Stories 93 / Random

Stories by georges simenon

la chiatta dei due impiccati (italian)

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Il guardiano della chiusa di Coudray era un tipo smilzo dall’aria triste, con un completo di velluto a coste, i baffi spioventi, lo sguardo sospettoso, un tipo come se ne incontrano tanti fra gli intendenti di grandi proprietà. Non c’era differenza, per lui, tra Maigret e le altre cinquanta persone – gendarmi, giornalisti, poliziotti di Corbeil e membri della procura – a cui da due giorni ripeteva la sua storia. E, mentre la raccontava, non perdeva d’occhio, a monte e a valle, la superficie verdastra della Senna.
Era novembre. Faceva freddo, e un cielo tutto bianco, di un bianco glaciale, si specchiava nell’acqua.
«Mi ero alzato alle sei per accudire mia moglie...». Maigret pensò che sono sempre i brav’uomini dagli occhi tristi ad avere una moglie inferma da accudire. «Già mentre accendevo il fuoco mi era sembrato di sentire qualcosa... Ma solo dopo, mentre preparavo il cataplasma, al piano di sopra, mi sono reso conto che c’era qualcuno che gridava... Allora sono tornato giù... Arrivato alla chiusa, ho intravisto una massa scura contro lo sbarramento...
«“Chi è là?” ho urlato.
«“Aiuto!” mi risponde una voce roca.
«“Cosa diavolo ci fate lì?” chiedo io.
«“Aiuto!” ripete quello.
«Al che prendo la mia barchetta e vado. Ho visto che si trattava dell’Astrolabe. Finalmente cominciava a far chiaro e, sul ponte, ho riconosciuto il vecchio Claessens. Ci scommetto che era ancora sbronzo, e che non lo sapeva neanche lui come accidenti era finita la sua chiatta contro lo sbarramento. Il cane era slegato, sicché gli ho detto di tenerlo...
«Tutto qui...».
Quel che importava, per lui, era che una chiatta si fosse incagliata contro la sua chiusa, col rischio, se la corrente fosse stata più impetuosa, di sfondarla. Ma che a bordo, oltre al vecchio cavallante ubriaco e a un grosso cane da pastore, avessero trovato anche due cadaveri, un uomo e una donna impiccati, non era più affar suo.
L’Astrolabe, dopo essere stata disincagliata, era ancora lì, a centocinquanta metri, sotto la sorveglianza di un gendarme che si scaldava camminando su e giù per l’alzaia. Era una vecchia chiatta senza motore, una scuderia, come vengono chiamate le imbarcazioni con i cavalli a bordo che navigano soprattutto sui canali. I ciclisti, passando, si voltavano a guardare quello scafo grigiastro che da due giorni era su tutti i giornali.
Come al solito, quando un caso veniva affidato a Maigret non c’erano più nuovi indizi da raccogliere. Dell’inchiesta si erano occupati tutti, e i testimoni erano già stati interrogati cinquanta volte, prima dalla gendarmeria, poi dalla polizia di Corbeil, dai magistrati e dai reporter.
«Vedrà che è stato Émile Gradut!» gli avevano detto.
E Maigret, dopo aver torchiato Gradut per due ore, era tornato sul luogo del delitto e, con le mani affondate nelle tasche del pesante cappotto e l’aria imbronciata, contemplava il paesaggio uggioso come se fosse intenzionato a comprarsi un lotto.
A interessarlo non era la chiusa di Coudray, dove la chiatta era andata a incagliarsi, ma la chiusa della Citanguette, all’estremo opposto di quel tratto di canale, otto chilometri a monte.
Stesso scenario. I borghi di Morsang e di Seine-Port erano abbastanza lontani, sulla sponda opposta. Per cui si vedevano solo le acque tranquille del fiume, orlate di boschi cedui e interrotte qua e là da una vecchia cava di sabbia.
Alla Citanguette, però, c’era un bistrot, sicché le barche facevano di tutto pur di fermarsi lì per la notte. Un autentico bistrot per marinai, dove si vendevano pane, conserve, salame, cordami e avena per i cavalli.
E fu lì, si può dire, che Maigret, senza darlo a vedere, condusse in realtà la sua inchiesta: fermandosi di tanto in tanto a bere un goccetto, sedendosi vicino alla stufa, andando fuori a fare quattro passi, sotto lo sguardo rispettoso nonché velatamente ironico della padrona, una bionda quasi albina.
