Stories 93 / Random

Stories by franco forte

quinta dimensione (italian)

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Mikita sorrise e si pulì i denti con l’unghia del mignolo.
— Ho provato una di quelle schifezze energetiche — disse mentre Laura la guardava accigliata.
— Speri che riescano a tenerti su? — le chiese Kim-Choo alzando le braccia e sistemandosi i capelli sulla nuca. — Sono tutte cazzate. L’importante è riuscire a concentrarsi.
— Merda, ragazze — sbuffò Darko Fjosevic alzandosi di scatto. Era stanco di aspettare. — Se non si sbrigano divento pazzo.
La saletta era piccola e asettica, tagliata direttamente nella plastica, e il rumore dell’impianto di sterilizzazione ricordava il respiro di un bufalo stremato.
— Calmo — disse Kim-Choo stringendo ancora di più gli occhi obliqui. Il colore della sua pelle era giallastro e malaticcio sotto la pioggia di luce che colava come melassa dal neon sul soffitto. — Che fretta hai?
— Giusto — aggiunse Mikita. — Cerchiamo di goderci questi momenti di tranquillità, okay? Potrebbero essere gli ultimi.
— Cristo...
— Hai firmato il contratto. Hai visto cosa c’era scritto.
— Piantatela, per favore.
Darko osservò con diffidenza le tre donne che componevano la squadra e respirò tra i denti. Avrebbe preferito una pattuglia di marine pronti a tutto, ma i responsabili del progetto avevano scelto quelle tre dopo quasi otto mesi di selezioni. Il che avrebbe dovuto farlo sentire tranquillo.
— Hanno detto che ci sarebbero volute un paio d’ore, non di più — si lamentò Laura senza distendere il grumo di rughe che le accartocciava la fronte. Era la più anziana del gruppo, sui 35, ma ne dimostrava una decina di più. Forse a causa dei capelli tagliati a spazzola. Lei non seguiva le tendenze della moda, e anzi amava ostentare il suo ruvido anticonformismo.
— Sono trascorsi appena quaranta minuti — ribatté Mikita facendo ondeggiare i capelli color catrame. Era alta quanto Darko, e portava quei pantaloni attillati da teen-ager che le affondavano nel solco delle natiche. Le sue lunghe gambe smerigliate chiamavano gli occhi di Darko con la voce di una sirena lasciva.
— D’accordo — annui Kim-Choo. — Però Darko ha ragione. È una tortura starsene qui a far niente.
La piccola cinese era incredibilmente minuta e aveva le gambe arcuate, ma il suo Q.I. era superiore di due punti a quelli di Darko e Mikita messi insieme. Era l’esperta quantistica del gruppo, e doveva mantenere aggiornata la calibratura delle variabili durante l’escursione.
Per un momento la saletta si riempì di silenzio, poi dalla griglia dell’altoparlante si diffuse una musica New-Tech all’avanguardia. Qualche coglione aveva ascoltato la loro discussione e adesso cercava di dare il suo contributo per allietar loro lo spirito.
— Che cavolo gli salta in mente? — esclamò irritato Darko guardando il diffusore.
— Niente male — ribatté Mikita saltando in piedi e accennando a qualche movimento di danza. La sua pelle nera, tendendosi, assumeva lo stesso colore di un rito tribale. — Potremmo scaldarci i muscoli mentre aspettiamo.
— Cazzo, Mi, smettila — ordinò Laura passandosi stancamente una mano sul viso. — Non siamo qui per giocare.
Mikita, che era la più giovane del gruppo e aveva labbra rosse come ciliegie, si strinse nelle spalle e tornò a sedere. Per niente al mondo avrebbe disobbedito a Laura: lei era il capo carismatico della squadra, e sebbene le sue funzioni fossero di rilievo inferiore rispetto a quelle degli altri, tutti tenevano in gran considerazione le sue parole. Se non altro perché Laura aveva già compiuto un’escursione. Per quasi cinque secondi standard durante una seduta sperimentale.
