incursione in superficie (italian)
Harl lasciò il terzo livello e prese una tubovettura che dirigeva verso nord. La tubovettura lo condusse rapidamente attraverso una delle grandi bolle di intersezione e poi giù fino al quinto livello. Harl colse un’emozionante e fuggevole visione di gente e spazi ristretti, un complesso intreccio di attività di metà ciclo e di frenetica confusione.
Poi la bolla fu alle sue spalle e lui si avvicinò alla sua destinazione, il vasto, industriale quinto livello, che si stendeva al di sotto di tutto come una gigantesca piovra incrostata della cenere della confusione della notte.
La scintillante tubovettura lo espulse e proseguì il suo cammino, scomparendo in fondo al tubo. Harl rimbalzò agilmente sul nastro di discesa e pian piano si fermò, ancora in piedi, oscillando avanti e indietro con perizia.
Pochi minuti più tardi raggiunse l’entrata dell’ufficio di suo padre. Harl alzò la mano e la porta a codice si aprì. Lui entrò con il cuore che batteva forte per l’eccitazione. Era giunto il momento.
Edward Boynton si trovava nel reparto progettazione e studiava il profilo di una nuova robotrivella quando fu informato che suo figlio era appena entrato nell’ufficio principale.
«Torno subito», disse Boynton facendosi strada in mezzo ai suoi collaboratori e salendo la scala che portava all’ufficio.
«Ciao, papà», esclamò Harl raddrizzando le spalle. Padre e figlio si strinsero la mano, poi Harl si sedette lentamente. «Come vanno le cose?»
chiese. «Immagino che mi aspettassi».
Edward Boynton si mise a sedere alla sua scrivania. «Che ci fai qui?», gli domandò «Lo sai che ho da fare».
Harl rivolse al padre un sorriso stentato. Nella sua uniforme marrone da programmatore industriale Edward Boynton torreggiava sul giovane figlio, un ragazzo robusto con le spalle ampie e folti capelli biondi. Gli occhi azzurri del padre ricambiarono in modo freddo e duro il suo sguardo.
«Mi è capitato di avere delle informazioni». Harl si guardò intorno, a disagio. «Il tuo ufficio non è sotto controllo, vero?»
«Certo che no», rispose Boynton padre.
«Né filtri né microfoni?» Harl si rilassò. «Ho saputo che salirai presto in superficie insieme a molti altri del tuo reparto». Si piegò con interesse verso il padre. «In superficie… per un’incursione in cerca di hom».
Ed Boynton si rabbuiò. «Dove l’hai sentito dire?» Osservò attentamente il figlio. «Qualcuno di questo reparto…»
«No», lo interruppe subito Harl. «Nessuno mi ha informato. Mi sono procurato io stesso l’informazione, nel corso della mia normale attività di istruzione».
Ed Boynton cominciò a capire. «Vedo. Stavi facendo esperimenti con le intercettazioni, inserendoti nei canali riservati. Come ti hanno insegnato a fare alla scuola di comunicazione».
«Esatto. Mi è capitato di intercettare una conversazione fra te e Robin Turner in cui parlavate dell’incursione».
L’atmosfera nella stanza divenne più rilassata, più amichevole. Più tranquillo, Ed Boynton si appoggiò allo schienale della poltrona. «Va’ avanti», disse.
«È stato un puro caso. Mi ero già inserito in una decina di canali, occu-pandoli solo per un secondo. Ho usato l’attrezzatura della Lega della Gioventù. All’improvviso ho riconosciuto la tua voce. Perciò ho mantenuto il collegamento ed ho ascoltato tutta la conversazione».
«Allora sai quasi tutto».
Harl annuì. «Quando parti esattamente, papà? Hai fissato una data precisa?»
Ed Boynton aggrottò la fronte. «No», rispose. «Non l’ho fissata. Ma sarà entro questa settimana. È quasi tutto pronto».
«Quanti sarete?», chiese Harl.
«Porteremo una nave madre e circa trenta uova. Tutto da questo reparto».
«Trenta uova? Significa sessanta o settanta uomini».
«Esatto». Ed Boynton fissò il figlio con intensità. «Non sarà una grossa incursione. Nulla, a paragone di alcune incursioni effettuate dal Direttorato negli ultimi anni».
«Ma abbastanza grossa per un singolo reparto».
Lo sguardo di Ed Boynton ebbe uno scintillio. «Sii prudente, Harl. Se qualcuno venisse a sapere di questa conversazione…»
«Lo so. Ho fermato il registratore appena mi sono reso conto di quello che stavate dicendo. So che cosa potrebbe succedere se il Direttorato venisse a sapere che un reparto progetta di fare un’incursione senza esserne autorizzato… per le proprie fabbriche».
«Lo sai davvero? Io ne dubito».
«Una nave madre e trenta uova», ripeté Harl eccitato, ignorando l’osservazione del padre. «Resterete in superficie per circa quaranta ore?»
«Più o meno. Dipende da come andranno le cose».
«Di quanti hom avete bisogno?»
«Ce ne servono almeno ventiquattro», rispose Boynton padre.
«Maschi?»
«Per la maggior parte. Anche qualche femmina, ma soprattutto maschi».
«Per le unità industriali di base, immagino». Harl si stirò sulla sedia.
«Va bene, allora. Adesso che ne so di più voglio entrare anch’io nell’affare».
Fissò il padre con espressione decisa.
«Affare?» Boynton alzò immediatamente lo sguardo. «A che ti riferisci, esattamente?»
«Alla ragione precisa per cui sono sceso quaggiù». Harl si protese verso il padre al di sopra della scrivania, continuando a fissarlo con decisione.
«Parteciperò all’incursione. Voglio venire anch’io con voi… a procurarmi qualche hom».
Per un attimo vi fu un silenzio stupefatto. Poi Ed Boynton si mise a ridere. «Ma che stai dicendo? Che ne sai degli hom?»
La porta interna scivolò di lato e Robin Turner si precipitò in ufficio, avvicinandosi a Boynton.
«Non può venire», disse Turner con voce inespressiva. «Aumenterebbe di dieci volte i rischi».
