cinquanta bigliettoni (italian)
«Come te la passi, Jack?» gli chiesi.
«Hai visto questo Walcott?» fa lui.
«Sono appena stato in palestra.»
«Be’» fa Jack «avrò bisogno di molta fortuna con quel ragazzo.»
«Non può colpirti, Jack» disse Soldier.
«Volesse il cielo.»
«Non ti colpirebbe con una manciata di pallini da caccia.»
«I pallini da caccia andrebbero benone» fa Jack. «Manco me ne accorgerei, se fossero pallini.»
«Sembra facile da colpire» dissi io.
«Certo» fa Jack «non durerà molto. Non durerà come te e come me, Jerry. Ma per adesso ha tutto.»
«Ti basta il sinistro per mandarlo all’ospedale.»
«Può darsi» fa Jack. «Sì. Una possibilità ce l’ho.»
«Trattalo come hai trattato Kid Lewis.»
«Kid Lewis» disse Jack. «Quel giudeo!»
Eravamo da Hanley tutt’e tre, Jack Brennan, Soldier Bartlett e io. C’erano un paio di ragazze sedute al tavolo accanto. Avevano bevuto.
«Come sarebbe, giudeo?» dice una delle ragazze. «Come sarebbe, giudeo, brutto barbone irlandese?»
«Certo» fa Jack. «È così.»
«Giudei» continua la ragazza. «Non fanno che parlare di giudei, questi irlandesi. Come sarebbe, giudei?»
«Dai. Usciamo di qui.»
«Giudei» continua la ragazza. «Chi t’ha mai visto pagare da bere? Tua moglie ti cuce le tasche ogni mattina. Questi irlandesi e i loro giudei! Ted Lewis potrebbe suonarle anche a te!»
«Sicuro» fa Jack. «E anche tu dai via un mucchio di roba gratis, no?»
Uscimmo. Ecco com’era fatto, Jack. Poteva dire quello che voleva quando gli andava di dirlo.
Jack cominciò ad allenarsi nella fattoria di Danny Hogan, nel Jersey. Era bello, laggiù, ma a Jack piaceva poco. Non gli andava di star lontano dalla moglie e dai bambini, ed era quasi sempre triste e immusonito. Io gli ero simpatico, e stavamo bene insieme; e anche Hogan gli era simpatico, ma dopo un po’ Soldier Bartlett cominciò a dargli ai nervi. Uno che ha sempre voglia di scherzare diventa insopportabile in una comitiva se le sue battute inacidiscono. Soldier non faceva che sfottere Jack, lo sfotteva dalla mattina alla sera. Non era né molto spiritoso né molto divertente, e Jack cominciò a seccarsi. Le cose andavano più o meno così. Jack finiva con i pesi e col sacco e s’infilava i guanti.
«Vuoi lavorare?» diceva a Soldier.
«Certo. Come vuoi che lavori?» chiedeva Soldier. «Vuoi che ti conci come farebbe Walcott? Vuoi che ti metta giù un paio di volte?»
«Così» diceva Jack. Ma lo scherzo non gli piaceva neanche un po’.
Una mattina eravamo tutti in strada. Avevamo fatto un lungo giro e stavamo tornando indietro. Facevamo tre minuti di corsa e un minuto camminando, e poi ancora tre minuti di corsa. Jack non è mai stato quello che si direbbe uno scattista. Era abbastanza agile sul ring, se proprio non poteva farne a meno, ma sulla strada non si sprecava di sicuro. Tutte le volte che ci mettevamo al passo Soldier lo prendeva in giro. In fondo alla salita arrivammo alla fattoria.
«Be’» fa Jack «sarà meglio che tu torni in città, Soldier.»
«Che vuoi dire?»
«Sarà meglio che torni in città e ci resti.»
«Che ti piglia?»
«Sono stufo di sentire la tua voce.»
«Sì» fa Soldier.
«Sì» fa Jack.
«Sarai molto più stufo quando Walcott avrà finito con te.»
«Certo» fa Jack «può anche darsi. Ma so che intanto sono stufo di te.»
Così Soldier, quella mattina stessa, andò a prendere il treno per tornare in città. Lo accompagnai alla stazione. Accidenti, che muso lungo aveva.
«Volevo solo prenderlo in giro» disse. Stavamo aspettando sulla banchina. «Non può farmi uno scherzo simile, Jerry.»
«È irascibile e nervoso» dissi io. «È una brava persona, Soldier.»
«Un corno. Non è mai stato una brava persona.»
«Be’» dissi io «arrivederci, Soldier.»
Il treno era arrivato. Lui salì con la sua borsa.
«Arrivederci, Jerry» fa. «Vieni in città prima dell’incontro?»
«Non credo.»
«Allora ci vediamo.»
Sparì nella carrozza e il controllore alzò la mano e il treno uscì dalla stazione. Tornai in calesse alla fattoria. Jack era sulla veranda a scrivere una lettera a sua moglie. La posta era arrivata e io presi i giornali e andai dall’altro lato della veranda e mi sedetti a leggere. Hogan uscì dalla porta e mi raggiunse.
«Ha litigato con Soldier?»
«Non ha litigato» dissi io. «Gli ha detto solo di tornarsene in città.»
«Me l’aspettavo» disse Hogan. «Soldier non gli è mai stato troppo simpatico.»
«No. Non sono molte le persone che gli riescono simpatiche.»
«È un tipo piuttosto freddino» disse Hogan.
«Be’, con me è sempre stato un signore.»
«Anche con me» disse Hogan. «Non ho niente da rimproverargli. È un tipo freddo, però.»
Hogan entrò in casa e io rimasi là sulla veranda a leggere i giornali. Si era appena all’inizio dell’autunno, e la campagna è bella, qui nel Jersey, in collina, e quand’ebbi finito il giornale restai seduto a guardare il panorama e la strada là sotto in mezzo ai boschi con le macchine che passavano, sollevando nuvole di polvere. Il tempo era sereno e il paesaggio bello da vedere. Hogan si affacciò alla porta e io dissi: «Ehi, Hogan, non avete un po’ di selvaggina da queste parti?».
«No» disse Hogan. «Solo passerotti.»
«Hai visto il giornale?» dissi a Hogan.
«Cosa dice?»
«Sande, ieri, ne ha portati tre al traguardo.»
«L’ho saputo ieri sera per telefono.»
«Le segui molto attentamente, Hogan?» chiesi.
«Oh, mi tengo in contatto» disse Hogan.
«E Jack?» faccio io. «Gioca ancora?»
