colonia (italian)
Il maggiore Lawrence Hall si chinò sul microscopio binoculare e lo regolò con cura.
— Interessante — mormorò.
— Non è vero? Siamo da tre settimane su questo pianeta e dobbiamo ancora trovare una forma di vita pericolosa. — Il tenente Friendly sedette sull'orlo del tavolo, stando ben attento a non urtare le bacinelle di coltura.
— Che razza di posto è questo? Niente germi di malattie, niente pidocchi, niente mosche, niente ratti, niente…
— Niente whisky, né zone radioattive. — Hall si raddrizzò. — Proprio un bel posto. Ero sicuro che questa coltura avrebbe rivelato qualcosa di simile all'erbethella typhy terrestre, o al parassita delle sabbie di Marte.
— Tutto il pianeta è inoffensivo. Sai, mi sto chiedendo se questo è il Giardino dell'Eden dal quale partirono i nostri antenati.
— Dal quale furono scacciati.
Hall si diresse verso la finestra del laboratorio e osservò il panorama al di fuori. Doveva ammettere che era una visione affascinante. Foreste e colline, verdi pendii pieni di fiori e di viti a perdita d'occhio, cascate e muschio rampicante, alberi da frutta, laghi, ettari di giardini. Era stato fatto ogni sforzo per conservare intatta la superficie del Pianeta Azzurro… Così era stato chiamato, sei mesi prima, dalla prima squadra dì esplorazione.
Hall sospirò. — Un posto incredibile. Non mi dispiacerebbe proprio ritornarci di tanto in tanto.
— Terra, al confronto, sembra squallida brulla. — Friendly tirò fuori le sigarette, poi le rimise in tasca. — Sai, questo posto ha uno strano effetto su di me. Non fumo più. Forse è per il suo aspetto, così… così dannatamente pulito. Immacolato. Non si può fumare, o gettare cartacce per terra. Non riesco a sentirmi come un campeggiatore che sporca tutto.
— I campeggiatori non tarderanno ad arrivare — disse Hall, poi tornò al microscopio.—Voglio provare qualche altra coltura. Forse riuscirò a trovare un germe nocivo.
— Continua a provare. — Il tenente Friendly saltò giù dal tavolo. — Ripasserò più tardi a vedere se hai avuto fortuna. Nella Sala Uno si sta svolgendo una riunione importante. Stanno per dare il placet all'U.E. per l'invio del primo contingente di coloni.
— Campeggiatori!
— Temo di sì — replicò Friendly, con una smorfia.
La porta si richiuse dietro di lui, e lungo il corridoio echeggiò il rumore dei suoi passi. Hall era rimasto solo.
Immerso nei suoi pensieri, sedette un poco. Poi si alzò e tolse la lastrina dalla base del microscopio, ne scelse un'altra e la sollevò contro la luce per leggerne l'etichetta. Il laboratorio era caldo e tranquillo; il sole penetrava dalla finestra, andando a illuminare il pavimento. Fuori, gli alberi stormivano, accarezzati da un vento leggero. Hall cominciò a sentirsi un po' assonnato.
— Già, i campeggiatori — borbottò. Poi sistemò la nuova lastrina. — Tutti pronti a piombare quaggiù, a tagliare alberi, a strappare i fiori, a insudiciare i laghi, a far seccare l'erba. E non c'è nemmeno il volgarissimo germe del raffreddore che…
La voce gli si strozzò in gola. Hall si irrigidì.
I due oculari del microscopio si erano improvvisamente stretti intorno alla sua trachea e stavano tentando di strangolarlo. Hall cercò di fermarli, ma quelli continuarono a premergli spietatamente contro la gola una trappola d'acciaio che era scattata improvvisa e inaspettata.
Hall si drizzò di scatto, gettando al suolo il microscopio, ma questo gli si lanciò di nuovo addosso, uncinandogli la gamba. Il maggiore se ne liberò con l'altro piede, ed estrasse la pistola.
Il microscopio guizzò via, rotolando sui regolatori ottici. Hall fece fuoco, e lo strumento si disintegrò in una nube di particelle metalliche.
— Buon Dio! — Hall si accasciò su una sedia, asciugandosi il volto: — Che diavolo… — Si massaggiò la gola. — Cristo!
La sala del consiglio era affollatissima. Erano presenti tutti gli ufficiali di stanza sul Pianeta Azzurro. Il comandante Stella Morrison indicò un punto sulla grossa mappa di controllo, servendosi di una affilata bacchetta di plastica.
— Questa lunga zona pianeggiante è ideale per costruirvi la città. È vicina all'acqua, e le condizioni atmosferiche sono sufficientemente variate da consentire ai coloni di avere qualcosa di cui parlare. Ci sono vasti depositi di minerali diversi. I coloni potranno costruirsi da soli le fabbriche. Non dovranno importare nulla. Da questa parte c'è la più grossa foresta del pianeta. Se avranno buon senso, la lasceranno stare, ma se invece vogliono ricavarne carta per fare giornali, non è cosa che ci riguarda.
La donna guardò l'uditorio silenzioso.
— Cerchiamo di essere realistici. Alcuni di voi sono dell'opinione che non dovremmo concedere il benestare all'Ufficio Emigrazione, ma tenerci il pianeta tutto per noi, cioè tornarci noi stessi. Piacerebbe molto anche a me, ma ci cacceremmo soltanto in un mucchio di pasticci. Questo pianeta non ci appartiene. Noi siamo qui per svolgere un certo lavoro, e quando abbiamo finito ci spostiamo. Questo lavoro è quasi finito, dunque dimentichiamocene. L'unica cosa che resta da fare è inviare il segnale di O.K. e poi cominciare a preparare le valigie.
— E arrivato il rapporto del laboratorio sui batteri? — domandò il vicecomandante Wood.
