Stories 93 / Random

Stories by ernest hemingway

che ti dice la patria? (italian)

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La strada del valico era ben assestata e scorrevole e non ancora polverosa nel primo mattino. Sotto c’erano le colline con querce e castagni, e più in basso e lontano c’era il mare. Dall’altra parte c’erano i monti coperti di neve.
Venivamo giù dal passo in mezzo ai boschi. Sul ciglio della strada c’erano dei sacchi di carbone, e tra gli alberi si vedevano le baracche dei carbonai. Era domenica e la strada che saliva e scendeva, ma sempre si abbassava rispetto all’altitudine del valico, passava in mezzo a macchie di arbusti e paesi.
Intorno ai paesi c’erano dei vigneti. I campi erano bruni e le vigne ruvide e fitte. Le case erano bianche, e nelle strade gli uomini, nei panni della festa, giocavano a bocce. Contro i muri di certe case c’erano dei peri, con i rami che sembravano candelabri sullo sfondo bianco dei muri. I peri erano stati spruzzati di antiparassitario, e i vapori del trattamento avevano coperto di macchie verdazzurre i muri delle case. Intorno ai villaggi c’erano delle piccole radure dove crescevano le vigne, e poi i boschi.
In un paese, a venti chilometri sopra La Spezia, c’era una piccola folla nella piazza, e un giovanotto con una valigia in mano si avvicinò alla macchina e ci chiese di portarlo alla Spezia.
«Ci sono solo due posti, e sono occupati» dissi. Avevamo una vecchia Ford coupé.
«Starò qui fuori.»
«Sarà piuttosto scomodo.»
«Non importa. Devo andare alla Spezia.»
«Che si fa, lo carichiamo?» chiesi a Guy.
«Sembra deciso a venire comunque» disse Guy. Il giovanotto ci affidò un pacchetto attraverso il finestrino.
«Fate attenzione» disse. Due uomini legarono la sua valigia dietro la macchina, sopra le nostre. Lui strinse la mano a tutti, spiegò che per un fascista e per un uomo abituato a viaggiare come lui quella non era una scomodità, e salì sul predellino dal lato sinistro della macchina, tenendosi attaccato allo sportello, col braccio destro dentro il finestrino aperto.
«Potete partire» disse. La folla agitava le braccia in segno di saluto. Lui salutò con la mano libera.
«Cos’ha detto?» mi chiese Guy.
«Che potevamo partire.»
«Non è gentile?» disse Guy.
La strada seguiva un fiume. Di là dal fiume c’erano dei monti. Il sole scioglieva la brina sull’erba. Era freddo e sereno, e l’aria entrava dal finestrino spalancato.
«Come credi che si trovi, lì fuori?» Guy guardava la strada davanti a sé. La vista, dal suo lato della macchina, gli era impedita dall’ospite. Il giovanotto sporgeva dal lato della macchina come la polena di una nave. Si era tirato su il bavero della giacca e calato il cappello sugli occhi, e sembrava che avesse il naso raffreddato dal vento.
«Forse si stancherà» disse Guy. «È dalla parte della gomma malandata.»
«Oh, ci lascerebbe se forassimo» dissi io. «Non si sporcherebbe l’abito da viaggio.»
«Be’, a me non dà fastidio» disse Guy. «A parte il modo in cui si sporge nelle curve.»
I boschi erano finiti; la strada aveva abbandonato il fiume per salire; il radiatore bolliva; il giovanotto scoccava sguardi seccati e sospettosi al vapore e all’acqua rugginosa; il motore sferragliava, con tutt’e due i piedi di Guy sul pedale della prima, sempre più su, avanti e indietro e su, finalmente, in piano. Lo sferragliare cessò, e nel silenzio improvviso si sentiva un grande ribollio nel radiatore. Eravamo in cima all’ultima catena sopra La Spezia e il mare. La strada scendeva con curve strette, a gomito. Nelle curve il nostro ospite si sporgeva dalla macchina sbilanciata e per poco non la rovesciava.
«Non puoi dirgli di non farlo» dissi a Guy. «È il suo spirito di conservazione.»
«Il grande spirito italiano.»
«Il più grande spirito italiano.»