«Lui?» disse Hogan. «Ce lo vedi?»
Proprio allora Jack sbucò dall’angolo con la lettera in mano. Indossa un maglione e un paio di calzoni vecchi e scarpe da pugilato.
«Hai un francobollo, Hogan?» chiede.
«Dammi la lettera» disse Hogan. «Te l’imbuco io.»
«Di’, Jack» dissi io «non giocavi ai cavalli, una volta?»
«Certo.»
«Lo sapevo. Ti vedevo sempre, a Sheepshead.»
«Perché hai smesso?» chiese Hogan.
«Perdevo.»
Jack si sedette accanto a me sulla veranda. Appoggiò la schiena a un pilastro. Chiuse gli occhi, con la faccia al sole.
«Vuoi una sedia?» chiese Hogan.
«No» disse Jack. «Va bene così.»
«È una bella giornata» dissi io. «È piuttosto bello qui in campagna.»
«Preferirei di gran lunga stare con mia moglie in città.»
«Be’, ti manca solo un’altra settimana.»
«Sì» fa Jack. «È vero.»
Eravamo là seduti sulla veranda. Hogan era dentro, nel suo ufficio.
«Ti sembro in forma?» mi domandò Jack.
«Be’, non si può dire» dissi io. «Hai ancora una settimana per raggiungere il massimo della condizione.»
«Non menare il can per l’aia.»
«Be’» dissi «non sei a posto.»
«Non dormo» disse Jack.
«Tra un paio di giorni sarai a posto.»
«No» fa Jack «ho l’insonnia.»
«Cosa ti preoccupa?»
«Sento la mancanza di mia moglie.»
«Falla venire qui.»
«No. Sono troppo vecchio per queste cose.»
«Prima di andare a letto faremo una lunga passeggiata, così ti stancherai per bene.»
«Stancarmi!» fa Jack. «Sono sempre stanco.»
Rimase in quello stato per tutta la settimana. Di notte non dormiva e la mattina si alzava sentendosi così, sapete?, quando non riesci a chiudere le mani.
«È duro come un dolce dell’ospizio» disse Hogan. «È uno straccio.»
«Non ha mai visto Walcott» dissi io.
«Lo ammazzerà» disse Hogan. «Lo spaccherà in due.»
«Be’» dissi io «capita a tutti, una volta o l’altra.»
«Non così, però» disse Hogan. «Penseranno che non s’è mai allenato. Dà una brutta nomea alla fattoria.»
«Hai sentito cos’hanno detto i giornalisti?»
«Come no! Hanno detto che è un disastro. Hanno detto che non dovrebbero lasciarlo combattere.»
«Be’» dissi io «quelli sbagliano sempre, no?»
«Sì» disse Hogan. «Ma stavolta hanno ragione.»
«Cosa vuoi che sappiano, loro, se uno è a posto o no?»
«Be’» disse Hogan «non sono così stupidi.»
«L’hanno imbroccata con Willard a Toledo, tutto qui. Questo Lardner, che fa tanto il sapientone, chiedigli di quando l’ha imbroccata con Willard a Toledo.»
«Ah, non è mica venuto» disse Hogan. «Scrive solo dei grandi incontri, lui.»
«Non so chi siano e non me ne importa niente» dissi io.
«Maledizione, cosa vuoi che ne capiscano? Sapranno scrivere, non dico di no, ma cosa vuoi che ne capiscano?»
«Tu non credi che Jack sia in forma, vero?» chiese Hogan.
«No. È finito. Manca solo che Corbett lo dia vincente per chiudere la partita.»
«Be’, Corbett lo farà» fa Hogan.
«Certo. Lo farà.»
Jack non dormì nemmeno quella notte. Il mattino dopo era la vigilia dell’incontro. Dopo colazione eravamo sulla veranda.
«A cosa pensi, Jack, quando non riesci a dormire?» dissi.
«Oh, mi preoccupo» fa Jack. «Mi preoccupo per le case che ho nel Bronx, mi preoccupo per le case che ho in Florida. Mi preoccupo per i ragazzi. Mi preoccupo per mia moglie. Certe volte penso agli incontri. Penso a quel giudeo di Ted Lewis e mi arrabbio. Ho comprato delle azioni e mi preoccupo. A cosa diavolo non penso?»
«Be’» dissi «domani sera sarà tutto finito.»
«Sicuro» disse Jack. «Questo aiuta sempre molto, no? Immagino che questo aggiusti tutto. Sicuro.»
Tenne il muso per tutta la giornata. Non lavorammo. Jack si mosse solo un po’ per sciogliere i muscoli. Boxò con l’ombra per qualche round. Non girava neanche lì. Per un po’ saltò la corda. Non riusciva a sudare.
«Farebbe meglio a smettere del tutto» disse Hogan. In piedi, lo guardavamo saltare la corda. «Cos’ha, non suda più?»
«Non ci riesce.»
«Che abbia la tibicì? Non ha mai faticato a fare il peso, eh?»
«No, non ha la tibicì. È solo che non ha più niente dentro.»
«Dovrebbe sudare» disse Hogan.
Jack si avvicinò, saltando la corda. Saltellava su e giù davanti a noi, avanti e indietro, incrociando le braccia ogni tre salti.
«Be’» fa. «Di che state parlando, avvoltoi?»
«Credo che dovresti smettere di lavorare» fa Hogan. «Andrai in superallenamento.»
«Non sarebbe terribile?» fa Jack, e si allontana facendo schioccare la corda.
Quel pomeriggio arrivò John Collins. Jack era su in camera sua. John veniva in macchina dalla città. Aveva con sé un paio di amici. La macchina si fermò e tutti scesero.
«Dov’è Jack?» mi chiese John.
«Su in camera sua, a riposare.»
«A riposare?»
«Sì» dissi io.
«Come sta?»
Guardai i due tizi che erano con John.
«Sono amici» disse John.
«Maluccio» dissi.
«Cos’ha?»
«Non dorme.»
«Diavolo» disse John. «Quell’irlandese non è mai riuscito a dormire.»
«Non è a posto» dissi io.
«Diavolo» disse John. «Non lo è mai. Ce l’ho da dieci anni e ancora non è a posto.»
I tizi che erano con lui risero.
«Voglio presentarti il signor Morgan e il signor Steinfelt» disse John. «Questo è il signor Doyle. Ha allenato Jack.»
«Piacere.»
«Andiamo su a vedere il ragazzo» disse quello che si chiamava Morgan.
«Andiamo a dargli un’occhiata» disse Steinfelt.
Andammo su tutti.
«Dov’è Hogan?» chiese John.
