un avamposto del progresso (italian)
I.
A occuparsi della stazione commerciale erano due bianchi. Kayerts, il capo, era tozzo e grasso; Carlier, l’aiuto, era alto, con la testa grossa e il tronco troppo largo piantato su un paio di gambe lunghe e sottili. Il terzo uomo in servizio era un negro della Sierra Leone, che sosteneva di chiamarsi Henry Price. Tuttavia, per una ragione o per l’altra, gli indigeni lungo il fiume lo avevano ribattezzato Makola, e il nome gli era restato appiccicato per tutti i suoi vagabondaggi nella regione. Parlava inglese e francese con un accento canterellante, scriveva in bella calligrafia, si intendeva di contabilità e coltivava nella parte più riposta del cuore il culto degli spiriti maligni. Sua moglie era una negra del Loanda, molto grassa e molto chiassosa. Tre mocciosi razzolavano al sole davanti alla porta del suo basso tugurio. Makola, taciturno e impenetrabile, disprezzava i due uomini bianchi. Gli era stato affidato un piccolo magazzino di argilla con il tetto di erba secca, e lui pretendeva di tenere un conto esatto delle perline, del panno di cotone, dei fazzolettoni rossi, del filo di ottone e delle altre merci lì contenute. Oltre il magazzino e la baracca di Makola, c’era solo una grande costruzione nello spiazzo sgombro della stazione commerciale. Era abilmente fatta di canne, con una veranda su tutti e quattro i lati. C’erano tre stanze. Quella di mezzo era il soggiorno, e conteneva due tavoli grezzi e pochi sgabelli. Le altre due erano le camere dove dormivano i due bianchi. Ognuna aveva come unico mobilio una lettiera e una rete contro le zanzare. Il pavimento di tavole era ingombro degli oggetti dei bianchi: casse aperte mezze vuote, vestiario sdrucito, vecchi stivali; tutte le cose sporche e tutte le cose rotte che si accumulano misteriosamente attorno agli uomini trasandati. C’era anche un’altra dimora a una certa distanza dai fabbricati. Lì, sotto una grande croce decisamente sbilenca, riposava l’uomo che aveva visto l’inizio di tutto questo; che aveva pianificato e aveva vigilato alla costruzione di questo avamposto del progresso. Era stato, in patria, un pittore senza successo che, stanco di perseguire la fama a stomaco vuoto, se ne era andato laggiù grazie a forti raccomandazioni. Era stato il primo capo di quella stazione commerciale. Makola aveva visto l’energico artista morire di febbri nella casa appena terminata, con la sua solita indifferenza del tipo: “Te lo avevo detto”. Poi, per un certo periodo, era restato solo con la sua famiglia, i suoi libri contabili, e lo Spirito Maligno a cui sono soggette le terre sotto l’equatore. Andava molto d’accordo con il suo dio. Forse se lo era propiziato con la promessa di altri uomini bianchi con cui divertirsi, di lì a poco. In ogni modo il direttore della Grande Compagnia Commerciale, risalendo il fiume in un battello a vapore che sembrava un’enorme scatola di sardine con sopra eretta una baracca dal tetto piatto, trovò la base in buon ordine, e Makola diligente e tranquillo come di consueto. Il direttore fece sistemare la croce sulla tomba del primo agente, e affidò l’incarico a Kayerts. Carlier fu designato come secondo in carica. Il direttore era un uomo spietato ed efficiente, il quale a volte indulgeva, ma molto impercettibilmente, a un umore feroce. Fece un discorso a Kayerts e Carlier, sottolineando gli appetti promettenti della loro stazione commerciale. La più vicina base commerciale era a circa trecento miglia. Era un’occasione eccezionale per loro di distinguersi e guadagnare percentuali sul commercio. Questo incarico era un favore fatto a dei principianti. Kayerts fu commosso fino alle lacrime dalla gentilezza del direttore. Avrebbe cercato, disse, di fare del suo meglio, per giustificare quella fiducia che lo lusingava, eccetera, eccetera. Kayerts era stato nell’Amministrazione dei Telegrafi, e sapeva come esprimersi correttamente. Carlier, un ex ufficiale non effettivo di cavalleria in un esercito ben garantito contro ogni pericolo da parecchie potenze europee, fu meno colpito. Se c’era da ricavarci delle commissioni, tanto meglio; e, lanciando un’occhiata arcigna sul fiume, sulle foreste, sul sottobosco impenetrabile, che sembravano tagliar fuori la stazione dal resto del mondo, bofonchiò tra i denti: «Lo vedremo presto».
Il giorno seguente, dopo aver scaricato sull’argine delle balle di cotone e alcune casse di provviste, la vaporiera a forma di scatola di sardine si dileguò, per non ritornare per altri sei mesi. Sul ponte il direttore si toccò il cappello rivolto ai due agenti, ehe stavano sulla riva agitando i cappelli, e voltandosi a un vecchio dipendente della compagnia che tornava al quartier generale, disse: «Guarda quei due imbecilli. Devono essere matti giù alla base per mandarmi simili elementi. Ho detto a quei due di piantare un orto, tirar su nuovi magazzini e staccionate, e costruire un approdo. Scommetto che non verrà fatto nulla! Non avranno idea di dove cominciare. Ho sempre pensato che la stazione su questo fiume era inutile, e quelli vanno benissimo per la stazione!».
«Si faranno le ossa laggiù», disse la vecchia volpe con un sorriso pacato.
«In ogni modo, me ne sono liberato per sei mesi», ribatté il direttore.
I due uomini osservarono il piroscafo sparire dopo la curva, poi, risalendo sotto braccio il pendio della riva, ritornarono alla stazione. Erano in questo paese vasto e oscuro solo da pochissimo tempo, e fino a quel momento sempre fra altri uomini bianchi, sotto gli occhi e la guida dei superiori. E ora, sordi com’erano alle sottili influenze dell’ambiente circostante, si sentirono molto soli, abbandonati senza assistenza di fronte a quei luoghi selvaggi; luoghi resi più strani, più incomprensibili dai segni misteriosi della vita vigorosa in essi contenuta. Erano due individui perfettamente insignificanti e senza capacità, la cui esistenza è resa possibile solo grazie alla elevata organizzazione delle moltitudini incivilite. Pochi uomini si rendono conto che le loro vite, la vera essenza del loro carattere, le loro capacità e la loro audacia, sono soltanto espressione della loro fede nella sicurezza del loro ambiente. Il coraggio, la compostezza, la fiducia; le emozioni e i princìpi; ogni pensiero grande o insignificante appartiene non all’individuo ma alla massa: alla massa che crede ciecamente nella irresistibile forza delle sue istituzioni e dei suoi princìpi morali, nel potere della sua polizia e delle sue convinzioni. Ma il contatto con lo stato selvaggio puro e non mitigato, con la natura primitiva e l’uomo primitivo, porta scompiglio improvviso e profondo nel cuore. Al sentimento di essere l’unico della propria specie, alla chiara percezione della solitudine dei propri pensieri, delle proprie sensazioni – alla negazione dell’abituale, che è privo di rischi, si aggiunge l’affermazione dell’insolito, che è pericoloso; una suggestione di cose vaghe, incontrollabili e ostili, la cui perturbante intrusione eccita l’immaginazione e mette alla prova i nervi civilizzati sia dello sciocco che del saggio.
