una notte a providence (italian)
Il mio amico di Providence era solito fare lunghe camminate, soprattutto di notte. Gli piaceva spingersi fino a qualche cimitero, a una chiesa abbandonata o in posti di questo tipo. Dato che guadagnava ben poco scrivendo per Creepy Stories asseriva che queste passeggiate gli ispiravano delle idee. In ogni caso fu proprio una di queste escursioni, alla quale partecipai anch'io, che gli suggerì certe idee che non aveva previsto.
Quando ero studente al M.I.T. i miei vivevano nella parte settentrionale di New York, troppo lontano perché potessi recarmi frequentemente a casa. Così, durante i fine settimana, quando avevo finito di studiare, sfrecciavo via da Cambridge con la mia Model A per andare a trovare il mio amico. Avevamo stretto amicizia per corrispondenza tramite la rubrìca delle lettere di Creepy Stories. In seguito autoinvitatomi presso di lui, avevamo scoperto di avere interessi comuni nonostante le differenze di aspetto fisico, di età e di carattere.
Mi piaceva molto discutere e una cosa che apprezzavo del mio amico era la sua capacità di dibattere in modo intelligente e sempre gentile su molti più argomenti rispetto a chiunque altro io abbia mai conosciuto. Delle sue idee, alcune erano brillanti: su altre, che ritenevo folli, finii poi col concordare, altre ancora continuo invece a ritenere che fossero pazzesche.
Avevamo sempre molto su cui dibattere. La politica era un argomento scottante, con la Depressione ancora in pieno atto l'anno dopo che Roosevelt aveva chiuso le banche. Io rimanevo su posizioni piuttosto conservatrici mentre il mio amico si era appena trasformato da reazionario mesozoico in ardente sostenitore del New Deal. Un altro giovane studente, che a volte veniva a trovarci, era un infuocato simpatizzante comunista. Ci impegnavamo quindi su questo argomento con calore e spirito battagliero.
Dissertavamo anche di Religione. Il mio amico era materialista scientifico e ateo, io ancora un cristiano credente. Discutevamo di estetica. Lui difendeva l'arte per l'arte: io ritenevo che la filosofia fosse un pretesto per la pigrizia e non servisse se non agli indolenti, fossero essi ricchi con pretese artistiche o semplicemente fannulloni.
Ci azzuffavamo sui problemi internazionali. Lui voleva che l'America si ricongiungesse all'Impero Britannico, io sostenevo invece uno splendido isolamento. Discutevamo di storia. Lui era votato al diciottesimo secolo, io asserivo che uomini che portavano parrucche su capigliature di ottimi capelli sembravano cretini.
- Willy - diceva - tu guardi solo alla superficie delle cose. I parrucchini non sono significativi. Ciò che è importante è che quello fu l'ultimo periodo prima della Rivoluzione Industriale con tutto il suo fumo e i suoi macchinari dai rumori assordanti, e città ipertrofiche e altri orrori del genere. Per questa ragione, in un certo senso, si trattò del periodo più delizioso, elegante e civilizzato che l'uomo abbia mai visto o mai vedrà.
- Cosa faresti tu - ribattevo io - con gli eccedenti nove decimi di umanità di cui ti dovresti liberare se dovessimo tornare alla tecnologia del diciottesimo secolo? Ridurli alla fame? Ammazzarli?Mangiarli?
- Non ho detto che potremmo o dovremmo ritornare alla tecnologia preindustriale. I cambiamenti da allora sono stati inevitabili e irreversibili. Dicevo solamente…
Stavamo ancora discutendo quando ci mettemmo in cammino per una delle nostre passeggiate notturne. Il mio amico riusciva sempre a trovare qualcosa da mostrare al suo compagno del momento. Questa, àvrebbe spiegato, era la cosa appartenuta un tempo ad un famoso pirata Coloniale; quello era il sito della taverna dove venne acciuffato prima di venire impiccato, e così via.
In questa tiepida serata di maggio, sotto una luna crescentè, il mio amico era sulle tracce di un frammento di architettura Coloniale della Federai Hill. Ci spingemmo giù per la ripida discesa di Angeli Street verso il centro di Providence. Di là continuammo in direzione ovest sul più dolce pendio di Westminster Avenùe, dove i ristoranti si chiamano trattorias. Vicinò a Dexter Street svoltammo e scarpinammo lungo i brevi e stretti vicoli finché non giungemmo in prossimità della casa coloniale.
L'arco della porta era ancora lì, ma il resto del pianterreno era stato sventrato per accogliere una piccola officina meccanica. Il mio amico chiocciò: - Dannati messicani! - poi mormorò: - Mal gliene incolga! - I suoi pregiudizi razziali, sebbene si stessero indebolendo, erano ancora piuttosto consistenti.
Esaminammo l'uscio con la mia torcia tascabile, il mio amico era infatti troppo distratto per pensare di portarsi la sua. Alla fine tornammo indietro. Avevamo camminato già per tre miglia e la salita di ritorno di Angeli prometteva di essere una severa prova. Dato che era notte non potevamo usare gli ascensori del Tribunale di zona, ai piedi del pendio, per risparmiarci un po' dell'arrampicata.
