lo strano caso di john kingman (italian)
Tutto ebbe inizio quando il dottor Braden si diede la pena di buttar l'occhio alla scheda personale di John Kingman. Il Mental Hospital di Meadeville aveva una cartoteca splendidamente organizzata, visto il suo indirizzo prevalentemente psichiatrico. Era il più vecchio istituto del paese per le malattie mentali, conosciuto come il - New Bedlam - (dall'omonimo istituto di Londra) quand'era stato fondato alcuni anni prima della proclamazione dell'indipendenza degli Stati Uniti. La cartoteca era un modello di perfezione. Ma il dottor Braden trovò che alla scheda di John Kingman mancavano, fatto straordinario, dei dati essenziali.
- Kingman, John - diceva la scheda. - Bianco, maschio, statura 1,80, capelli castano - scuri. Nota: anomalia fisica: il paziente ha sei dita per ciascuna mano, le dita in più hanno ossa e funzionamento normali. Età… - Questa era in bianco. - Razza… - Anche questa in bianco. - Luogo di nascita… - Visti gli altri spazi in bianco, era naturale che lo fosse anche questo. - Diagnosi: paranoia tipica in stadio avanzato, con pronunciate illusioni di grandezza in apparenza non associate con la solita mania di persecuzione.
A questo punto, seguiva un commento: - A quanto pare, il paziente comprende l'inglese molto poco, sempre che lo capisca davvero. Non parla. - Altri tre spazi. - Parenti prossimi… - In bianco. - Storia documentaria… - In bianco. Poi: - Data di ammissione… - In bianco.
La scheda di quel paziente non era certo all'altezza, con tutti quei difetti, della cartoteca dell'ospedale di Meadeville. L'età e la razza d'un paziente potevano anche restare sconosciute se questi era stato semplicemente raccolto da qualche parte per strada, senza poter essere identificato in maniera soddisfacente. In un caso del genere, era ragionevole che anche il suo parente più prossimo e il luogo di nascita rimanessero sconosciuti. Ma avrebbe dovuto esserci una specie di storia del caso - per lo meno degli avvenimenti che avevano portato al suo ricovero nell'istituto. E, in assoluto, la data della sua ammissione doveva figurare nella scheda!
Il giovane dottor Braden era infastidito. Quella era l'epoca in cui venivano compiute le prime terapie mediante il trattamento a shock - euforico di Jantzen, e il giovane dottor Braden ci credeva. Aveva senso. Lui era ansioso di sperimentare il trattamento anche lì al Meadeville. Naturalmente, su un paziente che non avesse nessun'altra speranza di miglioramento. Porse la scheda all'impiegato dell'archivio e gli chiese ulteriori dati sul caso.
Due ore più tardi fumava, tutto comodo, la sua pipa puzzolente sdraiato sul tappeto erboso accanto all'edificio amministrativo. Il cielo, in alto, era d'uno splendido azzurro, e le ombre delle querce si allungavano sul prato formando un bizzarro disegno. Il giovane dottor Braden leggeva meditabondo l'American Journal of Psychiatry. L'articolo s'intitolava - Reazioni di dieci casi di paranoia allo Shock Euforico. - John Kingman sedeva con regale dignità sui gradini lì accanto. Indossava degli indumenti alquanto informi e anonimi, quelli d'un paziente indigente al quale i parenti non fornivano vestiti. Teneva lo sguardo fisso in distanza e sembrava immerso in divini pensieri, nella convinzione d'essere infinitamente superiore ai comuni esseri umani. Aveva un'età indefinibile, che avrebbe potuto variare dai quaranta ai sessanta, fissandosi su un qualunque punto intermedio. Le sue mani dalle sei dita riposavano con studiata grazia sulle sue ginocchia. Ignorava deliberatamente l'intera umanità e le sue opere.
Il dottor Braden terminò l'articolo. Succhiò pensieroso il bocchino della pipa bruciacchiata. Senza aver l'aria di farlo, sbirciò una volta ancora John Kingman. I malati mentali possono avere delle reazioni imprevedibili ma, come i bambini e gli animali, si può far molto se si ha cura di non spaventarli. Dopo un po', il giovane dottor Braden disse, quasi soprappensiero: - John, penso che possiamo fare qualcosa per te.
La figura regale si degnò di abbassare gli occhi sull'uomo più giovane. Avevano un'espressione di divertita alterigia all'impertinenza di quel comune mortale che osava rivolgersi a John Kingman, il quale era, però, talmente più in alto d'un comune mortale da non mostrarsi neppure infastidito da tanta impertinenza. Poi, John Kingman tornò a distogliere lo sguardo da lui.
- Immagino -, proseguì Braden, sempre nello stesso tono vago, - che tu sia piuttosto annoiato. Vedrò se possiamo fare qualcosa in proposito. In effetti…
Qualcuno attraversò il prato diretto verso di lui. Era l'impiegato dell'archivio, con un'aria molto infelice. Aveva la scheda che il dottor Braden gli aveva dato, con la richiesta d'informazioni più complete. Braden aspettò.
- Ehm… dottore -, disse l'impiegato, con voce afflitta, - c'è qualcosa di sbagliato! Qualcosa di terribilmente sbagliato! Su questi dati, voglio dire.
Il distacco di John Kingman si era moltiplicato con la venuta del secondo, ancora più infimo, essere umano. Il suo sguardo si perse ancor più in distanza, mostrando una divina indifferenza per simili creature.
- Allora? - chiese Braden.
