la storia di un panico (italian)
I
La carriera di Eustace, se carriera può dirsi, data certo da quel pomeriggio nei castagneti sopra Ravello. Colgo l’occasione per chiarire subito che sono un uomo semplice, ordinario, e non pretendo ad affettazioni di stile letterario. Pure, oso dire di esser capace di raccontare una storia senza esagerazioni, e perciò ho deciso di redigere un resoconto imparziale di alcuni fatti straordinari verificatisi otto anni or sono.
Ravello è una località incantevole, e vi sorge un incantevole alberghetto. Fu lì che conoscemmo alcune persone deliziose. C’erano le due Miss Robinson, che vi soggiornavano già da sei settimane assieme a Eustace, loro nipote, all’epoca un ragazzino all’incirca quattordicenne. E, lì da un pezzo anche lui, c’era Mr Sandbach, già curato di una parrocchia nell’Inghilterra settentrionale ch’era stato costretto ad abbandonare per ragioni di salute e che, mentre risiedeva a Ravello, si occupava dell’educazione di Eustace – a quel tempo penosamente deficitaria – tentando di prepararlo all’ammissione in una delle nostre public schools più celebri. C’era poi Mr Leyland, un aspirante artista; e, infine, c’era la nostra gentile ospite, la Signora Scafetti, oltre a Emanuele, il gentile cameriere e nostro interprete; benché costui, all’epoca di cui sto parlando, non si trovasse lì, ma fosse in visita a un padre malato.
Per questa piccola cerchia io, mia moglie e le mie due figlie rappresentavamo, come ardisco credere, un supplemento non sgradito. Tuttavia, quantunque la compagnia mi andasse generalmente abbastanza a genio, c’eran due di costoro che non mi garbavano punto. Si trattava dell’artista, Leyland, e di Eustace, il nipote delle Miss Robinson.
Leyland era semplicemente un odioso arrogante; e, giacché mi studierò d’illustrare in prosieguo con dovizia di particolari tali qualità, eviterò al momento di soffermarmici. Eustace, però, era qualcosa d’altro: era repellente, in un modo indescrivibile.
I ragazzi mi son simpatici, di regola, ed ero assai disposto a mostrarmi affabile. Io e le mie figlie ci eravamo offerti di portarlo fuori – «No grazie» ci disse, perché le passeggiate erano una barba tale. E un’altra volta l’avevo invitato a venire con noi per prendere un bagno insieme – «No grazie» ripeté, perché non sapeva nuotare.
«Ogni ragazzo inglese dovrebbe saper nuotare» ribattei allora. «T’insegnerò io.»
«Ecco, caro Eustace,» aveva osservato in proposito Miss Robinson «questa sì ch’è una bella occasione per te.»
Ma lui, per tutta risposta, disse di aver paura dell’acqua! – un ragazzo, paura! – e ovviamente io non aggiunsi altro.
E la cosa non mi sarebbe riuscita tanto strana se fosse stato uno di quei ragazzi particolarmente sgobboni, ma quello non si dava da fare né a giocare né a studiare. Le sue occupazioni favorite erano oziare in terrazza su una sedia a sdraio o girellare per la strada maestra, strascicando i piedi fino a impolverarsi le scarpe, le spalle curve in avanti. Altrettanto in armonia con il resto, era pallido, di petto angusto e di scarsa muscolatura. Le zie lo scusavano adducendone la fragile costituzione; ma ciò di cui aveva bisogno in realtà era solo un po’ di disciplina.
Quel giorno memorabile avevamo programmato di salire tutti insieme tra i castagneti per un picnic – tutti, voglio dire, all’infuori di Janet, che si era trattenuta per terminare il suo acquerello della Cattedrale –, ma l’impresa non doveva risolversi in un grande successo, temo.
Mi diffondo in dettagli insignificanti, ma solo perché nella mia mente non sono capace di separarli dal resoconto di quella giornata; e lo stesso potrei dire per ciò che riguarda le chiacchiere che scambiammo durante il picnic: tutto mi si è impresso insieme nel cervello. Dopo un’ascensione di un paio d’ore, lasciammo i somarelli che avevan portato in groppa fin lassù le Miss Robinson e mia moglie, e tutti quanti proseguimmo a piedi fino in capo alla valle: che per la precisione si chiama Vallone Fontana Caroso, come ho scoperto.
Prima d’allora, e anche in seguito, ho avuto modo di ammirare parecchi splendidi scenari naturali, ma ben pochi ne ho trovati in grado di piacermi altrettanto. La valle si concludeva in un’ampia conca, formata come una tazza, donde all’intorno s’irradiavano forre tra i clivi scoscesi. Sia la valle, sia le forre, come anche i rilievi inframmezzati tra una forra e l’altra, erano ricoperti di castagni frondeggianti, sicché l’insieme dava l’idea di una gran mano verde dalle molte dita, col palmo rivolto all’insù, pronta a richiudersi stritolandoci nella sua morsa convulsa. Laggiù in lontananza, dove la valle andava aprendosi, potevamo ancora scorgere Ravello e il mare, ma questo era l’unica traccia di un mondo diverso.
«Oh, che posto! Assolutamente meraviglioso» commentava mia figlia Rose. «Cosa ne verrebbe fuori, a dipingerlo!»
«Sì» concordava Mr Sandbach. «Più di una celebre galleria in Europa andrebbe orgogliosa di poter esibire nelle proprie sale un paesaggio bello anche solamente un decimo di questo.»
«Al contrario,» intervenne a quel punto Leyland «ne verrebbe fuori un dipinto davvero misero. Anzi, non è affatto un paesaggio degno di un quadro.»
«E perché non dovrebbe esserlo?» gli chiese la mia Rose, molto più deferente di quanto meritasse quel tomo.
«Noti, in primo luogo,» le rispose «quant’è esageratamente diritto il profilo montuoso sullo sfondo del cielo. Dovrebbe essere spezzato e variato. E poi, dal luogo in cui ci troviamo tutto il panorama è privo di prospettiva. Inoltre, l’intero cromatismo della scena è monotono e crudo.»
«Non m’intendo di pittura,» lo interruppi allora «e non pretendo di essere un esperto: però so quando una cosa è bella appena la vedo, e di questa posso dirmi soddisfatto appieno.»
«Ma sicuro! Chi non lo sarebbe?» esclamò la Miss Robinson più anziana, sostenuta da Mr Sandbach.
«Ah!» fece Leyland. «Tutti voi confondete la visione artistica della Natura con quella fotografica.»
La mia povera Rose s’era portata appresso la sua macchina fotografica, perciò ebbi l’impressione che quell’ultima battuta fosse deliberatamente villana. Pure, non desideravo affatto dare adito a battibecchi incresciosi; così semplicemente voltai le spalle e cominciai ad assistere mia moglie e Miss Mary Robinson che apparecchiavano le vivande per il pranzo – un pranzo non troppo invitante.
«Eustace, caro,» lo chiamò sua zia «vienici ad aiutare.»
Il nipote era di umore particolarmente irritabile, quella mattina. Non avrebbe neppure voluto venire, come suo solito, e le zie erano anzi state sul punto di lasciarlo in albergo ad affliggere Janet. Io però, forte della loro autorizzazione, gli avevo parlato con una certa rudezza della necessità dell’esercizio fisico; e, per tutto risultato, si era infine unito a noi, benché fosse persino più taciturno e malinconico del solito.
Ubbidire non era il suo forte. Quistionava invariabilmente a ogni richiesta, che non si decideva ad adempiere se non a prezzo di mugugni. Mi farei un punto d’orgoglio d’insistere sempre sulla pronta e gioiosa ubbidienza, se avessi un figlio maschio.
