Stories 93 / Random

Stories by joseph conrad

il compagno segreto (italian)

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I.
Alla mia destra, delle file di pali per la pesca che sembravano un misterioso sistema di steccati di bambù semi-sommersi, incomprensibile nel modo in cui suddivideva il regno dei pesci tropicali, e dall’aspetto bizzarro, come abbandonato per sempre da qualche tribù nomade di pescatori trasferitasi ormai all’altro capo dell’oceano; perché fino a dove l’occhio poteva arrivare non c’era nessun segno di presenza umana. Dal lato sinistro un gruppo di aridi isolotti, che ricordavano rovine di muraglie, di torrette e fortini, poggiava su un mare azzurro che sembrava solido anch’esso, tanto giaceva immobile e fermo sotto di me; persino la scia di luce lasciata dal sole che calava a occidente brillava levigata, senza quello scintillio vivace che rivela un impercettibile incresparsi dell’acqua. E quando mi voltai per dare un’occhiata d’addio al rimorchiatore che ci aveva appena lasciati alla fonda fuori della barra, vidi la linea dritta della spiaggia bassa congiunta al mare fermo, la terra unita all’acqua, con una fusione perfetta e inavvertibile, in un’unica superficie piatta, per metà scura e per metà azzurra, sotto la cupola enorme del cielo. Alle proporzioni minuscole degli isolotti in mare corrispondevano due piccole macchie di alberi, una per ciascuno dei due lati dell’unica frattura di quell’unione impeccabile, le quali segnavano la foce del fiume Meinam che avevamo appena lasciato nella prima fase preparatoria del nostro viaggio verso casa; e, in lontananza verso l’entroterra, una massa più grande e più imponente, il bosco che circondava la grande pagoda di Paknam, era la sola cosa su cui l’occhio potesse riposare dal vano sforzo di esplorare la distesa monotona dell’orizzonte. Dei barlumi, come di alcuni pezzetti d’argento sparpagliati qua e là, segnavano le anse del grande fiume; e in quella più vicina, proprio all’interno della barra, il rimorchiatore che procedeva spedito verso terra si perse alla vista, scafo e fumaiolo e albero maestro, come se la terra impassibile l’avesse ingoiato senza sforzo, senza battere ciglio. Seguii con gli occhi la leggera nuvoletta di fumo che mandava, ora qui, ora lì, sopra la pianura, secondo le curve serpeggianti della corrente, ma sempre più debole e lontano, fino a che lo persi dietro la collina a forma di nutria della grande pagoda. E allora fui solo con la mia nave, ancorata all’estremità del Golfo del Siam.
Galleggiava sul punto di iniziare un lungo viaggio, del tutto immobile in un’immobilità immensa, le ombre degli alberi maestri slanciate verso est dal sole al tramonto. In quel momento ero solo sul ponte. Non si udiva un rumore in tutta la nave – e all’intorno niente si muoveva, nessun segno di vita, non una canoa sull’acqua, non un uccello nell’aria, non una nuvola nel cielo. In quella immobilità inanimata alla vigilia di una lunga traversata sembrava che io e la nave misurassimo le nostre forze per un’impresa lunga e ardua, il compito assegnato ad entrambe le nostre esistenze, da compiersi lontano da qualsiasi occhio umano, con soltanto cielo e mare come spettatori e giudici.
Doveva esserci nell’aria un barbaglio che interferiva con la vista, perché fu solo appena prima che il sole ci lasciasse che vagando intorno con gli occhi distinsi, oltre la cresta più alta dell’isolotto principale del gruppo, qualcosa che stonava con la solennità di quella perfetta solitudine. La marea del buio sopraggiunse rapidamente; e con repentinità tropicale uno sciame di stelle apparve sopra la terra piombata nell’ombra, mentre io ancora indugiavo, la mano poggiata lievemente sulla ringhiera della mia nave come sulla spalla di un amico fidato. Ma, con tutta quella moltitudine di corpi celesti che sembravano osservarci, il conforto di un tranquillo cameratismo con la nave si era dissolto. E la quiete era a quel punto disturbata da rumori – voci, passi che sopraggiungevano; il cambusiere passò rapido in coperta, spirito attivamente indaffarato; una campanella a mano tintinnò incalzante sotto il cassero…
Trovai i miei due ufficiali che mi aspettavano vicino al tavolo pronto per la cena, nella cambusa illuminata. Ci accomodammo subito, e nel servire l’ufficiale superiore, dissi:
«Vi siete accorto che c’è una nave alla fonda all’interno delle isole? Ne ho intravisto l’alberatura sopra la cresta delle onde mentre calava il sole».
Sollevò bruscamente il volto ingenuo, appesantito da fedine terribilmente cresciute, ed emise le sue consuete esclamazioni: «Che Dio ci scampi, signore! Non lo dite neanche!».
Il mio secondo ufficiale era un silenzioso giovanotto dalle guance paffute che giudicavo più posato di quanto la sua età facesse pensare; ma quando i nostri sguardi si incontrarono colsi un leggero tremito sulle sue labbra. Abbassai subito gli occhi. Non era mio dovere incoraggiare forme di derisione a bordo della mia nave. Si deve anche dire, però, che sapevo ben poco sul conto dei miei ufficiali. In conseguenza di certi eventi di scarsa importanza, se non per me stesso, avevo ottenuto quel comando solo da un paio di settimane. Né mi era stato anticipato molto sugli uomini dell’equipaggio. Tutti quegli uomini erano insieme da almeno diciotto mesi, e la mia posizione era quella di unico estraneo a bordo. Dico questo perché ha una certa rilevanza per quanto segue. Tuttavia ciò che più mi colpiva era il sentirmi estraneo alla nave; e se devo dire tutta la verità, ero in qualche modo estraneo anche a me stesso. In quanto più giovane di tutti a bordo (a parte il secondo ufficiale), e ancora mai messo alla prova in una posizione di estrema responsabilità, ero disposto a dare per scontata la competenza degli altri. Dovevano tutti semplicemente essere all’altezza dei loro compiti; ma mi domandavo quanto io sarei risultato adeguato a quel concetto ideale della propria personalità che ognuno di noi nutre segretamente.
Nel frattempo l’ufficiale superiore, con un effetto quasi visibile di collaborazione da parte degli occhi sgranati e delle spaventose fedine, stava cercando di sviluppare una teoria sulla nave alla fonda. Sua caratteristica dominante era di attribuire ad ogni cosa la massima considerazione. Aveva un temperamento molto zelante. Come era solito dire, gli piaceva “rendersi conto” praticamente di tutto quello che gli attraversava la strada, persino un miserabile scorpione che aveva trovato nella sua cabina una settimana prima. Il perché e il percome di quello scorpione – in che modo era salito a bordo e come mai aveva scelto la sua stanza piuttosto che la cambusa (che era un posto buio e più consono alle preferenze di uno scorpione), e come diamine avesse fatto ad affogarsi nel calamaio del suo scrittoio – lo aveva tenuto occupato per un tempo interminabile. La nave tra le isole era molto più facile da spiegarsi; e proprio mentre ci stavamo per alzar da tavola espresse il suo verdetto. Era, non ne aveva dubbio, una nave da poco arrivata dalla madrepatria. Probabilmente pescava troppo per attraversare la barra, se non al culmine delle maree sigiziali. Per cui era entrata in quel porticciolo naturale per aspettare qualche giorno piuttosto che rimanere in una rada aperta.
«È così», confermò subito il secondo ufficiale, con la sua voce leggermente rauca. «Pesca più di venti piedi. È il Sephora di Liverpool con un carico di carbone. Centoventitré giorni da Cardiff».
Lo guardammo sorpresi.
«Me lo ha detto il padrone del rimorchiatore quando è salito a bordo per le vostre lettere, signore», spiegò il giovanotto. «Spera di fargli risalire il fiume dopodomani».
Dopo averci sopraffatto con la mole di informazioni di cui disponeva scivolò fuori della cabina. L’ufficiale superiore osservò con rammarico che «non riusciva a giustificarsi le ubbie di quel giovincello». Che cosa gli avesse impedito di raccontarci subito la faccenda, avrebbe proprio voluto saperlo.
Era sul punto di andarsene, e lo trattenni. Negli ultimi due giorni l’equipaggio aveva lavorato molto duramente, e la notte precedente aveva dormito ben poco. Avvertii dolorosamente che io – un estraneo – stavo compiendo qualcosa di insolito quando gli diedi istruzioni affinché lasciasse che tutti gli uomini si coricassero senza stabilire un turno di guardia. Mi offrii di trattenermi io stesso sul ponte fino all’una di notte o giù di lì. A quell’ora mi sarei fatto rilevare dal secondo ufficiale.
«Lui sveglierà il cuoco e il cambusiere alle quattro», conclusi, «e poi vi darà una voce. Naturalmente al minimo segno di vento chiameremo gli uomini in coperta e salperemo subito».
Quello nascose il suo sbalordimento. «Molto bene, signore». Appena fuori della cabina introdusse la testa nella porta del secondo ufficiale, per informarlo del mio capriccio inaudito di assumere un turno di guardia di cinque ore. Sentii l’altro alzare la voce incredulo: «Che? Il capitano stesso?». Poi qualche altro mormorio, una porta che si chiudeva, poi un’altra. Pochi momenti dopo andai sul ponte.
La mia estraneità, che mi aveva reso insonne, era all’origine di quell’ordine del tutto inconsueto; come se mi aspettassi, in quelle ore solitarie della notte, di avviare un rapporto con la nave di cui non sapevo nulla, equipaggiata da uomini di cui sapevo ben poco di più. Ormeggiata lungo un pontile, ricoperta come ogni nave in porto da un groviglio di cose che non c’entravano nulla, invasa da gente di terraferma che non c’entrava nulla, non avevo ancora potuto vederla bene. Ora, mentre riposava sgombra e pronta per il mare, la spianata del ponte di coperta mi sembrava molto bella sotto le stelle. Molto bella, molto spaziosa per la sua stazza, e molto invitante. Scesi dal cassero e camminai lungo la parte maestra, immaginandomi la prossima traversata attraverso l’Arcipelago malese, giù per l’Oceano Indiano e su per l’Atlantico. Tutte le fasi della traversata mi erano abbastanza familiari, ogni caratteristica, tutte le alternative che avrei potuto dover affrontare in alto mare – tutto!… eccetto la nuova responsabilità del comando. Ma mi rincuorai pensando ragionevolmente che la nave era come le altre navi, gli uomini come gli altri uomini, e che il mare non teneva certo in serbo delle sorprese speciali espressamente concepite per la mia disfatta.
Giunto a quella conclusione confortante, mi venne voglia di un sigaro e scesi sottocoperta a prenderlo. Tutto era calmo là sotto. A poppa tutti dormivano profondamente. Uscii nuovamente sul ponte del casseretto, piacevolmente a mio agio in pigiama, in quella notte calda e senza vento, a piedi nudi, un sigaro acceso tra i denti e, avanzando, mi trovai immerso nel profondo silenzio della prora. Soltanto nel varcare la porta del castello di prora sentii un pesante, tranquillo, fiducioso respiro di qualcuno che dormiva all’interno. E subito mi rallegrai per la grande sicurezza del mare in confronto all’agitazione della terraferma, per la mia scelta di quella vita senza tentazioni che non presentava problemi inquietanti, investita di una bellezza morale elementare che promanava dall’assoluta schiettezza del suo fascino e dall’unicità del suo scopo.
Tra il padiglione di trinchetto il fanale di fonda ardeva con una fiamma limpida, indisturbata, quasi simbolica, fiduciosa e splendente nelle misteriose ombre della notte. Nel tornare verso poppa passai lungo l’altro fianco della nave; osservai che la scaletta di corda calata fuori bordo, senza dubbio, per il padrone del rimorchiatore quando era venuto a prendere le nostre lettere, non era stata ritirata come avrebbe dovuto. La cosa mi infastidì, perché la precisione nelle inezie è la vera anima della disciplina. Poi riflettei che ero stato io stesso a congedare perentoriamente dal servizio i miei ufficiali, e per mio stesso ordine avevo impedito che si stabilisse formalmente il turno di guardia in porto e che si tenessero le cose sotto controllo. Mi domandai se fosse consigliabile interferire con la consueta routine dei doveri persino per la ragione più benevola. La mia azione poteva avermi fatto apparire eccentrico. Dio solo sapeva in che modo quell’ufficiale con quelle basette assurde avrebbe “reso conto” della mia condotta, e che cosa pensava l’intera nave di quella mancanza di formalità del nuovo capitano. Ero irritato con me stesso.
Certo non per rimorso, ma, quasi meccanicamente, mi accinsi a ritirare la scaletta da solo. Ora, una scaletta di quel tipo è leggera e rientra senza sforzo, epperò il mio strappo vigoroso, che avrebbe dovuto riportarla a bordo volando, non ottenne altro effetto che ripercuotersi su di me con una violenza del tutto inattesa. Che diavolo!… Fui così stupefatto dall’immobilità di quella scaletta che restai irrigidito come un baccalà, cercando di rendermi conto della cosa, come faceva quell’imbecille del mio ufficiale superiore. Infine, naturalmente, sporsi la testa dalla murata.