Harl sollevò lo sguardo. «Allora c’era un microfono, qui dentro».
«Certamente. Turner è sempre in ascolto». Ed Boynton annuì, guardando pensierosamente il figlio. «Perché vuoi venire anche tu?»
«Sono affari miei», rispose Harl, stringendo le labbra.
«Immaturità emotiva», disse Turner con voce stridula. «La ricerca irra-zionale di avventure e di emozioni da parte di un adolescente. Ce ne sono ancora alcuni come lui che non riescono a liberarsi dai vecchi schemi mentali. Dopo duecentocinquanta anni dovrebbero…»
«È così?», chiese Boynton. «C’è in te un desiderio infantile di salire a vedere la superficie?»
«Può darsi», ammise Harl, arrossendo appena.
«Non puoi venire», affermò enfaticamente Ed Boynton. «È davvero troppo pericoloso. Non andiamo lassù per un’avventura romantica. È un lavoro… un lavoro duro, sgradevole, impegnativo. Gli hom diventano sempre più prudenti, ed è sempre più difficile portarne giù un bel carico.
Non possiamo permetterci di sprecare una delle nostre uova per uno sciocco desiderio…»
«Lo so che è sempre più difficile», lo interruppe Harl. «Non c’è bisogno di convincermi che è quasi impossibile catturarne un buon numero». Harl guardò con aria di sfida Turner e suo padre, scegliendo le parole con cura.
«E so che proprio per questo il Direttorato considera le incursioni private un reato capitale contro lo Stato».
Silenzio.
Alla fine Ed Boynton sospirò, tradendo nello sguardo una riluttante ammirazione. Squadrò il figlio con attenzione. «D’accordo, Harl», disse. «Hai vinto».
Turner non disse nulla. Ma il volto aveva un’espressione dura.
Harl si alzò subito in piedi. «Allora è tutto a posto. Tornerò nei miei alloggi e mi terrò a disposizione. Appena siete pronti, fatemelo sapere subito. Vi raggiungerò alla piattaforma di lancio al primo livello».
Boynton padre scosse la testa. «Non partiremo dal primo livello. Sarebbe troppo rischioso». La sua voce era molto seria. «Ci sono un mucchio di guardie del Direttorato nei paraggi. Abbiamo la nave quaggiù al quinto livello, dentro un magazzino».
«E allora dove c’incontreremo?»
Ed Boynton si alzò lentamente. «Te lo faremo sapere, Harl. Sarà presto, te lo prometto. Entro un paio di cicli al massimo. Resta nei tuoi alloggi professionali».
«La superficie è completamente fredda, vero?» chiese Harl. «Non ci so-no più aree radioattive?»
«Sono cinquant’anni che è fredda», lo assicurò il padre.
«Allora non avrò bisogno di portarmi lo scudo antiradiazioni», disse Harl. «Un’altra cosa, papà. Quale lingua useremo? Possiamo esprimerci nel nostro normale…»
Ed Boynton fece un cenno di diniego. «No. Gli hom non sono mai riusciti a padroneggiare un qualsiasi sistema semantico razionale. Dovremo fare uso delle vecchie forme tradizionali».
Harl si mostrò deluso. «Io non conosco nessuna delle forme tradizionali.
Non mi sono state ancora insegnate».
Ed Boynton alzò le spalle. «Non importa».
«E per quanto riguarda le loro difese? Che tipo di arma posso portare?
Basteranno uno schermo e un fucile a raffica?»
«Solo lo schermo è di vitale importanza», rispose Boynton padre. «Se gli hom ci vedessero si sparpagliebbero in tutte le direzioni. Basta una sola occhiata, e si dileguano».
«Bene», disse Harl. «Farò dare una controllata al mio schermo». Si diresse verso la porta. «Torno al terzo livello e rimango in attesa del tuo segnale. Avrò l’equipaggiamento pronto».
«Va bene», disse Ed Boynton.
I due uomini guardarono la porta che si richiudeva dietro il giovane.
«È proprio un ragazzo», borbottò Turner.
«Ha mostrato di avere del carattere, dopotutto», disse Ed Boynton a bassa voce. «Quel ragazzo farà strada». Pensieroso, si grattò il mento. «Ma mi chiedo come si comporterà lassù in superficie durante l’incursione».
Harl si incontrò al terzo livello con il responsabile del suo gruppo un’ora dopo aver lasciato la fabbrica paterna.
«Allora, è tutto a posto?», gli chiese Fashold, alzando gli occhi dalle bobine delle registrazioni.
«Tutto a posto. Mi avvertiranno appena la nave è pronta».
«A proposito». Fashold mise giù le bobine, spingendo all’indietro l’analizzatore. «Ho saputo qualcosa sugli hom. Come responsabile della Lega della Gioventù ho accesso agli archivi del Direttorato, ed ho imparato alcune cose che nessuno conosce».
«Di che si tratta?», chiese Harl.
«Harl, gli hom hanno una stretta correlazione con noi. Sono una specie diversa, ma ci sono affini sotto molti punti di vista».
«Prosegui», lo incalzò Harl.
«Una volta c’era un’unica specie… gli hom. Il loro nome completo è ho-mo sapiens. Noi siamo nati da loro, siamo una loro derivazione. Noi siamo mutanti biogenetici. Il cambiamento è avvenuto nel corso della Terza Guerra Mondiale, due secoli e mezzo fa. Fino a quel momento i tecno non erano mai esistiti».
«Tecno?»
Fashold sorrise. «È così che ci chiamarono all’inizio. Quando pensavano a noi semplicemente come a una classe separata, e non a una razza distinta.
Tecno. Quello fu il nome che scelsero per noi. Ed è in quel modo che si sono sempre riferiti a noi».
«Ma perché? È un nome strano. Perché tecno, Fashold?»
«Perché i primi mutanti comparvero nelle classi tecnocratiche e pian piano si diffusero in tutte le altre classi colte. Vennero fuori fra gli scienziati, gli studenti, gli operatori di settore, insomma in tutte le classi specializza-te».
