la corsa di jimmy boot (italian)
1
— Melanizzazione. — La graziosa infermiera della BrasiPlast parlò e sullo schermo del computer rivolto verso di lui il bottone “melanizzazione” cambiò colore.
— Che grado?
— Dieci — disse Jimmy Boot.
La ragazza sgranò i grandi occhi azzurri: — È il màximo, señor, è certo, è sicuro? Lei apparirà multo scuro, mais que mulato.
— Più di lei? — domandò Jimmy sorridendo.
— Io sou mulata bem clara, grado seis, señor — disse diventando più seria. E lui si ricordò che i brasiliani non amano scherzare sul colore della propria pelle. — Dieci, dieci, — disse — voglio essere nero. Sa... — aggiunse — lavoro nello spettacolo... mi serve.
— ... ’tà bem. «Grado dez» — disse al computer, e continuò rivolta a lui: — Cabelas, capelli?
— Anche, neri, crespi, da negro.
— Altri tratti somatici?
— Scusi?
— Labbra, naso. I tratti negroidi.
— Non saprei.
— Se guarda un attimo in camera le mostro la simulazione.
Jimmy guardò dentro l’obiettivo rossastro di una camera ad alta definizione montata su un braccio robot, che la ragazza diresse dalla consolle verso il suo volto.
— Freeze — disse al computer.
Cliccò un paio di volte col mouse.
— Mostra su video due — disse quando fu soddisfatta.
Sul video, dove gli venivano mostrate le diverse operazioni che stava ordinando e i relativi prezzi, il quadro si ridusse ad una finestra laterale e al centro apparve l’immagine di Jimmy col volto scuro, anzi scurissimo, e i capelli crespi.
— Così è solo scuro, ora le mostro come apparirà con naso e labbra tipo bantu, grado tre.
Le labbra divennero spesse e grandi, ed il naso si allargò. Jimmy ebbe un po’ di timore, perché veramente faticava a riconoscersi.
— Forse è troppo, provi un grado intermedio.
Scelse il grado intermedio.
Gli costò caro: 5.000 ecu. Però non sentì nulla, contrariamente a certe dicerie.
— Stia tranquillo — gli spiegò il dottore che lo visitò prima dell’operazione: — Melanizzazione Rapida Super Enzimatica, SERM, brevetto sudafricano. Microiniezioni sottocutanee per meno di nanorobot. In tre giorni lei sarà nero come Pelé!
— Dicono che si può fare anche con le pillole...
Il dottore rise: — Le pillole Sterling? Se vuole gliele vado a comprare in farmacia. Con dieci dollari in un giorno diventa nero. Però poi è probabile che si debba trapiantare il fegato, che costa 25.000 ecu. Senza contare i pacchi che fanno, con i fegati. No, lei ha scelto il metodo migliore, stie tranquillo.
2
All’inizio restò stupito a guardare i nanorobot Matsushita, meccanismi grandi come zanzare, che cominciavano, a decine, a percorrere la sua pelle sulle loro zampette simili a fili di rame, a partire dalle dita dei piedi. Erano fatti di plastica trasparente, collegati a un braccio mobile per mezzo di microtubi sottili come fibre ottiche. In ogni tubo passava energia elettrica per alimentare i micromotori dei robot, e un capillare che portava la sostanza da iniettare. L’enzima melonogeno veniva sparato con una spazzola di microaghi che infilavano un gruppo di cellule per volta. Ma non si sentiva nulla, solo un leggero pizzicore.
— Quasi piacevole — pensò Jimmy cominciando a rilassarsi.
I nanorobot erano accurati, non tralasciavano neppure un millimetro quadro di epidermide.
Un’immagine tomografica del suo corpo, su un monitor, mostrava l’avanzamento dei minuscoli insetti elettronici. In un tempo che gli parve abbastanza breve erano già a metà piede. Rise dentro di sé: era in cima al mondo!
In cima al mondo. Ma non doveva farsi prendere dalla frenesia. Adesso veniva il momento difficile. Adesso, per almeno quattro anni. Magari tre. Certo sarebbero stati lunghi. Ma dovevo farli passare. Quelli erano incazzati forte. E pericolosi.
3
Jimmy Boot era un cowboy . A Napoli, per lo verità, era “nu succhiello”, ma lui precisava: «No, no, io sono un cowboy, ho imparato nello Sprawl, in iu-ess-ei».
C’era stato un anno, poi l’avevano espulso per scadenza del visto. Ma aveva imparato abbastanza.
Jimmy andava nelle scuole, con dei programmi didattici che aveva comprato di tasca sua. Si offriva di installarli in prova per due settimane. Il suo operatore virus – un virus turkmeno che aveva adattato da solo – era rozzo ma efficace. In una settimana circa esplorava gli archivi del server cercando tutto ciò che era in ordine alfabetico, che fossero parole o record indicizzati alfabeticamente. Copiava gli indirizzi in una parte del programma didattico. Nelle scuole, di rado c’erano tecnici molto attenti, e nessuno si accorgeva che le dimensioni del proprio software erano aumentate. Quando Jimmy tornava a disinstallare il programma (che nel frattempo tutti si erano copiato), ne approfittava per scaricare i dati su una card. A volte c’era anche l’elenco dei libri della biblioteca, o i risultati degli scrutini, ma c’era sempre quello che cercava: mailing list, indirizzi degli studenti, nomi e professioni dei genitori, dati anagrafici, e i codici di accesso alla e-mail privata delle famiglie, dove venivano trasmessi i giudizi perché i genitori potessero vederli. E gli stessi dati per i docenti, con in più il calcolo del salario, cioè il livello di reddito.
Commercio non autorizzato di dati privati, reato punibile con un giorno di reclusione per ogni record. Si faceva presto ad accumulare gli anni! La sua era roba buona, comunque. Gli studi di direct marketing compravano i dati dai ricettatori e li inserivano nei loro database intelligenti, aggiungendoli alle informazioni che avevano già, costruendo bit dopo bit la fotografia personale del singolo consumatore, per poterlo avvicinare con offerte ritagliate su misura, così buone e così studiate che nessuno poteva dire di no.
4
— Però non sono nero! — disse al dottore quando i nanorobot erano quasi alla coscia, verso mezzogiorno. Il dottore rise; aveva i capelli biondi ed una barba da vichingo tutta a treccine.
— La melanina deve essere attivata. Stasera farà la lampada e prenderà le pillole. Domani sarà fin troppo nero. Mi chiederà di tornare indietro.
— Eh già, ma voglio dire, se volessi fare il procedimento inverso?
Il dottore rise di nuovo: — Ha paura di pentirsi? La capisco. Sono stato nero per 25 anni. Nessun problema. Lei torna qui, ci vuole un po’ più di tempo, perché per schiarirsi ci vogliono due mesi, ma si fa. Si fa tutto. Lo sa chi c’è di là? Uno scoop. Uno scoop: stiamo facendo una Schiffer nera ed una Naomi bianca. Un investimento della Valentino-Benetton, roba da 50 milioni di dollari tra marketing e spese.
— Dei cloni?
— Naturale, sono Schiffer/6 e Naomi/3.
— Ma qui i cloni umani sono legali?
— No. Ma le ragazze sono delle Trobriand. Lì è consentita la clonazione di embrioni femminili, per motivi culturali. Con tanto di permesso dell’ONU.
— E non potevano cambiare il colore mentre le clonavano?
— Meu Deus, non siamo mica nella fantascienza. Guardi che sono esseri umani. Sono solo gemelle delle loro madri genetiche, fatte con i cromosomi materni, gestite da madri in affitto. Il solito, niente di illegale. Però non potevano lavorare perché i cloni di numero precedente avevano contratti esclusivi. Sono vissute senza sfruttare la loro immagine pubblica per vent’anni, finché la ValenTon ha vinto la causa a Ginevra: non si può avere l’esclusiva dell’immagine di un clone, solo dell’originale.
— Sì, ricordo la storia, l’ho seguita in TV.
— Eh già. Ma lo scandalo fu prima, quando clonarono Claudia la prima volta. Lo sa che fu dopo quel caso che Julia si illuminò?
— J.R.?
— Esatto. — Il dottore controllava una serie di valori su un monitor che Jimmy non vedeva, dietro l’apparecchio Matsushita. Premeva dei tasti che mandavano un bip. — Quando la Biotex comprò gli ovuli delle più belle modelle del mondo, nel 1998, e il Papa le scomunicò, ci fu un gran casino.
— Claudia fu uccisa allora, vero?
— Sì, da un bioetico fanatico. E così, a furor di popolo fecero clonare Claudia/2.
— Quella che vinse il Nobel?
— Sì. Be’, si sussurra che la Biotex abbia investito una cifra per comprare la scoperta dai suoi scienziati ed un’altra per farli tacere.
— Però lei era davvero un biochimico!
— Sì, ed anche brava. Ma il Nobel a 22 anni! — Il dottore si mise una mascherina sterile e passò a rifornire i serbatoi degli enzimi con una siringa, che caricava da un flacone di vetro.
— Il Papa ci rimase male.
