Stories 93 / Random

Stories by ramsey campbell

la vecchia scuola (italian)

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L'edificio era chiuso. Dean ci gironzolò intorno per un quarto d'ora fissando attraverso le ampie finestre l'esposizione di stanze inaccessibili, poi salì i larghi scalini che portavano al terrazzino. Un tappeto erboso, così vasto che non riusciva a vederne la fine, sfoggiava siepi, giardini all'italiana, vialetti alberati. Ai margini del prato, a quasi un chilometro di distanza, fìtti boschi cancellavano ogni traccia del mondo lontano.
Sapeva da anni che la casa era a meno di un'ora di auto dalla sua abitazione. O, meglio ancora, si trovava a mezz'ora dalla città nuova e dalla scuola. Avrebbe potuto stabilirsi qui dopo le lezioni, quando aveva bisogno di relax e distrazione. Stava fissando un groviglio di cespugli lontani, dove gli sembrò di vedere alcune statue coperte di muschio nascoste tra il fogliame, o forse quando il sole d'agosto trovò un varco tra la massa di grosse nubi bianche, le siepi stesse erano state sagomate in facce. La luce solare risvegliò le gocce di pioggia che ancora rimanevano dal pomeriggio, creando arcobaleni ovunque egli volgesse lo sguardo, e quello spettacolo fugò i suoi pensieri cupi.
Appena si appoggiò al parapetto, ignorando il fresco della pietra attraverso il cuoio delle toppe della sua giacca, udì un rumore che avrebbe desiderato essersi lasciato indietro, in città. Qualcuno stava prendendo a calci una lattina. Sospirò e si raddrizzò, buttando automaticamente indietro i capelli, come se più che il cranio volesse nascondere il presente. Poteva anche darsi che colui che stava giocando con la lattina fosse un giardiniere e che avrebbe smesso vedendo che c'era un visitatore.
Udì un calcio più deciso e la lattina arrivò in volo e affondò in un cespuglio. Tre ragazzini apparvero di fianco alla casa: due maschi e una femmina che portava i tacchi alti e un rossetto così vivo che Dean riusciva a notarlo anche a quella distanza. Il ragazzino che aveva un occhio nero frugava tra il cespuglio con un bastone, mentre l'altro, la cui testa pareva spolverata di pagliuzze, gli saltellava freneticamente intorno. Alcuni rami si spezzarono schioccando, la lattina balzò fuori, e i ragazzini la seguirono spintonandosi.
Il gioco finì quando il ragazzino frenetico balzò sulla lattina, appiattendola. Il suo amico fece un gesto di vaga minaccia col bastone e staccò con un colpo alcuni rametti dai cespugli, mentre chiedeva alla ragazzina di fare qualche tiro dalla sua sigaretta. I ragazzini avevano più o meno undici anni, constatò Dean. Sapeva che doveva intervenire, consapevole che non c'era proprio nessun posto dove il suo lavoro l'avrebbe lasciato in pace, su questa terra. Quando vide i ragazzini sussurrare e lanciarsi occhiate minacciose, senza averlo notato, prima di radunarsi attorno alla finestra più vicina, discese la gradinata.
I ragazzini si allontanarono subito. La ragazzina se lo vide arrivare alle spalle e avvertì i compagni, che si voltarono indietro a guardare, fischiando stonati. Il ragazzino con il bastone di voltò per primo, alzando le spalle, come un pugile e Dean notò che il livido intorno all'occhio era una voglia.
- Salve signore - disse il ragazzino in tono di sfida.
Erano della scuola dove Dean insegnava. Aveva visto il ragazzino nel cortile della scuola elementare, mentre picchiava i bambini che lo chiamavano Cane Pezzato. Sicuramente non era il caso, in quella situazione, che Dean si comportasse come un insegnante. - Vanno bene le vacanze? - disse con il suo miglior tono di voce.
Essi lo squadrarono come se avesse detto loro qualcosa di insultante. - Vanno bene - borbottò la ragazzina, calpestando la sigaretta.
- A patto che uno non si diverta a spese degli altri. Rovinarle agli altri può voler dire rovinarle a se stessi.
