amy foster (italian)
Kennedy è un medico di campagna, e vive a Colebrook, sulle spiagge della Eastbay. Il ripido terreno che sorge immediatamente dietro i tetti rossi della cittadina stringe l’antiquata High Street contro il muro che la ripara dal mare. Oltre il frangiflutti s’incurva per miglia in una vasta e regolare distesa l’arido greto sassoso, con il villaggio di Brenzett che spicca scuro al di là del mare, una guglia in mezzo a un gruppo di alberi; e ancora più lontano la colonna verticale di un faro, che a distanza appare non più grande di una matita, indica il punto dove finisce la terra. La campagna alle spalle di Brenzett è bassa e piatta; ma la baia è discretamente ridossata dal mare, e occasionalmente qualche grande nave, trattenuta dal vento contrario o durante un fortunale, usa l’ancoraggio a un miglio e mezzo in direzione nord rispetto a chi si trovi all’ingresso posteriore dello Ship Inn di Brenzett. Un diruto mulino a vento lì vicino, che leva i bracci spezzati da un cocuzzolo non più alto di un mucchio di spazzatura, e un torrione d’avvistamento costiero acquattato sulla battigia mezzo miglio a sud delle casette della Guardia costiera, sono oggetti familiari per i padroni di piccole imbarcazioni. Quelli costituiscono i punti di riferimento ufficiali della zona dei fondali affidabili, segnata sulle carte dell’Ammiragliato con una linea ovale irregolare tratteggiata che racchiude varie volte la cifra sei, con un’ancora impressa in mezzo, e, su tutto, la scritta FANGO E CONCHIGLIE.
La cima dell’altura sovrasta il campanile quadrato della chiesa di Colebrook. Il pendio è verde e solcato dalle curve di una strada bianca. Salendo lungo questa strada, si scopre una vallata ampia e bassa, un’ampia zona di verde fatta di pascoli e siepi che si fondono verso l’entroterra in una prospettiva di tinte purpuree e di linee fluttuanti che chiudono la vista.
Questa vallata, che si stende in basso fino a Brenzett e Colebrook e in alto fino a Darnford, la città del mercato lontana quattordici miglia, costituisce la condotta del mio amico Kennedy. Lui aveva cominciato come ufficiale medico nella Marina Militare, e in seguito era stato compagno di un celebre viaggiatore, al tempo in cui c’erano continenti dall’interno inesplorato.
I suoi scritti sulla fauna e sulla flora lo avevano reso noto alle società scientifiche. E adesso era venuto in una condotta di campagna – per sua scelta. Il potere di penetrazione del suo pensiero, agendo come un fluido corrosivo, ne aveva distrutto l’ambizione, immagino. La sua intelligenza è di natura scientifica, non può astenersi dall’investigare, e possiede quella inappagabile curiosità che crede che in ogni mistero si nasconda una piccola parte della verità assoluta.
Un bel po’ d’anni fa, ormai, al mio ritorno dall’estero, mi invitò a stare da lui. Vi andai quasi subito, ma siccome non poteva trascurare i suoi pazienti per tenermi compagnia, mi conduceva con sé durante le visite – trenta miglia o giù di lì in un solo pomeriggio, a volte. Lo aspettavo in strada; il cavallo sporgeva il muso a cercare ramoscelli fronzuti, e io, seduto in alto sul calesse, potevo udire la risata di Kennedy attraverso la porta semiaperta di qualche casolare. Aveva una sonora risata cordiale che sarebbe stata adatta a un uomo due volte la sua taglia, modi spicci, la faccia abbronzata, e un paio di occhi grigi, profondamente scrutatori. Possedeva l’abilità di indurre gli uomini a parlargli apertamente, e una inesauribile pazienza nell’ascoltarne i discorsi.
Un giorno, mentre ci allontanavamo al trotto da un grosso villaggio per una stradina ombrosa, vidi alla nostra sinistra una bassa casetta nera di mattoni, con vetri a rombi alle finestre, un rampicante sulla parete di fondo, il tetto di pietra e alcune rose che salivano su per il rachitico graticciato del minuscolo portico. Kennedy frenò portando il cavallo al passo. Una donna in pieno sole stava stendendo una coperta gocciolante su una corda tesa tra due vecchi alberi di melo. E quando il sauro dalla coda mozza e dal collo lungo, cercando di allentare le redini, gli strattonò la mano sinistra, coperta con un guanto di spessa pelle di cane, il dottore levò la voce al di sopra della siepe: «Come sta tuo figlio, Amy?».
Ebbi tempo di vedere la faccia stolida di lei, rossa, non per un afflusso di sangue, ma come se le gote piatte le fossero state vigorosamente schiaffeggiate, e di notare nella tozza figura, i radi, secchi capelli bruni tirati in una stretta crocchia dietro la nuca. Sembrava piuttosto giovane. Con un netto intoppo nel respiro, la sua voce suonò bassa e timida.
«Sta bene, grazie».
Riprendemmo il trotto. «Una tua giovane paziente», osservai; e il dottore, frustando il sauro con aria assente, mormorò: «Suo marito lo era».
«Sembra una creatura ritardata», rimarcai con indifferenza.
«Esattamente», disse Kennedy. «È alquanto passiva. Basta guardare le mani arrossate che pendono all’estremità di quelle braccia corte, quei lenti, bruni occhi sporgenti, per intuire quanto sia inerte la sua mente – un’inerzia che si direbbe le abbia messo il cervello perennemente al sicuro da tutte le sorprese dell’immaginazione. Eppure, chi di noi lo è, al sicuro? Ad ogni modo, così come la vedi, ha avuto sufficiente immaginazione per innamorarsi. È figlia di un certo Isacco Foster, che da piccolo proprietario terriero decadde a pastore, e le cui sventure ebbero inizio a partire dalla sua fuga per poter sposare la cuoca del padre vedovo – un agiato, sanguigno allevatore, che rabbiosamente cancellò il nome di lui dal testamento, e fu udito profferire minacce contro la sua vita. Ma questa vecchia faccenda, abbastanza scandalosa da servire come spunto per una tragedia greca, scaturì dalla somiglianza dei loro caratteri. Ci sono altre tragedie, meno scandalose e più sottilmente amare, che nascono da differenze inconciliabili e da quel timore dell’Incomprensibile che pende sulla nostra testa – sopra la testa di tutti noi…».
Il sauro stanco si mise al passo; e l’orlo del sole, tutto rosso in un cielo immacolato, sfiorò familiarmente la sommità piatta di un’altura arata vicino alla strada, come lo avevo visto innumerevoli volte toccare il lontano orizzonte marino. La spianata uniformemente scura del terreno lavorato si colorò di una tinta rosea, come se le zolle frantumate trasudassero in minuscole goccioline di sangue la fatica di innumerevoli aratori. Dall’orlo di un boschetto un carro tirato da due cavalli passava lento lungo il crinale. Alto sopra le nostre teste sulla linea dell’orizzonte, si stagliava contro il sole rosso, trionfalmente grande, enorme, come un cocchio di giganti trainato a lenta andatura da due destrieri di proporzioni leggendarie. E la sgraziata figura dell’uomo che avanzava faticosamente alla testa del cavallo di guida si proiettava sullo sfondo dell’Infinito con eroica goffaggine. L’estremità della sua frusta da carrettiere si agitava alta nell’azzurro. Kennedy riprese il discorso.
«Era la maggiore di una famiglia numerosa. All’età di quindici anni la mandarono a servizio nella fattoria New Barns. Io avevo in cura la signora Smith, la moglie dell’affittuario, e là vidi per la prima volta quella ragazza. La signora Smith, una persona gentile con un naso affilato, le faceva indossare al pomeriggio un abito nero. Non so neppure cosa me la fece notare. Ci sono volti che colpiscono la tua attenzione per una singolare mancanza di nitidezza nell’insieme della loro fisionomia, come una sagoma indistinta che, camminando nella nebbia, tu scruti attentamente e che può, alla fine, risultare non più curioso e strano di un palo indicatore. La sola peculiarità che percepii in lei fu una leggera esitazione nel parlare: una specie di intoppo iniziale che spariva dopo la prima parola. Quando le si parlava bruscamente, era capace di andare immediatamente nel pallone, ma il suo cuore era dei più gentili. Non fu mai sentita dire qualcosa di spiacevole nei riguardi di alcun essere umano, ed era tenera verso qualsiasi creatura vivente. Era devota alla signora Smith, al signor Smith, ai loro cani, gatti, canarini; e quanto al pappagallo grigio della signora Smith, le sue bizzarrie esercitavano su di lei un vero e proprio fascino. Eppure, quando quell’uccello esotico, attaccato dal gatto, si mise a strepitare chiedendo aiuto con parole umane, lei corse fuori in cortile tappandosi le orecchie e non impedì il misfatto. Per la signora Smith questo fu un segno evidente di stupidità; per un altro verso, la sua mancanza di attrattiva, in considerazione della ben nota frivolezza del signor Smith, era una grande garanzia. Gli occhi miopi le si inondavano di lacrime di compassione per un povero topo in trappola, e una volta alcuni bambini la videro in ginocchio sull’erba bagnata aiutare un rospo in difficoltà. Se è vero, come ha detto un tal tedesco, che non c’è pensiero senza fosforo, è ancora più vero che non c’è gentilezza di cuore senza una certa qual dose di immaginazione. Lei ne aveva. Ne aveva anche più del necessario per comprendere la sofferenza ed esserne mossa a pietà. Si innamorò in circostanze che non lasciano alcun dubbio su questo; perché è necessaria dell’immaginazione anche solo per formarsi un’idea della bellezza, e ancor più per scoprire il proprio ideale in qualcosa di inconsueto.
