omnibus per il cielo (italian)
I
Più di una volta il ragazzo, che abitava ad Agathox Lodge, civico numero 28 di Buckingham Park Road, Surbiton, era stato solleticato dalla curiosità alla vista della vecchia paletta segnaletica infissa quasi dirimpetto a casa sua. Ne chiese a sua madre, e lei gli rispose che non si trattava d’altro che dei resti di una burla, neppure tanto di buon gusto, fatta già parecchi anni addietro da certi giovanotti scavezzacolli, e che i poliziotti avrebbero dovuto rimuoverla da lì. Perché quella paletta era davvero strana, e per ben due ragioni: la prima era che segnalava una strada senza uscita; la seconda, che al di sotto del segnale era dipinta, in caratteri ormai stinti, la seguente scritta: “Per il Cielo”.
«Che tipi di giovanotti erano, quelli lì?» aveva insistito il ragazzo.
«Tuo padre, se ricordo bene, mi ha detto che uno di loro scriveva poesie, e che poi fu espulso dall’università. E in seguito pare si cacciasse in altri pasticci ancora. Comecchessia, son cose di parecchio tempo fa. Dovresti domandarlo a tuo padre. Vedrai che anche lui ti dirà le stesse cose che ti ho appena detto io: che fu piantata lì per burla.»
«Allora non vuol dire proprio nient’altro?»
Lei lo mandò di sopra a vestirsi di tutto punto, perché dovevano venire i Bons per il tè ed era compito del ragazzo portare in tavola l’alzatina con il dolce.
Gli passò per la mente all’improvviso, mentre trafficava con i suoi pantaloni ormai un po’ stretti, che non sarebbe stata una cattiva idea chiedere della paletta a Mr Bons. Suo padre, anche se era molto gentile con lui, gli ridacchiava sempre in faccia – anzi: si sbellicava ogni volta che lui o qualunque altro bambino gli faceva delle domande o gli rivolgeva parola. Mentre Mr Bons era anche serio, non solo gentile. Aveva una bella casa e ti prestava dei libri, era un coadiutore della parrocchia e uno dei candidati al Consiglio della Contea; aveva fatto donazioni enormi alla Biblioteca pubblica, era presidente della Società letteraria, e andavano a fargli visita addirittura dei membri del Parlamento; per farla corta: Mr Bons era, con ogni probabilità, l’uomo più saggio che fosse al mondo.
Pure, perfino lui non seppe dirgli altro in proposito se non che la paletta era effettivamente una burla: la burla fatta da un tale di nome Shelley.
«Ma sì, via!» lo redarguì sua madre. «Te l’avevo già detto io, tesoro. Si chiamava Shelley.»
«Non hai mai sentito nulla in merito a Shelley?» gli chiese Mr Bons.
«No» rispose il ragazzo, chinando il capo.
«Ma non avete uno Shelley, qui da voi?»
«Certo che sì!» esclamò la padrona di casa, un po’ concitata. «Caro Mr Bons, non siamo proprio filistei del tutto. Ne abbiamo almeno un paio. Uno è un dono di nozze, e l’altro, un’edizione economica, si trova in una delle camere di disimpegno.»
«Noi avremo qualcosa come sette Shelley, almeno» fece Mr Bons sorridendo, pensoso. Quindi si spolverò dal panciotto qualche briciola del dolce e, insieme a sua figlia, si alzò per accomiatarsi.
Il ragazzo, in risposta a uno sguardo in tralice della madre, provvide ad accompagnarli fino al cancello del giardino. E quando se ne furono andati, anziché rientrare subito a casa, s’indugiò per qualche istante a sbirciare in su e in giù lungo tutta Buckingham Park Road.
I suoi genitori abitavano sul lato destro della via. Al di là del civico 39, la qualità degli edifici subiva un brusco peggioramento, al punto che il numero 64 non disponeva nemmeno più di un ingresso separato per la servitù. In quel momento, tuttavia, la strada appariva tutta piuttosto bella, poiché il sole l’aveva interamente rivestita dello splendore del tramonto, e le disparità tra le locazioni si dileguavano inghiottite nel crepuscolo color zafferano. C’erano uccellini che cinguettavano, e sferragliando allegro il treno dei capifamiglia che tornavano dal lavoro correva giù lungo la ferrovia – quella scarpata meravigliosa che ha monopolizzato tutta la bellezza di Surbiton e che si è ammantata, alla stregua di una valle alpina, della gloria dell’abete e della betulla argentata e delle primule. Era stata proprio la strada ferrata a suscitare nel ragazzo le sue prime brame, brame di qualcosa che fosse almeno un po’ differente dal solito, brame cui non avrebbe saputo dar nome, ma che tornavano a lui ogniqualvolta il mondo affogava nella luce del sole, esattamente come accadeva anche quella sera, e che erano come un groppo che gli andava su e giù dal petto sino in gola, su e giù, su e giù fino a che non si sentiva proprio strano e tutto sossopra, facendogli trattenere a stento la voglia di scoppiare in lacrime. Quella sera, poi, fu particolarmente sciocco, perché sgusciò dalla parte opposta della via all’altezza della paletta e poi prese a correre lungo la stradicciola senza uscita.
Il viottolo corre fra alti muri – i muri dei giardini che circondano rispettivamente le residenze Ivanhoe e Bella Vista. Vi aleggia un lieve profumo per tutto il percorso, che misurerà non più di una ventina di metri compresa la curva che lo chiude all’estremità. Perciò era naturale che il ragazzo giungesse presto al termine della sua corsa. «Avrei voglia di tirargli un calcio, a quello Shelley lì» sbottò, gettando una pigra occhiata a un foglio di carta affisso al muro. Un avviso davvero bizzarro, che compitò attentamente prima di tornare sui suoi passi. Ed ecco quel che vi lesse:
C.T.S. S. – C.