— Stiamo facendo ricerche accuratissime, naturalmente. Ma, da quanto mi risulta finora, non è stato trovato nulla. Penso che possiamo metterci in contatto con l'U.E. Dica loro di spedire una nave a raccoglierci e di sbarcare il primo contingente di coloni. Non c'è alcun motivo per… — Si interruppe.
La sala fu percorsa da un mormorio, e tutte le teste si voltarono in direzione della porta.
Il comandante Morrison aggrottò la fronte. — Maggiore Hall, posso ricordarle che quando il consìglio è in riunione non è consentito a nessuno di interrompere?
Hall barcollava, e dovette sorreggersi alla maniglia della porta. Fissò con aria vacua i presenti, finché non scorse il tenente Friendly, che era seduto circa a metà della sala.
— Vieni qui — gli disse con voce roca.
— Io? — Friendly si abbassò ulteriormente sulla sedia.
— Maggiore, che cosa significa tutto questo? — domandò in tono irato il vicecomandante Wood. — E ubriaco o… — Poi vide il disintegratore in mano a Hall. — C'è qualcosa che non va, maggiore?
Allarmato, il tenente Friendly si alzò e si diresse verso Hall, afferrandolo per la spalla. — Che c'è? Cos'è successo?
— Vieni al laboratorio.
— Hai scoperto qualcosa? — Il tenente studiò il volto teso del suo amico. — Che cosa?
— Vieni. — Hall si avviò lungo il corridoio, seguito da Friendly, poi spinse la porta del laboratorio e varcò cautamente la soglia.
— Che c'è? — ripetè Friendly.
— Il mio microscopio.
— Il tuo microscopio? Cosa gli è successo? — Friendly gli passò accanto ed entrò anche lui. — Non lo vedo.
— Non c'è più.
— Non c'è più? E dove è andato a finire?
— Gli ho sparato.
— Gli hai sparato? — Friendly sollevò gli occhi sul maggiore. — Non capisco. Perché?
Hall aprì e richiuse la bocca, senza riuscire a emettere alcun suono.
— Ti senti bene? — gli domandò preoccupato Friendly. Poi si chinò e raccolse una scatola di plastica nera da un ripiano sotto il tavolo. — Di', mi stai prendendo in giro?
Estrasse dalla scatola il microscopio di Hall. — Gli hai sparato? Cosa intendi dire? Eccolo qui al suo posto. E ora dimmi, cosa succede? Hai visto qualcosa su una lastrina? Qualche tipo di batteri? Nocivi? Tossici?
Hall si avvicinò con circospezione al microscopio. Era proprio il suo. C'era la tacchetta sotto i regolatori ottici. E uno dei morsetti della base era leggermente piegato. Lo toccò con un dito.
Cinque minuti prima quello stesso microscopio aveva tentato di ucciderlo. E lui sapeva di averlo disintegrato con la pistola.
— Sei sicuro di non avere bisogno di uno psicotest? — gli domandò ansiosamente Friendly. — Mi sembri fuori di te, se non peggio.
— Forse hai ragione — mormorò Hall.
Lo psicorobot ronzò, mentre elaborava i dati a disposizione; infine il suo codice luminoso cambiò dal rosso al verde.
— Allora? — chiese Hall.
— Gravi disturbi. Livello di instabilità superiore a dieci.
— È oltre il limite di pericolo?
— Sì. Il limite è otto. Dieci è insolito, soprattutto per un individuo come lei, che mediamente ha un livello di quattro.
Hall annuì stancamente. — Lo so.
— Se potesse fornirmi ulteriori dati…
Hall serrò la mascella. — Non posso dire di più.
— E illegale occultare informazioni durante uno psicotest — disse irritata la macchina. — Se lo fa, deforma volutamente i miei risultati.
Hall si alzò in piedi. — Non posso dirti di più. Ma tu registri in me un elevato grado di squilibrio?
— C'è un alto grado di disorganizzazione psichica. Che cosa significhi, o perché esista, non posso dirlo.
— Grazie. — Hall spense la macchina, e tornò al suo reparto con la testa che gli turbinava. Era impazzito? Eppure aveva sparato su qualcosa. In seguito, aveva esaminato l'atmosfera del laboratorio, e aveva trovato delle particelle metalliche in sospensione, specialmente in prossimità del luogo in cui aveva fatto fuoco sul microscopio.
Come poteva essere? Un microscopio che prende vita, e che tenta di strangolarti!
Però Friendly lo aveva tirato fuori intatto dalla sua scatola. Come aveva fatto a tornarci?
Si tolse la divisa ed entrò sotto la doccia. Mentre l'acqua calda gli scorreva sul corpo, rifletté. Lo psicorobot aveva rivelato che la sua mente era gravemente disturbata, ma poteva trattarsi della conseguenza, e non della causa, di quell'esperienza. Aveva cominciato a parlarne a Friendly, poi aveva lasciato perdere. Come poteva aspettarsi che qualcuno credesse a una storia del genere?
Chiuse la doccia e allungò una mano per prendere un asciugamano.
L'asciugamano si avvinghiò al suo polso, tirandolo verso la parete. La stoffa ruvida gli premette sul naso e sulla bocca. Hall lottò disperatamente, tirando a sua volta, e l'asciugamano cedette all'improvviso. Hall scivolò a terra, battendo la testa contro la parete. Dapprima vide le stelle, poi provò un dolore violento.
Seduto in una pozza di acqua calda, Hall sollevò lo sguardo verso il portasciugamani. Adesso l'asciugamano era immobile come tutti gli altri. Ce n'erano tre, uno accanto all'altro, tutti uguali, tutti immobili. Se l'era sognato?
