Stories 93 / Random

Stories by philip josé farmer

la matricola (italian)

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Il giovane capelluto davanti a Desmond indossava sandali, un paio di blue jeans sbrindellati e una sudicia maglietta. Un'edizione economica delle opere complete di Robert Blake gli spuntava dalla tasca posteriore. Quando si voltò, mostrò sulla maglietta le grandi lettere M.U. Sui baffi sottili alla Fu Manchu erano rimaste appiccicate delle briciole di pane.
Gli si spalancarono gli occhi giallastri - sicuramente soffriva di itterizia - quando vide Desmond. Disse: - Non è qui che ci si iscrive alla casa di riposo, nonnetto. - Sogghignò, mostrando i canini insolitamente lunghi e poi si voltò di nuovo verso il banco delle iscrizioni.
Desmond sentì la faccia farglisi scarlatta. Da quando si era messo in fila davanti alla tavola con l'indicazione Matricole Toaahd A - D, era stato consapevole delle occhiate in tralice, delle risatine, dei commenti a bassa voce. Spiccava tra questi giovani come un tabellone pubblicitario in un giardino fiorito, come un cadavere su una tavola imbandita.
La coda avanzava al ritmo di una persona per volta. I futuri studenti chiacchieravano, ma le loro voci erano controllate. Per essere così giovani, erano molto contenuti, a parte il bel tipo proprio davanti a lui.
Forse era l'ambiente circostante a trattenerli. Quella palestra era stata costruita alla fine dell'800 e non era stata più riverniciata da anni. La pittura, una volta verde, si stava scrostando. In alto, sui muri, c'erano delle finestre rotte; un lucernario sfondato era stato coperto con delle assi. Il pavimento di legno cedeva e scricchiolava, mentre gli anelli per il basket erano rugginosi. Eppure, gli M.U. erano stati campioni della federazione in tutte le discipline sportive, per molti anni. Benché il numero degli iscritti fosse molto inferiore a quello delle università concorrenti, le sue squadre in un modo o nell'altro riuscivano sempre a vincere, spesso con ampio vantaggio.
Desmond si abbottonò la giacca. Benché fosse una tiepida giornata autunnale, l'aria nell'edificio era fredda. Se non lo avesse saputo, avrebbe potuto pensare di avere alle spalle la parete di un iceberg. Sopra la sua testa, le grandi lampade si sforzavano di sconfiggere l'oscurità che si abbassava come la pancia di una balena morta che affondasse nelle profondità del mare.
Si girò. La ragazza proprio dietro di lui gli sorrise. Indossava un morbido dashiki coperto di simboli astrologici. I capelli scuri erano tagliati corti, i lineamenti minuti e armoniosi, ma troppo aguzzi per renderla graziosa.
Tra tutti questi giovani ci dovevano essere molte belle ragazze e ragazzi attraenti. Era passato attraverso abbastanza campus per riuscire ad avere un'idea della bellezza dei giovani universitari. Ma qui… C'era una ragazza, in una coda sulla sua destra, la cui faccia poteva andare bene per un'indossatrice. Eppure, mancava qualcosa.
No, c'era qualcosa di troppo. Una qualità indefinibile ma… Ripugnante? No, ora era scomparsa. Andava e veniva, come un pipistrello che si getta dall'oscurità verso la mezza luce e poi di nuovo dentro e fuori.
Il ragazzo davanti a lui si era di nuovo voltato. Sogghignava come una volpe che avesse appena avvistato un pollo.
- Un bel bocconcino, eh, nonnetto? Le piacciono gli uomini attempati. Forse potreste mettervi insieme e spassarvela un bel po'.
L'odore di corpo e vestiti mal lavati gli turbinava intorno, come mosche su un topo morto.
- Non mi interessano le ragazze con il complesso di Edipo - rispose Desmond freddamente.
- Alla tua età non puoi mica essere schizzinoso - ribatté il ragazzo, e si voltò di nuovo.
Desmond arrossì e si cullò momentaneamente nell'illusione di picchiare il ragazzo. Ma ciò non lo aiutò molto.
La fila si spostò di nuovo in avanti. Diede un'occhiata al suo orologio. Tra mezz'ora avrebbe dovuto telefonare a sua madre. Sarebbe dovuto venire qui prima. Comunque aveva continuato a dormire mentre lo squillo della sveglia aveva rallentato fino a riprendere il tichettio, come se non le importasse nulla. Il che era vero, ovviamente, benché egli fosse convinto che le cose di sua proprietà avrebbero dovuto, invece, interessarsi a lui. Tutto ciò era irrazionale, ma se lui avesse davvero creduto nella superiorità dell'elemento razionale, si sarebbe trovato lì? E insieme a lui uno qualsiasi di quegli studenti?
La fila si mosse in avanti con uno scatto, come un millepiedi che si fermi ogni tanto per controllare che nessuno gli abbia rubato una zampa. Quando ormai era in ritardo di dieci minuti per la telefonata, era in testa alla fila. Dietro il banco delle iscrizioni c'era un uomo molto più vecchio di lui. La sua faccia era un ammasso di rughe, una pasta grigiastra che era stata incisa con le unghie e poi modellata in una forma vagamente umana. Il naso era un osso di seppia infilato nella pasta. Ma gli occhi sotto le sopracciglia bianche e arruffate erano vivi come il sangue che sgorga dalle ferite nella carne bianca.
La mano che prese le carte di Desmond e i fascicoli pinzati non era quella di un vecchio. Era grande e gonfia, morbida. Le unghie erano sporche.
- Il famoso Roderick Desmond, suppongo.
La voce era aspra, per nulla tremante o incrinata come quella di una persona anziana.
- Mi conoscete?
- Certo, ho sentito parlare di voi. Ho letto alcuni dei vostri romanzi dell'occulto. E dieci anni fa ho respinto la vostra richiesta di fotocopie di alcune parti del libro.
Il cartellino sulla frusta giacca di tweed diceva: R. Layamon, COTOAAHD. Così era lui il direttore della Commissione per le Arti Occulte e della Facoltà di Storia.