Avviso: variazione di servizio
Causa riduzione del traffico lungo la tratta, la Compagnia si scusa per la sospensione del servizio orario e ricorda ai Sigg.ri Passeggeri che verranno assicurate unicamente le due corse degli
Omnibus dell’Alba e del Tramonto,
che si continuerà a effettuare con percorrenza invariata, nella speranza che i Gentili Utenti vogliano premiare l’iniziativa intesa alla soddisfazione delle Loro esigenze. Come incentivo all’utilizzo dei nostri servizi, la Compagnia per la prima volta Vi offre la possibilità di acquistare il
Biglietto A/R!
(validità gg. 1) da richiedersi al conducente. Si ricorda inoltre ai Sigg.ri Passeggeri che non è prevista possibilità di acquistare documenti di viaggio al Capolinea di Fine Corsa. La Compagnia non prenderà in considerazione reclami concernenti tale normativa. Analogamente, la Compagnia declina ogni responsabilità in merito a negligenze o insulsaggini da parte dei Sigg.ri Passeggeri, come pure in caso di Grandine, Saette, Smarrimento Documenti di Viaggio, o Casi Provvidenziali.
La Direzione
Ora, bisogna sapere che il ragazzo non aveva mai visto prima quell’avviso, né riusciva minimamente a immaginare quale potesse essere la destinazione di quegli omnibus. Di sicuro, S. significava “Surbiton”, e C.T.S. stava per “Compagnia Trasporti Stradali”. Ma quell’altra C.? Può darsi che si riferisse a Coombe e Malden. O che fosse piuttosto un’abbreviazione per “Città”. Però non potevano certo sperare di far concorrenza alla South-Western. L’intera faccenda, rifletté il ragazzo, pareva suggerire che in quell’azienda di autotrasporti fossero disperatamente privi di senso degli affari. E poi, perché mai non dovevano vendere biglietti al capolinea di fine corsa? E che razza di orario di partenza! Allora gli venne in mente che, a meno che non si trattasse di una presa in giro bella e buona, un omnibus doveva esser partito proprio nell’istante in cui lui augurava la buona serata ai Bons sull’uscio di casa. Mentre le ombre del crepuscolo s’infittivano, scrutò il suolo ai suoi piedi scorgendovi quelle che potevano effettivamente anche essere, o forse no, delle tracce di ruote. E tuttavia non aveva intravisto alcun mezzo sbucar fuori dal passaggio. Inoltre, a nessuna ora gli era mai occorso di vedere un omnibus in Buckingham Park Road. No, doveva per forza trattarsi di una presa in giro, come le palette segnaletiche, come le fiabe, come i sogni a causa dei quali gli capitava la notte di svegliarsi di soprassalto. Così, con un sospiro, uscì passo passo dal vialetto... per finir dritto fra le braccia di suo padre.
Oh, che risate si fece, suo padre! «Ma povero, povero il mio Pollicino!» esclamò. «Cucciolo, cucciolo, cucciolo lui!, che pensava passin passetti di finire su Accielo!» E anche sua madre, scossa lei pure dal gran ridere, apparve sui gradini di Agathox Lodge. «Smettila, Bob!» ansava. «Finiscila con le tue stupidaggini! Oh, finirai per uccidermi! Lascialo stare, il bambino!»
Però lo scherzo continuò per tutta la sera. Suo padre lo pregava di lasciarlo venire. Si sarebbe trattato di una camminata molto lunga? Ci si doveva pulire le scarpe sullo zerbino? Sicché il ragazzo se ne andò a letto stremato e stizzito, grato a se stesso per una cosa sola: per non aver mai menzionato l’omnibus. Che pure, per quanto potesse sì essere una presa in giro, acquistava di più in più consistenza nei suoi sogni, mentre, al contrario, le strade che il mezzo percorreva quando lui lo vedeva attraversare Surbiton parevano divenire inconsistenti come burle o ombre. E assai di buon mattino si destò con un grido, perché aveva finito per intuire quale dovesse essere la sua destinazione.
Accese un fiammifero, e il lampo di luce non ricadde soltanto sul suo orologio, ma anche sul calendario, sicché vide che mancava appena una mezz’ora al sorgere del sole. Era buio pesto, perché la nebbia era scesa da Londra durante la notte, e l’intera Surbiton si trovava tuttora stretta fra le sue braccia. Lui saltò comunque giù dal letto e si vestì alla svelta, perché era risoluto a chiarire una volta per tutte che cosa fosse veramente reale, se l’omnibus o le strade. “Continuerò a essere uno sciocco in ogni caso,” si disse “finché non l’avrò visto io stesso con i miei occhi.” E pochi istanti più tardi eccolo che già se ne stava a rabbrividire per strada sotto il lampione a gas che vegliava all’ingresso del viottolo.
Imboccare quell’andito era un atto che già per se stesso richiedeva un certo ardimento. Non solo l’oscurità era spaventosa, ma adesso si rendeva anche conto di quanto fosse pazzesco un capolinea del genere. Se non fosse stato per quel poliziotto, di cui sentiva i passi avvicinarglisi nella nebbia, non avrebbe mai tentato l’impresa. Che di fatto tentò un momento dopo, ma fallendo. Niente. Nient’altro che un vicolo cieco, e un ragazzino molto sciocco che ristava a bocca aperta a guardarne il lastrico inzaccherato. Era una presa in giro, dopotutto. “Lo racconterò a papà e mamma” decise. “Me lo merito. Mi merito che lo sappiano. Sono troppo sciocco per essere al mondo.” E fece ritorno al cancello di Agathox Lodge.