La fiancata della nave creava un’opaca fascia d’ombra sul vitreo luccicare del mare nelle tenebre. Ma notai subito qualcosa di oblungo e scolorito che galleggiava vicinissimo alla scaletta.
Prima che potessi azzardare un’ipotesi, un debole lampo di luce fosforescente, che sembrava scaturire improvvisa dal corpo nudo di un uomo, guizzò nell’acqua addormentata con lo stesso fuggevole moto silenzioso dei lampi estivi nel cielo notturno. Col respiro mozzato in gola, sgranai gli occhi su un paio di piedi, due gambe lunghe, un’ampia schiena livida immersa fino al collo in un chiarore verdognolo e cadaverico. Una mano, a fior d’acqua, era aggrappata all’ultimo gradino della scaletta. C’era tutto il corpo tranne la testa. Un cadavere decapitato! Il sigaro mi cadde dalla bocca spalancata con un lieve tonfo e un breve sibilo che risuonò distintamente nell’assoluta immobilità del creato. Fu questo, credo, a fargli sollevare il volto, un ovale fiocamente biancastro nell’ombra della fiancata della nave. Ma, anche così, potevo a stento distinguere là in fondo la forma della testa dai capelli neri. Comunque fu sufficiente per scacciare l’orribile, raggelante sensazione che mi aveva stretto il petto. Anche il momento delle inutili esclamazioni era passato. Mi arrampicai soltanto sul pennone di rispetto e mi sporsi oltre la scaletta per quanto potevo, per vedere più da vicino quel mistero che galleggiava lungo la murata.
Mentre restava appeso alla scaletta, come un nuotatore che si riposasse, la luce del mare giocava sulle sue membra ad ogni movimento; e in quella luce l’uomo appariva spettrale, d’argento, quasi come un pesce. Restava pure muto come un pesce. Né fece una mossa per uscire dall’acqua. Era inconcepibile che non tentasse di salire a bordo, e il sospetto che forse non ne aveva affatto l’intenzione era stranamente inquietante. Le mie prime parole scaturirono proprio da quella fastidiosa incertezza.
«Che cosa succede?», domandai col mio consueto tono di voce, in direzione del viso volto in su proprio sotto il mio.
«Crampi», rispose quello, con lo stesso tono. Poi leggermente ansioso: «Dico, non c’è bisogno di chiamare nessuno».
«Non ne avevo intenzione», dissi.
«Siete solo in coperta?»
«Sì».
Avevo in qualche modo l’impressione che stesse per abbandonare la scaletta e sparire dalla mia vista nuotando via – misteriosamente come era venuto. Ma, per il momento, quell’essere che sembrava sorto dal fondo del mare (era certo la terra più vicina alla nave) voleva soltanto sapere che ora fosse. Glielo dissi. E quello, da laggiù, azzardò:
«Il vostro capitano sarà andato a dormire, vero?»
«Sono sicuro di no», dissi.
Sembrò dibattere qualcosa tra sé e sé, perché sentii una specie di basso e amaro mormorio, come di dubbio. «A che vi serve?».
Le parole successive gli uscirono con uno sforzo pieno d’esitazione.
«State a sentire, brav’uomo. Lo potreste andare a chiamare senza tanto chiasso?»
«Il capitano sono io».
Sentii un «Corpo di bacco!», sussurrato al livello dell’acqua. La fosforescenza lampeggiò nel turbinare dell’acqua tutt’intorno al suo corpo; e lui si afferrò alla scaletta anche con l’altra mano.
«Mi chiamo Leggatt».
La voce era calma e risoluta. Una bella voce. Il lucido autocontrollo di quell’uomo aveva indotto in qualche modo uno stato corrispondente anche in me stesso. Fu con assoluta tranquillità che commentai:
«Dovete essere un buon nuotatore».
«Sì. Sono in acqua praticamente dalle nove. Il mio problema adesso è se abbandonare questa scaletta e continuare a nuotare sino ad affondare per la stanchezza, oppure – salire qui a bordo».
Ebbi la certezza che quella non era la semplice formulazione di un discorso disperato, ma una concreta alternativa vista dalla prospettiva di un animo risoluto. Avrei dovuto capire da questo che era giovane; perché in verità, sono soltanto i giovani a propendere per soluzioni tanto radicali. Ma in quel momento fu solo pura intuizione da parte mia. Tra noi due si era già creata una misteriosa forma di comunicazione – di fronte a quel silenzioso mare tropicale avvolto nel buio. Ero giovane anch’io: abbastanza giovane da non fare commenti. L’uomo nell’acqua cominciò d’improvviso a risalire la scaletta, e io filai via di scatto dalla ringhiera per andare a cercare degli indumenti.
Prima di entrare in cabina mi fermai ad ascoltare nel corridoio ai piedi della scala. Un debole russare proveniva dalla porta chiusa della cabina dell’ufficiale superiore. La porta del secondo ufficiale era alla catena, ma lì dentro il buio era assolutamente muto. Anche lui era giovane e riusciva a dormire come un sasso. Restava il cambusiere, ma non si sarebbe certo svegliato prima di essere chiamato. Presi un pigiama dalla mia cabina e, tornando in coperta, vidi l’uomo nudo venuto dal mare seduto sul boccaporto centrale, biancheggiante nel buio, i gomiti sulle ginocchia e la testa tra le mani. In pochi secondi infilò il corpo bagnato in un pigiama con lo stesso disegno a righe grigie di quello che indossavo io e mi venne dietro sul cassero come un mio doppione. Insieme ci spostammo verso poppa, a piedi scalzi, in silenzio.
«Di che si tratta?», chiesi sottovoce, prendendo la lanterna accesa dalla chiesuola e sollevandogliela in faccia.
«Un brutto affare».
Aveva tratti piuttosto regolari; una bella bocca; occhi chiari sotto le sopracciglia nere un po’ spesse; una fronte liscia, squadrata; le guance glabre; baffetti castani e un mento ben fatto, rotondo. Aveva un’espressione intensa, cogitabonda, alla luce indagatrice della lampada che gli tenevo sulla faccia; come quella di un uomo uso a pensare troppo in solitudine. Il mio pigiama era esattamente della sua taglia. Un giovanotto ben piantato di non più di venticinque anni. Si mordeva il labbro inferiore con una fila di denti bianchi e regolari.
«Già», dissi, riponendo la lampada nella chiesuola. La calda, cupa notte tropicale tornò a inghiottirgli nuovamente la testa.
«C’è una nave laggiù», mormorò.
«Sì, lo so. Il Sephora. Sapevate di noi?»
«Non ne avevo la più pallida idea. Io sono il loro ufficiale superiore…». Fece una pausa e si corresse: «Ma dovrei dire ero».
«Ah! Qualche guaio?»
«Già. Un guaio grosso. Ho ucciso un uomo».
«Che intende dire? Poco fa?»
«No, durante la traversata. Settimane fa. Trentanove gradi sud. Quando dico un uomo…».
«Un accesso di collera», suggerii con sicurezza.
La testa in ombra, nera come la mia, sembrò annuire impercettibilmente al di sopra del grigio spettrale del mio pigiama. Era, nella notte, come se mi trovassi di fronte alla mia stessa immagine riflessa nelle profondità di un fosco immenso specchio.
«Bella cosa da confessare per un ex cadetto del Conway», mormorò distintamente il mio doppio.
«Siete stato cadetto sul Conway?»
«Infatti», disse, come meravigliandosi. Poi, lentamente… «Forse anche voi…».
Era così; ma essendo io un paio di anni più vecchio me ne ero andato prima che arrivasse lui. Dopo un breve interscambio di date cadde il silenzio; e subito pensai al mio assurdo ufficiale con le sue fedine terrificanti e la sua degna intelligenza: «Anima benedetta – non lo dite neanche». Il mio doppio mi diede un’idea di quello che pensava dicendo:
«Mio padre fa il pastore nel Norfolk. Mi ci vedete davanti a un giudice e una giuria con quell’imputazione? Per conto mio non ne vedo la necessità. C’è gente che un angelo del paradiso… Ma io non lo sono. Era una di quelle creature che ribollono solo e sempre di un’insensata specie di malvagità. Demoni miserabili che non hanno alcuna ragione di esistere. Non faceva il suo dovere e non lasciava che altri facesse il proprio. Ma a che serve parlarne! Voi conoscete bene quel tipo di botoli malevoli e ringhiosi…».
Si rivolgeva a me come se le nostre esperienze fossero state identiche come i nostri indumenti. E io sapevo abbastanza bene quanto siano pericolosi tali personaggi laddove non v’è mezzo legale di reprimerli. E sapevo anche abbastanza bene che quel mio doppio non era uno scellerato omicida. Non pensai a chiedergli dettagli, e lui mi raccontò grosso modo la storia con frasi aspre, sconnesse. Non avevo bisogno d’altro. Vedevo tutto svolgersi sotto i miei occhi come se io stesso fossi in quell’altro pigiama.
«Accadde mentre stavamo alzando una vela di trinchetto con terzaruoli, al crepuscolo. Trinchetto con terzaruoli! Comprendete che razza di tempo. Era la sola vela che avevamo lasciato per mantenere la navigazione; per cui potete immaginare quello che stavamo passando da giorni. Lavoro piuttosto affannoso, quello. Mi si rivolse mentre ero alla scotta affibbiandomi qualcuna delle sue esecrabili insolenze. Credetemi, ero stanco morto per quel tempo terribile che sembrava non aver mai fine. Spaventoso, credetemi – e con la nave carica. Credo che anche quell’individuo fosse mezzo fuori di sé dalla paura. Non era il momento adatto per rimproveri da gentiluomini, così mi voltai e lo atterrai come un bue. Quello si rialza e mi è addosso. Ci attaccammo corpo a corpo proprio mentre un maroso impressionante stava per abbattersi sulla nave. Tutto l’equipaggio lo vide arrivare e si aggrappò alle manovre, ma io lo tenevo per la gola, e continuavo a scuoterlo come un topo, mentre gli uomini sopra di noi gridavano: «Attenti! Attenti». Poi uno schianto, come se il cielo mi fosse crollato in testa. E dicono che per più di dieci minuti non fu possibile vedere niente della nave – solo i tre alberi e un pezzetto del castello di prora e del cassero che si muovevano a fior d’acqua inondati di schiuma. Fu un miracolo che ci trovassero, aggrovigliati dietro le bitte di prora. È chiaro che non scherzavo, perché quando ci raccolsero ancora lo tenevo per la gola. Era tutto nero in faccia. Fu il colmo per loro. Pare che ci abbiano portato a poppa di corsa, abbrancati come eravamo, gridando: «Assassino!», come un branco di pazzi; e siano piombati nella sala di poppa. Intanto la nave correva, lottando per salvarsi, sballottata qua e là in continuazione, e ogni istante poteva essere l’ultimo, in un mare che faceva diventare i capelli bianchi solo a guardarlo. So che anche il capitano prese a inveire come tutti gli altri. Non aveva dormito un minuto da più di una settimana, e un affare del genere, che gli capitava tra capo e collo nel mezzo di un violento fortunale, lo fece quasi impazzire. Mi stupisco che non mi abbiano scaraventato fuori bordo dopo avermi strappato di mano la preziosa carcassa del loro degno compagno. Dovettero faticare alquanto per separarci, mi han detto. Una storia tanto feroce da far saltare sulla sedia un vecchio giudice e dei rispettabili giurati. La prima cosa che sentii quando tornai in me fu l’esasperante ululare di quella tempesta senza fine, e, ancora più forte di quella, la voce del capitano. Il vecchio si sporgeva sopra la mia cuccetta, fissandomi con due occhiacci mezzo nascosti dal berretto.
«Signor Leggatt, avete ucciso un uomo. Non potete più esercitare il grado di ufficiale superiore di questa nave».
L’impegno che metteva per tenere bassa la voce la faceva sembrare monotona. Si teneva aggrappato con una mano a un’estremità dell’osteriggio, e per tutto quel tempo non aveva mosso un muscolo, per quanto potevo vedere. «Bella storiella edificante per l’ora del tè», concluse nello stesso tono.
Anch’io mi tenevo aggrappato con una mano all’estremità dell’osteriggio; e neanche io avevo mosso un muscolo, per quel che ricordavo. Eravamo in piedi a meno di un passo di distanza l’uno dall’altro. Mi venne in mente che se il vecchio «Anima benedetta – non lo dite neanche» avesse infilato la testa su per la scaletta di boccaporto e ci avesse scorto, avrebbe pensato di vederci doppio, o creduto di trovarsi di fronte alla scena di una stregoneria soprannaturale; il bizzarro capitano impegnato a confabulare tranquillamente accanto alla ruota del timone con il suo stesso grigio fantasma. Cominciai a preoccuparmi alquanto di prevenire che niente del genere accadesse. Sentivo il tenue parlare in sordina dell’altro.
«Mio padre fa il pastore nel Norfolk», diceva. Evidentemente si era dimenticato di avermi già detto questo particolare importante. Davvero una bella storiella.
«È meglio che sgusciate nella mia cabina adesso», dissi, avviandomi furtivamente. Il mio doppio mi tenne dietro; a piedi nudi non facemmo il minimo rumore; lo feci entrare, chiusi con cura la porta, e, dopo aver dato la sveglia al secondo ufficiale, tornai in coperta ad aspettare che mi rilevasse.