- Non c'è nessuna registrazione della sua ammissione all'ospedale! - esclamò l'impiegato. - Ogni anno viene redatto un elenco completo di tutti i pazienti, sa. Ho pensato di dare un'occhiata agli anni precedenti, per scoprire in quale anno è comparso per la prima volta il suo nome, e dar così un'occhiata ai documenti di ricovero di quell'anno. Ma sono risalito di vent'anni, e John Kingman viene nominato ogni anno!
- Vai indietro di trenta, allora -, l'invitò Braden.
- L'ho… l'ho fatto! - esclamò l'impiegato, sempre più afflitto. - Era un nostro paziente anche trent'anni fa!
- Quaranta? - chiese Braden.
L'impiegato deglutì a fatica.
- Dottor Braden - disse in tono disperato, - sono andato a controllare perfino l'archivio estinto, dove vengono conservate le registrazioni fino al 1850. E… dottore, era un nostro paziente anche allora!
Braden si alzò dall'erba e si spazzolò automaticamente con una mano.
- Sciocchezze! - replicò. - Sono passati novantotto anni!
L'impiegato pareva annientato.
- Lo so, dottore. C'è qualcosa di terribilmente sbagliato! Prima d'oggi la mia tenuta delle registrazioni non è mai stata messa in discussione. Sono qui da vent'anni…
- Vengo con te, a darci un'occhiata di persona -, l'interruppe il dottor Braden. - Manda qui un inserviente che lo riporti in corsia.
- S… sì, dottore -, balbettò l'impiegato, tornando a deglutire. - Su… subito.
Si allontanò veloce, in parte strascicando i piedi, in parte correndo. Il dottor Braden corrugò la fronte, un po' indispettito.
Poi, vide John Kingman che lo guardava di nuovo, e John Kingman appariva divertito. Sì, divertito in quella sua maniera distaccata e tollerante. Divertito con una condiscendenza sussiegosa che avrebbe fatto infuriare chiunque non fosse stato un medico abituato a considerare il comportamento un sintomo più che qualcosa di personale.
- È assurdo -, grugnì Braden, trattando con naturalezza il paziente… come deve fare ogni buon psichiatra: come un essere umano perfettamente normale. - Tu non sei qui da novantotto anni!
Una delle mani con sei dita si mosse. Mentre John Kingman guardava Braden con un'altezzosa, sprezzante superiorità, le sei dita fecero il gesto di scrivere. Poi John Kingman tese la mano.
Braden v'infilò una penna. Anche l'altra mano si sollevò. Braden si frugò in tasca e trovò un foglietto di carta. Glielo offrì.
John Kingman continuò a fissare le più remote lontananze, senza neppure prestare attenzione a ciò che facevano le sue mani. Ma le dita disegnavano in fretta, con una facilità dettata dalla pratica. Ci vollero solo pochi istanti. Poi, con supremo distacco, allungò le mani e restituì carta e matita a Braden. Riprese il suo atteggiamento d'indifferenza verso i comuni mortali, quasi fosse un dio. Ma adesso c'era un remotissimo accenno di sorriso sul suo viso. Era un'espressione di sprezzante trionfo.
Braden diede un'occhiata al foglietto. Era un disegno. Indubbiamente, c'erano relazioni, d'una incredibile complessità, fra le diverse linee curve all'esterno, nonché fra queste e l'intrico irregolare al centro. Non era l'opera d'un demente. Sì, era di difficile comprensione, ma del tutto razionale. C'è qualcosa di essenzialmente infantile alla base della maggior parte delle malattie mentali. Ma non c'era niente d'infantile in questo. E, in un modo oscuro e irritante, era qualcosa di familiare.
Braden aveva visto qualcosa del genere da qualche altra parte, prima di allora. Non nel campo della psichiatria, ma in qualche scienza fisico - matematica diagrammi simili venivano impiegati nelle spiegazioni.
Arrivò un inserviente per riportare John Kingman nella sua corsia. Braden piegò il foglietto e l'infilò in tasca.
- Non è il mio campo, John -, disse a John Kingman. - Lo farò controllare. Credo di poter fare qualcosa per te.
John Kingman permise che lo conducessero via. O meglio, precedette l'inserviente con passo solenne, senza consentire all'uomo di toccarlo, come se un simile contatto potesse essere un sacrilegio del quale costui, nella sua eccessiva ignoranza, non si sarebbe neppure reso conto.
Braden si recò in archivio. Con l'impiegato tutto agitato al suo fianco, rintracciò il nome di John Kingman fin nella più antica registrazione nell'archivio estinto. Man mano si risaliva indietro negli anni, la scrittura a mano si sostituì a quella a macchina. La carta ingialliva sempre più, la calligrafia d'un modello sempre più antiquato e svolazzante. Ma, pur con l'inchiostro diventato ormai marrone, su una carta a mano sempre più ingiallita e logora, nei registri dalle pagine rigate dell'Eastern Pennsylvania Asylum - questo era il nome del Mental Hospital di Meadeville nel 1850 - continuava ad essere indicato ogni anno il nome del paziente John Kingman. Due volte Braden s'imbatté in appunti tracciati accanto al nome. Uno era del 1880. Un dottore generico - non c'erano psichiatri a quei tempi - aveva scritto: - Febbre alta. - Nient'altro. Nel 1853, accanto al nome era stato tracciato un appunto conciso: - Quest'uomo ha sei dita funzionanti per ciascuna mano. - L'appunto era stato scritto novantacinque anni prima.
Il dottor Braden guardò l'impiegato tutto turbato che gli stava al fianco. I dati di John Kingman erano chiaramente impossibili. L'impiegato li interpretava come un segno d'inefficienza dell'ufficio e forse anche da parte sua. Sarebbe rimasto inquieto e apprensivo fino a quando l'origine dell'errore non sarebbe stata fatta risalire, senz'ombra di dubbio, a un suo predecessore.
