l'elezione (italian)
Lloyd Jansen arrivò in città in elicottero. Elicotteri non ne erano rimasti molti, di nuovi non se ne fabbricavano e al diavolo se c'era una scorta decente di carburante in deposito. Però gli fecero usare l'elicottero poiché sapevano quant'era importante che facesse buona impressione sui cittadini.
Sulla carta geografica c'era segnato Ohio, ma il vecchio nome non aveva più alcun significato. Jansen non aveva un incarico particolare se non quello di percorrere il vecchio stato per la campagna elettorale. Il Governo Federale Provvisorio allungava i tentacoli dalla sua base nell'entroterra del Kentucky. Ohio, Pennsylvania, Delaware, Maryland, Virginia, North Carolina, Tennessee. Era tempo di procedere verso ovest. Nel nordest non era rimasto granché.
A Jansen fu assegnato l'Ohio. Un territorio esteso e solo un mese per percorrerlo tutto. Ma uomini disponibili ce n'erano pochi e il lavoro andava fatto.
La città era la prima che aveva avvistato quel mattino. Era piccola e vista dall'alto appariva affollata, situata nel cuore di una serie di piacevoli appezzamenti di terreno coltivato, dall'aria fertile. Jansen scese con l'elicottero nel centro della città, in un'ampia piazza circondata da vecchi edifici smozzicati. Ancora prima che i rotori s'arrestassero, i cittadini si erano dileguati per raccogliersi a spiarlo con apprensione dagli angoli delle strade.
Jansen infilò il pollice nella pila di manifesti elettorali che torreggiava nella parte posteriore della cabina, ne raccolse una ventina, prese il flacone di spraytite e saltò giù dall'elicottero. Una ventina di persone lo osservavano… in silenzio. Guardavano e basta.
Regola numero uno. Cercare in tutti i modi di dissipare le ostilità verso il Governo Federale Provvisorio e i suoi rappresentanti.
Jansen sorrise. Però nessuno gli restituì il sorriso.
Con un'alzata di spalle si avviò verso un lampione, mise giù il mucchio di manifesti, afferrò il primo, lo collocò in modo che fosse all'altezza degli occhi e premette l'impugnatura del flacone di spraytite. Utile, la spraytite. Il manifesto fu attaccato in un lampo.
AVVISO!
In conformità con la Costituzione Provvisoria degli Stati Uniti d'America:
L'elezione avverrà:
Martedì, 4 novembre 2013.
I candidati regolarmente selezionati dai convegni elettorali sono:
Partito della Rinascita Americana.
Benjamin Thurston.
Presidente.
Nicholas C. Ryan.
Vicepresidente.
Partito per il Progresso Nazionale.
Thomas C. Macintyre.
Presidente.
Noel Parr.
Vicepresidente L'elezione avverrà per voto popolare diretto e con ballottaggio segreto. Il rappresentante locale del Governo Federale Provvisorio spiegherà se necessario i detttagli della procedura elettorale. L'elezione di un Congresso Nazionale sarà fissata su disposizione del Presidente eletto.
Consegnato per mia mano il 3 agosto 2013.
Benjamin V. Thurston.
Presidente Incaricato.
Governo Federale Provvisorio.
Scottsville, Kentucky.
Jansen arretrò, contemplò il manifesto, annuì col capo e se ne andò. Un paio di cittadini vagarono lì attorno per esaminarlo. "Speriamo che sappiano leggere" pensò Jansen.
Si voltò ancora a guardare, dopo aver attaccato in posti strategici un secondo e un terzo manifesto. Certamente stava attirando una folla. La gente leggeva i manifesti e li commentava borbottando.
Poi Jansen vide un ragazzo di circa dodici anni, che indossava solo un paio di jeans stracciati, arrivare e cominciare a disegnare con un pezzo di carbone sul primo manifesto.
- Ehi! - strillò Jansen lanciandosi attraverso la piazza.
- Non puoi sciupare un annuncio governativo!
Il ragazzo alzò gli occhi sogghignando. Il disegno era uno schizzo osceno di Jansen.
- Chi l'ha detto che non posso?
Jansen si mordicchiò il labbro. - Guarda - lo rimproverò - che non puoi andare in giro a disegnare sui manifesti. Non sta bene.
- Chi lo dice?
Jansen gettò un'occhiata minacciosa sulla folla. Ora stavano ridendo. Di lui.
Indicando il manifesto scarabocchiato, domandò: - Sono qui i genitori di questo ragazzo? - Dal momento che nessuno si faceva vivo, continuò: - C'è qualcuno qui che possa spiegare a questo ragazzo che non si devono scarabocchiare i manifesti governativi?
Tutti ridacchiavano. Jansen controllò la rabbia e cancellò lo schizzo col fazzoletto. Riattraversò impettito la piazza per continuare nel suo lavoro.
Dietro di lui, qualcuno gridò, - Ehi, signore, cos'è un'elezione?
Jansen si girò. - Chi l'ha chiesto?
- Io. - Un giovane alto sulla ventina, che finora non aveva conosciuto altro mondo che quello in cui viveva, fece un passo avanti. Aveva però un'espressione intelligente, e Jansen capì che lo stava stuzzicando.