Kayerts e Carlier camminarono sotto braccio, tenendosi l’uno vicino all’altro come fanno i bambini nel buio; e avevano la stessa, non del tutto spiacevole, sensazione di pericolo che si sospetta essere in parte immaginario. Chiacchieravano persistentemente in toni familiari. «La nostra stazione è situata in buona posizione», disse uno. L’altro assentì con entusiasmo, dilungandosi volubilmente sulle bontà della situazione. Quindi passarono vicino alla tomba. «Povero diavolo!», disse Kayerts. «È morto di febbri, vero?», mormorò Carlier, fermandosi su due piedi. «Ma sì», replicò Kayerts, quasi indignato, «mi hanno detto che si era esposto avventatamente al sole. Il clima qui, lo dicono tutti, non è affatto peggiore che a casa, a patto che ti tenga lontano dal sole. Hai capito, Carlier? Qui sono il capo e ti ordino di non esporti al sole!». Assunse un’aria di scherzosa superiorità, ma lo pensava per davvero. L’idea di dover, magari, seppellire Carlier e rimanere solo, gli diede un brivido dentro. Sentì improvvisamente che questo Carlier era per lui più prezioso qui, nel cuore dell’Africa, di quanto lo potesse essere un fratello in qualsiasi altra parte del mondo. Carlier, entrando nello spirito della cosa, fece un saluto militare e rispose in tono vivace! «I vostri ordini saranno rispettati, capo!». Quindi esplose in una risata, allentò a Kayerts una pacca sulle spalle e vociò: «Faremo in modo che la vita scorra tranquilla, qui! Devi solo star seduto a raccogliere l’avorio che porteranno quei selvaggi. Questo paese ha i suoi vantaggi, dopotutto!». Risero forte entrambi mentre Carlier pensava: «Questo povero Kayerts; è così grasso e malaticcio. Sarebbe brutto se dovessi seppellirlo qui. È un uomo di cui ho rispetto». Prima di raggiungere la veranda della loro casa si chiamavano l’un l’altro «mio caro amico».
Il primo giorno si diedero molto da fare, gingillandosi con martelli e chiodi e calicò rosso, a mettere su tendine, a rendere la casa abitabile e bella; risoluti ad applicarsi alla loro nuova vita con tutte le comodità. Un’impresa impossibile per loro. Venire efficacemente alle prese con problemi anche semplicemente materiali richiede maggiore serenità mentale e coraggio più elevato di quanto la gente si immagini generalmente. Non si sarebbero potute trovare altre due persone più inadatte per una simile lotta. La società, non per compassione, ma a causa delle proprie strane necessità, si era occupata di quei due uomini, vietando loro ogni pensiero indipendente, qualsiasi iniziativa, qualsiasi allontanamento dalla routine; e vietandoglielo pena la morte. Potevano vivere solo a condizione di essere macchine. E ora, sciolti dalla materna protezione di uomini con la penna dietro l’orecchio, o di uomini con galloni dorati sulle maniche, erano come quegli ergastolani che, liberati dopo molti anni, non sanno che farsene della libertà. I due non sapevano che farsene delle loro facoltà, essendo entrambi, per mancanza di pratica, incapaci di pensiero indipendente.
Alla fine del secondo mese Kayerts diceva spesso: «Se non fosse per la mia Melie, non mi ci pescheresti, qui». Melie era sua figlia. Lui aveva rinunciato al posto nell’Amministrazione dei Telegrafi, sebbene vi fosse stato perfettamente felice per diciassette anni, per accumulare una dote per la figlia. La moglie era morta, e la bambina veniva allevata dalle sorelle di lui. Rimpiangeva le strade, i marciapiedi, i caffè, gli amici di tanti anni; tutte le cose che era abituato a vedere, giorno dopo giorno; tutti i pensieri suggeritigli dalle cose familiari – i pensieri senza sforzo, monotoni, e blandi di un impiegato governativo; rimpiangeva tutti i pettegolezzi, le piccole inimicizie, il veleno lieve, e i piccoli scherzi degli uffici governativi. «Se avessi avuto un cognato degno di questo nome», commentava Carlier, «un uomo di cuore, non sarei qui». Aveva lasciato l’esercito e si era reso talmente inviso alla sua famiglia per la propria pigrizia e impudenza, che un cognato esasperato aveva fatto sforzi sovrumani per procurargli un incarico come agente di seconda classe nella Compagnia. Non avendo un soldo al mondo fu costretto ad accettare questo mezzo di sussistenza non appena gli fu chiaro che non c’era null’altro da spremere dai suoi parenti. Rimpiangeva, come Kayerts, la vecchia vita. Rimpiangeva il tintinnio di sciabola e speroni nei pomeriggi sereni, le arguzie della caserma, le ragazze delle città di presidio; ma, in più, coltivava anche un certo risentimento. Era evidentemente un uomo molto bistrattato. Ciò lo rendeva di cattivo umore, alle volte. Ma i due uomini andavano bene d’accordo, accomunati dalla loro stupidità e dalla loro pigrizia. Insieme non facevano nulla, assolutamente nulla, e si godevano la sensazione di scioperataggine per cui venivano pagati. E col tempo arrivarono a provare l’uno per l’altro qualcosa di simile all’affetto.
Vivevano come ciechi in una grande stanza, consapevoli unicamente di quel che veniva in contatto con loro (e anche di quello solo in modo imperfetto), ma incapaci di vedere l’aspetto generale delle cose. Il fiume, la foresta, tutta la vasta distesa di terra palpitante di vita, erano come un grande vuoto. Persino la vivida luce del sole non rivelava nulla di intellegibile. Le cose apparivano e sparivano davanti ai loro occhi in maniera distaccata e senza scopo. Il fiume non sembrava provenire da alcun luogo e né scorrere verso alcun luogo. Fluiva attraverso uno spazio vuoto. Da quel vuoto, a volte, giungevano canoe, e uomini con in mano lance affollavano improvvisamente il piazzale della base commerciale. Erano nudi, di un nero lucente, ornati con conchiglie candide e fili d’ottone luccicanti, avevano membra perfette. Emettevano un suono goffo e balbettante quando parlavano, si muovevano in modo solenne, e mandavano rapidi, selvatici sguardi dagli occhi allarmati, sempre in movimento. Quei guerrieri si accoccolavano in lunghe file, di quattro o più uomini, davanti alla veranda, mentre i loro capi mercanteggiavano per ore con Makola per una zanna di elefante. Kayerts sedeva sulla sedia e guardava con disprezzo le trattative, non capendoci niente. Li fissava con i rotondi occhi azzurri, si rivolgeva a Carlier: «Ecco, guarda un po’! Guarda quel tipo lì – e quell’altro, a sinistra. Hai mai visto una faccia così? Ah, che bestione ridicolo!».
Carlier, fumando tabacco locale in una corta pipa di legno, faceva lo spavaldo arricciandosi i baffi ed esaminando i guerrieri con sprezzante indulgenza, diceva:
«Belle bestie. Portato qualche osso? Sì? Era anche ora. Guarda i muscoli di quel tipo – il terzo dal fondo. Non mi andrebbe di prendere un pugno sul naso da lui. Belle braccia, ma gambe scarsucce sotto il ginocchio. Non ne tireresti fuori buoni cavalleggeri». E dopo essersi dato un’occhiata compiacente ai propri stinchi, concludeva immancabilmente: «Uhf! Se puzzano! Ehi, Makola! Porta quella mandria verso il feticcio» (in ogni stazione commerciale il magazzino era chiamato feticcio, forse perché conteneva gli spiriti della civiltà), «e dagli un po’ di quella spazzatura che ci tieni. Lo preferisco pieno di ossa che di stracci».
Kayerts approvava.
«Sì, sì! Va’ a finire quel conciliabolo laggiù, Signor Makola. Verrò in zona quando sei pronto, a pesare la zanna. Bisogna fare attenzione». Quindi voltandosi verso il suo compagno: «Questa è la tribù che vive lungo il fiume; sono piuttosto aromatici. Mi ricordo, erano già stati qui una volta. Lo senti quel chiasso? Che cosa non deve sopportare un povero cristo in questo schifoso paese! Mi scoppia la testa!».