Si rimise faticosamente in piedi, strofinandosi la testa. Evitando con cura dì avvicinarsi al portasciugamani, uscì dalla doccia nella sua stanza, e andò a prendere un altro asciugamano dall'armadio, maneggiandolo in modo estremamente guardingo. Sembrava normale. Si asciugò e cominciò a rivestirsi.
La sua cintura gli si strinse intorno alla vita, tentando di schiacciarlo. Era forte… aveva rinforzi di metallo per sostenere i gambali e la pistola. Hall rotolò silenziosamente al suolo, lottando con la cintura, che simile a un furioso serpente di metallo, guizzava da tutte le parti e gli sferzava il corpo. Alla fine lui riuscì a mettere mano alla pistola.
La cintura cedette di colpo. Hall la disintegrò, poi si lasciò cadere sopra una poltrona, ansimando per riprendere il respiro.
I braccioli della poltrona gli cinsero il corpo, ma stavolta l'arma era pronta all'uso. Dovette sparare sei volte prima che la poltrona mollasse la presa, consentendogli di rialzarsi.
Mezzo vestito, rimase in piedi al centro della stanza, respirando affannosamente.
— Non è possibile — bisbigliò. — Devo essere impazzito. Finalmente riuscì a infilarsi i gambali e gli stivali, uscì nel corridoio vuoto. Prese l'ascensore e salì all'ultimo piano.
Il comandante Morrison sollevò gli occhi dalla scrivania mentre Hall passava al controllo del roboanalizzatore. Quest'ultimo ronzò.
— Lei è armato — disse il comandante, in tono accusatore.
Hall abbassò gli occhi sulla pistola che stringeva ancora in mano, e la posò sulla scrivania, — Mi scusi.
— Cosa vuole? Cosa le succede? Ho il rapporto dello psicorobot. Dice che nelle ultime ventiquattro ore lei ha raggiunto il livello di oltre dieci. — Lo studiò attentamente. — Ci conosciamo da molto tempo, Lawrence. Che cosa le sta succedendo?
Hall respirò a fondo. — Stella, proprio stamattina, il mio microscopio ha cercato di strangolarmi.
Gli occhi azzurri della donna si allargarono. — Cosa?
— Infine, mentre stavo uscendo dalla doccia, un asciugamano da bagno ha tentato di soffocarmi. Non ce l'ha fatta, e mentre mi stavo vestendo, la mia cintura… — Si interruppe, dal momento che il comandante si era alzato in piedi.
— Guardie! — gridò.
— Un attimo, Stella —disse Hall, muovendo qualche passo verso di lei. —Mi ascolti. È una cosa importante e non c'è niente che non va, in me. Per quattro volte le cose hanno cercato di uccidermi. Oggetti normalissimi, che all'improvviso si sono trasformati in oggetti mortali. Forse è proprio quello che stavamo cercando. Forse è…
— Il suo microscopio ha cercato di ucciderla?
— Ha preso vita, e i due oculari mi hanno stretto la trachea. Vi fu un lungo silenzio. — Qualcuno era presente, oltre a lei?
— No.
— Cosa ha fatto?
— Gli ho sparato col disintegratore.
— Ci sono dei resti?
— No — ammise con riluttanza Hall. — Anzi, per dire la verità, il microscopio sembra di nuovo intatto. Così com'era prima, nella sua scatola.
— Capisco. — Il comandante fece un cenno alle due guardie che erano accorse al suo richiamo. — Conducete il maggiore Hall dal capitano Taylor, e ditegli che lo tenga sotto sorveglianza finché non potrà essere inviato su Terra per essere esaminato.
Osservò tranquillamente le due guardie che imprigionavano il maggiore con le manette magnetiche.
— Mi spiace, maggiore — disse poi. — A meno che non riesca a fornirci qualche prova di quanto afferma, dobbiamo ritenere che si tratti di una sua proiezione psicotica. E non possiamo permetterci di far circolare su questo pianeta uno psicotico. Lei potrebbe combinare un mucchio di guai.
Le guardie lo sospinsero verso la porta, e Hall si lasciò condurre senza opporre resistenza. Si sentiva la testa in subbuglio. Forse Stella aveva ragione, in fondo; forse gli aveva dato di volta il cervello.
Giunti davanti alla porta dell'ufficio del capitano Taylor, una delle guardie suonò il campanello.
— Chi è? — domandò la roboporta con voce stridula.
— Il comandante Morrison ha ordinato che quest'uomo sia posto sotto la sorveglianza del capitano.
Vi fu una breve pausa, poi: — Il capitano è occupato.
— È un caso di emergenza.
I meccanismi della roboporta ticchettarono rumorosamente indicando un intenso lavorio per prendere una decisione. — Vi manda il comandante?
— Sì. Apri.
— Potete entrare — acconsentì infine la porta, aprendo i battenti. La guardia fece un passo avanti, e si immobilizzò.
Il capitano Taylor giaceva a terra, con il volto paonazzo e gli occhi fuori dalle orbite. Di lui si scorgevano soltanto la testa e i piedi; il resto del suo corpo era avvolto in un tappeto rosso e bianco, che stava tentando di soffocarlo.
Hall si gettò al suolo e afferrò il tappeto. — Presto! — gridò. — Prendetelo!
I tre uomini tirarono all'unisono, ma il tappeto non cedette.
— Aiuto — esclamò debolmente Taylor.
— Ce la stiamo mettendo tutta! — Continuarono a tirare con tutta la forza che avevano, finché il tappeto rimase loro in mano; poi, mentre tentava di dirigersi goffamente verso la porta, una delle guardie lo disintegrò con la pistola.
Hall corse verso il videofono e formò concitatamente il numero di emergenza del comandante.
Il volto della donna si formò sullo schermo.
— Guardi! — ansimò Hall.
