Stories 93 / Random

Stories by lafcadio hearn

buon senso (un tasso) (italian)

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Un tempo, su una montagna chiamata Atagoyama, vicino a Kyōto, viveva un certo prete erudito che dedicava tutto il suo tempo alla meditazione e allo studio dei testi sacri. Il piccolo tempio in cui abitava era lontano da qualsiasi villaggio; vivendo in un luogo così isolato, gli era impossibile procurarsi da solo i beni necessari per vivere. C’erano però diversi pii abitanti delle campagne che contribuivano regolarmente al suo sostentamento, portandogli ogni mese scorte di verdure e riso.
Tra queste brave persone c’era un cacciatore che di tanto in tanto si recava sulla montagna in cerca di prede. Un giorno, quando il cacciatore si presentò al tempio per portare un sacco di riso, il prete gli disse: «Amico mio, devi sapere che sono accadute delle cose straordinarie, qui, dall’ultima volta che ci siamo visti. Non ho la più pallida idea del perché tali miracoli si siano palesati ai miei indegni occhi. Tu però sai bene che io medito e recito i sûtra ogni giorno, da molti anni, ed è possibile che io mi sia meritato una ricompensa grazie alla mia devozione. Non ne sono sicuro. Quel che è certo, però, è che Fugen Bosatsu viene ogni notte in questo tempio, sul dorso del suo elefante… Resta con me stanotte, amico mio; così potrai vederlo anche tu e rendere grazie a Buddha».
«Assistere a una tale visione sacra sarebbe davvero un privilegio!» ribatté il cacciatore. «Resterò molto volentieri, e pregherò insieme a te.»
Così il cacciatore si trattenne al tempio. Ma mentre il prete era concentrato sulle sue pratiche religiose, il cacciatore cominciò a riflettere sul miracolo che gli era stato promesso, e nel suo animo crebbero dei dubbi. Più ci pensava, e più si sentiva scettico. C’era un ragazzino che abitava presso il tempio, un discepolo, e il cacciatore colse l’occasione per fargli qualche domanda.
«Il prete mi ha detto che Fugen Bosatsu viene qui al tempio ogni notte» disse. «Lo hai visto anche tu?»
«Per ben sei volte ho visto e venerato con ogni onore Fugen Bosatsu» rispose il discepolo.
Questa affermazione, per quanto non ci fosse da dubitare sull’onestà del ragazzo, non fece altro che aumentare i sospetti del cacciatore. Alla fine, tuttavia, concluse che magari sarebbe riuscito a vedere anche lui quel che aveva visto il discepolo, e si mise ad attendere con ansia il momento della visione promessa.
Poco prima di mezzanotte il prete annunciò che era l’ora di prepararsi per l’arrivo di Fugen Bosatsu. Le porte del piccolo tempio vennero spalancate e il prete si mise in ginocchio sulla soglia, con il viso rivolto a oriente. L’accolito si inginocchiò alla sua sinistra, e il cacciatore si sistemò rispettosamente alle spalle del prete.
Era la notte del ventesimo giorno del nono mese – una notte infausta, buia, e molto ventosa: i tre aspettarono a lungo l’arrivo di Fugen Bosatsu. E infine apparve un puntino bianco e luminoso, come una stella, in direzione dell’oriente: la luce si muoveva veloce, facendosi sempre più grande man mano che si avvicinava e rischiarando l’intero pendio della montagna. D’un tratto la luce prese forma: la forma di un essere divino, a cavallo di un elefante bianco come la neve e con sei zanne. E poi, nel giro di un istante, l’elefante e il suo cavaliere scintillante arrivarono dinanzi al tempio e si misero lì, torreggianti, come una montagna fatta di luce lunare, meravigliosa e bizzarra.
A quel punto il prete e il ragazzo si prostrarono e cominciarono a intonare con il massimo fervore le sacre lodi a Fugen Bosatsu. Ma il cacciatore si alzò improvvisamente in piedi alle loro spalle, l’arco pronto fra le mani, e poi, tendendo la corda a piena forza, scoccò una lunga freccia che filò dritta contro quel Buddha luminescente, conficcandosi nel petto fino all’impennatura.
In una frazione di secondo, con un rumore secco come un tuono, la luce bianca si spense e la visione scomparve. Il tempio era di nuovo immerso nel buio e nel vento.
«Oh, miserabile!» esclamò il prete, fra lacrime di vergogna e sgomento. «Oh, uomo corrotto e malvagio che non sei altro! Cos’hai fatto? Che cos’hai fatto?»
Ma il cacciatore incassò i rimproveri del prete senza mostrare il minimo segno di pentimento o rabbia. Infine disse, con grande dolcezza: «Mio nobile signore, ti prego, calmati, e prestami ascolto. Tu pensavi di poter vedere Fugen Bosatsu grazie ai meriti che ti sei guadagnato meditando ogni giorno e recitando i sûtra. Se fosse stato realmente così, però, il Buddha sarebbe apparso solamente a te – non a me, e nemmeno al ragazzo. Io sono un cacciatore ignorante, e il mio mestiere è uccidere; sottrarre le vite altrui è considerato spregevole dai Buddha. Com’è possibile, dunque, che io abbia potuto vedere Fugen Bosatsu? Mi è stato insegnato che i Buddha sono dappertutto intorno a noi, ma che noi non riusciamo a vederli a causa di ignoranza e imperfezioni. Tu, essendo un prete erudito che conduce una vita pura, potresti raggiungere davvero l’illuminazione necessaria per vedere i Buddha; ma in virtù di quale potere io, un uomo che uccide gli animali per guadagnarsi da vivere, dovrei assistere al divino? Sia io sia questo ragazzino abbiamo potuto vedere quel che hai visto tu. E posso dirti con certezza, mio nobile signore, che quel che hai visto non era Fugen Bosatsu, bensì un qualche goblin venuto qui per ingannarti – forse addirittura per ucciderti. Cerca di placare i tuoi sentimenti fino all’alba, ti scongiuro, e vedrai che saprò dimostrarti che dico il vero».
Al sorgere del sole il cacciatore e il prete andarono a esaminare il punto in cui era apparsa la visione, e scoprirono una sottile traccia di sangue. Dopo averla seguita per un centinaio di passi trovarono un buco nel terreno, e al suo interno c’era il corpo di un grosso tasso, trafitto dalla freccia del cacciatore.
Il prete, per quanto fosse una persona pia ed erudita, si era lasciato raggirare da un tasso. Ma il cacciatore, un uomo ignorante e per niente devoto, possedeva il dono di un robusto buon senso; grazie a quell’innata capacità di giudizio era riuscito a scovare e sventare all’istante una pericolosa illusione.