Stories 93 / Random

Stories by joseph conrad

domani (italian)

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Ciò che si sapeva del capitano Hagberd nel porticciolo di Colebrook non era esattamente in suo favore. Il capitano non era del posto. Era venuto a stabilirsi lì in circostanze niente affatto misteriose – all’epoca non le teneva nascoste – ma decisamente malsane e irragionevoli. Era in possesso di un po’ di soldi evidentemente, perché comprò un lotto di terreno, e vi fece costruire un paio di brutti cottage di mattoni gialli in fretta e a poco prezzo. Ne occupò uno lui stesso e affittò l’altro a Josiah Carvil – Carvil il cieco, il costruttore di barche in pensione – un uomo dalla pessima reputazione di tiranno domestico. Questi cottage avevano un muro in comune, condividevano una ringhieretta di ferro che separava i giardini sul davanti; una staccionata di legno separava i giardinetti posteriori. Alla signorina Bessie Carvil fu concesso, come era suo diritto, di stenderci le tovaglie da tè, stracci blu, o un grembiule ad asciugare.
«Bessie, ragazza mia, marcisce il legno», commentava blandamente il capitano, dalla sua parte della staccionata, ogni volta che la vedeva esercitare quel privilegio.
Era una ragazza alta; la staccionata era bassa, e lei riusciva ad appoggiarvi sopra i gomiti. Le mani di lei erano in quei casi rosse per quel po’ di bucato che aveva fatto, ma gli avambracci erano bianchi e ben fatti, e guardava il padrone di casa del padre in silenzio – in un silenzio ispirato che aveva un’aria di consapevolezza, aspettativa e desiderio.
«Marcisce il legno», comunicava il capitano Hagberd. «È la sola abitudine non parsimoniosa e negligente che io trovi in voi. Perché non sistemate una corda per il bucato nel cortiletto?».
La signorina Carvil non rispondeva – scuoteva soltanto in segno di diniego la testa. Il cortiletto dalla sua parte aveva delle piccole aiuole di terra nera delimitate da pietre, in cui i fiori semplici che lei trovava il tempo di coltivare apparivano in qualche modo stravagantemente troppo sviluppati, come cresciuti in un clima esotico; e la eretta e gagliarda figura del capitano Hagberd, vestita da capo a piedi in tela di olona titolo uno, emergeva dal prato rigoglioso e dalle alte erbacce che gli crescevano fino alle ginocchia dalla sua parte della staccionata.
Con il colore e la goffa rigidità dello straordinario materiale in cui gli piaceva vestirsi – «per adesso», era il commento con cui rispondeva borbottando a qualsiasi osservazione in proposito – aveva l’aspetto di un uomo diventato ruvido come granito, che si trovi in un pezzo di terra selvaggia non abbastanza grande per una decente sala da biliardo. Una figura pesante intagliata nella pietra, con una bella faccia rossa, un errabondo occhio azzurro, e una grande barba bianca che gli arrivava alla cintola e non era mai stata tagliata per quanto si poteva ricordare a Colebrook.
Sette anni prima, aveva in tutta serietà risposto: «Il mese prossimo, credo», al bonario tentativo di assicurarsi un cliente fatto da quel famoso bello spirito locale che era il barbiere di Colebrook, che si trovava per caso seduto con la sua aria insolente nel bar del New Inn, vicino al porto, dove il capitano era entrato a comprare un’oncia di tabacco. Dopo aver pagato il suo acquisto con tre mezzi penny estratti dall’angolo di un fazzoletto che portava nel polsino della manica, il capitano Hagberd era uscito. Non appena la porta si fu richiusa il barbiere rise. «Adesso il vecchio e il giovanotto verranno da me tenendosi a braccetto per farsi la barba. Il sarto dovrà mettersi al lavoro, e così il barbiere, e il fabbricante di candeliere. I vecchi tempi gloriosi stanno tornando per Colebrook; stanno tornando, sicuro. Fino a poco tempo fa era: «La settimana prossima», adesso siamo a: «Il mese prossimo», e così via – presto arriveremo a: «La primavera prossima», per quanto ne so io».
Notando uno straniero che lo ascoltava con un vago sorriso, gli spiegò, allungando impudente le gambe, che quel vecchio bizzarro del capitano Hagberd, un cabotiere in pensione, stava aspettando il ritorno del figlio. Il ragazzo era stato cacciato da casa, non c’era da stupirsi; si era imbarcato e da allora nessuno ne aveva più sentito parlare. Finito a riposare in fondo al mare ormai da un mucchio di tempo, più che probabile. Il vecchio era arrivato a Colebrook di volata tre anni prima, tutto vestito di panno fino nero (all’epoca aveva appena perso la moglie), uscendo da uno scompartimento per fumatori di terza classe come se avesse il diavolo alle calcagna; e la sola cosa che lo aveva attirato quaggiù era stata una lettera – probabilmente una burla. Qualche buontempone gli aveva scritto riguardo un marinaio chiamato in un certo modo, il quale, si supponeva facesse il filo a una ragazza della zona, a Colebrook o nei dintorni. «Divertente, no?». Il vecchio aveva fatto pubblicare annunci sui giornali di Londra in cerca di Harry Hagberd, offrendo ricompense per ogni tipo di informazione utile. E il barbiere continuò a descrivere con sardonico trasporto come lo straniero vestito a lutto fosse stato visto intento a esplorare la regione, in barroccio, a piedi, mettendo tutti a parte delle sue confidenze, visitando tutte le locande e le birrerie nel raggio di molte miglia, fermando le persone per la strada per interrogarle, guardando quasi anche in ogni fossato; dapprima con la massima eccitazione, poi con una specie di assidua perseveranza, diventando man mano più inattivo; e non sapeva neanche descrivere bene l’aspetto del figlio. Correva voce che il marinaio fosse uno dei due che erano sbarcati da una nave che portava legna, ed era stato visto fare il cascamorto con una ragazza; ma il vecchio descriveva un ragazzino di circa quattordici anni – «un ragazzo dall’aria intelligente e vivace». E quando la gente sorrideva a questa descrizione, lui si grattava la fronte in atteggiamento un po’ confuso, prima di sgattaiolare via, con l’aria offesa. Non trovò nessuno, ovviamente; nemmeno una traccia – non venne mai a sapere niente, in ogni caso, che fosse un minimo credibile; ma non era stato capace, in un certo senso, di staccarsi da Colebrook.
«Fu lo sconforto di quel disinganno, forse, che giungeva subito dopo la perdita della moglie, che gli fece perdere la testa a quel punto», suggerì il barbiere, con aria di grande intuito psicologico. Dopo un po’ di tempo il vecchio aveva abbandonato ogni ricerca attiva. Suo figlio se ne era evidentemente andato via; ma lui si dispose ad aspettare. Il figlio era stato almeno una volta a Colebrook, preferendola alla sua città natale. Ci doveva pur essere stata una ragione, sembrava pensare il vecchio, qualche movente molto forte, che lo avrebbe fatto di nuovo tornare a Colebrook.
«Ah, ah, ah! Diamine, certo, Colebrook. E dove se no? È proprio l’unico posto del Regno Unito dove cercare i figli spariti da tempo immemorabile. Così vende la sua vecchia casa a Colchester, e se ne viene quaggiù. Be’, è una mania, come tante altre. A me non capiterebbe mai di dar di matto per nessuno dei miei ragazzotti che se la squagliasse. Ce ne ho otto a casa». Il barbiere stava ostentando la propria forza d’animo, e rideva tanto da far tremare il bar.
Strano a dirsi, però, quella specie di mania, confessò con la franchezza di un’intelligenza superiore, pareva essere contagiosa. Il suo negozio, per esempio, era accanto al porto, e ogni volta che un marinaio veniva a farsi tagliare i capelli o la barba – se si trattava di una faccia sconosciuta, non poteva fare a meno di pensare subito: «Immagina se questo fosse il figlio del vecchio Hagberd!». Rise di se stesso. Era una mania resistente. Ricordava il periodo in cui l’intera città ne era invasata. Ma ormai lui aveva le sue speranze riguardo il vecchio. Lo avrebbe curato con una serie di giudiziose prese in giro. Stava studiando i progressi di quella cura. La settimana prossima – il mese prossimo – l’anno prossimo! Quando il vecchio capitano avesse posticipato la data di quel ritorno fino all’anno successivo, sarebbe stato molto vicino al non parlarne più. In altre questioni il vecchio si dimostrava del tutto razionale, dunque doveva diventarlo anche in questo. Questa era la ferma opinione del barbiere.