Lì però si sovvenne che il suo orologio andava avanti. Il sole non era ancora spuntato; sarebbe sorto di lì a due minuti. “Diamo a questo benedetto bus ancora una possibilità” pensò, quantunque fosse scettico, e ritornò nel viottolo.
Ed ecco che l’omnibus era lì.
II
Era un veicolo trainato da una pariglia di cavalli, dalle groppe ancora fumanti per la fatica recente, e i suoi due gran fanali splendevano nell’aria nebbiosa, riverberandosi sui muri del vicolo e mutandone il muschio e le ragnatele in cortinaggi fatati. Il conducente era tutto imbacuccato nella sua cappa. Aveva lo sguardo rivolto al muro cieco, e come avesse fatto a parcheggiarsi in quell’andito così angusto in maniera tanto precisa e silenziosa fu solo uno dei numerosi interrogativi ai quali il ragazzo non avrebbe mai saputo fornire risposta. Né peraltro riusciva a immaginare in che modo la vettura sarebbe mai uscita da quella strettoia.
«Mi scusi» e la voce gli tremò, risuonando in quella sudicia aria di color bruno. «Mi scusi, questo qui è proprio un omnibus?»
«Omnibus est» rispose il conducente, senza nemmeno girarsi. Ci fu un attimo di silenzio. Il poliziotto passò, tossicchiando, dinanzi all’ingresso del viottolo. Il ragazzo si accucciò nell’ombra, perché non voleva che lo scoprisse. Era inoltre perfettamente sicuro che quello dovesse essere un servizio clandestino; infatti, rifletté, nessun’altra vettura avrebbe mai potuto partire da posti tanto insoliti, e a un orario altrettanto inconsueto.
«Verso che ora parte?» Cercava di sembrare disinvolto.
«All’alba.»
«E fin dove arriva?»
«Fa tutta la linea.»
«E potrei fare anche un biglietto di ritorno che mi riporti indietro lungo tutta la linea?»
«Certo.»
«Sa, penso che quasi quasi potrei anche salire.» Il conducente non gli rispose. Il sole doveva essere sorto, perché l’uomo sbloccò il freno. E il ragazzo fece appena in tempo a saltar su, che già l’omnibus si era messo in marcia.
Ma come? Aveva per caso sterzato? Ma non c’era spazio di manovra. Forse aveva proseguito dritto davanti a sé? Ma lì c’era un muro cieco. Eppure procedeva, procedeva imponente in mezzo alla nebbia, che adesso da bruna stava diventando giallastra. Pensando al suo letto caldo e alla colazione ancor più calda, il ragazzo si sentì mancare. Se solo non fosse mai venuto! I suoi genitori non ne sarebbero stati affatto contenti. Sarebbe tornato all’istante sui suoi passi fino da loro, se solo il pessimo tempo non avesse reso quell’idea impossibile a realizzarsi. Come unico passeggero, soffriva una spaventosa solitudine. E dentro l’omnibus, nonostante la solidità della carrozzeria, si gelava e si sentiva un vago puzzo di muffa. Si strinse nel suo cappotto e, così facendo, gli capitò d’infilarsi le mani in tasca. Eran vuote. S’era scordato di portarsi il suo borsellino.
«Fermi!» gridò. «Fermi!» Quindi, poiché era un giovane beneducato, dette uno sguardo alla targhetta dipinta per informarsi sul nome del conducente. «Fermi, oh per favore, Mr Browne, si fermi!»
Mr Browne non si fermò, però aprì un finestrino e guardò il ragazzo che era salito a bordo. L’espressione di quel volto lo sorprese, tanto appariva modesta e gentile.
«Ho dimenticato il mio borsellino a casa, Mr Browne. Non ho nemmeno un penny; non posso pagare il biglietto. Vorrebbe, per cortesia, accettare in cambio il mio orologio? In che guaio terribile mi sono cacciato...»
«Su questa linea i biglietti,» gli spiegò il conducente «sia quelli di andata sia quelli di andata e ritorno, non possono essere acquistati in moneta di conio terreno. E un chronometron, quand’anche possa aver consolato le veglie di Carlomagno o scandito i sonni di Laura, non può barattarsi in alcun modo con l’esca ammaliatrice dell’innocuo Cerbero del Cielo!» Così dicendo, gli porse il biglietto che gli ci voleva e, mentre il ragazzo balbettava «grazie», continuò: «Pretese a titoli di sorta, come ben so, non son che vanità. Pure, non possono meritar censura, quando sieno formulate con bocca ridente; e in un mondo omonimo possono perfino esser in qualche guisa giovevoli, dal momento che servono a distinguere ogni Fante dal compagno suo. Rammentati dunque di me col nome di Sir Thomas Browne».
«Oh, lei è un Sir? Le domando scusa.» Aveva sentito dire di certi gentlemen che si dilettavano di guidare le carrozze da sé. «È stato molto gentile da parte sua offrirmi il biglietto. Però, se continua così, come farà a darle qualche profitto il servizio del bus?»
«Non dà profitto. E non venne creato affinché ne desse. Molti difetti ha questo mio cocchio, ch’è contesto in fantastica maniera di troppe discordi materie; i suoi origlieri frusciano di dottrina anziché promuovere il riposo; e i miei ronzini non brucan l’erbe sempreverdi dell’attimo presente, bensì le festuche e i secchi trifogli della Latinità. Ma profittare, poi! A ogni buon conto, è questa almeno un’onta di cui mai mi macchiai, né di proposito, né per avventura.»