Come questa capacità nascesse in lei, che cosa la alimentasse, è un mistero imperscrutabile. Era nata nel villaggio, e non se ne era mai allontanata oltre Colebrook o forse Darnford. Visse per quattro anni con gli Smith. New Barns è una fattoria isolata a un miglio dalla strada, e lei si era accontentata di guardare giorno dopo giorno gli stessi campi, vallette, alture; gli stessi alberi e siepi; le facce dei quattro lavoranti della fattoria, sempre gli stessi – giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Non dimostrò mai desiderio di conversare, e, a quanto mi parve, non sapeva neppure sorridere. Talvolta, nel pomeriggio di qualche bella domenica indossava il vestito migliore, un paio di tozzi stivaletti, un largo cappello grigio ornato di una piuma nera (l’ho vista io stesso abbigliata così in ghingheri), afferrava un parasole assurdamente piccolo, varcava le scalette di due muretti divisori, marciava pesantemente attraverso tre campi e lungo duecento metri di strada – mai più lontano. Lì sorgeva il casolare dei Foster. Aiutava la madre a preparare il tè per i bambini più piccoli, lavava le stoviglie di terracotta, baciava i piccoli e tornava alla fattoria. Questo era tutto. Tutto il riposo, il cambiamento, la distensione. Non sembrava mai desiderare di più. E poi si innamorò. Si innamorò silenziosamente, ostinatamente – forse senza speranza. Accadde lentamente, ma quando accadde, fu come un potente incantesimo; fu amore come lo concepivano gli antichi: un impulso irresistibile e fatale – una possessione! Sì, aveva tanto senno da poter essere ossessionata e posseduta da un volto, da una presenza, in maniera fatale, come se fosse stata un’adoratrice pagana di una immagine sotto un cielo gioioso – e venire finalmente risvegliata da quel misterioso oblio di se stessa, da quell’incantesimo, da quel rapimento, grazie a un timore che rassomigliava all’inesplicabile terrore di un bruto…».
Col sole basso all’estremo ponente, la distesa delle praterie incorniciate dalle scarpate delle alture assumeva un aspetto solenne e malinconico. Un senso di penetrante tristezza, come quella ispirata dalla tensione di una melodia severa, si sprigionava dal silenzio della campagna. Gli uomini che incontravamo ci passavano vicino lenti, senza sorridere, tenendo gli occhi bassi, come se la malinconia di una terra estenuata appesantisse loro le gambe, ne piegasse le spalle, ne curvasse gli sguardi.
«Sì», replicò il dottore a una mia osservazione, «si potrebbe pensare che la terra soggiaccia a una maledizione, poiché tra tutti i suoi figli questi che più le sono vicini, sono sgraziati di corpo e così pesanti nell’andatura come se il loro stesso cuore fosse carico di catene. Eppure qui proprio su questa strada avresti potuto vedere tra questi uomini pesanti un essere agile, elastico e dagli arti lunghi, dritto come un pino, con qualcosa nella figura che tendeva in alto come se nel petto il cuore gli esultasse. Forse era solo per il forte contrasto, ma quando oltrepassava uno degli abitanti di questi villaggi, mi sembrava che le piante dei suoi piedi non toccassero la polvere della strada. Saltava d’un balzo le scalette dei muri divisori, percorreva questi declivi a passi lunghi, elastici, che lo facevano notare a grande distanza, e aveva lucidi occhi neri. Era talmente diverso dal tipo umano del luogo che, per la scioltezza dei movimenti, lo sguardo dolce – un po’ spaventato – l’incarnato olivastro e il portamento aggraziato, la sua umanità mi faceva venire in mente il tipo di creatura che vive in terre coperte di boschi. Ed era di là che veniva».
Il dottore indicò con la frusta, e dalla sommità della salita che si vedeva sopra le cime ondeggianti degli alberi di un parco fiancheggiante la strada, apparve la spianata del mare lontano sotto di noi, come il pavimento di un immenso edificio intarsiato di nastri neri ondulanti, di strisce immobili lucenti, terminante in una fascia di acqua cristallina ai confini col cielo. La lieve traccia di fumo di un piroscafo invisibile svaniva nella gran lucentezza dell’orizzonte come l’appannarsi del respiro da uno specchio; e vicino a riva le vele bianche di un cabotiero, che sembravano lentamente districarsi da sotto i rami, si libravano lontano dal fogliame degli alberi.
«Aveva fatto naufragio nella baia?», chiesi.
«Sì; era un naufrago. Un povero emigrante dell’Europa centrale diretto in America e trascinato qui a riva durante una tempesta. E per lui, che non sapeva nulla del mondo, l’Inghilterra era un paese inesplorato. Passò del tempo prima che ne apprendesse il nome; e, per quanto ne sappia io, poteva essersi aspettato di trovar qui bestie feroci o selvaggi, quando, issandosi carponi nel buio al di sopra del frangiflutti, rotolo giù dall’altra parte dentro un fosso dove fu un altro miracolo che non affogasse. Ma lottò istintivamente come un animale nella rete, e questa lotta alla cieca lo gettò in un campo. Doveva essere, invero, di una fibra più solida di quanto sembrasse per sostenere senza rimetterci la pelle tali prove, la violenza degli sforzi, e tanta paura. In seguito, nel suo inglese stentato che somigliava curiosamente al modo di esprimersi di un bambino, mi confessò di essersi raccomandato a Dio, credendo di non essere più su questo mondo. E in realtà – aggiungeva – come poteva saperlo? Si aprì lottando la strada contro la pioggia e il fortunale avanzando carponi, e alla fine capitò strisciando in mezzo ad alcune pecore ammassate strette a ridosso di una siepe. Queste fuggirono in tutte le direzioni, belando nel buio, e lui dette il benvenuto al primo suono familiare che udisse su questi lidi. Dovevano essere allora le due del mattino. E questo è tutto ciò che sappiamo sul modo in cui giunse a terra, per quanto non giungesse affatto da solo. Solo che i suoi lugubri compagni non cominciarono a venire a riva che molto più tardi nella giornata».
Il dottore tirò le redini, schioccò la lingua; trottammo giù per la collina, poi svoltando, quasi repentinamente, ad angolo retto verso High Street, sfrecciammo fragorosamente sul basolato e fummo a casa.
Nella tarda serata Kennedy, vincendo il momento di tristezza che lo aveva assalito, ritornò sull’argomento. Fumando la pipa, percorreva la lunga stanza da un capo all’altro. Una lampada da tavolo concentrava tutta la luce sulle carte del suo scrittoio; e seduto presso la finestra aperta, io contemplavo, dopo la giornata infuocata e senza vento, il glaciale splendore di un mare brumoso immoto sotto la luna. Non un sussurro, non uno sciabordio, non un rotolio di ciottoli dal greto, non un passo, non un sospiro saliva dalla terra sottostante – nemmeno un segno di vita se non l’olezzo del gelsomino rampicante: e la voce di Kennedy, che parlava dietro di me, passava dall’ampia finestra, per svanire fuori nella fredda e solenne immobilità.
«…Le relazioni di naufraghi dei tempi andati ci narrano di molte sofferenze. Spesso i naufraghi si salvavano dall’annegamento soltanto per morire miserevolmente di fame su una spiaggia deserta; altri soffrirono morte violenta oppure la schiavitù, trascorrendo anni di esistenza precaria presso genti a cui la loro estraneità era motivo di sospetto, di disprezzo o di paura. Leggiamo questi fatti, e sono degni di molta pietà. È davvero duro per un uomo ritrovarsi a essere uno straniero sperduto, indifeso, indecifrabile, e di origine misteriosa in qualche oscuro angolo della terra. Eppure tra tutti gli avventurieri naufragati in tutte le parti selvagge del mondo, non ce n’è uno, mi sembra, che ebbe a soffrire una sorte così assolutamente tragica come quella dell’uomo di cui sto parlando, il più innocente degli avventurieri gettato dal mare nell’ansa di questa baia, quasi in vista di questa stessa finestra.
Non conosceva il nome della sua nave. Invero, col tempo scoprimmo che non sapeva neppure che le navi avessero un nome: «come i cristiani»; e quando, un giorno, dalla cima di Talfourd Hill, osservò il mare che gli si apriva alla vista, i suoi occhi errarono lontano, perduti, con espressione di attonito sbalordimento, come non avesse mai visto prima uno spettacolo del genere. E probabilmente non l’aveva visto. Per quanto potei appurare, era stato stivato con molti altri a bordo di una nave di emigranti ancorata alla foce dell’Elba, troppo confuso per notare quanto lo circondava, troppo stanco per vedere alcunché, troppo angosciato per curarsene. Furono trascinati sotto nell’interponte e rinchiusi lì fin dalla partenza stessa. Era un basso locale fatto di tavole – soleva dire – con travi di legno sopra la testa, come le case della sua terra, ma vi si entrava scendendo una scala. Era molto largo, molto freddo, umido e oscuro, con posti simili a scatole di legno dove le persone dovevano dormire una sopra l’altra, e continuava sempre a oscillare in tutte le direzioni contemporaneamente. Sgusciò in una di quelle scatole e lì giacque negli abiti con cui aveva lasciato casa sua molti giorni prima, tenendo al fianco il fagotto e il bastone. La gente si lamentava, i bambini piangevano, filtrava acqua, le luci si spegnevano, le pareti scricchiolavano e tutto veniva scosso tanto che nella propria piccola scatola nessuno osava neppure alzare la testa. Aveva perduto il contatto con l’unico compagno (un giovane della stessa vallata, diceva), e tutto il tempo veniva da fuori un gran rumore di vento e risuonavano colpi pesanti – bum! bum! Una nausea terribile lo prese fino al punto di fargli persino trascurare le preghiere. Inoltre, nessuno sapeva dire se fosse giorno o notte. Sembrava sempre notte in quel posto.