«Sto venendo... zia... Mary» rispose finalmente, per poi gingillarsi a incidere uno zufolo da una scheggia di legno, facendo in modo di raggiungerci solo quando tutto era già pronto.
«Ma bravo, bravo davvero, signorino!» sbottai io. «Alla fine, te ne arrivi bel bello per beneficiare del nostro sudore!» E allora dette un sospiro, perché non poteva sopportare per nulla di esser punzecchiato. Miss Mary, con assai poco buon senso, insisteva perché mangiasse almeno un’ala di pollo, malgrado i miei iterati tentativi di dissuaderla. Ricordo che per un momento fui quasi sopraffatto da un accesso d’ira al solo pensiero che, anziché goderci il sole, l’aria, i boschi, c’incaponissimo tutti ad altercare intorno alla dieta di un ragazzino viziato.
Comunque sia, dopopranzo il nostro fu un po’ meno in evidenza. Si ritirò al pedale di un albero e prese a scortecciare il suo zufolo. Fui lieto di vederlo, almeno per una volta, occupato a far qualcosa. Nel mentre noi, distese un poco le membra, ci dedicavamo al dolce far niente.
Quei teneri castagni del Meridione sono gracili fuscelli se paragonati ai nostri robusti castagni del Nord. Pure, rivestivano i contorni dei clivi e le valli nella maniera più amena di un drappeggio uniforme, interrotto soltanto da un paio di spazi più radi, uno dei quali era quello che ci ospitava.
E proprio a causa dei pochi alberi che vi erano stati recisi Leyland si produsse in una meschina requisitoria nei confronti del proprietario.
«Ogni poesia sta sparendo dalla Natura,» lamentava «ne prosciugano laghi e paludi, ne arginano i mari con dighe, ne tagliano le foreste. In ogni luogo vediamo la volgarità della desolazione estendersi sempre più.»
Avevo maturato una qualche esperienza in fatto di possedimenti terrieri, e gli feci così osservare che il diradamento dei boschi era più che opportuno per la salute degli alberi di maggiori dimensioni. Oltre a ciò, sarebbe stato irragionevole immaginare che un proprietario non derivasse alcun utile dalle sue terre.
«Se si considera un paesaggio sotto il profilo economico, concedo che si potrebbe anche trovar piacere nell’attività di un proprietario. Io però, soltanto all’idea che un albero possa esser ridotto in denaro contante, sono disgustato.»
«Non vedo motivo» soggiunsi io con creanza «di disprezzare i doni di Natura soltanto perché hanno un valore economico.»
La mia osservazione, tuttavia, non fu sufficiente a placarlo. «Non è questo il punto» continuò infatti. «Stiamo affogando tutti quanti nella volgarità, senza speranza. E non escludo nemmeno me stesso. È per causa nostra, e a nostra vergogna, che le Nereidi hanno disertato le acque e le Oreadi i monti, che le selve non offrono più ricetto a Pan.»
«Pan!» esclamò Mr Sandbach, e la sua voce profonda riecheggiò per la valle intera come sotto le navate di una gran chiesa verdeggiante. «Pan è morto. Ecco perché le selve non gli offrono più ricetto.» E prese a raccontarci la singolare vicenda di quei marinai che, mentre procedevano bordeggiando (si era giusto all’epoca della nascita di Cristo), avevano udito ripetere distintamente per tre volte il grido: “Il gran Dio Pan è morto”.
«Sì. Il gran Dio Pan è morto» ripeté Leyland. E si abbandonò alla finta costernazione cui tanto amano indulgere gl’individui con velleità artistiche. Gli si spense il sigaro, e fu obbligato a chiedermi un fiammifero.
«Che cose interessanti» disse Rose. «M’interesserebbe tanto conoscere la storia antica.»
«Non è poi così degna d’interesse» motteggiò Mr Sandbach. «Eh, Eustace?»
Eustace stava rifinendo lo zufolo. Sollevò lo sguardo, cupo di quella sua solita, irritante espressione di cruccio cui le zie gli permettevano d’indulgere, ma non fece motto.
La conversazione toccò vari altri temi, quindi si spense del tutto. Era un pomeriggio di maggio sgombro di nuvole, e il verde pallido delle giovani foglie di castagno risaltava gradevolmente sull’azzurro profondo del cielo. Sedevamo tutti quanti al margine della breve radura per goderci il panorama, e l’ombra degli alberelli di castagno alle nostre spalle risultava ovviamente assai scarsa. Ogni suono si estinse – perlomeno, tale fu la mia impressione: Miss Robinson riferisce invece che il primo indizio di stranezza che percepì fu lo strepitare degli uccelli. Ogni suono si estinse, eccezion fatta, a quanto potei udire io stesso, per il gemito remoto di un paio di rami d’un grande castagno che si sfregavano all’ondeggiare delle fronde. I gemiti si fecero via via più fievoli, e anche quell’unico suono finì per cessare del tutto. Quando mi volsi a guardare in direzione delle dita verdeggianti della valle, ogni cosa era assolutamente immobile e silente; e quel senso di sospensione che tanto di frequente accade di avvertire quando la Natura è in riposo prese a invadermi senza parere.
A un tratto, tutti fummo come galvanizzati dal martoriante stridio dello zufolo di Eustace. Mai m’era capitato di sentire uno strumento emettere un suono più di quello stonato e straziante per i timpani di chiunque.
«Eustace, caro,» disse Miss Mary Robinson «potresti anche darti un po’ di pensiero per la testa della tua povera zia Julia.»
Leyland, che già era parso essersi addormentato, si levò a sedere.
«È stupefacente quanto un ragazzo possa esser cieco dinanzi a tutto ciò che eleva l’animo ed è bello» rimarcò. «Non l’avrei immaginato. Che anche qui riuscisse a trovare un sistema per rovinarci la festa a questa maniera.»
Dopo, il silenzio tremendo tornò a gravare su di noi. Ora mi ero levato in piedi, e con lo sguardo seguivo l’effetto di una brancata di vento che, calando dal declivio dirimpetto a noi, rabbuffava la verzura tenera scurendola al suo passaggio. Un chimerico senso di premonizione mi coglieva, e appena mi volsi scoprii con mia gran meraviglia che anche gli altri eran tutti in piedi, anche loro intenti a quello spettacolo.
Non mi è possibile fornire una descrizione coerente di ciò che accadde poi: io però, almeno per quel che mi riguarda, non mi vergogno di ammettere che – per quanto il cielo continuasse a inazzurrarsi alto sopra il mio capo, e i boschi primaverili a verdeggiare sotto di me, e i più gentili amici mi fossero intorno – m’invase un enorme terrore, un terrore tale da farmi augurare di non doverlo più riprovare. Un terrore quale non avevo mai sperimentato fino allora, e che non mi è mai più capitato in seguito. E anche negli occhi degli altri vidi lo smarrimento di quella paura inesprimibile, mentre le loro bocche tentavano invano di articolare parola, e le loro mani di tornare a muoversi. Eppure tutto intorno a noi era floridezza, bellezza, e serenità, e ogni cosa ristava immota, non fosse stato per quella brancata di vento che ora veniva ravviando all’insù il clivo su cui ci trovavamo.