- Qualcuno -, disse Braden con voce asciutta (ma in realtà neppure lui ci credeva), - si è dimenticato di prender nota dell'ovvia spiegazione. A una certa epoca, qui dev'essere stato ammesso uno sconosciuto col nome di John Kingman. Col tempo è morto. Ma in qualche modo il nome di John Kingman dev'essere diventato una specie di nome della casa, come John Doe, per indicare un qualunque paziente non identificato. Cerca John Kingman nell'archivio dei defunti. È chiaro che John Kingman è morto e in quel medesimo anno devono aver assegnato lo stesso nome a un altro paziente non identificato. Dev'essere così!
L'impiegato quasi rantolò per il sollievo. Corse tutto felice a controllare. Ma Braden non ci credeva. Nel 1853 qualcuno aveva notato che John Kingman aveva sei dita funzionanti per ciascuna mano. Le probabilità che due pazienti nello stesso istituto avessero sei dita funzionanti per mano, perfino nello stesso secolo, erano davvero minime.
Cocciutamente, Braden si recò al museo. Qui venivano conservati, ma non esibiti, i marchingegni che erano stati usati per il trattamento psichiatrico ai tempi del New Bedlam. L'ospedale mentale di Meadeville era stato appunto fondato nel 1776 come New Bedlam: era il più antico ospizio per la salute mentale negli Stati Uniti, ma non era per niente piacevole pensare al trattamento riservato ai pazienti - allora definiti - pazzi - - a quei tempi.
I registri c'erano ancora, in carta a mano sottile, e rilegati in pelle di vitello. Una calligrafia splendida, ottenuta con penne d'oca. Il dottor Braden cercò un anno dopo l'altro. Trovò John Kingman elencato nel 1820. Nel 1801. Nel 1795. Nel 1785 il nome - John Kingman - mancava dalla lista annuale dei pazienti. Braden trovò la registrazione del suo ricovero nel 1786. Il 21 maggio 1786 - dieci anni dopo la fondazione del New Bedlam, centosessantadue anni prima dell'epoca della sua ricerca - c'era una concisa annotazione: A un povero pazzo ricoverato quest'oggi è stato assegnato il nome di John Kingman a causa dei suoi modi impregnati di una assurda e ostentata regalità. È alto un metro e ottanta, sembra che non parli l'inglese o nessun'altra lingua conosciuta agli uomini dotti qui intorno, e ha sei dita per ciascuna mano: le dita in più sono perfettamente funzionanti. Il dottor Sanforde ha notato che il paziente pare soffrire di febbre alta. Sulla sua spalla sinistra, quando si è spogliato, c'è un curioso disegno che non è tatuato secondo nessuno dei metodi conosciuti. La sua pazzia sembra essere costituita da una convinzione così radicata della propria grandezza da non fargli accondiscendere a notare la presenza degli altri, neppure come suoi inferiori, cosicché, se non fosse stato ricoverato, sarebbe morto di fame. Ma in tre occasioni, quando è stato visitato dai medici, ha teso la mano con gesto imperioso per chiedere strumenti atti a scrivere e ha tracciato dei disegni assai intricati sulla cui mancanza di significato tutti si sono trovati d'accordo. È stato ricoverato come pazzo da una commissione formata dai dottori Sanforde, Smyth, Hale e Bode.
Il giovane dottor Braden lesse l'annotazione una seconda volta. Poi una terza. Si passò le mani tra i capelli. Quanto l'impiegato tornò per annunciare, sconfortato, che mai, nella lunga storia dell'istituto, era morto un paziente chiamato John Kingman, Braden non ne fu sorpreso.
- Molto bene -, disse Braden all'impiegato, che era sull'orlo di un attacco isterico. - Non è morto. Ma voglio che John Kingman venga trasferito nell'infermeria dell'ospedale. Gli daremo un'occhiata. È stato parecchio, anzi, molto trascurato. A quanto pare gli è stato fatto un esame medico soltanto una volta in centosessantadue anni. Tirami fuori i documenti del ricovero, vuoi? È entrato qui il 21 maggio 1786.
Quando Braden uscì, si lasciò alle spalle un impiegato inebetito dallo shock. L'impiegato sospettava che anche il dottor Braden fosse del tutto uscito di senno. Ma quando riuscì a ripescare i documenti originali del ricovero, decise, angosciato, che tra non molto sarebbe stato lui a trovarsi ricoverato in una delle corsie.
John Kingman mostrò divertimento quando fu condotto nel laboratorio dell'ospedale. Per dieci minuti buoni, mentre Braden lo studiava attentamente, lanciò occhiate da un apparecchio all'altro. Era impossibile credere che dopo una sola occhiata, John Kingman avesse compreso il modo di funzionare e le applicazioni di ciascuno strumento presente in quel laboratorio ultramoderno, fornito di tutte le apparecchiature d'avanguardia. Ma John Kingman era divertito. In particolare, aveva fissato il grande apparecchio dei raggi X e si era messo a sorridere con tanto evidente disprezzo da far infuriare il tecnico addetto.
- Niente sospetti paranoici -, constatò ad alta voce Braden. - Eppure, la maggior parte dei pazienti paranoici sospettano che vogliamo torturarli o magari ucciderli, quando vengono portati in un posto dove c'è roba che non capiscono.