— Capirà, il vaccino Claudia/2 mise fine alla psoriasi, una malattia allora incurabile. Cosa poteva fare? E poi c’era stata il Concilio di Gerusalemme.
— E adesso cambiate il colore a queste due!
— Un’operazione di marketing. La BrasiPlast c’è dentro al 20%. Abbiamo bisogno di quote di mercato. I messicani ci fanno guerra sul prezzo.
5
Purilia Capiello era apparsa alla sua porta come la fortuna. Aveva suonato al videofono del condominio di Fuorigrotta dove Jimmy abitava, e lui, che stava dormendo, si era trascinato fino al video ed aveva spinto il pulsante. Soprattutto, Purilia aveva dei begli occhi neri: ormai quasi tutti gli italiani avevano gli occhi azzurri, o con le lenti a contatto o con la pigmentazione. Il sedere era un po’ grasso, ma le stava bene. E dal video non si vedeva.
— Fratello, hai mai pensato alla pace con te stesso?
Jimmy non accettava propaganda religiosa, mai. Ma quel giorno era di buon umore.
Parlarono per tre ore. Parlò lei, più che altro. Gli mostrò, proiettato sulle piastrelle unte della cucina dal mini che aveva con sé, la storia di Julia Roberts che abbandona Hollywood dopo l’assassinio di Claudia Schiffer/1, illuminata da una visione di Marylin e J.F.K. che le raccontano le loro sofferenze. I “Testimoni di Julia” predicavano il ritorno alla tradizione, ma soprattutto il loro principio era «senza peccato non c’è piacere» (no sin, no fun). Julia viveva ancora, rifiutando la chirurgia plastica, gli antiossidanti e le pillole contro la vecchiaia.
Il suo obiettivo era tornare ad una società dove ci fosse la morale e dove fosse possibile peccare. Le fece delle domande. I Testimoni di Julia, si diceva, facevano orge religiose.
Lei negò. — Non è cosi, sono calunnie. Noi riagiamo i peccati, ma solo simbolicamente, teatralmente, perché solo rivivendoli puoi acquisire la coscienza del peccato e ricostruire la morale dentro di te. Così riavrai la contraddizione bene/male e potrai ritrovare il dolore del peccato e il piacere della redenzione. Oggi la gente non ha più il bene e il male: nel Novecento c’era il sesso, fino all’AIDS, poi fu di moda la violenza. Ma dopo il Voluntary Violence Act anche la violenza ha perso il suo fascino: basta andare in un’arena per volontari e ci si può togliere ogni sfizio.
Indossava una lunga gonna a fiori ed una camicia bianca, accollata e chiusa. Un reggiseno corazzato si protendeva sotto di essa. All’inizio Jimmy pensò che avrebbe potuto sedurla. Gli sarebbe piaciuto. Quei discorsi sul peccato gli avevano fatto venire in mente un vecchio prete di Bagnoli, quando era bambino. Poi pensò che era tempo sprecato. Lei lo invitò ad una cerimonia dei TdJ. Lui fu vago. Accettò solo quando lei, prima di uscire, gli chiese i dati personali per il loro archivio. Era facoltativo, ovviamente, ma si poteva vincere un viaggio ad Hollywood e un MiniCray HomeManager superveloce. Il MiniCray lo attirava, e le diede i dati. Lei li annotò su un pentop antidiluviano e gli rilasciò una ricevuta. Fu lì che gli si accese la lampadina. Una serie di tessere andarono a posto nella sua mente alla velocità della luce: i Testimoni di Julia visitavano tutte le case della città; non c’era una sola casa che non fosse stata schedata, e se la porta non si apriva loro annotavano anche quello. Li aveva visti. Ed esistevano in tutto il mondo. Li aveva trovati negli USA, naturalmente, e in India, e in Cina erano già la terza religione. E avevano una sede centrale a New York. Aveva visto la foto su uno dei loro opuscoli: un grande edificio vicino ad uno svincolo d’autostrada. Jimmy si illuminò. Ma calma, si impose, non era sicuro.
Sicuro lo fu dopo un mese di cerimonie. Non erano orgiastiche. Niente affatto. Erano una specie di telenovelas recitate per lo più da casalinghe napoletane di classe media, con gli occhi azzurri, labbra e seno siliconati. Ogni adepto aveva il diritto, a turno, di recitare una scena che riteneva peccaminosa e che gli era veramente accaduta, con partner scelti tra gli altri confratelli. Il capo della comunità indicava e sottolineava, durante la scena, i passaggi più peccaminosi, in modo che potessero essere interiorizzati da tutti, specie dal peccatore. Jimmy rimase stupito della quantità di adulteri che le casalinghe napoletane riuscivano a commettere. A lui toccava quasi sempre il ruolo del giovane sedotto, di volta in volta un idraulico, un garzone del supermercato, un vucumprà indiano eccetera. Ma le azioni erano schematizzate, e si indossavano goffe tute da ginnastica. Quando c’erano le scene di letto ci si stendeva su un tappeto e si mimavano le varie posizioni, ma senza contatto fisico. Il celebrante interrogava la casalinga di turno: — E questa posizione ti ha portato molto piacere, sorella?
— Moltissimo, fratello.
— E infatti essa è considerata alla pari della sodomia, un peccato molto grave. Solo per questa avrai dieci punti di penitenza.
Alla fine, si contavano i punti di penitenza, e si dovevano pagare in digiuno, in preghiere, in astinenze, o in servizi alla comunità, come il porta a porta.
Jimmy non fu mai protagonista di una ri-azione. Purilia disse che doveva prima essere unto nella religione. Meglio così. Aveva pochi peccati, e quei pochi gli davano da vivere. Mica li faceva per divertirsi.
C’erano anche peccati non sessuali: violenza, furti nei supermercati, evasione fiscale. Jimmy, dopo un po’, ebbe l’impressione che i TdJ peccassero per poter ri-agire e ri-agissero per poter peccare. Ma intanto imparò un sacco di peccati nuovi, soprattutto posizioni erotiche. Ebbe anche l’impressione che gli uomini presenti, in numero assai inferiore alle donne, avessero un ruolo non solo nelle recite, ma anche nei peccati che le precedevano. Nel complesso però era tutto molto noioso, perché le casalinghe si dilungavano in estenuanti dialoghi da telenovela, descrivendo i loro sentimenti contrastanti per il marito e l’amante, le lunghe conversazioni sugli stati d’animo loro e degli amanti, e come sviassero le vicine pettegole che cercavano di scoprire le loro tresche. Le cerimonie avvenivano a casa dei fedeli, a rotazione. Il padrone di casa aveva il diritto, se voleva, di non ri-agire, soprattutto per la presenza dei familiari. Jimmy era curioso di conoscere i peccati di Purilia, ma a lei non toccò mai. Provò a sedurla. Cioè le chiese, una volta, a freddo: — Quando mi inviti a casa tua?
— Quando ci sarà la cerimonia, con gli altri — rispose lei.
— Ma io e te non peccheremo mai insieme? — chiese Jimmy.
Lei sorrise illuminandosi negli occhi: — Vedi che cominci a capire? Ma adesso è presto. Che peccatuccio sarebbe? Non è così che si fa carriera.
Jimmy ebbe una specie di vaga intuizione.
Infine fu il turno dell’appartamento di Purilia, un piccolo bilocale di Mergellina, pulito, con poster di bambini biondi e di paesaggi alpini. E l’homecomputer. Ma questo non diceva nulla. Quella sera andò in scena la seduzione di un giovane, rappresentante di scarpe riposanti, da parte di una professoressa in pensione. E Jimmy dovette fare il giovane rappresentante di scarpe risposanti. Gli altri due uomini, Vita e Diego Armando, erano inadatti alla parte. Fu faticoso. La professoressa in pensione aveva il fiato pesante ed una sessualità inesauribile, almeno nella ri-azione. Alla fine Jimmy uscì sul balconcino per prendere una boccata d’aria. E vide la parabolica da 60 cm del telefono satellitare. Era un buon indizio. Tornato dentro, mentre andava in scena il furto di un maglione di cachemire in un negozio, fece scivolare le sue chiavi dietro i cuscini del divano a fiori.
Aspettò una ventina di minuti in un bar lì vicino. Poi suonò il campanello. Purilia sorrise dal video: — Vuoi che le cerchi?
— No, salgo io — rispose lui, pronto.
Il terminale era acceso, collegato al pentop.
— Che cosa fai?
— Immetto i dati nel terminale e poi li spedisco.
— Che dati?
— I dati delle visite che ho fatto. Dovresti imparare anche tu. Fra poco dovrai cominciare, insieme ad un anziano.
— E dove li mandi?
— Alla sede centrale di New York.
— E che cosa ci scrivi?
— I nomi sui campanelli, l’indirizzo, e che coso fanno: se rispondono, se insultano, se aprono la porta, se parlano e se si convertono. Non è difficile.
Jimmy recuperò le sue chiavi.
Lei gli mostrò il modello del record sul monitor.
— Quando sono pronti li spedisco via rete.
— Ma sono dati privati...
— No, sono dati pubblici: c’è stata una sentenza ONU. I dati raccolti da strade e campanelli sono pubblici.
— Ma quando rispondono...