«Non c’è ancora gran segno di vento», commentai quando mi si avvicinò.
«No, signore. Non molto», assentì, mezzo addormentato, con voce rauca, senza un briciolo di deferenza in più di quanto bastava, e reprimendo a stento uno sbadiglio.
«Be’, è tutto quello che dovete fare. Gli ordini sono questi».
«Sì, signore».
Passeggiai per un po’ su e giù sul cassero e lo vidi prender posizione a faccia avanti, con i gomiti puntati sulle griselle delle sartie di mezzana, prima di scendere sottocoperta. Il debole, pacato russare dell’ufficiale superiore continuava indisturbato. La lampada della cucina ardeva sulla tavola, dove si trovava un vaso pieno di fiori: una gentile attenzione da parte del mercante che ci aveva fornito i viveri – gli ultimi fiori che avremmo visto per i prossimi tre mesi, a dir poco. Due caschi di banane pendevano simmetricamente dal baglio, uno per ciascun lato della calotta del timone. Tutto sulla nave era come prima – salvo il fatto che due dei pigiami del capitano venivano indossati simultaneamente: uno si era appena fermato in cucina, l’altro rimaneva del tutto immobile nell’alloggio del capitano.
Devo a questo punto spiegare che la mia cabina era a forma di L maiuscola, con la porta nell’angolo, che si apriva nella parte corta della lettera. A sinistra c’era un divano, a destra il letto; la mia scrivania e il tavolo dei cronometri si trovavano di fronte alla porta. Ma chiunque l’avesse aperta, a meno che non entrasse all’interno, non poteva vedere quella che io definisco la parte lunga (o verticale) della lettera. Conteneva degli stipetti sormontati da uno scaffale per i libri; e alcuni vestiti, uno o due giacconi, berretti, un’incerata, e altre cose del genere appese a dei ganci. Da quella parte, in fondo, c’era una porta che si apriva sul mio bagno, nel quale si poteva entrare anche direttamente dal saloncino. Ma quell’uscio non veniva mai adoperato.
Il nuovo misterioso venuto aveva scoperto i vantaggi di quella forma particolare. Nell’entrare nella mia stanza, fortemente illuminata da una grande lanterna a paratia agganciata a dei bilancieri sopra la mia scrivania, non lo vidi da nessuna parte finché non uscì tranquillo da dietro i soprabiti appesi nella zona nascosta.
«Ho sentito qualcuno aggirarsi, e mi sono subito ficcato lì dietro», sussurrò.
Parlai anch’io sottovoce.
«Nessuno entrerà qui senza bussare e chiedere il permesso».
Annuì. Il viso era magro e l’abbronzatura scolorita, come se fosse stato malato. E non c’era da stupirsene. Era stato, come mi informò allora, tenuto agli arresti nella sua cabina per quasi sette settimane. Ma non c’era, nei suoi occhi o nella sua espressione, alcun segno di malattia. Non mi somigliava affatto, in verità; però, così in piedi, curvi sulla mia cuccetta, sussurrando l’uno affianco all’altro, con le teste nere vicine e le schiene rivolte alla porta, chiunque fosse stato abbastanza temerario da aprirla di soppiatto avrebbe avuto il piacere di cogliere la visione soprannaturale di un doppio capitano occupato a parlottare con l’altro se stesso.
«Ma tutto questo non mi dice come siete finito appeso alla scaletta», lo interrogai, tra i mormorii appena percettibili che adoperavamo, dopo che mi ebbe narrato qualcosa in più sugli avvenimenti a bordo del Sephora, una volta passato il tempaccio.
«Quando avvistammo il promontorio di Giava io avevo avuto il tempo di riflettere a lungo sull’intera faccenda. Per sei settimane non avevo fatto nient’altro, con solo un’oretta scarsa ogni sera per sgranchirmi le gambe sul cassero».
Parlava sussurrando, le braccia conserte, sull’orlo della mia cuccetta, tenendo lo sguardo fisso sull’oblò aperto. E io riuscivo a immaginarmi perfettamente quel modo di pensare – un’operazione caparbia se non risoluta; qualcosa di cui io sarei stato assolutamente incapace.
«Calcolai che sarebbe stato buio prima che ci accostassimo a terra», continuò, talmente sottovoce che dovetti tendere le orecchie, con tutto che eravamo così vicini che le nostre spalle quasi si toccavano. «Così chiesi di parlare col vecchio. Sembrava sempre molto sofferente quando veniva a trovarmi – come se non riuscisse a guardarmi in volto. Sapete, quella vela di trinchetto aveva salvato la nave. Pescava troppo per riuscire a navigare a lungo con l’alberatura senza vele. Ed ero stato io a rimediargli la situazione. Fatto sta che venne da me. Quando fu nella mia cabina – stava presso la porta guardandomi come se io già avessi il capestro intorno al collo – gli chiesi senza mezzi termini di non serrare la porta della mia cabina di notte, mentre la nave attraversava lo stretto di Sonda. La costa di Giava sarebbe stata a due o tre miglia, al largo della punta di Angier. Non volevo niente di più. Ho vinto la gara di nuoto il secondo anno che ero sul Conway».
«Ci credo», sussurrai appena.
«Dio solo sa perché mi rinchiudevano ogni notte. A vedere alcune delle loro facce avreste pensato che avevano paura che mi aggirassi la notte a strangolare la gente. Sono un bruto assassino? Ne ho l’aria? Perbacco! Se lo fossi stato non si sarebbe fidato in quel modo a entrare nella mia stanza. Direte che avrei potuto dargli uno spintone e saettare fuori, in quel momento – era già buio. Ebbene, no. E per la stessa ragione non pensavo a cercare di sfondare la porta. Sentendo il rumore tutti sarebbero accorsi per fermarmi, e non avevo intenzione di ficcarmi in una malaugurata rissa. Qualcun altro avrebbe potuto rimanere ucciso – perché non avrei tentato la sortita solo per essere rigettato dentro, e non volevo altri guai di quel tipo. Si rifiutò, sembrando più che mai sofferente. Aveva paura degli uomini, e anche di quel suo vecchio secondo ufficiale che navigava con lui da anni – un vecchio imbroglione dalla barba grigia; e pure il cambusiere era con lui il diavolo sa da quando – diciassette anni o più – una specie di saccente fannullone che mi odiava come il veleno, solo perché ero l’ufficiale superiore. Nessun ufficiale superiore ha mai fatto più di un viaggio sul Sephora, dovete sapere. Quei due vecchi compari tenevano la nave sotto controllo. Solo il diavolo sa di che cosa il capitano non avesse paura (i nervi gli andarono completamente in pezzi in quell’infernale momento di brutto tempo che attraversammo) – di quello che la legge gli avrebbe fatto – di sua moglie, forse. Oh, sì! Lei è a bordo. Anche se non penso che si sarebbe immischiata. Sarebbe solo stata molto contenta di sloggiarmi dalla nave in qualsiasi modo. Avevo il “marchio di Caino”, è chiaro. Va bene, però. Ero più che pronto ad andarmene vagabondo sulla faccia della terra – e quello era un buon prezzo da pagare per un Abele di quella razza. In ogni modo, non mi diede ascolto. “Questa faccenda deve seguire il suo corso. Io qui rappresento la legge”. Tremava come una foglia. “Dunque no?”. “No!”. “Allora spero che riusciate a dormirci sopra”, dissi, e gli voltai le spalle. “Mi stupisce che ci riusciate voi”, gridò lui, sprangando la porta.
Ebbene, dopo questo, non ci riuscii. Non molto bene. Ciò è accaduto tre settimane fa. Abbiamo attraversato il mare di Giava lentamente; siamo andati alla deriva vicino Carimata per un dieci giorni. Quando ci siamo ancorati qui tutti hanno pensato, credo, che fosse finita bene. La costa più vicina (e si tratta di cinque miglia) è la destinazione della nave; il console sarebbe presto arrivato a prendermi in custodia; e non c’era scopo nel darmi alla fuga su uno di quegli isolotti lì attorno. Credo che non ci sia una goccia d’acqua. Non so come sia andata, ma stasera quel cambusiere, dopo avermi portato la cena, quando è uscito per lasciarmi mangiare, non ha chiuso a chiave la porta. Ho mangiato – tutto quanto c’era, per di più. Dopo aver finito ho camminato sul cassero. Non so se avessi in mente qualcosa. Tutto quel che volevo era una boccata d’aria fresca, credo. Poi fui colpito da un’improvvisa tentazione. Scalciai in aria le ciabatte e fui in acqua prima di essermi risolto del tutto. Qualcuno udì il tonfo e si scatenò un baccano del diavolo. “È scappato! Calate le scialuppe! Si è suicidato! No, sta nuotando”. Certo che stavo nuotando. Non è così facile per un nuotatore come me suicidarsi affogando. Toccai riva sull’isolotto più vicino prima che la scialuppa si staccasse dalla murata della nave. Li sentii vogare nel buio, lanciare richiami, e via così, ma dopo un po’ desistettero. Tutto tornò tranquillo e l’ancoraggio divenne immobile come la morte. Mi sedetti su un masso e cominciai a pensare. Ero sicuro che avrebbero ripreso a cercarmi alle prime luci del giorno. Non c’era posto per nascondersi su quelle pietraie – e se ci fosse stato, a che sarebbe servito? Però adesso mi ero liberato della nave, non sarei tornato indietro. Così dopo un poco mi tolsi tutti i vestiti, li legai in un fagotto con dentro una pietra e li gettai al largo dal lato esterno di quell’isolotto. Come suicidio poteva bastare. Pensassero quello che volevano, io però non avevo intenzione di affogarmi. Intendevo nuotare fino a sprofondare – ma non è la stessa cosa. Mi lanciai a nuoto verso un’altra di quelle isolette, e fu da quella che vidi per la prima volta il vostro fanale di fonda. Qualcosa verso cui nuotare. Proseguii senza forzare, e nuotando incontrai una roccia piatta uno o due piedi sopra il livello dell’acqua. Di giorno, oserei dire, lo potreste distinguere dal vostro cassero con un binocolo. Mi ci arrampicai e riposai per un po’. Poi ripartii. L’ultimo tratto deve essere stato più di un miglio».
Il suo bisbigliare si indeboliva sempre di più, e per tutto il tempo aveva fissato dritto fuori dell’oblò, attraverso il quale non si vedeva nemmeno una stella. Io non lo avevo interrotto. C’era qualcosa nel suo racconto, o forse proprio in lui, che rendeva impossibile ogni commento; una specie di sensazione, una qualità, per cui non riesco a trovare un nome. E quando smise, tutto quel che trovai fu un futile sussurro: «Così avete nuotato verso il nostro fanale?»
«Sì – dritto verso di esso. Era qualcosa verso cui nuotare. Non potevo vedere nessuna stella in basso perché c’era di mezzo la costa, e non riuscivo nemmeno a vedere terra. L’acqua sembrava vetro. Pareva di nuotare in una dannata cisterna profonda mille piedi senza alcun punto dove potersi arrampicate ed uscirne; ma quel che non mi andava a genio era il fatto di nuotare in tondo come un torello impazzito prima di rinunciare; e poiché non intendevo tornare indietro… No. Mi ci vedete mentre mi trascinano per la collottola da una di queste isolette, nudo come un verme e agitato come una bestia selvatica? Qualcuno ci sarebbe rimasto ucciso di certo, e non volevo una cosa del genere. Così continuai. Poi la vostra scaletta…».
«Perché non avete dato una voce alla nave?», chiesi, parlando un po’ più forte.
Mi toccò leggermente la spalla. Dei passi pigri sopraggiunsero fermandosi proprio sopra la nostra testa. Il secondo ufficiale aveva attraversato il cassero venendo dall’altro lato e poteva esser appoggiato alla ringhiera, per quel che ne sapevamo.
«Non è possibile che ci abbia sentito parlare – vero?», mi alitò ansiosamente nell’orecchio il mio doppio.
La sua ansietà costituiva già una risposta, e una risposta sufficiente, alla domanda che gli avevo posto. Una risposta che conteneva tutte le difficoltà di quella situazione. Chiusi l’oblò con calma, per essere sicuri. Una parola detta troppo forte avrebbe potuto essere percepita.
«Chi è?», sussurrò allora.
«Il mio secondo. Ma di lui non ne so molto più di voi».
E gli raccontai un po’ di me. Mi era stato affidato quel comando proprio quando meno mi aspettavo una cosa del genere, nemmeno una quindicina di giorni addietro. Non conoscevo né la nave né la gente. Non avevo avuto il tempo in porto di guardarmi intorno o di vagliare nessuno di loro. E per quanto riguardava l’equipaggio, tutto quel che sapevano era che io avevo l’incarico di riportare la nave in patria. Per il resto, a bordo ero quasi altrettanto estraneo che lui stesso, dissi. E in quel momento la cosa mi pesava molto. Sentivo che sarebbe bastato molto poco per rendermi una persona sospetta agli occhi della compagnia che possedeva la nave.
Intanto si era voltato; e noi, i due estranei sulla nave, ci trovammo faccia a faccia in un identico atteggiamento.