John Kingman si voltò a guardare Braden. Tese una mano a sei dita e fece il gesto di scrivere. Braden gli porse una matita e un blocco per appunti. Con sprezzante disinvoltura, John Kingman tracciò uno schizzo. Poi ne fece un secondo. Quindi, porse i due schizzi a Braden e si ritrasse nel suo immenso, divertito disprezzo nei confronti dell'intera umanità.
Braden diede un'occhiata ai due foglietti. Ed ebbe un sussulto, strabuzzando gli occhi. Il tecnico dei raggi X si portò al suo fianco.
- Questo -, disse Braden, asciutto, - sembra il diagramma di un tubo a raggi X, no?
Il tecnico sbatté le palpebre.
- Non usa i soliti simboli -, obbiettò, - ma… oh… sì. Sì. questo dovrebbe essere l'anticatodo e quest'altro il catodo… Uhmmm, sì… - Poi, d'un tratto, esclamò: - Ehi! Questo non è giusto!
Studiò il diagramma poi disse, in preda a un'eccitazione improvvisa: - Guardi! Ha inserito un campo magnetico come in un microscopio elettronico… È un'idea! Facendo così, si ottiene un flusso di elettroni in linea retta e un fascio di raggi X più ristretto…
Braden replicò: - Chissà? E questo secondo schizzo? Un altro apparecchio a raggi X?
Il tecnico studiò il secondo schizzo con vivo interesse. Dopo un po' disse, dubbioso: - Non usa i simboli regolamentari… Non so. Qui c'è lo stesso segno per l'anticatodo, e questo indica il catodo.
- A quanto sembra, è qualcosa per… per accelerare gli elettroni. Come in un tubo di Coolidge. Solo che è… - Si grattò la testa. - Capisco quello che sta cercando di indicare. Se un aggeggio come questo dovesse funzionare, sarebbe possibile far funzionare qualunque tubo a qualunque voltaggio. Già! Tutta l'alta tensione resterebbe dentro il tubo. Nessun pericolo. Ehi! Si potrebbe farlo funzionare con batterie a secco! Un dottore potrebbe portarsi dietro un'apparecchiatura per raggi X dentro la sua valigetta! E potrebbe ugualmente farla funzionare a milioni di volt!
Il tecnico fissò gli schizzi con crescente eccitazione. Poco dopo disse, con voce affannosa: - Roba da matti! Ma… senta, dottore, me li lasci studiare! Questa è roba fantastica, questa è… Mio Dio! Mi dia la possibilità di fabbricarlo e provarlo! Non ho ancora capito tutto, ma…
Braden si riprese gli schizzi e li infilò in tasca.
- John Kingman -, osservò, - è stato nostro paziente per centosessantadue anni. Credo che avremo altre sorprese. Facciamo il nostro lavoro, adesso.
John Kingman era sinceramente divertito. Adesso era possibile trattare con lui. Quella sua aria di sprezzante condiscendenza, simile a quella di un dio verso dei vermi, in altre circostanze avrebbe fatto infuriare chiunque. Ma adesso… Consentì che lo esaminassero ai raggi X allo stesso modo in cui qualcuno avrebbe potuto permettere a dei bambini di farlo partecipare ai loro giochi. Diede un'occhiata al termometro, e sorrise sprezzante. Permise che gli prendessero la temperatura corporea sotto l'ascella. L'elettrocardiogramma suscitò lo stesso momentaneo interesse che un bambino avrebbe potuto provare verso un giocattolo sconosciuto. Con aria ilare consentì che gli fotografassero lo strano tatuaggio sulla spalla. Durante tutto il tempo, il suo disprezzo e la sua condiscendenza crebbero a livelli tali da rendere impossibile, da parte sua, mostrare anche il minimo fastidio.
Ma Braden divenne via via più pallido mentre gli esami e le prove continuavano. La temperatura corporea di John Kingman era di 40 gradi centigradi. Una - febbre alta - era stata osservata in lui nel 1850 - novantotto anni prima - e nel 1786 - molto più di un secolo e mezzo prima. Ma pareva ancora avere un'età compresa fra i quaranta e i sessant'anni. Il polso di John Kingman batteva centocinquantasette volte al minuto, e il suo elettrocardiogramma mostrò un grafico completamente assurdo, che non sembrava avere nessun significato fino a quando Braden non dichiarò, brusco: - Se avesse due cuori, apparirebbe così!
Quando le lastre a raggi X uscirono dal bagno di fissaggio, Braden le scrutò con l'aria cupa di chi si aspettava di dover contemplare l'impossibile. E l'impossibilità era là. Quando John Kingman era stato ricoverato al New Bedlam, non c'erano cose come i raggi X sulla terra. Era naturale che mai, prima di allora, fosse stato sottoposto ai raggi X. Aveva due cuori. Aveva tre costole in più su ciascun lato. Aveva quattro vertebre in più rispetto a un normale essere umano. C'erano delle stranezze ben visibili alle articolazioni dei gomiti. E la sua capacità cranica risultava superiore del dodici per cento al valore medio degli esseri umani, salvo pochi casi eccezionali. I suoi denti mostravano una ben distinta e consistente deviazione dalla norma per quanto riguardava la forma.
John Kingman squadrò Braden con una sprezzante aria di trionfo, quando gli esami ebbero termine. Non parlò. Continuò a stringersi addosso la dignità come un mantello. Consentì a un inserviente di rivestirlo mentre teneva lo sguardo fisso in distanza, in apparenza immerso in pensieri divini. Quando la sua toilette fu completata, guardò di nuovo Braden - con enorme condiscendenza - e ancora una volta la sua mano a sei dita fece il gesto di scrivere. Braden divenne - sempre che fosse possibile - ancora più pallido, mentre gli porgeva una matita e un blocco per appunti.
