Stories 93 / Random

Stories by philip kindred dick

l'uomo variabile (italian)

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I
Il Commissario della Sicurezza Reinhart salì rapidamente gli scalini ed entrò nel Palazzo del Consiglio. Le guardie si scostarono per lasciarlo passare, e lui fece il suo ingresso nel familiare ambiente dove le grandi macchine ronzavano in continuazione. Sul volto magro gli occhi s'illuminarono per la tensione e si misero a fuoco sul calcolatore centrale SRB per leggere gli ultimi dati.
«Un netto incremento nell'ultimo quarto d'ora,» osservò Kaplan, l'assistente di laboratorio, e sogghignò orgoglioso come se fosse responsabile di persona della cosa. «Niente male, Commissario.»
«Stiamo recuperando,» ribatté Reinhart. «Ma troppo lentamente. Dobbiamo riuscire a prevalere… e al più presto.»
Kaplan aveva voglia di parlare. «Noi progettiamo nuove armi d'attacco, e loro replicano con difese più efficienti. E quindi non succede nulla, in realtà! Miglioramenti continui, ma né noi né Centauro possiamo rallentare abbastanza a lungo la produzione senza minacciare l'equilibrio.»
«Finirà,» affermò convinto Reinhart, «non appena la Terra avrà scoperto un'arma a cui Centauro non sia in grado di opporre alcuna difesa.»
«Ogni arma ha la sua difesa. L'una presuppone l'altra, e ne decreta l'immediata inutilità. Nulla dura abbastanza a lungo da…»
«Ciò che conta è l'intervallo di tempo,» l'interruppe Reinhart, infastidito, fissando l'altro con i suoi occhi grigi, con aria di rimprovero.
Kaplan sussultò involontariamente. «L'intervallo di tempo fra il nostro progetto offensivo e la loro reazione conseguente. Un simile intervallo varia.» Agitò le braccia con impazienza in direzione delle macchine davanti a lui. «Come lei ben sa.»
In quel momento, le 9,30 del mattino del 7 maggio 2136, il rilevamento statistico dei calcolatori SRB indicava 27-17 a favore dei centauriani. Tutto sommato, c'erano buone possibilità per Proxima Centauri di respingere un attacco militare terrestre. Il rilevamento era basato sul complesso d'informazioni di cui le macchine venivano a conoscenza da tutti i settori dei sistemi solare e centauriano.
21-17 a favore di Centauro. Ma solo un mese prima era stato 24-17 a loro favore. Lentamente ma continuamente, le cose stavano migliorando. Centauro, più senile e meno vigoroso, non riusciva a tener dietro ai continui progressi tecnologici della Terra. E la Terra guadagnava terreno.
«Se dichiarassimo guerra adesso,» disse pensieroso Reinhart, «perderemmo. Non possiamo ancora permetterci di rischiare un attacco aperto.» Il suo bel viso fu distorto da un'espressione crudele. «Ma le probabilità a nostro favore migliorano di momento in momento. I nostri progetti offensivi stanno gradualmente avendo la meglio sui loro sistemi difensivi.»
«Speriamo che la guerra non tardi troppo,» fece Kaplan. «Questa maledetta attesa sta mettendo a dura prova i nostri nervi…»
E la guerra non avrebbe tardato. Reinhart se ne rendeva conto, quasi lo presentiva. C'era nell'aria un senso di tensione, di élan. Il Commissario lasciò la sala dei calcolatori e si affrettò lungo il corridoio sino al suo ufficio ben protetto nel reparto della Sicurezza. Mancava ormai poco tempo. Lui sentiva quasi il soffio caldo del destino incombergli sopra… ed era per lui una sensazione piacevole. Piegò le labbra sottili in un sorriso senza allegria, mostrando la linea di denti bianchi che risaltavano contro la carnagione abbronzata. Provava una sensazione di benessere. Il suo lavoro di anni stava finalmente per dare i suoi frutti.
Il primo contatto, un secolo prima, aveva scatenato un conflitto immediato fra gli avamposti di Proxima Centauri e le navi terrestri in esplorazione. C'erano stati degli scontri, con armi incendiarie e raggi di energia.
Erano seguiti poi i lunghi, logoranti anni dell'inattività tra i due avversari, il cui contatto richiedeva, anche a velocità della luce, anni e anni di viaggio. I due sistemi più o meno si equivalevano. Agli schermi e alle navi dell'uno si contrapponevano gli schermì e le postazioni dell'altro. L'Impero Centauri ano circondava la Terra, formando un cerchio d'acciaio che, per quanto fosse consumato e malconcio, era estremamente difficile infrangere. La Terra, per prevalere, doveva inventare nuove armi.
Dalle finestre del suo ufficio Reinhart poteva vedere la distesa interminabile di edifici e di stradine, e l'incessante andirivieni dei terrestri, e macchie lucenti che erano piccole astronavi, veicoli ovoidali che trasportavano dovunque uomini d'affari e operai, i lunghi treni monorotaia ricolmi di uomini che dalle loro abitazioni si recavano alle fabbriche e ai campi di lavoro. E tutta quella gente non aspettava altro che l'arrivo di quel giorno fatale.
Reinhart attivò il canale riservato del suo videotelefono. «Il Reparto Progetti Militari,» ordinò seccamente.
Si mise a sedere, con il corpo snello rigido per la tensione, finché non ebbe la comunicazione richiesta. All'improvviso si ritrovò di fronte la massiccia figura di Peter Sherikov, il direttore della vasta rete di laboratori dislocata sotto gli Urali.
Il volto barbuto di Sherikov s'indurì nel vedere Reinhart, mentre le sopracciglia cespugliose si sollevarono formando un arco. «Che cosa vuole? Lo sa che ho da fare. Abbiamo già tanto di quel lavoro, senza bisogno di essere disturbati da voi… politici.»
«Si dà il caso che abbia bisogno di lei,» ribatté Reinhart senza far troppo caso al tono dell'altro, aggiustandosi il polsino della sua impeccabile camicia grigia. «Voglio una descrizione dettagliata del suo lavoro e di tutti i suoi progressi.»
«In qualche parte del suo ufficio troverà il regolare rapporto trasmesso nel solito modo. Se vorrà dargli un'occhiata, troverà esattamente tutto ciò che noi…»
«Non è questo che m'interessa. Io voglio vedere con i miei occhi quello che state facendo. E mi auguro che lei sia in grado di chiarirmi nei particolari tutto il suo lavoro. Sarò lì fra mezz'ora.»
Interruppe la comunicazione. Il volto massiccio di Sherikov ondeggiò e poi scomparve. Reinhart si rilassò, emettendo un profondo respiro. Peccato che avesse a che fare con Sherikov. Quell'uomo non gli era mai piaciuto. Il grosso scienziato polacco era un individualista restio a integrarsi con la società che lo circondava, un uomo indipendente, dalle vedute piuttosto personali. Concepiva l'uomo come fine, in modo del tutto opposto alla Weltansicht comunemente accettata nello Stato organizzato.
Tuttavia Sherikov era il miglior scienziato al servizio del Reparto Progetti Militari. E il futuro della Terra dipendeva proprio da quei progetti. La vittoria su Centauro… oppure un'ulteriore attesa, imbottigliati com'erano nel Sistema Solare, oppressi da un Impero ostile in decadenza, prossimo a cadere in rovina, eppure ancora forte.
Reinhart si alzò in piedi e lasciò l'ufficio, uscendo poi dal Palazzo del Consiglio.
Pochi minuti più tardi era a bordo del suo velocissimo incrociatore, e solcava il cielo mattutino diretto verso l'enorme catena montuosa degli Urali. Verso i laboratori dei Progetti Militari.
Sherikov gli andò incontro all'ingresso. «Senta, Reinhart. Non creda di venir qui a darmi ordini. Io non sopporterò…»
«Si calmi.» Reinhart si mise a fianco dell'altro e, dopo aver superato il controllo, i due giunsero nei laboratori ausiliari. «Nessuna coercizione immediata verrà esercitata su di lei o sui suoi assistenti. Lei è libero di proseguire il suo lavoro come meglio ritiene… per il momento. Voglio che questo sia ben chiaro. Sto solo cercando di adattare il suo lavoro al complesso delle nostre necessità sociali. E finché il suo lavoro si manterrà su livelli sufficientemente produttivi…»
Reinhart si fermò all'improvviso.
«Carino, vero?» disse ironicamente Sherikov.
«Che diavolo è?»
«Noi lo chiamiamo Icaro. Si ricorda il mito greco, la leggenda di Icaro? Icaro volò, e quest'Icaro qui volerà anche lui, un giorno o l'altro.» Sherikov alzò le spalle. «Può dargli un'occhiata, se vuole. Immagino che sia venuto qui proprio per questo.»
Reinhart fece un passo avanti, perplesso. «È questa l'arma a cui state lavorando?»
«Che gliene pare?»
Proprio al centro della stanza si ergeva un tozzo cilindro di metallo grigio scuro, circondato da tecnici e collegato ai banchi dei relais mediante numerosi tubi e filamenti che formavano un vero e proprio labirinto.
«Che cos'è?» domandò Reinhart salendo sul bordo di un tavolo da lavoro e appoggiando al muro le ampie spalle.
«È un'idea di Jamison Hedge, l'inventore quarant'anni fa delle videotrasmissioni interstellari istantanee. Stava lavorando per scoprire un sistema per viaggiare più veloce della luce quando morì in un incidente sul lavoro e gran parte dei suoi studi andarono perduti. Dopo di che le sue ricerche furono abbandonate. Sembrava che non avrebbero avuto un futuro.»
«E non fu dimostrato che niente può viaggiare più veloce della luce?»
«Le videotrasmissioni interstellari possono! No, Hedge scoprì un sistema di propulsione più veloce della luce; riuscì a far raggiungere a un oggetto una velocità cinquanta volte superiore a quella della luce. Ma mentre l'oggetto guadagnava velocità, diminuiva in lunghezza e aumentava in massa, coerentemente con i vecchi concetti del ventesimo secolo della trasformazione massa-energia. Noi ipotizzammo che tale oggetto, con l'aumentare della velocità, avrebbe continuato a diminuire in lunghezza e a crescere in massa, e alla fine avrebbe raggiunto lunghezza zero e massa infinita. Nessuno può immaginare un oggetto simile.»
«Vada avanti.»
«Succedeva questo, in realtà. L'oggetto di Hedge continuava a diminuire in lunghezza e a crescere in massa finché non raggiungeva il limite teorico di velocità, cioè la velocità della luce. A questo punto, pur guadagnando ancora velocità, cessava semplicemente di esistere. Non avendo più lunghezza, non occupava spazio, scompariva. Tuttavia non veniva distrutto. Proseguiva per la sua strada, incrementando la sua velocità e muovendosi lungo un arco attraverso la galassia, fuori dal Sistema Solare. L'oggetto di Hedge veniva perciò a trovarsi su un altro piano di esistenza, al di là dei nostri poteri di comprensione. La fase successiva dell'esperimento consisteva nella ricerca di un modo per ridurre la velocità di tale oggetto fino a riportarlo a una velocità sub-luce, quindi nuovamente nel nostro universo. Si lavorò dunque su questo controprincipio.»
«Con quali risultati?»
«La morte di Hedge e la distruzione di gran parte della sua attrezzatura. Il suo oggetto, rientrando nell'universo dello spazio-tempo, tornò a esistere in uno spazio già occupato da altra materia. Possedendo una massa enorme, appena sotto il limite dell'infinitezza, esplose causando un gigantesco cataclisma. Divenne dunque evidente che, con una propulsione del genere, non era possibile alcun viaggio nello spazio. Lo spazio contiene virtualmente materia dovunque, e il rientro nello spazio equivarrebbe a distruzione sicura. Hedge aveva scoperto la propulsione iper-luce e il suo contro-principio, ma nessuno era in grado di servirsene in modo efficace.»
Reinhart si avvicinò al grosso cilindro metallico, subito seguito da Sherikov. «Non capisco,» disse il commissario. «Lei ha detto che il principio non è valido per il viaggio spaziale.»
«Esatto.»
«E allora a che serve? Se la nave esplode non appena ritorna nel nostro universo…»
«Questa non è una nave.» Sherikov si lasciò andare a una risatina maliziosa. «Icaro è la prima applicazione pratica dei principi di Hedge. Icaro è una bomba.»
«Dunque questa è la nostra arma,» commentò Reinhart. «Una bomba. Una bomba immensa.»
«Una bomba che si muove a una velocità superiore a quella della luce. Una bomba che non esisterà nel nostro universo. I Centauriani non riusciranno a scoprirla né a fermarla. Come potrebbero? Non appena supererà la velocità della luce, cesserà di esistere… e nessuno potrà più individuarla.»
«Ma…»
«Icaro verrà lanciato dall'esterno dei laboratori, in superficie, e puntato su Proxima Centauri. Incrementerà rapidamente la sua velocità, e quando sarà giunto a destinazione viaggerà cento volte più veloce della luce. Verrà riportato nel nostro universo proprio all'interno di Centauro. L'esplosione distruggerà la stella e spazzerà via gran parte dei suoi pianeti… compreso Armun, il pianeta più importante del sistema. Non c'è alcun modo per fermare Icaro, una volta lanciato. Nessuna difesa è possibile, nulla può bloccarlo. Questo è un dato di fatto.»
«Quando sarà pronto?»
Gli occhi di Sherikov scintillarono. «Presto.»
«Presto quanto, esattamente?»
L'altro ebbe un attimo di esitazione. «In realtà, c'è soltanto una cosa che ci trattiene.»
Sherikov condusse Reinhart dall'altra parte della sala, e fece allontanare una guardia.
«Vede questa?» E indicò una sfera rotonda, aperta da un lato, grossa come un pompelmo. «È questa che ci trattiene.»
«Che cos'è?»
«La torretta centrale di controllo. È questa sfera che consente a Icaro di ritornare a velocità sub-luce al momento giusto. Deve essere precisa al millesimo. Icaro si troverà nell'interno della stella soltanto per il tempo di un microsecondo. Se la torretta non funziona con esattezza, Icaro uscirà dalla stella ed esploderà al di là del sistema.»
«Quanto manca perché sia completata?»
Sherikov fece un gesto evasivo, allargando le grosse braccia. «Chi può dirlo? Bisogna installarvi dei circuiti infinitesimali, tutta un'attrezzatura microscopica, invisibile a occhio nudo.»
«Può precisarmi entro quanto tempo sarà completata?»
Sherikov s'infilò una mano in tasca e ne tirò fuori un blocchetto di appunti. «Ho preparato tutti i dati per le macchine SRB, fornendo anche una data di completamento. Può inserirli lei stesso. Ho calcolato un tempo massimo di dieci giorni. Le macchine possono lavorarci sopra.»
Reinhart prese il taccuino con aria sospettosa. «È sicuro di quel che dice? Non credo di aver troppa fiducia in lei, Sherikov.»
Sherikov si rabbuiò. «Dovrà fidarsi, Commissario. Io non mi fido di lei più di quanto lei si fidi di me. So troppo bene che lei sta solo cercando una scusa per sbattermi via e sostituirmi con una delle sue teste di legno.»
Reinhart fissò lo scienziato con un'espressione pensierosa. Sherikov era un osso duro. Il Reparto Progetti rispondeva direttamente alla Sicurezza, non al Consiglio, e anche se Sherikov stava perdendo terreno, costituiva pur sempre un pericolo potenziale. Ostinato, individualista, incapace di anteporre il benessere pubblico ai propri interessi personali.
«D'accordo.» Reinhart si mise in tasca il taccuino con un gesto studiato. «Lo sottoporrò alle macchine. Ma si auguri che le cose vadano come devono andare. Non possiamo più tollerare errori. I prossimi giorni saranno decisivi.»
«Se le probabilità cambiano a nostro favore, lei darà l'ordine di mobilitazione?»
«Sì,» rispose il Commissario. «Darò l'ordine nel momento in cui vedrò che le probabilità cambiano».
Reinhart camminava nervosamente davanti alle macchine, attendendo i risultati. Erano le due del pomeriggio. Era una piacevole e calda giornata di maggio. Fuori dal palazzo la vita del pianeta proseguiva come sempre.
Come sempre? Non proprio. Nell'aria c'era una sensazione, un'eccitazione crescente ogni giorno che passava. La Terra attendeva da molto. Prima o poi l'attacco a Proxima Centauri doveva avvenire… meglio prima che poi. Il vecchio Impero Centauriano accerchiava la Terra, e imbottigliava la razza umana all'interno del suo unico sistema. Come una enorme rete soffocante, si stagliava fra i terrestri e gli scintillanti tesori dello spazio aperto… e non poteva continuare così.
La macchine SRB ronzavano. A un tratto la combinazione visibile scomparve dal quadro, che rimase vuoto per un certo tempo. Reinhart s'irrigidì, e attese.
Poi apparve la nuova proporzione.
Reinhart sobbalzò. 7-6. A favore della Terra!
Entro cinque minuti, l'allarme per la mobilitazione di emergenza era stato trasmesso a tutti i dipartimenti governativi. Il Consiglio e il presidente Duffe era stati immediatamente convocati in riunione. Ogni cosa avveniva con la massima velocità.
Non potevano esserci dubbi. 7-6, a favore della Terra. Reinhart rimise freneticamente in ordine le sue carte, preparandosi a partecipare alla sessione del Consiglio.
Nel Reparto Ricerche Storiche la piastra con il messaggio venne rapidamente estratta dal settore riservato e trasmessa all'ufficiale capo.
«Guardi!» Fredman lasciò cadere la piastra sul tavolo del suo superiore. «Guardi qui!»
Harper prese la piastra e le diede un'occhiata veloce. «Sembra proprio vero. Non credevo che sarei vissuto abbastanza per vedere una cosa del genere.»
Fredman lasciò di corsa la stanza, dirigendosi verso l'ufficio della bolla temporale. «Dov'è la bolla?» domandò, guardandosi intorno.
Uno dei tecnici alzò lentamente lo sguardo. «Circa due secoli nel passato. Stiamo raccogliendo dati interessanti sulla guerra del 1914. Secondo il materiale già raccolto dalla bolla…»
«Lasci perdere. Basta con i lavori di routine. Faccia tornare la bolla al presente. D'ora in poi tutta l'attrezzatura deve essere disponibile per attività militari.»
«Ma… la bolla è regolata sull'automatico.»
«Può riportarla indietro manualmente.»
«È rischioso.» Il tecnico gesticolò, esitante. «Se è un caso di emergenza, penso che possiamo correre il rischio e disinserire l'automatico.»
«È un caso di emergenza,» ribatté Fredman con enfasi.
«Ma le probabilità potrebbero cambiare di nuovo,» disse nervosamente Margaret Duffe, Presidente del Consiglio. «Possono invertirsi da un momento all'altro.»
«Questa è la nostra occasione!» scattò Reinhart, travolto dalla sua foga. «Che diavolo le prende? Sono anni che aspettiamo questo momento!»
I presenti si lasciarono andare a mormorii eccitati. Margaret Duffe esitò, mentre i suoi occhi azzurri ne tradivano la preoccupazione. «Mi rendo conto che l'occasione è giunta, almeno da un punto di vista statistico. Ma le nuove probabilità sono appena apparse. Come possiamo essere sicuri che rimarranno stabili? In fondo si basano su una sola arma.»
«Lei si sbaglia, non afferra la situazione,» replicò Reinhart, controllandosi con grande fatica. «L'arma di Sherikov ha mutato la situazione a nostro favore, ma sono mesi che le probabilità migliorano per noi. Era solo una questione di tempo. Era inevitabile che prima o poi si venisse a stabilire un nuovo equilibrio. Non è merito esclusivo di Sherikov. Lui è semplicemente uno dei fattori. Qui si bratta di tutti i nove pianeti del Sistema Solare… non di un solo uomo!»
Uno dei consiglieri si alzò in piedi. «Il Presidente deve rendersi conto che l'intero pianeta è ansioso di porre termine a quest'attesa. Tutti a nostri sforzi nel corso degli ultimi anni sono stati volti al fine di…»
Reinhart si fece più vicino allo snello Presidente del Consiglio. «Se lei non ratifica la guerra, vi saranno probabilmente dei disordini. Il pubblico reagirà in modo violento, molto violento. E lei lo sa.»
Margaret Duffe lo trafisse con un'occhiata gelida. «È stato lei a dare l'allarme per forzarmi la mano. Lei sapeva benissimo ciò che faceva. Sapeva che una volta avviata la mobilitazione non si sarebbe più potuto tornare indietro.»
Un mormorio sempre più forte si levò dai consiglieri. «Dobbiamo approvare la guerra!… Ci siamo impegnati!… È troppo tardi per i pentimenti!»
Urla, grida irate, insistenti ondate di disapprovazione travolsero Margaret Duffe. «Sono per la guerra come chiunque altro,» disse seccamente. «Solo che ritengo opportuna una certa prudenza. Un conflitto inter-sistema è una cosa grossa. Noi facciamo una guerra solo perché una macchina dice che abbiamo una probabilità statistica di vincerla.»
«A che serve incominciare una guerra se non la si può vincere?» ribatté Reinhart. «Le macchine SRB ci dicono se siamo in grado di vincere.»
«Esse ci comunicano che abbiamo una probabilità di vincerla. Non ci garantiscono altro.»
«Cosa potremmo chiedere di più?»
Margaret Duffe strinse i denti. «Va bene. Ho sentito le vostre opinioni, e non ho nessuna intenzione di oppormi alla volontà del Consiglio. La guerra è approvata.» I suoi occhi freddi e vivaci si posarono su Reinhart. «Soprattutto perché l'allarme è già stato dato a tutti i dipartimenti del governo.»
«Bene.» Reinhart si allontanò con sollievo. «Allora è fatta. Si può procedere con la mobilitazione generale».
La mobilitazione si svolse all'insegna della massima rapidità. Le successive quarantotto ore videro tutto un fervore di attività.
Reinhart partecipò a una riunione a livello politico-militare nelle sale del Consiglio. La riunione era presieduta da Carleton, Comandante della Flotta.
«Ecco la nostra strategia,» disse Carleton, e indicò con un cenno della mano un grafico sopra un pannello. «Sherikov afferma che ci vogliono ancora otto giorni per completare la bomba iper-luce. In questo lasso di tempo la flotta che abbiamo dislocato nei pressi del sistema centauriano prenderà posizione. Non appena la bomba sarà esplosa, la flotta darà inizio alle operazioni contro le navi centauriane superstiti. Molte sopravviveranno di certo all'esplosione, ma senza più l'appoggio di Armun, saranno praticamente alla nostra mercé.»