«La vostra scaletta…», mormorò, dopo un breve silenzio. «Chi avrebbe pensato di trovare una scaletta calata di notte in una nave ancorata qui! In quel momento mi sentivo spiacevolmente stanco. Dopo la vita che ho fatto per nove settimane, chiunque sarebbe stato fuori forma. Non ce la facevo a nuotare intorno alla nave fino alle catene del timone. E invece, guarda un po’ lì, c’era una scaletta a cui aggrapparsi. Dopo averla afferrata mi son detto: “Tanto a che serve?”, quando ho scorto la testa di un uomo che mi guardava dall’alto ho pensato di nuotar via e lasciarlo lassù a urlare – in qualsiasi lingua fosse. Non mi importava di essere guardato. Mi – mi piaceva. E poi voi che parlavate così tranquillamente – come se vi aspettaste che io fossi lì – ha fatto sì che io restassi aggrappato un po’ più a lungo. Era stato un periodo maledettamente solitario – non dico quello in cui nuotavo. Ero contento di parlare un po’ con qualcuno che non fosse del Sephora. Chiedere del capitano è stato un semplice impulso. Poteva essere inutile, con tutta la nave che avrebbe saputo di me e quegli altri che sicuramente arriveranno qui domattina. Non so – volevo essere veduto, parlare con qualcuno, prima di continuare. Non so quel che avrei detto… “Bella nottata, vero?” o qualcosa del genere».
«Credete che saranno qui tra poco?», chiesi un po’ incredulo.
«È molto probabile», rispose debolmente.
Sembrò tutto a un tratto più che mai stravolto. La testa gli ondeggiava sulle spalle.
«Mmmm. Lo vedremo. Per ora sistematevi in quel letto», sussurrai. «Serve aiuto? Ecco».
Era una cuccetta piuttosto alta, con sotto una serie di cassetti. Il sorprendente nuotatore aveva veramente bisogno della spinta che gli diedi prendendolo per le gambe. Stramazzò sul letto, si rigirò sulla schiena e si buttò un braccio sugli occhi. E allora, con la faccia quasi del tutto nascosta, doveva avere esattamente l’aspetto che ero solito avere io in quel letto. Fissai l’altro me stesso per un po’ prima di tirare con cura le due tendine di saia verde che scorrevano su un’asta di ottone. Pensai per un momento di unirle con uno spillo, per maggior sicurezza, ma mi sedetti sul divano, e una volta lì non mi sentii di rialzarmi per andare in cerca di uno spillo. L’avrei fatto di lì a un momento. Ero stanchissimo, in un modo singolarmente intimo, per la tensione della clandestinità, per lo sforzo di sussurrare e per la segretezza di tutta quell’agitazione. Erano ormai le tre ed ero in piedi dalle nove, ma non avevo sonno; non avrei potuto andare a dormire. Restai lì seduto, sfinito, guardando le tendine, cercando di liberarmi dalla confusa sensazione di essere in due posti allo stesso tempo, e fortemente infastidito da un bussare esasperante che avevo in testa. Fu un sollievo scoprire all’improvviso che non era affatto nella mia testa, ma fuori della porta. Prima che riuscissi a riprendermi, la parola “Avanti” mi uscì di bocca, e il cambusiere entrò con un vassoio, portandomi il caffè del mattino. Avevo dormito, malgrado tutto, e mi spaventai talmente che gridai: «Di qua! Sono qui, cambusiere», come se quello fosse stato miglia lontano. Mise il vassoio sul tavolo vicino al divano e solo allora disse, con molta calma: «Lo vedo che è qui, signore». Sentii che mi dava un’occhiata penetrante, ma non osai in quel momento incrociare i suoi occhi. Si dovette domandare come mai avevo tirato le tendine del letto prima di andare a dormire sul divano. Uscì, lasciando la porta alla catena, come al solito.
Udii l’equipaggio che lavava i ponti sopra di me. Sapevo che mi avrebbero avvertito all’istante se ci fosse stato del vento. Bonaccia, pensai, ed ero doppiamente seccato. Davvero, mi sentivo doppio più che mai. Il cambusiere riapparve inaspettatamente sulla soglia. Saltai su dal divano così in fretta che quello sobbalzò.
«Che vuoi qui?»
«Chiudere l’oblò, signore – stanno lavando i ponti».
«È chiuso», dissi, arrossendo.
«Molto bene, signore». Ma non si mosse dalla soglia e restituì la mia occhiata a lungo, in una maniera eccezionalmente equivoca. Quindi i suoi occhi vacillarono, la sua intera espressione cambiò, e con una voce insolitamente gentile, quasi a blandirmi:
«Posso entrare a prendere la tazza vuota, signore?»
«Naturalmente!». Gli diedi le spalle mentre si infilava dentro per riuscire rapidamente. Allora sganciai e chiusi la porta tirando perfino il chiavistello. Quella storia non poteva durare molto a lungo. Per di più, la cabina era calda come un forno. Sbirciai il mio doppio, e scoprii che non si era mosso, teneva ancora il braccio sugli occhi; ma il petto sussultava; aveva i capelli bagnati; il mento gli brillava di sudore. Mi spinsi sopra di lui e aprii l’oblò.
«Devo farmi vedere in coperta», riflettei.
Naturalmente, in teoria, potevo fare come mi piaceva, e nessuno, entro l’intero arco dell’orizzonte, poteva contraddirmi; ma non osai chiudere a chiave la porta della mia cabina e portar via la chiave. Non appena misi la testa fuori della scala del boccaporto, vidi il gruppo dei miei due ufficiali, il secondo ufficiale a piedi nudi, l’ufficiale superiore con lunghi stivali di caucciù, vicino alla coperta del casseretto e il cambusiere a metà della scala del casseretto che da là sotto parlottava sollecito con i due. Si accorse del mio arrivo e si defilò dabbasso, il secondo si precipitò in coperta urlando qualche ordine o altro, e l’ufficiale superiore mi venne incontro, toccandosi il cappello.
Nell’occhio aveva una specie di curiosità che non mi garbava. Non so se il cambusiere avesse detto loro che io apparivo soltanto “strano”, o del tutto ubriaco, ma so che l’amico aveva intenzione di darmi una bella inquadrata. Lo osservai arrivare con un sorriso che, mentre lui giungeva a distanza ravvicinata, sortì il suo effetto e lo congelò sino alle fedine. Non gli diedi il tempo di aprire la bocca.
«Bracciate i pennoni ad angolo retto con gli amantigli prima che gli uomini vadano a colazione».
Era il primo ordine specifico che avessi dato a bordo di quella nave; e rimasi sul ponte a vedere mentre lo eseguivano. Avevo sentito il bisogno di impormi senza perdere tempo. Quel cucciolotto beffardo dovette abbassare la cresta in quella circostanza, e colsi anche l’occasione per dare una buona occhiata alla faccia di ogni singolo marinaio di trinchetto mentre mi sfilavano davanti dirigendosi ai bracci poppieri. All’ora di colazione, senza toccar cibo, presiedetti con tale frigida dignità che i due ufficiali furono semplicemente contentissimi di squagliarsela dal quadrato non appena il decoro glielo permise; e per tutto quel tempo il duplice lavorio del cervello mi tormentò quasi fino a farmi perdere la mia sanità mentale. Stavo costantemente osservando me stesso, il me stesso segreto, che dipendeva dalle mie azioni così come la mia stessa personalità, addormentato in quel letto, dietro quella porta che mi stava di fronte mentre sedevo a capotavola. Era davvero come essere pazzi, anzi era peggio, in quanto se ne era consapevoli.
Lo dovetti scuotere per un buon minuto, ma quando infine aprì gli occhi era nel pieno possesso delle sue facoltà, e mi guardava interrogativamente.
«Tutto bene finora», sussurrai. «Adesso sarà il caso di scomparire nel bagno».
Lo fece, silenzioso come un fantasma, e allora suonai al cambusiere, e affrontandolo temerariamente gli comandai di rassettare il mio alloggio mentre prendevo un bagno – «e fa’ in fretta». Poiché il mio tono non ammetteva scuse, disse: «Sissignore», e corse a prendere la paletta e gli spazzoloni. Feci il bagno e mi rivestii quasi completamente, facendo rumore con l’acqua e fischiettando a conforto del cambusiere, mentre il segreto compagno della mia vita restava dritto in piedi allineato e irrigidito in quel piccolo spazio, con la faccia che alla luce del giorno appariva fortemente incavata, con le palpebre semichiuse sotto la linea scura e severa delle sopracciglia, ravvicinate da un lieve aggrottamento.
Quando lo lasciai lì per tornare nella mia stanza il cambusiere stava terminando di spolverare. Mandai a chiamare l’ufficiale superiore e lo intrattenni per un po’ in una conversazione banale. Fu quasi, per così dire, come baloccarsi con la spaventevole natura delle sue fedine; ma il mio scopo era di dargli l’occasione per dare una buona occhiata alla mia cabina. E dopo avrei finalmente potuto, con la coscienza tranquilla, chiudere la porta del mio alloggio e riportare il mio doppio nella zona nascosta. Non c’era nient’altro da fare. Doveva starsene seduto immobile su un piccolo sgabello pieghevole, mezzo soffocato dai pesanti soprabiti lì appesi. Stemmo ad ascoltare il cambusiere che entrava nel bagno dalla porta del saloncino, e lì riempiva le bottiglie, strofinava il bagno, riordinava, spolverava, sbatteva, strepitava – riusciva di nuovo verso la saletta – girava la chiave – chiudeva. Quello era il mio piano per mantenere invisibile il secondo me stesso. Non si poteva escogitare niente di meglio, date le circostanze. E restammo lì seduti; io al mio scrittoio, pronto a sembrare occupato con delle carte, lui dietro di me, fuori di vista rispetto alla porta. Non sarebbe stato prudente parlare durante il giorno; e non avrei sopportato l’agitazione provocata da quella strana sensazione di star bisbigliando a me stesso. Di tanto in tanto, gettando uno sguardo da sopra la spalla, lo vedevo là dentro, seduto rigidamente sul basso sgabello, i piedi nudi ravvicinati, le braccia incrociate, la testa poggiata sul petto – e perfettamente immobile. Chiunque lo avrebbe scambiato per me.
Ne ero affascinato io stesso. Dovevo ad ogni momento guardarlo da sopra la spalla. Lo stavo osservando quando si sentì una voce al di là della porta:
«Chiedo scusa, signore».
«Dunque?»… Tenni gli occhi su di lui, e così, quando la voce fuori della porta annunciò: «C’è una lancia che viene verso di noi, signore», lo vidi sobbalzare – il primo movimento che avesse fatto da ore. Ma non sollevò la testa ripiegata.
«Va bene. Calate la scaletta».
Esitai. Dovevo sussurrargli qualcosa? Ma cosa? La sua immobilità non sembrava essere mai stata interrotta. Che avrei potuto dirgli che lui già non sapesse?… Infine salii in coperta.
II.
Il comandante del Sephora portava una sottile striscia di barba rossiccia tutto intorno al volto e aveva il tipo di carnagione che si accompagna ai capelli di quel colore; anche la caratteristica e piuttosto untuosa sfumatura di azzurro degli occhi. Non era quel che si dice una figura notevole; aveva spalle alte, la statura affatto mediocre – una gamba leggermente più storta dell’altra. Mi diede la mano, guardandosi vagamente attorno. Ritenni che la sua caratteristica principale fosse una fiacca tenacia. Lo trattai con una cortese formalità che sembrò sconcertarlo. Forse era timido. Bofonchiava come se si vergognasse di quanto andava dicendo; mi disse come si chiamava (qualcosa come Archbold – ma a distanza di così tanti anni non ne sono più sicuro), il nome della sua nave, e alcuni altri particolari del genere, al modo di un criminale che vada rendendo una riluttante e dolente confessione. Aveva incontrato un tempo terribile durante la traversata – terribile – terribile – e con la moglie a bordo, per di più.
A questo punto ci eravamo seduti nel saloncino; e il cambusiere portò un vassoio con bottiglia e bicchieri. «Grazie! No». Non beveva mai liquori. Avrebbe accettato dell’acqua, però. Ne bevve due bicchieri colmi. Lavoro dannatamente assetante. Era dalla prima luce del giorno che stava esplorando le isole intorno alla sua nave.
«Per quale motivo – per divertimento?», domandai, mostrandomi cortesemente interessato.
«No!». Sospirò. «Penoso dovere».
Poiché persisteva nel suo biascicare e io volevo che il mio doppio non perdesse una parola, escogitai l’idea di informarlo che mi spiaceva dire che ero duro d’orecchi.
«Così giovane, anche!», accennò col capo, tenendo gli ottusi occhi azzurro sporco inchiodati su di me. Quale ne era la causa – una malattia? Indagò, senza la minima compassione e come se pensasse che, seppure fosse strano, mi era toccato meno di quello che meritavo.
«Sì; malattia», ammisi con un tono allegro che sembrò sorprenderlo. Ma avevo raggiunto il mio scopo, perché dovette alzare la voce per raccontarmi la storia. Non vale la pena riportare la sua versione. Erano da poco passati due mesi da quando tutto era accaduto, e ci aveva riflettuto talmente tanto che sembrava completamente confuso sugli aspetti della vicenda, ma ancora grandemente impressionato.
«Che pensereste di una cosa simile se accadesse a bordo della vostra nave? Ho comandato il Sephora negli ultimi quindici anni. Sono un capitano rinomato».
