la macchina si ferma (italian)
I
L’aeroscafo
Immaginate, se ci riuscite, una piccola camera esagonale, come la celletta di un’ape. Né finestre né lampade la rischiarano, e tuttavia è pervasa da una morbida radianza. Non è munita di bocche di ventilazione, ma l’aria circola fresca. Non vi sono strumenti musicali; eppure, proprio nell’istante in cui questa mia riflessione ha inizio, la camera prende a vibrare di suoni melodiosi. Al suo centro, una poltrona, accanto alla quale è un tavolo da lettura: a tanto si riduce tutto il mobilio. E lì, su quella poltrona, giace un bozzolo di carne in fasce – una donna, alta un metro e mezzo all’incirca, il volto pallido come gambo di fungo. La piccola camera è la sua abitazione.
Un cicalino elettrico prese a trillare.
La donna sfiorò un interruttore e la musica cessò.
“Penso sia meglio che vada a vedere di chi si tratta” pensò. Quindi mise in funzione il suo sedile. Azionata anch’essa da un congegno, come poc’anzi la musica, la poltrona rotabile fece scivolare la donna fino all’altro lato della camera, donde il cicalino continuava fastidioso a trillare.
«Chi è?» domandò lei a quel punto. La voce ne tradiva la stizza, perché aveva dovuto patire frequenti interruzioni da quando la musica aveva preso a diffondersi. Conosceva alcune migliaia di persone; sotto certi rispetti, il mondo delle interazioni sociali era progredito enormemente.
Quando però udì la risposta nell’apparecchio ricevente, la faccia pallida le s’increspò di sorrisi. Disse:
«Ottimo. Parliamo pure. Provvedo a isolarmi all’istante. Tanto non mi aspetto che succeda nulla di notevole per i prossimi cinque minuti – perché posso dedicarti cinque minuti pieni, Kuno. Dopo sarò impegnata a esporre la mia relazione sulla “Musica dell’Età Australiana”.»
Premette quindi il pulsante del dispositivo isolatore, di modo che nessun altro potesse contattarla. Poi regolò quello dell’impianto d’illuminazione, e la piccola camera piombò nell’oscurità.
«Sbrigati!» esortò, colta nuovamente dalla stizza. «Sbrigati, Kuno; eccomi qui a perdere il mio tempo, immersa nel buio.»
Passarono tuttavia quindici secondi buoni prima che il discoide che reggeva fra le mani cominciasse a illuminarsi. Lo schermo fu percorso da un fioco balenio azzurrino che si scurì progressivamente fino al porpora, ed ecco che la donna poté contemplare l’immagine di suo figlio, che abitava all’estremità opposta della Terra, mentre lui vedeva quella della madre.
«Te la prendi piuttosto comoda, Kuno.»
Lui le sorrise, pur restando serio.
«Ho davvero l’impressione che ti piaccia tergiversare.»
«Ho tentato di chiamarti altre volte, Madre, ma eri sempre occupata o isolata. Ho una cosa speciale da dirti.»
«E di che si tratta, benedetto ragazzo? Sbrigati. Non potevi inviarmelo per posta pneumatica?»
«Preferisco dirti a voce una notizia come questa. Vorrei...»
«Allora?»
«Vorrei che ci vedessimo qui da me.»
Vashti scrutò il viso di suo figlio sul discoide azzurrino.
«Ma ci stiamo già vedendo!» esclamò. «Che cosa vorresti ancora?»
«Vorrei che ci si vedesse, ma non tramite la Macchina» replicò Kuno. «Vorrei che ci parlassimo, ma non tramite quest’opprimente Macchina.»
«Oh, zitto!» lo ammonì sua madre, lievemente turbata. «Non devi imprecare contro la Macchina.»
«E perché no?»
«Perché non si deve.»
«Parli come se un dio avesse progettato la Macchina» esclamò l’altro. «Ho il dubbio che tu ti metta addirittura a pregarla, quando ti prende la malinconia. L’hanno progettata degli uomini, non dimenticartene. Grandi uomini, ma uomini comunque. La Macchina è tanto, però non è tutto. Vedo qualcosa che ti assomiglia riflesso su questo disco, ma non vedo te. Sento qualcosa come la tua voce echeggiare in questo telefono, ma non te. Ecco perché vorrei che tu venissi a trovarmi. Vieni a stare un po’ da me. Vieni a farmi visita, e potremo incontrarci a faccia a faccia, e ti parlerò delle speranze che covo in me.»
La donna gli rispose che non aveva abbastanza tempo per affrontare un viaggio del genere.
«L’aeroscafo impiega appena due giorni per coprire a volo la distanza che c’è tra noi.»
«Non mi piacciono gli aeroscafi.»
«Perché?»
«Non mi piace vedere quell’orribile, scura superficie terrestre, e il mare, e le stelle quando là fuori è buio. Mi si vuota la testa d’idee, a bordo di un aeroscafo.»
«E io, invece, non posso trovare idee da nessun’altra parte.»
«Che razza di idee puoi trovare standotene lassù per aria?»
Lui tacque per un attimo.
«Hai presente le quattro grandi stelle che formano un trapezio, con tre altre stelle proprio al centro del trapezio, vicine tra loro, e ancora un filo di tre stelle appese a quelle altre?»
«No, affatto. Non mi piacciono le stelle. Però vi hai trovato qualche idea? Questo sì che è interessante! Dimmi.»
«Ho concepito l’idea che fossero come un uomo.»
«Non capisco.»
«Le quattro stelle grandi sono le spalle e le ginocchia dell’uomo; le tre stelle al centro sono come le cinture che una volta gli uomini indossavano, e le tre stelle appese sono come una spada.»
«Una spada?»
«Gli uomini si munivano di spade, per uccidere animali e altri uomini.»
«Non mi fa un così grande effetto questa tua idea, anche se è senz’altro originale. Quand’è che ti è venuta in mente la prima volta?»
«A bordo dell’aeroscafo...» S’interruppe, e a lei parve di vederlo rattristato. Non poteva esserne sicura, poiché non trasmetteva nuances espressive, la Macchina. Si limitava a fornire un’idea generale degli individui: un’idea che comunque era sufficientemente adatta a qualunque scopo pratico, pensava Vashti. La sottilissima velatura che secondo una filosofia ormai screditata era la vera essenza di un rapporto veniva giustamente ignorata dalla Macchina, come la sottilissima velatura che copre gli acini d’uva veniva ignorata dai produttori di frutta sintetica. Da gran tempo ormai la nostra razza si era abituata a contentarsi di ciò che si fosse appena dimostrato “sufficientemente adatto”.
«La verità è» continuò lui «che vorrei tornare a vedere quelle stelle. Sono stelle bizzarre. Tuttavia vorrei vederle non dall’aeroscafo, ma dalla superficie terrestre, proprio come facevano i nostri antenati, migliaia di anni or sono. Vorrei visitare la superficie terrestre.»