Queste visite fruttuose erano rare. Per giorni e giorni i due pionieri del commercio e del progresso restavano in osservazione sul piazzale vuoto, nel vibrante luccichio del sole a perpendicolo. Al di sotto dell’alto argine, il fiume silenzioso continuava a scorrere scintillante e inesorabile. Sui banchi di sabbia nel centro della corrente, ippopotami e alligatori si crogiolavano al sole gli uni accanto agli altri. E tutto all’intorno in ogni direzione, a circondare l’insignificante spiazzo disboscato della base commerciale, foreste immense, che celavano fatali complicazioni di vita fantastica, si stendevano nell’eloquente silenzio della muta grandiosità. I due uomini non comprendevano niente, non si curavano di nulla tranne che del passaggio dei giorni che li separavano dal ritorno del piroscafo. Il loro predecessore aveva lasciato dei libri sdruciti. Presero quei rottami di romanzi e, non avendo mai letto niente del genere prima d’allora, furono molto sorpresi e divertiti. Poi per lunghi giorni ci furono interminabili e sciocche discussioni sulle trame e sui personaggi. Nell’Africa centrale fecero la conoscenza di Richelieu e d’Artagnan, di Occhio di Falco e papà Goriot, e di molta altra gente. Tutti questi personaggi immaginari divennero argomento di pettegolezzo come se fossero stati amici viventi. Diminuivano le loro virtù, diffidavano delle loro motivazioni, denigravano i loro successi; erano scandalizzati dalla loro duplicità o dubitavano del loro coraggio. Le storie di crimini li riempivano di indignazione, mentre i brani teneri e patetici li commuovevano profondamente. Carlier si schiariva la gola e diceva con voce militaresca: «Che scemenze!». Kayerts, gli occhi rotondi bagnati di lacrime, le gote grasse tremolanti, si strofinava la testa calva e dichiarava: «Questo libro è splendido. Non avevo idea che ci fossero dei tipi così in gamba nel mondo». Trovarono anche delle vecchie copie di un giornale del loro paese. La stampa parlava in un linguaggio ampolloso di ciò che si compiaceva di chiamare “La nostra espansione coloniale”. Discettava molto dei diritti e doveri della civiltà, della sacralità dell’opera di civilizzazione, ed esaltava i meriti di coloro che si spingevano a portare luce, fede e commercio nei luoghi bui della terra. Carlier e Kayerts lessero, si meravigliarono e cominciarono ad avere una migliore considerazione di se stessi. Carlier una sera, agitando la mano tutt’intorno, disse: «Tra cent’anni, forse ci sarà una città qui. Moli, e magazzini, e caserme, e – e – sale da biliardo. La civiltà, ragazzo mio, e la virtù – e tutto il resto. E allora, brava gente leggerà che due uomini dabbene, Kayerts e Carlier, furono i primi uomini civili a vivere proprio in questo posto!». Kayerts annuì: «Sì, consola pensare a una cosa simile». Sembrarono dimenticare il loro predecessore morto; ma, una mattina presto, Carlier uscì e ripiantò la croce saldamente. «Mi sguerciava ogni volta che ci passavo davanti», spiegò a Kayerts sorseggiando il caffè d’inizio giornata. «Mi sguerciava, così tutta storta. E allora l’ho giusto rimessa in piedi. E con forza, te lo garantisco! Mi sono attaccato io stesso alla traversa con tutt’e due le mani. Non s’è mossa. Oh, l’ho fatto a regola d’arte».
Alle volte Gobila veniva a visitarli. Gobila era il capo dei villaggi vicini. Era un selvaggio dalla testa grigia, magro e nero, con un panno bianco attorno ai lombi e una pelle rognosa di pantera che gli pendeva sulla schiena. Arrivava con lunghe falcate delle sue gambe da scheletro, dondolando un bastone alto quanto lui e, entrando nella stanza comune della stazione commerciale, si accoccolava sui talloni a sinistra della porta. Restava lì seduto, guardando Kayerts, e di quando in quando faceva un discorso che l’altro non comprendeva. Kayerts, senza interrompere la propria occupazione, di tanto in tanto diceva in maniera amichevole: «Come vanno le cose, vecchio idolo?» e si sorridevano l’un l’altro. I due bianchi provavano simpatia per quella creatura vecchia e incomprensibile, e lo chiamavano Papà Gobila. I modi di Gobila erano paterni, e sembrava veramente volere bene a tutti gli uomini bianchi. Gli apparivano tutti molto giovani, tutti uguali senza distinzioni (eccetto per la statura), e sapeva che erano tutti fratelli, e pure immortali. La morte dell’artista, che era il primo uomo bianco che aveva conosciuto da vicino, non aveva incrinato questa fede, perché era fermamente convinto che lo straniero bianco avesse fatto finta di morire e si fosse fatto seppellire per qualche sua misteriosa legione, sulla quale era inutile indagare. Forse era la sua maniera di tornare a casa al suo paese? In ogni modo, questi erano i suoi fratelli, e lui aveva trasferito il suo affetto assurdo su di loro. E quelli in un certo senso lo ricambiavano. Carlier gli dava pacche sulle spalle, e accendeva fiammiferi sconsideratamente per farlo divertire. Kayerts era sempre disponibile a fargli annusare la bottiglia di ammoniaca. Insomma, si comportavano esattamente come quell’altro bianco che si era nascosto in un buco nel terreno. Gobila li studiava attentamente. Forse quei due e l’altro erano un essere solo – o forse uno dei due lo era. Non riusciva a decidere – a chiarire quel mistero; ma rimaneva sempre molto amichevole. In conseguenza di quell’amicizia le donne del villaggio di Gobila arrivavano camminando in fila indiana attraverso i canneti, portando alla base ogni mattina cacciagione, patate dolci, vino di palma, e alle volte una capra. La Compagnia non approvvigiona mai del tutto le basi commerciali, e gli agenti avevano bisogno di quelle provviste sul posto. Le dovevano alla benevolenza di Gobila, e se la passavano bene. Ogni tanto uno di loro aveva un attacco di febbre, e l’altro lo curava con tenera devozione. Non ci facevano troppo caso. Si ritrovavano più deboli, e il loro aspetto cambiava in peggio. Carlier aveva gli occhi infossati e era irritabile. Kayerts mostrava una faccia flaccida ed emaciata sopra la rotondità dello stomaco, cosa che gli dava un’aria strana. Ma stando costantemente insieme, non notavano i cambiamenti che gradualmente si verificavano nel loro aspetto, e anche nel loro stato d’animo.
In quel modo passarono cinque mesi.
Poi, un mattino, mentre Kayerts e Carlier, oziando sulle sedie sotto la veranda, parlavano dell’imminente visita del piroscafo, un gruppo di uomini armati spuntò dalla foresta e avanzò verso la base. Non era gente di quella regione del paese. Erano alti, snelli, avvolti classicamente dal collo ai talloni in panni orlati di blu, e portavano moschetti a percussione sulla spalla destra scoperta. Makola diede segni di eccitazione, e si precipitò fuori dal magazzino (dove passava le sue giornate) incontro a questi visitatori. Giunsero nel piazzale e li squadrarono con sguardi fermi e sprezzanti. Il capo, un negro possente e dall’aspetto deciso, con gli occhi iniettati di sangue, si piazzò davanti alla veranda e fece un lungo discorso. Gesticolava alquanto, e si interrompeva del tutto inaspettatamente.
C’era qualcosa nel tono di lui, nel suono delle lunghe frasi che usava, che faceva trasalire i due bianchi. Era come una reminiscenza di qualcosa di non esattamente familiare, e che tuttavia rassomigliava alla parola degli uomini civilizzati. Suonava come uno di quei linguaggi impossibili che a volte si ascoltano in sogno.
«Che gergo è quello?», disse lo stupito Carlier. «In un primo momento credevo che l’amico stesse parlando francese. Comunque, è un modo di blaterare diverso da ogni altro che abbiamo mai sentito».
«Sì», replicò Kayerts. «Ehi, Makola, che sta dicendo? Da dove vengono? Chi sono?».
Ma Makola, che sembrava sui carboni ardenti, rispose in fretta: «Io non lo so. Vengono da molto lontano. Forse la Signora Price li capirà. Forse sono uomini cattivi».