«Mi scusi ancora» fece il ragazzo, alquanto confuso. Anche Sir Thomas pareva rattristato, perché temeva di essere stato lui stesso la causa di quella tristezza, quantunque per un solo istante. Invitò quindi il ragazzo a salire al suo fianco a cassetta, e così presero a viaggiare l’uno accanto all’altro, nella nebbia che da giallastra ora si mutava in bianca. Non si scorgevano case lungo la strada; potevano perciò trovarsi ad attraversare tanto Putney Heath quanto Wimbledon Common.
«Lei ha sempre fatto il conducente?»
«Fui medico, un tempo.»
«E perché non l’ha più fatto? Non era forse un bravo dottore?»
«Come risanatore di corpi conobbi scarsi successi, tanto che in nutrita torma mi precedettero tanti miei pazienti. Pure, in veste di risanatore dello spirito ho trionfato di là da ogni mia speranza o rinuncia. Ché, per quanto i miei elisiri non fossero né migliori né più soavi di quelli che altri propinava, tuttavia, a motivo dei nappi sontuosi in cui li ho offerti, spesse volte l’anima delicata ebbe la tentazione di libarne, e da essi trasse ristoro.»
«L’anima delicata...» mormorò il bambino «se il sole tramonta dietro gli alberi e all’improvviso tu ti senti tutto sottosopra, è quella l’anima delicata?»
«Hai provato quel sentimento?»
«Sì, eccome.»
Dopo una pausa, l’uomo disse al ragazzo un poco, anche se molto poco, della destinazione del loro viaggio. Tuttavia non chiacchierarono tanto, giacché il ragazzo, quando qualcuno gli andava a genio, stava comunque seduto volentieri in sua compagnia, sia che parlasse sia che rimanesse in silenzio; e anche in questo, come scoprì lui stesso, andava d’accordo con Sir Thomas Browne e con molta altra gente di cui avrebbe fatto la conoscenza di lì a poco. In ogni caso, sentì qualcosa a proposito del giovane Shelley, che ormai era una vera celebrità ed era dotato di una sua vettura personale, oltre che di alcuni degli altri conducenti che erano al servizio della Compagnia. Nel mentre, la luce si faceva più intensa, benché non dissipasse affatto la nebbia. Che adesso pareva in effetti più bruma che nebbia vera e propria, di cui qualche refolo a momenti passava ratto tra loro, quasi fosse un lembo di nube. Stavano inoltre salendo un pendio, e la cosa era assolutamente sconcertante; da un paio d’ore infatti i cavalli continuavano a tirare il collare e, se si fossero inerpicati su per l’erta di Richmond Hill, già da un pezzo sarebbero dovuti giungerne al sommo. Ma può essere che si trovassero ormai a Epsom, o addirittura sui North Downs; pure, la brezza pareva esser più pungente di quella che soffia su quelle alture. Per quel che riguardava la loro destinazione, Sir Thomas Browne non apriva bocca.
Crac!
«Che tuono, accipicchia!» esclamò il ragazzo. «E nemmeno lontano. Senti che eco! Sembra proprio d’essere in montagna.»
Gli vennero in mente in quell’attimo, anche se in modo non particolarmente vivido, suo padre e sua madre. Li vide seduti a tavola, dinanzi alle salsicce della colazione, prestare orecchio al temporale. Vide il proprio posto vuoto. E poi domande, ansietà, congetture, battute, richiami al buonsenso. Si aspettavano che tornasse per il pranzo. Invece non sarebbe tornato né per l’ora di pranzo, né per quella del tè, ma solo per cena, ponendo termine in tal modo alla sua assenza ingiustificata. Se solo avesse avuto con sé il suo borsellino, avrebbe portato loro qualche ricordino – benché non sapesse affatto che cosa avrebbe potuto trovare da comprare.
Crac!
Lo schianto e il lampo giunsero insieme. La nube rabbrividì come una cosa viva, mentre la nebbia ai loro fianchi scorreva via in brandelli laceri. «Hai paura?» gli chiese Sir Thomas Browne.
«C’è mica qualcosa di cui devo aver paura? Siamo ancora molto lontani?»
I cavalli dell’omnibus fecero un brusco arresto all’avvampare di un globo di fuoco, che scoppiò con un tinnito fragoroso, assordante e nitido al contempo, come lo strepito proveniente dalla forgia di un fabbro. La nube si frantumò.
«Oh, Sir Thomas Browne, ascolti! No: guardi, voglio dire; infine vedremo qualcosa. Anzi, ascolti, volevo dire. Sembra il suono di un arcobaleno!»
Il fragore si era spento nel mormorio più sommesso, lasciando subito il passo a un nuovo mormorio montante che andò crescendo, furtivo ma costante, lungo un arco via via più esteso ma privo di variazioni. E dinanzi agli zoccoli della pariglia, tra un dissolversi di vapori, ecco sprizzare, incurvandosi in ampie parabole, un arcobaleno.
«Ma quanto è bello! Che colori! Dove finirà? È più come quegli arcobaleni su cui si può camminare. Più come quelli dei sogni.»
Colore e suono andavano aumentando insieme d’intensità. L’arcobaleno valicava una voragine immensa. C’erano nuvole che veleggiavano al di sotto di esso, e altre nuvole che ne venivano forate, e man mano continuava a estendersi, ad avanzare, alla conquista dell’oscurità, fino a che non toccò qualcosa che pareva essere più consistente di una nuvola.
Il ragazzo si rizzò in piedi. «Cos’è laggiù?» esclamò. «Su cos’è che poggia all’altro capo, laggiù, in fondo?»
Oltre la voragine, immersa nella luce mattutina, splendeva la parete di un dirupo. Un dirupo – o si trattava forse di un castello? I cavalli si mossero, avanzando sull’arcobaleno.