Il ragazzino frenetico ciondolò il capo secondo un ritmo che, soltanto lui poteva sentire; quello con l'occhio nero brandì il bastone con la violenza di una bacchetta da rabdomante; la ragazzina infilò le mani nelle tasche del vestito di seconda mano, corto e sbiadito, poi fissò cupa i suoi seni di adolescente. - Allora, avete qualcosa da fare? - disse Dean.
- E che cosa? - chiese il ragazzino col bastone.
- Sono certo che conoscete diversi giochi.
- E quali?
- Non avete nulla con cui giocare, tra voi? - disse Dean, e gli venne da ridere per le sue parole. Almeno ciò fece ridere anche i bambini, sonoramente. - Se fossi in voi - disse poi - adopererei questo posto per giocare a nascondino.
- E allora perché non lo fa?
- Non vuole giocare con noi - soggiunse il ragazzino con la voglia, in tono che suonò pieno di odio.
Se fosse stato nella classe di Dean, lui non lo avrebbe trattato con eccessiva simpatia e avrebbe insistito perché partecipasse alle attività come tutti gli altri. - Be' se volete anche me, giocherò - sbottò Dean, e aggiunse quando essi sogghignarono con incredulità: - Anch'io ho terminato la scuola, lo sapete?
- Credo di sì - assentì la ragazzina come se avesse voluto assecondarlo. - Sa giocare a Blocco, vero?
- Ricordamelo.
- Chi sta sotto deve contare fino a cinquanta e poi cercarci e trovarci, e correre qui e gridare: "Blocco Tina uno due tre" se ha visto lei, o Burt se è lui, o Jacko se è lui. Fai attenzione con quel bastone, Jacko, o colpirai qualcuno.
Si era rivolta all'insegnante con medesimo tono materno. Iniziò a indicare ciascuno di loro a turno mentre canticchiava:
Bimbi e bimbe spuntati fuori tutti pronti per il gioco.
Con la luna che li illumina.
Che li illumina un po'.
Trallalero traila là.
Tocca proprio a questo qua.
- Tocca a lei signore - gridò Burt, ansioso di mettersi a correre. Jacko si batté la coscia parecchie volte col bastone mentre Tina si toglieva le scarpe; per essere più veloce. Dean si coprì gli occhi e, girandosi verso la gradinata, cominciò a contare. - Devi contare in modo che possiamo sentirti - gli ricordò Tina.
- Uno! - disse Dean con voce in grado di sentirsi in entrambi i cortili della scuola. - Due! Tre!… - Udì i ragazzini che si sparpagliavano, e poi solo la sua voce. - …Quarantanove! Cinquanta! Sto arrivando! - urlò,' e si voltò scoprendo una coppia sulla sessantina che lo guardava sospettosamente da un angolo della casa. - Scusi? - disse la donna con un accento che non permetteva di riconoscerne la provenienza.
- Blocco - spiegò Dean con un'aria da cospiratore.
Il volto dell'uomo si adirò divenendo prima paonazzo poi terreo, e puntò contro Dean il suo bastone da passeggio. - Che cosa ha detto a mia moglie?
- Blocco. Il gioco dei bambini, lo conosce, vero? Tra un minuto vedrà dei bambini.
La donna si aggrappò al braccio del marito. - Che cos'è questa storia dei bambini? Sta farneticando?
- Niente paura signora. Sono un insegnante.
- Ha detto di essere il loro insegnante - L'uomo parlava ancora più forte.
- Non il loro insegnante - disse Dean, ma poi lasciò perdere. Strisciò verso i cespugli mentre la coppia l'osservava con diffidenza. L'avevano distratto, e così notò che non c'era nessuna statua né alcunché che sembrasse delle facce dove lui credeva di averne viste. Era fuori dalla visuale della gradinata quando Tina comunicò di essere ritornata e i due maschi si unirono a lei, gridando.
La coppia guardinga era rimasta vicino ai gradini. Come Dean ritornò, la donna proclamò: - Ha detto di non essere il loro insegnante.
- Quindi non sta facendo nulla di buono - disse il marito.
Tina alzò minacciosamente le scarpe contro di lui. - Lasciatelo stare. È della nostra scuola.
Burt cominciò ad agitare il bastone ora in sua difesa, ora in difesa di Dean, e l'insegnante disse con irritazione: - Ancora un'altra volta, ma dopo questa ve ne andate.