Darko osservò la figura di Mikita, snella e perfettamente modellata dagli interventi estetici, e si chiese come dovesse essere scoparsi l’unico elemento della sicurezza che era stato assegnato alla missione. Con quelle braccine esili non sarebbe riuscita a opporsi neppure al rinculo di un fucile, figurarsi a qualcosa di animato. Ma naturalmente lui sapeva che nell’era della cibernetica tutto era possibile. Forse il corpo di Mikita pullulava di protesi invisibili che erano in grado di decuplicare la forza dei suoi muscoli e accelerare la risposta dei suoi riflessi. Una perfetta macchina da guerra travestita nel modo più innocuo che si potesse immaginare.
Il tempo scorreva lentamente, scivolando attorno a loro come gomma flaccida. Al termine della seconda ora di attesa la porta della saletta si spalancò e Handke Vogts, il responsabile del progetto, entrò brandendo il suo miglior sorriso. Darko odiava quell’uomo. Gli metteva sempre le mani addosso e non perdeva occasione per cercare di portarselo a letto.
— Ci siamo, ragazze — disse Handke con voce querula, agitando le dita con le unghie laccate. — Siete pronte? E arrivato il grande momento. Soprattutto per te, tesoro.
Darko fece un passo indietro quando Vogts cercò di abbracciarlo.
La sala di codifica era un vecchio hangar ristrutturato che l’esercito aveva requisito alla Iranian Oil. Sorgeva sulla cima di una collina arrotondata, a quota 900 metri, in un quadrante presidiato dalle forze governative. Le finestre erano sprangate e sigillate con lastre di materiale anti-UV di fabbricazione australiana. Non avevano la stessa resa delle pellicole cinesi, ma il loro aspetto trasandato e le venature grossolane incutevano quella soggezione tipica degli apparati militari che teneva lontano i curiosi.
— Da questa parte — li sollecitò Handke Vogts passando accanto alla fila di cabine decompresse entro cui sedevano gli osservatori del Governo, dell’esercito, dei sindacati e di chissà quanti altri organismi di potere più o meno ufficiali.
Per la maggior parte erano donne, tutte pettinate e depilate alla moda ma con lo sguardo inflessibile dei funzionari di alto livello. Ormai il mondo era in mano loro. Tutte le cariche di maggior responsabilità erano gestite da donne, e questo per Darko non era affatto un male. Nei millenni di storia che avevano avuto a disposizione, gli uomini erano riusciti soltanto a scatenare guerre e terrificanti conflitti d’interesse. Adesso c’era più ordine, e un codice sociale spietato ma con regole precise che nessuno poteva travalicare.
— Avete controllato le attrezzature? — chiese Handke Vogts lanciando un’occhiata melliflua a Darko. — Non state andando a fare una passeggiata. La vostra impresa potrebbe cambiare la storia. Non possiamo rischiare di compromettere tutto per qualche sciocca dimenticanza.
Laura sbuffò scrutandolo in tralice. Alzò le mani bianche screpolate e disse: — Non siamo dei principianti. Ho controllato tutto personalmente e non c’è niente fuori posto.
Handke Vogts si strinse nelle spalle. — Se lo dici tu.
Indicò con il mento la fila di seggiolini sulla piattaforma di lancio. — Prego. Accomodatevi.
Darko si rese conto che l’atteggiamento di Vogts era carico di adrenalina. Cercava di non dare a vedere quanto fosse nervoso, ma ogni suo gesto aveva la stessa frenesia di una scarica elettrica. Si dominava a stento.
E lo stesso poteva dirsi per Laura, che raggiunse il seggiolino contrassegnato con la sua sigla e si sedette allacciando le cinghie dell’imbracatura di sostegno.
Entrambi sapevano che quel momento stava arrivando a coronamento di tanti anni di lavoro, e non potevano fare a meno di pensare che se avessero fallito non avrebbero avuto una seconda possibilità. Ci sarebbe andato di mezzo qualcosa di più della loro stessa vita.
Vogts e Laura avevano avuto un figlio insieme, prima che lui decidesse di seguire una nuova strada ormonale. Le donne comandavano il mondo, e Handke voleva essere il più possibile compatibile con loro pur non alterando la sua struttura fisica di base.
