trincerati gli austriaci. Era tutto lussureggiante e verdissimo dall’ultima volta che l’aveva visto, e l’essere passato alla storia non aveva prodotto cambiamenti nel corso inferiore del fiume.
Il battaglione era schierato lungo l’argine, a sinistra. C’era una serie di buche in cima all’argine con dentro alcuni uomini. Nick notò i punti dov’erano piazzate le mitragliatrici e i razzi di segnalazione nelle loro rastrelliere. Gli uomini nelle buche sulla scarpata dell’argine dormivano. Nessuno gli diede l’altolà. Nick proseguì e, mentre sbucava da una curva dell’argine fangoso, un giovane sottotenente con la barba di qualche giorno e due occhi cerchiati di rosso e molto iniettati di sangue gli puntò addosso una pistola.
«Chi sei?»
Nick glielo disse.
«Come faccio a saperlo?»
Nick gli mostrò la tessera con la foto e i connotati e il timbro della terza armata. L’altro se ne impadronì.
«Questa la tengo io.»
«No» disse Nick. «Ridammi il documento e metti via quell’arma. Così. Nella fondina.»
«Come faccio a sapere chi sei?»
«Te lo dice la tessera.»
«E se la tessera è falsa? Dammi quel documento.»
«Non fare lo stupido» disse allegramente Nick. «Portami dal comandante della compagnia.»
«Dovrei mandarti al comando di battaglione.»
«D’accordo» disse Nick. «Senti, conosci il capitano Paravicini? Quello alto con i baffetti che faceva l’architetto e parla inglese?»
«Tu lo conosci?»
«Un po’.»
«Che compagnia comanda?»
«La seconda.»
«Comanda il battaglione.»
«Bene» disse Nick. Lo confortava sapere che Para stava bene. «Andiamo al battaglione.»
Quando Nick aveva lasciato le ultime case del paese tre shrapnel erano esplosi in alto e alla sua destra sopra uno degli edifici semidistrutti, e da allora non c’erano più state cannonate. Ma la faccia di questo ufficiale sembrava la faccia di un uomo durante un bombardamento. C’era la stessa tensione e la voce non aveva un timbro naturale. La sua pistola innervosiva Nick.
«Mettila via» disse. «C’è il fiume intero tra loro e te.»
«Se pensassi che sei una spia ti sparerei subito» disse il sottotenente.
«Su» disse Nick. «Andiamo al battaglione.» Quell’ufficiale lo innervosiva molto.
Il capitano Paravicini, facente funzione di maggiore, più smilzo e con un’aria più inglese che mai, si alzò, quando Nick fece il saluto, da dietro il tavolo nel ricovero sotterraneo che era il comando di battaglione.
«Ciao» disse. «Non ti avevo riconosciuto. Cosa fai con quella divisa?»
«Me l’hanno messa.»
«Sono felicissimo di vederti, Nicolò.»
«Grazie. Ti trovo bene. Com’è andato lo spettacolo?»
«Abbiamo fatto un bellissimo attacco. Veramente. Un gran bell’attacco. Ti farò vedere. Guarda.»
Mostrò sulla carta come si era svolto l’attacco.
«Vengo da Fornaci» disse Nick. «Ho potuto vedere com’erano andate le cose. Molto bene, direi.»
«Straordinario. Assolutamente straordinario. Ti hanno distaccato presso il reggimento?»
«No. Dovrei andare in giro a mostrare la divisa.»
«Che strano.»
«Se vedono una divisa americana, questo dovrebbe fargli credere che ne stanno arrivando delle altre.»
«Ma come faranno a capire che quella è una divisa americana?»
«Glielo dirai tu.»
«Oh. Sì, mi rendo conto. Manderò con te un caporale per accompagnarti nella visita e farete un giro delle linee.»
«Come un dannatissimo uomo politico» disse Nick.
«Saresti assai più distinto in borghese. In borghese sì che è distinto.»