Non si è mai chiarito chi sia stato il primo a muoversi. Basti dire che in un secondo ci precipitavamo giù lungo le pendici del colle. Leyland era in testa a tutti, poi veniva Mr Sandbach, quindi mia moglie. Fu però solo un rapidissimo colpo d’occhio, il mio; perché io corsi via attraverso la breve radura e per i boschi e oltre i macchioni e i dirupi e giù lungo aridi greti di torrenti fino alla valle sottostante. Il cielo su di me avrebbe anche potuto esser nero mentre correvo, e gli alberi zolle d’erbetta, e il ripido declivio una strada piana; perché non vedevo nulla e non udivo nulla e non sentivo nulla, datosi che i canali dei miei sensi e della mia ragione erano come sbarrati. Non si trattava di paura spirituale, quella che può capitare di aver provato in determinate situazioni, ma di brutale, soverchiante paura fisica, di quella che tura le orecchie, che fa calare una nube dinanzi agli occhi, che colma il palato di tristi sapori. E, quando fu passata, non mi lasciò in preda all’abbattimento consueto; giacché ero stato sì spaventato, ma non come un essere umano, bensì come solo un animale può esserlo.
II
Non sono in grado di descrivere la conclusione della nostra esperienza meglio di quanto non sia riuscito a narrarne gli esordi; la nostra paura, infatti, sparì proprio com’era venuta, senza motivo. A un tratto fui di nuovo in grado di vedere, e sentire, e tossire, e asciugarmi la bocca. Alle mie spalle, vidi che pure gli altri si stavano fermando a uno a uno; e, di lì a poco, eravamo di nuovo riuniti tutti insieme, anche se passò un po’ di tempo prima che fossimo nuovamente capaci di parlare, e un altro po’ prima che osassimo farlo.
Nessuno ne aveva riportato gravi danni. La mia povera moglie si era slogata una caviglia; Leyland si era spezzato un’unghia strisciando contro la corteccia di un albero, io mi ero un po’ sbucciato, ferendomi a un orecchio. Me n’ero accorto soltanto una volta fermatomi.
Tutti muti, andavamo scrutandoci in viso l’un l’altro. A un tratto, Miss Mary Robinson se ne uscì in un urlo terrificante. «Cielo misericordioso! Dov’è Eustace?» E a quel punto sarebbe finita al suolo, se non fosse stato per Mr Sandbach che l’aveva sostenuta.
«Dobbiamo tornare indietro, tornare indietro immediatamente» fece la mia Rose, che aveva mantenuto padronanza di sé più di tutti noialtri. «Ma spero... sento che è sano e salvo.» Tanta era la viltà di Leyland da fargli sollevare obiezioni. Però, scoperto di essere in minoranza, e spaventato all’idea di doversene rimanere lì da solo, ce la dette per vinta. Così, mentre io e Rose fornivamo sostegno alla mia povera moglie, e Mr Sandbach e Miss Robinson prestavano aiuto a Miss Mary, lentamente e in silenzio riprendemmo l’erta, impiegando ben più di mezz’ora a risalire il cammino che avevamo disceso in appena dieci minuti.
La conversazione fra noi non poteva essere altro che irregolare, dal momento che tra quanti eravamo nessuno teneva a fornire opinioni intorno a ciò che era avvenuto. Rose era la più loquace: e ci sbalordì tutti dichiarando che era stata sul punto di restarsene lassù dove ci trovavamo.
«Intende dunque dire che... che non si era sentita costretta alla fuga?» le domandò Mr Sandbach.
«Oh... certo, ho sentito anch’io quello spavento,» – era la prima a far uso di quella parola – «ma in qualche modo avevo anche l’impressione che, se avessi avuto la forza di trattenermi, tutto sarebbe stato differente, che non avrei avuto paura per niente, per dir così.» Rose non si esprimeva mai con molta chiarezza: pure, torna a suo gran merito il fatto che proprio lei, la più giovane di noi tutti, fosse stata la sola capace di resistere fino a tal punto a quell’istante terribile.
«Sì, me ne sarei rimasta lì, credo» seguitò a dirci. «Se non avessi visto mamma scappare.»
L’esperienza di Rose ci tranquillizzò un poco sulla sorte di Eustace. Ma un terribile presentimento pareva sovrastarci tutti quanti, man mano che c’inerpicavamo a fatica per i pendii coperti di castagni, appressandoci sempre più alla piccola radura. Quando la raggiungemmo, rimanemmo a bocca aperta. Perché lì, ai suoi margini estremi, accanto ai rimasugli del nostro pranzo, Eustace giaceva supino, immobile.
Come lo vidi, facendo appello a ogni residua presenza di spirito, gli gridai: «Ehilà, scimmiottino! Salta su in piedi!». Ma lui non diede cenno di aver sentito, né rispose alle povere zie, che gli si rivolsero invano anch’esse. Poi, mentre ci accostavamo a lui, con un senso d’ineffabile orrore scorsi un verde ramarro sgusciargli via rapido da sotto una manica della camicia.
Così, in silenzio, ce ne stavamo lì ritti a guardarlo giacere, e già cominciavo a sentirmi tinnire le orecchie in attesa di lamenti e piagnistei.
Miss Mary gli cadde in ginocchio al fianco, toccandogli il pugno che stringeva convulso un cespo di alti fili d’erba.
A quel gesto, lui aprì gli occhi e sorrise.
Da allora mi è già occorso spesso di vedere quel particolare sorriso, sia dipinto sulla faccia del suo proprietario che nelle fotografie del medesimo, di cui ora cominciano a fregiarsi i giornali illustrati. Ma, fino a quel momento, Eustace aveva sempre esibito un amaro, scontroso corruccio; e non eravamo affatto avvezzi a quel sorriso inquietante, che ci pareva pur sempre privo di causa adeguata.
Le zie lo coprirono di baci, che egli non ricambiò; e ci fu allora una pausa imbarazzante. Eustace appariva così naturale e tranquillo; pure, quand’anche non gli fosse accaduto di sperimentare nulla di stupefacente, almeno il nostro bizzarro atteggiamento avrebbe dovuto stupirlo assai. Mia moglie, con il tatto più opportuno, prese a comportarsi come se nulla fosse.
«Bene, Mr Eustace,» gli disse, mettendosi a sedere mentre parlava per mitigare il dolore al piede «com’è stato in nostra assenza? Si è divertito?»
«Sì, grazie, Mrs Tytler. Sono stato molto felice.»
«E dove è stato?»
«Qui.»
«A starsene sdraiato per tutto il tempo, da pigrone?»
«No, non per tutto il tempo.»
«E dunque, come sarebbe stato prima?»
«Oh, sono stato in piedi, o anche seduto.»
«In piedi e seduto a far niente! Eppure lo sa quel che dice il poeta... Scova sempre Satàn qualche delitto che...»
«Oh, mia cara signora, zitta! Zitta!» la interruppe la voce di Mr Sandbach; e mia moglie, mortificata com’era inevitabile da quell’intervento, non disse più una parola e si fece da parte. Fui sorpreso nel vedere Rose prenderne il posto immediatamente e, mostrando una libertà insolita da parte sua, passar le dita tra i capelli scarruffati del ragazzo.
«Eustace, Eustace!» le chiese sollecita. «Raccontami tutto... ma proprio tutto.»
E quello si levò lentamente a sedere, mentre fino a quel momento era rimasto a giacere supino.
«Oh, Rose...» sussurrò, e io, solleticato nella mia curiosità, mi feci più accosto per udire ciò che si accingeva a rivelarle. Avvicinandomi, scorsi sul suolo umido alle radici degli alberi orme di zoccoli caprini.
«Sembra che qualche capra ti abbia fatto visita,» osservai «non avevo idea che venissero a pascolare fin quassù.»
Faticosamente, Eustace si levò in piedi per poi recarsi a dare un’occhiata; e, come vide quelle orme, si gettò a terra e prese a rotolarsi su di esse, al modo di un cane che si rotoli nella polvere.
Dopo di che piombò su tutto un grave silenzio, rotto infine da un solenne intervento di Mr Sandbach.