Nessuno lo aveva mai contraddetto; da allora i capelli gli erano diventati grigi, e la barba del capitano Hagberd si era fatta tutta bianca, e fluiva maestosa sull’abito di tela di olona titolo uno, che lui si era fatto in segreto con le sue stesse mani usando spago incatramato, e che aveva adottato inaspettatamente, uscendo una bella mattina con quello addosso, mentre il giorno prima tutti lo avevano visto rientrare a casa nell’abito da lutto di pettinato. La cosa aveva suscitato grande scalpore in High Street – i negozianti si erano fatti sulla soglia, la gente in casa aveva afferrato il cappello precipitandosi in strada – un’agitazione di cui lui parve dapprima stranamente sorpreso, poi spaventato; ma la sua sola risposta alle domande meravigliate fu quello stupito ed evasivo: «Per il momento».
Quel fatto sensazionale era stato dimenticato da molto tempo; e lo stesso capitano Hagberd, se non dimenticato, veniva ormai ignorato – è lo scotto che si paga con la quotidianità – come il sole stesso viene ignorato a meno che non faccia sentire duramente la propria forza. I movimenti del capitano Hagberd non indicavano alcun impedimento; camminava compassato nel suo abito di tela di olona, figura bizzarra e notevole; soltanto gli occhi si muovevano forse più furtivamente di un tempo. I suoi modi all’esterno avevano perso quel tono di ossessiva vigilanza; si era fatto perplesso e diffidente, come se sospettasse che ci fosse da qualche parte in lui qualcosa di lievemente compromettente, qualche stranezza imbarazzante; e tuttavia non gli era riuscito di scoprire in cosa mai potesse consistere quello che non andava.
Ormai non desiderava più parlare con gli abitanti della cittadina. Si era guadagnato la reputazione di taccagno terribile, di condurre un tenore di vita da avaro. Nei negozi borbottava a malincuore, comprava pezzi di carne di pessima qualità dopo lunga esitazione; e scoraggiava ogni allusione al suo abbigliamento. Le cose andavano come previsto dal barbiere. A quanto sembrava, era già guarito dal morbo della speranza; e solo la signorina Bessie Carvil sapeva che non diceva niente sul ritorno del figlio perché per lui non si trattava più ormai della “settimana prossima”, o del “mese prossimo”, e neppure dell’“anno prossimo”. Si trattava di “domani”.
Nell’intimità del cortiletto sul retro e del giardino davanti alla casa lui le parlava paterno, ragionevole, e dogmatico, con un tocco di arbitrarietà. Si incontravano sul terreno della confidenza senza riserve, avvalorato da un’affettuosa strizzatina d’occhio di tanto in tanto. La signorina Carvil aveva finito per attendere con ansia quegli ammiccamenti di lui. All’inizio l’aveva turbata: il povero vecchio dava i numeri. Successivamente aveva imparato a riderci su: lui non avrebbe fatto male a una mosca. Ormai lei si rendeva conto di un’inconfessata, piacevole, incredula emozione espressa da un debole rossore. Lui ammiccava senza la minima volgarità; la sua magra faccia rossa dal naso aquilino ben modellato aveva un suo stile – tanto più che quando le parlava lui la osservava con uno sguardo più fermo e più intelligente. Un bell’uomo, vigoroso, eretto, capace, dalla barba bianca. Non ti veniva di pensare alla sua età. Il figlio, affermava lui, gli assomigliava in modo sorprendente fin dalla culla.
Harry avrebbe compiuto trentun’anni il prossimo luglio, dichiarò. L’età giusta per sposarsi con una bella, assennata ragazza che sapesse apprezzare una buona casa. Era un ragazzo d’animo molto vivace. I mariti vivaci erano quelli con cui poter andare più facilmente d’accordo. Quegli individui gretti, miti, dall’aria innocente, potevano invece rendere assolutamente impossibile la vita a una donna. E non c’era niente come la propria casa – un focolare – un solido tetto: nessun bisogno di uscire dal letto caldo con ogni sorta di tempo. «Eh, mia cara?».
Il capitano Hagberd era stato uno di quei marinai che seguono la propria vocazione restando ben in vista della terra. Era uno dei tanti figli di un agricoltore finito in bancarotta, ed era stato imbarcato in tutta fretta perché imparasse il mestiere dal comandante di un cabotiero, e tutta la sua vita sul mare si svolse lungo la costa. Doveva essere stato difficile all’inizio: non gli era mai piaciuto; le sue preferenze andavano alla terra, con le sue tante case, con le vite tranquille raccolte intorno ai focolari. Sono molti i marinai che provano e professano un’avversione razionale per il mare, ma la sua era un’animosità profonda ed emotiva – come se l’amore per l’elemento più stabile gli fosse stato trasmesso nel sangue da molte generazioni.
«La gente non sa ciò a cui obbliga i propri figli quando li lascia andare per mare», spiegava a Bessie. «Tanto vale condannarli subito ai lavori forzati». Non credeva che ci si potesse mai abituare. La stanchezza di una vita simile peggiorava col passare degli anni. Che razza di mestiere era quello, in cui per più di metà del tempo non mettevi piede dentro casa tua? Nell’istante in cui salpavi non c’era più modo di sapere quello che accadeva a casa. Si poteva immaginare che fosse stanco di viaggi lontani; e invece il più lungo che avesse mai fatto era durato un paio di settimane, di cui la maggior parte era trascorsa alla fonda, al riparo dal cattivo tempo. Non appena sua moglie ebbe ereditato una casa e quel po’ di denaro da poterci vivere (da uno zio scapolo che aveva fatto un po’ di soldi commerciando in carbone) lui abbandonò il comando di una carboniera sulla costa orientale con la sensazione di essere fuggito da una galera. Dopo tutti quegli anni avrebbe potuto contare sulle dita delle mani tutti i giorni che era rimasto fuori vista dell’Inghilterra. Non aveva mai saputo cosa si provava quando lo scandaglio non tocca più il fondo. «Io non mi sono mai allontanato più di ottanta braccia dalla terra», era una delle sue vanterie.
Bessie Carvil ascoltava tutto questo. Davanti al loro cottage cresceva un piccolo frassino; e nei pomeriggi d’estate lei portava fuori una sedia sul praticello e si sedeva a cucire. Il capitano Hagberd, nel suo abito di tela di olona, si appoggiava a una vanga. Scavava ogni giorno nel suo terreno davanti alla casa. Rivoltava la terra parecchie volte all’anno, ma non aveva intenzione di piantarvi nulla «almeno per il momento».
A Bessie Carvil confessava più esplicitamente: «Non finché domani il nostro Harry non torna a casa». E lei aveva sentito questa formula di speranza tanto di frequente che le risvegliava in cuore soltanto un’assai vaga pietà per quel povero vecchio speranzoso.
Tutto veniva rinviato in quel modo, e allo stesso tempo tutto veniva approntato per l’indomani. C’era una cassetta di bustine di semi dei fiori più svariati tra cui scegliere, per il giardinetto anteriore. «Lui vi farà indubbiamente dire la vostra riguardo alla scelta, mia cara», le dichiarava il capitano Hagberd da dietro la ringhieretta di ferro.
La testa della signorina Bessie rimaneva china sul lavoro. Aveva sentito tutto quel discorso tante volte. Ma ogni tanto si alzava, deponeva il lavoro di cucito, e si avvicinava lentamente alla staccionata. Quei vaneggiamenti delicati avevano un loro fascino. Il vecchio era determinato a non permettere che il figlio andasse via di nuovo a causa della mancanza di una casa tutta pronta per lui. Era andato riempiendo l’altro cottage con ogni tipo di mobili. Lei se li immaginava completamente nuovi, freschi di vernice, gli uni sopra gli altri come in un magazzino. Ci dovevano essere tavoli avvolti in sacchi; spessi rotoli di tappeti appoggiati verticalmente, come frammenti di colonne; il lucore dei piani di marmo bianco nell’oscurità delle tende tirate. Il capitano Hagberd le descriveva sempre i propri acquisti, con cura, come a una persona che vi avesse un legittimo interesse. Il cortiletto adesso folto d’erbacce del suo cottage poteva essere piastrellato… dopodomani.
«Potremmo magari liberarci della staccionata. Voi potreste mettere la vostra corda per il bucato, ben lontana dai vostri fiori». Le faceva l’occhiolino, e lei arrossiva debolmente.