«Con un cappello di feltro» disse Nick.
«O una bella lobbia pelosa.»
«Dovrei avere le tasche piene di sigarette e cartoline postali e roba del genere» disse Nick. «Dovrei avere un tascapane pieno di cioccolata. Tutte cose che dovrei distribuire con una parola gentile e una pacca sulla spalla. Ma non c’erano né sigarette né cartoline né cioccolata. Allora mi hanno detto di girare lo stesso.»
«Sono certo che la tua presenza sarà molto incoraggiante per le truppe.»
«Non dirlo» disse Nick. «Mi sento già abbastanza male così com’è. In teoria, ti avrei portato una bottiglia di brandy.»
«In teoria» disse Para, e sorrise, per la prima volta, mostrando i denti ingialliti. «Che bella espressione. Gradisci un po’ di grappa?»
«No, grazie» disse Nick.
«Non c’è etere, dentro.»
«Sento ancora quel sapore» disse Nick, ricordando tutto all’improvviso.
«Non avevo capito che eri ubriaco, sai, finché non ti sei messo a parlare tornando indietro sul camion.»
«A ogni attacco, puzzavo» disse Nick.
«Io non ci riesco» disse Para. «L’ho fatto al primo spettacolo, il primissimo, e tutto quello che ho ottenuto è stato di star male e poi di avere una sete spaventosa.»
«Tu non ne hai bisogno.»
«Durante un attacco tu sei assai più coraggioso di me.»
«No» disse Nick. «So come sono e preferisco puzzare. Non me ne vergogno.»
«Non ti ho mai visto ubriaco.»
«No?» disse Nick. «Mai? Nemmeno quando andammo da Mestre a Portegrandi, quella notte, e io volevo mettermi a dormire e usai la bicicletta come coperta e me la tirai fin sotto il mento?»
«Non eravamo mica al fronte, allora.»
«Non parliamo di come sono io» disse Nick. «È un argomento che conosco troppo bene per aver voglia di pensarci ancora.»
«Potresti stare un po’ qui» disse Paravicini. «Puoi schiacciare un pisolino, se ti va. Qui non hanno fatto molti danni, durante il bombardamento. Fa ancora troppo caldo per uscire.»
«Immagino non ci sia nessuna fretta.»
«Come stai, in realtà?»
«Bene. Sono perfettamente in forma.»
«No. Dico in realtà.»
«Sto benissimo. Non riesco a dormire senza una luce qualsiasi. Tutto qui, quello che ho adesso.»
«Lo dicevo che bisognava trapanare. Io non sono un medico, ma Io so.»
«Be’, loro credono che fosse meglio lasciarlo riassorbire, e così hanno fatto con me. Cosa c’è? Non ti sembro pazzo, eh?»
«Mi sembri in piena forma.»
«È una bella seccatura quando ti dichiarano pazzo» disse Nick. «Nessuno ha più fiducia in te.»
«Io farei un sonnellino, Nicolò» disse Paravicini. «Questo non è più il comando di battaglione di una volta. Stiamo solo aspettando di sganciarci. Non dovresti uscire, adesso, con questo caldo: è stupido. Usa quella branda.»
«Tanto vale coricarsi un po’» disse Nick.
