Stories 93 / Random

Stories by philip kindred dick

i pifferai (italian)

Save as PDF
— Allora, caporale Westerburg — disse dolcemente il dottor Henry Harris — perché pensa di essere una pianta?
Parlando, Harris lanciò un'altra occhiata al biglietto sul suo tavolo. Era del comandante della base in persona, scritto nella grafìa involuta di Cox: "Doc, questo è il ragazzo che le dicevo. Gli parli e cerchi di capire in che modo si è costruito questa illusione. Viene dal nuovo presidio, dalla nuova stazione di controllo dell'Asteroide Y-3, e non vogliamo che lì succeda qualcosa. Specialmente una cosa così stupida!".
Harris spinse via il biglietto e fissò il giovane che aveva di fronte. Il ragazzo sembrava a disagio, e apparentemente non voleva rispondere alla domanda che Harris gli aveva posto. Harris aggrottò la fronte. Westerburg era un tipo fine, addirittura bello nell'uniforme della Pattuglia, con una ciocca di capelli biondi che gli scendeva su un occhio. Era alto, quasi un metro e ottanta; un ragazzo in perfetta salute, uscito dall'addestramento solo da un paio d'anni, stando alla scheda. Nato a Detroit. Aveva avuto il morbillo a nove anni. Gli interessavano i motori a reazione, il tennis, e le ragazze. Ventisei anni.
— Allora, caporale Westerburg — ripetè Harris — perché pensa di essere una pianta?
Il caporale alzò timidamente la testa. Si schiarì la gola. — Signore, io sono una pianta. Non penso semplicemente di esserlo. Sono una pianta da diversi giorni.
— Vedo. — Il dottore annuì. — Vuol dire che non è sempre stato una pianta?
— Nossignore. Sono diventato una pianta solo di recente.
— E cosa era prima di diventare una pianta?
— Be', signore, ero come tutti quanti voi.
Ci fu silenzio. Il dottor Harris prese la penna e scarabocchiò qualche parola, ma non gli venne in mente nulla d'importante. Una pianta? E un ragazzo in così perfetta salute! Harris si tolse gli occhiali con la montatura in acciaio e pulì le lenti col fazzoletto. Poi li inforcò di nuovo e si appoggiò all'indietro sulla sedia. — Vuole una sigaretta, caporale?
— No, signore.
Il dottore ne accese una per sé e appoggiò il gomito sul bracciolo della sedia. — Caporale, deve capire che esistono ben pochi uomini che diventino piante, specialmente tanto in fretta. Devo ammettere che lei è la prima persona che mi abbia mai detto una cosa del genere.
— Sì, signore. Mi rendo conto che è piuttosto raro.
— Allora capirà il perché del mio interesse. Quando dice di essere una pianta, intende che non è capace di mobilità? O intende dire che è un vegetale, in opposizione al concetto di animale? Oppure cosa?
Il caporale distolse lo sguardo. — Non posso dirle nient'altro — mormorò. — Mi spiace, signore.
— Vorrebbe raccontarmi come è diventato una pianta?
Il caporale Westerburg esitò. Fissò il pavimento, poi guardò fuori dalla finestra, verso lo spazioporto, poi fissò una mosca sul tavolo. Alla fine si alzò, lentamente. — Non posso dirle nemmeno questo, signore — rispose.
— Perché? Perché non può?
— Perché… Perché ho promesso di non dirlo.
Nella stanza calò il silenzio. Anche il dottor Harris si alzò, e i due rimasero a fissarsi. Harris aggrottò la fronte, si passò una mano sulla mascella. — Caporale, a chi lo ha promesso?
— Non posso dirle nemmeno questo, signore. Mi spiace.
Il dottore rifletté. Alla fine andò alla porta e la aprì. — Va bene, caporale. Può andare. E grazie del tempo che mi ha dedicato.
— Mi spiace di non poterle essere più utile. — Il caporale uscì a passi lenti e Harris chiuse la porta alle sue spalle. Poi attraversò l'ufficio, raggiunse il videofono. Chiamò il comandante Cox. Un attimo dopo, il viso robusto e cordiale del comandante della base apparve sullo schermo.
— Cox, sono Harris. Gli ho parlato, certo. L'unica cosa che sono riuscito a ottenere è la sua asserzione di essere una pianta. Che altro c'è? Che tipo di schemi comportamentali?
— Be' — disse Cox — la prima cosa che hanno notato è che si rifiutava di fare qualunque lavoro. Il capopresidio ha comunicato che questo Westerburg usciva dal presidio e se ne stava seduto per tutto il giorno. Seduto a fare niente.
— Al sole?
— Sì. Se ne stava seduto a! sole, e basta. Al tramonto rientrava. Quando gli hanno chiesto perché non lavorasse nel capannone dove riparano i reattori, ha risposto che doveva stare al sole. Poi ha detto… — Cox esitò.
— Sì? Ha detto cosa?
— Ha detto che il lavoro è innaturale. Che è uno spreco di tempo. Che l'unica cosa che valga la pena è starsene seduti a contemplare, all'aria aperta.
— E poi?
— Poi gli hanno chiesto da dove gli fosse venuta quell'idea, ed è stato allora che ha rivelato di essere diventato una pianta.
— Vedo che dovrò parlargli un'altra volta — disse Harris. — E ha chiesto il congedo permanente dalla Pattuglia? Che motivo ha addotto?
— Lo stesso. Ha detto che adesso è una pianta e non gli interessa più fare parte della Pattuglia. Vuole soltanto starsene seduto al sole. È la cosa più pazzesca che io abbia mai sentito.
— D'accordo. Penso che gli farò visita nei suoi alloggi. — Harris guardò l'orologio. — Ci andrò dopo cena.
— Buona fortuna — disse Cox, cupo. — Ma chi ha mai sentito parlare di un uomo che si trasforma in pianta? Gli abbiamo detto che è impossibile, ma lui si è limitato a sorriderci.
— Le farò sapere cosa riuscirò a concludere — disse Harris.
