Stories 93 / Random

Stories by stefano di marino

virtual killer (italian)

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Lo scenario di questa avventura è basato sul mondo di Alba Nera, un universo futuro dominato dalle corporazioni, con ciberninja e pirati informatici.
Potete scegliere di giocare in solitario oppure in coppia.
Single Player: X Double Player:
Avete fatto la vostra scelta. da questo momento l’esito della partita dipende interamente da voi.
Il vostro potenziale energetico ammonta a 100.000 punti-vita.
Inserite un nuovo gettone per continuare oltre questo livello.
Il lavoro era stato, come al solito, ben pagato. Avevo eseguito il colpo con precisione, senza correre rischi inutili, arrivando diritto al bersaglio. Era forse quella una delle ragioni per cui i miei servizi erano cosi richiesti. “Professionalità ed efficienza”, stava scritto persino nella pubblicità trasmessa sulla Neuronet: uno scherzetto che m’era costato un mese intero della pensione integrativa, quella che la Federazione delle Corporazioni Occidentali mi aveva assegnato dopo l’azione in cui avevo perduto l’uso del braccio destro insieme a tre dita della mano, oltre a essere costretto da allora a vivere con una placca interconnettiva nel cranio.
Non mi potevo lamentare, dopotutto. Avevo ricevuto una pensione onesta, una nota di encomio negli annali della mia unità, ed una sinteplastica che dava al mio aspetto una severità che impressionava positivamente i miei clienti.
Ovviamente un tecnoterrorista con una protesi meccanica ed una placca nel cervello – anche se perfettamente funzionante – non era considerato affidabile né dalle corporazioni né dai privati, e questo, in definitiva, era il motivo per cui mi ritrovavo in ritiro a soli trent’anni. Non che il lavoro di Sabotaggio ed Eliminazione mi piacesse particolarmente – non sono mai stato un sadico – ma conservavo ancora l’illusione che i due anni di corso superiore all’Accademia avessero sviluppato in me, assieme agli anni della Strategia del Terrore, una certa professionalità che il mio nuovo lavoro tendeva a mortificare. Di tutte le nozioni apprese e sviluppate nella mia carriera, infatti, le scie che sembravano di qualche valore erano quelle riguardanti le simulazioni belliche. Oltre a questa le Corporazioni andavano pazze per il mio “look” da duro, mi avevano persino digitalizzato nel logo della serie di giochi di guerra per il circuito a Realtà Virtuale che progettavo già da tre anni.
L’ultimo lavoro, come tutti gli altri, era stato una simulazione destinata ad un pubblico di bambini deficienti e di adulti altrettanto ritardati che sognavano di vivere le avventure dei Marine dello spazio contro gli Xenomorfi assassini.
Ero bravissimo ad immaginare scenari di battaglia tra alieni assassini ed eroici difensori dell’umanità. Nessuno riusciva ad evitare le mie trappole senza farsela addosso nei primi tre game.
L’assegno appena ricevuto, per la consegna definitiva di Assassini senza pietà con tanto di simulazione d’una carneficina nella giungla del Matamba per mezzo di idroinceneritori (qualunque cosa siano), tentava di cancellare il flusso di considerazioni amare sul corso della mia carriera militare. Quanto meno erano finiti i tempi in cui ringraziavo ogni giorno che non mi vedesse costretto ad ammazzare qualcuno.
Le mie nuove preoccupazioni erano più prosaiche e riguardavano principalmente bollette non pagate, e le decine di multe che il Servizio di Sorveglianza Pubblica si ostinava ad addebitarmi per sosta vietata nel mio spazio macchina. Fu quindi con sorpresa che trovai, fra i messaggi registrati della solita torma di questuanti e santoni in cerca di oboli per improbabili confessioni religiose, il messaggio di Khalim.
Khalim era il risultato perfetto dell’integrazione islamica nel mondo delle Corporazioni Occidentali avviata una quindicina di anni prima, al termine della jihad che aveva messo in ginocchio gli stati mediorientali. Khalim aveva assunto modi ed atteggiamenti ispirati al più sfrenato consumismo, trasformandosi in mediatore e trafficante di informazioni riservate per la FCO.
Durante la Strategia del Terrore contro le corporazioni dell’Europa Orientale, Khalim era stato il nostro principale supporto logistico. Quando finalmente i due blocchi avevano compreso che le azioni terroristiche erano un inutile spreco di tecnologia bellica, si era ritirato a vita privata, procurando saltuariamente ingaggi per gruppi mercenari. Anche se eravamo amici, non rientravo nelle categorie generalmente richieste dai suoi committenti. Non mi ero offeso se non ci eravamo più sentiti; in fin dei conti, oltre al lavoro, non condividevamo molti interessi, e i giochi a realtà virtuale gli facevano paura.
Vedermelo là, sul monitor, sudaticcio ed agitato da una vaga preoccupazione, mi riaccese una inaspettata nostalgia per i vecchi tempi e l’irrazionale speranza di un rientro in quello che mi ostinavo a chiamare il “mondo reale”.
Khalim era ingrassato – segno evidente che gli affari andavano bene – ma non aveva per nulla un aspetto rilassato. Si guardava attorno come se si aspettasse qualche improvviso pericolo, chiamando da una cabina pubblica, probabilmente nei pressi della monorotaia che cingeva il cielo di Milano con una ossessiva ragnatela metallica. Inutile negare che la furtività del messaggio mi provocò un’eccitazione infantile, l’esatta sensazione che cercavo di indurre, nella fase introduttiva, nel pubblico che acquistava i miei giochi.
Cosciente o meno, l’effetto di quel suo guardingo controllo della situazione impresso sul videoregistratore di messaggi riuscì a catturare la mia attenzione.
— Marko — cominciò con la tipica intonazione metallica dei riproduttori in cattivo stato di manutenzione, — non ho molto tempo a disposizione. Mi è capitato un incarico per te... il cliente ha richiesto espressamente la tua competenza. Sinceramente ho cercato di dissuaderlo...
— Grazie tante — dissi incurante del fatto che non stavamo conversando.
— Ti avverto subito che si tratta di un “tiro” molto ben pagato ma dovrai spostarti da Milano. Mi rendo conto che la prospettiva possa sembrarti allettante, ma non si tratta di un incarico semplice, come capirai presto... Be’, l’appuntamento è per stasera con il cliente all’Esplanade, direttamente con lui. Ma... vorrei parlarti prima io. Nonostante la percentuale che mi hanno offerto, non credo sia il caso di accettare. Per la verità vorrei non averne neppure sentito parlare e...
Il tempo a disposizione per il messaggio era terminato e le parole di Khalim si persero in uno sfrigolio, subito sostituito dal viso imbellettato di una spogliarellista che pubblicizzava spettacolini a domicilio
Avevo quasi sospettato che l’interruzione fosse stata predisposta ad arte per incuriosirmi.
In ogni caso ero inattivo da troppo tempo per tirarmi indietro. Se Khalim mi avesse proposto di andare a strappare i denti ad un coccodrillo, avrei accettato; soddisfatto di questo pensiero, asserzione di forza morale e cinismo degni del tecnoterrorista che ero stato un tempo, uscii. Da quel che ricordavo, l’ufficio di Khalim era al Secondo Livello dello Sprawl, proprio sulla via dell’Esplanade. Ero di strada.
Sulle scale incontrai Ramona, una bambinetta che, unica tra i suoi coetanei, riusciva a battersi nei giochi arrivando alla vittoria senza farsi mai eliminare. Di tanto in tanto le facevo testare i miei game, ricavandone cocenti frustrazioni e la garanzia (le rare volte che ne ammetteva la validità) che avrebbero avuto un buon successo.
Mi scoccò uno sguardo indagatore al quale risposi con una smorfia da duro:
— Ho o non ho il look da assassino?
Lei alzò le spalle evitando di ridermi in faccia. Era una di quelle occasioni in cui si sentiva in dovere di giocare il ruolo dell’amica comprensiva, e il suo tentativo di non offendermi con una delle solite osservazioni sarcastiche mi irritò ancor più delle consuete prese in giro.
— Se lo dici tu.. — mormorò, alzando le spalle. — Gli art director si fanno ancora impressionare da tutte queste stronzate?
— Ne vanno pazzi. Ma non esco per contrattare un nuovo gioco. È un lavoro serio.
— E allora perché ti conci così?
Logica stringente. Ricordai che dopo tutto stavo andando a incontrare un mediatore di assassini. Non potevo dirglielo, tanto più che quella rivelazione avrebbe suscitato una salva di commenti ancora più acidi.
— Lascia perdere, ci vediamo...
— Ci vediamo — ribatté lei distrattamente. — Quand’è che ti decidi a portare a cena mia sorella? — buttò là come per caso.
Scilla, la sorella di Ramona, era decisamente una brava ragazza. Carina, anche. Non esattamente il tipo tutto curve ed abiti di pelle che si immagina vicino ad un tecnoterrorista, ma Ramona insisteva perché Scilla ed io uscissimo insieme.
— Quando tu smetterai di rompere l’anima a entrambi — le risposi. — Credo che tuo sorella mi detesti ed è solo colpa tua. Non dovresti cercare di mettermi in buona luce con tutti quei commenti positivi sulla stupidità dei giochi che invento.
— Io dico che se tu...
—Alt, Ramona. Ho un lavoro serio da fare, adesso. Rimandiamo la discussione, d’accordo? Sinceramente sono convinto che tua sorella preferisca altri tipi di uomini.
— Anch’io.
— E allora perché mi tiri sempre in queste discussioni?
— Non si sa mai...
Il Secondo Livello dello Sprawl aveva un aspetto molto più inquietante di quanto il quartiere non fosse in realtà.