— Anche quelli. Solo le conversazioni che avvengono dentro le case sono private, ma quelle non le registriamo.
— E da tutto il mondo mandano i dati a New York?
— Certo. La chiesa dei TdJ è una grande organizzazione. Dovresti essere orgoglioso di farne parte. A maggior gloria di Julia.
— Ancora non ne faccio parte.
— Chissà quanti peccati avrai da ri-agire! — disse lei. A Jimmy parve che nei suoi occhi ci fosse una certa bramosia.
— Ma nessuno con te — replicò prontamente.
— È vero — fece lei sorridendo e alzandosi dalla sedia svedese.
Jimmy sentì il cuore battere: forse era il momento!
Purilia gli si avvicinò e gli diede un bacio sulle labbra, sfiorandolo appena. Poi con la mano gli palpò il pacco fra le gambe.
— Ecco, per stasera abbiamo peccato. Possiamo pensarci tutta la notte e aggiungere peccati solitari di opere e di pensiero.
Jimmy deglutì.
— Posso venire a trovarti ancora?
— Sono sempre in missione o alle funzioni.
— Ma non lavori?
— Ho una piccola rendita e per il resto lavoro per Julia, mi passano qualcosa.
— No, sai perché...
— Perché? — chiese lei guardandolo con gli occhi neri come bottoni.
— C’è... voglio dire, c’è un mio amico che ho conosciuto anni fa in America, che credo sia un TdJ, ma ho perso il suo indirizzo. Magari tu con quel terminale lo puoi trovare.
— Certo, si possono anche consultare gli archivi. Ma ci vuole la password.
— E non ce l’hai?
— Certo che ce l’ho. Come si chiama il tuo amico?
— Non... ha un nome strano, voglio dire, non ricordo come si scrive... devo guardare sulla mia agenda, a casa.
— Ok, me lo mandi in e-mail.
— Perché non...? Insomma, mi piacerebbe vederti...
— Jimmy, io sano fidanzata. È mio dovere dirtelo.
Jimmy restò interdetto, ma solo per un istante.
— Appunto.
Lei sorrise: — Vedo che impari in fretta. Vieni giovedì sera, ti invito a cena. Ma non ti aspettare gran che...
— Per me è già il massimo! — rispose. E lo era.
6
Per due giorni ebbe un sacco da fare. Per prima cosa andò in banca e ritirò quasi tutti i suoi risparmi, che furono scritti su un Ecu-chip al portatore, in fusione di ceramica.
Da una cabina SekurNet in un centro commerciale depositò il denaro su una banca di Saigon a conto cifrato. Ricevette la password. Con il conto di Saigon, sempre via SekurNet, affittò un account e due codici di accesso in una banca dati di Tirana.
Noleggiò una linea dedicata ATM a 160 Megabit al secondo da Tirana alla dorsale europea, attivabile con preavviso di un minuto entro trenta giorni, per un massimo di 8 ore. Dovette firmare un contratto SekurNet, ma in Albania bastava dare un nome e un indirizzo qualsiasi. E pagare. I suoi risparmi dimagrivano ad ogni passaggio e a ogni minuto di SekurNet: reti supersicure e banche o conto cifrato erano strumenti per affari costosi. L’affitto della linea ATM li esaurì quasi del tutto.
Poi affittò un paio di occhiali-spia in un negozio di videoware: avevano una microcamera nelle stanghette, che trasmetteva in onde ultracorte le immagini ad un VCRam grande come un pacchetto di sigarette, per tre minuti di registrazione ad alta definizione. Si azionava toccando la montatura tra le lenti. Jimmy si allenò allo specchio, per farlo in modo naturale. Scelse delle lenti fotocromatiche che in assenza di luce erano perfettamente trasparenti.
Quando Purilia gli aprì la porta pensò di aver sbagliato appartamento. Indossava un miniabito nero con una scollatura quadrata che rivelava i seni bianchi e prepotenti. Aveva raccolto i capelli e si era truccata con fard, eye-liner e rossetto. Spandeva una nuvola di profumo che gli parve eccessiva. Le gambe un po’ robuste ma diritte e tornite erano fasciate da calze velate con una riga dietro. Jimmy si ricordò che era un segno di erotismo. Non sapeva che cosa fare, perché la sua mente era tutta impostata al business, non al sesso o quello che doveva essere. Purilia prese la sua esitazione per imbarazzo: — Entra, non ti farò mica soggezione?
— No, cioè, non pensavo...
— Non pensavi che potessi fare figura?
— Sì, cioè no, voglio dire, stai benissimo, veramente benissimo!
Girò su se stessa; Dietro, il vestito aveva una lunga fila di piccoli bottoni neri.
— Credi che vada bene per peccare?
— Be’, certo che è un buon avvio...
— Dai, prendiamo l’aperitivo.
Verso le otto di sera i nanorobot erano arrivati all’inguine della seconda gamba. L’infermiera arrivò e fermò il programma. Gli porse una decina di pillole su un piattino. Jimmy si informò sulla particolare area del corpo che lo preoccupava. La ragazza, che era orientale ma con occhi verdissimi, sorrise: — Oh, il quarto giorno vengono fatti tutti i particolari: viso, occhi, labbra e... genitali, con comando manuale.
Jimmy cenò, poi fece la lampada alle gambe. Dopo un quarto d’ora era rosso, più che nero. Gli diedero una crema doposole ed un sonnifero leggero. Si addormentò.
Al mattino, appena la coscienza tornò a sussistere dentro di lui, gli venne in mente dov’era e cosa stava facendo: balzò dal letto ed aprì la finestra. Le sue gambe erano nere. Nere come quelle di un Dinka del Sudan. Lucide come l’ebano. Vedersi così gli fece una certa impressione. Però funzionava.
Che la cosa più importante fosse sparire dopo il colpo, lo aveva sempre pensato. Da piccolo aveva un CD-Rom con le più grandi rapine della storia, e quella che gli piaceva di più era il colpo del treno Glasgow-Londra. E aveva capito che erano stati presi perché avevano avuto troppa fretta di spendere. Poi lo aveva sentito dire nello Sprawl: «Se fai un colpo grosso, chi ti trova diventa ricco, e c’è un sacco di gente che vuole diventare ricca». Quasi tutti si bruciavano dopo il colpo, per l’orgasmo di avere tanti soldi in mano, per non saper sparire ed aspettare.
Sparire ed aspettare. Ma dove? Il mondo era piccolo. Innanzi tutto, per anni non si poteva spendere. Col denaro elettronico ogni pagamento con una carta di credito era segnalato. Quando cominciavi a comprare ville, auto di lusso, aero-yacht, e non eri nessuno, qualcuno si insospettiva. Ma lui ci sarebbe riuscito.
L’idea gli era venuta per caso. Quando aveva visto la pubblicità della melanizzazione BrasiPlast aveva capito anche come poter sparire. In mezzo agli immigrati africani. Uguale a loro. E non lontano. «Il nascondiglio migliore è a casa tua», gli diceva sempre Ciro ’o Chiatto, che per dieci anni si era nascosto in un’intercapedine tra due muri tutte le volte che la polizia veniva a casa sua, a Forcella. Poi lo avevano fatto fuori quelli dell’altra famiglia. Ma la polizia, mai lo aveva trovato. Però Jimmy non voleva stare tra due muri. L’importante era rendersi irriconoscibile. E che cosa c’era di meglio che diventare nero?
La serata era stata difficile. Jimmy doveva fare una cosa precisa: riprendere con gli occhiali-spia la password di Purilia. Ma doveva sembrare intenzionato a farne un’altra, cioè peccare con la ragazza. Mangiarono e finirono una bottiglia di vino algerino, che aveva troppi gradi. Jimmy decise che avrebbe attaccato subito, così lei si sarebbe difesa proponendo come diversivo di tentare la ricerca del suo amico. Ma non si difese. I seni di Purilia sbocciarono dalla scollatura come se non avessero aspettato altro fin dall’inizio, e dopo era difficile tenere a posta le mani. E così si avviarono sulla discesa del peccato. Dopo aver percorso una buona parte di quella discesa (Jimmy aveva i jeans neri calati a metà, e così le mutande, e la ragazza aveva il vestito arrotolata alla vita) lei ebbe un moto di morale, e alzò la testa: — Non posso — ansimò col volto arrossato e gli occhi brillanti. — Vedo gli occhi del mio fidanzato.
Jimmy si era quasi dimenticato della sua missione. — Per favore — disse deglutendo, — finiamo almeno quello che stiamo facendo...
— Ah, porco! — esclamò lei. — Pensi solo al tuo piacere!
Jimmy restò interdetto: — No... io...
Purilia si era alzata in piedi e stava rimettendo i seni nel reggiseno nero a balconcino. Sembravano proprio inadatti a quella soffocante costrizione. Rimise a posto il vestita. Si girò.
— Tira su la cerniera, per favore. — I bottoncini dietro erano finti.
Jimmy obbedì. Poi lei lo guardò e lui si sentì ridicolo, a braghe calate, e si ricompose.
— Hai il nome di questo tuo amico? — chiese la ragazza sedendosi al computer. Jimmy prese una sedia e le si mise a fianco. Inforcò gli occhiali. Finse molta attenzione.