Il capo, dopo aver aspettato per un po’, disse con asprezza qualcosa a Makola, che scosse la testa. Quindi l’uomo, dopo essersi guardato in giro, notò la baracca di Makola e vi si diresse. Un momento dopo si sentì la moglie di Makola parlare con lui con grande volubilità. Gli altri stranieri – erano sei in tutto – se ne andarono attorno con fare disinvolto, infilarono la testa nella porta del magazzino, si raccolsero intorno alla tomba, indicarono la croce con aria d’intesa, e comunque si comportarono come fossero a casa loro.
«Non mi piacciono questi tipi – e, ti dico, Kayerts, debbono venire dal litorale; hanno armi da fuoco», osservò il sagace Carlier.
Anche a Kayerts quei tipi non piacevano. Entrambi, per la prima volta, furono consapevoli di vivere in condizioni in cui il consueto può essere pericoloso, e che non c’era potere al mondo altro che loro stessi a difenderli dal desueto. Ne furono turbati, rientrarono e caricarono le pistole. Kayerts disse: «Dobbiamo ordinare a Makola di dirgli che devono andarsene prima del buio».
Gli stranieri ripartirono nel pomeriggio, dopo aver mangiato un pasto preparatogli dalla moglie di Makola. L’enorme donnone era in agitazione, e parlò molto con i visitatori. Cicalava stridulamente, puntando il dito qua e là verso la foresta e il fiume. Makola sedeva in disparte osservando. A volte si alzava e sussurrava qualcosa alla moglie. Accompagnò gli stranieri attraverso il dirupo dietro il terreno della stazione commerciale, e ritornò lentamente con aria molto pensierosa. Quando i bianchi lo interrogarono si comportò molto stranamente, sembrò non capire, sembrò aver dimenticato il francese – sembrò aver dimenticato del tutto come si fa a parlare. Kayerts e Carlier convennero che il negro aveva bevuto troppo vino di palma. Si discusse un po’ se mantenere un turno di guardia, ma a sera tutto sembrava così tranquillo e pacifico che si ritirarono come al solito. Per tutta la notte furono disturbati da un continuo rullar di tamburi nei villaggi. Un cupo, rapido rullo nelle vicinanze era seguito da un altro lontano – quindi cessava tutto. Subito dopo brevi richiami risuonavano qua e là, poi tutti confluivano insieme, aumentavano, si facevano vigorosi e sostenuti, si propagavano all’intera foresta, rullavano attraverso la notte, ininterrotti, incessanti, vicini e lontani, come se l’intero territorio fosse stato un immenso tamburo ossessivamente rimbombante un appello per il Cielo. E attraverso il cupo e tremendo rumore, urla repentine, che somigliavano a frammenti di canzoni provenienti da un manicomio, dardeggiavano stridule e acute in getti di suono discordanti che sembravano slanciarsi ben sopra la terra a cacciare ogni pace da sotto le stelle.
Carlier e Kayerts dormirono male. Entrambi pensavano di aver udito spari durante la notte – ma non si trovarono d’accordo sulla direzione. Al mattino Makola era sparito da qualche parte. Ritornò verso mezzogiorno con uno degli stranieri del giorno prima, ed eluse ogni tentativo di avvicinarglisi da parte di Kayerts: era diventato apparentemente sordo. Kayerts si meravigliò. Carlier, che era stato a pescare sull’argine, ritornò e mostrando la preda commentò: «I negri sembrano essere in un’agitazione del diavolo; mi chiedo che stia succedendo. Ho visto circa quindici canoe attraversare il fiume durante le due ore che sono stato lì a pescare». Kayerts, preoccupato, disse: «Non ti pare che questo Makola sia molto sospetto oggi?». Carlier consigliò: «Teniamo tutti gli uomini vicino in caso di guai».
II.
Il Direttore aveva lasciato dieci uomini nella stazione commerciale. Quegli uomini, che si erano impegnati con la Compagnia per sei mesi (senza aver in particolare la più pallida idea di cosa fosse un mese e avendo in generale solo una vaghissima nozione del tempo), servivano la causa del progresso da più di due anni. Poiché appartenevano a una tribù di una zona molto distante di quella terra di tenebre e dolore, non scappavano, ritenendo naturalmente che in qualità di stranieri errabondi sarebbero stati uccisi dagli abitanti della regione; cosa in cui avevano ragione. Vivevano in capanne di paglia sul pendio di un dirupo ricoperto di canneti, appena dietro le costruzioni della base. Non erano felici, rimpiangevano i festosi incantesimi, le stregonerie, i sacrifici umani della loro terra; dove avevano anche genitori, fratelli, sorelle, capi ammirati, stregoni rispettati, amici cari, e altri legami che in generale si ritengono umani. Inoltre, le razioni di riso fornite dalla Compagnia non andavano loro a genio, essendo un tipo di cibo sconosciuto nella loro terra, e al quale non riuscivano ad abituarsi. Di conseguenza erano malaticci e tristi. Se fossero stati di un’altra tribù qualsiasi si sarebbero risolti a morire – dal momento che per certi selvaggi niente è più facile del suicidio – e a sfuggire così alle sconcertanti difficoltà dell’esistenza. Ma appartenendo, come era il loro caso, a una tribù guerriera con i denti limati, avevano più forza di carattere, e persistevano stupidamente a vivere nella malattia e nell’afflizione. Lavoravano molto poco, e avevano perso la loro splendida prestanza fisica. Carlier e Kayerts li curavano assiduamente senza riuscire a riportarli di nuovo in forma. Venivano adunati ogni mattina e gli venivano assegnati compiti diversi – tagliare l’erba, costruire una staccionata, abbattere alberi, eccetera, eccetera, cose che nessuna forza al mondo poteva indurli ad eseguire con efficienza. I due bianchi avevano in pratica ben poco controllo su di loro.
Nel pomeriggio Makola venne verso la grande casa e trovò Kayerts che osservava tre dense colonne di fumo che si levavano sopra la foresta. «Di che si tratta?», domandò Kayerts. «Bruciano dei villaggi», rispose Makola, che sembrava aver ripreso la padronanza di sé. Poi disse all’improvviso: «Abbiamo veramente poco avorio; cattivo commercio semestrale. Ti va di procurarti un poco più d’avorio?»
«Sì», disse Kayerts, avidamente. Pensava alle percentuali che erano basse.
«Quegli uomini venuti ieri sono mercanti del Loanda che possiedono più avorio di quanto possono trasportare a casa. Devo comprare? So dove loro campo».
«Sicuro», disse Kayerts. «Chi sono quei mercanti?»
«Brutti tipi», disse Makola, con indifferenza. «Combattono la gente, e catturano donne e bambini. Sono uomini cattivi, e hanno armi. C’è un grande scompiglio nella regione. Vuoi avorio?»
«Sì», disse Kayerts. Makola non disse niente per un pezzo. Poi: «Quei nostri lavoranti non valgono nulla», mormorò, guardandosi attorno. «Base ridotta molto male, signore. Direttore brontolerà. Meglio procurarsi un bel mucchio d’avorio, allora lui dice niente».
«Non posso farci niente; gli uomini non lavorano», disse Kayerts. «Quando ti procuri quell’avorio?»
«Molto presto», disse Makola. «Stanotte forse. Lascia fare me, e restate in casa, signore. Penso fai bene a dare del vino di palma ai nostri uomini per fare una danza stasera. Farli divertire. Lavorano meglio domani. C’è vino di palma in abbondanza – diventato un po’ aspro».
Kayerts disse: «Sì», e Makola, portò lui stesso grandi fiaschi di zucca accanto alla porta della sua baracca. Restarono lì fino a sera, e la moglie di Makola ci guardò dentro uno per uno. Gli uomini li ricevettero al tramonto. Quando Kayerts e Carlier si ritirarono, un grande falò fiammeggiava davanti alle capanne dei lavoranti. Sentivano i loro gridi e il suono dei tamburi. Degli uomini del villaggio di Gobila si erano aggiunti ai lavoranti, e il trattenimento fu un grande successo.