Dei fatti di mercoledì sera, ecco quel che si sapeva. Al calare del buio, l’Aiglon VII, un piccolo rimorchiatore dell’alta Senna, aveva condotto le sue sei chiatte, come fa la chioccia con i pulcini, alla chiusa della Citanguette. Cadeva una pioggia fine. Ormeggiate le barche, gli uomini si erano ritrovati come sempre al bistrot per l’aperitivo, mentre il guardiano della chiusa riponeva le sue manovelle.
L’Astrolabe era spuntata dietro la curva solo mezz’ora dopo, quando l’oscurità era già fitta. Il vecchio Arthur Aerts, il padrone, era al timone, mentre Claessens, con il frustino in spalla, procedeva sull’alzaia davanti ai cavalli.
Poi l’Astrolabe aveva attraccato dietro il convoglio e Claessens aveva ricoverato i cavalli. Fin lì, insomma, nessuno aveva badato a loro.
Quando Aerts e Claessens avevano fatto il loro ingresso nel bistrot e preso posto davanti alla stufa, erano almeno le sette e avevano già tutti finito la minestra. Il padrone dell’Aiglon VII stava tenendo banco e i due vecchi non aprirono bocca. La padrona albina, con un neonato in braccio, servì a entrambi quattro o cinque grappini, senza far troppo caso a loro.
Lì era così che andavano le cose, Maigret adesso lo sapeva. Più o meno si conoscevano tutti. Chi entrava accennava un saluto, poi, senza una parola, si sedeva a un tavolo... Capitava ogni tanto che entrasse anche una donna, ma era per far provviste per l’indomani, dopodiché diceva al marito, occupato a bere:
«Non fare troppo tardi...».
Così era successo con la moglie di Aerts, Emma, che aveva comprato pane, uova e un coniglio.
Da quel momento in poi, ogni dettaglio acquistava un’importanza capitale, ogni testimonianza diventava estremamente preziosa. Perciò Maigret insisteva.
«È sicura che verso le dieci, quando se n’è andato, Arthur Aerts fosse ubriaco?».
«Ubriaco fradicio, come al solito...» gli rispose la padrona. «Era un belga, un brav’uomo in fondo: si sedeva nel suo angolino senza aprir bocca e beveva finché gli restava giusto la forza per tornarsene a bordo...».
«E Claessens, il cavallante?».
«A quello non gli basta mai. È rimasto un altro quarto d’ora, poi se n’è andato. Ma prima è tornato indietro per prendersi il frustino che si era scordato...».
Fin lì, tutto bene. Era facile immaginare la riva della Senna, di notte, a monte della chiusa, il rimorchiatore in testa, le sei chiatte dietro, poi quella di Aerts - ognuna con la sua lanterna da scuderia, il tutto sotto una pioggia fine e incessante.
Verso le nove e mezzo, Emma tornava a bordo con le provviste. Alle dieci rientrava anche Aerts, ubriaco fradicio, come diceva la padrona del bistrot. E alle dieci e un quarto il cavallante si avviava finalmente verso l’Astrolabe.
«Aspettavo solo che se ne andasse via lui per chiudere, perché i battellieri vanno a letto presto e non c’era più nessuno...».
Gli elementi concreti, verificabili, finivano lì. Dopodiché si entrava nel vago. Alle sei del mattino, il padrone del rimorchiatore constatava con stupore che l’Astrolabe non era più dietro le sue chiatte, e poco dopo si accorgeva che gli ormeggi erano stati tagliati.
Nello stesso momento, il guardiano della chiusa di Coudray, mentre accudiva la moglie, udiva le grida del vecchio Claessens, dopodiché trovava la chiatta incagliata contro lo sbarramento.
Il cane, sul ponte, era slegato. Il cavallante, svegliato qualche istante prima dall’impatto, non sapeva niente e sosteneva di aver dormito tutta la notte nella sua scuderia, come sempre.
Sennonché a poppa, nella cabina, veniva trovato Aerts impiccato, e non con una corda, bensì con la catena del cane. Poi, dietro la tenda che dissimulava il lavabo, veniva trovata sua moglie, Emma, impiccata con un lenzuolo strappato dal letto.
E non era tutto: al momento di mettere in moto, il padrone del rimorchiatore Aiglon VII chiamava invano il suo guidatore, Émile Gradut, e ne constatava la scomparsa.
«È stato Gradut...».
Ci avrebbero messo tutti la mano sul fuoco, e la sera stessa i giornali erano usciti con sottotitoli del tipo: Gradut avvistato nei dintorni di Seine-Port... Caccia all’uomo nel bosco di Rougeau... Il gruzzolo del vecchio Aerts resta introvabile...