«Oh, guardi!» gridò il ragazzo. «Oh, ascolti! Quelle caverne... o sono porte? Oh, guardi fra quei picchi, ci sono come delle terrazze, là in mezzo. Vedo gente, vedo degli alberi!»
«Guarda anche laggiù in basso» gli sussurrò Sir Thomas. «Non trascurare il mistico Acheronte.»
Il ragazzo gettò uno sguardo in basso, oltre le vampe dell’arcobaleno che lambivano le ruote dell’omnibus. Anche la voragine si era schiarita, e nelle sue profondità scorreva un fiume infinito. Un raggio di sole brillò in quell’istante trafiggendo una verde polla, e mentre vi passavano sopra il bambino scorse tre figure virginali affiorare alla superficie della polla. E cantavano e giocavano con qualcosa che luccicava, simile a un anello.
«Voi, laggiù nell’acqua...» le chiamò.
E quelle gli risposero: «Voi, lassù sul ponte...». Si udì rimbombare una musica. «Voi, là sul ponte, buona fortuna! Verità nel profondo, verità nelle altezze.»
«Voi laggiù in acqua, che state facendo?»
Sir Thomas Browne rispose per loro: «Si trastullano manipolando l’oro che possiedono». E l’omnibus era giunto a destinazione.
III
Il ragazzo era in disgrazia. Se ne stava a sedere nella camera dei bambini di Agathox Lodge, in castigo, intento a imparare versi a memoria. Suo padre gli si era rivolto a quattr’occhi: «Figliolo! Tutto posso perdonare, ma non la menzogna». Poi gliele aveva suonate di santa ragione, ripetendogli a ogni bacchettata: «Non c’è omnibus, né conducente, né ponte, né monte; sei uno zingaro, un monello, un bugiardo». Suo padre sapeva essere molto duro, alle volte. La madre lo aveva supplicato di chiedere scusa. Ma lui non avrebbe mai potuto farlo. Quello era stato il più gran giorno della sua vita, nonostante le battiture e la poesia che l’aveva suggellato.
Puntuale, aveva fatto ritorno a casa al tramonto, accompagnato per l’occasione non da Sir Thomas Browne ma da una matura signorina, tranquilla e piena di spirito. Avevano chiacchierato di omnibus, e pure di calessini e di landò. Quanto remota ora le pareva quella voce! Pure, non erano passate tre ore da quando l’aveva salutata, là nel vicolo.
Gli giunsero le parole della madre che lo chiamava di là dall’uscio. «È ora di scendere dabbasso, tesoro. Porta con te il libro con le poesie.»
Lui scese le scale, ubbidiente, per scoprire che nella stanza da fumo insieme a suo padre c’era anche Mr Bons. Era stato lì con i suoi a cena.
«Ed ecco il nostro intrepido viaggiatore!» fece torvo il padre. «Eccolo qui, il giovane gentleman che conduce a cassetta l’omnibus lungo gli arcobaleni, ammirato da giovanette che lo salutano cantando.» Rise, compiacendosi del proprio sarcasmo.
«Dopotutto,» disse allora Mr Bons sorridendo «c’è qualcosetta di simile anche in Wagner. È curioso come anche nella mente più ingenua talvolta possano rinvenirsi barlumi di Verità Artistica. La cosa m’interessa sinceramente. La prego, mi affidi il patrocinio del reo. Ai nostri tempi, anche noi ci siamo lanciati a briglia sciolta nel regno della fantasia, non ne conviene?»
«Senti com’è gentile Mr Bons» sottolineò la madre, mentre suo padre interveniva: «Ebbene. Lasciamolo recitare la sua poesia, e per questa volta tutto finirà qui. È in procinto di andarsene a stare da mia sorella, partirà martedì. S’incaricherà lei della terapia adatta a questa sua... vicolite!». (Una risata.) «Su, va’ con la tua poesia.»
Il ragazzo prese a recitare. «Stando in disparte in gigantesca ignoranza.»
Suo padre rise nuovamente, e di gusto. «Giusto per te, figliolo! “Stando in disparte in gigantesca ignoranza!” Prima d’ora non ho mai creduto nel senso letterale delle poesie. Parla proprio di te! Prego, Bons, la poesia è il suo forte. Vuole ascoltare lei il ragazzo, mentre vado a prendere il whisky?»
«Ma sicuro, dammi un po’ qui il tuo Keats» assentì Mr Bons. «Lasciamo che mi reciti di Keats.»
Così, per pochi istanti, l’uomo saggio e il ragazzo ignorante furono lasciati soli nella stanza da fumo.
«Stando in disparte in gigantesca ignoranza, / Di te io odo e delle Cicladi, / Come uno che segga al lido e brami forse / Visitare...»
«Ottimo. Visitare cosa?»
«... I coralli dei delfini nei mari profondi» concluse il ragazzo, scoppiando in lacrime.
«Via, su, e ora perché piangi?»
«Perché... perché tutte queste parole, che prima erano solo dei versi, ora, da quando sono tornato, sono me.»
Mr Bons abbandonò il Keats che aveva fra le mani. La cosa si stava rivelando ancor più interessante di quanto potesse prevedere. «Te?» esclamò. «Questo sonetto, te?»
«Sì... e legga anche lì, poco più giù: Sì, sulle spiagge dell’oscurità v’è luce, / E i precipizi mostrano il non calcato verde. Ed è così, sir. Queste cose son tutte vere.»
«Non ne ho mai dubitato» fece Mr Bons, gli occhi chiusi.
«Allora lei... lei mi crede? Crede all’omnibus e al conducente e al temporale e al biglietto di andata e ritorno che mi è stato regalato e...»