Anche questa volta non fu troppo fortunato. Quando piombò su un movimento che aveva intravisto dietro un cespuglio, finì faccia a faccia con l'anziana coppia, nonostante avesse creduto di averli sentiti mentre si ritiravano vicino a un angolo della casa. Questi lo fissarono come se avesse fatto irruzione nella loro camera da letto, e lui si allontanò da loro fingendo di non averli visti, cercando di non muovere troppo vistosamente le braccia, e purtuttavia preoccupato di sembrare in qualche modo maleducato, sentendosi come colto in flagrante mentre faceva lé boccacce pensando di non essere visto. Quando fece dietro front e ritornò di corsa alla gradinata, essi lo seguirono, sebbene stesse correndo perché aveva aveva visto Tina che saltellava al di là di una siepe dietro di loro. - Blocco Tina, un, due, tre - sentenziò.
Tina si mise le'scarpe e batté i piedi. - Non vale. O Burt o Jacko mi hanno spaventata bisbigliando dietro di me.
I ragazzini apparvero agli angoli opposti della casa, e Dean contò (uno, due, tre) anche loro. - Non possono essere stati i ragazzi, Tina. Non erano affatto vicino a te.
- Grazie a Dio c'è ancora qualcosa che la spaventa - disse la donna senza rivolgersi a nessuno in particolare. - I ragazzi non hanno più rispetto di nulla al giorno d'oggi.
- Lei non ci fa proprio paura - disse Burt, sferrando un pugno all'aria.
- Non avreste il coraggio di dire questo a nessuno se andaste a un collegio - tuonò l'uomo, agitando violentemente il bastone in direzione degli alberi. - Quello sì che è insegnare. Uno deve avere il terrore di aprire la bocca ancora prima di parlare.
- Hai ragione, Tina: questa non è valida. Starò di nuovo sotto io - disse Dean. Incominciò a contare molto lentamente, fissando la coppia finché i due si allontanarono. Quando i bambini corsero via tra i cespugli, sussurrando qualcosa tra loro a bassa voce, egli chiuse gli occhi.
Adesso che aveva iniziato a contare così lentamente, si accòrse che non poteva più aumentare la velocità. Negli intervalli tra un numero e l'altro udiva il vento tra le foglie, i passi della coppia che si allontanava lungo il viale di pietrisco con passo regale, alcuni movimenti furtivi che dovevano essere lo scalpiccio dei ragazzini intorno a lui ma a una certa distanza, benché gli fosse parso di sentire un fruscio incredibilmente vicino. - Cinquanta! - gridò alla fine, e aprì gli occhi.
Il prato era deserto. Egli aveva già intuito dai movimenti che aveva sentito che i ragazzi avevano fatto il giro della casa.
Per udire meglio mise la mano a coppa prima attorno a un orecchio poi all'altro in direzione dei lati della facciata della casa: intravide le sembianze di un ragazzino, tra gli alberi in fondo al prato.
Era un maschio, ma quale dei due non sapeva. Dean avrebbe potuto chiamarlo ma ciò non valeva fintantoché non ne diceva anche il nome. In ogni caso, il ragazzino non avrebbe potuto raggiungere la gradinata prima di Dean. Si diresse a grandi passi verso gli alberi, tenendo lo sguardo fìsso sulla faccia del ragazzino.
Dapprima credette che il fanciullo stesse immobile sperando che Dean non l'avesse notato, ma poi si rese conto che la piccola faccia si stava allontanando attraverso il fitto sottobosco esattamente alla stessa velocità con cui Dean si avvicinava. La scena gli confondeva la vista, poiché la faccia del ragazzino pareva apparire e svanire ogni volta che le ombre delle foglie la mimetizzavano, conferendole movimento e facendola diventare sempre più verde. Si mosse con un balzo verso la boscaglia per riuscire a capire chi fosse, e d'un tratto non la vide più. Quasi certamente anche gli altri ragazzini erano nella boscaglia, oppure ormai ce l'avevano fatta ad arrivare, quatti quatti, alla gradinata. Sbirciò tra gli alberi mentre correva lungo il margine del tappeto erboso.
