Stories 93 / Random

Stories by lafcadio hearn

storia di un fagiano (italian)

Save as PDF
Nel distretto di Tōyama, nella provincia di Bishū, vivevano un tempo un giovane contadino e sua moglie. La loro fattoria sorgeva in un luogo isolato, fra le colline.
Una notte la moglie sognò che suo suocero, morto qualche anno prima, veniva da lei per dirle: «Domani mi ritroverò in grave pericolo: cerca di salvarmi, se puoi!». Al mattino la donna raccontò il sogno al marito, e ne discussero assieme. Giunsero entrambi alla conclusione che il defunto volesse qualcosa da loro, ma non sapevano proprio come interpretare le parole della visione.
Dopo colazione, il marito andò nei campi mentre la moglie restò a lavorare al telaio. All’improvviso sentì delle grandi grida fuori dalla porta e si spaventò. Uscì, e vide il jitō del distretto, insieme a una squadra di caccia, che procedeva verso la fattoria. Mentre lei stava lì a guardarli, un fagiano le passò in mezzo ai piedi ed entrò in casa, e le tornò subito in mente il sogno. "Forse si tratta di mio suocero" pensò tra sé e sé. "Devo provare a salvarlo!" Così, corse dietro all’uccello – un bel fagiano maschio – e lo acchiappò senza fatica; poi lo mise dentro il pentolone vuoto e lo chiuse con il coperchio.
Qualche attimo dopo alcuni accompagnatori del jitō entrarono in casa e chiesero alla donna se avesse visto un fagiano. Lei rispose sfacciatamente di no, ma uno dei cacciatori affermò di aver intravisto l’uccello che entrava di corsa in casa. Così gli uomini si misero a cercarlo, rovistando in ogni angolino, ma a nessuno venne in mente di guardare dentro il pentolone. Dopo aver frugato dappertutto senza successo, gli uomini conclusero che l’uccello doveva essere scappato via da qualche buco e se ne andarono.
Quando il contadino tornò a casa, la moglie gli raccontò del fagiano, che aveva lasciato dentro al pentolone in modo da mostrarlo al marito. «Quando l’ho acchiappato» gli disse «non ha neanche provato a liberarsi, ed è rimasto zitto zitto dentro al pentolone. Penso che si tratti davvero di tuo padre.» Il contadino si avvicinò al pentolone, sollevò il coperchio e tirò fuori il fagiano. Se ne stava tranquillo fra le sue mani, come un animale domestico, e lo guardava come se fosse abituato alla sua presenza. Era cieco da un occhio. «Mio padre non ci vedeva da un occhio, il destro» disse il contadino, «e questo fagiano è cieco dall’occhio destro. Credo davvero che sia mio padre. Ecco! Ci sta fissando proprio con il suo stesso sguardo! Il mio povero padre deve aver pensato: “Ora che sono diventato un uccello, preferisco dare il mio corpo in pasto ai miei figli piuttosto che cederlo ai cacciatori…”. Ed ecco spiegato il tuo sogno di questa notte» aggiunse, prima di girarsi verso la moglie, con un sorriso maligno, per poi tirare il collo al fagiano.
Alla vista di quel gesto brutale, la donna lanciò un grido ed esclamò: «Che uomo spregevole che sei! Sei un demonio! Solo un uomo con il cuore di un diavolo potrebbe fare una cosa del genere! E io preferirei morire piuttosto che continuare a essere la moglie di un simile uomo!».
Così corse alla porta, senza nemmeno mettersi i sandali. Lui la afferrò per la manica del vestito, ma la donna riuscì a divincolarsi e scappò via, correndo fra i singhiozzi. E continuò a correre, scalza, fino a raggiungere la città, per poi dirigersi senza esitazione alla residenza del jitō. A quel punto, tra fiumi di lacrime, la donna raccontò al jitō l’intera vicenda: il suo sogno della notte prima della caccia, e come aveva nascosto il fagiano per salvargli la vita, e come suo marito l’aveva ucciso, facendosi beffe di lei.
Il jitō le parlò con dolcezza, e diede ordine ai servitori di trattarla con ogni premura; in quanto al marito, invece, comandò ai suoi ufficiali di andare ad arrestarlo.
Il giorno seguente il contadino fu convocato in giudizio, e poi, quando ebbe confessato la verità in merito all’uccisione del fagiano, venne emessa la sentenza. Il jitō gli disse: «Solo una persona dal cuore malvagio avrebbe potuto comportarsi come hai fatto tu, e la presenza di una creatura tanto corrotta è una sventura per la comunità in cui essa viene al mondo. I cittadini sotto la nostra giurisdizione sono tutte persone che rispettano e riconoscono la pietà filiale, e io non posso permettere che tu viva in mezzo a loro».
Così il contadino fu bandito per sempre dal distretto e gli fu proibito di tornare, pena la morte. In quanto alla donna, invece, il jitō le concesse in donazione dei terreni, e in seguito trovò il modo di procurarle un buon marito.