«E gli hom non si erano resi conto…»
«Ci consideravano una classe, come ti ho detto prima. Questo avvenne durante la Terza Guerra Mondiale e anche dopo. Fu solo nel corso della Guerra Finale che noi emergemmo in pieno come razza profondamente e riconoscibilmente diversa. Divenne del tutto evidente che non eravamo semplicemente l’ennesima generazione derivata dall’homo sapiens, che non eravamo soltanto una classe di uomini più istruiti degli altri, e con maggiori capacità intellettuali».
Fashold fissò il vuoto. «Durante la Guerra Finale noi emergemmo e ci rivelammo per quello che veramente eravamo: una specie superiore che soppiantava l’homo sapiens così come l’homo sapiens aveva soppiantato l’uomo di Neanderthal».
Harl rifletté sulle parole di Fashold. «Non immaginavo che avessimo una correlazione così stretta con loro. E non credevo che fossimo venuti fuori così tardi».
Fashold annuì. «È stato appena due secoli fa, mentre la guerra devastava la superficie del pianeta. Molti di noi lavoravano nelle grandi fabbriche e nei grandi laboratori sotterranei costruiti sotto molte catene montuose: gli Urali, le Alpi, le Montagne Rocciose. Ci trovavamo nel sottosuolo, protetti da chilometri di roccia e di terra. E in superficie l’homo sapiens utilizzava le armi che noi progettavamo».
«Comincio a capire. Noi progettavamo le armi perché loro potessero fare la guerra. Usavano le nostre armi senza rendersi conto che…»
«Noi le progettavamo e gli hom le usavano per distruggere se stessi», precisò Fashold. «È il crogiuolo della natura, l’eliminazione di una specie e l’emergere di un’altra. Noi gli abbiamo fornito le armi e loro si sono distrutti. Alla fine della guerra la superficie era devastata, e non rimaneva altro che cenere, roccia fusa e nuvole radioattive.
«Inviammo delle pattuglie in ricognizione dai laboratori sotterranei ma non trovarono che un deserto silenzioso e desolato. Era successo. Loro si erano spazzati via da soli. E toccava a noi prendere il loro posto».
«Non possono essere morti tutti», osservò Harl. «Ce ne sono ancora molti lassù in superficie».
«È vero», riconobbe Fashold. «Alcuni sopravvissero, gruppetti sparpa-gliati qua e là. Pian piano, mentre la superficie si raffreddava, cominciarono a riunirsi ed a dare vita a piccoli villaggi di capanne. Riuscirono anche a bonificare dei pezzi di terra, ed a farvi crescere qualcosa. Ma sono ancora dei sopravvissuti, Harl… residui di una razza morente, quasi estinta, così come è estinto l’uomo di Neanderthal».
«Perciò adesso ci sono soltanto maschi e femmine senza case».
«Esistono alcuni villaggi sparsi qua e là, dove sono riusciti a ripulire la superficie. Ma sono precipitati nella barbarie più completa, e vivono come animali, coprendosi con le pelli e andando a caccia con sassi e lance. Sono come delle bestie e non sono in grado di opporre una resistenza organizzata alle nostre incursioni nei villaggi».
«Allora noi…» Harl s’interruppe all’improvviso nell’udire un debole suono di campanello. Si girò, in preda ad una forte preoccupazione, e accese il videoschermo.
Si formò l’immagine del volto di suo padre, dura e severa. «Okay, Harl», disse. «Siamo pronti».
«Così presto? Ma…»
«Abbiamo anticipato i tempi. Vieni nel mio ufficio». L’immagine si oscurò e scomparve.
Harl non si mosse.
«Devono essersi preoccupati», disse Fashold, facendo una smorfia.
«Forse avevano paura che tu divulgassi l’informazione».
«Sono pronto», disse Harl. Prese il fucile a raffica dal tavolo. «Come ti sembro?»
Nella sua uniforme argentea da comunicatore Harl aveva un’aria splen-dida ed impressionante. Aveva infilato gli stivali militari pesanti ed i guanti. In una mano stringeva il fucile, e intorno alla vita aveva la cintura per attivare lo schermo.
«A che servono quelli?», chiese Fashold, quando Harl si abbassò gli occhiali scuri.
«Questi? Oh, servono a riparare dal sole»,
«Certo… il sole. Me n’ero dimenticato».
Harl giocherellò con il fucile, bilanciandolo con perizia. «Il sole mi ac-cecherebbe, e gli occhiali mi proteggeranno la vista. Non correrò nessun rischio, lassù, con il fucile, lo schermo e gli occhiali».
«Lo spero». Ancora con un sorriso tirato, Fashold gli diede una pacca sulla spalla mentre Harl si dirigeva verso la porta. «Riportaci un bel po’ di hom. Fa’ un buon lavoro… e non dimenticarti di includerci qualche femmina».
La nave madre si mosse lentamente dal magazzino e si infilò nell’impianto di sollevamento, una goccia nera e rotonda che emergeva dal deposito inferiore. Le porte si aprirono scivolando all’indietro e ne emersero delle rampe attraverso le quali le attrezzature e le provviste cominciarono ad essere trasportate nelle viscere della nave.
«Siamo quasi pronti», disse Turner, il volto teso per il nervosismo, mentre seguiva le operazioni di carico attraverso gli oblò di osservazione.
«Spero che vada tutto liscio. Se il Direttorato dovesse venire a sapere…»
«Smettila di preoccuparti!», esclamò Ed Boynton. «Hai scelto il momento sbagliato per lasciare che i tuoi impulsi talamici avessero il sopravvento».
«Mi dispiace». Turner strinse le labbra e si allontanò dagli oblò. L’impianto era pronto a salire.
«Muoviamoci», ordinò Boynton. «I nostri uomini sono ad ogni livello?»
«Ci saranno solo membri del reparto vicino all’impianto», rispose Turner.
«Dov’è il resto dell’equipaggio?», chiese Boynton.
«Al primo livello. Li ho spediti lassù nel corso della giornata».
«Molto bene». Boynton diede il segnale, e la piattaforma sotto la nave cominciò lentamente a sollevarsi, portandoli a velocità costante verso il livello superiore.