Nella boscaglia non si riusciva a vedere alcun sentiero percorribile. Qua e là il sottobosco era stato calpestato, ma non per larghi tratti. Dean si diresse immediatamente verso il luogo in cui aveva visto il ragazzino l'ultima volta, il quale, dato che il sottobosco tra quel punto e il prato era intatto, doveva averlo raggiunto seguendo un altro percorso. Calpestando felci ed erbe di vario genere, mentre le gocce di pioggia gli inumidivano i calzoni e gli scurivano le scarpe, Dean entrò furtivamente nel bosco. Non appena si sottrasse alla luce diretta dèi sole, vide la faccia del ragazzino oscurata dalle ombre, mentre lo osservava dal sottobosco tra gli alberi davanti a lui.
Il suono delle voci dei ragazzini lo fece voltare verso la casa. Tre ragazzi stavano andandosene via lungo il viale: Tina e i due ragazzini. Se loro si erano annoiati del gioco, chi era quello che Dean stava inseguendo? Si voltò e scorse la faccia del ragazzino un istante prima che scomparisse, facendo tremolare un groviglio di felci ed erbe. Il ragazzino era molto più giovane'Òi Tina e dei suoi amici. L'idea che un bambino così piccolo vagasse per i boschi, specialmente così vicino all'imbrunire, sconvolse Dean. - Aspetta - gridò. - Non sto rincorrendo te. Non fuggire.
All'improvviso, fra lo stormire dei rami, rivide nuovamente la faccia, a circa cinque o sei alberi di distanza. Alzò una mano e stava per aprire bocca, quando la faccia fu di nuovo inghiottita dalle ombre e riapparve ancor più immersa nella boscaglia. - Non aver paura - gridò Dean. - Sono un insegnante.
La faccia del bambino sembrò tremolare prima di scomparire. Il movimento fu così violento che doveva sicuramente provenire dal cespuglio dal quale il bambino lo fissava un attimo prima. Dean stava domandandosi se era meglio far finta di niente nella speranza che avrebbe convinto il bambino a venire fuori, quando capì che il bambino era fuggito perché lui aveva detto di essere un insegnante. Doveva dedurre che il ragazzino veniva dal collegio al di là dei boschi.
Qualche volta gli toccava mostrarsi un po' duro coi suoi allievi, ma era un atteggiamento che non lo divertiva per nulla. Il pensiero di provare gusto nel terrorizzare i bambini, come faceva la coppia di anziani, lo nauseava. Mentre tentava di individuare di nuovo la faccia del ragazzino al centro di un groviglio di foglie, avanzò nuovamente. Voleva mettere in salvo il bambino, ma anche giudicare se quella scuola fosse così terribile come sosteneva l'anziana coppia, benché non sapesse come avrebbe reagito qualora lo fosse stata veramente.
Il bosco si rivelò essere molto più esteso di quanto gli era sembrato dal terrazzo. Procedette per circa mezz'ora, camminando in linea retta, per quel che gli alberi e le zone di terreno paludoso gli avevano consentito, senza uscire mai dal folto. Dopo non molto notò che il bambino non era solo. Appena riusciva a scorgere qualcuna delle faccine tra il fogliame o nel sottobosco, esse si ritraevano nelle ombre create dalle foglie. Capì che si lasciavano vedere perché continuavano il gioco che lui aveva iniziato con Tina e i ragazzi. Desiderò divertirsi ancor di più. Una volta, mentre si trovava a letto con una febbriciattola da bambini, aveva visto la tappezzeria interamente cosparsa di facce che sembravano teschi disposti in una catacomba, e da allora quel genere di giochi di pazienza e di immaginazione nei quali bisogna trovare dei volti nascosti nel fogliame, lo riempiva di eccitazione; ma adesso era teso, anche perché i ragazzini, cinque o sei supponeva, più che giocare sembravano fuggire da lui.
Da quel momento in poi, per avvicinarsi al margine estremo del bosco tanto da riuscire a distinguere una costruzione tra gli alberi, dovette farsi strada nel fitto sottobosco. Nell'oscurità crescente le facce dei bambini erano appena visibili, nascoste tra i cespugli nel folto del bosco. Non era ancor certo di averli visti veramente, che un venticello soffiò tra il fogliame e le facce verdeggianti riapparvero per poi separarsi in parti che si ricomponevano grottescamente. Sempre più nervoso, uscì incespicando dalla boscaglia.