«Calmo, calmo. Ora basta con questa storia, ragazzo mio. Quel che volevo dire è che non ho mai dubitato della verità sostanziale della Poesia. Un giorno, quando avrai più letture alle spalle, capirai che cosa intendevo dirti oggi.»
«Però, Mr Bons, è così davvero. Davvero c’è luce sulle spiagge dell’oscurità. Io l’ho vista apparire. Luce, e poi come un vento.»
«Bubbole» sbuffò Mr Bons.
«Se mi fossi fermato lì! Cercavano di convincermi. Mi dicevano di lasciar perdere il biglietto... perché se lo perdi non puoi più tornare indietro. Mi chiamavano dal fiume là sotto, invitandomi a farlo, e io quasi quasi m’ero convinto, perché non sono mai stato così felice come fra quei precipizi. Però poi ho pensato a mio padre e a mia madre, e che sarei dovuto venire a prenderli. Ma loro non vogliono venire, anche se la strada è proprio di fronte a casa nostra. E tutto quello che mi avevan detto quelle persone lassù è successo davvero, e come tutti gli altri nemmeno Mr Bons mi ha creduto. Sono stato bacchettato. Non rivedrò mai più quella montagna.»
«Cosa cosa? C’entro anch’io, in questa storia?» Seduto in poltrona, Mr Bons si rizzò all’istante.
«Ho parlato loro di lei, di quanto è intelligente, e di tutti i libri che possiede, ma loro mi han detto: “Vedrai che Mr Bons non ti crederà neppure lui”.»
«Baggianate, sciocchezze, mio giovane amico. Stai diventando un po’ petulante. Ma io – be’ – io credo che indagherò un po’ al riguardo. Non farne parola con tuo padre. Ci penso io, a te. Domani sera passerò di qui a chiamarti e andremo a fare una passeggiatina assieme. E, non appena comincerà a farsi buio, vedrai che imboccheremo il vicolo qui dirimpetto in cerca del tuo omnibus, furbetto che non sei altro.»
Si fece nuovamente serio quando notò che il ragazzo non pareva affatto allarmato. Aveva anzi cominciato a misurare la stanza a saltelli canticchiando: «Che bello, che bello! Glielo avevo detto, io, che lei mi avrebbe creduto. Correremo insieme sull’arcobaleno. Glielo avevo detto, che Mr Bons sarebbe venuto!». Poteva dunque esserci qualcosa di vero in questa storia, dopotutto? Wagner, Keats, Shelley? Sir Thomas Browne? La cosa si faceva indubbiamente interessante.
E la sera successiva, benché piovesse a catinelle, Mr Bons non mancò di suonare il campanello di Agathox Lodge.
Il ragazzo, che non stava più nella pelle per l’eccitazione, era lì ad attenderlo e salticchiava senza posa, in un modo che il presidente della Società letteraria trovava alquanto snervante. Insieme presero la svolta giù per Buckingham Park Road e poi, sinceratisi che nessuno li avesse adocchiati, s’infilarono nel vicolo. E inevitabilmente (perché la luce del giorno stava ormai venendo meno) incapparono dritti dritti nell’omnibus.
«Bontà divina!» sbottò Mr Bons. «Bontà divina onnipotente!»
Non si trattava dello stesso omnibus su cui era salito il ragazzo all’andata, e neanche quello che aveva preso al ritorno. Questo era un tiro a tre, con un cavallo nero, uno grigio e uno bianco, e il più bello era il grigio. Il conducente, che si era voltato verso di loro non appena aveva sentito far menzione di divinità e onnipotenza, aveva un viso d’itterico, con mento massiccio e cupi occhi profondi. Non appena lo scorse, Mr Bons si lasciò sfuggire un grido come se l’avesse riconosciuto e cominciò a essere scosso da violenti tremiti.
Il ragazzo saltò a bordo.
«Ma è possibile?» gemeva Mr Bons. «Che l’impossibile sia possibile?»
«Sir, salga pure; salga su, sir. È davvero uno splendido omnibus. Oh, ed ecco il nome del conducente: è il signor Dan... qualcosa.»
Anche Mr Bons saltò in vettura. All’improvviso un colpo di vento richiuse la portiera, e quella, sbattendo, fece scendere all’istante sui finestrini del veicolo gli avvolgibili, malamente fissati alle loro estremità.
«Dan... fammi leggere. Bontà divina! Stiamo partendo.»
«Urrà!» gridò il ragazzo.
Mr Bons cominciò a sentirsi a disagio. Non si era proposto di farsi rapire. Non gli riusciva né di trovare la maniglia della portiera né di tirar su gli avvolgibili. L’omnibus era immerso nelle tenebre, e quando infine fu in grado di accendere un fiammifero, anche all’esterno era calata la notte. Viaggiavano rapidi.
“Che strana, che memorabile avventura” si disse, mentre passava in esame l’interno dell’omnibus, che era largo, spazioso, e rifinito con grande accuratezza, ogni elemento simmetricamente rispondente all’altro. Sopra la portiera (la cui maniglia era all’esterno) stava scritto: “Lasciate ogni baldanza voi ch’entrate” – almeno, questo è ciò che si leggeva; però Mr Bons bofonchiò che quelle parole dovevano esser pronunciate senza storpiarle in “Leshy eity”... eccetera, e che baldanza era uno svarione per speranza. La sua voce era sommessa come se si trovasse in chiesa. In quel mentre, il ragazzo chiese al cadaverico conducente due biglietti di andata e ritorno. Che gli furono porti senza una parola. Mr Bons, copertosi il volto con una mano, riprese a tremare. «Ma tu lo sai chi è quello?» mormorò quando la finestrella del conducente venne richiusa. «È l’impossibile.»
«Be’, non mi garba tanto quanto Sir Thomas Browne, però forse non dovrei sorprendermene, perché magari lui ha dentro anche più cose.»