Il dito sulla montatura era pronto a far scattare il VCRam. Purilia caricò l’indirizzo di WorldNet, e stabilì il contatto via satellite. il programma richiese la password. Purilia si voltò e lo guardò negli occhi: — Perché hai gli occhiali? — domandò.
— Io, be’, ti confesso che sono miope. Di solito porto le lenti a contatto.
Lei tornò sulla tastiera. Ma restò immobile.
— Non sei un buon peccatore, Jimmy. Ti sei arreso subito. Non hai molti argomenti.
— Ma... a dire il vero... la serata non è mica finita...
Pensò che forse doveva baciarla sul collo, ma vista la sua tendenza ad arrendersi non lo fece. Non poteva mica rovinarsi ora... Lei rise, e digitò la password. Jimmy fece appena in tempo a portarsi il dito sulla montatura degli occhiali, con una mossa brusca che avrebbe potuto insospettirla. Sperò di non aver perso i primi numeri.
Entrarono nel database dei TdJ. Purilia avviò il programma di ricerca. Jimmy le passò il bigliettino col nome. Se lo era inventato. Aveva scelto un nome difficile: Theodore Krysinskij.
Aspettarono alcuni secondi. Il nome non c’era.
— Forse è sbagliata qualche lettera. Possiamo usare dei caratteri jolly? — chiese Jimmy.
— Certo. Proviamo, ma rischiamo di sbagliare.
Provarono con Theodor* Kr**insk*, e vennero fuori un centinaio di nomi. Il database doveva essere enorme. Gli indirizzi venivano da tutto il mondo, con una certa preferenza per la Polonia. Ci poteva essere quello buono, disse Jimmy, magari scritto Kryzinskiy. Purilia glieli copiò su una ram-card.
Jimmy era teso. Non era sicuro di aver ripreso la password. Le dita della ragazza erano state così veloci... Ora non gli importava più di peccare o non peccare. Voleva solo andare a casa ed esaminare la registrazione. Ma Purilia voleva peccare ancora.
7
Jimmy uscì dall’appartamento di Purilia verso le tre. Pioveva, faceva un caldo umido e soffocante, e i viali di Mergellina erano deserti. Trovò un taxi davanti a un bar che spandeva una luce gialla nel nero della periferia.
Appena fu a casa chiuse a chiave la porta e si gettò sul computer. Tirò fuori dalla tasca il VCRam, inserì l’alimentatore e il cavo di collegamento col computer. C’erano due minuti di immagini. Aggiustò la luminosità. Il numero di WorldNet c’era. Si vedeva, anche senza fermo-immagine, sul video del computer di Purilia. La password invece doveva essere ricavata dai movimenti delle dita sulla tastiera, perché sul video apparivano solo degli asterischi. Non era facile. La prospettiva era diagonale, ed il movimento delle mani rapidissimo. Jimmy estrasse il frammento di pochi secondi dalla registrazione, lo importò in un programma di elaborazione immagini e fece ruotare la prospettiva, finché non ebbe lo stesso punto di vista di Purilia, dall’alto della tastiera. Rallentò le immagini e le fece partire: ora si vedeva chiaramente quali tasti venivano premuti. Li annotò.
Adesso veniva il bello.
Per prima cosa si collegò con Tirana ed il suo computer diventò un terminale dell’account remoto. Non sapeva quanti fossero i dati, ma potevano essere molti, e se il suo hard-disk non fosse stato sufficiente li avrebbe perduti. In ogni caso non sarebbero transitati per il suo computer e la sua linea telefonica. A volte la polizia faceva dei brutti scherzi.
Preparò il programma che avrebbe usato per correre la databank e lo settò per trasferire sull’hard-disk i dati ricevuti. Usando il programma stesso, trasferì la copia preparata sul remoto. Ora il computer albanese conteneva il software che gli serviva, l’arma per l’attacco, senza però il suo numero di rete. Un controllore del databank di New York avrebbe visto dei dati richiesti da Tirana affluire sul nodo di Tirana.
Era pronto.
Chiamò New York dall’Albania ed ebbe in linea il mainframe dei TdJ. Era un cluster di supercomputer Cray. Cercò la funzione di ricerca e prelievo indirizzi. Gli fu chiesta la password. Col fiato sospeso digitò i numeri estratti dal VCRam. Li guardò, incrociò le dito e batté Return.
Come un fiore blu, si aprì sullo schermo un cielo azzurro e in mezzo il viso di Julia Roberts sorridente. «Welcome to Julia’s Data Bank, my sister!» disse una voce suadente.
Jimmy batté le mani sul tavolo. — Ce l’ho! Cazzo! Ce l’ho! — gridò piano. Non aveva un secondo da perdere.
Chiuse la finestra del database e inviò la richiesta per il noleggio della linea ad alta capacità. Dovevano dargliela entro 60 secondi. Tornò al database ed aprì il menu di ricerca. Predispose il programma perché il flusso dei dati in arrivo a Tirana fosse registrato su hard-disk. Alla richiesta dei nomi da cercare digitò “*.*”; «Impossibile ricercare tutti i record», disse e scrisse il computer.
Jimmy imprecò. Passò alla ricerca per range. Digitò “Da AAAAAA a ZZZZZZ”. Ma neanche questo andava bene. Il programma era predisposto per non consentire la lettura integrale. Evidentemente l’archivio era troppo grande. Arrivò il segnale che la connessione ATM era pronta. Jimmy commutò il collegamento sulla linea a 160 Mbit/s. Già, ma quanto era grande quel database? Non c’era tempo, doveva cominciare. Provò “Da AAAAAB a ZZZZZY”. Niente.
— Che programma del cazzo! — sibilò a denti stretti.
Provò con la visione del primo record. Arrivò subito. Era un danese, ovviamente: il signor «Aabhus, Peer Age». Annotò il nome. Stava perdendo secondi preziosi. Cliccò su Last record. Si trattava di «Zyrakis, Tassos». Stava per annotarlo, ma restò immobile perché l’occhio gli cadde su «Record number: 1.987.664.381». Deglutì. Quasi due miliardi di record. I TdJ avevano bussato davvero a tutte le case del mondo. Almeno a tutte quelle che avevano un indirizzo. Quanto ci sarebbe voluto per trasferire una tale massa di dati? Esaminò il record. C’era il nome, l’indirizzo, i numeri di rete, si diceva se era convertito, se aveva accolto il missionario, che religione professava ecc. All’incirca un record da 256 byte. Motivo di più per non perdere tempo. Digitò i nomi dei due sconosciuti signori che stavano agli antipodi alfabetici del mondo.
— Signor Aabhus, signor Zyrakis, buona fortuna! — disse, e batté il Return.
Funzionò.
Senza alcun segnale di inizio, in perfetto silenzio, i record cominciarono a fluire sulla linea ATM alla velocità vertiginosa di 20 milioni di caratteri ogni secondo. Risucchiati da mainframe di New York, venivano sparati oltre Atlantico sulla dorsale in fibra ottica, volavano per l’Europa e l’hard-disk di Tirana li ingoiava senza sosta. Jimmy pensava a quel flusso di dati frusciante e continuo. Era ricco. Se il flusso non s’interrompeva; e poteva interrompersi in ogni istante per non riaprirsi mai più. Bastava che a New York ci fosse un programma incaricato di monitorare i trasferimenti di dati troppo massicci. E il tempo, sarebbe bastato? Richiamò la calcolatrice e fece i conti: 2 miliardi di record da 256 byte, per passare in un collegamento a 160 Mbps, ci avrebbero impiegato circa sette ore. Con i protocolli di compressione, forse un po’ meno. Sette ore? Gli sembrava impossibile. Rifece i conti. Era così. Un byte, un carattere, sono otto bit, dunque 512 miliardi di caratteri sono 4.000 miliardi di bit. Non aveva mai maneggiato una mole di dati del genere. Erano le cinque meno dieci. Scosse la testa, sentiva il sudore lungo la schiena: — Impossibile, in sette ore mi fermeranno. Anzi... verranno qui.
No, no. Dovevano prima rintracciare il server di Tirana. A Tirana sapevano benissimo quello che facevano. Cioè trasferimenti illegali di dati. No, avrebbero semplicemente interrotto la linea, come faceva qualsiasi system operator che si accorgeva di avere un “succhiello” addosso. Guardò la casella che riportava il flusso dei dati. In cinque minuti erano passati quasi 6 gigabyte, sei miliardi di caratteri. In totale si trattava di circa 508 giga. E quanto? Quanto avrebbe guadagnato? Due miliardi di record per 30 lire a record... facevano 60 miliardi. Il sudore gli si gelò sulla maglietta grigia e sgualcita con il logo dei KillerKlone. 60 miliardi. Anche per venti lire, erano sempre 40. Si sentì girare la testa. I dati continuavano a fluire.
Andò a prendere una birra. L’alba fluttuava grigia sullo svincolo della sopraelevata che passava a cento metri dalla sua finestra. Le auto avevano già cominciato a formare colonne di metallo fumoso.