Reinhart prese il posto di Carleton. «Io posso riferire sulla situazione economica. Tutte le fabbriche terrestri vengono utilizzate per la produzione di armi. Una volta spazzato via Armun, dovremmo riuscire a suscitare moti insurrezionali nelle colonie centauriane. È difficile mantenere unito un Impero inter-sistema, sia pure con l'ausilio di navi che sfiorano la velocità della luce. I vari signorotti locali prenderanno il potere e noi dobbiamo aver pronte adesso armi e navi per affrontarli quando sarà il momento. Poi speriamo di poter trovare un principio unificatore sotto il quale raccogliere tutte le colonie. Il nostro interesse è più economico che politico. Essi potranno scegliersi il tipo di governo che vorranno, purché continuino a rifornirci dei materiali di cui abbiamo bisogno. Così come fanno attualmente gli altri otto pianeti del nostro Sistema.»
Carleton riprese il suo rapporto. «Una volta distrutta la flotta centauriana potremo dare il via alla fase cruciale della guerra: il trasporto a terra di uomini e scorte dalle navi che si trovano in attesa in tutti i punti chiave del sistema centauriano. A questo punto…»
Reinhart si allontanò. Era difficile credere che erano trascorsi appena due giorni da quando era stato impartito l'ordine di mobilitazione. L'intero sistema era in attività febbrile e si continuavano a risolvere innumerevoli problemi… anche se ne rimanevano ancora molti insoluti.
Entrò nell'ascensore e salì fino alla sala delle macchine SRB, curioso di vedere se nel frattempo si era verificato qualche cambiamento nelle previsioni. Ma tutto era rimasto invariato. Fino a quel momento tutto stava andando bene. I centauriani erano a conoscenza di Icaro? Senza dubbio sì, ma non potevano opporsi in nessun modo; almeno non nel breve tempo di otto giorni.
Reinhart fu raggiunto da Kaplan, che gli sottopose un nuovo mucchio di dati appena sfornati. Kaplan frugò in mezzo a essi. «È venuto fuori qualcosa di divertente. Forse può interessarle.» E porse a Reinhart un messaggio.
Proveniva dal Reparto Ricerche Storiche:
9 maggio 2136
La presente per riferire che, nel riportare al presente la bolla di ricerca temporale, ci si è serviti per la prima volta del ritorno manuale. Non è stato perciò possibile eseguire una manovra precisa ed è stata riportata al presente anche una certa quantità di materiale del passato, tra cui un individuo degli inizi del ventesimo secolo il quale è immediatamente fuggito dal laboratorio. Non si è ancora riusciti a metterlo al sicuro. Il Reparto Ricerche Storiche si rammarica dell'incidente, ma ne attribuisce la causa a motivi di emergenza.
E. Fredman
Reinhart restituì il messaggio a Kaplan. «Interessante. Un uomo del passato… intrappolato nel bel mezzo della più grande guerra che l'universo abbia mai conosciuto.»
«Non si sa mai che cosa può succedere. Mi domando che diranno le macchine.»
«È difficile da indovinare. Probabilmente nulla.» Reinhart lasciò la stanza e si affrettò lungo il corridoio diretto verso il proprio ufficio.
Appena vi fu giunto, chiamò Sherikov al videotelefono servendosi della linea riservata.
Apparvero i lineamenti massicci del polacco. «Buongiorno, Commissario. Come vanno i preparativi per la guerra?»
«Bene. E come procede l'allestimento della torretta?»
Sherikov si accigliò in modo appena percettibile. «In effetti, Commissario…»
«Che succede?» l'interruppe brusco Reinhart.
Sherikov fece un gesto vago. «Lei sa come vanno queste cose. Ho tolto i miei uomini e li ho rimpiazzati con dei robot operai. Sono più abili, ma non sono in grado di prendere decisioni. Per prendere decisioni non basta semplicemente essere abile. Bisogna essere…» Cercò la parola giusta. «… un artista.»
Il volto di Reinhart s'indurì. «Senta, Sherikov. Lei ha ancora otto giorni per completare la bomba. I dati forniti alle macchine SRB contenevano quest'informazione. E la proporzione di 7-6 è basata proprio su tale stima. Se lei non ce la fa…»
Sherikov fece una smorfia d'imbarazzo. «Non se la prenda, Commissario. Ce la faremo.»
«Lo spero. Mi chiami appena è pronta.» Reinhart interruppe la comunicazione. Se Sherikov avesse fallito, lui sarebbe stato costretto a farlo fuori. Tutto l'esito della guerra dipendeva da quella bomba.
Lo schermo s'illuminò nuovamente, e Reinhart l'attivò, trovandosi davanti il volto di Kaplan, pallido e stravolto. «Commissario, sarà meglio che faccia un salto qui. È successo qualcosa.»
«Che cosa?»
«Venga qui e glielo farò vedere.»
Allarmato, Reinhart uscì di corsa dal suo ufficio e si precipitò lungo il corridoio. Trovò Kaplan proprio di fronte alle macchine SRB. «Che cos'è questa storia?» chiese dando un'occhiata allo schermo su cui era scritta la proporzione. Era invariata.
Kaplan gli porse nervosamente un messaggio. «L'ho inserito un attimo fa nelle macchine e dopo aver visto i risultati l'ho tolto subito. È quella comunicazione che le ho fatto leggere, proveniente dal Reparto Ricerche Storiche. Quella sull'uomo del passato.»
«Che cosa è successo quando l'ha inserita?»
Kaplan deglutì con aria infelice. «Le farò vedere. Ora l'inserisco di nuovo, esattamente come ho fatto prima.» E infilò la piastra metallica in una cinghia mobile d'immissione. «Guardi le cifre,» mormorò poi con voce roca.
Reinhart guardò, rigido e tirato. Lì per lì non successe nulla. Rimanevano le cifre 7-6. Poi…
Le cifre scomparvero, le macchine sembrarono esitare, e quindi ne apparvero delle nuove: 4-24 per Centauro. Reinhart rantolò, improvvisamente angosciato. Ma anche quelle cifre scomparvero, e furono sostituite da altre. 16-38 per Centauro. Poi 48-86. Poi 79-15 in favore della Terra. Poi nulla. Le macchine ronzarono, ma senza mostrare alcuna lettura.
Niente di niente. Nessuna cifra. Solo il vuoto.
«Che cosa significa?» borbottò perplesso Reinhart.
«È fantastico. Non pensavamo che potesse…»
«Che cosa è successo?»
«Le macchine non sono in grado di elaborare l'informazione. Non riescono a trarne alcuna lettura perché non sanno integrare i dati. Non possono servirsene per fare previsioni e ciò manda all'aria tutti i loro calcoli.»
«Perché?»
«È… è una variabile.» Kaplan tremava, era sbiancato. «Qualcosa da cui non si può dedurre alcuna conclusione. L'uomo dal passato. Le macchine non sono in grado di includerlo nelle loro previsioni. L'Uomo Variabile!»
II
Thomas Cole stava affilando la punta di un coltello con la sua mola quando si scatenò il tornado.
Il coltello apparteneva alla signora che abitava nella grande casa verde. Ogni volta che giungeva Cole con il suo carretto, la signora aveva qualcosa da far affilare. Ogni tanto gli offriva una tazza di caffè preparato in una vecchia caffettiera, e lui apprezzava molto sia il primo sia la seconda.
Era una giornata coperta e piovigginosa, e gli affari non gli stavano andando bene. Un'automobile aveva spaventato i suoi due cavalli. Nei giorni di pioggia girava poca gente, così lui doveva scendere dal carretto e suonare di porta in porta.
Ma l'uomo della casa gialla gli aveva dato un dollaro per riparare il suo refrigeratore elettrico. Nessun altro ci era riuscito, nemmeno il tecnico della fabbrica. Con un dollaro avrebbe potuto far molto. Un dollaro era una bella cifra.
Si rese conto che si trattava di un tornado prima che gli fosse addosso. Era calato un silenzio improvviso. Lui era chinato sulla mola, con le redini sulla ginocchia, tutto preso dal suo lavoro.
Il coltello gli era venuto bene, e l'aveva quasi finito. Sputò sulla lama e lo sollevò per osservarlo meglio… quando il tornado si scatenò.
Tutto d'un tratto gli fu intorno da ogni lato: una massa grigia uniforme, come una macchia di assoluta tranquillità che rinchiudeva lui, il suo carretto e i suoi cavalli nel cuore del tornado. Solo quella nebbiolina grigia, e silenzio tutt'intorno.
Mentre si stava domandando che cosa fare, e come riportare il coltello alla vecchia signora, vi fu un sobbalzo improvviso, e il tornado gli si rovesciò addosso, e si disperse al suolo. I cavalli nitrirono di terrore, cercando di liberarsi dai finimenti. Cole si alzò subito in piedi.
Dove si trovava?
Il velo grigio era sparito. Da ogni lato si vedevano adesso delle pareti bianche, e c'era una luminosità molto intensa, non come quella del giorno ma abbastanza simile. La coppia di cavalli aveva fatto uno scarto di lato, e si era messa a trascinare il carretto all'impazzata, facendo cadere gli attrezzi che vi si trovavano sopra. Cole riuscì a raddrizzare il veicolo con una energica tirata di briglie, e balzò a cassetta.
E allora, per la prima volta, vide quegli uomini.
Volti pallidi e sbalorditi, e delle strane uniformi. E una sensazione di pericolo!
Cole diresse la pariglia verso la porta. L'acciaio dei ferri risuonò sinistramente sull'acciaio del pavimento, facendo scappare gli uomini in tutte le direzioni. Cole si ritrovò in un ampio corridoio. Sembrava un ospedale.
Il corridoio si biforcava, mentre da ogni lato giungevano altri uomini, gridando e urtandosi tra loro come formiche. Un raggio viola scuro colpì un lato del carretto, facendo fumare il legno.
Cole ebbe paura. Incitò i cavalli terrorizzati, i quali si lanciarono alla cieca contro una grossa porta. Questa cedette… e si trovarono all'aperto, dove la luce del Sole brillava sopra le loro teste. Il carro fu lì lì per capovolgersi, poi i cavalli guadagnarono velocità e si diressero al galoppo lungo un campo verso una lontana linea di vegetazione. Cole si teneva disperatamente attaccato alle briglie.
Alle sue spalle i piccoli uomini dai volti pallidi erano usciti fuori e si erano raggruppati gesticolando freneticamente. Cole riusciva a sentire le loro grida acute che si perdevano in lontananza.
Ma era riuscito a scappare. Era salvo. Fece rallentare i cavalli e riprese fiato.
Si trovava in un bosco artificiale. Era una specie di parco, con la vegetazione che cresceva libera e selvaggia, una vera e propria giungla di piante intrecciate che crescevano senza alcun ordine.
Nel parco non c'era nessuno. Dalla posizione del Sole giudicò che fosse primo mattino o tardo pomeriggio. Il profumo dei fiori e dell'erba, l'umidità che ricopriva le foglie suggeriva però l'idea che dovesse essere mattina. Il tornado era scoppiato di pomeriggio, mentre il cielo era grigio e nuvoloso.
Cole rifletté. Evidentemente era stato trasportato per un bel tratto di strada. L'ospedale, gli uomini con i volti pallidi, quella strana illuminazione, le parole fortemente accentate che era riuscito a cogliere… tutto questo indicava che non si trovava più nel Nebraska, e forse nemmeno negli Stati Uniti.
Alcuni dei suoi attrezzi erano caduti e si erano perduti lungo la strada. Cole radunò tutti quelli che rimanevano e li divise per gruppi accarezzando ciascuno strumento quasi con affetto. Alcuni degli scalpelli più piccoli erano andati perduti, poiché si era aperta la scatola che li conteneva. Cole sistemò quelli che rimanevano, poi prese un seghetto, lo ripulì accuratamente con un panno oliato e rimise a posto anche quello.
Il Sole stava salendo lentamente nel cielo. Cole alzò lo sguardo, riparandosi con la mano callosa. Era un uomo alto e con le spalle ricurve, con una barbetta grigia e ispida. Indossava abiti sporchi e spiegazzati. Gli occhi erano di un color azzurro pallido e le mani lunghe e affusolate.
Non poteva restare nel parco. L'avevano visto prendere quella direzione, e ben presto sarebbero stati sulle sue tracce.
Qualcosa guizzò rapidamente nel cielo. Una macchiolina scura che si muoveva a velocità incredibile. Subito dopo seguì una seconda. Cole fece appena in tempo a vederle, che erano già scomparse. Non avevano emesso il minimo rumore.
Cole aggrottò le ciglia, turbato. Quelle macchioline l'avevano messo a disagio. Avrebbe dovuto muoversi, e cercare del cibo. Il suo stomaco già brontolava in segno di protesta.
Lavoro. C'erano un sacco di cose che poteva fare: curare giardini, arrotare coltelli, macinare, aggiustare macchine e orologi, e un mucchio di lavoretti casalinghi, come falegname, pittore, carpentiere e altre faccende.
Sapeva fare quasi ogni cosa. Tutto ciò che gli veniva richiesto, e in cambio chiedeva solo un pasto e un po' di denaro.
Thomas Cole avviò il carretto. Si sedette comodo a cassetta guardandosi intorno con molta attenzione, mentre il veicolo procedeva lentamente attraverso quella giungla inestricabile di alberi e fiori.
Reinhart procedeva alla massima velocità consentita dal suo incrociatore, scortato da una nave militare. Sotto di lui correva via il terreno, una macchia indistinta di grigio e verde.
Lì si stendevano le macerie di New York, un groviglio contorto di rovine e vegetazione. Le grandi guerre atomiche del ventesimo secolo avevano trasformato tutta la zona in una sterminata distesa di cenere desolata.
Erba e rovine sotto di lui. Poi l'improvvisa macchia di verde che era stato il Central Park.
Reinhart scorse il Reparto Ricerche Storiche e piegò verso il basso, facendo atterrare il suo velivolo nel piccolo campo nei pressi degli edifici principali.
Era già lì ad attenderlo Harper, l'ufficiale in capo del reparto.
«Onestamente non riusciamo a capire perché lei dia tanta importanza a tutta questa faccenda,» disse quest'ultimo con voce incerta.
Reinhart lo fulminò con un'occhiataccia. «Sono io a decidere se è importante o no. È stato lei a dare l'ordine di riportare indietro manualmente la bolla?»
«L'ordine l'ha dato Fredman, in ossequio alla sua direttiva di lasciar disponibili tutte le attrezzature per…»
Reinhart si diresse verso la porta d'ingresso dell'edificio. «Dov'è Fredman?»
«Dentro.»
«Voglio vederlo. Andiamo.»
All'interno del palazzo Fredman andò loro incontro. Salutò Reinhart con calma, senza dimostrare alcuna emozione. «Mi spiace di averle creato qualche grattacapo, Commissario. Stavamo cercando di allestire questa stazione per la guerra.» Scrutò con curiosità Reinhart. «Volevamo far tornare la bolla il più presto possibile. L'uomo e il suo carretto saranno certamente recuperati al più presto dai suoi uomini.»
«Voglio sapere tutto ciò che è successo, nei minimi particolari.»
Fredman si mosse sulle gambe, ora un po' a disagio. «Non c'è molto da dire. Io ho dato l'ordine di disinserire l'automatico e di far tornare manualmente la bolla. Nel momento in cui il segnale l'ha raggiunta, la bolla stava attraversando la primavera del 1913, e ha raccolto un pezzo di terra sul quale si trovavano quest'uomo e il suo carretto. Naturalmente costui è stato riportato al presente dentro la bolla.»
«I vostri strumenti non vi hanno segnalato che la bolla era carica?»
«Eravamo troppo eccitati per fare rilevamenti del genere. Mezz'ora dopo aver impartito il comando manuale, la bolla si è materializzata nella sala di osservazione. Prima che qualcuno si accorgesse di quel che c'era dentro, era già stata de-energizzata. Abbiamo tentato di fermarlo ma quello ha guidato il carretto al di fuori della sala, travolgendoci. I cavalli erano imbizzarriti.»
«Che tipo di carretto era?»
«C'erano dei segni sopra. Delle lettere nere su entrambi i lati. Nessuno l'ha visto bene.»
«Vada avanti. Che cosa è successo dopo?»
«Qualcuno gli ha sparato addosso un raggio Slem, ma l'ha mancato. I cavalli l'hanno portato all'esterno e quando siamo giunti all'uscita, il carretto era già quasi arrivato al parco.»
Reinhart rifletté. «Se si trova ancora nel parco non dovrebbe essere difficile averne ragione. Ma dobbiamo essere prudenti.» Reinhart si girò per tornare verso la nave, ignorando Fredman. Harper lo seguì.
Giunto accanto al velivolo, il Commissario si fermò e chiamò con un cenno alcune guardie governative. «Fate mettere agli arresti il personale esecutivo di questo reparto. Più tardi li farò processare per tradimento.» Sorrise ironico nel vedere Harper che sbiancava. «È in corso una guerra. Sarete fortunati se riuscirete a salvare la pelle.»
Reinhart entrò nella sua nave e decollò rapidamente. La scorta gli si mise subito alle calcagna. Il Commissario sorvolò il desolato mare di cenere che mai nessuno si era preoccupato di restituire alla civiltà, e si trovò all'improvviso al di sopra di una macchia verde proprio in mezzo a tutto quel grigio. La seguì con lo sguardo finché non fu sparita alla vista.
Central Park. C'erano navi della polizia che solcavano il cielo, e altre che trasportavano in quella direzione uomini e mezzi. A terra si vedevano invece dei veicoli cingolati e armati di cannoni che procedevano rombando, e lasciandosi dietro linee nere che convergevano inesorabilmente verso il parco.
Non ci avrebbero messo molto ad acciuffare quell'uomo. Ma intanto le macchine SRB non funzionavano più, e il corso della guerra dipendeva proprio dalle loro informazioni.
Verso mezzogiorno il carretto giunse sul limitare del parco. Cole si riposò per un attimo, concedendo ai cavalli il tempo per mangiare un po' d'erba fitta. L'enorme distesa silenziosa di cenere lo atterrì. Che cosa era successo? Nulla si muoveva. Non c'erano edifici, né alcun segno di vita. Qua e là crescevano dei ciuffetti di erbacce che spezzavano la monotonia di quella superficie piatta, ma il paesaggio era nell'insieme squallido e desolato, e gli faceva venire i brividi.
Cole fece muovere il carretto ad andatura ridotta e s'inoltrò nella distesa di cenere, fissando il cielo sopra di lui. Adesso nulla lo nascondeva. Era ormai fuori dal parco, in mezzo a quel deserto nudo e uniforme, sconfinato. Se l'avessero scorto…
Un nugolo di macchioline scure attraversò il cielo, avvicinandosi rapidamente, poi virò sulla destra e scomparve. Aeroplani, aeroplani di metallo e senz'ali. Li seguì con lo sguardo, continuando a procedere al piccolo trotto.
Mezz'ora più tardi apparve qualcosa davanti a lui. Cole rallentò l'andatura, e aguzzò gli occhi. La distesa di cenere era terminata; Cole ne aveva raggiunto l'estremo limite. Riapparve il terreno scuro e coperto d'erba. C'erano molte piante e più avanti si scorgeva una linea di edifici, case di forma strana. O rifugi.
Case, probabilmente. Ma diverse da quelle che aveva sempre visto.
Si trattava di edifici uniformi, tutti uguali, simili a piccole conchiglie verdi tutte in fila, centinaia e centinaia. Davanti a ciascuna di esse c'era un piccolo prato, un sentiero, un portico, e una scarna siepe tutt'intorno. Comunque le case erano tutte uguali e molto piccole.
Piccole conchiglie verdi in tante file ben ordinate. Cole aumentò l'andatura dirigendo verso di esse.
Non sembrava esserci nessuno. S'infilò in una stradina tra due file di case, e gli zoccoli dei cavalli risuonarono sordamente nel silenzio assoluto. Doveva essere una specie di città, ma non c'erano cani né bambini. Tutto era pulito, e non si udiva nessun rumore. Come un modellino in miniatura. Un giocattolo. Si sentì a disagio.
In quel momento scorse un giovane che camminava lungo il marciapiede e che a sua volta lo guardò, spalancando la bocca per lo stupore. Era vestito in modo piuttosto strano, con una toga che gli arrivava fino alle ginocchia, e che era composta da un pezzo unico di tessuto. Calzava dei sandali.
O qualcosa di simile a sandali. Tutto il suo abbigliamento, comunque, era ricavato da uno strano materiale semi-luminoso, che brillava debolmente alla luce del Sole. Sembrava più metallo, che stoffa.
In un angolo del prato una donna stava innaffiando i fiori. Al passare del carretto con i due cavalli, si raddrizzò e spalancò gli occhi per lo sbalordimento… poi per la paura. Aprì la bocca senza riuscire a emettere alcun suono, e l'innaffiatoio le scivolò dalle dita cadendo silenziosamente a terra.
Cole arrossì e distolse rapidamente lo sguardo. La donna era vestita in modo assai succinto! Diede uno strattone alle redini e spronò i cavalli.
Dietro di lui, la donna continuò a fissarlo sbalordita. Cole le lanciò un'occhiata fugace… poi si voltò di nuovo urlando qualcosa ai suoi cavalli, con le orecchie rosse per l'imbarazzo. Aveva visto bene. La donna indossava soltanto un paio di calzoncini trasparenti, e nient'altro. Ed erano composti di quello stesso materiale luminescente che aveva visto indosso all'altro individuo. Per il resto, il suo corpo minuto era completamente nudo.
Cole rallentò la pariglia. Graziosa quella ragazza: capelli e occhi castani, labbra rosse e piene, una figuretta snella, sottile di vita, slanciata di gambe, morbida e flessuosa, con dei bei seni prosperosi… Scacciò via quei pensieri. Doveva trovare lavoro, qualcosa per sopravvivere.
Cole fermò il carretto e balzò a terra. Scelse a caso una delle abitazioni e si avvicinò con circospezione. Era una bella casa, semplice ma di gusto, e come tutte le altre aveva un aspetto piuttosto fragile.
Giunse sotto il portico. Non si vedevano campanelli. Fece scorrere le dita sulla superficie della porta, ma inutilmente. All'improvviso, tuttavia, si udì un clic, un breve rumore all'altezza dei suoi occhi. Cole alzò lo sguardo, stupito. Proprio davanti a lui una sezione della porta stava richiudendosi, nascondendo una lente. Era stato fotografato.
