la ragazza samurai (italian)
Vedendo quello spettacolo di ombre cinesi con protagonisti il samurai e il goblin, a Kinjurō tornò in mente una strana storia, che cominciò a raccontarmi appena fu sceso il sipario. Dopo aver assistito a una rappresentazione come quella, era difficile che una storia di paura potesse emozionarmi; i racconti di Kinjurō, però, erano così singolari che valeva quasi sempre la pena di ascoltarli. Perciò gli prestai tutta la mia attenzione, nonostante il freddo.
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Molto tempo fa, nei giorni il cui le donne-volpi e i goblin imperversavano su queste terre, giunse nella capitale insieme ai genitori una ragazza samurai, talmente bella che chiunque la vedeva si innamorava all’istante. Centinata di giovani samurai maturarono dunque la speranza e il desiderio di sposarla, ed esposero tale desiderio ai genitori di lei. In Giappone, infatti, vige da sempre la tradizione che siano i genitori a organizzare i matrimoni per le figlie. Ma esiste sempre un’eccezione alla regola, e la fanciulla in questione rappresentava proprio uno di questi casi. I genitori affermarono che intendevano permettere alla figlia di scegliersi da sola il marito, e che qualsiasi spasimante sarebbe stato libero di corteggiarla.
Molti uomini di alto rango e grande ricchezza furono accolti in casa come pretendenti, e ciascuno cercò di conquistare la ragazza al meglio delle proprie capacità: con doni, con dolci parole, con poesie scritte in suo onore, e con promesse di amore eterno. Lei rispondeva a tutti con parole gentili e speranzose, ma poneva delle strane condizioni. Obbligava infatti ogni spasimante a giurarle, con la parola d’onore di un samurai, di sottoporsi a una prova d’amore, senza mai rivelare ad anima viva in cosa consistesse tale prova. Tutti gli uomini accettarono.
Persino i pretendenti più audaci, però, dopo aver sostenuto la prova interruppero all’istante il corteggiamento, e anzi parevano tutti terrorizzati dall’esperienza. Non pochi, a dirla tutta, fuggirono addirittura dalla città, e neanche i loro amici poterono convincerli a tornare. Cosa fosse successo, tuttavia, restava un mistero. Così iniziò a spargersi la voce che quella bellissima ragazza dovesse essere una donna-volpe oppure un goblin.
Ora, una volta che tutti gli spasimanti di alto rango ebbero abbandonato ogni pretesa, si presentò un samurai che non aveva altre ricchezze all’infuori della sua spada. Era un uomo onesto e sincero, e di bella presenza; la ragazza sembrava apprezzarlo. Lo obbligò comunque a farle lo stesso giuramento degli altri, e dopo che ebbe accettato, gli disse di tornare di sera, in una certa data.
Giunta la sera dell’appuntamento, l’uomo fu accolto in casa proprio dalla ragazza in persona. Gli offrì con le sue stesse mani un pasto di benvenuto, lo servì cortesemente, e poi gli disse che desiderava fare un giro fuori casa con lui, più tardi. L’uomo acconsentì con piacere, e le domandò in che luogo desiderasse andare. Ma la ragazza non rispose e si fece d’un tratto assai silenziosa, e dai modi strani. Dopo un po’ si ritirò nelle sue stanze, lasciando il samurai da solo.
Tornò soltanto quando la mezzanotte era passata da un pezzo, tutta vestita di bianco, come uno spirito, e poi, senza proferire parola, fece cenno all’uomo di seguirla. S’incamminarono a passo svelto per strada, mentre l’intera città dormiva. Era una di quelle notti che si chiamano oborozuki-yo, “notti di luna velata”. È in notti del genere, si dice, che vagano i fantasmi. La ragazza procedeva decisa, e i cani abbaiavano al suo passaggio. Superò i confini della città e raggiunse un gruppetto di collinette erbose all’ombra di immensi alberi, dove sorgeva un antico cimitero. Ne varcò i cancelli come fluttuando, un’ombra bianca nella notte nera. Il samurai la seguì, circospetto, la mano sull’impugnatura della spada. Poi i suoi occhi si abituarono al buio, e la vide.
La ragazza si fermò davanti a una tomba fresca, e gli fece cenno di aspettare. Lì intorno c’erano ancora gli attrezzi del becchino. Presa una vanga, la ragazza cominciò a scavare furiosamente, con inconcepibili velocità e forza. Alla fine, la vanga colpì il coperchio di una bara, facendo un gran rintocco; nel giro di un istante si vedeva già il legno bianco della bara, ripulito dalla terra. La donna tirò via il coperchio, rivelando il cadavere sottostante – il cadavere di un bambino. Con forza da goblin, strappò un braccio della creatura, lo torse fino a spezzarlo in due e poi, accovacciandosi, cominciò a mangiarne una metà. A quel punto, gettando l’altra metà allo spasimante, gli gridò: «Se davvero mi ami, mangialo! Questo è quel che mangio io!».
L’uomo non esitò neanche per un istante. Si accovacciò dall’altro lato della tomba, mangiò la sua metà del braccio, e disse: «Kekkō degozarimasu! Mo sukoshi chōdai!». Perché quel braccio, infatti, era buono come il kwashi della migliore pasticceria di Saikyō.
Così la ragazza balzò in piedi, fra grandi risate, ed esclamò: «Fra tutti i miei valorosi pretendenti, tu sei l’unico che non è scappato via! Io desideravo un marito che non conoscesse paura. Ti sposerò. Posso amarti; perché sei un vero uomo!».