Lei si sentì nuovamente turbata.
«Madre, devi venire. Anche soltanto per spiegarmi cosa c’è di male nel visitare la superficie terrestre.»
«Niente di male» ribatté lei, ripreso il controllo di sé. «Ma neppure alcun profitto. La superficie terrestre altro non è che polvere e fango. Ormai non ospita più alcuna forma di vita. Inoltre, avresti bisogno di un respiratore, o l’aria esterna ti ucciderebbe, fredda com’è. Appena esposti all’aria esterna si muore all’istante.»
«Lo so. Com’è naturale, prenderei ogni precauzione.»
«E poi...»
«Ebbene?»
Lei rifletté, soppesando attentamente ogni parola. Suo figlio era un carattere stravagante, e voleva dissuaderlo da quella ricognizione.
«Sarebbe in dissonanza con lo spirito dei nostri tempi» dichiarò.
«Con ciò vorresti dire: in dissonanza con la Macchina?»
«In un certo senso, ma...»
L’immagine di lui sul discoide azzurro cominciava a sfocarsi.
«Kuno!»
Aveva attivato l’isolatore.
Per un momento, Vashti avvertì la solitudine.
Quindi, generata nuovamente la luce, la vista della sua camera invasa dall’improvvisa radianza e ingemmata di pulsanti elettrici la ristorò. C’erano pulsanti e interruttori dovunque – pulsanti per richiedere cibarie, musica, indumenti. C’era il pulsante per il bagno caldo, premendo il quale dal pavimento emergeva una vasca in (simil-) marmo colma fino all’orlo di un caldo liquido reso del tutto inodore. E c’era quello per il bagno freddo. C’era il pulsante che produceva letteratura. E naturalmente c’erano i pulsanti grazie ai quali la donna poteva comunicare con le sue amicizie. Quella camera, benché non contenesse nulla, era in grado di mantenersi connessa con tutto ciò che al mondo aveva importanza per lei.
Il gesto successivo compiuto da Vashti consistette nel disattivare l’isolatore, ed ecco che i messaggi accumulati negli ultimi tre minuti le si scaricarono addosso. La camera esplose di trilli di cicalini, sintonizzandosi di colpo su vari garruli canali di comunicazione. Che opinione si era fatta del cibo di nuova generazione? Poteva consigliarlo? Ultimamente le erano venute delle idee? Le si potevano riferire idee venute ad altri? Sarebbe stata disposta a visitare i pubblici vivai di lì a breve? Fra un mesetto, magari?
Alla maggior parte degli interrogativi lei rispose con asprezza – tratto sempre più comune in quell’epoca frettolosa. Disse che il nuovo cibo era orribile. Che non avrebbe potuto visitare prossimamente i vivai pubblici a causa d’impegni presi in precedenza. Che non le era venuta alcuna idea nuova ma che proprio di recente gliene era stata riferita una – secondo cui quattro stelle con tre stelle in mezzo comporrebbero la figura di un uomo: però dubitava che si trattasse di alcunché di notevole.
Quindi si disconnesse dai suoi interlocutori, perché ormai era giunto il momento di comunicare la sua relazione sulla musica australiana.
La goffa consuetudine dei congressi e dei seminari era stata ormai abbandonata da tempo. Né Vashti né il suo pubblico avevano alcun bisogno di lasciare le loro camere. Lei parlava, assisa nella sua poltrona, mentre i suoi ascoltatori, anch’essi in poltrona, potevano udirne assai distintamente le parole e vederne assai distintamente l’immagine. Esordì con una brillante sintesi musicologica sull’età premongolica, per poi proseguire nell’illustrazione dello straordinario rigoglio melismatico fiorito nell’epoca successiva alla conquista cinese. Per rozzi e superati che fossero i sistemi già adottati da I-San-So e dalla Scuola di Brisbane, ne riteneva lo studio (disse) tuttora vantaggioso per il musicista contemporaneo: non erano privi di freschezza; inoltre, e soprattutto, contenevano delle idee.
La relazione, che durò in tutto non più di dieci minuti, venne accolta favorevolmente, e alla sua conclusione lei, assieme alla maggioranza del suo uditorio, ascoltò a sua volta un comunicato avente per oggetto il mare; il mare aveva parecchie idee da fornire; l’oratore aveva provveduto a munirsi di un respiratore e vi aveva recentemente fatto una ricognizione. Dopo, la donna si cibò, conversò con parecchi amici, prese un bagno, poi conversò nuovamente e fece infine apparire il letto.
Il letto non le garbava punto. Era troppo ampio, e lei avrebbe preferito un letto piccino. Ma lamentarsene era inutile, poiché in tutto il mondo ogni letto rispettava misure standard, e ottenerne uno di dimensioni diverse dalle usuali avrebbe comportato enormi modificazioni da parte della Macchina. Vashti procurò di isolarsi – era indispensabile, dal momento che nel sottosuolo non esistevano né giorno né notte – e ripercorse con la mente tutto ciò che le era successo dall’ultima volta che aveva fatto apparire il suo letto. Idee? In pratica, nemmeno una. Fatti? L’invito di Kuno era forse un fatto?
Accanto a lei, sul suo tavolino da lettura, giaceva una reliquia dell’età dei rifiuti: un libro. Era il Libro della Macchina. Vi erano registrate istruzioni atte a far fronte a ogni possibile contingenza. Se si sentiva accaldata o infreddolita o inappetente, o quando non le riusciva di trovare la parola giusta, ricorreva al Libro, ed esso le diceva quale pulsante doveva premere. Edito dalla Commissione Centrale, il volume era sontuosamente rilegato, nel rispetto di una voga allora sempre più diffusa.
Rizzatasi a sedere sul letto, la donna lo prese riverente fra le mani. Gettò uno sguardo all’intorno nella camera luminescente, quasi temendo che qualcuno potesse scorgerla. Quindi, un po’ vergognandosene, un po’ gongolando, sussurrò: «O Macchina, o Macchina!», e portò il tomo alle labbra. Per tre volte lo baciò, tre volte chinò il capo, tre volte la rapì l’esaltazione dell’acquiescenza. Compiuto così il suo rituale, lo sfogliò fino alla pagina 1367, dove erano indicati gli orari di partenza degli aeroscafi diretti dall’isola dell’emisfero australe, sotto il cui suolo viveva, all’altra isola dell’emisfero boreale sotto la cui superficie viveva suo figlio.
Meditava: “Non ne ho il tempo”.