Verso le otto di mattina aveva riempito più di 200 giga e si era fatto una napoletana di caffè. La testa gli pulsava e gli occhi gli bruciavano. Lo chiamò il sysop di Tirana, da una finestra sullo schermo.
«Stai saturando gli account per i quali hai deposito» c’era scritto in inglese, «se vuoi altro spazio devi affittarlo».
Mentre i dati continuavano a fluire da oltreoceano, attivò il suo conto a Saigon e calcolò quanto spazio poteva comprare. Non gli era rimasto molto. Chiese a Tirana che i dati fossero trasferiti su laser-disk da 30 giga e compressi, man mano che si accumulavano sull’hard. Ci sarebbe voluto più tempo per tirarli fuori, ma si risparmiava sul noleggio.
Si fece un’altra cuccuma di caffè. Il traffico sulla sopraelevata era bloccato, come sempre a quell’ora. Gli autobus arancioni emettevano fumo bianco dalle loro marmitte ecologiche.
Lo beccarono alle 10:56, ora italiana. Il flusso dei dati si fermò. Sulla finestra di dialogo comparve l’intestazione «TdJ DataBank. The Sysop». Era il system operator di New York. Chiedeva a Tirana, al nome falso che Jimmy aveva dato, per quale motivo il fratello Kyrinsky stesse leggendo tutti quei dati.
Jimmy sospirò. Guardò l’ora. Controllò il volume prelevato: 438 giga. Sospirò: il record del signor Zyrakis sarebbe rimasto a casa sua. Batté un tasto ed interruppe il collegamento. Poi avviò le procedure per cancellare ogni segnale di chiamata dal nodo di Tirana, come era consentito dalla legge albanese. I TdJ potevano chiamare la banca dati ma questa non avrebbe fornito alcun indirizzo. Potevano mandare la Polizia di Rete, e non avrebbe trovato alcun segno di chiamata verso New York né di password segreta. Solo dati, ma per provare che erano una copia dei loro dovevano avviare una procedura internazionale di matching. Nel frattempo i dati sarebbero spariti.
Il traffico sulla sopraelevata ora scorreva, come i pensieri di Jimmy. Sentiva tutte le ossa rotte, puzzava di sudore acido e di tensione. Ma non aveva finito. Fece una doccia e uscì. Tirò fuori il suo scassato motorino coreano e si strinse nel giubbotto di plastica nera. Sopra di lui, il palazzo cadente era grigio come il cielo, che era grigio come la strada, che era grigia come il cemento della sopraelevata. Ma nei suoi pensieri c’era un cielo azzurro pieno di nuvolette rosa. Neppure la pioggia calda e sudicia negli occhi lo infastidiva.
8
Il ricettatore che aveva scelto era una cinese americana di nome Sung Ti, che stava a Forcella. Era una ragazza brufolosa dalla faccia piatta. Dicevano che era un ingegnere di Stanford e che era fuggita dallo Sprawl perché aveva corso la banca dati dei malati di AIDS, dove erano iscritti lutti i sieropositivi degli USA, e poi aveva cominciato a ricattarli. Jimmy non ci credeva.
Le disse che aveva 438 giga di record da 256 con indirizzi e dati psicometrici di tutto il pianeta.
— Praticamente un terzo degli abitanti del mondo. — Si sentiva euforico.
Sung Ti non mostrò alcuna emozione.
— Hai un campione?
Jimmy le porse una ram-card. La ragazza girò sulla sedia da ufficio e inserì la card nel computer. Indossava un bomber di seta rossa con un dragone sulla schiena. Fece scorrere alcuni record. Li esaminò.
— Sono sporchi. I dati non sono psicometrici. È il database di un’organizzazione religiosa?
— Più o meno.
Lo guardò con gli occhi orientali. Gli parve che fosse preoccupata, ma era solo un’impressione.
— Dove li hai presi, Jimmy?
Jimmy alzò le spalle: — Da qualche parte. È roba di prima scelta, te lo assicuro.
— E dove sono?
— Non a casa mia. Solo una password.
— Ci vogliono ore e ore di macchina per pulire questa roba. E i dati vanno sistemati, altrimenti si accorgono della provenienza.
— Ma no, perché? È roba buona così. Indirizzi, dati culturali.
— Non posso darli ad un ufficio di marketing se c’è scritto «Accoglie la Parola e distingue il Peccato». Devo trasformarli in dati psicologici, oppure toglierli. E questo lavoro costa. E poi è roba internazionale, bisogna venderla ad uno che la rivende.
— Cazzo, Sung Ti, tu non l’hai mai trattato un database come questo. Puoi farlo a pezzi per paesi, ci farai un sacco di soldi.
— Posso darti mezzo pfennig a record.
Jimmy stese la mano.
— Affare fatto?
— No, dammi la mia card. Vado da un altro.
— Perché, quanto vorresti?
— 20 lire, 2 pfennig.
— Sei pazzo? Nessuno paga 20 lire un database così sporco. Sono record poveri, da 256. Ti do 7 lire e non se ne parli più. È una somma che non hai mai visto. Farò fatica anch’io a rimediarla.
Erano circa 11 milioni di marchi. Jimmy sentì le gambe che gli tremavano.
— Va bene. Quando me li dai?
— Un momento. Non credo che resterai in giro nei prossimi mesi, dico bene?
— Be’, mi prenderò una vacanza.
— Fai bene. I religiosi sono molto cattivi, quando gli si fanno dispetti. — Gli restituì la ram-card. — Siccome sparisci, mi devi dare modo di verificare il database. Sono troppi record per comprarli a scatola chiusa. Per pagarti devo chiedere un prestito.
Jimmy fece scivolare un foglietto verso la ragazza.
— È una password di lettura: ti fa leggere un record alla volta, quello che vuoi. E l’indirizzo del sito.
— Tirana, eh? — commentò Sung Ti sorridendo. Era la prima volta che la vedeva sorridere. Si chiese che cosa avesse Tirana per suscitare l’ilarità cinese. — Li hai fatti trasferire su laser disc?
— Sì. Ma sono accessibili direttamente.
— Ok. Spero che non ci sia chiasso in TV.
— No, questa non è gente che fa chiasso.
— Chi non fa chiasso è più pericoloso.
Era davvero un negro. Almeno, gli sembrava di esserlo guardandosi allo specchio.
— Nessuna particolare raccomandazione, señor — gli disse la ragazza. Per non sbagliare a contare la cartamoneta faceva tanti piccoli mucchi da dieci. — Deve solo prendere le pillole di melanina una volta alla settimana e stare al sole.
— Al sole?
— Be’, la sua melanina deve essere sostenuta. Le abbiamo iniettato nelle cellule un enzima che la fissa molto rapidamente, e che resta stabile nelle cellule. La melanina la forniscono le pillole, ed il sole serve ad attivare l’enzima. Almeno ogni tre giorni deve stare al sole una trentina di minuti. O alla lampada.
— Altrimenti?
— Niente, diciamo che si schiarisce un po’ in fretta. Insomma, più in fretta di un nero genetico. Ma stare al sole è bello. Non le piace il sole?
— Sì, certa che mi piace il sole.
9
A Copacabana, in una di quelle strade a canyon, mentre il sole arancione colpiva gli ultimi piani degli edifici e stendeva lunghe ombre sulla spiaggia, aveva acquistato un kit per il tatuaggio simpatico. Utili letterine dotate sul retro di minuscoli aghi imbevuti di un inchiostro particolare. Si componeva la cifra o la parola desiderata e la si applicava sulla pelle. Dopo qualche ora era impressa indelebilmente, ma era invisibile. Per far emergere la scritta bisognava umettarla di saliva: allora appariva per qualche secondo. In questo modo si potevano tenere addosso le password, preziose chiavi semiotiche che ormai ognuno possedeva a decine. Jimmy se le tatuò all’interno della coscia destra. Poi gettò via il kit. Il passo successivo era cambiare la foto sul passaporto. Aveva l’indirizzo di un ufficio in un grattacielo di Tijuca.
La raccolta di pomodori nelle Murge si faceva a mano ed era pagata pochissimo. Per un enorme contenitore pieno si prendevano 15 ecu. Il lavoro sarebbe stato illegale, con quel salario, ma avveniva come terapia del lavoro all’interno della San Valligiano Corporation, una holding europea di comunità terapeutiche. Bastava sottoporsi ad una visita e dimostrare di essere tossicodipendente. Jimmy comprò una dose di speed alla stazione di Foggia ed andò a farsi analizzare le urine. Lo presero subito. Non guardavano tanto per il sottile. In comunità si poteva entrare anche senza permesso di soggiorno e dopo un anno di lavoro si otteneva un permesso temporaneo. Era un modo per entrare in Europa. Jimmy però fu guardato di traverso dall’impiegato dell’accoglienza, un ex tossico con una pistola sotto l’ascella, la camicia bianca macchiata di sudore. Spesso gli italiani entravano a San Valligiano per nascondersi.
— Guai? — gli chiese guardandolo con un occhio chiuso per il fumo della sigaretta che non aveva tolto dalla bocca.
— No. Voglio disintossicarmi.