Aggrottando la fronte Jansen rispose: - Un'elezione è la libera scelta di un governo.
- Volete dire che io posso pescare tra questo tale Thurston e questo tale Macintyre quello che voglio come Presidente degli Stati Uniti?
- Giusto.
- Ma mettiamo che non li voglio. Mettiamo che voglio Ned Ludlow, qui, come presidente.
Jansen se la cavò con un sorriso imbarazzato.
- Certo sarebbe magnifico se tutti potessimo scegliere i nostri migliori amici per la corsa al governo. Ma non è possibile, non è così? Dobbiamo essere sicuri che gli uomini che scegliamo possiedano le doti necessarie per assumersi l'incarico.
- E Thurston e Macintyre le hanno?
- Sicuro.
- Chi lo dice? - Non era una domanda provocatoria per la verità, ma solo una ottusa, pervicace ostinazione.
Jansen sollevò un manifesto e indicò il timbro ufficiale.
- È il Governo Provvisorio Federale che lo dice.
Il suo interlocutore scoppiò in una risata fragorosa.
- Ma andiamo! Quella roba lì porta la firma di Ben Thurston! Stai lì a raccontarmi che Ben Thurston dice che Ben Thurston è adatto per fare il presidente e io dovrei bermela?
Si sentivano delle risatine soffocate provenire dai gruppetti di gente lì intorno. Jansen, arrossendo sconfortato, si rese conto che la situazione gli stava sfuggendo di mano fin dall'inizio.
- Ben Thurston non ha scritto quel manifesto. Lo ha solo fatto stampare perché è temporaneamente in carica. I candidati per la presidenza sono stati eletti durante le convenzioni popolari che si sono tenute il mese scorso nel Kentucky.
- Già. E chi ha scelto la convenzione popolare?
- Be'… - Jansen farfugliò per un attimo. - Sono state scelte dall'intero elettorato del Kentucky.
- E com'è che noi non siamo stati invitati?
- La prossima volta lo sarete. Ciò che importa è avere di nuovo un governo. Una volta che saranno stati ripristinati i canali di comunicazione, una volta che ci saremo di nuovo uniti al paese, terremo una vera convenzione nazionale. In attesa, abbiamo scelto gli uomini migliori che avevamo per sottoporli alla vostra approvazione. Avrete modo di ascoltare sia Thurston sia Macintyre. Il mese prossimo faranno un giro da queste parti per esporre i loro programmi.
Quella dichiarazione piuttosto prolissa cadde nel silenzio più assoluto.
Jansen si dondolava avanti e indietro sui tacchi in attesa di qualche altra provocazione. Niente. Rivolse un largo sorriso ai presenti, sperando che almeno uno glielo restituisse. Ma una fila compatta di facce cupe lo guardava con aria minacciosa.
E infine persero ogni interesse sia per lui sia per i suoi manifesti. Si dileguarono, sparirono, lasciandolo senza uditorio. Uno dei quattro ragazzi che gli erano vicini gli lanciò un'occhiata inquisitoria prima di eclissarsi anche lui.
Jansen si strinse nelle spalle. Il giorno precedente, prima di affidargli quell'incarico lo avevano avvertito che probabilmente avrebbe incontrato qualche resistenza. La gente di quella zona era rimasta tagliata fuori per anni. Poteva darsi che non fosse troppo interessata all'idea di riavere un governo.
L'elezione, pensava Jansen, era una cosa magnifica… un segno che l'anarchia durata quindici anni era finita e finalmente ci si avviava sulla strada per la rinascita dei vecchi Stati Uniti. Anche se, attualmente si andava per le lunghe. Prima di tutto, il nucleo nel Kentucky: i membri sopravvissuti del vecchio governo e i nuovi capi del dopo - bomba si erano riuniti per la Convenzione Costituente. La nuova Costituzione non differiva granché dalla precedente, ad eccezione del provvedimento di attuazione di una più graduale federalizzazione. Gradualità era la parola chiave. Doveva esserlo. Per quindici anni non c'era stato nessun tipo di contatto tra la zona al di qua delle Montagne Rocciose e la Costa del Pacifico. Era impossibile andare in giro ad affrettare la ricostruzione, quando il paese era ancora così malamente disgregato.
"Ma se non altro abbiamo vinto la guerra" pensò Jansen.
L'opera di ricostruzione procedeva a strappi. Ben Thurston aveva compiuto miracoli di organizzazione nel Kentucky. Però era preoccupato per il ruolo che si era assunto. Voleva un'elezione che lo confermasse in carica: se non proprio a livello nazionale, la si poteva tenere quanto meno negli stati vicini. Nessuno pensava seriamente che Tom Macintyre sarebbe stato eletto, e di certo Tom non desiderava sottrarre l'incarico a Ben. Ma per tener vive le vecchie usanze occorreva che si presentassero due candidati. Jansen pensava che, dopo le elezioni, il Governo Provvisorio avrebbe avuto qualche genere di autorità legale. Ben avrebbe indetto l'elezione di un Congresso, nominato i giudici, inviato rappresentanti negli stati più lontani. Gradualmente sarebbe stata ritessuta l'antica trama delle usanze e delle tradizioni. Dopo neppure vent'anni dalla distruzione, il Governo degli Stati Uniti avrebbe ripreso la supremazia da una costa all'altra.