Harris percorse il corridoio a passi lenti. Erano le sei; la cena era finita. Nella sua mente si stava formando una vaga idea, ma era troppo presto per avere certezze. Accelerò il passo, svoltò a destra in fondo al corridoio. Due infermiere lo superarono di corsa. Westerburg era stato sistemato in una stanza con qualcun altro, un uomo che era rimasto ferito nell'esplosione di un reattore ed era quasi guarito. Harris raggiunse l'ala dormitorio e si fermò a controllare i numeri sulle porte.
— Posso aiutarla, signore? — chiese l'inserviente robot, arrivandogli a fianco.
— Cerco la stanza del caporale Westerburg.
— Terza porta sulla destra.
Harris si avviò. Sull'Asteroide Y-3 era stato creato solo di recente un avamposto con personale umano. Era diventato il punto di controllo essenziale per fermare ed esaminare le navi che entravano nel sistema dallo spazio esterno. Il presidio si accertava che batteri, funghi, o altri organismi pericolosi non arrivassero a infettare il sistema. Era un bell'asteroide, caldo, con abbondanza di piogge, con alberi e laghi e tanta luce. E il presidio era il più moderno dei nove pianeti. Harris, arrivato alla terza porta, scosse la testa. Si fermò. Alzò la mano e bussò.
— Chi è? — risuonò una voce.
— Voglio vedere il caporale Westerburg.
La porta si aprì. Un giovanotto dal viso bovino, con gli occhiali con la montatura di corno, sporse la testa. Aveva in mano un libro. — Lei chi è?
— Il dottor Harris.
— Mi spiace, signore. Il caporale Westerburg dorme.
— Gli darà fastidio se lo sveglio? Ho urgenza di parlargli.—Harris sbirciò dentro. Vide una stanza ordinata, con un tavolo, un tappeto e una lampada, e due brande. Su una era sdraiato Westerburg, a faccia in su, le braccia conserte sul petto, gli occhi serrati.
— Signore — disse il giovanotto dall'aria bovina — temo di non poterlo svegliare per lei, anche se vorrei farlo.
— Non può svegliarlo? Perché?
— Signore, il caporale Westerburg non si sveglia, dopo il tramonto. Non si sveglia proprio. Impossibile strapparlo al sonno.
— Catalettico? Sul serio?
— Però al mattino, appena spunta il sole, salta giù dal letto ed esce. Resta fuori tutto il giorno.
— Vedo — disse il dottore. — Grazie lo stesso. — Tornò in corridoio, e la porta si chiuse alle sue spalle. — La situazione è più complessa di quanto avessi pensato — mormorò. Poi tornò indietro.
Era una giornata calda, assolata. Il cielo era quasi sgombro di nubi, e una dolce brezza spirava fra i cedri sulla riva del torrente. C'era un sentiero che dall'ospedale conduceva, lungo il fianco della collina, al torrente. Al torrente, un ponticello portava alla riva opposta, e qualche paziente era fermo sul ponte, in vestaglia. Guardavano tutti l'acqua, in mancanza di meglio da fare.
A Harris occorsero parecchi minuti per trovare Westerburg. Il ragazzo non era con gli altri pazienti nei pressi del ponte. Si era allontanato un poco; aveva oltrepassato i cedri e si era inoltrato in uno slargo illuminato dal sole, in cui cresceva una gran profusione d'erba costellata di papaveri. Si era seduto su una pietra piatta sulla riva del torrente, lievemente piegato all'indietro e con lo sguardo fisso al cielo, la bocca semiaperta. Non si accorse del medico finché Harris non gli fu a fianco.
— Salve — disse piano Harris.
Westerburg aprì gli occhi e guardò su. Sorrise e si alzò lentamente in piedi: un movimento fluido, aggraziato, sorprendente in un uomo della sua corporatura. — Salve, dottore. Cosa la porta qui?
— Niente. Pensavo di prendere un po' di sole.
— Venga. Può dividere con me la mia pietra. — Westerburg si spostò e Harris sedette con cautela, attento a non impigliare i calzoni sugli orli affilati del sasso. Accese una sigaretta e si mise a fissare in silenzio l'acqua. Al suo fianco, Westerburg aveva ripreso la sua strana posizione: sdraiato, con le mani dietro la testa, teneva gli occhi chiusi, e puntati all'insù.
— Preferisce stare qui, piuttosto che dentro.
— Io non posso stare dentro — disse Westerburg.
— Non può? Come sarebbe a dire che non può?
— Lei morirebbe senza aria, no? — disse il caporale.
— E lei morirebbe senza la luce de! sole? Westerburg annuì.
— Caporale, posso chiederle una cosa? Ha intenzione di fare questo per il resto dei suoi giorni? Stare seduto al sole su una pietra piatta? Nient'altro?
Westerburg annuì.
— E il suo lavoro? Lei ha studiato anni per entrare nella Pattuglia. Desiderava moltissimo farne parte. Ha ottenuto buoni risultati e una posizione di prima classe. Come si sente a rinunciare a tutto questo? Rientrare nella Pattuglia non le sarà facile. Se ne rende conto?
— Me ne rendo conto.
— E davvero vuole rinunciare a tutto?
— Esatto.
Harris rimase in silenzio per un po'. Alla fine spense la sigaretta e si girò verso il giovane. — D'accordo, diciamo che lei lascia il suo lavoro e se ne sta seduto al sole. A quel punto, cosa succede? Qualcun altro dovrà fare il lavoro al posto suo. Non è vero? Il lavoro deve essere fatto. Il suo lavoro deve essere fatto. E se non lo fa lei, lo deve fare qualcun altro.
— Suppongo di sì.
— Westerburg, e se tutti la pensassero come lei? Se tutti volessero starsene seduti al sole per l'intera giornata? Cosa accadrebbe? Nessuno controllerebbe le navi che arrivano dallo spazio esterno. Batteri e cristalli tossici entrerebbero nel sistema e provocherebbero morti in massa e sofferenze. Non è esatto?
— Se tutti provassero quello che provo io, non andrebbero nello spazio esterno.