In questo groviglio di vicoli il mio amico sbagliò a svoltare. Comprese subito U suo errore e disse: - No, Willy, è questa la direzione che dovrebbe riportarci a Westminster Avenue. Non penso di conoscere l'altra strada.
Avvicinandoci al viale passammo davanti a una fila di piccoli negozi, inclusa una lavanderia cinese. Erano quasi tutti chiusi, sebbene sul fondo potessimo intrawedere le luci di ristoranti, bar e cinema su Westminster Avenue. Il mio amico allungò una mano per fermarsi davanti a un angolo ancora illuminato che si trovava nella fila di negozi bui.
- Che cosa è questo? - disse. - Dannazione, messere, ha le sembianze di uh covo di sacrileghi misteri! - Parlava in questo modo quando era di umore settecentesco.
Sulla vetrina l'insegna diceva:
MADAME FATIMA NOSI.
PREDICE IL FUTURO.
E PARLA CON I TUOI CARI ESTINTI.
DOMINA LE SCIENZE OCCULTE.
Un grossolano ritratto sotto l'insegna mostrava una donna dall'aspetto zingaresco china su una sfera di cristallo.
- Me lo posso proprio immaginare - disse il mio amico. - Sarà il centro di un culto segreto e sinistro. Saranno una banda di immigrati illegali del Kafìristan in cui sopravvive l'antico paganesimo. Venerano una divinità Ctonia che è in realtà un essere gelatinoso che trasuda da una roccia solida…
- Perché non entriamo a vedere? - dissi. - Madame Nosi sembra essere aperta al pubblico.
- Oh, tu sei così pratico, Willy! - disse il mio amico. - Io avrei piuttosto fissato lo sguardo su questo criptico covo a distanza e avrei lasciato volare lìimmaginazione. L'interno è probabilmente sporco, squallido e, nel complesso, prosaico. Inoltre la nostra sibilla si aspetterà di essere retribuita e, proprio in questo momento, io navigo in cattive acque.
- Ho abbastanza denaro per entrambi - dissi io. - Dai!
Fu necessario insistere in quanto il mio amico era timido e fortemente condizionato dalla sua perenne povertà. Questa indigenza era strana, considerando le sue doti e il suo intelletto. Pochi minuti dopo ci trovavamo nel parlatoio di Madame Nosi.
Il posto era squallido, esattamente come il mio amico aveva predetto. Fatima Nosi si rivelò essere una donna di mezza età, alta, di robusta costituzione ma ossuta, con un prominente naso adunco e capelli neri ingrigiti che calavano da sotto il fazzoletto annodato in testa.
- Bene. - disse - che posso fare per voi due gentiluomini? - Parlava con un accento che non suonava italiano. Mi guardò con severità. - Lei è un universitario, vero? Al… mm… Massachusset Institute of Technology, vero?
- Vero.
- E presume di laurearsi in… mm… un paio d'anni, no?
- È giusto - dissi sorpreso per la sua capacità di leggere nel pensiero.
- Per favore, il suo nome?
- Wilson Newbury.
Ne prese nota su un libretto.
- E lei? - si voltò verso il mio amico. Quando ebbe scritto il suo nome disse: - Lei è scrittore, no?
- Io - disse il mio amico - sono un gentiluomo che scrive, a volte, per suo diletto e per quello dei suoi amici. - Il suo viso si tese nello sforzo di cercare di parlare in una lingua straniera senza balbettare. - P-parla italiano? - Lo pronunciò lentamente con un marcato accento del sud-ovest.
Lei sembrò imbarazzata, poi la sua espressione si schiarì. - Così, così. Ma io non sono proprio italiana, anche se sono nata in Italia.
- Di dove è allora; se posso permettermi di essere così indiscreto? - domandò il mio amico.
- Kossovo.
- Oh, albanese! - esclamò lui. Mi disse poi, in disparte: - Calza. È un perfetto esempio di fenotipo dinarico, e quel nome non suonava proprio italiano. - Si voltò nuovamente. - Sono onorato, sono… sono onorato.
- Grazie. Ci sono molti albanesi in Italia - disse Madame Nosi. Arrivarono lì due, trecento anni fa per sfuggire ai turchi. È ora, cosa posso fare per voi? Oroscopo? Seduta spiritica? Sfera di cristallo? Penso che due gentiluomini così brillanti non siano interessati a manifestazioni occulte semplici. Ditemi quello che più desiderate. Lei, per favore. - Indicò il mio amico.
Lui pensò per un po' poi si decise a dire: - Madame, la cosa di cui sono ardentemente desideroso è di osservare il mondo come era nel culmine della civiltà occidentale, cioè nel diciottesimo secolo. No, mi conceda di rettificare. È di essere diretto testimone della vita del Paese più civilizzato di quel mondo… l'Inghilterra… in quel periodo.
- Ummm. - Madame Nosi sembrò perplessa. - È diffìcile. Ma forse ho la possibilità di usare lo specchio di Balsamo. Dovete venire al piano di sopra, nel santuario interno.