Jansen si sentiva orgoglioso di partecipare alla ricostruzione e riteneva che fosse magnifico vivere ai tempi di Ben Thurston.
Ma il momento di euforia si era inacidito. Il primo contatto con la cittadinanza al di là del Kentucky non era stato incoraggiante. Ci sarebbe voluto un lungo e paziente lavoro per eliminare i danni prodotti dall'anarchia, per convincere quella gente che doveva partecipare allo sforzo per la ricostruzione. Dopo tutto pensò, non erano altro che contadini. Non voleva sembrare presuntuoso, ma era la pura verità. La loro vita era limitata a quelle terre, sgobbavano come bestie e se alzavano la testa per guardare in aria era solo per vedere se sarebbe piovuto o no. La pubblicazione di importanti testi di filosofia e di politica non li riguardava minimamente. Non erano dei filosofi. Ed era probabile che non comprendessero neppure il vantaggio di un Governo Federale.
Jansen si disse che un giorno o l'altro l'avrebbero capito. E un giorno quella gente avrebbe benedetto il nome di Ben Thurston. E magari anche quello di Lloyd Jansen.
Afferrò un altro manifesto dal mucchio e si avviò per attaccarlo a un sicomoro. Era sul punto di usare la spraytite quando una voce alle spalle lo apostrofò.
- Avremmo piacere di scambiare due parole con voi, signore.
Valutato il problema, Jansen si voltò e si trovò di fronte tre uomini. Avevano un aspetto tutt'altro che gradevole: magri da far paura, i vestiti sbrindellati, gli occhi che guizzavano inquieti, le facce irsute.
- Che cosa c'è? - chiese Jansen.
Il tizio in mezzo cacciò fuori una mano.
- Mi chiamo Chuck Webster. Ho visto i manifesti. Sono venuto a dire che sono d'accordo al cento per cento. A un sacco di gente di qui non va questa storia delle elezioni ma io sono con voi.
- Già - aggiunse uno dei suoi compari. - Le elezioni sono una buona cosa.
Jansen si rilassò. Quei tre non sembravano particolarmente degni di fiducia, ma era perlomeno un inizio. Se non altro c'erano tre persone in quella città che non reagivano con aria assente e apatica all'idea di un'elezione federale.
- Felice di sapere che ho dei sostenitori in città - fu la risposta di Jansen.
Webster infilò i pollici dietro le bretelle.
- Speriamo che il Governo Federale possa aiutarci, per questo siamo con voi. Questo posto ha preso una brutta piega, vedete. Abbiamo un di…ttatore qui che controlla tutto. Ma può darsi che voi federali possiate sbatterlo fuori.
- Un dittatore? - domandò Jansen.
- Si chiama Broderick, Sam Broderick. Si è messo al comando subito dopo le esplosioni - chiarì Webster. - Brava gente che faceva marciare le cose ne era restata, ma quel Broderick li ha buttati fuori e ha preso il controllo. Controlla la città come se ne fosse il padrone.
- Non lascia parlare nessuno - aggiunse torvo uno degli altri.
- E com'è che nessuno lo sbatte fuori? - fece Jansen aggrottando la fronte.
- Fa continue minacce - fu la cupa risposta di Webster. - La maggior parte della gente se ne frega ed è dispostissima a farsi dire da Sam Broderick quello che deve fare.
- E gli altri?
- A un sacco di noi Broderick non va, ma non siamo mica organizzati bene e lui è troppo forte per noi. Pochi anni fa io ci ho tentato, ma non ha funzionato. Però ho degli uomini. Tanta gente qui in giro pensa che dovrei essere io a far marciare la città invece di lui. E anche un sacco di quelli di Broderick pensano lo stesso. Dentro di loro preferiscono me, ma hanno troppa fifa di Broderick per ammetterlo.
- Sono questi i motivi per cui è necessario che ci sia di nuovo un governo centrale - sottolineò Jansen. - Per evitare che un governo locale cada nelle mani dei prepotenti.
- Giusto - fu d'accordo Webster. - Sentite… cercherò di mandare la gente alla vostra elezione. Broderick, lui, non le vuole le elezioni, ma farò in modo che ci siano anche da noi. Sempre che il Governo Federale riconosca me e i miei uomini come governo legale di questa città, cioè.
Jansen esitò per un momento, poi assentì con un cenno del capo: l'idea delle elezioni doveva avere successo. Webster poteva non essere un modello di virtù, ma perlomeno sembrava rispettoso delle leggi, cosa che questo Broderick certamente non era.
- Naturalmente non posso fornirvi delle garanzie assolute - disse Jansen. - Posso però affermare che, una volta che in questa città sarà stata ristabilita l'autorità del Governo Federale, sarà condotta un'inchiesta. Se i diritti costituzionali dei cittadini saranno stati violati, compiremo i passi necessari per ristabilire la democrazia, l'ordine e la legge, il che significa cacciar fuori Broderick. Vi va bene?