— Ma devono farlo. Devono commerciare, devono procurarsi minerali e prodotti e nuove piante.
— Perché?
— Per tenere in piedi la società.
— Perché?
— Be'… — Harris gesticolò. — La gente non potrebbe vivere, senza la società.
Westerburg non disse nulla. Harris lo osservò, ma il giovane non ribatté.
— Non è esatto? — chiese Harris.
— Forse. È una faccenda strana, dottore. Sa, ho lottato anni per superare l'addestramento. Ho dovuto lavorare e pagare di tasca mia. Ho lavato piatti, lavorato nelle cucine. Studiavo di notte, imparavo, mi preparavo agli esami, lavoravo e lavoravo. E sa cosa penso adesso?
— Cosa?
— Vorrei essere diventato una pianta prima.
Il dottor Harris si alzò. — Westerburg, quando rientra può passare nel mio ufficio? Voglio sottoporla a qualche test, se non le spiace.
— La scatola-shock? — Westerburg sorrise. — Sapevo che sarebbe successo. Ma certo, non mi dispiace.
Irritato, Harris lasciò la pietra. Percorse la riva per un certo tratto. — Verso le tre, caporale?
Il caporale annui.
Harris risalì la collina fino al sentiero, e si avviò verso l'ospedale. L'intera situazione cominciava a diventargli più chiara. Un ragazzo che aveva lottato per tutta la vita. Insicurezza economica. L'obiettivo idealizzato di entrare nella Pattuglia. Quando finalmente lo aveva raggiunto, aveva trovato troppo pesante il fardello. E sull'Asteroide Y-3 c'era troppa vegetazione sotto gli occhi, per tutto il giorno. Un'identificazione primitiva e una proiezione sulla flora dell'asteroide. Il concetto di sicurezza implicito nell'immobilità e nella durata. La foresta perenne.
Entrò nell'edificio. Un inserviente robot lo fermò quasi immediatamente. — Signore, il comandante Cox la desidera urgentemente al videofono.
— Grazie. — Harris si affrettò all'ufficio. Premette il codice di Cox, e il viso del comandante si materializzò. — Cox? Sono Harris. Sono stato fuori a parlare col ragazzo. Sto cominciando ad avere il quadro generale. Vedo lo schema di base. Un fardello eccessivo portato per troppo tempo. Alla fine Westerburg ottiene quello che voleva, e la sua idealizzazione si frantuma sotto…
— Harris! — abbaiò Cox. — Chiuda il becco e ascolti. Ho appena ricevuto un rapporto da Y-3. Ci mandano un razzo espresso. È già in viaggio.
— Un razzo espresso?
— Altri cinque casi come quello di Westerburg. Dicono tutti di essere piante! Il capopresidio è preoccupato da morire. Dice che dobbiamo scoprire di cosa si tratta, o il presidio andrà in pezzi da un momento all'altro. Mi sente, Harris? Scopra di cosa si tratta!
— Sissignore — mormorò Harris. — Sissignore.
Entro la fine della settimana c'erano venti casi, e tutti, ovviamente, provenivano dall'Asteroide Y-3.
Il comandante Cox e Harris erano in cima alla collina. Cupi, guardavano il torrente sotto. Sedici uomini e quattro donne sedevano sulla riva, sotto il sole. Nessuno si muoveva, nessuno parlava. Era trascorsa un'ora da quando Cox e Harris erano arrivati lì, e in tutto quel tempo, le venti persone sotto non avevano fatto un solo movimento.
— Non ci arrivo — disse Cox, scrollando la testa. — Proprio non ci arrivo assolutamente. Harris, è l'inizio della fine? Comincerà a crollarci addosso tutto quanto? È una sensazione maledettamente strana guardare quella gente che se ne sta a crogiolarsi al sole. Ferma immobile a crogiolarsi al sole.
— Chi è l'uomo coi capelli rossi?
— Ulrich Deutsch. Era comandante in seconda del presidio. E lo guardi adesso! Se ne sta seduto a pisolare con la bocca aperta e gli occhi chiusi. Una settimana fa, quell'uomo si arrampicava su per la scala gerarchica. Stava per arrivare in cima. Doveva essere lui a prendere il comando, quando il capopresidio fosse andato in pensione. Ancora un anno, al massimo. È una vita che si dà da fare per arrivare a quel posto.
— E adesso se ne sta seduto al sole — concluse Harris.
— Quella donna. La bruna coi capelli corti. Una donna in carriera. Il capo dell'ufficio personale del presidio. E l'uomo al suo fianco. Il custode. E quella bella ragazza, quella col seno prosperoso. Una segretaria, appena diplomata. Ce n'è per tutti i gusti. E stamattina ho ricevuto un messaggio. Oggi, non so di preciso a che ora, ne arriveranno altri tre.
Harris annuì. — La cosa strana è che vogliono davvero stare seduti lì.
Sono perfettamente razionali. Potrebbero fare qualcosa d'altro, ma non ne hanno voglia.
— Allora? — disse Cox. — Cosa facciamo? Ha scoperto qualcosa? Noi contiamo su lei. Sentiamo.
— Non sono riuscito a ottenere nulla direttamente da loro — rispose Harris. — Però ho avuto risultati interessanti dalla scatola-shock. Rientriamo. Le faccio vedere.
— Va bene. — Cox girò sui tacchi e si incamminò verso l'ospedale. — Mi mostri tutto quello che ha. La faccenda è seria. Adesso so come si è sentito Tiberio quando il cristianesimo è spuntato nelle alte sfere.
Harris spense la luce. La stanza piombò nel buio totale. — Le passerò la prima bobina. Il soggetto è uno dei migliori biologi del presidio. Robert Bradshaw. È arrivato ieri. Ho ottenuto buoni risultati con la scatola-shock perché la mente di Bradshaw è altamente differenziata. C'è molto materiale represso di natura irrazionale, più del solito.