La vista della scuola gli fece trattenere il respiro. Subito gli sembrò che la lineare costruzione vittoriana, tutta in mattoni rosso scuro, imponente, con strette finestre, apparisse in rovina per la sola ragione che la luce crepuscolare ottenebrava le finestre, ma poi s'accorse che era disabitata. Le finestre erano priva di vetri, il terreno pieno di detriti e coperto di vegetazione^ la scuola doveva essere stata abbandonata da parecchi anni. In ogni modo, intuì che doveva essere stata molto più deprimente e sinistra quando era abitata.
Un rapido guizzo dietro una delle finestre che davano sui boschi attirò la sua attenzione. Una faccia lo stava guardando dall'interno della scuola, la faccia del bambino che aveva seguito attraverso i boschi. - Stai fermo dove sei, figliolo - gridò Dean. - Non fuggire là dentro, potrebbe essere pericoloso.
Strinse i denti mentre la faccia svaniva. II. bambino doveva essere arretrato di un passo scomparendo nell'oscurità. Nella debole luce gli era parso che la faccia si afflosciasse su se stessa. - Di cosa hai paura? - gridò Dean a denti stretti, e corse verso la scuola, tra i lastroni di pietra che dovevano aver costituito la pavimentazione del severo cortile del collegio.
Il portone d'entrata più vicino al bosco era socchiuso. Presumibilmente era dovuto al fatto che il bambino, o comunque molti di quelli che erano entrati, dovevano essere passati da lì, dal momento che le finestre erano troppo alte persino per Dean per potenzisi arrampicare. Oltrepassò a fatica la porta, che sembrava essere stata bloccata con un cuneo, e si fermò nel corridoio.
Rimase immobile per aspettare di sentire gli spostamenti che gli sarebbero serviti per rintracciare i bambini, ma c'era qualcos'altro che l'aveva bloccato. C'era qualcosa che non andava in quel posto, in quel lungo e tetro corridoio con il pavimento di pietra, che conduceva a una fila di porte di aule, i cui pannelli superiori stavano sfaldandosi. Capì che non aveva tempo di starsene lì; doveva portare i bambini in un luogo più sicuro prima che scendesse la notte. Percorse a grandi passi il corridoio, spalancando le porte una a una.
Non gli riuscì di notare niente di rilevante in nessuna delle stanze. In una di esse, in un angolo, un banco si era inclinato, facendo sogghignare, attraverso il foro pieno di macchie d'inchiostro d§l calamaio, il coperchio sbilenco; in un'altra aula alcuni segni di gesso baluginavano su un lavagna come ossa sospese nell'oscurità. Nonostante il vuoto, qualcosa lo aspettava dietro quelle porte e andava crescendo gradatamente con il crepuscolo, mentre lui andava da una stanza all'altra, fissando l'abbandono in cui c'erano state file di banchi che avevano tenuto imprigionati i bambini; si trattava, lo intuiva, di qualcosa di silenzioso, come il vuoto che c'era in quel momento, fatta eccezione per un'unica voce e una timorosa risposta: ecco cos'era, era la paura.
Non la sua paura, si disse, se non per il fatto che quel posto gli riportava alla memoria i suoi peggiori giorni di scuola. Quanto dovevano essere stati intimoriti dalla loro stessa paura i bambini perché questa si fosse fermata quasi palpabilmente nell'aria? Essi non avevano potuto vedere il mondo esterno dai loro banchi, e il mondo esterno non aveva potuto vederli, e neanche si era preoccupato di farlo. I bambini dovevano essersi sentiti come in una prigione in cui nessuno entrava mai, all'assoluta mercé dei loro insegnanti.
Dean cercò di convincersi che stava esagerando, ma ciò significava proprio che un po' di quella paura gli apparteneva. Di sicuro quelle stanze stavano cominciando a renderlo nervoso perché aveva capito che cosa c'era di strano in esse: erano troppo vuote, così come lo era il corridoio. Dove erano finite la polvere, le ragnatele e le foglie morte che l'edificio doveva aver accumulato negli anni? Si domandò anche come aveva fatto il bambino a guardarlo da una finestra posta così in alto, dal momento che nelle aule non c'era nulla su cui si potesse salire; e anche il banco rotto era inservibile. Poteva soltanto immaginare che il bambino fosse salito sulle spalle di qualcun'altro.