Nick si distese sulla branda. Era molto deluso di sentirsi così, e ancora più deluso che la cosa riuscisse tanto chiara al capitano Paravicini. Questo ricovero non era così grande come il ricovero dove quel plotone della classe 1899, appena inviato al fronte, aveva dato in smanie durante il bombardamento prima dell’attacco, e Para glieli aveva fatti portar fuori due alla volta perché vedessero che non sarebbe successo nulla, mentre lui stesso teneva in bocca il sottogola per impedire alle sue labbra di tremare. Sapendo che non ce l’avrebbero fatta, quando fosse venuto il momento. Sapendo che era tutto un maledetto schifo: se non smette di gridare spaccagli il muso, così avrà qualcos’altro cui pensare. Ne fucilerei uno, ma adesso è troppo tardi. Sarebbe peggio. Rompigli il muso. L’hanno anticipato alle cinque e venti. Abbiamo ancora quattro minuti soli. Rompi il muso a quell’altro fregnone e sbattilo fuori di qui a calci nel culo. Credi che andranno avanti? Se non vanno avanti, ammazzane due e cerca di ramazzare gli altri in qualche modo. Stagli dietro, sergente. È inutile andare avanti per scoprire che non c’è nessuno che ti segue. Falli uscire dalla trincea prima di te. Che maledetto schifo. D’accordo. Va bene. Poi, guardando l’orologio, in quel tono tranquillo, quel prezioso tono tranquillo: «Savoia». Uscendo a mente fredda, senza il tempo di berci su, dopo la frana, non ci si raccapezzava, un intero tratto era franato; era stato questo a farli muovere; risalendo a mente fredda quel pendio l’unica volta che lo aveva fatto senza puzzare. E dopo che furono tornati bruciò il casotto della teleferica, e alcuni dei feriti scesero a valle quattro giorni dopo e alcuni non scesero affatto, ma noi andammo su e tornammo indietro e tornammo giù: ci tornavamo sempre, giù. E c’era Gaby Deslys, abbastanza stranamente, con le piume; un anno fa mi dicevi bambolina trallallà dicevi che a conoscermi ero assai carina trallallà, con le piume, senza le piume, la grande Gaby, e il mio nome è Harry Pilcer, per di più, scendevamo dall’altro lato dei taxi quando la salita si faceva ripida e ogni notte, quando sognava, vedeva quella collina col Sacre-Cœur, bianco e tondo come una bolla di sapone. Certe volte la sua ragazza c’era e certe volte era con un altro e questo lui non riusciva a capirlo, ma quelle erano le notti in cui il fiume scorreva molto più largo e tranquillo del solito e alla periferia di Fossalta c’era una casa bassa dipinta di giallo tutta circondata dai salici e una stalla bassa e c’era un canale, e lui c’era stato mille volte senza vederla, ma ogni notte era là, nitida come la collina, solo che gli faceva paura. Quella casa era tutto, per lui, e ogni notte la ritrovava. Era quello di cui aveva bisogno, ma gli faceva paura, specie quando la barca giaceva silenziosamente là tra i salici del canale, ma gli argini non erano come quelli di questo fiume. Era tutto più basso, come a Portegrandi, dove li avevano visti arrivare sguazzando attraverso il terreno inondato e tenendo alti i fucili finché con essi erano caduti in acqua. Chi diede quell’ordine? Se non si fosse fatta tanta confusione, avrebbe potuto capirci qualcosa. Ecco perché osservava così minuziosamente ogni cosa, perché tutto fosse ben chiaro e gli consentisse di saper subito dove si trovava, ma poi a un tratto tutto tornava a confondersi, senza motivo, come ora, ora che lui giaceva su una branda al comando di battaglione, con Para che comandava il battaglione e lui insaccato in una maledetta divisa americana. Si rizzò a sedere e si guardò intorno: lo guardavano tutti. Para era uscito. Lui tornò a coricarsi.
La parte di Parigi veniva prima e non gli faceva paura, tranne quando lei se n’era andata con un altro, e il timore che potessero prendere due volte lo stesso taxi. Ecco quello che lo spaventava, di Parigi. Il fronte, mai. Il fronte ormai non lo sognava più, ma quello che lo spaventava, tanto da impedirgli di sbarazzarsene, era quella lunga casa gialla e la diversa larghezza del fiume. Adesso era tornato qui al fiume, aveva attraversato quello stesso paese, e la casa non c’era. E il fiume non era così. Allora dove andava, lui, ogni notte, e qual era il pericolo, e perché si svegliava, madido di sudore, più atterrito che se fosse stato sotto un bombardamento, e tutto questo per una casa e una lunga stalla e un canale?
