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Stories by philip kindred dick

il mondo in una bolla (italian)

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Nathan Hull scese dal suo veicolo di superficie e attraversò il marciapiede, fiutando la gelida aria del mattino. I robocamion cominciavano a farsi vedere in giro. La bocca di un canale di scolo risucchiava avidamente la sporcizia accumulata nel corso della notte. Un titolo luminoso catturò per un attimo il suo sguardo:
COMPLETATO IL TUNNEL NEL PACIFICO
IL CONTINENTE ASIATICO È COLLEGATO
Svoltò l'angolo. Le mani in tasca, proseguì verso la casa di Farley.
Superò uno degli innumerevoli negozi Creamondo, con l'insegna che diceva: Diventate padroni di un mondo tutto vostro! Scese un breve sentiero erboso, risalì in direzione di un portico. Tre gradini in finto marmo. Poi sventolò la mano davanti al raggio decodificatore, e la porta svanì.
La casa era immersa nel silenzio. Hull trovò il tubo di salita che portava al primo piano. Nessun suono. Un'aria calda gli turbinava attorno, intrisa di vaghi odori: aromi di cibo, e gli odori di persone e oggetti familiari. Se n'erano già andati? No. Era solo il terzo giorno. Dovevano essere ancora lì, da qualche parte. Magari sulla terrazza dell'attico.
Salì al primo piano, e lo trovò deserto come il pianterreno. Ma alle sue orecchie giunsero suoni lontani. Una risata; la voce di un uomo. La voce di una donna, forse Julia. Lo sperava. Sperava che lei fosse ancora in stato di coscienza.
Provò una porta a caso, preparandosi al peggio. A volte, al terzo o al quarto giorno, le Feste di Concorso diventavano piuttosto pesanti. La porta svanì, ma la stanza era deserta. Divani, bicchieri vuoti, posacenere, tubi stimolanti già usati, capi di vestiario sparsi in giro…
Di colpo, apparvero Julia Marlow e Max Farley, a braccetto, seguiti da parecchie altre persone che si ammassavano in gruppo, tutte eccitate, rosse in volto, con occhi che brillavano quasi di febbre. Entrarono nella stanza e si fermarono.
— Nat! —Julia si staccò da Farley e si lanciò verso lui, senza fiato. — È già passato tanto tempo?
— Terzo giorno — rispose Hull. — Ciao, Max.
— Ciao, Hull. Siediti, mettiti comodo. Posso offrirti qualcosa?
— Niente. Non posso fermarmi. Julia…
Farley fece un cenno a un robotore, un robot servitore. Prese due bicchieri dal vassoio che sporgeva dal petto del robot. — Tieni, Hull. Potrai fermarti almeno per un drink, no?
Bart Longstreet e una bionda snella apparvero da una porta. — Hull! Sei già qui? Così presto?
— Terzo giorno. Sono venuto a prendere Julia. Se ha voglia di andarsene.
— Non portarla via — protestò la bionda. Indossava un completo sguardo di traverso: invisibile con la coda dell'occhio, ma assolutamente opaco per chiunque le stesse di fronte. — I giudici si sono messi al lavoro. Nel salone. Resta qui. Il divertimento è appena cominciato. — Gli fece l'occhiolino. Le palpebre della ragazza erano pesantemente truccate di blu; lo sguardo era vitreo, drogato.
Hull si girò verso Julia. — Se vuoi fermarti…
Nervosamente, Julia gli mise una mano sul braccio e gli si fece più vicina. Senza perdere quel sorriso fisso, gli sussurrò all'orecchio: — Nat, per amor di Dio, portami via di qui. Non ce la faccio più. Ti prego!
Hull capì l'intensità dell'appello. Negli occhi di Julia brillava la disperazione. Sentiva la muta urgenza vibrare nel suo corpo, rendendolo teso. — Okay, Julia. Tagliamo la corda. Magari andiamo a fare colazione. Quando hai mangiato per l'ultima volta?
— Due giorni fa, mi pare. Non so. — La voce di Julia tremò. — Stanno giudicando le opere. Dio, Nat, avresti dovuto vedere…
— Non ve ne potete andare prima che venga annunciato il vincitore — brontolò Farley. — Credo che abbiano quasi finito. Tu non sei in concorso, Hull? Non hai presentato niente?
— Niente.
— Ma senza dubbio avrai…
— No. Mi spiace. — Nella voce di Hull c'era una sottile ironia. — Non posseggo nessun mondo, Max. Non è il mio genere.
— Non sai cosa ti perdi. — Max, raggiante e pieno di droga, ondeggiò sui talloni. — È stato splendido… Il miglior concorso da settimane. E il vero divertimento comincia dopo il verdetto della giuria. Questi sono solo i preliminari.
— Lo so. — Hull spinse Julia verso il tubo di discesa. — Ci vediamo. Arrivederci, Bart. Chiamami quando sarai tornato a casa.
— Fermi lì! — mormorò all'improvviso Bart, piegando la testa. — La giuria ha finito. Stanno per annunciare il vincitore. — Corse verso il salone. Gli altri lo seguirono eccitati. — Hull, tu non vieni? Julia?
Hull lanciò un'occhiata alla ragazza. — Va bene. — A malincuore, si avviarono anche loro. — Magari per un minuto.
Furono investiti da un muro di suoni. Il salone era un caos ribollente di uomini e donne.