Harl si mise a guardare dagli oblò, seguendo il quinto livello che si per-deva sotto di lui mentre appariva alla vista il quarto, il vasto centro commerciale del sistema sotterraneo.
«Non ci vorrà molto», disse Ed Boynton, mentre anche il quarto livello scivolava via.
«Dove emergeremo?», chiese Harl.
«Nelle ultime fasi della guerra le nostre diverse strutture sotterranee erano collegate da gallerie. Quella prima rete costituisce la base del sistema attuale. Emergeremo da uno degli ingressi originali, situato nella catena di montagne chiamata le Alpi».
«Le Alpi», ripeté Harl.
«Sì, in Europa. Possediamo mappe della superficie che ci indicano la lo-calizzazione dei villaggi degli hom in quella regione. Ce n’è un intero gruppo nella regione nord orientale, quella che una volta si chiamava Da-nimarca e Germania. Non abbiamo mai fatto incursioni lassù, fino ad ora.
Gli hom sono riusciti a ripulire centinaia di chilometri quadrati di terreno dalle scorie, in quella regione, e sembra che pian piano stiano tentando di riconquistare buona parte dell’Europa».
«Ma perché, papà?», chiese Harl.
Ed Boynton scrollò le spalle. «Non lo so. A quanto pare non si sono posti obbiettivi ben definiti. In effetti non mostrano alcun segno di abbando-no del loro stato di barbarie. Hanno perduto tutte le loro tradizioni… libri, testimonianze, invenzioni, tecniche. Se mi chiedi…» S’interruppe di scatto.
«Ecco il terzo livello. Ci siamo quasi».
La grossa nave madre procedeva lentamente e rumorosamente, scivolando lungo la superficie del pianeta. Harl osservava dagli oblò, spaventato da quello che vedeva.
La Terra era ricoperta da una immensa crosta di scorie, un manto ster-minato di roccia annerita. Quel deposito di minerali era interrotto soltanto da qualche collina che emergeva qua e là, grigia di cenere, con alcuni cespugli che crescevano verso la sommità. Grandi nubi di polvere fluttuava-no per il cielo oscurando il sole, ma nulla di vivo si muoveva. La superficie terrestre era morta e sterile, senza il minimo segno di vita.
«È tutto così?», chiese Harl.
Ed Boynton scosse il capo. «Non tutto. Gli hom hanno recuperato alcune zone di terreno». Prese il figlio per un braccio e indicò con il dito. «Vedi laggiù, in quella direzione? Hanno ripulito una zona piuttosto vasta».
«Come fanno a liberarsi dalle scorie?», domandò Harl.
«È un lavoraccio», rispose suo padre. «È roccia fusa dalle bombe all’idrogeno, come lava vulcanica vetrificata. La portano via pezzo su pezzo, anno dopo anno. Con le mani, con i sassi, con le asce ricavate dalla roccia stessa».
«Perché non si costruiscono attrezzi migliori?»
Ed Boynton sorrise obliquamente. «La risposta la conosci. Siamo stati noi a costruire per loro la maggior parte degli attrezzi, e le armi e ogni altra invenzione, per centinaia di anni».
«Eccoci», disse Turner. «Stiamo atterrando».
La nave si abbassò fino a posarsi sullo strato di scorie. Per un attimo la roccia annerita rumoreggiò sotto di loro. Poi vi fu silenzio.
«Siamo a terra», annunciò Turner.
Ed Boynton studiò la mappa all’analizzatore. «Cominceremo col mandare fuori dieci uova. Se non abbiamo fortuna qui ci sposteremo più a nord.
Ma qui dovrebbe andare bene. Quest’area non è mai stata oggetto di incursioni prima d’ora».
«Che raggio copriranno le uova?», chiese Turner.
«Si disporranno a ventaglio e ciascuna coprirà un settore ben preciso. Il nostro uovo si muoverà verso destra. Se avremo successo, torneremo subito alla nave. Altrimenti resteremo fuori fino a notte».
«Notte?», chiese Harl.
Ed Boynton sorrise. «Finché non sarà buio. Finché questa faccia del pianeta non sarà rivolta dalla parte opposta rispetto al sole».
«Andiamo», disse impaziente Turner.
I portelli della nave si aprirono e le prime uova irruppero sul terreno, con le ruote che affondavano sulla superficie scivolosa. Una dopo l’altra emersero dal guscio nero della nave madre, piccole sfere la cui parte posteriore si rastremava e si concludeva con i tubi dei razzi, mentre la parte anteriore era smussata e sormontata dalle torrette di controllo. Attraversarono rombando la distesa di scorie e scomparvero.
«Ecco il nostro», disse Ed Boynton.
Harl annuì e strinse il fucile a raffica. Si abbassò gli occhiali di protezione, e lo stesso fecero il padre e Turner. Entrarono nell’uovo, con Boynton padre ai comandi.
Un attimo dopo schizzarono fuori dalla nave sulla superficie morbida del pianeta.
Harl guardò fuori. Non vedeva altro che scorie da tutte le parti. Scorie e nuvole fluttuanti di cenere.
«È strano», mormorò. «Anche con gli occhiali il sole mi brucia gli occhi».
«Allora non guardarlo», ribatté Ed Boynton. «Guarda da un’altra parte».
«Non posso farne a meno. È così… così insolito».
Ed Boynton mugugnò ed aumentò la velocità dell’uovo. Davanti a loro qualcosa stava emergendo alla vista, e Boynton padre puntò in quella direzione.
«Che cos’è?», chiese Turner, allarmato.
«Alberi», rispose Boynton. «Alberi che crescono in gruppo. Segnano la fine della distesa di scorie. Poi c’è ancora una zona di cenere, e alla fine i campi coltivati dagli hom».
Boynton diresse l’uovo al limite della zona di scorie, e si fermò proprio nel punto in cui cresceva il gruppetto di alberi, spegnendo i motori e bloc-cando le ruote. Tutti e tre uscirono cautamente, con i fucili pronti all’uso.
Nulla si muoveva. C’era solo silenzio, e la sterminata distesa di scorie.