Oscurò la camera e dormì; si svegliò e illuminò la camera; mangiò e scambiò idee con i suoi amici, e ascoltò musica e assisté a vari comunicati; oscurò la camera e dormì. Sopra di lei, sotto di lei e intorno a lei, la Macchina ronzava perpetuamente; ma non ne avvertiva il rumore, giacché lo aveva nelle orecchie fin da quando era nata. Il pianeta, trasportandola nel proprio grembo, ronzava volando attraverso il silenzio, volgendola ora all’invisibile sole, ora alle invisibili stelle. Si svegliò e illuminò la camera.
«Kuno!»
«Non ti parlerò,» le rispose il figlio «finché non sarai giunta qui.»
«Hai visitato la superficie terrestre da quando abbiamo parlato l’ultima volta?»
L’immagine di lui si dileguò.
Ricorse di nuovo al libro. S’innervosì moltissimo e giacque riversa in poltrona, il cuore che le sussultava forte in petto. Figuratevela com’era, completamente sdentata e calva. Infine diresse il suo sedile verso la parete e premette un pulsante da tempo inattivo. La parete si ritrasse pian piano di fianco. Al di là del varco la donna scorse un tunnel che descriveva una lieve curva, cosicché non poteva vedere dove portasse. Se doveva proprio andare a trovare suo figlio, lì sarebbe iniziato il suo viaggio.
Com’era ovvio, lei sapeva ogni cosa del sistema-comunicazioni. Che non celava alcun mistero. Avrebbe fatto apparire un cursore, a bordo del quale sarebbe volata giù per il tunnel fino all’elevatore che comunicava con la stazione degli aeroscafi: quel sistema era allora in uso già da tanti, tanti anni, rimontando addirittura a molto tempo prima che l’universalità della Macchina venisse sancita. E lei, com’era ovvio, aveva studiato la civiltà immediatamente precedente la sua – la civiltà che aveva fruito in modo scorretto delle funzioni del sistema, adoperandolo per portare la gente alle cose e non le cose alla gente. Quel buffo mondo antico in cui le persone si mettevano in cammino allo scopo di cambiar aria anziché cambiare l’aria nelle loro camere abitative! Eppure – quel tunnel la spaventava: non lo vedeva da quando era nato il suo ultimo figlio. Descriveva una curva – ma non proprio la curva che ricordava lei; ed era assai ben illuminato – però non così ben illuminato come sostenuto da un oratore che ne aveva parlato in pubblico. Vashti si sentì assalita dai terrori della viva esperienza. Si ritrasse nuovamente verso il centro della sua camera mentre la parete si richiudeva.
«Kuno,» disse «non posso venire a trovarti. Non sto bene.»
All’istante, dal soffitto venne calata su di lei un’enorme apparecchiatura, automaticamente le fu inserito un termometro fra le labbra, automaticamente le fu posato uno stetoscopio sul petto. Rimase a giacere inerte. Cataplasmi freddi le rinfrescarono la fronte. Kuno aveva telegrafato al suo medico.
L’affettività umana continuava dunque a errare avanti e indietro all’interno della Macchina. Vashti sorbì lo sciroppo curativo che il dottore le aveva instillato nel cavo orale e il congegno si ritirò nel soffitto. Riecheggiò la voce di Kuno che le domandava come si sentisse.
«Meglio.» Quindi, con una certa irritazione: «Ma perché non vieni tu da me, invece?».
«Perché non posso abbandonare questo posto.»
«E per quale ragione? »
«Perché da un momento all’altro potrebbe accadere qualcosa di terribile.»
«Sei già salito in superficie?»
«Non ancora.»
«E allora di che si tratta?»
«Tramite la Macchina, non te lo dirò.»
La donna ripercorse la propria vita.
Continuava tuttavia a pensare a Kuno quand’era ancora un infante, a quando l’aveva partorito, al suo trasferimento nei pubblici vivai, all’unica volta che si era recata lì a trovarlo, alle volte in cui invece era stato lui ad andare a trovarla: visite che erano cessate allorché la Macchina gli aveva assegnato una camera personale all’estremità opposta della Terra. “Parentali, obblighi”, recitava l’indice del Libro della Macchina. “Essi hanno termine al momento della nascita. P. 422327483.” Vero. Però Kuno era un po’ speciale – in effetti, tutti i suoi figli erano stati un po’ speciali – e, in fin dei conti, si doveva pur sobbarcare quel viaggio se lui si era proprio incaponito a volerla vedere. E poi, “potrebbe accadere qualcosa di terribile”. Che cosa significava? Nient’altro che una qualche bazzecola giovanile, senza dubbio, ma in ogni caso lei doveva andare. Tornò a premere quel pulsante inconsueto, la parete scivolò nuovamente da parte e ancora una volta l’ingresso al tunnel che piegava verso l’ignoto si aprì dinanzi alla donna. Tenendo stretto a sé il Libro si levò in piedi e, vacillante, si diresse alla banchina e vi fece comparire il cursore. La camera le si chiuse alle spalle: il suo viaggio verso l’emisfero boreale aveva avuto inizio.
Tutto si svolse naturalmente senza intoppi. Giunse il cursore, all’interno del cui abitacolo c’era una poltrona vuota del tutto simile alla sua. Quindi, a un suo segnale, il veicolo si arrestò e lei entrò nell’elevatore. Sull’elevatore trovò un altro passeggero, la prima creatura della sua stessa razza che a distanza di mesi le fosse capitato d’incontrare nuovamente a faccia a faccia. In quei giorni ben poca gente si metteva in viaggio, giacché ogni zona del pianeta, grazie ai progressi tecnologici, era stata resa completamente omologa alle altre. Il sistema fondato sulla rapidità degli spostamenti da cui tanto si era attesa la civiltà precedente aveva finito per collassare da sé. Che vantaggio poteva esserci nell’intraprendere un viaggio fino a Pechino, se Shrewsbury le assomigliava in tutto e per tutto? Perché mai far ritorno a Shrewsbury, quando questa era in tutto e per tutto come Pechino? Gli uomini si spostavano fisicamente sempre più di rado; ogni smania si concentrava nell’animo loro.
Il servizio degli aeroscafi di linea era un residuato dell’epoca precedente. Era stato preservato perché era più semplice mantenerlo in attività anziché sospenderlo del tutto o ridurlo, benché attualmente risultasse molto sovradimensionato rispetto al fabbisogno pubblico. Emergendo dai fornici aperti a Rye o a Christchurch (giusto per adoperare gli antichi toponimi), i vascelli salpavano l’uno dopo l’altro per veleggiare attraverso il cielo trafficato fino all’approdo lungo le darsene australi – però vuoti di passeggeri. Il sistema delle rotte aeronavali era così perfettamente regolato, e indipendente dalle condizioni atmosferiche, che il cielo, sereno o coperto che fosse, pareva un immenso caleidoscopio in cui le medesime combinazioni di figure ricorressero periodicamente. La nave di linea a bordo della quale si era imbarcata Vashti mollava gli ormeggi al tramonto, oppure all’alba. Ciò nonostante capitava immancabilmente che, nel momento in cui incrociava al di sopra di Rheims, avvistasse il bastimento che collegava Helsingfors ai Brasili, mentre ogni tre viaggi al di là delle Alpi la sua rotta veniva intersecata dai voli provenienti da Palermo. Notte e giorno, vento e tempesta, marea e terremoto non impedivano più all’uomo di spostarsi a suo piacimento. Si era così riusciti infine a prendere il Leviatano all’amo. L’intera letteratura dell’antichità, con i suoi inni alla Natura, i suoi scongiuri nei confronti della Natura, suonava ormai insensata come il balbettio di un bambino.