«Fuori nella stalla con un paio di clienti» dissi.
«Ha molta gente qui, adesso?» chiese John.
«Solo due persone.»
«Tranquillo, no?» disse Morgan.
«Sì» dissi. «È piuttosto tranquillo.»
Eravamo davanti alla porta di Jack. John bussò. Nessuno rispose.
«Forse dorme» dissi.
«Perché diavolo dorme di giorno?»
John girò la maniglia ed entrammo tutti nella stanza. Disteso sul letto, Jack dormiva. Era a faccia in giù e la sua faccia era affondata nel cuscino. Stringeva il cuscino con le braccia.
«Ehi, Jack!» gli disse John.
La testa di Jack si mosse un po’ sul cuscino. «Jack!» fa John, chinandosi su di lui. Jack affondò la testa nel cuscino. John lo toccò sulla spalla. Jack si mise a sedere e ci guardò. Non si era fatto la barba e indossava un vecchio maglione.
«Cristo! Non potete lasciarmi dormire?» dice a John.
«Non te la prendere» dice John. «Non volevo svegliarti.»
«Oh, no» fa Jack. «Macché.»
«Conosci Morgan e Steinfelt» disse John.
«Felice di vedervi» fa Jack.
«Come ti senti, Jack?» gli chiede Morgan.
«Bene» fa Jack. «Come diavolo mi dovrei sentire?»
«Hai una bella cera» dice Steinfelt.
«Sì, vero?» fa Jack. «Di’» fa, rivolto a John. «Tu sei il mio manager. Pigli una fetta abbastanza grossa. Perché diavolo non ti sei fatto vivo quando sono venuti i giornalisti? Vuoi che gli parliamo Jerry e io?»
«Avevo Lew che combatteva a Filadelfia» disse John.
«E a me che cavolo me ne importa?» fa Jack. «Tu sei il mio manager. Pigli una fetta abbastanza grossa, no? Che ci guadagno, io, da Filadelfia? Perché diavolo non sei qui quando ho bisogno di te?»
«C’era Hogan.»
«Hogan» fa Jack. «Hogan è muto come me.»
«Soldier Bartlett è stato qui a lavorare per un po’ con te, no?» disse Steinfelt per cambiare argomento.
«Sì, è stato qui» fa Jack. «Certo che è stato qui.»
«Di’, Jerry» mi fa John. «Potresti andare a cercare Hogan e dirgli che vogliamo vederlo tra mezz’ora?»
«Certo» dissi.
«Perché diavolo non può restare qui?» fa Jack. «Resta qui, Jerry.»
Morgan e Steinfelt si scambiarono un’occhiata.
«Calmati, Jack» gli disse John.
«Meglio che vada a cercare Hogan» dissi io.
«Okay, se ci vuoi andare tu» fa Jack. «Ma nessuno di questi signori ti manda via.»
«Vado a cercare Hogan» dissi.
Hogan era nella palestra della stalla. Aveva un paio di allievi che incrociavano i guantoni. Nessuno dei due voleva colpire l’altro, per paura che l’altro rispondesse e lo colpisse.
«Basta così» disse Hogan quando mi vide entrare. «Potete fermare la carneficina. Lorsignori facciano la doccia e Bruce li massaggerà.»
I due scavalcarono le corde e Hogan mi raggiunse.
«John Collins è venuto con un paio di amici a vedere Jack» dissi.
«Li ho visti arrivare in macchina.»
«Chi sono i due con John?»
«Quelli che chiameresti due furboni» disse Hogan. «Non li conosci?»
«No» dissi.
«Uno è Happy Steinfelt e l’altro Lew Morgan. Hanno una sala bigliardi.»
«Sono stato via per tanto tempo» dissi io.
«Certo» disse Hogan. «Quello Steinfelt è un pezzo grosso.»
«L’ho sentito nominare» dissi.
«È uno che ci sa fare» disse Hogan. «Sono due battitori liberi.»
«Be’» dissi. «Vogliono vederci tra mezz’ora.»
«Vuoi dire che non vogliono vederci per mezz’ora?»
«Esatto.»
«Vieni nel mio ufficio» disse Hogan. «All’inferno quei truffatori.»
Dopo trenta minuti o giù di lì Hogan e io andammo di sopra. Bussammo alla porta di Jack. Nella stanza stavano parlando. «Un momento» disse qualcuno.
«Andate tutti al diavolo» disse Hogan. «Se volete vedermi, sono giù in ufficio.»
Sentimmo la chiave girare nella toppa. Steinfelt aprì la porta.
«Entra, Hogan» fa. «Beviamo qualcosa tutti insieme.»
«Be’» fa Hogan. «Non è una cattiva idea.»
Entrammo. Jack era seduto sul letto, John e Morgan su un paio di seggiole. Steinfelt stava in piedi.
«Siete dei ragazzi piuttosto misteriosi» disse Hogan.
«Ciao, Danny» fa John.
«Ciao, Danny» fa Morgan, e gli dà la mano.
Jack non dice niente. Sta seduto là sul letto e basta. Non è con gli altri. È solo. Portava un vecchio maglione blu e aveva i pantaloni e le scarpe da pugile. Aveva la barba lunga. Steinfelt e Morgan erano due figurini. Anche John era un elegantone. Jack, là seduto, aveva proprio la faccia da irlandese, da teppista irlandese.
Steinfelt tirò fuori una bottiglia e Hogan portò dentro dei bicchieri e tutti bevvero. Io e Jack ne bevemmo uno e gli altri continuarono e ne bevvero due o tre per ciascuno.
«Meglio tenerne un po’ per il viaggio di ritorno» disse Hogan.
«Non preoccuparti. Ne abbiamo in abbondanza» disse Morgan.
Jack, dopo il primo, non aveva bevuto più niente. Si era alzato in piedi e li guardava. Morgan stava seduto sul letto al posto suo.
«Bevi qualcosa, Jack» disse John, e gli porse il bicchiere e la bottiglia.
«No» disse Jack «non sono mai andato volentieri a queste veglie funebri.»
Risero tutti. Jack non rise.
Erano tutti piuttosto su di giri quando se ne andarono. Quando salirono in macchina Jack era sulla veranda. Lo salutarono con la mano.
«Arrivederci» disse Jack.
Cenammo. Jack non disse nulla per tutta la durata del pasto, tranne: “Mi passi questo?” o “Mi passi quello?” I due allievi di Hogan mangiavano allo stesso tavolo con noi. Erano due ragazzi piuttosto simpatici. Finito di mangiare, uscimmo sulla veranda. Veniva buio presto.