Un tempo era stato il territorio di una feroce guerra tra gang cittadine, e i segni erano ancora visibili negli squarci prodotti dall’esplosivo nei muri delle case. La polizia corporativa aveva ripulito la zona dalle gang, requisendo tutte le armi, con il risultato di far posto a numerose famiglie arabe immigrate che si accontentavano di creare attorno a sé un ambiente lurido, puzzolente di cuscus e altre schifezze cucinate all’aria aperta, senza i continui duelli dei bei tempi. Qualche ragazzotto si atteggiava comunque a duro, scimmiottando gli abbigliamenti delle gang, ma per la maggior parte i giovani del quartiere erano guerrieri solo davanti al video.
Con vergogna mi accorsi che un grande schermo allestito in piazza consentiva alla folla di giocare con una delle mie creazioni a squadre. Ogni volta che un’astronave andava in pezzi, l’entusiasmo della piazza saliva alle stelle.
Khalim stava al secondo piano di un edificio sporco, abitata da famiglie numerosissime, apparentemente composte da una genia di scalmanati che si sentivano in obbligo di parlare tutti insieme e continuamente. Musica araba in sottofondo e, ovviamente, i consueti sfrigolii delle armi dei giochi di guerra virtuale. Sulla porta non c’era altro che una targa d’ottone di vecchio stile, molto appropriata per un mediatore: diceva semplicemente “Khalim Massoud, consulente”.
Suonai il campanello aspettando che sul piccolo monitor apparisse il viso di Khalim, mentre la mia immagine veniva trasmessa all’interno da un invisibile circuito chiuso.
Niente.
Al terzo tentativo spinsi il battente che, come nei migliori racconti da me progettati, si aprì con uno scricchiolio.
Khalim doveva essersi studiato a fondo le mie ultime produzioni, con particolare riguardo ad una serie di avventure intitolata L’uomo delle ombre in cui agiva una specie di investigatore degli anni Trenta, proiettato in un mondo che mescolava la tecnologia moderna e le suggestioni di Chandler: un successo di vendita che mi aveva consentito una vacanza (virtuale, naturalmente) nelle Isole del Piacere.
L’interno dell’ufficio era dominato da una parete interamente coperta di schermi televisivi. I miei giochi principali erano ovviamente presenti, insieme con i notiziari, gli spettacoli sadomaso per cui Khalim aveva una passione, e gli incontri di lotta simulata che sembravano il divertimento principale dei microcefali che non erano in grado di giocare con le mie creazioni.
L’effetto era allucinante, come all’interno di uno discoteca con i ballerini congelati da luci stroboscopiche nelle loro evoluzioni. Ma lì nessuno ballava.
In contrasto con il frenetico agitarsi delle immagini sulla parete video, l’ufficio era vetrificato in una scenografia disordinata di cassettoni rovesciati, sedie sfondate e cartacce sparse sul pavimento assieme ai nanodischi che abitualmente si usavano come schedari.
Disposto scenograficamente al centro della sala, accosciato su una poltrona, c’era Khalim.
Non era necessario essere un campione di Guerriero della strada e neppure un veterano della Strategia del Terrore (ed io ero entrambe le cose) per rendersi conto che era morto. Sembrava un drogato colto nel momento culminante del suo trip, con le membra a croce e la bocca spalancata in un rantolo, ma il sangue che colava sul vestito rivelava subito un’altra realtà.
Mi avvicinai tastando il liquido scuro che gli imbrattava le vesti. Era proprio morto. Sgozzato prima che potesse spiegarmi perché non voleva che accettassi quell’incarico.
Quel cadavere mi suscitava una serie di considerazioni immediate, dalle quali era stranamente assente ogni dispiacere per la perdita di quello che un tempo avevo considerato un amico.
Il meccanismo in cui mi sentivo invischiato (con una certa soddisfazione, perché no?) non mi lasciava molta scelta. Dovevo andare all’Esplanade per incontrare il misterioso cliente che, avendo «richiesto espressamente» la mia «competenza», mi avrebbe riconosciuto. Che io non potessi fare altrettanto era un particolare scontato.
Un mangiatore di fuoco suscitava applausi ed esclamazioni di entusiasmo nella folla raccolta in un angolo della piazza. Il quartiere dei divertimenti della Milano Vecchia offriva questo ed altro. Il labirinto di stradine intorno all’Accademia dell’Arte raccoglieva per tutta la giornata un esercito di saltimbanchi, chiromanti e fachiri, ma solo la sera il quartiere assumeva la sua luce più pittoresca.
L’Esplanade era il centro di raccolta di tutti i balordi della zona. Un grande locale tutto vetro e acciaio al centro della piazza. Composto da un’arena circolare al cui centro c’era un palco rialzato per spettacoli musicali e live-show, ospitava tre livelli che salivano a spirale. Piccoli tavoli rotondi consentivano un contatto ravvicinato con il partner, a tutto vantaggio degli affari. Le ragazze in servizio, umane o androidi, chiedevano cento platiyen l’ora, più uno percentuale ogni volta che ti sfioravano anche solo con il ginocchio.
L’interno del locale sapeva di alcol a poco prezzo, profumi troppo dolci, e sudore, ed era ammorbato da una coltre quasi palpabile di fumo, tinto di assurde ombrature dai raggi delle luci al laser che sciabolavano dal soffitto.
Liquidai con la mia migliore grinta da duro il piccolo esercito di prostitute sintetiche che, al mio ingresso, s’erano precipitate ad offrirmi le prestazioni più svariate.
Sul palco c’era uno spettacolo di lotta-danza lesbo, eseguito da ballerine vere coi corpi lucidi di sudore e lustrini. Il pubblico seduto al bancone del bar che correva intorno al palco sembrava apprezzare, a giudicare dagli schiamazzi e dalle continue incitazioni.
Ordinai una tequila José Cuervo, che nelle mie creazioni virtuali svolgeva lo stesso ruolo degli spinaci in un celebre e vecchissimo cartone animato. Per la verità non trovavo affatto corroborante il retrogusto amarognolo della José Cuervo, ma mi sentivo obbligato a consumarla in pubblico a causa della generosa sponsorizzazione che la ditta produttrice mi versava ogni mese, in cambio della citazione nei miei giochi.
Un barista tatuato, con la stazza di un lottatore di sumo, me ne servì una dose doppia che mi sforzai di ingollare d’un fiato. Fuoco liquido. Di colpo cominciai a trovare veramente eccitanti le evoluzioni delle ballerine lottatrici sul palco. Provai anche l’irresistibile tentazione di infilare tutta la cartamoneta che avevo in tasca nelle mutandine dell’androide che si contorceva, direttamente sul bancone, in una grottesca imitazione della danza del ventre. Forse la José Cuervo era corretta da sintedroghe appositamente studiate per stimolare la libidine, o forse ero solo da troppo tempo. Un giapponese vicino a me arrivò perfino ad ordinare un piatto di sushi per consumarlo direttamente sul ventre della ballerina.
Il reggae sintetico di un complesso anglo-coreano spaccava i timpani, diffuso da invisibili ma potentissime casse disposte strategicamente agli angoli della sala.
Mi lacrimavano gli occhi, per la José Cuervo e per il fumo che aleggiava sul bancone del bar. Fatto sta che continuavo a considerare la dipartita di Khalim semplicemente come un tassello del mosaico che andava formandosi intorno a me, coinvolgendomi sempre più nella missione.
Improvvisamente mi sembrò che l’odore del profumo mescolato al sudore sintetico della danzatrice del ventre si affievolisse, per lasciar posto ad una fragranza più sottile che giudicai fuori luogo, troppo raffinata per l’ambiente.
Mi volsi per cercare la fonte di quella nuova sensazione, escludendo subito la possibilità che venisse dalla nana keniota intenta a giocare con una versione tascabile del mio Battaglia finale.
— Mi fai accendere? — modulò una voce alla mia sinistra. Accanto al giapponese si era materializzata una donna dalle caratteristiche somatiche indefinibili, ma decisamente intriganti. Indossava un abito nero aderente e molto semplice, con un unico spacco che le attraversava il busto scendendo dalla spalla destra al fianco sinistro, e che lasciava intuire un seno generoso senza traccia di interventi chirurgici.
Il viso perfettamente ovale, con gli zigomi un po’ troppo alti, era ingentilito da grandi occhi a mandorla su un naso così piccolo da sembrare inesistente rispetto alle labbra, piene e ben disegnate. Le lunghe ciglia finte – queste sì – di un’impossibile colorazione violacea, ammiccarono un paio di volte mentre la donna protendeva verso di me la lunga sigaretta in attesa della fiamma.
Riuscii a mostrarmi adeguatamente disinvolto al comparire di quel concentrato di promesse di lussuria, ma la donna mi colse ugualmente di sorpresa soffiandomi negli occhi la prima boccata di fumo. Non era un’androide e neppure una prostituta. Il mio contatto, sicuramente: il committente del “tiro” che era già costato la pelle a Khalim.
— Io sono Varta — si presentò quando ebbe giudicato che il mio cervello avesse compreso chiaramente il messaggio, fin troppo esplicito, trasmesso dalla sua teatrale entrata in scena. — Tu sei Marko.
— In persona. Vogliamo proseguire la conversazione in un angolo più discreto o dobbiamo continuare a sorbirci lo spettacolo del nippon che si abbuffa?
Lei riservò un’occhiata di esplicito disgusto alla danzatrice che sì agitava sul bancone, poi tornò ad ammiccare divertita.
— Non ti piacciono le donne?
— Solo quelle in carne ed ossa — risposi, complimentandomi con me stesso per la risposta mentre requisivo la bottiglia di José Cuervo e una lattina di Coca-Cola. — Ci pensi tu ai bicchieri?
Lei tirò un’ultima boccata e chiese due bicchieri al tatuato. Fece strada verso uno dei tavoli sculettando appena, con un incedere che provocò le occhiate vogliose degli altri clienti e lampi d’invidia dalle prostitute del locale.
L’esatta preparazione della Tequila Boom Boom era una delle mosse di apertura più ingiustamente trascurate dai giocatori di Incontri ravvicinati interessati solo a massacrare legioni di alieni, piuttosto che a far colpo sulla loro guida di Venustown.