- La vostra ricerca sulle origini non arabiche del nome di al - Hazred era un brillante saggio di ricerca linguistica. Sapevo che non era né arabo né ebraico, ma confesso che non sapevo in che secolo il vocabolo fosse decaduto dalla lingua araba. La vostra esposizione di come fosse stato ritenuto nel lessico solo in connessione con lo yemenita e la teoria che il suo significato originale non fosse pazzo ma colui - che - vede - ciò - che - non - dovrebbe - essere - visto erano davvero esatte.
Fece una pausa e poi disse sorridendo: - Si è lamentata vostra madre quando fu costretta ad accompagnarvi nello Yemen?
Desmond rispose: - N - n - n - nessuno l'ha costretta. - Respirò profondamente. - Ma come sapete che lei…?
- Ho letto qualche nota biografica su di voi.
Layamon rise sotto i baffi. Sembrava un suono di chiodi fatti rotolare in una botte. - La vostra ricerca su al - Hazred e l'erudizione di cui date prova nei vostri romanzi sono le ragioni principali per cui siete ammesso in questo istituto malgrado i vostri sessant'anni.
Firmò i moduli e restituì le carte a Desmond. - Portate questo alla cassa. La vostra famiglia è straordinariamente longeva, non è vero? Vostro padre è morto accidentalmente, ma suo padre era vissuto fino a 102 anni. Vostra madre ha 80 anni ma dovrebbe oltrepassare i cento. E voi, voi potreste avere ancora quarant'anni di vita, come quelli che sapete.
Desmond era furioso, ma non tanto da avere il coraggio di lasciarlo trasparire. L'aria grigia divenne nera e la faccia del vecchio vi scintillava. Fluttuò verso di lui, si espanse e improvvisamente Desmond si trovò dentro le righe grigie. Non era un posto piacevole.
Le piccole figure danzavano su un orizzonte circondato da un vago alone, poi scomparvero ed egli cadde in un'oscurità mugghiante… L'aria era di nuovo grigia e lui si trovò inclinato in avanti, aggrappato al bordo del tavolo.
- Signor Desmond, avete spesso di questi attacchi?
Desmond allentò la presa e si raddrizzò. - Troppe emozioni, suppongo. No, non ho mai avuto attacchi, né ora né mai.
Il vecchio sghignazzò. - Sì, certo, deve essersi trattato di stress emotivo. Forse qui troverete il modo di alleviarlo.
Desmond si voltò e se ne andò. Finché non lasciò l'edificio vide solo figure e segni indistinti. Quel vecchio stregone… come faceva a conoscere così bene i suoi pensieri? Solo perché aveva letto un po' di note biografiche e poi congetturato un quadro completo? O c'era qualcosa di più?
Il sole si era nascosto dietro spesse nubi pigre. Oltre il campus, oltre i molti alberi che nascondevano le case della città, c'erano le colline Tamsiqueg. Secondo quegli indiani da lungo tempo estinti dai quali avevano preso il nome, una volta erano state giganti malefici che avevano mosso guerra all'eroico Mikatoonis e al suo magico amico Chegaspat. Chegaspat era rimasto ucciso, ma Mikatoonis aveva tramutato i giganti in pietra con un randello stregato.
Ma Cotoaahd, il capo dei giganti, riusciva a sciogliersi dall'incantesimo ogni pochi secoli. Qualche volta, uno stregone riusciva a liberarlo. Allora Cotoaahd vagava per un po' prima di tornare al suo sonno di roccia. Nel 1724, una casa e molti alberi alla periferia della città erano stati abbattuti in una notte di tempesta, come se dei piedi colossali li avessero calpestati. E gli alberi abbattuti formavano una traccia che conduceva alla collina dalla forma curiosa, conosciuta con il nome di Cotoaahd.
Non c'era nulla in queste storie che non potesse essere spiegato dalla tendenza degli indiani, e dei bianchi superstiziosi del XVIII secolo, a creare leggende intorno ai fenomeni naturali. Ma era solo una coincidenza che la sigla della commissione presieduta da Layamon ripetesse il nome del Gigante?
Improvvisamente si rese conto di dirigersi verso una cabina telefonica. Diede un'occhiata all'orologio e si sentì in preda al panico. Il telefono della sua camera stava certamente squillando. Sarebbe stato meglio chiamarla dalla cabina e risparmiare i tre minuti che gli sarebbero occorsi per arrivare agli alloggi degli studenti.
Sì fermò. No, se avesse chiamato dalla cabina avrebbe ottenuto solo il segnale di occupato.
"Altri quarant'anni di vita come quelli che sapete" aveva detto il direttore.
Desmond si voltò. La sua strada era bloccata da un giovane enorme. Sorpassava di una testa la già alta statura di Desmond ed era così grasso che sembrava una visione in miniatura del pallone di Babbo Natale nella parata natalizia di Macy. Indossava la sudicia maglietta di una tuta da ginnastica sul davanti della quale era stampato l'onnipresente M.U., pantaloni non stirati e logore scarpe da tennis. Nelle dita grandi come banane stringeva un panino al salame che Gargantua non avrebbe giudicato troppo piccolo. Guardandolo, Desmond improvvisamente si rese conto che la maggior parte degli studenti, qui, erano o troppo magri o troppo grassi.
- Il signor Desmond?
- Sì.
Si strinsero la mano. La pelle del ragazzo era umida e fredda, ma la mano esercitò una ferma stretta.
- Sono Wendell Trepan. Con i vostri studi, avrete certamente sentito parlare dei miei antenati. L'esponente più famosa o infame fu Rachel Trepan, strega in Cornovaglia.
- Sì, la Rachel del villaggio di Tredannick Wollas, vicino a Poldhu Bay.
- Sapevo che ne avevate sentito parlare. Sto seguendo le orme dei miei antenati, anche se con maggiore cautela, ovviamente. Comunque sono uno degli anziani e sto nella presidenza della commissione dei divertimenti del Lam Kha Alif.