Al di là della cortina galleggiante di cenere il cielo era di un azzurro pallido con sfumature verdastre, e insieme alla cenere fluttuava anche qualche nuvola di umidità. L’aria aveva un buon profumo. Era fina e pungente, mentre il sole emanava un piacevole calore.
«Attivate lo schermo», avvisò Ed Boynton. Mentre parlava girò l’interruttore sulla cintura e il suo schermo ronzò, avvampando attorno a lui. La figura di Ed Boynton cominciò rapidamente a dissolversi, ondeggiò e tremolò, ebbe un ultimo scintillio e scomparve.
Turner lo imitò subito. «Okay», giunse la sua voce da un ovale luccican-te sulla destra di Harl. «Adesso tocca a te».
Harl attivò il suo schermo. Per un istante uno strano fuoco freddo lo av-viluppò dalla testa ai piedi, immergendolo in una nube di scintille. Poi anche la sua immagine perse consistenza e svanì. Gli schermi funzionavano alla perfezione.
Un debole suono risuonò nelle orecchie di Harl, avvisandolo della presenza degli altri due. «Vi sento», disse. «Ho i vostri schermi nelle cuffie».
«Non allontanarti», lo avvisò Ed Boynton. «Resta vicino a noi e ascolta il suono. È pericoloso separarsi, qui in superficie».
Harl avanzò con prudenza. Gli altri due si trovavano sulla sua destra, a qualche metro di distanza. Stavano attraversando un campo giallo e secco su cui crescevano alcune strane specie di piante. Harl si era lasciato dietro una traccia di vegetazione calpestata, e tracce analoghe si vedevano alle spalle di suo padre e di Turner.
Ma adesso doveva separarsi dagli altri due. Più avanti cominciava ad apparire il profilo di un villaggio hom, con le capanne ricavate da qualche tipo di pianta fibrosa, e affastellate una sull’altra al di sopra di un’intelaia-tura in legno. Harl notò le sagome indistinte di animali legati alle capanne.
Il villaggio era circondato da alberi e piante, ed era già possibile distinguere le figure in movimento dei suoi abitanti, e sentirne le voci.
Gli hom. Il suo cuore batté più forte. Con un po’ di fortuna avrebbe potuto catturarne e riportarne indietro tre o quattro per la Lega della Gioventù.
All’improvviso non ebbe più paura, ma provò una grande fiducia in se stesso. Certamente non sarebbe stata una cosa difficile. Campi coltivati, animali al guinzaglio, capanne malferme e pendenti…
Mentre Harl avanzava la puzza degli escrementi che si mescolava al calore del tardo pomeriggio divenne quasi insopportabile. Gli giunse l’eco di grida ed altri suoni di febbrile attività umana. Il terreno era piatto e arido, ma le erbacce crescevano dovunque. Harl abbandonò il campo giallo e si portò su uno stretto sentiero cosparso di rifiuti umani e sterco di animali.
Proprio in fondo a quel sentiero c’era il villaggio.
I suoni nelle cuffie erano diminuiti di intensità, e in quel momento sva-nirono del tutto. Harl sorrise fra sé. Si era allontanato da Turner e Boynton, e non era più in contatto diretto con loro. Non avevano idea di dove lui si trovasse.
Deviò a sinistra, e girò prudentemente intorno al villaggio. Oltrepassò una capanna, poi un gruppo di capanne unite a grappolo. Alberi e piante verdi crescevano tutt’intorno in grandi oasi, e proprio davanti a lui scintillava uno stretto ruscello con le rive inclinate e ricoperte di muschio.
Una decina di persone si stava lavando sul bordo del ruscello, mentre alcuni bambini si tuffavano nell’acqua e poi si arrampicavano sulla riva.
Harl si fermò, fissandoli sbalordito. La loro pelle era scura, quasi nera, di un nero lucido e ramato… una miscela fra il bronzo vivo e il colore della terra. Ma era poi terra?
All’improvviso si rese conto che la pelle dei bagnanti era costantemente abbronzata dal sole. Le esplosioni nucleari avevano assottigliato l’atmosfera, inaridendo gran parte delle nuvole, e da duecento anni il sole infieriva impietosamente su di loro… proprio il contrario di quello che era successo alla razza di Harl. Sottoterra non c’era la luce ultravioletta che bruciava la pelle, o che aumentava il livello di pigmentazione. Lui e gli altri tecno avevano perduto il colore della pelle. Non ce n’era bisogno, nel loro mondo sotterraneo.
Ma i bagnanti erano incredibilmente scuri, di un vivido colorito nero-rossastro. E non indossavano alcun abito. Saltavano e si tuffavano con grande piacere, schizzando l’acqua dappertutto, e poi si sdraiavano sulla ri-va a prendere il sole.
Harl li osservò per un lungo tempo. C’erano alcuni bambini, e tre o quattro femmine anziane. Sarebbero andati bene? Scosse la testa e girò cautamente attorno al ruscello.
Proseguì la marcia in mezzo alle capanne, camminando lentamente e con prudenza, e guardandosi intorno in continuazione, con la mano stretta sul calcio del fucile.
Una debole brezza si levò in direzione contraria alla sua, frusciando in mezzo agli alberi sulla sua destra. I suoni dei bambini che facevano il bagno si mescolarono con la puzza degli escrementi, con il vento e con l’ondeggiare degli alberi.
Harl avanzò con molta attenzione. Era invisibile, ma si rendeva conto che in ogni momento poteva essere scoperto e seguito per colpa delle impronte lasciate sul terreno o per un rumore emesso involontariamente. E se qualcuno si fosse scontrato con lui…
Oltrepassò veloce e furtivo una capanna e sbucò in una radura, una zona pianeggiante di terra battuta. Un cane dormiva all’ombra di una capanna con le mosche che gli camminavano sui fianchi magri. Una vecchia donna era seduta sul portico della rozza abitazione, pettinandosi i lunghi capelli grigi con un pettine di osso.
Harl le passò accanto con cautela. Nel centro della radura c’era un gruppo di giovani in piedi che gesticolavano e parlavano fra loro. Alcuni avevano le loro armi, lunghe lance e coltelli incredibilmente primitivi. Sul terreno c’era un animale morto, una bestia enorme con lunghe zanne scintillanti e la pelle coriacea. Il sangue fuoriusciva dalla bocca, sangue nero, e denso. Uno dei giovani si voltò all’improvviso e prese a calci l’animale.