Stella Morrison guardò Taylor a terra dietro di lui, le due guardie inginocchiate con i disintegratori ancora in pugno.
— Cosa… Cosa è successo?
— È stato aggredito da un tappeto. — Hall sogghignò, ma senza umorismo. — Chi è il pazzo, adesso?
— Manderò giù un plotone di guardie. — Il comandante sbatté gli occhi, incredula. — Immediatamente. Ma come…
— Gli dica di stare pronti con i disintegratori. E forse è meglio dare l'allarme a tutti.
Hall posò sulla scrivania del comandante Morrison quattro oggetti: un microscopio, un asciugamano, una cinghia metallica e un piccolo tappeto bianco e rosso.
La donna si ritrasse nervosamente. — Maggiore, è sicuro…
— È tutto a posto, adesso. È questo l'aspetto più strano. Prenda questo asciugamano. Qualche ora fa ha cercato di uccidermi, e io sono stato costretto a disintegrarlo. Eppure eccolo qui di nuovo, assolutamente inoffensivo, come è sempre stato.
Il capitano Taylor sfiorò cautamente con le dita il tappeto. — E questo è il mio tappeto; l'ho portato da Terra. E un regalo di mia moglie. Io… io non nutrivo il minimo sospetto.
Si scambiarono occhiate perplesse.
— Anche il tappeto è stato disintegrato — fece notare Hall. Vi fu silenzio.
— Allora cos'è che mi ha aggredito? — domandò il capitano Taylor. — Se non questo tappeto?
— Sembrava questo tappeto — disse lentamente Hall. — E ciò che ha aggredito me sembrava questo asciugamano.
Il comandante Morrison sollevò l'asciugamano contro la luce. — È proprio un comunissimo asciugamano! Non può averla aggredita.
— Certo che no — annuì Hall. — Abbiamo sottoposto questi oggetti a tutti gli esami possibili e immaginabili. E sono ciò che sembrano essere; non c'è nulla di cambiato in loro. Sono oggetti inorganici perfettamente stabili. È impossibile che uno qualsiasi di questi abbia potuto prendere vita e aggredirci.
— Ma qualcosa lo ha fatto — obiettò Taylor. — Qualcosa mi ha aggredito. E se non è stato questo tappeto, cosa è stato?
Il tenente Dodds stava frugando nel suo cassetto in cerca dei guanti. Aveva fretta, perché l'intera unità era stata convocata a una riunione di emergenza.
— Dove li ho… — esclamò. — Che diavolo!
Sul letto c'erano due paia di guanti identici, uno accanto all'altro.
Dodds si grattò la testa, accigliandosi. Come poteva essere? Ne possedeva un solo paio. L'altro doveva appartenere a qualcun altro. La sera prima era stato da lui Bob Wesley, per una partita a carte; forse li aveva dimenticati lui.
Il videofono lanciò di nuovo il suo avvertimento. — A tutto il personale, immediatamente a rapporto. A tutto il personale, immediatamente a rapporto. È un caso di emergenza assoluta.
— D'accordo! — esclamò con impazienza Dodds. Afferrò il primo paio di guanti che gli capitò fra le mani e se li infilò.
Appena li ebbe sistemati, i guanti costrinsero le sue mani a scendere verso la vita, a stringere la pistola e a estrarla dalla fondina.
— Che mi prenda un colpo — esclamò Dodds. I guanti puntarono la bocca dell'arma verso il suo petto.
Il dito premette sul grilletto, e ci fu un boato. Metà del petto di Dodds si dissolse, e ciò che rimaneva di lui scivolò lentamente al suolo, con la bocca spalancata per lo stupore.
Il caporale Tenner si mise a correre in direzione dell'edificio principale non appena udì il gemito del segnale di allarme.
Giunto sull'ingresso si fermò per togliere gli stivali con le borchie di metallo, poi aggrottò la fronte. Accanto alla porta c'erano due stuoini di sicurezza al posto di uno.
Be', poco male. L'uno valeva l'altro. Salì sopra uno e attese. Dalla superficie dello stuoino si irradiò per i piedi e le gambe un flusso elettrico ad alta frequenza che uccideva eventuali spore o semi che potessero essersi attaccati alla sua persona mentre era all'esterno.
Poi entrò nell'edificio.
Un attimo dopo giunse trafelato alla porta il tenente Fulton, si sfilò rapidamente gli stivali da marcia e salì sul primo stuoino che vide.
Lo stuoino gli si arrotolò intorno ai piedi.
— Ehi — esclamò Fulton. — Lasciami!
Cercò di liberare i piedi, ma lo stuoino non cedette. Allora Fulton si spaventò. Estrasse la pistola, ma non se la sentì di rischiare i piedi.
— Aiuto! — gridò.
Due soldati giunsero di corsa. — Cosa succede, tenente?
— Toglietemi di dosso quel dannato affare. I soldati cominciarono a ridere.
— C'è poco da ridere — disse Fulton, impallidendo. — Mi sta stritolando i piedi! È…
Si mise a gridare, e i soldati afferrarono freneticamente la stuoia. Fulton cadde a terra, contorcendosi e continuando a gridare. Alla fine i soldati riuscirono a strappare dai suoi piedi un angolo dello stuoino.
I piedi di Fulton non c'erano più. Restavano soltanto delle ossa molli, già mezze dissolte.
— Adesso lo sappiamo — disse lugubremente Hall. — È una forma di vita organica.
Il comandante Morrison si rivolse al caporale Tenner. — Lei ha visto due stuoini, quando è entrato nell'edificio?
— Sì, comandante. Due. Sono salito su… su uno dei due, e poi sono entrato.
— È stato fortunato. È salito su quello giusto.