Mentre si stava domandando che cosa volesse dire, la porta si spalancò. Un uomo si stagliò sulla soglia, bloccando minacciosamente l'ingresso. Era un uomo corpulento e indossava una toga color marrone rossiccio.
«Che cosa vuole?» gli domandò.
«Sto cercando lavoro,» rispose Cole. «Qualsiasi tipo di lavoro. So fare ogni genere di cose. Riparo oggetti rotti, che non funzionano più.» Gli mancò la voce. «Qualsiasi cosa.»
«Si rivolga al Dipartimento Collocazione del Consiglio di Controllo delle Attività Federali,» replicò brusco l'altro. «Lei sa che sono loro a occuparsi della terapia occupazionale.» Poi lo scrutò con interesse. «Perché indossa dei vestiti così vecchi?»
«Vecchi? Beh, io…»
L'uomo guardò al di sopra delle sue spalle, e vide il carretto e i due cavalli. «E quello che cos'è? E quei due animali? Cavalli?» Si strofinò la mascella, fissando ancor più intensamente il nuovo arrivato. «È strano,» disse poi.
«Strano?» ripeté Cole, a disagio. «Perché?»
«È almeno un secolo che non ci sono più cavalli. Sono stati tutti spazzati via nel corso della Quinta Guerra Atomica. Ecco perché è strano.»
Cole s'irrigidì, mentre tutti i sensi si tendevano spasmodicamente. C'era qualcosa negli occhi dell'altro, un che di duro, di bruciante. Cole indietreggiò lentamente, scese dal portico e imboccò il vialetto. Doveva essere prudente. C'era qualcosa che non andava.
«Io me ne vado,» mormorò.
«Sono cent'anni che non esistono più cavalli.» L'uomo si avvicinò a Cole. «Chi sei? Perché sei vestito così? Dove hai trovato quel veicolo e quella coppia di cavalli?»
«Io me ne vado,» ripeté Cole, muovendo qualche passo.
L'uomo tirò fuori di scatto qualcosa dalla cintura, un sottile tubo metallico, e lo porse a Cole.
Si trattava di un foglio di carta arrotolata, una lamina di metallo a forma di tubo, con delle strane parole scritte sopra. Cole non riuscì a capirne nemmeno una. C'era poi la fotografia del suo interlocutore, delle file di numeri, dei disegni…
«Sono il Direttore Winslow,» disse l'uomo. «Della Riserva Federale. Parla subito, o fra poco avrai addosso una vettura della Sicurezza.»
Cole agì di scatto. Fece dietro-front e si diresse a testa bassa verso il carretto, che era ancora fermo sulla strada.
Qualcosa lo colpì. Un muro di forza, che lo fece stramazzare a faccia in giù. Cole cadde come un sacco di stracci, con il corpo dolorante e percorso da atroci vibrazioni. Il dolore lo sommerse a ondate, poi pian piano cominciò a scemare.
Si rimise faticosamente in piedi. La testa gli girava, e si sentiva debole, e scosso da un tremito irrefrenabile. L'uomo gli si avvicinò. Cole riuscì ad afferrare le redini e si mise a sedere. Il carretto guadagnò velocità, e svoltò a un angolo della strada. Cole spronò i due animali con quel po' di forze che era riuscito a riguadagnare, continuando a trarre profondi respiri. Vide le case e le strade passargli davanti in una macchia indistinta, mentre il carretto continuava a guadagnare velocità.
A un certo punto uscì dall'abitato, lasciandosi indietro tutte quelle casette. Si trovava su una specie di autostrada, con fabbriche ed enormi edifici su entrambi i lati. Ed esseri umani che lo fissavano sbalorditi.
Dopo un po' le fabbriche terminarono, e Cole rallentò l'andatura. Che cosa aveva voluto dire quell'uomo? La Quinta Guerra Atomica. I cavalli spazzati via. Non aveva senso. E poi tutte quelle cose di cui non sapeva nulla. Campi di forza. Aeroplani senza ali, e silenziosi.
Cole si frugò in tasca. E trovò il tubo di identificazione che l'uomo gli aveva dato. Nell'eccitazione del momento se l'era portato via. Lo srotolò lentamente e prese a esaminarlo. La scrittura gli era ignota.
Rimase lì a studiarlo per un bel po' di tempo. Poi, poco a poco, si rese conto di qualcosa che si trovava sull'angolo in alto a destra.
Una data. 6 ottobre 2128.
Cole fu preso da una specie di stordimento. Tutto gli girava intorno vorticosamente. Ottobre 2128. Come poteva essere?
Eppure stringeva in mano quel rotolo di carta metallica, sottile come un velo. Quindi doveva essere così. E quella data scritta in quell'angolo non poteva che essere vera.
Cole riavvolse lentamente il tubo, ancora stordito. Duecento anni. Non sembrava possibile. Ma tutto cominciava ad acquistare un senso. Lui si trovava nel futuro, duecento anni nel futuro.
Mentre stava rimuginando quell'idea, apparve sopra di lui la sagoma nera e veloce della nave della Sicurezza, che poi puntò il muso verso il carretto che si trascinava lentamente lungo la strada.
Lo schermo di Reinhart ronzò. Il Commissario l'attivò con un gesto secco. «Sì?»
«Un rapporto della Sicurezza.»
«Me lo passi.» Reinhart attese impaziente che gli passassero la comunicazione. Lo schermo si riaccese.
«Sono Dixon. Del Comando Regionale Occidentale.» L'ufficiale si schiarì la gola, giocherellando con le piastrine dei messaggi. «L'uomo del passato è stato individuato. Si sta allontanando dalla zona di New York.»
«Da quale parte della nostra rete?»
«Al di fuori. È sfuggito alla rete intorno a Central Park entrando in una delle piccole cittadine che si trovano sul limitare dell'area distrutta.»
«Sfuggito?»
«Pensavamo che avrebbe evitato le città. Naturalmente in corrispondenza di esse la rete era disattivata.»
I lineamenti di Reinhart s'indurirono. «Vada avanti.»
«È entrato nella città di Petersville pochi minuti prima che la rete si chiudesse intorno al parco. L'abbiamo esaminato palmo per palmo, ma naturalmente non abbiamo trovato nulla. Se ne'è già andato. Un'ora più tardi abbiamo ricevuto un rapporto da un residente di Petersville, un ufficiale della Riserva. L'uomo del passato era giunto fino a casa sua in cerca di lavoro. Winslow, l'ufficiale, si è messo a parlare con lui cercando di trattenerlo, e poi di catturarlo, ma quello è riuscito a sfuggire sul suo carretto. Winslow ha chiamato subito la Sicurezza, ma era già troppo tardi.»
«Mi avvisi non appena ha altre notizie. Dobbiamo prenderlo… e subito.» Reinhart spense lo schermo, e si appoggiò allo schienale della sua poltrona, aspettando.
Cole vide l'ombra della nave, e reagì all'istante. Un secondo dopo la nave passò sopra di lui, ma Cole era già sceso dal carretto, e si era messo a correre come un disperato. Procedette a zig-zag, incespicando più volte, e cercando di allontanarsi il più possibile dal suo veicolo.
Vi fu un fragore assordante e un bagliore di luce bianca. Cole fu travolto da un vento caldo che lo sollevò come un fuscello e lo sballottò più volte. Lui chiuse gli occhi, cercando di rilassare il corpo, quindi precipitò al suolo, urtandolo con violenza. Il terreno pietroso gli ferì il volto, le mani e le ginocchia.
Cole urlò per il dolore. Gli sembrava che il suo corpo andasse a fuoco, che quella vampa ardente e accecante gli consumasse la carne, riducendola in cenere. La vampa aumentò di volume come un sole mostruoso, gonfio e deforme. Era giunta la fine. Non c'erano più speranze. Digrignò i denti…
La vampa ingorda scemò d'intensità, crepitando e mandando scintille, poi si spense in una nuvola di cenere scura. Un acre puzzo di bruciato gli colpì le narici. Cole aveva gli abiti in fiamme, e sotto di lui il terreno era caldo e disseccato a causa della raffica. Ma era vivo. Almeno per il momento.
Riaprì lentamente gli occhi. Il carretto era scomparso. Nel punto in cui si era trovato si apriva un largo cratere, una piaga butterata proprio al centro dell'autostrada. Al di sopra di essa si levava una densa nube di fumo nero e minaccioso. In alto, l'aereo senza ali girava in circolo, in cerca di eventuali segni di vita.
Cole giaceva al suolo respirando pesantemente. Trascorse del tempo, e il Sole si spostò nel cielo con lacerante lentezza. Potevano essere le quattro del pomeriggio. Cole fece un calcolo mentale. Fra tre ore sarebbe stato buio; se fosse riuscito a sopravvivere fino ad allora…
L'aeroplano l'aveva visto saltar giù dal carretto?
Rimase sdraiato a terra senza muoversi, accarezzato dal Sole del tardo pomeriggio. Si sentiva male: aveva degli attacchi di nausea, brividi di febbre, e la bocca arida.
Sopra la mano abbandonata sul terreno passeggiavano delle formiche. Pian piano, l'immensa nuvola nera stava cominciando a dissolversi, una massa informe portata via dal vento.
Il carretto non c'era più. Quel pensiero gli trafisse il cervello, unendosi agli altri dolori del suo corpo malconcio. Sparito. Distrutto. Trasformato in un cumulo di cenere e rottami. L'idea lo fece quasi impazzire.
Alla fine l'aereo smise di girare nel cielo, e puntò il muso verso l'orizzonte. Poi scomparve, e il cielo rimase pulito.
Cole si mise faticosamente in piedi, ripulendosi il volto con mani tremanti. Il corpo gli doleva ed era scosso da continui brividi. Sputò un paio di volte, cercando di ripulirsi la bocca. Probabilmente l'aeroplano avrebbe fatto rapporto, e sarebbero venuti a cercarlo. Dove poteva andare?
Sulla sua destra si stagliava una fila di colline, una massa lontana di verde. Forse avrebbe potuto raggiungerle. Si mise in marcia lentamente. Doveva essere molto prudente: lo stavano cercando. E avevano armi, armi incredibili.
Si sarebbe potuto ritenere fortunato se fosse riuscito a rimanere vivo fino al tramonto. Il suo carretto e i suoi cavalli non c'erano più… e nemmeno i suoi attrezzi. Cole si frugò nelle tasche, sperando di trovarvi qualcosa. Ne tirò fuori qualche piccolo cacciavite, un paio di forbicette, del filo di ferro, della lega per saldatura, una mola e, alla fine, il coltello della vecchia signora.
Gli era rimasto ben poco, ma senza il carretto era più sicuro, adesso potevano identificarlo con maggiore difficoltà.
Allungò il passo, attraversando il terreno piatto che lo separava dalla distante fila di colline.
Reinhart fu informato quasi subito. Sul video si disegnò il volto di Dixon. «Ho un altro rapporto, Commissario,» disse, dando un'occhiata alle piastre. «Buone notizie. L'uomo del passato è stato avvistato poco distante da Petersville, sull'autostrada 13, mentre procedeva sul suo carretto a cavalli alla velocità di circa quindici chilometri l'ora. La nostra nave l'ha bombardato immediatamente.»
«Lo… lo avete preso?»
«Il pilota afferma di non aver visto alcun segno di vita dopo l'esplosione.»
Il cuore di Reinhart per poco non si fermò. Si accasciò contro lo schienale ed esclamò: «Allora è morto!»
«In effetti, non potremo esserne sicuri finché non avremo esaminato la zona bombardata. Una vettura di superficie si sta dirigendo lì proprio ora. Tra poco avremo un rapporto dettagliato, e glielo comunicheremo subito.»
Reinhart allungò la mano e spense l'apparecchio, che si oscurò all'istante. L'avevano colpito? O era sfuggito di nuovo? Sarebbero mai riusciti a prenderlo? Era possibile catturarlo? Nel frattempo, le macchine SRB continuavano a rimanere mute, senza mostrare alcun segno di vita.
Reinhart rimase lì a rimuginare, aspettando con ansia il rapporto della vettura di superficie.
Era sera.
«Vieni!» gridò Steven, correndo freneticamente dietro al fratello. «Torna indietro!»
«Prendimi,» ribatté Earl, continuando a correre giù per il fianco della collina, intorno a un vecchio magazzino militare, lungo il recinto di neotex, per poi saltare alla fine all'interno del cortile posteriore della signora Norris.
Steven si lanciò all'inseguimento del fratello, ansimando per la corsa e continuando a gridare, «Torna indietro! Ridammelo!»
«Che cosa ti ha preso?» domandò Sally Tate, sbucando improvvisamente davanti a Steven.
Il ragazzo si fermò, col petto che gli andava su e giù. «Il mio trasmettitore inter-sistema.» Aveva il volto segnato dalla rabbia e dal dispiacere. «Farà meglio a ridarmelo!»
In quel momento giunse Earl, che aveva percorso un giro dalla parte destra della casa. «Eccomi qui,» annunciò. «Che cosa hai intenzione di fare?»
Steven lo fulminò cono lo sguardo, poi scorse la cassetta quadrata in mano a Earl. «Ridammelo! O… o lo dirò a papà.»
Earl rise. «Perché non te lo prendi da solo?»
«Ci penserà papà.»
«Acchiappami.» Ed Earl riprese a correre, Steven spinse da parte Sally, lanciandosi furiosamente addosso al fratello. I due si scontrarono, e caddero entrambi a terra; Earl si lasciò scivolare dalle mani la cassetta, che slittò sul selciato e andò a infrangersi contro un indicatore luminoso stradale.
I due fratelli si rialzarono lentamente, fissando l'apparecchio malconcio.
«Hai visto?» strillò Steven, con le lacrime che gli riempivano gli occhi. «Hai visto che cosa hai fatto?»
«Sei stato tu. Mi sei saltato addosso.»
«Tu, sei stato!» Steven si chinò e raccolse la cassetta, poi la portò sotto il lampione e si sedette sul ciglio del marciapiede per esaminarla.
Earl gli si fece intorno, un po' imbarazzato. «Se non mi avessi spinto non si sarebbe rotto.»
Stava calando rapidamente la notte. La linea di colline che si stagliava al di sopra della città era ormai quasi invisibile. Qua e là cominciavano ad accendersi delle luci. Era una serata calda. Da qualche parte in lontananza si udì lo sbattere delle porte di una vettura, mentre il cielo era tutto un ronzare di navi, che riportavano a casa, dopo una giornata di lavoro nelle grandi fabbriche sotterranee, gli stanchi pendolari.
Thomas Cole si avvicinò lentamente ai tre ragazzi raggruppati accanto al lampione. Si muoveva con difficoltà, dolorante com'era in tutto il corpo ed esausto per la stanchezza. Era scesa la notte, ma lui non era ancora al sicuro.
Era sfinito e affamato, dopo tutto quel cammino. Doveva trovare al più presto qualcosa da mangiare.
Cole si fermò a qualche metro dai ragazzi, i quali erano tutti intenti a esaminare la cassetta che si trovava sulle ginocchia di Steven. All'improvviso i tre ragazzi tacquero. Earl si girò e sollevò lentamente la testa.
Nella semioscurità la figura massiccia e ricurva di Thomas Cole sembrò loro straordinariamente minacciosa. Le lunghe braccia gli penzolavano sui fianchi, il volto era seminascosto nell'ombra, e il suo corpo era una sagoma informe e indistinta, come una grossa statua che si stagliava confusamente a poca distanza, immobile, nell'oscurità ormai quasi totale.
«Chi sei?» gli domandò Earl con voce sommessa.
«Che cosa vuoi?» aggiunse Sally. I ragazzi si scostarono, allarmati. «Vattene.»
Cole avanzò verso di loro. Si piegò un poco, e la luce del lampione rivelò i suoi lineamenti: il naso prominente e aquilino, gli occhi azzurro pallidi…
Steven balzò in piedi, stringendo la sua cassettina. «Vattene di qui!»
«Aspetta.» Cole sorrise stentatamente e disse con voce roca e strascicata: «Che cos'hai lì?» Fece un cenno con il dito lungo e magro. «Quella cassetta che hai in mano.»
I ragazzi rimasero in silenzio. Alla fine fu Steven a rispondere. «E il mio trasmettitore inter-sistema.»
«Solo che non funziona,» aggiunse Sally.
«È stato Earl a romperlo.» Steven lanciò un'occhiataccia al fratello. «L'ha fatto cadere per terra e si è rotto.»
Cole sorrise di nuovo, poi si sedette pesantemente sul ciglio del marciapiede, sospirando per il sollievo. Aveva camminato troppo a lungo. Il corpo gli doleva per la stanchezza, e aveva fame. Rimase lì seduto per un lungo tempo, detergendosi il sudore dal collo e dal volto, troppo sfinito per parlare.
«Chi sei?» gli domandò infine Sally. «Perché indossi quegli strani vestiti? Da dove vieni?»
«Da dove?» ripeté Cole fissando i tre ragazzi. «Da lontano. Da molto lontano.» Scosse lentamente la testa, cercando di snebbiarsi il cervello.
«Qual è la tua terapia?» domandò Earl.
«La mia terapia?»
«Che cosa fai? Dove lavori?»
Cole inspirò a fondo e poi lasciò andare il fiato. «Io aggiusto le cose. Qualsiasi cosa.»
Earl sogghignò. «Nessuno aggiusta le cose. Quando si rompono, si gettano via.»
Cole non l'udì nemmeno. Preso da un'improvvisa impazienza, si alzò subito in piedi. «Sai se c'è qualche lavoro che posso fare?» gli domandò. «Io posso aggiustare qualsiasi cosa. Orologi, macchine da scrivere, frigoriferi, vasi, pentole, i buchi sul tetto. Qualsiasi cosa.»
Steven gli porse il suo trasmettitore. «Aggiusta questo.»
Vi fu silenzio. Pian piano, gli occhi di Cole si misero a fuoco sulla cassetta. «Quello?»
«Il mio trasmettitore. Earl me l'ha rotto.»
Cole prese in mano la cassetta con circospezione. La girò, e poi la sollevò tenendola contro la luce. La esaminò attentamente, aggrottando la fronte. Le sue dita lunghe e magre accarezzarono la superficie da un punto all'altro.
«Se lo porterà via!» esclamò all'improvviso Earl.
«No.» Cole scrollò con aria stanca la testa. «Potete fidarvi.» Le sue dita allenate trovarono i ganci che fissavano la cassetta. Li premette e li spinse abilmente all'infuori. La cassetta si aprì mostrando il suo contenuto.
«L'ha aperto,» bisbigliò Sally.
«Ridammelo!» esclamò Steven, un po' spaventato, allungando la mano. «Lo rivoglio!»
I tre ragazzi fissarono Cole con aria preoccupata. Lui si frugò in tasca e tirò fuori con calma i piccoli cacciavite e le forbicette, posandoli in ordine davanti a lui. Non fece nemmeno il gesto di restituire la cassetta.
«Lo rivoglio,» ripeté debolmente Steven.
Cole alzò lo sguardo e vide i tre ragazzi che stavano in piedi sopra di lui. «Te lo riparo. Me l'hai chiesto tu di aggiustarlo.»
«Ridammelo,» disse ancora Steven, dondolandosi sulle gambe, e roso dal dubbio. «Puoi davvero ripararlo? Sei capace di farlo funzionare di nuovo?»
«Sì.»
«Va bene. Allora aggiustamelo.»
Il volto stanco di Cole si distese in un sorrisetto malizioso «Aspetta un attimo. Se te l'aggiusto, mi porterai qualcosa da mangiare? Non te lo riparo mica per niente.»
«Qualcosa da mangiare?»
«Cibo. Ho bisogno di cibo caldo, e magari di un po' di caffè.»
Steven annuì. «Va bene. Te lo procurerò.»
Cole si rilassò. «Bene. D'accordo.» E tornò a rivolgere la sua attenzione alla cassetta poggiata sulle sue ginocchia. «Allora te l'aggiusterò. Vedrai che tornerà come nuovo.»
Le sue dita scattarono, muovendosi e intrecciandosi con velocità, mettendo a nudo collegamenti e fili metallici, esplorando ed esaminando, cercando di capire tutti i segreti del trasmettitore inter-sistema. Scoprendo come funzionava.
Steven scivolò in casa attraverso l'uscita di emergenza, e si diresse verso la cucina con grande circospezione, camminando in punta ti piedi. Col cuore in gola premette a casaccio i comandi della cucina, e la macchina cominciò a sfrigolare, quasi esprimendo la sua soddisfazione per essere tornata alla vita. Le lancette dei contatori si mossero verso le tacche prefissate.
Poi la cucina si aprì, lasciando scivolare fuori un vassoio ripieno di cibi fumanti, mentre il macchinario si spegneva tornando all'abituale silenzio. Steven afferrò i cibi, riempiendosi le mani quanto poteva e, ripercorrendo la stessa strada, portò tutto fuori dalla casa. Il cortile era ormai buio, e Steven dovette procedere con una certa cautela.
Riuscì a raggiungere il lampione senza problemi.
Thomas Cole si alzò lentamente in piedi non appena vide il ragazzo. «Ecco qui,» gli disse Steven, e posò il tutto sul marciapiede, ansimando. «Questo è il cibo. Hai finito?»
Cole porse il trasmettitore. «Ho finito. Era ridotto piuttosto male.»
Earl e Sally sgranarono tanto d'occhi. «Funziona?» domandò la ragazzina.
«Ma no che non funziona,» dichiarò Earl. «Come potrebbe? Lui non è capace…»
«Accendilo!» esclamò Sally, dando una gomitata a Steven. «Guarda se funziona.»
Steven teneva la cassetta sotto la luce, esaminando gli interruttori. Poi premette quello principale e l'indicatore luminoso si accese. «Si è acceso,» commentò Steven.
«Dì qualche parola.»
Steven parlò. «Hallo! Hallo! È l'operatore 6-Z75 che chiama. Mi sentite? Qui è l'operatore 6-Z75. Mi sentite?»
Thomas Cole si sedette nell'oscurità, fuori dal raggio di luce del lampione, e cominciò a mangiare in silenzio, provando un senso di gratitudine. Il cibo era buono, ben cucinato e cotto al punto giusto. Bevve un'intera bottiglia di succo d'arancia e poi un liquido dolce che non conosceva. Gran parte di quel cibo era ugualmente nuovo per lui, ma non vi fece caso. Aveva percorso un lungo cammino e, prima dell'alba, gliene rimaneva almeno altrettanto. Voleva trovarsi sulle colline prima del levarsi del Sole, perché l'istinto gli diceva che in mezzo agli alberi e alla vegetazione intricata sarebbe stato al sicuro… almeno quel tanto che gli era sufficiente in quel momento.