«Ha dentro più cose?» Bons batté il piede, stizzito. «Ti capita di fare la più grande scoperta del secolo, e tutto quel che mi sai dire è che costui avrebbe “dentro più cose”. Te li ricordi quei libri rilegati in pergamena che ho nella mia biblioteca, stampigliati sul davanti con dei gigli rossi? Questo – sta’ seduto, perché sto per farti una rivelazione stupefacente – questo è l’uomo che li ha scritti!»
Il ragazzo rimase seduto tranquillo. «Pensate che vedremo Mrs Gamp?» chiese, dopo un cortese momento di pausa.
«Mrs... chi?»
«Mrs Gamp e Mrs Harris. È simpatica, Mrs Harris. Mi sono imbattuto in loro proprio all’improvviso. Le cappelliere di Mrs Gamp non han resistito bene all’attraversamento dell’arcobaleno. Hanno perso tutte il fondo, e due dei pomi alla testata del suo letto son finiti di sotto, nella corrente.»
«Là fuori sta seduto a cassetta l’uomo che ha scritto i miei libri in pergamena!» tuonò Mr Bons, «e tu non smetti di cianciare di Dickens e di Mrs Gamp?»
«La conosco talmente bene, Mrs Gamp» si scusò il ragazzo. «Non ho potuto fare a meno di rallegrarmi, quando l’ho vista. L’ho riconosciuta dalla voce. Stava dicendo a Mrs Harris di Mrs Prig.»
«Dunque hai trascorso l’intera giornata nella sua edificante compagnia?»
«Oh, no. Ho partecipato alla corsa. Lassù ho incontrato un tale che mi ha portato con sé ancora più in là, dove si facevano delle gare di corsa. Tu corri, e intanto là nel mare, al largo, guizzano i delfini.»
«Certo. E ti ricordi il nome di quel tale?»
«Achille. No; lui è venuto dopo. Tom Jones.»
Mr Bons fece un sospirone. «Ahimè, figlio mio, devi avere una gran confusione in quella testa! Di che cosa non avrebbe potuto godere una persona colta se avesse avuto le tue opportunità! L’uomo di cultura avrebbe riconosciuto subito tutti questi personaggi, e si sarebbe rivolto a ciascuno usando le parole più confacenti. Mai avrebbe sprecato il suo tempo con una Mrs Gamp o un Tom Jones. Le creazioni di Omero, di Shakespeare, e di Colui che ora ci conduce sarebbero state le sole a poterlo soddisfare. Non si sarebbe mai messo a far gare di corsa. Avrebbe piuttosto fatto domande intelligenti.»
«Ma vede, Mr Bons,» replicò il ragazzo in atteggiamento umile «è lei l’uomo di cultura. Io li avevo avvertiti di questo.»
«Vero, vero, e ti prego di non farmi sfigurare quando saremo giunti lì. Niente pettegolezzi. Niente corse. Stammi sempre accanto senza allontanarti, e non una parola con questi Immortali, a meno che non siano loro stessi a rivolgertela. Esattamente. E dammi i biglietti di ritorno, perché rischi di perderli.»
Il ragazzo cedette i biglietti, anche se un po’ di malavoglia. Dopotutto, la strada per giungere fin lassù era stato lui a trovarla. Si sentiva ferito. Era dura dover sopportare dapprima l’incredulità e poi le paternali. Nel frattempo aveva smesso di piovere, e di tra le rime degli avvolgibili abbassati il chiaro di luna filtrava fin dentro l’omnibus.
«Ma adesso come farà a esserci l’arcobaleno?» esclamò il ragazzo.
«Mi stai distraendo» borbottò Mr Bons. «Voglio riflettere sulla bellezza. Quanto vorrei avere al mio fianco una persona d’alto sentire e in sintonia con me.»
Il bambino si morse il labbro. Aveva fatto tra sé e sé un centinaio di buoni propositi. Avrebbe seguito pedissequamente Mr Bons nel corso dell’intera visita. Non avrebbe riso, né corso, né cantato, né si sarebbe lasciato andare a nessuno di quegli atti ridicoli che l’ultima volta dovevano aver disgustato i suoi nuovi amici. Si sarebbe curato di pronunciare correttamente i loro nomi e ricordato di chi era noto a chi. Achille non sapeva chi fosse Tom Jones – almeno, stando a quanto affermava Mr Bons. La Duchessa di Amalfi era più vecchia di Mrs Gamp – almeno, così diceva Mr Bons. Sarebbe stato assennato, composto, riservato. Non avrebbe mai detto apertamente chi gli andava più a genio. Tuttavia, quando l’avvolgibile che aveva inavvertitamente urtato con la testa si arrotolò d’improvviso, tutti i suoi buoni propositi si dispersero sulle ali dei venti. Perché l’omnibus aveva raggiunto la cima di un colle rischiarato dalla luna, ed ecco allora apparire il baratro; e laggiù, al di là di esso, levarsi i sognanti, antichi dirupi, le falde immerse nella corrente dell’eterno fiume. E lui ne gioì: «La montagna! Ascolti il canto nuovo che sale dall’acqua! Guardi i falò degli accampamenti nelle forre». E Mr Bons, dopo un rapido sguardo, replicò: «Corrente, falò di accampamenti? Che sciocchezze di nessun conto! Frena la lingua. Non c’è proprio niente, laggiù».
Pure, ecco che sotto i suoi occhi si coagulava un arcobaleno, materiato questa volta non di sole e di pioggia temporalesca, ma di chiaro di luna e dell’acquerugiola che si levava dal fiume. I tre cavalli vi si avanzarono. Il bambino pensava che quello fosse il più bell’arcobaleno che avesse mai visto in vita sua, ma non ardì far parola, perché Mr Bons aveva affermato che lì non c’era nulla. Si sporse al di fuori della vettura – il finestrino si era aperto – e cantò sull’aria della musica che ascendeva dai flutti soporosi.