Fece una pausa per dare un morso al panino. Con la bocca che trasudava maionese, salame e formaggio, disse: - Siete invitato alla festa che terremo alla casa dello studente oggi pomeriggio. - L'altra mano si immerse in tasca e ne estrasse un cartoncino. Desmond vi diede una breve occhiata. - Vorreste che chiedessi di iscrivermi al vostro gruppo? Sono troppo vecchio per questo genere di cose. Mi sentirei fuori posto…
- Sciocchezze, signor Desmond. Siamo un gruppo con la testa a posto. E poi qui nessuna delle confraternite assomiglia a quelle degli altri campus. Dovreste saperlo. Pensiamo che voi ci dareste equilìbrio e, ammettiamolo, prestigio. Siete alquanto noto, sapete. Layamon, a proposito, è uno del Lam Kha Alif. Tende a favorire gli studenti che appartengono alla sua confraternita. Lo negherebbe, ovviamente, e anch'io lo negherò, se lo ripeterete in giro. Ma è la verità.
- Be', non saprei. Supponiamo che io chieda l'iscrizione, cioè, se mi invitate a farlo, dovrei vivere nella casa della confraternita?
- Sì. Non facciamo eccezioni. Naturalmente, solo fino a quando sarete un neofita. Potrete vivere dove vi pare, quando sarete socio effettivo.
Trepan sorrise, mostrando il boccone non ancora inghiottito. - Non siete sposato, così non ci sono problemi da questo lato.
- Che intendete dire?
- Niente, signor Desmond. È solo che non ammettiamo uomini sposati, a meno che non vivano separati dalle mogli. Gli uomini sposati perdono una parte del loro potere, sapete. Naturalmente non è che insistiamo sul celibato. Facciamo anche dei bei festini. Una volta al mese organizziamo una bella baldoria in un boschetto ai piedi del Cotoaahd. La maggior parte delle ragazze, qui, appartiene alla sorellanza del Ba Gay Sin. Alcune di loro vanno matte per il capello brizzolato, se capite cosa intendo.
Trepan fece un passo avanti per piazzare la sua faccia proprio sopra a quella di Desmond. - Non è che ci concediamo solo birra, erba, acido e ragazze. Ci sono altre attrazioni. Ragazzini, se avete dei gusti particolari. Roba distillata da una ricetta del Marchese Manuel de Dembron in persona. Ma per la maggior parte si tratta di roba per poppanti. Ci sarà anche un caprone!
- Un caprone? Un caprone nero?
Trepan annuì e la sua tripla pappagorgia ondeggiò. - Già. Ci sarà il vecchio Layamon a fare da supervisore, anche se ovviamente sarà mascherato. Con lui alla guida, niente può andare storto. Anche se lo scorso Halloween… - Fece una pausa e poi aggiunse: - Comunque valeva la pena essere presenti.
Desmond si passò la lingua sulle labbra secche. Il cuore gli batteva come i tam - tam che scandiscono il tempo di quei rituali di cui aveva solo letto, ma che si era immaginato tante volte.
Desmond infilò il cartoncino in tasca. - All'una?
- Verrete? Molto bene! Arrivederci, signor Desmond. Non ve ne pentirete.
Desmond oltrepassò gli edifici del quadrilatero universitario, il più imponente dei quali era il museo. Era la struttura più antica del campus, il nucleo originale del college. Il tempo si era accanito e aveva sbocconcellato i mattoni e le pietre degli altri edifici, ma il museo sembrava avere assorbito gli anni e averli riverberati, proprio come il cemento e i mattoni assorbono il calore del sole e lo irradiano nelle ore notturne. Inoltre, mentre le altre strutture erano ricoperte di rampicanti in maniera forse eccessiva, il museo era invece spoglio di qualsiasi vegetazione. I rampicanti che cercavano di strisciare sulle sue pietre color delle ossa, avvizzivano e ricadevano.
La casa di Layamon, in pietra rossa, era stretta, a piani e aveva un tetto a due punte. Il manto dei rampicanti era così fitto che c'era da meravigliarsi che il peso non la facesse crollare. I colori dell'edera si differenziavano sottilmente da quelli delle piante che ricoprivano gli altri edifici. Visti da una certa angolatura sembravano cianotici. Da un'altra, avevano quell'esatto punto di verde degli occhi di un serpente di Sumatra che Desmond aveva visto sull'illustrazione colorata di un libro di erpetologia.
Si trattava del rettile velenoso che usavano gli stregoni delle tribù Yan per trasmettere messaggi e qualche volta per uccidere. L'autore non aveva specificato cosa intendesse per "messaggi". Desmond ne aveva scoperto il significato in un altro libro, per cui aveva dovuto imparare il malese nella trascrizione araba prima di poterlo leggere.
Si affrettò a sorpassare la casa, che non avrebbe ispirato nessun turista ad attardarsi a lungo con lo sguardo, e arrivò alla casa dello studente. Era stata costruita nel 1888 al posto di un altro edificio e ristrutturata nel 1938. La sua tinta grigia si stava scrostando. C'erano molte finestre rotte, sui cui pannelli era stato inchiodato del cartone. Le tavole del pavimento del portico sprofondavano e scricchiolavano a camminarci sopra. La porta d'entrata era di quercia e la vernice se n'era andata da molto tempo. La testa di bronzo di un gatto, con un grosso anello, sempre di bronzo, che gli pendeva dalla bocca, serviva da batacchio.
Desmond entrò, attraversò l'entrata calpestando il tappeto consunto, e salì due rampe di scalini nudi. Sul muro grigio - bianco del primo pianerottolo, qualcuno, molto tempo fa, aveva scritto Yug - Sothoth succhia. Molti tentativi erano stati fatti per lavar via la scritta, ma era evidente che solo una mano di pittura avrebbe potuto nascondere questo sentimento insultante e pericoloso. Il giorno prima, uno studente del terzo anno gli aveva raccontato che nessuno sapeva chi lo avesse scritto, ma che la notte dopo che la frase era comparsa, una matricola era stata trovata morta, impiccata a un gancio nel gabinetto.