Questa pazzia che era entrata nella vita di lei attraverso i gentili impulsi del suo cuore aveva dettagli ragionevoli. E se un giorno il figlio fosse tornato? Ma non era neanche del tutto sicura che lui avesse un figlio; e seppure esisteva in qualche parte del mondo era lontano ormai da troppo tempo. Quando il capitano Hagberd si eccitava ai suoi stessi discorsi, lo calmava facendo finta di credergli, ridendo un pochino per mettersi in pace la coscienza.
Solo una volta aveva provato pietosamente a introdurre un dubbio in quella speranza condannata alla disillusione, ma gli effetti del suo tentativo l’avevano molto spaventata. Tutto d’un tratto sul volto dell’uomo si era dipinta un’espressione d’orrore e di incredulità, come se avesse visto lacerarsi il firmamento.
«Voi – voi – voi non pensate che sia affogato!».
Per un momento le sembrò a un passo dall’uscir di senno, perché in condizioni normali lei lo giudicava più sano di mente di quanto la gente fosse disposta a concedere. In quell’occasione la violenza dell’emozione fu seguita da un ritorno al più paterno e lieto atteggiamento.
«Non vi allarmate, mia cara», disse con aria di complicità, «il mare non può trattenerlo. Lui non gli appartiene. Nessuno di noi Hagberd ha mai fatto parte del mare. Prendete me; io non sono affogato. Per di più, lui non è affatto un marinaio; e se non è un marinaio, dovrà pur tornare. Non c’è nulla che gli possa impedire di tornare…».
Gli occhi presero a vagare.
«Domani».
Lei non ci provò più, per paura che l’uomo impazzisse improvvisamente. Faceva assegnamento su di lei. Lei sembrava l’unica persona assennata della cittadina; e lui si congratulava francamente con se stesso anche davanti a lei per essersi assicurato una moglie così equilibrata per il figlio. Tutti gli altri nella cittadina, le confidò una volta, in un’accesso di collera, erano certo bislacchi. Il modo in cui ti guardavano – il modo in cui ti parlavano! Non era mai andato d’accordo con nessuno in quel posto. Non gli piaceva quella gente. Non avrebbe lasciato la sua contrada se non fosse stato chiaro che il figlio si era invaghito di Colebrook.
Lei lo lasciava dire in silenzio, ascoltando pazientemente accanto alla staccionata; sferruzzando a occhi chini. Difficilmente un rossore le accendeva la carnagione bianchissima del viso, sotto l’opulenza negligentemente intrecciata dei capelli color mogano. Il padre era invece francamente color carota.
La signorina Bessie aveva una figura piena; un viso stanco, affaticato. Quando il capitano Hagberd vantava la necessità e la convenienza di una casa e i piaceri del proprio focolare, lei accennava a un sorriso, solo con le labbra. I suoi piaceri casalinghi si erano limitati ad accudire il padre durante i dieci migliori anni della sua vita.
Un ruggito bestiale proveniente da una finestra del piano di sopra interrompeva la loro chiacchierata. Lei cominciava subito a raccogliere il lavoro a uncinetto o a ripiegare quello che stava cucendo, senza il minimo segno di fretta. Nel frattempo le urla e i ruggiti che la chiamavano proseguivano, spingendo i pescatori che passavano sulla diga foranea dall’altra parte della strada a voltare la testa verso le casette. Lei rientrava lentamente dalla porta anteriore, e un momento dopo cadeva un profondo silenzio. Di lì a poco riappariva, conducendo per mano un uomo, grosso e impacciato dal peso come un ippopotamo, con una faccia collerica e arcigna.
Era un costruttore navale, vedovo, colpito da cecità anni addietro nel pieno rigoglio degli affari. Si comportava con la figlia come se fosse lei la responsabile della sua incurabile condizione. Lo si sentiva mugghiare a gola spiegata, come a sfidare il Cielo, che non gliene importava nulla: aveva fatto abbastanza soldi da potersi permettere uova e prosciutto ogni mattina a colazione. Ne ringraziava Dio, con un tono diabolico, come se stesse bestemmiando.
Il capitano Hagberd era rimasto così poco favorevolmente colpito dal proprio inquilino che una volta aveva detto alla signorina Bessie: «È un individuo assai stravagante, mia cara».
Quel giorno lei stava lavorando a maglia, completando un paio di calze per il padre, il quale si aspettava che la figlia ne mantenesse doverosamente una scorta. Lei odiava lavorare a maglia, e, siccome lavorava proprio alla parte del calcagno, doveva tenere gli occhi ben attenti sui ferri.
«Naturalmente non è che lui debba provvedere a un figlio», continuò il capitano Hagberd un po’ distrattamente. «Le ragazze, naturalmente, non hanno troppe esigenze – ehm – ehm. Non scappano da casa, mia cara».
«No», disse tranquilla la signorina Bessie.
Il capitano Hagberd, tra i monticelli di terra rivoltata, ridacchiò. Con quell’abbigliamento marinaresco, la faccia scavata dal sale e dal vento, la barba da Nettuno, somigliava a un dio del mare detronizzato che avesse scambiato il tridente con una vanga.
«E deve considerarvi come già sistemata, in un certo senso. Ecco il buono delle figlie. I mariti…». Ammiccò. La signorina Bessie, tutta presa dal lavoro a maglia, arrossì leggermente.
«Bessie! Il mio cappello!», mugghiò il vecchio Carvil d’un tratto. Era rimasto seduto sotto l’albero muto e immobile come un idolo di qualche credenza orrenda. Non apriva mai bocca se non per urlare alla figlia, chiamandola, a volte sgridandola; e in quei casi non moderava i termini delle sue contumelie. Il sistema di lei era di non rispondergli affatto; e lui continuava a berciare finché gli si prestava attenzione – finché lei lo scuoteva per un braccio, o gli ficcava l’imboccatura della pipa tra i denti. Era uno dei pochi ciechi che fumassero. Quando sentì che gli si metteva il cappello in capo smise di strepitare all’istante. Poi si alzò, e padre e figlia oltrepassarono insieme il cancelletto.
Lui si appoggiava pesantemente al braccio di lei. Durante le loro lente, faticose passeggiate lei sembrava trascinarsi dietro per una penitenza il peso di quella massa inferma. Di solito attraversavano subito la strada (le casette sorgevano nei campi vicino al porto, a duecento metri dalla fine della strada), e rimanevano visibili molto a lungo, risalendo impercettibilmente la scalinata di legno che portava in cima alla diga foranea. La diga andava da est a ovest, bloccando il passo alle acque della Manica come il terrapieno abbandonato di una ferrovia, su cui a memoria d’uomo non fosse mai passato nessun treno. Gruppi di robusti pescatori vi emergevano stagliandosi contro il cielo, ci camminavano sopra per un poco, e tornavano a sprofondare senza fretta. Le loro reti marroni, come tele di ragni giganteschi, erano stese sulla misera erba del pendio; e, guardando da dove la strada finiva, la gente della cittadina poteva riconoscere i due Carvil, dalla strisciante lentezza della loro andatura. Il capitano Hagberd, facendo lavoretti senza scopo intorno alle sue casette, alzava la testa per vedere come procedeva la loro passeggiata.
Faceva ancora pubblicare nelle edizioni domenicali dei giornali degli annunci per Harry Hagberd. Quei giornali venivano letti all’estero nei luoghi più remoti del mondo, informò Bessie. Allo stesso tempo sembrava pensare che suo figlio fosse in Inghilterra – così vicino a Colebrook che sarebbe ovviamente arrivato “domani”. Bessie, senza sbilanciarsi in favore di quella opinione con troppe parole, sosteneva che in tal caso la spesa degli annunci era superflua; il capitano Hagberd avrebbe fatto meglio a spendere quella mezza corona alla settimana per se stesso. Diceva anzi che non capiva di cosa vivesse. Il ragionamento di lei lo sconcertava e lo abbatteva per un po’. «Lo fanno tutti», le fece notare. C’era un’intera colonna dedicata agli appelli su parenti scomparsi. Le portava a far vedere il giornale. Lui e la moglie avevano pubblicato annunci per anni; solo che lei era una donna impaziente. Le notizie da Colebrook erano giunte proprio il giorno dopo il suo funerale; se non fosse stata così impaziente avrebbe potuto essere lì adesso, con un solo giorno ancora da aspettare. «Voi non siete una donna impaziente, mia cara».
«Non ho pazienza con voi, a volte», rispondeva lei.
