un colpo di fortuna (italian)
Fin dalle prime luci dell’alba mi ero messo a pensare al futuro. La nave scivolava senza scosse sulle acque tranquille. Dopo sessanta giorni di navigazione, non vedevo l’ora di metter piede a terra, in una fertile e bella isola dei Tropici. Ciò che più esalta i suoi abitanti è il parlarne come della “Perla dell’Oceano”. Bene, chiamiamola la “Perla”. È un bel nome. Una perla che stilla dolcezza sul mondo.
Questo per dirvi che vi si coltiva canna da zucchero della migliore qualità. Tutta la popolazione vive per essa e di essa. Lo zucchero è, per così dire, il loro pane quotidiano. E io stavo appunto arrivando per caricare zucchero, sperando che il raccolto fosse stato buono e che i noli fossero alti.
Il signor Burns, il mio comandante in seconda, avvistò per primo l’isola; e poco dopo mi trovai a guardare affascinato quella apparizione azzurra che sorgeva dalle onde come una guglia, quasi diafana sullo sfondo luminoso del cielo, come l’ectoplasma, il corpo astrale di un’isola emersa magicamente all’orizzonte per darmi il suo saluto. È raro vedere il profilo della Perla a una distanza di sessanta miglia. E un po’ per gioco un po’ sul serio mi chiesi se quello non fosse un fausto presagio, se nell’isola mi aspettasse qualcosa di altrettanto insolito e beneaugurante di quella straordinaria visione di sogno che ben pochi uomini di mare hanno avuto la fortuna di vedere.
A turbare, però, la mia gioia per essere finalmente giunto a destinazione arrivò lo spiacevole pensiero del mio incarico. Volevo a tutti i costi avere successo e desideravo inoltre non deludere la lusinghiera portata delle istruzioni che i miei armatori avevano riassunto in un’unica, altisonante frase: «Ci affidiamo a lei perché faccia il meglio che può con questa nave…». Mi avevano dato il mondo intero come campo d’azione e le mie capacità mi apparivano non più grandi di una capocchia di spillo.
Frattanto era caduto il vento e il signor Burns cominciò a fare spiacevoli commenti sulla mia solita sfortuna. Penso che fosse la sua devozione nei miei confronti a renderlo così apertamente critico in ogni occasione. Comunque, non avrei tollerato il suo caratteraccio se una volta non mi fosse toccato di curarlo durante una gravissima malattia mentre eravamo in navigazione. Dopo averlo per così dire strappato agli artigli della morte, sarebbe stato assurdo disfarsi di un ufficiale così in gamba. A volte però mi auguravo che desse spontaneamente le dimissioni.
Ci accostammo a terra in ritardo e dovemmo gettare l’ancora fuori dal porto fino al giorno dopo. Passammo una notte spiacevole e tutt’altro che riposante. In quella rada, che nessuno di noi due conosceva, Burns ed io restammo quasi sempre sul ponte. Le nubi mulinavano giù per le rocce a picco sotto le quali era ancorata la nave. Fra l’alberatura, da cui erano state ammainate le vele, ululava prepotente il vento e il rumore si smorzava ogni tanto in un triste lamento. Osservai che era una fortuna che fossimo riusciti a trovare un punto per gettare l’ancora prima del buio. Sarebbe stata una gran brutta nottata di ansia da trascorrere a vele spiegate in mare aperto. Ma il mio comandante in seconda come al solito la vedeva diversamente e lo disse chiaro e tondo. «La chiama una fortuna, signore! Già… la nostra solita fortuna. Quel tipo di fortuna per cui c’è da ringraziare Iddio che non sia andata peggio!».
E rimase così a smaniare e a preoccuparsi fino all’alba, mentre io attingevo alla mia scorta di filosofia. Certo, però, che fu una nottata eterna, esasperante, tediosa – starsene all’ancora sotto quella costa scura! Il mare agitato ringhiava tutt’intorno alla nave. A volte, una rabbiosa folata di vento da una gola delle scogliere traeva dal sartiame una nota stridula e lamentosa, come il gemito di un’anima abbandonata.
I.
Alle sette e mezza di mattina la nave era finalmente in porto, attraccata a un tiro di schioppo dal molo; e la mia riserva di filosofia era agli sgoccioli. Mi stavo vestendo in fretta e furia nella mia cabina quando entrò allegro e vispo il cameriere di bordo con un completo da mattina sul braccio.
Affamato, stanco e depresso, con la testa impigliata nella camicia bianca fastidiosamente rigida per il troppo amido, gli brontolai, stizzito e querulo, di «darsi una mossa con la colazione». Volevo sbarcare appena possibile.
«Sissignore. Pronta alle otto, signore. C’è un signore da terra che vorrebbe parlarle, signore».
Questo annuncio fu stranamente pronunciato tutto d’un fiato. Finii di infilarmi la camicia con uno strattone e tirai fuori la testa guardandolo stupito.
«A quest’ora!», esclamai. «Chi è? Cosa vuole?».
Dopo un lungo viaggio per mare, uno deve riannodare i fili di un’esistenza totalmente avulsa dalla normale realtà quotidiana. All’inizio, qualsiasi trascurabile evento assume la straordinaria enfasi della novità. Quella visita così mattutina mi sorprendeva moltissimo; ma non c’era motivo per cui il cameriere di bordo dovesse avere un’espressione così balorda.
«Non gli ha chiesto come si chiama?», mi informai in tono severo.
«Si chiama Jacobus, credo», mormorò timidamente.
«Il signor Jacobus!», ripetei a voce alta, più che mai sorpreso, ma in modo totalmente diverso. «Perché non me l’ha detto subito?». Ma il cameriere se l’era già svignata precipitosamente dalla mia cabina. Attraverso la porta aperta e subito richiusa, intravidi in cambusa un uomo alto e corpulento, accanto al tavolo su cui era già stesa la tovaglia; una tovaglia «civile», bianchissima e immacolata. Meno male.
Attraverso la porta chiusa, mi permisi di gridare che stavo finendo di vestirmi e sarei arrivato in un momento. E mi rispose la voce profonda e pacata del visitatore, assicurandomi che non c’era fretta. Potevo impiegarci tutto il tempo che volevo. Si augurava, comunque, che quanto prima gli avrei offerto una tazza di caffè.
«Ho paura che non sarà una gran colazione», mi scusai ad alta voce. «Sa, siamo in mare da sessantuno giorni».
«Non si preoccupi, capitano», mi rispose con un mezzo risolino. Tutto quanto – parole, tono, atteggiamento dell’uomo che avevo intravisto nella cambusa – era alquanto sorprendente; c’era qualcosa di amichevole, di propiziatorio. Ne rimanevo sempre più sorpreso. Che significava quella visita? Preludeva forse a qualche oscura macchinazione contro la mia ingenuità commerciale?
Ah! Gli affari! Rovinano anche la migliore esistenza che ci sia sotto il sole. Perché il mare dev’essere usato per il commercio – e anche per la guerra? Perché uccidere e trafficare sulle sue onde, perseguendo egoistiche finalità che dopo tutto non erano poi così importanti? Sarebbe stato tanto più piacevole navigare così, senza uno scopo preciso, qua e là fermandosi in un porto, un pezzetto di terraferma dove sgranchirsi le gambe, comprare qualche libro, mangiare qualcosa di diverso. Vivendo però in un mondo con tendenze più o meno omicide e disperatamente commerciale, era ovviamente mio dovere sfruttarne al meglio le opportunità.
Come ho già detto, la lettera dei miei armatori mi aveva lasciato facoltà di servirmi della nave nel miglior modo possibile, secondo il mio giudizio. Ma c’era anche un poscritto che, grosso modo, diceva:
«Senza voler interferire nella sua libertà d’azione inviamo, con la prima posta in partenza, una lettera ad alcuni nostri corrispondenti d’affari residenti nel luogo della sua destinazione, che potrebbero esserle di aiuto. La invitiamo specialmente a mettersi in contatto col signor Jacobus, grosso commerciante e noleggiatore. Se farete amicizia, potrebbe indirizzarla a operazioni redditizie per la nave».
Fare amicizia! Eccolo lì, quel personaggio tanto importante, proprio a bordo, a chiedere per favore una tazza di caffè. E, dal momento che la vita non è una favola, la straordinarietà di quell’evento mi diede quasi uno shock.
Che avessi scoperto un magico angolino della terra dove ricchi mercanti si precipitano a bordo delle navi prima ancora che abbiano attraccato in porto? Alla fine (mentre mi annodavo la cravatta) giunsi alla conclusione che forse non avevo capito bene il nome. Durante il viaggio avevo pensato spesso all’esimio signor Jacobus e forse ero stato tratto in inganno da una vaga assonanza di nomi… Il cameriere poteva aver detto Antrobus, o magari Jackson.
Ma, uscito dalla cabina, al mio titubante «signor Jacobus?», mi sentii rispondere tranquillamente un “sì”, pronunciato con un benevolo sorriso. Quel “sì” era piuttosto noncurante. Sembrava non vederci nulla di straordinario nell’essere il signor Jacobus. Lo osservai e vidi un largo volto pallido, capelli che si stavano diradando sulla sommità del capo, favoriti – anch’essi piuttosto radi – di colore incerto, palpebre pesanti. Le labbra, carnose e lisce dall’espressione tranquilla, sembravano incollate. Un vago sorriso. Un uomo posato, tranquillo. Gli presentai i miei due ufficiali appena scesi per fare colazione; ma non riuscii a capire perché il comportamento silenzioso del signor Burns suggerisse un’indignazione repressa.
Mentre prendevamo posto intorno al tavolo, mi giunsero all’orecchio parole slegate di un alterco in corso sulla scaletta di boccaporto. A quanto sembrava, uno sconosciuto insisteva per scendere a parlare con me e lo steward gli sbarrava il passo.
«Adesso non può vederlo».
«E perché no?»
«Le ho detto che il capitano sta facendo colazione. Fra poco sbarcherà, e potrà parlargli sul ponte».
«Non è giusto. Ha lasciato…».
«Io non c’entro affatto».
«E invece c’entra, eccome. Tutti dovrebbero avere la stessa possibilità. Lei ha lasciato che quel tizio…».
«Non riuscii a sentire altro. Respinto, finalmente, lo sconosciuto, lo steward scese. Non posso dire che avesse il viso arrossato – era un mulatto – ma certo appariva agitato. Dopo aver messo i piatti in tavola rimase accanto alla credenza con quell’aria indolente e distaccata che era solito assumere dopo una delle sue drittate, quando aveva paura di finire nei pasticci. L’espressione sprezzante del signor Burns, mentre volgeva lo sguardo da lui a me, era davvero incredibile. Non riuscivo a immaginare quale nuovo ghiribizzo gli fosse preso, adesso.
Visto che il capitano stava in silenzio nessun altro parlava, come d’abitudine sulle navi. E io non aprivo bocca semplicemente perché ero rimasto senza parole all’opulenza del banchetto. Mi ero aspettato la solita colazione di bordo e invece mi trovavo davanti a un vero festino di leccornie portate da terra: uova, salsicce, burro che evidentemente non proveniva da una lattina danese, perfino un piatto di patate. Erano tre settimane che non vedevo una vera patata fresca. Le contemplai con interesse e il signor Jacobus si rivelò uomo di caldi sentimenti umani e casalinghi oltre che lettore del pensiero.
«Le provi, capitano», mi incoraggiò amichevolmente con voce sommessa. «Sono squisite».
«Hanno davvero l’aria di esserlo», ammisi. «Coltivate sull’isola, immagino».
«Oh no, importate. Molto meno care del prodotto locale».
Quella conversazione così banale mi infastidiva. Erano dunque questi gli argomenti di discussione di un importante e ricco mercante? La spontaneità con cui si era messo a suo agio era abbastanza gradevole; ma di che si può parlare con un uomo che ci piomba addosso all’improvviso, dopo sessantuno giorni di navigazione, da una cittadina totalmente sconosciuta di un’isola mai vista prima? Quali erano gli interessi (zucchero a parte) di quella briciola della terra, i suoi pettegolezzi, i suoi argomenti di conversazione? Cominciare a parlare subito d’affari sarebbe stato quasi indecoroso – anzi, peggio: un passo falso. Per il momento, tutto quello che potevo fare era tenermi sulle generali.
«I prodotti in genere costano molto qui?», domandai, irritato con me stesso per la mia banalità.
«Non direi», rispose placidamente, con quell’aria di voler risparmiare il fiato che il suo modo conciso di parlare suggeriva.
Non voleva sbilanciarsi, anche se non evadeva l’argomento. Osservando la tavola in uno spirito di assoluta frugalità (non mi permise di offrirgli cibo) cominciò a parlare in dettaglio dei rifornimenti. Il manzo era quasi tutto importato dal Madagascar; la carne di montone, naturalmente, era rara e piuttosto costosa, ma della buona carne di capra…
«Queste sono cotolette di capra?», lo interruppi indicando uno dei piatti.
Appoggiato con aria languida alla credenza, lo steward ebbe un sussulto.
«Per amor di Dio, signore! È autentico montone!».
Il signor Burns terminò in fretta di far colazione, come esasperato per essere stato coinvolto in qualche enorme sciocchezza, farfugliò qualche parola di scusa e andò sul ponte. Poco dopo, il secondo portò la sua faccia rossa e liscia fuori dalla cabina. Con l’appetito di un adolescente, e dopo due mesi di pasti marinari, aveva fatto onore a quella succulenta colazione. Al contrario di me. Quel pasto aveva tutta l’aria di una stravaganza. Comunque, non era stata cosa da poco improvvisarlo in così breve tempo e feci i miei complimenti allo steward, in tono piuttosto minaccioso. Mi rispose con un sorriso di scusa e, in un modo di cui non riuscii a capire il significato, strizzò i begli occhi scuri in direzione dell’ospite. Il quale chiese sottovoce un’altra tazza di caffè e sbocconcellò asceticamente una delle durissime gallette di bordo. Credo che, alla fine, non ne avesse mangiato neppure un centimetro quadrato; ma nel frattempo, quasi in modo casuale, mi fece un resoconto completo della raccolta dello zucchero, delle ditte locali, del mercato dei noli; lasciando cadere qua e là vari accenni a determinate persone, quasi a mettermi velatamente in guardia, con quel suo volto pallido e carnoso sempre uguale, senza un barlume di espressione, come se non si rendesse conto di stare parlando. Come potete immaginare, ascoltavo a orecchie bene aperte. Ogni parola era preziosa. Le mie idee circa il valore delle amicizie nel campo di lavoro subirono un cambiamento per il meglio. Mi diede i nominativi di tutte le navi disponibili, con la stazza, e il nome del comandante. Da quelle notizie, che rientravano ancora nell’ambito degli affari, passò ai pettegolezzi del porto. La Hilda aveva, non si sa come, perduto la polena nel Golfo del Bengala, cosa che aveva profondamente afflitto il capitano. Lui e la sua nave erano invecchiati insieme e l’anziano signore aveva visto in quell’inspiegabile evento un presagio della propria imminente fine. La Stella aveva incontrato un tempo terribile al largo del Capo – le onde avevano spazzato i ponti e il primo ufficiale era finito in mare. E, poche ore prima di giungere in porto, era morto il bambino. Il povero capitano H. e sua moglie erano sconvolti. Se solo fossero riusciti a portarlo vivo a terra probabilmente si sarebbe potuto salvare; ma durante l’ultima settimana, più o meno, non avevano avuto vento, solo leggere brezze, e… il bimbo sarebbe stato sepolto quel pomeriggio. Supponeva che avrei partecipato…
«Pensa che dovrei?», gli chiesi, rifuggendo dall’idea.
Sì, senz’altro. Sarebbe stato un gesto molto apprezzato. Tutti i capitani in porto sarebbero andati al funerale. La povera signora H. era completamente prostrata. Un brutto colpo per H., tutto sommato.
«E lei, capitano – lei non è sposato, immagino?»
«No, non sono sposato», risposi. «Né sposato né fidanzato».
Ringraziai mentalmente la mia buona stella; e mentre il mio ospite sorrideva assorto, con aria sognante, gli espressi la mia gratitudine per la sua visita e per le interessanti informazioni d’affari che gentilmente mi aveva fornito. Ma non gli dissi quanto ne fossi rimasti sorpreso.
«Naturalmente, mi sarei fatto premura di mettermi in contatto con lei entro un giorno o due», conclusi.
Sollevò visibilmente le palpebre a guardarmi riuscendo, non so come, a sembrare più addormentato di prima.
«Secondo le istruzioni dei miei armatori», spiegai. «Sicuramente ha ricevuto la loro lettera, non è vero?».
Aveva sollevato ormai anche le sopracciglia, ma senza particolare espressione. Anzi, mi colpì la sua aria assolutamente imperturbabile.
«Oh! Credo che lei si riferisca a mio fratello».
Fu allora la mia volta di esclamare «Oh!».
Mi auguro però che la mia voce non tradisse altro che educata sorpresa quando gli chiesi a cosa dovessi, allora, il piacere… Si stava frugando lentamente in una tasca interna.
«Mio fratello è assai diverso da me. Ma in questa parte del mondo sono molto conosciuto. Lei probabilmente avrà sentito…».
Presi un cartoncino che mi porgeva. Un biglietto da visita, di un cartoncino molto spesso, in fede mia! Alfred Jacobus – l’altro era Ernest – commerciante in ogni genere di forniture navali! Viveri, freschi e conservati sotto sale, olii, vernici, cordami, telerie, e via dicendo. Rifornimento di provviste su ordinazione per navi all’attracco, prezzi modici…
«Non ho mai sentito parlare di lei», dissi sbrigativamente.
«Ne sentirà parlare ampiamente», rispose calmo e placido.
Questo non mi fece sbollire la rabbia. Avevo la netta sensazione di essere stato, in un modo o nell’altro, raggirato. Eppure, ero stato io stesso a ingannarmi – se inganno c’era stato. Ma la sua faccia tosta di autoinvitarsi a colazione avrebbe ingannato chiunque. Un pensiero mi colpì: era stato lui, allora, a portare tutto quel ben di Dio, per farsi pubblicità.
«Deve essersi alzato davvero presto, stamattina», osservai.
Ammise senza batter ciglio che era sul molo molto prima delle sei di mattina ad aspettare che la mia nave attraccasse. Mi diede l’impressione che adesso non sarei mai riuscito a liberarmi di lui.
«Se crede che questo sarà il nostro tenore di vita», dissi lanciando uno sguardo irritato alla tavola, «si sbaglia di grosso».
«Vedrà che tutto andrà bene, capitano. Capisco perfettamente».
Non c’era modo di scuotere la sua flemma. Ero seccato, ma non potevo certo fargli una scenata. Mi aveva dato molte informazioni utili – e, d’altra parte, era il fratello di quel ricco commerciante. Il che sembrava già abbastanza strano.
Mi alzai e gli dissi seccamente che ora dovevo scendere a terra. Subito si offrì di mettermi a disposizione il suo battello per tutto il tempo che fossi rimasto in porto.
«Chiedo solo un compenso nominale», continuò senza scomporsi. «Il mio uomo sta tutto il giorno all’imbarcadero. Quando le occorre la barca non ha che da soffiare nel fischietto».
E, cedendomi il passo ad ogni porta, riuscì dopotutto a portarmi via in sua custodia. Mentre attraversavamo il cassero di poppa, due individui male in arnese si fecero avanti e, in silenzio funereo, mi porsero i loro biglietti da visita che accettai in altrettanto silenzio, sotto il suo sguardo sonnacchioso. Un cerimoniale inutile e deprimente. Erano due piazzisti di altri fornitori navali e il signor Jacobus, calmo e placido alle mie spalle, li ignorò completamente.
Ci separammo sul molo dopo che aveva tranquillamente espresso la speranza di vedermi spesso «al deposito»; c’era anche una saletta di riunione per i capitani e una scatola di sigari «niente male». Lo piantai in asso senza tanti complimenti.
