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Stories by lafcadio hearn

la gratitudine del samebito (italian)

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C’era un tempo un uomo chiamato Tawaraya Tōtarō, che viveva nella provincia di Ōmi. La sua casa era situata sulla sponda del lago Biwa, non lontano dal celebre tempio chiamato Ishiyamadera. L’uomo aveva alcune proprietà e viveva nell’agio; all’età di ventinove anni, però, era ancora scapolo. Covava l’ambizione di sposare una donna di straordinaria bellezza, ma non ne aveva ancora trovata una che lo soddisfacesse.
Un giorno, mentre passava per il Lungo ponte di Seta, vide una strana creatura accovacciata vicino al parapetto. Il suo corpo somigliava a quello di un uomo, ma era nero come inchiostro; il suo volto era il volto di un demone; i suoi occhi erano verdi come smeraldi; e la sua barba era come la barba di un drago. Sulle prime, Tōtarō ne fu molto spaventato. Ma quegli occhi verdi lo guardavano con una tale mitezza che, dopo l’iniziale titubanza, si azzardò a fargli una domanda. Al che la creatura rispose dicendo: «Io sono un samebito, un uomo-squalo del mare, e fino a poco tempo fa ero al servizio degli otto grandi Re Draghi (Hachi-Dai-Ryū-Ō) come sottufficiale presso il palazzo del Drago (Ryūgū). Per via di un errore veniale che ho commesso, però, sono stato allontanato dal palazzo del Drago ed esiliato dal mare. Da quel giorno ho vagato da queste parti, senza riuscire a procurarmi né cibo né un posto dove stendermi a dormire. Se riesci a provare un po’ di pietà per me, ti scongiuro, aiutami a trovare un riparo, e fammi avere qualcosa da mangiare!».
Il samebito espresse la sua richiesta con un tono così addolorato, e con parole tanto umili, che Tōtarō ne fu commosso. «Vieni con me» disse. «Nel mio giardino c’è un laghetto grande e profondo dove potrai restare quanto vorrai, e ti darò cibo in abbondanza.»
Il samebito seguì Tōtarō a casa, e sembrò apprezzare molto il laghetto.
Da allora, per quasi sei mesi, quello strano ospite abitò nel giardino di Tōtarō, e il padrone di casa gli forniva ogni giorno da mangiare secondo i gusti di una creatura marina.
(Da qui in avanti, la storia originale si riferisce all’uomo-squalo non più come a un mostro, ma come a una persona qualunque, di genere maschile.)
Ora, nel settimo mese di quello stesso anno ci fu un pellegrinaggio di sole donne (nyonin-mōde) verso il grande tempio buddhista chiamato Miidera, nella vicina città di Ōtsu, e Tōtarō si recò a Ōtsu per assistere alla festa. In mezzo alla folla di donne e ragazze riunite presso il tempio, ne scorse una di straordinaria bellezza. Sembrava avere circa sedici anni; il suo viso era delicato e candido come la neve, e la morbidezza delle sue labbra assicurava a chiunque la guardasse che ogni parola da lei pronunciata sarebbe stata «dolce come il canto di un usignolo fra i rami del susino». Tōtarō se ne innamorò a prima vista. Quando la ragazza andò via dal tempio lui la seguì a debita distanza, e scoprì che avrebbe alloggiato insieme alla madre per un paio di giorni presso un’abitazione privata nel vicino villaggio di Seta. Chiedendo in giro fra gli abitanti del posto, riuscì anche a scoprire che si chiamava Tamana; che era nubile; e che la sua famiglia pareva restia a farle sposare un uomo di rango comune, perché chiedevano come dono di fidanzamento una cassa contenente diecimila gioielli.
Tōtarō tornò a casa parecchio angosciato da questa informazione. Più ripensava a quello strano dono di fidanzamento richiesto dai genitori della ragazza, più si convinceva che non sarebbe mai riuscito a prenderla come moglie. Anche supponendo che esistessero diecimila gioielli nell’intero Paese, soltanto un grande principe poteva sperare di radunarli tutti.
Tuttavia, Tōtarō non riusciva a togliersi dalla testa l’immagine di quella meravigliosa ragazza, neanche per un’ora soltanto. Si struggeva al punto che non mangiava né dormiva, e il ricordo sembrava addirittura farsi più vivido con il passare dei giorni. Alla fine l’uomo si ammalò, tanto che non aveva nemmeno più la forza di alzare la testa dal cuscino. Così mandò a chiamare un dottore.
Il dottore, dopo averlo visitato accuratamente, si lasciò sfuggire un’esclamazione sorpresa. «Quasi ogni malattia conosciuta può essere curata» disse «seguendo l’apposito trattamento, ma l’unica eccezione è il mal d’amore. Ciò che ti affligge è evidentemente una malattia d’amore. Non esiste cura al mondo. Nei tempi antichi, Rōya-Ō-Hakuyo morì per una malattia del genere, e devi prepararti anche tu a morire come accadde a lui.» Detto questo, il dottore se ne andò, senza neanche lasciare una medicina a Tōtarō.