- Affare fatto - sogghignò Webster mostrando una fila di denti sgangherati. - Noi vi garantiamo l'appoggio della gente e voi mi sostenete contro Broderick. E…
- Non si farà nessun affare del genere in città - rimbombò improvvisamente una voce tontante. - Gira al largo da qui, Webster.
Webster impallidì alla vista dell'omaccione che lo sovrastava. - Hai sentito tutto dall'inizio Sam?
- Certo. So quando devo aspettarmi dei guai. Fila. Taglia la corda. - Broderick appoggiò dietro al collo di Webster una mano che sembrava un prosciutto e gli diede una spinta con fare sprezzante. - Dannato nido di vipere. Sparite!
Poi si voltò e stese la stessa mano a Jansen.
- Sono Sam Broderick - tuonò. - Sono io il responsabile qui.
Broderick era tra i quaranta e i cinquanta, di corporatura enorme, alto quasi due metri. La faccia si accordava col resto. Un enorme paio di baffi pendevano sotto un crudele naso a becco. Sfoderava un sorriso amichevole ma c'era qualcosa di sinistro dietro a quel sorriso. Jansen si rese conto con sorpresa che quell'uomo aveva un aspetto molto più autorevole di Ben Thurston.
Broderick scrollò la testa.
- Immaginavo che qui tipi avrebbero cercato di agganciarti per qualche imbroglio. Bene, sono sempre il capo qui, e non me ne importa un fico di quello che pensa Webster. Riporta tutti i tuoi manifesti sul tuo frullatore, figliolo. Non ci sarà nessuna elezione qui a Falbridge.
- Spetta alle autorità cittadine deciderlo.
- Io sono le autorità cittadine - sottolineò l'omaccione. - Niente elezioni. Voi ragazzi non avrete nessun appoggio qui.
- Che diritto avete di parlarmi così?
- Credo di averlo. Comando io qui. Il che significa che ogni volta che ci sono guai in vista ci penso io a sistemarli. Non l'ho chiesto io il lavoro, ma visto che ci sono, lo faccio. E tu sei un guaio, figliolo.
- Io non disturbo nessuno. Sono qui solo per…
- Per parlarci delle elezioni. Sicuro, lo so. E questo significa guai. - Indicò il lato opposto della piazza. - Vieni con me in municipio. Ho lì un ufficio che uso quando faccio il sindaco. Parleremo meglio.
Jansen attraversò la piazza avviandosi, taciturno, verso il grigio e tozzo edificio. La considerevole imponenza fisica di Broderick lo preoccupava. Indebolire il potere di quel colosso locale avrebbe potuto rivelarsi un arduo problema.
Entrarono in un piccolo ufficio. Broderick aprì un cassetto della scrivania e tirò fuori una fiasca e due tazze di terracotta. Stappò la fiasca e versò due dita di liquore in ciascuna tazza.
- Salute - augurò Broderick.
Jansen assaggiò titubante il liquore. Era fortissimo.
- Che cos'è?
- Acquavite di mele. Non avete acquavite di mele dalle vostre parti?
Jansen sorrise. - Credo di sì, ma io non sono un grande bevitore. - Posò la tazza. - Adesso, a proposito delle elezioni…
- Già. Le elezioni.
- Perché siete contrario? - chiese Jansen.
- Perché so cosa succede dopo le elezioni. Il Governo Federale decide che non gli piace come vanno le cose in questa città, e subito dopo io mi trovo coinvolto in una lotta per il potere. Questa città pullula di imbecilli affamati di potere, che sperano di turlupinare i federali inducendoli a passare a loro il comando. Be', io intendo restare in carica fino a quando penserò di poter svolgere questo lavoro meglio di chiunque altro. Dunque, qui non ci sarà nessun pasticcio col Governo Federale.
"Parla di imbecilli affamati di potere" pensò Jansen. "Questo tizio deve pensare di essere qui per concessione divina o qualcosa di simile".
Broderick continuò: - Avrei una domanda, comunque. In primo luogo, come mai dev'esserci un'elezione?
- Perbacco, ma per ristabilire una regolare autorità legale negli Stati Uniti. Per porre fine alle forme di anarchia che sono prevalse fin dai tempi della guerra. - "E per togliere il potere ai demagoghi come te" aggiunse Jansen silenziosamente.
Broderick sorrise. - D'accordo, ho un'altra domanda adesso. A cosa ci servono gli Stati Uniti? E una Costituzione? E tutta quell'altra robaccia?
Jansen annaspò. - A cosa… Diamine, è una domanda talmente sciocca che non so rispondere!
- Davvero?
- Naturale. Abbiamo bisogno degli Stati Uniti perché vogliamo continuare a progredire. Finché non torneremo al punto in cui eravamo prima della guerra. Finché ritroveremo il vigore. C'è forza nell'essere uniti, non si può negarlo. Se qualche nemico dovesse attaccarci…
- Non ne sono rimasti di nemici - fece notare Broderick.
- Supponiamolo.
- Chiunque voglia essere nostro nemico dovrà fare un accidente di lavoro di ricostruzione per arrivare al nostro attuale livello di forza - disse Broderick. - E non è che siamo molto forti. Ma tu hai schivato la domanda. Cos'è tutto questo bisogno di un Governo Federale, degli Stati Uniti? Cosa avremo allora che adesso non abbiamo?