Questa volta John Kingman si degnò di guardare, una volta, il foglio su cui tracciava segni. Quando lo riconsegnò a Braden e si ritirò in un distacco magnifico e divertito, c'erano una dozzina o più di schizzi sul foglio. Il primo era un esatto duplicato di quello che aveva porto a Braden davanti all'edificio amministrativo. Accanto ad esso ce n'era un altro simile, ma non uguale. Il terzo era una variante, semplificata, dei primi due collegati insieme. Questa versione si ritrovava, via via più complicata in una successione logica negli schizzi successivi, fino a quando l'ultimo si divideva di nuovo in due, dei quali uno, sempre nella successione logica dei cambiamenti, era ritornato al modello originario, mentre l'altro era un disegno incredibilmente complesso, con la parte centrale simboleggiata in due sezioni intimamente collegate.
Braden trattenne il fiato. Proprio come il tecnico dei raggi X era rimasto a tutta prima perplesso per l'uso di simboli che non gli erano familiari, così Braden era rimasto perplesso per l'indefinibile familiarità del primissimo schizzo. Ma l'ultimo diagramma chiariva ogni cosa. Assomigliava in maniera strettissima ai disegni schematici che si usavano per rappresentare certi elementi chimici, e più precisamente gli atomi fissionabili. Una volta appurato che John Kingman non era un comune demente diventava chiaro che quello era un diagramma di qualche procedimento fisico che cominciava con atomi stabili, normali, fino ad arrivare a un atomo instabile - con uno degli atomi originari riportato al suo stato primitivo. Era, in breve, un procedimento di catalisi fisica che avrebbe prodotto energia atomica.
Braden sollevò i suoi occhi verso quelli sprezzanti e divertiti di John Kingman.
- Credo che tu abbia vinto -, disse con voce scossa. - Penso sempre che tu sia pazzo, ma forse noi siamo ancora più pazzi di te.
I documenti di ricovero riguardanti John Kingman erano vecchi di centosessantadue anni. Erano gialli e fragili e scritti fitti fitti. John Kingman - diceva quel documento dalla strana ortografia e dai curiosi giri di parole - era stato visto per la prima volta il mattino del 10 aprile 1786 da un uomo chiamato Thomas Hawkes, mentre questi si stava recando ad Aurora, Pennsylvania, su un barroccio pieno di grano. Allora, John Kingman era vestito con indumenti molto strani, non come quelli della gente normale. Il tessuto pareva seta, sennonché sembrava anche metallico. Quell'uomo, Hawkes, era rimasto stupefatto, ma sulle prime aveva pensato che si trattasse d'un attore girovago il quale, dopo essersi ubriacato, si fosse smarrito mentre aveva ancora addosso il costume per una recita o una parata.
Cortesemente, aveva fermato il cavallo, permettendo così al forestiero di salire, per dargli un passaggio fino alla città. Lo straniero si era mostrato sprezzante e imperioso; Hawkes gli aveva chiesto chi fosse, e l'altro l'aveva sussiegosamente ignorato, rifiutandosi di parlare. Hawkes chiese - a quanto pareva, quel giorno tutti ne parlavano, almeno tutti quelli che abitavano intorno ad Aurora - se lo straniero avesse visto le vivide stelle filanti la notte prima. Lo straniero l'aveva ancora sprezzantemente ignorato. Giunto in città, lo straniero si era fermato in mezzo alla strada, con dignità regale, guardando con gelido distacco la gente. Intorno a lui si era ben presto riunita una folla, ma lui era parso sentirsi troppo superiore per notarla. Poco dopo, un uomo anziano, molto per bene - un certo signor Wycherly - era comparso davanti a tutti, e lo straniero l'aveva fermato con un gesto. Si era chinato e aveva tracciato strani disegni nella polvere ai suoi piedi. Quando il disegno, un tracciato intricatissimo, era risultato incomprensibile per il signor Wycherly, lo straniero si era lasciato cogliere da un autentico impeto di rabbia. Aveva sputato sulla folla, la folla aveva cominciato a imbestialirsi e allora i gendarmi, prontamente intervenuti, l'avevano preso in custodia.
Braden aspettò con impazienza che il direttore dell'ospedale di Meadeville e l'uomo venuto da Washington avessero finito di leggere a loro volta quei fogli ingialliti. Poi, Braden spiegò con calma: - È un demente, non c'è dubbio. Si tratta di paranoia. È convinto della sua superiorità su tutti noi allo stesso modo in cui - diciamo - Napoleone o Edison sarebbero stati convinti della propria superiorità se d'un tratto si fossero trovati abbandonati in mezzo a una tribù di aborigeni australiani. In effetti, John Kingman potrebbe avere dei motivi altrettanto buoni di quelli che avrebbero avuto Napoleone e Edison, per sentirsi superiore. Ma se fosse sano di mente, lo dimostrerebbe. Lo stabilirebbe una volta per tutte, in modo concreto. Invece si è ritirato in una remota contemplazione della sua propria grandezza. Perciò, si tratta di paranoia. Si potrebbe supporre che fosse già demente quand'è comparso la prima volta. Ma non soffre di mania di persecuzione, giacché non gli è necessaria nessuna cervellotica teoria per spiegare la sua attuale situazione.
Il direttore dell'ospedale replicò in tono scosso, ma accomodante: - Dottor Braden, lei ne sta parlando come se non fosse un essere umano!