Era profondamente afflitto – e forse avrei dovuto provare simpatia per lui se fossi stato in grado di distaccare la mia visione mentale dall’insospettato compagno della mia cabina come se quello fosse il secondo me stesso. Quello era là dall’altro lato della paratia, a quattro o cinque piedi, non di più, da noi che sedevamo nella saletta. Guardai cortesemente il capitano Archbold (se si chiamava così), ma fu l’altro che vidi, in un pigiama grigio, seduto su uno sgabello basso, i piedi ravvicinati, le braccia incrociate, e ogni parola detta tra noi che gli si infilava nelle orecchie della testa nera chinata sul petto.
«Navigo ormai, anche come mozzo e poi marinaio, da trentasette anni, e non ho mai sentito che una cosa simile sia accaduta su un bastimento inglese. E doveva essere proprio la mia nave. Con la moglie a bordo, per di più».
Lo stavo appena ad ascoltare.
«Non pensate», dissi, «che il maroso che, mi avete detto, si abbatté a bordo proprio in quel punto potrebbe aver ucciso il marinaio? Ho visto il puro peso di un maroso uccidere un uomo di schianto, semplicemente rompendogli il collo».
«Buon Dio!», proferì solennemente, appiccicandomi gli occhi di azzurro sporco addosso. «Il mare! Nessun uomo ucciso dal mare ha mai avuto quell’aspetto». Sembrava decisamente scandalizzato dalla mia ipotesi. E mentre lo guardavo, certo non preparato a nessuna mossa singolare da parte sua, spinse la testa vicino alla mia e cacciò fuori la lingua verso di me così inaspettatamente che non potei fare a meno di sussultare all’indietro.
Dopo aver intaccato la mia calma in questo modo espressivo scosse la testa compunto. Se io avessi visto la scena, mi assicurò, non l’avrei dimenticata mai per tutta la vita. Il tempo era troppo brutto per fare al cadavere un degno funerale di mare. Così il giorno dopo, all’alba, lo portarono a poppa, coprendogli la faccia con un pezzo di bandiera da segnalazione; lui lesse una breve preghiera e poi, così com’era, in cerata e stivaloni, lo lanciarono in mezzo a quelle onde alte come montagne che sembravano a ogni istante pronte ad inghiottire la stessa nave e le vite terrorizzate che aveva a bordo.
«Quella vela di trinchetto terzarolata vi ha salvato», buttai lì nel discorso.
«Con l’aiuto di Dio – ci ha salvato», esclamò ferventemente. «È stato per una grazia speciale, lo credo fermamente, che ha resistito a certe raffiche di quell’uragano».
«È stato l’alzare quella vela che…», cominciai a dire.
«C’è la mano di Dio in quello», mi interruppe. «Nient’altro avrebbe potuto farlo. Non mi vergogno a dirvi che quasi non osavo dare quell’ordine. Sembrava impossibile che riuscissimo a toccare qualsiasi cosa senza perderla, e allora la nostra ultima speranza ci avrebbe abbandonati».
Il terrore di quel fortunale ancora lo pervadeva. Lo lasciai proseguire per un pezzetto, poi dissi, casualmente – come ritornando a un argomento secondario:
«Volevate consegnare il vostro ufficiale superiore al personale marittimo di terra, ritengo».
Era così. Alla legge. La sua oscura tenacia riguardo quel punto nascondeva qualcosa di incomprensibile e un po’ terribile; qualcosa, per così dire, di mistico, di abbastanza lontano dalla sua ansia di non voler essere sospettato di «aver assecondato misfatti di quel genere». Trentasette impeccabili anni in mare, di cui oltre venti di immacolato comando, e gli ultimi quindici sul Sephora, sembravano averlo seppellito sotto il peso di obblighi spietati.
«E sapete», proseguì, brancolando pudibondo tra i suoi stessi sentimenti, «non ero stato io a ingaggiare quel giovanotto. I suoi avevano qualche affare in comune con i miei armatori. Sono stato in certo modo costretto a prenderlo a bordo. Sembrava molto in gamba, un vero gentiluomo, e via così. Ma volete saperlo – non mi è mai piaciuto, in un certo senso. Sono un uomo schietto. Capite, non era esattamente l’ufficiale che ci voleva per una nave come il Sephora».
Ero diventato così collegato nei pensieri e nelle impressioni al segreto compagno della mia cabina che mi sentivo come se a me, personalmente, venisse fatto credere che anch’io non ero il tipo giusto che ci voleva come ufficiale di una nave come il Sephora. Dentro di me non ne avevo alcun dubbio.
«Per niente affatto il tipo d’uomo necessario. Voi comprendete», insistette, senza bisogno, guardandomi con durezza.
Sorrisi compiacente. Sembrò un attimo interdetto.
«Suppongo che dovrò fare un rapporto di suicidio».
«Prego?»
«Su-i-ci-dio! Ecco cosa dovrò scrivere ai miei armatori non appena approdiamo».
«A meno che riusciate a riacchiapparlo prima di domani», assentii, senza troppo fervore… «Voglio dire, vivo».
Borbottò qualcosa che davvero non afferrai, e gli indirizzai l’orecchio in atteggiamento interrogativo. Vociò per bene:
«La costa – dico, la terraferma è ad almeno sette miglia da dove siamo ancorati».
«All’incirca».
La mia mancanza di emozione, di curiosità, di sorpresa, di qualsiasi tipo di spiccato interesse, cominciò a destare in lui diffidenza. Ma tranne la ben riuscita finzione della sordità non avevo cercato di fingere nient’altro. Mi ero sentito totalmente incapace di fare ben bene la parte di chi ignora del tutto, e quindi avevo avuto timore di provarci. È anche sicuro che lui si era portato con sé dei sospetti già bell’e fatti, e che vedeva la mia cortesia come uno strano fenomeno innaturale. E tuttavia in che altro modo avrei potuto accoglierlo? Non calorosamente! Quello sarebbe stato impossibile per motivi psicologici che non è il caso di esporre adesso. Il mio unico obiettivo era di eludere le sue interrogazioni. Scontrosamente? Sì, ma la scontrosità avrebbe potuto provocare una domanda a bruciapelo. Per il fatto di essergli del tutto nuova e per la sua natura, una cortesia puntigliosa era la maniera più appropriata per tenerlo a freno. Ma c’era il pericolo che lui penetrasse nella mia difesa senza complimenti. Non avrei potuto, penso, affrontarlo con una menzogna diretta, anche per ragioni psicologiche (non morali). Se solo avesse immaginato quanto temevo che mettesse alla prova le mie sensazioni di identità con l’altro! Ma, strano a dirsi – (ci pensai soltanto dopo) – credo che fosse non poco sconcertato dal rovescio di quella bizzarra situazione, da qualcosa in me che gli rammentava l’uomo che stava cercando – che evocava una misteriosa somiglianza con il giovanotto di cui non si era fidato e che non gli era piaciuto fin dal primo momento.
Comunque fosse, il silenzio non si prolungò molto. Fece un altro tentativo indiretto.
«Ho calcolato che avremo vogato per non più di due miglia fino alla vostra nave. Non di più».
«Anche troppo, con questo caldo terribile», dissi.
Seguì un’altra pausa carica di diffidenza. Dicono che la madre delle invenzioni sia la necessità, ma anche la paura non è priva di ingegnosi sotterfugi. E temevo che di punto in bianco mi chiedesse notizie dell’altro me stesso.
«Bel saloncino, vero?», commentai, come notando per la prima volta il modo in cui i suoi occhi vagavano da una porta chiusa all’altra. «E anche molto ben arredato. Qui, per esempio», continuai, sporgendomi sopra lo schienale della sedia con fare disattento e spalancando la porta, «c’è il mio bagno».
Fece un movimento impaziente, ma ci diede appena un’occhiata. Mi alzai, chiusi la porta del bagno e lo invitai a guardare in giro, come se fossi molto orgoglioso della mia sistemazione. Dovette alzarsi e farsi mostrare l’ambiente, ma subì la cosa senza il minimo entusiasmo.
«E ora diamo uno sguardo al mio alloggio», dichiarai, con voce tanto alta quanto me lo consentiva la mia temerarietà, attraversando il saloncino verso il lato di tribordo con passi volutamente pesanti.
Mi seguì all’interno e si guardò in giro. Il mio intelligente doppio era svanito. Feci la mia parte.
«Molto comodo – nevvero?»
«Molto bello, molto co…». Non terminò, e uscì bruscamente come per sfuggire a qualche malvagia furberia da parte mia. Ma non gli sarebbe riuscito. Mi ero troppo spaventato per non provare un sottile desiderio di vendetta; sentii che lo avevo costretto alla fuga, e intendevo continuare a farlo allontanare. La mia cortese insistenza doveva aver contenuto un che di minaccioso, perché all’improvviso lui cedette. E non gli risparmiai una sola cosa; la stanza dell’ufficiale superiore, la dispensa, le cambuse, perfino il deposito delle vele che era anch’esso sotto poppa – dovette guardare dentro ognuno di essi. Quando infine lo condussi fuori a mostrargli il cassero tirò un lungo sospiro avvilito, e bofonchiò malinconicamente che era davvero il caso di rientrare alla nave, ormai. Pregai il mio ufficiale superiore, che ci aveva raggiunto, di occuparsi della scialuppa del capitano.
L’uomo dalle fedine soffiò forte nel fischietto che soleva portare appeso attorno al collo e urlò: «Il Sephora scende!». Il mio doppio laggiù nella mia cabina dovette udire, e certo non poté sentirsi più sollevato di me. Quattro marinai sbucarono di corsa da qualche parte della prora verso la murata, mentre i miei uomini, spuntati anch’essi in coperta, si allineavano lungo la ringhiera. Scortai cerimoniosamente il mio visitatore alla passerella e mancò poco che esagerassi. Era davvero una bestia tenace. Già sulla scaletta indugiò, e in quella sua maniera unica, colpevolmente scrupolosa, di perseguire un obiettivo:
«Dico… voi… non pensate che…».
Gli coprii la voce parlando forte:
«Certo che no… È stato un piacere. Addio».
Avevo una mezza idea di quello che intendesse dire, e mi salvai grazie al privilegio d’esser duro d’orecchi. Era tutto sommato troppo scosso per insistere, ma il mio ufficiale superiore, testimone oculare di quei saluti, rimase disorientato e la sua faccia assunse un aspetto pensieroso. Poiché non volevo sembrasse che desideravo evitare ogni forma di comunicazione con i miei ufficiali, gli diedi il modo di rivolgersi a me.
«Sembra un gran brav’uomo. L’equipaggio della sua lancia ha raccontato ai nostri una storia del tutto straordinaria, se quel che mi ha detto il cambusiere è vero. Suppongo che il capitano ve l’abbia riferita, signore?»
«Sì. Il capitano mi ha raccontato una storia».
«Una faccenda decisamente brutta – non è vero, signore?»
«Decisamente».
«Batte tutte le storie che si raccontano dei bastimenti degli yankee».
«Non credo che le batta. Non credo che ci assomigli per niente».
«Anima benedetta, signore! Non lo dite neanche! Ma naturalmente io non conosco in nessun modo i bastimenti americani, non io, dunque non potrei ribattere alla vostra conoscenza. È già abbastanza orribile per i miei gusti… Ma la cosa più bislacca è che quei marinai sembravano avere una mezza idea che quell’uomo fosse nascosto qui a bordo. Lo credevano davvero. Avete mai sentito dire una cosa simile?»
«Assurdo – nevvero?».
Stavamo camminando sul cassero di traverso alla nave. A prora non si vedeva nessun membro dell’equipaggio (era domenica), e l’ufficiale superiore incalzò:
«C’è stata una piccola discussione sulla faccenda. I nostri si sono offesi. “Come se potessimo proteggere un tipo simile”, hanno detto. “Volete dare un’occhiata alla carbonaia per vedere se c’è?”. Un discreto battibecco. Ma si sono riconciliati alla fine. Suppongo che si sia affogato. Non credete, signore?»
«Non credo nulla».
«Non avete dubbi in proposito, signore?»
«Nessunissimo».
Lo lasciai lì all’improvviso. Sentivo di star dando una brutta impressione, ma con il mio doppio là sotto era già tanto cercare di rimanere sul ponte. Ed era quasi come cercare di rimanere di sotto. Nel complesso una situazione che metteva i nervi a dura prova. Ma tutto sommato mi sentivo meno diviso in due quando stavo con lui. Non c’era nessuno sull’intera nave con cui io osassi entrare in confidenza. Dal momento che l’equipaggio era venuto a conoscenza della sua storia, sarebbe stato impossibile farlo passare per qualcun altro, e una scoperta accidentale era ormai da temere più ancora di prima…
Siccome il cambusiere era impegnato ad apparecchiare la tavola per la cena, potemmo parlare soltanto con gli occhi, non appena discesi in cabina. Più tardi, nel pomeriggio, provammo cautamente a sussurrarci qualcosa. La tranquillità domenicale della nave era contro di noi; l’immobilità dell’aria e dell’acqua attorno alla nave era contro di noi; gli elementi, gli uomini erano contro di noi – tutto era contro di noi in quel nostro segreto essere associati; il tempo stesso – perché quella situazione non sarebbe potuta andare avanti all’infinito. Perfino la fiducia nella Provvidenza era, credo, negata alla sua colpa. Dovrò confessare che questo pensiero mi gettò non poco nello sconforto? E per quanto riguarda il capitolo dei casi fortuiti, che conta così tanto nel libro del successo, potevo solo sperare che fosse chiuso. Perché quale evento favorevole ci si poteva infatti aspettare?