Ci condusse, su per gradini scricchiolanti, in un piccolo e sciatto salottino. Dirigendosi verso un lato della stanza, tolse una copertura di stoffa da uno specchio sulla parete. Questo specchio, per il resto di aspetto normalissimo, aveva una cornice intagliata la cui doratura si era per la maggior parte staccata.
Il mio amico si sporse verso di me e mormorò: - Dovrebbe essere interessante. Giuseppe Balsamo, alias Conte Alessandro di Cagliostro, era il più egregio imbroglione e ciarlatano del diciottesimo secolo. Mi chiedo quello che farà.
- Questo - disse Madame Nosi - le costerà dieci dollari. È un incantesimo potentissimo. Mette a dura prova il mio povero cuore malato. Se il suo compagno vuole venire insieme con lei, costerà dieci verdoni anche a lui.
Il mio amico sembrò, ovviamente, sconvolto. Per dieci dollari, allora, si poteva mangiare per una settimana in un buon ristorante. Venti suonavano eccessivi perfino a me; ma avevo ricevuto ultimamente un assegno da casa e non mi piaceva tirarmi indietro. Fossi stato più vecchio e sfacciato, avrei tirato sul prezzo, cosa che, sapevo, il mio amico non sarebbe mai riuscito a fare. Tirai fuori il portafoglio.
- Grazie - disse Madame Nosi. - Ora si sieda qui di fronte allo specchio. Anche lei. Accenderò delle candele su questo doppiere dietro di voi. Guardate i riflessi delle candele nel vetro.
Accese un candelabro a muro sulla parete opposta. Nell'oscurità le nostre immagini riflesse erano più tenui di ombre. Distolsi lo sguardo da quella del mio amico magro e dal viso emaciato e lo alzai verso quella del gruppo di luci tremolanti.
Madame NOsi si dette da fare dietro di noi. Un odore dolciastro mi fece arguire che aveva acceso dell'incenso. Cominciò a cantare sommessamente in una lingua che non riconobbi.
Non posso dire esattamente quando il suo incantesimo, o qualunque cosa sia stata, fece effetto, più di quanto uno possa esattamente dire quando cade addormentato e comincia a sognare. Ma mi trovai subito ad arrancare su una strada sterrata, ricoperta di erba alta un piede, fra due profondi e stretti solchi.
Questa esperienza, scoprii presto, non era un semplice caso di viaggio attraverso il tempo, del tipo di quelli di cui si legge nei racconti: il viaggiatore nel tempo arriva in un'altra era in propria persona, in grado di agire e muoversi come farebbe nel suo tempo. Io mi ritrovai invece nel corpo di qualcun'altro, a sentire e a vedere con i suoi organi e in grado di seguire i suoi pensieri, ma incapace di incidere sulle azioni del mio ospite. Non potevo neppure allungare il collo o girare gli occhi per vedere qualcosa che lui non desiderasse vedere. Ora il suo sguardo era fisso sul terreno di fronte a sé, per evitare di cadere.
Questa situazione eliminava il tipico paradosso del viaggio nel tempo. Mentre io prendevo parte a tutte le esperienze mentali e fisiche del mio ospite, non potevo fare nulla che avrebbe cambiato un evento che avesse già avuto luogo. Non sono in grado di giudicare se questa avventura possa essere considerata come un ritorno a un tempo precedente o come una visione di eventi precedenti imposta alla mia mente.
Potevo solamente percepire i pensieri che scorrevano nell'immaginazione conscia del mio ospite e non potevo scandagliare la riserva dei suoi ricordi. Non avevo quindi modo di scoprire chi o dove o in che perìodo mi trovassi, finché non fosse capitato al mio ospite di pensare a queste cose oppure finché qualcuno o qualcos'altro mi avesse dato un indizio.
"Ora rammenta, ragazzo" disse una voce stridula nel mio orecchio "non gironzolare appresso alle meretrici, per non mettere in periglio la tua anima. E se incontriamo il giudice e il suo debosciato figlio, frena la tua irruenza qualunque cosa essi dicano".
Questo, almeno, fu quel che mi sembrò d'aver sentito. Il suo gergo poco familiare era talmente accentuato che, finché non mi ci abituai, riuscii a cogliere soltanto la metà delle sue parole.
Il mio ospite mi fece la grazia di voltare la testa per guardare il suo compagno. Disse: - Oh, sta' tranquillo, padre; Ti puoi fidare, sono un uomo adulto e so prendermi cura di me stesso.
- Fanciullezza e gioventù sono vanità. Eccesiaste undici - disse l'altro. - La tua lingua sfrenata ci farà impiccare.
- Sempre che non ci pensi prima la tua abitudine a cacciare di frodo - replicò il mio ospite.