— Dobbiamo essere prudenti — disse Hall. — Dobbiamo stare attenti ai duplicati. Pare che questa forza, di qualunque cosa si tratti, imiti gli oggetti che trova. Come un camaleonte. Si camuffa.
— Due — mormorò Stella Morrison, guardando i due vasi di fiori, uno a ciascuna estremità della sua scrivania. — Sarà difficile riuscire a distinguere. Due asciugamani, due vasi, due sedie. Possono esserci intere serie di cose che sono genuine. Tutti doppioni normalissimi, tranne uno.
—È questo il problema. Io non ho notato nulla di insolito in laboratorio. Non c'è niente di strano in un altro microscopio. E l'ho preso per il mio.
Il comandante si scostò dai due vasi di fiori identici. — Che ne dite di questi? Forse uno è…
— Un gran numero di oggetti si presenta appaiato. Sono coppie normali. Un paio di stivali, abiti, mobili. Io non avevo fatto caso a quella sedia in più nella mia stanza. Normale attrezzatura. È impossibile accorgersene. E a volte…
Il videofono si accese, e presero forma i lineamenti del vicecomandante Wood. — Stella, un altro incidente.
— Di che si tratta, stavolta?
— Un ufficiale disintegrato. Sono rimasti solo alcuni bottoni e la sua pistola… il tenente Dodds.
— E così sono tre — commentò il comandante Morrison.
— Se si tratta di una forma di vita organica, deve pur esserci un modo per distruggerla—mormorò Hall. — Già ne abbiamo disintegrato qualcuno, in apparenza uccidendolo. Quindi possono essere colpiti! Solo che non sappiamo quanti ce ne siano ancora. Ne abbiamo eliminati cinque o sei. Può darsi che si tratti di una sostanza divisibile all'infinito. Una specie di protoplasma.
— E intanto…?
— Intanto siamo tutti alla sua mercé. Alla loro mercé. È la forma di vita letale che cercavamo, d'accordo. Questo spiega come mai non abbiamo trovato nient'altro di nocivo. Nulla può competere con una forma di vita come questa. Anche noi abbiamo animali mimetici, naturalmente. Insetti, piante, la lumaca serpeggiante di Venere. Ma nessuno di essi giunge a questo punto.
— Però può essere ucciso. L'ha detto lei stesso. Ciò significa che abbiamo qualche possibilità.
— Se riusciamo a scoprirlo. — Hall si guardò intorno. C'erano due mantelli da passeggio, accanto alla porta. Ce n'erano stati due anche un momento prima?
Si stropicciò la fronte con aria stanca. — Dobbiamo cercare di scoprire un veleno, o una sostanza corrosiva, qualcosa che li distrugga completamente. Non possiamo starcene tranquilli ad aspettare che ci attacchino. Abbiamo bisogno di qualcosa da spruzzare in aria. È così che siamo riusciti a eliminare le lumache serpeggianti.
Il comandante fissò qualcosa alle sue spalle, irrigidendosi.
Hall seguì il suo sguardo. — Che c'è?
— Non mi ero mai accorta che ci fossero due borse, in quell'angolo laggiù. Ce n'era una sola… mi pare. — Poi scosse il capo, scoraggiata. — Come facciamo a saperlo? Questa storia mi sta logorando.
— Quello che le serve è un buon bicchiere di liquore. La donna si illuminò. — È una buona idea. Ma…
— Ma cosa?
— Non voglio toccare niente. Non c'è modo per essere sicuri.
Sfiorò il disintegratore appeso alla vita. — Continuo a provare il desiderio irrefrenabile di servirmene, contro ogni cosa.
— Reazione causata dal panico. Ma sta contagiando tutti noi, uno dopo l'altro.
Il capitano Unger ricevette la chiamata di emergenza nella cuffia telefonica. Smise subito di lavorare, prese fra le braccia i campioni che aveva raccolto e si diresse di corsa verso il veicolo.
Era parcheggiato più vicino di quanto non ricordasse. Unger si fermò, perplesso. Eppure era lì, una piccola vettura scintillante a forma di cono, con le ruote piantate nel terreno morbido e la portiera aperta.
Unger corse verso la macchina, stando ben attento a non far cadere i suoi campioni. Aprì lo sportello del serbatoio posto sul retro e vi depositò la sua bracciata di materiali. Quindi girò intorno alla macchina, salì a bordo dalla parte anteriore e si sedette davanti ai comandi.
Girò la chiavetta d'accensione, ma il motore non si avviò. Strano. Mentre stava cercando di spiegarsi la cosa, notò qualcosa che lo fece sussultare.
A un centinaio di metri di distanza, in mezzo agli alberi, c'era un secondo veicolo identico a quello su cui si trovava. Ed era proprio lì che ricordava di averlo parcheggiato. Evidentemente questo non era il suo. Qualcun altro doveva essere venuto in cerca di campioni, e quindi quel veicolo doveva appartenere a lui.
Fece per scendere.
La portiera si richiuse intorno a lui. Il sedile gli si rovesciò sopra la testa. Il cruscotto si trasformò in plastica e quindi prese a liquefarsi. Unger rantolò, sentendosi soffocare. Si dibatté per liberarsi, contorcendosi e annaspando. Poi avvertì intorno a sé una sensazione di umido, una fluida, gorgogliante umidità, calda come carne umana.
— Glub. — La sua testa e il suo corpo erano sommersi. Il veicolo si stava liquefacendo. L'uomo cercò di liberare le mani, ma senza riuscirci.
Fu allora che cominciò il dolore. Si stava dissolvendo. E all'improvviso si rese conto di che cosa fosse quel liquido.
Acido. Acido digestivo. Unger si trovava all'interno di uno stomaco.
— Non guardare — gridò Gail Thomas.
— Perché no? — Il caporale Hendricks nuotò verso di lei, sogghignando.
— Perché non posso guardare?