Aveva guardato perlomeno in una dozzina di stanze, che gli apparivano sempre più come le immense, crudeli stanze di una prigione, quando entrò nell'aula magna che divideva il corridoio da un'altro. La sala aveva tenuto rinchiuse alcune centinaia di bambini, e lui avvertì che aveva tenuta imprigionata la loro paura, accentuata o risvegliata dalla crescente oscurità. Non poteva andarsene così da quel luogo o si sarebbe fatto sopraffare dall'immaginazione. Stava per dirigersi verso il corridoio opposto, quando notò che, sotto il palco in fondo alla sala, c'era una porta.
Era socchiusa. Dietro ad essa, nel buio, gli parve di vedere il riflesso di un occhio che lo stava guardando. Attraversò velocemente la sala, mentre i suoi passi rimbombavano fra quelle mura vuote come se stessero misurando la vastità delle tenebre. Dopo aver estratto dalla tasca un pacchetto di fiammiferi si infilò sotto il palco chinando la testa. Tastandoli, contò i fiammiferi: uno, due, tre, quattro, solo quattro. Ne prese uno, l'accese e la luce improvvisa lo abbagliò.
S'accorse che quello che aveva visto non era un occhio, ma il vetro rotto di una fotografia scolastica. Le fotografie erano accatastate fino al soffitto del sottopalco, e diverse di loro sporgevano dal mucchio. Escludendo le fotografie, il posto era disadorno come il resto della scuola. L'immagine di fronte a lui era anteriore alla prima guerra mondiale, come vide dalla data sulla cornice. Minuscole facce ingiallite dal tempo lo fissavano attraverso il vetro rotto mentre il fiammifero si consumava, e proprio quando v cominciò a scottargli le dita, gli sembrò di aver riconosciuto qualcuna delle facce. Gettò il fiammifero e ne accese un altro, poi si avvicinò carponi per cercare di'afferrare la fotografia. Tra i tristi adolescenti di quella grandissima sfilata di studenti allineati davanti all'edificio, c'erano diverse versioni più vecchie di quei bambini che aveva seguito per i boschi.
Ormai i ragazzini della fotografia dovevano essere cresciuti tanto da poter essere diventati dei nonni, pensò, ma che cosa era successo ai genitori per lasciare che i loro bambini giocassero lì fino a così tarda ora? Lasciò cadere la fotografia, con l'intenzione di uscire dal sottopalco. La fotografia crollò portandosene appresso delle altre, rivelando quella più nascosta nel mucchio. Schiacciate dietro il vetro di quella fotografia c'erano facce ben più note di quelle che aveva visto poco prima.
Per alzare il fiammifero, con la speranza di aver visto male, Dean incespicò e si ammaccò le ginocchia. Non si era affatto sbagliato. Sulla fotografìa, tra i ragazzini molto piccoli seduti davanti a gambe incrociate, c'erano tutti i bambini che aveva visto nel bosco. Tremando, abbassò il fiammifero sulla cornice e lesse la data. La fotografia era più vecchia di dieci anni dell'altra che aveva esaminato. Il fiammifero si spense, sprofondandolo nell'oscurità.
La fotografìa era troppo vecchia perché quei bambini fossero ancora vivi, e tanto meno perché avessero ancora l'aspetto di bambini. La sua mente rifuggiva da un tale pensiero e da un altro che lo rese ancor più sgomento: perché avevano voluto tornare lì, visto che non c'era nessun altro posto di cui avessero più paura? Se ne stava con lo sguardo fisso nel buio, non più per scoprire ma per cercare di nascondere, quando udì qualcosa che si muoveva dietro di lui.
Strisciò intorno a quattro zampe, con la paura di vedere, ma ancor più spaventato di non riuscire a vedere. La paura che lo circondava era quasi soffocante, lui ebbe l'impressione che avessero modificato la conformazione del pavimento sotto di lui. Proprio appena oltre l'entrata del sottopalco, erano ammassate diverse sagome scure; sottili e deformi, che ostruivano il passaggio. Anche se le mani gli tremavano così tanto che a momenti il pacchetto dei fiammiferi gli sfuggiva, riuscì ad accendere il terzo fiammifero.
Le forme, molto più numerose di quelle dei boschi, erano costituite per lo più da facce e arti ricoperti di ragnatele. La faccia più vicina era quella che lui aveva visto all'iniziò. Vista da così vicino, fu in grado di vedere che esse e le sue compagne non avevano veri e propri occhi, sebbene si notasse che avevano fatto del loro meglio per non sembrare incomplete. La sostanza delle facce e di quei corpi artificiali ondeggiava, e non solo perché la luce del fiammifero tremolava. Improvvisamente il vento, che egli udiva aggirarsi per la scuola, gli scagliò addosso quelle sagome.