Il tizio buttò fuori il fumo dal naso e storse anche la bocca:
— Guarda che se hai guai con la Sacra Corona o la Stidda noi ti sballiamo fuori subito. È chiaro? Come ce lo chiedono noi ti consegniamo. Hai capito?
— Capito, bwana.
— E non fare dello spirito, pezzo di merda nera.
Jimmy restò di sasso.
Si lavorava dall’alba al tramonto, che voleva dire dalle cinque fino alle otto di sera, con break per il pranzo. D’altra parte era una terapia. Erano quasi tutti neri, ma c’erano anche indiani, pakistani e qualche slavo. Quasi nessuno era un vero tossico, ma erano sicuramente i buchi del culo del mondo. Le condizioni di vita erano pessime. Si dormiva in baracche di lamiera e cartone, sporche e soffocanti, su vecchie reti e materassi incrostati di sporcizia. Senz’acqua corrente e senza luce elettrica. Però non c’erano problemi per il sole. Picchiava senza pietà sui sassi delle Murge. In fondo gli immigrati erano i più fortunati. Usciti di lì avevano la possibilità di trovarsi un lavoro e di sistemarsi. I bianchi invece erano proprio dei relitti. Più in basso, per quelli come loro, c’era solo il mercato nero degli organi, se si aveva qualche organo buono.
Le baracche non erano neppure gratis. Erano gestite dai capibaracca, che volevano un affitto. Jimmy aveva un po’ di marchi con sé, nascosti addosso, e cercò una baracca buona.
Ne trovò una che sembrava più pulita e aveva per pavimento un enorme cartellone pubblicitario della Sony, con una ragazza bionda in un bikini esagerato. Ci dormivano altri dieci uomini.
Ottenne il secondo piano di un letto a castello che si affacciava sopra la tetta destra della modella.
Ai suoi compagni raccontò che era italiano, per giustificare l’ignoranza di tutte le lingue africane. Disse che suo nonno era somalo e che sua madre era olandese. Nessuno di loro parlava fiammingo. Lo ignorarono. Erano quasi tutti nigeriani o senegalesi.
Il giorno dopo, verso mezzogiorno, svenne. Il sole picchiava sulla terra dura e spaccata dalla secca e le piante di pomodoro chinavano le foglie odorose nel calore. Jimmy non aveva mai fatto un lavoro così faticoso. A un certo punto sentì girare la testa, vide tutto bianco e poi tutto nero.
Si svegliò con un cerchio di facce nere che gli faceva ombra.
Lo trasportarono nella baracca e lo deposero in una branda in basso, con una compressa fresca sulla fronte.
— Sei un negro da poco — gli disse il suo compagno di baracca, Apollo, un Asanti del Centrafrica che sembrava Cassius Clay, — si vede che sei nato in Europa.
— Io... non sono abituato.
Apollo scosse la testa: — Neppure i negri sono più forti come una volta. L’uomo bianco è proprio nei guai. Ora stai a letto fino a questa sera. Qui c’è una bottiglia d’acqua e qui ci sono delle coperte, se ti viene freddo. Sta’ tranquillo che per stasera ci pensiamo noi al mangiare. Cerca di bere molto, okay?
Apollo usci, e a Jimmy venne la febbre, e un freddo terribile. Vomitò e dovette stare a letto due giorni.
Però resistette. Dopo due settimane si era quasi abituato. Ogni sera tornava alla baracca, si lavava con gli altri ascoltando tekno-afro da enormi music-box coperti di stickers colorati, mangiavano riso e zampe di gallina tutti assieme e poi gli altri uscivano e lui cadeva addormentato fino all’alba.
Un giorno, durante la pausa pranzo, seduti nella polvere sotto l’ombra esile degli eucalipti alti e spelacchiati, Apollo gli disse: — Vieni con noi stasera. C’è una festa in un posto qui vicino, ci sono donne bianche.
Jimmy lo guardò: — Stai scherzando.
Apollo rise: — Sei un negro strano. Non sei mai stato con una donna bianca?
— Sì, una volta.
— E allora lo sai, no? Ci sono quelle che vanno con i negri perché ce l’abbiamo grosso. A me non piacciono, però ogni tanto vado in questa casa dove ci sono delle feste con donne italiane, così mi sfogo un po’.
— E... si scopa?
Apollo rise, mostrando i denti forti con un pezzo del panino che stava masticando: — Sì, stai sicuro. Tu poi parli italiano, sei un negro civile. Peccato che non ce l’hai molto grosso... — e rise di nuovo. Jimmy arrossì, ma non capiva mai se si vedeva.
Fecero una macchina di quattro persone e partirono appena finito il lavoro. Il posto era ad una quarantina di chilometri. Era una casa di campagna ristrutturata, con una grande antenna parabolica sul tetto. Sull’aia c’erano dei tavoli e della gente, dei bianchi. A Jimmy parve una festa normale. Ma quei bianchi non li guardavano male. C’erano dei giovani neo-freak con tatuaggi maori fosforescenti, che fumavano grossi spinelli d’erba. C’erano effettivamente diverse donne tra i quaranta e i cinquanta, vestite con minigonne e pantaloni aderenti, che bevevano vino preso da una damigiana. C’erano anche uomini, quasi tutti con la barba, che in apparenza erano impegnati in discussioni molto serie. C’era molto da mangiare, sul tavolo. Jimmy si servì abbondantemente, felice di non mangiare riso e zampe di gallina. Mentre divorava un piatto di pasta fredda con la ricotta, una di quelle donne gli si avvicinò e gli disse: — Hai un bell appetito!
— Eh sì, raccolgo i pomodori tutto il giorno.
— Sei italiano?
— Sì.
La donna rise: — Sembri napoletano.
Jimmy annuì, infilando in bocca una serie di maccheroni infilzati sulla forchetta.
— Io mi chiamo Jenny. — Era piccola e magra, con i capelli biondi, il viso abbronzato e lucido.
— Jimmy, piacere — le rispose lui porgendo la mano.
— È un vero sfruttamento far lavorare la gente a raccogliere i pomodori per una paga da fame... — disse Jenny accendendo una sigaretta indiana.
Jimmy finì il piatto: — Vado a prenderne un altro.
— È una vergogna farvi lavorare a quel modo — disse Jenny quando fu tornato, già con la bocca piena.
— Eh sì. — Si fermò per bere un sorso di vino.
— Io lavoro all’assessorato alla solidarietà della Provincia. Abbiamo un progetto di integrazione culturale. Sai suonare i birimbao?
— Il che? — chiese Jimmy posando il bicchiere e riprendendo la forchetta.
— Il birimbao di Bahia, sai, lo strumento della capoeira, la lotta degli schiavi30 ... Ci serve un suonatore di birimbao.
— Io sono italiano, di Napoli.
— Allora suoni la tammurra...
La forchetta picchiettava sul fondo del piatto trafiggendo i maccheroni.
— No, non suono niente.
— Ma voi avete la musica nel sangue...
— Luoghi comuni. Io ho studiato programmazione parallela in hyperC.
Jenny restò silenziosa. L’hyperC l’aveva evidentemente delusa.
Jimmy si avviò a prendere un terzo piatto. Al ritorno la donna lo guardò strana: — Ma tu non fai altro che mangiare?
— Ho fame — disse Jimmy masticando. — Questa pasta è buona.
Jenny andò a riempirgli il bicchiere. Quando ebbe finito il piatto, gli prese la mano e disse: — Adesso vieni con me.
Intorno c’era musica afro e la gente ballava.
Jenny lo portò in casa, salirono una scala e lo condusse in una camera. Chiuse la porta. C’era un letto. Lei si spogliò. Aveva seni rotondi e fermi, di buona marca. Jimmy si sentiva un po’ pieno, ma fece il suo dovere. Jenny si muoveva freneticamente, e la lunga astinenza di Jimmy esplose quasi subito. Giacquero abbracciati sulle lenzuola bianche. Jimmy si addormentò come un sasso. Fu svegliato da Apollo che lo scuoteva ridendo: — Forza, mezzo negro, dobbiamo tornare o casa, domani si lavora.
Jenny non c’era. Neppure di sotto. Forse non si sarebbe dovuto addormentare. Salirono in macchina. Percorrevano lo pista sterrata che portava alla strada principale, quando una grossa jeep balzò fuori dall’oscurità e bloccò il passaggio. Inchiodarono. Alla luce dei fari videro delle figure scure circondare la loro auto. Jimmy non riusciva a capire. Era intontito dal sonno e si era quasi dimenticato di essere un nero. Quando una mazza frantumò il parabrezza in una cascata iridescente di vetro che gli si sparse sulle ginocchia, se ne ricordò subito.
Cercarono di restare chiusi in macchina, ma gli aggressori ruppero tutti i vetri e aprirono le portiere. Erano almeno uno dozzina, uomini e donne, armati di mazze da baseball e manici di piccone. Li estrassero dall’auto. Apollo, che era il più grosso dei quattro, si prese una bastonata sulla nuca, me riuscì a colpirne uno, a rovesciarlo a terra, e a scappare scomparendo nella notte. Gli altri due ebbero entrambi la loro dose di bastonate. Jimmy cercò di colpire l’uomo che aveva di fronte, ma quello schivò e gli sparò un diretto alla mascella. Jimmy cadde come un masso, con un dolore lancinante, e fu preso a randellate e a calci con grande accuratezza in tutte le parti del corpo. L’ultima cosa che sentì fu una voce dall’accento locale: — La prossima volta che scopate una donna bianca vi ammazziamo. Animali. Volete farci estinguere e restare solo voi e i vostri bastardi, tutte bestie. State attenti, sporchi negri! E ditelo anche a quelle troie comuniste!