I commercianti da cui andai mi accolsero con la solita cordialità riservata ai potenziali clienti, ma le loro informazioni circa il mercato dei noli furono assai diverse dalle favorevoli aspettative cui mi avevano indotto le chiacchiere dello Jacobus sbagliato. Naturalmente, a quel punto ero propenso a credere piuttosto alla sua versione. Chiudendomi alle spalle la porta dell’ufficio privato mi dissi: «Figuriamoci! Un mucchio di frottole. Tattica commerciale. È quello che deve aspettarsi chiunque arrivi in un porto. Cercano di noleggiare la nave a un prezzo inferiore a quello di mercato».
Nello stanzone che si apriva all’esterno, pieno di scrivanie, il capo commesso, un individuo alto e magro, sbarbato, con un immacolato vestito bianco, i capelli neri e lucidi tagliati cortissimi su cui brillavano ogni tanto dei riflessi argentei, si alzò dalla sua scrivania rivolgendomi affabilmente la parola. Qualsiasi cosa potessero fare per me, erano a mia completa disposizione. Sarei tornato nel pomeriggio? Come? A un funerale? Ah, già, povero capitano H.
Per un attimo assunse un’espressione di comprensivo cordoglio poi, cancellando dal suo mondo di lavoro quotidiano il bimbo che si era ammalato durante una bufera ed era morto per la bonaccia, mi chiese, scoprendo tutti i denti in un sorriso da squalo – ammesso che esistano squali con la dentiera – se avessi già predisposto tutte le mie faccenduole per la sosta della nave in porto.
«Sì, con Jacobus», risposi in tono noncurante. «Mi risulta che sia il fratello del signor Ernest Jacobus per il quale ho una lettera di presentazione dei miei armatori».
Ci tenevo a fargli sapere che non ero del tutto in balìa della sua ditta. Strinse le labbra sottili con aria dubbiosa.
«Vorrebbe forse dirmi che non è suo fratello?», esclamai.
«Sì, lo è… ma non si rivolgono la parola da diciotto anni», aggiunse solennemente dopo una pausa.
«Dice sul serio? Per quale motivo hanno litigato?»
«Oh, niente. Niente di cui valga la pena di parlare», mi assicurò con aria compita. «Ha una grossa attività. Senza dubbio, è il maggior fornitore navale da queste parti. Gli affari sono affari, certo, ma conta anche il carattere di una persona, non è vero? Buongiorno capitano».
Se ne tornò con andatura affettata alla sua scrivania. Mi divertiva. Sembrava una vecchia zitella. Una vecchia commerciante zitella scandalizzata da qualche scorrettezza. Si trattava di scorrettezza commerciale? La scorrettezza negli affari è una cosa seria, perché mira al portafoglio. O era solo un purista di etica che disapprovava il fatto che Jacobus facesse il piazzista di se stesso? Certo, non era una cosa dignitosa. Mi chiedevo come la prendesse il fratello commerciante. Ma, paese che vai usanza che trovi. In una comunità così isolata e così esclusivamente «commerciale» i livelli sociali hanno una propria scala di valori.
II.
Avrei fatto volentieri a meno della triste occasione per incontrare, sia pure da lontano, i miei colleghi capitani tutti insieme. Comunque, arrivai al cimitero. Eravamo un considerevole gruppo di uomini a capo scoperto, in abito scuro. Notai che quelli di noi che più avevano l’aspetto, ormai fuori moda, del lupo di mare erano i più commossi – forse perché non avevano il “contegno” della nuova generazione. Fuori dal suo elemento naturale, il vecchio lupo di mare era un essere semplice e sentimentale. Ne notai uno – di fronte a me, al di là della fossa – che piangeva. Le lacrime gli scorrevano lungo il viso segnato dalle intemperie come gocce di pioggia su un vecchio muro scabro. In seguito, venni a sapere che era considerato un tipo duro, terrore dei marinai; che non aveva mai avuto moglie o rampolli e che, essendosi imbarcato per lunghi percorsi fin dalla più tenera età, donne e bambini li conosceva solo di vista.
Forse, piangeva sulle sue occasioni perdute, per puro e semplice desiderio frustrato di paternità; per una strana gelosia nei confronti di un dolore che lui non avrebbe mai conosciuto di persona. Gli uomini, marinai compresi, sono animali capricciosi, creature e vittime delle occasioni perdute. Ma quel vecchio riuscì a farmi vergognare della mia durezza di cuore. I miei occhi erano completamente asciutti.
Ascoltai con indegno, critico distacco quel servizio funebre che io stesso avevo dovuto leggere un paio di volte per uomini simili a fanciulli, morti in mare. Le parole di speranza e di sfida, quelle parole alate, così suggestive nella libera immensità del mare e del cielo, sembravano ricadere stancamente nella minuscola tomba. A che scopo chiedere alla Morte dove fosse il suo pungiglione lì, davanti a quella piccola buca nera nel terreno? E poi, cominciai a pensare a tutt’altro – a problemi
della vita – e problemi di ben poco conto, in verità – navi, noli, affari. Nella instabilità delle sue emozioni l’uomo è purtroppo simile a una scimmia. Ero disgustato dai miei pensieri – mentre mi chiedevo: riuscirò ad avere presto un ingaggio? Il tempo è denaro… Quello Jacobus potrà davvero procurarmi buoni affari?… Fra un paio di giorni dovrei andare a trovarlo.
Non crediate che inseguissi questi pensieri secondo un filo logico. Sarebbe anzi più esatto dire che erano loro ad inseguire me: vaghi, indistinti, irrequieti, sfacciati. Con una pertinacia cinica, abominevole, quasi rivoltante. E a scatenarli era stata la presenza di quel tenace fornitore navale. Se ne stava con aria dolente nel nostro gruppetto di gente di mare e mi irritava la sua presenza che, facendomi pensare al fratello mercante, mi aveva costretto a vergognarmi di me stesso. Mi rimaneva ancora una certa decenza di sentimenti. Era solo la mente che…
Finalmente era finita. Il povero padre – sui quaranta, con cespugliosi favoriti neri e un patetico taglio di rasoio sul mento sbarbato di fresco – ci ringraziò tutti, ricacciando indietro le sue lacrime. Ma per un qualche motivo, forse perché avevo sostato al cancello del cimitero incerto sulla strada del ritorno, o perché ero il più giovane, o perché attribuiva il mio malumore, dovuto al rimorso, a un sentimento più elevato e consono alla circostanza, o semplicemente perché gli ero ancor più sconosciuto degli altri – fatto sta che fra tutti scelse proprio me. Camminandomi a fianco, mi rinnovò i suoi ringraziamenti che ascoltai in un silenzio cupo e tormentato dai rimorsi. All’improvviso, mi infilò una mano sotto il braccio, agitando l’altra verso una figura alta e robusta che si allontanava da sola lungo una strada, nello sventolìo di un leggero abito grigio.
«È un brav’uomo… un brav’uomo davvero», soffocò un ultimo singhiozzo – «quello Jacobus».
E mi raccontò a voce bassa di come Jacobus fosse stato il primo a salire a bordo della nave quando aveva attraccato e, informato della disgrazia, si era incaricato lui di tutto, portando a terra tutti i documenti della nave, prendendo accordi per il funerale…
«Un brav’uomo. Io ero distrutto. Mia moglie ed io eravamo rimasti per dieci giorni a guardarci in faccia. Senza poter fare niente. Ci pensa? E quel caro angioletto muore proprio il giorno in cui tocchiamo terra. Come sono riuscito a portare la nave in porto solo Dio lo sa. Non vedevo nulla; non riuscivo a parlare; non riuscivo… Ha saputo, forse, che durante il viaggio avevamo perduto in mare il nostro ufficiale in seconda? Non c’era nessuno che potesse sostituirmi. E quella povera donna, quasi impazzita di dolore, da sola, giù in cabina con… In nome di Dio! Non è giusto».
Camminavamo fianco a fianco in silenzio. Non sapevo come congedarmi da lui. Sul molo, mi lasciò andare il braccio e si batté violentemente col pugno il palmo dell’altra mano.
«Non è giusto, per Dio!», esclamò di nuovo. «Non si sposi mai se prima non ha mandato il mare a quel paese… Non è giusto».
Non avevo nessuna intenzione di «mandare il mare a quel paese» e, quando mi lasciò per tornarsene a bordo, ero convinto che non mi sarei mai sposato. Mentre aspettavo all’imbarcadero il barcaiolo di Jacobus che era andato da qualche parte, mi raggiunse il capitano della Hilda, con un sottile ombrello di seta e le punte aguzze del colletto della sua arcaica camicia alla Gladstone che incorniciavano un viso minuto, sbarbato, rossastro. Un viso straordinariamente fresco per la sua età, ben modellato e rischiarato da due limpidissimi occhi azzurri. Una massa di capelli bianchi, lucenti come zucchero filato, si arricciavano leggermente all’insù sotto la tesa di un vecchio e costoso panama ornato da un largo nastro nero. Nell’aspetto di quell’arzillo e lindo vecchietto c’era qualcosa di stranamente e piacevolmente angelico e fanciullesco.
Mi si accostò come se mi avesse visto tutti i giorni della sua vita da quando ero bambino, con una battuta eccentrica su una grassa negra seduta su uno sgabello all’estremità del molo. Subito dopo, osservò in tono amabile che avevo proprio una bella barchetta.
Ricambiai la sua cortesia rispondendo prontamente:
«Non quanto la Hilda».
E subito gli angoli della sua bocca sensibile e ben tagliata si incurvarono tristemente all’ingiù.
«Per carità! adesso quasi non riesco più a guardarla!».
Lo sapevo, mi chiese con apprensione, che aveva perduto la polena: una figura femminile in tunica azzurra bordata d’oro, la faccia forse non proprio molto carina, ma con due braccia nude splendidamente modellate, tese come nell’atto di nuotare? Lo sapevo? Chi mai poteva aspettarsi una cosa del genere!… E dopo vent’anni, per giunta!
Dal suo tono, nessuno avrebbe pensato che si trattava di una donna di legno; la voce tremante, l’agitazione, davano ai suoi lamenti un sapore ridicolmente scandaloso… Scomparsa di notte – una bella notte limpida, con appena un po’ di maretta… nel Golfo del Bengala. Sparita senza uno spruzzo; nessuno sulla nave sapeva perché, come, a che ora… dopo vent’anni giusto l’Ottobre scorso… Avevo mai sentito una cosa simile!
Gli assicurai con la massima comprensione che effettivamente non l’avevo mai sentita… e allora diventò molto triste. Era sicuro che fosse un brutto segno. C’era qualcosa in quella misteriosa sparizione che sembrava una premonizione. Ma quando gli feci notare che non sarebbe certo stato difficile procurarsi un’altra figura femminile mi trovai ad essere tacitamente tacciato di riprovevole leggerezza. Il buon vecchio si imporporò sotto l’abbronzatura come se gli avessi fatto una proposta sconveniente. Si potevano rimpiazzare gli alberi maestri, mi sentii rispondere, o un timone fuori uso… una qualsiasi parte funzionante di una nave; ma a che serviva metterci una polena nuova? Che gusto c’era? A chi sarebbe importato? Era ovvio che non ero mai stato per oltre vent’anni compagno di bordo di un polena.
«Una polena nuova!», mi rimproverò in tono di insopprimibile indignazione. «Che sta dicendo? A maggio prossimo saranno ventott’anni che sono vedovo e prendere una nuova polena sarebbe come se mi saltasse in mente di prendermi un’altra moglie. Lei è proprio tale e quale a quello Jacobus!».
Mi divertivo moltissimo.
«Cosa ha fatto Jacobus? Voleva che lei si risposasse, capitano?», gli domandai in tono deferente. Ma ormai era lanciato e si limitò a un sogghigno feroce.
«Procurarsela… figuriamoci! Quello è il tipo di individuo che, purché uno paghi, procura qualsiasi cosa. Non era nemmeno un’ora che avevo attraccato quando mi si presenta a bordo offrendosi di vendermi una polena che per caso ha in cantiere, da qualche parte. Ha convinto Smith, il mio secondo, a parlarmene. «Signor Smith», gli faccio io, «dovrebbe conoscermi meglio! Le sembro tipo da prendermi una polena scartata da qualcun’altro?». E dopo tanti anni, per giunta! Il modo in cui voi giovani ogni tanto aprite bocca…».
Assunsi un atteggiamento estremamente compunto e, mentre scendevo nel battello, mi limitai a osservare:
«In questo caso, secondo me non le resta che metterci magari una bella scultura. Qualcosa come una voluta intagliata, dorata».
Dopo il suo sfogo, si era fatto molto depresso. «Già, una voluta. Potrebbe andare. Anche Jacobus aveva accennato a qualcosa del genere. Quando si tratta di spillare quattrini a un marinaio è pieno d’iniziativa. Me la farebbe pagare un occhio della testa. Una voluta dorata, dice? Suppongo che per lei andrebbe bene. A quanto pare voi giovani non sapete cosa sia il decoro».
Fece un gesto convulso col braccio destro.
«Non importa. Non ci sarebbe nessuna differenza. Tanto varrebbe portare quella vecchia carcassa in giro per il mondo col tagliamare nudo», esclamò sconsolato. Poi, mentre il battellino si allontanava dall’imbarcadero mi gridò dietro con comico livore dall’orlo del molo:
«Potrei pure farlo! Se non altro per far dispetto a quella sanguisuga vendi-polene. Sono una vecchia volpe da queste parti, e non se lo scordi. Venga a trovarmi a bordo, uno di questi giorni!».
Trascorsi la mia prima serata in porto nella pace della mia cabina di poppa; felicissimo al pensiero di poter posporre ancora per qualche ora la vita a terra che, appena rientrati da un lungo viaggio, ci appare così meschina e complicata, disarmonica, piena di facce nuove. Era però destino che dovessi sentire ancora una volta il nome di Jacobus prima di addormentarmi.
Dopo cena il signor Burns era sceso a terra a dare quella che definiva «un’occhiata in giro». Era già buio quando mi aveva annunciato la sua intenzione e non gli avevo chiesto cosa si aspettasse di vedere. Verso mezzanotte, mentre me ne stavo in salone a leggere un libro, sentii dei movimenti furtivi nel corridoio e lo chiamai per nome.
Burns entrò, bastone e cappello in mano, incredibilmente involgarito da quel suo abbigliamento tutto in ghingheri che si era messo per scendere a terra, con aria baldanzosa e uno sgradevolissimo ammiccamento nello sguardo. Invitato a sedersi, posò cappello e bastone sul tavolo e, dopo che avemmo parlato per un po’ di questioni inerenti alla nave, mi disse:
«A terra ne ho sentite delle belle su quel tizio, quel fornitore navale che gliel’ha fatta così bene in barba, capitano».
Rimproverai il mio ex malato per quel modo di esprimersi. Ma buttò indietro la testa con aria sprezzante. Davvero un bello scherzetto: presentarsi a bordo di una nave sconosciuta, con due ceste di provviste per l’equipaggio e autoinvitarsi con tanta improntitudine alla tavola del capitano! Mai sentito niente di così subdolo e sfrontato.
Mi trovai a prendere le difese dei metodi poco ortodossi di Jacobus.
«È il fratello di uno dei più ricchi commercianti del porto». Gli occhi del mio secondo sprizzarono lampi verdastri.
«Il suo prezioso fratello da diciotto o vent’anni non gli rivolge la parola», dichiarò trionfalmente. «Mi dica lei!».
«Ne sono perfettamente al corrente», lo interruppi in tono di sufficienza.
«Ah! Davvero? Sarà…!». Nel suo cervello stava ancora rimuginando sull’etica della concorrenza negli affari. «Non mi va di vedere che qualcuno si approfitti di lei. Ha dato cinque rupie a quel bel tipo del nostro steward perché lo facesse passare – o magari anche dieci. Per lui è lo stesso. Tanto ce le caricherà, probabilmente maggiorate, sulla fattura».
«È questa una delle notizie che ha sentito a terra?», domandai.
Mi assicurò che gli bastava il suo buon senso per saperlo. No; quello che aveva sentito a terra era che nessuna persona rispettabile voleva aver nulla a che fare con Jacobus. Viveva in una vecchia casa all’antica, con un gran giardino, in una stradina tranquilla. E a questo punto Burns prese un’aria di mistero. «Ci tiene rinchiusa una ragazza che, dicono…».
«Immagino che abbia raccolto tutti questi pettegolezzi in qualche rispettabilissimo locale?», ribattei in tono estremamente sarcastico.
La frecciata arrivò a segno; come molte altre persone sgradevoli, il signor Burns era estremamente suscettibile. Rimase folgorato, a bocca aperta, pronto a fornirmi altre informazioni, ma non gliene diedi l’occasione.
«E, comunque, chi se ne frega!», aggiunsi andandomene in cabina.
La mia era stata la risposta più logica. Però ero un po’ preoccupato. D’accordo che è assurdo preoccuparsi della moralità di un fornitore navale, anche se fratello di un personaggio in vista; ciò non toglie che, come ben sapete, la sua personalità mi aveva colpito fin dal primo giorno in porto.
Dopo quella trovata iniziale, Jacobus si era dimostrato tutt’altro che invadente. Usciva col battello la mattina presto per fare il giro dei clienti e ogni tanto si fermava su qualche nave a far colazione col capitano.
Una volta scoperto che si trattava più o meno di una consuetudine locale, mi limitai a fargli un cordiale cenno col capo quando una mattina, uscendo dal mio alloggio, me lo trovai davanti. Gettai un’occhiata alla tavola e vidi che era già apparecchiata anche per lui. Se ne stava lì, grande, grosso e placido ad aspettare che facessi la mia comparsa, con un bel mazzo di fiori nella mano tozza. Me li porse con un vago sorriso sonnacchioso. Dal suo giardino; aveva un bel giardino; raccolti da lui stesso quella mattina prima di uscire per il suo lavoro; aveva pensato che mi avrebbe fatto piacere… si girò: «Steward, sarebbe tanto gentile da portarmi una brocca grande piena d’acqua, per favore?».
Prendendo posto a tavola, gli dissi scherzando che mi faceva sentire come se fossi una bella ragazza e che non doveva meravigliarsi se arrossivo. Ma era accanto alla credenza, occupato a disporre il suo omaggio floreale. «Steward, per favore li metta accanto al piatto del capitano». Fece la richiesta col suo solito tono sommesso.
Era un’offerta talmente esplicita che non potei fare a meno di annusarli; e, sedendosi senza il minimo rumore espresse, mormorando, l’opinione che qualche fiore migliorava notevolmente l’aspetto del salone di una nave. Si sorprendeva che non avessi fatto collocare una mensola tutt’intorno all’osteriggio per metterci dei vasi di fiori da portarmi in viaggio. Conosceva un bravo artigiano capace di montare le mensole in un giorno e poteva procurarmi due o tre dozzine di belle piante…
La punta delle dita corte e tozze poggiava compostamente sul bordo della tavola, ai lati della sua tazza di caffè. L’espressione impassibile. Il signor Burns ridacchiava maliziosamente sotto i baffi. Dichiarai che non avevo la minima intenzione di trasformare il mio osteriggio in una serra con l’unico risultato che il tavolo sarebbe sempre stato un guazzabuglio di terriccio bagnato e foglie morte.
«Coltivare degli splendidi fiori», insistette guardando verso l’alto, «non è affatto un fastidio».
«Oh sì, lo è, eccome! Un gran fastidio», lo contraddissi. «E alla fine, qualche idiota lascia l’osteriggio aperto in una giornata un po’ ventosa, arriva qualche spruzzo d’acqua salmastra e addio fiori; tempo una settimana, sono tutti morti».
Il signor Burns mandò uno sprezzante grugnito di approvazione. Jacobus lasciò cadere l’argomento senza insistere. Dopo un certo tempo, scollò le sue labbra carnose per chiedermi se mi fossi già incontrato con suo fratello.
«No, non ancora», risposi sbrigativamente.
«Un tipo molto diverso da me», osservò con aria svagata, e si alzò. Tutti i suoi movimenti erano stranamente silenziosi. «Be’, grazie capitano. Se qualcosa non è di suo gradimento ne informi il suo steward, per favore. Immagino che quanto prima inviterà a cena i dipendenti della ditta».
«E perché dovrei?», esclamai un po’ risentito. «Lo capirei se facessi regolarmente scalo in questo porto. Ma è la prima volta che ci vengo… e potrebbe essere l’ultima per parecchi anni. Non vedo perché… Vuole forse dire che qui si usa così?»