- Non faccio altro che esercitare là sovranità che Dio mi ha dato sugli uccelli del cielo e le bestie della terra. Vedi Genesi uno. È sbagliato da parte di Sir Roger negare a noi poveri del popolo il godimento di essi…
Il mio compagno, evidentemente il padre del mio ospite, continuò a borbottare prima di ricadere nel silenzio. Era un uomo in età matura, con mani nodose e abbronzate e il collo bruno dalle profonde rughe di uno che ha lavorato per tutta la vita nei campi. Indossava brache al ginocchio e la giacca con la larga falda, tipiche del diciottesimo secolo, ma il tutto era di ruvida stoffa tessuta e tinta a mano, rattoppata e rammendata. I polpacci erano rivestiti da un paio di calze di cotone macchiate e slabbrate e, delle grosse scarpe sformate, la destra non differiva dalla sinistra.
Sulla sua testa dominava una grande parrucca imbottita color topo che gli calava sulle spalle ma i cui capelli erano, per la metà, caduti. In cima ad essa c'era un cappello di feltro a tesa larga, squallido e stinto, rivoltato sul dietro ma lasciato ricadere in smerli dalla parte Qpposta.
Oltre alla parrucca, ostentava un gran barbone incolto e grigio. Io avevo sempre pensato che tutti gli uomini in questo periodo fossero rasati.
Mi chiesi se il mio amico fosse imprigionato nel corpo del padre, come io lo era in quello del figlio. Se così fosse stato, la barba sarebbe risultata un bel tiro mancino per lui. Da buon estimatore del diciottesimo secolo, il mio amico detestava qualsiasi tipo di barba. Mi aveva a lungo criticato per i miei piccoli ed inoffensivi baffetti. Se comunque era davvero lì, non avevo alcuna possibilità di comunicare con lui.
Poi pensai: stavo per caso anche io indossando una parrucca? Non potevo saperlo. Sarebbe stato davvero un tiro altrettanto mancino per me, che disprezzavo le parrucche.
La coppia sprofondò nel silenzio, a parte che per un'occasionale critica bofonchiata. Non erano dei grandi parlatori. Potevo seguire i pensieri del figlio, anche se questi non facevano molto per orientarmi. Mi si agitava davanti un guazzabuglio di nomi, visi e luoghi ma troppo velocemente perché io potessi analizzarli.
Venni a sapere che il nome del mio ospite era William, che suo padre era un piccolo proprietario terriero e che erano gli unici membri sopravvissuti della famiglia. Venni anche a sapere che il padre aveva un contenzioso con il giudice locale e che si stavano recando a una fiera. Da un'allusione a Bristol, dedussi che ci trovavamo in un qualche posto nel sud-ovest dell'Inghilterra. Dall'aspetto della vegetazione, supposi che fossimo in primavera.
I campi aperti e i terreni boschivi cedettero il passo a un disordinato agglomerato di case che si addensarono poi in un villaggio. Dall'altezza della opaca sfera rossa, che in Inghilterra passava per essere il Sole, ritenni che fossimo attorno al mezzogiorno.
Al limitare del villaggio rumoreggiava la fiera. C'erano frotte di campagnoli vestiti più o meno come mio padre (perché così ero arrivato a considerarlo). C'erano pochi gentiluomini e gentildonne in un più fotogenico abbigliamento settecentesco, con i tacchi alti e parrucche incipriate. Notai che alcuni uomini più giovani portavano, al posto delle parrucche, i capelli raccolti in un codino. Tuttavia la barba di mio padre era l'unica in vista.
Quando ci tuffammo nella folla, il tanfo di umanità sudicia divenne insostenibile. Sebbene io, che recepivo l'odore attraverso l'olfatto di William, lo trovassi orribile, lui non sembrava farci affatto caso. Suppongo che lui stesso fosse piuttosto stagionato. Dal pizzicore presente in varie parti del suo corpo, sospettai che desse asilo ad un'intera fauna di parassiti.
Due squadre stavano giocando a cricket. Alle loro spalle, alcuni giovanotti stavano disputando gare di corsa e salto. C'era una giostra primitiva azionata da un vecchio cavallo. Un ragazzetto correva dietro alla bestia frustandola perché si muovesse in circolo. C'erano in vendita bibite e spuntini e alcuni dei frequentatori della fiera erano già ubriachi.
C'erano giochi di destrezza e di azzardo: lanciare palle e anelli a bersagli, indovinare quale guscio di noce nascondesse un pisello, carte, dadi e una ruota della fortuna. Una fila di padiglioni albergava mostri umani e il più grande ospitava un cammello. Si stava svolgendo, sul limite estremo dell'area della fiera, un combattimento di galli e uno spettacolo di marionette, che si sforzavano di sopraffarsi con le grida.
Mio padre non mi avrebbe lasciato scialacquare nemmeno pochi spiccioli in questi divertimenti, ma pagò ben due pence per vedere il cammello. Questa bestia, dall'aspetto rognoso, ruminava altezzosamente mentre un uomo in "costume arabo" fatto di vecchi lini teneva una conferenza sulle sue qualità. La maggior parte di quel che diceva, era sbagliata.
- Olà, laggiù! - gridò una voce. Io, o meglio il William con cui dividevo il corpo, mi girai. Uno dei gentiluomini si stava rivolgendo a noi: un uomo ben messo, di mezza età, con una signora al suo fianco.
