Stories 93 / Random

Stories by lafcadio hearn

davanti alla corte suprema (italian)

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Il grande monaco buddhista Mongaku Shōnin dice nel suo libro Kyō-gyō Shin-shō: «Molti degli dèi che la gente venera sono dèi ingiusti (jajin): non sono dèi degni di essere venerati da chi rispetta i Tre Gioielli. E anche quelle persone che ottengono favori da tali dèi in risposta a una preghiera finiscono per scoprire che quei favori conducevano in realtà alla sventura». Questa affermazione è ben esemplificata da una storia tramandata nel libro Nihon-Rei-Iki.
*
Durante l’epoca dell’imperatore Shōmu, nel distretto chiamato Yamadagori nella provincia di Sanuki, viveva un uomo di nome Fushiki no Shin. Aveva una sola figlia, una ragazza di nome Kinume. Kinume era una fanciulla di bell’aspetto e molto vigorosa, ma, poco dopo aver compiuto il diciottesimo anno d’età, in quella parte del Paese cominciò a diffondersi una pericolosa malattia e lei ne fu colpita. I suoi genitori e amici fecero offerte a suo beneficio presso un certo dio della peste, e pronunciarono voti in suo onore scongiurandolo di salvarla.
Dopo essere rimasta priva di sensi per molti giorni, una sera la malata si riprese, e raccontò ai genitori un sogno che aveva fatto. Aveva sognato il dio della peste che le appariva e le diceva: «La tua famiglia mi ha pregato con grande fervore per salvarti, e mi hanno venerato così devotamente che vorrei davvero poterti guarire. Non posso farlo, però, a meno di non darti la vita di una qualche altra persona. Conosci forse un’altra ragazza che abbia il tuo stesso nome?». «Mi ricordo» rispose Kinume «che a Utarigori c’è una ragazza che si chiama come me.» «Indicamela, dunque» disse il dio, toccando la dormiente, e a quel tocco lei si sollevò in aria insieme a lui, e nel giro di un secondo si trovarono già davanti alla casa dell’altra Kinume, a Utarigori. Era notte, ma la famiglia non era ancora andata e letto e la figlia stava lavando qualcosa in cucina. «La ragazza è lei» disse la Kinume di Yamadagori. Il dio della peste, frugando in una sacca rossa che portava alla cintura, tirò fuori uno strumento lungo e affilato, come uno scalpello, e poi, entrato in casa, ne affondò la punta nella fronte della Kinume di Utarigori. La Kinume di Utarigori si accasciò a terra in preda al dolore, mentre la Kinume di Yamadagori si svegliò, e riferì il sogno ai parenti.
Appena finito di raccontare il sogno, però, la ragazza perse nuovamente i sensi. Rimase priva di conoscenza per tre giorni, e i suoi genitori cominciarono a temere che non si sarebbe più ripresa. Ma poi riaprì per la seconda volta gli occhi, e fece per parlare. D’un tratto, però, si alzò dal letto, si guardò intorno con sgomento, e corse fuori di casa esclamando: «Questa non è casa mia! Voi non siete i miei genitori!».
Era accaduto qualcosa di strano.
La Kinume di Utarigori era morta dopo essere stata colpita dal dio della peste. I suoi genitori soffrivano molto, e i preti del tempio locale celebrarono un rito buddhista per lei; il suo corpo fu poi cremato in un campo fuori dal villaggio. A quel punto il suo spirito discese nel Meido, il mondo dei morti, e fu convocato presso il tribunale di Emma-Dai-Ō, il re e giudice delle anime. Appena ebbe posato gli occhi su di lei il giudice esclamò: «Questa ragazza è la Kinume di Utarigori: non doveva finire qui così presto! Rimandatela subito indietro nel mondo di Shaba, e portatemi l’altra Kinume, quella di Yamadagori!». Al che lo spirito di Kinume di Utarigori cominciò a piangere sui piedi di re Emma, gemendo e dicendo: «Mio nobile signore, sono passati più di tre giorni dalla mia morte, e ormai il mio corpo dev’essere stato cremato: se mi rimandate adesso nel mondo di Shaba, che potrei mai fare? Sono stata ridotta in cenere e fumo, non c’è più un corpo lassù per me!». «Non avere paura» rispose il temibile re. «Ti darò il corpo della Kinume di Yamadagori perché il suo spirito deve essere portato immediatamente al mio cospetto. Non devi preoccuparti per il tuo corpo cremato: vedrai che il corpo dell’altra Kinume ti piacerà molto di più.» E appena il re ebbe finito di parlare, lo spirito della Kinume di Utarigori riprese vita nel corpo della Kinume di Yamadagori.
Ora, quando i genitori della Kinume di Yamadagori videro la figlia malata saltare su dal letto e correre via, esclamando: «Questa non è casa mia!», immaginarono che avesse perso la testa e le corsero dietro, chiamandola con queste parole: «Kinume, dove vai? Aspetta un attimo, figliola! Sei ancora malata, non puoi correre così!». La ragazza però sfuggì agli inseguitori e corse senza mai fermarsi finché non giunse a Utarigori, presso la casa della famiglia dell’omonima defunta. Entrò, e trovò i suoi vecchi familiari. Lì salutò, dicendo fra le lacrime: «Oh, quanto è bello essere di nuovo a casa! Voi state bene, cari genitori?». Quelli non la riconobbero, e pensarono che fosse pazza, ma la madre le parlò gentilmente, dicendo: «Da dove arrivi, figliola?».
«Sono venuta qui dal Meido» rispose Kinume. «Sono vostra figlia, Kinume, restituita a voi dalla morte. Ora però, madre, ho un altro corpo.» Poi raccontò tutto quel che era successo, e i suoi familiari erano increduli, non sapevano cosa pensare. In quel momento anche i genitori della Kinume di Yamadagori entrarono in casa, in cerca della loro figlia, e così i due padri e le due madri si confrontarono: chiesero alla ragazza di ripetere la storia, e le fecero una sequela di domande. Lei però rispose con una tale precisione da non lasciare alcun dubbio che dicesse il vero. Alla fine, la madre della Kinume di Yamadagori, dopo aver riferito dello strano sogno che aveva fatto la sua figlia malata, disse ai genitori della Kinume di Utarigori: «Ci siamo convinti che lo spirito di questa ragazza sia lo spirito di vostra figlia. Sapete altrettanto bene, però, che il suo corpo è il corpo della nostra bambina, e crediamo che entrambe le famiglie abbiano diritto ad averla. Perciò vi proponiamo di considerarla, da qui in avanti, la figlia di tutte e due le famiglie». I genitori di Utarigori accettarono con gioia la proposta, e si racconta che, in futuro, Kinume ereditò i possedimenti di entrambe le famiglie.
«Questa storia» dice l’autore giapponese del Bukkyō Hyakka Zenshō «si può trovare sul lato sinistro del dodicesimo foglio del primo volume del Nihon-Rei-Iki.»