una leggenda su fugen bosatsu (italian)
C’era una volta un prete molto pio ed erudito, di nome Shōku Shōnin, che viveva nella provincia di Harima. Per molti anni meditò ogni giorno sul capitolo dedicato a Fugen Bosatsu (il Bodhisattva Samantabhadra) nel Sûtra del loto, ed era solito pregare mattina e sera nella speranza che gli fosse concesso il dono di vedere Fugen Bosatsu come persona viva, e nella forma descritta dai testi sacri.
Una sera, mentre stava recitando il sûtra, il prete fu colto dal sonno e si addormentò appoggiato al suo kyōsoku. Allora sognò, e nel sogno una voce gli disse che, se voleva vedere Fugen Bosatsu, doveva recarsi alla casa di una certa cortigiana, conosciuta come la yūjo-no-chōja, che abitava nella città di Kanzaki. Appena si fu svegliato, il prete si mise in viaggio per Kanzaki, e camminando più veloce che poteva raggiunse la città entro la sera del giorno seguente.
Quando entrò nella casa della yūjo vi trovò una gran folla di persone, perlopiù giovani uomini della capitale, attratti a Kanzaki dalla fama di quella donna attraente. C’era un grande banchetto con cibi e bevande, e la yūjo stava suonando un piccolo tamburello (tsuzumi) che maneggiava con grande abilità mentre cantava. La canzone era un vecchio brano giapponese dedicato a un famoso altare nella città di Murozumi, e faceva così:
Nella sacra vasca di Murozumi, a Suwō,
anche se non soffia il vento,
ci son sempre increspature sul pelo dell’acqua.
La sua voce vellutata riempì tutti i presenti di gioia e sorpresa. Mentre il prete ascoltava meravigliato, dall’angolino appartato in cui si era messo, la ragazza cominciò all’improvviso a fissarlo, e in quell’istante lui la vide cambiare forma tramutandosi in Fugen Bosatsu: dalla sua fronte si innalzava un raggio di luce che sembrava perforare i confini stessi dell’universo, e cavalcava un elefante con sei zanne, bianco come la neve. Stava ancora cantando, ma anche la canzone si era trasformata, e le parole che giunsero alle orecchie del prete furono queste:
Sul vasto mare della Cessazione,
sebbene i venti dei Sei Desideri e delle Cinque Co
la superficie dell’acqua è tuttavia sempre solcata
dalle onde del Conseguimento della Realtà in quanto tale.
Frastornato dal raggio divino, il prete chiuse gli occhi: la visione, tuttavia, gli appariva ancora nitida attraverso le palpebre. Quando li riaprì, l’immagine era sparita: vedeva solo la ragazza con il tamburello, e udiva solo la canzone sull’acqua di Murozumi. Scoprì però che gli bastava chiudere gli occhi per vedere di nuovo Fugen Bosatsu sul dorso dell’elefante a sei zanne, e sentire la canzone mistica sul Mare della Cessazione. Gli altri presenti vedevano soltanto la yujō: loro non avevano assistito alla manifestazione divina.
Poi a un certo punto la ragazza scomparve dalla sala del banchetto – nessuno avrebbe saputo dire il momento esatto, né il come. I festeggiamenti cessarono all’istante, e la cupezza prese il posto della gioia. Dopo aver aspettato che la ragazza tornasse e averla cercata in giro senza successo, la compagnia si sciolse con grande amarezza. Il prete fu l’ultimo ad abbandonare la sala, sconvolto dalle emozioni della serata. Ma aveva a malapena varcato il cancello che la yūjo gli si presentò davanti, e disse: «Caro amico, non fare parola con nessuno di ciò che hai visto questa sera». E detto questo svanì nel nulla, lasciando una fragranza deliziosa nell’aria.
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Il monaco che ha tramandato questa storia vi ha aggiunto questo commento: «Quella della yūjo è una condizione povera e miserabile, visto che è condannata a servire la concupiscenza degli uomini. Chi poteva immaginare dunque che proprio una tale donna potesse essere il nirmānakāya, o incarnazione, di un Bodhisattva? Dobbiamo però rammentarci che i Buddha e i Bodhisattva possono mostrarsi sotto innumerevoli forme a questo mondo; in virtù della loro divina compassione, può capitare che scelgano persino le forme più umili o deplorevoli, quando esse sono utili a condurre gli uomini sul vero sentiero e a salvarli dai pericoli dell’illusione».