"Il ragazzo si era terribilmente mutilato prima di suicidarsi" aveva raccontato lo studente. "Non c'ero, allora, ma si capisce che era un pasticcione. L'aveva fatto con un rasoio e un ferro incandescente. C'era sangue dappertutto, il suo uccello e i coglioni stavano sul tavolo, disposti a forma di T, sapete di cosa è simbolo, e aveva graffiato via l'intonaco dal muro, lasciando una grossa impronta sanguinosa. Non sembrava neanche che l'avesse lasciata una mano umana".
"Mi sorprende che sia vissuto abbastanza da impiccarsi" aveva detto Desmond. "Sapete, con tutta quell'emorragia".
Lo studente si era sganasciato dalle risate. "State scherzando, vero"?
Ci erano voluti alcuni secondi prima che Desmond capisse quello che l'altro intendeva dire. Poi era impallidito. Più tardi, però, si era domandato se lo studente non stesse giocandogli il tradizionale scherzo alla matricola. Non pensava di chiedere spiegazioni a nessuno, comunque. Se lo avevano preso in giro, non avrebbe permesso che accadesse più di una volta.
Sentì il telefono squillare alla fine del lungo corridoio. Sospirò e lo percorse a grandi passi, oltrepassando porte chiuse. Da dietro una di queste provenne uno squittio soffocato. Aprì la sua porta e se la chiuse alle spalle. Per molto tempo rimase in piedi a guardare il telefono, che continuò a squillare, squillare, facendogli venire in mente, e non sapeva perché, la poesia sul vagabondo australiano che si era tuffato in uno stagno. Il Bunyip, sinistra e misteriosa creatura del folklore degli antipodi, l'abitante delle acque, se ne prese cura in silenzio e con amore. E la teiera che aveva messo sul fuoco, fischiava senza che nessuno la sentisse.
E il telefono squillava e squillava.
All'altro capo del filo c'era il Bunyip.
Il senso di colpa gli si diffuse dentro come un rossore. Attraversò la stanza, cogliendo con la coda dell'occhio qualcosa di piccolo, scuro e Veloce che si immerse sotto il divano letto sfondato e odoroso di muffa. Si fermò davanti al piccolo tavolo, raggiunse il ricevitore, lo toccò, sentì il suo freddo pulsare. Ritirò la mano. Era stupito, ma gli era sembrato che lei avesse potuto sentire il suo tocco e sapere che stava lì.
Irato si girò e attraversò la stanza. Notò che il buco nel battiscopa era di nuovo aperto. La bottiglia di Coca Cola la cui estremità aveva incastrato nell'apertura, era stata spinta via. Si fermò per reinserirla e si raddrizzò.
Quando fu ai piedi della scala, poteva ancora sentire lo squillo. Ma non era sicuro che non fosse dentro la sua testa.
Dopo aver pagato le sue tasse e mangiato alla cafeteria (il cibo era migliore di quanto pensasse) si diresse verso l'edificio del ROTC. Era in uno stato migliore delle altre strutture, probabilmente perché ne era responsabile l'esercito. Eppure, non era nelle condizioni che un ispettore poteva auspicare. E quei cannoni sui cassoni sul retro. Pensavano davvero che gli studenti dovessero allenarsi con fucili che risalivano alla guerra contro gli spagnoli? E da quando l'acciaio era soggetto al verderame?
L'ufficiale in servizio fu sorpreso quando Desmond gli chiese di venir rifornito dell'uniforme e delle istruzioni.
- Non so. Vi rendete conto che l'addestramento militare non è più obbligatorio per le matricole e gli studenti del secondo anno?
Desmond insisteva nel volersi iscrivere. L'ufficiale si stropicciò la mascella non rasata e soffiò via il fumo di un sigarillo. Tijuana Oro. - Hmmm, fatemi controllare.
Consultò un libro i cui bordi parevano rosicchiati dai topi. - Be', lo sapete? Non c'è niente sul regolamento a proposito dell'età. Certo, mancano delle pagine. Deve trattarsi di una svista. Nessuno della vostra età è mai stato preso in considerazione. Ma, be', se il regolamento non dice nulla in proposito, allora… all'inferno! Non vi farà male; i nostri ragazzi non devono mica fare la corsa a ostacoli o roba del genere.
- Ma, Gesù, voi avete sessant'anni! Perché volete iscrivervi?
Desmond non gli disse che era stato esonerato dal servizio nella seconda guerra mondiale perché era la sola fonte di sostentamento per la madre malata. Da allora si era sentito colpevole, ma almeno qui avrebbe potuto fare la sua parte, anche se minima, per il bene della patria.
L'ufficiale si alzò in piedi, anche se in modo non ben coordinato. - D'accordo, vedrò di farvi avere la vostra fornitura. Mi sembra giusto avvertirvi, però, che questi fottuti fanno degli scherzi strani. Dovreste vedere cosa sparano dai cannoni.
Quindici minuti dopo, Desmond se ne andava con una pila di uniformi e manuali sotto il braccio. Dato che non voleva ritornare nella stanza con quella roba, la registrò alla libreria universitaria. La ragazza li mise su uno scaffale accanto ad altre cose, alcune delle quali di impossibile identificazione per i non addetti. Una era una piccola gabbia coperta da un panno nero.
Desmond si recò nella strada delle confraternite. Tutte le case avevano nomi arabi, tranne la casa di Hastur. Erano tutte afflitte dalla stessa generica decrepitezza e mancanza di cure delle strutture universitarie. Desmond svoltò in un sentierino dal fondo di cemento, dalle cui crepe spuntavano degli appassiti denti di leone e altre erbacce. Alla sua sinistra si inclinava un massiccio palo di legno, alto più di quattro metri. Le teste e i simboli che vi erano intagliati sopra avevano fatto sì che la gente del posto vi si riferisse come al totem. Non lo era, naturalmente, dato che la tribù a cui era appartenuto non era di indiani della costa nordoccidentale dell'Alaska. Questo palo e un suo compagno nel museo universitario erano gli unici superstiti di centinaia che si ergevano nella zona.