Se però ancora faceva pubblicare annunci per il figlio, non offriva più ricompense per le informazioni: perché, con la confusa lucidità dello squilibrato, si era convinto in modo chiaro come la luce del sole di aver già ottenuto tutto quanto ci si poteva aspettare in quel modo. Che altro poteva desiderare? Colebrook era il posto, e non c’era bisogno di chiedere ancora. La signorina Carvil lo elogiava per il buon senso, e lui era lusingato dal fatto che lei condividesse un po’ la sua speranza, che era diventata la sua idea fissa; e quell’idea gli rendeva la mente cieca alla verità e alla probabilità, proprio come l’altro vecchio nell’altra casetta era stato reso cieco, da un’altra malattia, alla luce e alla bellezza del mondo.
Ma qualsiasi cosa interpretasse come dubbio – qualsiasi freddezza di consenso, o persino una semplice disattenzione allo sviluppo dei suoi progetti su una casa con il figlio ritornato e la moglie del figlio – lo irritava inducendolo a sarcasmi e scatti e a occhiatacce di sbieco. Allora conficcava la vanga nel terreno e ci camminava davanti, su e giù. La signorina Bessie le chiamava bizze. Lo rimproverava scuotendo l’indice. Poi, quando lei usciva fuori di nuovo, dopo essersi allontanato da lei adirato, la osservava con la coda dell’occhio spiandone il minimo segno di incoraggiamento ad avvicinarsi alla ringhieretta di ferro e riassumere il suo rapporto paterno e protettivo.
Malgrado tutta la loro intimità, che durava ormai da alcuni anni, non si erano mai parlati senza una staccionata o una ringhiera che li separasse. Lui le descriveva tutti gli splendori accumulati perché potessero metter su casa, ma non l’aveva mai invitata a fare una visita. Nessun occhio umano doveva posarvisi fino a che Harry gli avesse dato un primo sguardo. Di fatto, nessuno era mai entrato nella sua casa; sbrigava lui stesso le faccende domestiche, e custodiva il privilegio del figlio così gelosamente che i piccoli oggetti di uso comune che a volte comprava in città li introduceva, attraversando rapidamente il giardinetto sul davanti, tenendoli nascosti sotto l’abito di tela di olona. Poi, uscendo fuori, diceva in tono di scusa: «Si trattava solo di un piccolo bricco, mia cara».
E, se non era troppo stanca per il suo ingrato lavoro, o seccata oltre ogni limite di sopportazione dal padre, lei rideva arrossendo, e diceva: «Non preoccupatevi, capitano Hagberd; io non sono impaziente».
«Be’, mia cara, non dovrete aspettare a lungo ormai», rispondeva lui con improvvisa timidezza, e guardandosi in giro imbarazzato, come se avesse sospettato che ci fosse qualcosa che non andava lì intorno.
Ogni lunedì lei gli pagava l’affitto al di sopra della ringhieretta. Afferrava gli scellini avidamente. Lesinava su ogni soldo che doveva spendere per il proprio sostentamento, e quando la lasciava per andare a fare acquisti il suo portamento cambiava non appena arrivava in strada. Lontano dall’approvazione della pietà di lei, si sentiva abbandonato senza difesa. Strusciava contro i muri con la spalla.
Diffidava della stranezza delle persone; eppure, a quel punto, perfino i bambini della cittadina avevano smesso di schiamazzargli dietro, e i commercianti lo servivano senza commenti. La minima allusione al suo vestiario aveva il potere di imbarazzarlo e spaventarlo in modo particolare, come se si trattasse di qualcosa di totalmente ingiustificato e incomprensibile.
In autunno, la pioggia sferzante tambureggiava sul suo abito di tela di olona impregnato quasi fino a diventare rigido come una lastra di ferro, con la superficie che grondava acqua. Quando il tempo era troppo cattivo, si ritirava sotto il portichetto, e, in piedi appoggiato alla porta, guardava la sua vanga abbandonata piantata in mezzo al cortile. La terra era smossa a tal punto in ogni angolo del giardinetto, che quando cambiava la stagione si trasformava in un pantano. Quando si induriva per il gelo, lui era sconsolato. Che avrebbe detto Harry? E siccome in quel periodo dell’anno non poteva gioire tanto della compagnia di Bessie, i ruggiti del vecchio Carvil, che giungevano smorzati attraverso le finestre chiuse, richiamandola in casa, lo esasperavano non poco.
«Perché quell’individuo stravagante non vi procura una serva?», chiese impaziente un pomeriggio più tiepido. Si era messa in capo qualcosa per uscire un pochino.
«Non lo so», disse Bessie pallida, stancamente, fissando lontano con i suoi occhi dalle palpebre pesanti, grigi, e privi di speranza. Aveva sempre ombre scure sotto gli occhi, e sembrava incapace di vedere un cambiamento o una fine per la propria vita.
«Aspettate di essere sposata, mia cara», disse l’unico amico che avesse, facendosi più vicino alla staccionata. «Harry ve ne procurerà una».
La mania speranzosa di lui pareva farsi gioco della sua mancanza di speranze in modo tanto amaro che nella sua irritazione avrebbe potuto di colpo inveirgli contro. Ma disse soltanto schernendosi, e parlandogli come se fosse mentalmente sano: «Ma, capitano Hagberd, può darsi che vostro figlio non voglia nemmeno guardarmi».
Lui gettò la testa all’indietro e rise con un gutturale e simulato gracidio di rabbia.
«Che! Quel ragazzo? Non voler nemmeno guardare l’unica ragazza assennata nel giro di miglia e miglia? Per quale ragione credete che io sia qui, mia cara – mia cara – mia cara?… Che? Aspettate. Aspettate un po’. Domani vedrete. Presto io…».
«Bessie! Bessie! Bessie!», urlò da dentro il vecchio Carvil. «Bessie! – la mia pipa!». Quel grasso cieco si era abbandonato al lusso di una pigrizia assoluta. Non alzava un dito per raggiungere le cose che lei si curava di lasciargli proprio sotto il naso. Non muoveva un muscolo; non si alzava dalla sedia, non spingeva un piede avanti all’altro in quel salotto (in cui si sapeva muovere non meno bene che se avesse avuto ancora la vista) senza chiamarla accanto a sé e appoggiare tutto il suo peso atroce sulla spalla di lei. Non mangiava un solo boccone di cibo senza la stretta sorveglianza di lei. Si era reso incapace ben oltre la sua menomazione, per schiavizzarla meglio. Lei stette ferma un istante, serrando i denti nel crepuscolo, poi si voltò ed entrò lentamente dentro casa.
Il capitano Hagberd tornò alla vanga. Le grida in casa Carvil cessarono, e dopo un po’ la finestra del salotto al pianterreno si illuminò. Un uomo che proveniva dalla fine della strada avanzando deciso e tranquillo, passò oltre, ma parve scorgere all’improvviso il capitano Hagberd, perché fece uno o due passi indietro. Una fredda luce bianca indugiava nel cielo verso ponente. L’uomo si appoggiò al cancelletto con aria interessata.
«Voi dovete essere il capitano Hagberd», disse, con disinvolta sicurezza.
Il vecchio si girò rapidamente, estraendo la vanga, sorpreso da quella voce sconosciuta.
«Sì», rispose nervosamente.
L’altro, sorridendogli apertamente, proseguì molto lentamente: «Siete voi che avete pubblicato annunci per vostro figlio, no?»
«Mio figlio Harry», mormorò il capitano Hagberd, colto di sorpresa una volta tanto, «torna a casa domani».
«Diavolo!», si meravigliò grandemente lo sconosciuto, e poi, cambiando solo leggermente il tono di voce, proseguì: «Vi siete fatto crescere una barba proprio da Babbo Natale».
Il capitano Hagberd si avvicinò un poco, e si appoggiò alla vanga. «Andatevene per la vostra strada», disse, risentito e timido insieme, perché temeva sempre che si ridesse di lui. Ogni stato mentale dell’uomo, perfino la pazzia, ha un suo equilibrio, basato sulla stima di sé. Se questa viene intaccata, genera infelicità; e il capitano Hagberd viveva entro uno schema di idee prefissate, che gli causava dolore sentire scosse dal sogghigno della gente. Sì, i sogghigni della gente erano intollerabili. Alludevano a qualcosa che non andava: ma cosa? Non riusciva a capire; e quello sconosciuto stava chiaramente sogghignando – era venuto apposta per sogghignare. La cosa era già abbastanza spiacevole per strada, ma in quel modo non era mai stato insultato.
Lo sconosciuto, senza rendersi conto di quanto vicino fosse a farsi spaccare la testa con la vanga, disse con serietà: «Non commetto alcuna infrazione, stando qui, no? Credo ci sia qualcosa che non va nelle vostre informazioni. Supponete di lasciarmi entrare».