Jimmy non riusciva a stare in piedi. Vomitò tutti i maccheroni, e questo lo fece davvero arrabbiare. Apollo era corso alla casa per chiedere aiuto, ma la padrona aveva solo chiamata la polizia, perché doveva chiudere la casa e andare via. Raccomandò ad Apollo di non dire dove erano stati, altrimenti lo avrebbe rovinato, e gli disse il nome di un avvocato di una città vicina.
La polizia li portò in ospedale. Il giorno dopo furono dimessi tutti tranne Jimmy. Aveva la mascella inferiore fratturata e una forte contusione a una gamba. Per far saldare l’osso gli bloccarono la mandibola collegando i denti di sopra e di sotto con graffe di ceramica.
— Con i nuovi acceleratori di calcificazione dovrà stare così solo una settimana. Deve avere pazienza: dovrà mangiare cibi liquidi per quindici giorni — gli spiegò l’infermiera, molto gentilmente.
A Jimmy venne da piangere. Se almeno non avesse vomitato i maccheroni.
Gli diedero un sedativo e dormì tutto il giorno.
Si svegliò verso sera.
Una donna della polizia grossa e bionda gli chiese se intendeva sporgere denuncia. Riusciva a parlare tra i denti, ma era molto faticoso. La faccia gli doleva tutta, e anche le costole.
— Non voglio sporgere thenunccia — biascicò Jimmy.
Lei chiese perché.
— Sono un pacifisctha — disse. La poliziotta se ne andò scuotendo la testa.
Stava per addormentarsi dopo aver sorbito un brodo di verdura freddo quando gli venne un tuffo al cuore: chiuso in quella stanza sarebbe stato lontano dal sole! In tre giorni si sarebbe sbiancato, si sarebbero accorti di tutto! Non chiuse occhio, un po’ per la fame e un po’ per la paura. O forse dormì, ma senza accorgersene. Sì, forse aveva dormito, perché gli era parso che l’infermiera fosse stata a lungo di fronte al letto ad osservarlo, guardandolo da tutte le angolazioni. Appena il sole cominciò a penetrare attraverso i fori degli avvolgibili di plastica cercò di alzarsi. La gamba gli faceva un male atroce. Zoppicando si avviò verso la porta. La aprì e fu nel corridoio. Stava quasi per uscire sulla rampa delle scale quando un’infermiera lo bloccò, strillando che non poteva muoversi, che già era morto un negro di appendicite e la procura aveva aperto un’inchiesta, e lo ricacciò in camera.
— Io thevo usscire — disse alla sua infermiera quando gli portò la colazione.
— Non si può alzare per cinque giorni, ordine del dottore.
— Ma è una quescthione vithale. Thevo usscire! — cercò di mugolare Jimmy alzandosi a sedere.
— Non se ne parla.
— Io thevo prenthere il sole! — esclamò.
L’infermiera era una ragazza veneta, grossa, con le gote rosse e i capelli scuri, con leggeri baffetti. Rise: — Lei ne ha preso anche troppo, di sole. Se continua così dovrò darle un sedativo. — Uscì e chiuse la porta dietro di sé. A chiave.
Jimmy bevve il succo di frutta e il cappuccino.
Avvicinandosi alla finestra, si esaminò un braccio: gli parve di essere già più chiaro.
Passò il giorno, e la notte. La mattina dopo Jimmy era certo: si stava schiarendo, anche se in maniera impercettibile. Il terzo giorno, era evidente. Si tirò il lenzuolo fin sotto il mento, mentre l’infermiera fermava il vassoio per il pranzo.
— Lo sa che è proprio pallido, oggi? — disse la ragazza.
Jimmy impallidì ancora di più.
La ragazza lo guardò fisso: — Non vuole che telefoni a casa sua? Ho letto sulla scheda che è di Napoli. Se non vuole parlare, perché ha paura che si impressionino, telefono io.
Jimmy scosse la testa.
— Lei ha l’aria impaurito. Vuole dirmi qualcosa?
— Non voglio nienthe. Sce non può farmi usscire mi lassci in pace.
— Va ben, va ben, non c’è bisogna di arrabbiarsi. Ma se continua a impallidire così dovrò dirlo al dottore.
La sera, dopo che ebbe portato via la cena, la ragazza gli chiese se sapeva leggere. Jimmy annuì. — Potrebbe leggere questo, le farà bene — disse lei porgendogli una rivista con copertina olografica. La Linea di Guardia, diceva la testata. «I doni sono inviati dal Demonio!» recitava il titolo, con la foto di Naomi bianca e Claudia nera, nude e abbracciate. «Julia spiega la Morale: ridateci i vecchi sani peccati!» avvertiva un riquadro con la foto della Roberts, i capelli bianchi e gli occhi ardenti.
Jimmy sussultò.
— Guardi che va bene per tutti, ci sono molti articoli interessanti, anche di sport — disse l’infermiera un po’ risentita.
— Lei è propria uno strano negro. Molta gente di colore entra nella nostra religione. Noi non siamo razzisti. E poi — il tono della voce si fece fluido — avete delle doti straordinarie...
Jimmy prese la rivista e la ragazza uscì.
Gli tremavano le mani. Decise che doveva fuggire.
Quando la notte fu avanzata, tentò la porta. Era aperta. La gamba gli faceva meno male, ma era sempre difficile appoggiarci il peso. Si era rivestito. Scivolò lungo il corridoio semibuio. Le luci blu spandevano brevi aloni che restavano appesi al soffitto. Un infermiere passò spingendo una lettiga, ma non si curò di lui.
All’ingresso c’era un’impiegata al bancone della reception. Un piccolo televisore proiettava colori mobili sullo sua faccia gonfia di sonno.
Jimmy strisciò carponi fino alla porta. Piegare la gamba lo fece quasi strillare dal dolore. Riuscì ad avvicinarsi e a scostare il battente. Scivolò fuori. Si alzò e cercò di correre, ma riuscì solo a zoppicare verso il cancello. L’aria sapeva di asfalto e di caldo notturno. Respirò con voluttà attraverso i denti. Era libero. E aveva la sua password. Non sarebbe tornato a San Valligiano. Neanche per sogno. Avrebbe trovato qualcosa di meglio. In fondo al piazzale deserto, il pronto soccorso era una caverna di luce bianca da cui provenivano le risate degli inservienti del turno di notte.
Varcò il cancello dell’ospedale.
Camminò lungo la strada. Il traffico era quasi assente.
Una macchina gli si affiancò, lo superò e si fermò. Ne uscì una donna bassa e robusta, con un gran petto e capelli corti. Quando gli fu vicino estrasse una pistola (o almeno sembrava una pistola) e gliela puntò contro l’ombelico: — Sali in macchina, amico. E non fare una mossa sbagliata.
La portiera posteriore si era aperta.
Jimmy cercò di dire qualcosa, ma non riuscì, così coi denti cuciti. Allora giunse le mani e cadde in ginocchio, e scuoteva la testa. Ma la ragazza lo afferrò per la camicia e lo sollevò, spingendolo nella macchina. Dentro c’era un profumo che gli parve venire dal passato. E c’era un’altra persona, con gli occhiali scuri ed un cappello da baseball. La portiera si richiuse, la donna grossa salì alla guida e la macchina partì sgommando. La ragazza – era una ragazza – si tolse gli occhiali, ed apparve Purilia.
— Salve, Jimmy. Hai visto che ti ho trovato? — lo squadrò da capo a piedi. — Sei proprio brutto, come negro — disse. — E poi ce l’hai troppo piccolo.
Jimmy si buttò verso la maniglia della portiera, ma una mano gli si piantò nei capelli rasta e gli tirò indietro la testa. Allo stesso tempo una cosa fredda gli fu spinta contro le tempie. La mascella gli fece male, molto. Si fermarono, lo ammanettarono e gli calarono un cappuccio sulla testa.
10
Era seduto su un bidone di tinta per muri, dentro un vecchio rudere, da qualche parte nella campagna secca e odorosa di mediterraneo. Ammanettato. Per terra c’era una torcia al neon. La ragazza grossa fumava sigarette scure senza filtro. Era seduta su una sedia di legno senza paglia che scricchiolava sotto il suo peso. Ma lei sembrava non preoccuparsene. Purilia entrò con uno scatolone di cartone. Lo rovesciò sul pavimento di terra battuta. Conteneva gli effetti personali di Jimmy, quelli che aveva alla baracca.
— Qui ho già guardato e non ho trovato niente — disse Purilia.
— Hai cercato bene? — chiese la ragazza grossa senza smettere di fissare Jimmy con gli occhi socchiusi.