— Ho vinto io! — urlò Lora Becker, estasiata. La gente le mulinava attorno. Tutti stavano confluendo verso il tavolo della giuria per raccogliere i propri lavori. Le voci crebbero di volume: un tremendo rombo di suoni discordi. Calmi, i robotori tolsero di mezzo mobili e arredi, sgomberando in fretta il pavimento. Un mare di frenetico isterismo cominciava a invadere la grande stanza.
— Lo sapevo! — Le dita di Julia si strinsero sul braccio di Hull. — Dai, andiamocene prima che comincino.
— Prima che comincino?
— Ma non senti? — Negli occhi di Julia guizzò un lampo di paura. — Andiamocene, Nat! Ne ho avuto abbastanza. Non lo sopporto più.
— Non te lo avevo detto, prima che tu venissi qui?
— Già. Me lo avevi detto. —Julia sorrise, poi si fece consegnare il soprabito da un robotore. Lo indossò in fretta. — Lo ammetto. Me lo avevi detto. Adesso andiamocene, per amor di Dio. — Si girò, si incamminò verso il tubo di discesa in mezzo alla ribollente massa di persone. — Usciamo di qui. Andiamo a fare colazione. Avevi ragione tu. Non sono cose per noi.
Lora Becker, una donna grassoccia di una certa età, stava salendo sul palco a fianco dei giudici, stringendo fra le braccia il suo capolavoro. Hull si fermò un attimo. Restò a guardare la grossa donna che saliva a fatica gli scalini. I tratti del viso, alterati da terapie chimiche, erano grigi e cascanti sotto l'impietosa illuminazione. Il terzo giorno… Molte delle persone più anziane, nonostante le maschere artificiali che alteravano i volti, cominciavano a lasciar vedere i segni della maratona.
Lora arrivò sul palco. — Guardate! — urlò, alzando il suo lavoro. La bolla Creamondo lanciò bagliori, sotto la luce. Hull si sentì costretto ad ammirarla suo malgrado. Se il mondo interno era bello come il guscio esterno…
Lora accese la bolla, che prese a brillare. I presenti si zittirono. Si misero a guardare l'opera vincitrice, il mondo che aveva battuto tutti gli altri.
Il lavoro di Lora Becker era superbo. Persino Hull dovette ammetterlo. Lora aumentò l'ingrandimento, mettendo a fuoco il microscopico pianeta centrale. Un mormorio di ammirazione corse nella stanza.
Lora aumentò ancora di più l'ingrandimento. Il pianeta centrale crebbe. Apparve un oceano color verde chiaro che lambiva una bassa linea costiera. Poi si materializzò una città: torri e ampie strade, delicati nastri d'oro e d'acciaio. In cielo, due soli gemelli spandevano luce e calore sulla città. Miriadi di abitanti si muovevano nelle vie, impegnati nelle loro attività.
— Meraviglioso — mormorò Bart Longstreet, portandosi a fianco di Hull. — Però la vecchia megera ci lavora da sessantanni. Non mi meraviglia che abbia vinto. Ha partecipato a tutte le gare che ricordo.
— È carino — ammise Julia, con voce tesa.
— Non ti piace? — chiese Longstreet.
— Non mi piace niente di tutto questo!
— Se ne vuole andare — spiegò Hull, avviandosi verso il tubo di discesa. — Ci vediamo più tardi, Bart.
Bart Longstreet annuì. — Vi capisco. E da molti punti di vista sono d'accordo. Ti spiace se…
— Guardate! — gridò Lora Becker, rossa in volto. Portò al massimo l'ingrandimento, mostrando la città nei minimi particolari. — Li vedete? Li vedete?
Gli abitanti della città apparvero in primo piano. A migliaia e migliaia, correvano in giro. In automobile e a piedi. Lungo le vie che formavano una ragnatela tra gli edifici tanto belli da togliere il fiato.
Lora sollevò ancora di più la bolla. Il ritmo del suo respiro accelerò. Si guardò attorno con occhi di fiamma; occhi malati. Il mormorio crebbe, raggiungendo toni eccitati. Numerose bolle Creamondo vennero sollevate all'altezza del petto, strette da mani ansiose, frementi.
Lora aprì la bocca. La saliva colò giù per le pieghe del suo volto cascante. Le sue labbra ebbero un fremito. La donna alzò la bolla sopra la testa, il petto scosso da respiri convulsi. All'improvviso, il suo viso si contorse in una smorfia frenetica. Il corpo imponente ondeggiò in maniera grottesca; e la bolla Creamondo fu scagliata via dalle sue mani. Andò a fracassarsi sul palco.
Si frantumò in una miriade di pezzi. Metallo e vetro, parti di plastica, ingranaggi, montanti, tubi: il macchinario che dava vita alla bolla si disperse in tutte le direzioni.
Si scatenò il pandemonio. A ogni angolo del salone, altre persone fracassavano i propri mondi, li facevano a pezzi, li schiacciavano sotto i piedi, maciullando i delicati ingranaggi. Uomini e donne, in preda a una frenesia scatenata dal segnale di Lora Becker, si stavano abbandonando a un'orgia di furore dionisiaco. Rompevano e distruggevano, l'uno dopo l'altro, i mondi che avevano costruito con tanta cura.
— Dio — ansimò Julia, cercando di allontanarsi. Longstreet e Hull erano al suo fianco.