«Voi entrare!», mormorò il vecchio Hagberd, con indicibile disgusto.
«Potrei darvi alcune informazioni sicure su vostro figlio – proprio le ultimissime novità, se vi interessa conoscerle».
«No», gridò Hagberd. Cominciò a passeggiare su e giù furiosamente, la vanga su una spalla, gesticolando con l’altro braccio. «Ecco un tanghero – un tanghero che sghignazza, che dice ci sia qualcosa che non va. Ho più notizie io di quanto ne sappiate voi. Ho tutte le notizie che voglio. Ne ho avute per anni – per anni – per anni – abbastanza per arrivare fino a domani. Lasciarvi entrare, davvero! Che ne direbbe Harry?».
La figura di Bessie Carvil si profilò scura sulla finestra del salotto; poi, col rumore di una porta che si apriva, passò davanti all’altra casetta, tutta scura salvo qualcosa di bianco sopra la testa. Quelle due voci di fuori che avevano improvvisamente preso a parlare (le aveva udite da dentro) le avevano suscitato un’emozione tale da non poter pronunciare alcun suono.
Il capitano Hagberd sembrava stesse cercando la strada per uscire da una gabbia. I suoi piedi sguazzavano nelle pozzanghere create dal suo assiduo operato. Inciampava nelle buche del praticello distrutto. Urtava alla cieca contro la staccionata.
«Ohé, piantatela un po’!», disse gravemente l’uomo al cancelletto, allungando al di sopra il braccio e afferrandolo per una manica. «Qualcuno sta cercando di comunicare con voi. Ehi! Che razza di tenuta balorda è questa? Tela tormentina, per Giove!». Aveva la risata grassa. «Bene, siete davvero un personaggio!».
Il capitano Hagberd si liberò con uno strattone, e cominciò a indietreggiare riluttante. «Per il momento», borbottò in tono abbattuto.
«Che gli succede?». Lo sconosciuto si rivolse a Bessie con estrema familiarità, con tono deciso, di spiegazione. «Non volevo spaventare il vecchio». Parlava a voce bassa, come se la conoscesse da anni. «Mi sono ficcato da un barbiere lungo la strada, per farmi due soldi di barba, e lì mi hanno detto che era un vero personaggio. Il vecchio è stato un personaggio tutta la vita».
Il capitano Hagberd, intimidito dall’allusione al proprio vestiario, si era ritirato in casa, portando con sé la vanga; e i due al cancelletto, trasalendo all’improvviso sbatacchiare della porta, sentirono tirare violentemente i chiavistelli, lo scatto della serratura e all’interno l’eco di una risata gorgogliante, forzata.
«Non volevo sconvolgerlo», disse l’uomo, dopo un breve silenzio. «Che significa tutto ciò? È del tutto matto?»
«È da molto tempo che è preoccupato per il figlio perduto», disse Bessie, a voce bassa, per scusarlo.
«Bene, sono io suo figlio».
«Harry!», gridò lei – e rimase in silenzio assoluto.
«Conoscete il mio nome? Amici col vecchio, eh?»
«È il nostro padrone di casa», balbettò Bessie, aggrappandosi alla ringhieretta di ferro.
«Padrone di tutte e due le topaie, no?», commentò sprezzante il giovane Hagberd, «proprio la cosa di cui sarebbe orgoglioso. Mi sapete dire chi è il tipo che viene domani? Dovete saperne qualcosa. Ve lo dico io, è un raggiro al vecchio – nient’altro».
Lei non rispose, inerme dinanzi a una difficoltà insormontabile, sgomenta dinanzi alla necessità, all’impossibilità e al timore di una spiegazione in cui lei e la pazzia sembravano coinvolte insieme.
«Oh – mi dispiace talmente», mormorò.
«Che c’è sotto?», chiese lui, serenamente. «Non abbiate paura di sconvolgermi. Sarà l’altro che resterà sconvolto quando meno se l’aspetta. Non me ne importa un accidente; ma ci sarà un bel po’ da ridere quando domani mostra il muso. Non mi importa del trucco per i quattrini del vecchio, ma quel che è giusto è giusto. Vedrete che gli farò passar la voglia, a quel tanghero– chiunque sia!».
Si era fatto più vicino, e torreggiava su di lei dall’altro lato della ringhieretta. Le guardò la mani. Si accorse che tremava, e gli venne l’idea che avesse forse parte nel giochetto che si sarebbe fatto l’indomani a spese del suo vecchio.
Era arrivato giusto in tempo per rovinare loro lo scherzetto. Era divertito da quell’idea – sprezzante del raggiro mandato all’aria. Ma per tutta la vita aveva avuto grande indulgenza per ogni specie di trucchetti delle donne. Lei stava veramente tremando; lo scialle le era scivolato dal capo. “Povera diavola!”, pensò lui. “Lasciamo perdere quel tipo. Credo che cambierà idea prima di domani. Ma io? Non posso mica gingillarmi attorno al cancelletto fino a domani mattina”.
Lei esplose: «Siete voi – proprio voi che sta aspettando. Siete voi che arrivate domani».
Lui mormorò: «Oh! Sono io!», con voce neutra, ed entrambi parvero rimanere senza respiro. Apparentemente stava riflettendo su quanto aveva udito; poi, senza irritazione, ma palesemente perplesso, disse: «Non capisco. Non ho scritto, né niente. È il mio compagno che ha visto il giornale e mi ha avvertito – stamattina stessa… Eh? Cosa?».
Porse l’orecchio; lei sussurrò rapidamente, e lui stette ad ascoltare per un po’, mormorando ogni tanto le parole “Sì” e “Capisco”. Poi: «Ma perché non va bene oggi?», domandò alla fine.
«Non mi avete capito!», esclamò lei impazientemente. La striscia chiara di luce a ponente sparì sotto le nuvole. Di nuovo lui si chinò leggermente per sentire meglio, e la notte profonda nascose ogni cosa della donna che sussurrava e dell’uomo attento, eccetto quell’intima vicinanza dei loro volti, con la sua atmosfera di segretezza e di tenerezza.
Lui rialzò le spalle; l’ombra di un cappello a larghe tese piantato disinvoltamente sulla testa. «Mal congegnato, eh?», si rivolse a lei. «Domani? Bene, bene! Mai sentito raccontare niente di simile. È tutto sempre per domani, allora, senza mai niente per oggi, a quanto posso capire».
Lei rimase immobile e muta.
«E avete incoraggiato questa buffa idea», aggiunse.
«Non l’ho mai contraddetto».
«Perché non lo avete fatto?»
«Perché avrei dovuto farlo?», si difese lei. «Lo avrebbe soltanto avvilito. Sarebbe uscito di senno».
«Di senno!», borbottò lui, e udì una breve risata nervosa di lei.
«Che c’era di male? Dovevo litigare con quel povero vecchio? Era più semplice crederci a metà io stessa».
«Già, già», rifletté lui astutamente. «Credo che il vecchietto vi abbia un poco raggirato col suo dolce parlare. Voi avete il cuore tenero».
Le mani di lei si mossero nervosamente nell’oscurità. «E sarebbe potuto essere vero. Era vero. È giunto. È qui. Questo è il domani che stavamo aspettando».
Fece un sospiro, e lui proseguì di buon umore. «Già, a porta chiusa. Non m’importerebbe se… E credete che potrebbe essere persuaso a riconoscermi… Eh? Cosa?… Riuscireste a farlo? In una settimana, dite? Uhm, credo che potreste – ma credete che potrei resistere una settimana in questo posto monotono? No davvero! Io desidero o un lavoro duro, o una bella baldoria infuocata, o uno spazio maggiore di quanto non ce ne sia in tutta l’Inghilterra. Però, in questo posto io ci sono già stato una volta, e per più di una settimana. Allora il vecchio stava mettendo degli annunci per me, e un compagno che avevo con me ebbe l’idea di scucirgli un paio di sterline scrivendogli una lettera con un sacco di scemenze. Il pesce, tuttavia, non abboccò. Dovemmo battercela – e pure il prima possibile. Ma stavolta ho un amico che mi sta aspettando a Londra, e inoltre…».
Bessie Carvil respirava in fretta.
«E se bussassi alla porta?», suggerì lui.
«Provateci», rispose lei.
Il cancelletto del capitano Hagberd cigolò, e l’ombra del figlio si spinse avanti, poi si fermò con un’altra profonda risata gutturale, come quella del padre, solo più morbida e gentile, che fece trepidare il cuore della donna, come ridestandola.