Si scendeva affrontando una curva dopo l’altra, affondando nella polvere, con la polvere che imbiancava gli ulivi. La Spezia si stendeva lungo il mare sotto di noi. Alla periferia della città la strada divenne pianeggiante. Il nostro ospite ficcò la testa dentro il finestrino.
«Voglio fermarmi.»
«Ferma» dissi a Guy.
Rallentammo, sul ciglio della strada. Il giovanotto scese, andò dietro la macchina e slegò la valigia.
«Mi fermo qui, così non avrete dei fastidi perché portate dei passeggeri» disse. «Il mio pacco.»
Gli porsi il pacco. Lui si frugò in tasca.
«Quanto vi devo?»
«Niente.»
«Perché?»
«Non so» dissi.
«Allora grazie» disse il giovanotto, non “grazie a voi” o “molte grazie” o “grazie mille” che era quello che una volta si diceva in Italia a chi ti porgeva un orario o ti indicava la strada. Il giovanotto pronunciò la formula di ringraziamento più sintetica e ci rivolse un’occhiata diffidente mentre Guy ripartiva con la macchina. Lo salutai con la mano. Era troppo dignitoso per rispondere. Proseguimmo fino alla Spezia.
«Ecco un giovanotto che in Italia farà strada» dissi a Guy.
«Be’» disse Guy «venti chilometri li ha fatti con noi.»
Un pasto alla Spezia
Arrivati alla Spezia, cercammo un posto per mangiare. La strada era larga e le case alte e gialle. Seguimmo i binari del tram fino al centro della città. Sui muri delle case erano stampigliati dei ritratti di Mussolini, con gli occhi fuori dalla testa e i “viva” dipinti a mano, il vu doppio in vernice nera con la pittura che gocciolava lungo il muro. Le traverse andavano giù al porto. Era una bella giornata e la gente era tutta fuori a passare la domenica. Il selciato era stato annaffiato e in mezzo alla polvere c’erano delle macchie umide. Ci accostammo al marciapiede per evitare un tram.
«Mangiamo in un posto alla buona» disse Guy.
Ci fermammo davanti alle insegne di due ristoranti. Eravamo sull’altro marciapiede e io stavo comprando i giornali. I due ristoranti erano affiancati. Una donna ritta sulla soglia di uno di essi ci sorrise e noi attraversammo la strada ed entrammo.
Dentro era buio e in fondo alla sala tre ragazze sedevano con una vecchia intorno a un tavolo. Davanti a noi, a un altro tavolo, sedeva un marinaio. Non mangiava e non beveva, stava semplicemente là seduto. Un po’ più indietro, un giovanotto vestito di blu sedeva a un altro tavolo e scriveva. I suoi capelli erano impomatati e luccicavano, e lui sembrava elegantissimo e impeccabile.
La luce veniva dalla porta e dalla finestra, dove ortaggi, frutta, bistecche e braciole erano sistemati in una vetrinetta. Una ragazza venne a prendere la nostra ordinazione e un’altra ragazza stava sulla porta. Notammo che sotto la veste da casa non aveva nulla. La ragazza che prese la nostra ordinazione cinse col braccio il collo di Guy mentre noi guardavamo il menù. C’erano tre ragazze in tutto, e facevano a turno per andare a piazzarsi sulla porta. La vecchia seduta al tavolo in fondo alla sala diceva qualcosa alle ragazze e le ragazze tornavano a sedersi vicino a lei.
Nella sala non c’erano altre porte che quella che dava in cucina. Il vano era chiuso da una tenda. La ragazza che aveva preso la nostra ordinazione uscì dalla cucina con gli spaghetti. Li depose sul tavolo e portò una bottiglia di vino rosso e si sedette al tavolo con noi.
«Be’» dissi a Guy «volevi mangiare in un posto alla buona. Roba semplice.»
«Questo non è mica semplice. È complicato.»
«Cosa state dicendo?» chiese la ragazza. «Siete tedeschi?»
«Tedeschi del sud» dissi io. «I tedeschi del sud sono gente amabile e cortese.»
«Non capisco» disse lei.
«Come funziona questo posto?» chiese Guy. «Devo lasciare che mi metta il braccio intorno al collo?»