— Perché sto uscendo.
Il sole scintillava sul laghetto, traendo bagliori dalle onde. Tutt'intorno crescevano enormi alberi ricoperti di muschio, grandi pilastri silenziosi che spuntavano da rampicanti e arbusti fioriti.
Gail raggiunse la riva, grondante d'acqua, si scostò i capelli dagli occhi.
I boschi erano silenziosi; l'unico rumore era lo sciabordare delle onde. I due erano piuttosto lontani dal campo.
— Quand'è che posso guardare? — domandò Hendricks, nuotando in cerchio con gli occhi chiusi.
— Un momento. — Gail si diresse verso gli alberi e giunse nel punto in cui aveva lasciato la divisa. Sentiva il sole caldo sulle spalle e sulle braccia nude. Sedendosi sull'erba, la ragazza raccolse la tunica e i gambali.
Tolse le foglie e i frammenti di corteccia dalla tunica e cominciò a infilarsela sulla testa.
Il caporale Hendricks continuò a nuotare pazientemente in circolo. Trascorse del tempo. Non si udiva alcun rumore, e l'uomo riaprì gli occhi. Gail non si vedeva più.
— Gail? — chiamò. Silenzio.
— Gail! Nessuna risposta.
Il caporale Hendricks nuotò rapidamente verso la riva, uscì dall'acqua, e con un balzo raggiunse la sua divisa, ben ripiegata sul ciglio del lago. Afferrò il disintegratore.
— Gail!
Gli alberi erano silenziosi, e il caporale rimase lì in piedi guardandosi intorno preoccupato. Poi, pian piano, una paura gelida lo invase, a dispetto del sole caldo.
— Gail! GAIL!
Ma gli rispose solo il silenzio.
Il comandante Morrison era fuori di sé per la preoccupazione. — Dobbiamo agire — disse. — Non possiamo più aspettare. Già dieci vite umane perdute in trenta contatti. Una percentuale di uno a tre. Troppo alta.
Hall sollevò gli occhi dal suo lavoro. — Comunque, adesso sappiamo con che cosa abbiamo a che fare. È una forma protoplasmatica dotata di un'infinita versatilità. — Sollevò la bomboletta dello spruzzatore. — Credo che questa ci darà un'idea di quanti ne esistono.
— Cos'è?
— Un composto di arsenico e idrogeno in forma gassosa. Arsina.
— E cosa ha intenzione di farne?
Hall si sistemò l'elmetto. La sua voce giunse al comandante attraverso la cuffia. — Ho intenzione di spargerla per tutto il laboratorio. Credo che qua dentro ce ne siano un bel po', più che in qualsiasi altro posto.
— Perché proprio qui?
— È qui che vennero portati in origine tutti i campioni e gli esemplari, ed è qui che il primo di essi si è manifestato. Io credo che siano arrivati con i campioni, o sotto forma di campioni, e che poi si siano infiltrati in tutto il resto dell'edificio.
Il comandante s'infilò a sua volta l'elmetto, e altrettanto fecero le quattro guardie. — L'arsina è fatale agli esseri umani, non è vero?
Hall annuì. — Dobbiamo essere molto prudenti. Possiamo servircene qui per un esperimento limitato, ma questo è tutto.
Regolò il flusso dell'ossigeno all'interno dell'elmetto.
— Che cosa vuole dimostrare, con questo esperimento? — domandò la donna.
— Ammesso che dimostri qualcosa, ci darà almeno un'idea di quanto si sono infiltrati, Cosi sapremo meglio con chi abbiamo a che fare. Potrebbe rivelarsi una faccenda più seria di quanto immaginiamo.
— Cosa intende dire? — chiese il comandante, regolando il suo flusso di ossigeno.
— In quest'unità del Pianeta Azzurro ci sono un centinaio di uomini. Da come stanno le cose adesso, il peggio che può succedere è che ci eliminino tutti, uno a uno. Ma questo è nulla. Unità formate da centinaia di uomini vanno perdute ogni giorno. È un rischio che chiunque atterri per primo su un pianeta deve correre. In ultima analisi, ha un'importanza relativa.
— A paragone di cosa?
— Se sono in grado di dividersi all'infinito, dovremo pensarci due volte prima di andarcene da qui. E meglio restare e farsi uccidere a uno a uno, piuttosto che correre il rischio di portarne qualcuno con noi nel sistema solare.
Stella lo guardò. — È questo che sta cercando di scoprire… se sono capaci di dividersi indefinitamente?
— Io sto cercando di scoprire chi abbiamo contro. Forse sono solo in pochi. O forse sono dappertutto. — E fece un gesto circolare con la mano. — Forse la metà delle cose di questa stanza non sono ciò che noi pensiamo… È brutto quando ci attaccano, ma se non lo facessero sarebbe anche peggio.
— Peggio? — domandò il comandante, in preda allo sbalordimento.
— La loro capacità mimetica è perfetta. Per quanto riguarda gli oggetti inorganici, almeno. Ho guardato attraverso uno di essi, Stella, quando aveva assunto la forma del mio microscopio. Ingrandiva, metteva a fuoco, rifletteva, come un microscopio vero e proprio. È una forma di mimetismo che oltrepassa ogni nostra immaginazione. Giunge nel profondo, fino agli elementi basilari dell'oggetto imitato.
— Vuole dire che uno di loro potrebbe giungere su Terra insieme a noi? Magari sotto forma di un indumento o di uno strumento da laboratorio? — La donna fu scossa da un brivido.
— Supponiamo che sia una qualche forma di vita protoplasmatica. Una malleabilità del genere suggerisce l'idea di una forma originale molto semplice… il che conduce alla scissione binaria. Se è così, allora può non esserci alcun limite alla loro capacità riproduttiva. La proprietà di dissoluzione mi fa venire in mente il semplice protozoo unicellulare.