Prima di imbarcarsi aveva fatto un lungo, lunghissimo viaggio in ferrovia. Guardava fuori dal finestrino, che aveva un vetro meravigliosamente chiaro, e gli alberi, le case, i campi e le lunghe strade sembravano volargli via tutt’intorno finché la testa gli si era confusa. Mi dette a capire che durante il viaggio aveva visto innumerevoli moltitudini di gente – intere nazioni – tutte vestite in abiti quali indossano i ricchi. Una volta fu fatto scendere dal vagone e dormì per una notte su una panchina in una casa di mattoni col fagotto sotto la testa; e una volta per molte ore aveva dovuto sedere su un pavimento di pietre piatte, sonnecchiando, con le ginocchia contro il mento e col fagotto tra i piedi. C’era un tetto sopra di lui, che sembrava fatto di vetro, ed era così alto che il più alto pino di montagna che avesse mai visto avrebbe avuto spazio per crescerci sotto. Macchine a vapore entravano a un’estremità e uscivano dall’altra. Vi sciamava gente, più di quanta ne puoi vedere nei giorni di festa attorno alla Santa Immagine miracolosa nel cortile del convento delle Carmelitane giù in pianura, dove, prima di lasciar la sua casa, aveva portato su un carro di legno la madre – una pia vecchia che voleva offrire preghiere e fare un voto perché a lui non accadesse nulla di male. Non riusciva a darmi un’idea di quanto grande e alto e rumoroso e pieno di fumo e tristezza, e sferragliare, fosse quel posto, ma qualcuno gli aveva detto che si chiamava Berlino. Poi suonarono un campanello e arrivò un’altra macchina a vapore, e di nuovo fu portato avanti e avanti attraverso una terra che gli stancò gli occhi tanto era piatta, senza neppure un cocuzzolo di collina tutto in giro su cui posare lo sguardo. Un’altra notte la passò chiuso in un fabbricato simile a una buona stalla con una lettiera di paglia sul pavimento, badando al suo fagotto tra tanti uomini, dei quali non uno riusciva a comprendere una sola parola di ciò che diceva. La mattina furono tutti portati sulle rive pietrose di un fiume fangoso estremamente largo, che non scorreva tra colline ma tra case che sembravano enormi. Lì c’era una macchina a vapore che andava sull’acqua e su quella tutti rimasero in piedi stretti insieme, soltanto che adesso c’erano con loro molte donne e bambini che facevano molto chiasso. Cadde la pioggia, fredda, il vento gli soffiò in faccia; si bagnò fino alle ossa, e i denti gli battevano. Lui e il giovane della stessa vallata si tenevano per mano.
Pensavano di essere portati in America direttamente, ma tutto a un tratto la macchina a vapore andò a sbattere contro il fianco di una costruzione simile a una grande casa sull’acqua.
Le pareti erano lisce e nere, e lì sopra si levavano, spuntando – per così dire – dal tetto, alberi nudi a forma di croce, estremamente alti. Ciò è quanto gli sembrò allora, perché non aveva mai visto prima una nave. Quella era la nave che si accingeva a fare tutta la traversata per l’America. Delle voci gridavano, tutto oscillava; c’era una scaletta a tarozzi che si immergeva su e giù. Si arrampicò con le mani e con le ginocchia, con una paura mortale di cadere di sotto, nell’acqua, che faceva un grande sciacquio. Fu separato dal suo compagno, e quando discese nel fondo di quella nave gli parve che il cuore gli si struggesse in petto.
Fu inoltre allora che, come mi disse, perse definitivamente contatto con uno di quei tre uomini che l’estate precedente erano andati in giro per tutte le piccole città ai piedi delle colline del suo paese. Arrivavano nei giorni di mercato con un carro da contadini, e impiantavano un ufficio in una bettola o nella casa di qualche ebreo. Erano tre, uno dei quali con una gran barba sembrava venerando; e portavano solini di stoffa rossa intorno al collo e galloni d’oro alle maniche come ufficiali governativi. Sedevano impettiti dietro una lunga tavola; e nella stanza vicino, in modo che la gente comune non potesse udire, sistemavano un ingegnoso meccanismo telegrafico, con il quale potevano parlare con l’Imperatore d’America. Gli anziani ciondolavano davanti all’uscio, ma i giovani delle montagne facevano ressa intorno alla tavola ponendo molte domande, perché c’era molto lavoro da ottenere per tutto l’anno in America a tre dollari al giorno, e niente servizio militare da assolvere.
Ma il Kaiser americano non prendeva tutti. Oh no! Lui stesso ebbe grande difficoltà a farsi accettare, e l’uomo venerando in uniforme dovette andare fuori della stanza parecchie volte a manovrare il telegrafo per il suo caso. Il Kaiser americano finì per ingaggiarlo a tre dollari, essendo lui giovane e forte. Però molti giovani abili si tirarono indietro, impauriti dalla grande distanza; inoltre, soltanto quelli che avevano un po’ di soldi potevano essere presi. Ci furono alcuni che vendettero le casupole e la terra perché costava un mucchio di soldi andare in America; ma poi, una volta là, avresti guadagnato tre dollari al giorno e se eri bravo saresti riuscito a trovare posti dove l’oro puro si poteva raccogliere da terra. La casa di suo padre si stava sovraffollando. Due dei fratelli si erano sposati e avevano bambini. Promise di mandare soldi a casa dall’America, per posta, due volte all’anno. Il padre vendette una vecchia mucca, un paio di pony di montagna pezzati del proprio allevamento, e un appezzamento sgombro di buona terra da pascolo sul pendio soleggiato di un passo orlato di pini a un taverniere ebreo, per pagare la gente della nave che portava in America gli uomini ad arricchirsi in breve tempo.
Doveva essere proprio un avventuriero nell’animo, perché quante delle più grandi imprese di conquista della terra ebbero come inizio proprio una tale vendita della mucca paterna per il miraggio di oro puro lontano! Ti ho detto più o meno con parole mie ciò che appresi frammentariamente nel corso di due o tre anni, durante i quali persi raramente l’occasione di un’amichevole chiacchierata con lui. Mi raccontò questa sua storia di avventura tra frequenti bagliori dei denti candidi e sguardi vivaci degli occhi neri, dapprima in una specie di balbettio ansioso di bambino, poi, quando si fu impadronito della lingua, con grande scioltezza, ma sempre con quella intonazione musicale, dolce, e nello stesso tempo vibrante che conferiva una potenza stranamente penetrante al suono delle più consuete parole inglesi, come se fossero parole di una lingua ultraterrena. E concludeva sempre, scuotendo energicamente la testa per sottolineare quanto diceva, con quella terribile sensazione che il cuore gli si struggesse in petto non appena ebbe messo piede a bordo di quella nave. Dopo, sembrava seguire per lui un periodo di assoluta ignoranza, almeno per ciò che riguardava gli avvenimenti. Senza dubbio dovette soffrire il mal di mare in modo abominevole ed essere in modo abominevole infelice – questo avventuriero mite e passionale, così strappato da quello che era il suo mondo conosciuto, e che sentiva amaramente, mentre giaceva nella sua cuccetta di emigrante, la propria estrema solitudine; perché era di natura profondamente sensibile. La cosa successiva che sappiamo per certo di lui è che si era tenuto nascosto nel porcile di Hammond a lato della strada per Norton, sei miglia, in linea d’aria, dal mare. Di queste esperienze non desiderava parlare: sembrava che gli avessero impresso a fuoco nell’animo un’oscura specie di meraviglia e di indignazione. Dalle chiacchiere della contrada, che durarono per parecchi giorni dopo il suo arrivo, sappiamo che i pescatori di West Colebrook erano stati disturbati e spaventati da forti colpi contro le pareti di legno delle casette e da una voce acuta che gridava nella notte strane parole. Alcuni di loro uscirono anche fuori, ma, indubbiamente, era scappato improvvisamente impaurito dalle rozze voci irritate che si chiamavano l’un l’altra nell’oscurità. Una specie di frenesia lo aveva dovuto spingere a scalare la ripida collina di Norton. Era lui, senza dubbio, che al mattino presto del giorno dopo era stato visto giacere (svenuto, direi) sull’erba lungo il bordo della strada dal barrocciaio di Brenzett, che effettivamente scese per dare un’occhiata più da vicino, ma si ritrasse, intimidito dalla assoluta immobilità, e da qualcosa di bizzarro nell’aspetto di quel vagabondo che dormiva così profondamente sotto l’acquazzone. A giorno inoltrato, alcuni bambini entrarono di corsa nella scuola di Norton, talmente spaventati che la maestrina uscì e apostrofò indignata un «uomo dall’aspetto orrendo» che era per strada. Questi sgattaiolò via, scuotendo la testa e poi, all’improvviso, scappò con straordinaria agilità. Il conducente del carretto del latte del signor Bradley non fece mistero dell’aver colpito con la frusta una specie di zingaro capelluto che, balzando fuori ad una curva della strada presso i Vents, aveva ghermito la briglia del pony. E gli dette anche un bel colpo, proprio sulla faccia, disse, che lo aveva fatto piombare nel fango un bel po’ più svelto di quanto non ne fosse balzato su; ma gli ci volle un buon mezzo miglio prima di riuscire a fermare il pony. Può darsi che nei disperati tentativi di ottenere aiuto e nella necessità di entrare in contatto con qualcuno, il povero diavolo avesse tentato di fermare il carretto. Anche tre ragazzi confessarono in seguito di aver tirato dei sassi a un buffo vagabondo, che si aggirava tutto bagnato e fangoso e, sembrava, completamente ubriaco, sullo stretto e scavato viottolo presso le fornaci da calce. Tutto ciò fu l’argomento delle chiacchiere dei tre villaggi per giorni, ma abbiamo la testimonianza incontestabile della signora Finn (la moglie del carrettiere di Smith) che lo vide scavalcare il muretto del porcile di Hammond e barcollare dritto verso di lei, balbettando ad alta voce con un tono che bastava a far morire di paura. Avendo con sé il bambino nella carrozzina, la signora Finn gli gridò di andarsene, e poiché quello persisteva nell’avvicinarsi, lo colpì coraggiosamente sulla testa con l’ombrello, e, senza mai voltarsi indietro, corse come il vento con la carrozzina fino alla prima casa del villaggio. Poi si arrestò, senza fiato, e avvertì il vecchio Lewis, che stava martellando un mucchio di pietre; e il vecchietto, togliendosi gli enormi occhiali neri retinati di protezione, si levò sulle gambe malferme per guardare dove lei gli indicava. Insieme seguirono con gli occhi la figura dell’uomo che correva attraverso un campo; lo videro cadere, risollevarsi e riprendere a correre, scuotendo e agitando le lunghe braccia al di sopra della testa, in direzione della fattoria New Barns. Da quel momento lui è completamente nelle spire del suo oscuro e commovente destino. Non c’è alcun dubbio, dopo ciò, su quanto gli accadde. Tutto è certo ora: l’intenso terrore della signora Smith; la imperturbabile convinzione di Amy Foster, contrapposta all’attacco nervoso dell’altra, che quell’uomo «non voleva far del male»; l’esasperazione di Smith (al ritorno dal mercato di Darnford) nel trovare il cane che gli abbaiava contro in un accesso di rabbia, la porta posteriore sbarrata, la moglie in convulsioni isteriche; e tutto per un disgraziato, sporco vagabondo, che probabilmente era ancora lì nascosto nell’aia. Possibile? Gli avrebbe insegnato lui a spaventare le donne.