Si rizzò a sedere, cautamente mise giù le gambe; s’irrigidivano, ogni volta che restavano allungate per molto tempo; rispose agli sguardi dell’aiutante, dei telegrafisti e delle due staffette accanto alla porta e si mise l’elmetto da trincea coperto di tela.
«Mi rammarico per la mancanza della cioccolata, delle cartoline postali e delle sigarette» disse. «Però porto la divisa.»
«Il maggiore torna subito» disse l’aiutante. In quell’esercito l’aiutante non è un ufficiale.
«La divisa non è proprio regolamentare» spiegò Nick. «Ma dovrebbe dare un’idea. Ci saranno parecchi milioni di americani, qui, tra poco.»
«Crede che manderanno quaggiù degli americani?» chiese l’aiutante.
«Oh, senza alcun dubbio. Americani grandi due volte me, sani, dal cuore puro, che dormono di notte, mai feriti, mai saltati in aria, ai quali nessuno ha mai rotto la testa, che non hanno mai avuto paura, che non bevono, fedeli alle ragazze che si sono lasciati dietro, molti dei quali non hanno mai avuto le piattole, ragazzi meravigliosi. Vedrà.»
«È italiano, lei?» chiese l’aiutante.
«No, americano. Guardi la divisa. L’ha fatta Spagnolini, ma non è proprio regolamentare.»
«Americano del nord o del sud?»
«Del nord» disse Nick. Ecco, lo sentiva arrivare. Doveva calmarsi.
«Ma lei parla italiano.»
«Perché no? Le secca se parlo italiano? Non ho il diritto di parlare italiano?»
«Ha delle medaglie italiane.»
«Solo i nastrini e le carte. Le medaglie vengono dopo. O si danno alla gente da tenere e la gente se ne va; o si perdono con le valigie. Può comprarne delle altre a Milano. Sono le carte che contano. Non se la prenda. Ne avrà qualcuna anche lei, se rimarrà abbastanza a lungo al fronte.»
«Io sono un reduce della campagna eritrea» disse risentito l’aiutante. «Ho combattuto a Tripoli.»
«È davvero una fortuna averla conosciuta» disse Nick tendendogli la mano. «Devono essere stati giorni difficili. Avevo notato i nastrini. È stato sul Carso, per caso?»
«Per questa guerra mi hanno appena richiamato. La mia classe era troppo vecchia.»
«Una volta ero sotto il limite di età» disse Nick. «Ora invece mi hanno riformato.»
«Ma adesso perché è qui?»
«Presento la divisa americana» disse Nick. «Non la trova significativa? È un po’ stretta qui nel collo, ma presto lei vedrà sciamare come locuste milioni e milioni di persone vestite con questa divisa. La cavalletta, sa, quella che in America chiamano cavalletta, in realtà è una locusta. La vera cavalletta è piccola e verde e relativamente debole. Attento, però, a non confonderla con la locusta dei sette anni o cicala, che emette un caratteristico suono sostenuto che al momento non riesco a ricordare. Mi sforzo, ma non ci riesco. Riesco quasi a sentirlo e poi si spegne. Vuole scusarmi, se interrompo la nostra conversazione?»
«Vedi se riesci a trovare il maggiore» disse l’aiutante a una delle staffette. «Vedo che è stato ferito» disse a Nick.
«In vari posti» disse Nick. «Se le interessano le cicatrici posso mostrargliene di molto interessanti, ma preferirei parlare di cavallette. Quelle che noi chiamiamo cavallette, cioè; e che sono, in realtà, locuste. Questi insetti, una volta, ebbero una parte molto importante nella mia vita. La cosa potrebbe interessarle, e mentre parlo può guardare la divisa.»