- Che il fulmine mi colga - disse quest'uomo - se non è il vecchio Phil!
Io e mio padre ci levammo il cappello inchinandoci. Mio padre disse: - Dio vi conceda un buon giorno Mastro Bradford! Buona giornata anche alla gentil consorte! È un piacere inaspettato.
Bedford si avvicinò e strinse la mano a mio padre. - È un piacere pér gli occhi rivedervi, Philip. Anche te, Will. Per Diana, come sei cresciuto!
- Sì, è un bravo figliolo - disse Philip. - La terra ha inghiottito tutte le mie speranze eccetto una.
- Il signore dà e il Signore porta via. Ditemi, Philip, come va tra voi e Sir Roger?
- Abbastanza bene - rispose mio padre. - Perfino dopo che era stata costruita la recinzione è tornato da me perché gli vendessi il mio povero piccolo campo per unirlo ai suoi terreni.
- Perché non lo vendete? - disse Bradford. - Ho sentito dire che vi ha offerto un buon prezzo.
- No, signore, con tutto il rispetto dovuto, non lo farò. Gli Shirlaw sono stati lì da quando scorre memoria, e non l'inverso, e non sarò certo io il primo a cedere. E se lo facessi, non sarebbe certo a un villano titolato che fa la sua caccia alla volpe sui miei raccolti. Mi ha rovinato quasi completamente quello dello scorso anno.
- Sempre lo stesso vecchio testardo, Phil! Roger Stanwyck non è poi così malvagio, se si considera il suo lato buono. Per bilanciare tutti i suoi ghiribizzi eccessivi, fa anche parecchie opere di carità. - Bradford abbassò la voce. - Ascoltate, Phil, siamo vecchi amici e questo nonostante la differenza di rango. Vendete a Sir Roger al prezzo più vantaggioso che potete ottenere, ma abbandonate questo contenzioso. In caso contrario, non sarò in grado di garantire per la vostra salute. Verbum sat sapienti.
- Cosa intendete dire con ciò, Signore?
- Quando è alticcio, il che succede abbastanza spesso, si vanta che avrà la vostra terra oppure vi farà penzolare dalla forca prima che siano trascorsi dodici mesi.
- Davvero, Signore? - disse Philip.
- È la verità, non c'è dubbio. L'ho sentito anche io ad una festa dal Colonnello Armitage. Roger è un giudice e può farlo.
- Prima avrà bisogno di imputarmi e condannarmi.
- Uomo stolto! Abbiate buon senso! Con tutte le infrazioni punibili con l'impiccagione che ci sono nei libri, possono attaccarvi per una cosa più stupida dello sputare al suolo.
~ Pfui! Le giurie non condannano in questi casi.
- Se capita che gli siate graditi. Non ho bisogno di dirvi che siete l'uomo meno amato dei dintorni.
- Sì, Mastro Bradford, ma perché? Conduco una vita da buon cristiano.
- Primus, voi vi siete battuto contro la recinzione.
- Certamente l'ho fatto. Questo è il regno dell'agricoltore indipendente.
- Mio caro Philip, è passato il tempo del piccolo proprietario terriero inglese. Il paese ha bisogno di frumento, e l'unico modo per ottenerlo è di suddividere tutte queste distese comuni e farle diventare raccolti di grano. Secundus, voi siete un Metodista e per questo popolo non è peggio che essere un Cattolico o un Ebreo. Sarebbero lusingati di veder penzolare un immorale eretico; tanto più che non abbiamo avuto impiccagioni da oltre un anno.
- Io credo a quel che mi dicono l'Onnipotente e la Sacra Bibbia.
- Tertius, voi portate quella dannata barba.
- È vero, ma obbedisco ai comandamenti divini, Signore. Vedi Levitico diciannove.
- E quartus, voi siete acculturato al di là del vostro rango. A me non dispiace. Apprezzo vedere le classi inferiori migliorarsi, nei limiti della ragionevolezza, ovviamente. Ma i villici pensano, che vi diate troppe arie e vi odiano per questo.
- Mi sforzo solamente di obbedire a Dio nel modo più saggio attraverso il mio povero erudimento. Vedi Proverbi uno, quinto verso. Per quanto riguarda il vendere a Sir Roger, piuttosto mi iscriverei alla lista dei poveri.
Bradford sospirò e allargò le braccia. - Bene, non dite che ho mancato di avvisarvi. Ma, ascoltate: se venderete, avrete un buon posto da me, basta che lo chiediate, e non sarà neanche da umile domestico, ma un posto di responsabilità con una buona paga. Chiedete ai miei servitori se non sono un buon padrone.
- Bene, grazie Signore, ma…
- Pensateci sopra. - Bradford diede una pacca sulla spalla di Philip e si allontanò con sua moglie.
Gironzolammo attorno, comprammo una pagnotta e del formaggio e assistemmo alle gare. A William sarebbe piaciuto spendere un po' di soldi per lo spettacolo dei mostri e i giochi d'azzardo ma Philip glielo proibì severamente. Poi un grido ci fece voltare.