Desmond, oltrepassandolo, si mise il pollice sinistro sotto il naso e la punta dell'indice in mezzo alla fronte e bisbigliò l'antica frase di omaggio, "Shesh - cotoaahd - ting - ononwa - senk". Secondo vari testi che aveva letto, dovevano farlo tutti i Tamsiqueg che vi passassero accanto durante questa fase lunare. La frase era incomprensibile anche a loro, dato che proveniva da un'altra tribù o forse da un precedente stadio linguistico. Ma indicava rispetto, e la dimenticanza di questa formula sarebbe stata punita con la sventura.
Si sentì un po' sciocco nel compiere il rituale, ma male non gli avrebbe fatto.
I gradini di legno grezzo scricchiolarono sotto il suo passo. Il portico era ampio: i fili metallici della zanzariera erano rugginosi e i troppi buchi non avrebbero potuto tenere lontani gli insetti. La porta d'entrata era aperta: ne provenne una ventata di musica rock, il chiacchiericcio ad alta voce di molte persone e l'acre odore dell'erba.
Desmond fu sul punto di tornare indietro. Soffriva quando si trovava in mezzo a molta gente e la consapevolezza della propria età lo faceva sentire in modo imbarazzante al centro dell'attenzione. Ma la figura imponente di Wendell Trepan stava nel vano della porta, e lui fu afferrato dalla sua mano enorme.
- Su, entrate! - mugghiò Trepan. - Vi presenterò ai fratelli!
Desmond fu spinto in una grande stanza, affollata di ragazzi di entrambi i sessi. Trepan vi si faceva largo, fermandosi di tanto in tanto per dare una manata sulla schiena di qualcuno, urlare un saluto e, una volta, per dare una pacca sul sedere di una ragazza ben fatta. Poi arrivarono in un angolo dove sedeva il professor Layamon, circondato da persone che sembravano più anziane della maggior parte dei presenti. Desmond immaginò che fossero studenti già laureati. Strinse la mano grassa e gonfia. - Piacere di incontrarvi di nuovo - disse, ma dubitò che le sue parole fossero state udite.
Layamon lo fece chinare, così da poter essere udito e gli disse: - Avete già preso una decisione?
L'alito del vecchio non era spiacevole, ma doveva aver bevuto qualcosa di cui Desmond non aveva mai sentito l'odore. Gli occhi rossi sembravano trattenere una luce, come se piccole candele gli bruciassero nelle pupille.
- A proposito di che? - gli urlò in risposta Desmond.
Il vecchio sorrise. - Lo sapete.
Allentò la stretta. Desmond si raddrizzò. Improvvisamente, benché la stanza fosse tanto calda da farlo sudare, si sentì gelato. A che cosa alludeva Layamon? Non poteva essere che sapesse davvero. O forse sì?
Trepan lo presentò alle persone che circondavano la sedia e poi lo portò in mezzo alla folla. Seguirono altre presentazioni, di persone che gli sembrarono, per la maggior parte, membri del Lam Kha Alif o della sorellanza dall'altra parte della strada. L'unico che riuscì a identificare con sicurezza come un candidato all'iscrizione, era un negro, uno del Gabon. Dopo che lo lasciarono, Trepan disse: - Bukawai viene da una lunga tradizione di medici stregoni. Sarà un acquisto prezioso, se accetta il nostro invito, benché la casa di Hastur e il Kaf Dhal Waw ci tengano molto ad accaparrarselo. La facoltà è un po' sguarnita sulla scienza centro - africana. Una volta c'era una grande insegnante, Janice Momaya, ma scomparve dieci anni fa, durante un sabba nella Sierra Leone. Non mi sorprenderei se a Bukawai venisse offerto un posto di assistente, anche se ufficialmente è una matricola. Ragazzi, l'altra notte mi ha insegnato una parte di un rituale, roba da non credere… Be', non entrerò nei particolari, adesso. Un'altra volta. Comunque, ha il più grande rispetto per Layamon e, visto che il vecchio scoreggione è a capo della facoltà, Bukawai è praticamente già cosa nostra.
D'un tratto, gli si stirarono le labbra, i denti si serrarono, la pelle gli divenne pallida sotto la sporcizia, si curvò e si afferrò il pancione. - Che succede? - gli chiese Desmond.
Trepan scosse la testa, diede un profondo respiro e si raddrizzò.
- Ragazzi, che male!
- Cosa? - chiese Desmond.
- Non avrei dovuto chiamarlo vecchio scoreggione. Non pensavo avrebbe potuto sentirmi, ma non ha bisogno delle orecchie per farlo. All'inferno, non c'è nessuno al mondo che lo rispetti più di me. Ma qualche volta parlo troppo… d'accordo, mai più.
- Volete dire che…? - chiese Desmond.
- Già. A chi avevate pensato? Non importa. Venite con me dove possiamo ascoltare i nostri pensieri in santa pace.
Spinse Desmond in una stanza più piccola, con molti scaffali di libri, romanzi, testi scolastici e, sparsi, alcuni volumi rilegati in pelle.
- Abbiamo proprio una bella biblioteca, qui, il meglio di cui ogni casa potrebbe vantarsi. È una delle nostre grandi attrattive. Ma è solo quella ufficiale, aperta a tutti.
Passarono per una porta stretta, attraversarono un piccolo andito e si fermarono mentre Trepan prendeva dalla tasca una chiave e apriva un'altra porta. Al di là, c'era una stretta scala a chiocciola, dagli scalini polverosi. Una finestra in alto faceva filtrare una debole luce attraverso i sudici pannelli. Trepan accese una luce sul muro e salirono le scale. In cima, cioè al secondo piano, Trepan aprì un'altra porta chiusa usando un'altra chiave. Entrarono in una piccola stanza i cui muri erano coperti da scaffali di libri, che andavano dal pavimento al soffitto. Trepan accese una luce. In un angolo c'erano un piccolo tavolo e una sedia pieghevole. Sul tavolo, una lampada e un busto in pietra del Marchese de Dembron.
Trepan, respirando pesantemente dopo la salita, disse: - Di solito, solo gli anziani e i laureati sono ammessi qui dentro. Ma sto facendo un'eccezione per voi. Volevo solo mostrarvi uno dei vantaggi che provengono dall'associazione al Lam Kha Alif. Nessuna delle altre case possiede una biblioteca come questa.