Harl si avvicinò al gruppo, e si fermò. Indossavano abiti di tessuto, che coprivano le gambe, il petto e le braccia. I piedi erano nudi solo dalle dita, poiché calzavano, al posto delle scarpe, dei sandali in fibra vegetale intes-suta sommariamente. Erano ben rasati, ma la loro pelle nera aveva lo scintillio dell’ebano. Le maniche erano arrotolate, rivelando muscoli lucidi e possenti che trasudavano sudore sotto il sole cocente.
Harl non riuscì a capire che cosa stessero dicendo, ma era sicuro che stavano parlando in una delle lingue tradizionali arcaiche.
Passò oltre. Sull’altro lato della radura un gruppo di anziani era seduto in circolo a gambe incrociate, tessendo della stoffa grezza su rudimentali telai. Harl li osservò in silenzio per un bel po’. Il sommesso parlare gli giungeva distintamente alle orecchie. Ciascun vecchio era piegato sul suo tela-io, con lo sguardo fisso sul lavoro da svolgere.
Oltre la fila di capanne c’erano alcuni maschi e femmine più giovani che stavano arando un campo, trascinando l’aratro mediante funi saldamente legate alle loro vite e alle loro spalle.
Harl continuò ad andare avanti senza scopo, affascinato. Ognuno era impegnato in qualche forma di attività… a parte il cane che dormiva sotto la capanna. I giovani con le lance, la vecchia nella capanna con il pettine, gli altri con la tessitura.
In un angolo una donna massiccia stava insegnando ad un bambino ciò che aveva tutta l’aria di essere l’addizione e la sottrazione, servendosi di bastoncini invece che di numeri. Due uomini stavano scuoiando un piccolo animale da pelliccia, stando molto attenti a non rovinare il mantello.
Harl passò accanto ad una sfilata di pelli ordinatamente appese al sole ad essiccare. Il loro odore acre gli irritò le narici, e lo fece quasi sternutire.
Poi incontrò un gruppo di bambini che batteva il grano in una pietra cava, trasformandolo in farina. Nessuno di loro alzò lo sguardo al suo passaggio.
C’erano degli animali legati fra loro, alcuni sdraiati all’ombra: creature di grossa stazza con grandi mammelle che guardarono in silenzio nella sua direzione.
Harl giunse all’estremità del villaggio e si fermò. Da quel punto in avanti si stendevano dei terreni deserti. Ad una distanza di circa un chilometro e mezzo si vedevano degli alberi e dei cespugli, e oltre iniziava la distesa sterminata di scorie.
Si voltò e tornò indietro. Da un lato, seduto al sole, un ragazzo stava scheggiando un blocco di pietra servendosi di pochi attrezzi rudimentali.
Sembrava che stesse forgiando un’arma. Harl lo guardò, e osservò i colpi che si succedevano l’uno dopo l’altro senza posa, quasi con solennità. La pietra era dura, e il lavoro sarebbe stato lungo e noioso.
Riprese il cammino. Un gruppo di donne stava riparando delle frecce spezzate. Il loro chiacchierio lo seguì a lungo, e lui si trovò a desiderare di poterlo capire. Tutti erano impegnati a lavorare con rapidità ed efficienza.
Le braccia scure e lucide si alzavano e si abbassavano, e il mormorio confuso delle voci cresceva e calava di tono.
Attività. Scoppi di risa. All’improvviso la risata di un bambino echeggiò nel villaggio, e alcune teste si voltarono. Harl si chinò, osservando con attenzione la testa di un uomo poco lontano.
Il volto era maschio, i capelli erano corti e intrecciati, e i denti bianchi e regolari. Sulle braccia aveva alcuni bracciali di rame, quasi dello stesso colore della carnagione. Il petto nudo era segnato da tatuaggi incisi sulla pelle con pigmenti dai colori vivaci.
Harl ritornò per lo stesso percorso dell’andata. Ripassò accanto alla vecchia sul portico, e si fermò nuovamente ad osservarla. Aveva smesso di pettinarsi, e adesso stava acconciando i capelli di una bambina, intreccian-doli abilmente all’indietro secondo un disegno elaborato. Harl si incantò a guardarlo. Era un disegno intricato, complesso, e richiese un certo tempo.
Gli occhi smorti della vecchia erano fissi sui capelli della bambina, sui dettagli del suo lavoro. Le mani rinsecchite sembravano volare.
Harl si rimise in moto, puntando verso il ruscello e ritrovando i bambini che facevano il bagno. Si erano arrampicati tutti sulla riva e si stavano a-sciugando al sole. E così quelli erano gli hom. La razza che si stava estin-guendo… la razza morente, destinata a scomparire. Ormai solo un ricordo.
Ma non avevano l’aspetto di una razza in pericolo di estinzione. Lavoravano duro, a scheggiare la roccia, a costruire le frecce, a cacciare, ad arare, a battere il grano, a tessere, a pettinarsi…
Si bloccò di scatto, irrigidendosi, pronto ad afferrare il fucile a raffica che portava a tracolla. Davanti a lui, in mezzo agli alberi che costeggiava-no il ruscello, qualcosa si era mosso. Poi Harl udì due voci: quella di un uomo e quella di una donna, impegnati in una conversazione eccitata.
Harl avanzò cautamente. Scostò un cespuglio fiorito e scrutò nell’oscurità in mezzo al boschetto.
Un uomo e una donna erano seduti sul ciglio dell’acqua, all’ombra degli alberi. L’uomo stava facendo dei vasi, servendosi di argilla umida presa direttamente dal fondo del ruscello. Le sue dita si muovevano rapide ed effi-cienti. I vasi ruotavano su una piattaforma girevole che lui teneva fra le ginocchia.
Quando l’uomo terminava un vaso, la donna lo prendeva e lo dipingeva con abili e vigorose pennellate di un pigmento rosso vivo.