Mangiò con rapidità concentrandosi sul suo cibo, e non alzò gli occhi finché non ebbe finito. Poi si alzò senza fretta, ripulendosi la bocca con il dorso della mano.
I tre ragazzi avevano fatto circolo e stavano provando il trasmettitore inter-sistema. Rimase a guardarli per qualche minuto senza che essi se ne accorgessero, intenti com'erano sulla loro cassettina appena riparata.
«Allora?» domandò infine Cole. «Funziona bene?»
Dopo un attimo Steve alzò gli occhi su di lui, con una strana espressione dipinta sul volto. Fece lentamente cenno di sì con la testa. «Sì. Sì, funziona. Funziona bene.»
Cole grugnì. «Benissimo.» Poi si girò e si allontanò dalla luce. «Sono contento.»
I ragazzi fissarono in silenzio la figura di Cole finché quello non fu svanito nell'oscurità. Poi si guardarono l'un l'altro, increduli. Infine abbassarono lo sguardo sulla cassetta e, nel guardarla, sentirono crescere in loro una strana paura.
Poi Steven si voltò e si diresse verso casa. «Devo farlo vedere a papà,» mormorò, stupefatto. «Lui deve saperlo. Qualcuno deve saperlo!»
III
Eric Reinhart esaminò con attenzione il trasmettitore, girandolo da tutte le parti.
«Dunque è sfuggito all'esplosione,» ammise con riluttanza Dixon. «Deve essere saltato giù dal carretto appena in tempo.»
Reinhart annuì. «È sfuggito. Vi è scappato dalle mani… per la seconda volta.» Allontanò da sé il trasmettitore e si piegò improvvisamente verso l'uomo che stava in piedi davanti alla sua scrivania, palesemente a disagio. «Come ha detto che si chiama?»
«Elliot. Richard Elliot.»
«E suo figlio?»
«Steven.»
«Il fatto è successo ieri sera?»
«Sì, verso le otto.»
«Continui.»
«Steven è tornato a casa con il suo trasmettitore inter-sistema, e aveva un'aria strana.» Elliot aveva indicato la cassetta sulla scrivania di Reinhart. «Cioè, era nervoso ed eccitato. Io gli ho chiesto se c'era qualcosa che non andava. Per un po' non ha saputo dirmi niente di preciso. Era proprio sconvolto. Poi mi ha fatto vedere l'apparecchio.» Elliot respirò a fondo, e fu scosso da un tremito. «Mi sono accorto subito che era diverso. Vede, io sono un ingegnere elettronico, e già l'avevo aperto una volta per cambiare la batteria. Più o meno sapevo com'era fatto dentro.» Elliot ebbe un attimo di esitazione. «Commissario, era stato cambiato. Gran parte dei fili erano messi in modo diverso, spostati; i relais erano stati collegati in un altro modo. Mancavano dei pezzi, e ne erano stati addirittura creati dei nuovi ricavandoli in maniera approssimativa da altre parti. Poi ho scoperto la cosa che mi ha spinto a chiamare la Sicurezza. Il trasmettitore… beh, funzionava sul serio.»
«Funzionava?»
«Vede, era soltanto un giocattolo, con un raggio d'azione limitato a pochi isolati. I ragazzi se ne servivano per chiamarsi dalle loro stanze. Una specie di video telefono portatile. Commissario, io l'ho provato, spingendo il pulsante di chiamata e parlando al microfono e… e mi sono messo in contatto con una nave di linea. Una nave da guerra operante al di là di Proxima Centauri… a più di otto anni-luce di distanza. Lo stesso raggio d'azione di una trasmittente vera e propria. Allora ho chiamato subito la Sicurezza.»
Reinhart tacque per un po', quindi tamburellò sulla cassetta posata davanti a lui. «Lei si è messo in contatto con una nave di linea… con questo?»
«Proprio così.»
«Quanto sono grandi le trasmittenti regolari?»
Fu Dixon a rispondere. «Come una cassaforte da venti tonnellate.»
«Proprio come pensavo.» Reinhart fece un cenno impaziente con la mano. «Va bene, Elliot. Grazie per averci informati. È tutto.»
Elliot fu scortato fuori dall'ufficio.
Reinhart e Dixon si guardarono, «Una brutta faccenda,» disse Reinhart con voce roca. «Ha delle capacità, un certo tipo di abilità meccanica. Genio, forse, per saper fare una cosa del genere. Consideri il periodo dal quale proviene, Dixon. I primi anni del ventesimo secolo, precedenti alle guerre. Quella fu una fase unica. C'erano uomini capaci e vitali. Furono anni d'incredibile crescita e di grandi scoperte. Edison. Pasteur. Burbank. I fratelli Wright. Invenzioni e macchine di tutti i generi. La gente ci sapeva fare dannatamente, con le macchine. Aveva una specie d'intuizione… che noi non abbiamo più.»
«Lei vuol dire…»
«Voglio dire che l'arrivo di una persona simile nel nostro tempo è una brutta faccenda, guerra o non guerra. È troppo diverso; è orientato lungo linee differenti; ha capacità che a noi mancano. Quella sua abilità nel riparare… Quest'uomo è un terribile elemento di disturbo. E con la guerra in corso.
«Adesso comincio a capire come mai le macchine SRB non riescono a inquadrarlo. Per noi è impossibile capire una persona del genere. Winslow dice che cerca lavoro, un lavoro qualsiasi. Sa fare ogni cosa, aggiustare ogni cosa. Lei capisce che cosa significa?»
«No,» rispose Dixon. «Che cosa significa?»
«C'è qualcuno di noi che è capace di aggiustare qualsiasi cosa? No. Nessuno di noi sa farlo. Noi siamo specializzati, abbiamo ciascuno il proprio campo di competenza; io so fare il mio lavoro, lei il suo. L'evoluzione tende ad una specializzazione via via maggiore, e la società umana vi si adatta per necessità. Il progressivo complicarsi delle cose ci rende impossibile sapere ciò che non faccia parte del nostro campo personale… io non sono in grado di capire il lavoro che sta svolgendo un uomo seduto alla scrivania subito dopo la mia. Ciascun settore ha visto crescere enormemente le rispettive cognizioni. E ci sono troppi settori.
«Quest'uomo è diverso. Lui sa aggiustare tutto, fare tutto. Lui non si serve della conoscenza, della scienza… cioè di una serie di nozioni ordinatamente classificate. Lui non sa nulla. Nella sua testa non esiste alcuna traccia di cultura, di preparazione. Lui lavora per intuizione… il suo potere è nelle sue mani, non nella sua testa. E una specie di jolly, un factotum. Le sue mani! Come un pittore, un artista. Tutto è nelle sue mani… e lui può disporre a suo piacimento delle nostre vite.»
«E l'altro problema?»
«L'altro problema è che quest'uomo, quest'Uomo Variabile, si è rifugiato sui Monti Albertini, e noi dovremo dannarci per trovarlo. A suo modo è intelligente. Come un animale. Sarà un osso duro.»
Reinhart congedò Dixon, e poco dopo raccolse la pila di rapporti ammucchiati sulla sua scrivania e si diresse verso la Sala SRB. Questa era chiusa, bloccata da un gruppo di uomini della Sicurezza armati di tutto punto. Davanti a loro, infuriato, c'era Peter Sherikov, con la barba che sembrava vibrare per l'indignazione, e le grosse mani poggiate sui fianchi.
«Che succede?» domandò Sherikov. «Perché non posso entrare a controllare le previsioni?»
«Spiacente,» intervenne Reinhart, facendosi strada in mezzo ai poliziotti. «Venga dentro con me. Le spiegherò tutto.» Le porte si aprirono davanti a loro e i due uomini entrarono. Poi le porte si richiusero, e si riformò il cordone di guardie all'esterno. «Cosa l'ha portata fuori dal suo laboratorio?» domandò Reinhart.
Sherikov si strinse nelle spalle. «Un mucchio di cose. Volevo vederla. L'ho chiamata al videotelefono ma mi hanno detto che era occupato. Ho pensato che poteva essere successo qualcosa. Cosa c'è che non va?»
«Glielo spiego subito.» Reinhart fece chiamare Kaplan. «Ecco le nuove informazioni. Le sottoponga subito alle macchine. Voglio vedere se riescono ad assorbirle.»
«Subito, Commissario.» Kaplan prese le piastre e le pose sulla solita cinghia. Le macchine tornarono in vita con un ronzio.
«Lo sapremo subito,» commentò Reinhart, quasi parlando a sé stesso.
Sherikov gli rivolse un'occhiataccia. «Sapremo che cosa? Mi metta al corrente. Che cosa sta succedendo?»
«Siamo nei guai. Sono ventiquattro ore che le macchine non forniscono più alcuna lettura. Lo schermo è vuoto e muto.»
Sherikov tradì la sua incredulità. «Ma non è possibile. Esiste sempre qualche probabilità.»
«Le probabilità esistono, ma le macchine non sono in grado di calcolarle.»
«Perché no?»
«Perché è stato introdotto un fattore variabile, un fattore che le macchine non sanno come inquadrare. Quindi non possono fare alcuna previsione.»
«Non possono rigettarlo?» domandò Sherikov con aria maliziosa. «Non possono semplicemente… semplicemente ignorarlo?»
«No. Esso esiste come dato reale, e perciò pregiudica l'equilibrio dell'insieme, la somma totale di tutti gli altri dati disponibili. Rigettarlo significherebbe fornire una lettura falsa. Le macchine non possono rifiutare alcun dato che si sappia essere vero.»
Sherikov si tirò pensierosamente la barba nera. «Mi piacerebbe sapere qual è questo fattore che le macchine non possono elaborare. Credevo che fossero in grado di assorbire tutte le informazioni relative alla realtà contemporanea.»
«Infatti è così, ma questo fattore non ha nulla a che vedere con la realtà contemporanea. E proprio qui il problema. Il Reparto Ricerche Storiche è stato troppo zelante nel riportare indietro la bolla temporale, e ha interrotto troppo bruscamente il circuito. Perciò la bolla è ritornata con un carico imprevisto… un uomo del ventesimo secolo. Un uomo del passato.»
«Capisco. Un uomo di due secoli fa.» Il grosso polacco aggrottò la fronte. «E con una Weltanschauung totalmente differente, senza alcun legame con la nostra attuale società. Al di fuori delle nostre linee. E le macchine SRB non sanno come sbrogliare la faccenda.»
Reinhart fece una smorfia. «Sbrogliare? Già, penso che sia così. Comunque non possono far nulla con i dati relativi a quest'uomo. L'Uomo Variabile. Non esistono più statistiche… né previsioni. E tutto va fuori fase. Noi dipendiamo da queste probabilità, l'intero sforzo bellico ne dipende.»
«Il chiodo del ferro di cavallo. Ricorda la vecchia poesia? "Mancava un chiodo e il ferro andò perduto. Mancava un ferro e il cavallo andò perduto. Mancava un cavallo e il cavaliere andò perduto. Mancava…"»
«Esattamente. Un singolo fattore come questo, un semplice individuo, e tutto salta per aria. Non sembra possibile che una sola persona possa minacciare l'equilibrio di un'intera società… ma pare che sia così.»
«Che cosa ha intenzione di fare con quest'uomo?»
«La Sicurezza ha organizzato una grossa battuta per rintracciarlo.»
«Risultati?»
«Si è rifugiato sui Monti Albertini ieri sera. Sarà difficile trovarlo. Dobbiamo considerarlo irreperibile per altre quarantotto ore. Tanto ci vorrà per organizzare l'annientamento di tutta la zona. Forse qualcosa di più. E nel frattempo…»
«Pronti, Commissario,» l'interruppe Kaplan. «I nuovi totali.»
Le macchine SRB avevano finito di elaborare i dati appena immessi. Reinhart e Sherikov si affrettarono ai loro posti davanti agli schermi.
Per un attimo non accadde nulla. Poi, uno dopo l'altro, apparvero i numeri che rappresentavano le probabilità.
Sherikov rimase senza fiato. 99-2. In favore della Terra. «È meraviglioso! Adesso…»
Le cifre sparirono, e furono sostituite da altre. 97-4. A favore di Centauro. Sherikov gemette, sgomento e stupefatto. «Aspetti,» gli disse Reinhart. «Non credo che sia finita qui.»
Anche questa seconda previsione scomparve, e lo schermo fu attraversato da una rapida sequenza di numeri, un fiume travolgente di cifre che mutavano quasi di attimo in attimo. Alla fine le macchine tacquero.
Non si vedeva più nulla. Niente probabilità, solo il grigio vuoto degli schermi.
«Vede?» mormorò il Commissario. «Sempre la stessa cosa, dannazione!»
Sherikov rifletté. «Reinhart, lei è troppo anglosassone, troppo impulsivo. Cerchi di essere più slavo. Quest'uomo verrà catturato e distrutto fra due giorni. L'ha detto lei. Nel frattempo, siamo tutti impegnati notte e giorno nello sforzo bellico. La flotta è in attesa nelle vicinanze di Proxima, ed è già in posizione di attacco. I nostri impianti lavorano a pieno ritmo. Quando giungerà il momento dell'attacco, noi avremo un esercito ben addestrato pronto a imbarcarsi per invadere le colonie centauriane. L'intera popolazione terrestre è stata mobilitata. Gli altri otto pianeti del Sistema Solare ci stanno rifornendo di materiali. E tutto questo continua giorno e notte, anche senza l'ausilio delle statistiche. Molto prima che cominci l'attacco quest'uomo verrà certamente eliminato, e le macchine potranno fornirci nuovamente le loro previsioni.»
Reinhart ponderò a sua volta quelle parole. «Ma un uomo come quello in piena libertà, è questo che mi preoccupa. Libero. Un uomo a proposito del quale non si possono fare previsioni. È contro la scienza. Sono due secoli che la nostra società si basa sui rapporti statistici. Abbiamo banchi di dati immensi. Le macchine sono in grado di prevedere ciò che una singola persona o un singolo gruppo faranno in un dato momento e in una data situazione. Ma quest'uomo è al di là di tutte le previsioni. È una variabile. È opposto alla scienza.»
«La particella indeterminata.»
«Che cos'è?»
«La particella che si muove in modo tale da non potersi prevedere la posizione che occuperà in un dato secondo. A caso. La particella che si muove a caso.»
«Proprio così. È… è innaturale.»
Sherikov fece una risata sarcastica. «Non si preoccupi, Commissario. L'uomo verrà catturato e ogni cosa ritornerà al suo stato naturale. Lei riuscirà nuovamente a far previsioni sul conto degli uomini, come se fossero cavie da laboratorio dentro un labirinto. A proposito… perché ha messo i poliziotti a guardia di questa sala?»
«Non voglio che si venga a sapere che le macchine non forniscono più le previsioni. Sarebbe pericoloso per il buon esito della guerra.»
«Margaret Duffe, per esempio?»
Reinhart annuì con riluttanza. «Questi parlamentari sono troppo timidi. Se scoprono che non abbiamo più le statistiche SRB, vorranno bloccare tutti i preparativi per la guerra e ritornare alla fase di attesa.»
«Troppo lento, per lei, Commissario? Leggi, dibattiti, riunioni di Consiglio, discussioni… Se un uomo avesse tutto il potere, sarebbe un bel risparmio di tempo. Magari un uomo che dica alla gente ciò che deve fare, che pensi in sua vece e che se ne serva a suo piacimento.»
Reinhart guardò con aria critica il grosso polacco. «A proposito. A che punto è Icaro? Ha fatto qualche progresso con la torretta di controllo?»
L'ampio volto di Sherikov si accigliò. «La torretta di controllo?» Fece un gesto vago con la mano. «Direi che sta procedendo magnificamente. Sarà pronta in tempo.»
Reinhart sembrò improvvisamente allarmarsi. «Pronta? Vuole dire che siete indietro col lavoro?»
«In un certo senso, sì. Un poco. Ma ce la faremo.» Sherikov indietreggiò verso la porta. «Scendiamo al bar a prenderci una tazza di caffè. Lei si preoccupa troppo, Commissario. Se la prenda più calma.»
«Credo che lei abbia ragione.» I due uomini uscirono nel corridoio. «Ma è più forte di me. Quest'Uomo Variabile… io non riesco a togliermelo dalla testa.»
«Ha già fatto qualcosa?»
«Nulla d'importante. Ha riparato il giocattolo di un ragazzino. Un trasmettitore.»
«Eh?» esclamò Sherikov, mostrando un certo interesse. «Che cosa intende? Che cosa ha fatto?»
«Le farò vedere.» Reinhart precedette Sherikov lungo il corridoio sino al suo ufficio. Appena entrati, Reinhart chiuse a chiave la porta, poi porse a Sherikov il giocattolo e gli raccontò per sommi capi ciò che aveva fatto Cole. Sul volto del polacco si dipinse una strana espressione. Trovò i ganci e li premette. La cassetta si aprì. Sherikov si mise a sedere alla scrivania di Reinhart e cominciò a studiarne l'interno, «È sicuro che sia stato l'uomo del passato a fare questa riparazione?»
«Sicurissimo. Non c'è alcun dubbio. Il ragazzo l'ha rotto mentre ci stava giocando. L'Uomo Variabile è giunto proprio in quel momento e il ragazzo gli ha chiesto di ripararlo. E lui l'ha riparato.»
«Incredibile.» Gli occhi di Sherikov erano a pochissimi centimetri di distanza dai fili. «Relais così piccoli. Come ha fatto…»
«Che cosa?»
«Nulla.» Sherikov si alzò bruscamente e chiuse con precauzione la cassetta. «Posso portarla nel mio laboratorio? Mi piacerebbe esaminarla più a fondo.»
«Certo. Ma perché?»
«Non c'è una ragione particolare. Andiamo a prenderci il nostro caffè.» E si diresse verso la porta. «Lei ha detto che prevede di catturare quest'uomo entro un paio di giorni?»
«Di ucciderlo, non di catturarlo. Dobbiamo eliminarlo, su questo non si discute. Stiamo organizzando proprio ora le formazioni di attacco, e stavolta non possiamo permetterci fallimenti. Abbiamo anche in programma di bombardare a tappeto le montagne e di cancellarle dalla carta geografica. Quell'uomo deve essere distrutto entro le prossime quarantotto ore.»
Sherikov annuì con aria assente. «Certo,» mormorò, ma non riuscì a nascondere un'espressione preoccupata. «Capisco benissimo.»
Thomas Cole si stava scaldando le mani intorno al fuoco che aveva acceso. Era quasi mattina, e il cielo si stava tingendo di un color grigio violetto. L'aria di montagna era fredda e pungente, Cole rabbrividì e si portò ancor più vicino al fuoco.
Il caldo aveva un effetto benefico sulle sue mani. Le sue mani. Le guardò: erano giallo-rossastre alla luce del fuoco, e le unghie erano nere e spezzate. Aveva calli e verruche sulle dita e sui palmi. Ma erano pur sempre delle belle mani, con le dita lunghe e affusolate. Cole le rispettava, malgrado in un certo senso non le capisse appieno.
Immerso nei suoi pensieri, Thomas Cole ponderava la situazione.
Erano due notti e un giorno che si trovava fra le montagne. La prima notte era stata la peggiore, stanco e malconcio com'era, costretto ad arrancare faticosamente su per il pendio ripido, in mezzo a una vegetazione fitta e intricata…
Ma al sorgere del Sole era ormai in salvo tra due grandi picchi, e quando era tramontato di nuovo si era anche trovato un rifugio, e aveva scoperto il modo per accendere un fuoco. Si era costruito una piccola trappola servendosi di fili d'erba intrecciati e di un ramo nodoso, aveva già catturato un coniglio, e altri avrebbero sicuramente fatto la stessa fine.
Da grigio violetto il cielo divenne di un grigio intenso, con una tonalità metallica. Fra le montagne silenziose e deserte riecheggiò il cinguettio di un uccello, perdendosi lungo i burroni e i dirupi. Subito altri uccelli cominciarono a cantare. Sulla destra qualcosa attraversò rumorosamente il sottobosco: certamente un animale che se andava tranquillo per la sua strada.
Era quasi giorno, il suo secondo giorno. Cole si alzò in piedi e cominciò a prepararsi del cibo. Era il momento di mangiare qualcosa. E dopo? Dopo non aveva programmi. Sapeva istintivamente di essere in grado di mantenersi in vita per un tempo indefinito servendosi degli attrezzi che era riuscito a salvare, e del genio delle sue mani. Avrebbe potuto cacciare la selvaggina e scuoiarla. Magari avrebbe potuto costruirsi un rifugio definitivo, e ricavare dei vestiti dalle pelli. In inverno…
Ma i suoi pensieri non giungevano così lontano. Mentre Cole se ne stava in piedi accanto al fuoco, con le mani sui fianchi, all'improvviso s'irrigidì. Qualcosa si stava muovendo nel cielo, e scivolava lentamente attraverso il grigiore sovrastante: un puntino nero.
Spense rapidamente il fuoco con i piedi. Che cos'era? Aguzzò la vista, cercando di capire. Un uccello, forse?
Un secondo puntino si unì al primo, poi un terzo, un quarto, un quinto, un'intera flotta. Una flotta che stava solcando velocemente il cielo mattutino e puntava verso le montagne.
Verso di lui.
Cole si allontanò dal fuoco, afferrando al volo il coniglio e portandoselo via dentro il rifugio che si era costruito. Là dentro era invisibile, nessuno poteva trovarlo. Ma se avevano visto il fuoco…
Si rannicchiò, seguendo con lo sguardo i puntini che diventavano sempre più grandi. Erano aeroplani, neri e senz'ali, e si avvicinavano sempre più. Ora poteva udirne il debole ronzio, mentre il suolo sotto di lui cominciava a vibrare.
Il primo aereo si lanciò in picchiata e cadde giù come una pietra, una sagoma nera via via sempre più grande. Cole gemette, rannicchiandosi ulteriormente. Il velivolo descrisse un arco mentre piombava verso terra, poi improvvisamente il cielo fu pieno di bianchi involti che scendevano leggeri verso di lui.
Gli involti toccarono terra ben presto. Erano uomini, uomini in divisa.