- Contatti con gli altri americani. Mercati per i prodotti. Comunicazioni. Leggi.
- Leggi ne abbiamo già - fu la risposta di Broderick. - Quando due tizi in questa città hanno una discussione, vengono da me. E io la sistemo. Abbiamo contatti con altri cittadini americani, proprio qui in questa città: ci sono almeno un centinaio di uomini che amo come fratelli. Ne hai altrettanti di amici, tu? Abbiamo anche le comunicazioni. Quando ho voglia di incontrare Jimmy Lyons, vado da lui. Se non c'è, gli lascio un messaggio. E non ci servono mercati per i nostri prodotti. Produciamo quel che ci serve. E abbiamo tutto quel che vogliamo. E allora a cosa ci servono le vostre elezioni, figliolo?
Jansen sentì un rimescolio alla bocca dello stomaco. Ingollò un goccio di acquavite, che però non servì a calmargli i nervi.
Broderick gli tagliava le gambe facendogli domande gigantesche a cui era difficile rispondere.
- D'accordo, posso ammettere che viviate felicemente in una città autosufficiente e autogovernata. Però non è in questo modo che si percorre la via del progresso, alla ricerca di condizioni migliori di vita - fu la risposta di Jansen.
- Perché? - chiese piano Broderick.
- Perché l'immobilismo conduce prima al ristagno e poi alla morte sociale.
- Questo lo dite voi.
- È una legge naturale! Dobbiamo progredire - continuò Jansen leggermente spaventato. - Non abbiamo il diritto di restarcene seduti e tirare una riga sul resto del mondo.
- Perché accidenti no?
- Il progresso…
- Dove ci ha condotti il progresso l'ultima volta? Dov'è finito tutto il progresso di New York? In un mucchio di scorie ribollenti, tutto lì. E Washington? E Cleveland? Dove cavolo sono finite tutte le più grandi città del mondo? Che cosa resta di tutto il tuo progresso?
- Abbiamo commesso degli errori - rispose Jansen. - Errori che hanno portato alla distruzione del mondo. Però adesso abbiamo un'altra possibilità.
- Di rifare gli stessi errori? Ma certo amico! Abbiamo provato il vostro tipo di governo e non ha funzionato. Questa volta tentiamo con qualcosa di diverso.
Jansen replicò con cipiglio. - Come un paese formato da un insieme di città indipendenti, dominate da capi combattivi? È così che dovrebbe essere l'America secondo voi?
- Devi pensare che io sia un autentico furfante eh? - buttò lì Broderick. - Un furfante affamato di potere. Ascoltami bene, se io fossi come dici tu, a quest'ora ti avrei già tagliato la gola invece di star qui a discutere civilmente.
- Voi dominate questa città in maniera antidemocratica.
- Maledizione, ne ho il diritto. Ma cosa credi, che me lo sia andato a cercare io questo dannato impiego? Credi che mi diverta assistere a discussioni imbecilli quando potrei andarmene a pescare? Credi che mi piaccia impiegare il mio tempo libero per decidere le quote di produzione, o per impedire a gente come Webster di assumere il controllo della situazione? O per parlare con degli stupidi che arrivano dal Kentucky a proporre le elezioni?
- Però non avete l'aria di quello che lo fa malvolentieri.
- Perché so che mi tocca. Ma non ho mosso un dito per averlo. Un giorno, dopo le esplosioni, un gruppo di gente di qui è venuto da me e mi ha detto: "Sam, devi prendere il comando. Webster e i suoi tirapiedi stanno mandando tutto in rovina". Io li ho sbattuti fuori dalla mia fattoria. Loro sono tornati. "Sam, abbiamo bisogno di te. Sam, aiutaci". Dopo un po' mi sono reso conto che se non avessi preso in mano io le redini della faccenda, qui in giro sarebbe andato davvero tutto in malora. Però, fratello, non appena qualcuno di questa città mi farà vedere che è in grado di fare il lavoro meglio di me, potrà averlo… e con la mia benedizione.
- E cosa mi dite di Webster? - domandò Jansen.
- Quel serpente? Ha avuto la sua opportunità, proprio dopo le esplosioni. Si è intascato tutti i fondi del municipio, e a tutti i suoi amici ha assegnato i compiti meno impegnativi, riservando agli altri tutto il resto. Tutto esclusivamente a suo vantaggio. Be', questa città non poteva continuare a sopportare una cosa del genere senza protestare. Nessuno è in grado di comandare agli altri se non riesce a farlo anche con se stesso. Bisognava fermare Webster che stava portando la città alla rovina, e l'unico in grado di farlo ero io, così sono andato in municipio e l'ho buttato fuori. È da allora che manovra per ritornare.
- Chi vi dice che il vostro sistema sia migliore del suo?
Broderick rise. - Lo so, e basta. Questa città era come una macchina in fuga con un deficiente al volante. Così io l'ho spinto da parte assumendo il controllo, perché non volevo correre il rischio di ribaltare. Da allora le cose hanno marciato piuttosto bene. Adesso arrivi tu, con la storia delle elezioni. Così Webster e i suoi scagnozzi cercano di combinare un affare con te. E ti dicono: "Noi appoggiamo te e tu appoggi noi". Così i federali arrivano qui e restituiscono la città a Webster.