— Nessuno ci ha spiegato quella faccenda dei messicani — intervenne Kim-Choo.
Vogts sventolò una mano.
— Un incidente — affermò. — Un fottuto incidente che nessuno poteva prevedere.
— Dicono che sono tornati indietro fuori tempo massimo — aggiunse Mikita stringendo gli occhi scuri come pasticche di simpamina. — Due maschietti di prima classe ridotti in gelatina.
Vogts terminò di esaminare i collegamenti con le sinapsi della CPU di controllo, quindi corse ancheggiando dietro il banco di calibratura. Non sapeva ancora muoversi con la grazia di una donna, ma ci provava.
— Non gelatina — disse. — Sformato di essere umano.
Rise nervosamente, rendendosi conto che la sua battuta non aveva fatto altro che peggiorare le cose, poi si rivolse a Darko.
— Tu sei pronto, tesoro?
— Se non lo fossi non sarei qui — rispose Darko aspramente, infilandosi il caschetto regolato su misura. Per lui i tecnici avevano allestito una postazione a parte, all’interno di complesse strutture giroscopiche.
— Cerca di starci vicino, bellezza — disse Kim-Choo strizzando l’occhio a Darko.
— Farò del mio meglio.
Dal banco di calibratura Handke Vogts fece segno che la procedura di avvio era stata impostata. Le sue dita ballavano una danza ad alta tecnologia sulla tastiera multipla mentre la CPU pensava a calibrare gli algoritmi e le tensioni energetiche. Nessuno sapeva esattamente quali forze andavano a stimolare il principio di indeterminazione di [Heisenberg e quali riuscivano a sfuggire al suo controllo. Si muovevano a bordo di un fragile vascello sulle distese inquiete di un oceano sconosciuta. Le colonne d’Ercole si profilavano all’orizzonte.
— Ci siamo — affermò Handke Vogts senza riuscire a trattenere un’occhiata nervosa alla fila di cabine dei funzionari.
— Contatto.
Per qualche secondo non successe nulla, poi l’hangar venne invaso da una radiazione azzurrognola fredda come ghiaccio, e le tre donne sui seggiolini scomparvero in uno sbuffo di vapore insieme alla piattaforma di struttura.
Darko era ancora al suo posto. O almeno la sua componente fisica. Con le estensioni della mente non aveva perso tempo e si era lanciato all’inseguimento delle compagne di squadra. Il suo compito consisteva nel sorvegliarle affinché le instabilità empatiche latenti nei loro cervelli non interferissero con le emanazioni del campo di forza. Solo così il balzo nella quinta dimensione poteva avere qualche possibilità di successo.
Loro erano la testa di ponte, i primi esseri umani organizzati per attraversare lo spazio-tempo e approdare nella quinta dimensione, un territorio oscuro in cui tutte le leggi della fisica, della chimica e della natura confluivano in una curva armonica generata da un attrattore caotico.
Darko non aveva mai compreso a fondo la teoria che si agitava alle spalle del progetto, ma Vogts gli aveva spiegato che non c’era nulla di sicuro in quello che stavano facendo.
— Brancoliamo nel buio. Laggiù tutto potrebbe essere diverso da come lo conosciamo, oppure assolutamente identico. Gli esseri umani potrebbero essere stati relegati all’ultimo posto dell’evoluzione, oppure non esistere affatto, soppiantati da altre e più incredibili forme di vita. Sarete voi a dircelo. Capisci l’importanza di un viaggio del genere? Non è mai stato tentato niente di simile nella storia umana, e noi ne siamo i protagonisti.
I suoi occhi splendevano come quelli di una donna innamorata. Darko si scostò con fastidio, stringendosi nelle spalle. Lui era lì solo per un motivo: le pastiglie inibenti che gli somministravano e le applicazioni curative alla testa erano il solo modo per contenere la sua eterna emicrania. E i fantasmi che di notte sfuggivano al suo controllo. Darko non poteva dimenticare l’esplosione di dolore che aveva ucciso suo fratello Josha. Ne aveva condivisa gli ultimi istanti di vita e l’agonia atroce, qualcosa che aveva potuto riconoscere anche dentro di sé, come una strana creatura degli inferi annidata nelle pieghe più profonde del suo cervello.