Trepan lo guardava con occhi socchiusi. - Date un'occhiata ai libri. Ma non toccateli. Hmm, assorbono, se capite cosa voglio dire.
Desmond si aggirò, guardando i titoli. Quando ebbe finito, disse: - Sono impressionato. Pensavo che alcuni di questi volumi si potessero trovare solo nelle biblioteche universitarie. In stanze chiuse a chiave.
- È quello che pensano i profani. Sentite, se vi iscrivete da noi avrete l'accesso a questi libri. Solo, non ditelo agli altri studenti del primo anno. Sarebbero gelosi.
Trepan, ancora con gli occhi socchiusi, come se stesse meditando su una cosa a cui non avrebbe dovuto pensare, disse: - Vi dispiacerebbe voltarmi la schiena e tapparvi le orecchie?
- Cosa?
Trepan sorrise. - Oh, se vi associate, vi verrà data la formula per lavorare qui' dentro. Ma fino a quel momento, sarebbe meglio che non guardaste.
Desmond, sorridendo con un imbarazzo di cui non sapeva dar conto e sentendosi anche emozionato, si girò voltando le spalle a Trepan, e si premette le dita sulle orecchie. Mentre stava in piedi, nella stanza tranquilla (era isolata a prova di suono, o era qualcosa di più misterioso?) contò i secondi. Mille e uno, mille e due…
Passato da poco un minuto, sentì la mano di Trepan sulla spalla. Si voltò e si liberò le orecchie. Il ragazzo grasso gli porgeva un volume alto e smilzo, ricoperto da una pelle che aveva delle piccole protuberanze scure. Desmond fu sorpreso, dato che era sicuro di non averlo visto sugli scaffali.
- Ho disattivato questo - disse Trepan. - Ecco, tenetelo. - Diede un'occhiata al suo orologio. - Sarà innocuo per dieci minuti.
Non c'era nessun titolo o nome dell'autore sulla copertina. E, ora che poteva toccarlo e guardarlo da vicino, non gli sembrava che la pelle fosse di un qualche animale.
Trepan disse: - È la pelle del vecchio Atechironnon in persona.
Desmond fece: - Ah! - e tremò. Ma si riprese.
- Doveva essere pieno di verruche.
- Già. Avanti. Guardatelo. È una vergogna, però, che non siate in grado di leggerlo.
La prima pagina era leggermente ingiallita, il che non era sorprendente per una carta che risaliva a quattrocento anni prima. Non era stampato, e le lettere erano tracciate a mano, con una grande scrittura.
"Lo rittuale minore de lo stregone Tamsiquegg Atechironunn" lesse Desmond. "Reprodotto da le figgure do rito su la pelle intocca dal foco dello religgioso.
"Di sua propria mano Simon Conant. 1641. Colui che pronuncia codeste parole di immagini, prima ascolti".
Trepan ridacchiò e disse: - L'ortografia non era il suo forte, eh?
- Simon, il fratellastro di Roger Conant - disse Desmond - fu il primo bianco a visitare i Tamsiqueg e a non andarsene con il pollice tagliato e conficcato nel sedere. Era anche con i coloni che assalirono i Tamsiqueg, ma non seppero mai a chi andavano le sue simpatie. Fuggì con l'Atechironnon ferito gravemente, nelle regioni selvagge. Venti anni dopo fece la sua apparizione in Virginia, con questo libro.
Girò lentamente le cinque pagine, fissandosi ogni pittografia nella memoria fotografica. C'era una figura che non gli piaceva guardare.
- Layamon è l'unico che riesce a leggerlo - disse Trepan.
Desmond non gli disse che era pratico della grammatica e dello scarso lessico della lingua Tamsiqueg, trascritto da William Cor Dunnes nel 1624 e pubblicato nel 1654. La trascrizione conteneva un'appendice in cui venivano tradotte le pittografie. Gli era costato venti anni di ricerche e un migliaio di dollari per una copia fotostatica. Sua madre aveva fatto il diavolo a quattro per la spesa, ma per una volta le aveva tenuto testa. Nemmeno l'università ne aveva una copia.
Trepan guardò l'orologio. - Ancora un minuto. Ehi!
Strappò il libro dalle mani di Desmond e disse bruscamente: - Voltatevi e tappatevi le orecchie!
Trepan sembrava in preda al panico. Si voltò e dopo un minuto Trepan gli tolse le dita dalle orecchie.
- Mi dispiace di essere stato così brusco, ma l'influsso stava per rompersi. Non riesco a capire. È sempre andato bene per almeno dieci minuti.
Desmond non aveva sentito niente, ma poteva darsi che fosse perché Trepan, essendo stato esposto all'influsso, gli era più sensibile.
Trepan, ovviamente nervoso, disse: - Usciamo di qui. Deve raffreddarsi.
Scendendo, disse: - Siete sicuro di non poterlo leggere?
- Dove avrei potuto imparare? - rispose Desmond.
Si immersero in un mare di rumore e odori nella stanza grande. Non vi rimasero a lungo, dato che Trepan volle mostrargli tutta la casa, tranne il seminterrato.
- Potrete vederlo una volta o l'altra, durante la settimana. In questo momento non è consigliabile scendere lì sotto.
Desmond non chiese perché.
Quando entrarono in una stanza piccolissima al primo piano, Trepan disse: - Di solito non permettiamo che le matricole abbiano una stanza per conto loro. Ma per voi… be', è vostra, se la volete.
Ciò fece piacere a Desmond. Non avrebbe voluto essere obbligato ad accordarsi con qualcuno le cui abitudini lo avrebbero irritato e il cui chiacchiericcio lo avrebbe fatto infuriare.
Scesero al pianterreno. La grande stanza non era più così affollata. Il vecchio Layamon si stava alzando dalla sedia e gli fece un cenno. Desmond gli si avvicinò lentamente. Per una qualche ragione sapeva che non gli sarebbe piaciuto ciò che Layamon stava per dirgli. O forse non era sicuro se gli sarebbe piaciuto o no.
- Trepan vi ha mostrato i libri più preziosi della confraternita - disse il direttore. Non era una domanda, ma un'affermazione. - In particolare il libro di Conant.