- Eilà, Shirlaw! Philip Shirlaw!
Ci rivolse la parola un uomo pingue, rubizzo, con una fascia di pizzo dorato sul cappello a tricorno. Ci venne velocemente incontro, puntellandosi con un bastone da passeggio a quattro appoggi col pomello d'oro. Con lui c'era un giovanotto alto e smilzo vestito sfarzosamente. Il giovane portava il cappello sotto il braccio in quanto non sarebbe mai stato in grado di calzarlosopra la parrucca. Questa infatti, oltre ai boccoli sui lati e il codino sul dietro, si, elevava sul davanti in una pompadour alta un piede. Il giovane era tanto pallido quanto il vecchio era invece rubizzo e aveva alcuni nei neri sulla guancia e sulla mascella. Mentre parlava, faceva ondeggiare languidamente la mano esangue e sottile.
- Vorrei un colloquio con voi, messere - disse quello rubicondo.
- Davvero, vostro Onore? - replicò Philip.
- Non qui, non qui. Venite nella mia magione nel pomeriggio, dopo pranzo andrà bene.
- Padre - disse il giovane - dimentichi che pranzeranno da noi il signor Harcourt e la sua consorte. - Notai che faceva cadere la "r" finale come un inglese moderno mentre tutti gli altri coi quali avevamo parlato non lo facevano.
- È vero, è proprio vero - bofonchiò Sir Roger Stanwyck. - Facciamo allora entro un'ora, Shirlaw. Noi stiamo per lasciare la fiera, quindi non tardate!
Era una lunga camminata arrivare dalla fiera fino alla dimora di Sir Roger, ma il giudice non avrebbe mai nemmeno pensato di offrirci un passaggio sulla carrozza.
Casa Stanwyck era così affollata di servi che era un miracolo che non inciampassero l'uno sull'altro. Uno di essi ci introdusse nello studio di Sir Roger. Ebbi poche possibilità di osservare l'ambiente, a parte quando capitava agli occhi di William di soffermarsi sulle cose; e lui era già stato lì in precedenza. C'erano, per esempio, due spade incrociate dietro uno scudo sulla parete, ma erano completamente di vetro e non di acciaio.
Sir Roger, bicchiere di vino in mano, ci guardò minacciosamente da una grande poltrona alata, poi si stampò in viso un sorriso forzato. Suo figlio, che stava seduto davanti ad un clavicembalo suonando qualcosa di Handel, interruppe il suo strimpellio.
- Ora, Shirlaw! - sbraitò Sir Roger. - Ho discusso con voi ed insistito con voi, senza alcun risultato. Siete un vecchio testone puzzolente, nonostante ciò vi verrò incontro. Per mostrarvi la mia bontà d'animo, alzerò la mia ultima offerta di ben cento ghinee. È tre volte tanto quel che vale il vostro lurido campo e vi sistemerà per tutta la vita. Ma questo è quanto, non una moneta in più. Che ne dite? Che ne dite?
- Mi dispiace, Signore - disse Philip. - Le ho già dato la mia risposta e questo è tutto. La mia terra rimane mia.
Discussero ancora un po' mentre il figlio si accarezzava le mascelle! Sir Roger diventò sempre più rosso. Alla fine balzò in piedi ruggendo: - Va bene, fuori di qui, voi Hannoverano figlio di puttana! vi Metodizzo io! Se un metodo non basta, ci sarà un cadavere in più nel mio armadio, fuori!
- Vostro Onore può baciarmi il sedere - disse Philip mentre si allontanavano.
Sir Roger si scagliò dietro il suo bicchiere di vino, mancandoci. Il vetro andò in frantumi e Sir Roger urlò: - John! Abraham! Buttatemi fuori quei marrani! Qualcuno vada a prendermi la spada! Li manderò a correre per il gran premio dei castrati! Charles, damerino debosciato, perché non mi bastoni questi mascalzoni?
- Eilà, Padre, sai che io… - iniziò il giovane. Il resto si perse nella stanza mentre William e Philip uscivano velocemente, prima che l'aiuto mercenario potesse organizzarsi in un drappello. Dietro di noi l'orologio batté le quattro.
Perfino io ero pieno di rabbia, sia di quella che percepivo dalla mente d William, sia di quella che ci mettevo di mio. Se avessi avuto io in custodia il corpo di William avrei probabilmente tentato qualcosa di folle. Fu un bene che non lo avessi. A quel tempo un contadino non poteva dare assolutamente un cazzotto sul naso ad un cavaliere o ad un baronetto (cosa che Sir Roger era) indipendentemente da quale fosse stata la provocazione.
Lasciammo i terreni seguendo un altro sentiero che passava attraverso un ampio prato. Al limitare di esso, il suolo si abbassava bruscamente. C'era una parete di recinzione la cui superficie piombava quasi verticalmente per sei-otto piedi in un profondo fossato. Da questa depressione il terreno risaltava poi dolcemente dall'altra parte quasi fino al livello del prato interno. Questa struttura, simile a una fortificazione in miniatura, era chiamata ha-ha. Il suo scopo era di lasciare, a quelli che si trovassero nel palazzo, la visuale di una distesa di erba a perdita d'occhio e, allo stesso tempo, di tenere lontani i cervi e altri animali selvatici dal prato interno e dalle aiuole di fiori.