«Avete sentito tutto?», furono le mie prime parole non appena riprendemmo posizione fianco a fianco, poggiati al mio letto.
Aveva sentito. E prova ne fu il suo sollecito sussurro: «Quell’individuo vi ha detto che quasi non osava dare l’ordine».
Capii che si riferiva a quella vela di trinchetto salvatrice.
«Sì. Aveva paura che andasse persa nella manovra».
«Vi assicuro che quell’ordine lui non lo ha mai dato. Libero di pensarla così, ma non lo ha fatto. Stava lì accanto a me sulla coperta di poppa dopo che la vela di gabbia era stata spazzata dal vento, e piagnucolava sulla nostra ultima speranza – non faceva assolutamente nient’altro che piagnucolare – e la notte si approssimava! Vedere il proprio capitano comportarsi in quel modo in mezzo a un tale tempaccio sarebbe bastato a far perdere la bussola a chiunque. In me provocò una specie di disperazione. Allora assunsi il controllo della situazione e mi allontanai da lui, ribollendo di rabbia, e poi… Ma a che serve raccontarvelo? Voi lo sapete!… Credete che se non li avessi trattati piuttosto crudamente sarei riuscito a far svolgere agli uomini un qualunque lavoro? Nemmeno per sogno! Forse il nostromo? Forse! Non era un mare in tempesta – era un mare furibondo! Credo che la fine del mondo sarà una cosa come quella; e un uomo può avere il fegato di vederla arrivare una volta e farla finita lì per lì – ma doverla affrontare giorno dopo giorno – non potrei farne una colpa a nessuno. Io ero in condizioni appena migliori del resto di loro. Solo che – a ogni buon conto – ero un ufficiale di quella vecchia carboniera…».
«Vi comprendo perfettamente», lo rassicurai con sincerità, parlandogli all’orecchio.
Gli mancava il respiro a forza di sussurrare; lo sentii ansare leggermente. Era tutto molto semplice. La stessa forza scatenata che aveva consentito almeno una via di scampo alla vita di ventiquattro uomini, aveva, come per un contraccolpo, annientato un’esistenza ignobile e ribelle.
Ma non ebbi tempo di valutare i torti e i meriti della vicenda – passai nel saloncino, un pesante bussare alla porta. «C’è abbastanza vento per salpare, signore». Ecco lì l’annuncio di una nuova pretesa nei confronti dei miei pensieri e anche dei miei sentimenti.
«Chiamate a raccolta gli uomini», gridai attraverso la porta. «Sono subito sul ponte».
Stavo per uscire a fare conoscenza con la mia nave. Prima di lasciare la cabina i nostri occhi si incontrarono – gli occhi dei due unici estranei a bordo. Indicai la zona nascosta dove il piccolo sgabello pieghevole lo attendeva e mi portai un dito alle labbra. Mi fece un gesto – un po’ vago – un poco misterioso, accompagnato da un debole sorriso, come di rammarico.
Non è questo il momento di dilungarsi a raccontare le sensazioni di un uomo che senta per la prima volta una nave muoverglisi sotto i piedi, docile alla sua libera volontà. Nel mio caso non erano del tutto inalterate. Non ero del tutto solo con il mio comando; per via di quello straniero nella mia cabina. O piuttosto, non ero completamente e pienamente con la mia nave. Parte di me era assente. Quella sensazione mentale di trovarsi in due posti contemporaneamente influiva su di me fisicamente come se la necessità della segretezza mi fosse davvero penetrata nell’animo. Prima che fosse trascorsa un’ora da quando il veliero aveva cominciato la navigazione, dovendo domandare all’ufficiale superiore (che mi stava a fianco) di rilevare alla bussola la Pagoda, mi bloccai mentre, piegato verso di lui, gli stavo sussurrando alle orecchie. Ho detto che mi bloccai, ma mi era sfuggito abbastanza da farlo rimanere sbalordito. Non ho altro modo di descrivere la scena se non dire che l’amico scartò di fianco come un cavallo allarmato. Un contegno grave e preoccupato, come se fosse in possesso di informazioni imbarazzanti, non lo abbandonò da quel momento. Poco dopo mi allontanai dalla ringhiera per guardare la bussola con un’andatura così furtiva che il timoniere la notò – e io non potei fare a meno di notare che aveva gli occhi insolitamente spalancati. Queste sono cose da nulla, anche se non conviene a nessun comandante farsi sospettare di ridicole eccentricità. Ma ero in preda a manifestazioni ancora più gravi. Per un uomo di mare ci sono delle parole, dei gesti che in certe condizioni vengono altrettanto naturali, altrettanto istintive come il battere di un occhio molestato. Un dato ordine dovrebbe affiorargli alle labbra senza pensare; un dato segnale dovrebbe prodursi da solo, per così dire, senza rifletterci sopra. Ma ogni forma di vigilanza inconsapevole mi aveva abbandonato. Dovetti compiere uno sforzo di volontà per ricondurre me stesso (dalla cabina) alle circostanze in cui mi trovavo. Ebbi coscienza che mi stavo dimostrando un comandante irresoluto a quelle persone che mi osservavano più o meno criticamente.
E, inoltre, c’erano i momenti di panico. Nel secondo giorno di navigazione, ad esempio, tornando dal ponte nel pomeriggio (portavo dei sandaletti di paglia senza calze) mi fermai davanti alla porta della dispensa e mi rivolsi al cambusiere. Era lì dentro che faceva qualcosa dandomi le spalle. Al suono della mia voce per poco non sgusciò fuori dalla sua stessa pelle, come dicono, e ruppe accidentalmente una tazza.
«Che diamine vi succede?», domandai, meravigliato.
Era molto imbarazzato. «Vi chiedo scusa, signore. Ero sicuro che foste nella vostra cabina».
«Come vedete non c’ero».
«Nossignore. Avrei giurato di avervi sentito muovere là dentro non più di un attimo fa. È veramente straordinario… mi dispiace molto, signore».
Proseguii, con un brivido interiore. Mi ero a tal punto identificato con il mio doppio segreto che non ne accennai neanche durante quei pochi spaventati sussurri che ci scambiammo. Credo che avesse fatto un lieve rumore, in un modo o nell’altro. Sarebbe stato un miracolo se non lo avesse fatto prima o poi. Eppure, malgrado l’aspetto smunto, sembrava sempre mantenere perfettamente il controllo su di sé, più che calmo – quasi invulnerabile. Dietro mio suggerimento rimaneva quasi interamente nel bagno, che, nel complesso, era il posto più sicuro. Non ci poteva essere veramente nessun’ombra di scusa per nessuno per volerci entrare, una volta che il cambusiere avesse finito di pulirlo. Era un luogo molto angusto. A volte si sdraiava sul pavimento, con le gambe piegate, la testa appoggiata ad un gomito. Altre volte lo trovavo sullo sgabello pieghevole, seduto col suo pigiama grigio e con i capelli neri rasati come un galeotto paziente ed immobile. Di notte lo facevo entrare di nascosto nel mio letto, e sussurravamo insieme, con i passi regolari dell’ufficiale di guardia che ci passavano e ripassavano sopra la testa. Furono momenti infinitamente miserevoli. Era una fortuna che alcuni barattoli di prelibatezze sotto conserva fossero stivati in un ripostiglio del mio alloggio; di pane raffermo potevo sempre procurarmene; e dunque viveva di sformato di pollo, paté de foie gras, asparagi, ostriche in salmi, sardine – di ogni specie di abominevoli finte ghiottonerie in scatola. Il mio caffè del mattino lo beveva sempre lui; ed era tutto quello che osavo fare per lui a quel riguardo.
Ogni giorno si dovevano affrontare quelle orribili manovre, così che la mia camera e poi il bagno fossero puliti nel solito modo. Arrivai ad odiare la sola vista del cambusiere, ad aborrire la voce di quell’ometto inoffensivo. Sentivo che sarebbe stato lui a portare il disastro della scoperta. Oscillava come una spada sulla nostra testa.
Il quarto giorno di navigazione, penso (stavamo in quel momento bordeggiando a sud lungo la parte orientale del Golfo del Siam, bordata dopo bordata, con vento leggero e mare calmo) – il quarto giorno, dicevo, di questo miserevole giostrare con l’inevitabile, mentre sedevamo a cena, l’ometto, di cui temevo fin la minima mossa, dopo aver servito i piatti subito risalì indaffarato in coperta. Questo non poteva essere pericoloso. Di lì a poco ridiscese; e poi sembrò aver ricordato un mio giaccone che avevo buttato ad asciugare su una ringhiera dopo essermi bagnato durante un acquazzone che era passato sopra la nave nel pomeriggio. Seduto stolidamente a capotavola, rimasi terrorizzato alla vista dell’indumento sul suo braccio. Ovviamente si diresse verso la mia porta. Non c’era tempo da perdere.
«Cambusiere», tuonai. Avevo i nervi così scossi che non riuscii a governare la voce e celare la mia agitazione. Questa era una di quelle cose per cui il mio ufficiale superiore dalle fedine spaventevoli prendeva a tamburellarsi la fronte con l’indice. Lo avevo scoperto a usare quel gesto mentre parlava al carpentiere con aria confidenziale. Erano troppo lontani per cogliere una sola parola, ma non avevo dubbi che quella pantomima potesse solo riferirsi allo strano capitano nuovo.
«Sì, signore», il cambusiere, impallidito, si rivolse verso di me con rassegnazione. Era quel frastornante procedere tra sonori richiami, reprimende senza la benché minima ragione, quell’essere arbitrariamente cacciato dalla mia cabina, esservi richiamato all’improvviso, spedito fuori dalla sua cambusa con incarichi incomprensibili, che spiegava la miseranda espressione che gli si andava sempre più dipingendo in viso.
«Dove state andando con quel giaccone?»
«Nella vostra stanza, signore».
«Arriva un altro acquazzone?»
«Non saprei proprio, signore. Devo andar su di nuovo a vedere, signore?»
«No! Lasciate stare».
Il mio obiettivo era stato raggiunto, poiché naturalmente l’altro me stesso di là doveva aver ascoltato tutto quanto detto. Durante questo interludio i miei due ufficiali non avevano mai alzato gli occhi dai loro rispettivi piatti; ma le labbra di quel maledetto cucciolotto, il secondo ufficiale, tremolarono visibilmente.
Mi aspettavo che il cambusiere appendesse il mio giaccone e riuscisse subito dopo. Se la prese comoda; ma dominai il mio nervosismo a sufficienza per non gridargli dietro. All’improvviso mi resi conto (lo si poté udire abbastanza chiaramente) che l’amico per una ragione o per l’altra stava aprendo la porta del bagnetto. Era la fine. Il posto non era letteralmente grande abbastanza da poterci impiccare un gatto. La voce mi morì in gola e le membra mi si pietrificarono. Mi aspettavo di sentire un grido di sorpresa e spavento, e feci per muovermi, ma non ebbi la forza di sorreggermi sulle gambe. Tutto restò quieto. Che il secondo me stesso avesse afferrato il povero sciagurato alla gola? Non so che cosa avrei fatto un secondo dopo se non avessi visto il cambusiere uscire dalla mia stanza, chiudere la porta, e poi restare in piedi tranquillo accanto alla credenza.
Salvo, pensai. Ma, no! Perduto! Sparito! Se ne era andato!
Posai il coltello e la forchetta e mi appoggiai allo schienale. La testa mi girava. Dopo un po’, quando mi fui sufficientemente ripreso da poter parlare con la voce salda, comandai all’ufficiale superiore che di persona facesse virare di bordo la nave alle otto precise.
«Non salirò in coperta», proseguii. «Penso di coricarmi, e a meno che il vento cambi non voglio essere disturbato prima di mezzanotte. Mi sento un po’ indisposto».
«In effetti avevate una brutta cera qualche momento fa», commentò l’ufficiale superiore senza affatto mostrare grande interesse.
Uscirono entrambi, e tenni lo sguardo sul cambusiere che sparecchiava la tavola. Non c’era nessuna traccia di eventi recenti leggibile sulla faccia di quell’ometto sciagurato. Ma mi chiesi come mai evitasse di incrociare i miei occhi. Poi pensai che mi sarebbe piaciuto ascoltare il suono della sua voce.
«Cambusiere!».
«Sissignore!», sobbalzò come al solito.
«Dove avete appeso quel giaccone?»
«Nel bagno, signore». Il solito tono ansioso. «Non è ancora abbastanza asciutto, signore».