Anche il secondo aereo puntò il muso verso il basso. Ruggendo sopra la testa di Cole, lasciò andare il suo carico, e altri involti apparvero nell'aria. Così fecero anche il terzo e il quarto aereo, affollando il cielo di bianche sagome fluttuanti, come uno sciame di spore desiderose di fecondare la terra.
I soldati già atterrati si stavano riunendo in gruppi, e Cole, sempre rannicchiato nella sua capanna, udì le loro grida. Ed ebbe paura. Stavano atterrando da tutti i lati, circondandolo. Gli ultimi due aerei avevano paracadutato i loro uomini proprio alle sue spalle.
Balzò in piedi e uscì fuori dal suo rifugio. Alcuni dei soldati avevano scoperto il fuoco, seppur ridotto a un mucchietto di cenere e di tizzoni. Uno s'inginocchiò e avvicinò la mano, poi fece grandi gesti ai suoi compagni, che gli si accalcarono intorno gridando tutti eccitati. Un soldato cominciò a montare uno strano tipo di fucile, mentre gli altri presero a srotolare delle bobine, allestendo tutta una fila di strani tubi e macchinari.
Cole si mise a correre, lasciandosi giù per una collina. Scivolò e cadde più volte, e giunto in basso balzò in piedi e s'infilò precipitosamente dentro la fitta vegetazione. Rami e foglie gli graffiarono la faccia come tanti colpi di frusta. Lui cadde di nuovo, rimanendo impigliato in un cespuglio più intricato degli altri; lottò disperatamente per liberarsi. Se fosse riuscito a prendere il coltello nella sua tasca…
Voci. Rumori di passi. Uomini al suo inseguimento giù per il pendio. Cole raddoppiò gli sforzi, ansimando e contorcendosi nel tentativo di districarsi. Afferrò i rami con le mani, tirandoli e strappandoli via da sé.
Un soldato si mise in ginocchio e puntò il fucile, subito seguito da altri.
Cole gridò. Chiuse gli occhi, mentre il corpo cedeva di schianto. Rimase lì ad aspettare stringendo i denti, mentre il sudore gli colava lungo il collo, nella schiena, inzuppandogli la camicia, e la massa di rami e viticci tornava a intrappolarlo.
Silenzio
Cole riaprì lentamente gli occhi. I soldati si erano raggruppati di nuovo, e un uomo di grossa corporatura stava discendendo il fianco della collina, impartendo loro una serie di ordini. Due soldati si addentrarono tra i cespugli, e uno di essi afferrò Cole per la spalla.
«Non lasciarlo,» gli disse l'uomo grosso e barbuto. «Tienilo.»
Cole ansimò, cercando di riprendere fiato. Era in trappola, e non poteva più fare nulla. Ormai stavano arrivando soldati da tutte le parti, l'avevano circondato, guardandolo con curiosità e scambiandosi commenti. Cole si limitò a scuotere stancamente la testa senza dire nulla.
L'uomo grosso con la barba nera era in piedi davanti a lui, con le mani sui fianchi, e lo stava squadrando. «Non cerchi di fuggire,» disse. «Non ce la farebbe. Ha capito?»
Cole annuì.
«Bene.» L'uomo fece un cenno, e i soldati cinsero le braccia e i polsi di Cole con dei nastri metallici che gli penetrarono nella carne facendolo gemere per il dolore. Lo stesso fecero con le sue gambe. «Rimarranno lì finché non saremo usciti di qui. C'è un bel po' di strada da fare.»
«Dove… dove mi state portando?»
Peter Sherikov studiò per un attimo l'Uomo Variabile prima di rispondere. «Dove? Io la porto nel mio laboratorio. Sotto gli Urali.» Improvvisamente alzò gli occhi al cielo. «Sarà meglio affrettarsi. Tra poche ore i poliziotti della Sicurezza cominceranno il loro attacco, e per allora dovremo trovarci ben lontani da questo punto»
Sherikov si accomodò nella sua comoda poltrona rinforzata ed emise un sospiro di sollievo. «È bello essere di nuovo qui.» Poi fece un cenno a una delle sue guardie. «Bene. Puoi liberarlo.»
Le bande metalliche furono rimosse dalle braccia e dalle gambe di Cole il quale si accasciò a terra come un mucchio di stracci. Sherikov si limitò a osservarlo in silenzio.
Cole si mise a sedere sul pavimento massaggiandosi gli arti indolenziti, senza dire nulla.
«Che cosa vuole?» gli chiese a un certo punto Sherikov. «Cibo? Ha fame?»
«No?»
«Medicine? Sta male? È ferito?»
«No.»
Sherikov si grattò il naso. «Un bagno non le farebbe male. Più tardi provvederemo.» Si accese un sigaro, ed emise una grossa nube di fumo grigiastro. Due guardie con i fucili puntati proteggevano l'ingresso della stanza, all'interno della quale c'erano soltanto Peter Sherikov e Thomas Cole.
Quest'ultimo era seduto a terra con la testa china sul petto, tutto rannicchiato. Non muoveva un muscolo, e il suo corpo ricurvo sembrava più lungo e arcuato che mai. Aveva i capelli scompigliati e sporchi, il mento e il collo erano ricoperti da un'ispida peluria grigia, i vestiti erano laceri e macchiati, la pelle piena di tagli ed escoriazioni; sul collo, sulle guance e sulla fronte si aprivano delle ferite ancora fresche. Cole taceva, col petto che si alzava e abbassava e gli occhi azzurri quasi chiusi. Aveva tutto l'aspetto di un uomo vecchio e avvizzito.
Sherikov chiamò una delle guardie. «Fai venire un dottore. Voglio che quest'uomo sia controllato. Può aver bisogno di qualche iniezione. Forse è parecchio che non mangia qualcosa.»
La guardia si dileguò.
«Non voglio che le succeda nulla,» disse il polacco. «Prima di proseguire, la farò sottoporre a una visita accurata. E le farò anche dare una ripulita.»
Cole non fece commenti.
Sherikov rise. «Su con la vita! Non ha nessun motivo per essere così abbattuto.» Si chinò verso Cole, puntandogli addosso un dito enorme. «Altre due ore e lei sarebbe morto in mezzo a quelle montagne. Lo sapeva?»
Cole annuì.
«Lei non mi crede. Allora guardi.» Sherikov si piegò di lato e accese il monitor inserito nella parete. «Osservi qui. L'operazione dovrebbe essere ancora in pieno svolgimento.»
Lo schermo s'illuminò, e una scena prese lentamente forma.
«Questo è un canale riservato della Sicurezza. L'ho fatto mettere sotto controllo io stesso, parecchi anni fa… per mia sicurezza. Ciò che vediamo adesso giunge direttamente a Eric Reinhart.» Sherikov sogghignò. «È stato Reinhart a organizzare lo spettacolo. Faccia ben attenzione. Due ore fa, lei si trovava lì.»
Cole rivolse lo sguardo allo schermo. Sul momento non riuscì a capire bene che cosa stesse succedendo. L'immagine mostrava un'enorme nuvola di vapore, un vortice in movimento. L'audio trasmetteva un rombo sordo, una specie di ruggito basso e soffocato. Dopo un po' la scena mutò leggermente, e Cole s'irrigidì.
Stava assistendo alla distruzione di un'intera catena montuosa.
L'immagine era ripresa da una nave che volava sopra quella che una volta era stata la catena dei Monti Albertini. Ora non restava nulla se non un turbinio di nubi grigie e colonne di frammenti e detriti che si levavano verso l'alto per poi disperdersi in tutte le direzioni.
L'intera catena era stata disintegrata, e al suo posto c'erano soltanto quelle enormi nuvole di macerie. Al di sotto si stendeva una landa desolata ancora in fiamme, dove si aprivamo ferite come smisurate bocche senza fondo, crateri infiniti a perdita d'occhio. Sembrava la superficie butterata della Luna. Due ore prima c'erano stati picchi e burroni, alberi, cespugli e vegetazione.
Cole distorse lo sguardo.
«Vede?» Sherikov spense lo schermo. «Lei si trovava in quel posto lì, fino a qualche ora fa. Tutto quel disastro e quel fumo… per lei. Solo per lei, signor Uomo Variabile del passato. Reinhart ha organizzato il tutto per eliminarla. Io voglio che lei se ne renda conto. È molto importante che lei capisca come stanno le cose.»
Cole non disse nulla.
Sherikov allungò la mano verso un cassetto del tavolo che si trovava di fronte a lui, e ne estrasse con cautela una cassettina quadrata, porgendola a Cole. «È stato lei ad aggiustarlo, vero?»
Cole prese in mano la cassetta e la soppesò. Per un momento la sua mente affaticata non riuscì a mettere a fuoco l'oggetto. Che cosa aveva in mano? Si concentrò e ricordò: si trattava del giocattolo di quel ragazzo, il trasmettitore inter-sistema, come l'aveva chiamato.
«Si, l'ho aggiustato io.» Restituì la cassetta a Sherikov. «L'ho riparato. Era rotto.»
Sherikov lo scrutò con aria assorta, tradendo uno scintillio nello sguardo. Poi annuì, con la barba e il sigaro che andavano su e giù. «Bene. Era tutto ciò che volevo sapere.» Si alzò improvvisamente, spingendo indietro la poltrona. «Vedo che è arrivato il dottore. Lui la rimetterà a posto. Ogni suo bisogno verrà soddisfatto. Più tardi parleremo di nuovo.»
Senza protestare, Cole si mise in piedi anche lui, lasciando che il medico l'afferrasse per un braccio e lo portasse via.
Quando Cole fu congedato dal reparto medicina, Sherikov lo raggiunse nella sua sala da pranzo riservata, che si trovava a un piano sopra quello del laboratorio.
Il polacco trangugiò un pasto frettoloso, parlando mentre mangiava. Cole se ne stette seduto in silenzio di fronte a lui, senza mangiare né parlare. I suoi vestiti vecchi e malridotti erano stati sostituiti con altri nuovi. Era stato sbarbato e ripulito, medicato, lavato e pettinato, e ora aveva un aspetto assai più sano e giovanile. Ma era sempre un po' curvo, e la sua stanchezza si leggeva anche negli occhi azzurri, tuttora velati. Ascoltò Sherikov che gli parlava del mondo dell'anno 2136, senza fare un commento.
«Lei deve capire,» disse infine lo scienziato agitando un osso di pollo, «che la sua comparsa ci ha creato non pochi grattacapi. Adesso che ne sa molto di più su di noi, può capire come mai il Commissario Reinhart si sia tanto adoperato per eliminarla.»
Cole fece cenno di sì.
«Reinhart, lei capisce, è convinto che il mancato funzionamento delle macchine SRB costituisca il pericolo maggiore per il nostro sforzo bellico. Ma questo è nulla!» Sherikov scostò rumorosamente il piatto, e mandò giù un bicchiere di caffè. «In fondo le guerre si possono combattere anche senza l'aiuto delle previsioni statistiche. Le macchine SRB si limitano a descrivere, sono semplicemente delle spettatrici meccaniche, e da sole non influenzano realmente il corso della guerra. Siamo noi che facciamo la guerra, e loro si limitano ad analizzare.»
Cole annuì.
«Altro caffè?» domandò Sherikov, e spinse il contenitore di plastica verso Cole. «Ne prenda.»
Cole si versò un'altra tazza. «Grazie.»
«Lei deve capire che il nostro vero problema è tutt'altro. Le macchine ci offrono soltanto delle cifre in pochi minuti, cifre che noi potremmo anche ottenere per conto nostro impiegando un po' più di tempo. Esse sono al nostro servizio, sono degli strumenti, e non una specie di divinità da pregare e venerare. Non oracoli che possono predirci il futuro. Esse non vedono nel futuro, ma forniscono solamente delle previsioni statistiche… non delle profezie. C'è una grossa differenza, ma Reinhart e quelli come lui vedono nelle macchine SRB delle vere e proprie divinità. Io invece non conosco dèi; almeno, nessuno che possa vedere.»
Cole annuì, sorseggiando il suo caffè.
«Le sto dicendo tutto questo perché lei deve capire a cosa ci troviamo di fronte. La Terra è circondata da ogni lato dal decrepito Impero Centauriano. Sono centinaia, migliaia di anni che esiste… nessuno lo sa con esattezza. È vecchio, e marcio, corrotto e venale, ma possiede ancora gran parte della nostra galassia, e noi non riusciamo a mettere il naso fuori dal Sistema Solare. Le ho parlato di Icaro, e degli studi di Hedge sulla propulsione iperluce. Noi dobbiamo vincere la guerra con Centauro; abbiamo atteso e lavorato a lungo aspettando questo momento, il momento di uscir fuori e trovare il nostro posto fra le stelle. Icaro è l'arma decisiva. E ha fatto variare le probabilità statistiche a nostro favore… per la prima volta nella storia. Il successo nella guerra contro Centauro dipenderà da Icaro, e non dalle macchine SRB. Mi segue?»
Cole fece cenno di sì.
«Però, c'è un problema. I dati che io ho fornito alle macchine specificavano che Icaro sarebbe stato completato entro dieci giorni. Già è trascorsa più della metà di quel tempo, ma non abbiamo progredito di un passo nell'allestimento della torretta di controllo. Sembra che si prenda gioco di noi.» Sherikov sorrise ironicamente. «Ci ho messo le mani anch'io, ma senza alcun risultato. È un congegno complesso… e piccolo. Ci sono troppi problemi tecnici. È il primo che costruiamo, capisce. Se ci fossero stati dei modelli sperimentali in precedenza…»
«Ma questo è un modello sperimentale,» obbiettò Cole.
«Ed è stato costruito basandosi sui progetti di un uomo morto da quattro anni… che non è più qui a correggerci e consigliarci. Abbiamo fatto Icaro con le nostre mani, qui nei laboratori. E ci sta creando un mucchio di guai.» Sherikov si alzò improvvisamente in piedi. «Venga giù con me a vederlo.»
Scesero al piano inferiore, con Sherikov in testa. Giunto sulla soglia, Cole s'immobilizzò come una statua.
«È proprio un bello spettacolo,» esclamò Sherikov in tono di assenso. «Lo teniamo quaggiù per motivi di sicurezza. È ben protetto. Entri pure, abbiamo del lavoro da svolgere.»
Nel centro del laboratorio si ergeva Icaro, il grigio e tozzo cilindro che prima o poi sarebbe schizzato attraverso lo spazio a una velocità migliaia di volte superiore a quella della luce, diretto verso il cuore di Proxima Centauri, a oltre quattro anni-luce di distanza. Intorno al missile si affaccendavano febbrilmente gruppetti di uomini in divisa, cercando di portare a termine il lavoro che ancora rimaneva da fare.
«Di qua. La torretta.» Sherikov condusse Cole verso un lato della sala. «È protetta. La Terra brulica di spie centauriane che vedono tutto. E altrettanto facciamo noi. È così che otteniamo le informazioni per i calcolatori. Ci sono spie di entrambi i sistemi.»
Il globo trasparente che costituiva la torretta di controllo si trovava nel bel mezzo di un bancone metallico, con una guardia armata a ciascuna estremità. All'avvicinarsi di Sherikov, abbassarono i fucili.
«Non vogliamo che gli succeda nulla,» disse Sherikov. «Tutto dipende da questa.» E allungò la mano per toccare la torretta. Ma giunta a mezza strada, la mano si fermò, urtando contro una barriera invisibile.
Lo scienziato rise. «Il campo è ancora in funzione. Disattivatelo.»
Una delle guardie premette un pulsante che portava sul polso. Intorno al globo l'aria sembrò vibrare e sbiadire.
«Ecco.» Sherikov afferrò il globo, e lo sollevò con circospezione porgendolo a Cole. «Questa è la torretta di controllo per il nostro gigantesco amico. È questo congegno che lo farà rallentare quando si troverà all'interno di Centauro, e gli consentirà quindi di rientrare in questo universo. Proprio nel cuore della stella. E poi… niente più Centauro.» Sherikov s'illuminò. «E niente più Armun.»
Ma Cole non lo stava ascoltando. Aveva preso il globo dalle mani di Sherikov e lo stava rigirando, facendovi scorrere sopra le sue mani, ed esaminandolo da vicino. Sbirciò nell'interno, con un'espressione intenta e rapita dipinta sul volto.
«Non può vedere i fili. Non senza le lenti.» Sherikov fece cenno che gli portassero un paio di micro-lenti, e le adattò sul naso di Cole, fissandogliele dietro le orecchie. «Provi adesso. Può regolare l'ingrandimento. Adesso sono regolate su mille ingrandimenti. Può aumentare o diminuire a suo piacimento.»
Cole rimase a bocca aperta, e sembrò perdere l'equilibrio; Sherikov lo sorresse, e allora Cole tornò a guardare dentro il globo, muovendo leggermente la testa e mettendo a fuoco le lenti.
«Ci vuole pratica, ma sono utilissime. Consentono di fare dei microcollegamenti. Naturalmente esistono anche degli strumenti adatti.» Sherikov tacque, umettandosi le labbra. «Ma non riusciamo a collegare correttamente i fili. Ci sono pochissimi uomini che sono in grado di fare questi collegamenti servendosi delle micro-lenti e dei mini-strumenti. Abbiamo provato a usare anche i robot, ma ci sono troppe decisioni da prendere, e loro non sono in grado. Sono capaci solo di reagire a determinati comandi.»
Cole non disse nulla, e continuò a scrutare dentro il globo, con le labbra serrate, e il corpo rigido e teso. Ciò fece sentire Sherikov stranamente a disagio.
«Lei assomiglia a uno di quei vecchi indovini,» disse lo scienziato in tono allegro, mentre un brivido gelido gli saliva su per la schiena. «Sarà meglio che me lo restituisca.» E allungò la mano.
Lentamente Cole gli porse il congegno, e dopo un po' si tolse le micro-lenti, senza però perdere quella sua aria assorta.
«Allora?» gli chiese Sherikov. «Lei sa cosa voglio. Voglio che mi colleghi i circuiti di questo dannato affare.» Lo scienziato si avvicinò a Cole, torvo in volto. «Io credo che lei sia in grado di farlo. Si vede dal modo in cui lo teneva in mano… e naturalmente da ciò che ha fatto al giocattolo di quei ragazzi. Lei può fare questo lavoro, in cinque giorni. Nessun altro può farlo. E se nessuno lo fa, Centauro continuerà a spadroneggiare per la galassia e la Terra dovrà continuare la sua vita grama all'interno del Sistema Solare. Un Sole piccolo e insignificante, un granello di polvere in un'intera galassia.»
Cole non rispose.
Sherikov ebbe un gesto d'impazienza. «Allora? Che cosa dice?»
«Che cosa succederà se non vi collego questi circuiti? Voglio dire, che cosa succederà a me?»
«La consegnerò a Reinhart, che l'ucciderà all'istante. Il Commissario è convinto che lei sia morto nella distruzione dei Monti Albertini. Se solo immaginasse che io l'ho salvata…»
«Capisco.»
«L'ho portata qui per un unico motivo. Se lei realizza questi collegamenti, dopo la farò ritornare nel suo continuum temporale. Altrimenti…»
Cole rifletté, aggrottando la fronte.
«Che cos'ha da perdere? Lei sarebbe già morto, se non l'avessimo tirata fuori da quelle colline.»
«Davvero può farmi ritornare al mio tempo?»
«Certamente!»
«E Reinhart non interferirà?»
Sherikov disse. «Che cosa può fare? Come può fermarmi? Io ho i miei uomini, li ha visti. Sono atterrati tutti intorno a lei. Tornerà nel suo tempo, mi creda.»
«Sì. Ho visto i suoi uomini.»
«Allora è d'accordo?»
«Sono d'accordo,» rispose Thomas Cole. «Le collegherò quei circuiti, e completerò la torretta di controllo… entro i prossimi cinque giorni.»
IV
Tre giorni più tardi Joseph Dixon fece scivolare un messaggio riservato sul tavolo del suo capo.
«Guardi. Le può interessare.»
Reinhart sollevò lentamente la piastra. «Di che si tratta? Ha fatto tutta la strada per farmi vedere questo?»
«Esatto.»
«Perché non si è messo in contatto per videotelefono?»
Dixon fece un sorriso stentato. «Lo capirà da solo quando l'avrà decodificato. Viene da Proxima Centauri.»
«Centauro!»
«È il nostro servizio di controspionaggio. L'hanno spedito direttamente a me. Ecco, glielo leggo io, così le risparmio una fatica.»
Dixon girò intorno alla scrivania di Reinhart, si chinò sulla spalla del Commissario, afferrò la piastra e spezzò il sigillo con l'unghia del pollice.
«Si tenga forte,» disse poi. «Sarà un bel colpo. Secondo i nostri agenti di Armun, l'Alto Consiglio di Centauro ha indetto una riunione d'emergenza per discutere l'imminente attacco della Terra. Le squadre di corrieri centauriani hanno riferito che la bomba terrestre Icaro è virtualmente pronta. Si è lavorato intorno a essa a pieno ritmo nelle fasi finali nei laboratori sotterranei che si trovano sotto la catena degli Urali, e che sono diretti dai fisico terrestre Peter Sherikov.»
«È quello che ho saputo da Sherikov in persona. Lei si stupisce che i centauriani sappiano della bomba? Hanno spie dappertutto, sulla Terra, non è una novità.»
«C'è dell'altro.» Dixon riprese la lettura, segnando con un dito malfermo le parole sulla piastra, e con un'espressione sempre più scura in volto. «I corrieri centauriani riferiscono che Peter Sherikov ha fatto trasportare un meccanico esperto da un continuum temporale precedente perché l'aiutasse a completare i circuiti della torretta!»
Reinhart barcollò, e dovette sorreggersi alla scrivania. Poi chiuse gli occhi, respirando a fatica.
«L'Uomo Variabile è ancora vivo,» mormorò Dixon. «Non so come, né perché. Abbiamo raso al suolo quelle montagne; come diavolo ha fatto quell'uomo a raggiungere l'altra faccia della Terra?»
Reinhart riaprì lentamente gli occhi, con il volto distrutto dall'ira. «Sherikov! Dev'essere stato lui a portarlo via prima che cominciasse l'attacco. Io stesso gli avevo fatto sapere l'ora esatta. È andato a cercare aiuto dall'Uomo Variabile… altrimenti non sarebbe stato in grado di mantenere la sua promessa.»
Il Commissario prese a passeggiare nervosamente su e giù. «Ho già informato le macchine che l'Uomo Variabile è stato distrutto, ed esse hanno fornito di nuovo la vecchia proporzione di 7-6 a nostro favore. Ma questa proporzione è basata su una falsa informazione.»