Trepan chiese: - Come avete fatto…? - Sorrise. - L'avete sentito.
- Naturalmente - disse la voce rugginosa. - Be', Desmond, non pensate sia ora di rispondere a quella telefonata?
Trepan sembrò interdetto. Desmond si sentì male, tutto freddo.
Layamon stava quasi naso contro naso con Desmond. Le molte rughe della sua pelle pastosa assomigliavano a geroglifici.
- Vi siete già deciso, ma non vi permettete di rendervene ancora conto - disse. - Ascoltate. Era il consiglio di Conant, non è vero? Ascoltate. Dal momento in cui siete salito sull'aereo a Boston, avete preso quell'impegno. Potevate ritirarvi in aeroporto, ma non lo avete fatto, anche se, lo immagino, vostra madre vi avrà fatto una scenata. Ma voi non avete rinunciato. Così è inutile rimandare.
Sogghignò. - Che mi prenda la briga di darvi un consiglio vi fa capire la stima che ho per voi. Sono sicuro che arriverete lontano, e anche velocemente. Se sarete in grado di eliminare alcuni difetti del vostro carattere. Ci vuole forza, intelligenza, una grande disciplina interiore e un'applicazione costante, anche solo per ottenere il primo diploma, Desmond.
- Ci sono troppi che si iscrivono qui perché pensano di seguire dei corsi facili. Acquisire un grande potere, entrare in confidenza con cose di cui la società, come minimo, pare non interessarsi, sembra loro semplice come fare rotolare un tronco. Ma presto si accorgono che i livelli della facoltà sono più alti di quelli della facoltà di ingegneria del MIT. E molto più pericolosi.
- E poi c'è il fattore morale. Lo si dichiara già solo iscrivendosi qui. Ma quanti hanno la forza di volontà per andare avanti? Quanti decidono di essere dalla parte sbagliata? Abbandonano, non sapendo che è troppo tardi, e solo una piccola percentuale di loro riesce a tornare dall'altra parte. Si sono scoperti, si sono fatti riconoscere per sempre, come se fossero rimasti qui.
Fece una pausa per accendersi un sigarillo marrone. Il fumo vorticò attorno a Desmond, che non percepì l'odore che si aspettava. Non era quell'odore di pipistrello morto che una volta aveva sentito durante un esperimento.
- Tutti gli uomini e tutte le donne determinano il proprio destino. Ma io non prenderei una decisione affrettata, se fossi in voi. Vi tengo d'occhio, e il vostro avanzamento qui dipende dalla stima che darò del vostro, carattere e delle vostre potenzialità.
- Buona giornata, Desmond.
Il vecchio se ne andò. Trepan chiese: - Che voleva dire?
Desmond non rispose. Rimase fermo per un minuto circa, mentre Trepan si muoveya irrequieto. Poi salutò il grassone e se ne andò lentamente. Invece di andare a casa, si aggirò per il campus. Attratto da alcune luci rosse lampeggianti, si incamminò nella loro direzione per vedere di cosa si trattava. Una macchina con le insegne della polizia del campus e un'ambulanza della clinica universitaria erano ferme di fronte ad un edificio a due piani. Il piano terra era stato, un tempo, una drogheria, a giudicare dall'insegna sulla sporca vetrina. La pittura, sia all'interno che all'esterno, si stava scrostando, e l'intonaco era caduto dai muri interni, rivelando il canniccio al di sotto. Sul nudo pavimento di legno giacevano tre corpi. Uno era il ragazzo che era stato davanti a lui nella fila in palestra. Giaceva sulla schiena, la bocca aperta sotto i baffi disordinati.
Desmond chiese ad una delle persone accalcate contro la finestra cosa fosse accaduto. L'uomo, dalla barba grigia, probabilmente un professore, rispose: - Succede ogni anno, in questo periodo. Dei ragazzi si lasciano trascinare e provare qualcosa che nessuno tranne un laureato potrebbe sognarsi di provare. È rigorosamente proibito, ma ciò non li fa desistere, quei pazzi.
Il cadavere con i baffi pareva avere sulla fronte un grande oggetto rotondo, o forse una bruciatura. Desmond voleva dargli un'occhiata più da vicino, ma gli uomini dell'ambulanza gli misero una coperta sulla faccia prima di portarlo via.
L'uomo dalla barba grigia disse: - La polizia universitaria e l'ospedale se ne occuperanno. - Rise seccamente. - La polizia cittadina non vuole neanche venire al campus. Ai parenti verrà notificato che sono morti per un'overdose di eroina.
- Non vi hanno mai creato difficoltà?
- Qualche volta. Sono anche venuti degli investigatori privati, ma di solito non restano a lungo.
Desmond se ne andò in fretta. Si era deciso. La vista di quei corpi lo aveva scosso. Sarebbe andato a casa, avrebbe fatto pace con sua madre, venduto tutti i libri per i quali aveva speso tanti soldi e tanti anni di studio e si sarebbe dedicato a scrivere romanzi del mistero. Aveva visto la faccia della morte e, se avesse fatto quello che aveva pensato di fare, anche solo oziosamente, come fantasie da psicoterapia, avrebbe di nuovo visto la faccia di lei. Morta. Non poteva farlo.
Quando entrò nella sua stanza, il telefono stava ancora suonando. Vi si diresse, tese la mano, ve la trattenne per un tempo indeterminato, poi la lasciò cadere. Mentre si dirigeva verso il divano, notò che la bottiglia di Coca Cola era stata spostata o tirata via dal buco nel battiscopa. Si inginocchiò e ve la incastrò nuovamente. Da dietro il buco provenne un vago squittio.
Si sedette sul divano sfondato, tirò fuori il blocchetto degli appunti dalla tasca della giacca e cominciò a schizzare a matita le pittografie che ricordava così bene. Gli ci volle mezz'ora, dato che un'esatta riproduzione era di vitale importanza. Il telefono non smise di squillare.
Qualcuno bussò alla porta e urlò: - Vi ho visto entrare! Rispondete al telefono o staccate la cornetta! Altrimenti ve la farò vedere io!
Non rispose, né si alzò dal divano.