Eseguii l’operazione con mirabile padronanza tecnica dei gesti. Varta mostrò di apprezzare il piccola tsunami di bollicine nel bicchiere, osservandomi in silenzio dall’altro capo del tavolino. Raccolse il drink sfiorandomi appena con la punta delle dita.
Sembrava possedere la capacità di annullare il resto del mondo intorno a sé. Magica.
Si umettò le labbra lasciando che la punta della lingua accennasse una silenziosa promessa, prima di entrare in argomento.
— Ho attraversato mezzo mondo per incontrarti — annunciò con commovente serietà. — Morivo dalla voglia di conoscerti di persona.
— Khalim invece c’è rimasto secco, pensa che sfortuna. E mi conosceva da dieci anni.
Un lampo di timore rabbuiò per una frazione di secondo i suoi occhi. — È morto?
— Stecchito. Con la gola tagliata da parte a parte, poco dopo avermi trasmesso un messaggio in cui mi sconsigliava di accettare questo incarico.
Si morse appena il labbro inferiore lanciando uno sguardo al bailamme del locale.
— Allora lo hanno scoperto... sono già qui.
Le afferrai il polso, costringendola a guardarmi diritto nelle pupille.
— Vediamo di chiarire alcuni punti fondamentali. Primo: che cosa vuoi da me? Non te l’hanno detto che mi sono... ritirato?
Meglio sorvolare sulle circostanze del mio pensionamento. Dopotutto lo volevo, quell’incarico. Eccome se lo volevo.
— Tu sei il migliore. L’unico che può eseguire questo “tiro”.
Deglutii una sorsata di José Cuervo, con un cenno di assenso.
— Mi sono informata sui tuoi precedenti. Sei un tecnoterrorista di classe A.
— Ti sei informata bene — convenni, e continuai: — Secondo: chi sono queste persone che “sanno” e che, con tutta probabilità, hanno fatto la pelle a Khalim?
Ruotò gli occhi imbarazzata: di nuovo quello sguardo atterrito, scrutando la sala come per cercare segnali di pericolo.
Poi si avvicinò ancora di più al mio viso, investendomi con una nuvola di profumo. Abbassò timidamente le ciglia finte, preannunciando quella che sembrava una confessione.
— Uomini di mio marito. È il bersaglio del “tiro”.
Emisi un fischio, e tracannai un’altra sorsata di Cuervo soprattutto per prendere tempo. Situazione classica.
— Lui è un mostro. Non lo sapevo quando l’ho sposato. Ero una ragazzina...
— Da piccoli tutti commettiamo degli errori. Ma risolverli con l’omicidio mi sembra esagerato.
— Oh, ma non puoi nemmeno immaginare quanto sia malvagio. E potente, anzi, è il Potere stesso che lo alimenta come una droga.
Abbassò gli occhi pudicamente. — Non sai le cose che mi costringe a fare per umiliarmi. Non lo sopporto più.
— Esistono rimedi meno cruenti. Potresti lasciarlo, per esempio...
— Credi che sia stato facile organizzare questo incontro? Ho dovuto inventare una scusa assurda, eppure... — Mi prese la mano tra le sue, con ottima scelta di tempo: — Temo che abbia capito tutto... se mi scopre mi ucciderà.
Questo presupponeva che tutte le persone coinvolte subissero la stessa sorte. Khalim era già entrato nella lista.
— Chi è? Un dirigente corporativo?
— No, lui è la Corporazione. Almeno nel nostro paese.
— Che sarebbe?
— Olanganoon. Sai dov’è?
Naturale che lo sapevo. Una piccola repubblica del Sudest asiatico, che una potente corporazione aveva acquistato in blocco dopo avervi scoperto immensi giacimenti di afnio, un minerale rarissimo e indispensabile per la propulsione dei veicoli orbitanti. Incidentalmente Olanganoon era anche uno dei miei principali datori di lavoro, poiché per favorire la produttività il Dipartimento Ricreazione ordinava sempre enormi quantitativi dei miei giochi o realtà virtuale.
Dalle parole di Varta avevo già cominciato a sospettare la verità, ma volevo che fosse lei a darmi le cattive notizie.
— Allora lui è....
— Sì, mio marito è Alkun Kratìon, il general manager della Olanganoon Enterprise.
L’offerta era generosa, senza contare che l’affascinante Varia si era affrettata ad assicurarmi di essere disposta a concedermi “qualsiasi cosa” purché la liberassi del marito.
Ovviamente assassinare Alkun Kratìon equivaleva ad uccidere un capo di stato, ed era un lavoro che solo un esperto tecnoterrorista poteva portare a termine con speranze di successo; quando lo feci notare a Varta lei si limitò a sfiorarmi la gamba sotto il tavolo con il ginocchio, riservandomi una delle sue “occhiate speciali”.
Mi sentivo tentato e inorgoglito dalla proposta, ma ancora non riuscivo a comprendere perché avesse scelto proprio me fra tanti professionisti in servizio attivo.
— Sei l’unico con la preparazione necessaria. Capirai quando arriverai ad Olanganoon.
— Non sarà facile far passare il software da combattimento attraverso i controlli doganali — obiettai.
— Non ne avrai bisogno — sussurrò lei. — Io posso farti entrare a Shangry-La da un passaggio segreto.
Shangry-La era il palazzo della corporazione ad Olanganoon, una fortezza che fungeva anche da Centrale degli Scambi. Kratìon (ma, dove l’aveva pescato un nome così?) vi conduceva un’esistenza da recluso, come Howard Hugues. Nessuno lo vedeva da anni, e qualcuno aveva anche avanzato la suggestiva ipotesi che fosse morto e che il suo impero finanziario fosse retto da un governo ombra; ma i fatti sembravano smentire tale sospetta, e Varta ne era la dimostrazione vivente.
Khalim era invece un’altra dimostrazione, di tipo completamente diverso, della volontà di Kratìon di rimanere in vita.
— Non sospetta di te?
— Forse. Ma non credo che abbia prove dirette.
— E allora Khalim, come lo spieghi?
— Non credo che sia stato già informato del complotto. Il tuo intermediario deve essere stato eliminato dalla Tenaglia, il suo servizio di sicurezza. Loro sono veramente pericolosi. Passano il tempo ad eliminare i nemici della corporazione.
Un’altra sorsata di Cuervo. Era venuta il momento di trarre le mie conclusioni e decidere se dovevo accettare quell’opportunità che la vita – o il caso – mi offriva per rientrare nel “giro”.
— Quindi questi uomini, la Tenaglia, potrebbero volerti uccidere?
Lei sospirò prima di rispondere: — Sì, è per questo che è così importante che tu esegua il “tiro” in poco tempo. Io sono diventata un pericolo per loro. Marko, si tratta di vita o di morte, per me.
Fu esattamente in quel momento, con una scelta di tempo degna del miglior gamemaster virtuale, che scoppiò l’inferno. Colsi un movimento stonato tra le ballerine di lesbo-danza. Qualcuno era balzato sul palco scavalcando il bancone del bar: tre uomini orientali, con abiti di taglia troppo larga e di colorazioni impossibili, occhiali scuri, capelli scolpiti dal gel, e un arsenale di armi a plasma che sembrava uscito dall’ultimo catalogo militare delle forze speciali. Il perfetto stereotipo degli assassini orientali che si potevano assoldare per una manciata di platiyen nei sobborghi di città come Olanganoon.
In pratica, avevano come scritto in fronte “Tenaglia”, il servizio eliminazioni di Alkun Kratìon.
Quello che sembrava il capo urlò qualcosa in un dialetto incomprensibile, puntando il braccio verso di noi. Un attimo dopo i suoi compagni aprivano il fuoco sul nostro tavolo.
Il chip da combattimento che m’era stato impiantato durante l’addestramento aveva una funzione precisa: pompare adrenalina, o comunque un suo equivalente chimico, nelle vene, aumentando così le capacità di reazione anche di diecimila volte.
Dopo l’incidente, si erano scordati di levarmi il chip. Forse non avevo più la mira molto sicura e la mano ferma sulla pistola, ma i miei tempi di reazione erano ancora eccellenti. Soprattutto perché un umanissimo istinto di conservazione mi spinse a gettarmi a terra, trascinando Varta con me.
Una prima infilata di proiettili polverizzò ciò che restava della bottiglia di Cuervo, facendone sprizzare il contenuto sopra le nostre teste.
La sensazione del corpo caldo di Varta sotto di me si fuse con la familiare eccitazione prodotta dalle dita che si chiudevano sull’impugnatura della pistola. Estrassi l’arma mettendo un colpo in canna. La pistola rispose con un incoraggiante clangore di parti metalliche che cozzavano le une contro le altre.
La musica non si era interrotta, ma le urla dei clienti e delle ragazze sembrò sovrastarla per intensità.
La finta ballerina del ventre rimase scioccamente a fronteggiare gli assassini. Non aveva programmi al riguardo e non sapeva come reagire. Fu falciata da una scarica che l’aprì letteralmente in due, provocando uno schizzo di liquido verdastro di connessione.
I tre assassini sparavano dall’alto verso il basso, avvantaggiati dalla posizione sul palco.
Sferrai un calcio al tavolino che rotolò, offrendo un precario riparo. Sentivo Varta ansimare sotto di me. In quel momento, avrebbero dovuto disintegrarmi per arrivare a toccarla. Una eventualità che tuttavia stava per verificarsi, naturalmente, se non mi decidevo ad intervenire.
L’incidente mi aveva privato quasi completamente della capacità di mettere a fuoco con efficacia un bersaglio, ma l’esperienza mi aveva insegnato che, a distanza ravvicinata, ciò che conta è esplodere il maggior numero possibile di colpi.
Premetti il grilletto in rapida successione almeno un decina di volte, galvanizzato dal tuono prolungato della pistola vecchio stile. Al confronto, le armi ad impulsi degli assassini sembravano giocattoli.
Almeno un paio dei miei colpi arrivò a segno prima che terminassi il caricatore. Uno delle “tenaglie” fu sbalzato indietro. Finì a gambe levate tra le ballerine che fuggirono via, lorde del suo sangue. Bel tiro!