- A noi interessa solo ristabilire la democrazia.
- Democrazia. È solo una parola - fu il commento di Broderick. - A voi dovrebbe interessare ristabilire ordine e legalità. Che è quello che interessa anche a me.
- Supponiamo che sia la gente a volere che Webster ritorni?
- Non ne sarei sorpreso. La gente spesso preferisce essere ingannata. Non sa mai quando sta meglio.
- E voi interferite, impedendo loro di esprimersi liberamente.
- Certo! - esclamò Broderick. - Non hanno gran che in testa. Non sono che una massa di contadini. Vogliono essere guidati da chiunque gli faciliti le cose. Così se Webster gli promette la luna, loro lo votano, se ne hanno la possibilità.
- Non vi fidate dei vostri concittadini - lo accusò Jansen. - Avete paura e non consentite loro di esprimersi lìberamente!
Broderick ridacchiò. - D'accordo, amico. Vuoi la democrazia? L'avrai. Ci sarà un'assemblea cittadina. Parlerai dei federali, alla gente e vedremo come voteranno.
Nella sala del consiglio comunale si erano presentate circa quattrocento persone. La presentazione di Broderick fu breve.
- Questo è Lloyd Jansen. È un rappresentante del Governo Federale. Desidera parlarvi.
Jansen parlò per venti minuti. Offrì loro tutto quello che aveva: frammenti dei discorsi di Ben Thurston, brani della vecchia e della nuova Costituzione, interi paragrafi di manuali di psicologia. Adulò, blandì, minacciò, allettò. Spiegò, mezza dozzina di volte, in sei modi diversi, la necessità che tutti, sulla base di quello che erano stati gli Stati Uniti, appoggiassero il riorganizzato Governo Provvisorio. E terminò in un appello fremente, che sperò servisse a scuotere gli animi:
- … e noi qui prenderemo la somma decisione di dare a questa nazione, con la benedizione divina, una nuova origine di libertà, affinché il governo del popolo, voluto dal popolo, per il bene del popolo, possa non avere mai fine sulla Terra. Una nazione, indivisibile, con libertà e giustizia per tutti. La scelta spetta a voi. Volete aiutarci a forgiare la nuova America?
Scese dalla tribuna. Non seguirono né grida di approvazione, né moti di patriottismo. Per venti minuti il suo pubblico era rimasto a fissarlo, immobile, come tante statue di legno, con le mani appoggiate sulle ginocchia. Jansen si morsicò il labbro. "Non gli ha fatto nessun effetto" pensò.
Broderick si alzò dal suo posto. La sua mole torreggiante dominava l'intera sala e il suo vocione riempiva senza sforzo l'auditorio, mentre Jansen aveva dovuto faticare per farsi sentire.
- È stato un gran bel discorso, giovanotto - disse Broderick amabilmente. - Sai proprio come fare a parlare. Diamogli una mano, gente!
Ci fu un accenno di applausi per un momento. Jansen digrignò i denti. Il tono condiscendente con cui quelle tre frasi erano state pronunciate avevano cancellato qualsiasi eventuale effetto del suo discorso.
L'omaccione continuò. - Voglio solo aggiungere una cosetta, prima che si voti. Questa faccenda del Governo Federale non piace neppure a me. Sono sicuro che stiamo bene così come siamo. Penso inoltre che i federali vogliano interferire, in un modo che non ci piacerà.
- Lasciatevi guidare dalla vostra coscienza. Ma ricordate una cosa: c'è ancora un mucchio di gente affamata proveniente dalle città, che circola da queste parti per depredare le fattorie. Ho organizzato un piccolo reparto di tipi in gamba per proteggere voi, gente, dai razziatori. Ma chiunque desideri votare a favore del Governo Federale, bene, immagino che sarà protetto dai federali, non da noi. Così dirò alle guardie di smettere la vigilanza delle fattorie di quelli che pensano che i federali saranno in grado di governare la città meglio di me. Mi sembra abbastanza onesto, no?
- E ora si vota. Siamo tra amici, così non c'è bisogno di andare in giro a fare i buffoni con delle schede. Basta alzarsi in piedi e mostrare la faccia. Chi vuole queste elezioni e che Ben Thurston venga a governarci si alzi in piedi, grande e grosso quant'è..
Broderick aspettava. Non si alzò nessuno.
- Ho il sospetto che tu abbia perso - borbottò Broderick. - E adesso, la seconda parte. Tutti quelli che non vogliono nessun genere di elezioni possono gridare un no.
Da quattrocento gole partì un No assordante che per poco non fece volare via Jansen dalla tribuna.
- Va bene, gente - annunciò Broderick. - La riunione è terminata. Potete tornare tutti a casa.
Mentre la gente sfilava per uscire, Jansen mormorò: - È stata tutta una manovra per costringerli a votare contro di me. Li avete ricattati.
- Non è così, figliolo. Ho solo esposto loro la realtà, poi ho concesso loro di reggersi sulle gambe posteriori e di votare.