Restai a sedere in cucina ancora per un poco. Che il mio doppio fosse svanito così come era venuto? Ma della sua venuta c’era una spiegazione, laddove la sua scomparsa sarebbe stata inspiegabile… Andai con lentezza verso la mia stanza già avvolta dal buio, chiusi la porta, accesi la lampada, e per qualche secondo non ebbi il coraggio di voltarmi. Quando infine lo feci lo vidi dritto in piedi allungato nell’angusto nascondiglio. Non sarebbe vero dire che rimasi esterrefatto, ma un dubbio sottile riguardo la sua esistenza corporea mi sfiorò il pensiero. Può essere, mi domandai, che non sia visibile altro che ai miei occhi? Era come essere perseguitato da un’ossessione. Immobile, con il viso grave, sollevò leggermente le mani verso di me con un gesto che indicava chiaramente: «Gran cielo! C’è mancato poco!». Poco davvero. Penso che ero ormai pian piano arrivato a strisciare sul limite della pazzia, almeno altrettanto vicino quanto chiunque altro abbia evitato per un pelo di oltrepassare quel limite. Il gesto di lui me lo impedì, per così dire.
L’ufficiale dalle spaventevoli fedine stava in quel momento facendo virare la nave di controbordo. Nel profondo silenzio che segue il momento in cui gli uomini raggiungono i posti di manovra ne udii a poppa la voce che tuonava: «Tutta la barra sottovento», e il grido lontano dell’ordine ripetuto in coperta. Le vele, sotto quella brezza leggera, risuonarono soltanto con un debole frullo. Si interruppe. La nave virava lentamente; trattenni il respiro nella rinnovata calma dell’attesa; si sarebbe creduto che a bordo in coperta non ci fosse un solo essere vivente. Un forte grido inatteso: «Alare la vela maestra!», infranse l’incantesimo, e tra le grida fragorose e l’agitazione che c’era là sopra degli uomini che accorrevano alla gomena del pennone di maestra noi due, giù sotto nella mia cabina, finimmo insieme nella nostra solita posizione presso il letto.
Non attese la mia domanda. «L’ho sentito armeggiare qui dentro e ho fatto appena in tempo ad acquattarmi giù nel bagno», mi sussurrò. «Ha soltanto aperto la porta e introdotto un braccio per appendere il giaccone. E nondimeno…».
«Non ci avevo pensato», sussurrai di rimando, ancor più atterrito di prima per averla fatta franca per così poco, e meravigliandomi per quel qualcosa di inesorabile nella sua personalità che gli permetteva di cavarsela così egregiamente. Nel sussurro di lui non c’era agitazione. Se qualcuno stava dando i numeri, non era lui. Lui ragionava perfettamente. E la prova della sua sanità mentale si ebbe ancora quando riprese a sussurrare.
«Non mi sarebbe affatto conveniente resuscitare».
Era una cosa che avrebbe potuto dire un fantasma. Ma quello a cui alludeva era la riluttante ammissione della teoria del suicidio fatta dal suo capitano. Faceva ovviamente comodo al caso suo – se avevo in qualche misura afferrato l’intento che pareva governare lo scopo inalterabile delle sue azioni.
«Mi dovete abbandonare non appena riuscirete ad arrivare in fretta in mezzo a quelle isole al largo delle coste cambogiane», proseguì.
«Abbandonarvi! Non siamo in un racconto d’avventure per ragazzi», protestai. Il suo sussurro sprezzante mi zittì.
«Certo che no! Questa storia non ha niente a che vedere con un racconto per ragazzi. Ma non c’è altro da fare. Non chiedo di più. Non crederete che abbia paura di quello che mi può capitare? Galera o patibolo o qualsiasi cosa gli frulli in mente. Ma non mi ci vedrete mica a rientrare in patria per spiegare un affare del genere a un anziano signore in parrucca e a dodici rispettabili commercianti, vero? Che ne possono sapere se sono colpevole o meno – o di cosa sono colpevole, per di più? È un problema mio. Che dice a proposito la Bibbia? «Scacciato dalla faccia della terra». Molto bene. Sono sparito dalla faccia della terra adesso. Come sono venuto di notte, così me ne andrò».
«Impossibile!», mormorai. «Non potete».
«Non posso?… Non certo nudo come un’anima nel giorno del Giudizio. Rimarrò attaccato a questo pigiama. Non è ancora il Giudizio finale – e… avete compreso perfettamente. Non è vero?».
Mi vergognai subito di me stesso. Posso dire in verità che avevo compreso – e la mia esitazione nel lasciare che quell’uomo nuotasse lontano dalla murata della mia nave era stato un mero sentimento simulato, una sorta di codardia.
«Non si può fare fino a domani sera», dissi con un fiato di voce. «La nave ha appena virato e la bordata ci porta al largo, e il vento potrebbe venirci meno».
«Mi basta sapere che voi comprendete», sussurrò. «Ma naturalmente sì. È una grande soddisfazione essere riusciti a far comprendere a qualcuno. Sembra che voi foste lì apposta». E con lo stesso sussurro, come se ogni volta che noi due parlavamo ci dovessimo dire cose che il resto del mondo non doveva ascoltare, aggiunse: «È davvero prodigioso».
Restammo fianco a fianco a parlare in quel nostro modo segreto – ma a tratti in silenzio o appena scambiandoci una o due parole sussurrate a lunghi intervalli. E come al solito guardava fisso fuori dell’oblò. Un alito di vento arrivava di tanto in tanto a sfiorarci il viso. La nave avrebbe potuto trovarsi ormeggiata in darsena, tanto delicatamente e tranquillamente la chiglia scivolava sopra le acque, che non mormoravano nemmeno al nostro passaggio, inconsistenti e silenziose come un mare fantasma.
A mezzanotte salii sul ponte, e con grande sorpresa del mio ufficiale superiore feci virare la nave di controbordata. Le sue terribili fedine mi volteggiarono davanti in tacita critica. Non lo avrei certo fatto se si fosse soltanto trattato di uscire al più presto possibile da quel golfo sonnolento. Credo che disse al secondo ufficiale, quando gli diede il cambio, che era una cosa affatto sconsiderata. L’altro sbadigliò solamente. Quel cucciolotto intollerabile si strascicò attorno così assonnato e si ciondolò contro la battagliola in maniera tanto indolente e indecente che mi avventai severamente contro di lui.
«Non siete ancora abbastanza sveglio?»
«Sì, signore! Sono sveglio».
«Bene, allora, sforzatevi di comportarvi come se lo foste. E state bene all’erta. Se c’è un po’ di corrente potremmo imbatterci in qualche isola prima di giorno».
La parte orientale del golfo è orlata da isole, alcune isolate, altre a gruppi. Contro lo sfondo azzurro dell’alto litorale sembrano galleggiare su chiazze argentate di acqua calma, sterili e grigie, oppure di un verde intenso e arrotondate come ciuffi di cespugli sempreverdi, con quelle più grandi, lunghe uno o due miglia, che mostrano i profili delle creste, costoni di roccia grigia sotto l’umido mantello di fogliame intricato. Sconosciute ai commerci, ai viaggi, quasi alla geografia, i costumi di vita cui danno rifugio restano un segreto insoluto. Ci devono essere villaggi – insediamenti di pescatori perlomeno – su quelle più grandi, e qualche contatto col mondo viene probabilmente mantenuto a mezzo di barchette indigene. Ma per tutta quella mattinata, mentre ci dirigevamo verso di esse, sospinti da una brezza esilissima, non vidi nessun segno di uomini o canoe nel campo del cannocchiale che continuavo a puntare verso le isolette sparpagliate.
A mezzogiorno non diedi ordini per cambiare la rotta, e le fedine dell’ufficiale superiore divennero alquanto preoccupate e parvero offrirsi sconvenientemente alla mia attenzione. Infine dissi:
«Manterremo la rotta verso terra. Dritti verso terra – fino a dove riesco a farla navigare».
Lo sbigottimento gli trasmise un’aria di ferocia anche agli occhi, e apparve invero spaventevole per un attimo.
«Non filiamo abbastanza in mezzo al golfo», continuai distrattamente. «Ho intenzione di sfruttare le brezze di terra stanotte».
«Anima benedetta! Volete dire, signore, nel buio in mezzo a tutte quelle isole e scogliere e bassifondi?»
«Be’ – se mai per caso ci sono brezze di terra costanti su questo litorale bisogna avvicinarsi sottocosta per trovarle, o sbaglio?»
«Anima benedetta!», esclamò di nuovo sottovoce. Per tutto quel pomeriggio mantenne un aspetto sognante, meditabondo, che in lui era segnale di perplessità. Dopo pranzo me ne andai nel mio alloggio come se intendessi riposarmi un po’. Là sotto noi due chinammo le nostre teste nere sopra una mappa srotolata a metà posata sul letto.
«Ecco», dissi. «Non può che trattarsi di Koh-ring. È dall’alba che la sto osservando. Ha due colline e una depressione. Deve essere abitata. E sulla costa di fronte c’è quel che sembra la foce di un fiume piuttosto grosso – con qualche città, senza dubbio, non troppo lontana. È la migliore occasione per voi ch’io riesca a immaginare».
«Qualsiasi cosa. Vada dunque per Koh-ring».
Guardò pensieroso la cartina come valutando le possibilità e le distanze da grande altezza – come se seguisse cogli occhi la sua stessa figura che vagabondava per le vuote lande della Cocincina, e che dopo oltrepassava quel pezzo di carta perdendosi alla vista in regioni non ancora registrate nelle carte geografiche. Ed era come se la nave avesse due capitani che ne pianificassero la rotta. Ero stato così in agitazione e preoccupato a correre su e giù che non avevo avuto quel giorno la pazienza di vestirmi. Ero rimasto nel mio pigiama, con due sandali di paglia e un cappello floscio dalla tesa larga. Il caldo afoso del golfo era stato più che opprimente, e l’equipaggio era abituato a vedermi aggirare abbigliato in quel modo leggero.
«La nave doppierà il capo meridionale continuando su questa rotta», gli sussurrai all’orecchio. «Dio solo sa quando, però, ma certo dopo il calar del sole. Terrò la bordata fino a un mezzo miglio, fino a dove potrò riuscire a stimare nel buio…».
«Fate attenzione», mormorò in avvertimento – e mi resi all’improvviso conto che tutto il mio futuro, l’unico futuro per cui ero adatto, sarebbe forse andato irrimediabilmente in pezzi nel caso di un infortunio durante il mio primo comando.
Non potei fermarmi un istante di più nella stanza. Gli feci segno di sparire dalla vista e ritornai a poppa. Quel cucciolotto imbronciato era di guardia. Passeggiai per un po’ avanti e indietro cercando di escogitare una soluzione, poi lo richiamai con un cenno.
«Mandate un paio di marinai ad aprire i due boccaporti del cassero», dissi in tono tranquillo.
Ebbe realmente tanta impudenza, o forse si dimenticò a tal punto di se stesso per la meraviglia di un ordine così incomprensibile, da ripetere:
«Aprire i boccaporti del cassero! A che scopo, signore?»
«L’unico motivo per cui ve ne dovete preoccupare è perché ve lo dico io di farlo. Fateli spalancare e agganciare correttamente».
Arrossì e se ne andò, ma credo abbia fatto qualche derisoria osservazione al carpentiere riguardo la delicata pratica di ventilare il cassero di una nave. So che fece una capatina nella cabina dell’ufficiale superiore per farlo partecipe del fatto, perché le fedine vennero sul ponte, come trovandosi lì per caso, e mi lanciarono occhiate furtive da sotto in su – in cerca di sintomi di pazzia o ubriachezza, suppongo.
Un poco prima di cena, sentendomi più inquieto che mai, raggiunsi per un momento il secondo me stesso. E trovarlo seduto così tranquillamente fu sorprendente, come contro natura, inumano.
Descrissi il mio piano sussurrando in fretta.
«Manterrò la bordata il più vicino che potrò a terra e poi farò virare di bordo. Troverò tra poco il modo di farvi entrare di nascosto nel deposito delle vele, che è in comunicazione con il corridoio. Ma c’è un’apertura, una sorta di portello per far uscire le vele, che dà direttamente sul cassero e che col bel tempo non è mai coperto, per dare aria alle vele. Quando l’abbrivio della nave si sarà spento durante la virata e tutto l’equipaggio sarà a poppa, manovrando alle cime avrete via libera per sgusciare da dentro e poi calarvi fuoribordo attraverso i portelli del cassero aperti. Li ho fatti agganciare entrambi. Usate il capo di una cima per calarvi in acqua ed evitare un tonfo – sapete. Qualcuno potrebbe udirlo e ciò causerebbe qualche dannata complicazione».
Stette in silenzio per un po’, poi sussurrò: «Ho capito».
«Io non sarò lì a vedervi andar via», cominciai con uno sforzo. «Per il resto… Spero solo di avere capito anch’io».
«Avete capito. Dalla prima all’ultima parola» – e per la prima volta sembrò che ci fosse un’esitazione, qualcosa di forzato nel suo sussurro. Mi afferrò la mano, ma il risuonare della campana della cena mi fece sussultare. Lui non si mosse, però; soltanto lasciò andare la stretta.
Dopo cena non tornai ancora di sotto se non dopo le otto passate da un pezzo. La debole brezza costante era impregnata di rugiada; e le vele umide, buie, tenevano quella poca spinta che gli arrivava dal vento. La notte, chiara e stellata, sfavillava cupamente, e le chiazze opache e senza luminosità che scivolavano lentamente contro le stelle più basse erano gli isolotti che sembravano vagare alla deriva. A proravia ce ne era uno grande, più distante, che incombeva tenebroso e imponente, a giudicare dal grosso pezzo di cielo che eclissava.
Nell’aprire la porta vidi l’altro me stesso di schiena che osservava una carta. Era uscito dal nascondiglio e stava vicino al tavolo.