Smith ha notoriamente un temperamento focoso, ma la vista di una creatura non classificabile e fangosa, seduta a gambe incrociate tra un mucchio di paglia sparsa, e dondolantesi avanti e indietro come un orso in gabbia, lo fece esitare. Poi quello straccione si alzò in piedi davanti a lui, in silenzio, una massa di fango e sporcizia dalla testa ai piedi. Smith, solo tra i pagliai con questa apparizione, nel crepuscolo tempestoso risonante del furioso latrare del cane, provò il timore di qualcosa di inesplicabile e strano. Ma quando quell’essere, separando con le mani nere le lunghe ciocche arruffate che gli pendevano sul viso, come si fa con le due metà di una tenda, lo guardò con occhi scintillanti, straniti, bianchi e neri, la bizzarria di quell’incontro silenzioso lo fece quasi barcollare. Ammise in seguito (perché la storia è stata giustificatamente oggetto di conversazione qui intorno per anni) che arretrò di più di un passo. Poi l’inaspettata esplosione di un discorso rapido e senza senso lo persuase subito d’avere a che fare con un pazzo evaso dal manicomio. In effetti, quell’impressione non si cancellò mai completamente. Smith non ha mai rinunciato in cuor suo, fino a tutt’oggi, alla segreta convinzione della sostanziale pazzia di quell’uomo.
Mentre la creatura gli si avvicinava, farfugliando in maniera del tutto scomposta, Smith (ignaro di essere chiamato “grazioso signore” e scongiurato per amor di Dio di concedere cibo e riparo) continuò a parlare con fermezza ma gentilmente, e sempre indietreggiando verso l’altro cortile. Infine, cogliendo l’occasione favorevole, con uno scatto improvviso lo scaraventò a capofitto dentro la legnaia e tirò immediatamente il paletto. Dopodiché si asciugò la fronte nonostante la giornata fosse fredda. Aveva fatto il proprio dovere verso la comunità rinchiudendo un maniaco vagabondo e probabilmente pericoloso. Smith non è affatto un uomo cattivo, ma nel cervello aveva posto solo per quell’unica idea della pazzia. Non aveva fantasia bastante per chiedersi se quell’uomo non stesse morendo di freddo e di fame. Nel frattempo, sulle prime il maniaco fece un gran fracasso nella baracca. La signora Smith stava strillando al piano di sopra, dove si era rinchiusa in camera da letto; ma Amy Foster singhiozzava da far pietà sulla porta della cucina, torcendosi le mani e mormorando: “No! No!”. Penso che Smith quella sera abbia passato un brutto quarto d’ora tra un rumore e l’altro, e quella voce insensata, sconcertante, che urlava ostinatamente attraverso la porta aumentava soltanto la sua irritazione. Probabilmente non riuscì a mettere in relazione quel fastidioso pazzoide con l’affondamento di una nave nel mare della Eastbay, del quale si parlava al mercato di Darnford. E io ritengo che l’uomo rinchiuso sia stato molto vicino alla pazzia, quella notte. Prima che la sua eccitazione si placasse e cadesse nell’incoscienza si stava aggirando selvaggiamente nel buio, rotolando su dei sacchi sporchi e mordendosi i pugni per la rabbia, il freddo, la fame, per lo sgomento e la disperazione.
Era un montanaro della catena orientale dei Carpazi, e la nave affondata la notte precedente nella Eastbay era la nave degli emigranti di Amburgo Herzogin Sophia-Dorothea, di spaventosa memoria.
Pochi mesi dopo potemmo leggere sui giornali la storia delle false “Agenzie per l’Emigrazione” tra la gente di campagna della Slavonia, tra le più remote province dell’Austria-Ungheria. L’obiettivo di questi truffatori era quello di impadronirsi delle proprietà della povera gente ignorante, ed erano in combutta con gli usurai locali. Instradavano le loro vittime per lo più via Amburgo. Quanto alla nave, l’avevo vista da questa stessa finestra entrare nella baia a vele terzarolate in un oscuro pomeriggio minaccioso. Venne all’ancoraggio, correttamente secondo la carta di ancoraggio al largo della stazione della Guardia costiera di Brenzett. Mi ricordo di aver ancora guardato, prima che cadesse la notte, il profilo dell’alberatura e del sartiame che spiccavano neri e aguzzi su uno sfondo di nuvole stracciate color ardesia, come un’altra e più snella cuspide alla sinistra del campanile della chiesa di Brenzett. A sera si alzò il vento. A mezzanotte potevo sentire dal letto le terrificanti raffiche di vento e il rumore di un diluvio che scrosciava.
Circa alla stessa ora gli uomini della Guardia costiera credettero di vedere le luci di un piroscafo sulla zona d’ancoraggio. Dopo un istante scomparvero; ma è chiaro che un altro bastimento di qualsiasi tipo, aveva cercato ridosso nella baia in quella terribile notte scurissima, aveva speronato la nave tedesca nella parte centrale (una falla – mi raccontò in seguito uno dei sommozzatori – “che ci poteva passare una bettolina del Tamigi”), e poi se ne era andato, indenne o danneggiato, chissà; ma se ne era andato, sconosciuto, non visto e fatale, per perdersi misteriosamente in mare. Non venne mai niente in luce, eppure il clamore e il compianto che si levarono in tutto il mondo avrebbero dovuto farlo ritrovare se fosse stato ancora a galla da qualche parte.
Una totale mancanza di indizi, e un silenzio furtivo come quelli di un crimine eseguito con precisione caratterizzano questo disastro omicida, che, come puoi ricordare, ebbe la sua macabra celebrità. Il vento avrebbe impedito che anche le grida più forti giungessero fino al litorale; non c’era stato tempo, evidentemente, per segnali d’emergenza. Fu morte senza chiasso. La nave di Amburgo, imbarcando acqua di colpo, si capovolse nell’affondare, e all’alba non c’era neppure la punta di un albero che spuntasse dall’acqua. Non era, ovviamente, più in vista, e sulle prime gli uomini della Guardia costiera supposero che a una qualche ora della notte la nave avesse arato o rotto il cavo dell’ancora, e fosse stata spinta dal vento in mare aperto. Poi, quando la marea si abbassò, il relitto dovette ruotare un poco e rilasciare alcuni corpi, perché una bambina – una bimbetta dai capelli biondi con un abitino rosso – venne a riva all’altezza del torrione d’avvistamento costiero. Nel pomeriggio avresti potuto vedere lungo tre miglia di spiaggia oscure sagome con le gambe nude che battevano avanti e indietro nella spuma arruffata delle onde, e uomini dall’aspetto rude, donne dai volti duri, bambini, biondi per la maggior parte, che venivano portati, rigidi e grondanti acqua, in barelle, su incannicciati, su scale di corda in lunga processione davanti alla porta dello Ship Inn per essere deposti in fila ai piedi della parete nord della chiesa di Brenzett.