Discendemmo una rampa.di gradini che tagliavano l'ha-ha e continuammo lungo un sentiero tortuoso. Questo conduceva oltre un torrentello ed attraverso un bosco. Sulla sponda del torrente c'erano operai che stavano costruendo una casa da tè in stile cinese, con vernici rosse e nere e dorature. Mentre percorrevano il sentiero tortuoso attraverso il bosco, ci passò davanti a grandi balzi un coniglio.
- Hm - disse Philip Shirlaw - quel mascalzone arrogante… E noialtri con niente altro se non pane e rape a casa. Ascolta, Wjll, Sir Roger pranza alle cinque, non è così?
- Sì - disse William. - Prima era alle quattro, ma quel suo figlio damerino ha importato la nuova moda da Londra.
- Be', ora - disse Philip - mi pare che Dio ci abbia messo sul cammino un pezzo di carne da condire a puntino. Cori degli ospiti in casa, gli Stanwyck staranno chiusi dentro dalle cinque fino a mezzanotte circa. Quei golosi senza Dio bighelloneranno cinque o sei ore attorno al loro cibo e la massa dei servi li circonderà a grappoli per attestare l'ospitalità di Sir Roger. Per l'ora in cui avranno finito, Sir Roger sarà troppo ubriaco per sapere quel che gli succede intorno.
- Stai programmando di acchiappare uno dei suoi conigli?
- Sì, anche perché non appartiene a Sir Roger ma a Dio.
- Oh, Padre, sta' attento! Ricorda l'avvertimento di Mastro Bradford.
- L'Onnipotente si prenderà cura di noi.
Un'altra mezz'ora di cammino ci portò alla nostra fattoria e infine a casa. Questa era più piccola di una baracca, di un livello non molto superiore a quelle delle case dei contadini montanari dei fumetti. L'arredamento era scarso, se si esclude una mensola con una sorprendente quantità di libri. Doveva essere quello che Bradford aveva voluto dire quando aveva detto che Philip Shirlaw fosse acculturato al di là del suo rango.
Dato che William non fissò gli occhi sulla mensola se non per pochi secondi alla volta, non potrei dire un gran che sulla selezione dei libri di Philip. Riuscii a vedere di sfuggita parecchi volumi di sermoni di John Wesley e George Whitefield. C'erano anche, mi pare, una Bibbia, uno Shakespeare e un Plutarco.
Philip Shirlaw si arrampicò sul solaio e ridiscese con un paio di balestre di piccole dimensioni. Rimasi attonito visto che ritenevo che queste armi medievali fossero già obsolete a quel tempo. Venni a sapere in seguito che esse venivano usate per cacciare di frodo fino al periodo della nostra avventura, essendo molto apprezzate per la loro silenziosità.
William cercò ancora una volta, mestamente, di dissuadere il genitore.
- Non lasciare che il rancore di Sir Roger ti conduca a rischiare il nostro collo. Un lacchè del Colonnello Armitage, Jemmy Thorne, mi ha detto che è un delitto punibile con l'impiccagione introdursi abusivamente con intento di uccidere conigli. Queste sono le parole della legge.
Seguivo la discussione con crescente apprensione. Cosa sarebbe successo a me se William fosse stato ucciso mentre io mi trovavo nel suo corpo?
Philip Shirlaw non si fece influenzare. - Pfui! Riponi la tua fiducia nella Provvidenza, figlio, e non aver paura. Io poi, da buon cristiano, non porto alcun rancore a Sir Roger. Non faccio altro che prendere la mia giusta parte dei frutti della terra che Dio ha fornito all'intera umanità. Vedi nel capitolo della Genesi.
I dardi d'acciaio della balestre erano più o meno della dimensione di una moderna matita. Con la tasca piena di essi e la balestra sotto il braccio, William si mise in cammino dietro a suo padre.
Esplorando i boschi fra la tenuta Stanwyck e la fattoria Shirlaw, non vedendo né sentendo alcuno. Il sole si abbassò e sparì dietro le nuvole che si ammassavano promettendo pioggia.
Come aveva supposto Philip, tutto il personale di servizio di casa Stanwyck si era recato al palazzo per servire il padrone e i suoi ospiti.
Infine, dovevano essere più o meno le sei, stanammo un coniglio che scappò a grandi falcate tra le grosse e vecchie querce. William fece un movimento rapido ma Philip lo fermò con un gesto. Con cautela alzarono le armi, piazzarono i dardi negli incavi e scrutarono in avanti.
Scorsero nuovamente il coniglio che, ancora una volta, se la svignò. Essendo molto esperti in questo tipo di caccia, si allargarono e andarono avanti.