Il più vicino dei suoi compagni, un orientale con lunghi capelli tinti di giallo ed un tatuaggio a stella sulla guancia, balzò dal palco con un salto atletico. Atterrò sul pavimento flettendo le ginocchia per assorbire l’impatto con il suolo, e puntò la canna dell’arma al plasma sprigionando un raggio luminescente.
Un geyser di plasticreta schizzò sul pavimento a pochi centimetri da noi, diffondendo nell’aria un odore di fumo e materiale sintetico bruciato. Puntellato dietro il tavolo, ricaricai la pistola e tesi il braccio armato. Non riuscivo ad inquadrare il bersaglio, così scelsi la quantità a scapito della qualità. La Brigadier sussultò espellendo caldi bossoli dallo sfiatatoio. Il killer tatuato ruotò su se stesso prima di cadere. Un nastro rosso di sangue si allungò nel vuoto come una coda d’aquilone.
— Attento! — cercò di avvertirmi Varta. Abbassai la testa. Una sventagliata di mitra divorò la guarnizione del tavolo che serviva da trincea.
L’ultimo “tenaglia” rimase per un attimo come interdetto, mentre il percussore della sua arma batteva a vuoto. Nel rendersi conto che il caricatore era esaurito lanciò un urlo di rabbia. Eravamo vicinissimi. Non provò neppure a ricaricare.
Gettato via il mitra al plasma, l’orientale piroettò su se stesso con uno sventolio di vestiti troppo larghi. Le code del suo impossibile cappotto rosa e giallo disegnarono una sorta di arcobaleno nel vuoto, mentre cercava di colpirmi a calci. Quegli esaltati delle bande erano fanatici delle arti marziali. Evitai un paio di colpi, ma sapevo che la forzata mancanza di addestramento mi avrebbe impedito di prevalere in un duello basato sull’abilità.
Una delle mie caratteristiche fondamentali era la cattiveria, me l’avevano sempre detto. E per quella non c’era bisogno di addestramento.
Se c’è un vantaggio ad avere una protesi meccanica al pasto della mano, è che le dita artificiali... fanno male.
Serrai la presa intorno alla carotide del sicario, che agitò le braccia inutilmente nel vuoto, poi strabuzzò gli occhi. Chiusi la morsa con un grugnito di soddisfazione, lasciandolo rovinare a terra senza rimpianti.
Solo allora mi volsi per accertarmi della presenza di Varta.
La ragazza si stava alzando faticosamente dal nostro riparo ormai ridotto a un colabrodo. Intorno a noi regnava il caos più completo. Una delle androidi aveva perduto la parrucca e se ne stava là a capo scoperto, programmata a danzare con mossettine lascive, senza rendersi conto di quanto era successo. E come avrebbe potuto?
— Usciamo da qui — dissi trascinando Varta fuori dall’Esplanade. Tra poco sarebbero arrivate le Ripulitrici, un genere di persone che non amava affatto che la gente si esibisse in spettacoli western come quello appena terminato. Rimisi la pistola nella fondina con una certa soddisfazione. Era parecchio che non mi trovavo coinvolto in uno scontro e quello, di fatto, poteva essere considerato il mio battesimo del fuoco per il rientro nel grande giro.
Marko tre, Tenaglia zero. Game over, per il momento.
C’era un fiume che scorreva nelle viscere della città. Un tempo lo avevano chiamato Naviglio, ma ormai nessuna lo chiamava più in alcun modo. Per me poteva anche essere l’Acheronte o il Gange, non aveva importanza. Faceva schifo in ogni caso, con quelle chiatte che lo percorrevano scaricandovi litri di rifiuti tossici.
— Allora, hai deciso? — domandò Varta, che riusciva a mantenersi attraente anche in quello scenario fuligginoso e puzzolente.
— Non mi sembra di avere molta scelta. Ormai sanno chi sono.
Lei scosse il capo con un’aria sinceramente dispiaciuta, sbatté le sue incredibili ciglia finte, poi tornò a puntare su di me quello sguardo carico di promesse e implorazioni. Per resistere avrei dovuto possedere un bonus di energia di almeno 500 punti, ma dopo la sparatoria le mie capacità di resistenza erano pressoché ridotte a zero.
— Ti prego, la Tenaglia mi ha messa nella lista nera, ormai. Non ci metteranno molto tempo a convincere Kratìon a disfarsi di me.
— Cosa potrebbe farti?
— Non lo so... schiava in un bordello della United Bamboo o deportata ad Underwater Katmandu. Dio, non potrei vivere un giorno a trecento metri sotto la superficie del mare.
Annuii comprensivo. Underwater Katmandu era l’ultima trovata urbanistica del pianeta. Visto che avevamo rovinato a sufficienza la superficie, avevamo deciso di distruggere anche il fondo marino. I depliant parlavano di un nuovo e meraviglioso mondo subacqueo; ma c’era chi diventava pazzo a guardare il mare dall’interno di una cupola che, a dispetto di ogni rassicurazione, sembrava sempre sul punto di cedere alla pressione.
Peraltro, la prospettiva di finire in un bordello della United Bamboo, la più potente organizzazione criminale del Sudest asiatico, era ancora più inaccettabile.
Sul fiume passò una chiatta-faro che gettò una luce azzurrata sulla parte sinistra del mio viso.
— Okay, Varta, eseguirò il “tiro”.
Lei sembrò liberata di un fardello pesantissimo. Con gli occhi lucidi di lacrime misi gettò al collo, coprendo le mie labbra con le sue. Fu un bacio languida, lunghissimo, dolce di un’essenza che sembrava anacronistica in quel settore della città.
— Sarà un problema portare l’attrezzatura ad Olanganoon — le ricordai quando la ventosa delle sue labbra mi lasciò il tempo di respirare.
— Te l’ho già detto, non sarà necessario. Tutto quello che devi fare sarà presentarti al Pavone di Giada, un locale della città vecchia, e chiedere di fare un massaggio. Al resto penserò io. Ora devo scappare. I tre killer sono morti, forse riesco a salvare la mia copertura.
Feci per trattenerla, ma Varta era già scivolata nelle tenebre.
Rimasi con il sapore delle sue labbra sulle mie, a domandarmi ancora perché avesse scelto proprio me, fra tutti i mercenari del mondo.
C’era un’operazione fondamentale che dovevo compiere prima di partire per Olanganoon: raccogliere informazioni. Un professionista sceglie sempre il terreno di combattimento, o almeno cerca di informarsi su tutto ciò che potrà trovare sulla propria strada, per essere preparato ad affrontare il nemico con il minimo rischio di brutte sorprese.
Per le informazioni, ognuno di noi tecnoterroristi (mi ero reinserito di diritto nella categoria) aveva una tessero magnetica con un codice speciale, per l’accesso alta Banca Dati Riservati che un normale cittadino non avrebbe mai potuto consultare. Io quella tessera l’aveva conservata, e sapevo che le prime quattro barre erano ancora valide. Mi serviva solo aggiornare le ultime tre.
Non fu un problema laborioso, fu soltanto “costoso”.
L’hacker che conoscevo al Politecnico era in grado di fornirmi i codici di qualsiasi agente operativo in meno di un’ora. Forse sarei riuscito ugualmente a procurarmi da me la chiave per entrare nella Banca Dati Riservati, ma avrei avuto bisogno di tempo, e il tempo era esattamente ciò che mi mancava.
Il mio amico hacker era sempre strafatto delle peggiori schifezze reperibili sul mercato. Era un tipo magro che si era fatto allungare chirurgicamente gli orecchi per acquisire carisma. Le sue sopracciglia foltissime, che invece erano naturali, si arricciarono in una foresta di peli duri come setole mentre fingeva di essere occupato in una complicatissima operazione alla tastiera. In realtà sapevo che era la macchina, in cui aveva inserito la mia tessera, a fare tutto il lavoro. La tastiera era là solo per scena, ma gli lasciai fare il suo spettacolino, era compreso nel prezzo.
Dopo mezz’ora me ne andai con duemila platiyen in meno e un bel codice attivo in più.
Non ero sicuro se Sormani fosse il nome di un eroe della jihad, di una spia infiltrata a New Baghdad, o di un professore di un’antica università, ma l’edificio in stile preconvulsivo che ospitava la biblioteca della città emanava un’aura di cultura da mettere i brividi. Fortunatamente, la maggior parte dei ragazzi che vi si accampavano fin dal mattino veniva solo per giocare con i simulatori di RV. Un pannello all’entrata informava sulla classifica dei giochi più richiesti. Rassicurato dal vedermi citato nei primi posti della classifica almeno due volte, chiesi ad un androide di servizio il permesso di consultare gli archivi. Il botolo metallico, vagamente simile ad un aspirapolvere, mi scortò con uno sfrigolio di cingoli accompagnandomi in un’ala riservata, quasi deserta, dell’edificio. Dall’esterno filtrava un raggio di luce radente color arancio. In certe ore del giorno i raggi ultravioletti, filtrati da un’ormai sottilissima patina di ozono, tendevano a dipingere la città di riflessi inquietanti.
Inserii la tessera restando per qualche attimo trepidante davanti allo schermo. Non riuscivo ad impedirmi di mantenere il corpo staccato dalla poltroncina: sapevo che gli archivi dei Dati Riservati erano dotati di uno speciale scanner di difesa, programmato per trasmettere al terminale una scossa da 2000 volt in caso di tentativo d’ingresso non autorizzato.
Aspettai che il computer completasse la sequenza di ingresso, poi mi rilassai. Sul monitor era apparso il viso sorridente dell’operatrice addetta al servizio.
— Quale informazione desidera, signore? — domandò con voce metallica ma cortese.
Non potevo rispondere direttamente, perché gli archivi avevano questa sgradevole caratteristica: gli operatori parlavano attraverso il monitor, ma il cliente doveva digitare le risposte. Battei la parola Olanganoon e vidi comparire sullo schermo uno serie di simboli geometrici: il lago delle Banca Dati Riservati. Un attimo dopo apparvero foto e dati riguardanti la mia richiesta.