Tuttavia, non appena le apparve la colossale fiancata della nave, marchiata dalle frequenti esposizioni alle intemperie dell’esterno, Vashti fu di nuovo colta dall’orrore per la viva esperienza. L’aeroscafo non era come quello che aveva veduto sullo schermo del cinematofoto. Tanto per cominciare, il velivolo emanava un sentore particolare, non troppo aspro o sgradevole, ma un odore comunque, sicché pur serrando gli occhi poteva capire di trovarsi accanto a qualcosa d’inusuale. Poi dovette deambulare fino a esso dall’elevatore, sottoponendosi agli sguardi degli altri passeggeri. L’uomo che le camminava davanti lasciò cadere il Libro – non un grave incidente, ma li fece sentire tutti a disagio. Nelle camere, se il Libro cadeva, il pavimento lo rialzava meccanicamente, ma la scaletta dell’aeroscafo non era attrezzata in tal senso, e il sacro volume giacque immobile. Si fermarono – una cosa imprevista – e l’uomo, anziché chinarsi a raccogliere ciò ch’era suo, si saggiò i muscoli del braccio nel tentativo di capire come mai lo avessero improvvisamente tradito. Fu in quel momento che qualcuno proferì in maniera udibile la frase: «Partiremo in ritardo». Allora tutti insieme ripresero a imbarcarsi, e nel farlo Vashti calpestò le pagine del tomo.
A bordo, la sua ansia crebbe. Tutto l’equipaggiamento era antiquato e rozzo. Era inoltre presente un’addetta all’assistenza alla quale avrebbe dovuto rivolgersi per qualsiasi bisogno nel corso della traversata. Ovviamente, una passatoia semovente cingeva lo scafo da poppa a prua, ma ci si aspettava in ogni caso che avrebbe raggiunto la propria cabina camminando da sola. Alcune cabine erano più confortevoli di altre, e non le fu assegnata proprio la migliore. Sospettò che l’assistente avesse voluto farle uno sgarbo, e tremiti d’ira repressa la scossero. Le valve di cristallo però si erano ormai serrate, e non poteva più tornare sui propri passi. Scorse, all’estremità dell’ingresso, andare tranquillamente su e giù, vuoto, l’elevatore che le aveva permesso di salire fin lì. Al di sotto di quei corridoi di piastrelle smaglianti, lunghe teorie di camere sprofondavano nel sottosuolo del pianeta, embricate l’una sopra l’altra, e all’interno di ogni camera sedeva un essere umano intento a nutrirsi, a riposare, a produrre idee. E, sepolta nelle profondità dell’alveare, c’era anche la sua camera. Vashti aveva paura.
«O Macchina, o Macchina!» sussurrava, e accarezzava il suo Libro, e ne ricavava conforto.
E fu in quel momento che i fianchi del vestibolo parvero fondersi insieme, al modo in cui possono fondersi quei corridoi che vediamo nei sogni, l’elevatore svanì, il Libro caduto di mano al viaggiatore sdrucciolò a sinistra per dileguarsi del tutto, lucenti piastrelle scorsero via come vena d’acqua, quindi si udì un lieve stridio, ed ecco che l’aeroscafo, emergendo dal suo tunnel, s’innalzò sopra le acque di un oceano tropicale.
Era notte. Per un istante, la donna colse l’apparizione della costa di Sumatra bordata dalla fosforescenza della risacca e coronata di fari, che continuavano tuttora a sventagliare nel buio i loro fasci di luce ignorati. Poi anch’essi disparvero, e a svagarla rimasero le stelle soltanto. Che non se ne stavano immobili, ma le oscillavano avanti e indietro sul capo, da un osteriggio all’altro, quasi l’universo stesso rollasse in luogo dell’aeroscafo. E, come sovente succede nelle notti chiare, ora parevano disporsi in prospettiva, ora su un unico piano; ora affastellate schiera su schiera a sprofondare nelle infinite altitudini celesti, ora a far da sipario all’infinito, come gronda che eternamente limitasse lo sguardo dell’uomo. In ogni caso, non poteva sopportarne la vista. «Dobbiamo proprio viaggiare al buio?» insorsero i passeggeri esasperati, e l’assistente, che si era distratta, generò la luce e calò gli scuri di metallo avvolgibile. Quando erano stati fabbricati gli aeroscafi, al mondo si avvertiva ancora il desiderio di guardare direttamente alle cose. Di qui l’esorbitante quantità di osteriggi e di oblò a bordo, e il conseguente disagio provato da viaggiatori più civili e delicati. Perfino in cabina Vashti non poté sfuggire a una stella che le ammiccava attraverso una rima della tapparella, e dopo qualche ora di sonno malagevole un lucore insolito sopravvenne a disturbarla. Era l’alba.
Quantunque la navigazione dell’aeroscafo verso ovest fosse stata rapida, la Terra aveva ruotato ancora più rapida in direzione est, trascinando di nuovo Vashti e i suoi compagni dinanzi al sole. La scienza era in grado di prolungare la notte, ma solo per poco, e il grande sogno di poter neutralizzare i quotidiani effetti della rotazione terrestre era svanito assieme ad altri sogni, forse ancora più grandi. “Andare al passo con il sole”, o addirittura superarlo in rapidità, era stato l’obiettivo perseguito dalla precedente civiltà. A tale scopo erano stati prodotti aeroplani da competizione capaci di raggiungere velocità spaventose, al cui timone si erano avvicendate le menti più brillanti dell’epoca. Avevano compiuto a volo il giro dell’intero globo, e poi ancora e ancora, a ovest, a ovest, ancora e ancora, acclamati dall’intero consorzio umano. Invano. Il globo continuava a ruotare verso est più veloce di loro, accaddero terribili incidenti, e la Commissione della Macchina, che a quel tempo stava assurgendo all’apogeo dell’autorità, dichiarò l’impresa illegale, antimacchinistica, e punibile con la Cacciata.
A proposito della Cacciata, altro diremo in seguito.