«Miei cari amici,» esordì «è meglio confessare coraggiosamente la verità. So che quanto mi accingo ora a dirvi è proprio ciò che voi tutti già sospettate. Il Maligno ci è stato molto vicino, e in forma corporea. Solo il tempo saprà renderci edotti dell’offesa che potrebbe aver perpetrato a danno di qualcuno di noi. Ma al momento, per quel che mi riguarda e in ogni caso, io desidero rendere grazie per una tale misericordiosa liberazione.»
Dette queste parole s’inginocchiò e, mentre anche gli altri si genuflettevano, m’inginocchiai io stesso, quantunque non creda sia concesso al Diavolo di assalirci in forma visibile, come successivamente ebbi modo di significare a Mr Sandbach. S’inginocchiò pure Eustace tra le sue due zie, ubbidendo docile a un loro cenno. Ma facemmo però appena in tempo a terminare che già quello era in piedi, aggirandosi di qua e di là come in cerca di qualcosa.
«Ecco! Qualcuno mi ha tagliato in due il mio zufolo» esclamò. (Avevo visto Leyland che estraeva un temperino a serramanico... un atto superstizioso che non potevo giustificare a cuor leggero.)
«Be’, non importa» riprese a dire.
«E perché non importerebbe?» chiese Mr Sandbach, che da quell’istante in poi non avrebbe mai smesso d’importunare Eustace perché gli facesse un resoconto di quell’ora misteriosa.
«Perché tanto non lo volevo più.»
«Perché?»
A quel punto, il ragazzo sorrise. E, visto che nessuno sembrava avere più nulla da dire, scesi giù il più in fretta possibile per la via del bosco, donde feci ritorno trascinandomi dietro il somaro che avrebbe trasportato a casa la mia povera moglie. Nessuna novità era avvenuta in mia assenza, se si eccettua che Rose aveva sollecitato nuovamente Eustace affinché raccontasse che cosa gli fosse successo; ma lui, questa volta, si era limitato a girarsi dall’altra parte, senza nemmeno avere la buonagrazia di risponderle.
Non appena ebbi fatto ritorno tra loro, ce ne partimmo tutti. Eustace camminava a fatica, quasi ne soffrisse, così che, quando raggiungemmo gli altri somarelli, le zie gli raccomandarono di montare in groppa a uno dei quadrupedi e di farsi così trasportare in sella per tutto il cammino fino al paese. Personalmente, è mia buona norma non immischiarmi in discussioni tra parenti, ma questa volta non potei fare a meno d’impormi. E dopo risultò che avevo del tutto ragione; perché l’esercizio fisico, a quel che posso supporre, cominciava a scongelare il torpido sangue di Eustace e a sciogliergli i muscoli aggranchiti. Prese infatti a incedere per la prima volta in vita sua con un po’ di virile baldanza, a testa alta ed empiendosi appieno i polmoni di gran boccate d’aria. Soddisfatto, feci notare a Miss Mary Robinson che Eustace cominciava infine a prendere una qualche orgogliosa consapevolezza della propria presenza fisica.
Mr Sandbach sospirò, osservando che Eustace doveva essere sorvegliato con cura, perché nessuno di noi ancora riusciva a capirlo. E anche Miss Mary Robinson, la quale subiva molto – anzi troppo, temo – il suo ascendente, sospirò con lui.
«Suvvia, suvvia, Miss Robinson,» interloquii io di nuovo «non c’è nulla che non vada in Eustace. È la nostra esperienza a essere inspiegabile, non la sua. Lui è rimasto esterrefatto per la nostra fuga repentina; ecco perché al nostro ritorno l’abbiamo rinvenuto in quella strana condizione. Ora sta piuttosto bene... anzi, sta persino meglio di prima.»
«E dunque l’adorazione dell’atletismo, il culto dell’attività insensata dovrebbero essere giudicati alla stregua di un miglioramento?» intervenne Leyland, fissando lo sguardo stupito e amareggiato su Eustace, arrampicatosi per un momento su una sporgenza rocciosa a cogliere qualche ciclamino. «E l’appassionata smania di strappare alla Natura le poche bellezze che le rimangono... pure questo può dirsi un miglioramento?»
È una mera perdita di tempo replicare a osservazioni siffatte, specialmente quando siano formulate da un artista men che mediocre e sofferente per un’unghia spezzata. Dirottai così la conversazione domandando che cosa avremmo dovuto raccontare una volta giunti all’albergo. Dopo qualche discussione, decidemmo di comune accordo di serbare il silenzio in proposito, tanto ai locali quanto ai nostri corrispondenti in patria. Svelare inopportunamente una verità in grado di recare agli ascoltatori soltanto confusione e disagio è, a mio avviso, un errore; e, dopo lunga discussione, riuscii a fare in modo che se ne convincesse lo stesso Mr Sandbach.
Eustace non partecipava al nostro scambio d’idee. Scorrazzava invece avanti e indietro, alla maniera di ogni ragazzino normale, nel bosco che tenevamo alla nostra destra. Una strana sensazione di vergogna c’impediva di menzionare apertamente in sua presenza il nostro spavento. In realtà, anzi, pareva quasi ragionevole dedurre che la cosa avesse finito per lasciare su di lui non più che una vaga impressione. Così fummo alquanto disorientati al vederlo fare ritorno da noi a saltelli, recando fra le braccia un profluvio di fiori d’acanto e gridando:
«Pensate che quando arriveremo giù vi troveremo Gennaro?»
Gennaro era l’aiuto cameriere, un goffo, impertinente pescatorello ch’era stato fatto venire in sostituzione di Emanuele, giovanotto ammodo e che sapeva parlare l’inglese, dal villaggio di Minori. Era a quel ragazzo che dovevamo il nostro pranzetto accomodato molto alla buona. Io non mi facevo capace del perché Eustace volesse tanto vederlo, a meno che non desiderasse farsi beffe insieme a lui del nostro comportamento.
«Ma sì, lo troveremo là di certo» disse Miss Robinson. «Perché lo domandi, caro?»
«Oh, pensavo che mi piacerà rivederlo.»
«E perché?» scattò Mr Sandbach.
«Perché, perché mi piacerà, mi piacerà! Perché, perché mi piacerà!» E, al ritmo di quel ritornello, si dileguò a passo di danza nella selva sempre più oscura.
«Questo è davvero strano» commentò Mr Sandbach. «Gli era già così simpatico, quel Gennaro?»
«Gennaro è arrivato soltanto da un paio di giorni» rispose Rose «e, a quel che credo di sapere, si saran parlati non più di una decina di volte.»
Ogni volta che Eustace sbucava fuori dal folto era sempre più euforico. Un momento piombava su di noi tra ululati selvaggi degni di un indiano, mentre un’altra volta faceva finta di essere un cane. In ultimo, tornò da noi con una povera lepre stordita in braccio, paralizzata dal terrore. Stava diventando davvero troppo turbolento, pensai; e tutti fummo assai contenti quando, lasciatici alle spalle il bosco, potemmo metter piede sul ripido sentiero che doveva condurci, uno scalino dopo l’altro, fino a Ravello. Era ormai tardi, e imbruniva; e noialtri cercavamo di affrettare il più possibile il passo, Eustace in testa a ruzzare come un capretto.
Proprio laggiù, dove il sentiero a scalini sbocca nella bianca strada maestra, si verificò il secondo straordinario incidente di quel giorno straordinario. Tre vecchie stavano sul ciglio della carreggiata. Anche loro, al pari di noialtri, erano scese dai boschi e avevano poggiato i loro pesanti fastelli di legna da ardere sulla bassa spalletta che costeggia la strada. Eustace si fermò loro di fronte e, dopo aver riflettuto per un attimo, si fece avanti e... baciò sulla guancia la vecchia alla sua sinistra!