Olanganoon era, formalmente, una repubblica ad amministrazione controllata; ciò significava che il Governo mantenevo una parvenza di autonomia, ma l’amministrazione era saldamente in mano alle corporazioni.
Come aveva detto Varta, Alkun Kratìon era la Corporazione stessa.
Era arrivato in Asia quando Olanganoon era solo un villaggio di pescatori sulla costa occidentale di Java. I dati storici descrivevano quel luogo come l’ultima frontiera frequentata da mercenari, spie delle corporazioni e bande di tagliagole che si procuravano da vivere con la pirateria ai danni dei veicoli di rifornimento per Underwater Katmandu. Alkun Kratìon si era presentato con un “prospettore” (una nota inserita in un box mi informò che si trattava di una vecchia professione consistente nel ricercare minerali rari con l’aiuto di antiquati macchinari) ed una piccola squadra di collaboratori. Se ne era andato in giro a frugare per le montagne circostanti per un paio di mesi, poi il suo gruppo aveva annunciato di aver trovato tracce di filoni di afnio nel sottosuolo. Dopodiché era avvenuto un fatto strano: tutti i suoi soci in affari erano morti, o per le radiazioni o a causa di attentati del fronte di liberazione locale, una torma di disperati che avevano liberato Alkun da potenziali pretendenti alla favolosa ricchezza che aveva scoperto.
Dopo aver affrontato in duello a mani nude il capo dello polizia locale, Alkun ne era diventato il nuovo capo. Quindi avevo acquistato l’intera città e i suoi dintorni, trovando insospettati finanziamenti. I dati erano vaghi al riguardo, ma suggerivano che Alkun potesse essere socio di una Triade segreta di Singapore. Di fatto lo sua Alkun Enterprise aveva pian piano fagocitato tutte le altre corporazioni, costruendo un impero diffuso in tutto il mondo per lo sfruttamento dell’afnio. Nello stesso anno era andata distrutta lo principale miniera di tale elemento in Bielorussia (uno staterello di Neo Soviet, a quanto ricordavo), lasciando Olanganoon completa padrona del monopolio di propellente per veicoli orbitanti.
Alkun aveva già una moglie, la figlia di un sultano (esistevano ancora i sultani?), ma se ne era, presto stancato. Purtroppo la legge locale non ammetteva il divorzio, ma ancora una volta il caso gli era venuto in aiuto: la moglie era stata travolta da una frana, durante un uragano che imprudentemente aveva creduto di poter affrontare fuori dal rifugio dove il marito l’aveva pregata di raggiungerla.
Alkun aveva poi sposato una cantante di Hong Kong, Varta appunto, che il video mostrava in una serie di olofilm musicali di vecchia data. Persi parecchio tempo a guardare quei video, anche se sapevo che non mi sarebbero stati di alcuna utilità; ma quella diversione mi lasciò completamente soddisfatto e servì anzi a stimolare il mio interesse per la missione. Varta vi appariva più bella che mai. Non aveva una gran voce, ma il suo numero con il serpente mi sembrò degno di entrare nella raccolta dei migliori olofilm del genere. Purtroppo Alkun era del parere che la moglie di un dirigente corporativo dovesse rinunciare ad una carriera pubblica; perciò dopo le nozze Varta era sparita dalle scene. C’erano state anche delle dicerie circa presunte infedeltà dell’ex cantante (ma come poteva essere infedele una donna così?) e una sua relazione con un attore degli olofilm. Il ragazzo, un indiano dall’aspetto piuttosto effeminato, era finito dentro un vulcano durante un’escursione.
Avevo a disposizione tutti i dati necessari per potermi muovere con cognizione di causa.
Studiai le piante della città ricavandone l’impressione che il palazzo di Alkun fosse realmente una fortezza inespugnabile. Era un’immensa piramide che Alkun dominava dai suoi appartamenti.
C’era anche un’altra informazione che ritenni di importanza fondamentale: si diceva che le straordinarie capacità manageriali di Alkun avessero un diretto collegamento con l’intelligenza artificiale, mediante una macchina rarissima con cui era collegato direttamente.
Dimenticavo: i dati anagrafici riportavano l’età esatta di Alkun, 302 anni. Sulle prime avevo pensato che fosse un errore, ma la macchina aveva ripetuto il dato. Questo spiegava perché Alkun non si faceva vedere in pubblico già da parecchi anni, e anche il desiderio (legittimo, pensai) di sua moglie di vivere più liberamente. Magari accanto a un soldato intrepido e prestante.
L’aria dei tropici era umida e pesante. Il sole faceva capolino tra le formazioni di nuvole scure che s’inseguivano come draghi nel cielo color fiamma.
Olanganoon mostravo un singolare miscuglio di stili architettonici, vecchie case indonesiane tra edifici di vetroacciaio che si affacciavano su un fiume percorso da un traffico continuo di chiatte, motoscafi dalla linea aggressiva e giunche con le vele ad ala di pipistrello. Per le strade circolavano i miliziani della corporazione in tuta mimetica, evitati dagli operai che uscivano dagli impianti minerari per dirigersi alle case da gioco, ai bordelli e, naturalmente, alle sale di divertimento a Realtà Virtuale dove, ne ero certo, avrei potuto giocare una partita di ognuno degli scenari da me progettati.
Appena arrivato ad Olanganoon, però, non avevo alcuna voglia di intrattenermi nella vanagloriosa contemplazione delle mie opere. L’atmosfera era tesa e carica di impalpabili segnali di pericolo.
Volevo eseguire il “tiro” e andarmene il più presto possibile.
Per la verità avevo qualche progetto per il “dopo missione” che comprendeva anche Varta, ma ritenni poco professionale cedere a quelle illusioni prima di essermi sbarazzato del mio bersaglio principale.
Trovai con facilità il Pavone di Giada. Era un localaccio annunciato da un’enorme insegna fosforescente. Niente a che fare con l’Esplanade, e la José Cuervo era di pessima qualità. Si poteva bere con un certo gusto solo un’insipida birra locale, che gli operai consumavano a litri per accompagnare il piatto nazionale: gamberi conditi in salsa piccante. Ne assaggiai una porzione, giusto per fare il disinvolto, e rimasi quasi soffocato dalle spezie. Poi chiamai una delle cameriere in cheongsam e dissi che ero venuto per farmi fare un massaggio.
La ragazza era ovviamente un’androide, con uno straordinario seno gonfiato ad aria e un meccanismo facciale che la costringeva ad ammiccare, atteggiando le labbra siliconate in una smorfia che ad altri, più ingenui di me, sarebbe sembrata provocante. lo mi contentavo di rievocare il ricordo degli olodischi di Varta. Strano, che certe cose fossero tracciate cosi indelebilmente nello mia memoria ed altre ne sfuggissero con tanta rapidità.
La ragazza androide mi accompagnò ad una saletta coi muri rivestiti di pannelli intagliati. Un lume di carta di riso diffondeva uno luce calda, accattivante. In sordina, una canzone languida in pidgin, la lingua franca usata in quella parte del mondo, parlava di sogni e di una ragazza che prometteva senza concedersi.
La cameriera mi invitò a distendermi sul lettino imbottito dopo essermi tolti i vestiti. Fece qualche commento entusiasta per le mie cicatrici, e mi cosparse di unguento.
Le note della canzone inducevano al sonno. Per buona misura tenni la mia fedele Brigadier nascosta sotto il telo di spugna. Cominciai a trovare piacevole il massaggio solo dopo un poco, quando i miei muscoli si abituarono al tocco ruvido delle mani artificiali dell’androide.
Per la verità ebbi l’impressione che le sue dita fossero diventate più soffici, quasi umane.
Quel idea mi costrinse a volgere il capo, e subito mi arrivò alle narici un profumo conosciuto.
— Credevo che non venissi più — mormorò Varta a fior di labbra.
Non mi ero neppure accorto che avesse preso il posto della massaggiatrice. Prima che potessi rispondere tornò ad unire le sue labbra alle mie, sciogliendo ogni mia residua riserva ad accettare l’incarico.
Mi misi a sedere sul lettino concedendomi un attimo di soddisfatta contemplazione del corpo di Varta, ora privo di ogni indumento. Lei sorrise mesta e si adagiò nel mio abbraccio posando il capo sulla mia spalla.
— Non potevo lasciarti qui — mormorai, — ma sono sempre convinto che per entrare a Shangry-La sia necessario un esercito.
— No — mi rispose sussurrando, — io posso farti entrare dall’ascensore segreto di Alkun. Questa notte. Dobbiamo fare in fretta...
— Sospetta qualcosa?
— Non lo so — disse lei disperata. — La Tenaglia gli ha riferito della sparatoria di Milano, ma per fortuna non hanno identificato né te né me. Sanno solo di un complotto per ucciderlo. Il tuo amico Khalim non ha ceduto alla tortura.
Ancora una volta mi scoprii a non provare alcun dolore per la morte del mio amico. Solo ammirazione di tipo professionale. Khalim ero stato un buon mediatore, non aveva rivelato il nome del suo uomo neanche di fronte alla morte.
— Allora sono pronto. Ma prima... — e con la mano sana le sfiorai la curva del delizioso fondoschiena, strappandole un piccolo fremito di piacere.
Fu in quel momento che dalla finestrella della stanza provenne un fascio di luce blu. L’effetto su Varta fu simile a quello di una scossa elettrica. Si staccò da me raccogliendo in fretta i suoi vestiti. Si addossò alla finestra con un gemito sbirciando sulla strada.
— Oh, mio Dio... sono qui! Gli uomini della Tenaglia. Mi hanno seguito.
Avevo già infilato i pantaloni ed impugnato la pistola, ed ero pronto all’azione. Dovevo aspettarmi una cosa del genere. Succedeva anche nei miei giochi più semplici. I cattivi riuscivano sempre ad essere un passo avanti al giocatore.
Mi accostai alla finestra con l’arma in pugno e un atteggiamento protettivo versa la mia compagna.