L’aiutante fece un gesto con la mano alla seconda staffetta, che uscì.
«Fissi gli occhi sulla divisa. L’ha fatta Spagnolini, sa. Guardate pure anche voi» disse Nick ai telegrafisti. «Veramente io non ho grado. Siamo sotto il console americano. Potete benissimo guardare. Sgranare gli occhi, se volete. Vi parlerò della locusta americana. Noi abbiamo sempre preferito quella che chiamavamo la marroncina. Nell’acqua durano di più e i pesci le prediligono. Le più grosse, che volano facendo un rumore un po’ simile a quello prodotto da un serpente a sonagli che suona i suoi sonagli, un suono molto secco, hanno le ali vivamente colorate, certune sono di un bel rosso vivo, altre gialle striate di nero, ma le ali nell’acqua vanno in pappa e diventano un’esca molto incasinata, mentre la marroncina è una cavalletta grassa, soda, succulenta che posso raccomandare, per quanto si possa raccomandare una cosa che lorsignori probabilmente non incontreranno mai. Ma devo insistere sul fatto che non raccoglierete mai una scorta di questi insetti sufficiente per una giornata di pesca inseguendoli con le mani o cercando di colpirli con un bastone. Questa è una sciocchezza bella e buona e un inutile spreco di tempo. Ripeto, signori, che così non approderete a nulla. La corretta procedura, che dovrebbe essere insegnata a tutti i giovani ufficiali in ogni corso sulle armi leggere, se io avessi voce in capitolo, e chissà che un giorno non ce l’abbia, comporta l’uso di una senna o rete fatta di comune zanzariera. Due ufficiali, tenendo questo pezzo di rete ai capi alterni, o diciamo pure ai quattro capi, si chinano, tengono l’angolo inferiore della rete in una mano e l’angolo superiore nell’altra, e corrono controvento. Le cavallette, che si fanno portare dal vento, volano contro la rete e restano imprigionate nelle sue pieghe. Non ci vuol niente per catturarne un’enorme quantità, e nessun ufficiale, a parer mio, dovrebbe essere privo di un pezzo di zanzariera atto alla costruzione improvvisata di una di queste senne per cavallette. Spero, signori, di essermi spiegato. Domande? Se nel corso c’è qualcosa che non capite, prego, chiedete pure. Dite la vostra. Nessuna? Allora vorrei concludere su questa nota. Con le parole di quel grande soldato e gentiluomo, Sir Henry Wilson: Signori, o dovete governare o dovete essere governati. Lasciatemelo ripetere. Signori, c’è una cosa che vorrei che non dimenticaste. Una cosa che vorrei che vi restasse impressa mentre uscite da questa stanza. Signori, o dovete governare… o dovete essere governati. È tutto, signori. Buongiorno.»
Si tolse l’elmetto coperto di tela, se lo rimise e, chinandosi, uscì dalla bassa apertura del ricovero. Para, accompagnato dalle due staffette, stava arrivando lungo la strada incassata. Al sole faceva molto caldo e Nick si tolse l’elmetto.
«Dovrebbe esserci un sistema per bagnare questi cosi» disse. «Lo bagnerò nel fiume.» Cominciò ad arrampicarsi su per l’argine.
«Nicolò» chiamò Paravicini. «Nicolò. Dove vai?»
«Veramente, posso anche farne a meno.» Nick scese dall’argine, tenendo in mano l’elmetto. «Bagnati o asciutti, sono una gran seccatura. Tu il tuo lo porti sempre?»
«Sempre» disse Para. «Mi sta facendo diventare calvo. Vieni dentro.»
Dentro Para gli disse di sedersi.
«Non valgono proprio niente, sai» disse Nick. «Ricordo che erano un conforto, la prima volta che li abbiamo messi, ma troppe volte li ho visti pieni di materiale cerebrale.»