«Se lo aspettano, da una persona come lei», rispose placido col suo solito mormorio. «Otto impiegati principali, il direttore – e fa nove – voi tre signori – e fa dodici. Non dovrebbe venire a costare molto. Dirò al suo steward di darmi ventiquattr’ore di preavviso…».
«Se lo aspettano da me! E perché dovrebbero aspettarselo proprio da me? Ho l’aria di avere il cuore particolarmente tenero… o cosa?».
Quella sua immobilità improvvisamente mi apparve dignitosa; la sua imperturbabilità, minacciosa. «C’è tutto il tempo per pensarci sopra», conclusi fiaccamente con un gesto che sembrava scacciarlo come una mosca. Prima di andarsene, indugiò ancora per dirmi con aria dispiaciuta che non aveva ancora avuto il piacere di vedermi nel suo “deposito” per gustare uno di quei famosi sigari. Ne aveva una partita di seimila pezzi da vendere, molto a buon mercato.
«Ritengo che le converrebbe assicurarsene qualcuno», aggiunse con un grasso, malinconico sorriso uscendo dalla sala da pranzo.
Il signor Burns, infuriato, calò un pugno sul tavolo.
«Ha mai visto una simile faccia tosta! Ha deciso di estorcerle qualcosa in un modo o nell’altro, capitano!».
Schierandomi immediatamente dalla parte di Jacobus, commentai filosoficamente che dopo tutto era il suo mestiere. Ma quella testa dura del mio secondo, borbottando frasi sconnesse tipo: «Non posso sopportarlo!… Si ricordi quello che le dico!…», e via dicendo, si precipitò fuori dalla sala. Se non fossi stato io a curarlo per tutto il tempo che era stato così ammalato e febbricitante, non avrei tollerato quei suoi modi neppure per un giorno!
III.
Visto che Jacobus mi aveva fatto venire in mente il suo ricco fratello, decisi di fargli subito una visita d’affari. Nel frattempo, ne avevo saputo un po’ di più sul suo conto. Era membro del Consiglio Comunale e cordialmente malvisto dalle autorità. Aveva una notevole influenza sull’opinione pubblica. Un mucchio di gente gli doveva dei soldi. Importava ogni genere di merce su vasta scala. Per esempio, la fornitura dei sacchi per lo zucchero era praticamente in mano sua. Ma questo lo venni a sapere solo in seguito. L’impressione generale che ne avevo ricevuto era che fosse una personalità locale. Era scapolo, e ogni settimana, nella sua villa fuori città, organizzava partite a carte frequentate dalla gente bene della colonia.
Tanto maggiore fu quindi la mia sorpresa nello scoprire che il suo ufficio aveva sede in un quartiere molto popolare, lontano dal centro commerciale, in mezzo a un agglomerato di casupole. Guidato da una scritta in gesso bianco su una lavagna, mi inerpicai su per una scaletta di legno ed entrai in una stanza con un piancito di legno grezzo costellato da brandelli di carta marrone e fili di paglia da imballaggio. Contro una parete, era accatastato un mucchio di quelle che sembravano casse di vino. Un giovane mulatto dinoccolato, sporco d’inchiostro, dalla pelle giallo chiaro, con un lungo collo esile e sparuto e che, nell’insieme, faceva pensare a un pollo malaticcio, scese da uno sgabello a tre gambe dietro una scrivania da quattro soldi e rimase a guardarmi, come se fosse istupidito dalla paura. Mi ci volle un po’ per convincerlo a prendere il mio biglietto da visita, anche se non riuscivo a capire per quale motivo fosse così riluttante. Alla fine lo prese esitando, quasi angosciato; e finalmente compresi la sua esitazione sentendo qualcuno che inveiva minacciosamente contro di lui in un brontolio selvaggio e soffocato che sembrava un ringhio; poi, lo prendeva, udibilmente, a schiaffi e finalmente lo buttava fuori a calci in maniera più che palese; infatti, ruzzolò a capofitto fuori dalla porta con un grido soffocato.
Dire che ero sorpreso sarebbe troppo poco. Rimasi pietrificato, quasi sognando ad occhi aperti. Afferrandosi con le mani quella parte della sua fragile anatomia che era stata così violentemente colpita, quel povero diavolo mi disse semplicemente:
«Prego, si accomodi».
Il suo penoso autocontrollo era magnifico; ma non cancellava l’incredibilità di quella esperienza. L’assurda impressione di avere già visto da qualche parte quel ragazzo, cosa evidentemente impossibile, venne ad aggiungersi a quella scena, così da farmi nascere dei dubbi sulla mia sanità mentale. Mi guardai intorno inquieto, come un sonnambulo risvegliato di soprassalto.
«Ehi!», esclamai a voce alta. «Non mi sarò mica sbagliato, per caso? È proprio questo l’ufficio del signor Jacobus?».
Il ragazzo mi guardò con un’espressione dolente – eppur così familiare! Dall’interno, una voce grugnì villanamente:
«Avanti, avanti, dal momento che è lì… non lo sapevo».
Attraversai la stanza nello stesso stato d’animo di chi si accosta alla tana di una qualche belva sconosciuta; deciso, ma non senza una certa apprensione. Solo che nessuna belva al mondo susciterebbe un senso di indignazione che solo, invece, può suscitare l’odiosa belva umana. E io ero profondamente indignato; il che però non mi impedì di rimanere subito colpito dalla straordinaria somiglianza fra i due fratelli.
Questo era di carnagione scura anziché chiara come l’altro; ma altrettanto grande e grosso. Era in maniche di camicia; senza dubbio aveva schiacciato un pisolino sulla sedia a dondolo che stava nell’angolo più lontano dalla finestra. Sulla massa gualcita della sua camicia bianca, chiusa con tre bottoncini di diamanti, la faccia tonda e abbronzata, imperlata di sudore; i baffi castani pendevano molli e umidi. Col piede, spinse verso di me una comunissima sedia di vimini.
«Si sieda».
Lanciai uno sguardo distratto alla sedia e, guardandolo dritto in faccia con aria indignata, gli spiegai in poche e precise parole che ero andato da lui dietro espresse istruzioni dei miei armatori.
«Ah, già, già! Non avevo capito cosa mi stava dicendo quello stupido… ma non importa! Gli insegnerò io a quel farabutto a disturbarmi a quest’ora», aggiunse rivolto a me, sghignazzando con cinica malevolenza.
Guardai il mio orologio. Erano le tre passate – praticamente l’ora di punta nell’attività pomeridiana degli uffici al porto. Con un ringhio imperioso mi ordinò: «Si sieda, capitano».
Risposi a quel garbatissimo invito dicendo in tono fermo:
«Posso ascoltare qualsiasi cosa lei abbia da dirmi rimanendo in piedi».
Con un veemente e sonoro «Uffa!» mi piantò per un momento in faccia gli occhi spalancati e rabbiosi. Come un gigantesco gatto che d’improvviso ci soffia contro. «Ma guardatelo!… Ma chi crede di essere? Che è venuto a fare? Se non vuole sedersi e parlare d’affari può anche andare al diavolo».
«Non lo conosco personalmente», risposi, «ma adesso non mi dispiacerebbe fargli una visitina. Sarebbe riposante fare due chiacchiere con un gentiluomo».
Mi seguì brontolando alle mie spalle:
«Che sfacciataggine! Quasi quasi scrivo ai suoi armatori per dirgli quello che penso di lei».
Mi voltai per un attimo a fronteggiarlo: «Si dà il caso che non me ne importi un bel niente. In quanto a me, le garantisco che mai più mi prenderò la briga di fare il suo nome con loro».
Si arrestò sulla porta dell’ufficio mentre io attraversavo l’anticamera ingombra. Credo che fosse rimasto sconcertato.
«Ti romperò le ossa una a una», tuonò d’improvviso contro quel povero ragazzo mulatto, «se ti azzarderai ancora a disturbarmi prima delle tre e mezza, per chicchessia. Capito? Chicchessia!… per non parlare poi di qualsiasi maledetto skipper», aggiunse con un ringhio più sommesso.
L’esile giovanotto, vacillante come una canna, gemette sottovoce. Mi fermai di botto per dare un consiglio a quel poveretto, mosso anche dalla vista di un martello (che immaginavo servisse ad aprire le casse del vino) posato sul pavimento.
«Al tuo posto, ragazzo mio, mi metterei nella manica quell’arnese la prossima volta che dovessi entrare in quella stanza e, alla prima occasione…».
Perché mai il volto giallognolo di quel ragazzo mi sembrava così familiare? Trincerato, tutto tremante, dietro la scrivania malferma non alzò gli occhi neppure una volta. Le sue palpebre pesanti e abbassate mi diedero improvvisamente la chiave dell’enigma. Assomigliava… Ma certo, quelle labbra spesse e serrate… assomigliava ai fratelli Jacobus. A entrambi; sia al facoltoso mercante che all’intraprendente venditore (che, del resto, si somigliavano fra loro). E gli somigliava quel tanto che uno sparuto giovane mulatto di pelle chiara può somigliare a un bianco grande e grosso, tarchiato e di mezz’età. Erano state quella sua carnagione esotica e la sua esile struttura a mettermi completamente fuori strada. Adesso, riconoscevo in lui l’inconfondibile impronta Jacobus – sbiadita, attenuata, diluita per così dire in un secchio d’acqua – e mi trattenni dal completare la frase. Ero stato infatti sul punto di dirgli «Rompi la testa a quel bestione». Un consiglio che continuavo a ritenere ottimo. Ma incitare al parricidio qualcuno, per profondamente offeso che sia, è una responsabilità un po’ pesantuccia.
«Pezzenti – impudenti – skipper».
Ignorai sdegnosamente il ringhio alle mie spalle; ma ero talmente contrariato e furioso che, devo confessarlo, me ne andai sbattendo la porta in maniera assai poco dignitosa.
Non parrà forse troppo assurdo se vi dirò che da quel colloquio emersi con un’opinione più benevola nei confronti dell’altro Jacobus; e fu con un senso quasi di partigianeria che, pochi giorni dopo, mi recai al suo «deposito». Un locale lungo e cavernoso, quasi buio al fondo, stipato di ogni sorta di mercanzia e al quale si accedeva dalla strada attraverso un’imponente arcata. All’estremità del locale scorso il mio Jacobus che, in maniche di camicia, si dava da fare con i suoi assistenti. La saletta per i capitani consisteva in un locale piuttosto angusto, col soffitto a vòlta, l’impiantito di pietra e grosse sbarre alle finestre: una sorta di cella sotterranea trasformata in stanza per gli ospiti. Un paio di bottiglie dall’aria invitante e parecchi bicchieri di vetro limpidissimo facevano smagliante mostra di sé intorno a una grossa caraffa di terracotta rossa su un tavolo, al centro della stanza, sul quale si ammucchiavano alla rinfusa giornali di ogni parte del mondo. Uno sconosciuto dall’aspetto ben curato, con un elegante completo grigio a quadretti, seduto con le gambe accavallate, posò in fretta uno di quei giornali facendomi un cenno di saluto con la testa.
Immaginai che fosse il capitano di un vapore. Gente che non si riesce mai a conoscere; vanno e vengono quasi senza sosta e le loro navi sono ormeggiate proprio all’imboccatura del porto. Gente che ha una vita a parte. Sbadigliò leggermente.
«Un mortorio, vero?».
Compresi che alludeva alla cittadina.
«Le sembra?», mormorai.
«A lei no? Grazie a Dio, domani levo le tende».
Era una persona molto ammodo, cordiale e con una certa aria di superiorità. Lo osservai mentre avvicinava a sé la scatola aperta di sigari che era accanto a lui sul tavolo, tirava fuori di tasca un grosso portasigari e cominciava a riempirlo metodicamente. A un certo punto i nostri sguardi si incrociarono, allora ammiccò come un comune mortale e mi esortò a seguire il suo esempio. «Sono davvero niente male». Scossi la testa.
«Io non levo le tende domani».
«E allora? Crede forse che mi stia approfittando dell’ospitalità del vecchio Jacobus? Santo cielo! Ma va tutto in conto, naturalmente. Spesucce di cui rientra disseminandole qua e là nelle fatture. Stia tranquillo che non ci rimette nemmeno un soldo! Dopotutto, sono affari…».
Notai un’ombra che oscurava la sua espressione compiaciuta, un attimo di esitazione nel chiudere il portasigari. Ma alla fine se lo mise in tasca con aria baldanzosa. Dalla porta venne una voce pacata: «Proprio così, capitano».
Grande, grosso e silenzioso, Jacobus avanzò nella stanza. Date le circostanze, la sua pacatezza equivaleva a cordialità. Prima di venire da noi si era infilato la giacca; si sedette sulla sedia lasciata libera dal capitano che, con un altro cenno di saluto verso di me, se n’era andato con una risatina stridula. Regnava un silenzio profondo. Con quel suo sguardo sonnacchioso, Jacobus sembrava assopito a occhi aperti. Ma, in qualche modo, sentivo che quegli occhi grevi mi scrutavano a fondo. Nell’enorme, cavernoso magazzino qualcuno cominciò a inchiodare una cassa con mano esperta: tap-tap… tap-tap-tap. Altri due esperti, uno in tono nasale e strascicato, l’altro in tono acuto e perentorio, stavano spuntando le voci su una bolla d’accompagno.
«Mezzo rotolo di cavo di Manila da tre pollici».
«O.K.».
«Sei maglioni assortiti».
«O.K.».
«Sei lattine di minestra, assortite, tre di paté, due asparagi, quattordici libbre di tabacco, cabina».
«O.K.».
«È per il capitano che era qui poco fa», disse a mezza bocca l’imperturbabile Jacobus. «Gente che ordina sempre pochissima roba. Si riforniscono via via durante il viaggio. Quel capitano sarà a Samarang fra meno di quindici giorni. Ordinazioni limitatissime».
Nel magazzino, continuava il controllo delle merci in elenco: un incredibile assortimento delle cose più svariate – pennelli, salsa Yorkshire, e così via. «Tre sacchi di patate, la qualità migliore», lesse la voce nasale.
A quel punto Jacobus batté le palpebre come chi viene ridestato dal sonno con uno scossone e mostrò un po’ di vivacità. Gridò un ordine ai magazzinieri e un impiegato meticcio con i capelli ricci abbondantemente unti d’olio e una penna dietro l’orecchio, arrivò portando, con un ampio sorriso, sei patate che depositò, una dietro l’altra, in fila sul tavolo.
Incitandomi ad osservarle e ammirarne la bellezza – le guardai con occhio freddo e ostile – Jacobus calmo calmo mi propose di ordinarne dieci o quindici tonnellate! Non credevo alle mie orecchie. Non sarebbe bastato un anno al mio equipaggio per mangiarle tutte; e le patate (chiedo scusa per queste osservazioni di carattere pratico) sono estremamente deperibili. Pensai che stesse scherzando – oppure cercando di scoprire se ero davvero un perfetto idiota. Ma il suo scopo non era così semplice. Scoprii che intendeva che io le acquistassi in proprio.
«Le sto proponendo un affaruccio, capitano. Le farei un prezzo buono».
Gli risposi che non mi interessava quel genere di affari. E aggiunsi anche, con aria truce, che sapevo fin troppo bene come in genere andavano a finire certe speculazioni.
Sospirò e incrociò le mani sullo stomaco con esemplare rassegnazione. Ammirai la sua calma impudente. Poi, si riscosse un attimo.
«Gradisce un sigaro, capitano?»
«No, grazie. Non fumo sigari».
«Per una volta!», esclamò con un paziente sussurro. Calò un malinconico silenzio. Sapete come, a volte, una persona riveli un’insospettata profondità e acutezza di pensiero; così, in altre parole, se ne esce con una frase del tutto inattesa. Rimasi quindi abbastanza sorpreso quando gli sentii dire:
«Il tipo che è uscito poco fa aveva ragione. Può prenderne uno, capitano. Qui ogni cosa è necessariamente collegata agli affari».
Mi vergognai un po’ di me stesso. Il ricordo del suo abominevole fratello lo faceva apparire un brav’uomo. Con aria un po’ compunta gli dissi qualche parola, tanto per esprimergli il mio apprezzamento per la sua ospitalità.
Non avevo nemmeno fatto a tempo a chiudere bocca che mi ero reso conto della situazione in cui mi stavo mettendo. Come parlando d’altro, Jacobus accennò al fatto che la sua abitazione privata era a dieci minuti di strada. E che aveva un bel giardino antico, recintato da mura. Valeva la pena di vederlo. Un giorno o l’altro, sarei proprio dovuto andare a dargli un’occhiata.
Sembrava amare i giardini. Piacciono anche a me ma la mia compunzione non arrivava al punto di spingermi fino alle aiuole fiorite di Jacobus, per belle e antiche che fossero. Aggiunse, in tono quasi di compiacimento familiare:
«Là non c’è che la mia ragazza».
È difficile esporre i fatti in buon ordine; devo quindi fare un passo indietro, a un episodio che si era verificato una o due settimane prima. L’ufficiale medico portuale era salito a bordo della mia nave per dare un’occhiata a uno dei membri dell’equipaggio che stava male e – cosa normalissima – lo avevo invitato nella mia cabina dove si trovava anche un altro capitano, mio collega; non so come, nel corso della conversazione fu fatto il nome di Jacobus. Se non sbaglio, il mio collega lo pronunciò in tono tutt’altro che rispettoso.
Adesso come adesso, non ricordo cosa stessi per rispondergli. Il dottore – una persona amabile, colta, dai modi sicuri – mi prevenne, intromettendosi per esclamare in tono acido:
«Ah! Sta parlando del mio beneamato suocero».
Naturalmente quella battuta al momento ci tappò la bocca. Ma l’episodio mi era rimasto in mente e a quel punto, cercando disperatamente qualche commento non impegnativo, gli domandai con aria di educato stupore:
«La sua figliola sposata vive con lei, signor Jacobus?».
Agitò lentamente la sua manona da destra a sinistra. No! quella era un’altra delle sue figlie, dichiarò nel suo solito tono ampolloso e sussurrato. È… sembrò frugarsi nella mente alla ricerca di una qualche frase adatta a descriverla. Ma le mie speranze andarono deluse; si limitò infatti alla sua stereotipa descrizione:
«È un tipo molto diverso».
«Davvero… A proposito, Jacobus, l’altro giorno sono andato a trovare suo fratello. Non è un gran complimento se le dico che l’ho trovato molto diverso da lei».
Assunse l’espressione di una persona che riflette profondamente, poi fece una bizzarra osservazione:
«Ha le sue abitudini».
Forse voleva alludere alla siesta pomeridiana; ma io borbottai qualcosa circa «abitudini esecrabili, comunque» – e lasciai bruscamente il magazzino.
IV.
Il mio piccolo scontro con Jacobus il mercante fece il giro della cittadina. Un paio di miei conoscenti lanciarono vaghe allusioni in proposito. Forse il ragazzo mulatto aveva parlato. Devo ammettere che la gente in genere sembrava abbastanza scandalizzata, ma non della brutalità di Jacobus. Un tale che conoscevo mi accusò di essere stato troppo precipitoso.
Gli raccontai la mia visita per filo e per segno, senza omettere la sintomatica somiglianza fra lo sfortunato mulatto e il suo aguzzino. Non ne fu sorpreso. Ma certo, senza dubbio. E con ciò? In tono gioviale mi assicurò che casi del genere erano senz’altro molto frequenti. Il maggiore dei due Jacobus era rimasto scapolo. Un rispettabilissimo scapolo. Ma non c’era mai stato alcuno scandalo in proposito. Aveva condotto una vita quanto mai regolare. Che non poteva recare offesa a nessuno.
Risposi che ne ero stato offeso io, e non poco. Il mio interlocutore spalancò gli occhi. Per quale motivo? Perché un ragazzo mulatto si era beccato qualche ceffone? Ma via, non era poi gran cosa. Non avevo idea di quanto fossero insolenti e bugiardi quei mezzo-sangue. In effetti, sembrava pensare che Jacobus si era, anzi, dimostrato generoso a dare un lavoro a quel ragazzo; aveva dato prova di una benevola indulgenza della quale non gli si poteva fare colpa.