Intanto, giù in strada, era arrivato un veicolo della polizia corporativa Con i miliziani pronti per l’irruzione c’erano una decina di brutti ceffi con capigliature e abiti di foggia bizzarra. Nella penombra della strada erano visibilissimi i fucili al plasma. Non c’erano dubbi. La Tenaglia era arrivata!
Le vie di fuga non erano molte. Pistola in pugno, sospinsi Varta nello stretto corridoio su cui si affacciavano le stanze dei massaggi. Già dal piano inferiore arrivava una confusa cacofonia provocata dall’irruzione della polizia corporativa. Urla ed ordini accompagnati dai rumori sordi di un pestaggio rivelavano che non c’era da farsi molte illusioni sulla possibilità che gli uomini della Tenaglia volessero comportarsi secondo le regole del vivere civile. Scendere al piano terra era escluso, ed il corridoio non sembrava avere alcun altra uscita.
— Il tetto! — esclamò Varta tirandomi per un braccio e indicando una finestrella in fondo al corridoio.
Ci avvicinammo in pochi balzi. I cardini erano marci per l’umidità e coperti da un sottile strato di muffa oleosa. La finestra si aprì con un rumore di carta bagnata scivolando dai cardini. Precipitò sul terreno infrangendosi in uno pioggia di coriandoli taglienti. Infilata la pistola nella cintura, mi accertai che la scala antincendio all’esterno dell’edificio fosse almeno un po’ più solida. Non prometteva granché, ma non c’era scelta. Sospinsi Varta all’esterno controllando ansiosamente la tromba delle scale. Di sotto persistevano gli schiamazzi delle ragazze le quali, probabilmente istruite dalla stessa Varta, avevano opposto una barriera umana che per quanto fragile ci avrebbe consentito qualche attimo di vantaggio. Ma non potevano reggere ancora per molto.
Fuori l’aria era calda, appiccicosa, si attaccava ai polmoni rendendo difficile la respirazione o incerti i movimenti. Varta era già sul tetto a pagoda coperto di tegole scivolose.
Aggrappato con lo mano artificiale ai pioli della scala, feci del mio meglio per raggiungerla senza cadere. Un piede dopo l’altro, con lo sguardo rivolto al cielo nel tentativo di ignorare l’attrazione verso il terreno, raggiunsi il limitare del tetto. La luce lunare confermava quello che già temevo. La superficie delle tegole era lucida e scivolosa a causa della condensa.
— Presto — ansimò Varta, come a sottolineare il rumore concitato di passi proveniente alle nostre spalle. Già uno degli uomini della Tenaglia si stava arrampicando sulla scala.
In precario equilibrio tra due tegole, non trovai di meglio da fare che estrarre la pistola e puntargliela addosso. Il sicario rispose alla mia implicita minaccia digrignando i denti. Dal fodero che portava a tracolla dietro la schiena estrasse una sciabola ricurva che produsse un bagliore nient’affatto incoraggiante.
Feci fuoco, e lo centrai in pieno petto. L’uomo annaspò nel vuoto allargando le braccia come ali di pipistrello, prima di finire tra i rifiuti tre piani di sotto. Ma già i suoi compagni emergevano dalle ombre.
Una cosa bisognava riconoscerlo ai poliziotti locali: avevano un ottimo addestramento, oltre che ottime scarpe dotate di suole aderenti con cui potevano muoversi agevolmente sul tetto scivoloso, molto meglio di quanto potessimo fare Varta ed io.
— Fai qualcosa! — mi gridò lei con voce isterica rendendosi conto, forse per la prima volta, che la mia tanto decantata esperienza bellica era stata in qualche modo sopravvalutata.
Le Tenaglie e i miliziani ci circondavano come ragni neri pronti ad avventarsi su di noi, poveri insetti colti nella rete.
Seguendo un’ispirazione assunsi una posizione bellicosa, agitando le mani con una serie di urlacci. Non so perché lo feci, non era il genere di strategia suggerito dai manuali di sopravvivenza, ma nei miei giochi producevo sempre un momentaneo arretramento del nemico.
Non fu una decisione saggia, perché il mio appiglio sulle tegole, già molto precario, venne definitivamente compromesso. Scivolai in avanti come su un toboga. Varta emise un urlo e si protese in avanti per trattenermi, con il solo risultato di capitombolone a sua volta giù dalle tegole.
Il lancio in caduta libera dal tetto era molto meno glorioso di un salto con il paracadute, ma non meno pericoloso. Inutilmente cercai di raggomitolarmi per assorbire l’impatto; ma terminai la caduta sopra un’indefinibile superficie morbida, l’odore nauseabondo che mi circondava mi rivelò subito di cosa si trattava: rifiuti, ammassati da settimane contro il bordo dello casa. Una piacevolezza che i redattori dei depliant turistici di Olanganoon avevano dimenticato di citare.
Un secondo dopo Varta planò accanto a me a gambe all’aria, sollevando una nuvola di sporcizia. Imprecò in pidgin rivolgendo alla milizia tutto il repertorio di insulti sessuali che conosceva, poi si rizzò a sedere col viso striato di fuliggine.
— Via di qua! — le gridai, ma non avevo fatto in tempo ad alzarmi che i nostri inseguitori si gettarono dal tetto con un urlo di battaglia. Sparai mancando palesemente il bersaglio. Questa volta eravamo davvero fregati. Ebbi la sgradevole sensazione di aver terminato i punti-resistenza e di non avere più monete a disposizione per continuare la partita.
Probabilmente Varta aveva ancora dei gettoni di riserva, perché avvenne un fatto incredibile.
Percepii appena le sagome che comparvero dal buio volteggiando nell’aria con uno scintillio di spade. Avevo troppa esperienza di giochi orientali (per la verità, di operazioni di guerra vera nello scenario orientale) per non riconoscere le figure incappucciate che intercettarono a mezz’aria i nostri inseguitori. Vidi la lama di una katana fendere il buio spaccando la testo di uno degli uomini della Tenaglia, poi il gracchiare di un mitragliatore falciò due miliziani. Ci fu un confuso rumore di armi bianche, poi i restanti miliziani si abbatterono al suolo. Sulla scena, incombenti intorno a noi, c’erano cinque figure incappucciate di nero.
— Ninja! — esclamai mantenendo la posizione difensiva. Per quanto ne sapevo la setta dei Ninja lavorava al soldo di chi la pagava di più e questa non era precisamente una garanzia sull’affidabilità dei nostri nuovi alleati.
— Non esattamente — spiegò Varta che, a dispetto dello strato di sporcizia che la copriva da capo a piedi, sembrava perfettamente a suo agio. — Sono guerriglieri della Resistenza.
— La Resistenza?
Varta si avvicinò passando un braccio sotto il mio. Riuscì, contro ogni logica, a colpirmi con il suo profumo così particolare che copriva anche gli effluvi mefitici dei rifiuti.
— Il Fronte Nazionale di Liberazione di Olanganoon. Combattiamo per la libertà. Un giorno, quando avremo rovesciato Alkun, potremo garantire l’equo sfruttamento delle miniere ed offrire agli operai turni di lavoro più umani.
— “Combattiamo”?
Lei assentì con una luce nuova negli occhi, consapevole del suo ruolo: — Esatto. Io sono il capo della resistenza. Mia madre era originaria di Olanganoon. la mia famiglia ha vissuto per anni sotto il giogo dello dittatura di Alkun. Io sono stata costretta a sposarlo, altrimenti i miei genitori sarebbero stati uccisi. Ora sono morti ed io e i miei fratelli abbiamo deciso di passare al contrattacco. Alkun non può sottrarci nulla che abbia più valore della nostra vita.
Non avevo bisogno di sapere chi erano i fratelli di Varta. Quello che sembrava il capo dei Ninja si levò il cappuccio rivelando lineamenti affini a quelli della ragazza. Sembrava tutta gente abile e decisa. Ancora una volta una domanda venne a guastare l’edificante quadro della situazione che Varta mi aveva presentato.
— Siete addestrati e bene armati, conoscete il terreno ed avete la possibilità di entrare a Shangry-La. Perché avete bisogno di me?
Varta rispose con un piccolo sospiro dopo essersi consultata col fratello. — Tu sei l’unico che possa uccidere Alkun. Il suo corpo è già morto da molti anni, solo il collegamento con l’Intelligenza Artificiale lo tiene in vita. Nessuno di noi sa come muoversi nell’Interfaccia per disattivare i collegamenti.
Tubi di luce fluorescente s’inseguivano sul soffitto come serpenti di fuoco. Il deposito sotterraneo di Olanganoon era esteso per decine di chilometri sotto la superficie dello città, come un mostruoso labirinto di cui tutti sembravano aver perduto la memoria. Decine di container sfondati, casse e rifiuti di vario tipo creavano montagnole e condotti disseminati di cartelli in ogni lingua conosciuta. C’erano perfino dei piccoli androidi di servizio parzialmente funzionanti che rovistavano tra i rifiuti. Allungavano le chele rugginose scartando la maggior parte del materiale che capitava loro a tiro e selezionando alcuni pezzi completamente inutili: un monitor rotto, resti di apparecchiature olovideo, cassettiere sfondate. Dopo avere radunato il bottino lo lasciavano in mezzo ai condotti, per dedicarsi a una nuova ricerca in un altro mucchio di rifiuti. Non sapevo chi avesse predisposto quei robot a mantenere l’ordine nel sotterraneo, ma chiunque l’avesse fatto aveva dimenticato per troppo tempo di controllarne la manutenzione, lasciando che tornassero a essere pezzi di latta senza alcun ordine logico che ne dirigesse i movimenti. Costruivano e distruggevano senza una ragione, in un ciclo continuo, catasta dopo catasta, cumulo dopo cumulo. Era, a ben vedere, un perfetto specchio delle nostre città, private di tutti gli orpelli adatti a rendere allettante la vita civile.
Varta sembrava perfettamente a suo agio anche tra i cumuli di rifiuti maleodoranti. Aveva sostituito la sua abituale tenuta da femmina di lusso con un costume di stoffa scura del tutto simile a quello dei Ninja che ci accompagnavano. I suoi fratelli non erano molto loquaci. Si limitavano a fiancheggiarci mentre procedevamo nei meandri del magazzino.