I boschi si diradarono ed essi raggiunsero il limitare dei prati esterni non lontani dall'ha-ha. Nel fossato che correva ai piedi dell'ha-ha stesso stava seduto, masticando erba, il loro coniglio che, colpito, crollò al suolo. - Presto! - disse William.
Gli Shirlaw corsero fuori dal bosco per afferrare la selvaggina quando un urlo li fermò. In cima all'ha-ha stavano Sir Roger Stanwyck e suo figlio Charles. Sir Roger teneva un moschetto puntato su di loro, Charles una pistola.
- Ah! - ruggì Sir Roger. - Avevo detto o no che vi avrei acchiappati? Il diavolo mi pigli se non vi vedrò penzolare dalla forca!
- Oh, santi numi, lo farà! - mormorò William. - Preparati a scappare!
- Buttate quelle balestre! - disse la voce stridula di Charles Stanwyck.
La balestra di William era ancora alzata e carica. Senza pensare, il giovane puntò l'arma e la scaricò su Sir Roger. Mancò il bersaglio e il fischio del dardo fu soffocato dai boato del moschetto. Sentii la pallottola colpire Philip che cadde riverso con un urlo lacerante. William gettò la sua balestra e corse verso i boschi.
Un altro lampo illuminò il paesaggio serale. La detonazione arrivò alle orecchie di William proprio mentre un terribile colpo lo raggiungeva alla schiena.
E poi ero nuovamente nella stanza di Madame Nosi, in piedi, ma barcollante indietro dalla parete. Sul pavimento erano sparsi i resti frantumati dello specchio di Balsamo. Alla mia sinistra giaceva il mio amico. Madame Nosi non era in vista, ma avevo un ricordo confuso di grida e schianti proprio appena precedenti il mio "risveglio".
Mi precipitai in cima alla scala. Sul fondo, in un atteggiamento scomposto e sgraziato, giaceva Madame Nosi.
Dopo un attimo di esitazione, tornai nella stanza. Il mio amico stava seduto sul pavimento, biascicando: - Cosa… cosa è successo? Pensavo di essere stato ucciso…
- Vieni ad aiutarmi - dissi. Scendemmo da Madame Nosi.
- Tirala su - disse il mio amico. - Non è decoroso per lei stare scomposta a testa in giù a quel modo.
- Non toccarla! - dissi io. - Non si deve spostare una persona ferita finché non arriva un dottore. - Le tastai il polso ma non riuscii a sentire frulla.
Apparve un poliziotto seguito da un paio di vicini. L'agente chiese: - Che sta succedendo? Cosa sono queste urla e questi rumori… oh! - Aveva visto Fatima Nosi.
A tempo debito arrivò l'ambulanza e portò via Madame Nosi. Per qualche giorno io e il mio amico passammo ore e ore a rispondere alle domande del coroner e di altri funzionari.
Per quanto potevamo ricostruire degli eventi, io e il mio amico eravamo balzati dalle seggiole nel momento in cui, nelle nostre vite del diciottesimo secolo, venivamo uccisi dagli Stanwyck. Io era andato a finire contro il muro e avevo frantumato lo specchio. Madame Nosi era uscita correndo dalla stanza o in preda al terrore per il risultato del suo incantesimo o per qualche altro motivo. Era morta non a causa degli effetti della caduta, come avevamo inizialmente supposto, ma per un attacco cardiaco (sopravvenuto prima della caduta). Il suo medico testimoniò che soffriva di disturbi di cuore.
I funzionari, anche se sconcertati e sospettosi, ci lasciarono andare. Si portarono via come "prova" i frammenti dello specchio di Balsamo, ma non riuscii mai a scoprire cosa fecero di quei pezzi. Io avevo avuto una qualche vaga idea di ricomporli ma lasciai perdere l'idea nell'affanno per la preparazione degli esami finali. Suppongo che i pezzi siano poi finiti nella spazzatura.
Quando tutto fu finito, il mio amico sospirò e disse: - Temo che il diciottesimo secolo che ho idealizzato per tutti questi anni non sia mai esistito realmente. Quello vero era ben più sporco, di ben strette vedute, brutale, ortodosso e superstizioso di quanto non avrei mai potuto neppure immaginare senza averlo visto. Santo Iddio, essere rinchiuso nel corpo di un barbuto teologo dilettante e non poter dire neppure una parola per obiettare ai suoi errori! Il diciottesimo secolo che mi raffiguravo mentalmente era un puro artifìcio, un1 prodotto della mia immaginazione, composto da illustrazioni di libri che aveva guardato da bambino, cose che avevo letto e frammenti di architettura Coloniale che avevo visto.
- Allora - domandai io - ti calmerai e ti riconcilierai con il ventesimo secolo?
- Dio del cielo; no! La nostra esperienza, ammesso che sia stata autentica e non pura allucinazione, serve solamente a convincermi che il mondo reale, in ogni luogo e in ogni epoca, non è posto per un gentiluomo di grande sensibilità. Così passerò più tempo nel mondo dei sogni. Se vuoi, Willy, sarò felice di incontrarti lì. C'è un palazzo di lapislazzuli che devo mostrarti, in cima ad una montagna di cristallo.