Che il vecchio Aerts possedesse un gruzzolo, infatti, era stato confermato da tutti i testimoni, i quali concordavano perfino sull’ammontare: centomila franchi. Come mai? Era una storia lunga, o meglio, era una storia semplicissima. Aerts, che aveva sessant’anni e due figli grandi e ammogliati, aveva sposato Emma in seconde nozze, ed Emma, una rude strasburghese, aveva solo quarant’anni.
Fatto sta che i due erano ai ferri corti. A ogni chiusa, Emma si lamentava dell’avarizia del vecchio, che le scuciva a malapena quanto bastava per mangiare.
«Non so nemmeno dove tiene i soldi!» diceva. «Vuole che, se lui muore, vada tutto ai suoi figli... E a me tocca ammazzarmi a curarlo, a guidare la chiatta; per non parlare poi...».
E non lesinava i particolari cinici, a volte davanti allo stesso Aerts, mentre lui, cocciuto, si limitava a scuotere la testa; e aspettava che lei se ne andasse per mormorare:
«Mi ha sposato solo per i miei centomila franchi, ma rimarrà fregata...».
«Come se i suoi figli avessero bisogno di quei soldi per vivere...» commentava Emma.
In effetti Joseph, il maggiore, era proprietario di un rimorchiatore ad Anversa, e Théodore aveva comprato con l’aiuto del padre una bella chiatta a motore, la Marie-France, che era appena stata allertata mentre faceva scalo a Maastricht, in Olanda.
«Ma li troverò, i suoi centomila franchi...».
Emma era capace di confidare queste cose al primo venuto, così, di punto in bianco, spiattellando i dettagli più intimi sul vecchio marito, e concludendo con aria sprezzante:
«Non si aspetterà mica che una giovane come me lo faccia per amore...».
E lo tradiva. Le testimonianze erano irrefutabili. Anche il padrone dell’Aiglon VII era al corrente.
«Io dico solo quello che so... Di sicuro quei quindici giorni che abbiamo fatto sciopero a Alfortville, e l’Astrolabe era lì a caricare, Émile Gradut andava spesso da lei, anche in pieno giorno...».
E allora?
Émile Gradut, di anni ventitré, era un mascalzone, su questo non c’erano dubbi. Era stato effettivamente arrestato dopo ventiquattr’ore, morto di fame, nel bosco di Rougeau, a meno di cinque chilometri dalla Citanguette.
«Non ho fatto niente!» aveva urlato ai gendarmi cercando di parare i colpi.
Un mascalzoncello vizioso, antipatico, che Maigret aveva tenuto nel suo ufficio per due ore e che si era limitato a ripetere, ostinato:
«Non ho fatto niente...».
«Allora perché te ne sei andato?».
«Sono affari miei!».
Il giudice istruttore, convinto che Gradut avesse nascosto il gruzzolo nel bosco, aveva disposto nuove ricerche, che però erano risultate vane.
C’era, in tutta quella faccenda, qualcosa d’infinitamente triste, come il fiume che da mattina a sera rifletteva lo stesso cielo, come quei convogli di barche che si annunciavano a colpi di sirena (uno per ogni chiatta rimorchiata) e che sfilavano ininterrottamente attraverso la chiusa. Poi, mentre le donne, sul ponte, si occupavano dei marmocchi sorvegliando la manovra, gli uomini salivano fino al bistrot, buttavano giù un bicchierino e riscendevano col passo pesante.
«Caso risolto!» aveva dichiarato un collega a Maigret.
Eppure il commissario, di umore uggioso come la Senna, uggioso come un canale sotto la pioggia, era tornato alla chiusa e non riusciva più a scollarsene.
Va sempre così: quando un caso sembra fin troppo chiaro, nessuno si prende la briga di approfondire la questione. Per tutti era stato Gradut, e la parte del colpevole gli calzava così a pennello da diventare un’ovvietà.
Ciò non toglie che erano arrivati i risultati delle due autopsie, e le conclusioni dell’anatomopatologo erano sorprendenti. Per Arthur Aerts, il dottor Paul scriveva:
«... Lieve trauma alla base del mento... Dallo stato di rigidità del cadavere e dal contenuto dello stomaco, si può stabilire che il decesso per strangolamento sia avvenuto tra le dieci e le dieci e mezzo...».