Dean indietreggiò di scatto ed esse caddero come pupazzi inanimati. La faccia che gli era più vicina si afflosciò, proprio come aveva fatto quando lui l'aveva vista alla finestra, e le sostanze di cui erano composte le figure svolazzarono verso di lui attraverso il palco: polvere, foglie morte e altra vegetazione, ragnatele cariche di scorie e insetti. Il vento che aveva provocato tutto ciò spense anche il fiammifero, e lui rimase rannicchiato nel buio finché non udì sbattere la porta d'entrata, e il clic della serratura rimbombò in tutta la scuola.
Dean spinse le mani e la testa contro il sottofondo del palco, come se ciò potesse dargli forza o se non altro fermare il suo tremore, ma anche il legno gli parve che fosse stato indebolito dalla paura. Soltanto la sua mente sembrava capace di reagire, con i pensieri che cicalavano disperatamente, come se una spiegazione avesse potuto metter fine a ciò che succedeva. Supponiamo, egli pensava, che l'esperienza di scoprirsi improvvisamente morti e incorporei sia così terrificante che uno adoperi qualsiasi cosa riesca ad agguantare per convincersi che ha ancora un corpo, seppur momentaneamente? Supponiamo che lo scoprirsi morti ricordi talmente l'immenso terrore provato da vivo, che tu ne venga riafferrato? Supponiamo che tu ti senta così vulnerabile che la tua mente possa solo trovare rifugio nel terrore che ti è tornato alla memoria e imprigionarti lì? Nessuna di questa riflessioni lo aiutò ad affrontare quelle cose che prima aveva visto muoversi tra lui e la porta, sagome ondeggianti sul pavimento, che bisbigliavano fra loro. Mentre si sforzava di non indietreggiare ancor più sotto il palco, lontano da ogni possibilità di fuga, udì ciò che restava di una voce, appena un sussurro, poco più di un pensiero che non era suo. - È un insegnante - disse la voce.
Le figure si voltarono verso di lui, facendo ondeggiare sui colli rachitici le teste mqstruose. - Non sono come gli insegnanti che c'erano qui - si difese Dean con una voce talmente tremula che ne rimase scosso. - Non vi avrei mai trattati in quel modo.
Quando esse si accalcarono intorno a lui lo fecero con un fruscio di cose inanimate. - Inseguici - dissero alcune di esse.
Allora volevano farsi spaventare, pensò dispiaciuto Dean: dunque era questo tutto quello che conoscevano. Allora lui non doveva spaventarsi, si disse balbettando; non erano altro che cartaccia e ragnatele. Non voleva giocare, e loro non potevano obbligarlo a giocare. Brandì il fiammifero spento contro di loro, come se quella minaccia potesse allontanarle. Forse quando avrebbero visto che non stava giocando, l'avrebbero lasciato stare, dandogli la possibilità di scappare senza doverli toccare; altrimenti, doveva solamente starsene tranquillo. - Non voglio ritornare mai più qui - mormorò ripetutamente a denti stretti, come una promessa a loro e a se stesso. - Non devo tornare qui. - Doveva soltanto rimanersene tranquillo fino a quando avrebbe trovato una via d'uscita, o finché non fosse giunta l'alba.
All'inizio si sforzò di non agitarsi, anche quando esse cominciarono a toccarlo per farsi rincorrere. Dopo un po', il tocco di quelle dita affusolate e in decomposizione si rivelò intollerabile. Scappò fuori dal sottopalco gemendo, e cominciò a correre avanti e indietro lungo l'edifìcio buio, su e giù per i corridoi, fuori e dentro le stanze, saltando verso le finestre inaccessibili, fuggendo ogni volta che si imbatteva in qualcosa che stava nascosto nel buio. Presto non si rese più conto se era lui che ridacchiava per la paura o se erano loro, che ridevano di lui, e neppure se rincorreva o veniva rincorso. Fu solo cosciente del fatto che aveva acconsentito a giocare. A dire il vero sembrava che non avrebbe mai più potuto fermarsi.