Volti lucidi di sudore, occhi febbricitanti. Bocche assurdamente spalancate che borbottavano suoni privi di senso. Abiti strappati, lacerati. Una ragazza scivolò e cadde a terra; i suoi strilli si persero nel frastuono generale. Un'altra fece la stessa fine, e scomparve nella massa tumultuante. Uomini e donne lottavano in un abbandono senza freni, fra urla e ansiti. E da ogni lato, i ripugnanti rumori del metallo e del vetro che si fracassavano, l'interminabile cantilena dei mondi che venivano distrutti a uno a uno.
Julia, pallidissima, trascinò via Huli. Chiuse gli occhi e rabbrividì. — Sapevo che sarebbe successo. Tre giorni che dovevano portare a questo epilogo. Li stanno fracassando. Tutti. Tutti i mondi.
Bart Longstreet si lanciò all'inseguimento di Hull e Julia. — Pazzi. — Accese una sigaretta con dita tremanti. — Ma che diavolo gli ha preso? È già successo altre volte. Fanno a pezzi i loro mondi. Non ha senso.
Hull raggiunse il tubo di discesa. — Vieni con noi, Bart. Facciamo colazione… e ti esporrò la mia teoria, per quello che vale.
— Solo un secondo. — Bart Longstreet prese dalle braccia di un robotore la sua bolla. — Il mio mondo. Non voglio perderlo.
Poi corse per raggiungere Julia e Hull.
— Altro caffè? — chiese Hull, guardandosi attorno.
— Per me no — mormorò Julia. Con un sospiro, si abbandonò contro lo schienale della sedia. — Sono assolutamente felice.
— Io ne prendo un po'. — Bart spinse la tazza verso il distributore di caffè. Il distributore la riempì e la restituì. — Bel posticino che hai qui, Hull.
— Non lo avevi mai visto?
— Non passo spesso da queste parti. Sono anni che non vengo in Canada.
— Sentiamo la tua teoria — sussurrò Julia.
— Forza — disse Bart. — Stiamo aspettando.
Hull restò zitto per un attimo. Pensieroso, passò gli occhi sul tavolo, oltre i piatti, fino alla cosa sul davanzale della finestra: l'opera che Bart aveva presentato al concorso. La sua bolla Creamondo.
— Diventate padroni dì un mondo tutto vostro — citò Hull, ironico. — Uno slogan eccezionale.
— Lo ha ideato Packman stesso — disse Bart. — Da giovane. Quasi un secolo fa.
— Così tanto?
— Packman fa terapia rigenerativa. Un uomo nella sua posizione se lo può permettere.
— Ma certo. — Hull si alzò. Attraversò la stanza e tornò con la bolla. — Ti spiace? — chiese a Bart.
— Fai pure.
Hull regolò i comandi inseriti nella superficie della bolla. La scena interna si mise a fuoco. Un pianeta in miniatura che ruotava lentamente. Un piccolo sole biancazzurro. Aumentò l'ingrandimento, e le dimensioni del pianeta crebbero.
— Non male — ammise Hull.
— Primitivo. Tardo giurassico. Non ho molto estro. Non riesco a farli entrare nello stadio dei mammiferi. Quello è il mio sedicesimo tentativo. Non arrivo mai più in là di così.
La scena era una folta giungla dalla quale si alzavano i vapori di fetide materie in decomposizione. Grandi forme si muovevano tra felci e paludi. Lucidi corpi di rettili avvolti a spirale, creature fumanti che si sollevavano dal fango…
— Spegnilo — mormorò Julia. — Ne ho abbastanza. Ne abbiamo visti centinaia per il concorso.
— Non avevo una sola possibilità. — Bart prese in mano la bolla e la spense. — Bisogna fare meglio del giurassico per vincere. La concorrenza è spietata. Metà dei concorrenti avevano portato le loro bolle all'eocene, e almeno dieci erano arrivati al pliocene. Il mondo di Lora non era un caso unico. Ho contato diverse civiltà allo stadio della costruzione di città. Però il suo pianeta era avanzato quasi quanto il nostro.
— Sessantanni — disse Julia.
— Ha impiegato un sacco di tempo. Ha lavorato sodo. È una di quelle persone che nelle bolle vedono qualcosa di più di un semplice gioco. Per loro è una vera passione. Una filosofia di vita.
— E poi distrugge la bolla — disse Hull, pensoso. — La fa a pezzi. Un mondo sul quale ha lavorato anni, guidandolo da un periodo all'altro. Sempre più in alto. Lo spappola in un milione di pezzi.
— Perché? — chiese Julia. — Perché, Nat? Perché lo fanno? Costruiscono, arrivano tanto lontano… e poi radono tutto al suolo.
Hull si appoggiò all'indietro sulla sedia. — È cominciato quando non siamo riusciti a trovare vita sugli altri pianeti. Quando le nostre squadre d'esplorazione sono tornate a mani vuote. Otto mondi morti, privi di vita. Deserti. Nemmeno un lichene. Rocce e sabbia. Deserti sterminati. L'uno dopo l'altro, fino a Plutone.
— Un'idea difficile da accettare — disse Bart. — È successo prima dei nostri giorni.
— Non molto. Packman può ancora ricordarlo. Un secolo fa. Abbiamo aspettato tanto la tecnologia dei razzi, il volo sugli altri pianeti. Per poi trovare nulla…
— Come se Colombo avesse scoperto che il mondo è davvero piatto — disse Julia. — Con un orlo affacciato sul vuoto.