Ora, Aerts era tornato a bordo alle dieci. Secondo la padrona albina, Claessens l’aveva seguito un quarto d’ora dopo, e questi sosteneva di esser andato dritto nella sua scuderia.
«C’era la luce accesa nella cabina degli Aerts?».
«Non saprei...».
«Il cane era slegato?».
Il povero vecchio ci aveva pensato su un bel po’, ma aveva concluso con un gesto d’impotenza. No! Non ne aveva la minima idea... Non ci aveva fatto caso... Poteva forse prevedere che, proprio quella sera, ogni suo gesto avrebbe assunto a posteriori un’importanza capitale? Era sempre mezzo sbronzo. Dormiva vestito, sulla paglia, avvolto dall’odore caldo del suo cavallo e della sua giumenta...
«Ha sentito qualche rumore?».
Non lo sapeva! Non poteva saperlo! Si era addormentato, e al suo risveglio si era ritrovato in mezzo al fiume, contro lo sbarramento...
Qui, però, c’era una testimonianza. Ma era affidabile? Si trattava di una dichiarazione della signora Couturier, la moglie del padrone dell’Aiglon VII. Il commissario centrale di Corbeil l’aveva interrogata come gli altri, prima di permettere al convoglio di proseguire la navigazione verso il canale del Loing. Maigret aveva in tasca il rapporto.
Domanda: «Ha sentito niente stanotte?».
Risposta: «Non potrei metterci la mano sul fuoco...».
Domanda: «Mi dica quello che ha sentito...».
Risposta: «È stato talmente vago... A un certo punto mi sono svegliata e ho guardato l’ora sulla sveglia... Erano le undici meno un quarto... Mi è sembrato di sentire delle voci vicino alla chiatta...».
Domanda: «Le ha riconosciute?».
Risposta: «No! Ma ho pensato che fosse Gradut che s’incontrava con Emma... Devo essermi riaddormentata subito...».
Si poteva tenerne conto? E, quand’anche fosse la verità, che cosa provava?
Quella notte, un rimorchiatore, le sue sei chiatte e l’Astrolabe dormivano a monte della chiusa, e...
Per quanto concerneva Aerts, il rapporto era chiaro: morto per strangolamento fra le dieci e le dieci e mezzo.
Le cose, invece, si complicavano con il secondo rapporto del dottor Paul, quello che riguardava Emma.
«... La guancia sinistra presenta delle ecchimosi che potrebbero essere state provocate da un oggetto contundente, o da un violento pugno... Il decesso, avvenuto per asfissia tramite impiccagione, risale all’una del mattino circa...».
E Maigret sprofondava sempre più nella vita lenta e greve della Citanguette, come se solo lì riuscisse a riflettere. Vedendo una chiatta a motore che batteva bandiera belga, pensò a Théodore, il figlio di Aerts, che ormai doveva essere a Parigi.
La bandiera belga gli fece anche venire in mente il ginepro: sul tavolo della cabina era stata trovata una bottiglia di acquavite di ginepro mezza vuota. Qualcuno aveva rovistato la cabina da cima a fondo, e persino strappato la tela dei materassi, spargendone l’imbottitura.
Per cercare i centomila franchi, ovviamente!
«È tutto chiaro!» dichiaravano gli inquirenti. «Émile Gradut ha ucciso Aerts ed Emma... Quindi si è ubriacato e ha cercato il gruzzolo, che ha poi nascosto nel bosco...».
Sennonché... Eh sì! Sennonché il dottor Paul, effettuando l’autopsia di Emma, aveva trovato nel suo stomaco tutto l’alcol che mancava dalla bottiglia!
E allora? Dal momento che era stata Emma a bere il ginepro, non poteva esser stato Gradut!
«Perfetto!» ribattevano gli inquirenti. «Gradut, dopo aver ucciso Aerts, per sopraffare più facilmente la moglie – la quale, non dimentichiamolo, era una donna robusta – l’ha fatta ubriacare...».
Sicché, stando al loro ragionamento, Gradut e la sua amante sarebbero rimasti entrambi sulla chiatta dalle dieci o dieci e mezzo, ora della morte di Arthur Aerts, fino a mezzanotte o l’una, ora della morte di Emma...
Ovviamente, era possibile... Tutto era possibile... Solo che Maigret – come dire? – si sforzava di immedesimarsi negli abitanti di quel mondo, di pensare come uno di loro.