«Facciamo due passi, Jerry?» domandò Jack.
«Certo» dissi.
Ci mettemmo la giacca e ci avviammo. C’era un bel pezzo di strada in discesa per arrivare alla provinciale, e poi camminammo per due o tre chilometri lungo la provinciale. Continuavano a passare delle macchine, e noi ci tiravamo da una parte finché non erano passate. Jack taceva. Dopo esserci ficcati tra i cespugli per lasciar passare un macchinone, Jack disse: «All’inferno questa passeggiata. Torniamo da Hogan».
Prendemmo una traversa che saliva su per la collina e attraverso i campi portava alla fattoria. In cima alla collina si vedevano le luci della casa. Uscendo dall’ultima curva ci trovammo davanti alla casa, e là ritto sulla soglia c’era Hogan. «Avete fatto una bella passeggiata?» domandò.
«Oh, bellissima» disse Jack. «Senti, Hogan. Hai del liquore?»
«Certo» fa Hogan. «Che intenzioni hai?»
«Mandalo su in camera» fa Jack. «Stanotte voglio dormire.»
«Il medico sei tu» fa Hogan.
«Vieni su in camera, Jerry» fa Jack.
Di sopra, Jack si mise a sedere sul letto con la testa fra le mani.
«Che vita» fa Jack.
Hogan portò nella stanza una bottiglia di liquore e due bicchieri.
«Vuoi del chinotto?»
«Cosa credi che voglia fare, rovinarmi lo stomaco?»
«Chiedevo soltanto» disse Hogan.
«Bevi?» disse Jack.
«No, grazie» disse Hogan. Uscì.
«Tu, Jerry?»
«Per farti compagnia» dissi.
Jack riempì i bicchieri. «Ora» disse «voglio bere con calma e senza fretta.»
«Mettici un po’ d’acqua» dissi io.
«Sì» disse Jack. «Forse è meglio.»
Bevemmo un paio di bicchieri senza dir niente. Jack fece per versarmene un altro.
«No» dissi «per me basta così.»
«Okay» disse Jack. Si riempì il bicchiere e ci versò dell’acqua. Cominciava a rasserenarsi un po’.
«Bella coppia quella di oggi pomeriggio» disse. «Non corrono rischi, quei due.»
Poi, un po’ più tardi: «Be’» fa «hanno ragione. A che diavolo serve rischiare?»
«Non ne vuoi un altro, Jerry?» fa. «Su, bevi con me.»
«Non ne ho bisogno, Jack» dissi io. «Sto benone.»
«Uno solo» disse Jack. Cominciava ad ammorbidirsi.
«D’accordo» dissi.
Jack ne versò uno per me e un altro, fino all’orlo, per sé.
«Sai» disse «i liquori mi piacciono parecchio. Se non fossi stato un pugile, chissà quanto avrei bevuto.»
«Certo» dissi.
«Sai» disse «ho rinunciato a tante cose, per fare il pugile.»
«Hai guadagnato una barca di soldi.»
«Sicuro, è quello che voglio. Ma ho dovuto rinunciare a tante cose, sai, Jerry.»
«Che vuoi dire?»
«Be’» fa lui «come per la moglie. E stare tanto lontano da casa. Non è un bene per le mie bambine. “Chi è il tuo vecchio?” gli chiede uno di quei ragazzi del bel mondo. “Il mio vecchio è Jack Brennan.” Non è mica un bene, per loro.»
«L’unica cosa che conta» dissi io «è se hanno la grana.»
«Be’» fa Jack «l’ho fatta io la grana, per loro.»
Tornò a riempirsi il bicchiere. La bottiglia era quasi vuota. «Mettici un po’ d’acqua» dissi io. Jack versò un goccio d’acqua nel bicchiere.
«Sai» fa «non hai idea di quanto senta la mancanza di mia moglie.»
«Certo.»
«Non hai idea. Non puoi immaginare com’è.»
«In campagna dovrebbe andar meglio che in città.»
«Per me, ormai» disse Jack «non cambia nulla dove sono. Non puoi immaginare com’è.»
«Bevi un altro bicchiere.»
«Sono ubriaco? Straparlo?»
«Mi sembri perfettamente padrone di te.»
«Non puoi immaginare com’è. Non c’è nessuno che possa averne un’idea.»
«Tranne tua moglie» dissi.
«Lei lo sa» disse Jack. «Lei lo sa benissimo. Lo sa. Puoi scommetterci che lo sa.»
«Metti un po’ d’acqua in quel bicchiere» dissi io.
«Jerry» fa Jack «non puoi immaginare cosa diventa.»
Era ubriaco fradicio. Mi guardava senza batter ciglio. Il suo sguardo era un po’ troppo fisso.
«Dormirai benone» dissi.
«Senti, Jerry» fa Jack. «Vuoi fare un po’ di soldi? Punta un po’ di soldi su Walcott.»
«Sì?»
«Senti, Jerry.» Jack depose il bicchiere. «Ora non sono ubriaco, vedi? Sai quanto punto, io, su Walcott? Cinquanta bigliettoni.»
«È un bel gruzzolo.»
«Cinquanta bigliettoni» fa Jack «due contro uno. Mi frutteranno venticinquemila dollari. Punta un po’ di soldi su di lui, Jerry.»
«Non è una cattiva idea» dissi.
«Come posso batterlo?» fa Jack. «Non è mica truccato. Come posso batterlo? Perché allora non farci un po’ di soldi?»
«Metti un goccio d’acqua in quel bicchiere» dissi io.
«Dopo questo incontro attacco i guantoni a un chiodo» fa Jack. «La faccio finita. Sto per prendere una batosta. Perché non dovrei guadagnarci su?»
«Certo.»
«È una settimana che non dormo» fa Jack. «Sto sveglio tutta la notte a rodermi il fegato. Non riesco a dormire, Jerry. Non immagini com’è quando non riesci a dormire.»
«Certo.»
«Non riesco a dormire. Tutto qui. Non riesco a dormire e basta. A che serve badare a se stessi per tutti questi anni quando non riesci a dormire?»
«È un bel guaio.»
«Non immagini com’è, Jerry, quando non riesci a dormire.»
«Metti un po’ d’acqua in quel bicchiere» dissi.
Be’, verso le undici Jack va in bambola e io lo metto a letto. Finalmente si è ridotto così male che non può fare a meno di dormire. Lo aiutai a svestirsi e lo misi a letto.
«Dormirai come un ghiro, Jack» dissi.
«Certo» fa Jack «ora dormirò.»