Aveva lasciato da parte uno dei disegni della sequenza. Ora posò la matita un paio di centimetri al di sopra dello spazio bianco. Seduta all'altro capo della linea doveva esserci una donna molto vecchia e molto grassa. Era vecchia e brutta ora, ma l'aveva partorito e per molti anni ancora si era conservata bella. Quando suo padre era morto, si era trovata un lavoro perché potessero rimanere nella loro casa e per assicurare al figlio quel tono di vita a cui erano entrambi abituati. Aveva lavorato duramente per pagargli le tasse scolastiche e le altre spese mentre era all'università. Aveva continuato a lavorare fino a quando lui non era riuscito a vendere due romanzi. Poi era diventata nauseante, anche se solo da quando lui aveva cominciato a portare donne in casa, per presentargliele come potenziali mogli.
Lei lo amava, ma non lo avrebbe mollato, e quello era vero amore. Lui non era riuscito ad affrancarsi, il che significava che, benché si sentisse pieno di risentimento, c'era qualcosa in lui per cui, in fondo, sentirsi in gabbia gli piaceva. Poi, un giorno, aveva deciso di fare il grande passo verso la libertà. E l'aveva fatto rapidamente e in segreto. Si era disprezzato per il timore che aveva di lei, ma così stavano le cose. Se fosse rimasto qui, lei sarebbe arrivata. Non poteva sopportarlo. Così sarebbe dovuto tornare a casa.
Guardò il telefono e fece per alzarsi, ma poi si lasciò ricadere.
Che fare? Poteva suicidarsi. Sarebbe stato libero e lei avrebbe saputo quanto era stato furioso con lei. Ebbe un sobbalzo quando il telefono smise di squillare. Così, ci aveva rinunciato, per un po'. Ma poi avrebbe ricominciato.
Guardò il battiscopa. La bottiglia si stava muovendo fuori dal buco, un poco per volta. Qualcosa dietro il muro continuava a lavorare con determinazione. Quante volte si era mosso per lasciare il buco e aveva trovato il passaggio bloccato? Troppe, doveva aver pensato quella cosa, se era dotata di intelligenza. Eppure, rifiutava di arrendersi e un giorno avrebbe potuto venirgli in mente di risolvere il suo problema uccidendo colui che ne era la causa principale.
Se, poi, le dimensioni eccessive del suo problema lo avessero scoraggiato, allora avrebbe dovuto continuare a spingere via la bottiglia dal buco. E…
Guardò il suo blocchetto di appunti ed ebbe un tremito. Lo spazio bianco si era riempito. C'era il disegno di Cotoaahd, la cosa che, ora che guardava meglio, somigliava a sua madre.
L'aveva disegnato inconsciamente, mentre era soprappensiero?
O la figura si era formata da sola?
Non importava. In ogni caso, sapeva cosa doveva fare.
Mentre gli occhi passavano da un disegno all'altro e lui intonava le parole di quella lingua morta da lungo tempo, sentì qualcosa liberarsi dal suo petto, strisciargli nel ventre, nelle gambe, nella gola, nel cervello. Il simbolo di Cotoaahd sembrò bruciare sul foglio quando ne pronunciò il nome, gli occhi fissi sul disegno.
La stanza divenne scura quando le parole finali vennero pronunciate. Si alzò e accese la lampada da tavolo e andò nel piccolo e sudicio bagno. La faccia nello specchio non gli sembrò quella di un assassino; era solo il viso di un uomo di sessant'anni che aveva passato un arduo cimento e che non era sicuro che tutto fosse finito.
Uscendo dalla stanza, vide la bottiglia di Coca Cola strisciare via dal buco nel battiscopa. Ma la cosa, qualunque fosse, che l'aveva spinta via non era ancora pronta per venire fuori.
Ore più tardi ritornò traballando dalla taverna del campus. Il telefono stava di nuovo suonando. Ma la chiamata, come si aspettava, non era della madre, benché provenisse dalla sua città nell'Illinois.
- Signor Desmond, sono il sergente Rourke del Dipartimento di Polizia di Busiris. Temo di avere delle brutte notizie per voi. Hmmm, vostra madre è morta alcune ore fa, per un attacco di cuore.
Desmond non dovette recitare la scena dello sbigottimento. Era tutto intontito. Anche la mano che reggeva il telefono, se la sentiva di granito. Vagamente, era consapevole che la voce di Rourke sembrava strana.
- Attacco di cuore? Attacco…? Ne siete sicuro?
Gemette. Sua madre era morta di morte naturale. Non avrebbe dovuto recitare l'antica formula. Ora si era condannato per niente ed era intrappolato per sempre. Una volta che le parole venivano dette nello stesso momento in cui gli occhi guardavano, non si poteva tornare indietro.
Ma… se le parole fossero state solo parole, se avessero vissuto la breve vita di tutti i suoni, senza che alcuna spiegazione fisica risultasse da quelle parole trasmesse in quel subcontinuum, allora doveva ritenersi ugualmente vincolato?
- È stata una cosa terribile, signor Desmond. Uno strano incidente. Vostra madre è morta mentre stava parlando con una vicina che era andata a trovarla, la signora Sammins. È stata la Sammins a chiamare la polizia e l'ambulanza. Alcuni altri vicini sono entrati in casa e allora… allora…
La gola di Rourke sembrò serrarsi.
- Ero appena arrivato e stavo nel portico, quando…
Rourke tossì e disse: - Anche mio fratello era in casa.
Tre vicini, due infermieri dell'ambulanza e due poliziotti erano stati travolti dall'improvviso crollo della casa.
- È stato come se un piede gigantesco l'avesse calpestata. Se fosse caduta sei secondi dopo, ci sarei rimasto sotto anch'io.
Desmond lo ringraziò e disse che avrebbe preso il primo aereo per Busiris.
Barcollò verso la finestra e la sollevò per respirare all'aria aperta. Sotto, nella luce del lampione, appoggiato al suo bastone, stava Layamon. La faccia grigia alzata. Denti che mandavano un bagliore bianco.
Desmond pianse, ma le lacrime erano solo per se stesso.