«Non sarà mica suonato – eh? Non vorrei doverlo agguantare per la collottola. I miei compagni me lo dicono sempre che non riesco a controllare la mia forza».
«È la creatura più inoffensiva mai esistita», lo interruppe lei.
«Non parlereste così se lo aveste visto inseguirmi su per le scale con una cinghia di cuoio», disse lui, «non l’ho dimenticato in sedici anni».
Un’altra morbida risata sommessa la riscaldò dalla testa ai piedi. Al toctoc-toc del battente il cuore le volò in bocca.
«Ehi, pa’! Fammi entrare. Sono Harry, sono. Davvero! Tornato con un giorno d’anticipo».
Una delle finestre al piano di sopra si spalancò.
«Un altro tipaccio ghignante con informazioni», disse la voce del vecchio Hagberd, su nel buio. «Non lo state a sentire. Rovinerà tutto».
Lei sentì Harry Hagberd che diceva: «Ciao, pa’», poi un rumore metallico. La finestra si richiuse, e quello restò lì ancora davanti a lei.
«È proprio come ai vecchi tempi. Mi diede tante di quelle legnate per impedirmi di andarmene, e ora che sono tornato mi lancia in testa una dannata pala per tenermi lontano. Mi ha sfiorato la spalla».
Lei rabbrividì.
«Lascerei perdere», cominciò a dire, «se non fosse che ho speso i miei ultimi scellini per il biglietto del treno e l’ultimo pezzo da due penny per farmi la barba – per rispetto al vecchio».
«Siete veramente Harry Hagberd?», chiese lei velocemente. «Potete provarlo?»
«Se posso provarlo? Può forse provarlo chiunque altro?», disse lui in modo gioviale. «Provarlo come? Cosa voglio provare? Non esiste un solo buco al mondo, tolta l’Inghilterra, forse, dove non potreste trovare un uomo, o meglio ancora una donna, che non mi ricordi come Harry Hagberd. Sono più Harry Hagberd io di qualunque uomo al mondo; e ve lo posso provare in un minuto, se mi lasciate entrare dal vostro cancello».
«Venite», disse lei.
Lui entrò allora nel giardinetto anteriore dei Carvil. La sua ombra alta avanzava spavalda; lei voltò le spalle alla finestra e aspettò, osservando quella sagoma, di cui le impronte sembravano la parte più corporea. La luce batteva su un cappello messo di traverso; su una spalla possente, che sembrava fendere l’oscurità; su una gamba che si protendeva in fuori. Dondolò un po’ e restò fermo, di fronte al salotto illuminato a cui lei dava la schiena, girando la testa di qua e di là, ridacchiando leggermente tra sé.
«Provate solo a immaginarvi, per un secondo, la barba del vecchio appiccicata al mio mento. Eh? Dite un po’ adesso. Da ragazzino ero lui sputato».
«È vero», mormorò lei tra sé.
«E questo è quanto. È sempre stato un personaggio casalingo. Diamine, mi ricordo di come se ne andava attorno con l’aria di essere molto malato, fin da tre giorni prima di dover partire per uno di quei suoi viaggi a South Shields a caricare carbone. Comandava un bastimento noleggiato dalla società del gas. Avresti detto che stava per partire a caccia di balene – tre anni e più. Ah, ah! Nemmeno per sogno. Dieci giorni in mare. Lo Skimmer of the Seas era una buona nave. Bel nome, non è vero? Era dello zio della mamma…».
Si interruppe, e a voce bassa: «Vi ha mai detto di che cosa è morta la mamma?», domandò.
«Sì», disse la signorina Bessie, amaramente. «Di impazienza».
Lui restò zitto per un po’; poi bruscamente: «Avevano tanta paura che mi sarei traviato che davvero mi costrinsero a scapparmene. La mamma mi sgridava perché ero sfaccendato, e il vecchio diceva che mi avrebbe strappato l’anima dal corpo piuttosto che lasciarmi andar per mare. Be’, pareva proprio che lo avrebbe fatto – così me ne andai. A volte mi pare di essere nato da loro per errore – in quell’altro tugurio di casa».
«Dove avreste dovuto nascere, a rigore?», lo interruppe con aria di sfida Bessie Carvil.
«All’aperto, su una spiaggia, in una notte di vento», disse, veloce come un fulmine. Poi aggiunse pacato con l’aria assorta: «Erano dei personaggi, tutti e due, per Giove; e il vecchio si mantiene bene in forma – non vi pare? Una dannata pala sulla… Ascoltate! Chi è che fa questo fracasso? «Bessie, Bessie». Viene da casa vostra».
«Vogliono me», disse lei con indifferenza.
Lui si tirò di lato, fuori dal fascio della luce. «Vostro marito?», indagò, col tono di un uomo abituato ai convegni illegittimi. «Bella voce da avere in coperta durante il fragore di una burrasca».
«No; mio padre. Non sono sposata».
«Siete una bella ragazza, cara signorina Bessie», disse subito lui.
Lei girò la faccia di lato.
«Ohé dico – che succede? Chi lo sta assassinando?»
«Vuole il suo tè». Lei gli stava di fronte, calma ed eretta, con la testa scostata, con le mani unite appoggiate in grembo.
«Non fareste meglio a entrare?», suggerì lui, dopo averle osservato per un po’ il collo dietro la nuca, un tratto di luminosa pelle bianca e di ombra morbida sopra la scura linea delle spalle. Lo scialle le era scivolato sui gomiti. «Ancora un poco e l’intera città verrà fuori a vedere. Aspetterò un pochino qui».
Lo scialle le cadde a terra, e lui si chinò a raccoglierlo; lei era svanita. Se lo gettò sul braccio, e avvicinandosi alla finestra vide in pieno la forma mostruosa di un uomo grasso su una poltrona, una lampada senza paralume, lo sbadiglio di una bocca enorme in una facciona piatta circondata da un’arruffata aureola di capelli – la testa e il busto della signorina Bessie. Le grida cessarono; il cieco si calmò. Restò assorto a pensare a quanto fosse balorda tutta quella situazione. Il padre matto; senza modo di entrare in casa. Niente soldi per tornare indietro; un compagno affamato a Londra che avrebbe cominciato a pensare di essere stato abbandonato nelle peste. «Maledizione!», borbottò. Avrebbe potuto sfondare la porta, certo; ma per quello lo avrebbero potuto sbattere in gattabuia senza tante domande – pazienza, solo che aveva una paura maledetta di essere rinchiuso, seppure per sbaglio. Sentì un brivido di freddo a pensarci. Batté i piedi sulle zolle d’erba.
«Chi siete? – un marinaio?», disse una voce concitata.
Lei era rispuntata, un’ombra anch’essa, attratta dall’ombra temeraria che l’aspettava sotto il muro di casa sua.
«Qualsiasi cosa. Abbastanza marinaio da guadagnarmi il pane come a bordo. Sono tornato a casa in questo modo stavolta».
«Da dove venite?», chiese lei.
«Dritto filato da una bisboccia niente male», rispose, «con il treno da Londra – capite? Uff! Non sopporto di star chiuso in un treno. In una casa ancora ancora».
«Ah», fece lei, «è una fortuna».
«Perché in una casa si può in qualsiasi momento aprire la dannata porta e squagliarsela camminando dritti di fronte a sé».
«E non tornare più?»
«No, per sedici anni, almeno», rise lui. «In una topaia, e beccarsi una maledetta vecchia pala…».
«Una nave non è poi così grande», lo rimproverò lei.
«No, ma il mare è immenso».
Lei abbassò la testa, e come se le sue orecchie ascoltassero le voci del mondo, udì dietro il bastione del frangiflutti il mare ancora gonfio per la burrasca del giorno prima, che si frangeva sulla spiaggia con monotone e solenni vibrazioni, come se tutta la terra fosse stata una campana che suonasse a morto.
«E poi, cribbio, una nave è una nave. La si prende e la si lascia; e imbarcarsi non è sposarsi». Citò il proverbio da marinai con leggerezza.
«Non è sposarsi», sussurrò lei.
«Non ho mai assunto falso nome, e ancora non ho mai detto una bugia a una donna. Che bugia? Diamine, la bugia… Prendimi o lasciami, dico io: e se voi mi prendete, allora è…». Accennò a una canzoncina a bassa voce, appoggiato contro il muro.
Oh, oh, oh! Rio!…
Eccoti un addio,
Dolce cuore mio,
Siamo diretti a Rio… Grande
«La canzone dell’argano», spiegò lui. I denti le battevano.