«Buonanotte, Jack» dissi.
«Buonanotte, Jerry» fa Jack. «Sei l’unico amico che ho.»
«Oh, all’inferno» dissi io.
«Sei l’unico amico che ho» fa Jack «l’unico amico che ho.»
«Dormi» dissi io.
«Dormirò» fa Jack.
Giù, Hogan sedeva allo scrittoio dell’ufficio leggendo i giornali. Alzò lo sguardo. «Be’, hai messo a letto il tuo boy friend?» chiede.
«È partito.»
«Meglio che non dormire» disse Hogan.
«Certo.»
«Ma non sarebbe così facile spiegarlo a questi giornalisti sportivi» disse Hogan.
«Be’, vado a letto anch’io» dissi.
«Buonanotte» disse Hogan.
La mattina scesi a colazione verso le otto. Hogan era nella stalla a far ginnastica con i due allievi. Andai fuori a guardarli.
«Uno! Due! Tre! Quattro!» contava Hogan. «Ciao, Jerry» disse. «È già alzato, Jack?»
«No. Dorme ancora.»
Tornai nella mia stanza e feci le valigie per andare in città. Verso le nove e mezzo sentii Jack che si alzava nella stanza accanto. Quando lo sentii scendere, lo seguii. Jack era seduto al tavolo della colazione. Hogan era entrato nella stanza e stava in piedi vicino al tavolo.
«Come ti senti, Jack?» gli chiesi.
«Non c’è male.»
«Dormito bene?» domandò Hogan.
«Ho dormito come un ghiro» disse Jack. «Mi sento la lingua grossa, ma non ho mal di testa.»
«Bene» disse Hogan. «Era liquore buono.»
«Mettilo in conto» fa Jack.
«A che ora volete andare in città?» chiese Hogan.
«Prima di pranzo» fa Jack. «Il treno delle undici.»
«Siediti, Jerry» disse Jack. Hogan uscì.
Mi sedetti a tavola. Jack stava mangiando un pompelmo. Quando trovava un seme, lo sputava nel cucchiaio e lo metteva nel piatto.
«Ho preso una bella sbronza, ieri sera» cominciò.
«Hai bevuto un po’.»
«Avrò detto un mucchio di scemenze.»
«Non ti sei comportato male.»
«Dov’è Hogan?» domandò. Aveva finito il pompelmo.
«È di là, in ufficio.»
«Cos’ho detto delle scommesse?» chiese Jack. Teneva in mano il cucchiaio e stava punzecchiando il pompelmo.
La ragazza entrò con un piatto di uova e prosciutto e portò via il pompelmo.
«Portami un altro bicchiere di latte» le disse Jack. Lei uscì.
«Hai detto che avevi puntato cinquanta bigliettoni su Walcott» dissi.
«È vero» disse Jack.
«È un mucchio di soldi.»
«Non so se ho fatto bene» disse Jack.
«Potrebbe succedere qualcosa.»
«No» disse Jack. «Vuole il titolo, costi quel che costi. Con lui faranno centro.»
«Non si sa mai.»
«No. Vuole il titolo. Vale un mucchio di soldi, per lui.»
«Cinquanta bigliettoni sono un mucchio di soldi» dissi io.
«Gli affari sono affari» disse Jack. «Non posso vincere. Sai che non posso vincere comunque.»
«Finché sei sul quadrato hai una possibilità.»
«No» fa Jack. «Io ho chiuso. Gli affari sono affari.»
«Come ti senti?»
«Abbastanza bene» disse Jack. «Avevo proprio bisogno di dormire.»
«Potresti disputare un bell’incontro.»
«Sarà un bello spettacolo» disse Jack.
Dopo colazione Jack fece un’interurbana a sua moglie. Era dentro la cabina a telefonare.
«È la prima volta che la chiama da quando è qui» disse Hogan.
«Le scrive ogni giorno.»
«Certo» fa Hogan «una lettera costa solo due cent.»
Hogan ci salutò e Bruce, il massaggiatore negro, ci portò al treno col calesse.
«Arrivederci, signor Brennan» disse Bruce al treno «spero proprio che gli rompa il muso.»
«Arrivederci» disse Jack. Diede due dollari a Bruce. Bruce aveva fatto un gran lavoro e sembrò deluso. Jack mi sorprese a guardare Bruce con i due dollari in mano.
«È tutto nel conto» disse. «Hogan mi ha fatto pagare i massaggi.»
Sul treno che andava in città Jack non parlò. Sedeva nell’angolo del sedile col biglietto nel nastro del cappello e guardava fuori dal finestrino. Una volta si girò e mi rivolse la parola.
«Ho detto a mia moglie che stasera avrei preso una stanza allo Shelby» disse. «È proprio a due passi dal Garden. Posso tornare a casa domattina.»
«Buona idea» dissi. «Tua moglie non ti ha mai visto combattere, Jack?»
«No» fa Jack. «Non mi ha mai visto combattere.»
Pensai che doveva aspettarsi di prendere una batosta coi fiocchi se non voleva tornare a casa subito dopo l’incontro. In città prendemmo un taxi per lo Shelby. Un ragazzo venne fuori a prendere i bagagli e noi ci avvicinammo al banco.
«Quanto costano le stanze?» chiese Jack.
«Abbiamo solo stanze a due letti» fa il portiere. «Posso darvi una bella doppia per dieci dollari.»
«Troppo cara.»
«Posso darvi una doppia per sette dollari.»
«Col bagno?»
«Certamente.»
«Tanto vale che dividi la camera con me, Jerry» fa Jack.
«Oh» dissi io «dormirò da mio cognato.»
«Non lo dicevo per fartela pagare» fa Jack. «Volevo solo spendere bene i miei quattrini.»
«Volete firmare il registro, per piacere?» dice il portiere. Guardò i nomi. «Numero 238, signor Brennan.»
Salimmo in ascensore. Era un bello stanzone con due letti e una porta che dava nel bagno.
«Mica male» fa Jack.
Il ragazzo che ci aveva accompagnato tirò le tende e portò dentro le valigie. Jack non batté ciglio, perciò diedi io al ragazzo un quarto di dollaro. Ci lavammo e Jack disse che era meglio andar fuori a mangiare qualcosa.
Pranzammo nel locale di Jimmy Hanley. C’erano molti dei ragazzi. Quando eravamo circa a metà del pasto, John entrò nella sala e si sedette con noi. Jack parlava poco.
«Come va il peso, Jack?» gli domandò John. Jack stava consumando un pasto piuttosto robusto.