«Ragazzo mio!» trasecolò Mr Sandbach. «Sei impazzito sul serio?»
Eustace non ribatté nulla, limitandosi a offrire alla vecchia un mannello dei suoi fiori, e procedette oltre, a passo svelto. Io mi volsi a guardare indietro: le compagne della vecchia parevano stupite di quel gesto almeno quanto noi. Lei stessa, invece, si teneva i fiori ben stretti al petto, e mormorava benedizioni.
Il presente all’anziana signora fu il primo esempio del bizzarro comportamento di Eustace, e ne eravamo al contempo sorpresi e allarmati. Cercare d’interrogarlo era inutile, perché non faceva che controbattere con frasi sciocche o saltellare via senza rispondere alcunché.
Sulla strada del ritorno non aveva più fatto allusioni a Gennaro, e speravo perciò che lo avesse dimenticato. Invece, non appena fummo giunti sulla Piazza, davanti alla Cattedrale, ecco che strillando a squarciagola «Gennaro, Gennaro!» prese di corsa il vialetto che sale all’albergo. E, come c’era da aspettarsi, al termine del vialetto lo attendeva proprio Gennaro, le braccia e le gambe che spuntavano dalla divisa – d’una misura per lui troppo piccola – già indossata dal cortese camerierino che sapeva l’inglese, la testa calzata d’una bisunta berretta da pescatore... infatti, come la povera padrona aveva ragione di rimarcare, per quanto coscienziosamente lei badasse a curarne la toilette, Gennaro riusciva sempre a inserirvi qualche elemento incongruo prima di aver finito di vestirsi.
Eustace gli corse incontro e gli saltò tra le braccia, a propria volta abbracciandolo e cingendolo al collo. E tutto ciò alla presenza non solo della nostra comitiva, ma altresì della padrona, della cameriera, del facchino e di due signore americane appena arrivate all’alberghetto per soggiornarvi brevemente.
Personalmente, mi faccio sempre scrupolo di comportarmi in modo amichevole nei confronti degli italiani, per quanto poco ne possano esser degni; ma quell’atto redolente d’intimità promiscua era del tutto intollerabile, e poteva soltanto metter capo a una indebita dimestichezza e all’avvilimento generali. Tratta da parte Miss Robinson, le chiesi il permesso di parlare seriamente a Eustace del problema dei rapporti con le persone d’inferiore rango sociale. Lei me lo concesse, ma io mi risolsi in ogni caso di attendere fino a che quell’assurdo ragazzino avesse smaltito l’eccitazione della giornata. Nel frattempo Gennaro, anziché mettersi a disposizione delle due nuove ospiti, rientrava in casa insieme a Eustace, come se ciò fosse la cosa più naturale del mondo.
«Ho capito» lo sentii dire mentre mi passava accanto. Ho capito, in italiano, è come dire “ho inteso” nella nostra lingua. Tuttavia, datosi che Eustace non gli aveva ancora rivolto parola, non riuscivo a spiegarmi il senso di quell’asserzione. Che non faceva altro se non accrescere il nostro sbalordimento, sicché quando ci mettemmo a tavola per cenare avevamo già ridotto allo stremo la nostra riserva di congetture e discorsi.
Tralascio in questo mio resoconto i vari commenti che vennero fatti, dal momento che ritengo pochi di essi meritevoli di trasmissione. Fatto si è che, per ben tre, o anche quattro ore, sette di noialtri dettero la stura allo sbigottimento generale in un fiume di esclamazioni, convenienti e meno convenienti. Qualcuno collegò il comportamento di cui quel pomeriggio noi avevamo dato prova con la presente condotta di Eustace. Altri negarono del tutto una simile connessione. Mr Sandbach continuava a sostenere la possibilità di fascinazioni diaboliche, suggerendo perfino che avremmo forse fatto bene a consultare un medico. Leyland vi scorgeva unicamente il normale sviluppo di «quell’indicibile filisteo, il ragazzo adolescente». Solo Rose continuava a dire, meravigliandomi assai, che la cosa fosse giustificabile sotto ogni profilo, mentre io cominciavo a intravvedere la necessità di somministrare una sonora lezione al signorino. Le povere Miss Robinson venivano sballottate impotenti tra tante opinioni discordi; ora favorevoli al partito dell’attenta vigilanza, ora a quello dell’acquiescenza, ora alle punizioni corporali, ora ai Sali di Frutta Eno.
Durante la cena tutto andò abbastanza bene, nonostante Eustace seguitasse a dimostrarsi terribilmente eccitato, e benché come di consueto Gennaro, scaracchiando e schiarendosi la gola, riuscisse a farsi sempre cascar di mano coltelli e cucchiai. Non sapeva che due o tre parole d’inglese, e tutti eravamo perciò obbligati per significargli le nostre necessità a usare l’italiano. Eustace, che non si sa come ne aveva raggranellato un’infarinatura, ordinò delle arance. Fui davvero infastidito nell’udire Gennaro rivolgersi a lui usando il pronome di seconda persona singolare – una forma che si usa esclusivamente quando si parla a chi si considera proprio intimo e pari di rango. Eustace se l’era voluta; d’altro canto, un’impertinenza simile rappresentava un affronto per noi tutti. Per questo mi risolsi a parlare, e a parlare subito.
Quando sentii che quello sparecchiava la tavola, rientrai in sala e, dando fondo a tutto l’italiano, o piuttosto napoletano – i dialetti del Meridione sono abominevoli – di cui potevo disporre, lo apostrofai come segue: «Gennaro! Ti ho sentito che davi del tu al Signor Eustace».
«È vero.»
«Non fai bene. Devi usare il lei o il voi: sono queste le forme più garbate. E ricorda che, sebbene talvolta il Signor Eustace sembri sciocco o un po’ picchiatello – come per esempio questo pomeriggio –, tu hai comunque da comportarti sempre con rispetto verso di lui; perché lui è un giovane gentiluomo inglese, mentre tu non sei che un povero pescatorello italiano.»
Capisco bene che un discorso come questo possa suonare terribilmente arrogante, ma in italiano è lecito dire cose che non ci si sognerebbe mai di dire in inglese. Inoltre, non è opportuno parlare con delicatezza a gente di quella classe. Se non parlate chiaro con loro, finisce sempre che si prendono il perfido piacere di fraintendervi.
Qualsiasi degno pescatore inglese mi avrebbe tirato un pugno nell’occhio senza complimenti, se mai gli avessi indirizzato un’osservazione simile. Ma i miseri e maltrattati italiani non nutrono alcun amor proprio. Gennaro si limitò a sospirare, dicendo: «Questo è vero».
«Appunto» dissi io, e feci per andarmene. Ma ecco che, con mia grande indignazione, lo sentii aggiungere: «A volte, però, non ha importanza».
«Cosa vuoi dire?» lo investii.
Lui mi si fece sotto il naso, gesticolando orribilmente con le dita.
«Signor Tytler, questo voglio dire. Se a chiedermi di dargli del Voi è Eustazio, io ho da dargli del Voi. Sennò, niente.»
Detto questo, reggendo un vassoio carico di piatti e posate, si affrettò a uscire. Sentii finire altri due calici da vino sul selciato del cortile.
Ormai ero veramente su tutte le furie, e uscii dalla sala ad ampi passi per recarmi a interrogare Eustace. Ma Eustace era già andato a letto e la padrona, alla quale pure volevo parlare, era occupata. Dopo altre vaghe supposizioni, che formulai in termini non più che allusivi data la presenza di Janet e delle due signore americane, finalmente ci coricammo tutti quanti anche noi, al termine di quel giorno massacrante e del tutto fuori del comune.