Questo mio conoscente apparteneva a una delle vecchie famiglie francesi, discendenti degli antichi colonialisti; tutti nobili, tutti squattrinati, che conducevano un’esistenza domestica molto monotona, fra ristrettezze e dignitoso decadimento. In queste famiglie, gli uomini generalmente ricoprono oscuri incarichi governativi o lavorano con imprese commerciali. Le ragazze sono quasi sempre carine, ingenue, gentili, piacevoli e generalmente bilingue; e chiacchierano senza malizia sia in francese che in inglese. La vacuità della loro esistenza ha qualcosa dell’incredibile.
Venni ammesso in un paio di queste famiglie perché qualche anno prima, a Bombay, avevo avuto occasione di fare un favore a un simpatico e inetto giovanotto che era rimasto più o meno impantanato in quella città senza saper che fare né come tornare alla sua isola. Fu una faccenda grosso modo di duecento rupie ma, al mio arrivo, i suoi familiari si premurarono di dimostrarmi la loro gratitudine ammettendomi nella loro cerchia. Il fatto che conoscessi il francese mi aveva reso particolarmente bene accetto. Nel frattempo, erano riusciti a far sposare il giovanotto con una donna che aveva circa il doppio dei suoi anni, relativamente benestante: l’unica professione per la quale fosse tagliato. Ma non era tutto rose e fiori. La prima volta che andai a trovare la coppia, la moglie notò una macchiolina d’unto sui pantaloni di quel povero diavolo del marito e gli fece una tale scenata a base di urla e rimproveri, così furibonda, che io rimasi allibito, come a una tragedia di Racine.
Naturalmente non si fece mai cenno al denaro che gli avevo prestato; ma le sue sorelle, Miss Angele e Miss Mary, le zie di entrambe le famiglie, che parlavano uno strano francese arcaico del periodo pre-rivoluzionario, e una schiera di lontani parenti mi adottarono subito come amico in maniera quasi imbarazzante.
Era appunto col fratello maggiore (impiegato nell’ufficio del mio consegnatario) che stavo parlando di Jacobus il mercante. Si dolse del mio atteggiamento, scuotendo saggiamente il capo. Un uomo influente. Non si poteva mai sapere quando se ne sarebbe potuto avere bisogno. Esternai la mia assoluta preferenza per il fratello negoziante. E il mio amico prese un’espressione grave.
«Perché diamine fai quella faccia lunga?», esclamai irritato. «Mi ha invitato ad andare a vedere il suo giardino e ho proprio idea che ci andrò uno di questi giorni».
«Non farlo», disse in tono così allarmato che scoppiai a ridere; ma il suo viso rimaneva serio.
Era un altro paio di maniche. In un certo periodo, l’opinione pubblica isolana era stata profondamente turbata dal mio Jacobus. I due fratelli da anni lavoravano in società e nella massima armonia quando un circo ambulante arrivò sull’isola e il mio Jacobus perse improvvisamente la testa per una delle cavallerizze. Il peggio era che lui aveva moglie. Non ebbe nemmeno il buon gusto di nascondere la sua infatuazione; che certo doveva essere davvero travolgente per coinvolgere un uomo così placido. Si comportò in maniera assolutamente scandalosa.
Seguì la ragazza fino al Capo e, a quanto sembrava, viaggiò al seguito di quel maledetto circo di quart’ordine in altre parti del mondo, in una posizione quanto mai degradante. Ben presto la ragazza si stancò di lui e cominciò a trattarlo peggio di un cane. All’isola giungevano strabilianti storie di degradazione morale. Jacobus non aveva la forza di sganciarsi da quella situazione…
La grottesca immagine di un grasso e intraprendente fornitore navale schiavo di una riprovevole passione, mi affascinò; e ascoltavo a bocca aperta quella storia vecchia quanto il mondo, una storia che da sempre era stata argomento di leggende, di favolette morali, di poesie, ma che così ridicolmente mal si adattava alla sua personalità. Quale strana vittima per gli dèi!
Nel frattempo, la sua sposa abbandonata era morta. Della figlia si prese cura il fratello che le procurò un matrimonio il più vantaggioso possibile date le circostanze.
«Oh! La moglie del dottore!», esclamai.
«Ne eri al corrente? Sì. Un uomo molto capace. Voleva salire qualche gradino nella scala sociale; e poi c’erano un bel po’ di soldi da parte della madre, più del previsto… Naturalmente non ci sono rapporti fra loro», aggiunse. «Quando si incontrano per la strada, credo che il dottore faccia un cenno di saluto col capo ma evita di rivolgergli la parola quando si trovano, come a volte sicuramente succede, a bordo di una nave».
Gli feci notare che ormai doveva essere una storia morta e sepolta.
Il mio amico ne convenne. Ma era colpa dello stesso Jacobus se l’intera faccenda non era stata perdonata e dimenticata. Alla fine era tornato, ma come? Non con l’animo contrito, così da propiziarsi i suoi scandalizzati concittadini. Anzi, aveva pensato bene di tirarsi dietro una bambina…
«Mi ha accennato a una figlia che vive con lui», osservai interessatissimo.
«È certamente figlia di quella donna del circo», disse il mio amico. «Può darsi che sia anche figlia sua; sono disposto ad ammetterlo. In realtà, ne sono sicuro…».
Ma non riusciva a capire perché mai avesse dovuto portare la ragazza in seno a una rispettabile comunità per perpetuare il ricordo dello scandalo. E non era finita lì. Un bel giorno accadde qualcosa di ben più sconvolgente. Arrivò quella donnaccia. Sbarcò da un postale…
«Cosa? Qui? Forse per riprendersi la bambina», azzardai.
«Chi? Quella?», il mio solerte informatore aveva un tono quanto mai sprezzante. «Immagina una megera imbellettata, macilenta, esagitata e disperata. Piantata in asso a Mozambico da qualcuno che le aveva pagato il passaggio fin qui. Aveva delle lesioni interne provocate dal calcio di un cavallo; quando è sbarcata non aveva il becco d’un quattrino; credo che non abbia nemmeno chiesto di vedere la bambina. Non fino all’ultimo giorno della sua vita, comunque. Jacobus affittò per lei un bungalow dove morire in pace. Chiamò dall’ospedale un paio di suore per assisterla durante quei pochi mesi. Se non la sposò in extremis, come le buone suore cercarono di far credere, fu perché lei non ne volle nemmeno sentir parlare. Come dissero le suore: “quella donna morì senza pentirsi”. Si sparse la voce che, col suo ultimo respiro, avesse cacciato Jacobus dalla stanza. Forse fu questo il vero motivo per cui egli non indossò abiti da lutto; ma li fece mettere solo alla bambina. Quando era piccola, a volte usciva accompagnata da una negra ma, da quando è diventata abbastanza grande da tirarsi su i capelli, credo che non abbia mai messo piede fuori dal giardino. Ormai deve avere più di diciotto anni».
Questo raccontò il mio amico, aggiungendo altri particolari: per esempio che, secondo lui, la ragazza non aveva parlato nemmeno con tre persone di un certo rango dell’isola; che un’anziana parente dei fratelli Jacobus, grazie alle sue condizioni di estrema indigenza, era stata convinta ad accettare il posto di governante della ragazza. In quanto all’attività di Jacobus (che senza dubbio irritava molto il fratello) era stata, da parte sua, una scelta oculata. Infatti, lo metteva in contatto solo con stranieri di passaggio; mentre ogni altro lavoro avrebbe dato luogo a ogni sorta di situazioni imbarazzanti con i cittadini del suo stesso livello sociale. Quell’uomo non mancava di un certo tatto – solo che era sfrontato di natura. Altrimenti, perché avrebbe tenuto con sé la ragazza? Una cosa penosa per tutti.
Mi venne alla mente d’improvviso (e con profondo disgusto) l’altro Jacobus e non potei trattenermi dal commentare in tono sornione: «Immagino che se la facesse lavorare, poniamo, come sguattera a casa sua e ogni tanto le tirasse i capelli o le affibbiasse un ceffone, la sua posizione sarebbe stata più regolare – meno scioccante per il rispettabile ceto cui appartiene».
L’amico non era tanto stupido da non cogliere il mio sarcasmo e alzò le spalle, seccato.
«Tu non capisci. Tanto per cominciare, non è una mulatta. E uno scandalo è uno scandalo. Bisognerebbe dare alla gente l’occasione per dimenticare. Credo proprio che per lei sarebbe stato meglio diventare una sguattera o qualcosa del genere. Certo, lui sta cercando in tutti i modi di far soldi ma, in un caso del genere, non ce ne saranno mai abbastanza perché si faccia avanti un pretendente».
Congedatosi il mio amico, cominciai a immaginarmi Jacobus e sua figlia che trascinavano la solitaria esistenza di due reietti su un’isola deserta; la ragazza rifugiata in casa come in una caverna sulla scogliera, e Jacobus che vagava lungo la spiaggia cercando di che vivere per entrambi – proprio come due naufraghi che sperano sempre che arrivi qualcuno a salvarli e a riportarli finalmente fra i loro simili.
Ma la realtà materiale di Jacobus non si attagliava a quella romantica immagine. Quando saliva a bordo per una delle sue solite visite, sorseggiava placidamente il caffè, mi chiedeva se andava tutto bene – e nemmeno ascoltavo i pettegolezzi locali che mi riferiva con la sua voce bassa e lenta, la sua pronuncia sussurrata. In quel periodo avevo i miei guai cui pensare. Assicurato un noleggiatore per la mia nave, speranzoso nel successo di un rapido viaggio di andata e ritorno… mi ero trovato all’improvviso a corto di sacchi. Una catastrofe! Le scorte di un tipo speciale, chiamato tasca, sembravano essere totalmente esaurite. Se ne attendeva un rifornimento da un giorno all’altro – era in viaggio, stava per arrivare, ma intanto il carico della mia nave era fermo; le preoccupazioni non mi mancavano certo. I miei clienti, che all’arrivo mi avevano accolto con tanto calore oggi, diventati miei noleggiatori, ascoltavano le mie rimostranze con cortesia, ma senza muovere un dito. Il loro direttore, un ometto sparuto che sembrava una vecchia zitella, talmente puritano da rifiutarsi perfino di nominare il dissoluto Jacobus, mi fornì l’esatto quadro commerciale della situazione.
«Mio caro capitano», – contraeva le guance rinsecchite in un sorriso bonario quanto quello di uno squalo – «non eravamo moralmente tenuti a informarla di un possibile esaurimento della merce prima che lei firmasse il contratto di nolo. Toccava a lei tutelarsi contro l’eventualità di un ritardo – a rigor di termini. Ma naturalmente non avremmo dovuto approfittarne. In realtà, non è colpa di nessuno. La cosa ha colto alla sprovvista anche noi», concluse con aria compassata, ovviamente mentendo.
Confesso che quella predica mi aveva fatto venire sete. Succede, in genere, quando uno sta soffocando dalla rabbia; e mentre me ne andavo girovagando senza meta mi ricordai della grossa caraffa di terracotta nella sala dei capitani, al “deposito” di Jacobus.
Con un semplice cenno di testa agli uomini che trovai lì riuniti, raffreddai la mia indignazione con un lungo sorso, e poi un altro e poi, sopraffatto dallo sconforto, mi lasciai cadere su una seggiola a rimuginare le mie malinconie. Gli altri leggevano, chiacchieravano, fumavano, si scambiavano battute grossolane sopra la mia testa. Ma rispettarono il mio isolamento. E fu senza rivolgere la parola a nessuno che mi alzai e uscii nel trambusto del magazzino, solo per trovarmi inaspettatamente accanto Jacobus, il reietto.
«Lieto di vederla, capitano. Ma come? Se ne va? Ho notato che in questi ultimi giorni ha una brutta cera. Depresso, eh?».
Era in maniche di camicia e le sue parole non avevano niente di straordinario ma, se non altro, contenevano una nota umana. Erano le solite frasi convenzionali di lavoro, ma su quell’argomento ero stato molto lontano dal convenzionale. Sono fermamente convinto (dal suo sguardo allusivo in direzione di un certo scaffale) che stava per suggerirmi di acquistare una bottiglia di Clarkson’s Nerve Tonic, di cui era provvisto, quando impulsivamente dissi:
«Ho dei guai col mio carico».
Sveglio e all’erta sotto quella sua ampia maschera sonnacchiosa dalle labbra incollate, capì al volo e fece con la testa un cenno talmente comprensivo che diedi sfogo alla mia esasperazione esclamando:
«Si troveranno pure, in questa colonia, mille e cento sacchi da un quarto. Basta cercarli!».
Di nuovo quel leggero movimento della grossa testa e, nel frastuono e nella confusione del magazzino, quel suo tranquillo sussurro:
«Certamente. Ma chi probabilmente ha una scorta di sacchi da un quarto potrebbe non volerli vendere».
«Esattamente quello che dicono i miei consegnatari. Impossibile acquistarli. Balle! È che non vogliono. Gli fa comodo che la nave rimanga bloccata. Ma se io riuscissi a trovarli, dovrebbero… senta Jacobus! Lei è proprio il tipo da tenere quella merce imboscata».
Negò, scuotendo decisamente il capo. Gli stavo davanti, impotente, scrutato da quegli occhi pesanti dallo sguardo velato, come di un uomo emerso da una crisi sconvolgente. Poi, d’improvviso:
«Qui è impossibile parlare in pace», sussurrò. «Sono occupatissimo. Ma se volesse andarmi ad aspettare a casa… È a meno di dieci minuti di strada. Ah, già, non sa come arrivarci».
Chiamò perché gli portassero la giacca e si offrì di accompagnarmi lui stesso. Sarebbe dovuto tornare subito al magazzino per un’oretta a sistemare le cose e poi avrebbe avuto il tempo per discutere con me circa la faccenda dei sacchi da un quarto. Questo programma mi venne sibilato attraverso le labbra leggermente dischiuse ma immobili; il suo sguardo pesante e fisso indugiava su di me, tranquillo come sempre – lo sguardo di un uomo stanco – ma sentii che mi stava anche scrutando. Non riuscivo a capire cosa stesse cercando in me e rimasi in silenzio, incuriosito.
«Le sto chiedendo di aspettarmi a casa mia fino a quando potrò discutere di questa faccenda. È d’accordo?»
«Certamente!», esclamai.
«Ma non posso promettere…».
«Capisco benissimo», lo interruppi, «non mi aspetto promesse».
«Voglio dire che non posso nemmeno promettere di tentare la mossa che ho in mente. Bisogna prima vedere… hm!».
«D’accordo. Correrò il rischio. La aspetterò tutto il tempo che vuole. Tanto, che altro ho da fare in questo maledetto buco di città!».
Prima ancora che avessi finito di parlare ci eravamo avviati di buon passo. Girammo un paio di angoli ed entrammo in una strada totalmente priva di traffico, dall’aspetto quasi rurale, pavimentata con un selciato seminascosto da ciuffi d’erba. La casa arrivava al bordo della strada; a un solo piano, sorgeva su un alto basamento di pietra grezza così che camminando le nostre teste rimanevano sotto il livello delle finestre. Le persiane erano tutte serrate, come occhi, e la casa sembrava profondamente addormentata nel sole pomeridiano. L’ingresso era di lato, in un vicolo ancor più erboso della strada: una porticina, assicurata con un semplice saliscendi.
Mormorando una parola di scusa quasi a farmi strada, Jacobus mi precedette lungo uno scuro corridoio fino a una stanza pavimentata a parquet e che pensai fosse la sala da pranzo. Le davano luce tre porte-finestre spalancate su una veranda, o meglio una terrazza ad arcate di mattoni che correva lungo la casa dalla parte del giardino. Che era davvero splendido: distese verdi ben tenute e, in primo piano, un tripudio di aiuole fiorite che circondavano una fontana di marmo in cui s’increspava uno specchio d’acqua e, in distanza, una massa frondosa di alberi di ogni genere dalla quale occhieggiavano i tetti di altre case. La città avrebbe potuto essere a chilometri di distanza. Una solitudine ammantata di colori smaglianti; assopita in un caldo, voluttuoso silenzio. Là dove le ombre si allungavano immobili sulle aiuole e sui recessi nascosti, la massa multicolore dei fiori creava effetti di uno splendore indicibile. Mi fermai, rapito; Jacobus mi afferrò delicatamente un braccio, facendomi fare un mezzo giro a sinistra.
Non avevo notato la ragazza. Sedeva sprofondata in una bassa poltrona di vimini e ne vedevo il profilo stagliato come la figura di un arazzo, e altrettanto immobile. Jacobus mi lasciò andare il braccio.
«Questa è Alice», annunciò con calma; e il suo tono pacato fece suonare quella presentazione come una confidenza riservata, tanto che mi immaginai mentre assentivo con complice comprensione mormorando, «capisco… capisco…». Naturalmente non feci nulla del genere. Nessuno di noi fece nulla; rimanemmo fianco a fianco a guardare la ragazza. Che per un bel po’ rimase statica guardando diritto davanti a sé, come immersa nella visione di un corteo che si snodasse attraverso il giardino nell’intenso, caldo fulgore della luce e lo splendore dei fiori.
Poi, risvegliandosi dal sogno, alzò gli occhi a guardarsi intorno. Come ho detto, in un primo tempo non l’avevo notata ma sono certo che nemmeno lei si era accorta della mia presenza fino a quando non mi aveva effettivamente scorto a fianco di suo padre. Lo confermava quel rapido movimento all’insù delle palpebre pesanti, quel dilatarsi dello sguardo assente che si era immobilizzato nella fissità.
Il suo stupore celava una traccia di paura che subito si trasformò in un lampo d’ira. Jacobus, dopo aver pronunciato a voce abbastanza alta il mio nome, aggiunse: «Faccia come se fosse a casa sua, capitano – tornerò presto», e si allontanò rapidamente. Prima ancora che avessi il tempo di salutarlo, mi trovai solo con la ragazza – che, mi ricordai improvvisamente, non era mai stata vista da uomo o donna di quella cittadina dal giorno in cui aveva deciso che era tempo di tirarsi su i capelli. Capelli che, a quanto sembrava, non erano stati più toccati da quel lontano giorno: una massa di riccioli neri e lucenti tirati su alla bell’e meglio, alti sulla testa, con lunghe ciocche disordinate che le ricadevano ai lati del volto di un chiaro pallore; una massa così fitta, robusta e abbondante, che bastava guardarla per provare un senso di peso sulla sommità del capo e un’impressione di trascuratezza davvero magnifica nella sua indifferenza. Si chinò in avanti, col corpo raccolto sulle gambe accavallate; una leggera veste da camera a balze, di un’opacità ambrata, disegnava il corpo sottile e slanciato, rannicchiato e teso nella profonda poltrona come una molla pronta a scattare. Scorsi delle lievi vibrazioni stranamente simili all’inizio di un balzo, cui seguì l’immobilità più assoluta. Sorpreso, e dopo aver controllato l’assurdo impulso di rincorrere Jacobus, presi una sedia, la collocai a poca distanza dalla ragazza, mi sedetti con aria decisa e cominciai a parlare del giardino, poco curandomi di quanto dicevo, ma in tono sommesso e carezzevole come si parla a un animale selvatico per tranquillizzarlo. Non ero nemmeno certo che capisse le mie parole. Non alzò mai il viso, né cercò di guardare dalla mia parte. Continuai a parlare solo per impedirle di fuggire. Ebbe un altro di quei fremiti, di quei sussulti repressi che mi fecero trattenere il fiato per l’apprensione.
Alla fine pensai che forse ciò che le impediva di sparire con un solo, nervoso balzo era l’esiguità del suo abbigliamento. La poltrona di vimini era l’unica cosa consistente che circondava la sua persona. Sotto quella leggerissima, ampia veste da camera doveva indossare indumenti pressoché impalpabili. Non si poteva fare a meno di notarlo. Era evidente. Anzi, in un primo tempo, ne fui addirittura imbarazzato; ma si trattava di quel genere d’imbarazzo facilmente superabile per una mente scevra da pregiudizi. Non distolsi lo sguardo da Alice. Continuai a parlare con voce pacata e suadente, sempre più sicuro via via che mi rendevo conto che, fino a quel momento, probabilmente nessuno sconosciuto le aveva mai rivolto la parola. Non so per quale motivo, nella situazione si insinuò poco a poco una forte tensione emotiva. Ma fu così. E proprio nell’attimo in cui la percepii, un grido soffocato arrestò il fluire delle mie garbate parole.