— Alkun lo fece costruire molti anni fa — mi spiegò Varta cogliendo il mio sguardo incuriosito. — Da molti anni l’amministrazione si è perfino dimenticata che esiste.
— Dove raccolgono i rifiuti e il materiale di stoccaggio, adesso?
Lei mi guardò senza battere ciglio: — Li distruggono. È un’usanza che Alkun ha imposto da qualche decennio. Tutto ciò che ricorda il passato, rifiuti o reperti, deve scomparire.
— Tutto quello che potrebbe ricordare alla gente un tempo in cui Alkun c’era già, vero? — domandai pur conoscendo in anticipo la risposta.
— Sì, quando il popolo comincia a farsi certe domande diventa nervoso. Ricorda che in questa parte del mondo il potere degli spiriti è ancora grande. Nessuno vuole vivere sotto il comando di un uomo che ha più di trecento anni.
Il fratello maggiore che procedeva in testa al gruppo ci fece cenno di arrestarci. La torcia ad infrarossi, fissata con nastro isolante alla canna del suo mitra al plasma, sciabolò tra i rifiuti come alla ricerca di qualcosa.
Fasci di luce infrarossa scandagliarono l’oscurità, rivelando uno squallido panorama di rifiuti.
Qualcosa si mosse producendo un sibilo rugginoso sotto i cumuli di rottami e immondizia.
Varta disse qualcosa al fratello nel dialetto locale, che non compresi, Subito i Ninja presero posizione con le armi imbracciate. Nell’oscurità quasi totale gli otturatori produssero una serie di scatti poco rassicuranti.
Al riflesso malato di una delle torce intravidi il viso di Varta segnato da un’espressione tesa.
— C’è qualcosa che non funziona — mormorò. Poi indicò un punto distante al limite del sentiero che serpeggiava tra gli ammassi di rifiuti. — Lo vedi quel portello là dietro? Porta ad un ascensore direttamente collegato con il sancta sanctorum di Alkun. È là che siamo diretti.
— Si apre ancora, dopo tutti questi anni?
Lei annuì, seria. — Io stessa l’ho tenuto in funzione. È la via che seguo per uscire da Shangry-La. Di solito è qui sotto che incontro i miei fratelli.
Di nuovo il sibilo tornò a rompere il silenzio nel buio, causando una disordinata ricerca delle torce a infrarossi.
— È sempre così allegro qui sotto?
— Di salito ci sono solo i robot di manutenzione — disse alludendo alle patetiche figure meccaniche che avevamo visto rovistare tra i rifiuti, — ma questo rumore... Non lo so. Qui la concentrazione di rifiuti e microrganismi è tale che...
Uno sferragliare la interruppe. Veniva dalla nostra destra. Con orrore vidi una montagnola di rifiuti muoversi come dotata di vita propria. Il riflesso degli infrarossi dipingeva tutta la scena di un’allucinante tonalità rossastra. Istantaneamente i Ninja aprirono il fuoco. Per una decina di secondi la galleria sotterranea amplificò la furiosa fucileria dei fratelli di Varta. Una sagoma di metallo sembrò gonfiarsi sotto l’impatto dei proiettili, scagliando frammenti di lamiera in tutte le direzioni. La struttura scheletrica si accasciò, con un ultimo movimento convulso e uno sfrigolio prima di crollare in una nuvola di fuliggine.
— Era solo un robot di manutenzione — commentò Varta contrariata. — Troppo rumore, dobbiamo sbrigarci.
Stavamo riprendendo la via che ci avrebbe condotti al portello dell’ascensore, quando il sibilo tornò a farsi udire. Questa volta era vicino, molto vicino.
Con il sibilare tipico dei serpenti a sonagli qualcosa si levò dal terreno davanti a noi. Nel buio era impossibile distinguere con esattezza la lunga spirale coperta di squame, ma nel fascio di luce rossa di uno delle torce mi parve d’intravedere una testa triangolare, coperta di scaglie metalliche. La “bestia” era lunga più di dieci metri e aveva lunghe zanne dalla forma irregolare. Si avventò sul fratello di Varta che procedeva in testa al gruppo, strappandogli un lamento prolungato. Vidi la testa del Ninja rotolare via mentre l’animale, o qualunque cosa fosse, si protendeva verso di noi. Con uno scintillio verdastro negli occhi sembrò inquadrare Varta, che restò inchiodata come sotto ipnosi.
La scostai con uno spinta, trovandomi per un attimo nel raggio di quegli occhi fosforescenti. Di nuovo l’animale sibilò arcuando il corpo come per prendere la mira. La sua testa ero un unico blocco metallico dalle fauci taglienti.
Lottai per una decina di secondi contro la forza che mi teneva immobile in posizione vulnerabile, poi riuscii ad alzare la pistola.
La detonazione rimbombo all’interno della galleria liberando una vampata rossa che investì in pieno la testa metallica. Avevo sentito parlare di abominii della natura, metà animali e metà macchine, nati dalla fusione di materiali di scarto e microrganismi evolutisi in un ambiente infetto. Non ero convinto che quell’essere fosse realmente un animale, ma di certo al suo interno scorreva un liquido simile a sangue. Sprizzò tutt’attorno mentre le ganasce metalliche si disintegravano, spappolate dai proiettili. Un getto di sostanza verde chiara zampillò dal corpo senza testa, che si avvolse su se stessa come una cima lasciata di colpo da un marinaio distratto. L’aria era pregna di un odore ancor più nauseante di quello dei rifiuti, sapeva di morte, di malsani accoppiamenti tra tecnologia e istinti fermi.
Cercai Varta nel buio. La ragazza aveva raccolto il mitra del fratello decapitato. Alzò la torcia sotto il mento regalandomi una visione inquietante del suo volto.
— Non abbiamo più tempo da perdere.
Eravamo rimasti soli, lei ed io. Del resto nell’ascensore non c’era posto che per due persone, costrette a dividersi lo spazio angusto corpo contro corpo. La sensazione del calore di Varta contro di me era un ulteriore incentivo a portare a termine la mia missione. La ricompensa non era lontana.
Eravamo saliti a bordo grazie al codice che la ragazza aveva digitato su un pannello incastrato nel muro. Avevo l’impressione che andarcene non sarebbe stato così facile. Ma non era il momento di preoccuparsi per il futuro. Ancora le immagini dell’orrenda mutazione apparsa nella galleria mi tormentavano, facendo capolino nei momenti più impensati.
L’ascensore si arrestò con un sussulto.
Il portello si aprì con uno scorrimento laterale assolutamente silenzioso.
— Ci siamo. Ecco il cuore di Shangry-La.
L’aria era pulita, tersa come quella delle montagne. Ignoravo che sul pianeta esistessero ancora luoghi dove l’atmosfera era rimasta così pura. Intorno a noi c’era un’enorme stanza di vetro e acciaio. L’ascensore immetteva in un giardinetto dominato da una cascata: un ottimo paravento per il passaggio segreto che Varta aveva gelosamente custodito per tutti quegli anni. Attraversammo il giardino con la sensazione di essere tornati nel paradiso terrestre, se mai era esistito. La natura sembrava seguire un suo ordine, rigogliosa ma privo delle continue minacce dello foresta tropicale. I colori stessi erano più brillanti, privi di sfumature d’ombra.
Poi compresi. Come tutto il resto, in quello stanza, il giardino non esisteva. Era solo una proiezione olografica predisposta ad arte per creare un’illusione. Eravamo in una stanza vuota.
In realtà nella grande sala c’era qualcosa. Uno sorta di trono di cristallo sul quale ero come pietrificato un uomo così vecchio da sembrare una mummia. Ci guardò con occhi vitrei senza neppure riconoscerci. Come avrebbe potuto? Aveva il cranio scoperchiato e collegato da condotti tubolari a un blocco-macchina situato alle sue spalle. Sopra la macchina c’era un grande schermo che rifletteva figure geometriche viste da una prospettiva elevata. Rimasi per un attimo affascinato a guardare quel panorama irreale, accorgendomi solo dopo un po’ che la veduta proiettata sullo schermo era sempre uguale. Crateri, canyon, gole e perfino grandi estensioni marine, digitalizzate da linee geometricamente perfette, si ripetevano con regolare cadenza in un continuum di Möbius27 sempre uguale a se stesso. Tornai a guardare il vecchio. Era lui il mio bersaglio: Alkun Kratìon, il marito di Varta, il dittatore, l’uomo che ero venuto a “terminare”.
Non dava segno di vita. Stava semplicemente seduto, immobile mentre sullo schermo continuava la parata di quelle configurazioni senza fine.
— Tu solo puoi fermarlo, tu solo puoi arrestare il tempo — sussurrò Varta sospingendomi verso la consolle.
Era quella la sola ragione per cui la mia abilità era indispensabile. Uccidere gli uomini della Tenaglia e poi il mostro dei sotterranei, e tutte le altre piacevolezze, erano state solo azioni secondarie che gli stessi Ninja avrebbero potuto compiere senza difficoltà. Ma io, gamemaster e progettatore di giochi a realtà virtuale, ero l’unico che potesse infrangere quel meccanismo autoriproduttivo che teneva in vita il sovrano di quell’impero di follia.
Passai le mani sudate sulla tela dei pantaloni. Niente tecnoterrorismo, niente violenza, soltanto il consueto vecchio problema di battere lo macchina sul suo stesso terreno.
Vicino alla tastiera sulla prima consolle c’era un display luminoso: l’essenza vitale di Alkun Kratìon.
Non dovevo fare altro che trovare uno sequenza capace di arrestare il flusso delle immagini. Premetti una chiave di accesso. Il sistema permetteva un’infiltrazione nell’interfaccia. Non era facile, ma trovai in breve la soluzione per inserire la mia icona all’interno della configurazione. Digitai una sequenza che mi permise di apparire fisicamente sullo schermo. La mia immagine riproduceva il profilo di un aereo da combattimento, del tipo usato in Attacco ad Acheron; mi piaceva. Ero in grado di materializzarla e proiettarla su qualsiasi scenario. Giudicai di buon auspicio quel primo successo.