«Nicolò» disse Para. «Credo che dovresti tornare indietro. Credo che sarebbe meglio se tu non venissi in prima linea finché non hai quelle provviste. Qui, per te, non c’è niente da fare. Se vai in giro, anche con qualcosa di buono da distribuire, gli uomini si raggrupperanno, e i capannelli attirano le cannonate. Non ci tengo.»
«Lo so che è un’idiozia» disse Nick. «Non è stata un’idea mia. Ho saputo che la brigata era qui e allora ho pensato di venirti a trovare, te o qualche altro conoscente. Avrei potuto andare a Zenson o a San Donà. Mi piacerebbe andare a San Dona per rivedere il ponte.»
«Non posso farti andare in giro senza motivo» disse il capitano Paravicini.
«Va bene» disse Nick. Lo sentiva arrivare di nuovo.
«Capisci?»
«Certo» disse Nick. Stava cercando di tenerselo dentro.
«Queste cose si dovrebbero fare di notte.»
«Naturale» disse Nick. Ora sapeva di non poterlo fermare.
«Vedi, comando il battaglione» disse Para.
«E perché non dovresti?» disse Nick. Eccolo arrivare. «Sai leggere e scrivere, no?»
«Sì» disse Para gentilmente.
«Il guaio è che ai tuoi ordini hai un battaglione maledettamente piccolo. Appena avrà di nuovo gli effettivi al completo ti ridaranno la tua compagnia. Perché non seppelliscono i morti? Li ho già visti. Non mi preoccupa vederli ancora. Possono seppellirli quando vogliono, per quel che me ne importa, e per voi sarebbe molto meglio. Vi verrà da vomitare, a tutti.»
«Dove hai lasciato la bicicletta?»
«Dentro l’ultima casa.»
«Stai bene?»
«Non temere» disse Nick. «Tra poco me ne vado.»
«Sdraiati un po’, Nicolò.»
«Va bene.»
Chiuse gli occhi, e al posto dell’uomo con la barba che lo guardava sopra il mirino del fucile, calmissimo prima di tirare il grilletto, del lampo bianco e della botta che pareva una bastonata, che lo faceva cadere in ginocchio, mezzo soffocato da quel liquido dolce e caldo, che sputava e tossiva sulla roccia mentre gli altri gli passavano davanti, vide una larga casa gialla con una stalla bassa e il fiume assai più largo di una volta, e più tranquillo. «Cristo» disse «meglio che vada.»
Si alzò.
«Vado, Para» disse. «Oggi pomeriggio sarò là. Se sono arrivati dei rifornimenti, te li porterò stasera. Se no, verrò una sera che avrò qualcosa da portare.»
«Fa ancora caldo per andare in bicicletta» disse il capitano Paravicini.
«Non devi preoccuparti» disse Nick. «Adesso starò bene per un pezzo. Ne ho avuto uno prima, ma è stato facile. Vanno molto meglio. Me ne accorgo, quando sto per averne uno, perché parlo tanto.»
«Manderò con te una staffetta.»
«Preferirei di no. Conosco la strada.»
«Torni presto?»
«Senz’altro.»
«Lasciami mandare…»
«No» disse Nick. «In segno di fiducia.»
«Be’, ciao, allora.»
«Ciao» disse Nick. Tornò indietro lungo la strada incassata verso il punto dove aveva lasciato la bicicletta. Nel pomeriggio, attraversato il canale, la strada sarebbe stata all’ombra. Di là dal canale c’erano alberi da tutt’e due le parti, lasciati intatti dalle cannonate. Era su quel tratto di strada che, marciando, una volta avevano sorpassato il terzo reggimento Savoia cavalleria che cavalcava con le lance nella neve. Il fiato dei cavalli formava dei pennacchi nell’aria fredda. No, era stato in un altro posto. Dove?
«Meglio che vada a prendere quell’accidente di una bicicletta» si disse Nick. «Non voglio smarrire la strada per Fornaci.»