Ufficialmente, il corpo della bimbetta in vestina rossa fu la prima cosa che venne a riva da quella nave. Ma ho dei pazienti tra la popolazione marinara di West Colebrook, e, in via non ufficiale, venni informato che molto presto quella mattina due fratelli, che erano andati a cercare la loro barchetta da pesca tirata in secco, trovarono, un bel tratto lontano da Brenzett, una comune gabbia per tenere i polli a bordo, che era finita in alto all’asciutto sulla spiaggia, con dentro undici oche annegate. Le oche furono mangiate dalle loro famiglie e la stia fatta a pezzi con l’accetta, per il focolare. È possibile che un uomo (supponendo che gli fosse capitato di trovarsi in coperta al momento del sinistro) fosse riuscito a tenersi a galla su quella stia fino a terra. È possibile. Ammetto che è improbabile, ma c’era quell’uomo – e per giorni, anzi, per settimane – non ci entrò in testa che avevamo tra di noi l’unico essere vivente sfuggito a quel disastro. Quello stesso uomo, anche quando imparò a parlare in modo intellegibile, poté dirci ben poco. Si ricordava di essersi sentito meglio (dopo che la nave si era ancorata, suppongo) e che l’oscurità, il vento e la pioggia gli toglievano il respiro. Con ciò, sembra che sia stato per qualche tempo in coperta, quella notte. Ma non dobbiamo dimenticare che era stato fuori conoscenza, che aveva sofferto mal di mare ed era stato rinchiuso giù sotto per quattro giorni, che non aveva nessuna nozione generica di una nave né del mare, e pertanto non poteva formarsi alcuna idea precisa di quanto gli stava capitando. Conosceva il vento, la pioggia, l’oscurità; riconobbe il belato delle pecore, e ricordava la pena della sua sventura e della sua miseria, l’accorato stupore che essa non fosse né vista né capita, la sua costernazione nel trovare tutti gli uomini irosi e tutte le donne crudeli. Si era rivolto loro come un mendicante, è vero, diceva; ma nel suo paese, ai mendicanti, anche se non si dava loro niente, si parlava gentilmente. Ai bambini del suo paese non si insegnava a tirare sassi a coloro che chiedevano compassione. La strategia di Smith lo aveva completamente sopraffatto. La legnaia aveva l’aspetto orribile di una prigione sotterranea. Che gli avrebbero fatto, subito dopo?… Non c’era da meravigliarsi che Amy Foster apparisse ai suoi occhi con l’aureola di un angelo del cielo. La ragazza non era riuscita a dormire pensando a quel poveraccio, e la mattina, prima che gli Smith fossero in piedi, scivolò fuori attraverso il cortile posteriore. Tenendo socchiusa la porta della legnaia, guardò dentro e gli allungò una mezza pagnotta di pane bianco – “un pane come quello che al mio paese mangiano i ricchi”, soleva dire lui.
A questo lui emerse lentamente da tutta quella specie di immondizia, intirizzito, affamato, tremante, miserevole e dubbioso. “Vuoi mangiarlo?”, chiese lei con la sua voce dolce e timida. Lui dovette prenderla per una “graziosa signora”. Mangiò voracemente, e lacrime gli cadevano sulla crosta. All’improvviso posò il pane, la afferrò per il polso e le stampò un bacio sulla mano. Lei non si spaventò. Aveva notato che sotto la misera condizione lui aveva un bell’aspetto. Chiuse la porta e tornò indietro lentamente in cucina. Molto più tardi lo raccontò alla signora Smith, che rabbrividì alla sola idea di essere toccata da quella creatura.
Tramite quell’atto impulsivo di pietà lui fu reinserito nel contesto delle relazioni umane con i nuovi conterranei. Non lo dimenticò mai – mai.
Quella stessa mattina venne a dare il suo consiglio il vecchio signor Swaffer (il più vicino a Smith tra gli abitanti dei dintorni), e finì per portarselo a casa. Lui restò lì, malfermo sulle gambe, docile, e impastato di fango mezzo secco, mentre i due uomini vicino a lui parlavano in una lingua incomprensibile. La signora Smith si era rifiutata di scendere da basso finché quel matto non fosse uscito da casa; Amy Foster, nella cucina buia, osservava da lontano attraverso la porta posteriore aperta; e lui cercò di obbedire al meglio delle sue possibilità ai segnali che gli venivano fatti. Ma Smith era pieno di sfiducia. “Attento, signore! Può essere tutto un trucco”, gridò più volte in tono di avvertimento. Quando il signor Swaffer fece partire la puledra, l’essere deplorevole che gli sedeva umile al fianco, per la debolezza ci mancò poco che cadesse fuori, al di sopra della spalliera dell’alto carro a due ruote. Swaffer lo condusse direttamente a casa sua. Ed è allora che entro in scena io.
Fui chiamato con la semplice procedura di un gesto fattomi dal vecchio con l’indice al di sopra del cancello di casa mentre mi trovavo a passare di lì per caso. Scesi, naturalmente.
“Ho qui qualcosa”, borbottò facendomi strada verso una rimessa a poca distanza dagli altri fabbricati della sua fattoria.
Fu lì che lo vidi per la prima volta, in una lunga stanza bassa ricavata nello spazio di quella specie di scuderia. Era nuda e imbiancata a calce, e con in fondo una piccola apertura quadrata protetta da un vetro fesso e polveroso. Stava sdraiato sul dorso sopra un giaciglio di paglia; gli avevano dato un paio di coperte da cavallo, e sembrava aver speso le poche energie rimaste nello sforzo di ripulirsi. Era quasi senza parola; e il respiro affrettato sotto le coperte gli sollevava il mento, gli occhi neri lucenti e senza requie mi ricordavano un uccello selvatico preso in una rete. Mentre lo esaminavo, il vecchio Swaffer stava in silenzio sulla porta, passandosi la punta delle dita sul labbro superiore rasato. Detti delle istruzioni, promisi di mandare una bottiglia di medicina e naturalmente feci alcune domande.
“Smith lo ha catturato nel cortile di New Barns”, disse il vecchio con il suo modo di fare distaccato e impassibile, e come se l’altro fosse davvero stato una specie di animale selvatico. “È così che l’ho trovato. È proprio una curiosità, no? Ora ditemi, dottore – voi avete girato tutto il mondo – non pensate che sia un po’ qualcosa come un indù questo che abbiamo preso qui?”.
Fui molto sorpreso. La sua lunga capigliatura nera sparsa sul capezzale di paglia contrastava col pallore olivastro del viso. Mi venne l’idea che potesse essere un basco. Non ne seguiva necessariamente che capisse lo spagnolo; comunque tentai con le poche parole che conoscevo, ed anche con un po’ di francese. I suoni sussurrati che colsi avvicinando l’orecchio alle sue labbra mi confusero completamente. Quel pomeriggio le giovani signore del presbiterio (una di loro leggeva Goethe con un dizionario, e un’altra combatteva da anni con Dante), venute a trovare la signorina Swaffer, tentarono su di lui, dalla porta sulla strada, il loro tedesco e italiano. Dovettero ritirarsi, profondamente sconcertate dal torrente di parole concitate che quello, voltandosi sul giaciglio, rovesciò loro addosso. Ammisero che il suono era piacevole, dolce, musicale – ma forse, in concomitanza con i suoi sguardi, impressionante – così eccitato, così totalmente dissimile da quanto si fosse mai udito. I ragazzi del villaggio risalivano il pendio per sbirciare attraverso la finestrina quadrata. Ciascuno si chiedeva che cosa avrebbe fatto il signor Swaffer di lui.
Semplicemente, se lo tenne.
Swaffer sarebbe definito un eccentrico se non fosse tanto rispettato. Ti diranno che il signor Swaffer sta su tardi anche fino alle dieci di sera a leggere libri, e ti diranno anche che può compilare un assegno di duecento sterline senza starci a pensare due volte. Ti potrebbe dire lui stesso che gli Swaffer possiedono terre tra qui e Darnford da trecento anni a questa parte. Deve avere oggi ottantacinque anni, ma non sembra neanche un po’ più anziano di quando venni qui la prima volta. È un grande allevatore di pecore, e tratta non poco anche in bovini. Frequenta i giorni di mercato nel giro di molte miglia, con qualsiasi tempo, e guida seduto, piegato sulle redini, i lisci capelli grigi che gli si arricciolano sopra il collo del cappotto caldo, e una coperta verde attorno alle gambe. La calma dell’età avanzata conferisce solennità al suo comportamento. È completamente sbarbato; ha labbra sottili e nervose; un che di rigido e di monacale nell’insieme dei lineamenti dona una certa aristocraticità alle caratteristiche del suo volto. È noto per aver guidato per miglia sotto la pioggia per vedere un nuovo tipo di rosa nel giardino di un tale, o un cavolo mostruoso coltivato da un contadino. Ama sentir raccontare o che gli venga mostrata qualcosa che possa definire “esotica”. Forse fu proprio l’esoticità di quell’uomo che influenzò il vecchio Swaffer. Forse fu soltanto un capriccio inesplicabile. Tutto ciò che so è che al termine di tre settimane scorsi il matto di Smith che scavava nell’orto di Swaffer. Avevano scoperto che sapeva adoperare una vanga. Vangava a piedi nudi.