Premette un interruttore. Il proiettore si mise a ronzare, e sulla parete opposta apparve un'immagine tridimensionale a colori, così realistica da poter essere scambiata per il vero uomo. Robert Bradshaw era sulla cinquantina, di corporatura robusta, con capelli grigio acciaio e mascella quadrata. Sedeva calmo sulla poltroncina, le braccia appoggiate ai braccioli, indifferente agli elettrodi collegati a collo e polso. — Si comincia — disse Harris. — Guardi.
Apparve la sua immagine filmata, e si avvicinò a Bradshaw. —Allora, signor Bradshaw — disse l'immagine del dottore — lei non sentirà assolutamente niente, e a noi questa procedura sarà molto utile. — L'immagine ruotò i comandi della scatola-shock. Bradshaw si irrigidì, serrò la mascella, ma quello fu tutto. L'immagine di Harris lo scrutò per un po', poi si scostò dai comandi.
— Mi sente, signor Bradshaw? — chiese l'immagine.
— Sì.
— Come si chiama?
— Robert C. Bradshaw.
— Qual è la sua professione?
— Capo biologo della stazione di controllo Y-3.
— Al momento si trova lì?
— No. Sono rientrato su Terra. Sono in un ospedale.
— Perché?
— Perché ho rivelato al capopresidio di essere diventato una pianta.
— È vero? E vero che lei è una pianta?
— Sì. In senso non biologico. Posseggo ancora la fisiologia di un essere umano, è ovvio.
— Allora cosa intende quando dice di essere una pianta?
— Mi riferisco alle risposte comportamentali, alla Weltanschauung.
— Continui.
— A un animale a sangue caldo, un primate superiore, è possibile adottare la psicologia di una pianta, in una certa misura.
— Sì?
— È a questo che mi riferisco.
— E gli altri? Anche loro si riferiscono a questo?
— Sì.
— Come è accaduto che lei abbia adottato questo tipo di comportamento?
L'immagine di Bradshaw esitò, contorse le labbra. — Vede? — disse Harris a Cox. — Un forte conflitto. Non sarebbe andato oltre, se fosse stato pienamente cosciente.
— Mi…
— Sì?
— Mi hanno insegnato a diventare una pianta.
L'immagine di Harris denotò sorpresa e interesse. — Cosa significa che le hanno insegnato a diventare una pianta?
— Hanno capito i miei problemi e mi hanno insegnato a diventare una pianta. Adesso sono libero dai problemi.
— Chi le ha insegnato? Chi?
— I Pifferai.
— Chi? I Pifferai? Chi sono i Pifferai? Non ci fu risposta.
— Signor Bradshaw, chi sono i Pifferai?
Dopo una lunga, straziata pausa, le grandi labbra si aprirono. — Vivono nei boschi — Harris spense il proiettore, e le luci si riaccesero. Lui e Cox strizzarono le palpebre. — È tutto quello che ho potuto scoprire — disse Harris. — Ma è stata già una fortuna. Non avrebbe dovuto parlarne. Mai. È questo che tutti quanti hanno promesso: non rivelare chi ha insegnato loro a diventare piante. I Pifferai che vivono nei boschi dell'Asteroide Y-3.
— Ha sentito la stessa storia da tutti e venti?
— No. — Harris fece una smorfia. — In maggioranza hanno opposto una resistenza troppo forte. Dagli altri non ho ottenuto nemmeno questo.
Cox rifletté. — I Pifferai. Allora? Cosa propone di fare? Aspettare finché non otterrà la storia per intero? È questo il suo piano?
— No — disse Harris. — Niente affatto. Andrò su Y-3 e scoprirò da me chi sono i Pifferai.
La piccola nave della Pattuglia atterrò con cura e precisione. I reattori diedero un ultimo ruggito e tacquero. Il portello si aprì, e il dottor Henry Harris si trovò a fissare un campo, un campo d'atterraggio color marrone, cotto dal sole. In fondo al campo c'era un'alta torre di segnalazione. Attorno al campo, su ogni lato, sorgevano lunghi edifici grigi: la stazione di controllo del presidio. Non molto lontano era fermo un enorme incrociatore venusiano, un grande scafo verde che pareva un gigantesco tiglio. I tecnici della stazione gli sciamavano attorno, controllando ed esaminando ogni millimetro della nave, in cerca di forme di vita letali e di veleni che potevano essersi attaccati allo scafo.
— Può scendere, signore — disse il pilota.
Harris annuì. Raccolse una delle sue due valigie e scese con cautela. Il terreno era caldo sotto i piedi, e la luce del sole abbagliava. In cielo c'era Giove, e il grande pianeta rifletteva sull'asteroide una quantità considerevole di luce solare.
Harris si avviò sul campo, portando la valigia. Un inserviente stava già aprendo la stiva della nave della Pattuglia, per estrarne il baule del dottore. L'inserviente sistemò il baule su un carrello elettrico e si mise a seguire Harris, guidando il piccolo veicolo con annoiata abilità.
Quando Harris raggiunse l'ingresso della torre di segnalazione, un cancello si aprì e si fece avanti un uomo, un tipo anziano, grosso e robusto, coi capelli bianchi e il passo deciso.
— Come sta, dottore? — chiese, tendendo la mano. — Sono Lawrence Watts, il capopresidio.
Si strinsero la mano. Watts sorrise a Harris. Era un omone, ancora regale e diritto nell'uniforme blu scuro, con le spalline dorate che brillavano.
— Ha fatto buon viaggio? — chiese. — Venga dentro. Le faccio preparare qualcosa da bere. Da queste parti fa piuttosto caldo, col Grande Specchio lassù in alto.
— Giove? — Harris seguì l'altro all'interno dell'edificio. La torre era fresca e in penombra; un sollievo prezioso. — Come mai la gravità è così simile a quella terrestre? Mi aspettavo di volare via come un canguro. È artificiale?
— No. L'asteroide possiede un nucleo denso, un qualche tipo di deposito di metalli. È il motivo che ci ha spinti a scegliere proprio questo fra tanti. Ha semplificato di molto i problemi di costruzione, e spiega anche perché l'asteroide possegga un'atmosfera e acqua naturali. Ha visto le colline?
— Le colline?