Con Émile Gradut non era stato più tenero di quelli che lo avevano preceduto. Lo aveva tenuto sulla graticola per due ore, girandolo e rigirandolo in tutti i sensi. Per cominciare, ci aveva provato con le buone, come dicono al Quai des Orfèvres.
«Senti, caro mio... Ci sei dentro fino al collo, su questo non ci piove... Ma, a dire il vero, io non credo che tu li abbia uccisi tutti e due...».
«Non ho fatto niente!».
«Emma, poi, non l’avresti toccata, visto che era la tua amante...».
«Sta perdendo tempo! Non ho fatto niente...».
Dopodiché Maigret era passato alle maniere forti, e anche alle minacce.
«Ah sì?... Be’, la vedremo, quando sarai sulla chiatta insieme ai due cadaveri!...».
Ma di fronte alla prospettiva di una ricostruzione del crimine Gradut non aveva battuto ciglio.
«Quando vuole... Io non ho fatto niente...».
«Aspetta che troviamo dove hai nascosto il malloppo...».
Allora Émile Gradut aveva abbozzato un sorriso... un sorriso di compassione... un sorriso talmente superiore...
Quella notte alla Citanguette si fermarono solo una chiatta a motore e una scuderia. A valle, vicino alla chiusa, un gendarme montava ancora la guardia sul ponte dell’Astrolabe, e si stupì non poco quando Maigret, salendo a bordo, gli annunciò:
«Non faccio in tempo a tornare a Parigi... Dormirò qui...».
Si sentiva lo sciabordio dolce dell’acqua contro lo scafo, poi i passi del gendarme che, per paura di addormentarsi, camminava su e giù per il ponte. Quel poveretto non tardò a chiedersi, peraltro, se il commissario non stesse diventando matto: i due cavalli liberi nella stiva non avrebbero fatto più fracasso di lui, lì dentro da solo.
«Scusi, figliolo...».
Era Maigret che emergeva dal boccaporto.
«Potrebbe procurarmi una pala?».
Trovare una pala, alle dieci di sera, in un posto simile! A ogni modo, il gendarme svegliò il guardiano dall’aria triste. E il guardiano, che coltivava un orto, aveva una pala.
«Ma a cosa diavolo gli serve?».
«Non lo chieda a me...».
E si scambiarono uno sguardo significativo. Maigret se ne tornò dentro la cabina con l’attrezzo, e il gendarme cominciò a udire dei colpi sordi che andarono avanti per più di un’ora.
«Senta, figliolo...».
Era ancora Maigret che, sudato e col fiatone, sporgeva la testa dal boccaporto.
«Vada a fare una telefonata per me... Ho bisogno che il giudice istruttore venga domattina presto, e che faccia portare qui Émile Gradut...».
Con un’aria più lugubre che mai, il guardiano della chiusa pilotò il giudice verso la chiatta, mentre Gradut seguiva tra due gendarmi.
«No... Non so niente, le assicuro...».
Maigret stava dormendo, nel letto degli Aerts! Non si scusò nemmeno, e non parve far caso allo stupore del giudice di fronte allo spettacolo che offriva la cabina: l’impiantito era stato sollevato e lasciava intravedere lo strato di cemento sottostante, divelto a sua volta a colpi di pala. Il caos era totale.
«Venga, signor giudice... Mi sono coricato molto tardi e non ho neanche avuto il tempo di darmi una lavata...».
Maigret si accese la pipa. Aveva trovato da qualche parte delle bottigliette di birra, e si versò da bere.
«Entri, Gradut... E adesso...».
«Già, adesso?» lo incalzò il giudice.
«È molto semplice» dichiarò Maigret tirando una boccata. «Adesso le spiego che cosa è successo l’altra notte. Vede, c’è una cosa che mi ha colpito fin dall’inizio: ed è che il vecchio Aerts sia stato trovato impiccato con una catena, e sua moglie con un lenzuolo...».
«Non capisco...».
«Fra poco capirà. Provi a cercare negli archivi della polizia, e le garantisco che non troverà nemmeno un caso, non uno, in cui un uomo si sia impiccato con un fil di ferro o con una catena... Sembrerà strano, ma è così... In genere chi si suicida è un po’ delicato, e l’idea degli anelli che gli stritolano la gola e gli pinzano la pelle del collo...».
«Quindi Arthur Aerts è stato ammazzato?».
«Già: è la mia conclusione. Oltretutto, il trauma all’altezza del mento corrisponderebbe all’urto della catena che l’assassino, da dietro, gli ha passato al collo, approfittando del fatto che fosse ubriaco...».
«Non capisco...».