— Avevamo bisogno di uno come te — aveva continuato Vogts divorandolo con lo sguardo. — È stata davvero una fortuna incontrarti.
— Potrò venirne fuori? — si era limitato a chiedere Darko, disgustato dal comportamento di quello strano miscuglio tra uomo e donna. — Tutto intero, intendo dire.
Handke Vogts aveva riso in modo scoppiettante, coprendosi la bocca con le punte delle dita.
— Ma certo, tesoro — aveva risposto. — Ci mancherebbe. Tra tutti tu sei quello che correrà meno rischi, se non altro perché non andrai veramente dall’altra parte. È il resto della squadra che potrebbe avere qualche problema, semmai. Ma questo tientelo per te, okay?
— Giù le mani — aveva sibilato Darko allontanandosi.
Adesso che sedeva nella poltroncina giroscopica mentre la luce azzurrognola l’avvolgeva, si sentì trafiggere da una strana sensazione. Qualcosa che aveva il sapore del rimorso.
Sbatté le palpebre, o almeno questo era l’impulso che il suo cervello proiettato nel maelstrom di linee di forza rimandò a un corpo lontano più di mille anni luce. In quel luogo spazio e tempo erano una cosa sola, si accartocciarono su se stessi e diedero vita a gigantesche onde di distorsione fino a quando la luce azzurra non scomparve e Darko si rese conto che il paesaggio era mutato.
Morfologia elettrica.
Il termine arrivò da solo, come gli assi coassiali che tenevano insieme l’intero sistema, generati apparentemente dal nulla. E l’attrattore. Le linee ordinate del caos. La contraddizione in termini. Mikita che correva sulla cresta delle onde con la tavola da surf. Lei non aveva i piedi, Darko vedeva le caviglie sottili confluire nella tavola, un insieme organico che aveva la consistenza del [kevlar e sfrecciava lanciando grida disumane.
— Mikita! — provò a chiamare allungando braccia che non possedeva, ma lei raccolse l’energia di un’onda entropica sviluppata dal mare di stelle e piegando le gambe si mise in posizione, circumnavigò l’universo e scomparve in un lampo d’argento.
— Tornerà — disse Laura facendo fremere le ciglia che avevano la dimensione di comete. — È sempre stato fortunata. E forte. Saprà dominare la tavola. Saprà dominare se stessa.
— Laura — chiamò Darko. — Dove sei?
— Ovunque.
Lui si guardò attorno. La schiuma di energia era ingigantita, sinapsi al silicone si tendevano come elastici di fibra di carbonio, pronti a spezzarsi al primo respiro del dio che governava quella dimensione.
— Non ti vedo — disse, cercando di tenere a freno le correnti di pensiero che guizzavano dentro di lui e volevano erompere come magma incandescente.
— Eppure sono qui — insisté Laura. — Sono tutto, sono l’universo che ti circonda.
Allora Darko guardò meglio e si rese conto che le spirali di energia creavano vortici incommensurabili, e le rughe dello spazio-tempo avevano la simmetria del viso di Laura, le galassie in espansione si tendevano come i suoi seni, il buco nero in cui era scomparsa Mikita aveva la forma del suo ombelico.
— Dov’è Kim-Choo? — chiese Darko.
— Hao — rispose una voce in cinese. — Yiqie youwei fa menghuan paoying.
— Non capisco — si lamentò Darko, mentre la proiezione del tempo limite per il recupero sfolgorava a caratteri fluorescenti in un angolo della sua percezione.
00:30:21
— Tutte le grandi promesse si rivelano illusorie, ombre di bolle di sapone.
— Che significa?
— Siamo degli stolti, bello. Dobbiamo accontentarci di quello che abbiamo. Che ci facciamo qui? Non era abbastanza grande il nostro universo? Un intero universo inesplorato?
Darko si guardava attorno sconcertato, con gli occhi allagati dalle emanazioni radianti del nuovo corpo di Laura, ma non riusciva a scorgere Kim-Choo, e il tempo scorreva.