- Non lo è -, dichiarò Braden. - La temperatura normale del suo corpo è di quaranta gradi. I tessuti umani semplicemente non sopravviverebbero a quella temperatura. Ha vertebre e costole in più. Le sue giunture sono differenti dalle nostre. Ha due cuori. Siamo stati in grado di controllare il suo sistema circolatorio appena sotto la pelle grazie a una lampada a raggi infrarossi, e non è come il nostro. E faccio altresì notare che è stato un paziente di questo istituto per centosessantadue anni. Se è umano, è davvero un essere umano straordinario!
L'uomo di Washington intervenne, molto interessato: - Da dove pensa che venga, dottor Braden?
Braden allargò le braccia. Ma replicò, ostinato: - Non faccio ipotesi. Ma ho spedito i suoi schizzi all'ufficio brevetti. Ho detto loro che erano stati disegnati da un paziente e che sembravano gli schemi d'una struttura atomica. Ho chiesto se indicassero la presenza di precise conoscenze nel campo della fisica nucleare. Lei -, guardò l'uomo di Washington, - è arrivato qui trentasei ore dopo. Ne deduco che quegli schizzi rivelano una simile conoscenza.
- Sì, è vero! - esclamò l'uomo di Washington. Poi, in tono più calmo: - Gli schizzi sugli apparati a raggi X sono già molto interessanti, ma gli altri… a quanto pare, quegli schizzi c'insegnano come ottenere l'energia atomica controllata dal silicio, che è uno degli elementi più comuni della Terra. Da dove è arrivato, dottor Braden?
Braden serrò le mascelle.
- Ha notato che i documenti del ricovero parlano di grandi stelle filanti che avevano causato grandi commenti, nei dintorni? Ho dato un'occhiata ai giornali relativi a quella data. Riferiscono di una stella filante molto vivida che è stata osservata mentre scendeva verso il suolo. Poi, parecchi osservatori degni di fiducia affermano di averla vista risalire nel cielo. Poi, alcune ore più tardi, altre vivide stelle filanti hanno attraversato il cielo da un orizzonte all'altro, ma senza mai deviare verso il basso.
Il direttore dell'ospedale commentò, con un agro sorriso: - C'è da meravigliarsi che il New Bedlam - così allora si chiamava - non si sia affollato di pazienti, dopo simili dichiarazioni!
L'uomo di Washington non sorrise.
- Credo -, disse soprappensiero, - che il dottor Braden voglia alludere all'atterraggio d'una nave spaziale per consentire a John Kingman di scendere, e che è ripartita subito dopo. E che forse, successivamente, è stata inseguita da altre navi spaziali.
Il direttore rise, mostrando di apprezzare quella che riteneva una battuta.
- Se John Kingman non è umano -, proseguì l'uomo di Washington, - e se proviene da qualche luogo dove si sapeva così tanto sull'energia atomica due secoli fa, come ci ha fatto vedere, e se già laggiù era pazzo, potrebbe essersi impadronito di un'astronave ed essere fuggito, a causa d'una mania di persecuzione. Naturalmente, ciò avrebbe giustificato il suo inseguimento. E per sfuggire ai suoi inseguitori potrebbe essere atterrato… qui.
- Ma quella nave spaziale! - esclamò il direttore. - I nostri antenati avrebbero lasciato una documentazione, se avessero trovato un'astronave, o un razzo.
- Supponete -, riprese l'uomo di Washington, - che i suoi inseguitori avessero qualcosa di simile a… sì, al radar. Perfino noi l'abbiamo! Un demente astuto avrebbe fatto ripartire dal suolo la nave col pilota automatico, per sviare i suoi inseguitori e indurli a una inutile caccia quanto più lunga possibile. Forse ha addirittura mandato la sua nave a tuffarsi nel Sole. La stella filante che si è levata in volo dal suolo e le altre stelle filanti di passaggio troverebbero così una giustificazione. Cosa ne dice, dottor Braden?
Braden scrollò le spalle.
- Non ci sono prove. Adesso, è un malato di mente. Se riuscissimo a curarlo…
- E com'è possibile? - chiese l'uomo di Washington. - Credevo che la paranoia fosse praticamente irreversibile.
- Non proprio -, replicò Braden. - Hanno impiegato il trattamento da shock per la dementia praecox e la schizofrenia, con buoni risultati. Fino all'anno scorso non c'era niente di paragonabile per la paranoia. Poi. Jantzen ha suggerito lo shock - euforico. In sostanza, si tratta di disperdere le illusioni creando allucinazioni.
Il direttore giocherellò nervosamente. Disapprovava. L'uomo di Washington aspettava, interessato.
- Nello shock - euforico -, proseguì Braden, soppesando le parole, - le tensioni e le ansie dei dementi vengono alleviate da droghe che producono una sensazione euforica, di benessere. Jantzen ha associato a queste droghe altre che producono allucinazioni. Sembra che questa combinazione trasporti temporaneamente il malato in un universo in cui tutte le illusioni vengono soddisfatte e tutte le tensioni alleviate. Egli, quindi, può godere di un po' di sollievo dalla sua continua lotta contro la realtà. Inoltre, trovandosi davanti a una convincente realizzazione di tutti i suoi desideri, sperimenta una specie di supercatarsi. Spesso il malato esce già dal primo shock - euforico temporaneamente sano di mente. La percentuale dei pazienti curati in modo definitivo è confortevolmente alta.
L'uomo di Washington domandò: - Ma, e la biochimica del suo organismo?
Braden lo fissò con nuovo rispetto. - Non so -, rispose. - È vissuto di cibo umano per quasi due secoli, e in ogni caso è stato dimostrato che le proteine dovrebbero esser comunque le stesse su tutti i pianeti e sotto tutti i soli. Ma non posso esserne sicuro al cento per cento. Potrebbero sempre svilupparsi delle allergie. Lei ha detto che quei disegni di John Kingman sono molto importanti. Potrebbe essere la cosa più saggia scoprire quanto è più possibile da lui, prima di sottoporlo allo shock - euforico.