Senza dubbio alcuno, la Commissione era nel giusto. E tuttavia il tentativo di “sconfiggere il sole” finì per suscitare l’ultimo interesse collettivo che la nostra razza avesse mai sperimentato nei confronti dei corpi celesti, o perfino nei confronti di qualunque altro oggetto. Fu l’ultima volta che gli uomini sintonizzarono compatti il loro pensiero sulla presenza di un potere più che terrestre. Quella vittoria arrise infine al sole, ma rappresentò pure la fine della sua sovranità spirituale. Albe, meriggi, tramonti, segni zodiacali: nessuno di essi sfiorò mai più le vite o i cuori degli uomini, mentre la scienza si ritirò nel sottosuolo del pianeta, per concentrarsi ormai soltanto su problemi che era sicura di poter risolvere.
Perciò, quando Vashti scoprì quel dito di luce rosata frugare nella sua cabina, ne fu assai contrariata, e cercò di fissare meglio la tapparella. Ma questa invece si riavvolse del tutto, facendole balenare dinanzi agli occhi rosei ciuffi di cirri sospesi sullo sfondo d’azzurro intenso al di là dell’osteriggio; e, mentre il sole andava inerpicandosi su per la volta del cielo, la sua luce s’irradiò direttamente all’interno, traboccando lungo la paratia come un mare d’oro. E montava e ricadeva a ogni oscillazione dell’aeroscafo, proprio al modo in cui montano e ricadono i marosi, però avanzando costante, al pari della marea. Se non avesse preso provvedimenti, presto le avrebbe inondato in pieno il volto. Un brivido di raccapriccio la scosse, e chiamò l’assistente con il campanello. Anche l’assistente inorridì, ma non poteva fare nulla; la riparazione della tapparella non era compito suo. Lei poteva solamente suggerire alla signora di cambiar cabina, un consiglio che la passeggera si accinse a seguire senza meno.
In ogni parte del mondo, tutti gli individui erano pressoché uguali gli uni agli altri. Tuttavia, forse per via delle incombenze specifiche a lei affidate, l’assistente a bordo dell’aeroscafo esibiva qualche tratto che la differenziava un poco dalla generalità. Spesso doveva rivolgersi ai passeggeri parlando loro direttamente, ciò che aveva dato alle sue maniere una certa ruvidezza e audacia. Sicché quando Vashti, con un grido, cercò bruscamente di sottrarsi al profluvio dei raggi solari, quella agì barbaramente – e tese la mano nel tentativo di sorreggerla.
«Come osa?» esclamò la passeggera. «Badi a non perdere il controllo, piuttosto!»
La donna era confusa, e le chiese scusa per non averle consentito di cadere. La gente evitava ogni contatto fisico. Era una consuetudine che i progressi della Macchina avevano reso ormai obsoleta.
«Dov’è che ci troviamo ora?» domandò Vashti con arroganza.
«Ci stiamo librando sopra l’Asia» le rispose l’assistente, ansiosa di mostrarsi sollecita.
«Asia?»
«La prego di perdonare la volgarità dell’espressione che ho usato. Ho contratto l’abitudine di denominare le località sulle quali mi accade di trovarmi con i loro toponimi amacchinistici.»
«Ah, l’Asia, mi ricordo. È da lì che son giunti i mongoli.»
«Proprio sotto di noi, esposta all’aria aperta, sorgeva una città chiamata Simla.»
«Ha mai sentito dire dei mongoli e della Scuola di Brisbane?»
«No.»
«Anche Brisbane sorgeva all’aria aperta.»
«Quelle montagne laggiù a destra... mi permetta di mostrargliele.» Fece scivolare all’insù uno schermo metallico. Ai loro occhi apparve la catena principale dell’Himalaya. «Una volta le chiamavano il Tetto del Mondo.»
«Che nome ridicolo!»
«Tenga presente che, nell’epoca precedente l’alba della civiltà, dovevano sembrare una muraglia impenetrabile e tanto alta da sfiorare le stelle. Si credeva che nessuno se non gli dei potesse abitarne le vette. Quanti progressi da allora, grazie alla Macchina!»
«Quanti progressi da allora, grazie alla Macchina!» ripeté Vashti.
«Quanti progressi davvero, grazie alla Macchina!» fece eco il viaggiatore cui la sera precedente era sfuggita di mano la sua copia del Libro, e che ora se ne stava ritto in mezzo al corridoio.
«Ma quella materia bianca accumulata nelle fenditure... che cos’è?»
«Ho dimenticato il suo nome.»
«Oscuri il finestrino, per favore. Quelle montagne non mi fanno venire in mente alcuna idea.»
Mentre il fianco settentrionale della catena himalayana era ancora immerso nel buio fitto, sul versante indiano già trionfava il sole. Le foreste erano state distrutte durante l’Età della Lettura per farne carta da giornale, ma le nevi si stavano tuttavia destando alla loro gloria mattutina, e nubi aleggiavano ancora sui seni del Kangchenjunga. Sulla piana si vedevano ruderi di città, con rivoli di fiumi assetati serpeggianti presso i bastioni e talvolta, lungo quei terrapieni, tracce di fornici, indizio di moderne città sottostanti. E sopra l’immenso panorama sfrecciavano rapidi gli aeroscafi, che continuavano a incrociare e a intersecare le rispettive rotte con incredibile aplomb, effettuando disinvolte ascensioni allo scopo di evitare le turbolenze atmosferiche delle quote inferiori e di varcare il Tetto del Mondo.
«Nulla da dire, abbiamo fatto davvero dei bei progressi, grazie alla Macchina» ripeté l’assistente, e nascose l’Himalaya dietro uno schermo di metallo.
A bordo, il giorno trascorreva fiacco. Tutti i passeggeri se ne stavano nella propria cabina, badando a evitarsi reciprocamente con una sorta di repulsione fisica, bramando solo di far ritorno sotto la superficie terrestre. Otto o dieci di loro erano in maggioranza giovani maschi, spediti di fresco dai vivai pubblici in varie zone del pianeta affinché andassero a occuparvi le camere lasciate libere da individui deceduti. L’uomo cui era sfuggito di mano il Libro stava rientrando a casa. Era stato inviato a Sumatra a fini eugenetici. Solamente Vashti era in viaggio per motivi strettamente personali.
Era mezzogiorno quando decise di gettare un secondo sguardo alla Terra sottostante. L’aeroscafo stava librandosi al di sopra di un altro sistema montuoso, di cui però ben poco riusciva a scorgere a causa dei banchi di nubi. Cumuli di roccia nerastra si levavano verso di lei, sprofondandosi alla base in un grigiore informe. Profilavano sagome chimeriche; una di esse pareva un uomo prostrato.
«Nemmeno un’idea, qui» borbottò Vashti, celando il Caucaso dietro uno schermo metallico.
Era ormai sera quando dette un’altra occhiata. Stavano varcando un aureo mare sul quale galleggiavano una quantità d’isolette e una penisola.
Ripeté: «Nemmeno un’idea, qui», celando la Grecia dietro uno schermo metallico.