III
Ma il giorno non doveva esser nulla in confronto alla notte che seguì.
Dormii, come ho motivo di credere, circa quattro ore. All’improvviso, mi destò un rumore che mi pareva provenire dal giardino. E d’un tratto, ancor prima che potessi aprire gli occhi, caddi in preda a una gelida, orrenda sensazione di paura: non paura per qualcosa che stava di fatto accadendo, come quella patita lassù tra i boschi, ma paura di qualcosa ch’era allora sul punto di accadere.
La nostra camera era al primo piano, affacciata sul giardino – o, per dir meglio, su un terrazzamento, poiché si trattava di un rialzo di forma triangolare piantato a vigne e rose, percorso in lungo e in largo da camminamenti asfaltati. Era delimitato sul lato minore dall’edificio, mentre lungo gli altri due lati maggiori correva un muro di appena un metro più alto del livello del giardino, ma che strapiombava all’esterno di circa sei metri abbondanti sopra le terrazze coltivate a ulivi, perché quelle pendici erano assai scoscese.
Tremando verga a verga, mi accostai di soppiatto alla finestra. Là fuori, zampettante lungo i camminamenti asfaltati, c’era qualcosa di bianco. Ero troppo sconvolto per riuscire a vedere distintamente la cosa che, al lume fievole delle stelle, assumeva ogni sorta di aspetto bizzarro. Ora mi pareva un grosso cane, ora un enorme pipistrello bianco, ora un nembo rigonfio che trascorresse rapido al suolo. Rimbalzava come una palla, o spiccava brevi voli a modo di uccello, o scivolava lenta come fanno gli spettri. Non emetteva alcun suono... fatto salvo quel trapestio che, in definitiva, non poteva essere che di piedi umani. Infine, l’ovvia spiegazione balenò alla mia coscienza turbata: e compresi che di certo Eustace era sceso dal letto, e come dovessimo perciò aspettarci qualche altra novità.
Mi vestii precipitosamente e scesi nella sala da pranzo che dava sul terrazzamento. Trovai il paletto già sollevato sulla porta. Il mio terrore era ormai quasi scomparso, e ciononostante mi trattenni per cinque minuti buoni a contrastare un curioso, codardo sentimento di riluttanza che mi avrebbe altrimenti persuaso a non interferire con le faccende di quel povero, bizzarro ragazzo, lasciandolo ai suoi fantomatici andirivieni, e a limitarmi a seguirne le mosse dalla finestra, badando che non si facesse del male.
Vinsero però in me migliori istinti, sicché alla fine, aperta la porta, lo chiamai:
«Eustace! Che diamine vai facendo a quest’ora? Rientra immediatamente.»
E lui, dando tregua a quelle sue pagliacciate, mi rispose: «Odio la mia camera, non riuscivo più a starci. È troppo piccola».
«Via, via! Sono stanco di scuse. Non te n’eri mai lamentato prima d’ora.»
«E poi non posso veder niente da là... né un fiore, né una foglia, né il cielo. Soltanto un muro di pietra.» Innegabilmente, dalla camera di Eustace non si godeva una gran vista. Ma, come gli avevo fatto notare, non se n’era mai lamentato prima.
«Eustace, stai parlando come un bambino piccolo. Rientra dentro! Ubbidisci all’istante, prego!»
Non si mosse.
«Benissimo. Allora ti porterò io dentro a forza» aggiunsi; e mi avanzai di qualche passo verso di lui. Ma non tardai a convincermi della futilità di qualsiasi tentativo d’inseguire un ragazzo per quell’intrico di sentieri. Così fui io a rientrare, per chiedere a Leyland e a Mr Sandbach di aiutarmi.
Quando ritornai sul posto insieme a loro, lui era peggio che mai. Senza nemmeno replicare a quel che gli andavamo dicendo, prese a canticchiare e a borbottare tra sé e sé in una maniera preoccupante.
«Ormai c’è bisogno del medico» osservò serio Mr Sandbach, picchiettandosi la fronte con un dito.
Il ragazzo aveva ora smesso di correre per canterellare, piano dapprima, poi in tono più alto... esercizi di solfeggio, scale, ritornelli d’inni, pezzi di Wagner, tutto ciò che gli passava per il cervello. La sua voce – una voce alquanto ineducata – si levò sempre più sonora, finché non terminò in un urlo atroce che rimbombò come una fucilata fra i monti e risvegliò gli ultimi ospiti dell’albergo ancora addormentati. La mia povera moglie e le ragazze si affacciarono alle loro finestre, mentre si facevano udire rabbiose scampanellate provenienti dall’alloggio delle signore americane.
«Eustace» gli gridammo tutti. «Basta, basta, ragazzo caro, torna dentro.»
Ma lui scosse la testa e ricominciò daccapo, a parlare, questa volta. Non mi è mai capitato di udire un discorso più straordinario di quello. In qualunque altro momento mi sarebbe parso ridicolo, poiché avevamo dinanzi a noi un ragazzo, privo di alcun senso del bello e capace appena dell’approssimativa padronanza di linguaggio propria dei fanciulli, il quale si affaticava a destreggiarsi fra temi che avevano quasi soverchiato gli intelletti dei più grandi fra i poeti. E così eccolo lì ritto davanti a noi nella sua camicia da notte: Eustace Robinson, quattordicenne, intento a riverire, glorificare e benedire le maestose forze e manifestazioni della Natura.
Dapprima parlò della notte e delle stelle e dei pianeti sopra il suo capo, degli sciami di lucciole sotto di sé, dell’invisibile mare sotto le lucciole, e delle grandi rupi rivestite di anemoni e di conchiglie sonnecchianti nell’invisibile mare. E parlò dei fiumi e delle cascate, dei grappoli d’uva appesi a maturare, del cono fumigante del Vesuvio, e delle occulte vene di fuoco donde quel fumo scaturisce; delle miriadi di lucertole che giacciono ravvolte su se stesse negli anfratti della terra sitibonda, e dei bianchi petali di rosa che gli avevano asperso i capelli quella notte. E parlò ancora della pioggia e del vento per cui tutte le cose mutano, dell’aria di cui tutte le cose vivono, e dei boschi in cui tutte le cose si celano.
Ovviamente, non si trattava d’altro che di un farnetichio del tutto grottesco; ma, a ogni buon conto, l’avrei preso a calci, Leyland, quando lo sentii sussurrare come quella non fosse per lui che «una infernale caricatura di tutto ciò che vi è di più bello e sacro nella vita».
«E poi» – perché Eustace continuava nella sua patetica litania discorsiva, che rappresentava l’unico stile d’espressione di cui fosse capace – «e poi ci sono gli uomini, che però non riesco a capire altrettanto bene.» Quindi il ragazzo s’inginocchiò nei pressi del parapetto, e chinò la testa fra le braccia.
«Questo è il momento» mormorò Leyland. Benché io detesti i sotterfugi, scattammo tutti insieme verso di lui, cercando di prenderlo alle spalle. Ma quello in un batter d’occhio ci sgusciò dinanzi, volgendosi subito dopo a guardarci. Per quanto ero in grado di giudicare alla luce della stellata, era in lacrime. Leyland si precipitò di nuovo verso di lui, e insieme tentammo di chiudergli ogni via di scampo tra i sentieri asfaltati, ma senza riuscire minimamente nei nostri intenti.
Così ci ritiravamo, ansanti e sconfitti, per lasciare Eustace alla sua follia nel più remoto angolo della terrazza. E fu in quel momento che la mia Rose ebbe un’ispirazione.