«Allora dovrà revocare il falso dato e ristabilire la situazione originale.»
«No.» Reinhart scosse la testa. «Non posso farlo. Le macchine devono continuare a funzionare. Non possiamo permettere che si blocchino di nuovo. È troppo pericoloso. Se Duffe venisse a saperlo…»
«Che cosa ha intenzione di fare, allora?» domandò Dixon, riprendendo la piastra con il messaggio. «Non può lasciare dati falsi nelle macchine. È un tradimento.»
«Quei dati non possono essere ritirati! A meno che non esistano dei dati equivalenti che possano sostituirli.» Reinhart continuava a passeggiare per la stanza. «Dannazione! Ero sicuro che quell'uomo fosse morto. È una situazione incredibile. Deve essere eliminato… a ogni costo.»
Improvvisamente il Commissario smise di agitarsi. «La torretta. A questo punto è probabile che sia stata finita, esatto?»
Dixon fece un breve cenno d'assenso. «Con l'aiuto dell'Uomo Variabile, Sherikov avrà sicuramente completato il lavoro in anticipo sui programmi.»
Gli occhi grigi di Reinhart scintillarono. «Dunque quell'uomo non serve più a nulla… nemmeno a Sherikov. Potremmo correre il rischio… anche se trovassimo una resistenza decisa…»
«Che cosa?» domandò Dixon. «Che le salta in testa?»
«Quante unità sono pronte per un'azione immediata? Che forza possiamo radunare senza che nessuno lo venga a sapere?»
«A causa della guerra siamo mobilitati a tempo pieno. Ci sono settanta unità aeree e circa duecento di superficie. Il grosso delle truppe della Sicurezza è stato trasferito al fronte, sotto controllo militare.»
«Uomini?»
«Circa cinquemila pronti, ancora sulla Terra, gran parte dei quali in procinto di essere caricati su trasporti militari. Posso averli pronti quando voglio.»
«Missili?»
«Fortunatamente i tubi di lancio non sono stati ancora smantellati. Sono ancora qui sulla Terra. Fra pochi giorni saranno trasportati verso le colonie.»
«Dunque sono disponibili per un uso immediato?»
«Sì.»
«Bene.» Reinhart strinse le dita, facendo schioccare le nocche, con l'espressione di chi ha preso una decisione improvvisa. «Dovrebbe funzionare, a meno che non sia male informato. Sherikov ha solo una mezza dozzina di unità aeree, e nessun veicolo di superficie: e sì e no un paio di centinaia di uomini. Poi ci sono gli schermi difensivi, naturalmente.»
«Che cosa ha in mente?»
Il volto di Reinhart era diventato duro e grigio come la pietra. «Dia ordini perché tutte le unità disponibili della Sicurezza si pongano immediatamente sotto il suo comando. Faccia in modo che siano pronte ad agire per le quattro in punto di questo pomeriggio. Andiamo a far visite.» Poi aggiunse, con un sogghigno. «Andiamo a fare una sorpresa a Peter Sherikov.»
«Fermi qui,» ordinò Reinhart.
Il veicolo di superficie si fermò, e il Commissario diede un'occhiata circospetta intorno, studiando il panorama.
Da ogni parte si stendeva un deserto di sabbia e di erba stentata. Nulla si muoveva. Sulla destra si ergevano dei picchi immensi, una catena di montagne senza fine che si perdeva in lontananza. Gli Urali.
«Laggiù,» disse Reinhart a Dixon, indicando col dito. «Vede?»
«No.»
«Guardi bene. È difficile individuarlo, a meno che non si sappia che cosa cercare. Dei tubi verticali. Una specie di camini. O di periscopi.»
Finalmente Dixon li vide. «Sarei passato oltre senza notarli.»
«È ben nascosto. I laboratori principali si trovano a un chilometro sotto terra, proprio sotto la catena. È virtualmente inespugnabile. Lo fece costruire Sherikov alcuni anni fa per proteggersi da eventuali attacchi aerei, da veicoli di superficie, da bombe, missili…»
«Deve sentirsi al sicuro, là dentro.»
«Senza dubbio.» Reinhart sollevò lo sguardo al cielo, dove si potevano vedere delle minuscole macchie nere che si muovevano pigramente tracciando ampi cerchi. «Quelli sono i nostri, no? Ho dato ordini…»
«No. Non sono i nostri. Tutte le nostre unità sono fuori vista. Quelli appartengono a Sherikov. Sono la sua pattuglia.»
Reinhart si rilassò. «Bene.» Allungò una mano e attivò il videotelefono che si trovava sulla plancia della macchina. «Questa linea è schermata? Non può essere intercettata, vero?»
«Assolutamente no. È unidirezionale.»
Lo schermo s'illuminò. Reinhart formò la combinazione premendo i pulsanti e si appoggiò all'indietro, aspettando.
Dopo un certo tempo si formò un'immagine; un volto massiccio, una barbaccia nera e dei grandi occhi.
Peter Sherikov rivolse a Reinhart un'occhiata stupita. «Commissario! Da dove chiama? Che cosa…»
«Come procede il lavoro?» l'interruppe gelido Reinhart. «Ce l'ha fatta, con quell'Icaro?»
Sherikov s'illuminò d'orgoglio malcelato. «È finito, Commissario. Con due giorni di anticipo. Icaro è pronto per essere lanciato nello spazio. L'ho cercata in ufficio, ma mi hanno detto…»
«Non sono nel mio ufficio,» rispose Reinhart avvicinandosi allo schermo. «Faccia aprire l'ingresso di superficie. Sta per ricevere ospiti.»
Sherikov sbatté le palpebre. «Ospiti?»
«Vengo giù a trovarla a proposito di Icaro. Mi faccia aprire subito il tunnel d'ingresso.»
«Dove si trova esattamente, Commissario?»
«In superficie.»
Gli occhi di Sherikov tradirono uno scintillio di sospetto.
«Oh, ma…»
«Mi apra!» scattò Reinhart dando un'occhiata al suo orologio. «Sarò all'ingresso fra cinque minuti, e mi aspetto di trovarlo aperto.»
«Certamente.» Sherikov annuì con la testa, perplesso. «Sono sempre lieto di vederla, Commissario. Ma…»
«Cinque minuti, dunque.» Reinhart interruppe la comunicazione, e lo schermo si spense. Poi si rivolse subito a Dixon. «Lei resti quassù mentre noi sistemiamo la questione. Andrò giù con una compagnia di agenti. Lei si rende conto della necessità di calcolare i tempi al secondo, vero?»
«Non si preoccupi. Tutto è pronto, e le unità sono ai loro posti.»
«Bene.» Reinhart aprì lo sportello. «Raggiunga il suo stato maggiore. Io mi dirigo verso l'imboccatura del tunnel.»
«Buona fortuna.» Dixon balzò dalla macchina sul terreno sabbioso. Una ventata di aria secca turbinò dentro l'abitacolo. «A più tardi.»
Reinhart rinchiuse con violenza lo sportello, e si girò verso il gruppo di poliziotti ammassati sul retro, con le armi spianate. «Andiamo,» mormorò il Commissario. «Via.»
La macchina si lanciò a tutta velocità verso l'ingresso del tunnel che immetteva nella fortezza sotterranea di Sherikov.
Lo scienziato andò incontro a Reinhart in fondo alla galleria, proprio dove essa si apriva sul piano principale dei laboratori.
Il grosso polacco si avvicinò con la mano tesa, trasudando orgoglio e soddisfazione. «È un piacere rivederla, Commissario.»
Reinhart scese dalla macchina, scortato dal suo gruppo di poliziotti armati. «Bisognerà fare una festa, no?» disse.
«Ottima idea! Siamo in anticipo di due giorni, Commissario. Le macchine SRB apprezzeranno la novità. Sicuramente le previsioni cambieranno.»
«Scendiamo al laboratorio. Voglio vedere con i miei occhi la torretta di controllo.»
Un'ombra attraversò il volto di Sherikov. «Preferirei non disturbare gli uomini adesso, Commissario. Non hanno avuto un attimo di respiro, per cercare di completare in tempo la torretta. Ormai staranno facendo gli ultimi ritocchi.»
«Possiamo seguirli sullo schermo. Sono curioso di vederli al lavoro. Deve essere difficile collegare dei circuiti così piccoli.»
Sherikov scrollò il capo. «Spiacente, Commissario. Non ci sono telecamere puntate su di loro. Non l'ho permesso. Questa faccenda è troppo importante. Da essa dipende tutto il nostro futuro.»
Reinhart fece un cenno ai suoi uomini. «Arrestate quest'uomo.»
Sherikov impallidì, spalancando la bocca per lo stupore. I poliziotti gli si fecero rapidamente intorno, puntandogli contro le pistole a forma di tubo. Fu perquisito con rapidità ed efficienza, e gli furono tolti sia la rivoltella che portava alla cintura, sia lo schermo di energia che teneva nascosto.
«Che succede?» domandò Sherikov, mentre un po' di colore gli ritornava sul volto. «Che cosa sta facendo?»
«Lei è in arresto per tutta la durata della guerra, ed è destituito da ogni autorità. D'ora in poi il suo reparto sarà diretto da uno dei miei uomini. Al termine della guerra lei sarà processato davanti al Consiglio e al presidente Duffe.»
Sherikov scosse il capo, sbalordito. «Io non capisco. Che significa tutto questo? Me lo spieghi, Commissario. Che cosa è successo?»
Reinhart fece un cenno ai poliziotti. «Tenetevi pronti. Andiamo nei laboratori, e forse sarà necessario aprirci la strada con le armi. L'Uomo Variabile dovrebbe trovarsi nei pressi della bomba, al lavoro alla torretta di controllo.»
Il volto di Sherikov s'irrigidì improvvisamente, e i suoi occhi neri scintillarono di ostilità.
Reinhart fece una risata rauca. «Abbiamo ricevuto un rapporto dal nostro controspionaggio su Centauro. Mi stupisco di lei, Sherikov. Lei sa che i centauriani hanno spie dappertutto. Avrebbe dovuto rendersi conto…»
Sherikov scattò. Si liberò all'improvviso dei suoi guardiani, scagliando loro addosso il suo corpo massiccio e facendoli cadere disordinatamente a terra. Poi si mise a correre… verso la parete. I poliziotti fecero subito fuoco; anche Reinhart cercò freneticamente la sua pistola e la strinse in pugno.
Lo scienziato raggiunse il muro correndo a testa bassa, mentre i raggi d'energia gli guizzavano intorno. Poi urtò contro la parete… e svanì.
«A terra!» gridò Reinhart, e si gettò giù, mettendosi carponi. I suoi uomini l'imitarono all'istante. Il Commissario lanciò una sequela di furiose imprecazioni, trascinandosi con rapidità verso la parete. Dovevano uscire di lì, e al più presto. Sherikov era fuggito. Quella era una falsa parete, una barriera di energia predisposta per reagire al suo tocco fisico. Attraverso di essa aveva raggiunto la salvezza. Lui…
All'improvviso sembrò esplodere l'inferno, un rombo infuocato di morte che li avvolse da ogni lato. La stanza ribolliva di fiammeggianti masse di distruzione che rimbalzavano da parete a parete. Erano presi fra quattro banchi di energia che vomitavano fuoco a pieno ritmo. Era una trappola… una trappola mortale.
Reinhart raggiunse il corridoio col fiato grosso, e balzò subito in piedi; qualcuno dei suoi uomini riuscì a fare lo stesso, ma la maggior parte di essi, chiusi nella stanza in fiamme, si divincolarono e urlarono finché le guizzanti vampate di energia non li ebbero ridotti a mucchietti di cenere.
Reinhart riunì gli uomini rimasti, mentre già stavano prendendo posizione le guardie di Sherikov. A un'estremità del corridoio un robot dalla sagoma tozza stava chiudendo la strada agli invasori. Una sirena ululava, e c'era un andirivieni di uomini che correvano in tutte le direzioni.
L'arma del robot aprì il fuoco. Parte del corridoio esplose spargendo frammenti dappertutto, e Reinhart e i suoi poliziotti furono avvolti da una nube di detriti che per poco non li soffocò. Presi da conati di vomito, indietreggiarono lungo il corridoio.
Giunsero a una biforcazione, e videro un secondo robot che stava dirigendosi verso di loro, ansioso di giungere a portata di tiro. Reinhart fece fuoco, mirando attentamente al delicato pannello di comando. Il robot vorticò convulsamente e andò a infrangersi contro la parete, riducendosi a un ammasso di rottami contro quel metallo indeformabile, con gli ingranaggi che continuavano a girare e a gemere.
«Avanti.» Reinhart scattò in avanti muovendosi a scatti. Diede un'occhiata al suo orologio. Era quasi l'ora. Pochi minuti ancora. Davanti a loro apparve un gruppo di guardie, e il Commissario fece fuoco, imitato subito dagli uomini alle sue spalle. Le guardie furono investite da raffiche violette di energia e caddero a terra, ostacolandosi l'un l'altro. Qualcuno si ridusse in cenere che svolazzò via lungo il corridoio. Reinhart, sempre con la sua andatura irregolare, riuscì ad aprirsi la strada fino al laboratorio, calpestando mucchi di detriti e resti umani, sempre seguito dai suoi poliziotti. «Avanti! Non vi fermate!»
Improvvisamente rimbombò intorno a loro la voce tonante di Sherikov, amplificata e moltiplicata dalle file di altoparlanti sistemati lungo il corridoio. Reinhart si fermò guardandosi intorno.
«Reinhart! Non ha scampo. Non riuscirà mai a tornare in superficie. Getti le armi e si arrenda. Siete circondati da ogni lato, e vi trovate a un chilometro sotto terra.»
Reinhart si rimise in moto, lanciandosi in mezzo alle nuvole fluttuanti di particelle che riempivano il corridoio. «Ne è sicuro, Sherikov?» disse in una specie di grugnito.
Sherikov rise, e quella risata aspra e metallica risuonò a ondate successive nelle orecchie di Reinhart. «Non voglio essere costretto a ucciderla, Commissario. Lei è vitale per la guerra. Mi dispiace che abbia saputo dell'Uomo Variabile. Effettivamente ho trascurato l'importanza dello spionaggio centauriano. Ma adesso che ne è a conoscenza…»
All'improvviso la voce di Sherikov s'interruppe. Un sordo brontolio fece tremare il pavimento, una vibrazione soffocata che scosse il corridoio come un'onda sismica.
Reinhart si rilassò per il sollievo. Attraverso il polverone riuscì a vedere l'ora al suo orologio. Proprio al momento giusto. Non un attimo di ritardo.
I primi missili all'idrogeno, lanciati dagli edifici del Consiglio, sull'altra faccia della Terra, stavano cominciando ad arrivare. L'attacco aveva avuto inizio.
Alle sei in punto Joseph Dixon, in piedi sulla superficie, a sei chilometri dall'ingresso del tunnel, diede il segnale alle unità di attacco.
Primo obbiettivo fu quello di distruggere gli schermi difensivi di Sherikov. I missili dovevano penetrare senza incontrare interferenze. Al segnale di Dixon una flotta di trenta navi della Sicurezza scese in picchiata da una quota di quindici chilometri, sfiorando le montagne a velocità vertiginosa, e col muso puntato sui laboratori sotterranei. Dopo cinque minuti gli schermi erano stati abbattuti, e tutti i proiettori spazzati via. A questo punto le montagne erano virtualmente indifese.
«Fino a ora tutto bene,» mormorò Dixon, controllando la situazione dalla sua postazione ben protetta. Le navi della Sicurezza tornarono indietro rombando, avendo ormai esaurito il proprio compito. Nel frattempo i veicoli di superficie si dirigevano rapidamente lungo il terreno desertico verso l'imboccatura del tunnel con andatura serpeggiante.
Nello stesso tempo aveva avuto inizio il contrattacco di Sherikov.
I cannoni piazzati tra le colline aprirono il fuoco. Enormi colonne di fiamma zampillarono in mezzo ai mezzi assalitori che si fermarono e poi indietreggiarono, mentre la spianata ribolliva di vortici ardenti e di fragorose esplosioni. Qualche macchina si disintegrò in una nuvola di polvere. Un gruppo di veicoli che procedevano insieme venne catturato da un vento furioso che li sparpagliò in più direzioni e poi li sollevò turbinosamente in aria.
Dixon diede ordini perché i cannoni fossero ridotti al silenzio e nel cielo apparvero nuovamente le unità aeree della Sicurezza, con un ruggito improvviso che fece vibrare il terreno. I velivoli si divisero con manovra esperta e si lanciarono contro i cannoni che proteggevano le colline.
I cannoni dimenticarono per un attimo le vetture e sollevarono le loro bocche per far fronte all'attacco. Gli assalitori piombarono giù uno dopo l'altro, spazzando le alture con una serie impressionante di raffiche.
I cannoni tacquero. L'eco dei loro colpi si spense poco a poco, quasi con riluttanza, mentre le bombe avevano inevitabilmente la meglio.
Dixon, quando il bombardamento ebbe termine, osservò la situazione con espressione soddisfatta. I velivoli risalirono in un fitto sciame, simili a nere zanzare che abbandonano trionfanti il cadavere di un animale. Mentre si affrettavano ad lasciare la zona, entrarono in azione i robot antiaerei, riempiendo il cielo di vampate di energia.
Dixon controllò l'orologio. I missili erano già in viaggio dal Nord America. Rimanevano ormai pochi minuti.
Le vetture di superficie, libere di muoversi dopo il riuscito bombardamento degli aerei, si raggrupparono nuovamente per dar vita a un attacco frontale. Ripresero quindi la marcia sulla landa desolata, oltrepassando con prudenza le alture butterate dall'artiglieria, e puntando verso i rottami contorti che erano stati la catena di cannoni difensivi. Verso l'imboccatura del tunnel.
Un cannone, chissà come ancora funzionante, aprì il fuoco su di loro, ma senza convinzione. Le macchine proseguirono minacciose la loro marcia. Tra una collina e l'altra, apparvero le truppe di Sherikov uscite in superficie per fronteggiare l'attacco. La prima delle vetture raggiunse l'ombra delle montagne…
Una vampata assordante riempì l'aria. Piccoli robocannoni apparvero da ogni parte, cilindri affusolati che uscivano fuori da schermi nascosti, arbusti, alberi, rocce, sassi. Le macchine della polizia si trovarono al centro di un tremendo fuoco incrociato, una trappola mortale proprio alla base delle colline.
Le guardie di Sherikov si lanciarono lungo il pendio verso le vetture bloccate; queste ultime reagirono sparando una serie di colpi che esplosero con sbuffi di fumo e seminarono la distruzione in mezzo agli assalitori. Un robocannone rotolò giù dalla collina e si lanciò verso le macchine sparando all'impazzata.
Dixon si torse nervosamente le mani. Solo pochi minuti. Ormai ogni momento poteva essere quello buono. Scrutò il cielo. Ancora nessun segno. Poi si domandò che fine avesse fatto Reinhart. Non gli aveva inviato alcun segnale; evidentemente doveva aver incontrato delle difficoltà. In quel labirinto sotterraneo, in quell'intricata ragnatela di passaggi e gallerie che riempiva il sottosuolo a nido d'ape, si stava svolgendo senza dubbio un'aspra e disperata lotta.
Le poche navi difensive di Sherikov saettarono per il cielo in un volo tanto rabbioso quanto inutile.
Le guardie di Sherikov si riversarono nella pianura, avanzando a zig-zag verso le macchine immobilizzate. Gli aerei della polizia piombarono su di loro con le armi puntate.
Dixon trattenne il respiro. Quando fossero arrivati i missili…
Il primo missile colpì. Una sezione della montagna si disintegrò, trasformandosi in una nube di fumo e gas. L'ondata di calore sferzò Dixon in pieno volto, facendogli perdere l'equilibrio. Rientrò rapidamente nella sua nave e decollò, allontanandosi in tutta fretta dalla zona. Quando si voltò a guardare, si accorse che erano arrivati un secondo e un terzo missile; tra le montagne si aprivano delle enormi voragini, come denti mancanti in una bocca. A questo punto i missili potevano penetrare fin dentro i laboratori sotterranei.
In superficie le vetture ancora funzionanti si fermarono sul limitare della zona pericolosa, attendendo che terminasse l'attacco dei missili. Quando l'ottavo di essi fu esploso, le vetture si rimisero in movimento. Non giunsero altri missili.
Dixon virò e tornò sul luogo dell'attacco. I laboratori erano alla luce del sole, poiché i soffitti erano stati spazzati via. Si vedeva benissimo il primo piano della costruzione, simile a una scatola di latta, e i segni che avevano lasciato le deflagrazioni. Uomini e macchine vi si stavano riversando dentro, ingaggiando feroci combattimenti con le guardie che tentavano invece di uscire all'aria aperta.
Dixon osservò la scena con attenzione. Gli uomini di Sherikov brandivano armi pesanti, ed erano scortati dall'artiglieria automatica. Ma già tornavano in picchiata i velivoli della polizia, che avevano avuto facilmente ragione delle pattuglie aeree avversarie. Giunsero ululando, e descrissero un arco sopra i laboratori portati allo scoperto. Lasciarono cadere delle piccole bombe proprio sopra l'artiglieria che saliva dal sottosuolo sui pochi montacarichi ancora funzionanti.
Improvvisamente lo schermo di Dixon ticchettò, e lui vi rivolse lo sguardo.
Apparvero i lineamenti di Reinhart. «Fermi l'attacco.» Aveva la divisa lacera, e una brutta ferita sulla guancia. Il Commissario sorrise stentatamente a Dixon, ravviandosi con una mano i capelli neri scompigliati. «Proprio una bella lotta!»
«Sherikov…»
«Ha richiamato i suoi uomini. Abbiamo concordato una tregua. È tutto finito. Basta così.» Reinhart ansimava vistosamente, e si detergeva il sudore e la sporcizia dal collo. «Atterri subito qui.»
«L'Uomo Variabile?»
«Ne parliamo dopo,» rispose truce Reinhart, e si aggiustò la tubopistola. «Lei mi serve quaggiù proprio per quello. Scenda subito.»
Reinhart si scostò, e si rivolse a Sherikov che se ne stava in un angolo della stanza senza dire nulla. «Allora?» latrò Reinhart. «Dov'è? Dove lo trovo?»
Sherikov si passò nervosamente la lingua sulle labbra, sollevando lo sguardo verso l'altro uomo. «Commissario, è sicuro…»
«L'attacco è stato fermato. I suoi laboratori sono al sicuro, e così anche la sua vita. Ora tocca a lei rispettare i patti.» Così dicendo strinse la sua pistola e fece un passo verso lo scienziato. «Dov'è?»