I capelli neri gli ondeggiavano sopra le spalle. Suppongo che fosse stato Swaffer a regalargli la vecchia camicia di cotone a strisce; ma indossava ancora i calzoni nazionali di panno marrone (con cui era stato spinto a riva dal mare) aderenti alle gambe quasi come calze; in vita una larga cintura di cuoio adorna di dischetti d’ottone; e non si era ancora avventurato mai nel villaggio. La terra a cui badava gli sembrava tenuta ordinatamente, come i terreni intorno alla casa di un proprietario; la mole dei cavalli da tiro lo riempiva di stupore; le strade gli sembravano sentieri di giardino, e l’aspetto della gente, specialmente le domeniche, denunciava opulenza. Si chiedeva meravigliato che cosa li rendesse così duri di cuore, e i loro bambini così sfacciati. Prendeva il cibo dalla porta posteriore, lo portava con entrambe le mani, con attenzione, nella sua rimessa e, seduto sul pagliericcio, solo, si faceva il segno della croce prima di cominciare. A lato dello stesso pagliericcio, inginocchiandosi nell’oscurità precoce delle corte giornate, recitava a voce alta il Paternostro prima di dormire. Ogni volta che vedeva il vecchio Swaffer si inchinava con venerazione con tutto il busto, e restava eretto mentre il vecchio, con le dita sul labbro superiore, lo scrutava in silenzio. Si inchinava anche alla signorina Swaffer, che governava con parsimonia la casa del padre – una donna di quarantacinque anni, dalle spalle larghe, l’ossatura robusta, con la tasca della veste piena di chiavi, e gli occhi grigi, fissi. Era Chiesa – come la chiamava la gente (mentre suo padre era un fiduciario della Cappella Battista) – e portava una piccola croce d’acciaio alla cintola. Vestiva severamente di nero, a ricordo di uno degli innumerevoli Bradley della zona, col quale era stata fidanzata un venticinque anni prima – un giovane proprietario terriero che si era rotto l’osso del collo andando a caccia la vigilia del matrimonio. Aveva il contegno immoto dei sordi, parlava assai raramente, e le sue labbra, sottili come quelle del padre, talvolta stupivano per una piega misteriosamente ironica. Queste erano le persone a cui doveva obbedienza, e una solitudine opprimente sembrava calare dal cielo plumbeo di quell’inverno senza sole. Tutti i volti erano tristi. Non poteva parlare con nessuno e non aveva alcuna speranza di capire mai qualcuno. Era come se quelli fossero volti di gente dell’altro mondo – gente morta – soleva dirmi anni dopo. Parola mia, mi meraviglio che non sia diventato pazzo. Non sapeva dove era. In qualche posto molto lontano dalle sue montagne – qualche posto al di là del mare. Era questa l’America, si chiedeva?
Se non fosse stato per la croce d’acciaio alla cintola della signorina Swaffer non avrebbe saputo, confessava, nemmeno se fosse in un paese cristiano. Vi gettava spesso occhiate furtive, e si sentiva riconfortato. Non c’era nessuna cosa, qui, uguale a quella del suo paese! La terra e l’acqua erano differenti; non c’erano immagini del Redentore ai lati delle strade. Perfino l’erba era diversa, e gli alberi. Tutti gli alberi, salvo i tre vecchi pini norvegesi nel pezzetto di prato davanti alla casa di Swaffer, e quelli gli ricordavano il suo paese. Una volta lo avevano scorto, dopo il crepuscolo, con la fronte appoggiata ad uno di essi, a singhiozzare parlando tra sé e sé. A quel tempo erano stati come fratelli per lui, affermava. Ogni altra cosa era strana. Immagina che genere di esistenza buia, oppressa dalle apparenze materiali di ogni giorno, come da visioni di un incubo. Di notte, quando non poteva dormire, continuava a pensare alla ragazza che gli aveva dato il primo pezzo di pane che aveva mangiato in questa terra straniera. Non era stata sgarbata, né in collera, né si era paventata. La faccia di lei la ricordava come l’unica comprensibile tra tutte queste facce così chiuse, così misteriose e così mute come i volti dei morti che sono in possesso di un sapere al di là della comprensione dei vivi. Mi chiedo se non sia stato il ricordo della compassione di lei a impedirgli di tagliarsi la gola. Ma via! Forse sono un vecchio sentimentale, e dimentico l’istintivo attaccamento alla vita che impedisce anche alla forza di una straordinaria disperazione di avere il sopravvento.
Svolgeva il lavoro che gli veniva affidato con un’intelligenza che sorprese il vecchio Swaffer. A poco a poco si scoprì che poteva essere d’aiuto nell’arare, sapeva mungere le vacche, dare il mangime ai manzi nel recinto dei buoi, ed essere di qualche utilità con le pecore. Cominciò anche a impadronirsi delle parole, molto velocemente; e infine, in una bella mattinata di primavera, salvò da morte prematura la nipotina del vecchio Swaffer.
La figlia minore di Swaffer è maritata a Willox, avvocato e segretario comunale di Colebrook. Due volte all’anno, regolarmente, vengono a passare qualche giorno dal vecchio. L’unica loro figlia, una bambina che all’epoca non aveva ancora tre anni, uscì fuori di casa sola di corsa, in grembiulino bianco, e, trotterellando sull’erba di un giardino a terrazze, precipitò da un muretto a testa in giù nell’abbeveratoio dei cavalli nel cortile sottostante.
Il nostro uomo era fuori con il carrettiere e l’aratro nel campo più vicino alla casa, e mentre stava facendo girare il tiro per cominciare un nuovo solco, vide, attraverso un cancello aperto, ciò che per chiunque altro sarebbe stato solo lo svolazzare di un che di bianco. Ma lui aveva occhi che vedevano dritto, veloci, e arrivavano lontano, e che sembravano affievolirsi e perdere il loro stupefacente potere solo davanti all’immensità del mare. Era a piedi nudi, e aveva un aspetto tanto esotico quanto il cuore di Swaffer poteva desiderare. Abbandonando i cavalli mentre giravano, e lasciando indicibilmente disgustato il carrettiere, scattò via, correndo a grandi balzi sul terreno arato, e comparve all’improvviso davanti alla madre, le cacciò la bambina tra le braccia e si allontanò a grandi passi.
La pozza d’acqua non era molto profonda; tuttavia, se lui non avesse avuto occhi tanto buoni, la bambina sarebbe morta – miseramente soffocata in quel piede, o poco più, di viscido fango del fondo. Il vecchio Swaffer uscì lentamente sul campo, aspettò che l’aratro arrivasse alla sua altezza, lo squadrò ben bene, e senza dir parola tornò indietro a casa. Ma da quel giorno gli apparecchiarono i suoi pasti sul tavolo di cucina; e, all’inizio, la signorina Swaffer, tutta in nero e con viso impassibile, veniva sull’uscio del soggiorno a osservarlo farsi un gran segno della croce prima di sedersi. Credo che da quel giorno, Swaffer cominciasse pure a pagargli un regolare salario.
Non posso seguire passo passo le sue vicende. Si tagliò i capelli corti, fu visto nel villaggio e lungo la strada andare e venire per il suo lavoro come ogni altro. I bambini smisero di dargli la baia. Si rese conto delle differenze sociali, ma rimase a lungo sconcertato dalla cruda povertà delle chiese in mezzo a tanto benessere. Non riusciva a capire neanche perché venissero tenute chiuse nei giorni feriali. Non c’era nulla da rubare, dentro. Era forse per trattenere la gente dal pregare troppo spesso? Il Presbiterio si occupò molto di lui, in quel tempo, e credo che giovani signore tentassero di preparare il terreno per la sua conversione. Tuttavia non riuscirono a distoglierlo dall’abitudine di farsi il segno della croce, però giunse al punto di togliersi la stringa con un paio di medaglie di ottone delle dimensioni di un sei pence, una sottile croce di metallo, e una specie di scapolare quadrato che portava intorno al collo. Li appese al muro a fianco del letto, e però lo si sentiva ancora recitare ogni sera il Paternostro, con parole incomprensibili e con una voce lenta, fervida, come ogni sera della sua vita aveva inteso fare suo padre, alla testa di tutta la famiglia inginocchiata, grandi e piccini. E nonostante sul lavoro indossasse calzoni di fustagno, e le domeniche un abito sale e pepe preconfezionato, per la strada gli estranei si voltavano a guardarlo. La sua impronta di straniero era peculiare e indelebile. Alla fine la gente si abituò a vederlo. Ma non si abituò mai a lui. La rapida, leggera andatura; la carnagione scura; il cappello calcato sull’orecchio sinistro; l’abitudine di portare, nelle serate calde, la giacca sopra una spalla, come il dolman di un ussaro; il modo di saltare i muretti, non per un gesto di agilità, ma come un normale modo di camminare – tutte queste peculiarità erano, si potrebbe dire, tanti motivi di scherno e di offesa per gli abitanti del villaggio. Loro non se ne stavano, durante l’ora del pranzo, sdraiati supini sull’erba a fissare il cielo. Né andavano in giro per i campi strillando motivetti lamentosi. Ho inteso molte volte la sua voce acuta da dietro il crinale di qualche sentiero da pecore in declivio, una voce sottile e trillante, come quella di un’allodola, ma con una nota di umana malinconia, sopra i nostri campi che sentono solo il canto degli uccelli. E io stesso ne ero spaventato. Ah! Era diverso; puro di cuore, e pieno di una buona volontà che nessuno desiderava, quel naufrago che, come un uomo trapiantato su un altro pianeta, era separato dal suo passato da uno spazio immenso e da un’immensa ignoranza separato dal suo futuro. Il suo vivace, vibrante sfogo scandalizzava effettivamente tutti. “Un demonio facilmente eccitabile”, lo chiamavano. Una sera, nella birreria del “Coach and Horses” (avendo bevuto del whisky), li irritò tutti cantando una canzone d’amore del suo paese. Lo zittirono, e ne fu addolorato; ma Preble, il carradore zoppo, e Vincent, il fabbro grasso, e anche gli altri notabili volevano bersi in pace la loro birra serale. In un’altra occasione cercò di mostrar loro come si balla. La polvere si sollevò in nugoli dal pavimento coperto di sabbia; saltò dritto in alto tra i tavoli d’abete, batté i tacchi l’uno contro l’altro, si accovacciò su un tallone davanti al vecchio Preble, spingendo in fuori l’altra gamba, gettando alte grida d’esultanza, si alzò su per ruotare su un piede solo, schioccando le dita sopra la testa – e un carrettiere di passaggio che stava lì dentro a bere una birra cominciò ad imprecare e se la filò, con la sua mezza pinta in mano, dietro il bancone. Ma quando saltò all’improvviso sopra un tavolo e continuò a ballare tra i bicchieri, intervenne il padrone. Non voleva nessun “gioco acrobatico nella birreria”. Alzarono le mani su di lui. Avendo bevuto uno o due bicchieri, lo straniero del signor Swaffer cercò di fare delle rimostranze; fu buttato fuori a forza: ci rimediò un occhio nero.