«Aspetti! La moglie invece, noti bene, è stata trovata impiccata con un lenzuolo arrotolato... Non con una corda, che non è certo quel che manca a bordo di un’imbarcazione!... No! Con un lenzuolo: ovvero il modo più dolce, se me lo concede, di impiccarsi...».
«Vale a dire?».
«Che si è impiccata da sola... Tanto che ha avuto bisogno, per farsi coraggio, di buttar giù mezzo litro di ginepro, lei che era astemia... Rammenta i rapporti del medico legale?...».
«Sì, rammento...».
«Quindi, un omicidio e un suicidio: il primo commesso alle dieci e un quarto circa, il secondo tra mezzanotte e l’una... A questo punto, diventa tutto molto semplice...».
Il giudice lo guardava con una certa diffidenza, Émile Gradut con un’aria fra il curioso e l’ironico.
«Da molto tempo,» proseguì Maigret «Emma, che non ha ottenuto ciò a cui mirava sposando il vecchio Aerts e che è innamorata di Émile Gradut, ha un’ossessione: impossessarsi del gruzzolo e filarsela con l’amante... Ed ecco che le si presenta l’occasione... Aerts entra ubriaco fradicio... Gradut è a pochi passi, a bordo del rimorchiatore... Quando è entrata nel bistrot per fare la spesa, lei si è accorta che il marito è già sbronzo... Allora slega il cane e aspetta, pronta a passargli la catena attorno al collo...».
«Ma...» obiettò il giudice.
«Dopo! Mi lasci finire... Adesso Aerts è morto... Emma, ebbra del suo trionfo, corre a chiamare Gradut, e qui non dimentichi che, alle undici meno un quarto, la padrona del rimorchiatore sente delle voci vicino all’imbarcazione... Non è così, Gradut?».
«Sì, è così».
«La coppia torna a bordo per cercare il gruzzolo, fruga persino dentro il materasso, ma non riesce a trovare quei benedetti centomila franchi... Non è così, Gradut?».
«Sì, è così».
«Il tempo passa e Gradut si spazientisce... Scommetto che comincia anche a chiedersi se non si è fatto infinocchiare, se quei centomila franchi esistono davvero... Emma gli giura di sì... Ma a cosa servono, se non si trovano?... Continuano a cercare... Gradut ne ha abbastanza... Sa che lo accuseranno... Vuole fuggire... Emma vuole fuggire con lui...».
«Ma scusi...» mormorò il giudice.
«Dopo!... Emma vuole fuggire con lui, dicevo, ma dato che Gradut non ha voglia di avere fra i piedi una donna, per di più senza un soldo, si cava d’impaccio sferrandole un pugno in faccia... Poi salta a terra e taglia gli ormeggi della chiatta... Non è così, Gradut?».
L’uomo, questa volta, ebbe un attimo di esitazione.
«Più o meno, è tutto» concluse Maigret. «Se avessero trovato il gruzzolo, sarebbero fuggiti insieme, oppure avrebbero cercato di far credere al suicidio del vecchio... Siccome non l?hanno trovato, Gradut, in preda al panico, vaga per i campi in cerca di un nascondiglio... Emma, invece, riprende conoscenza mentre la chiatta scivola sull’acqua e il cadavere del marito le dondola accanto... Che speranza le resta, ormai?... Nemmeno quella di fuggire... Bisognerebbe svegliare Claessens per condurre la chiatta alla gaffa... Quindi non c’è più niente da fare! E decide di uccidersi... Solo che, giacché le manca il coraggio, beve, e sceglie un morbido lenzuolo...? »
«È così, Gradut?» chiese il giudice fissando il manigoldo.
«Se lo dice il commissario...».
«Però... Aspetti un momento...» ribatté il magistrato. «Chi ci dice che Gradut non abbia trovato i soldi e che, per l’appunto, con l’intenzione di tenerseli...».
Per tutta risposta Maigret scostò col piede qualche pezzo di cemento: in una cavità nascosta lì sotto c’erano un mucchio di monete d’oro belghe e francesi.
«Ha capito adesso?».
«Più o meno...» mormorò il giudice con scarsa convinzione.
E Maigret, riempiendosi un’altra pipa:
«Bisognava saperlo che le vecchie chiatte si riparano con un fondo di cemento... Nessuno me lo aveva detto...».
Poi, di punto in bianco, su un altro tono:
«Il colmo è che le ho contate, e ce n’è davvero per centomila franchi... Una bella coppia, non trova?».