Sherikov ebbe un attimo di esitazione. Poi il suo grosso corpo sembrò cedere alla rassegnazione, alla sconfitta. Scrollò stancamente il capo. «D'accordo. Le mostrerò dove si trova.» La sua voce si era ridotta a un rauco bisbiglio appena udibile. «Per di qui. Venga.»
Reinhart seguì Sherikov fuori dalla stanza, nel corridoio.
Guardie e poliziotti stavano lavorando di buona lena per ripulire i locali dalle macerie, servendosi degli estintori a idrogeno che disintegravano ogni cosa. «Niente scherzi, Sherikov.»
«Niente scherzi,» ribatté rassegnato il polacco. «Thomas Cole è solo, in un settore separato del laboratorio.»
«Cole?»
«L'Uomo Variabile. Si chiama così.» Sherikov si voltò appena. «Anche lui ha un nome.»
Reinhart agitò significativamente l'arma. «Si sbrighi. Non voglio imprevisti, stavolta. Sono venuto proprio per questo.»
«Non dimentica qualcosa, Commissario?»
«Che cosa?»
Sherikov si fermò. «Commissario, al globo non deve succedere nulla. Alla torretta di controllo, voglio dire. Ne va di mezzo la guerra, la nostra…»
«Lo so. A quel dannato aggeggio non succederà nulla. Andiamo.»
«Se dovesse danneggiarsi…»
«Non sono venuto per il globo. A me interessa solo quel… quel Thomas Cole.»
Giunsero al termine del corridoio, e si fermarono davanti a una porta metallica. Sherikov la indicò con un cenno della mano. «Là dentro.»
Reinhart fece un passo indietro. «Apra la porta.»
«L'apra lei. Non voglio avere nulla a che fare con questa faccenda.»
Reinhart si strinse nelle spalle, e avanzò verso la porta. Poi sollevò l'arma e passò la mano davanti all'occhio elettronico. Non successe nulla.
Reinhart aggrottò la fronte, e spinse la porta con la mano. La porta si aprì. Reinhart si trovò a guardare dentro un piccolo laboratorio. Colse l'immagine di un banco da lavoro, di alcuni strumenti, mucchi di attrezzature, congegni di misurazione e, proprio in mezzo al banco, il globo trasparente, la torretta di controllo.
«Cole?» Reinhart avanzò rapidamente nella stanza e si guardò intorno, preoccupato. «Dove…»
La stanza era vuota. Thomas Cole era sparito.
Quando il primo missile colpì, Cole interruppe di lavorare e rimase seduto in ascolto.
Lontano un sordo brontolio fece tremare la terra, scuotendo il pavimento sotto di lui. Gli strumenti sul bancone ballarono, e un paio di pinze caddero rumorosamente al suolo. Una cassetta piena di viti si capovolse rovesciando il suo contenuto.
Cole rimase in ascolto per qualche secondo. Poi sollevò il globo trasparente che si trovava sul banco da lavoro, l'esaminò con la massima prudenza facendovi scorrere sopra le mani, un'espressione pensierosa dipinta negli occhi azzurro pallido. Infine, rimise nuovamente il globo al suo posto, su un supporto.
Il globo era terminato. L'Uomo Variabile non riuscì a nascondere un certo orgoglio. Era il miglior lavoro che avesse mai fatto.
I rumori soffocati cessarono, e Cole fu subito sul chi vive. Balzò giù dallo sgabello e attraversò di corsa la stanza, dirigendosi verso la porta. Rimase lì per un attimo, ascoltando attentamente. Udì dall'altra parte dei rumori, delle grida, uomini che correvano, oggetti pesanti che venivano trascinati, i segni di un'attività frenetica.
Un improvviso frastuono riecheggiò lungo il corridoio e scosse la porta, facendolo barcollare. Una nuova ondata di energia fece vibrare le pareti e il pavimento, facendolo cadere sulle ginocchia.
Le luci tremolarono e poi si spensero.
Cole si mosse a tentoni nell'oscurità finché non trovò una torcia elettrica. Una mancanza di corrente. Udì un crepitare di fiamme poi, tutto a un tratto, le luci si riaccesero, stavolta di un color giallo sporco, e quindi si spensero di nuovo. Cole si chinò ed esaminò la porta con la sua torcia. Una serratura magnetica, attivata da un flusso elettrico indotto dall'esterno. Cole afferrò un cacciavite e forzò la porta. Quella resistette per un attimo, poi cedette e si aprì.
Cole uscì nel corridoio con molta circospezione, e gli si presentò agli occhi una scena terribile. C'era un grande andirivieni di guardie orribilmente ustionate e mezzo accecate. Due di esse giacevano sotto un mucchio di armamenti distrutti, gemendo per il dolore. Metallo fuso, armi annerite e fumanti. Nell'aria ristagnava il puzzo della plastica e dei circuiti bruciati, e Cole ne fu quasi soffocato mentre avanzava lungo il corridoio. Fu costretto a piegarsi in due.
«Fermo là,» rantolò debolmente una guardia, cercando di alzarsi in piedi. Cole la ignorò e passò oltre. Due piccoli robocannoni ancora in funzione gli passarono accanto concitatamente, dirigendosi verso il punto in cui la battaglia infuriava più violenta. Cole proseguì lungo il corridoio.
In corrispondenza di una biforcazione, vide un gruppo di uomini che combattevano furiosamente. Le guardie di Sherikov affrontavano gli uomini della Sicurezza, che si tenevano nascosti dietro barricate di fortuna, e sparavano alla disperata. Poi l'intero fabbricato vibrò di nuovo dalle fondamenta, mentre una spaventosa deflagrazione rimbombava da chissà dove, sopra le loro teste. Bombe? Missili?
Cole si lanciò a terra mentre un raggio violetto gli sfiorava l'orecchio, disintegrando la parete alle sue spalle. Un poliziotto della Sicurezza aveva preso a sparare all'impazzata, con un'espressione folle nello sguardo. Uno degli uomini di Sherikov lo ferì e la sua pistola cadde a terra.
Un robocannone puntò verso di lui proprio mentre stava oltrepassando la biforcazione. Cole cominciò a correre, e il cannone gli si lanciò dietro rotolando e cercando in qualche modo di prendere la mira. Cole aumentò l'andatura, muovendosi a zig-zag, col fiato corto. Alla tremolante luce giallastra scorse un gruppo di poliziotti che avanzava facendo fuoco con precisione contro la linea difensiva formata dalle guardie di Sherikov.
Il robocannone mutò direzione e puntò su di loro; Cole svoltò a un angolo.
Si trovò dentro il laboratorio principale, la grossa sala nella quale era tenuto Icaro, il tozzo e gigantesco cilindro.
Icaro! Una solida parete di guardie lo proteggeva, truci in volto e armate di fucili e di scudi difensivi. I poliziotti della Sicurezza, tuttavia, non si preoccupavano di Icaro; nessuno voleva correre il rischio di danneggiarlo. Cole seminò l'unica guardia che tentò di seguirlo e giunse all'altra estremità del laboratorio.
Gli ci vollero soltanto pochi secondi per individuare il generatore del campo di forze. Non c'era interruttore. La cosa lo lasciò perplesso per un attimo… poi si ricordò. Le guardie avevano il controllo al polso.
Troppo tardi per preoccuparsene. Con il cacciavite allentò la piastra che ricopriva il generatore e strappò i fili con le mani. Il generatore venne via facilmente e lui l'estrasse dalla parete. Grazie a Dio lo schermo adesso era disattivo. Sempre col generatore in mano, riuscì a imboccare un corridoio laterale.
Rannicchiato su se stesso, Cole si mise all'opera sul generatore, con le mani abili e veloci. Tirò a sé i fili e li depose sul pavimento, seguendo i circuiti con febbrile impazienza.
L'adattamento era più facile di quanto avesse sperato. Lo schermo si creava ad angolo retto rispetto ai fili per una distanza di quasi due metri. Ciascun conduttore era schermato su un lato; il campo s'irradiava all'esterno, lasciando un vuoto al centro. Cole fece scorrere i fili attraverso la cintura, giù per i pantaloni, sotto la camicia, giungendo fino ai polsi e alle caviglie.
Stava per raccogliere il pesante generatore quando apparvero due uomini della Sicurezza. Sollevarono i loro disintegratori e fecero fuoco.
Cole attivò lo schermo. Una vibrazione l'attraversò, colpendolo con violenza alla bocca e danzandogli poi per tutto il corpo. Barcollò, incredulo e stupefatto di quella forza prepotente che emanava ora da lui. I raggi violetti colpirono il campo protettivo e deviarono, innocui.
Era salvo.
Si precipitò lungo il corridoio, oltrepassando armi e corpi ammucchiati. Dense nubi di particelle radioattive gli turbinavano intorno, e Cole ne aggirò una non senza un certo nervosismo. C'erano guardie dappertutto, morte o moribonde, mutilate, consumate e sfigurate dai bollenti sali metallici dell'aria. Doveva uscire… al più presto.
Alla fine di un corridoio un'intera sezione della fortezza era ridotta in macerie, e da ogni parte guizzavano gigantesche lingue di fiamma. Uno dei missili era penetrato nel sottosuolo.
Cole trovò un ascensore ancora funzionante, che veniva utilizzato per portare in superficie un gruppo di guardie ferite. Nessuno gli prestò attenzione. Intorno all'ascensore guizzavano lingue di fiamma che sfioravano i suoi occupanti. Intanto gli operai stavano disperatamente tentando di far funzionare gli altri elevatori. Cole balzò dentro, e un attimo dopo cominciò a salire, lasciandosi alle spalle le grida e il fuoco.
L'ascensore emerse in superficie e Cole ne uscì di corsa. Una guardia l'intercettò e si lanciò al suo inseguimento. Cole si mise a correre a testa bassa in mezzo a un mucchio di rottami metallici contorti e fumanti. Oltrepassò una torre crollata su cui era stato sistemato uno dei proiettori difensivi, attraversò il terreno vetrificato dall'enorme calore e scese lungo il fianco di una collina. Sotto i suoi piedi il terreno era bollente. Corse più veloce che poté, respirando a fatica. Infine, giunse in prossimità di un pendio e si mise a salire affannosamente.
La guardia al suo inseguimento era sparita in mezzo alle vorticose nuvole di cenere che si levavano al di sopra della fortezza sotterranea di Sherikov.
Cole raggiunse la cima della collina. Si fermò un attimo per riprendere fiato e rendersi conto della sua posizione. Era quasi sera, e il Sole stava calando rapidamente. Nel cielo via via più scuro si scorgevano alcuni puntini ancora in movimento, minuscole macchie nere che all'improvviso esplodevano in fiamme, disintegrandosi.
Cole si guardò intorno con molta cautela. C'erano rovine e macerie dappertutto, laggiù in quella specie di fornace da cui era riuscito a scappare, un caos di metallo incandescente e di rottami deformati al di là di ogni possibile riparazione. Chilometri e chilometri di materiali e attrezzature contorti e mezzi liquefatti.
Cole rifletté. Erano tutti impegnati a spegnere gli incendi e a portare soccorsi ai feriti. Ci sarebbe voluto un bel po' prima che si accorgessero della sua scomparsa. Ma poi si sarebbero messi subito al suo inseguimento. Gran parte del laboratorio era stato distrutto; da quella parte rimaneva ben poco.
Al di là delle rovine si stagliavano i picchi degli Urali, quella sterminata catena di montagne che si allungava sull'orizzonte a perdita d'occhio.
Montagne e foreste verdi. Una zona selvaggia, dove non l'avrebbero mai trovato.
Cole si avviò lungo il fianco della collina, camminando lentamente e con circospezione, e stringendo sotto il braccio il suo generatore. Probabilmente, in mezzo a tutta quella confusione avrebbe potuto trovare cibo e attrezzature in grado di aiutarlo a sopravvivere per un certo tempo. Poteva attendere fino all'alba, poi effettuare un ampio cerchio e ritornare alle rovine, dove avrebbe potuto rifornirsi di tutto il necessario. Con pochi attrezzi e le sue innate capacità, se la sarebbe cavata benissimo. Un cacciavite, un martello, dei chiodi, e qualche altro strumento…
Un forte ronzio gli risuonò nelle orecchie, trasformandosi poi in un fragore assordante. Intontito, Cole barcollò. Un'ombra enorme riempì il cielo sopra di lui, crescendo di attimo in attimo. Cole s'irrigidì, colto da una sorta di repentina paralisi. L'ombra lo sorvolò rombando, mentre lui se ne restava stupidamente immobilizzato sul posto.
Poi, goffo e malsicuro, riprese a muoversi. Cadde a terra, si rialzò e precipitò di nuovo, rotolando per un breve tratto lungo il fianco della collina. Cercò freneticamente di aggrapparsi al terreno, e le sue mani scavarono il suolo morbido, cercando nel contempo di tenere stretto il generatore sotto il braccio. Ma tutto fu inutile.
Un lampo, poi una vampata accecante di luce.
Fu sollevato e scagliato via come una foglia secca. Cole gemette per il dolore mentre intorno a lui divampava un inferno di fiamme che consumava e divorava avidamente il suo schermo di forza. Roteò all'impazzata, poi precipitò attraverso la nube di fuoco all'interno di un abisso di tenebre, una voragine enorme tra due colline. I suoi fili si staccarono, e il generatore venne strappato dalla sua stretta, perdendosi chissà dove alle sue spalle. Il campo di forza cedette all'improvviso.
Cole giaceva alla base della collina, avvolto dall'oscurità. Tutto il suo corpo urlava per il dolore mentre il fuoco impietoso continuava ad ardere sopra di lui. Era come un cilindro ardente, un mucchietto di cenere semiconsumata dalle fiamme in un universo di tenebra. Si contorse e si rotolò per la sofferenza, come un insetto che cercasse di rintanarsi nel terreno. Urlò e gridò e cercò di fuggire, di sottrarsi a quel fuoco orrendo, di raggiungere la cortina di oscurità poco lontana, dove tutto era fresco e silenzioso, e dove le fiamme non avrebbero potuto aggredirlo e consumarlo come stavano facendo.
Allungò una mano in un gesto implorante verso il buio, strisciando debolmente per raggiungerlo, sforzandosi d'immergersi in esso. Poi un po' alla volta il globo accecante che era il suo corpo scemò di intensità, e l'impenetrabile caos della notte discese su di lui. Cole lasciò che la marea lo sommergesse per estinguere il bruciore di quel fuoco.
Dixon atterrò con manovra esperta, fermando la nave davanti a una torre difensiva abbattuta. Saltò giù e si mise a correre nel terreno fumante.
Da un ascensore sbucò Reinhart, circondato dai suoi uomini. «Ci è sfuggito! È scappato!»
«Non è scappato,» ribatté Dixon. «Ci ho pensato io, a prenderlo.»
Reinhart fu scosso da un brivido. «Che cosa intende dire?»
«Venga con me; da questa parte.» I due si arrampicarono lungo il fianco di una collina demolita dalle bombe, entrambi ansimanti per la fatica. «Stavo atterrando. Ho visto una figura emergere da un ascensore e correre verso le montagne, come un animale. Quando si è trovato in un punto aperto, sono sceso in picchiata su di lui e gli ho lanciato addosso una bomba al fosforo.»
«Allora è… morto?»
«Non vedo come si possa sopravvivere a una bomba al fosforo.»
Giunsero in cima alla collina. Dixon si fermò, poi indicò tutto eccitato col dito l'abisso che si spalancava al di là dell'altura. «Laggiù!»
Scesero con molta prudenza. Il terreno era arso e annerito, e nell'aria fluttuavano ancora dense nuvole di fumo. Qua e là c'era qualche fuoco che continuava ad ardere. Reinhart tossì e si chinò per vedere meglio. Dixon accese una torcia tascabile e la puntò sul corpo disteso a terra.
Il corpo era carbonizzato, mezzo distrutto dal fosforo infuocato. Giaceva immobile, un braccio sopra il volto, la bocca aperta, e le gambe aperte in modo assurdo. Come una bambola di stracci abbandonata, gettata in un inceneritore e consumata in modo pressoché irreparabile.
«È vivo!» mormorò Dixon, e frugò intorno con curiosità. «Doveva avere un qualche schermo di protezione. È straordinario che un uomo possa…»
«È lui? E proprio lui?»
«Si adatta alle descrizioni.» Dixon strappò una manciata di tessuto bruciacchiato. «È l'Uomo Variabile, o meglio quello che rimane di lui.»
Reinhart si rilassò, sollevato. «Finalmente l'abbiamo preso. Il dato è sicuro, e lui non è più un fattore.»
Dixon tirò fuori il suo disintegratore e tolse la sicura con aria pensierosa. «Se vuole, può dargli il colpo di grazia.»
In quel momento apparve Sherikov, accompagnato da due uomini armati della Sicurezza. Scese lungo la collina, scuro in volto, e con gli occhi neri che mandavano bagliori. «Cole…» esordì, ma s'interruppe subito. «Buon Dio!»
«Dixon l'ha acchiappato con una bomba al fosforo,» disse Reinhart in tono distratto. «Era arrivato in superficie e stava cercando di raggiungere le montagne.»
Sherikov distolse lo sguardo, avvilito. «Era una persona straordinaria. Durante l'attacco, è riuscito a forzare la serratura della sua porta ed è scappato. Le guardie gli hanno sparato addosso, ma senza colpirlo. Poi si è adattato addosso una specie di campo di forza.»
«Comunque, è finita,» commentò Reinhart. «Ha fatto preparare le piastre per le macchine SRB?»
Sherikov s'infilò lentamente la mano in tasca. «Ecco tutte le informazioni che ho raccolto su lui mentre si trovava con me.» E tirò fuori una busta.
«Sono complete? Prima avevamo soltanto notizie frammentarie.»
«Per quanto mi è stato possibile, sì. Comprendono fotografie e diagrammi della parte interna del globo. I circuiti della torretta che ha sistemato per me. Io non ero nemmeno riuscito a vederli.» Sherikov strinse la busta fra le dita. «Cos'ha intenzione di fare, di Cole?»
«Lo farò caricare, trasportare di nuovo in città… e ufficialmente sarà messo a dormire dal Ministero dell'Eutanasia.»
«Omicidio legale?» Sherikov strinse le labbra. «Perché non lo finisce semplicemente qui?»
Reinhart afferrò la busta e se la infilò nella tasca destra. «Sottoporrò questo materiale alle macchine.» Poi fece un cenno a Dixon. «Andiamo. Adesso possiamo notificare alla flotta di tenersi pronta per l'attacco a Centauro.» Si volse fuggevolmente verso lo scienziato. «Quando sarà lanciato Icaro?»
«Più o meno fra un'ora, credo. Stanno fissando la torretta al suo posto. Ammesso che funzioni come si deve, non occorre altro.»
«Bene. Avviserò Duffe di dare il segnale alla flotta.» Reinhart con un gesto del capo indicò ai suoi uomini di condurre Sherikov verso la nave della Sicurezza che attendeva poco distante. Il polacco si mosse pesantemente, grigio e sofferente in volto. Il corpo inerte di Cole venne sollevato e caricato sopra un veicolo da trasporto, che s'infilò rumorosamente dentro la stiva della nave. La lastra scivolò alle sue spalle e il portello si richiuse.
«Sarà interessante vedere come reagiranno le macchine ai nuovi dati,» fece Dixon.
«Dovrebbe esserci un bel miglioramento nelle probabilità,» assentì Reinhart, che poi tirò fuori la busta e se la infilò in una tasca interna della giacca. «Siamo in anticipo di due giorni.»
Margaret Duffe si alzò lentamente in piedi dietro la sua scrivania, spingendo indietro la poltrona con un gesto meccanico. «Mi faccia capire bene. Vuole dire che la bomba è stata completata? Che è pronta a partire?»
Reinhart annuì con impazienza. «È proprio ciò che ho detto. I tecnici stanno ultimando il montaggio della torretta, e il lancio avverrà fra mezz'ora.»
«Trenta minuti! E poi…»
«E poi potrà cominciare subito l'attacco. Immagino che la flotta sia pronta per entrare in azione.»
«Certamente. Sono parecchi giorni che lo è. Ma ancora non posso credere che la bomba sia già pronta.» Margaret Duffe si mosse con passo un po' incerto verso la porta. «Questo è un grande giorno, Commissario. Ci lasciamo alle spalle la vecchia èra. Stavolta per Centauro non c'è nulla da fare. E alla fine le colonie saranno nostre.»
«È stata una vera impresa,» mormorò Reinhart.
«Una cosa. Lei ha sporto accusa nei confronti di Sherikov. Mi sembra incredibile che una persona del suo calibro potesse mai…
«Ne discuteremo più tardi,» la interruppe gelido Reinhart. E tirò fuori la busta dalla tasca. «Non ho ancora avuto l'occasione d'inserire questi nuovi dati nelle macchine. Se vuole scusarmi, lo farò adesso.»
Per un attimo Margaret Duffe rimase sulla soglia. I due si guardarono in silenzio, un debole sorriso sulle labbra sottili di Reinhart, ostilità negli occhi azzurri della donna.
«Reinhart, a volte penso che lei tiri forse un po' troppo la corda. E altre volte penso che lei abbia già tirato troppo la corda…»
«La terrò informata di ogni cambiamento nelle probabilità.» Il Commissario le passò accanto, uscì dalla porta e si diresse lungo il corridoio verso la sala delle macchine SRB, provando un'intensa eccitazione fin nell'intimo del suo corpo.
Pochi secondi dopo era davanti ai calcolatori, che mostravano ancora la proporzione di 7-6. Reinhart sorrise. 7-6. Un calcolo falso, basato su informazioni ingannevoli, che adesso potevano essere rimosse.
Giunse trafelato Kaplan. Reinhart gli porse la busta e si diresse verso la finestra, osservando lo spettacolo sottostante. Uomini e veicoli correvano freneticamente da tutte le parti, gli ufficiali andavano e venivano come tante formiche.
La guerra era in corso. Era stato trasmesso il segnale alla flotta che attendeva da tanto tempo in prossimità di Proxima Centauri. Reinhart fu invaso da una sensazione di trionfo. Aveva vinto. Aveva distrutto l'uomo venuto dal passato, e aveva avuto ragione anche di Peter Sherikov. La guerra era iniziata secondo le previsioni. La Terra si stava aprendo la strada verso le stelle. Reinhart serrò le labbra in una specie di sorriso. Aveva avuto successo su tutti i campi.