— Quando saliremo più in alto riusciremo a vedere al di sopra degli edifici. Qui c'è un vero e proprio parco naturale, una piccola foresta con tutto quello che si può desiderare. Venga, Harris. Questo è il mio ufficio. — L'uomo anziano, a passo svelto, girò l'angolo ed entrò in un appartamento spazioso, ben arredato. — Non è simpatico? Voglio che il mio ultimo anno qui sia il più gradevole possibile. — Aggrottò la fronte. — Ovviamente, adesso che non c'è più Deutsch, potrei restare qui per sempre. Oh, be'… — Scrollò le spalle. — Si sieda, Harris.
— Grazie. — Harris si accomodò su una sedia, distese le gambe. Restò a guardare Watts che chiudeva la porta sul corridoio. — Fra parentesi, ci sono stati altri casi?
— Altri due, oggi. — Watts era scuro in viso. — Con questi, in totale arriviamo quasi a trenta. Abbiamo trecento uomini nella stazione. Di questo passo…
— Capo, lei ha parlato di una foresta sull'asteroide. Permette al personale di andare lì a piacere? O limita i movimenti agli edifici e alle zone circostanti?
Watts si carezzò il mento. — È una situazione difficile, Harris. Ogni tanto devo permettere agli uomini di lasciare la nostra area. Vedono la foresta dagli edifici, e se vedi un bel posticino dove puoi stenderti e rilassarti, è fatta. Ogni dieci giorni hanno un periodo di riposo completo. Escono e se ne vanno in giro.
— Ed è allora che succede?
— Sì. Penso di sì. Ma finché vedranno la foresta, avranno voglia di andarci. Non posso farci niente.
— Lo so. Non la sto criticando. E qual è la sua teoria? Cosa succede agli uomini, là fuori? Cosa fanno?
— Cosa succede? Se ne vanno là, se la spassano per un po', e poi non vogliono più tornare a lavorare. È come marinare la scuola. Darsi all'ozio. Non vogliono lavorare, e così escono di testa.
— E la faccenda delle loro illusioni?
Watts rise, divertito. — Senta un po', Harris. Lei sa bene quanto me che è solo un mucchio di idiozie. Quelli non sono piante più di quanto lo siamo lei o io. È soltanto che non vogliono lavorare, tutto qui. Quando ero cadetto io, avevano diversi modi per far lavorare la gente. Mi piacerebbe poter dare qualche bel colpo di frusta, come si faceva ai miei tempi.
— Allora secondo lei è solo una commedia?
— Secondo lei non lo è?
— No — rispose Harris. — Credono davvero di essere piante. Li ho sottoposti al trattamento delle alte frequenze, la scatola-shock. L'intero sistema nervoso viene paralizzato. Tutte le inibizioni sono bloccate. A quel punto, dicono la verità. E hanno detto tutti la stessa cosa… E qualcosa di più.
Watts si mise a passeggiare avanti e indietro, le mani intrecciate dietro la schiena. — Harris, lei è un medico, e quindi suppongo sappia quello che dice. Ma consideri la situazione qui. Abbiamo un presidio, un bel presidio, moderno. Probabilmente siamo la struttura più moderna dell'intero sistema. Abbiamo tutti i ritrovati e i gadget più nuovi che la scienza sia riuscita a produrre. Harris, questo presidio è un'unica, enorme macchina. Gli uomini ne fanno parte, e ognuno di loro ha un proprio compito. La squadra di manutenzione, i biologi, il personale degli uffici, i manager.
"Lo sa cosa succede quando qualcuno smette di fare il suo lavoro? Tutto il resto comincia a scricchiolare. Non possiamo tenere in piedi la manutenzione se nessuno pensa alle macchine. Non possiamo ordinare i pasti per il personale se nessuno compila rapporti, stila gli inventari. Non possiamo dirigere nessun tipo di attività se il comandante in seconda decide di starsene seduto al sole per tutto il giorno.
"Trenta persone. Un decimo del presidio. Ma non possiamo farne a meno. La nostra struttura è questa. Se togli le fondamenta, cade l'intero edificio. Nessuno se ne può andare. Siamo tutti legati a questo posto, e quella gente lo sa. Sa di non avere alcun diritto di scappare via. Nessuno ha più questo diritto. Esiste un'interdipendenza troppo stretta perché qualcuno, di colpo, si metta a fare quello che vuole. Non è giusto nei confronti del resto, della maggioranza."
Harris annuì. — Capo, posso chiederle una cosa?
— Cioè?
— L'asteroide ha abitanti? Indigeni?
— Indigeni? — Watts rifletté. — Sì, là fuori ci sono degli aborigeni. — Fece un cenno vago in direzione della finestra.
— Che aspetto hanno? Lei li ha visti?
— Sì, li ho visti. Per lo meno, li ho visti quando siamo arrivati qui. Sono rimasti nei paraggi per un po', a osservarci, poi sono scomparsi.
— Sono morti? Sono stati infettati da qualche malattia?
— No. Sono semplicemente svaniti. Nella loro foresta. Sono ancora lì, da qualche parte.
— Chi sono? Come sono fatti?
— Be', corre voce che siano originari di Marte. Però non somigliano troppo ai Marziani. Sono scuri. Hanno il colore del rame, più o meno. Snelli. Molto agili, a modo loro. Cacciano e pescano. Nessuna lingua scritta. Non gli facciamo molta attenzione.
— Vedo. — Harris fece una pausa. — Capo, ha mai sentito parlare dei… dei Pifferai?
— I Pifferai? — Watts aggrottò la fronte. — No. Perché?
— I pazienti hanno parlato di creature chiamate Pifferai. Stando a Bradshaw, sono stati i Pifferai a insegnargli a diventare una pianta. Ha imparato da loro. Come se fosse andato a scuola, all'incirca.
— I Pifferai. Cosa sono?
— Non lo so — ammise Harris. — Pensavo che potesse saperlo lei. La mia prima ipotesi, ovviamente, è stata che si tratti degli indigeni. Però adesso, dopo avere sentito la sua descrizione, non ne sono più così certo.