«Potrei farlo con i vestiti addosso» disse Jack. Non doveva mai preoccuparsi di dimagrire. Era un welter naturale e non ingrassava mai. Da Hogan era dimagrito.
«Be’, ecco una cosa che non ti ha mai dato pensieri» disse John.
«Ecco una cosa» fa Jack.
Dopo pranzo andammo al Garden per il peso. Il match era al limite dei sessantasette chili alle tre del pomeriggio. Jack salì sulla bilancia con un asciugamano intorno ai fianchi. L’ago non si mosse. Walcott era appena arrivato e aspettava in mezzo a una piccola folla.
«Vediamo quanto pesi, Jack» disse Freedman, il manager di Walcott.
«Okay, allora pesa lui» disse Jack accennando a Walcott con la testa.
«Togli l’asciugamano» disse Freedman.
«Quant’è» chiese Jack a quelli che lo stavano pesando.
«Sessantaquattro chili e novecento» disse il ciccione che lo stava pesando.
«Sei proprio una silfide, Jack» fa Freedman.
«Pesa lui» fa Jack.
Walcott si avvicinò. Era un biondo con le spalle larghe e due braccia da peso massimo. Non aveva le gambe molto lunghe. Jack era più alto di lui di circa mezza testa.
«Ciao, Jack» disse. La sua faccia era molto segnata.
«Ciao» disse Jack. «Come va?»
«Bene» fa Walcott. Si tolse l’asciugamano dalla cintola e salì sulla bilancia. Aveva la schiena e le spalle più larghe che si fossero mai viste. «Sessantasei chili e seicentoventi grammi.»
Walcott scese dalla bilancia e guardò Jack con un sorriso.
«Be’» gli fa John «Jack ti dà un vantaggio di quasi due chili.»
«Stasera saranno di più, ragazzo» fa Walcott. «Ora vado a mangiare.»
Tornammo indietro e Jack si vestì. «A vederlo, sembra un osso duro» mi fa Jack.
«Però ha l’aria di averne prese tante.»
«Oh, sì» fa Jack. «Non è difficile da colpire.»
«Dove vai?» chiese John quando Jack si fu rivestito.
«In albergo» fa Jack. «Hai pensato a tutto?»
«Sì» fa John. «Tutto a posto.»
«Vado a coricarmi per un po’» fa Jack.
«Passo a prenderti alle sette meno un quarto per andare a mangiare.»
«D’accordo.»
In albergo Jack si tolse la giacca e le scarpe e si distese per un po’. Io scrissi una lettera. Guardai un paio di volte e Jack non dormiva. Giaceva perfettamente immobile ma ogni tanto i suoi occhi si aprivano. Finalmente si mette a sedere.
«Vuoi giocare a cribbage, Jerry?» fa.
«Certo» dissi.
Si avvicinò alla valigia e ne tolse le carte e il segnapunti. Giocammo a cribbage e lui vinse tre dollari. John bussò alla porta ed entrò nella stanza.
«Vuoi giocare a cribbage, John?» gli chiese Jack.
John depose il cappello sul tavolo. Era tutto bagnato. Anche la sua giacca era bagnata.
«Piove?» chiede Jack.
«Diluvia» fa John. «Il mio taxi è rimasto bloccato in mezzo al traffico e ho dovuto scendere e venire a piedi.»
«Dai, giochiamo un po’ a cribbage» fa Jack.
«Dovresti andare a mangiare.»
«No» fa Jack. «Non ho ancora voglia di mangiare.»
Così giocarono a cribbage per una mezz’ora e Jack gli vince un dollaro e mezzo.
«Be’, immagino che si debba andare a mangiare?» fa Jack. Andò alla finestra e guardò fuori.
«Piove ancora?»
«Sì.»
«Mangiamo in albergo» fa John.
«D’accordo» fa Jack «facciamo ancora una partita per vedere chi paga la cena.»
Dopo un po’ Jack si alza e dice: «Paghi tu, John» e andammo giù a mangiare nel salone.
Dopo mangiato andammo su in camera e Jack giocò di nuovo a cribbage con John e gli vinse due dollari e mezzo. Jack si sentiva piuttosto bene. John aveva con sé una borsa con tutta la sua roba. Jack si tolse la camicia e il colletto e s’infilò una canottiera e un maglione, per non prendere freddo uscendo dall’albergo, e mise in una borsa la divisa da pugile e l’accappatoio.
«Sei pronto?» gli fa John. «Gli dico dì chiamare un taxi.»
Poco dopo squillò il telefono e ci dissero che il taxi aspettava.
Scendemmo in ascensore e attraversammo l’atrio per uscire, e salimmo sul taxi e andammo al Garden. Pioveva a dirotto, ma c’era un mucchio di gente nelle strade. Il Garden era esaurito. Quando entrammo, diretti agli spogliatoi, vidi che era pieno. Il ring sembrava lontano un chilometro. Era tutto al buio. Solo le luci sopra il quadrato.
«Meno male che, con questa pioggia, non l’hanno fatto all’aperto» disse John.
«C’è una bella folla» fa Jack.
«È un incontro che richiamerebbe un pubblico molto più vasto di quello che il Garden potrebbe contenere.»
«Non si può mai essere sicuri del tempo» fa Jack.
John si fermò sulla porta dello spogliatoio e mise dentro la testa. Jack era là seduto con l’accappatoio sulle spalle, aveva le braccia conserte e guardava il pavimento. John aveva con sé un paio di secondi, che allungavano il collo per guardar dentro da sopra la sua spalla. Jack alzò lo sguardo.
«È arrivato?» domandò.
«È appena sceso» disse John.
Ci avviammo. Walcott stava salendo proprio in quel momento sul ring. La folla gli fece un grande applauso. Walcott passò tra le corde e unì i pugni e sorrise, e li mostrò alla folla, prima da un lato del ring, poi dall’altro, e poi si sedette. Anche Jack, mentre passava tra la gente, ricevette un grande applauso. Jack è irlandese, e gli irlandesi ricevono sempre molti applausi. A New York un irlandese non ha tanto successo quanto un ebreo o un italiano, ma l’accoglienza che gli fanno è sempre buona. Jack salì sul quadrato e si chinò per passare tra le corde e Walcott lasciò l’angolo, si avvicinò e abbassò la corda per far passare Jack. La folla andò in visibilio. Walcott mise la mano sulla spalla di Jack e per un attimo rimasero là fermi in questa posizione.
«Allora vuoi proprio diventare una celebrità» gli fa Jack. «Levami quella manaccia dalla spalla.»