Il grido non proveniva dalla ragazza. Ma da dietro le mie spalle; girai bruscamente il capo. Mi resi subito conto che l’apparizione sulla soglia era l’anziana parente di Jacobus, la dama di compagnia, la governante. Mentre la donna rimaneva pietrificata mi alzai e le feci un profondo inchino.
Le signore della famiglia Jacobus evidentemente vestivano leggere durante il giorno. Quella vecchia atticciata, con la faccia che sembrava un grosso limone raggrinzito, gli occhi come due capocchie di spillo e un ciuffo di capelli grigio ferro, era paludata con qualcosa di leggero, setoso e cinerino che le ricadeva dal collo tozzo giù fino alla punta dei piedi, simile a una semplice e disadorna camicia da notte, facendola decisamente apparire come un cilindro. «Come ha fatto a entrare?», esclamò.
Prima che potessi dire una parola si dileguò e, poco dopo, sentii una babele di strilli di protesta provenire da qualche angolo della casa. Evidentemente, nessuno sapeva dirle come mai mi trovassi lì. In un attimo, fra il vociare rumoroso di due negre che la seguivano, tornò ondeggiando sulla soglia, furibonda.
«Che vuole qui?».
Mi volsi verso la ragazza. Ora sedeva eretta, con le mani sui braccioli della poltrona. Mi appellai a lei.
«Signorina Alice, lei non vorrà certo che mi buttino in mezzo alla strada?».
I suoi splendidi occhi neri, stretti e allungati, mi squadrarono con espressione indefinibile poi, con voce aspra e sprezzante, buttò lì una sorta di spiegazione in francese:
«C’est papa».
Feci un altro profondo inchino alla vecchia.
Mi girò le spalle per scacciare le sue nere scagnozze poi, soppesandomi in uno strano modo con uno di quei suoi minuscoli occhietti chiuso e il viso tutto tirato da quella parte, come se avesse mal di denti, uscì sulla veranda, si accomodò su una sedia a dondolo poco distante e prese il suo lavoro a maglia da un tavolinetto. Prima di cominciare a sferruzzare, si infilò uno dei ferri nella zazzera grigia smuovendola energicamente.
La rudimentale camicia da notte che le serviva da vestito aderiva al suo vecchio corpo tozzo e gelatinoso. Portava calze di cotone bianco e ciabatte di velluto marrone. Piedi e caviglie in bella mostra sullo sgabello, cominciò a dondolarsi leggermente mentre sferruzzava. Mi ero rimesso a sedere e non fiatavo; non mi fidavo di quella vecchia. E se mi avesse ingiunto di andarmene? Sembrava capace di tutto. D’un tratto, rivolta alla ragazza, le pose in francese una domanda che cercherò qui di tradurre in parole povere:
«E adesso, che grillo gli è saltato a tuo padre?».
La giovane scrollò le spalle con tanta veemenza che tutto il suo corpo ondeggiò nell’ampia vestaglia; e con quella sua voce stranamente aspra eppure non priva di un suo fascino erotico, non dissimile da certi tipi di vini naturalmente asprigni ma gradevoli al palato:
«È un qualche capitano. Lasciami in pace, hai capito?».
La sedia accelerò il dondolio, la voce vecchia e in falsetto sembrava un sibilo:
«Bella coppia, tu e tuo padre. Non si ferma davanti a niente – lo sanno tutti. Ma questo proprio non me l’aspettavo».
Pensai che ormai era ora di tirar fuori un po’ del mio francese. Osservai rispettosamente ma con fermezza che era una questione d’affari. C’erano alcune cose di cui dovevo discutere col signor Jacobus.
Immediatamente ribatté con aria di scherno: «Povero innocentino!». Poi, cambiando tono: «Per gli affari c’è il negozio, perché non va a parlargli al negozio?».
La velocità vertiginosa delle sue dita e dei ferri da calza dava il capogiro; squittì indignata: «Starsene qui seduto senza staccare gli occhi dalla ragazza – questo lei lo chiama affari?»
«No», risposi mellifluo, «lo chiamo un piacere – inaspettato piacere. E a meno che la signorina Alice faccia obiezione…».
Mi girai a metà verso di lei. Mi gettò in faccia un irato e sdegnoso «che m’importa!» e poggiando il gomito sul ginocchio posò il mento sulla mano – un mento di razza Jacobus, senza alcun dubbio.
«Bene! Allora continuerò a guardarla fino a quando mi farà un sorriso».
Ebbe la bontà di lanciarmi contro un altro e ancor più malignamente sdegnoso «che m’importa!».
Con voce secca e stridula la vecchia interloquì:
«Ma sentite che sfacciataggine! E anche tu! Non t’importa! Almeno vai a metterti qualcosa addosso. Startene lì, seduta in quel modo, davanti a questa ciurmaglia!».
Il sole era sul punto di abbandonare la Perla dell’Oceano per altri mari, altri lidi. Il giardino cintato pieno d’ombre fiammeggiava di colori, quasi che i fiori stessero restituendo la luce assorbita durante il giorno. L’imprevedibile vecchia divenne molto esplicita. Suggerì alla ragazza un bustino e una gonna, in modo così cinicamente franco da farmi sentire umiliato. Dunque, non contavo più di un manichino? La ragazza le abbaiò «Non ci penso nemmeno!».
Non era la risposta impertinente di una ragazzina maleducata; c’era in quelle parole una nota di esasperazione. Ovviamente, la mia intrusione aveva in qualche modo turbato il precario equilibrio dei loro rapporti consueti. La vecchia continuò a sferruzzare con furente precisione, lo sguardo inchiodato al suo lavoro.
«Sei davvero figlia di tuo padre! E tutte quelle chiacchiere di entrare in convento! Se ne sta lì a lasciarsi spogliare con gli occhi da un tizio qualsiasi!».
«Piantala!».
«Svergognata!».
«Vecchia strega», sibilò chiaramente fra i denti la ragazza, sempre in quel suo atteggiamento meditativo, il mento nella mano, lo sguardo perduto oltre il giardino. Era proprio il caso del bue che dà del cornuto all’asino. La vecchia balzò fulminea dalla sedia, sbatté giù il lavoro e con un movimento tempestoso di tutto il corpo, perfettamente visibile sotto quella sua incredibile e aderente palandrana, marciò sulla ragazza – che non aveva mosso un muscolo. Stavo lì col fiato sospeso quando, quasi intimorita da quell’atteggiamento passivo, l’anziana parente di Jacobus virò bruscamente nella mia direzione.
Notai che era armata di un ferro da calza; e quando alzò la mano sembrò che avesse l’intenzione di lanciarmelo contro a mo’ di dardo. Ma se ne servì solo per grattarsi la testa mentre mi squadrava da presso con un occhio semichiuso e il volto distorto a metà da una smorfia grottesca.
«Giovanotto», mi chiese bruscamente, «crede che ricaverà qualcosa da tutto questo?»
«Me lo auguro caldamente, signorina Jacobus». Cercai di parlare col tono disinvolto di un ospite pomeridiano. «Vede, sono qui per trovare certi sacchi».
«Sacchi! Questa, poi! Crede forse che non abbia sentito come stava sproloquiando con quella disgraziata incosciente?»
«Vorresti vedermi morta», esclamò con voce roca la ragazza immobile.
«Morta! E io, allora? Sepolta viva prima del tempo a causa di un essere cui la sorte ha regalato un padre del genere!», gridò; e, rivolta a me: «Lei è uno di quei tipi con cui fa affari. Bene – e allora perché non ci lascia in pace, amico bello?».
Aveva un certo tono quel «ci lascia in pace!». Una sorta di canagliesca familiarità, di superiorità, di disprezzo. Lo avrei udito molte altre volte; dimostrereste infatti di conoscere ben poco la natura umana se pensaste che quella fosse la mia ultima visita in quella casa – dove da tanti anni nessuna persona rispettabile aveva messo piede. Vi sbagliereste davvero di grosso se pensaste che quell’accoglienza mi avesse convinto a starmene alla larga. Tanto per cominciare, non ero affatto disposto a cedere terreno davanti a una ridicola vecchia cialtrona.
E non dimenticate, poi, che di quei sacchi avevo assoluto bisogno. Quella prima sera, Jacobus mi trattenne a cena; dopo però avermi onestamente detto che non sapeva se avrebbe potuto aiutarmi. Ci aveva pensato sopra. Ma temeva che la cosa sarebbe stata troppo difficile… comunque, non gettò esplicitamente la spugna.
A tavola eravamo solo in tre dato che la ragazza, con i suoi reiterati «Non mi va!», «Non ci penso nemmeno» e «che m’importa» aveva chiaramente espresso e ribadito la sua intenzione di non voler venire a tavola, non voler cenare, non volersi spostare dalla veranda. La vecchia parente ciabattava intorno, querula e indignata, Jacobus torreggiava su di lei con quel suo placido mormorio di gola; da lontano, mi univo scherzosamente al loro duetto gettando una parola qua e là il che, col favore del buio, mi fruttò di nascosto una dolorosa gomitata nelle costole – o forse era un pugno – da parte della vecchia. Soffocai un lamento. E per tutto il tempo la ragazza non si degnò nemmeno di alzare il capo o dare un’occhiata a uno di noi. Tutto questo potrebbe sembrare infantile – eppure quella tetraggine gelida e scontrosa aveva un non so che di oscuramente tragico.
Ci sedemmo quindi a tavola intorno al chiarore di una quantità di candele mentre lei se ne rimaneva accucciata laggiù a guardare fissamente nel buio, alimentando il suo malumore con la pesante fragranza che saliva da quel favoloso giardino.
Prima di congedarmi, dissi a Jacobus che sarei tornato il giorno seguente per sentire se c’erano novità circa la faccenda dei sacchi. Al che, scosse leggermente la testa.
«Perseguiterò la sua casa giorno dopo giorno fino a quando lei non condurrà in porto l’affare. Mi troverà sempre qui».
Il suo breve sorriso malinconico non gli schiuse le grosse labbra.
«Come vuole capitano».
Poi, accompagnandomi alla porta con la massima calma, sussurrando mi esortò con convinzione: «Si consideri a casa sua». Aggiungendo l’accenno ospitale che avrei sempre trovato «un piatto di minestra». Fu solo mentre mi avviavo al molo, giù per le strade male illuminate, che mi ricordai che proprio quella sera avrei dovuto cenare con la famiglia S… Pur rimproverandomi per la dimenticanza (sarebbe stato piuttosto imbarazzante dare una giustificazione) non potei fare a meno di pensare che mi aveva procurato una serata più divertente. E poi… gli affari. I sacrosanti affari…
In un negro scalzo che mi sorpassò correndo e si precipitò giù per i gradini dell’attracco riconobbi il barcaiolo di Jacobus, che doveva aver cenato in cucina. Il suo abituale «‹sera, signore!» mentre mi inerpicavo per la scaletta della mia nave suonò più cordiale del solito.
V.
Mantenni la parola e, per così dire, cinsi d’assedio la casa di Jacobus. Nel pomeriggio, quando vi faceva una scappatina dal magazzino, mi trovava sempre lì. Il suono della mia voce che parlava con Alice lo accoglieva sulla soglia; e quando faceva definitivamente ritorno la sera, poteva scommetterci che l’avrebbe sentita ancora sulla veranda. Mi limitavo a fargli cenno col capo; e allora si calava su una sedia pesantemente ma senza goffaggine a osservare con una sorta di benevola ansietà i miei sforzi per strappare un sorriso a sua figlia.
Spesso, anche in sua presenza, la chiamavo «Alice»; a volte, invece, «signorina «che m’importa», e mi sfiatavo in chiacchiere prive di senso senza mai riuscire a scuoterla da quel suo scontroso e tragico egocentrismo. In certi momenti, mi veniva voglia di sbottare e mettermi a inveire contro di lei fino a provocare una esplosione. Ed ero quasi certo che in quel caso Jacobus non avrebbe mosso un muscolo. Fra noi sembrava essersi instaurata una sorta di oscura e intima complicità.
Devo dire che la ragazza trattava il padre esattamente come trattava me.
E come avrebbe potuto essere altrimenti? Trattava me come trattava il padre. Non aveva mai visto un ospite. Ignorava come si comportano gli uomini. Io facevo parte della marmaglia con cui suo padre commerciava al porto. Non contavo nulla. Come nulla contava suo padre. Gli unici esseri decenti a questo mondo erano gli isolani i quali, però, non volevano aver a che fare con lei perché lei aveva fatto qualcosa di male. A quanto sembrava, questa era la spiegazione che le aveva dato la signorina Jacobus del loro isolamento. Qualcosa, infatti, bisognava pur dirle! Ed ero convinto che questa versione era stata avallata da Jacobus. Devo dire che la vecchia ci provava gusto. Detta da lei, spiegava tutto, alludeva a tutto, rinfacciava tutto.
Un giorno Jacobus rincasò presto e, facendomi segno di seguirlo in sala da pranzo, si terse la fronte con gesto stanco e mi comunicò che era riuscito a scovare un rifornimento di sacchi da un quarto.
«Ha detto che alla sua nave ne occorrevano 1400, vero capitano?»
«Sì, proprio così», risposi con foga; ma la sua flemma non si scompose. Appariva più stanco di quanto lo avessi mai visto prima.
«Bene, capitano. Allora può riferire ai suoi clienti che possono averli tutti da mio fratello».
Vedendo che ero rimasto a bocca aperta mi rassicurò con la solita, placida formula:
«Vedrà che è la verità, capitano».
«Lei ne ha parlato a suo fratello?». Il mio sbigottimento era evidente. «Ha fatto questo per me? Ma sicuramente lui sapeva che la mia nave era l’unica bloccata per mancanza di quei sacchi. Come è possibile…».
Si asciugò di nuovo la fronte. Notai che era vestito con insolita cura, con abiti che non gli avevo mai visto addosso prima. Evitò il mio sguardo.
«Naturalmente, ha sentito quello che si dice in giro… è più o meno vero. Lui… io… Certo noi… da molti anni…».
La sua voce diventò un mormorio sonnolento. «Vede, dovevo dirgli qualcosa, qualcosa che…».
Il mormorio si spense. Non intendeva dirmi cosa fosse quel qualcosa. E a me non importava. Ansioso di portare la buona notizia ai miei noleggiatori, rientrai di corsa nella veranda per prendere il cappello.
A quel trambusto, la ragazza girò lentamente gli occhi nella mia direzione e perfino la vecchia smise per un momento di sferruzzare. «Suo padre è straordinario, signorina «che m’importa». Davvero straordinario».
Osservò la mia esultanza con sdegnosa sorpresa. Jacobus, con insolita familiarità, mi afferrò per un braccio mentre attraversavo di corsa la sala da pranzo e mi alitò pesantemente all’orecchio qualcosa circa «un piatto di minestra» quella sera. «Come?», risposi distrattamente, «cosa dice? Oh grazie! Certo, certo, con piacere», e mi svincolai. Cenare con lui? Naturalmente. Non fosse altro che per gratitudine…
Ma circa tre ore dopo, nella strada oscura e silenziosa col suo fondo acciottolato, mi resi conto che non era solo la gratitudine a guidare i miei passi verso la casa col vecchio giardino dove da anni nessun ospite, all’infuori di me, aveva mai cenato. La pura e semplice gratitudine non attanaglia le viscere in quel modo particolare. Forse la fame; ma non avevo nessun desiderio speciale del cibo di Jacobus.
Anche in quell’occasione, la ragazza rifiutò di venire a tavola.
Ero sempre più esasperato. La vecchia mi lanciava occhiate maliziose. Improvvisamente mi rivolsi a Jacobus: «avanti, metta del pollo e dell’insalata in quel piatto». Obbedì senza alzare gli occhi. Portai piatto, coltello, forchetta e un tovagliolo in veranda. Il giardino era una massa cupa, come un cimitero di fiori sepolti nell’oscurità e lei, sulla poltrona, sembrava meditare tristemente su quella luce e quei colori scomparsi. Solo folate di aroma greve vagavano nell’aria come fragranti anime raminghe di quella moltitudine di fiori e boccioli estinti. Mi rivolsi a lei in tono leggero, scherzoso, persuasivo, affettuoso; con voce sommessa. Un ascoltatore l’avrebbe scambiato per i sussurri di un innamorato. Ogni volta che mi interrompevo, in attesa, non c’era che un profondo silenzio. Era come offrire del cibo a una statua seduta.
«Non sono riuscito a mandar giù un solo boccone pensando a lei qui fuori, al buio, a morir di fame. La sua ostinazione è davvero crudele. Non vede che mi fa soffrire?»
«Che m’importa».
Sentivo che avrei potuto compiere un gesto violento – scuoterla, perfino percuoterla. Insistei. «Il suo comportamento assurdo mi impedirà di tornare in questa casa».
«E allora?»
«Ma a lei fa piacere la mia presenza».
«È una bugia», ringhiò.
Le misi con decisione una mano sulla spalla; se avesse avuto anche un minimo sussulto credo proprio che le avrei dato uno scossone. Ma non fece alcun movimento e quella sua immobilità disarmò la mia ira.
«E invece è la verità. Altrimenti non si farebbe trovare ogni giorno in veranda. Perché è qui, allora? In casa ci sono tante stanze. Ha anche la sua stanza dove rimanere – se davvero non volesse vedermi. Ma invece lei lo vuole. Sa che lo vuole».
Sentii un leggero brivido sotto la mano e allentai la presa, quasi intimorito da quel segno di animazione nel suo corpo. L’aria fragrante del giardino arrivava fino a noi in una tiepida ondata, come un sospiro voluttuoso e profumato.
«Torni da loro», sussurrò quasi implorando. Rientrando in sala da pranzo, vidi che Jacobus abbassava gli occhi. Sbattei il piatto sulla tavola. A quella dimostrazione di malumore mormorò qualcosa in tono di scusa; lo aggredii con rabbia, come se dovesse render conto a me di quelle che credo definii «insopportabili stranezze».
«Comunque, ritengo che la responsabile principale di questi modi offensivi sia la qui presente signorina Jacobus», conclusi con aria di sufficienza.
Subito la vecchia chiocciò con quella sua tipica faccia di bronzo: «Come sarebbe? Perché non ci lascia in pace, giovanotto?». Rimasi strabiliato che osasse comportarsi così davanti a Jacobus. D’altra parte, come avrebbe potuto farla star zitta? Aveva troppo bisogno di lei. Per un secondo l’uomo sollevò quel suo sguardo pesante e torpido, poi lo riabbassò di nuovo. La vecchia insistette, stridula e risoluta: «Non avete concluso i vostri affari, voi due? E allora…».
Quella vecchia aveva la tipica impudenza degli Jacobus. Portava la sua zazzera grigio-ferro con la scriminatura da una parte, come un uomo, senza la minima cura e fece l’atto di infilarci dentro la forchetta come faceva col ferro da calza, ma si trattenne. Gli occhietti scuri scintillavano di malevolenza. Mi volsi verso il mio anfitrione a capotavola – con atteggiamento quasi minaccioso:
«Allora, che ne dice Jacobus? Devo dedurne che i nostri rapporti terminano qui?».
Non mi rispose subito. Quando lo fece, la sua risposta fu inaspettata e del tutto non pertinente alla domanda.
«Sono convinto che potremmo ancora concludere qualcosa per quelle mie patate, capitano. Troverà che…». Gli troncai la parola in bocca.
«Le ho già detto che non sono un commerciante». Il suo ampio torace si sollevò in un silenzioso, profondo sospiro.
«Ci pensi su, capitano», mormorò tenace e pacifico; scoppiai in una risata stridente ricordando come fosse rimasto alle costole della cavallerizza del circo – la profonda emozione che ribolliva sotto quella placida facciata e che nemmeno le ferite di un frustino (così si raccontava) erano riuscite a smuovere in qualcosa di simile a uno scatto di ribellione; un po’ come l’emozione di un pesce, ammesso che esista un pesce capace di emozioni.