Credo che avvertisse l’ostilità dell’ambiente umano circostante. Ma era coriaceo – coriaceo nell’animo oltre che fisicamente. Solo il ricordo del mare lo atterriva, di un vago terrore come quello lasciato da un brutto sogno. La sua casa era lontana; e non voleva più andare in America, ormai. Gli avevo spiegato spesso che non c’è alcun posto sulla terra dove si possa trovare oro puro bello e pronto, e da prendersi con il solo disturbo di raccoglierlo. Ma allora, chiedeva, come sarebbe mai potuto tornare a casa a mani vuote, quando là erano stati venduti una vacca, due pony e un pezzo di terra per pagargli il viaggio? Gli occhi gli si riempivano di lacrime, e, distogliendoli dall’immenso scintillio del mare, si gettava a faccia in giù sull’erba. Talvolta, però, inclinando il cappello con aria un po’ da conquistatore, si prendeva gioco della mia saggezza. Lui l’aveva trovato il suo pezzettino di oro puro. Era il cuore di Amy Foster, che era “un cuore d’oro, e sensibile alla miseria della gente”, diceva con accento di assoluta convinzione.
Si chiamava Yanko. Aveva spiegato che ciò significava Giovannino; ma siccome ripeteva spessissimo di essere un montanaro (una parola che nel dialetto del suo paese suonava come Goorall), gli fu affibbiato quello come cognome. Ed è questa la sola traccia che di lui potranno trovare le generazioni future nel registro dei matrimoni della parrocchia. Sta scritto lì – Yanko Goorall – nella calligrafia del parroco. La storta croce tracciata dal naufrago, una croce la cui apposizione gli parve, indubbiamente, l’atto più solenne dell’intera cerimonia, è tutto quel che resta adesso a perpetuare il ricordo del suo nome.
Il suo corteggiamento era durato un certo tempo – sin da quando aveva trovato il suo precario punto d’appoggio nella comunità. Cominciò con l’acquisto per Amy Foster di un nastro di satin verde a Darnford. Questo è quanto si faceva nel suo paese. Si comprava un nastro sulla bancarella di un ebreo in una bella giornata. Penso che la ragazza non sapesse cosa farsene, ma lui sembrava credere che le sue oneste intenzioni non potessero essere fraintese.
Fu solo quando dichiarò il suo proposito di sposarsi che capii pienamente fino a che punto, per mille ragioni futili e trascurabili, fino a che punto fosse – detestato, diciamo? – da tutta la gente del luogo. Ogni vecchia del villaggio fu in rivolta. Smith, imbattendosi in lui presso la fattoria, minacciò di spaccargli lui stesso la testa se lo avesse trovato ancora nei paraggi. Ma lui si arricciò i baffetti neri con un’aria così bellicosa e sgranò in faccia a Smith occhi così grandi, neri e feroci, che della minaccia non se ne fece nulla. Tuttavia Smith disse alla ragazza che doveva essere matta per prendere per marito un uomo che sicuramente aveva qualcosa di bacato in testa. Ciò nonostante, quando al crepuscolo lo sentiva fischiettare al di là del frutteto un paio di battute di un’aria bizzarra e triste, lei posava quanto aveva in mano – lasciava la signora Smith nel bel mezzo di una frase – e correva fuori al suo richiamo. La signora Smith la chiamava una svergognata impertinente. Lei non rispondeva nulla. Non diceva assolutamente nulla a nessuno, e tirava avanti per la sua strada come se fosse sorda. Soltanto lei e io, in tutto il paese, immagino, potevamo vedere la vera bellezza di lui. Aveva una bellissima figura e un portamento molto gradevole, con quel tocco di selvatico, come di una creatura dei boschi, nell’aspetto. La madre di lei si lamentava tristemente con la figlia ogni volta che la ragazza andava a trovarla nel suo giorno di libertà. Il padre era sgarbato, ma faceva finta di non sapere; e la signora Finn le disse una volta a chiare note: “Quell’uomo, mia cara, ti farà del male, prima o poi”. E così la faccenda andò avanti. Li si poteva vedere insieme sulle strade, lei arrancando stolida tutta in ghingheri – abito grigio, penna nera, stivaletti tozzi, chiassosi guanti di cotone bianco che attiravano gli sguardi da cento metri di distanza; e lui, la giacca pittorescamente appesa a una spalla, misurando il passo al suo fianco, il portamento galante e gettando occhiate tenere alla ragazza dal cuore d’oro. Mi chiedo se lui vedesse quanto era bruttina lei. Forse tra tipi differenti da ciò che aveva sempre visto, non aveva la capacità di giudicare; o forse era sedotto dalla divina dote della sua pietà.
Yanko nel frattempo era in grande angustia. Nel suo paese ci si rivolge a un vecchio per fare da ambasciatore in questioni di matrimonio. Non sapeva come procedere. Tuttavia un giorno, in mezzo alle pecore in un campo (ormai era sotto-pastore di Swaffer insieme con Foster) si tolse il cappello davanti al padre e, umilmente, si dichiarò. “Credo che sia abbastanza pazza da sposarti”, fu tutto ciò che disse Foster. “E poi”, raccontava, “quello si ricaccia il cappello in testa, mi guarda scuro come se volesse tagliarmi la gola, fischia al cane, e se ne va, lasciandomi a sbrigare tutto il lavoro”. Ai Foster, ovviamente, non piaceva perdere il salario che la ragazza guadagnava; Amy dava alla madre tutto il suo denaro. Ma c’era in Foster proprio una genuina avversione a quell’unione. Obiettava che quell’uomo era molto abile con le pecore, ma non era adatto al matrimonio per nessuna ragazza. Per prima cosa, se ne andava in giro lungo le siepi parlando tra sé come un dannato sciocco; e poi, perché questi forestieri si comportano a volte in maniera molto strana con le donne. E forse voleva condurla via chissà dove – o fuggire lui stesso. Non era una cosa sicura. Predicò a sua figlia che quell’individuo poteva maltrattarla in qualche modo. Lei non rispose. Era, dissero nel villaggio, come se quell’uomo le avesse fatto qualcosa. La gente discuteva sulla questione. C’era una discreta agitazione, e i due continuavano a “passeggiare ostentatamente” alla faccia dell’opposizione. Poi accadde qualcosa di inaspettato.
Non so se Swaffer comprendesse mai quanto il suo dipendente straniero lo vedesse come un padre. In ogni modo la loro relazione era curiosamente feudale. Così quando Yanko chiese formalmente un abboccamento – “e anche la Signorina” (chiamava la severa, sorda signorina Swaffer semplicemente Signorina) – fu per ottenere il loro permesso di sposarsi. Swaffer lo ascoltò impassibile, lo congedò con un cenno d’assenso, e poi gridò la notizia nell’orecchio migliore della signorina Swaffer. Lei non mostrò nessuna sorpresa, e soltanto sottolineò torvamente, con voce velata, neutra: “Di sicuro non troverà nessun’altra ragazza che lo sposi”.
È solo alla signorina Swaffer che si deve il merito del regalo munifico: fatto sta che pochissimi giorni dopo venne fuori che il signor Swaffer aveva regalato a Yanko una casetta di mattoni (la casetta che hai visto stamani) e qualcosa come un acro di terra – glieli aveva trasferiti in proprietà totale. Willcox redasse l’atto di donazione, e ricordo che mi disse d’esser stato molto contento di prepararlo. C’era scritto: “In considerazione di aver salvato la vita alla mia diletta nipotina, Bertha Willcox”. Naturalmente, dopo ciò nessuna forza al mondo poteva impedir loro di sposarsi.
L’infatuazione di lei continuava. La gente la vedeva uscire di sera per andargli incontro. Fissava a occhi spalancati, affascinati, la strada da dove lui sarebbe in breve comparso, camminando sciolto, con un dondolio delle anche e mugolando una delle canzoni d’amore del suo paese. Quando nacque il bambino, diventò un po’ brillo al “Coach and Horses”, tentò ancora una canzone e un ballo, e di nuovo fu buttato fuori. La gente espresse commiserazione per una donna sposata a un simile fantoccio a molla. Lui non se ne curò. C’era un uomo ora (mi disse con vanteria) al quale poteva cantare e parlare nella lingua del suo paese e mostrare di quando in quando come si balla. Ma non saprei. A me sembrava che fosse diventato meno elastico nel passo, più pesante di corporatura, meno acuto nello sguardo. Fantasia, senza dubbio; ma mi sembra ora come se la rete del destino si fosse già ristretta intorno a lui.