«Sorridi» fa Walcott.
Tutto questo piace molto al pubblico. Come sono cavallereschi quei ragazzi prima dell’incontro. Come si fanno gli auguri.
Solly Freedman venne nel nostro angolo mentre Jack stava bendandosi le mani e John era nell’angolo di Walcott. Jack passa il pollice sotto la benda e poi si fascia la mano con cura. Io gliela incerottai intorno al polso e due volte sulle nocche.
«Ehi» fa Freedman. «Che ci fai con tutto quel nastro?»
«Tocca» fa Jack. «È tenero, no? Non fare lo stupido.»
Freedman resta lì per tutto il tempo che Jack impiega a bendarsi l’altra mano, e uno dei ragazzi che gli faranno da secondi porta i guanti, e io glieli infilo e glieli allaccio.
«Di’ un po’ Freedman» chiede Jack «di che nazionalità è questo Walcott?»
«Non lo so» dice Solly. «È una specie di danese.»
«È boemo» disse il ragazzo che aveva portato i guanti.
L’arbitro li chiamò al centro del ring e Jack si allontanò. Walcott si avvicina sorridendo. Si piazzarono l’uno di fronte all’altro e l’arbitro gli mise le braccia sulle spalle.
«Ciao, celebrità» Jack fa a Walcott.
«Sorridi.»
«Perché ti chiami “Walcott”?» fa Jack. «Non sapevi che era un negro?»
«Sentite…» dice l’arbitro, e gli recita la solita tiritera. A un certo punto Walcott lo interrompe. Prende Jack per un braccio e dice: «Posso colpirlo quando mi tiene così?».
«Levami le mani di dosso» fa Jack. «Non siamo davanti alla macchina da presa.»
Tornarono agli angoli. Tolsi a Jack l’accappatoio e lui si appoggiò alle corde e fletté un paio di volte le ginocchia e stropicciò le scarpe sulla pece. Suonò il gong e Jack prontamente si voltò e si diresse verso il centro del ring. Walcott avanzò verso di lui e si toccarono i guantoni e come Walcott ebbe abbassato le mani Jack entrò due volte al viso di sinistro. Non c’è stato mai nessuno che sapesse boxare meglio di Jack. Walcott lo inseguiva, sempre avanzando col mento sul petto. È un picchiatore e tiene le mani piuttosto basse. Non sa far altro che entrare e picchiar sodo. Ma ogni volta che si avvicina troppo Jack lo ferma di sinistro al viso. Proprio come se fosse una cosa automatica. Jack deve solo alzare il sinistro e il suo guantone è sul viso di Walcott. Tre o quattro volte Jack doppia col destro, ma Walcott riceve il colpo sulla spalla o addirittura sopra la testa. È proprio come tutti questi picchiatori. L’unica cosa che teme è un altro come lui. È coperto dappertutto, ovunque tu possa fargli male. E del sinistro in faccia se ne infischia.
Dopo tre o quattro riprese Jack lo ha conciato male, col viso tutto tagliuzzato e sanguinante, ma ogni volta che si avvicina Walcott lo picchia così forte che Jack, sui fianchi, ha due grosse macchie rosse, appena sotto le costole. Ogni volta che Walcott si avvicina Jack lo blocca, poi libera una mano e gli molla un uppercut, ma quando Walcott libera le mani colpisce Jack al corpo così forte che il tonfo si sente fino in strada. È un picchiatore.
Va avanti così per altre tre riprese. Non si scambiano una parola. Lavorano sempre. Anche noi lavorammo parecchio su Jack, tra una ripresa e l’altra. Non faceva una gran buona impressione, ma lui è fatto così: non lavora mai molto sul quadrato. Si muove poco e quel sinistro è automatico. Proprio come se fosse collegato alla faccia di Walcott e Jack dovesse, ogni volta, esprimere soltanto il desiderio. Nei corpo a corpo Jack è sempre molto calmo e non spreca energie. È il suo forte, il corpo a corpo, e Jack lo sfrutta al massimo. Mentre erano nel nostro angolo lo vidi bloccare Walcott, liberare la mano destra, girarla e venir su con un uppercut che prese il naso di Walcott con l’orlo del guantone. Walcott sanguinava in malo modo e appoggiò il naso sulla spalla di Jack come per darne un po’ anche a lui, e Jack alzò bruscamente la spalla e lo colpì al naso, e poi abbassò il destro e rifece la stessa cosa.
Walcott era arrabbiatissimo. Alla fine della quinta ripresa odiava Jack con tutte le sue forze. Jack non era arrabbiato; cioè, non più del solito. Certo riusciva sempre a far odiare il pugilato a tutti quelli che si battevano con lui. Ecco perché ce l’aveva tanto con Kid Lewis. Non riusciva mai a fargli perdere la pazienza. Kid Lewis aveva sempre di riserva due o tre tiri mancini che Jack non sapeva decidersi a fare. Jack non correva alcun pericolo, sul ring, finché era in forze. Certo che lo stava conciando male, Walcott. E il buffo era che alla gente sembrava che Jack fosse un boxeur classico, di quelli che si battono a viso aperto. Questo perché aveva anche la tecnica.
Dopo il settimo round Jack dice: «Il sinistro comincia a pesarmi».
Da quel momento cominciò a buscarle. In principio non si vedeva. Ma invece dì essere lui a dirigere l’incontro era Walcott che lo dirigeva, invece di essere al sicuro adesso era nei guai. Non riusciva più a tenerlo a bada col sinistro. In apparenza andava tutto come prima, solo che adesso i pugni di Walcott, invece di mancarlo, raggiungevano il bersaglio. Incassò una serie di durissime scariche al corpo.
«Che ripresa è?» chiese Jack.
«L’undicesima.»
«Non ce la faccio» fa Jack. «Mi si piegano le gambe.»
Walcott lo stava pestando da un bel po’. Era come quando, nel baseball, il ricevitore si lascia spostare dalla palla assorbendo in parte l’urto. Da quel momento Walcott cominciò a picchiare sodo. Era proprio una macchina da pugni. Jack, ormai, cercava solo di fermarlo. Non si vedeva la terribile batosta che stava prendendo. Tra una ripresa e l’altra gli massaggiavo le gambe. I muscoli tremavano sotto le mie mani per tutto il tempo che li massaggiavo. Jack era proprio a terra.
«Come va?» chiese a John, voltandosi, con la faccia tutta gonfia.
«L’incontro è suo.»
«Credo di poter resistere fino alla fine» fa Jack. «Non sarà questo boemo a impedirmelo.»