«Certo» dissi. «Mussolini ha abolito i bordelli. Questo è un ristorante.»
La ragazza indossava un abito intero. Si sporse in avanti, contro il tavolo, e si mise le mani sui seni e sorrise. Sorrideva meglio da un lato che dall’altro, e a noi presentava il lato buono. L’attrattiva del lato buono era sottolineata da qualche misterioso avvenimento che le aveva spianato l’altro lato del naso, come si può spianare la cera calda. Il suo naso, tuttavia, non sembrava di cera calda. Era freddissimo e fermo, ma spianato. «Ti piaccio?» chiese a Guy.
«Ti adora» dissi io. «Ma non parla italiano.»
«Ich spreche Deutsch» disse lei, e gli fece una carezza sui capelli.
«Parla alla signora nella tua lingua natia, Guy.»
«Da dove venite?» chiese la signora.
«Potsdam.»
«E adesso vi fermerete qui per un po’?»
«In questa Spezia tanto cara?» domandai.
«Dille che dobbiamo andare» disse Guy. «Dille che siamo molto ammalati, e che non abbiamo soldi.»
«Il mio amico è misogino» dissi io «un vecchio misogino tedesco.»
«Digli che lo amo.»
Glielo dissi.
«Vuoi chiudere il becco e deciderti a toglierci di qui?» disse Guy. La signora gli aveva messo l’altro braccio intorno al collo. «Digli che è mio» disse. Glielo dissi.
«Vuoi deciderti a levare le tende?»
«State litigando» disse la signora. «Non vi volete bene.»
«Siamo tedeschi» dissi fieramente «vecchi tedeschi del sud.»
«Di’ al tuo amico che è un bel ragazzo» disse la signora. Guy ha trentott’anni e va fiero del fatto che in Francia lo prendono per un commesso viaggiatore. «Sei un bel ragazzo» dissi.
«Chi lo dice?» chiese Guy «tu o lei?»
«Lei. Io sono solo il tuo interprete. Non è per questo che mi hai portato con te?»
«Sono contento che sia stata lei» disse Guy. «Non volevo dover lasciare qui anche te.»
«Non so. La Spezia è un gran bel posto.»
«La Spezia» disse la signora «state parlando della Spezia.»
«Bel posto» dissi.
«È il mio paese» disse lei. «La Spezia è la mia casa e l’Italia è la mia patria.»
«Dice che l’Italia è la sua patria.»
«Dille che ne ha tutta l’aria» disse Guy.
«Cosa avete per dessert?» domandai.
«Frutta» disse lei. «Abbiamo delle banane.»
«Le banane vanno benissimo» disse Guy. «Hanno la buccia.»
«Oh, prende le banane» disse la signora. Abbracciò Guy.
«Cosa dice?» chiese lui, cercando di sfuggirle.
«È contenta perché prendi le banane.»
«Dille che non prendo le banane.»
«Il signore non prende le banane.»
«Ah» disse la signora, delusa «non prende le banane.»
«Dille che faccio un bagno freddo ogni mattina» disse Guy.
«Il signore fa un bagno freddo ogni mattina.»
«Non capisco» disse la signora.
Davanti a noi, il marinaio non si era mosso. Nessuno nel locale lo degnava di un’occhiata.
«Vogliamo il conto» dissi.
«Oh, no. Dovete restare.»
«Senti» disse l’impeccabile giovanotto dal tavolo dove stava scrivendo «lasciali perdere. Questi due non valgono una cicca.»
La signora mi prese la mano. «Non volete rimanere? Non vuoi chiedergli di restare?»
«Dobbiamo andare» dissi. «Dobbiamo arrivare a Pisa, o se possibile a Firenze, entro stasera. Alla fine della giornata potremo divertirci in quelle città. Adesso è giorno. Di giorno dobbiamo viaggiare.»
«Restare un poco è bello.»
«Bisogna viaggiare con la luce.»
«Senti» disse l’impeccabile giovanotto. «Non disturbarti a parlare con quei due. Ti dico che non valgono una cicca e lo so.»