— Gli indigeni sono selvaggi primitivi. Non hanno niente da insegnare a nessuno, specialmente a un biologo altamente specializzato.
Harris esitò. — Capo, vorrei andare nei boschi a dare un'occhiata. È possibile?
— Naturalmente. Posso organizzare tutto io. Le presterò uno degli uomini per farle da guida.
— Preferirei andare solo. È pericoloso?
— No, che io sappia. A parte…
— A parte i Pifferai — concluse Harris. — Lo so. Be', c'è un solo modo per scoprirli, ed è questo. Dovrò correre i miei rischi.
— Se procede in linea retta — disse Watts — sarà di ritorno al presidio più o meno in sei ore. L'asteroide è piccolo. Ci sono un paio di torrenti e laghi. Attento a non caderci dentro.
— Serpenti? Insetti velenosi?
— Non è mai stato segnalato niente del genere. All'inizio, abbiamo abbattuto parecchia vegetazione, però adesso è ricresciuta. E tutto come era prima. Non abbiamo mai incontrato qualcosa di pericoloso.
— Grazie, capo — disse Harris. Si strinsero la mano. — La rivedrò prima di sera.
— Buona fortuna. — Il capopresidio e i due uomini della scorta armata risalirono la collina, poi scesero sul fianco opposto, verso il presidio. Harris restò a guardarli finché non scomparvero all'interno dell'edificio. A quel punto, girò sui tacchi e si incamminò nel groviglio di alberi.
La foresta era muta attorno a lui. Gli alberi torreggiavano da ogni lato, enormi alberi verde scuro simili a eucalipti. Il terreno sotto i piedi era soffice; innumerevoli foglie erano cadute e marcite nel terriccio. Dopo un po', si lasciò alle spalle gli alberi e spuntò in un'arida radura, con erbe e cespugli arsi dal sole. Gli insetti ronzavano, alzandosi in volo dalle erbacce marroni. Qualcosa corse davanti a lui, tra i cespugli. Intravvide una palla grigia con molte zampe che scappava frenetica, agitando le antenne.
La radura si interruppe ai piedi di una collina. Harris prese a salire, sempre più su. Davanti a lui si stendeva una sterminata macchia di verde: acri e acri di vegetazione selvatica. Alla fine, arrivò in cima, ansante, sbuffando. Si fermò a riprendere fiato.
Proseguì. Adesso scendeva di nuovo, si tuffava in una profonda gola. Lì crescevano alte felci, grandi come alberi. Stava entrando in una foresta del giurassico riportata in vita, tra felci che si stendevano all'infinito davanti a lui. Continuò a scendere, attento a dove metteva i piedi. L'aria si fece più fresca. Il fondo della gola era umido e muto; il terreno, quasi bagnato.
Riemerse su un altopiano. Era scuro, e le felci crescevano su ogni lato: densi ammassi di felci scure, immobili. Trovò un sentiero naturale, l'antico letto di un torrente, aspro e roccioso, ma facile da seguire. L'atmosfera era spessa, opprimente. Dietro le felci intravvedeva il fianco della collina successiva, un campo verde in salita.
Più avanti c'era qualcosa di grigio. Sassi, rocce, massi disposti l'uno sull'altro, sparpagliati in giro. Il letto del torrente portava direttamente lì. In passato, quello doveva essere stato un laghetto, con un corso d'acqua che ne usciva. Si arrampicò goffamente su per il primo masso, cercando appigli con le mani. Giunto in cima, si fermò, si riposò un'altra volta.
Per il momento, non aveva avuto fortuna. Non aveva ancora incontrato un solo indigeno. Solo tramite loro sarebbe riuscito a trovare i misteriosi Pifferai che rubavano uomini al presidio, se davvero esistevano. Se fosse riuscito a rintracciare gli indigeni, a parlare con loro, forse avrebbe scoperto qualcosa. Ma la fortuna non lo aveva assistito. Si guardò attorno. I boschi erano assolutamente silenziosi. Una leggera brezza correva tra le felci, le faceva frusciare, ma non c'erano altri suoni. Dove erano gli indigeni? Probabilmente avevano un loro insediamento, capanne, uno spiazzo centrale. L'asteroide era piccolo. Non doveva essere difficile trovarli prima del tramonto.
Si avviò giù per la roccia. Altri massi gli si pararono di fronte, e lui li superò. All'improvviso si fermò e si mise in ascolto. Lontano, udiva un rumore, il suono dell'acqua. Ripartì, cercando di localizzare la fonte del suono. Discese e scalò rocce, e tutt'attorno a lui c'era silenzio, fatta eccezione per il lontano sciabordio dell'acqua. Forse una cascata. Acqua in movimento. Un torrente. Se lo avesse trovato, forse avrebbe trovato anche gli indigeni.
I massi terminarono e riapparve il letto del torrente, però adesso il fondo era umido, fangoso, e coperto di muschio. Era sulla pista giusta: il torrente era stato in vita non molto tempo prima, probabilmente durante la stagione delle piogge. Prosegui su una riva, aprendosi la strada tra felci e rampicanti. Una serpe color oro strisciò via con destrezza. Qualcosa scintillava più avanti, qualcosa che luccicava tra le felci. Acqua. Un laghetto. Harris affrettò il passo, avanzò tra i rampicanti, se li lasciò alle spalle.
Adesso si trovava in riva a un laghetto, un lago piccolo e profondo affondato in una conca di rocce grige, circondato da felci e rampicanti. L'acqua era pulita, chiara, e in movimento: a! lato opposto sfociava in una cascata. II lago era bellissimo, e lui rimase a guardarlo, colmo di stupore per il grande senso di pace. Un luogo mai toccato da mani umane, identico a come era sempre stato, probabilmente. Da quando esisteva l'asteroide. Era lui il primo a vederlo? Forse. Il lago era nascosto, occultato dalle felci. Harris provò una strana sensazione, quasi un senso di proprietà. Scese di qualche passo verso l'acqua.
E fu allora che la vide.