- Ah, sì -, disse il direttore, in tono tollerante. - Se ha aspettato centosessantadue anni, qualche settimana o dei mesi non faranno una gran differenza. Vorrei proprio presenziare all'esperimento, e poiché sto giusto per andare in ferie…
- Sarà difficile -, disse l'uomo di Washington.
- Ho detto che sto per andare in ferie…
- John Kingman -, replicò, in tono calmo ma deciso l'uomo di Washington, - ha cercato per centosessantadue anni di dirci come avere l'energia atomica controllata, e apparecchi a raggi X tascabili, e Dio sa quante altre cose. Potrebbero esserci, da qualche parte in questo ospedale, schemi di apparecchiature antigravità, reattori atomici d'uso pratico, motori d'astronavi, e anche armi in grado di spopolare la Terra. Temo che nessuno, qua dentro, potrà comunicare col mondo esterno in nessun modo, fino a quando questo istituto e tutto il suo personale non saranno stati perquisiti… ah… con la massima cura.
- Ma questo è assurdo! - esclamò il direttore, indignato.
- Proprio così. Mille anni di progressi umani chiusi nel cranio d'un demente. Quasi duecento anni di progresso sprecati perché è rimasto rinchiuso qua dentro. Ma la cosa di gran lunga più assurda sarebbe permettere che le sue informazioni finiscano nelle mani di altri dementi che non sono sotto chiave perché dirigono dei governi!
Il direttore tornò a sedersi. L'uomo di Washington disse: - Adesso, dottor Braden…
John Kingman passò giorni e giorni gongolando nel suo trionfante disprezzo. Braden lo fissava cupo in volto. L'Ospedale Mentale di Meadeville era un campo trincerato, con sentinelle dappertutto, in particolare intorno all'edificio in cui John Kingman gongolava. Adesso, orde di scienziati e di psichiatri patentati gli giravano intorno e John Kingman avvampava di soddisfazione.
Sedeva in regale, trionfante distacco. Era la figura più grande, più importante, più tronfia del pianeta. Le stupide creature che abitavano quel mondo - solo superficialmente simili a lui - erano finalmente giunte a percepire la sua divinità. Adesso, si affollavano intorno a lui. Nella loro stupida lingua, apprendere la quale sarebbe stato al di sotto della sua dignità, si rivolgevano a lui. Ma non strisciavano. Perfino se avessero strisciato, non sarebbe stato un gesto di sufficiente rispetto da parte di esseri tanto inferiori, quando si rivolgevano a John Kingman. Forse, prima o poi, si sarebbe degnato di elaborare nella propria mente l'esatta etichetta che quelle stupide creature avrebbero dovuto seguire, prima che lui accondiscendesse a notarle.
Conducevano complicati esperimenti Ma lui non li degnò della minima attenzione. Cercavano con trasparente astuzia di indurlo a fare ulteriori rivelazioni dei poteri che deteneva. Una volta, con malizioso divertimento, tracciò i simboli d'una reazione che menti così inferiori non avrebbero certo potuto capire. Tutte quelle creature ne furono enormemente eccitate e lui ne aveva provato un grandissimo divertimento. Quando avessero tentato di mettere in pratica quella reazione e molte miglia quadrate di territorio si fossero trasformate in vapori incandescenti, i sopravvissuti si sarebbero resi conto che non potevano indurlo con l'inganno o costringerlo con la forza a elargir loro le ricchezze della sua mente divina. Dovevano umiliarsi profondamente davanti a lui, nel modo giusto, e placarlo con sacrifici. Dovevano negare ogni altro dio al di fuori di John Kingman. Dovevano rendersi conto che lui era l'infinita saggezza, l'infinita potenza, l'infinita grandezza… e quella reazione che li avrebbe distrutti a milioni avrebbe fatto capir loro tutto questo.
Ma Braden impedì che tutto questo avvenisse. Quando John Kingman fornì loro lo schizzo d'una nuova reazione atomica in risposta a un nuovo complicato esperimento che uno dei nuovi scienziati aveva concepito, Braden era intervenuto con estrema decisione.
- Il paziente -, aveva detto, cocciuto, - è un paranoico. Il sospetto e l'inganno sono intrinseci dei suoi processi mentali. In qualunque momento, per dimostrare la sua grandezza, potrebbe tentare una terrificante distruzione. Non potete assolutamente fidarvi di lui! State attenti!
E riuscì infine a convincere gli altri continuando a ribadire che un paranoico sarebbe disposto a tutto pur di dimostrare la sua grandezza.
La nuova reazione fu ugualmente sperimentata, ma su quantità microscopiche, e distrusse ogni cosa entro un raggio di soli cinquanta metri. Il che portò a una decisione conclusiva su John Kingman. Era pazzo. E conosceva più lui, su uno dei più importanti rami della scienza, che tutte le generazioni dell'umanità. Ma non era possibile ottenere da lui dati di cui fidarsi, né su quell'argomento, né su ogni altro, fintanto che fosse pazzo. Valeva la pena correre il rischio calcolato di tentare di guarirlo. Braden tornò a protestare: - Proprio io ho sollecitato il tentativo di curarlo -, dichiarò con fermezza, - prima di sapere che avrebbe dato agli Stati Uniti parecchi secoli di vantaggio nelle conoscenze sull'energia atomica. Pensavo a lui come a un paziente. Per il suo bene, ogni rischio era giustificato. Ma, dal momento che non è umano, ora ritiro ogni mia sollecitazione. Non so più cosa accadrà… e potrebbe accadere qualunque cosa.