«Portaci il conto» dissi. La ragazza prese il conto dalla vecchia e tornò indietro e si sedette al tavolo. Un’altra ragazza uscì dalla cucina. Attraversò tutta la sala e si fermò sulla soglia.
«Non disturbarti per questi due» disse con voce stanca l’impeccabile giovanotto. «Vieni a mangiare. Non valgono una cicca.»
Pagammo il conto e ci alzammo. Le ragazze, la vecchia e l’impeccabile giovanotto sedevano tutti insieme allo stesso tavolo. Il marinaio si teneva la testa tra le mani. Nessuno gli aveva rivolto la parola per tutta la durata del pranzo. La ragazza ci portò il resto che le aveva contato la vecchia e tornò al suo posto. Lasciammo sul tavolo una mancia e uscimmo. Quando eravamo seduti nella macchina pronta a partire, la ragazza uscì e si mise sulla porta. Noi partimmo e io le feci un saluto con la mano. Lei non rispose al mio saluto, ma rimase là a guardarci.
Dopo la pioggia
Pioveva a dirotto quando passammo per i sobborghi di Genova e, anche andando pianissimo dietro i tram e gli autocarri, la melma liquida schizzava sui marciapiedi, sicché la gente si rifugiava nei portoni quando ci vedeva arrivare. A Sampierdarena, il sobborgo industriale vicino a Genova, c’è uno stradone con due binari del tram, e noi stavamo in mezzo per non schizzare il fango sugli uomini che tornavano dal lavoro. A sinistra c’era il Mediterraneo. C’era mare grosso, e le onde si rompevano e il vento soffiava la spuma sulla macchina. Il letto di un fiume che, quando eravamo passati, venendo in Italia, era largo, asciutto e sassoso, adesso era pieno fino agli argini di un’acqua torbida e impetuosa. L’acqua fangosa scoloriva il mare e quando le onde, prima di spezzarsi, diventavano chiare e sottili, la luce passava attraverso l’acqua gialla e le creste, staccate dal vento, volavano da un lato all’altro della strada.
Un macchinone ci sorpassò, viaggiando a tutta birra, e un velo d’acqua torbida si alzò e si stese sul parabrezza e sul radiatore. Il tergicristallo automatico andava avanti e indietro, spalmando la pellicola sul vetro. Ci fermammo a Sestri per pranzare. Il ristorante non era riscaldato e non ci togliemmo né il cappello né il paltò. Si vedeva la macchina, fuori, dalla finestra. Era coperta di fango e parcheggiata vicino ad alcune barche tirate in secca dove non arrivavano le onde. Nel ristorante si vedeva il vapore del fiato.
La pastasciutta era buona; il vino sapeva di allume, e ci mettemmo dell’acqua. Dopo la pastasciutta il cameriere portò una bistecca con le patate fritte. In fondo al ristorante sedevano un uomo e una donna. Lui era di mezza età e lei era giovane e vestita di nero. Per tutto il pasto si videro nell’aria umida e fredda le nuvolette del suo respiro. L’uomo le guardava e scuoteva la testa. Mangiavano senza parlare e l’uomo le teneva la mano sotto il tavolo. Lei era bella e sembravano molto tristi. Avevano con sé una borsa da viaggio.
Noi avevamo i giornali e io lessi forte a Guy la cronaca dei combattimenti di Shanghai. Dopo il pasto, lui uscì col cameriere a cercare un posticino che nel ristorante non c’era, e io pulii con uno straccio il parabrezza, i fanali e le targhe. Guy tornò indietro e noi uscimmo a marcia indietro con la macchina e partimmo. Il cameriere lo aveva accompagnato in una vecchia casa sull’altro marciapiede. Gli abitanti della casa erano sospettosi e il cameriere era rimasto con Guy per controllare che non rubasse nulla.
«Non so perché, visto che non sono un idraulico, ma si aspettavano che rubassi chissà cosa» disse Guy.
Quando arrivammo in cima a un promontorio, oltre la città, il vento investì la macchina e per poco non la rovesciò.
«Meno male che soffia dal mare» disse Guy.
«Be’» dissi io. «Shelley è annegato da queste parti.»
«È successo più giù, verso Viareggio» disse Guy. «Ti ricordi cosa siamo venuti a cercare in questo paese?»