— Crede che siano intelligenti?
— Non lo so. Spero di no. — Hall sollevò lo spruzzatore. — In ogni caso, questo dovrebbe rivelarci la loro diffusione. E avvalorare la mia ipotesi che si tratti di organismi tanto primitivi da riprodursi per semplice divisione… che poi, dal nostro punto di vista, sarebbe proprio l'ipotesi peggiore.
— Vediamo — disse infine Hall.
Sollevò la bomboletta all'altezza del petto, spinse il pulsante e diresse lentamente il beccuccio in ogni angolo del laboratorio. Il comandante e le quattro guardie lo osservarono in silenzio, immobili alle sue spalle. Nulla si mosse. Il sole penetrava dalle finestre, traendo riflessi dorati dalle vaschette di coltura e dalla strumentazione.
Dopo un po' Hall tolse il dito dal pulsante.
— Io non vedo niente — disse il comandante Morrison. — È sicuro che abbia qualche effetto?
— L'arsina è incolore. Ma non si sviti il casco. È velenosa. E non si muova.
Rimasero in attesa.
Per qualche minuto non successe nulla. Poi…
— Buon Dio! — esclamò il comandante.
All'altra estremità del laboratorio, un contenitore per lastrine si mise improvvisamente a tremare; poi perse lentamente la sua forma, piegandosi e trasformandosi in una massa gelatinosa omogenea appollaiata sopra il tavolo. A un tratto cominciò a scivolare lungo il fianco del tavolo verso il pavimento, ondeggiando vistosamente.
— Laggiù!
Un becco bunsen si era liquefatto e strisciava ora accanto alla prima forma. E molti altri oggetti nella stanza stavano subendo trasformazioni. Una grossa storta di vetro si ripiegò in se stessa e si ridusse a una poltiglia informe. Una rastrelliera piena di provette, uno scaffale con sostanze chimiche…
— Guardate! — gridò Hall, facendo un salto all'indietro. Un'enorme cupola di vetro si spiaccicò a terra davanti a lui. Era proprio un'unica, grossa cellula. Si poteva addirittura scorgerne confusamente il nucleo, la parete cellulare, i duri vacuoli sospesi nel citoplasma.
Pipette, tenaglie, un mortaio, tutto si stava liquefacendo. Metà dell'attrezzatura della stanza era in attività. Avevano imitato quasi tutto quello che c'era da imitare. Per ciascun microscopio c'era una replica, e così per ogni tubetto, recipiente, bottiglia e vaso…
Una delle guardie aveva estratto il disintegratore. Hall glielo fece cadere a terra con un colpo della mano. — Non sparate! L'arsina è infiammabile. Usciamo da qui. Ormai sappiamo quello che volevamo sapere.
Spinsero la porta del laboratorio e si lanciarono verso il corridoio. Hall richiuse rapidamente la porta dietro di sé e tirò il catenaccio.
— La situazione è così tragica, allora? — domandò il comandante Morrison.
— Non abbiamo possibilità. L'arsina li ha disturbati, e in quantità maggiore potrebbe anche ucciderli. Ma non possediamo tanta arsina. E poi, anche se potessimo inondare il pianeta di arsina, non potremmo più servirci dei nostri disintegratori.
— E se lasciassimo il pianeta?
— Non possiamo rischiare di portarceli dietro fino al sistema solare.
— Ma se restiamo qui verremo assorbiti, dissolti, uno dopo l'altro — protestò la donna.
— Potremmo farci consegnare una grossa quantità di arsina. O qualche altra sostanza velenosa per loro. Ma insieme a loro distruggerebbe gran parte della vita del pianeta. Non rimarrebbe granché.
— Allora distruggeremo ogni forma di vita! Se non c'è altra via di uscita, dobbiamo ripulire il pianeta. A costo di lasciare dietro di noi un mondo bruciato e morto.
I due si guardarono.
— Vado a chiamare il Controllo Sistema — disse il comandante Morrison. — Voglio portare via di qui l'unità, fuori pericolo… almeno quelli che rimangono. Quella povera ragazza, vicino al lago… — Rabbrividì. — Dopo che tutti se ne saranno andati di qui, potremo studiare il modo migliore per ripulire questo pianeta.
— Intende correre il rischio di portare una di quelle cose sulla Terra?
— Possono imitare anche noi? Possono imitare le creature viventi? Forme più elevate di vita?
Hall rifletté — Forse no. Sembrano in grado di imitare soltanto la materia inorganica.
— Allora faremo ritorno senza alcun oggetto di materia inorganica — affermò la donna, con un sorriso amaro.
— Ma i nostri abiti! Quelli sono in grado di imitare cinture, guanti, stivali…
— Non porteremo via nemmeno i vestiti. Ce ne andremo senza niente. E intendo dire niente di niente, alla lettera.
Hall serrò le labbra. — Capisco. — Poi rifletté. — Potrebbe funzionare. Lei è in grado di convincere il personale a… a partire lasciando qui tutte le sue cose? Tutto ciò che possiede?
— Se si tratta dì salvare la vita dei miei uomini, posso ordinare loro di farlo.
— Allora può essere la nostra unica possibilità di salvezza.
Il più vicino incrociatore abbastanza grande da accogliere i membri superstiti dell'unità si trovava a due ore di distanza. E dirigeva verso Terra.
Stella Morrison sollevò lo sguardo dallo schermo. — Vogliono sapere cosa c'è che non va, quaggiù.
— Mi faccia parlare. — Hall sedette davanti allo schermo. Si trovò a fissare i lineamenti marcati e i galloni dorati di un comandante terrestre. — Sono il maggiore Lawrence Hall, del Reparto Ricerche di questa unità.