— Molto bene — disse Purilia. — Ho tagliato tutte le fodere ed aperto tutto quello che si poteva aprire.
In effetti Jimmy notò che tutti i suoi vestiti erano tagliuzzati come se fossero stati passati in un tritadocumenti, il tubetto del dentifricio era squarciato, il sapone fatto a pezzi, e la bomboletta della schiuma da barba tagliata in due, con le due parti aperte a fiore. Provò un senso di orrore.
— Allora lo sa solo lui dove sono i soldi — disse la ragazza grossa con tono di constatazione.
Purilia, con un’aria decisa, si avvicinò a Jimmy.
— Jimmy — disse la ragazza — puoi parlare?
— Ssci, ma faccio fathica — rispose lui.
— Ma non devi dirmi molte cose. — La voce di Purilia si era fatta dolce. Notò una luce nuova nei suoi occhi, una decisione che non aveva visto a Napoli. Gli sembrò cambiata.
— Mi sscembri cambiatha — le disse.
La ragazza rise e scosse il capo. Aveva i capelli più lunghi.
— Ho capito molte cose. Gran parte per merito tuo. — Si accovacciò agilmente a terra, davanti a lui. — All’inizio è stato terribile, quando gli Anziani mi hanno spiegato che cosa era successo, che cosa avevi fatto. Il lavoro di tanti fedeli rubato! Una cosa orribile, un peccato mortale!
La ragazza grossa spense la sigaretta con la suola dei suoi anfibi neri, senza guardare. Sul braccio aveva un tatuaggio che Jimmy non riconobbe. Il braccio era grosso. Guardava Jimmy fissa, e questo lo preoccupava. Sembrava uno sguardo maniacale, perché solo le cose si guardano così fisse, le persone no.
Purilia indossava una camicetta senza maniche color militare e dei blue-jeans. Così accovacciata, si vedeva il solco tra i seni stretti l’uno contro l’altro.
— Perciò ho chiesto di essere messa alla tua ricerca. Volevo riscattarmi. E così ho cominciato a lavorare con la nostra Security. Nella fattispecie con Milva.
Purilia si voltò verso di lei e le sorrise. Lei non spostò gli occhi da Jimmy.
— Questa qui mi sta sulle palle — disse Milva con voce strascicata.
Purilia si alzò e le passò un braccio attorno al collo, stando in piedi: — Non essere gelosa, è solo uno stronzo.
— Allora fatti dire dove sono i soldi — replicò Milva.
Purilia tornò ad accovacciarsi di fronte a Jimmy.
— Jimmy, lo so che i soldi sono in un conto cifrato. Non possono essere in nessun altro posto. Tutti i pirati fanno così. Devi solo dirmi dove sono.
Jimmy non sapeva cosa dire. Così tacque. Cercò di fare gli occhi spaventati. Gli riuscì benissimo.
— Frugalo, fai prima — consigliò Milva.
— Allora aiutami.
Legarono una corda alle manette, alzandogli le braccia quasi fino alla trave bassa e nera su cui la passarono. Ora era diritto e indifeso come un salame.
Purilia la spogliò completamente tagliandogli i vestiti con un coltello, e li frugarono con cura, facendoli a pezzi. Si vergognò di essere nudo. La ragazza grossa gli guardava il pene come se fosse qualcosa di rivoltante.
— Ce l’ha proprio piccolo — disse.
— Niente, qui non c’è — disse Purilia dopo aver tagliuzzato i calzoni. — Forse le ha imparate a memoria.
Milva la guardava di nuovo con astio: — No, quando hai tanti soldi le password le scrivi sempre. Gli hacker hanno sempre una decina di password da ricordare. Io lo so dove le scrivono.
— Dove?
— Tatuaggi simpatici. Salivari.
Purilia rise: — È vero, una volta ho visto una giapponese, ad uno sportello automatico, che si toccava un braccio col dito bagnato di saliva. Vuoi dire che se tocchiamo con la saliva la parte tatuata, possiamo leggere il numero?
— Esatto.
— Be’ — disse Purilia guardandolo con aria di sfida — è molta divertente. — Si passò la lingua sulle labbra. — Da dove devo cominciare?
Fu una strana tortura. La ragazza grossa, seduta sulla sedia, guardava Jimmy con occhi carichi di odio e fumava sigarette scure. Purilia cominciò a leccarlo dietro il collo. Jimmy rabbrividì. La situazione era imbarazzante. Poi lei scese. Arrivata alle braccia aveva la bocca secca. Jimmy sentiva un po’ freddo.
— Dimmi dove sono i tatuaggi, Jimmy — gli disse a due dita dalla faccia.
Jimmy ebbe il coraggio di sorridere.
— Io gli metterei l’accendino sotto le palle — disse Milva.
— Aspetta, lasciami divertire. Non essere gelosa. In fondo siamo qui per peccare...
Per farla breve, quando i tatuaggi furono scoperti Jimmy era emozionato, assai visibilmente.
— Eccoli! Stanno comparendo! — gridò Purilia in ginocchio davanti a lui.
— Sscei sscempre scthatha brava in quescthe coshe — disse Jimmy tra i denti.
La ragazza grassa gli mollò un calcio su uno stinco con gli anfibi, che lo fece urlare. Poi porse a Purilia un block-notes e una penna. Copiarono i numeri.
— Sono tre — disse Purilia. — Ce ne saranno altri?
— Se vuoi puoi leccarlo fino alle piante dei suoi fottuti piedi neri.
Purilia la guardò con sfida: — Ti eccita molto?
Milva la afferrò per il collo e la fece alzare. Poi la baciò violentemente sulla bocca, aprendole a forza le labbra. Purilia gemette e poi si sciolse in un abbraccio appassionato. Jimmy si senti un po’ sorpreso.
Le due donne si volsero verso di lui, tenendosi per la vita.
— Io e Milva ci amiamo — disse Purilia come se lui dovesse celebrare il loro matrimonio — e abbiamo deciso di peccare assieme. Mi ha rivelato delle cose che non avevo mai immaginato. — Milva sorrise. Aveva un mezzo centimetro di spazio tra gli incisivi superiori. Jimmy la trovava ributtante. — E sai che cosa faremo? Non restituiremo i soldi ai TdJ. Ce li spenderemo tutti.
— Potresti dirci quanti sono... — chiocciò Milva improvvisamente divenuta allegra.
— Schono molthi. Potrescthe lassciarmene un po’...
Le due ragazze risero.
— Uccidiamolo — disse Milva. — È meglio. Potrebbe parlare con quei pazzi fanatici.
Purilia scosse la testa: — Non gli conviene presentarsi da loro. Finirebbe dentro un blocco di cemento. Lo sa. Vero Jimmy?
Jimmy non disse nulla.
— Andiamo — disse la ragazza grossa.
— Milva, tesoro — disse Purilia — forse è meglio legare la corda più forte... Non deve liberarsi subito.
Milva sorrise ed andò versa la finestra, dove il capo della corda era stato assicurato alle sbarre di ferro. Purilia la seguì, e mentre lei scioglieva il nodo per rifarlo ruotò l’avambraccio portandolo alla cintura e poi la distese con un arco diagonale fino a toccarle quasi la nuca con la canna della pistola, e fece fuoco a bruciapelo, due volte. La ragazza grassa piegò la testa in avanti, bruscamente, mentre una schizzo di cervello e di sangue sprizzava sul davanzale, poi si girò lentamente, mentre le cedevano le ginocchia, e scivolò per terra, con la schiena appoggiata al muro sotto la finestra. E con gli occhi aperti continuava a guardare Jimmy. Aveva anche un buco in mezzo alla fronte.
Jimmy era rimasto con le braccia alzate e le gambe piegate, immobile.
La corda sciolta cadde davanti a lui in spire silenziose, come un serpente. L’odore di polvere da sparo si spandeva nell’aria ferma. Purilia lo guardava. I suoi occhi sfavillavano.
— Ogni mattina nella savana un leone corre per catturare una gazzella ed una gazzella corre per sfuggire al leone. Che tu sia leone a gazzella, è meglio che cominci a correre — disse.
Era scritto proprio sullo screensaver del computer di Jimmy. Chissà se l’aveva visto.
— Mi hai insegnato molte cose, Jimmy Boot.
Jimmy abbassò le braccia, ancora ammanettato.
— Potrei anche portarti con me. In fondo non è vero che ce l’hai piccolo. Ma ho sempre odiato i negri.
E così dicendo camminò all’indietro verso la porta.
— ... e le lesbiche — aggiunse scomparendo.
Jimmy si sedette sulla terra battuta della vecchia casa diroccata. Guardò il cadavere che continuava a guardarla e le cicche di sigarette scure spiaccicate sul pavimento dalle suole degli anfibi. Mentre il cielo cominciava a non essere più nero, gli parve come quando ci si sveglia da un sogno e ci si accorge che tutto è tornato come prima. Solo quando si guardò le mani nere gli venne una stretta al cuore. Pian piano la stretta dal cuore si diffuse dappertutto e le prime lacrime gli spuntarono alle ciglia. E gli unici calzoni che poteva mettersi erano troppo larghi. Ed anche la maglia, aveva il sudore sotto le ascelle.