La donna era bellissima. Harl la guardò con incantata ammirazione. Sedeva quasi immobile, appoggiata ad un albero, maneggiando ogni vaso con grande perizia mentre lo decorava. I lunghi capelli neri le arrivavano fino alla vita, e le ricadevano all’indietro giù per le spalle. Aveva i lineamenti delicati ma ben marcati, e grandi occhi scuri. Studiava con attenzione ogni vaso, muovendo appena le labbra, e Harl notò che le mani erano piccole e delicate.
Si diresse verso di lei, muovendosi con cautela. La donna non lo sentì, e non alzò lo sguardo. Con crescente meraviglia, Harl si rese conto che il suo corpo color rame era piccolo e armonioso, e braccia e gambe snelle e flessuose. Non sembrava essersi accorta di lui.
Improvvisamente l’uomo parlò. La donna alzò gli occhi, posando il vaso a terra. Per circa un minuto interruppe il lavoro e ripulì il pennello con una foglia. Indossava dei rozzi pantaloni che le giungevano fino alle ginocchia, stretti in vita con una cinghia di tela intrecciata. Non aveva addosso altri abiti. I piedi e le spalle erano nudi, e nella luce del sole pomeridiano i seni si alzavano e si abbassavano con il suo respiro.
L’uomo parlò ancora, e dopo un attimo la donna prese un altro vaso e cominciò a dipingerlo. I due lavoravano rapidi e silenziosi, ciascuno intento alla propria occupazione.
Harl studiò i vasi. Avevano tutti la stessa forma. L’uomo li faceva con sveltezza, partendo da un cilindro di argilla che poi arrotondava ed allungava. Ogni tanto schizzava l’acqua sull’argilla, per renderla più morbida e più resistente. Alla fine disponeva i vasi in file perché si asciugassero al sole.
Poi la donna sceglieva quelli già asciutti e li decorava.
Harl la guardò di nuovo. Osservò a lungo il modo in cui muoveva il corpo ramato, l’espressione intensa del suo viso, il debole movimento delle labbra e del mento. Aveva dita snelle ed affusolate. Le unghie erano lunghe e terminavano a punta. Teneva ogni vaso con grande cautela, rigiran-dolo con maestria e dipingendolo con gesti rapidi.
Harl la osservò ancora meglio. Lei dipingeva lo stesso disegno su ogni vaso, sempre quello. Un uccello e un albero, una linea che doveva rappresentare il terreno, e una nuvola sospesa subito al di sopra.
Quale era il preciso significato di quel motivo ricorrente? Harl si piegò ancor più avanti, guardando con attenzione. Era davvero sempre lo stesso disegno? Osservò il movimento esperto delle mani mentre prendeva un va-so dopo l’altro, ricominciando un nuovo disegno. Fondamentalmente il disegno era sempre lo stesso… ma ogni volta lei apportava qualche piccola variazione. Non c’erano due vasi che si potessero definire esattamente uguali.
Harl era perplesso e affascinato allo stesso tempo. Era lo stesso disegno, ma leggermente diverso ogni volta. Poteva variare il colore dell’uccello, o la lunghezza del suo piumaggio. Più di rado la posizione dell’albero, o della nuvola. Una volta dipinse due nuvolette sospese sul terreno. Qualche altra volta aggiungeva dell’erba e un profilo di colline che si stagliavano sullo sfondo.
Improvvisamente l’uomo si alzò in piedi, pulendosi la mano sul vestito.
Disse qualcosa alla ragazza e poi se ne andò di corsa, facendosi strada attraverso i cespugli finché non scomparve alla vista.
Harl si guardò intorno eccitato. La ragazza continuava a decorare i suoi vasi con calma e con rapidità. L’uomo era scomparso e la ragazza era rimasta sola a dipingere.
Harl fu preso da un groviglio di sensazioni contrastanti ma quasi irresi-stibili. Voleva parlarle, chiederle qualcosa su quello che dipingeva, voleva domandarle perché cambiava sempre i particolari del disegno.
Voleva sedere accanto a lei e parlare con lei. Parlare con lei e sentirla parlare. Era strano. Lui stesso non riusciva a capire. Gli tremolava la vista, gli occhi erano come abbacinati, e il sudore gli colava sul collo e sulle spalle ricurve. La ragazza continuava a dipingere, senza alzare gli occhi o sospettare minimamente che lui si trovava proprio lì di fronte. La mano di Harl corse alla cintura. Respirò a fondo, esitando ancora. Poteva osare?
Doveva? L’uomo poteva fare ritorno…
Harl premette il pulsante. Intorno a lui lo schermo sibilò e scintillò.
Sbalordita, la ragazza sollevò lo sguardo, e gli occhi sgranati tradirono l’improvviso terrore.
Gridò.
Harl fece un salto all’indietro e brandì il fucile, spaventato per ciò che aveva fatto.
La ragazza si rimise freneticamente in piedi, facendo volare dappertutto vasi e vernice. Lo fissò, con gli occhi ancora spalancati e la bocca aperta.
Lentamente indietreggiò verso i cespugli, poi si girò di scatto e scomparve, lanciandosi in mezzo al verde e strillando disperatamente.
Harl si raddrizzò, improvvisamente impaurito, e riattivò subito lo schermo. Il villaggio risuonava di un’eccitazione crescente. Lui udì voci stravolte dal panico, e il rumore di persone che correvano, attraversando rumorosamente i cespugli… l’intero villaggio era stato travolto da un frene-tico attivismo.
Harl tornò rapidamente al ruscello, oltrepassando i cespugli, ed uscì all’aperto.
Si fermò di scatto, con il cuore che gli batteva furiosamente. Una folla di hom si stava precipitando verso il ruscello… uomini con lance, vecchie e bambini urlanti. Giunti sul limitare dei cespugli si fermarono, osservando ed ascoltando, i volti raggelati in una strana, assorta espressione. Poi presero ad avanzare attraverso i cespugli, scostando freneticamente i rami… in cerca di lui.
Le sue cuffie suonarono improvvisamente.
«Harl!» La voce di Ed Boynton gli giunse chiara e netta. «Harl, figlio-lo!»