— Capitano Daniel Davis. — Il capitano Davis lo fissò con volto impassibile. — Avete problemi, maggiore?
Hall si umettò le labbra. — Preferirei non parlarne finché non saremo a bordo, se non le dispiace.
— Perché?
— Capitano, forse lei penserà che siamo impazziti, ma discuteremo di ogni cosa appena saremo a bordo della sua nave. — Hall esitò. — Saliremo a bordo completamente nudi.
Il capitano inarcò un sopracciglio. — Nudi?
— Esatto.
— Capisco. — Ma evidentemente non capiva nulla.
— Quando sarà qui?
— Fra due ore, direi.
— Adesso sono le 13, ora locale. Lei arriverà alle 15?
— Più o meno verso quell'ora — annuì il capitano.
— L'aspettiamo. Non lasci scendere nessuno dei suoi uomini. Apra un solo portello per noi. Saliremo senza equipaggio né attrezzature. Soltanto noi, e nient'aìtro. Non appena saremo tutti a bordo, riparta immediatamente.
Stella Morrison si chinò verso lo schermo. — Capitano, sarebbe possibile… per i suoi uomini…
— Atterreremo col pilota automatico — l'assicurò l'altro. — Nessuno dei miei uomini sarà presente. Nessuno vi vedrà.
— Grazie — mormorò la donna.
— Di nulla. — Il capitano Davis salutò. — Allora ci vediamo fra circa due ore.
— Faccia uscire tutti sul campo — disse il comandante Morrison. — Ritengo sia meglio togliersi i vestiti qui dentro, in modo da evitare che qualche oggetto venga in contatto con la nave.
Hall la guardò. — Non ne vale la pena, per salvare le nostre vite?
Il tenente Friendly si morse le labbra. — Non lo farò. Io resterò qui.
— Tu devi venire.
— Ma…
Hall guardò l'orologio. — Sono le 14 e 50. La nave sarà qui a minuti. Togliti i vestiti e vai sul campo d'atterraggio.
— Non posso portare proprio niente?
— Niente. Nemmeno il tuo disintegratore… dentro la nave ci daranno altri vestiti. Avanti! Ne va di mezzo la tua vita. Lo stanno facendo tutti.
Friendly cominciò a sbottonarsi con riluttanza la camicia. — Be' sto facendo proprio la figura del fesso, però.
Il videoschermo si accese. Una voce metallica annunciò stridula: — Tutti immediatamente fuori dall'edificio! Tutti immediatamente fuori dall'edificio, sul campo d'atterraggio! Tutti fuori dall'edificio! Tutti…
— Così presto? — Hall corse alla finestra e sollevò la serranda metallica. — Non l'ho sentito atterrare.
Immobile in mezzo al campo c'era un lungo incrociatore grigio, con lo scafo segnato dai colpi dei meteoriti. Non dava alcun segno di vita.
Una folla di persone nude si stava già dirigendo, un po' esitante, verso di esso, sbattendo gli occhi per l'accecante luce del sole.
— È arrivato! — Hall cominciò a togliersi la camicia, strappandola a pezzi. — Muoviamoci!
— Aspettami!
— Allora sbrigati. — Hall terminò di svestirsi, ed entrambi gli uomini si precipitarono lungo il corridoio. Delle guardie anch'esse nude li sorpassarono. Attraversarono tutto l'edificio, scesero le scale e sbucarono sul campo, subito accarezzati dai caldi raggi del sole. Da tutte le parti, uomini e donne senza vestiti si stavano avvicinando alla nave.
— Che vista! — esclamò l'ufficiale. — Non vedremo mai un altro spettacolo uguale.
— Ma almeno vivremo — disse un altro.
— Lawrence! Hall si girò a metà.
— Non guardi, la prego! Continui a correre. Io le verrò dietro.
— Come si sente, Stella? — le domandò Hall.
— Strana.
— Ma ne varrà la pena?
— Credo di sì.
— Pensa che crederanno alla nostra storia?
— Ne dubito — disse la donna. — Comincio a non esserne più tanto sicura anch'io.
— Comunque torneremo vivi.
— Lo spero.
Hall sollevò lo sguardo verso la scaletta che era stata calata dalla nave proprio davanti a loro. I primi arrivati stavano già salendo e si infilavano nella nave attraverso il portello aperto.
— Lawrence…
Uno strano tremore era nella voce della donna. — Lawrence, io…
— Che c'è?
— Ho paura.
— Paura! — Hall si fermò. — Perché?
— Non lo so — rispose lei con voce rotta.
Gli altri spingevano da tutte le parti. — Non ci pensi. È un ritorno di vecchie paure infantili. — Posò il piede sul primo gradino della passerella. — Saliamo.
— Voglio tornare indietro! — C'era panico nella voce della donna. — lo…
Hall rise. — Ormai è troppo tardi, Stella. — Cominciò a salire, tenendosi al corrimano. Intorno a lui, uomini e donne premevano per farsi strada, sospingendoli verso l'alto. Giunsero davanti al portello. — Eccoci arrivati.
L'uomo davanti a lui scomparve.
Hall lo seguì nell'interno buio della nave, nella silenziosa oscurità che gli si parava davanti. Il comandante entrò dopo di lui.
Esattamente alle 15,00, il capitano Daniel Davis atterrò con la sua nave nel centro del campo. I relè fecero aprire il portello con uno scatto. Davis e gli altri ufficiali di bordo rimasero in attesa nella cabina di comando, intorno al grosso tavolo con la strumentazione di controllo.
— Be' — disse dopo un po' il capitano Davis — dove sono?
Gli ufficiali si agitarono, a disagio. — Forse è successo qualcosa.
— Che sia tutto uno stupido scherzo? Continuarono ad aspettare. Ma non arrivò nessuno.