Quella sera più che mai provai quel senso di disagio psicologico che sempre mi aveva accompagnato in quella casa messa al bando dalla gente “perbene”. Rifiutai di trattenermi per un sigaro dopo cena; e quando misi la mia mano nel palmo grassoccio della mano di Jacobus, mi dissi che quella sarebbe stata l’ultima sera che passavo sotto il suo tetto. Comunque, strinsi cordialmente la sua grossa zampa. Dopotutto, non mi aveva forse tirato fuori da un brutto guaio? Alle poche parole di ringraziamento che dovevo, e non certo a malincuore, dirgli, rispose tenendo le labbra serrate in quel suo malinconico e chiuso sorriso.
«Spero che tutto vada bene, capitano», alitò gravemente.
«Come sarebbe a dire?», chiesi allarmato. «Che suo fratello potrebbe ancora…».
«Oh no», mi rassicurò. «Lui… lui è un uomo di parola, capitano».
Il mio esame di coscienza mentre mi allontanavo dalla sua porta cercando di convincermi che quella era l’ultima volta, non era molto soddisfacente. Sapevo benissimo che le mie speculazioni sui motivi di Jacobus non erano sincere e, naturalmente, subito il giorno dopo, tornai a casa sua.
Come siamo deboli, irrazionali e assurdi! Quanto facilmente ci lasciamo trasportare quando la nostra fantasia si risveglia dandoci l’irritante suggerimento del desiderio! Quella ragazza suscitava in me un interesse particolare; mi affascinava la sua espressione malinconica e corrucciata; i suoi ostinati silenzi, le sue rare, sdegnose parole; il perpetuo broncio di quelle sue labbra chiuse, le oscure profondità del suo sguardo assente che si volgeva lentamente verso di me quasi in sprezzante provocazione, solo per distogliersi un attimo dopo con indifferenza esasperante.
Naturalmente, tutti erano ormai al corrente della mia assiduità. Notai un cambiamento nel comportamento dei miei conoscenti e perfino qualcosa di diverso nel cenno del capo con cui mi salutavano gli altri capitani quando ci incontravamo sulla scaletta d’approdo o negli uffici dove mi recavo per affari. Il capo impiegato tanto vecchia-zitella, mi trattava con distante cerimoniosità e, per così dire, si stringeva la gonna intorno alle gambe per timore di un contagio. Avevo l’impressione che perfino i negri sul molo si voltassero a guardarmi quando passavo; in quanto al barcaiolo di Jacobus, il suo «‹sera, signore!» quando salivo sul battello suonava più che cordiale addirittura familiare, confidenziale, quasi fossimo stati complici in qualche infamia.
Il mio amico S., il maggiore, mi passava accanto, sull’altro lato della strada, con un cenno della mano e un sorriso ironico. Il fratello minore, quello cui avevano fatto sposare un’anziana megera, in nome di un’amicizia di più vecchia data e quasi a pagare un debito di gratitudine, lui, dicevo, si prese la libertà di mettermi in guardia.
«Ti sei scelto degli amici che non ti giovano affatto, vecchio mio», disse con gravità infantile.
Dato che sapevo che l’incontro fra i due fratelli Jacobus aveva scatenato un’ondata di commenti in tutta la zuccherosa Perla dell’Oceano, volevo sapere per quale motivo davano la colpa a me.
«Per caso ho provocato una mossa che potrebbe portare a una riconciliazione, senza dubbio auspicabile dal punto di vista delle convenienze sociali, non ti pare?»
«Certo, se si riuscisse a sistemare la ragazza, questo faciliterebbe…», ruminò con aria di profonda saggezza poi, beata illogicità, mi diede un colpetto sullo stomaco. «Vecchio furfante!», esclamò gioviale, «per quanto te ne importa delle convenienze sociali! Ma farai meglio a stare attento, sai, con un tipo come Jacobus, che non ha niente da perdere in fatto di reputazione».
A questo punto, aveva riacquistato la sua gravità di cittadino rispettabile e aggiunse con rincrescimento:
«Tutte le donne della nostra famiglia sono profondamente scandalizzate».
Ormai avevo rinunciato ad andare a trovare la famiglia S. e la famiglia D. Al mio apparire, le signore più anziane facevano la faccia lunga e la miriade delle giovani parenti mi lanciava le occhiate più strane: stupite, intimorite, beffarde (eccezion fatta per la signorina Mary che mi guardava e mi rivolgeva la parola in tono sommesso, dolente e compassionevole come se fossi stato ammalato); non mi fu quindi difficile mandarli tutti a quel paese. E avrei mandato a quel paese l’intera cittadina e il suo perbenismo pur di sedere accanto a quella ragazza acrimoniosa e superba, discinta nella sua veste trascurata, impalpabile, scollata. Con le ciocche arruffate di capelli che le ricadevano sul viso contratto, sembrava che fosse appena saltata giù dal letto nel panico di un incendio.
Sedeva reclinata sul gomito, con lo sguardo perso nel nulla. Perché rimaneva ad ascoltare il mio assurdo cicaleccio? E non solo; perché si incipriava il viso prima del mio arrivo? Sembrava che quello fosse il suo concetto di toilette, e nella sua sciatteria denotava un grande sforzo di adornamento personale. Ma potevo sbagliarmi. Forse quel suo incipriarsi era un’abitudine quotidiana e la sua presenza in veranda un segno di totale indifferenza, privo di qualsiasi interesse per la mia persona. Comunque, per me andava bene ugualmente.
Mi piaceva osservare il suo lento mutare di posizione, guardarla mentre rimaneva a lungo immobile nell’aggraziata compostezza di linee del suo corpo, contemplare lo sguardo intenso e misterioso dei suoi splendidi occhi neri di forma un po’ allungata, semichiusi a fissare il vuoto. Era come una creatura stregata, con la fronte di una dea incoronata dall’arruffato splendore dei capelli da zingara. Anche la sua indifferenza era seducente. Sentivo che mi stavo legando a lei col vincolo di un desiderio irrealizzabile, perché non avevo ancora perso la testa – non del tutto. E sopportavo il disagio psicologico che mi procurava la sonnolenta vigilanza di Jacobus, placida e pur così espressiva, come se fra noi due esistesse un tacito accordo. Sopportavo l’insolenza della vecchia: «Quando si deciderà a lasciarci finalmente in pace, giovanotto?»; le sue frecciate, i suoi rimbrotti malevoli e sfrontati. Era dell’antico ceppo Jacobus, su questo non c’era dubbio.
Appena mi allontanavo dalla ragazza mi rimproveravo aspramente. Che pazzia era mai quella? mi chiedevo. Era come se fossi schiavo di qualche depravata abitudine. E ritornavo da lei con la testa sgombra, il cuore certamente libero, senza nemmeno un senso di compassione nei confronti di quella reietta (era non meno reietta di un naufrago su un’isola deserta), ma come trascinato mio malgrado, allettato da una qualche straordinaria promessa. Non si poteva immaginare nulla di più indegno. Il ricordo di quel sussurro tremante quando le avevo afferrato la spalla mettendole davanti il piatto del pollo con l’altra mano, era sufficiente a farmi dimenticare tutti i miei buoni propositi.
A volte, il suo mutismo insultante sarebbe bastato a far digrignare i denti dalla rabbia a chiunque. Se apriva bocca, era solo per essere insopportabilmente villana e aspra con il cliente di quel reprobo di suo padre; le anziane parenti le esprimevano il loro pieno consenso con offensivi sogghigni. O altrimenti ogni sua osservazione, sempre espressa in tono di bruciante disprezzo, era di una banalità paurosa.
E come avrebbe potuto essere altrimenti? Quella grassa canaglia della vecchia zitella Jacobus nella sua stretta veste grigia, non le aveva mai insegnato la benché minima educazione. Immagino che le buone maniere siano inutili per chi è un reietto fin dalla nascita. Nessuna scuola si sarebbe mai lasciata convincere ad accettarla come allieva… per le convenienze sociali, suppongo. E Jacobus non aveva potuto mandarla in nessun posto. Come avrebbe potuto? Con chi? Dove? Lui stesso non aveva abbastanza la stoffa dell’avventuriero per pensare di stabilirsi altrove. La sua passione l’aveva sballottato al seguito di un circo, su e giù per strani lidi ma, passata la tempesta, si era abbandonato alla deriva tornando senza il minimo pudore in patria dove, anche se socialmente emarginato, era pur sempre uno Jacobus… una delle più antiche famiglie dell’isola, più antica ancora dei francesi. Uno Jacobus doveva essere stato presente alla morte dell’ultimo Dodo… La ragazza non aveva appreso nulla, non aveva mai ascoltato una conversazione di più persone, non sapeva nulla, non aveva avuto notizia di nulla. Sapeva sicuramente leggere; ma le uniche cose scritte che le capitavano sott’occhio ogni giorno erano i giornali che il “deposito” metteva a disposizione dei capitani nella saletta. Jacobus aveva l’abitudine di portarseli ogni tanto a casa, macchiati e strappati.
Dato che la sua mente non poteva afferrare il senso degli articoli salvo le notizie dai commissariati e i resoconti dei delitti, si era creata un’immagine del mondo civile come di un palcoscenico sul quale si avvicendavano omicidi, rapimenti, rapine, zuffe, pugnalate e ogni sorta di violenze estreme. L’Inghilterra e la Francia, Parigi e Londra (le uniche due città di cui sembrava avesse sentito parlare) le apparivano come sentine d’iniquità, emananti fetore di sangue, in contrasto alla sua piccola isola dove le imprese criminali si riducevano generalmente a furterelli di poco conto e dove ogni tanto si verificava qualche delitto più grave – e unicamente fra la mano d’opera indigena importata nelle piantagioni di canna da zucchero o fra i negri della cittadina. Ma in Europa il crimine era un evento quotidiano, perpetrato da una malvagia popolazione di bianchi fra i quali, come faceva notare quella furfante aristocratica della vecchia Jacobus, i marinai errabondi, quelli che avevano a che fare col suo prezioso padre, erano la feccia della feccia.
Era impossibile farle acquisire il senso delle proporzioni. Credo che s’immaginasse l’Inghilterra come un territorio grande più o meno quanto la Perla dell’Oceano; nel qual caso, certo, avrebbe grondato sangue e non sarebbe stata che un agglomerato di case svaligiate dalla prima all’ultima. Non si riusciva a farle capire che quegli orrori di cui la sua fantasia si alimentava sparivano in confronto alla tranquillità della vita in genere in quella nazione, che erano non più di qualche goccia di sangue nell’Oceano. Volgeva su di me per un attimo lo sguardo ottuso dei suoi occhi allungati per poi volgere altrove, senza una parola, il volto sprezzante e incipriato. Non si prendeva nemmeno il disturbo di un’alzata di spalle.
In quel periodo, i pacchi di giornali portati dall’ultimo postale riferivano una serie di delitti compiuti nell’East End di Londra, un sensazionale caso di rapimento in Francia e tutta una bella serie di rapine a mano armata in Australia. Un pomeriggio, attraversando la sala da pranzo, sentii la signorina Jacobus che, nella veranda, chiocciava con malignità velenosa: «Non so cosa quel bel campione di tuo padre stia complottando con quell’individuo. Ma è proprio il tipo d’uomo capace di portarti via, lontano, da qualche parte e poi, un bel giorno, tagliarti la gola per rubarti i soldi».
Fra le loro due poltrone c’era uno spazio pari a una buona metà della veranda. Uscii e mi piazzai a sedere, infuriato, proprio nel bel mezzo di entrambe.
«Certo, è così che trattiamo le ragazze in Europa», cominciai in tono trucemente realistico. Credo che la signorina Jacobus rimanesse interdetta alla mia improvvisa comparsa. Mi rivolsi a lei con fredda ferocia.
«In quanto alle vecchie sgradevoli prima, zitti zitti, le strangoliamo, poi le facciamo a pezzetti e li buttiamo via, un po’ qui e un po’ là. Scompaiono…».
Dire che la terrorizzassi sarebbe troppo. Ma era preoccupata per la mia truculenza, tanto più che mi ero sempre rivolto a lei con una cortesia che certo non meritava. Le sue mani grassocce intente a sferruzzare, le ricaddero lentamente in grembo. Non disse una parola, mentre la fissavo con severa determinazione. Poi, quando finalmente volsi altrove lo sguardo, posò con cura il suo lavoro e, muovendosi silenziosamente, si ritirò dalla veranda. Scomparve, letteralmente.
Ma non era a lei che pensavo. Guardavo la ragazza. Era lei lo scopo delle mie visite quotidiane; preoccupata, intimidita, ansiosa; la sua vicinanza mi causava una sensazione unica alla quale mi abbandonavo con timore, con vergogna e con un godimento profondo, quasi fosse un vizio segreto destinato a distruggermi, simile all’assuefazione a qualche droga che rovina e degrada chi ne è schiavo.
La osservai da cima a fondo, dalla sommità della testa spettinata, lungo la linea armoniosa delle spalle, seguendo la curva dell’anca, la forma drappeggiata delle lunghe gambe, giù fino alle caviglie sottili sotto la balza sudicia e strappata della gonna; e alla punta delle logore pantofoline azzurre dal tacco alto che dondolavano dal piede ben formato che oscillava lentamente, a scatti bruschi e nervosi, come insofferente della mia presenza. E nella fragranza della massa fiorita mi sembrava di respirare il suo fascino particolare e inesplicabile, l’inebriante profumo di quella prigioniera, perennemente stizzita, del giardino.
Guardai il mento rotondo, il mento degli Jacobus; le labbra piene e vermiglie nel volto giallognolo e incipriato; il contorno fermo della guancia, le spruzzature bianche nelle sopracciglia diritte e aggrondate; gli occhi allungati – uno stretto raggio di languido biancore intorno a un nero intenso e immobile, con la loro espressione così vacua, così assorta nella loro fissità, da sembrare che stesse fissando la propria leggiadra immagine in qualche remoto specchio celato alla mia vista, fra gli alberi.
E d’improvviso, senza guardarmi, quasi persona che parli a se stessa, chiese con quella voce aspra eppure morbida e pastosa, sempre irritata: «Perché continua a venire qui?»
«Perché continuo a venire qui?», ripetei, colto di sorpresa. Non avrei saputo dirglielo. Nemmeno a me stesso avrei saputo dire con sincerità perché continuavo a recarmi in quella casa. «A che scopo mi fa una domanda del genere?»
«Non c’è nulla che abbia scopo», osservò sdegnosa, rivolta al vuoto, il mento poggiato sulla mano, quella mano mai tesa a un uomo, che nessuno aveva mai stretto – solo una volta le avevo afferrato una spalla – quella mano bella, generosa, vagamente mascolina. Ne conoscevo bene la forma, insolitamente vigorosa: il palmo largo, le dita dalle punte affusolate – una mano per la quale non c’era al mondo nulla da afferrare. Cercai di buttare la cosa in scherzo.
«Ma non mi dica! Ma le importa davvero di saperlo?».
Scrollò con indolenza le splendide spalle dalle quali il tessuto sottile stava scivolando.
«Oh… non importa – non importa!». Sotto quell’atteggiamento apatico si celava un fuoco represso. Mi esasperava la sua provocatoria indifferenza, qualcosa di sfuggente e spavaldo nella sua stessa forma che volevo afferrare. Risposi aspramente:
«Perché? Non crede che le direi la verità?».
Il suo sguardo scivolò verso di me con un’occhiata obliqua e, muovendo solo le labbra carnose e imbronciate, mormorò:
«Credo che non ne avrebbe il coraggio».
«Pensa forse che io abbia paura di lei? Che diamine… be’, dopotutto è possibile che io non sappia esattamente perché continuo a venire qui. Diciamo, come dice la signorina Jacobus, che ho un secondo fine. A quanto sembra, lei crede a tutte le cose offensive che quella donna dice, visto che ogni tanto litigate».
Mi rimbeccò invelenita: «A chi altro posso credere?»
«Non lo so», dovetti confessare, vedendola improvvisamente così inerme e condannata alla solitudine morale dal verdetto di una comunità rispettabile. «Potrebbe credere a me, se vuole».
Ebbe un leggero movimento e mi chiese subito, quasi tentando di mettermi alla prova: «Che genere di affari ha con papà?»
«Non sa di cosa si occupa suo padre? Andiamo! Vende forniture navali».
Si irrigidì nuovamente in quella sua posa acquattata. «Non parlo di quello. Cosa la spinge a venire qui – in questa casa?»
«E se fosse lei? Non lo definirebbe un rapporto d’affari? Oppure sì? E adesso, cambiamo argomento. È inutile. La mia nave sarà pronta a salpare dopodomani».
«Così presto», mormorò in tono decisamente impaurito e, alzandosi di scatto, si diresse verso il tavolino e si versò un bicchiere d’acqua. Camminava a passi rapidi, con un indolente ondeggiare del busto; quando mi passò accanto, avvertii con intensità decuplicata il fascino di quella sensazione insolita e stuzzicante che ormai ero avvezzo a cercare vicino a lei.
Con subitaneo sgomento pensai che oramai era alla fine, che fra ventiquattr’ore non sarei più tornato a quella veranda, non mi sarei più seduto su quella sedia, non avrei più assaporato con perversa voluttà la fragranza di disprezzo che emanava dai suoi atteggiamenti indolenti, brindato alla provocazione delle sue occhiate sdegnose, ascoltato i bruschi, arroganti commenti proferiti con quella sua voce aspra e seducente. Come se il mio io più profondo fosse stato alterato da un qualche tossico spirituale, provavo un abbietto terrore all’idea di riprendere il mare.
Dovetti impormi un rigido autocontrollo, quasi pigiando su un freno, per non saltar su dalla sedia, andare avanti e indietro, urlare, gesticolare, farle una scenata. A che scopo? E perché? Non ne avevo la minima idea. Cercavo unicamente un sollievo nella violenza; e mi lasciai andare scompostamente sulla sedia, cercando di congelare le mie labbra in un sorriso; quel sorriso fra l’indulgente e il beffardo di cui avevo imparato a farmi scudo contro il suo disprezzo e le frecciate offensive della vecchia.
Bevve la sua acqua tutta d’un fiato, con l’avidità di una sete bruciante, e si lasciò cadere sulla sedia più vicina, quasi spossata. Il suo atteggiamento, come alcune inflessioni della voce, avevano qualcosa di mascolino; le ginocchia allargate sotto l’ampia vestaglia, le mani congiunte fra le gambe, il corpo chino in avanti, il capo abbassato. Fissai la pesante crocchia di capelli neri attorti. Una massa che coronava la testa china come un greve e spregiato diadema di gloria. Ne sfuggivano delle ciocche che le ricadevano sul viso. E improvvisamente mi accorsi che la ragazza tremava da capo a piedi, come se quel bicchiere d’acqua gelata l’avesse intirizzita fino al midollo.
«E adesso che succede?», chiesi sorpreso ma in tono ben poco comprensivo.
Scosse il capo chino, gravato dai capelli, esclamando con voce soffocata ma in timbro crescente: «Vada via! Se ne vada! Se ne vada!».
Mi alzai e mi accostai a lei con uno strano senso di ansia. Guardai la nuca rotonda e forte, poi mi abbassai fino a scrutarla in volto. E cominciai anch’io a tremare.
«Ma perché mai si agita tanto, signorina “che m’importa”?».
Si gettò con violenza all’indietro, il capo oltre lo schienale. E adesso era la sua gola piena, liscia, palpitante che si offriva al mio sguardo sbigottito. Gli occhi erano semichiusi, un orribile lucore perlaceo sotto le palpebre, come fosse morta.
«Che le prende?», chiesi sgomento. «Cos’è che le ispira tanto terrore?».
Si ricompose; gli occhi adesso erano sbarrati. Il pomeriggio tropicale allungava le ombre sulla terra calda, stremata, culla di oscuri desideri, di folli speranze, di indicibili terrori.
«Lasci perdere! Non m’importa!». Poi, dopo un singulto, le parole le sgorgarono dalle labbra con foga travolgente tanto che a malapena riuscii a distinguerne il sorprendente tenore: «Tanto, anche se mi rinchiudesse in una stanza vuota e tutt’intorno pareti lisce come il palmo della mano, potrei sempre strangolarmi con i capelli».