«Sì» dissi io «ma non lo abbiamo trovato.»
«Stasera lo lasceremo.»
«Se passiamo Ventimiglia.»
«Vedremo. Non mi piace guidare di notte lungo questa costa.» Era il primo pomeriggio ed era spuntato il sole. Sotto, il mare era blu con le onde dalla cresta spumeggiante che correvano verso Savona. Dietro, oltre il promontorio, si mischiavano l’acqua giallastra e quella blu. Lontano, davanti a noi, un mercantile risaliva la costa.
«Si vede ancora, Genova?» chiese Guy.
«Oh, sì.»
«Dovrebbe sparire dietro il prossimo promontorio.»
«La vedremo ancora per un pezzo. Dietro, vedo ancora la punta di Portofino.»
Finalmente non riuscimmo più a vedere Genova. Quando sbucammo da dietro il promontorio mi voltai indietro e c’era solo il mare e sotto, nella baia, una striscia di spiaggia con le barche da pesca e sopra, sul fianco del colle, una città; e poi, lungo la costa, promontori a perdita d’occhio.
«È sparita» dissi a Guy.
«Oh, era sparita da un pezzo.»
«Ma non potevamo esserne certi finché la strada non fosse tornata verso il mare.»
C’era un cartello col disegno di una S e la scritta “Svolta pericolosa”. La strada girava intorno al promontorio e il vento soffiava nella fessura del parabrezza. Sotto il promontorio c’era un tratto di strada pianeggiante lungo il mare. Il vento aveva asciugato il fango e le ruote cominciavano a sollevare la polvere. Sulla strada pianeggiante sorpassammo un fascista in bicicletta che aveva una pesante rivoltella in una fondina sulla schiena. Procedeva in mezzo alla strada e per sorpassarlo dovemmo allargare tutto a sinistra. Mentre passavamo ci guardò. Più avanti c’era un passaggio a livello, e quando stavamo per raggiungerlo le sbarre si abbassarono.
Mentre aspettavamo, arrivò il fascista in bicicletta. Il treno passò e Guy avviò il motore.
«Aspettate» urlò il ciclista da dietro la macchina. «Il vostro numero è sporco.»
Scesi con uno straccio. Il numero era stato pulito quando ci eravamo fermati a mangiare.
«Si può leggere» dissi.
«Voi credete?»
«Lo legga.»
«Non posso leggerlo. È sporco.»
Lo pulii con lo straccio.
«Così va bene?»
«Venticinque lire.»
«Cosa?» dissi. «Poteva leggerlo benissimo. È solo sporco per lo stato delle strade.»
«Non vi piacciono le strade italiane?»
«Sono sporche.»
«Cinquanta lire.» Sputò nella strada. «La vostra macchina è sporca e siete sporchi anche voi.»
«Bene. E mi dia una ricevuta col suo nome.»
Tirò fuori un bollettario in duplice copia e perforato, così che uno scontrino poteva essere dato al contravventore, e l’altro riempito e tenuto come matrice. Non c’era la carta carbone per registrare cosa diceva lo scontrino del contravventore.
«Datemi cinquanta lire.»
Scrisse con la matita copiativa, strappò il foglio e me lo porse. Lo lessi.
«Questa è per venticinque lire.»
«Un errore» disse, e cambiò il venticinque in cinquanta.
«E ora l’altro pezzo. Scriva cinquanta nella parte che tiene lei.»
Mi rivolse un bel sorriso italiano e scrisse qualcosa sulla matrice, tenendola in modo che io non la vedessi.
«Andate» disse «prima che il vostro numero si sporchi un’altra volta.»
Viaggiammo per due ore dopo il tramonto e quella notte dormimmo a Mentone. Sembrava molto allegra e pulita e prospera e graziosa. Avevamo viaggiato da Ventimiglia a Pisa e Firenze, attraverso la Romagna fino a Rimini, indietro per Forlì, Imola, Bologna, Parma, Piacenza e Genova, e di nuovo fino a Ventimiglia. L’intero viaggio era durato solo dieci giorni. Naturalmente, in così poco tempo, non avemmo la possibilità di capire come stavano le cose nel paese o tra la gente.