«Avete freddo», disse lui. «Ecco quel vostro coso che ho raccolto». Lei sentì le mani di lui attorno a sé, che la avvolgevano stretta. «Tenete bene insieme le estremità sul davanti», le ordinò.
«Per quale motivo siete venuto qui?», domandò lei, trattenendo un brivido.
«Cinque sterline», rispose lui prontamente. «Abbiamo fatto durare i bagordi troppo a lungo e siamo finiti al verde».
«Avete bevuto?», chiese lei.
«Ciucchi per tre giorni; apposta. Non ci sono portato – non pensate male. Non c’è niente e nessuno che mi può imporre una cosa se io non voglio. Posso restare sobrio come un macigno. Il mio compagno vede stamani i giornali e mi fa: «Dai, Harry: genitore affettuoso. Sono cinque sterline sicure». Così abbiamo dato fondo alle tasche per il biglietto. Che diavolo di burla!».
«Avete il cuore duro, temo», sospirò lei.
«Per che cosa? Perché sono scappato? Cribbio! Voleva che mi impiegassi da un avvocato – giusto per fargli piacere. Padrone a casa propria; e la povera mamma lo istigava – per il mio bene, suppongo. Be’, quando è così – addio; e me la squagliai. No, vi dico: il giorno in cui mi tolsi di torno, ero pieno di lividi neri e blu a causa del suo grande amore per me. Ah! È sempre stato un vero personaggio. Date un’occhiata a quella pala, ora. Fuori di senno? Non troppo. È proprio una cosa tipica di mio padre. Mi vuole qui solo per aver qualcuno a cui dare degli ordini. Comunque, noi due eravamo al verde; e che sono cinque sterline per lui – una volta ogni sedici difficili anni?»
«Oh, mi dispiace per voi. Non avete mai desiderato ritornare a casa?»
«Per fare l’impiegato presso un avvocato e marcire qui – in un posto come questo?», gridò con disprezzo. «Che! Se il vecchio mi schiaffa in una casa come questa oggi, me la tirerei giù addosso a forza di calci – oppure ci morirei prima della fine del terzo giorno».
«E in quale altro posto sperate di morire?»
«Da qualche parte nella foresta; in mare; sulla cima di una dannata montagna ad esempio. A casa? Sì! Il mondo è la mia casa; ma mi aspetto di morire in un ospedale prima o poi. E allora? Qualunque posto va bene, a patto di aver vissuto; e io ho fatto quasi tutto quello che potete immaginare, tranne il sarto o il soldato. Ho fatto la guardia confinaria nei ranch australiani; ho tosato pecore; e ho portato i miei beni a spalla; e fiocinato balene. Ho armato navi, cercato l’oro, e scuoiato buoi morti – e voltato le spalle a più denaro di quanto il vecchio possa aver raschiato in tutta la sua vita. Ah, ah!».
L’aveva sopraffatta. Si fece forza e riuscì a pronunciare: «È tempo di riposare ora».
Lui si drizzò in piedi, staccandosi dal muro, e con voce severa replicò: «È ora di andarmene».
Ma non si mosse. Si appoggiò di nuovo all’indietro e canticchiò pensieroso una o due strofette di un motivo esotico.
Lei si sentì come se stesse per piangere. «Ecco un’altra delle vostre canzoni crudeli», disse.
«L’ho imparata in Messico – a Sonora». Parlava scioltamente. «È la canzone dei Gambusinos. Non la conoscete? La canzone degli uomini irrequieti. Niente potrebbe costringerli a restare in un posto – neanche una donna. Se ne incontrava qualcuno di tanto in tanto, ai vecchi tempi, ai confini delle zone aurifere, su a nord oltre il Rio Gila. Io ci sono stato. Un ingegnere minerario a Mazatlán mi portò con sé per aiutarlo con i carri. Un marinaio è comunque uno che sa fare di tutto quando serve. Lì è tutto deserto; certe spaccature nel terreno da non vederne il fondo; e montagne – rocce a picco che si ergono come muri e guglie di chiese, soltanto cento volte più grandi. Le vallate sono piene di macigni e pietre nere. Non si vede in giro un solo filo d’erba; e il sole al tramonto ha in quel paese un colore più rosso di quanto lo abbia mai visto da nessun’altra parte – rosso-sangue e iracondo. È davvero bello».
«Non vorrete mica tornare ancora laggiù?», balbettò lei.
Lui rise un po’. «No. Quello è il dannato paese dell’oro. Mi dava a volte i brividi a guardarlo – e tenete presente che eravamo un mucchio di uomini tutti assieme; ma quei Gambusinos se ne andavano in giro da soli. Conoscevano quel paese da prima che chiunque ne avesse mai sentito parlare. Avevano una specie di dono per trovare l’oro, e ne avevano anche la febbre; e non sembravano poi volere così tanto l’oro. Trovavano un punto dove ce n’era in abbondanza, e dopo gli voltavano le spalle; ne raccoglievano forse un po’ – abbastanza per far un po’ di baldoria – e poi via di nuovo, in cerca di altro oro. Non si fermavano mai a lungo dove c’erano case; non avevano moglie, né amica, né casa, mai compagni. Non si poteva essere amico di un Gambusino; erano troppo irrequieti – oggi qua, e via, Dio solo sa dove, domani. Non raccontavano a nessuno delle loro scoperte, e non c’è mai stato un Gambusino che si arricchisse. Non era l’oro che gli importava; era vagabondare in cerca d’oro in quel paese di sassi, che gli era entrato nel sangue e non gli lasciava più trovare pace: così che non era ancora nata la donna capace di trattenere un Gambusino per più di una settimana. Ecco cosa dice la canzone. Parla di una bella ragazza che cercò in tutti i modi di trattenere un amante Gambusino, perché lui le portasse tanto oro. Neanche per sogno! Se ne andò via, e lei non lo vide mai più».
«Che ne fu di lei?», chiese Bessie con un filo di voce.
«La canzone non lo dice. Pianse un poco, direi. Erano fatti così: bacia e sparisci. Ma è quel cercare una cosa – qualcosa… A volte penso di essere anch’io una specie di Gambusino».
«Nessuna donna vi può trattenere, dunque», cominciò lei con voce sostenuta, che tremolò improvvisamente prima di terminare.
«Non più a lungo di una settimana», scherzò lui, giocando con le corde del cuore di lei con l’allegra, tenera nota della sua risata, «eppure voglio bene a tutte. Qualsiasi cosa per il tipo di donna giusto. Gli imbrogli in cui mi hanno cacciato, e gli imbrogli da cui mi hanno tirato fuori! Le amo a prima vista. Mi sono già innamorato di voi, signorina – vi chiamate Bessie – eh?».
Lei si tirò un po’ indietro, e con una risata tremante: «Se non mi avete nemmeno visto ancora in faccia».
Si chinò in avanti galantemente. «Un po’ pallida: a qualcuno piace. Ma avete un bel personale, signorina Bessie».
Lei era tutta sottosopra. Nessuno le aveva mai detto tanto prima.
Il tono di lui cambiò. «Mi sta venendo una discreta fame, però. Non ho fatto colazione oggi. Non potreste rimediarmi un po’ di pane da quel vassoio del tè, o…».
Era già sparita. Stava per chiederle di farlo entrare in casa. Non importava. Dovunque andava bene. Che razza di ginepraio! Che avrebbe pensato il suo compagno?
«Non ve l’ho chiesto come mendicante», disse faceto, prendendo un pezzo di pane e burro dal piatto che lei gli reggeva davanti. «Ve l’ho chiesto come amico. Mio padre è ricco, sapete».
«Si toglie il pane di bocca per amor vostro».
«E io ho sofferto la fame a causa dei suoi ghiribizzi», disse lui, prendendo un altro pezzo di pane.
«Tutto ciò che possiede al mondo è per voi», lo difese lei.
«Sì, se mi presento qui a starci seduto come un maledetto rospo in uno stagno. Grazie tanto; e la pala, eh? Ha sempre avuto una bislacca maniera di dimostrare il suo amore».
«Lo potrei ricondurre alla ragione in una settimana», suggerì lei timidamente.
Aveva troppa fame per risponderle; e, reggendogli sottomessa il piatto vicino alla mano, lei cominciò a sussurrargli con voce affrettata, ansimante. Ascoltò, stupefatto, mangiando sempre più lentamente, fino a che le mandibole gli si fermarono del tutto. «Era questo il suo piano, vero?», chiese, alzando la voce con un tono di feroce disprezzo. Uno scomposto movimento del suo braccio fece volar via il piatto dalle dita di lei. Scagliò una violenta imprecazione.