Per un momento, non credendo alle mie orecchie, cercai di assorbire quella strabiliante affermazione. È sempre impossibile indovinare le folli idee che passano per la mente ai nostri simili. Quali mostruose immagini di violenza potevano mai annidarsi dietro la fronte bassa di quella ragazza alla quale avevano insegnato a considerare suo padre “capace di tutto”, più come una disgrazia che una vergogna; come, evidentemente, qualcosa di offensivo e pericoloso, più che ignobile? In realtà, appariva ignara del sentimento della vergogna come di ogni altra cosa al mondo; ma nella sua ignoranza, risentimento e umiliazione assumevano carattere di infantile violenza.
Naturalmente, parlava senza conoscere il peso delle parole. Cosa poteva mai sapere della morte – lei che non sapeva nulla della vita? Era unicamente in quanto dimostrazione del fatto che era sconvolta per qualche paralizzante terrore che quella sua incredibile affermazione più che compassione suscitò in me una sorta di affascinato e orrificato stupore. Non avevo idea di quale nozione avesse di un suo eventuale pericolo. Forse pensava a un rapimento. Possibilissimo, viste le chiacchiere di quella odiosa vecchia. Forse, temeva di venir trascinata via imbavagliata, con mani e piedi legati. A quel pensiero, mi sembrò che davanti agli occhi mi si spalancasse lo sportello di una fornace.
«Parola mia», gridai, «finirà con l’impazzire se continuerà a dare retta a quella sua abominevole zia!». Spiai la sua espressione disfatta, le sue labbra tremanti. Sembrava perfino che le si fosse affinato il volto. Ma in quale modo io, il cliente del suo spregevole padre, l’«infimo degli infimi», creatura della criminale Europa, potessi rassicurarla, non lo sapevo proprio. Quella ragazza mi esasperava.
«Ma per tutti i santi! Cosa mai crede che potrei farle?»
«Non lo so».
Il mento le tremava visibilmente. E mi scrutava con la massima attenzione. Mossi un passo verso la sua sedia.
«Non farò nulla, glielo prometto. Così va bene? Capisce quello che le sto dicendo? Non farò assolutamente nulla, niente di niente. E dopodomani, non ci sarò più».
Cos’altro avrei potuto dirle? Sembrava bere le mie parole con la stessa assetata avidità con cui aveva trangugiato il bicchier d’acqua. Tremando, sussurrò in quel tono commovente che già una volta avevo sentito e che di nuovo mi trapassò con un brivido di emozione:
«A lei potrei credere. Ma papà…».
«Che vada al diavolo!». La brutalità del mio tono tradiva la mia emozione. «Ne ho avuto abbastanza del suo papà. È davvero così stupida da credere che io abbia paura di lui? Suo padre non può obbligarmi a fare proprio niente».
Le mie parole suonavano inadeguate alle mie stesse orecchie, vista la totale sprovvedutezza della ragazza. Ma devo riconoscere che, come si suol dire, “l’accento della sincerità” ha una forza davvero irresistibile. Il risultato superò di gran lunga la mia immaginazione. Osservare il mutamento che si verificò nella ragazza fu come essere testimoni di un miracolo – la graduale ma rapida scomparsa della tensione dal suo sguardo, dai suoi muscoli contratti, da ogni fibra del suo corpo. Quella cupa fissità degli occhi nella quale più di una volta avevo letto un messaggio tragico, e nella quale avevo trovato un’oscura seduzione, ora era del tutto svuotata, priva di qualsiasi consapevolezza, inconscia perfino della mia presenza; e si era fatta leggermente sonnacchiosa, nello stile di Jacobus.
Ma l’uomo è un animale perverso; e anziché rallegrarmi del mio completo successo, lo contemplai con sguardo attonito e indignato. Quel cambiamento così palese aveva qualcosa di cinico, la tipica sfrontatezza degli Jacobus. Mi sentii come imbrogliato in una complessa trattativa nella quale mi fossi lasciato stupidamente invischiare. Proprio così, imbrogliato senza che ci si curasse di salvare almeno la faccia.
Con un movimento felino, fluido, indolente e agile nella sua indolenza si alzò, ignorandomi così ostentatamente che, proprio per la rabbia, rimasi dov’ero, a pochi centimetri da lei. Con tutta tranquillità, comportandosi in mia presenza come se fosse sola in una stanza, si stirò tendendo le belle braccia, i pugni chiusi, il corpo ondeggiante, la testa gettata un po’ all’indietro, crogiolandosi sprezzantemente in un senso di sollievo, sciogliendo le membra dopo tutti quei giorni di ira e di timore durante i quali era rimasta accucciata e immobile.
E tutto con un’indifferenza suprema, incredibile, offensiva ed esasperante – un’ingratitudine aggravata dal tradimento.
Forse avrei dovuto sentirmi lusingato ma, al contrario, la mia rabbia aumentò; il suo movimento per passarmi accanto come se fossi un palo o un mobile, quel movimento noncurante, fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Non posso affermare che non sapessi quello che facevo, ma certo non fu per fredda riflessione che l’attimo dopo le avevo circondato la vita con le braccia. Fu un gesto impulsivo, come per afferrare qualcosa che sta per cadere o per sfuggirci; e non posso neanche dire che in esso ci fosse almeno la finzione della cortesia. Non ebbe tempo di emetter un suono, e il primo bacio che le stampai sulle labbra fu tanto violento da sembrare un morso.
Non fece resistenza, e naturalmente non mi limitai a un solo bacio. Mi lasciò fare, ma non come un automa – la sentivo, stretta a me, giovane, piena di vigore, di vita, una creatura forte e desiderabile, ma come se non le importasse affatto, pienamente consapevole di essere al sicuro, qualsiasi cosa io facessi o non facessi. I nostri volti accostati in quel turbine di carezze a casaccio, i suoi grandi occhi neri spalancati nei miei, senza tradire alcun risentimento, piacere o emozione. In quello sguardo fermo che sembrava fissare con distacco la mia follia, potevo scorgere, forse, una leggera sorpresa – nulla di più. Le coprivo il viso di baci e sembrava non esserci motivo per cui la cosa non potesse continuare per sempre.
Quel pensiero mi balenò nella mente e stavo sul punto di smettere quando all’improvviso cominciò a divincolarsi con violenza inattesa, riuscendo quasi a liberarsi; il che rinfocolò la mia esasperazione facendomi anzi desiderare ardentemente di non lasciarla più scappare. Feci in tempo a stringerla ancora più forte esclamando con voce strozzata: «No – non provarci!», quasi fosse il mio mortale nemico.
In quanto a lei, non disse una parola. Mi puntò le mani sul petto stringendo con tutte le sue forze, senza però riuscire a farmi allentare le braccia. A parte il fatto che adesso apparivano completamente svegli, i suoi occhi non mi rivelavano nulla, e il suo cambiamento di tattica mi colse del tutto alla sprovvista. Anziché cercare di separarmi le mani, mi si gettò addosso e con un ondulamento serpentino, si abbassò scivolandomi rapida di sotto le braccia, liberandosi senza fatica. Il tutto si svolse in un batter d’occhio; la vidi raccogliere l’orlo della vestaglia e correre, un po’ sgraziata, verso la porta all’estremità della veranda. Sembrava zoppicare leggermente – e svanì; alle sue spalle la porta si richiuse senza il minimo rumore, tanto che pensai fosse rimasta accostata. Ed ebbi il preciso sospetto che dalla fessura i suoi occhi neri spiassero le mie mosse. Non sapevo decidermi se agitare il pugno nella sua direzione, o mandarle un bacio.
VI.
Entrambe le cose sarebbero state in perfetto accordo con i miei sentimenti. Rimasi a guardare la porta, esitante, ma alla fine non feci nessuna delle due. Un sesto senso – il senso di colpa, forse, quel senso che purtroppo interviene sempre troppo tardi – mi spinse a guardarmi intorno; e subito mi resi conto che la conclusione di quel movimentato episodio sarebbe stata fonte di non poche preoccupazioni. Sulla soglia della sala da pranzo c’era Jacobus. Impossibile immaginare da quanto tempo fosse lì; e ricordando la mia lotta con la ragazza pensai che doveva esserne stato muto testimonio dal principio alla fine. Ma era una supposizione quasi incredibile. Forse quella ragazza impenetrabile lo aveva sentito arrivare e si era dileguata in tempo.
Avanzò sulla veranda col suo fare abituale, palpebre pesanti, labbra incollate. Mi sorpresi, notando quanto la ragazza gli somigliava. Quei lunghi occhi egiziani, la fronte bassa, da dèa stupida, erano un retaggio della segatura del circo; ma il resto del viso, i tratti e la struttura, il mento rotondo, perfino le labbra – tutto recava il marchio di Jacobus: più affinato, più rifinito, più espressivo.
Le sue grosse mani calarono con forza afferrando la spalliera di una sedia leggera (ce n’erano molte in giro) e mi resi conto che, probabilmente, ci sarebbe stata una testa rotta. Ero profondamente mortificato. Rimasi in guardia e, comunque, lo affrontai. Non c’era alternativa. Di una cosa ero certo: per sfrontato che fosse il mio atteggiamento, non avrei mai potuto competere con la tipica impudenza degli Jacobus.
Mi sorrise con quel suo sorriso chiuso e malinconico, e si sedette. Confesso che mi sentii sollevato. La prospettiva di passare dai baci ai pugni non mi sorrideva affatto. Forse – forse non aveva visto niente? Si comportava come al solito, ma non mi aveva mai prima trovato da solo sulla veranda. Se avesse accennato al fatto, se avesse chiesto «dov’è Alice?» o qualcosa del genere, avrei potuto giudicare dal timbro della voce. Ma non mi offrì il minimo spiraglio. La cosa molto strana era che non mi aveva ancora guardato in faccia. «Lo sa», mi dissi con convinzione. E il disprezzo nei suoi confronti alleggerì il disgusto che provavo verso me stesso. «È rincasato presto», osservai.
«È tutto tranquillo; oggi non c’era niente da fare al magazzino», spiegò con aria avvilita.
«Ah, be’… sa, sono in partenza», continuai sentendo che quella era probabilmente la cosa migliore da fare. «Già», mormorò. «Dopodomani».
Non era questo che intendevo; ma poiché continuava a fissare ostinatamente il pavimento, seguii la direzione del suo sguardo. Nel silenzio assoluto della casa, fissammo la pianella a tacco alto che la ragazza aveva perduto nella fuga. Continuammo a fissarla. Era rovesciata.
Dopo quella che mi sembrò un’eternità Jacobus, senza alzarsi, spostò avanti la sedia, si chinò col braccio teso e la raccolse. Appariva minuscola e delicata nelle sue manone. Non era realmente una pianella ma una scarpa scollata, di vernice azzurra, stropicciata e consumata. Aveva dei cinturini per allacciarla, ma la ragazza si limitava ad infilarla slacciata, con la sua solita sciatteria. Jacobus alzò gli occhi dalla scarpa e li puntò sul mio viso:
«Si sieda, capitano», disse alla fine nel suo tono sommesso.
Come se la vista di quella scarpa avesse rinnovato l’incantesimo, istantaneamente rinunciai all’idea di uscire sui due piedi da quella casa. Jacobus girava e rigirava la scarpa della figlia fra le zampe grassocce, quasi a studiarne la fattura. Si fermò per un po’ a contemplare la suola sottile; ne esaminò l’interno, con aria assorta. Poi: «Sono lieto di averla trovata qui, capitano», disse.
Gli risposi con una specie di grugnito, osservandolo di sottecchi. E aggiunsi: «Non dovrà sopportarmi ancora per molto».
Continuava a contemplare l’interno della scarpa sulla quale era puntato anche il mio sguardo.
«Ha poi pensato a quell’affare delle patate di cui le ho parlato l’altro giorno?»
«No, non ci ho pensato», gli risposi secco secco. Arrestò il mio cenno di alzarmi con un gesto severo e imperioso della mano che reggeva la fatidica scarpa. Rimasi seduto a guardarlo con aria di sfida.
«Lo sa che non mi dedico al commercio».
«Dovrebbe, capitano. Dovrebbe».
Stavo riflettendo. Se a questo punto me ne fossi andato, non avrei più rivisto la ragazza. E sentivo che dovevo vederla ancora una volta, magari per un attimo. Era un bisogno irrazionale ma impellente. No, non volevo andarmene. Volevo rimanere per provare ancora quella strana, stimolante sensazione, quel desiderio indefinibile al quale mi ero abituato e che mi faceva – proprio me! – sentire angosciato all’idea di riprendere il mare.
«Signor Jacobus», dissi scandendo lentamente le parole, «crede veramente che in linea di massima e tutto considerato – tutto, dico – capisce? – mi converrebbe mettermi in commercio… diciamo con lei?».
La risposta tardò a venire. Continuava a osservare la scarpa che ora teneva schiacciandola nel mezzo così che la punta consumata e il tacco alto uscivano da una parte e dall’altra del suo pugno possente.
«Sarà una buona idea», disse guardandomi finalmente dritto in faccia.
«Ne è sicuro?»
«Vedrà che è così, capitano». Aveva pronunciato le sue frasi abituali nel solito tono pacato e sommesso e resse il mio sguardo duro e penetrante con aria addormentata, senza batter ciglio.
«E allora, combiniamo questo affare», dissi voltandogli le spalle. «Vedo che ci tiene molto».
Non volevo far scoppiare uno scandalo ma pensai che a volte costava troppo salvare la faccia. Includevo Jacobus, me stesso, tutti gli abitanti dell’isola nello stesso sprezzante disgusto, come se fossimo diventati soci in qualche ignobile transazione. E il ricordo di quando, dalla nave, diafana e azzurra mi era apparsa la visione della Perla dell’Oceano, a sessanta miglia di distanza; il suo etereo, cristallino splendore quasi evocato da un’affascinante e puro sortilegio – anche quel ricordo si trasformò in un incubo. Era dunque questa la fortuna che quella evanescente e incantevole visione teneva in serbo per me nel suo cuore di pietra, celata sotto un miraggio di dolci sogni e di nebbie? Era questa la mia fortuna?
«Penso», – Jacobus parlò finalmente con voce intellegibile dopo quello che sembrava un silenzio dedicato a meditare qualcosa di infame – «penso che le converrebbe prenderne una trentina di tonnellate. Cioè, praticamente, quasi tutte, capitano».
«Ah, davvero? Quasi tutte! Forse sarebbe conveniente, ma non ho denaro a sufficienza per un acquisto del genere».
Non l’avevo mai visto così animato. «Ma no!», esclamò con quello che mi parve un tono truce e minaccioso. «È un peccato». Fece una breve pausa poi continuò, implacabile: «Di che cifra dispone, capitano?», mi chiese senza tanti complimenti.
Toccava a me ora guardarlo dritto in faccia. E così feci, indicando la cifra di cui potevo disporre. E vidi che era rimasto deluso. Ci pensò sopra, con lo sguardo calcolatore perso nel mio, molto a lungo, prima di uscirsene in tono riflessivo con un suggerimento che denotava la sua avidità. «Potrebbe farsi pagare di più dai suoi noleggiatori. Sarebbe facilissimo, capitano».
«No, non potrei», ribattei bruscamente. «Ho riscosso la mia paga fino a tutt’oggi e, inoltre, la contabilità di bordo è chiusa». Sentivo crescermi dentro l’ira. Continuai: «E sa una cosa? Anche se potessi, non lo farei». Poi, mandando a quel paese ogni ritegno, aggiunsi: «Lei è un po’ troppo Jacobus, signor Jacobus».
Già il mio tono era di per sé offensivo; ma rimase calmo e placido, solo un po’ perplesso, finché un’idea sembrò balenargli d’improvviso alla mente; ma il barlume rivelatore nei suoi occhi si spense subito. Era uno Jacobus, a casa sua, nella sua città natale; le parole di uno skipper qualsiasi non lo toccavano minimamente; anche se per gli altri era un reietto. Nella sua qualità di fornitore marittimo poteva affrontare qualsiasi cosa. Tutto ciò che riuscii ad afferrare del suo brontolio fu un vago «giustissimo» – il che, almeno a parer mio, era in realtà quanto di più fondamentalmente sballato si poteva affermare. Ma ricordai – non l’avevo mai dimenticato – che dovevo vedere la ragazza. Non intendevo andarmene; bensì rimanere in quella casa finché non l’avessi vista ancora una volta.
«Senta», dissi alla fine. «Faremo così: io prenderò tutte le sue maledette patate che il denaro di cui dispongo mi consente di acquistare, a condizione che lei vada subito giù al molo a farle caricare sull’alleggio e trasportare immediatamente fino alla nave. Porti con sé la fattura e una ricevuta firmata. Questa è la chiave della mia scrivania. La dia a Burns. La pagherà lui».
Si alzò dalla sedia prima ancora che finissi di parlare, ma rifiutò la chiave. Burns non l’avrebbe mai fatto. Né lui aveva intenzione di chiederglielo.
«Va bene. Ma in questo caso», dissi guardandolo con disprezzo, «non le resta che aspettarmi a bordo finché arriverò a saldarle la fattura».
«Non c’è problema, capitano. Vado subito».
Sembrò non saper che fare della scarpa della ragazza che ancora teneva stretta nella mano. Alla fine, lanciandomi uno sguardo spento, la posò sulla sedia dalla quale si era alzato.
«E lei, capitano? Non vuole venire anche lei, tanto per vedere…».
«Non si preoccupi per me. Me la sbrigo io».
Rimase per un attimo perplesso, quasi cercando di capire; e poi, il suo grave «Certo, certo, capitano» sembrò nascere da un pensiero improvviso. Il suo torace possente si sollevò. Forse un sospiro? Allontanandosi per andare a disfarsi in fretta di quelle patate, non si voltò neppure una volta a guardarmi.
Aspettai finché si spense l’eco dei suoi passi dalla sala da pranzo, e rimasi ancora un po’ in attesa. Poi, girandomi verso la porta in fondo, chiamai ad alta voce attraverso la veranda:
«Alice!».
Nessuna risposta, nemmeno un fruscio dietro la porta. Era come se la casa di Jacobus fosse stata svuotata a mio beneficio, per farmici sentire a mio agio. Non chiamai di nuovo. Mi ero reso conto di sentirmi addosso uno scoramento profondo. Ero mentalmente spossato, psicologicamente demoralizzato. Mi volsi di nuovo verso il giardino, mi sedetti con i gomiti poggiati sulla bassa balaustra, prendendomi la testa fra le mani.
La sera mi avvolse. Le ombre si allungavano, si facevano più scure, si mescolavano in una pozza di luce crepuscolare in cui le aiuole fiorite ardevano come braci colorate; mi giungevano ondate di pesante fragranza, come se la semi-oscurità di questo emisfero altro non fosse che il debole, soffuso chiarore di un tempio, e il giardino un enorme incensiere oscillante davanti all’altare delle stelle. I colori dei fiori si incupirono, perdendo uno ad uno la loro incandescenza.
La fanciulla, quando volsi il capo a un lieve rumore, mi apparve altissima e sottile, mentre avanzava oscillando con passo zoppicante – un movimento ondeggiante e irregolare che si concluse con l’abbandonarsi della sua forma irreale nella profondità della poltrona. E non so perché o da che mi venne l’impressione che fosse arrivata troppo tardi. Avrebbe dovuto apparire al mio richiamo. Avrebbe dovuto… Era come se una occasione irripetibile fosse andata perduta.
Mi alzai e andai a sedermi accanto a lei, quasi di fronte alla poltrona. Subito mi si rivolse sprezzante, in quel suo tono perennemente scontento:
«Lei è ancora qui».
Abbassai la mia voce a un sussurro:
«È venuta, finalmente».
«Sono venuta a cercare la mia scarpa – prima che portino le lampade».
E sempre il suo mormorio roco, seducente, sommesso ed esitante; ma quel tremore soffocato non mi provocava ora alcun fremito. Distinguevo appena l’ovale del suo viso, la gola scoperta, il lucore bianco degli occhi. Era già abbastanza misteriosa. Teneva le mani abbandonate sui braccioli della poltrona. Ma dove era finita quella sensazione provocante simile al profumo della sua giovinezza in fiore? Dissi con voce sommessa:
«Eccola qui, la sua scarpa». Non emise alcun suono e continuai: «Sarà meglio che mi porga il piede così potrò infilargliela».