La ragazza sedeva sul lato opposto del lago, lo sguardo puntato sull'acqua, la testa appoggiata sul ginocchio alzato. Aveva fatto il bagno; Harris lo capì immediatamente. Il suo corpo color rame era ancora lucido e gocciolante; brillava al sole. Lei non lo aveva visto. Harris si fermò a scrutarla, trattenendo il fiato.
Era deliziosa, davvero deliziosa, con lunghi capelli scuri che le scendevano sulle spalle e sulle braccia. Il corpo era magro, molto snello, dotato di una grazia armoniosa che lasciò Harris a bocca aperta, abituato com'era a un'ampia varietà di tipi anatomici. Com'era silenziosa la ragazza! Muta e immobile, fissava l'acqua. Il tempo passò, un tempo strano, immutabile, mentre lui guardava la ragazza. Il tempo avrebbe anche potuto cessare di esistere, con la ragazza seduta su una roccia che scrutava l'acqua, e le file di grandi felci alle sue spalle, rigide come se fossero state dipinte.
All'improvviso, la ragazza alzò la testa. Harris si mosse, finalmente consapevole di essere un intruso. Indietreggiò. — Chiedo scusa — mormorò. — Sono del presidio. Non volevo curiosare.
Lei annuì senza parlare.
— Non le spiace? — chiese Harris.
— No.
Allora parlava il terrestre! Harris le si avvicinò un poco, cominciando a fare il giro del lago. — Spero non le dia fastidio la mia intrusione. Non resterò a lungo sull'asteroide. È il primo giorno che trascorro qui. Sono appena arrivato da Terra.
La ragazza ebbe un sorriso vago.
— Sono un medico. Henry Harris. — Guardò la ragazza, lo snello corpo color rame che brillava al sole, con un leggero velo di umidità sulle braccia e sulle cosce. — Forse le interesserà sapere perché sono qui. — Una pausa. — Magari potrebbe persino aiutarmi.
Lei alzò leggermente la testa. — Sì?
— Le piacerebbe aiutarmi?
La ragazza sorrise. — Sì. Certo.
— Ottimo. Le spiace se mi siedo? — Harris si guardò attorno e trovò un sasso piatto. Sedette lentamente, il viso girato verso la ragazza. — Sigaretta?
— No.
— Be', io ne fumo una. — Harris accese, aspirò una lunga boccata. — Vede, al presidio abbiamo un problema. È successo qualcosa ad alcuni degli uomini, e sembra che il fenomeno si stia diffondendo. Dobbiamo scoprire cosa lo provoca, o non riusciremo più a tenere in piedi il presidio.
Aspettò un attimo. Lei annuì leggermente. Com'era silenziosa! Silenziosa e immobile. Come le felci.
— Ora, sono riuscito a scoprire alcune cose da questi uomini, e c'è un fatto molto interessante che si impone all'attenzione. Continuano a ripetere che qualcosa… qualcosa che chiamano i Pifferai è responsabile del loro stato. Dicono che i Pifferai hanno insegnato loro a… — Harris si interruppe. Sul viso scuro e minuto della ragazza era apparsa per un istante un'espressione strana. — Sa dei Pifferai?
Lei annuì.
Harris fu invaso da un acuto senso di soddisfazione. — Davvero? Ero certo che gli indigeni fossero informati. — Si alzò. — Ero certo che fossero informati, se i Pifferai esistono realmente. Allora esistono, vero?
— Esistono.
Harris aggrottò la fronte. — E sono qui, nei boschi?
— Sì.
— Vedo. — Lui schiacciò la sigaretta sotto la scarpa, impaziente. — Per caso crede di potermi condurre da loro?
— Condurla da loro?
— Sì. Ho questo problema e devo risolverlo. Vede, il comandante della base, su Terra, ha affidato questa faccenda a me, questa storia dei Pifferai. Deve essere risolta. E del lavoro sono stato incaricato io. Quindi per me è importante trovarli. Capisce? È chiaro?
Lei annuì.
— Allora, vuole portarmi da loro?
La ragazza restò muta. Rimase a lungo a fissare l'acqua, con la testa appoggiata al ginocchio. Harris cominciava a spazientirsi. Oscillò avanti e indietro su se stesso, appoggiando il corpo prima su una gamba e poi sull'altra.
— Allora, vuole portarmi da loro? — ripetè. — È importante per l'intero presidio. Cosa mi dice? — Si frugò nelle tasche. — Forse potrei darle qualcosa. Cosa ho… — Tirò fuori l'accendino. — Potrei darle il mio accendino.
La ragazza si alzò, lentamente, con grazia, senza sforzo, senza sussulti. Harris restò a bocca aperta. Che agilità! Alzarsi in un unico movimento! Strizzò le palpebre. La ragazza si era alzata senza il minimo sforzo, senza che apparentemente si verificasse alcun cambiamento. Di colpo, era in pie-dì anziché seduta, e se ne stava immobile a fissarlo calma, col viso privo d'espressione.
— Mi accompagnerà? — disse lui.
— Sì. Venga con me. — La ragazza si avviò, dirigendosi verso le felci. Harris la seguì immediatamente, inciampando sui massi. — Splendido — disse. — Grazie di cuore. Mi interessa molto incontrare questi Pifferai. Dove mi porta? Al suo villaggio? Quanto tempo ci resta prima di sera?
La ragazza non rispose. Era già entrata nelle felci, e Harris accelerò il passo per non perderla. Come sapeva muoversi in silenzio!
— Aspetti — gridò. — Mi aspetti.
La ragazza si fermò ad aspettarlo, snella e silenziosa, guardando muta nella sua direzione. Harris si addentrò nelle felci, di corsa.
— Mi venisse un colpo! — disse il comandante Cox. — Certo che ha fatto in fretta. — Si mise a scendere gli scalini a due a due. — Le do una mano. Harris sorrise. Si stava trascinando dietro le pesanti valigie. Le appoggiò a terra ed esalò un sospiro di sollievo. — Non ne vale la pena — disse. — La smetterò di portarmi dietro tanta roba.