- Li avete minacciati di togliergli la protezione!
- Sicuro! Se avevano l'intenzione di rifiutare il governo cittadino, non ci sarebbe stato nessun governo per proteggerli. Voi federali non potete presidiare tutte le piccole città. Gli ho solo spiegato le cose in maniera leggermente diversa.
- Avrei dovuto immaginarlo che ci avreste messo lo zampino - commentò Jansen con amarezza. - L'assemblea è stata una farsa. Non gli avete permesso di votare contro di voi.
- Avevano bisogno di una spintarella - replicò Broderick. - Molte di quelle persone, in cuor loro mi avrebbero volentieri sbattuto fuori per mettere Webster al mio posto. A lasciarli fare, probabilmente arriverebbero proprio a questo. Ma lui non è adatto a governare la città. Io sì.
- Sopravvalutate alquanto le vostre prerogative.
- Ho solo del buon senso - rispose Broderick. - Sono quasi l'unico che ne sia dotato qui in giro.
- Dov'era Webster all'assemblea?
- Non c'era. Pensi forse che avrei permesso a lui e ai suoi cari compagni di combinare qualche tafferuglio?
Nonostante la sua ira, Jansen ridacchio. - Allora è questa la vostra idea di una riunione libera e aperta a tutti? I propri avversari esclusi a forza, e minacce contro gli elettori! L'incontro di stasera è stata solo una messinscena per conservare il vostro potere.
- Chiamala come ti pare. Però era una cosa necessaria. - Una delle massicce zampacce di Broderick si strinse attorno a un braccio di Jansen. - Andiamo ora. Meglio che tu esca di città. Non ti voglio qui attorno, a provocare altri guai. Ti accompagno all'elicottero.
La luna inondava di luce la piazza della città. Alcuni uomini erano impegnati a strappare via i manifesti delle elezioni. Jansen colse dei brani di conversazione.
- … maledetto stupido! Comunque a chi serve un Governo Federale?
- Puah! Ne abbiamo già avuto uno. Ci siamo passati attraverso, e cos'hanno fatto di buono?
- Hanno mandato tutto in malora, ecco cos'hanno fatto.
Jansen e Broderick si fermarono vicino all'elicottero. Con una voce gentile che sorprese Jansen, Broderick disse: - Hai un'aria tremendamente ferita, figliolo. Non prenderlo come un fatto personale.
- Non sono ferito ma furente. La stupidità assoluta mi fa infuriare.
- Non è stupidità - disse Broderick. - È paura.
- Paura di un governo?
- Paura di ripetere lo stesso errore due volte. Senti, ritornatene da dove sei venuto. Nella prossima città potresti essere linciato.
- Correrò il rischio - ribatté Jansen. - Presto, quando ci sarà di nuovo un governo organizzato, torneremo qui per dare una ripulita alla città.
- Batti sempre il tasto della mia malvagità? - chiese Broderick.
- Non siete altro che un tiranno da due soldi.
- È qui che ti sbagli - ribatté Broderick, senza raccogliere l'offesa. - Mi piace pensare di essere una specie di re - filosofo del genere citato da Platone.
- Avete letto Platone?
- Che cosa ti fa credere che io sia uno stupido ignorante? - ritorse Broderick. - Abbiamo una biblioteca, qui. Non parlo molto correttamente, ma leggo. E penso. E ho pensato che occorre fare qualche piccolo cambiamento qui intorno. Certo, bisogna che ci sia un governo centrale, se mai vorremmo ritornare al punto in cui eravamo. Ma non un governo di stupidi sostenuto da stupidi.
- E voi pensate che Ben Thurston sia uno stupido?
- No, ma si sta dando da fare per dimostrarlo. Lui e il suo gruppo nel Kentucky stanno cercando di rimettere indietro gli orologi di questo paese. Ha il diritto di provarci, ma io so che sbaglia e non ho nessuna intenzione di dargli il mio appoggio - affermò Broderick con uno sbadiglio. - Thurston è un uomo politico forte e in gamba e io li rispetto, gli uomini forti. Però ha la testa piena di idee pazze. Non è questo il momento per andare in giro a fare pagliacciate come elezioni, congressi e partiti politici.
- Sono passati quindici anni dalle esplosioni. Quanto tempo pensate che si debba aspettare? Un migliaio di anni?
- Le esplosioni - disse Broderick - hanno fatto retrocedere questo paese di trecento anni. Occorrerà un sacco di tempo per rimettere insieme quello che è stato spazzato via. Non importa quanto intensamente, voi gente del Kentucky, desideriate tornare ai bei vecchi tempi della televisione e degli annunci pubblicitari, dei repubblicani e dei democratici. Fareste meglio a rendervi conto che è impossibile. Può anche darsi che non si debba fare. Vedi quella gente là?
Jensen annuì col capo. Si stavano dando da fare a strappare l'ultimo manifesto.
Broderick proseguì: - Quella gente ha paura dei governi. I governi hanno fabbricato le bombe. Se le cose rimangono così come sono, non ci sarà più nessuna bomba. Questa gente non vuole un governo centrale. Li hai sentiti. Ci sono già passati.
- Dovremmo proprio lasciar perdere, allora?