Non fece alcun movimento. Mi chinai e le cercai il piede sotto le balze della vestaglia. Non lo ritrasse, e le infilai la scarpa allacciando il cinturino. Il piede era inanimato. Lo poggiai gentilmente a terra. «Se l’avesse allacciata, non avrebbe perso la scarpa, signorina «non m’importa», le dissi cercando, con poca convinzione, di scherzare. Avevo più voglia di piangere sull’illusione perduta di un vago desiderio, sull’improvviso convincimento che accanto a lei mai più avrei provato quella strana sensazione, fra tenera e perversa, che tante giornate aveva pervaso del suo acre sapore, che me l’aveva fatta apparire tragica e accattivante, patetica e provocante. Tutto questo non esisteva più.
«L’ha raccolta suo padre», dissi, pensando che tanto valeva dirle come stavano le cose.
«Papà non mi fa paura – da solo», affermò sdegnosa.
«Oh! Allora è solo quando ci sono i suoi malfamati soci d’affari, gli stranieri, la “marmaglia d’Europa”, come li chiama la sua deliziosa zia – uomini come me, per esempio – che lei…».
«Di lei non ho paura», rimbeccò.
«Perché non sa che sto facendo affari con lui. Già, in effetti sto facendo esattamente quello che lui vuole. Ho infranto la promessa che le avevo fatto. Ecco che tipo d’individuo sono. E adesso… non ha paura? Se crede a quanto dice quella cara, gentile e candida vecchia signora, dovrebbe averne».
Fu con inaspettata e modulata dolcezza che dichiarò:
«No, non ho paura». Esitò. «Non più».
«Giusto. E non deve averne. Non la rivedrò prima d’imbarcarmi». Mi alzai e rimasi in piedi accanto alla poltrona. «Ma penserò a lei, in questo antico giardino, che passa sotto quegli alberi, cammina per queste stupende aiuole. Lei ama questo giardino…».
«Non amo niente».
Nel suo tono scontroso colsi l’eco lontana di quella nota tragica che un tempo avevo trovato così eccitante. Ma ora mi lasciava indifferente, salvo che per una improvvisa convinzione della futilità di ogni cosa sotto il cielo.
«Addio, Alice», dissi.
Non rispose, non si mosse. Limitarmi a prenderle la mano, scuoterla e andarmene appariva impossibile, quasi sconveniente. Mi chinai senza fretta e poggiai le labbra sulla fronte liscia. In quell’attimo mi resi nettamente conto, con una sorta di terrore, di quanto fossi completamente distaccato da quella sfortunata creatura. Mentre indugiavo in quella crudele consapevolezza sentii il tocco leggero delle sue braccia che mi cingevano languidamente il collo e ricevetti un bacio frettoloso, goffo, a casaccio, che mancò le mie labbra. No! Non aveva paura; ma non mi commuoveva più. Le braccia le scivolarono giù lentamente, non emise alcun suono, la poltrona di vimini scricchiolò leggermente; solo un senso di dignità mi impedì di darmela a gambe a quella catastrofica rivelazione.
Traversai lentamente la sala da pranzo. Sta ascoltando i miei passi, pensai; è inevitabile; mi sentirà aprire e richiudere la porta. E me la chiusi piano piano alle spalle, come un ladro che si allontana col maltolto. E quell’atto furtivo mi diede l’ultimo brivido di emozione di quella casa al pensiero della ragazza che avevo lasciato lì, seduta nel buio, con la pesante capigliatura e gli occhi vuoti, neri come la notte stessa, a contemplare il giardino cinto di mura, silenzioso, tiepido, fragrante del profumo dei fiori imprigionati; nascosto, come lei, alla vista, in un mondo inghiottito dalle tenebre.
Le stradine sterrate e male illuminate che conoscevo così bene e percorrevo per raggiungere il porto erano tranquillissime. Dentro di me sentivo che, più ci si spinge lontano, meglio si comprende come tutto nella vita sia banale, effimero e vuoto; che solo cercando l’ignoto nelle nostre sensazioni scopriamo quanto i nostri tentativi siano futili e quanto presto frustrati! Ai gradini mi aspettava il barcaiolo di Jacobus con un’aria insolitamente alacre. Mi portò sottobordo ma non mi diede il suo confidenziale «‹sera, signore» e, invece di riprendere subito il largo, rimase a reggermi la scaletta.
Ero mille miglia lontano dal pensare ad affari e commerci quando sul cassero di poppa, totalmente buio, mi si precipitò incontro il signor Burns che balbettava per l’agitazione. Aveva camminato per ore su e giù per il ponte, attendendo con ansia crescente il mio arrivo. Poco prima del tramonto, si era accostata una chiatta carica di patate e sulla catasta dei sacchi sedeva il grasso fornitore in persona; che adesso si era piantato in cabina e non c’era stato verso di farlo uscire. Che significava tutto ciò? Certo, non ero stato io…
«Sì, signor Burns, sono stato io», lo interruppi. Stava sul punto di abbandonarsi a una mimica di disperazione quando lo interruppi di nuovo porgendogli le chiavi del mio scrittoio e ordinandogli in tono perentorio, che non ammetteva repliche, di scendere subito, pagare la fattura del signor Jacobus e mandarlo via dalla nave.
«Non voglio vederlo», ammisi francamente inerpicandomi sulla scaletta di poppa. Mi sentivo stanchissimo. Lasciandomi cadere sulla panca dell’osteriggio mi abbandonai a osservare pigramente le luci lungo il molo e la massa oscura della montagna sul lato destro del porto. Non sentii affatto Jacobus che lasciava la nave con in tasca fino all’ultima corona del mio denaro contante. Non sentii nulla fino a quando, molto tempo dopo, il signor Burns, incapace di controllarsi oltre, venne a disturbarmi con le sue inutili recriminazioni sulla mia debolezza e la mia accondiscendenza. «Certo, sotto il boccaporto di poppa c’è un mucchio di posto. Ma senza dubbio lì marciranno. Ma dico io! Non ho mai sentito…diciassette tonnellate! Immagino che dovrò issare il carico per prima cosa domattina».
«Immagino proprio di sì. A meno che non le butti in mare. Ma temo che questo non potrà farlo. Personalmente non è che mi dispiacerebbe, ma lei sa che è proibito gettare rifiuti in porto».
«È la parola più giusta che lei abbia detto da parecchi giorni a questa parte, signore – rifiuti. Suppongo che non saranno altro che questo. E così, sono partite quasi ottanta belle sovrane d’oro; il suo cassetto adesso è pulito all’osso. Mi venga un colpo se ci capisco qualcosa!».
Dato che era impossibile gettare vera luce su quella transazione commerciale, lo lasciai alle sue querimonie e sotto l’impressione che io fossi un perfetto cretino. Il giorno seguente non scesi a terra. In primo luogo, non avevo un centesimo – nemmeno per comperarmi una sigaretta. Jacobus mi aveva ripulito. Ma non era quello l’unico motivo. In quelle poche ore, la Perla dell’Oceano mi era diventata odiosa. E non avevo voglia di incontrare nessuno. La mia reputazione era stata offuscata. Sapevo che la gente faceva commenti cattivi e sarcastici alle mie spalle.
All’alba del mattino seguente, proprio quando avevamo mollate le cime d’ormeggio di poppa e il rimorchiatore ci trascinava fuori dal porto zigzagando fra i gavitelli, scorsi Jacobus in piedi nella sua barca. Il negro remava con tutte le sue forze; fra i banchi erano stipate varie ceste di provviste per le navi. Il padre di Alice stava facendo il suo giro mattutino. Appariva tranquillo e affabile. Alzò un braccio e gridò qualcosa con grande cordialità. Ma la sua voce era di quelle che non arrivavano molto lontano; riuscii solo a captare vagamente, o piuttosto a indovinare, le parole «la prossima volta» e «giustissimo». Anzi, solo di quest’ultimo ero certo. Alzando con aria indifferente un braccio per tutta risposta, girai sui tacchi. Quella familiarità mi dava piuttosto fastidio. Non avevo forse pareggiato i conti una volta per tutte con quell’affare delle patate?
Questo è un racconto di terra e quindi non starò qui a parlare del nostro viaggio. Certo, ero contento di essere di nuovo in mare, ma mi mancava l’entusiasmo di un tempo. Le altre volte non avevo ricordi da portarmi dietro. Condividevo la beata smemoratezza della gente di mare, quella smemoratezza istintiva e invincibile, simile all’innocenza in quanto esclude ogni esame di coscienza.
Io invece stavo pensando alla ragazza. Durante i primi giorni, continuavo a interrogarmi sulla natura di fatti e sensazioni collegati alla sua persona e al mio comportamento.
Devo aggiungere che le insopportabili lamentele e recriminazioni del signor Burns circa quelle benedette patate non contribuivano certo a farmi dimenticare il ruolo che avevo avuto in tutta la faccenda. Burns la vedeva come una pura e semplice transazione commerciale particolarmente stupida e la sua devozione – se era devozione e non invece testardaggine, come dopo un po’ finii col considerarla – lo spingeva a far di tutto per minimizzare quanto più possibile le mie perdite. Eccome! Dedicò anima e corpo, come si dice, a quelle stramaledette patate. Una puleggia era perpetuamente piazzata sul boccaporto di poppa e in continuazione gli uomini di guardia sul ponte issavano, spandevano, selezionavano, insaccavano e ricalavano giù nella stiva parte del carico di patate. Il mio acquisto, con tutte le retrospettive associazioni mentali e visive – il giardino, carico di fiori e profumi, la ragazza con la sua arroganza indisponente e la sua tragica solitudine di reietta messa al bando – mi veniva sbandierato in continuazione sotto gli occhi, per migliaia di miglia in mare aperto. Accompagnato, quasi per un diabolico colmo d’ironia, da un tanfo spaventoso. Zaffate di puzzo di patate marce mi seguivano a poppa, si mescolavano ai miei pensieri, al mio cibo, mi avvelenavano perfino i sogni. Su tutta la nave gravava un’atmosfera di putrefazione.
Protestai col signor Burns per quella sua eccessiva premura. Sarei stato felicissimo di far chiudere ermeticamente il boccaporto e lasciarle marcire sotto coperta.
Il che probabilmente avrebbe provocato un mucchio di guai. L’orribile fetore avrebbe potuto inquinare il carico di zucchero. Sembrava talmente penetrante e violento da contaminare perfino le strutture in ferro. Per giunta, il signor Burns ne aveva fatto un caso personale. Mi garantì che sapeva benissimo come sbrigarsela con un carico di patate in navigazione – da mozzo, mi disse, si era occupato di quel genere di commercio. Era fermamente deciso a contenere al minimo le mie perdite. In considerazione della sua devozione – che devozione doveva essere – e del suo amor proprio, non avevo assolutamente il coraggio di ordinargli di buttare a mare quella mia iniziativa commerciale.
Sono certo che avrebbe rifiutato categoricamente di obbedire alla mia legittima autorità. E si sarebbe creata una situazione ridicola e senza precedenti, che non mi sentivo di affrontare.
Accolsi l’arrivo del cattivo tempo con un entusiasmo quale nessun marinaio ha mai provato. Quando finalmente ci mettemmo alla cappa fuori da Port Philip Head per imbarcare il pilota, il boccaporto di poppa era rimasto chiuso per più di una settimana e avrei potuto illudermi che a bordo non fosse mai esistito un carico di patate.
Era una giornataccia rigida, temporalesca, con violente raffiche di vento e di pioggia; il pilota, un tipo allegro e cordiale, si occupava della nave chiacchierando con me, colando acqua da capo a piedi; e più rabbiosi erano gli scrosci di pioggia, più appariva soddisfatto di sé e di quanto lo circondava. Si stropicciava le mani bagnate con una soddisfazione che a me, che avevo dovuto affrontare quell’inferno per giorni e notti, appariva inconcepibile in chiunque non fosse un animale acquatico.
«Sembra che l’umidità le piaccia, pilota», osservai. Aveva un pezzetto di terra intorno alla sua casa in periferia e stava appunto pensando al suo giardino. Al suono della parola giardino, non sentita né pronunciata per tanti giorni, ebbi una visione di colori smaglianti, di dolci fragranze, di una figuretta acerba rannicchiata in una poltrona. Già. L’emozione stava facendo breccia in quella pace che, durante una settimana di pericoloso maltempo, era subentrata alle ansie che mi tenevano sveglio nel pensiero della mia responsabilità. La colonia, spiegò il pilota, aveva sofferto di una siccità senza precedenti. Questa era la prima goccia d’acqua decente che avessero avuto da sette mesi. Il raccolto dei tuberi commestibili era andato distrutto. Con un’aria di apparente indifferenza ma con visibile interesse mi chiese se per caso non avessi delle patate da vendere.
Patate! Ero riuscito a dimenticarle. In un attimo mi sentii immerso fino al collo nella putredine. Il signor Burns mi lanciava occhiate significative dietro le spalle del pilota. Alla fine, se ne fece dare una tonnellata, pagandomela dieci sterline: il doppio del prezzo che avevo dovuto sborsare a Jacobus.
Si risvegliò in me la cupidigia. Quella notte, in rada, prima che prendessi sonno, si accostò alla nave il battello della Dogana. Mentre i suoi subalterni apponevano i sigilli alla cambusa, l’ufficiale al comando mi prese confidenzialmente da parte. «Senta, capitano, lei non ha per caso delle patate da vendere?».
Evidentemente a terra c’era carestia di patate. Gliene diedi una tonnellata per dodici sterline e se ne andò via tutto contento. Quella notte sognai una catasta d’oro a forma di tumulo, sotto il quale era sepolta una ragazza, e mi svegliai incallito dall’avidità. Quando andai nell’ufficio del mio agente marittimo questi, sbrigate le solite formalità burocratiche, si spinse gli occhiali sulla fronte.
«Stavo pensando, capitano, che, venendo dalla Perla dell’Oceano, potrebbe forse avere un po’ di patate da vendere».
«Già, qualcuna», risposi con aria indifferente. «Potrei mettergliene da parte una tonnellata. Quindici sterline».
«Accidenti!», esclamò; ma, dopo aver studiato la mia faccia per qualche minuto, accettò le mie condizioni, con una leggera smorfia. Sembra che questa gente non riesca a sopravvivere senza patate. Personalmente, mi auguravo di non vederne più nemmeno una per tutta la vita; ma il demone del lucro si era impossessato di me. Non so come si sparse la voce ma, tornando a bordo, sul tardi, trovai un gruppetto di uomini dall’aria di venditori ambulanti che si gingillavano al centro della nave mentre il signor Burns andava altezzoso avanti e indietro sul cassero di poppa, tenendoli d’occhio con aria trionfante. Erano venuti a comperare patate.
«Questi tizi sono rimasti laggiù ad aspettare per ore sotto il sole», mi sussurrò tutto eccitato. «A forza di bere hanno prosciugato il barile dell’acqua. Non si lasci sfuggire quest’occasione, signore. Lei ha troppo buon cuore».
Per discutere l’affare scelsi dal gruppetto un uomo con le gambe massicce, e un altro, strabico; per il semplice motivo che erano i due più facilmente riconoscibili. «Avete portato i soldi?», domandai prima di condurli giù in cabina.
«Sissignore», risposero all’unisono, battendosi le tasche. Mi piacque quella loro aria di tranquilla determinazione. Molto prima del tramonto, le patate erano state tutte vendute a circa il triplo di quanto le avevo pagate. Il signor Burns, emozionatissimo ed esultante, si congratulò con se stesso per avere pilotato così abilmente la mia speculazione commerciale, pur facendomi capire chiaro e tondo che avrei dovuto sfruttarla meglio.
Quella notte non dormii molto bene. Ogni tanto pensavo a Jacobus, fra brevi intervalli di sonno durante il quale sognavo di reietti che morivano di fame su un’isola deserta coperta di fiori. Al mattino, stanco e spossato, mi sedetti a scrivere una lunga lettera ai miei armatori, presentando loro un progetto, accuratamente concepito, per l’impiego della nave in Oriente e nei Mari della Cina nei prossimi due anni. Dedicai l’intera giornata a quel compito e, una volta portato a termine, mi sentii un po’ più disteso. A tempo debito, arrivò la loro risposta. Avevano trovato il mio progetto estremamente interessante; ma, in considerazione del fatto che, malgrado la spiacevole complicazione dei sacchi (si auguravano che in seguito avrei saputo premunirmi contro incidenti del genere), il viaggio era stato estremamente proficuo, ritenevamo che, almeno per il momento, fosse meglio continuare nel settore dello zucchero.
Voltai pagina e continuai a leggere: «Abbiamo ricevuto una lettera dal nostro buon amico, signor Jacobus. Siamo lieti di constatare come vi siate subito messi d’accordo; infatti, per non parlare del suo aiuto nella sfortunata vicenda dei sacchi, ci fa sapere che nel caso lei riuscisse, con la massima celerità, a riportare indietro la nave all’inizio della stagione, sarebbe disposto a concederci un favorevole tasso di noleggio. Siamo certi che lei farà del suo meglio… ecc. ecc.».
Lasciai cadere la lettera e rimasi a lungo seduto, immobile. Scrissi poi la mia risposta (molto breve) e scesi a terra per impostarla personalmente. Ma oltrepassai una buca delle lettere, poi un’altra, e alla fine mi ritrovai a percorrere Collins Street con la busta ancora in tasca – sul cuore. Alle quattro del pomeriggio, Collins Street non è esattamente un deserto senza vita; ma non mi ero mai sentito più isolato dai miei simili come quel giorno, camminando sul marciapiede affollato, lottando disperatamente con i miei pensieri, e sapendo di essere già sconfitto.
Venne un momento in cui la terrificante tenacia di Jacobus, un uomo dominato da un’unica passione e un’unica idea, mi sembrò quasi eroica. Non aveva rinunciato a me. Si era recato di nuovo da quel suo detestabile fratello. E poi, mi apparve detestabile egli stesso. Agiva nell’interesse proprio o nell’interesse di quella povera ragazza? A quest’ultima supposizione, il ricordo di quel bacio che aveva mancato le mie labbra mi sconvolse; qualunque cosa infatti avesse visto, indovinato o supposto, di quello non sapeva nulla. A meno che glielo avesse detto la ragazza. Come potevo tornare ad alimentare quella scintilla fatale col mio alito gelido? No, no. Quel bacio inaspettato doveva essere ripagato al prezzo pieno.
Alla prima buca delle lettere che mi capitò mi fermai e, frugando nella tasca del panciotto, tirai fuori la lettera – mi sembrò di strapparmi il cuore dal petto – e la lasciai cadere nella fessura. Poi me ne tornai direttamente a bordo.
Mi chiesi quali sogni avrei avuto quella notte; ma ciò che poi avvenne fu che non chiusi occhio. A colazione, informai il signor Burns di essermi dimesso dal comando.
Lasciò cadere coltello e forchetta guardandomi indignato.
«Come ha potuto fare una cosa simile, signore! Credevo che amasse questa nave».
«La amo, infatti, Burns. Ma il fatto è che l’Oceano Indiano e tutto ciò che esso contiene hanno perduto ogni fascino per me. Me ne torno a casa come passeggero, attraverso il canale di Suez».
«Tutto ciò che esso contiene», ripeté irosamente. «Non ho sentito mai nessuno parlare così. E per essere franco, signore, durante tutto il tempo che siamo stati insieme non sono mai riuscito a capirla a fondo. Che differenza c’è fra un oceano e l’altro? Fascino, figuriamoci!».
Mi era sinceramente devoto, credo. Ma si confortò quando gli dissi che lo avevo raccomandato come mio successore.
«Comunque», osservò, «qualunque cosa dica la gente, questo Jacobus le ha fatto un buon servizio. Devo riconoscere che l’affare delle patate ha fruttato molto bene. Certo, se solo lei avesse…».
«Già, signor Burns», lo interruppi. «Proprio un colpo di fortuna».
Ma non potevo dirgli che mi aveva allontanato da quella nave che avevo imparato ad amare. E mentre me ne stavo seduto col cuore pesante a quell’addio, vedendo tutti i miei progetti andare in fumo, il mio modesto futuro in pericolo – per un giovane, infatti, essere al comando di quella nave significava avere un piede nella staffa – Burns abbandonò per la prima volta il suo atteggiamento critico.
«Un meraviglioso colpo di fortuna!», disse.