II
L’Apparato Riparatore
Tramite un vestibolo, un elevatore, un condotto ferroviario, una banchina, una porta scorrevole – ripercorrendo in senso inverso ogni tappa dell’itinerario che aveva percorso prima d’imbarcarsi, Vashti giunse infine alla camera del figlio, che pareva in tutto identica alla sua. Non mancava di valide ragioni definendo superflua quella visita. I pulsanti, le prese, il tavolino da lettura con il Libro, la temperatura, la pressione, l’illuminazione: tutto era identico, sotto ogni profilo. E ora che Kuno stesso, carne della sua carne, si trovava finalmente in piedi accanto a lei, qual era l’utilità? Beneducata com’era, evitò di stringergli la mano.
Distogliendo lo sguardo, gli rivolse parola in questi termini:
«Eccomi qui. Il mio viaggio è stato dei più orrendi, e il processo evolutivo della mia anima ha risentito gravemente di questo intervallo. Non ne valeva la pena, Kuno, non ne valeva la pena. Il mio tempo è troppo prezioso. Sono riuscita a sfuggire per un pelo al contatto della luce solare, ed è stato giocoforza imbattermi in gente estremamente screanzata. Posso fermarmi qui da te solo per pochi minuti. Dimmi quel che devi dirmi, e poi mi affretterò a salutarti.»
«Sono stato avvisato che rischio la Cacciata» le disse Kuno.
A quel punto, la madre lo fissò direttamente.
«Sono stato avvisato che rischio di essere Scacciato, e non avrei mai potuto riferirti una cosa del genere tramite la Macchina.»
La Cacciata vuol dire morte. Il condannato viene esposto all’aria esterna, che lo uccide.
«Sono uscito fuori dall’ultima volta che ci siamo parlati. La cosa terribile è successa, e mi hanno scoperto.»
«Ma perché mai non avresti potuto uscir fuori!» esclamò lei. «Visitare la superficie terrestre è perfettamente legale. Perfettamente macchinistico. Di recente, ho assistito a una comunicazione sul mare. Non si fa nessuna obiezione a cose simili. Semplicemente, si fa richiesta di un respiratore e viene concesso il Permesso Egressivo. Può non essere proprio il genere di cosa che la gente con inclinazioni spirituali farebbe, e io ti avevo pregato di non farla, ma non esiste alcuna sanzione legale contro di essa.»
«Io non fatto richiesta di un Permesso Egressivo.»
«E allora come hai fatto a uscire all’esterno?»
«Ho scoperto da me una via d’uscita.»
Quella frase non le dava alcun senso, e lui dovette ripetergliela.
«Hai scoperto da te una via d’uscita?» sussurrò Vashti. «Ma questo è sbagliato.»
«Perché?»
La domanda la turbò al massimo.
«Stai cominciando a venerare la Macchina» le disse lui con freddezza. «Pensi che sia irreligioso il fatto che io abbia scoperto da me un’altra via d’uscita. E questa è l’esatta conclusione cui la Commissione stessa è giunta, e per questo mi hanno avvisato che sto rischiando la Cacciata.»
A questo punto, la donna montò in collera. «Io non venero proprio nulla!» gridò. «Sono evolutissima. E non penso che tu sia irreligioso, perché non c’è più nulla che possa dirsi simile alla religione. La Macchina ha annientato una volta per tutte le paure e le superstizioni dell’antichità. Quel che volevo dire è che scoprire da sé una nuova via d’uscita era... ma poi, insomma, non c’è un’altra via d’uscita...»
«Così si è sempre creduto.»
«... Se non attraverso i fornici, per accedere ai quali è necessario munirsi di un Permesso Egressivo, non è possibile uscire all’aperto. È il Libro a dirlo.»
«Be’, allora il Libro è in errore, perché io sono uscito fuori con le mie gambe.»
E, in effetti, Kuno poteva fare affidamento su una certa robustezza fisica.
In quei giorni, tuttavia, esibire capacità muscolari rappresentava uno svantaggio. Gli infanti venivano esaminati appena nati, e si provvedeva a sopprimere tutti quelli che facevano presagire un indebito sviluppo fisico. I patrocinatori dei diritti umani possono ben dirsi contrari, ma non sarebbe stata certo una manifestazione di reale benevolenza lasciare in vita un atleta potenziale, che non avrebbe mai potuto dirsi soddisfatto della condizione esistenziale alla quale la Macchina lo aveva chiamato: ché invano costui avrebbe desiderato alberi sui quali arrampicarsi, fiumi in cui nuotare, pianure e rilievi su cui misurare il vigore delle sue membra. È necessario che l’uomo sia adatto all’ambiente che lo circonda, non è forse vero? Come all’alba dei tempi il debole veniva esposto sul Taigeto, così nel loro estremo tramonto il forte dovrà patire l’eutanasia, per la progressiva perfezione della Macchina, per la perfezione della Macchina, per la perfezione della Macchina nei secoli dei secoli.
«Lo sai che non abbiamo più percezione dello spazio. Diciamo, per consuetudine, che “lo spazio è stato annichilito”, ma non è affatto lo spazio che abbiamo annichilito, bensì la percezione che ne avevamo. Abbiamo perduto una parte di noi. Ero risoluto a ritrovarla, e così all’inizio ho preso a passeggiare su e giù per la banchina ferroviaria appena fuori della mia camera. Ho continuato quel su e giù finché non ero stanco, e così sono riuscito a ricuperare il significato di “vicino” e “lontano”. “Vicino” è quel posto che sono in grado di raggiungere rapidamente, ma con le mie gambe, non il posto dove posso recarmi rapidamente, però con l’ausilio della spoletta ferroviaria o dell’aeroscafo. “Lontano” è un posto che non posso raggiungere rapidamente con le mie gambe; il fornice esterno è “lontano”, anche se posso arrivarci in trentotto secondi chiamando la spoletta ferroviaria. La misura di tutto è l’uomo. Questa fu la prima cosa che appresi. I piedi forniscono all’uomo la misura di ogni distanza, le sue mani la misura di ciò che possiede, il suo corpo la misura di tutto ciò che è gradevole e desiderabile e forte. A quel punto mi spinsi oltre: ed è stato allora che ti ho chiamato per la prima volta, e tu non volevi venire.