«Commissario»
Reinhart voltò lentamente la testa. «Eccomi.»
Kaplan se ne stava impalato di fronte alle macchine, con gli occhi fissi sullo schermo. «Commissario…»
Reinhart fu subito all'erta. C'era qualcosa di strano nella voce di Kaplan. Si affrettò a raggiungerlo. «Che cosa c'è?»
Kaplan alzò lo sguardo verso di lui, bianco in volto, gli occhi spalancati per il terrore. Aprì e richiuse la bocca, ma senza emettere alcun suono.
«Che cosa c'è?» ripeté Reinhart, scosso da un brivido gelido, poi si chinò sulle macchine, controllando le probabilità.
L'orrore lo travolse.
100-1. Contro la Terra!
Non riusciva a distogliere lo sguardo da quelle cifre. Si sentiva stordito, incredulo. Che cos'era successo? Che cosa c'era che non andava? La torretta era stata completata, Icaro era pronto, la flotta era stata avvisata…
Dall'esterno dell'edificio giunse un ronzio improvviso e soffocato. Delle grida si levarono. Reinhart voltò lentamente la testa verso la finestra, con il cuore stretto in una morsa di ghiaccio.
Il cielo della sera era attraversato da una linea che si allungava di momento in momento, una linea bianca e sottile. Qualcosa stava salendo, guadagnando sempre più velocità. Tutti gli occhi, dal suolo, erano puntati su di esso, e i volti rivelavano una sorta di timore reverenziale.
L'oggetto continuò ad accelerare, poi svanì. Icaro era in marcia sul suo obiettivo. L'attacco era cominciato, e ormai era troppo tardi per fermarlo.
E sullo schermo, le macchine dicevano cento a uno… in favore della sconfitta.
Alle otto in punto della sera del 15 maggio 2156 Icaro venne lanciato contro la stella di Centauro. Un giorno più tardi, mentre tutta la Terra era in attesa, Icaro penetrò nella stella, viaggiando a una velocità superiore di migliaia di volte a quella della luce.
Non accadde nulla. Icaro scomparve dentro la stella, e non vi fu alcuna esplosione. La bomba non uscì dalla parte opposta.
Nello stesso momento la flotta terrestre assalì la flotta centauriana esterna, sciamando addosso a essa con un attacco in massa. Venti ammiraglie vennero catturate, e una buona parte della flotta nemica fu distrutta. Molti dei pianeti sottomessi si ribellarono, sperando di scrollarsi di dosso i legami imperiali.
Due ore più tardi apparve improvvisamente il grosso della flotta centauriana proveniente da Armun, e ingaggiò battaglia. Il titanico scontro illuminò metà del sistema centauriano. Le navi esplosero e si disintegrarono a centinaia, trasformandosi in polvere che si perse nel vuoto dello spazio. Le due flotte combatterono per un giorno intero, su una superficie di milioni di chilometri cubi, e da entrambe le parti si ebbero perdite rilevanti.
Alla fine i resti della flotta terrestre sconfitta invertirono la rotta e si diressero faticosamente verso Armun, arrendendosi. Ben poco rimaneva dell'armata una volta imponente, solo pochi scafi anneriti, che procedevano ad andatura zoppicante verso l'umiliazione della prigionia.
Icaro non aveva funzionato. Centauro non era esploso. L'attacco era fallito.
La guerra era finita.
«Abbiamo perso la guerra,» proclamò Margaret Duffe con voce bassa e spaventata. «È finita, non c'è più niente da fare.»
I membri del Consiglio sedevano ai loro posti intorno al tavolo della conferenza, uomini anziani dai capelli grigi, nessuno dei quali si muoveva o diceva una parola. Tutti fissavano silenziosi la grande mappa stellare che ricopriva due pareti della sala.
«Ho già incaricato i nostri diplomatici perché ottengano un armistizio,» proseguì Margaret Duffe, sempre con voce sommessa. «Il vicecomandante Jessup ha ricevuto l'ordine di cessare il fuoco. Non c'è più alcuna speranza. Il comandante Carleton ha distrutto se stesso e la sua ammiraglia pochi minuti fa. L'Alto Consiglio di Centauro ha acconsentito alla cessazione delle ostilità. Il loro Impero è marcio fino all'osso. Pronto a crollare sotto il suo stesso peso.»
Reinhart se ne stava accasciato sul tavolo, con la testa fra le mani «Io non capisco… Perché? Perché la bomba non è esplosa?» Si asciugò la fronte con una mano tremante. Tutta la sua sicurezza era scomparsa, e lui era ridotto a un povero essere debole e inerte. «Che cos'è che non ha funzionato?»
Grigio in volto, Dixon abbozzò una risposta. «L'Uomo Variabile può aver sabotato la torretta. Le macchine SRB lo sapevano… Hanno analizzato le informazioni. Lo sapevano! Ma era troppo tardi.»
Reinhart alzò appena la testa, mostrando gli occhi pallidi e segnati dalla disperazione. «Lo sapevo che ci avrebbe distrutti. Siamo finiti. Un secolo di lavoro e di programmi!» Il suo corpo fu scosso da uno spasimo di angoscia furiosa. «E tutto per colpa di Sherikov!»
Margaret Duffe lo fulminò con un'occhiata. «Perché? Che c'entra Sherikov?»
«Ha tenuto vivo Cole! Io volevo ucciderlo fin dall'inizio.» All'improvviso Reinhart balzò dalla sua poltrona, afferrando freneticamente la pistola. «Ed è ancora vivo! Anche se abbiamo perso, voglio avere la soddisfazione di piantargli un raggio nel petto!»
«Si sieda!» gli ordinò Margaret Duffe.
Reinhart era già a mezza strada verso la porta. «Si trova ancora al Ministero dell'Eutanasia, in attesa della…»
«No, non è più lì,» affermò la donna.
Reinhart rimase di sasso. Si voltò lentamente, quasi non riuscisse a credere alle sue orecchie. «Che cosa?»
«Cole non si trova al Ministero. Ho ordinato che fosse trasferito, e che le sue istruzioni venissero annullate.»
«Dove… dove si trova?»
Margaret Duffe rispose con una voce insolitamente dura. «Con Peter Sherikov. Negli Urali. Ho restituito a Sherikov i suoi pieni poteri, poi ho fatto trasferire laggiù Cole, sotto la protezione di Sherikov. Voglio essere certa che Cole guarisca, in modo di poter mantenere la nostra promessa… la promessa di farlo ritornare nel suo tempo.»
Reinhart aprì e richiuse la bocca. Il colorito era scomparso dalla sua faccia, e i muscoli delle guance si muovevano spasmodicamente. Finalmente riuscì a parlare. «Lei è impazzita! Quel traditore è responsabile della più grande sconfitta della Terra…»
«Abbiamo perso la guerra,» proclamò con voce ferma Margaret Duffe. «Ma questo non è un giorno di sconfitta. È un giorno di vittoria. La più incredibile vittoria che la Terra abbia mai ottenuto.»
Reinhart e Dixon erano sbalorditi. «Che cosa…» Reinhart rantolò. «Che cosa vuole…» L'intera sala era in subbuglio. Tutti i membri del Consiglio si erano alzati in piedi, e le parole di Reinhart si persero nella confusione.
«Lo spiegherà lo stesso Sherikov quando sarà qui,» rispose Margaret Duffe, sempre più sicura di sé. «È l'unico ad averlo scoperto.» E sostenne senza cedere gli sguardi increduli dei presenti. «Ciascuno rimanga al proprio posto. Dovete restare tutti finché non arriverà Sherikov. È di estrema importanza che ascoltiate ciò che avrà da dirvi. Le sue affermazioni cambiano radicalmente la situazione»
Peter Sherikov prese la borsa zeppa di carte che gli porgeva uno dei suoi uomini armati. «Grazie.» Spinse indietro la poltrona e rivolse un'occhiata pensierosa alle persone nella sala. «Siete tutti pronti ad ascoltare quello che ho da dirvi?»
«Siamo pronti,» rispose Margaret Duffe. I membri del Consiglio erano seduti intorno al tavolo, e dimostravano il massimo interesse. A un'estremità, Reinhart e Dixon osservarono con un certo imbarazzo il corpulento scienziato mentre tirava fuori le carte dalla borsa e le esaminava attentamente.
«Per cominciare, voglio ricordarvi il lavoro che è alla base della bomba iperluce. Jamison Hedge fu il primo essere umano che riuscì a far viaggiare un oggetto a una velocità superiore a quella della luce. Come voi sapete, quell'oggetto, man mano che si avvicinava alla velocità della luce, diminuiva di lunghezza e aumentava di massa e, raggiunta tale velocità, svaniva. Cessava di esistere nei termini in cui possiamo concepirlo. Non avendo più lunghezza non poteva occupare alcuno spazio. Passava a un differente livello di esistenza.
«Quando Hedge cercò di riportare indietro l'oggetto, avvenne un'esplosione. Hedge ne rimase ucciso, e tutta la sua attrezzatura fu distrutta, a causa della tremenda forza di deflagrazione. Hedge aveva piazzato la sua nave per le osservazioni a parecchi milioni di chilometri di distanza; non sufficientemente lontana, tuttavia. Aveva sperato di poter usare la sua scoperta per il viaggio spaziale, ma dopo la sua morte il principio fu abbandonato.
«Finché non venne Icaro. Io intuii le possibilità di una bomba talmente potente da distruggere Centauro e tutte le risorse dell'Impero. La ricomparsa di Icaro avrebbe significato la disintegrazione del loro sistema, Come aveva mostrato Hedge, l'oggetto sarebbe rientrato nello spazio in un punto già occupato da altra materia, e avrebbe causato un cataclisma di proporzioni immani.»
«Ma Icaro non è mai ricomparso,» gemette Reinhart. «Cole ha alterato la disposizione dei circuiti e la bomba ha proseguito per la sua strada. E probabilmente è ancora in viaggio chissà dove.»
«Sbagliato,» tuonò Sherikov. «La bomba è riapparsa. Ma non è esplosa.»
Reinhart reagì con violenza. «Lei intende dire…»
«La bomba è ritornata nel nostro spazio, scendendo sotto la velocità della luce appena penetrata nel sistema di Proxima Centauri. Ma non è esplosa. Non c'è stato alcun cataclisma. È ricomparsa ed è stata assorbita da quel sole, che l'ha istantaneamente trasformata in gas.»
«Perché non è esplosa?» domandò Dixon.
«Perché Thomas Cole ha risolto il problema di Hedge. Ha scoperto un modo per ricondurre l'oggetto iperluce nel nostro universo senza collisione. E senza esplosione. L'Uomo Variabile ha scoperto quello che Hedge…»
L'intero Consiglio si alzò in piedi, e la sala fu riempita da un crescente mormorio, che si trasformò ben presto in un vero e proprio pandemonio.
«Non ci credo!» disse Reinhart con voce strozzata. «Non è possibile. Se Cole ha risolto il problema di Hedge, questo significa che…» S'interruppe, frastornato.
«Che adesso possiamo usare la propulsione iperluce per il viaggio spaziale,» proseguì per lui Sherikov, agitando la mano per ottenere di nuovo il silenzio. «Proprio come intendeva Hedge. I miei uomini hanno studiato le fotografie della torretta di controllo. Ancora non sanno come o perché, ma abbiamo le documentazioni complete del congegno, e possiamo ottenere dei duplicati dei circuiti, non appena saranno stati riparati i laboratori»
Pian piano la comprensione si stava facendo strada tra i presenti. «Allora sarà possibile costruire delle navi che viaggino a una velocità superiore a quella della luce,» mormorò incredula Margaret Duffe. «E in tal caso…»
«Quando gli mostrai la torretta di controllo, Cole capì subito a cosa serviva. Cioè, non lo scopo che io avevo in mente, ma lo scopo originale al quale aveva lavorato Hedge. Cole si rese conto che Icaro era in realtà una nave spaziale incompleta, e non una bomba. Vide ciò che aveva visto Hedge, la possibilità di viaggiare nello spazio a velocità superiore a quella della luce, e si mise al lavoro perché Icaro funzionasse in tal senso.»
«Possiamo andare al di là di Centauro,» mormorò Dixon, piegando le labbra. «Allora la guerra è stata inutile. Possiamo ignorare completamente l'Impero, e raggiungere altri punti della galassia, o addirittura altre galassie.»
«L'intero universo ci apre le porte,» confermò Sherikov. «Invece di prendercela con un Impero ormai in via di disfacimento, possiamo esplorare e conoscere tutto il cosmo, la totalità della creazione di Dio.»
Margaret Duffe si alzò e si diresse lentamente verso le grandi mappe stellari che torreggiavano su di loro dall'altra estremità della sala. Rimase lì a guardare le miriadi di soli, le legioni di sistemi, e quella vista la intimorì un poco.
«Pensa che lui si sia reso conto di tutto questo?» domandò poi all'improvviso. «Di tutto quello che noi possiamo vedere su questa mappa?»
«Thomas Cole è uno strano individuo,» disse Sherikov, quasi parlando con se stesso. «Sembra possedere una specie d'intuizione per quanto riguarda le macchine, e il loro funzionamento. Ma sono le sue mani, a possederla, più che la sua testa. È una specie di genio, come quello che può avere un pittore o un pianista, ma che non ha uno scienziato. Cole non conosce realmente le cose, non ha alcuna relazione semantica con esse. Vi entra in contatto, direttamente.
«Io dubito molto che Thomas Cole abbia capito le conseguenze di quello che stava facendo. Ha guardato dentro il globo, la torretta di controllo. Ha visto dei circuiti e dei collegamenti da sistemare, un lavoro lasciato a metà. Una macchina incompleta.»
«Qualcosa da aggiustare,» concluse Margaret Duffe.
«Qualcosa da aggiustare. Come un artista, ha visto più avanti. A lui interessava una sola cosa: fare del suo meglio servendosi delle capacità che possedeva. E quelle capacità ci hanno spalancato un intero universo, infinite galassie e sistemi da esplorare. Mondi innumerevoli, e mai toccati.»
Reinhart si alzò, esitante. «Sarà meglio che ci mettiamo al lavoro. Che incominciamo a organizzare delle squadre di ricostruzione, ad addestrare gli uomini per l'esplorazione. Dovremo smettere di produrre armi da guerra e cominciare a costruire delle navi. Preparare il materiale e l'attrezzatura scientifica per un lavoro di ricerca.»
«Esatto,» disse Margaret Duffe, fissandolo con aria pensierosa. «Ma lei non avrà nulla a che fare con tutto questo.»
Reinhart le lesse in volto l'intenzione. Afferrò rapidamente la pistola e indietreggiò subito verso la porta, seguito da Dixon. «Indietro!» gridò Reinhart.
Margaret Duffe fece un cenno e uno squadrone di soldati si chiuse intorno ai due uomini. Militari dall'aspetto truce ed efficiente, con in mano i grappini magnetici pronti per l'uso.
Il disintegratore di Reinhart si mosse minacciosamente in direzione dei membri del Consiglio, che sedevano spaventati ai loro posti, e poi verso gli occhi azzurri di Margaret Duffe. Una paura folle deformava i lineamenti di Reinhart. «Indietro! Nessuno si avvicini o lei sarà la prima a morire!»
Peter Sherikov aggirò il tavolo e lanciò il suo corpo massiccio addosso a Reinhart. Il suo pugno enorme e peloso descrisse un arco, e il Commissario andò a finire addosso alla parete, travolto dalla violenza del colpo, e poi scivolò lentamente a terra.
I soldati gli lanciarono subito addosso i loro grappini e lo rimisero in piedi. Il suo corpo era rigido, e il sangue gli colava dalla bocca. Sputò dei frammenti di dente, lanciando occhiate furiose. Dixon rimase invece immobile, con la bocca spalancata, come se non si rendesse conto, e si lasciò cingere braccia e gambe dai grappini senza opporre resistenza.
La pistola di Reinhart scivolò sul pavimento mentre lo portavano via. Uno dei consiglieri anziani la raccolse e la esaminò con curiosità, poi la posò con prudenza sul tavolo. «Carica al massimo,» mormorò. «Pronta a sparare.»
Il volto di Reinhart era segnato dall'odio. «Avrei dovuto uccidervi tutti. Tutti!» Poi le sue labbra si torsero in una orribile smorfia. «Se potessi liberarmi le mani…»
«Non ci riuscirà,» gli disse Margaret Duffe. «Sarà meglio che si eviti il disturbo di pensarci.» Indicò alle guardie di portarli via; Dixon e Reinhart vennero condotti fuori dalla sala, ancora storditi e pieni di risentimento.
Per un attimo cadde il silenzio, poi i membri del Consiglio tornarono nervosamente ai propri posti, riprendendo fiato.
Sherikov si fece avanti e pose la sua grossa mano sulla spalla di Margaret Duffe. «Tutto bene, Margaret?»
Lei sorrise debolmente. «Sto bene. Grazie…»
Sherikov le sfiorò i capelli morbidi. Poi si girò e cominciò a riempire la sua borsa. «Ho da fare. Mi metterò più tardi in contatto con lei.»
«Dove sta andando?» domandò la donna con voce esitante. «Non può restare e…»
«Devo tornare negli Urali.» Sherikov, dalla soglia, le rivolse un sorriso al di sopra della sua barba cespugliosa. «Affari importantissimi mi chiamano.»
Thomas Cole se ne stava seduto a letto quando Sherikov aprì la porta. Gran parte del suo corpo ricurvo e angoloso era rivestito da un sottilissimo involucro di plastica trasparente a prova d'aria. Due roboassistenti ronzavano senza sosta accanto a lui, controllandogli il polso, la pressione, il respiro e la temperatura.
Cole si girò un poco quando il grosso polacco mise giù la sua borsa e si appoggiò al bordo della finestra.
«Come si sente?» gli chiese Sherikov.
«Meglio.»
«Come vede, la nostra terapia è piuttosto avanzata. In pochi mesi le sue ustioni dovrebbero guarire.»
«Come va la guerra?»
«La guerra è finita.»
Cole mosse le labbra. «Icaro…»
«Icaro ha funzionato secondo le aspettative. Secondo le sue aspettative.» Sherikov si sporse verso il letto. «Cole, io le avevo promesso qualcosa. E intendo mantenere la mia promessa… non appena lei starà abbastanza bene.»
«Di farmi ritornare nel mio tempo?»
«Esatto. È una faccenda abbastanza semplice, ora che Reinhart è stato destituito. Lei tornerà a casa, nel suo tempo, nel suo mondo. Possiamo fornirle dei dischi di platino o qualcosa del genere per aiutarla a rimettere in sesto le sue finanze. Lei avrà bisogno di un nuovo carretto, e di abiti. Un migliaio di dollari dovrebbero bastare.»
Cole tacque.
«Ho già preso contatto con il Reparto Ricerche Storiche,» proseguì Sherikov. «La bolla temporale sarà pronta quando lo sarà anche lei. Noi le dobbiamo qualcosa, come probabilmente si rende conto. Lei ci ha permesso di realizzare il nostro sogno più grande. L'intero pianeta freme per l'eccitazione, e stiamo trasformando la nostra economia…»
«Non ce l'hanno con me per quello che è successo? La bomba deve aver messo dannatamente in crisi un bel po' di gente.»
«Dapprincipio, sì. Ma poi è passata… quando si sono resi conto di ciò che li aspettava. Peccato che lei non sarà qui a godersi lo spettacolo, Cole. Un mondo intero che si libera dai suoi legami, che si lancia nell'universo. Mi hanno chiesto di preparare una nave iperluce per la fine della settimana! Ci sono già migliaia di richieste, uomini e donne che vogliono partecipare al volo iniziale.»
Cole sorrise appena. «Non ci saranno bande, lassù. Nessuna parata, né comitati di ricevimento per accoglierli.»
«Forse no. Forse la prima nave andrà a finire su qualche pianeta morto, ricoperto di sabbia e bruciato dal sole; ma tutti vogliono andare. È una specie di festa. La gente corre e grida e scende per le strade.
«Ora temo che dovrò tornare al laboratorio. C'è parecchio da fare.» Sherikov infilò la mano nella borsa rigonfia. «A proposito… un'ultima cosa. Mentre se ne sta qui in convalescenza, dia un'occhiata a questi.» E gettò sul letto una manciata di schemi.
Cole li prese lentamente. «Che cosa sono?»
«Un lavoretto che ho buttato giù io.» Sherikov si alzò e si diresse verso la porta. «Stiamo riorganizzando la nostra struttura politica per evitare che in futuro possano venir fuori altri casi come Reinhart. Questo eliminerà eventuali concentrazioni di potere in un uomo solo.» Indicò gli schemi con il grosso indice.
«Il potere verrà distribuito fra tutti noi, e non tra un numero limitato di persone che possono essere controllate da un unico individuo… così come faceva Reinhart con il Consiglio.
«Il mio progetto renderà possibile ai cittadini di proporre decisioni e di prender parte a esse direttamente. Non dovranno aspettare che sia il Consiglio a farlo. Chiunque potrà far conoscere la sua volontà mediante questi aggeggi, notificando la sua volontà a una centrale di controllo che risponderà automaticamente. Quando una certa quantità di popolazione vorrà che si faccia una certa cosa, tutti insieme essi attiveranno un campo. In tal modo qualsiasi decisione non dovrà ottenere l'approvazione formale del Consiglio; i cittadini potranno esprimere la loro volontà assai prima di un mucchio di vecchi rimbambiti con i capelli grigi.»
Sherikov s'interruppe, aggrottando la fronte. «Naturalmente,» disse poi, quasi esitando, «c'è un piccolo particolare…»
«Quale?»
«Non sono riuscito a costruire un modello in grado di funzionare. Questione di pochi collegamenti… lavori così minuziosi non sono mai stati il mio forte.» Rimase sulla soglia, incerto. «Beh, spero di rivederla prima che se ne vada. Magari, se si sentirà meglio, potremo farci un'ultima chiacchierata. Mangiare qualcosa insieme. Che ne dice?»
Ma Thomas Cole non l'ascoltava più. Era intento a osservare quegli schemi, con un'espressione accigliata sul volto scolorito dalle ustioni. Le sue lunghe dita scorrevano velocemente lungo i circuiti, seguendo i fili e i terminali. E man mano che faceva calcoli, muoveva silenziosamente le labbra.
Sherikov attese ancora un poco, poi oltrepassò la soglia e richiuse la porta dietro di sé senza far rumore.
Si allontanò lungo il corridoio fischiettando allegramente.