«C’è abbastanza buio», sussurrai.
Fece un passo indietro e si poggiò sul mio letto con uno sguardo sereno e tranquillo. Mi sedetti sul divano. Non avevamo nulla da dirci. Sopra la nostra testa l’ufficiale di guardia si spostava di qua e di là. Poi lo sentii muoversi rapidamente. Sapevo cosa significava. Si stava dirigendo verso la scaletta del boccaporto; e di lì a poco si sentì la sua voce fuori della porta.
«Il fondo pesca sempre meno, signore. La terra pare piuttosto vicina».
«Benissimo», risposi. «Vengo immediatamente sul ponte».
Aspettai che fosse uscito dall’anticamera, poi mi alzai. Anche il mio doppio si mosse. Era arrivato il momento di scambiarci i nostri ultimi sussurri, poiché nessuno di noi due avrebbe mai sentito il normale tono di voce dell’altro.
«Guardate!». Aprii un cassetto e ne trassi fuori tre sovrane. «Prendete queste ad ogni caso. Ne ho sei o ve le darei tutte, ma devo avere un po’ di denaro per comprare dalle barche degli indigeni un poco di frutta e verdure per l’equipaggio, quando attraverseremo gli stretti della Sonda».
Scosse la testa.
«Prendetelo», lo esortai, sussurrando disperatamente. «Non si può sapere quel che…».
Sorrise e si colpì eloquentemente con la mano l’unica tasca della giacca del pigiama. Non era certo un posto sicuro. Ma tirai fuori un mio vecchio fazzolettone di seta e annodando le tre monete d’oro in un angolo, glielo offrii con insistenza. Ne fu commosso, credo, perché alla fine lo prese e se lo legò in fretta attorno alla vita sotto la giacca, sulla pelle nuda.
I nostri sguardi si incontrarono; trascorsero parecchi secondi, finché, mentre ancora ci guardavamo negli occhi, distesi la mano e spensi la lampada. Poi percorsi l’anticamera, lasciando la porta della mia stanza spalancata…
«Cambusiere!».
Stava ancora indugiando nella dispensa, colto da uno dei suoi eccessi di zelo, dando un’ultima lucidata a un’oliera d’argento prima di andare a letto. Stando bene attento a non svegliare l’ufficiale superiore, la cui stanza era al di là della paratia, parlai a bassa voce.
Si guardò attorno ansiosamente. «Signore!».
«Potreste portarmi un po’ d’acqua calda dalla cucina?»
«Temo, signore, che il fuoco della cucina sia stato spento parecchio tempo fa».
«Andate a vedere».
Volò su per le scale.
«Adesso», sussurrai forte verso il saloncino – forse troppo forte, ma avevo paura di non riuscire ad emettere alcun suono. Mi fu al fianco in un attimo – il doppio capitano scivolò oltre le scale – attraverso uno stretto passaggio buio… una porta scorrevole. Eravamo nel deposito delle vele, arrampicandoci sopra le vele con le ginocchia. Un pensiero improvviso mi colpì. Mi vidi che vagabondavo a piedi scalzi, a capo scoperto, con il sole che mi batteva sulla testa nera. Mi strappai da sopra il cappello floscio e cercai in tutta fretta nel buio di ficcarlo addosso all’altro me stesso. Si scansò e quasi si difese silenziosamente. Mi chiedo cosa aveva pensato che mi fosse preso, prima che capisse e subito tornasse a calmarsi. Le nostre mani si incontrarono a tentoni, indugiarono unite in una stretta forte, immobile… Non fiatammo neanche una parola quando le mani si separarono.
Quando il cambusiere ritornò io stavo tranquillo davanti alla porta della dispensa.
«Mi dispiace, signore. Il bricco è appena tiepido. Devo accendere la lampada a spirito?»
«Lasciate perdere».
Uscii lentamente sul ponte. Era ormai una questione di coscienza rasentare la costa il più vicino possibile – perché a quel punto doveva calarsi in mare non appena la nave avesse virato di bordo. Doveva! Non gli sarebbe stato possibile tornare indietro. Dopo un momento mi spostai sottovento e il cuore mi volò in bocca nel vedere quanto la terra fosse vicina a prora. In qualsiasi altra circostanza non avrei mantenuto la rotta un solo minuto di più. Il secondo ufficiale mi aveva seguito ansiosamente.
Continuai a guardare fino a che sentii di poter controllare la mia voce.
«Dovrebbe farcela a scapolare sopravvento», dissi allora in tono tranquillo.
«Avete intenzione di provarci, signore?», balbettò incredulo.
Non gli diedi il minimo peso e alzai la voce giusto appena da poter essere udito dal timoniere.
«Falla portare in pieno».
«In pieno, signore».
Il vento mi soffiava delicato sulla guancia, le vele dormivano, il mondo taceva. Lo sforzo di guardare l’indistinto profilo della costa che diveniva più grande e più compatto si fece troppo intenso. Avevo chiuso gli occhi – perché la nave doveva avvicinarsi ancora. Doveva! La calma era intollerabile. Eravamo per caso fermi?
Quando riaprii gli occhi quello che vidi mi fece sobbalzare il cuore con un colpo sordo. Il nero colle meridionale di Koh-ring sembrava incombere proprio sulla nave come un frammento torreggiante della notte eterna. Su quell’enorme macigno di oscurità non si scorgeva un barlume, non si udiva un suono. Scivolava irresistibilmente contro di noi e sembrava ormai già a portata della mano. Vidi le vaghe ombre dei marinai di guardia raggruppate nella zona di maestra, cogli occhi spalancati in un attonito silenzio.
«Andate avanti, signore?», m’interrogò una voce malferma di fianco a me.
L’ignorai. Dovevo proseguire.
«Fai portare le vele. Non la frenare nell’abbrivio. Adesso non funzionerebbe», gridai in ammonimento.
«Non riesco bene a vedere le vele», mi rispose il timoniere, con voce strana, tremolante.
Eravamo abbastanza vicini? La nave era già, non dico nell’ombra del litorale, ma nella sua stessa tenebra, già in un certo senso inghiottita da essa, ormai troppo vicina per essere richiamata, liberatasi completamente dal mio controllo.
«Date una voce all’ufficiale superiore», dissi al giovanotto che stava di fianco a me rigido come la morte. «E chiamate tutti gli uomini sul ponte».
La mia voce aveva una sonorità che le derivava dal riverberarsi contro l’altezza della costa. Parecchie voci esclamarono insieme: «Siamo tutti sul ponte, signore».
Dopodiché ancora calma, con l’ombra immensa che scivolava sempre più vicina, torreggiante ancora più alta, senza luci, senza un rumore. A bordo era caduto un silenzio tale che la nave avrebbe potuto essere un battello di morti che galleggiava lentamente sotto la porta stessa dell’Erebo.
«Dio mio! Dove siamo?».
Era l’ufficiale superiore che si lamentava di fianco a me. Era come folgorato, e anzi come se l’avessero spogliato del supporto morale delle sue fedine. Batté le palme e strillò convinto: «Perduti!».
«State calmo», dissi aspramente.
Abbassò il tono, ma vidi il suo ombroso gesto di disperazione. «Che stiamo facendo qui?»
«Cercando le brezze di terra».
Fece come per strapparsi i capelli, e mi si rivolse temerariamente.
«Non ce la farà mai a scapolare. Avete combinato un bel guaio, signore. Sapevo che sarebbe finita in un modo simile. Non ce la farà a doppiare, e siete troppo vicino adesso per virare. L’abbrivio la farà finire a terra prima di aver cambiato bordo. O Santo Iddio!».
Gli afferrai il braccio mentre lo alzava a colpirsi la povera testa di devoto, e glielo scossi con violenza.
«La nave è ormai arenata», si lamentò cercando di strapparsi via da me.
«Ah sì?… Falla portare ben pieno, laggiù!».
«Ben pieno, signore», gridò il timoniere con una voce terrorizzata, sottile, quasi di bambino.
Non avevo lasciato andare il braccio dell’ufficiale superiore e continuai a scuoterlo. «Prepararsi alla manovra, mi sentite? Andate a prora» – scossone – «e non muovetevi da lì» – scossone – «e smettere di far chiasso» – scossone – «e controllate che quei cavi di prora siano alati a puntino» – scossone, scossone – scossone.
E per tutto quel tempo non osai guardare verso terra per paura che il cuore mi venisse a mancare. Allentai finalmente la stretta e quello si precipitò a prua come se fuggisse per salvarsi la vita.
Mi chiesi che pensasse di questo trambusto il mio doppio nascosto nel deposito delle vele. Poteva sentire tutto – e forse poteva capire il perché, per la mia coscienza, dovevo farmi tanto vicino – non una spanna di meno. Il mio primo ordine: «Tutta la barra a sottovento», riecheggiò minacciosamente sotto l’ombra torreggiante di Koh-ring come se avessi gridato dentro la gola di una montagna. E allora osservai assorto la costa. Con quell’acqua come olio e quella brezza appena accennata era impossibile sentir orzare la nave. No! Non riuscivo a sentirla. E il secondo me stesso si stava in quell’istante preparando a scivolare fuori di soppiatto e calarsi lungo la murata. Se ne era forse già andato…?
La grande massa nera che incombeva proprio sopra i nostri colombieri cominciò a girare allontanandosi dalla fiancata silenziosamente. E allora mi dimenticai dello straniero segreto pronto al distacco, e solo ricordai che io ero totalmente estraneo alla nave. Non la conoscevo. Ce l’avrebbe fatta? Qual era il modo di manovrarla?
Feci bracciare il pennone di maestra e attesi senza poter far altro. Forse si era fermata e il suo stesso destino restava sospeso in equilibrio, con la nera massa di Koh-ring che torreggiava sul coronamento di poppa come i cancelli della notte eterna. Che cosa avrebbe fatto adesso? Aveva ancora abbrivio? Mi spostai verso la murata velocemente, e sull’acqua tenebrosa non riuscii a vedere nulla tranne un debole lampo fosforescente che rivelava la vitrea levigatezza della superficie addormentata. Era impossibile capire – e io non avevo ancora sviluppato una buona percezione nei confronti della mia nave. Si stava muovendo? Ciò di cui avevo bisogno era qualcosa che si potesse vedere facilmente, un pezzo di carta, che avrei potuto gettare fuoribordo e osservare. Non avevo niente di simile addosso. Non osai scendere sottocoperta a cercarla. Non c’era tempo. All’improvviso il mio sguardo avido e sotto sforzo distinse un oggetto bianco che galleggiava a meno di un metro dalla murata. Bianco sull’acqua di pece. Un lampo fosforescente vi passò sotto. Che era quella cosa?… Riconobbi il mio cappello floscio. Doveva essergli caduto di testa… e non lo aveva raccolto. Adesso avevo ciò che volevo – il segno di salvezza che i miei occhi cercavano. Ma quasi non pensai affatto all’altro me stesso, che aveva adesso abbandonato la nave, per restare nascosto per sempre da ogni volto amico, per farsi fuggiasco e vagabondo sulla terra, senza alcun marchio d’infamia sulla sua fronte assennata che potesse trattenere una mano omicida… troppo orgoglioso per spiegare.
E osservai il cappello – l’espressione della mia improvvisa pietà per la sua povera carne. Avrebbe dovuto servire a mettergli in salvo la testa senza patria dai pericoli del sole. E ora – ecco – stava mettendo in salvo la nave, fornendomi un punto di riferimento a soccorso della mia ignoranza di estraneo. Ah! Andava alla deriva verso prora, avvertendomi giusto in tempo che la nave aveva preso un’andatura all’indietro.
«Cambia la barra», dissi a bassa voce al marinaio che restava immobile come una statua.
Gli occhi dell’uomo luccicarono selvaggiamente alla lanterna di chiesuola mentre si gettava dall’altro lato e girava la ruota del timone.
Mi diressi verso la coperta del casseretto. Sul ponte avvolto dalle tenebre l’intero equipaggio era presso i bracci di trinchetto aspettando i miei ordini. Le stelle a prora parvero scivolare da destra a sinistra. E tutto era così tranquillo nel mondo che sentii il calmo commento: «Ha virato», scambiato in tono di intenso sollievo tra due marinai.
«Mollare a sopravvento e bracciare i pennoni».
I pennoni di trinchetto cambiarono posizione con un gran rumore, tra grida esultanti. E in quel momento le spaventose fedine si fecero sentire dando vari ordini. La nave stava già procedendo in avanti. Ed io ero solo con lei. Niente! Nessuno al mondo si sarebbe adesso intromesso tra di noi, gettando un’ombra sulla strada della tacita conoscenza e del muto affetto, della perfetta comunione tra un uomo di mare e il suo primo comando.
Camminando verso il coronamento di poppa, feci in tempo a distinguere, sul limite estremo dell’oscurità proiettata da una massa nera torreggiante come l’ingresso stesso dell’Erebo – sì, feci in tempo a percepire un’occhiata fuggevole ed evanescente del mio cappello bianco rimasto indietro a segnare il punto dove il segreto compagno della mia cabina e dei miei pensieri, quasi fosse stato un secondo me stesso, si era calato in acqua incontro alla sua punizione: un uomo libero, un orgoglioso nuotatore che si allontanava verso un nuovo destino.