Il suo rifiuto ritardò il trattamento per settimane. Poi, giunse un ordine esecutivo della presidenza, e la questione fu risolta. Il tentativo doveva esser compiuto, come un rischio calcolato. Il dottor Braden avrebbe fatto il tentativo.
E lo fece. Esaminò a fondo John Kingman, per saggiarne la tolleranza alle droghe euforizzanti. Non vi fu nessuna reazione sfavorevole. Fece lo stesso con le droghe che producevano allucinazioni. Ancora nessuna reazione sfavorevole. Allora…
Iniettò in una delle vene di John Kingman una certa quantità della combinazione di droghe che in un essere umano dava la maggior efficacia nello shock - euforico, e i cui componenti separati erano stati provati su John Kingman e trovati innocui. Non era una dose sufficiente a produrre tutto l'effetto richiesto. Braden si aspettava di dover fare una o forse due iniezioni supplementari prima che venisse prodotta l'euforia richiesta. Non voleva correre nessun rischio che fosse evitabile. Gli somministrò prima di tutto una dose che avrebbe dovuto produrre una ben definita ma attenuata sensazione di euforia.
E John Kingman fu colto dalle convulsioni. Orribili convulsioni.
C'è una cosa che si chiama allergia. E un'altra che si chiama sinergia e nessuno capiva né l'una né l'altra. Ci sono pazienti che svengono quando gli date l'aspirina. Altri sviluppano esantemi a causa della penicillina. Alcune droghe, prese da sole, hanno un effetto, e prese insieme ne hanno un altro, e molto più drastico. Una droga che produceva euforia era innocua per John Kingman. Una droga che produceva allucinazioni era innocua. Ma - sinergia, allergia, o qualunque altra cosa fosse - le due droghe prese insieme costituivano un veleno micidiale.
John Kingman rimase letteralmente privo di sensi per tre settimane, e poi, per due giorni, cadde in preda alle convulsioni. Fu tenuto in vita alimentandolo con glucosio per via nasale… Ma era immerso in un coma profondo. Per ben quattro volte lo si credette morto.
Ma dopo tre settimane aprì gli occhi, confuso. Dopo un'altra settimana, fu in grado di parlare. Sin dall'inizio la sua espressione fu di disorientamento. Non era più orgoglioso. Cominciò a imparare l'inglese. Non mostrava nessun sintomo di paranoia: era del tutto sano di mente. In effetti, il suo Q.I. - misurato più tardi - era di novanta, un valore ben dentro i limiti d'una intelligenza normale. Non era troppo brillante, comunque adeguato. E non ricordava chi fosse. Non ricordava niente della sua vita anteriore al coma profondo che l'aveva colto al Mental Hospital di Meadeville. Niente del tutto. Era, all'apparenza, o il prezzo, o la causa, della sua guarigione.
Braden lo considerava il prezzo. E insisté nell'imporre la sua spiegazione a tutti quegli scienziati frustrati che adesso avrebbero voluto tentare su John Kingman l'ipnosi, il siero della verità, e un bel po' di altri espedienti per forzare la serratura del suo cervello.
- In quanto alla diagnosi -, proseguì Braden, tralasciando la terminologia tecnica, - quel povero diavolo deve aver subito dentro di sé qualcosa di tremendo, in passato, che non possiamo neppure immaginare. La sua personalità normale non ha potuto accettarlo, qualunque cosa fosse, perciò si è rifugiato nelle illusioni… nella follia. È vissuto in quest'eremo per più d'un secolo e mezzo, e poi noi l'abbiamo scoperto. E non gli abbiamo consentito di conservare quella sua meravigliosa illusione d'essere un grand'uomo, qualcosa di simile a un dio onnipotente. Siamo stati spietati, con lui. Ci siamo imposti alla sua volontà, l'abbiamo interrogato. L'abbiamo ingannato. E, alla fine, siamo quasi riusciti a farlo morire avvelenato! E le sue illusioni non hanno potuto reggere a tutto questo. Lui non poteva ammettere d'essersi sbagliato, ma non poteva conciliare tali esperienze con le sue illusioni. C'era soltanto una cosa che poteva fare - dimenticare tutto, e nel modo più completo possibile. Ciò che ha fatto è stato rifugiarsi in quella che un tempo chiamavamo dementia praecox. In effetti, si tratta d'infantilismo. È per questo che il suo Q.I. è soltanto di novanta, invece che l'altissima, sbalorditiva cifra che dev'essere stato quand'era un normale adulto della sua razza. Mentalmente è un bambino. Adesso sta dormendo in posizione fetale. Il che è un ammonimento! Ancora un altro tentativo d'interferire col suo cervello, e si ritirerà nell'unico posto che ancora gli rimane: nel vuoto assoluto che è la mente del bambino non ancora nato!
Presentò le prove. E le prove erano schiaccianti. Alla fine, seppure con riluttanza, John Kingman fu lasciato tranquillo.
Comunque, adesso se la sta cavando bene. Lavora all'archivio dell'Ospedale Mentale di Meadeville, poiché là le sue mani con sei dita non suscitano commenti. È straordinariamente preciso e del tutto felice.
Ma viene osservato con attenzione. C'è una domanda alla quale, adesso, può rispondere: per quanto tempo vivrà. Centosessantadue anni sono soltanto una parte della sua vita. Ma se non foste al corrente, giurereste che ne ha soltanto cinquanta.