Nel cuore della notte, Carlier, svegliandosi improvvisamente, udì qualcuno urlare forte; poi ci fu uno sparo. Solo uno. Carlier corse fuori e incontrò Kayerts sulla veranda. Erano entrambi stupefatti. Mentre attraversavano il piazzale per chiamare Makola, videro ombre che si muovevano nella notte. Una di loro gridò: «Non sparate! Sono io, Price». Allora apparve vicino Makola. «Rientrate, rientrate, prego», li esortò, «rovinate tutto». «Ci sono strani individui in giro», disse Carlier. «Non vi preoccupate; lo so», disse Makola. Poi sussurrò: «Tutto bene. Porto avorio. Non dite niente! So cosa faccio». I due bianchi tornarono alla casa riluttanti, ma non dormirono. Sentirono passi, sussurri, dei lamenti. Sembrava che molti uomini si avvicinassero, gettassero per terra oggetti pesanti, altercassero a lungo, poi se ne andassero. Giacevano sui letti duri e pensavano: «Questo Makola è impagabile». Al mattino Carlier uscì, pieno di sonno, e tirò la corda della grande campana. I lavoranti della base si adunavano ogni mattina al suono della campana. Quella mattina non venne nessuno. Apparve anche Kayerts, sbadigliando. Al di là del piazzale videro Makola uscire dalla sua baracca, con in mano un piccolo catino d’acqua saponata. Makola, un negro incivilito, era molto pulito nella persona. Buttò con abilità l’acqua saponata sopra un misero e piccolo cagnaccio giallo che aveva, poi voltandosi verso la casa degli agenti, gridò da lontano: «Tutti i lavoranti spariti ieri notte!».
Lo sentirono perfettamente, ma per la sorpresa gridarono entrambi all’unisono: «Che!». Poi si fissarono l’un l’altro. «Siamo ben messi adesso», ringhiò Carlier. «È incredibile!», borbottò Kayerts. «Vado alle capanne a vedere», disse Carlier, avviandosi a gran passi. Makola sopraggiungendo trovò Kayerts da solo.
«Non ci posso credere», disse Kayerts, in lacrime. «Ci prendevamo cura di loro come fossero stati figli nostri».
«Sono andati con gli uomini del litorale», disse Makola dopo un momento di esitazione.
«Che me ne importa con chi se ne sono andati – bruti ingrati!», esclamò l’altro. Poi con improvviso sospetto, e guardando Makola con durezza, aggiunse: «Ne sai qualcosa?».
Makola scosse le spalle, tenendo gli occhi bassi a terra. «Che ne so io? Penso solamente. Vieni a vedere l’avorio che ho laggiù? È una bella partita. Non ne hai mai visto tanto».
Si mosse verso il magazzino. Kayerts lo seguì meccanicamente, pensando all’incredibile diserzione dei lavoranti. A terra davanti alla porta del feticcio giacevano sei splendide zanne.
«Che cosa hai dato in cambio?», chiese Kayerts, dopo aver esaminato la partita con soddisfazione.
«Non solito scambio», disse Makola. «Loro portato l’avorio e me l’hanno dato. Gli ho detto di prendere quello che gli piaceva di più nella base. È una bella partita. Nessuna stazione commerciale può vantare zanne così. Quei mercanti volevano assolutamente portatori, e i nostri uomini non servivano a niente qui. Niente commercio, niente entrate nei libri; tutto a posto».
Kayerts quasi esplose d’indignazione. «Cribbio!», gridò. «Ora so che hai venduto i nostri uomini per queste zanne!». Makola restò impassibile e silenzioso. «Io – io – ti – io», balbettò Kayerts. «Diavolo di un…!», gridò.
«Ho fatto quel ch’era meglio per voi e per la Compagnia», disse Makola, imperturbabile. «Perché gridi così tanto? Guarda questa zanna».
«Ti licenzio! Ti faccio rapporto – Non voglio guardare le zanne. Ti proibisco di toccarle. Ti ordino di gettarle nel fiume. Tu – tu!».
«Tu molto rosso, Signor Kayerts. Se il sole ti irrita così, ti verrà la febbre e morirai – come il primo capo!», pronunciò Makola solennemente.
Restarono fermi l’uno di fronte all’altro, contemplandosi con occhi intensi, come se stessero guardando con sforzo al di là di immense distanze. Kayerts rabbrividì. Makola non aveva voluto dire più di quello che aveva detto, ma le sue parole sembrarono a Kayerts dense di sinistre minacce! Si voltò bruscamente e si diresse verso l’abitazione. Makola si ritirò in seno alla propria famiglia; e le zanne, lasciate a terra davanti al magazzino, apparivano sotto la luce del sole di grande misura e valore.
Carlier ritornò sulla veranda. «Sono andati via tutti, eh?», domandò Kayerts con la voce smorzata dal fondo della stanza comune. «Non hai trovato nessuno?»
«Oh, sì», disse Carlier. «Ho trovato uno del villaggio di Gobila steso morto davanti alle capanne – gli hanno sparato in pieno petto. Abbiamo sentito lo sparo ieri notte».
Kayerts uscì a precipizio. Trovò il compagno che fissava torvo le zanne nel piazzale, accanto al magazzino. Sedettero per un poco in silenzio. Quindi Kayerts riferì la sua conversazione con Makola. Carlier non disse niente. Al pasto di mezzogiorno toccarono appena il cibo. Quasi non si scambiarono parola quel giorno. Un grande silenzio sembrava gravare sopra la stazione commerciale e comprimere le loro labbra. Makola non aprì il magazzino; passò la giornata giocando con i bambini. Era steso in tutta la sua lunghezza su un materasso fuori della porta, e i ragazzetti gli si sedevano sul petto e gli si arrampicavano addosso dappertutto. Era una vista commovente. La moglie di Makola fu occupata a cucinare tutto il giorno come di consueto. I bianchi ebbero un pasto in qualche modo migliore a sera. Dopodiché, Carlier camminò fino al magazzino fumando la pipa; restò a lungo presso le zanne, ne toccò una o due con il piede, cercò persino di sollevarne la più grossa prendendola dalla punta. Tornò dal suo capo, che non si era mosso dalla veranda, si sprofondò nella sedia, e disse:
«Me lo immagino! Gli sono piombati addosso mentre dormivano della grossa dopo aver bevuto tutto quel vino di palma che hai permesso a Makola di dar loro. Un colpo ben preparato! Capisci? E quel che è peggio, c’era gente di Gobila, e sono stati portati via anch’essi, senza dubbio. Il meno ubriaco si è svegliato, e gli hanno sparato perché sobrio. Questo è uno strano paese. Che farai adesso?»
«Non possiamo toccarlo, naturalmente», disse Kayerts.
«Certo che no», assentì Carlier.
«Lo schiavismo è una cosa orribile», bofonchiò Kayerts con voce malferma.
«Spaventoso – le sofferenze», grugnì Carlier con convinzione.
Credevano a quanto dicevano. Ogni uomo mostra una rispettosa deferenza a certi suoni che lui e i suoi consimili riescono ad emettere. Ma per quanto riguarda i sentimenti gli uomini non sanno in realtà niente. Parliamo con indignazione o entusiasmo; parliamo di oppressione, crudeltà, crimine, devozione, sacrificio di sé, virtù, e non conosciamo nulla di concreto dietro le parole. Nessuno sa che cosa significhi la sofferenza e il sacrificio – eccetto, forse, le vittime dello scopo misterioso di queste illusioni.