Andava proprio come aveva pensato che sarebbe andata. Jack sapeva di non poter battere Walcott. Non era più così forte. Però si era cautelato. I suoi soldi erano al sicuro e adesso lui voleva finire l’incontro in piedi perché così gli piaceva. Non voleva essere messo kappaò.
Suonò il gong e lo spingemmo verso il centro del ring. Avanzava lentamente. Walcott gli fu subito addosso. Jack gli mollò un sinistro al viso e Walcott incassò, passò al contrattacco e cominciò a lavorarlo al corpo. Jack cercò di rifugiarsi in clinch, ma era come stringere tra le braccia una sega circolare. Jack uscì dal corpo a corpo e menò un destro a vuoto. Walcott lo colpì con un gancio sinistro e Jack andò giù. Cadde sulle mani e sui ginocchi e ci guardò. L’arbitro cominciò a contare. Jack ci guardava e scuoteva la testa. All’otto John gli fece un cenno. La folla urlava tanto che non si sentiva niente. Jack si alzò. L’arbitro aveva tenuto indietro Walcott con un braccio, mentre contava.
Quando Jack fu in piedi Walcott partì verso di lui.
«Attento, Jimmy» sentii che gli gridava Solly Freedman.
Walcott era davanti a Jack e lo guardava. Jack lo toccò con un sinistro. Walcott mosse appena la testa. Strinse Jack alle corde, prese la mira e poi gli piazzò un gancio sinistro leggerissimo su un lato della testa e picchiò di destro al corpo più forte e più in basso che poteva. Doveva averlo colpito dieci centimetri sotto la cintura. Pensai che gli occhi di Jack sarebbero schizzati fuori dalla testa. Jack li strabuzzò e aprì la bocca.
L’arbitro afferrò Walcott. Jack fece un passo avanti. Se cadeva, addio ai cinquanta bigliettoni. Camminava come se stessero per cadergli sul quadrato tutte le budella.
«Non era basso» disse. «È stato un caso.»
La folla urlava tanto che non si capiva una parola.
«Sto bene» fa Jack. Erano proprio davanti a noi. L’arbitro guarda John e poi scuote la testa.
«Sotto, figlio di puttana di un polacco» dice Jack a Walcott.
John era aggrappato alle corde. Aveva l’asciugamano lì vicino ed era pronto a gettarlo sul ring. Jack era poco lontano dalle corde. Fece un passo avanti. Vidi che il sudore gli colava sul viso come se qualcuno glielo avesse strizzato, e un gocciolone gli rotolò sul naso.
«Coraggio, battiti» dice Jack a Walcott.
L’arbitro guardò John e diede via libera a Walcott.
«Muoviti, bestione» dice.
Walcott si mosse. Non sapeva cosa fare. Non si aspettava che Jack potesse incassare un colpo simile. Jack lo toccò al viso di sinistro. Tutti urlavano come dei dannati. Erano proprio davanti a noi. Walcott lo colpì due volte. La faccia di Jack era la cosa peggiore che avessi mai visto: l’espressione che aveva! Jack ce la stava mettendo tutta per non cedere, e lo si capiva dalla faccia. Si era tutto concentrato per resistere ai colpi che incassava.
Poi si scatenò. Aveva una faccia da far paura. Cominciò a picchiare a mani basse, seppellendo Walcott sotto una gragnuola di colpi. Walcott alzò le braccia per ripararsi e Jack lo colpì selvaggiamente al capo. Poi alzò il sinistro e colpì Walcott al basso ventre e col destro doppiò proprio nel punto dove Walcott aveva colpito Jack. Molto sotto la cintura. Walcott andò al tappeto e quando fu a terra si strinse il ventre con le mani e si torse e si rotolò qua e là.
L’arbitro agguantò Jack e lo spinse nel suo angolo. John salta sul ring. C’era tutta questa gente che gridava. L’arbitro stava parlando con i giudici e poi l’annunciatore sale sul quadrato col megafono e dice: «Walcott, per squalifica».
L’arbitro sta parlando con John e dice: «Cosa potevo fare? Jack non ha voluto accusare il colpo basso. Poi, quando è groggy, il colpo basso glielo dà lui».
«Avrebbe perso comunque» dice John.
Jack sta seduto sullo sgabello. Gli ho tolto i guanti e lui si tiene la pancia con le mani. Quando si tiene la pancia con le mani la sua faccia non è poi così brutta.
«Va’ a dire che ti spiace» gli sussurra all’orecchio John. «Farà buona impressione.»
Jack si alza e il suo viso torna a coprirsi di sudore. Io gli metto l’accappatoio sulle spalle e lui si tiene una mano sulla pancia sotto l’accappatoio e attraversa il quadrato. Hanno tirato su Walcott e lo stanno massaggiando. C’è un sacco di gente nell’angolo di Walcott. Nessuno rivolge la parola a Jack. Jack si china su Walcott.
«Scusa» fa Jack. «Non volevo essere scorretto.»
Walcott non dice niente. Si direbbe che stia troppo male.
«Be’ ora il campione sei tu» gli dice Jack. «Spero che questo ti faccia contento.»
«Lascialo in pace» dice Solly Freedman.
«Ciao, Solly» fa Jack. «Mi spiace di aver colpito basso il tuo ragazzo.»
Freedman si limita a guardarlo.
Jack tornò all’angolo con quel suo strano passo saltellante e noi lo aiutammo a scavalcare le corde, a passare fra i tavoli della stampa e ad arrivare in fondo alla corsia. Un mucchio di gente vuole dargli delle pacche sulle spalle. Nel suo accappatoio Jack passa in mezzo a tutta quella folla fino agli spogliatoi. Sono contenti per la vittoria di Walcott. È così che hanno puntato, al Garden.
Una volta negli spogliatoi, Jack si sdraiò e chiuse gli occhi.
«Bisogna andare in albergo e chiamare un dottore» dice John.
«Sono tutto rotto dentro» fa Jack.
«Mi spiace moltissimo, Jack» fa John.
«Non è niente» fa Jack.
Rimane là disteso con gli occhi chiusi.
«Hanno cercato sicuramente di fare il doppio gioco» disse John.
«I tuoi amici Morgan e Steinfelt» disse Jack. «Begli amici, hai.»
È là disteso, con gli occhi aperti, adesso. Ha ancora sulla faccia quell’espressione orribilmente tesa.
«È curioso come si riesce a ragionare in fretta quando ci sono tanti soldi in ballo» fa Jack.
«Sei forte, Jack» dice John.
«No» fa Jack. «C’è voluto poco.»