- Certo che no. Non è possibile riportarli indietro tutti insieme con un bando elettorale. Non è ancora tempo per avere di nuovo la democrazia. È questo l'errore di Ben Thurston. Vorrebbe quegli incontri battaglieri che ora sono definitivamente estinti; campagne elettorali, dibattiti politici, votazioni segrete. Be', sarà tutta roba divertente, ma prima bisogna lasciar rimarginare le vecchie ferite. E consentire al paese di ritrovare un equilibrio. Oggi in questo paese non ci sono che persone deboli e spaventate. Tutto quello che costoro desiderano è di essere lasciati in pace, per nascondere la testa come gli struzzi. E se si fa avanti un uomo in cerca di voti e che promette loro che potranno continuare a comportarsi da struzzi, lo voteranno. Come pensi di poter ricostruire qualcosa in questo modo? - Broderick scrollò la testa. - Thurston ha sbagliato tutto con queste elezioni. Se avesse deciso di diventare Imperatore degli Stati Uniti, lo avrei appoggiato. Ma lui vuole essere un presidente costituzionale e i tempi non sono ancora maturi.
- Thurston pensa di sì.
- Be', sbaglia - ribatté Broderick. - Aspetta che si accorga di quello che può succedere. Qualcuno del genere di Webster verrà eletto. C'è sempre qualche imbecille in giro che la gente è disposta a votare. Di questi tempi, poi, puoi ben immaginare che la gente sbaglia sempre. Vogliono essere guidati, dal principio alla fine, perché le esplosioni li hanno come afflosciati e da soli non ce la fanno. Preso o tardi Thurston lo scoprirà, spero. E allora incomincerà a guidare. Ma niente elezioni, di nessun genere. E allora io sarò con lui. - Broderick aggrottò la fronte. - O può darsi che non capisca a cosa miro. E poi potrei anche avere intenzione di creare un piccolo movimento personale. Accidenti, non voglio averci niente a che fare con la politica… ma se proprio devo, sarà solo per cacciar via i vari Webster.
Jansen si avviò per salire sull'elicottero. Broderick guardò in alto e gli chiese: - Lasciami uno di quei manifesti, figliolo.
- Per cosa?
- Come ricordo. Un ricordo del governo di Ben Thurston. Ho la sensazione che non durerà a lungo.
In silenzio Jansen gli porse un manifesto. Broderick lo ringraziò con un cenno del capo. Jansen salì e cominciò ad avviare il motore.
Superando il fracasso, Broderick urlò: - Quando sarai di ritorno nel Kentucky, dovrai riferire a Ben Thurston tutto quello che ti ho detto, capito?
- Non servirà a nulla.
- Non esserne troppo sicuro, figliolo. Ben Thurston è un uomo intelligente. Si accorgerà presto di aver sbagliato.
Le pale dell'elicottero cominciarono a girare vorticosamente e l'apparecchio si alzò in verticale, librandosi sopra Falbridge.
Jansen per un attimo restò sospeso, fermo, a cinquecento metri di altezza. Là sotto, nella piazza, vide il puntolino che era Sam Broderick, col manifesto che gli svolazzava in mano. Jansen era certo che Broderick stesse ridendo.
"È questo quello per cui abbiamo lavorato così a lungo"? pensava Jansen stupefatto. "La restaurazione del governo costituzionale. Possibile che ci siamo sbagliati tutti"?
Corrugò la fronte. In apparenza Broderick era il tipico dittatore locale. Ma c'era ben altro in lui. Aveva uno sguardo, profondo, e il tono della sua voce era sincero. A Jansen faceva male la testa. Era stato addestrato a pensare che la democrazia fosse la forma ideale di governo e che le oligarchie fossero da condannare.
Ma i suoi erano concetti ormai superati, che risalivano a prima della guerra. Il mondo, per quanto riguardava la tecnologia, era ritornato al dodicesimo secolo. Poteva darsi che la democrazia, in quel momento non fosse molto importante. Poteva darsi… Jansen combatté l'idea cercando di eliminarla… poteva darsi che Broderick avesse ragione. "Non voglio ammetterlo" si disse Jansen. "Non posso. L'oligarchia deve essere sbagliata, la democrazia giusta".
Ma nel suo cranio palpitante le proteste avevano un lamentoso suono metallico. Si sentiva paralizzato, frastornato, poiché si stava rendendo conto che i valori in cui aveva creduto ciecamente per tutta la vita, venivano messi in discussione e forse distrutti. Per un momento gli venne il desiderio selvaggio di volare verso il lago che si trovava alla sua sinistra e scaricare laggiù i manifesti.
Respinse quel desiderio. "Farò un tentativo in un'altra città" pensò. "Ancora due o tre. Magari anche una mezza dozzina. E poi verificherò chi avrà torto, se Broderick o noi".
L'elicottero si diresse a nord. Quindici chilometri più avanti si vedevano brillare le luci di un villaggio. Jansen si rimboccò le maniche, pronto per un altro round. Ma aveva la sgradevole sensazione di essere sul punto di tornare nel Kentucky per provarsi a spiegare alcune cose a Ben Thurston, molto prima di chiunque si aspettasse.