La mattina dopo videro Makola molto occupato a sistemare nel piazzale la grande bilancia usata per pesare l’avorio. Subito Carlier disse: «Che ha intenzione di fare quello sporco mascalzone?» e si diresse lentamente verso il piazzale. Kayerts gli andò dietro. Stettero a guardare. Makola non diede segno di averli notati. Quando il contrappeso fu sospeso correttamente, cercò di alzare una zanna per metterla sul piatto. Era troppo pesante. Guardò in su impotente senza una parola, e per un minuto stettero tutti intorno a quella bilancia muti e immobili come tre statue. Improvvisamente Carlier disse: «Agguantala dall’altro capo, Makola – bestia che sei!» e insieme sollevarono la zanna. Kayerts tremava dalla testa ai piedi. Borbottò: «Dico! Oh! Dico!» e mettendosi la mano in tasca ci trovò un pezzetto sporco di carta e il mozzicone di una matita. Volse la schiena agli altri, come architettando un tiro mancino, e annotò furtivamente i pesi che Carlier gli gridava a voce inutilmente alta. Quando fu tutto finito Makola sussurrò fra sé: «Il sole qui è molto forte per le zanne». Carlier disse a Kayerts con noncuranza: «Dico, capo, potrei magari dargli una mano a trasportare la partita dentro il magazzino».
Nel ritornare verso l’abitazione Kayerts osservò con un sospiro: «Bisognava farlo». E Carlier disse: «È deplorevole, ma, siccome gli uomini erano uomini della Compagnia, l’avorio è avorio della Compagnia. Dobbiamo occuparcene». «Farò rapporto al Direttore, naturalmente», disse Kayerts. «Naturalmente; che decida lui», approvò Carlier.
A metà giornata fecero un pasto abbondante. Kayerts sospirava di tanto in tanto. Ogniqualvolta menzionavano il nome di Makola ci aggiungevano sempre un epiteto insultante. Gli alleggeriva la coscienza. Makola si prese una mezza vacanza, e fece il bagno ai suoi bambini nel fiume. Nessuno dai villaggi di Gobila si avvicinò alla base per quel giorno. Nessuno venne il giorno dopo, e il successivo, né per un’intera settimana. Gli indigeni di Gobila avrebbero potuto essere tutti morti e sepolti a giudicare dai segni di vita che davano. Ma stavano solo piangendo per coloro che avevano perduto a causa della stregoneria degli uomini bianchi, i quali avevano portato gente malvagia nella loro terra. La gente malvagia se ne era andata, ma la paura rimaneva. La paura rimane sempre. Un uomo distrugge tutto dentro se stesso, amore e odio e fedi, e perfino il dubbio; ma finché si aggrappa alla vita non può distruggere la paura: la paura, sottile, indistruttibile e terribile, che pervade il suo essere; che permea i suoi pensieri; che sta in agguato nel suo cuore; che spia sulle sue labbra la lotta del suo ultimo respiro. Per paura, il mite vecchio Gobila offrì ulteriori sacrifici umani a tutti gli Spiriti del Male che si erano impossessati dei suoi amici bianchi. Il suo cuore era triste. Alcuni guerrieri parlavano di bruciare e uccidere, ma il cauto vecchio selvaggio li dissuase. Chi poteva prevedere i guai che quelle misteriose creature, se irritate, potevano portare?
Dovevano essere lasciati in pace. Forse col tempo sarebbero scomparsi nella terra come era scomparso il primo. La sua gente si doveva tenere alla larga da loro, e sperare in meglio.
Kayerts e Carlier non scomparirono, ma restarono in questo mondo, che, in qualche modo, si persuasero fosse diventato più grande e molto vuoto. Non era tanto l’assoluta e taciturna solitudine dell’avamposto a colpirli quanto una sensazione inarticolata che qualcosa se ne fosse andato da dentro di loro, qualcosa che serviva a mantenere la loro sicurezza, e aveva impedito allo stato selvaggio di interferire con i loro cuori. Le immagini di casa; il ricordo di persone come loro, di uomini che pensavano e sentivano nel modo in cui erano abituati a pensare e sentire, si ritrassero verso lontananze rese indistinte dal bagliore di un sole senza nuvole. E dal grande silenzio dei luoghi selvaggi che li circondavano, la profonda assenza di speranza e la selvatica ferocia sembravano farsi più vicine a loro, attirarli gentilmente, considerarli, avvilupparli con una sollecitudine irresistibile, familiare, e disgustosa. I giorni si allungarono in settimane, poi in mesi. La gente di Gobila faceva rullare i tamburi e urlava ad ogni luna nuova, come un tempo, ma si manteneva lontano dalla stazione commerciale. Makola e Carlier tentarono una volta in canoa di aprire una via di comunicazione, ma furono accolti da una pioggia di frecce, e dovettero rientrare precipitosamente alla base, per salvare la pelle. Quel tentativo mise l’intera regione a monte e a valle del fiume in un tumulto che poté sentirsi molto distintamente per giorni. Il piroscafo era in ritardo. Dapprima discussero del ritardo gaiamente, poi ansiosamente, poi malinconicamente. La faccenda si stava facendo seria. Le riserve si stavano assottigliando. Carlier gettò le sue lenze dall’argine, ma il livello del fiume era basso e i pesci si mantenevano al centro della corrente. Non osarono allontanarsi troppo dalla base per cacciare. Per di più, non c’era selvaggina nella foresta impenetrabile. Una volta Carlier sparò a un ippopotamo nel fiume. Non avevano barca per prenderlo, e se ne andò a fondo. Quando rivenne a galla fu trascinato dalla corrente, e la gente di Gobila si assicurò la carcassa. Fu lo spunto per una festa generale, ma Carlier ebbe per quello un attacco di rabbia e parlò della necessità di sterminare tutti i negri prima di poter rendere il paese abitabile. Kayerts bighellonava silenziosamente; passava ore a guardare il ritratto della sua Melie, l’immagine di una ragazzina con delle lunghe trecce sbiadite e dalla faccia piuttosto scontrosa. Le gambe gli si erano gonfiate molto, e camminava a stento. Carlier, minato dalla febbre, aveva perso la sua spavalderia, ma continuava a girellare intorno, sempre con l’aria incurante dell’uomo che ricorda di aver appartenuto a un reggimento scelto. Si era fatto rauco, sarcastico e incline a dire cose spiacevoli. Lo chiamava “essere franco con te”. Da gran tempo avevano calcolato le loro percentuali sui commerci, includendo l’ultimo affare di «quello scellerato Makola». Erano anche arrivati alla conclusione di non dirne nulla al Direttore. Kayerts fu il primo a esitare – aveva paura del Direttore.
«Ne ha viste di peggio, fatte di straforo», sosteneva Carlier, con una risata rauca. «Fidati di lui! Non ti ringrazierà se glielo spifferi. Non è certo migliore di te o me. Chi parlerà se ce lo teniamo per noi? Qui non c’è nessuno».
Quello era il punto di tutto il guaio! Lì non c’era nessuno; ed essendo rimasti lì soli con la loro debolezza, diventavano giorno dopo giorno più come una coppia di complici che come una coppia di amici affezionati. Erano senza notizie da casa da otto mesi. Ogni sera dicevano: «Domani vedremo il piroscafo». Ma uno dei battelli a vapore della Compagnia era naufragato, e il Direttore si serviva dell’altro, per portare i cambi a basi lontane e importanti sul ramo principale del fiume. Riteneva che la base inutile, e gli uomini inutili, potessero aspettare. Nel frattempo Kayerts e Carlier vivevano di riso bollito senza sale, e maledicevano la Compagnia, l’intera Africa, e il giorno in cui erano nati. Bisogna aver vissuto di una dieta simile per scoprire che orribile problema possa diventare la necessità di inghiottire il proprio cibo. Nella base non c’era letteralmente nient’altro che riso e caffè; bevevano il caffè senza zucchero. Le ultime quindici zollette erano state solennemente chiuse a chiave da Kayerts nella sua scatola, insieme a una mezza bottiglia di cognac, «in caso di malattia», spiegò. Carlier approvò. «Quando si è malati», disse, «ogni piccolo extra di quel tipo è consolante».