«Papà,» mi gridò dalla finestra «se tu chiamassi Gennaro, forse lui potrebbe riuscire a catturarlo al posto vostro.»
Non avevo nessuna intenzione di chiedere un favore a Gennaro. Tuttavia, dato che la padrona di casa era ormai apparsa sulla scena, la supplicai di dargli una voce per farlo emergere dalla carbonaia in cui dormiva, concedendogli l’opportunità di tentare il possibile.
La donna fu presto di ritorno, seguita a ruota da Gennaro, che indossava una giacca sotto la quale non portava né gilet, né camicia o canottiera di sorta, oltre a un paio sfilacciato di quelli che erano stati dei pantaloni, tagliati sopra il ginocchio per adattarli alla bisogna di un pescatore. La padrona di casa, che per queste cose aveva un po’ assorbito la sensibilità anglosassone, lo rampognò per quell’abito incongruo, anzi addirittura ai limiti della decenza, con cui si era presentato.
«Ho la giacca e i calzoni. Che volete di più?»
«Non si preoccupi, Signora Scafetti» intervenni io. «Non ha la minima importanza, visto che non sono presenti le altre signore.» Quindi, rivolto a Gennaro, aggiunsi: «Le zie del Signor Eustace vogliono che tu lo vada a prendere e lo riporti in casa».
Il giovane non rispose.
«Mi senti? Eustace non sta bene. Ti ordino di andare a prenderlo e riportarlo qui dentro con te.»
«Prenderlo! A prenderlo!» ripeté la Signora Scafetti, scuotendolo forte per un braccio.
«Eustazio sta bene dove sta.»
«Vallo a pigliare! A pigliare!» strillò la Signora Scafetti, e si lanciò in una fluviale esortazione in italiano che, sono lieto di dirlo, non riuscii a seguire se non in minima parte. Tenevo nervosamente d’occhio la finestra delle ragazze, ma anche loro ne sanno poco più di me e, sono pronto a riconoscerlo, per nostra buona fortuna nessuno di noi capì una sola parola delle risposte di Gennaro.
I due urlarono e inveirono l’uno contro l’altra per una decina di minuti buoni, dopodiché Gennaro si rincantucciò nuovamente nella sua carbonaia e la Signora Scafetti scoppiò in lacrime. Era inevitabile, siccome teneva nella più alta stima i suoi ospiti inglesi.
«Lui dice...» mi chiarì tra i singhiozzi «che il Signor Eustace sta bene dov’è, e che di sicuro non gli va di andarlo a pigliare. Più di così non posso fare.»
Ma io sì, che potevo far qualcosa: io che, sebbene alla mia stolida maniera britannica, sono pure riuscito a intuire qualcosa del carattere degli italiani. Così mi detti a seguire Mr Gennaro fino alla sua alcova, dove lo rinvenni proprio nell’istante in cui si accingeva a raggomitolarsi sopra un saccone sudicio.
«Vorrei che mi andassi a pigliare il Signor Eustace» presi a dirgli.
Lui m’investì con un fiotto di parole inintelligibili.
«Se vai a pigliarmelo, questo è per te.» Ed estrassi di tasca una banconota nuova di zecca da dieci lire.
Stavolta non ci fu nessuna risposta.
«Questo biglietto vale come dieci lire d’argento» proseguii, sapendo che l’italiano d’infima classe è incapace di concepire l’idea di una grossa somma.
«Lo so.»
«Che valgono come duecento soldi».
«Non li voglio. Eustazio è amico mio.»
Mi rimisi il biglietto in tasca.
«Oltretutto, mica me li dareste per davvero.»
«Sono inglese. E gli inglesi mantengono sempre quel che promettono.»
«Questo è il vero.»
È sorprendente vedere come il popolo più disonesto si fidi di noi. In effetti, spesso si fidano di noi più di quanto noi stessi riusciamo a nutrire fiducia gli uni nei confronti degli altri. Gennaro s’inginocchiò sul suo sacco. Era troppo buio per vederlo in faccia, ma potevo sentirlo alitarmi addosso in ansiti caldi e graveolenti d’aglio, e allora mi resi conto che pure lui era infine caduto vittima dell’eterna avidità meridionale.
«Non posso pigliare Eustazio e riportarlo dentro casa. Sennò quello muore.»
«Non devi far questo» replicai, paziente. «Devi solo portarmelo. Io aspetto fuori, nel giardino.» Al che, quasi gli paresse più accettabile, il miserabile giovane accettò la mia proposta.
«Prima però datemi le dieci lire.»
«No.» Conoscevo a menadito il genere di bel tomo con cui avevo a che fare. Infido una volta, infido per sempre.
Ritornati in terrazza, Gennaro, senza una parola, si avviò con passo felpato verso il limite estremo del giardino, donde proveniva lo scalpiccio ugualmente felpato di quegli altri passi. Intanto Mr Sandbach, Leyland e io, scostandoci di poco dall’edificio dell’albergo, ristavamo protetti dall’ombra delle bianche rose rampicanti, praticamente invisibili.
Sentimmo il richiamo «Eustazio!», accolto dalle stolide esclamazioni di giubilo del povero ragazzo. Il trapestio di prima era cessato. Ora parlavano. Poi il suono delle due voci ci giunse più da vicino, e già potevo discernere fra l’intrico del rampicante la figura grottesca del giovane e quella smilza del ragazzino biancovestito. Gennaro cingeva con un braccio il collo di Eustace, e Eustace gli parlava nel suo italiano tanto disinvolto quanto rudimentale.
«Capisco quasi tutto» lo sentii dire. «Gli alberi, le colline, le stelle, l’acqua, posso vederli tutti. Eppure... non è strano? Non riesco a comprendere nemmeno un po’ gli uomini. Capisci cosa intendo?»
«Ho capito» annuiva Gennaro con gravità; e il suo braccio si scioglieva dalle spalle di Eustace. Io però mi feci cricchiare in tasca la banconota nuova. Gennaro mi sentì. Allungò di scatto la mano lungo il fianco, e l’ignaro Eustace la prese in una delle sue.
«Quanto è strano!» continuava a dire Eustace – oramai ci erano vicinissimi – «È quasi come... come se...»
Schizzai fuori come un lampo afferrandogli un braccio, mentre Leyland gli abbrancava l’altro e Mr Sandbach lo afferrava alle caviglie. Il ragazzo strepitava da spezzare il cuore; e le rose bianche, destinate quell’anno a sfiorire in anticipo, rovesciavano su di lui una pioggia di petali intanto che lo trasportavamo dentro casa.
Non appena giunto all’interno, le sue strida ebbero fine; ma lacrime silenziose gli ruscellavano sul volto levato verso di noi.
«Non in camera mia» ci scongiurava. «È troppo angusta.»
Quello sguardo infinitamente dolente mi colmò il petto di una strana pietà, ma cos’altro potevo fare? Inoltre, la finestra di camera sua era l’unica munita d’inferriata.
«Sta’ tranquillo, caro» cercò dolcemente di rassicurarlo Mr Sandbach. «Rimarrò io a farti compagnia, fino al mattino.»
A quella frase, il ragazzo ricominciò con i suoi strattoni frenetici. «Oh, vi prego, questo no! Tutto, ma non questo. Prometto che me ne starò a letto buono buono e che farò di tutto per non gridare più, basta che mi lasciate da solo.»
Perciò lo mettemmo a giacere sul letto, ricoprendolo con le lenzuola, e lo lasciammo solo a singhiozzare amaramente mentre diceva: «Quasi tutto, vedevo; e adesso, non vedo più nulla».