In quei giorni, l’uomo-squalo che viveva nel laghetto venne a sapere della malattia del suo padrone, e si spostò in casa per occuparsi di Tōtarō. Lo accudì con grandissimo affetto sia di giorno sia di notte. Tuttavia, comprese la gravità della situazione soltanto una settimana più tardi, quando Tōtarō, credendosi in punto di morte, gli confidò queste parole d’addio: «Immagino che io abbia avuto il privilegio di occuparmi di te fino a oggi in virtù di qualche relazione che ci legò in un precedente stato di esistenza. Ora però sono gravemente malato, e la mia condizione peggiora di giorno in giorno; la mia vita è come la rugiada del mattino che svanisce sotto i raggi del sole. Il tuo destino, perciò, mi angustia. La tua esistenza finora è dipesa dalle mie premure, e ho paura che, quando sarò morto, non ci sarà più nessuno a sfamarti e a occuparsi di te… Povero amico mio!… Ahimè! Questo mondo infelice lascia sempre disattese le nostre speranze e i nostri sogni!».
Prima ancora che Tōtarō finisse il discorso, il samebito cominciò a emettere un grido di dolore, inquietante e feroce, e a piangere amaramente. E mentre piangeva, grandi lacrime di sangue gli scendevano dagli occhi verdi e gli rigavano le guance nere prima di gocciolare a terra. Finché cadevano, erano di sangue; una volta cadute, però, diventavano solide, lucenti e meravigliose – diventavano gioielli di inestimabile valore, rubini splendidi come fuoco vermiglio. Poiché quando gli uomini del mare piangono, le loro lacrime diventano pietre preziose.
Alla vista di questo prodigio, Tōtarō rimase talmente stupito ed entusiasmato che ritrovò le forze. Saltò su dal letto e cominciò a raccogliere e contare le lacrime dell’uomo-squalo, esclamando: «Sono guarito dalla malattia! Vivrò ancora! Vivrò!».
L’uomo-squalo, attonito, smise di piangere e chiese a Tōtarō di spiegargli il motivo di quella guarigione miracolosa. Così Tōtarō gli raccontò della ragazza che aveva visto al Miidera, e dell’inusitato dono di fidanzamento richiesto dalla famiglia. «Siccome ero certo che non sarei mai riuscito a procurarmi diecimila gioielli» aggiunse Tōtarō, «immaginavo che qualsiasi corteggiamento sarebbe stato inutile. Così sono stato assalito dalla tristezza, e infine mi sono ammalato. Ora però, grazie alla tua generosa commozione, possiedo molte pietre preziose e ho ritrovato fiducia nella possibilità di sposare quella ragazza. Solo che… le pietre non sono ancora abbastanza. Perciò ti prego di farmi una gentilezza e di piangere ancora un po’, per raggiungere il numero previsto.»
A questa richiesta, però, il samebito scosse la testa, e rispose con tono di sorpresa e rimprovero: «Credi forse che io sia capace di piangere a comando come una puttanella? Oh, no! Le prostitute versano lacrime per raggirare gli uomini, mentre le creature del mare non riescono a piangere se non provano una pena sincera. Io ho pianto per te a causa dell’autentico dolore che sentivo nel cuore all’idea che stessi per morire. Ma ora non posso più piangere per te, visto che mi hai detto che sei guarito».
«Che devo fare, dunque?» chiese Tōtarō lamentoso. «Se non riesco a procurarmi diecimila gioielli, non potrò sposare quella ragazza!»
Il samebito rimase in silenzio per un po’, come assorto nei pensieri. Infine disse: «Senti un po’! Oggi non mi restano proprio altre lacrime da versare. Domani, però, andiamo insieme al Lungo ponte di Seta, portandoci dietro del vino e del pesce. Possiamo restare a rilassarci un po’ sul ponte, e mentre berremo il vino e mangeremo il pesce, io guarderò in direzione del palazzo del Drago e cercherò, ripensando ai giorni felici trascorsi lì, di provare nostalgia di casa – e magari di piangere».
Tōtarō, felice, accettò la proposta.
Il mattino seguente, con una buona scorta di pesce e di vino, i due andarono al ponte di Seta e si sistemarono lì, gozzovigliando. Dopo aver bevuto una robusta quantità di vino, il samebito cominciò a guardare in direzione del Regno dei Draghi e a ripensare al passato. Poco per volta, sotto l’effetto suadente del vino, il ricordo di quei giorni felici gli riempì il cuore d’angoscia, e la nostalgia di casa lo assalì come un brivido, facendogli versare lacrime a profusione. Le grandi lacrime rosse che versava caddero sul ponte come una cascata di rubini, e Tōtarō le raccolse e le mise in una cassa, contandole finché non ebbe raggiunto la cifra di diecimila. A quel punto si abbandonò a un grido di gioia.
Quasi in quell’esatto momento, da lontano oltre il lago, si sentì una melodia deliziosa, ed ecco apparire al largo, emergendo dalle acque, un palazzo del colore del sole al tramonto, fatto come di nuvole sfilacciate.
Il samebito balzò sul parapetto del ponte e allungò lo sguardo, ridendo di gioia. Poi, girandosi verso Tōtarō, disse: «Nel Regno dei Draghi devono aver proclamato un’amnistia generale: i re mi stanno chiamando. Perciò, devo dirti addio. Sono felice di aver avuto quest’opportunità di stringere amicizia, in cambio della bontà che mi hai dimostrato».
Detto questo saltò giù dal ponte, e nessuno al mondo lo vide mai più. Tōtarō, intanto, si presentò ai genitori di Tamana con la cassa di gioielli rossi, e riuscì ad averla in sposa.