«Il preludio all’Oro del Reno?» fece Mr Bons a un tratto. «Chi ti ha insegnato questo Leitmotiv?» E anche lui si sporse dal finestrino. E, a quel punto, cominciò a comportarsi in maniera davvero bizzarra. Soffocando un urlo, ricadde all’indietro sul pavimento del veicolo. Si divincolava e scalciava. Il volto aveva assunto un pallore verdognolo.
«L’altezza le dà la nausea?» domandò il ragazzo.
«La nausea!» boccheggiò Bons. «Voglio tornare indietro. Dillo al conducente.»
Ma il conducente scosse il capo.
«Ormai ci siamo quasi» lo rincuorò il ragazzo. «Stanno dormendo. Devo dar loro una voce? Saranno felicissimi di conoscerla, perché li avevo preparati a una sua visita.»
Mr Bons guaì. Procedevano lungo l’arcobaleno lunare, che sempre e sempre continuava a sbriciolarsi dietro le loro ruote. Che notte silenziosa era quella! Chi avrebbero trovato di scolta alla Porta?
«Sto arrivando» gridò, dimenticandosi ancora una volta i suoi cento buoni propositi. «Sto tornando da voi... sono io, il ragazzo.»
«Il ragazzo sta tornando» gridò una voce ad altre voci, che ripeterono: «Il ragazzo sta tornando».
«Ho con me Mr Bons.»
Silenzio.
«Anzi, dovrei dire che è stato Mr Bons a portarmi con sé.»
Silenzio profondo.
«Chi è di scolta?»
«Achille.»
E sul terrazzo roccioso, prossimo al termine del ponte di arcobaleno, ecco che gli apparve un giovane uomo armato di uno scudo meraviglioso.
«Mr Bons, ecco Achille in armi!»
«Voglio tornare indietro» mugolò Mr Bons.
L’ultimo frammento di arcobaleno si dissolse, le ruote cantarono contro la roccia viva, la portiera dell’omnibus si aprì di scatto. Schizzò fuori il ragazzo – che ormai non riusciva più a trattenersi – e con un balzo si precipitò a salutare il guerriero. E quello, chinatosi fulmineo, lo sollevò sul suo scudo.
«Achille!» gli gridò lui. «Mettimi giù, perché io non sono che un ignorante e uno stupido, e devo attendere quel certo Mr Bons di cui ieri ti ho parlato.»
Ma Achille lo sollevò in alto. E lui si accovacciò sul suo scudo meraviglioso, sugli eroi e le città in fiamme, sui vigneti niellati nell’oro, su ogni diletta passione, ogni gioia, sull’icona perfetta della Montagna che aveva scoperto lui, cinta anch’essa da una corrente perenne. «No, no,» protestava «non io ne sono degno. È Mr Bons che dovresti levare qui sopra, al posto mio.»
Mr Bons guaiolava, e Achille dette fiato alla sua tromba e gridò: «Qui, levati ritto sul mio scudo!».
«Sir, non sono stato io a volerlo! Qualcosa mi ha spinto ad alzarmi in piedi. Sir, perché tanto timore? Qui c’è soltanto quel grande Achille che lei ben conosce.»
Mr Bons strillò: «Non vedo nessuno. Non vedo niente. Voglio tornare indietro». Quindi, giratosi verso il conducente, lo supplicò: «Salvami, fammi rimanere sul tuo carro. Ti ho onorato. Ti ho citato. Ti ho rilegato in pergamena. Riportami al mio mondo».
E il conducente rispose: «Io sono il mezzo, ma non il fine. Io sono l’alimento, ma non la vita. Levati da te, come fa quel ragazzo. Io non posso salvarti. Perché la poesia non è che spirito anch’essa; e quanti l’adorano hanno da farlo in spirito e verità».
Mr Bons – ormai non era più in grado di resistere – strisciò fuori dall’omnibus mirabile. Apparve la sua faccia, che orrendamente boccheggiava. Seguirono le sue mani, l’una che artigliava la predella, l’altra che si agitava per aria. Quindi emersero gli omeri, il petto, il ventre. Strepitando un «Londra, laggiù!», cadde – cadde sulla dura roccia candita di chiarore lunare, cadde tuffandosi in essa quasi fosse acqua, cadde attraverso di essa, dileguò, e il ragazzo non lo rivide mai più.
«Fin dove è caduto giù, Mr Bons? Ecco, sta giungendo un corteo indetto in suo onore, con musica e torce. Eccoli che giungono, gli uomini e le donne che lei conosce di nome. La montagna si sta destando, si sta destando il fiume, e lungo il percorso di gara il mare va destando i suoi delfini. E tutto ciò per lei. La reclamano...»
Sentì sulla fronte una carezza di fresche fronde. Qualcuno lo aveva incoronato di un serto.
ΤΈΛΟΣ
Notizia pubblicata dalle testate «Gazzetta di Kingston», «Surbiton Times» e «Raynes Park Observer»:
Il corpo spaventosamente sfigurato di Mr Septimus Bons è stato scoperto nei pressi del gasometro di Bermondsey. Nelle tasche del defunto sono stati rinvenuti un portafoglio, un portasigari d’argento, un dizionarietto fonetico tascabile e due biglietti dell’omnibus. Stando agli indizi evidenti, lo sfortunato gentleman è precipitato al suolo cadendo da notevole altezza. Gli inquirenti hanno aperto una inchiesta per sospetto omicidio.