— Peggio. Colombo cercava la via più breve per la Cina. A quell'epoca, avrebbero potuto continuare a seguire la rotta più lunga. Ma quando noi abbiamo esplorato il sistema solare senza trovare qualcosa, dovevamo aspettarci guai. La gente contava su nuovi mondi, nuove terre in cielo. Colonizzazione. Contatti con una miriade di razze. Commerci. Minerali e prodotti culturali da scambiare. Ma soprattutto, l'eccitazione di atterrare su pianeti con sorprendenti forme di vita.
— E invece…
— Solo rocce morte e desolazione. Niente in grado di nutrire la vita, né la nostra né altre. Una grande delusione ha preso piede a tutti i livelli della società.
— Poi è spuntato Packman con le bolle Creamondo — mormorò Bart. — Diventate padroni di un mondo tutto vostro. Non c'era un solo posto dove andare, al di fuori di Terra. Nessun altro mondo da visitare. Non si poteva lasciare il nostro pianeta e trasferirsi da qualche altra parte. Quindi…
— Quindi, meglio restare chiusi in casa a costruirci un mondo con le nostre stesse mani. — Hull sorrise senza allegria. — È appena uscita una versione per bambini, lo sapevi? Una specie di attrezzatura di base per l'apprendistato. Cosi i bambini potranno affrontare i problemi basilari della costruzione di un mondo ancora prima di avere una bolla.
— Ma senti, Nat — disse Bart — all'inizio le bolle sembravano una buona idea. Non possiamo lasciare Terra, così costruiamo i nostri mondi direttamente qui. Mondi subatomici, chiusi in contenitori controllati. Facciamo iniziare la vita in un mondo subatomico, la stimoliamo con vari problemi per spingerla a evolversi, tentiamo di portarla a livelli sempre più alti. In teoria, l'idea non ha niente di sbagliato. E senz'altro un passatempo creativo, non una cosa semplicemente passiva come la televisione. Anzi, la creazione dei mondi è la più evoluta forma d'arte. Sostituisce ogni altro tipo di divertimento, ogni sport, e musica e pittura e…
— Però qualcosa è andata nel verso sbagliato.
— Non all'inizio — obiettò Bart. — All'inizio eravamo creativi. Tutti comperavano una bolla Creamondo e costruivano il proprio mondo. Facevano evolvere sempre più la vita. La forgiavano. La controllavano. Organizzavano gare per vedere chi fosse riuscito a creare il mondo più evoluto.
— E le bolle hanno risolto un altro problema — aggiunse Julia. — Il problema del tempo libero. Con i robot che lavorano per noi e i robotori che ci servono e provvedono alle nostre necessità…
— Sì, era un problema — ammise Hull. — Troppo tempo libero. Niente da fare. E c'era sempre la delusione di avere scoperto che il nostro era l'unico pianeta abitabile dell'intero sistema.
— Apparentemente, le bolle di Packman avevano risolto entrambi i problemi. Però è successo qualcosa. Si è verificato un cambiamento. Io me ne sono accorto subito. — Hull spense la sigaretta e ne accese un'altra. — Il cambiamento è iniziato dieci anni fa, e la situazione è continuamente peggiorata.
— Ma perché? — chiese Julia. — Spiegami perché tutti hanno smesso di costruire mondi in maniera creativa e hanno cominciato a distruggere.
— Mai visto un bambino strappare le ali a una mosca?
— Sicuro. Ma…
— La stessa cosa. Sadismo? No, non esattamente. Piuttosto, una forma di curiosità. Desiderio di potere. Perché un bambino spacca le cose? Sempre per desiderio di potere. Non dobbiamo mai dimenticare un fatto. Le sfere sono surrogati. Hanno preso il posto di qualcosa d'altro, della scoperta di forme di vita sui pianeti del nostro sistema. E sono troppo piccole per servire allo scopo.
"Sono come barchette giocattolo nella vasca da bagno. O come quei modellini di razzi con cui giocano i bambini. Sono surrogati, non realtà. La gente che usa le bolle, perché le vuole? Perché non può esplorare veri pianeti, grandi pianeti. Tutti quanti hanno una grossa quantità d'energia chiusa dentro. Energia che è impossibile esprimere.
"E l'energia imbottigliata inacidisce. Diventa aggressiva. La gente lavora per un po' con quei piccoli mondi, li fa crescere. Ma alla fine, si arriva al punto che l'ostilità latente, il senso di privazione, il…"
— Può esserci una spiegazione più semplice — disse Bart, calmo. — La tua teoria è troppo complessa.
— Cioè?
— Le tendenze distruttive innate nell'uomo. Il desiderio naturale di uccidere e seminare rovina.
— Non esistono questi istinti — ribatté secco Hull. — L'uomo non è una formica. Le sue spinte non hanno alcuna direzione obbligata. L'uomo non possiede un istintivo "desiderio di distruggere" più di quanto possegga l'istintivo desiderio di fabbricare tagliacarte in avorio. Ha un'energia, e il modo in cui questa energia si sfoga dipende dalle opportunità disponibili.
"Il problema sta qui. Tutti noi possediamo energia, il desiderio di muoverci, agire, fare. Ma siamo imbottigliati qui, chiusi su un unico pianeta. Così comperiamo le bolle Creamondo e costruiamo piccoli mondi solo nostri. Ma i mondi microscopici non bastano. Sono soddisfacenti come lo può essere una barchetta giocattolo per qualcuno che voglia fare la vita del marinaio."
Bart rifletté a lungo, immerso nei propri pensieri. — Può darsi che tu abbia ragione — ammise alla fine. — Suona ragionevole. Ma cosa vorresti insinuare? Se gli altri otto pianeti sono morti…
— Continuare a esplorare. Al di fuori del sistema.