Informate dei fatti le due Miss Robinson, facemmo tutti ritorno in sala da pranzo, dove trovammo la Signora Scafetti che bisbigliava a quattr’occhi con Gennaro. Mr Sandbach, procuratosi carta e penna, prese a scrivere un biglietto al medico inglese a Napoli. Senza por tempo in mezzo, io trassi la mia banconota da dieci e la sbattei sul tavolo vicino a Gennaro.
«Eccoti la tua paga» gli dissi aspramente, ché pensavo ai Trenta Denari d’argento.
«Grazie assai, signore» disse Gennaro, afferrando la banconota.
Stava già avviandosi verso l’uscio quando Leyland, le cui espressioni d’interesse o d’indifferenza risultavano sempre e comunque inopportune, gli domandò il senso di quelle parole di Eustace: “Non riesco a comprendere gli uomini; nemmeno un po’”.
«E chi lo sa. Il Signor Eustazio» (fui lieto di constatare finalmente una certa deferenza da parte sua) «è un capo fino. Quello capisce cose assai.»
«Però ti ho sentito dire che capivi» insisté Leyland.
«Lo capisco, ma non vi so spiegare. Io son soltanto un povero pescatorello italiano, io. Ma statemi a sentire, che ora mi ci provo.» Al vederlo mutare di contegno, mi allarmai e tentai di metterlo a tacere. Lui però si sedette sul bordo del tavolo e prese a parlare, sgranando una quantità di osservazioni del tutto incoerenti.
«È un fatto triste» osservò infine. «È stata una cosa triste assai. Ma che ci posso fare? Io sono povero. Non sono stato io.»
Sprezzante, distolsi lo sguardo. Leyland continuava intanto ad accanirsi col suo interrogatorio. Voleva sapere chi avesse in mente Eustace quando aveva detto quella sua frase.
«Questo si capisce facile» rispose serio Gennaro. «Siete voi, sono io. Sono tutti quelli che stanno qui in questa casa, e tanti che stanno fuori di casa. Se lui vuole fare il pazzerello, noi lo rendiamo triste. Se chiede di starsene da solo, noi lo annoiamo. Cercava a tutti i costi un amico da quindici anni, e non l’aveva trovato mai. Poi ha trovato me, e la prima notte io – io, che sono stato pure nei boschi, e che ho capito le cose – lo tradisco e ve lo consegno e lo mando qui dentro a morire. Ma io, che altro avevo da fare?»
«Non esageriamo, suvvia» lo esortai.
«Oh, sicuro che morirà. Starà disteso sul letto, dentro quella stanzetta piccola, tutta la notte e domattina finirà che lo troverete morto. Questo lo so di sicuro.»
«Allora, farò come ho detto,» intervenne Mr Sandbach «gli siederò a fianco per il resto della notte.»
«Anche Filomena Giusti è rimasta seduta tutta la notte accanto a Caterina, ma Caterina la mattina dopo era morta lo stesso. Loro non avevano voluto farla uscire; anche se io li avevo scongiurati, li avevo implorati, avevo bestemmiato e preso a pugni la porta e scalato il muro. Erano degli imbecilli ignoranti, non sapevano niente, e credevano che la volessi portar via. E la mattina dopo era morta.»
«Cos’è questa storia?» chiesi alla Signora Scafetti.
«Se ne sentono tante, di storie» mi rispose quella «e, fra tutti quanti, lui sarebbe l’ultimo ad aver diritto di raccontarle.»
«E io sono vivo ancora,» continuava intanto Gennaro «perché non avevo genitori, né parenti, né amici, e così quella prima notte ho potuto correre per i boschi, e arrampicarmi sugli scogli, e tuffarmi in acqua finché non sono riuscito a soddisfare il mio desiderio!»
Sentimmo un gemito proveniente dalla camera di Eustace: un lamento flebile ma costante, come il sibilare del vento in una selva remota udito da qualcuno che, nel silenzio, aguzzi d’improvviso l’orecchio.
«Ecco,» fece Gennaro «fu questa l’ultima voce di Caterina. Io stavo aggrappato alla finestra, e la sentii che mi passava accanto, e poi si perdeva nell’aria.»
E, levando la mano che stringeva stretta la mia banconota da dieci lire, Gennaro maledisse solennemente Mr Sandbach, Leyland, me e il Fato, perché in quella camera al primo piano Eustace stava morendo. Perché è così che la mente meridionale funziona. E veramente io credo che non si sarebbe mosso nemmeno allora, se quell’incredibile idiota di Leyland non avesse con la sua gomitata fatto cadere la lampada comperata dalla Signora Scafetti dietro mia espressa richiesta, in sostituzione del rischioso arnese già da lei adoperato. Il risultato fu che la lampada si spense; e la mera variazione fisica da luce a oscurità esercitò sulla natura animalesca dello zotico Gennaro un influsso maggiore dei più ovvi dettami di logica e ragione.
Più che vederlo, allora lo sentii abbandonare la stanza, e subito gridai a Mr Sandbach: «Ha la chiave della camera di Eustace?». Ma Mr Sandbach si trovava al momento bocconi sul pavimento, insieme a Leyland; si eran presi l’un l’altro per Gennaro, e la ricerca di un fiammifero costò altri minuti preziosi. Mr Sandbach ebbe appena il tempo di dirmi che aveva lasciato la chiave nella toppa, in caso le Miss Robinson avessero voluto far visita a Eustace, che sentimmo un rumore provenire dalle scale. Era Gennaro che stava guidando Eustace dabbasso.
Ci precipitammo fuori della sala per bloccar loro l’uscita. I due ragazzi si persero d’animo, indietreggiando fino al pianerottolo sovrastante.
«Ormai son nostri» gridò la Signora Scafetti. «Non ci sono altre uscite».
Salivamo cautamente le scale, allorché dalla camera di mia moglie ci giunse un urlo agghiacciante, seguito da un tonfo pesante sul sentiero asfaltato. Erano saltati giù dalla sua finestra.
Raggiunsi la terrazza facendo appena in tempo a scorgere Eustace scavalcare il bordo del muretto di cinta del giardino. Davo ormai per certo che questa volta si sarebbe ammazzato. Invece, ecco che simile a una enorme falena bianca ricadde leggero tra i rami di un ulivo, donde si calò al suolo. E quando i suoi piedi nudi toccarono le zolle lanciò un acuto e strano richiamo, incredibile per una voce umana, dileguandosi poi tra gli alberi sottostanti.
«Ha capito, e si è salvato» gridò Gennaro, tuttora accovacciato sul sentiero asfaltato. «Ora, invece di morire, vivrà!»
«E tu, anziché tenerti le dieci lire, adesso me le ridarai» lo rimbeccai io, stanco di quella sceneggiata.
«Invece le dieci lire sono mie» mi sibilò in un soffio appena percettibile. Si chiuse la mano sul petto per difendere il suo malguadagnato compenso e, nel fare quel gesto, oscillò in avanti cadendo prono sul sentiero. Non si era fracassato nulla, e un salto di quel genere non avrebbe mai ucciso un inglese, visto che l’altezza non era certo eccessiva. Ma questi miserabili italiani son gente senza nerbo. Gli si era rotto qualcosa dentro, ed eccolo lì bell’e stecchito.
L’alba era ancora lontana, ma già si levava la brezza del mattino, e altri petali di rose ci piovvero sul capo mentre lo trasportavamo in casa. La Signora Scafetti prese a vociare alla vista della salma, e intanto di laggiù, dove il fondovalle precipita verso il lido marino, ancora ci giungevano gli echi delle urla e delle risa del fanciullo fuggiasco.