Harl fece un salto, poi gridò tutta la sua disperata gratitudine. «Papà, so-no qui».
Ed Boynton lo afferrò per un braccio, facendogli perdere l’equilibrio.
«Cosa ti è successo? Dove sei andato a finire? Cosa hai combinato?»
«L’hai trovato?», giunse la voce di Turner. «Venite via, allora… tutti e due! Dobbiamo andarcene di qui, subito. Stanno spargendo polvere bianca dappertutto».
Gli hom correvano tutt’intorno, lanciando in aria grandi manciate di polvere bianca, che poi ricadeva lentamente e ricopriva ogni cosa. Sembrava una specie di gesso. Altri hom stavano versando dell’olio da grossi reci-pienti e lanciavano grida stridule per l’eccitazione.
«Sarà meglio andarsene», acconsentì Boynton, torvo. «Non è il caso di trovarsi in mezzo a loro adesso che si sono scatenati».
Harl esitò. «Ma…»
«Vieni via!», ordinò suo padre, prendendolo per un braccio. «Presto.
Non c’è un momento da perdere».
Harl si guardò indietro. Non riuscì a vedere la donna, ma gli hom correvano dappertutto, scagliando le loro manciate di gesso e versando l’olio.
Altri hom armati di lance dalla punta metallica avanzavano minacciosamente, circondando ogni cespuglio ed ogni macchia di vegetazione e pren-dendoli a calci.
Harl si fece trascinare da suo padre. Aveva la mente che vorticava. La donna era scomparsa, e lui era sicuro che non l’avrebbe mai più rivista.
Quando si era reso visibile, lei aveva gridato ed era scappata via.
Perché? Non aveva senso. Perché era fuggita da luì in preda a quel terrore cieco? Che cosa le aveva fatto?
E poi, che cosa gli importava se l’avrebbe rivista o no? Perché lei era co-sì importante? Harl non capiva. Non c’era una spiegazione razionale per quello che era accaduto. Era del tutto incomprensibile.
Ancora stordito e avvilito, ancora cercando di capire, di afferrare il significato di ciò che era successo fra lui e la ragazza, Harl seguì il padre e Turner fino all’uovo. Tutto ciò non aveva senso. Prima era impazzito lui, e poi era impazzita lei. Doveva pur esserci un significato… se solo fosse riuscito a trovarlo.
Giunti all’uovo, Ed Boynton si fermò e diede un’occhiata all’indietro.
«Siamo stati fortunati a cavarcela», disse ad Harl, scuotendo la testa.
«Quando si scatenano sono come bestie. Sono dei selvaggi, Harl. Ecco che cosa sono. Animali selvaggi».
Julie continuò a tremare anche dopo essere stata accuratamente lavata e purificata nel ruscello e cosparsa con olio da una delle donne anziane.
Se ne stava seduta tutta rannicchiata, con le braccia strette attorno alle ginocchia, scossa da un tremito incontrollabile. Ken, suo fratello, era in piedi accanto a lei, scuro in volto e le poggiava una mano sulla spalla nuda e abbronzata.
«Che cosa era?», mormorò Julie. «Che cosa era?» Rabbrividì. «Era… orribile. Mi ha sconvolto, mi ha fatto stare male, solo il vederlo».
«Che aspetto aveva?», le chiese Ken.
«Era… era simile a un uomo. Ma non poteva essere un uomo. Era tutto di metallo, dalla testa ai piedi, ed aveva piedi e mani enormi. Il suo volto era bianchissimo come… come farina impastata. Era… sembrava malato.
Orribilmente malato. Bianco e metallico, e malato. Come una radice estrat-ta dal sottosuolo».
Ken si rivolse al vecchio seduto accanto a lui, il quale aveva ascoltato con attenzione. «Che cosa era?», gli domandò. «Che cosa era, signor Stebbins? Lei conosce queste cose. Che cosa ha visto Julie?»
Il signor Stebbins si alzò lentamente in piedi. «Dici che aveva la pelle bianca? Come l’impasto del pane? E che aveva mani e piedi enormi?»
Julie annuì. «E… e ancora una cosa».
«Che cosa?»
«Era cieco. Aveva qualcosa al posto degli occhi. Due buchi neri. L’oscurità». Fu scossa da un brivido e fissò come imbambolata il ruscello.
All’improvviso il signor Stebbins s’indurì, irrigidendo la mascella. «Lo so», disse, facendo un cenno di assenso col capo. «So che cosa era».
«Che cos’era?»
Il signor Stebbins mugugnò fra sé, aggrottando la fronte. «Non è possibile. Ma la tua descrizione…» Si mise a fissare lontano, sempre accigliato.
«Vivono sottoterra», disse alla fine, «sotto la superficie. Emergono dalle montagne. Vivono dentro la terra, in grandi gallerie e sale che hanno scavato loro stessi. Non sono uomini. Sembrano uomini, ma non lo sono. Vivono nel sottosuolo e scavano il metallo dalla terra. Lo scavano e lo utiliz-zano. Vengono raramente in superficie. Non sopportano il sole».
«Come si chiamano?», chiese Julie.
Il signor Stebbins frugò nella memoria, tornando indietro negli anni. Fi-no ai vecchi libri ed alle leggende che aveva ascoltato. Cose che vivono sottoterra… Simili a uomini ma non uomini… Cose che scavano gallerie, che estraggono i metalli… Cose che sono cieche ed hanno grandi mani e grandi piedi e la pelle bianca come la farina.
«Folletti», affermò il signor Stebbins. «Quello che hai visto era un fol-letto».
Julie annuì, con gli occhi sgranati bassi a terra, le braccia chiuse attorno alle ginocchia. «Sì», disse. «Sembra proprio il nome giusto. Mi ha spaventato. Avevo tanta paura. Mi sono girata e sono scappata. Aveva un aspetto così orribile». Alzò lo sguardo verso il fratello, accennando un sorriso.
«Ma adesso sto meglio…»
Ken si strofinò le grosse mani scure ed annuì, sollevato. «Bene», disse.
«Adesso possiamo tornare al lavoro. Ce n’è tanto, di lavoro. Un mucchio di cose da fare».