— Lo stiamo facendo.
— Tentare di trovare sfoghi collettivi che non siano tanto artificiali.
Bart sorrise. — La pensi così perché le bolle non ti sono mai piaciute. — Carezzò amorevolmente la sua bolla. — Io non la trovo artificiale.
— Però molta gente sì — intervenne Julia. — Tanti sono insoddisfarti. È per questo che abbiamo lasciato il concorso.
Bart grugnì. — D'accordo, la situazione si sta inacidendo. Che brutta scena, eh? — Aggrottò la fronte. — Però le bolle sono meglio di niente. Tu cosa suggerisci? Rinunciare alle bolle? E poi cosa dovremmo fare? Starcene seduti a chiacchierare?
— Nat adora parlare — mormorò Julia.
— Come tutti gli intellettuali. — Bart diede una pacca al braccio di Hull. — Quando prendi il tuo posto nel Consiglio, sei con la classe degli intellettuali e dei professionisti. Colletti grigi.
— E tu?
— Colletti blu. Industria. Lo sai.
Hull annuì. — Vero. Tu sei della Spaziolinee Terrestri. La compagnia delle grandi speranze.
— Allora tu vuoi rinunciare alle bolle per restartene seduto con le mani in mano. Bella soluzione per il problema.
— Sarete costretti a rinunciarci. — Hull si imporporò. — Cosa farete dopo è affare vostro.
— Come sarebbe a dire?
Hull puntò uno sguardo di fuoco su Longstreet. — Ho presentato al Consiglio una proposta di legge. Una legge che metterà al bando le bolle. Bart restò a bocca aperta. — Tu hai cosa?
— Su quali basi? — chiese Julia, interessata.
— Su basi morali — ribatté calmo Hull. — E credo proprio di poter far passare la proposta.
La sala del Consiglio vibrava di echi mormoranti, e i suoi immani recessi ospitavano molte ombre in movimento. Gli uomini stavano prendendo i rispettivi posti, preparandosi alla seduta.
Eldon von Stern, uno dei capigruppo del Consiglio, era fermo con Hull in un angolo, dietro il palco. — Mettiamo le cose in chiaro — disse nervosamente, passandosi le dita nei capelli grigio acciaio. — Intendi parlare a favore di questa tua proposta? Vuoi sostenerla tu stesso?
Hull annuì. — Esatto. Perché no?
— Le macchine analitiche possono elaborare un sunto imparziale della proposta e presentarlo ai membri. L'oratoria è fuori moda. Se ti lanci in un'arringa emotiva, puoi essere certo della sconfitta. I membri non…
— Correrò il rischio. La questione è troppo importante per lasciarla alle macchine.
Hull scrutò l'immensa sala in cui stava lentamente tornando la quiete. I rappresentanti del mondo intero sedevano ai loro posti. Proprietari immobiliari e terrieri vestiti di bianco. Magnati della finanza e dell'industria vestiti di blu. Le camicie rosse dei rappresentanti di cooperative industriali e agricole. Gli uomini e le donne vestite di verde che parlavano a nome dei gruppi di consumatori della media borghesia. Il gruppo vestito di grigio di Hull, sull'estrema destra: medici, avvocati, scienziati, insegnanti, intellettuali, e professionisti di ogni tipo.
— Correrò il rischio — ripetè Hull. — Voglio che la legge passi. È ora di sgomberare il campo dagli equivoci.
Von Stern scrollò le spalle. — Come credi. — Scrutò incuriosito Hull. — Cos'hai contro le bolle? È un'industria troppo potente. Impossibile batterla. Non so di preciso dove sia, ma c'è Packman in persona. Mi sorprende che tu…
La robosedia emise un segnale luminoso. Von Stern lasciò Hull e si portò sul palco.
— Sei sicuro di voler parlare per sostenere la tua proposta? — chiese Julia, a fianco di Hull nell'ombra. — Forse ha ragione lui. Lascia fare l'analisi alle macchine.
Hull stava scrutando il mare di facce, in cerca di Packman. Il proprietario della Creamondo si trovava in sala. Forrest Packman, con l'immacolata camicia bianca, pareva un angelo antico, avvizzito. Preferiva stare fra i banchi dei grandi proprietari; considerava la Creamondo una proprietà immobiliare, più che un'industria. I possedimenti materiali erano ancora, come sempre, il gradino più alto del prestigio.
Von Stern toccò il braccio di Fluii. — Va bene. Vai ad accomodarti e spiega la tua proposta.
Hull salì sul palco e si accomodò sulla grande sedia di marmo. Di fronte a lui, le innumerevoli file di facce non avevano la minima espressione.
— Avete letto i termini della proposta di cui voglio parlarvi — cominciò. La sua voce venne amplificata dagli altoparlanti sul banco di ogni membro del Consiglio. — Propongo di dichiarare la Industrie Creamondo una minaccia pubblica, e di far requisire dallo stato le sue proprietà immobiliari. Posso riassumere i miei motivi in poche frasi.
"Vi sono noti la teoria e la prassi alla base del prodotto Creamondo, il sistema degli universi subatomici. Esiste un numero infinito di mondi subatomici, microscopiche controparti delle nostre coordinate spaziali. La Creamondo ha ideato, quasi un secolo fa, un metodo per controllare fino a trenta decimali le forze e le sollecitazioni presenti nei piani di queste microcoordinate, e ha prodotto una macchina piuttosto semplice che qualunque persona adulta è in grado di usare.