Aspettarono. L’erba cominciò a spuntare rigogliosa nel piazzale. La campana adesso non suonava mai. I giorni passavano, silenziosi, esasperanti, e lenti. Quando i due parlavano, ringhiavano; e i loro silenzi erano ancora più amari, come permeati dall’amarezza dei loro pensieri.
Un giorno dopo un pranzo a base di riso bollito, Carlier mise giù la tazza senza averne assaggiato un sorso, e disse: «Alla malora tutto! Beviamoci per una volta una tazza decente di caffè. Tira fuori quello zucchero, Kayerts!».
«Per chi sta male», mormorò Kayerts, senza alzare lo sguardo.
«Per chi sta male», fece il verso Carlier. «Balle!… Be’! Io sto male».
«Tu non stai più male di me, e io ne faccio a meno», disse Kayerts in tono pacato.
«Dai! Fuori quello zucchero, vecchio spilorcio schiavista».
Kayerts alzò subito lo sguardo. Carlier sorrideva con manifesta insolenza. E all’improvviso a Kayerts sembrò di non aver mai visto prima quell’uomo. Chi era? Non sapeva niente di lui. Di che cosa era capace? Provò un lampo sorprendente di violenta emozione dentro di sé, come in presenza di qualcosa di inaspettato, di pericoloso e definitivo. Ma fece in modo di pronunciare compostamente:
«Questo scherzo è di cattivo gusto. Non lo ripetere».
«Scherzo!», disse Carlier, spingendosi in avanti sulla sedia. «Ho fame – sono malato – non sto scherzando! Odio gli ipocriti. Sei un ipocrita. Un negriero. Io sono un negriero. Non c’è altro che negrieri in questo maledetto paese. Ho intenzione di mettere zucchero nel mio caffè oggi, a ogni costo!».
«Ti proibisco di parlarmi in quel modo», disse Kayerts mostrandosi risoluto.
«Tu! – Che?», gridò Carlier, saltando in piedi.
Anche Kayerts si alzò. «Sono il tuo capo», cominciò, cercando di padroneggiare il tremito della voce.
«Cosa?», gridò l’altro. «Chi è capo? Non ci sono capi qui. Non c’è niente qui: non c’è niente tranne tu e io. Caccia quello zucchero – asino panciuto».
«Tieni a freno la lingua. Esci da questa stanza», strillò Kayerts. «Ti licenzio – brigante!».
Carlier fece roteare uno sgabello. Tutto d’un tratto apparve seriamente pericoloso. «Flaccido borghese buono a nulla – piglia questo!», ululò.
Kayerts si buttò sotto il tavolo, e lo sgabello colpì la paglia che copriva il muro interno della stanza. Poi, mentre Carlier cercava di rovesciare il tavolo, Kayerts si gettò disperatamente in una corsa cieca, a testa bassa, come farebbe un maiale stretto all’angolo e, mandando a gambe all’aria l’amico, fuggì lungo la veranda e nella sua stanza. Chiuse a chiave la porta, afferrò il revolver, e si fermò lì ansimando. Dopo neanche un minuto Carlier stava scalciando furiosamente alla porta, ululando: «Se non tiri fuori quello zucchero, ti sparo a vista, come a un cane. Dunque ora – uno – due – tre. No? Ti faccio vedere io chi comanda».
Kayerts pensò che la porta avrebbe ceduto, e sgusciò fuori attraverso il buco quadrato che serviva da finestra della sua stanza. Li divideva a quel punto l’intera larghezza della casa. Ma l’altro apparentemente non era forte abbastanza da sfondare la porta, e Kayerts lo sentì correre per fare il giro. Quindi anche lui cominciò a correre faticosamente sulle gambe gonfie. Correva il più velocemente possibile, impugnando il revolver, e ancora senza capire che cosa gli stava accadendo. Vide in successione l’abitazione di Makola, il magazzino, il fiume, il dirupo, e i bassi cespugli; e rivide tutte quelle cose mentre rifaceva di corsa per la seconda volta il giro della casa. Gli passarono di nuovo in un lampo davanti agli occhi. Quella stessa mattina non avrebbe potuto percorrere un metro senza gemere dal dolore.
E adesso stava correndo. Correva abbastanza veloce da mantenersi fuori vista dall’altro.
Poi mentre, debole e disperato, pensava: “Prima di finire il prossimo giro sarò morto”, sentì l’altro inciampare pesantemente, e poi fermarsi. Si fermò anche lui. Era dietro la casa e Carlier di fronte, come all’inizio. Lo sentì buttarsi su una sedia bestemmiando, e all’improvviso le gambe gli cedettero, e scivolò a sedere con la schiena contro il muro. La bocca era asciutta come cenere, e la faccia era bagnata di sudore – e lacrime. Che storia era quella? Pensò che dovesse trattarsi di un orribile incubo; pensò di star sognando; pensò di star diventando pazzo! Dopo un po’ tornò in sé. Per che cosa stavano litigando? Quello zucchero! Che cosa assurda! Glielo avrebbe dato – lui non lo voleva. E cominciò a tirarsi in piedi con un improvviso senso di sicurezza. Ma prima che si fosse rialzato bene del tutto, un semplice pensiero lo fece riflettere e lo ricondusse alla disperazione. Pensò: “Se adesso cedo a quel bruto di un soldato, domani ricomincerà quest’orrore – e il giorno successivo – ogni giorno – accamperà altre pretese, mi metterà sotto i piedi, mi torturerà, farà di me il suo schiavo – e sarò perduto! Perduto! Il piroscafo potrebbe non arrivare per giorni – potrebbe non arrivare mai”. Fu talmente scosso che dovette di nuovo sedersi per terra. Rabbrividì sconsolato. Sentì di non potere, di non volere più muoversi. Era assolutamente sconvolto nel rendersi inaspettatamente conto che la situazione era senza vie d’uscita – che la morte e la vita erano in un momento divenute ugualmente difficili e terribili.
Tutto d’un tratto udì l’altro spingere indietro la sedia; e balzò in piedi con estrema facilità. Ascoltò e rimase perplesso. Doveva ancora correre! A destra o a sinistra? Sentì dei passi. Si precipitò a sinistra, impugnando il revolver, e proprio nello stesso istante, così gli sembrò, si scontrarono violentemente. Entrambi urlarono dalla sorpresa. Ci fu una forte esplosione tra di loro; uno scoppio di fuoco rosso, fumo denso; e Kayerts, assordato e accecato, si slanciò all’indietro pensando: “Mi ha colpito – è finita”. Si aspettò che l’altro gli venisse addosso – a gongolare della sua agonia. Si afferrò a un palo di sostegno del soffitto – “Finita!”. Poi sentì qualcosa cadere rumorosamente dall’altro lato della casa, come se qualcuno avesse inciampato a capofitto sopra una sedia – poi silenzio. Non accadde più nulla. Non morì. Solo la spalla gli doleva come se si fosse slogata, e aveva perso il revolver. Era disarmato e indifeso! Aspettò il suo destino. L’altro non faceva alcun rumore. Era uno stratagemma, adesso lo stava aspettando in agguato! Da quale lato? Forse in quello stesso momento stava prendendo la mira!
Dopo pochi momenti d’agonia spaventosa e assurda, decise di andare incontro al suo destino. Era pronto alla resa incondizionata. Svoltò l’angolo, sorreggendosi con una mano al muro; fece pochi passi, e quasi svenne. Aveva visto per terra, sporgenti dall’altro angolo, un paio di piedi rivolti all’insù. Un paio di piedi nudi bianchi in pantofole rosse. Provò una nausea terribile, e rimase per un certo tempo in un buio profondo. Poi Makola apparve di fronte a lui, dicendo tranquillo: «Vieni pure, Signor Kayerts. È morto». Scoppiò in lacrime di gratitudine; un forte, singhiozzante attacco di pianto. Dopo un po’ si ritrovò seduto su una sedia a guardare Carlier, il quale giaceva allungato supino. Makola era inginocchiato accanto al corpo.