Lei si ritrasse da lui, mettendo le mani contro il muro.
«No!», si infuriò lui. «Mi aspetta! Aspetta me – per il suo sporco denaro!… Chi la vuole la sua casa? Matto – non lui! Non ci credete. Vuole le cose a modo suo. Voleva fare di me un miserabile impiegato di avvocato, e adesso vuole farmi diventare un dannato coniglio addomesticato chiuso in gabbia. Io! Io!». Quella sua irosa risata a bassa voce adesso la terrorizzava.
«Il mondo intero non è per me abbastanza grande da allargare i gomiti, vi dico – come vi chiamate – Bessie – figuriamoci il maledetto salottino di un tugurio. Sposarmi! Vuole che mi sposi e metta su casa! E probabilmente ha anche adocchiato la ragazza – mi venga un colpo! E posso chiedervi se per caso sapete chi sia la ragazza?».
Lei tremava tutta, scossa da singhiozzi silenziosi e senza lacrime; ma lui era troppo furioso e agitato per notare la pena di lei. Si mordeva il pollice alla sola idea. Una finestra sbatacchiò nell’aprirsi.
«Un ghignante venditore di informazioni», dichiarò il vecchio Hagberd dogmaticamente, in tono composto. E il suono della sua voce sembrò a Bessie far impazzire la stessa notte – riversare follia e disastro sulla terra. «Ora so cosa c’è che non va nella gente di questo posto, mia cara. Diamine, certo! Con questo matto che se ne va in giro. Non dovete avere niente a che fare con lui, Bessie. Bessie, vi dico!».
Restarono lì come ammutoliti. Il vecchio si agitava e bofonchiava tra sé alla finestra. All’improvviso gridò con voce acuta: «Bessie – vi vedo. Lo dirò a Harry».
Lei fece un movimento come se stesse per scappar via, ma si fermò e si portò le mani alle tempie. Il giovane Hagberd, l’imponente figura avvolta nell’ombra, restò immobile come una statua di bronzo. Sopra di loro la notte impazzita piagnucolava e rimproverava con la voce di un vecchio.
«Mandatelo via, mia cara. È soltanto un vagabondo. Ciò che vi serve è una buona casa per conto vostro. Quell’individuo non ha casa – non è come Harry. Non può essere Harry. Harry arriva domani. Mi sentite? Ancora un giorno», blaterava più concitatamente, «non abbiate paura – Harry vi sposerà».
La sua voce si levava stridula e folle contro il mormorio regolare e profondo del mare che si infrangeva pesantemente sul lato esterno del frangiflutti.
«Dovrà farlo. Lo costringerò io, altrimenti», lanciò una grossa imprecazione, «lo diseredo domani senza lasciargli un solo scellino, e lascio tutto a voi. Lo farò. A voi. Che crepi di fame».
La finestra si chiuse con fragore.
Harry trasse un profondo sospiro, e fece un passo verso Bessie. «Dunque siete voi – la ragazza», disse, a bassa voce. Lei non si era mossa, e rimase voltata per metà senza guardarlo, tenendosi la testa tra le palme delle mani. «Parola mia!», continuò lui, con un mezzo sorriso invisibile sulle labbra. «Mi viene una gran voglia di restare…».
I gomiti le tremavano violentemente.
«Per una settimana», terminò lui senza una pausa.
Lei si coprì la faccia con le mani.
Si avvicinò e le prese i polsi gentilmente. Lei sentì il suo respiro vicino alle orecchie.
«Mi trovo in un bell’imbroglio – qui, e siete voi che dovete risolvermelo». Stava cercando di scoprirle il viso. Lei fece resistenza. La lasciò allora andare, e tirandosi appena poco all’indietro: «Avete denaro?», chiese. «Devo andarmene, ora».
Lei annuì rapida con la testa vergognosa, e lui aspettò, senza guardarla, mentre, tutta scossa da tremiti e con il capo chino, cercava di trovare le tasche del suo vestito.
«Ecco!», sussurrò. «Oh, andatevene! Andatevene per amor del cielo! Se avessi di più – di più – lo darei tutto per dimenticare – per farvi dimenticare».
Lui stese la mano. «Nessuna paura! Non ho dimenticato una sola di voi in tutto il mondo. Qualcuna mi ha dato più che denaro – ma adesso sono un mendicante – e voi donne avete sempre dovuto tirarmi fuori dai pasticci».
Camminò spavaldo fino alla finestra del salotto, e alla luce fioca che filtrava attraverso la persiana, osservò la moneta che teneva nel palmo. Era una mezza sovrana. Se la fece scivolare in tasca. Lei restò lì in disparte, con la testa piegata, come ferita; con le braccia che le pendevano passivamente lungo i fianchi, come morta.
«Non avete soldi abbastanza per farmi restare», disse, «e non ne avete abbastanza per andarvene voi».
Si aggiustò bene il cappello con un colpetto, e un secondo dopo lei si sentì sollevare dalla possente stretta delle braccia di lui. Non sentì più il suolo sotto i piedi; la testa le ricadde all’indietro; lui le tempestò il volto di baci con un ardore silenzioso e travolgente, quasi con la furia di riuscire a prenderle l’anima. Le baciò le guance pallide, la fronte dura, le palpebre pesanti, le labbra smorte; e i cadenzati colpi e sospiri della marea che saliva accompagnavano la potenza avvolgente delle sue braccia, la forza schiacciante delle sue carezze. Era come se il mare, abbattendo la diga che proteggeva tutte le case della cittadina, le avesse gettato un’ondata addosso. Infine passò; lei barcollò all’indietro, con le spalle contro il muro, esausta, come se fosse stata risospinta lì dopo una bufera e un naufragio.
Aprì gli occhi dopo un pochino; e, ascoltando i sicuri, tranquilli passi che si allontanavano con la loro conquista, prese a raccomodarsi la gonna, fissando sempre davanti a sé. All’improvviso si slanciò attraverso il cancelletto aperto nel buio e nella strada deserta.
«Fermo!», gridò. «Non andare!».
E restando in ascolto con una posa intenta della testa, non riuscì a capire se era il frangersi delle onde o il passo fatale di lui ciò che sembrava piombarle crudelmente sul cuore. Di lì a poco ogni suono si fece più debole, come se lei stesse lentamente trasformandosi in pietra. La prese il terrore di quell’impressionante silenzio – più forte del terrore della morte. Fece appello alle poche forze che le rimanevano per un ultimo richiamo:
«Harry!».
Nemmeno l’eco morente di un passo. Nulla. Il fragore della risacca, la stessa voce irrequieta del mare, sembravano essersi spenti. Non si udiva un suono – nessun sussurro di vita, come se fosse sola, perduta in quel paese di sassi di cui le aveva raccontato, dove dei folli vanno cercando l’oro e dopo averlo trovato lo sdegnano.
Il capitano Hagberd, dentro la casa al buio, si era mantenuto all’erta. Una finestra si aprì; e nel silenzio del paese di sassi una voce parlò dall’alto, su nell’aria nera – la voce della follia, della menzogna e della disperazione – la voce della speranza inestinguibile. «Se ne è andato finalmente – quel tipo delle informazioni? È ancora intorno, lo sentite, mia cara?».
Lei scoppiò a piangere. «No! No! No! Non lo sento più», singhiozzò.
Lui cominciò a gongolare trionfante da lassù. «Lo avete spaventato. Brava. Ora andrà tutto bene. Non siate impaziente, mia cara. Un giorno ancora».
Dall’altra casa il vecchio Carvil, sguazzando come un pascià nella sua poltrona, con una lampada a globo accesa accanto a lui sul tavolino, la chiamò sbraitando con voce diabolica: «Bessie! Bessie! Ehi, Bessie!».
Lo sentì infine, e, come sopraffatta dal destino, cominciò a traballare silenziosamente verso quel piccolo inferno senz’aria ch’era la sua casa. Non aveva portali solenni, né iscrizioni terrificanti di speranze perdute – lei non comprendeva in che consistesse il proprio peccato.
Il capitano Hagberd aveva a poco a poco raggiunto uno stato di chiassosa felicità là in alto.
«Rientrate! Non fate rumore!», gli si rivolse lei piangendo, dalla porta di sotto.
Lui si ribellò contro la sua autorità, e non le ubbidì, per la grande gioia di essersi infine liberato di quel «qualcosa che non andava». Fu come se tutta la speranzosa follia del mondo fosse esplosa a portarle terrore nel cuore, con la voce di quel vecchio che gridava la propria fiducia in un eterno domani.