"Queste macchine per controllare zone specifiche delle coordinate subatomiche sono state fabbricate e vendute al pubblico con lo slogan Diventate padroni di un mondo tutto vostro! L'idea è che il proprietario della macchina diventi letteralmente padrone di un mondo, dato che la macchina controlla le forze che governano un universo subatomico direttamente analogo al nostro.
"Acquistando una di queste macchine Creamondo, o bolle, la persona si trova in possesso di un universo virtuale, da manipolare come meglio crede. I manuali d'istruzione forniti dall'azienda insegnano a controllare quei minuscoli mondi in modo che forme di vita appaiano e si evolvano rapidamente, giungendo a stadi sempre più alti. Alla fine, se il proprietario è sufficientemente capace, si trova in possesso di una civiltà di esseri a un livello culturale pari al nostro.
"Nel corso degli ultimi anni, abbiamo visto crescere sempre più la vendita di queste macchine, al punto che ormai quasi tutti posseggono uno o più mondi subatomici con le rispettive civiltà. In questi anni, è anche accaduto che molti di noi abbiano distrutto questi universi privati, riducendo in polvere pianeti e abitanti.
"Nessuna legge ci impedisce di edificare complesse civiltà, farle evolvere a una velocità incredibile, per poi farle svanire nel nulla. Ecco perché ho presentato la mia proposta. Quelle minuscole civiltà non sono sogni. Sono reali. Esistono veramente. I microscopici abitanti sono…"
Movimenti irrequieti nella grande sala. Ci furono mormorii e colpi di tosse. Qualche membro aveva spento i propri altoparlanti. Hull esitò. Lo sfiorò un brivido freddo. I visi sotto di lui erano neutri, gelidi, disinteressati. Continuò a ritmo accelerato.
— In rapporto a queste minuscole civiltà, noi abbiamo un ruolo divino. Possiamo, con un gesto della mano, uccidere innumerevoli milioni di esseri. Possiamo scatenare lampi, radere al suolo le loro città, distruggere i loro edifici come fossero termitai. Possiamo scagliarli via come giocattoli, balocchi, vittime di ogni nostro minimo desiderio.
Si interruppe, rigido d'apprensione. Alcuni membri del Consiglio si erano alzati e avevano lasciato la sala. Sul viso di von Stern era dipinto un ironico divertimento.
Hull proseguì senza nessuna convinzione. — Voglio che le bolle Creamondo vengano messe al bando. Lo dobbiamo a quelle civiltà per motivi umanitari, per motivi morali…
Concluse come meglio gli riuscì. Quando si alzò, ci fu un fiacco applauso dal gruppo vestito di grigio dei professionisti. Ma i proprietari immobiliari restarono assolutamente immobili e muti. Come gli industriali. Camicie rosse e consumatori vestiti di verde erano zitti, impassibili, persino un po' divertiti.
Hull lasciò il palco, raggelato dalla consapevolezza della sconfitta. — Abbiamo perso — mormorò, stupefatto. — Non capisco.
Julia lo prese a braccetto. — Forse un appello su qualche altra base… Forse le macchine possono ancora…
Bart Longstreet uscì dall'ombra. — Sarebbe inutile, Nat. Non funzionerà.
Hull annuì. — Lo so.
— Non si può distruggere la Creamondo con discorsi moralistici. Non è questa la soluzione.
Von Stern aveva dato il segnale. I membri del Consiglio cominciarono a votare. Le macchine calcolatrici presero a ronzare. Hull rimase a fissare la sala mormorante, disfatto e incredulo.
All'improvviso, di fronte a lui apparve una figura, togliendogli la visuale. Spazientito, Hull si spostò di lato; ma una voce roca lo fermò.
— Peccato, signor Hull. Le andrà meglio la prossima volta. Hull si irrigidì. — Packman! — borbottò. — Cosa vuole?
Forrest Packman uscì dall'ombra. Si diresse lentamente verso Hull, avanzando a tentoni.
Bart Lonngstreet fissò il vecchio con aperta ostilità. — Ci vediamo più tardi, Nat. — Girò sui tacchi e se ne andò. Julia lo bloccò. — Bart, devi proprio…
— Affari importanti. Torno dopo. — Longstreet si avviò nel corridoio centrale, verso il settore degli industriali.
Hull fissò Packman. Non si era mai trovato faccia a faccia col vecchio. Lo studiò mentre avanzava lentamente, attaccato al braccio del suo robotore.
Forrest Packman era vecchio: centosette anni. Tenuto in vita da dosi ormonali e trasfusioni di sangue, dai complessi processi di ripulitura e ringiovanimento che impedivano al suo corpo antico, avvizzito, di morire. Gli occhi affondanti nelle orbite si puntarono su Hull. Le mani rinsecchite stringevano il braccio del robotore; il respiro era roco e affannoso.
— Hull? Le spiace se chiacchiero con lei mentre procedono le votazioni? Non ci vorrà molto. — Scrutò con sguardo miope alle spalle di Hull. — Chi se n'è andato? Non sono riuscito a…
— Bart Longstreet. Della Spaziolinee.
— Ah, sì. Lo conosco. Il suo discorso è stato molto interessante, Hull.
Mi ha fatto ricordare i vecchi giorni. Questa gente non ricorda come stessero le cose allora. I tempi sono cambiati. — Packman si fermò. Il robotore gli ripulì bocca e mento. — La retorica mi ha sempre interessato. Alcuni degli antichi maestri…
Il vecchio continuò a parlare a ruota libera. Hull lo studiò incuriosito. Quel vecchio fragile, cadente, incarnava davvero il potere che stava dietro la Creamondo? Non gli sembrava possibile.