— Venga dentro. Soldato, dagli una mano. — Un uomo della Pattuglia arrivò di corsa e prese una delle valigie. I tre entrarono e percorsero il corridoio, fino agli alloggi di Harris. Harris aprì la porta e il soldato depositò all'interno la valigia.
— Grazie — disse Harris, appoggiando l'altra valigia a fianco della prima. — È bello tornare, anche se per poco tempo.
— Per poco tempo?
— Sono rientrato solo per sistemare i miei affari. Devo tornare a Y-3 domattina.
— Allora non ha risolto il problema?
— L'ho risolto, però non lo ho curato. Tornerò là e mi metterò subito al lavoro. C'è moltissimo da fare.
— Ma ha scoperto di cosa si tratta?
— Sì. È esattamente come dicono gli uomini. I Pifferai.
— I Pifferai esistono?
— Sì. — Harris annuì. — Esistono. — Si tolse la giacca e la sistemò sullo schienale della sedia. Poi andò alla finestra e alzò il telaio. L'aria tiepida della primavera entrò nella stanza. Harris sedette sul letto, protese il corpo all'indietro.
— I Pifferai esistono, certo… Nella mente del personale del presidio! Per gli uomini, i Pifferai sono reali. Li hanno creati loro. È un'ipnosi di massa, una proiezione di gruppo, e tutti gli uomini del satellite la condividono, a gradi diversi.
— Com'è iniziata?
— Quegli uomini sono stati mandati su Y-3 perché erano individui estremamente dotati, perfettamente addestrati, capaci di prestazioni eccezionali. Per tutta la loro vita sono stati educati dalla complessa società moderna: ritmi veloci e alta integrazione interpersonale. Pressioni costanti in direzione di un obiettivo da raggiungere, di un lavoro da fare.
"All'improvviso, questi uomini vengono depositati su un asteroide dove esistono indigeni che conducono la più primitiva delle esistenze, a un livello assolutamente vegetale. Nessun concetto di uno scopo, nessun concetto di un obiettivo, e quindi nessuna capacità di pianificare. Gli indigeni vivono come vivono gli animali, di giorno in giorno. Dormono, raccolgono il cibo dagli alberi. Una sorta di esistenza da Giardino dell'Eden, senza competitività o conflitti."
— E con ciò? Non…
— Ogni membro del personale del presidio vede gli indigeni e a livello inconscio si mette a pensare al proprio passato, a quando era bambino, a quando non aveva preoccupazioni o responsabilità, prima di entrare nella società moderna. A quando era un bambino che se ne sta sdraiato al sole.
"Ma non può ammetterlo con se stesso! Non può ammettere che forse gli piacerebbe vivere come gli indigeni, starsene sdraiato e dormire tutto il giorno. Così inventa i Pifferai, l'idea di un misterioso gruppo che vive nei boschi e lo mette in trappola, lo conduce in un altro tipo di vita. A questo punto, gli uomini possono dare la colpa a loro, non a se stessi. Loro insegnano a entrare a fare parte dei boschi."
— Cosa intende fare? Farà bruciare i boschi?
— No. — Harris scosse la testa. — La risposta non è questa. I boschi sono innocui. La risposta è la psicoterapia per gli uomini. Ecco perché devo tornare subito. Voglio mettermi al lavoro. Devo portarli a vedere che i Pifferai esistono dentro loro, che sono le voci del loro inconscio che li sollecitano a rinunciare alle responsabilità. Devono rendersi conto che non esistono Pifferai, per lo meno non al di fuori di loro stessi. I boschi sono innocui e gli indigeni non hanno niente da insegnare a nessuno. Sono selvaggi primitivi. Non posseggono nemmeno una lingua scritta. Siamo di fronte alla proiezione psicologica di un intero presidio di uomini che vogliono lasciare il lavoro e spassarsela per un po'.
Nella stanza calò il silenzio.
— Vedo — disse Cox. — Be', è un'ipotesi sensata. — Si alzò. — Spero che riuscirà a combinare qualcosa con gli uomini, tornando là.
— Lo spero anch'io — convenne Harris. — E credo di potercela fare. Dopo tutto, si tratta solo di alzare il livello della loro autocoscienza. A quel punto, i Pifferai svaniranno.
Cox annuì. — D'accordo. Continui pure a disfare i bagagli, doc. Ci vediamo a cena. E magari anche domani, prima che lei parta.
— Perfetto.
Harris aprì la porta, e il comandante uscì in corridoio. Harris chiuse la porta e riattraversò la stanza. Guardò fuori dalla finestra per un attimo, con le mani in tasca.
Stava scendendo la sera. L'aria si faceva fresca. Il sole tramontava sotto i suoi occhi, svanendo dietro gli edifici della città che circondava l'ospedale. Harris lo guardò scendere in cielo.
Poi tornò alle due valigie. Era stanco, stanchissimo per il viaggio. Un'enorme stanchezza cominciava a calargli addosso. C'erano tante cose da fare, così mostruosamente tante. Come sperava di poterle fare tutte? Sarebbe tornato all'asteroide. E poi?
Sbadigliò. Gli si chiusero gli occhi. Che sonno! Guardò il letto. Poi si mise a sedere sull'orlo e si tolse le scarpe. Tante cose da fare, il giorno dopo.
Sistemò le scarpe in un angolo della stanza. Poi si chinò, afferrò una delle valigie. La aprì. Tirò fuori un sacco di tela di juta, gonfio. Sparse meticolosamente il contenuto del sacco sul pavimento. Terriccio. Terriccio ricco, morbido. Terriccio che aveva raccolto nelle ultime ore trascorse là; terriccio che aveva prelevato con cura.
Dopo averlo sparso sul pavimento, vi sedette sopra. Si sdraiò, appoggiando la testa all'indietro. Quando si sentì del tutto a suo agio, intrecciò le braccia sul petto e chiuse gli occhi. Tanto lavoro da fare… Ma c'era tempo, ovviamente. Il giorno dopo. Come era caldo il terriccio…
Un attimo dopo, dormiva profondamente.