«Questo è il tuo revolver?», domandò Makola rialzandosi.
«Sì», disse Kayerts; poi aggiunse frettolosamente: «Mi correva dietro per spararmi – lo hai visto!».
«Sì, ho visto», disse Makola. «C’è solo un revolver; dov’è il suo?»
«Non lo so», bisbigliò Kayerts con una voce diventata improvvisamente debolissima.
«Andrò a cercarlo», disse gentilmente l’altro. Fece il giro attorno alla veranda, mentre Kayerts sedeva immobile a guardare il cadavere. Makola ritornò a mani vuote, restò assorto a pensare, poi si introdusse con calma nella camera del morto, e ne uscì subito con un revolver, che tenne davanti a Kayerts. Kayerts chiuse gli occhi. Tutto gli girava intorno. Trovava la vita più terribile e difficile della morte. Aveva sparato a un uomo disarmato.
Dopo aver rimuginato per un po’, Makola, indicando il morto che giaceva lì, con l’occhio destro saltato, disse piano:
«È morto di febbre». Kayerts lo fissò con gli occhi impietriti. «Sì», ripeté Makola, sollecito, scavalcando il cadavere. «Penso sia morto di febbre. Seppelliscilo domani».
E se ne andò lentamente dalla moglie che lo aspettava, lasciando i due bianchi soli sulla veranda. Scese la notte, e Kayerts stava seduto immoto sulla sua sedia. Sedeva quieto come se avesse preso una dose di oppio. La violenza delle emozioni attraverso cui era passato produceva in lui un sentimento di esausta serenità. In un breve pomeriggio aveva scandagliato gli abissi dell’orrore e della disperazione, e ora trovava riposo nel convincimento che la vita non aveva più segreti per lui: e così la morte! Sedeva accanto al cadavere pensando; pensando molto attivamente, pensando pensieri del tutto nuovi. Sembrava essersi completamente distaccato da se stesso. I suoi vecchi pensieri, le convinzioni, gli odi e gli amori, le cose che rispettava e quelle che aborriva, gli apparivano finalmente nella loro vera luce! Apparivano spregevoli e puerili, false e ridicole. Gioì della sua nuova saggezza mentre sedeva accanto all’uomo che aveva ucciso. Discuteva tra sé di tutte le cose create sotto il cielo con quella sorta di ostinata lucidità che si osserva in certi folli. Incidentalmente rifletteva che quel tizio morto era stato ad ogni modo un nocivo bestione; che di uomini ne morivano ogni giorno a migliaia; forse a centinaia di migliaia – chi poteva dirlo? – e che, nel numero, quella sola morte non poteva certo fare nessuna differenza; non poteva avere alcuna importanza, almeno per una creatura capace di pensare. Lui, Kayerts, era una creatura capace di pensare. Per tutta la vita, fino a quel momento, aveva prestato fede a un mucchio di frottole come il resto del genere umano – un branco di sciocchi; ma ora pensava! Sapeva! Era in pace; si era reso intimo della più alta saggezza! Poi provò ad immaginarsi morto, con Carlier seduto nella sua sedia a guardarlo; e il tentativo ebbe un successo talmente inaspettato che nel volgere di pochissimi istanti non fu più affatto sicuro su chi fosse morto e chi vivo. Questo straordinario risultato della sua fantasia lo strabiliò, comunque, e con un abile e tempestivo sforzo mentale si salvò appena in tempo dal diventare Carlier. Il cuore gli tumultuava, e si sentì avvampare al pensiero di quel pericolo. Carlier! Che schifo! Per ricomporre i nervi scossi – e con ragione! – cercò di fischiettare un poco. Poi, inaspettatamente, si addormentò, o pensò di aver dormito, ma in ogni caso c’era nebbia, e qualcuno aveva fischiato nella nebbia.
Si alzò in piedi. Si era fatto giorno, e una densa caligine era calata sulla zona; una caligine penetrante, avvolgente e silenziosa; la nebbia mattutina delle terre tropicali; la nebbia che stringe e uccide; la nebbia bianca e mortale, immacolata e velenosa. Si alzò, vide il corpo, e gettò le braccia al cielo con un grido simile a quello di un uomo che, risvegliatosi da un’ipnosi, si trovi per sempre imprigionato in una tomba. «Aiuto!… Dio mio!».
Uno strillo inumano, vibrante e improvviso, perforò come un dardo acuminato il bianco sudario di quella terra di dolore. Seguirono tre brevi strida impazienti, e poi, per un tratto, le nubi di nebbia continuarono a ondeggiare, indisturbate, in un silenzio formidabile. Poi molte altre strida, rapide e perforanti, come le urla di qualche creatura esasperata e implacabile, lacerarono l’aria. Il progresso mandava dal fiume i suoi richiami a Kayerts. Il progresso e la civiltà e ogni virtù. La società richiamava il suo compito figlio perché ritornasse, perché si lasciasse accudire, ricevesse istruzioni, si facesse giudicare, condannare; lo chiamava per tornare al mucchio di spazzatura da cui si era allontanato, così che potesse essere fatta giustizia.
Kayerts sentì e comprese. Uscì incespicando dalla veranda, lasciando l’altro tutto solo per la prima volta da quando erano stati catapultati insieme. Si fece strada a tastoni attraverso la nebbia, invocando nella sua ignoranza che il cielo invisibile annullasse la sua opera. Makola passò rapido nella foschia, gridando mentre correva:
«Piroscafo! Il piroscafo! Non riescono a vedere. Fischiano cercando la base. Vado a suonare la campana. Vai giù all’approdo, Signore. Io suono».
Scomparve. Kayerts restò immobile. Guardò in su; la nebbia gli ondeggiava bassa sulla testa. Si guardò in giro come uno che abbia perso la strada; e vide una macchia scura, una chiazza a forma di croce sulla mutevole purezza della caligine. Mentre cominciava a muoverglisi incontro incespicando, la campana della stazione commerciale rispose con il suo tumultuoso scampanio all’impaziente clamore del piroscafo.
Il Direttore Delegato della Grande Compagnia Civilizzatrice (dal momento che si sa che la civilizzazione segue il commercio) sbarcò per primo, e immediatamente perse di vista il piroscafo. La nebbia lungo il fiume era estremamente fitta; più in alto, alla base, la campana suonava incessante e sfrontata.
Il Direttore gridò forte verso la vaporiera:
«Non c’è nessuno quaggiù a incontrarci; può darsi che qualcosa non vada, anche se stanno suonando la campana. È meglio che veniate anche voi!».
E prese ad arrancare su per la riva ripida. Il capitano e il macchinista del battello gli andarono dietro. Mentre si inerpicavano la nebbia si assottigliò, e i due poterono vedere il Direttore un buon pezzo più in là. Tutto ad un tratto lo videro slanciarsi in avanti, chiamandoli con la testa voltata sopra la spalla: «Correte! Correte alla casa! Ne ho trovato uno. Correte, cercate l’altro!».
Ne aveva trovato uno! E perfino lui, l’uomo dalle svariate e sorprendenti esperienze, fu in qualche misura turbato dalle circostanze di quella scoperta. Si arrestò e si frugò nelle tasche (cercando un coltello) mentre fronteggiava Kayerts, che pendeva da una cinghia di cuoio attaccata alla croce. Evidentemente si era arrampicato sulla tomba, che era alta e stretta, e dopo aver legato un capo della cinghia al braccio della croce, si era lasciato cadere penzoloni. Le punte dei piedi erano soltanto un paio di pollici sopra il terreno; le braccia gli pendevano rigide lungo i fianchi; sembrava stare impietrito sull’attenti, ma con una guancia color porpora scherzosamente poggiata sulla spalla. E, con irriverenza, mostrava la lingua rigonfia al suo Direttore Delegato.