— Bryan — sussurrò Packman. La sua voce era un fruscio di cenere. — William Jennings Bryan. Non l'ho mai sentito, naturalmente. Ma dicono sia stato il più grande. Il suo discorso non era male, Hull. Però lei non capisce. L'ho ascoltata con molta attenzione. Lei ha qualche buona idea, ma quello che sta cercando di fare è assurdo. Non conosce abbastanza la gente. A nessuno interessano sul serio…
Si interruppe. Tossì, e il robotore lo sorresse.
Hull, impaziente, superò l'altro. — La votazione è quasi terminata. Voglio sentire. Se lei ha qualcosa da dirmi, può incidere una piastra e farmela avere.
Il robotore di Packman si fece avanti, gli sbarrò la strada. Packman continuò con voce lenta, tremante. — A nessuno interessano sul serio argomenti di quel genere, Hull. Lei ha fatto un bel discorso, ma non ha capito l'idea. Non ancora, per lo meno. Però parla bene. Molto meglio di quanto io abbia sentito da parecchio tempo. Quei giovani con le facce pulite, che corrono e corrono come fattorini impazziti…
Hull tese le orecchie. Stavano annunciando i risultati della votazione. L'impassibile corpo del robotore gli bloccava la visuale, ma la voce roca di Packman non copriva quella degli altoparlanti. Von Stern si era alzato e stava leggendo i totali, gruppo per gruppo.
— Quattrocento contrari, trentacinque a favore — annunciò von Stern. — La proposta è respinta. — Mise giù i risultati della votazione e raccolse l'ordine del giorno. — Proseguiamo con la proposta successiva.
Alle spalle di Hull, Packman scoppiò a ridere. Piegò di lato la testa che sembrava un teschio. I suoi occhi brillarono, e le ultime tracce di riso si spensero lentamente sulle sue labbra. — Una sconfitta? Nemmeno tutti i grigi hanno votato per lei, Hull. Adesso forse starà a sentire quello che ho da dirle.
Hull girò le spalle alla sala. Il robotore abbassò il braccio. — È finita — disse Hull.
— Andiamo. — A disagio, Julia si scostò da Packman. — Usciamo di qui.
— Vede — continuò Packman, implacabile — lei possiede potenzialità che si potrebbero sfruttare in qualche modo. Alla sua età, avevo anch'io le stesse idee. Pensavo che se la gente fosse riuscita a capire gli aspetti morali di certe situazioni, avrebbe reagito di conseguenza. Ma la gente non è fatta così. Bisogna essere realisti, se si vuole arrivare da qualche parte. La gente…
Hull quasi non udiva più quel sussurro fioco. Era stato sconfitto. Le bolle Creamondo avrebbero continuato a esistere. E i concorsi: uomini e donne annoiati, irrequieti, con troppo tempo libero, avrebbero continuato a bere e ballare, a fare confronti tra un mondo e l'altro, a surriscaldare l'atmosfera… fino all'orgia distruttiva. Per sempre. All'infinito.
— Nessuno può mettere al bando la Creamondo — disse Julia. — È troppo potente. Dovremo accettare le bolle come parte della nostra vita. Come dice Bart, se non abbiamo nient'altro da offrire al loro posto…
Bart Longstreet rispuntò dall'ombra. — Ancora qui? — chiese a Packman.
— Mi hanno sconfitto — disse Hull. — La votazione…
— Lo so. Ho sentito. Ma non importa. — Longstreet superò Packman e il robotore. — Resta qui. Torno fra un secondo. Devo vedere von Stern.
Il tono della voce di Longstreet diede un brivido a Hull. — Cosa c'è? Cos'è successo?
— Perché non importa il risultato del voto? — chiese Julia. Longstreet salì sul palco e raggiunse Von Stern. Gli porse una piastra con un messaggio, poi rientrò nell'ombra.
Von Stern guardò la piastra…
E smise di parlare. Si alzò dalla sedia, stringendo in pugno la piastra. — Devo fare un annuncio. — La sua voce tremava. Era quasi inaudibile. — È arrivato un dispaccio dalla stazione di controllo della Spaziolinee di Proxima Centauri.
Nella sala corse un mormorio eccitato.
— Le navi che stanno esplorando il sistema di Proxima sono entrate in contatto con le vedette di una civiltà extragalattica. Si è già verificato uno scambio di messaggi. Le nostre astronavi stanno dirigendo verso il sistema di Arturo, con la speranza di trovare…
Urla. Caos. Uomini e donne che si alzavano e strillavano eccitati. Von Stern smise di leggere e restò immobile, a braccia conserte, calmo, aspettando che la confusione si placasse.
Forrest Packman non si era mosso. A occhi chiusi, teneva strette l'una sull'altra le mani avvizzite. Il suo robotore lo circondò con un arco di sostegni metallici, avvolgendolo in un cerchio protettivo.
— Allora? — urlò Longstreet, tornando verso loro. Lanciò un'occhiata alla fragile figura che si aggrappava al robot, poi a Hull e Julia. — Che te ne pare, Hull? Usciamo di qui. Andiamo a festeggiare.
— Ti riporto a casa — disse Hull a Julia. Si guardò attorno, in cerca di un incrociatore intercontinentale. — È un peccato che tu viva così lontano. Hong Kong non è dietro l'angolo.