«Questa città, come ben sai, si estende profondamente al di sotto della superficie terrestre, su cui sono visibili solo i fornici esterni delle sue gallerie. Misurata passo dopo passo la banchina fuori della mia camera, mi sono recato a bordo dell’elevatore fino alla banchina superiore, e ho misurato anche quella con i miei passi. Così ho continuato di volta in volta a fare su tutte le banchine ai livelli superiori, fino a raggiungere il più elevato, sopra il quale comincia la Terra. Ho scoperto che tutte le banchine sono perfettamente identiche fra loro, quindi tutto ciò che ho guadagnato da questo esercizio è stato un rafforzamento della mia percezione dello spazio nonché dei miei muscoli. Credo che forse avrei anche potuto esserne soddisfatto – non è poca cosa, dopotutto – ma invece, continuando a riflettere mentre dilungavo il mio cammino, mi sono ricordato che le nostre città sotterranee sono state edificate ai tempi in cui gli uomini erano ancora in grado di respirare l’aria esterna, e che dunque dovevano pur esserci dei pozzi di aerazione per consentire il lavoro degli operai. Non riuscivo ormai a pensare ad altro all’infuori di quei pozzi di aerazione. E se fossero stati tutti riconvertiti nei condotti alimentari e nei condotti medicinali e nei condotti musicali che la Macchina ha successivamente sviluppato? Non potevano forse rimanerne dei vestigi? Una sola cosa era certa. Se ce ne fossero stati ancora, l’unico posto in cui sarei stato in grado di scoprirli erano i tunnel ferroviari del livello più elevato. In qualsiasi altro posto, tutto lo spazio a disposizione era stato sfruttato.
«Ti sto raccontando la mia storia sintetizzandola al massimo, ma non pensare che non mi sia mai sentito un vigliacco o che le tue reazioni non mi abbiano scoraggiato. Non è una cosa giusta, non è macchinistico, è indecoroso addentrarsi a piedi in un tunnel ferroviario. Però non avevo paura d’inciampare in qualche rotaia energetica e di morire per questo. Avevo paura di qualche cosa di assai più intangibile: stavo facendo ciò che non era contemplato dalla Macchina. Ho detto allora a me stesso: “La misura di tutto è l’uomo”, e ho perseverato, e dopo varie esplorazioni sono finalmente riuscito a trovare un varco.
«I tunnel, com’è naturale, erano illuminati. Tutto è sempre luce, luce artificiale; il buio è l’eccezione alla regola. Per questo, quando tra le piastrelle scorsi una breccia di oscurità, compresi subito che si trattava di una di queste eccezioni, ed esultai in cuor mio. V’infilai un braccio – sulle prime, non poteva entrarci altro – e ve lo feci roteare all’intorno, in visibilio. Smossi quindi un’altra di quelle mattonelle e riuscii a introdurvi il capo, e nella tenebra lanciai un urlo: “Sto per arrivare, lo farò ancora”, e la mia voce riverberò giù per corridoi infiniti. Ebbi l’impressione di udire attorno a me gli spiriti di tutti quegli operai morti che ogni sera avevano fatto ritorno al cielo stellato e alle loro mogli, e che tutte le generazioni vissute respirando l’atmosfera esterna replicassero al mio urlo dicendo: “Ancora lo farai, stai per arrivare”.»
Tacque un istante; e, per assurdo che fosse quel discorso, le sue ultime parole finirono per commuoverla. Perché di recente Kuno aveva fatto richiesta di riproduzione, ma la sua domanda di paternità era stata respinta dalla Commissione. L’impiego del suo genotipo non si prestava ai propositi della Macchina.
«Poi transitò una spoletta. Mi passò proprio vicino, ma io cacciai la testa e le braccia nel buco. Ne avevo fatte abbastanza per quel solo giorno, così strisciai indietro fino alla banchina, montai di nuovo sull’elevatore e, ritornato in camera, feci apparire il mio letto. Ah, che sogni! E dopo ti ho chiamato ancora, e tu ti sei negata ancora.»
Lei scosse il capo, e gli disse:
«No. Non parlare di queste cose spaventose. Mi fai sentire avvilita. Stai rigettando la civiltà.»
«Ma io avevo ormai recuperato la percezione dello spazio, e a quel punto nessun uomo può più tornare indietro. Avevo deciso che mi sarei introdotto all’interno del buco e mi sarei inerpicato lungo il condotto. E per questo presi a irrobustirmi le braccia con esercizi. Giorno dopo giorno continuai a ripetere movimenti ridicoli finché le membra mi dolevano, e riuscii infine a tenermi appeso per le mani e a reggere teso dinanzi a me per parecchi minuti il cuscino del letto. Allora feci apparire un respiratore, e partii.
«In principio, tutto fu assai facile. La malta era parzialmente marcita, sicché riuscii in breve a svellere altre mattonelle, che spinsi giù dentro la breccia per poi seguirle a mia volta, issandomi nelle tenebre, e gli spiriti dei morti mi facevano coraggio. Non so nemmeno che cosa voglio dire con questo. Ti dico soltanto come mi sentivo. Sentivo, e per la prima volta, che era stata levata una protesta contro il disfacimento, e come i morti mi andavano facendo coraggio, così anch’io infondevo coraggio ai nascituri. Sentivo che l’umanità esisteva davvero, ed era una umanità priva di veli. In che modo potrei riuscire a esprimerlo? Era nuda, avevo il convincimento che l’umanità fosse nuda, e che tutti questi condotti e pulsanti e congegni non fossero venuti al mondo con noi né che ci avrebbero seguito al momento in cui l’avessimo abbandonato definitivamente, e che non meritassero neppure di trovarsi al sommo dei nostri pensieri finché siamo qui. Se fossi stato forte, mi sarei strappato di dosso tutti gli indumenti che mi coprivano e sarei emerso all’aria esterna svestito del tutto. Ma ciò non fa per me, e forse neppure per l’intera mia generazione. Mi accinsi alla scalata munito di respiratore e di abiti igienizzati e di tavolette nutritive! Ma meglio così che niente del tutto, in fin dei conti.
«Rinvenni una scala, fatta di qualche primitivo materiale metallico. La luce proveniente dal tunnel ferroviario ne rischiarava i pioli più bassi, e mi accorsi allora che dai detriti in fondo al pozzo si elevava dritta verso l’imboccatura superiore. È possibile che i nostri antenati vi si arrampicassero su e giù decine di volte al giorno, lavorando alla costruzione della città. Mentre mi issavo, presa dopo presa gli orli irregolari del metallo mi lacerarono i guanti, cosicché le mani cominciarono a sanguinarmi. Per un po’ la luce mi guidò, quindi m’immersi nell’oscurità e, peggio ancora, nel silenzio che mi trafisse le orecchie come una spada. La Macchina emette un ronzio! Lo sapevi? Quel suo ronzio ci penetra nelle vene, può addirittura canalizzare i nostri pensieri. Chi può saperlo! Ma io stavo sfuggendo alla sua tirannia. Fu in quel momento che mi venne fatto di pensare: “Questo silenzio vuol dire che sto facendo la cosa sbagliata”. Ma sentivo quelle voci levarsi nel silenzio, e ancora una volta mi sostennero.» Rise. «Avevo bisogno di loro. E l’attimo successivo, ecco che finivo con la testa contro un ostacolo.»
Lei trasse un sospiro.