Il volo cominciò a bassa quota. Sfioravo montagne, laghi, crepacci. Non era difficile muoversi in quello scenario, e non sembravano esserci scanner difensivi. Troppo facile.
Dopo qualche minuto di volo compresi il meccanismo nella sua micidiale semplicità. Non c’erano obiettivi da abbattere, bersagli da distruggere. Avrei potuto polverizzare migliaia di quelle montagne ed esse sarebbero tornate a riprodursi sempre identiche, fino a quando non avessi perduto tutta la mia energia. Il segnalatore di potenza apparve in un angolo dello schermo, sovrastato da una finestrella che chiedeva Quit or Ride: lasci o combatti?
Non mi restava molta energia, a giudicare dalla decrescente linea verde sul fianco dello schermo, ma non ebbi esitazioni. Scelsi l’opzione Ride e ripresi la missione. Ero sul mio territorio, nella mia realtà abituale, non potevo cedere.
Il tempo sembrava trascorrere a velocità crescente. Non potevo più aspettare. O trovavo una breccia nel continuum oppure avrei dovuto smettere immediatamente, pena l’annientamento.
Immagini sempre uguali, nessun obiettivo, e il tempo scorreva inesorabile.
Poi la soluzione mi balenò in mente senza che il cervello facesse alcuno sforzo per evocarla. Ero un proiettile sparato in un mondo in continuo movimento. Non c’era nulla che potessi distruggere se non il flusso stesso delle immagini. Fermare il tempo. Ma prima di fermare il tempo dovevo... fermare me stesso!
Digitai sulla tastiera il comando Stop, interrompendo il continuum intorno a me. L’icona rimase per un attimo sospesa tra due crepacci, poi l’immagine cominciò a vibrare scomponendosi. Al centro, proprio sotto l’icona, era comparsa una finestra a rombo. Mi lasciai scivolare all’interno senza fretta.
Avevo trovato la chiave per disattivare l’Intelligenza Artificiale che controllava il ritmo vitale di Alkun.
Finalmente c’era un bersaglio, netto, definitivo, annunciato dal frenetico lampeggiare delle luci su1 display. Più mi avvicinavo, più avvertivo la certezza di essere prossimo alla vittoria. Mi era sufficiente collimare il bersaglio e premere un tasto. Era impossibile sbagliare.
Eppure, in quel momento qualcosa venne a paralizzare il movimento del mio dito sulla tastiera.
Stavo per uccidere un essere umano. Anche se dopo gli ultimi avvenimenti poteva sembrare un dettaglio privo d’importanza, la consapevolezza di essere sul punto di commettere un omicidio contro un essere indifeso mi bloccò quasi dolorosamente. Forse ero proprio il fatto che quell’assassinio si consumasse così, a freddo, per mezzo di una macchina, anzi “su” una macchina, che mi impedì di continuare,
— No! — esclamai allontanandomi dalla consolle come se fosse stata incandescente. Nel giro di pochi secondi la mia icona fu di nuovo risucchiata nel continuum. Le riserve di energia erano terminate. Ci fu un lampo sullo schermo e la mia immagine scomparve. Un messaggio mi avvertì che potevo scegliere fra due milioni di combinazioni per trovare quella adatta ad un secondo tentativo.
Avevo fallito la mia occasione, pregiudicando non solo lo mia vita ma probabilmente anche quella di Varta. Questo pensiero, stranamente, non mi colpì quanto la consapevolezza di avere deliberatamente rinunciato a sopprimere la vita di un altro essere umano, ricavandone peraltro una sensazione di potenza e di tranquillità che non riuscivo a spiegarmi. Mi volsi cercando Varta, ma non era là. Né lei, né il giardino virtuale. Ed anche il portello dell’ascensore era scomparso. Le pareti erano perfettamente lisce.
Solo allora mi accorsi del gemito del vecchio.
— Lo sapevo, lo sapevo che era tutto inutile. Non sei un assassino, non sei mai stato un assassino.
Mi alzai dalla poltroncina di fronte alla consolle per spostarmi di fronte al vecchio. Uno scintillio color cobalto nei suoi occhi mi inchiodò nella mia posizione indifesa, incapace di pensare perfino a fuggire.
— Io... sono un assassino — protestai stolidamente.
— No, purtroppo. L’unico essere umano in grado di arrestare questa mostruosità, la macchina che mi tiene in vita da più di duecento anni privandomi della pace che a tutti è concessa, si rifiuta di uccidermi... Non è paradossale?
— Lei... lei vuole essere ucciso?
Mi sembrò che il capo del vecchio assentisse appena, mentre gli occhi continuavano a luccicare di uno luce fredda; triste.
— Sì... l’ho desiderato più di ogni altra casa al mondo. Ma non è facile uccidermi... Oh, non certo per le mie guardie del corpo. Il sistema di difesa della macchina a cui mi sono collegato in un disgraziato giorno di molto tempo fa, inseguendo sogni di onnipotenza, è semplice e perfetto. Solo tu potevi trovare lo chiave; ma, come temevo, hai esitato.
— Non capisco, lei ha provocato tutto questo? E io... Ho ucciso molte persone...
— No, tu non hai mai ucciso nessuno.
Strabuzzai gli occhi, incredulo.
— Non ti capita mai di avere mal di testa, strane vertigini... amnesie...?
— Sì, amnesie. A volte non ricordo cose semplicissime, ma...
— Sei sempre stato un ottimo tecnico, un progettatore di fama mondiale. Non un uomo d’azione, ma dotato di un dono che pochi possiedono nella tua misura: lo fantasia. È per questo che i tuoi giochi sono così perfetti, così affascinanti. Qualche anno fa fosti investito da un ubriaco. Perdesti l’uso del braccio e della mano, e soltanto grazie ai prodigi della moderna chirurgia ti recuperarono alla vita; ma come uomo eri distrutto. Un’analisi dei tuoi dati psichici rivelò che non avresti potuto sopravvivere, mentalmente, all’idea della menomazione. Così ti inserirono un chip speciale, con i ricordi di una vita eroica che giustificassero le ferite. E tu accettasti quel ruolo. Eri stato costretto al ritiro, ma eri un eroe. La menomazione non facevo altro che aumentare la tua autostima. Avevi combattuto realmente, o almeno così credevi. Quando ho raccolto i dati per selezionare il tecnico che avrebbe potuto uccidermi disattivando la macchina, non ho avuto dubbi, eri tu l’uomo adatto. Ma c’era un piccolo particolare. Non avevi mai ucciso nessuno, e a dispetto delle tue fantasie sei un uomo mite, incapace di fare realmente del male al prossimo.
— Ma... in questa azione ho abbattuto diversi avversari!
— E come avresti potuto, con una mano artificiale e senza addestramento? No, amico mio, io ho creato tutti i presupposti di questo avventura. In realtà all’Esplanade hai combattuto contro androidi programmati a morire sotto i tuoi colpi.
— Ma allora è stato tutto un trucco? Khalim...
— Non è mai esistito: un androide creato dal tuo chip di memoria fasulla. L’ho sfruttato per introdurti all’avventura. Sono tutti androidi. Come Varta...
— Varta... — allungai la mano come per afferrare qualcosa nel vuoto.
— Una stimolo perfetto, vero? Il tuo problema è che non sai più quale sia il sogno e quale la realtà. Eppure, nonostante tutto, hai saputo riconoscere la verità. La differenza tra un omicidio simulato ed uno vero. Forse i disturbi che ti sembrano amnesie sono solo i primi segnali che il chip si sta esaurendo.
— Ormai non ha più importanza — dissi stancamente. — La finzione non ha più alcun senso. So chi sono, so “cosa” sono.
— Già, una giusta punizione per non essere stato capace di portare a termine il tuo contratto. Ora credo che neppure tu possa rientrare nel programma e fermarlo, sono condannato all’eternità...
— Se anche potessi, non lo farei — dissi. — Non ne vale le pena. Uccidere, intendo dire. Sentirsi eroi nella realtà virtuale può essere divertente, ma uccidere davvero... be’, vedrò di sopravvivere all’idea di non esserne capace. Mi accontento solo di sapere di non aver ammazzato nessuno; e credimi, è già sufficiente. Pensaci, hai molto tempo a disposizione per farlo...
— Già, maledetto stupido. Tutta l’eternità.
Guardai quel relitto condannato a vivere in simbiosi con una macchina che non ne rispettava neppure la volontà di morire. Ma non provava pietà. Quante vite aveva rovinato Alkun Kratìon con la sua sete di potere? Quanti omicidi veri aveva commesso per consolidare la sua posizione? Forse, il rendersi conto che lui stesso aveva creato il suo inferno lo avrebbe aiutato a non commetterne più. In ogni caso non erano affari miei. Avevo scoperto la mia nuova identità, o forse la mia “vera” identità, ma la rivelazione non mi sconvolgeva come forse il vecchio aveva sperato, o i chirurghi avevano temuto. Dopotutto, anche con una mano artificiale potevo continuare il lavoro che adora vo, senza ammazzare nessuno.
Me ne andai attraversando un pannello che si aprì quando la fotocellula captò la mia immagine.
Nessuno cercò di fermarmi. La Tenaglia, se mai era esistita realmente, non aveva ordini nei miei riguardi.
Di fronte al panorama di Olanganoon mi fermai per un attimo. Era un posto buono per un’avventura, ma non per viverci realmente.
Non c’era nulla a trattenermi.
Eppure rimasi per un po’ come in attesa di una canzone, aspettando di udire una voce alla quale m’ero abituato.
Mi volsi con l’assurda sensazione che Varta fosse là. Mi guardava con occhi tristi, seminascosta dall’oscurità.
Mi fissò per un istante, poi la sua immagine si dissolse tornando nel luogo dove vivono i sogni.
GAME OVER