Julia lo prese per il braccio. — Ma adesso mi puoi accompagnare. Non ricordi? Il Tunnel Pacifico è aperto. Ormai siamo collegati all'Asia.
— Già. Vero. — Hull spalancò la portiera della sua auto di superficie, e Julia salì a bordo. Hull si mise al volante e chiuse la portiera. — Avevo dimenticato, con tutto il resto. Forse potremmo vederci più spesso. Non mi spiacerebbe trascorrere qualche giorno di vacanza a Hong Kong. Magari potresti invitarmi.
L'auto si immise nel traffico, guidata dal raggio trattore. — Raccontami qualcosa di più — disse Julia. — Voglio sapere tutto quello che ha detto Bart.
— Oh, non molto. Sapevano da un po' di tempo che qualcosa bolliva in pentola. Ecco perché Bart non era troppo preoccupato per le bolle. Sapeva già che quell'annuncio avrebbe cambiato la situazione.
— Perché non te lo ha detto prima?
Hull sorrise. — Non poteva. Se i primi rapporti fossero stati sbagliati? Voleva aspettare una conferma certa. Sapeva quali sarebbero stati i risultati. — Gesticolò con la mano. — Guarda.
Su entrambi i lati della strada, una marea di uomini e donne si stava riversando fuori dalle case, dalle fabbriche sotterranee. Una massa ribollente che si accalcava in disordinata confusione, urlando, strillando, lanciando oggetti in aria, buttando carte dalle finestre, formando piramidi umane.
— Si stanno sfogando — disse Hull. — Com'è giusto e naturale. Bart dice che Arturo dovrebbe avere sette o otto pianeti fertili. Alcuni sono abitati, altri sono solo foreste e oceani. I commercianti extragalattici dicono che la maggioranza dei sistemi possiede per lo meno un pianeta sfruttabile. Hanno visitato il nostro sistema molto tempo fa. È possibile che i nostri antenati abbiano effettuato scambi con loro.
— Allora la galassia abbonda di vita?
Hull rise. — Se quello che dicono loro è vero. E il fatto che loro esistano è già una prova sufficiente.
— Niente più bolle.
— Esatto. — Hull scosse la testa. Niente più bolle. I magazzini della Creamondo si stavano già svuotando. Merce inutile. Probabilmente lo stato si sarebbe impossessato di tutte le bolle esistenti, le avrebbe chiuse in magazzino, lasciando i rispettivi abitanti liberi di decidere del proprio futuro.
La nevrotica distruzione di culture create con anni di lavoro era un fatto del passato. Tutto ciò che altri esseri viventi avevano costruito non sarebbe più stato raso al suolo solo per divertire dei malati di noia e frustrazione.
Con un sospiro, Julia gli posò la testa sulla spalla. — Adesso possiamo prendercela calma. Se vuoi, puoi restare a vivere da me. Possiamo richiedere il certificato di coabitazione permanente, se desideri…
Hull si protese di scatto in avanti, rigido. — Dov'è il tunnel? — chiese. — Dovremmo essere quasi arrivati.
Julia scrutò avanti, aggrottò la fronte. — È successo qualcosa. Rallenta.
Hull decelerò. Un segnale luminoso lampeggiava davanti a loro. Le automobili si stavano fermando da ogni lato, spostandosi sulle corsie d'emergenza.
Il loro veicolo si fermò. II cielo era colmo d'incrociatori che volavano alti, spezzando il silenzio della sera coi reattori. Una decina di uomini in uniforme correvano su un campo, seguiti da una roboescavatrice.
— Che diavolo… — borbottò Hull. Un soldato si avvicinò all'auto, agitando una pala di segnalazione.
— Tornate indietro. Questa corsia deve restare sgombra.
— Ma…
— Cos'è successo? — chiese Julia.
— Il tunnel. Un terremoto, a metà circa della lunghezza. Il tunnel è franato in dieci sezioni. — Il soldato corse via. Passò un carrello carico di robocostruttori che preparavano le loro attrezzature.
Julia e Hull si fissarono a occhi sgranati. — Signore santo — mormorò Hull. — Dieci sezioni. E il tunnel doveva essere pieno di automobili.
Atterrò una nave della Croce Rossa. Si spalancarono i portelli. Arrivarono di corsa i robot che trasportavano feriti sulle barelle.
Sul lato della strada apparvero due operai. Spalancarono la portiera posteriore dell'auto di Hull e salirono a bordo. — Ci porti in città. — Crollarono a sedere, esausti. — Abbiamo bisogno di rinforzi. Si sbrighi.
— Certo. — Hull fece inversione di marcia, e accelerò.
— Com'è successo? — domandò Julia a uno dei due uomini. Erano entrambi esausti; passavano automaticamente le mani sui tagli al collo e al viso, per ripulirsi dal sangue.
— Un terremoto.
— Ma come mai? Il tunnel non era stato costruito a prova di…
— Un grosso terremoto. — L'uomo scosse la testa, disfatto. — Non se lo aspettava nessuno. Un disastro totale. Migliaia di automobili. Decine di migliaia di persone.
L'altro operaio grugnì. — Un gesto divino.
Hull si rizzò di scatto sul sedile. Gli brillavano gli occhi.
— Cosa c'è? — gli chiese Julia.
— Niente.
— Sei sicuro? C'è qualcosa che non va?
Hull non rispose. Restò immerso nei suoi pensieri. Il suo viso era una maschera di stupefatto, crescente orrore.