Un giorno lo incontrai sul sentiero sopra Talfourd Hill. Mi disse che “le donne sono buffe”. Avevo già sentito di contrasti domestici. La gente andava dicendo che Amy Foster stava cominciando a rendersi conto di che razza di uomo avesse sposato. Lui osservava il mare con occhi apatici, assenti. La moglie gli aveva strappato il figlio dalle braccia un giorno che sedeva sul gradino della porta cantandogli sommessamente una canzone come quelle che nelle sue montagne le madri cantano ai bambini. Sembrava pensare che stesse facendo del male al bimbo. Le donne sono buffe. E lei lo aveva rimproverato di pregare a voce alta la sera. Perché? Lui si aspettava che il ragazzino ripetesse la preghiera a voce alta, parola per parola dietro di lui, come lui aveva fatto da bambino dietro al vecchio padre – nel suo paese. E scoprii che non vedeva l’ora che il bambino crescesse così da poter avere un uomo con cui parlare quella lingua che ai nostri orecchi suonava così discorde, così passionale e così bizzarra. Perché a sua moglie quell’idea non piacesse, non sapeva dirlo. Ma sarebbe passata, disse. E, inclinando la testa con aria di sapere quel che diceva, si batté leggermente il petto per indicare che lei aveva un cuore buono: non duro, non crudele, compassionevole, caritatevole verso i poveri! Me ne andai pensieroso; mi chiedevo se la sua diversità, la sua stranezza, non cominciassero a instillare repulsione in quella mente ottusa che all’inizio avevano irresistibilmente attratto. Me lo chiedevo proprio…».
Il dottore si fece presso la finestra e guardò fuori allo splendore freddo del mare, immenso nella foschia, come se abbracciasse tutta la terra con tutti i cuori perduti tra le due passioni dell’amore e della paura.
«Da un punto di vista fisiologico, ora», disse, voltandosi bruscamente, «era possibile. Era possibile».
Rimase un po’ in silenzio. Poi proseguì:
«Ad ogni modo, la volta successiva che lo vidi era malato – questione di polmoni. Era coriaceo, ma credo che non si fosse acclimatato bene quanto avevo supposto. Era un brutto inverno; e, naturalmente, questi montanari hanno crisi di nostalgia, e uno stato di depressione lo rendeva vulnerabile. Giaceva mezzo vestito su un divano al pianterreno.
Un tavolo coperto di tela cerata scura occupava tutto il centro della stanzetta. C’erano una culla di vimini sul pavimento, un bricco fumante sulla mensola del focolare, e dei panni di bambino messi ad asciugare sul parafuoco. La stanza era calda, ma la porta si apre direttamente sul giardino, come forse hai notato.
Aveva la febbre alta, e continuava a mormorare tra sé. Lei era seduta su una sedia e lo osservava fisso al di là del tavolo con i suoi occhi marroni appannati. “Perché non lo tieni di sopra?”, chiesi. Con un soprassalto e con un confuso balbettamento, rispose: “Oh! Ah! Non potrei star seduta con lui, di sopra, signore”.
Le detti alcune prescrizioni; e uscendo ripetei che lui avrebbe dovuto stare di sopra a letto. Si torse le mani. “Non potrei. Non potrei. Non fa che ripetere qualcosa – non so che”. Ricordando tutte le chiacchiere che contro quell’uomo le erano state sussurrate all’orecchio, la guardai attentamente. La guardai negli occhi miopi, i suoi occhi stupidi che una volta nella vita avevano visto una figura attraente, ma che ora, fissandomi, sembravano non vedere assolutamente nulla. Però mi accorsi che era a disagio.
“Che gli sta succedendo?”, mi chiese, con una specie di vacua trepidazione. “Non sembra molto malato. Non ho mai visto nessuno prima d’ora con quell’aspetto…”.
“Non crederai mica”, domandai indignato, “che stia fingendo?”
“Non posso farne a meno, signore”, rispose stolidamente. E all’improvviso batté le mani e si guardò in giro. “E c’è il bambino. Sono così spaventata. Proprio un minuto fa voleva che gli dessi il bambino. Non riesco a capire cosa gli dica”.
“Non puoi chiedere a un vicino di venire qui per stanotte?”, chiesi.
“Prego, signore, nessuno sembra aver voglia di venire”, mormorò, tutt’a un tratto cupamente rassegnata.
Le ribadii la necessità di fare la massima attenzione, e poi dovetti andarmene. C’era un buon numero di malanni, quell’inverno. “Oh, spero che non parli!”, esclamò piano proprio mentre me ne stavo andando.
Non so come accadde che io non capissi – ma non capii. Eppure, voltandomi sul calesse, la vidi indugiare sulla porta, del tutto immobile, e come se meditasse la fuga per la strada fangosa.
Verso notte la febbre aumentò.
Tossiva, gemeva, e di quando in quando emetteva un lamento. E lei sedeva dietro al tavolo che la separava dal divano, sorvegliando ogni gesto e ogni suono, con il terrore, l’irragionevole terrore che si insinuava in lei di quell’uomo che lei non riusciva a capire. Si era tirata la culla di vimini più vicino ai piedi. Ormai non c’era più nulla in lei oltre all’istinto materno e quell’inesplicabile terrore.
Improvvisamente, ritornando in sé, riarso, lui domandò un po’ d’acqua. Lei non si mosse. Non aveva capito, anche se lui poteva aver creduto di esprimersi in inglese. Lui aspettò, guardandola, bruciato dalla febbre, stupito del suo silenzio e della sua immobilità, e poi gridò impaziente: “Acqua! Dammi dell’acqua!”.
Lei scattò in piedi, afferrò il bambino, e ristette immota. Lui le parlò, e i concitati rimproveri non fecero che aumentarne la paura di quell’uomo strano. Credo che le parlasse a lungo, supplicando, meravigliandosi, implorando, ordinando. Credo. Lei dice di aver sopportato finché poté. E poi un impeto d’ira lo colse.
Si sollevò e gridò con voce terribile una parola – alcune parole. Poi si alzò in piedi come se non fosse affatto malato, dice lei. E, come in preda a un misto di eccitato spavento, indignazione e meraviglia, cercò di acchiapparla girando intorno al tavolo; lei aprì semplicemente la porta e scappò via col bambino in braccio. Lo udì dalla strada chiamarla due volte con voce terribile – e fuggì… Ah! Avresti dovuto vedere agitarsi dietro lo stupido, opaco sguardo di quegli occhi lo spettro della paura che l’aveva perseguitata quella notte per tre miglia e mezzo fino alla porta del casolare dei Foster! Io lo vidi il giorno dopo.
E fui io a trovarlo steso bocconi, il corpo in una pozzanghera proprio fuori del cancelletto di stecchi.
Quella notte ero stato chiamato per un caso urgente nel villaggio, e nel tornare a casa all’alba passai dalla casetta. La porta era aperta. Il mio garzone mi aiutò a portarlo dentro. Lo deponemmo sul divano. La lampada fumava, il fuoco era spento, il freddo della notte tempestosa stillava umidità dalla triste carta gialla delle pareti. “Amy!”, chiamai forte, e la mia voce sembrò perdersi nel vuoto di quella casa minuscola come se avessi gridato in un deserto. Lui aprì gli occhi. “Andata!”, disse distintamente. “Avevo chiesto soltanto dell’acqua – soltanto un po’ d’acqua…”.
Era pieno di fango. Lo coprii bene e stetti ad aspettare in silenzio, afferrando di quando in quando una parola sussurrata penosamente. Non erano più nel suo linguaggio natio. La febbre lo aveva lasciato, portando con sé il calore della vita. E col petto ansimante e gli occhi lustri mi ricordava ancora un animale selvatico nella rete; un uccello preso in trappola. Lei lo aveva abbandonato. Lo aveva abbandonato – ammalato – indifeso – assetato. La lancia del cacciatore gli era entrata fin nell’anima. “Perché?”, gridava, con la voce penetrante e indignata di un uomo che si appella a un Creatore responsabile. Una raffica di vento e uno scroscio di pioggia furono la risposta.
E mentre mi voltavo a chiudere la porta, mormorò la parola: “Misericordia!”, e spirò.
Alla fine certificai per collasso cardiaco la causa prima della sua morte. Invero dovette cedergli il cuore, altrimenti avrebbe potuto sopportare anche quella notte di tempesta e di strapazzi. Gli chiusi gli occhi e me ne andai. Non molto lontano dalla casetta di mattoni m’imbattei in Foster che camminava risoluto tra le siepi grondanti acqua col cane alle calcagna.
“Sai dov’è tua figlia?”, gli chiesi.
“Se lo so?”, gridò. “Vado a fargli un discorsetto. Spaventare una povera donna in questa maniera”.
«Non la spaventerà più», dissi io. “È morto”.
Percosse il fango con il bastone.
“E c’è il bambino”.
Poi, dopo aver riflettuto intensamente per un poco:
“Non so se non sia meglio”.
Ciò è quanto disse. E lei oggi non dice assolutamente nulla. Non una sola parola su di lui. Mai. La sua immagine è dunque scomparsa così totalmente dalla mente di lei come sono scomparse dai nostri campi la sua figura svelta e agile, la sua voce cantante? Lui non le è più davanti agli occhi per eccitarle la fantasia in un impeto di amore o di paura; e il suo ricordo sembra essere svanito dal cervello inerte di lei come un’ombra trascorre sopra uno schermo bianco. Vive nella casetta di mattoni e lavora per la signorina Swaffer. È Amy Foster per tutti, e il bambino è “il figlio di Amy Foster”. Lo chiama Johnny – che significa Giovannino.
È impossibile dire se questo nome le ricordi qualcosa. Pensa mai al passato? L’ho vista chinarsi sul lettuccio del bambino presa da profonda tenerezza materna. Il piccolo giaceva supino, un poco spaventato di me, ma senza muoversi, con i grandi occhi neri, con l’aria palpitante di un uccello nella rete. E guardandolo mi sembrava di vedere ancora l’altro – il padre, risparmiato misteriosamente dal mare per perire nel supremo disastro della solitudine e della disperazione!».