La missione era palesemente fallita. Adesso capiva quello che doveva essere accaduto ai due messicani inviati prima di loro, cavie consenzienti disposte a qualunque cosa in cambio del miraggio di una nuova vita.
00:17:08
— Qui! — gridò Kim-Choo sfrecciando tra gli atomi del più piccolo dei frammenti di roccia che vagavano nello spazio.
— Qui c’è un altro universo! Ce ne sono mille!
— Dobbiamo tornare indietro — disse Darko. — il tempo sta per scadere.
Vedeva davanti a sé la soglia del non ritorno. Loro lo sapevano. Ma non ebbe risposta.
La quinta dimensione era un bambino in fasce che aveva sgranato gli occhi, e loro lo stavano allattando con atomi di energia.
00:06:33
— Il tempo! — gridò Darko mentre il display fiammeggiava e lo chiamava. — La soglia!
— Addio, tesoro — cantarono le stelle e gli uragani di energia.
— Ti amo — sibilarono i fotoni e le squadre di neutrini.
— Whoooooo! — fece la tavola da surf sbucando da una piega dell’universo per impennarsi sulla luce radiante esplosa da una nova.
Darko avrebbe voluto dire qualcosa.
00:00:00
Il flusso lo chiamò indietro.
Riaprì gli occhi. Lentamente. Il punteruolo che gli grattava il cervello era tornato.
— Darko, tesoro, ci sei?
Handke Vogts gli passò la mano sulla fronte, premuroso e accondiscendente. Era circondato da una schiera di donne in camice bianco. E qualche uomo. Per lo più infermieri.
— Merda — sibilò Darko quando si rese conto che sopra di lui non c’erano più le lamiere ondulate dell’hangar, ma il soffitto asettico di una camera d’ospedale. — Cos’è successo?
— Sei tornato — mormorò Handke con una luce di trionfo negli occhi. — Ce l’hai fatta.
— Mikita — sibilò Darko, con la testa che gli pulsava come una delle quasar a forma di capezzolo nell’universo che era stato il corpo di Laura. — Dov’è Mikita? E Laura? Kim-Choo?
— Calmati — lo rassicurò Handke Vogts, divorato dal desiderio di stringerlo. — Loro non erano importanti. Tu sei tornato.
Darko lo fissò. — Non capisco.
— Avevi bisogno di catalizzatori viventi, servivano alla tua mente per tenersi a degli appigli. Non potevi andare solo, non avresti avuto alcuna certezza per il rientro. Così ha funzionato.
— Che fine hanno fatto?
— Erano sacrificabili, tesoro. Nel nome del progresso.
— Vuoi dire che sono rimaste di là? Per sempre?
Handke Vogts si tirò su e sorrise. — Bambino mio, come decifrare l’imponderabile? Non sono tornate, ecco tutto. Ma questo era previsto.
— Era cosa?
— Previsto, tesoro. Pre-vi-sto. — Handke allargò le braccia mentre alcuni infermieri battevano istruzioni sulle tastiere delle macchine diagnostiche disposte a grappoli intorno alletto.
— Vorresti dire che non avevi capito? Credevi veramente che quelle tre sciocche potessero registrare qualcosa con i loro stupidi strumenti? — Lasciò partire una risata stridula che esplose nel cranio di Darko. — Mio Dio, caro, no, sei tu l’esperimento, tu il nostro registratore. Adesso sapremo.
Darko provò a replicare, provò a sputare in faccia a Vogts, provò a gridare con tutta la sua forza contro quella checca fottuta, ma le macchine lanciarono scariche elettriche e s’impossessarono del suo cervello. La memoria umana è la migliore banca dati che esista. Loro non dovevano fare altro che frugarci dentro fino a quando non avessero raccolto tutti i dati che gli servivano.
Darko chiuse gli occhi e si abbandonò. Vide crescere la quinta dimensione, il corpo di Laura, le spirali di energia entro cui si nascondeva Kim-Choo con la sua esuberante voglia di trasgredire.
Poi ci fu un lampo.
Qualcosa di molto simile a una tavola da surf penetrò attraverso la barriera dei suoi occhi.
Sentì un rumore.
Whoooooo!
E finalmente riuscì a sorridere.