«Avevo raggiunto uno di quegli opercoli pneumatici che ci proteggono dall’atmosfera esterna. Ne avrai visti anche a bordo dell’aeroscafo. Buio pesto, con i piedi appoggiati ai pioli di una scala invisibile, le mani tutte un taglio. Non so dirti davvero come ho fatto a superare quel momento, ma le voci continuavano a incoraggiarmi, e cercai i bloccaggi alla cieca. L’opercolo sarà stato largo, penso, almeno due metri e mezzo. Vi passai la mano sopra fin dove potevo arrivare. Era del tutto liscio. Per poco non riuscii a raggiungerne il centro. Per poco, perché il mio braccio non era lungo abbastanza. Poi la voce mi disse: “Salta. Può valerne la pena. Ci potrebbe essere un volano lì al centro, e tu l’afferreresti, e riusciresti a raggiungerci a modo tuo. E, se anche non ci fosse alcun volano, e tu perciò cadessi, finendo per sfracellarti... anche allora potrebbe valerne la pena lo stesso, perché ci raggiungeresti comunque a modo tuo”. Così saltai. E un volano c’era effettivamente, e...»
Fece una pausa. Gli occhi di sua madre erano gonfi di lacrime. Capiva che il destino del giovane era segnato. Se non fosse morto quel giorno, sarebbe morto domani. Non c’era posto al mondo per un individuo come lui. E alla pietà si mescolava in lei il ribrezzo. Si vergognava di aver procreato un figlio simile, proprio lei, ch’era stata sempre tanto irreprensibile e piena di idee. Era davvero lui quello stesso bimbetto cui lei aveva appreso l’uso dei suoi interruttori e pulsanti, che aveva seguito nelle sue prime letture del Libro? Perfino la peluria che gli insudiciava il labbro denotava come stesse regredendo verso una più primitiva sottospecie umana. E nei confronti dell’atavismo la Macchina non poteva indulgere.
«Il volano c’era effettivamente, e io l’afferrai. Vi rimasi appeso, come istupidito, a oscillare nelle tenebre, e sentivo il ronzare di quei dispositivi, simile all’ultimo mormorio di un sogno che dilegua. Tutte le cose che già mi stavano a cuore e la gente con cui ero stato in contatto per mezzo dei canali di comunicazione mi apparivano infinitamente rimpicciolite. Nel frattempo, il volano stava girando. Il mio peso doveva aver attivato qualche congegno, e lentamente presi a ruotare su me stesso, e poi...
«Non trovo parole per descrivertelo. Mi trovavo a giacere con il viso rivolto al sole. Continuava a uscirmi sangue in abbondanza dal naso e dalle orecchie, e udivo un rombo tremendo. L’opercolo cui mi ero afferrato era stato semplicemente risucchiato fuori dalle viscere della Terra, e l’aria che produciamo qui sotto fuoriusciva dal pozzo mescolandosi all’aria superiore. Fiottava dal condotto come il getto di una fontana. Strisciai all’indietro verso di esso – giacché respirare nell’atmosfera esterna è penoso – per sporgermi oltre l’orlo del pozzo a ingollare, come potrei dire, grandi boccate di quel flusso d’aria. Il mio respiratore chissà dove diavolo era finito, e i miei abiti erano ridotti a brandelli. Me ne stavo semplicemente lì a boccheggiare supino a fianco di quel buco nel terreno. E ho continuato a ingollare aria finché non ho cessato di sanguinare. Non potresti immaginarti nulla di altrettanto bizzarro. Quella piccola conca erbosa – ne parlerò tra un attimo –, colma del sole che vi risplendeva, però senza brillii, ovattato com’era da marezzature nuvolose... la pace, l’indolenza, il senso d’immensità e, a carezzarmi la guancia, il getto di fontana rombante della nostra aria sintetica! Presto scoprii dov’era finito il respiratore, che continuava a ballonzolare su e giù al di sopra del mio capo, alla mercé della corrente che l’aveva ghermito, mentre più in alto ancora veleggiavano sciami di aeroscafi. Ma nessuno guarda mai fuori dagli oblò degli aeroscafi e, in ogni caso, non avrebbero certo potuto trarmi in salvo a bordo. Me ne stavo là, come un naufrago. Il sole si riversava per un breve tratto oltre il bordo del pozzo, rivelandovi l’ultimo piolo della scala, che tuttavia non nutrivo alcuna speranza di poter riguadagnare. Avrei corso infatti un duplice rischio: se la violenza del flusso non mi avesse nuovamente rigettato con violenza verso l’alto, sarei piombato di colpo giù nel condotto, finendo in ogni caso per schiantarmi. L’unica cosa che potevo fare era dunque starmene lì a giacere sull’erba, boccheggiando ancora e ancora, e a guardarmi attorno a intervalli.
«Sapevo di essere nel Wessex, perché mi ero premurato di assistere a una comunicazione sul tema prima di partire. Il Wessex si estende proprio qui, al di sopra di questa camera in cui ci troviamo ora. Un tempo era una nazione importante. I suoi sovrani regnavano sull’intera costa a sud, dallo Andredswald giù fino alla Cornovaglia, mentre a nord erano difesi dal Wansdyke, che scorreva sull’altopiano. L’oratore si era particolarmente diffuso a illustrare solamente l’ascesa del Wessex, perciò non so quanto a lungo continuò a essere una potenza internazionale; né il saperlo mi sarebbe stato di alcuna utilità. A dire il vero, nella situazione in cui mi trovavo non potevo far altro che ridere. Eccomi lì, accanto a un opercolo pneumatico, con un respiratore che mi ballonzola sulla testa. Tre oggetti dimenticati dentro quella conca erbosa orlata di cespugli di felci.»
A quel punto tornò a farsi serio.
«Fu per me una fortuna che si trattasse di una conca. Perché l’aria cominciò a ricadervi dentro e così a colmarla, come l’acqua potrebbe riempire un catino. Fui in grado di muovermi carponi all’intorno. Infine mi alzai in piedi. Respiravo una mistura d’aria in cui quella esterna, che duole ai polmoni, finiva per predominare tutte le volte che tentavo d’inerpicarmi su per le pendici della conca. Ma non andava poi così male. Non avevo perduto le mie tavolette nutritive e continuavo a sentirmi ridicolmente esilarato; quanto alla Macchina, semplicemente non ci pensavo più. Il mio solo obiettivo era al momento raggiungere il ciglio della conca, bordato dalle felci, e vedere quali cose si celassero al di là di esso.
«Mi avventai su per l’erta. Quell’aria nuova era però ancora troppo aspra per me, e ruzzolai di nuovo giù, non senza aver colto la momentanea impressione di qualcosa di grigio. Il sole ardeva adesso molto fiacco, e mi rammentai che doveva trovarsi nello Scorpione: avevo assistito a una comunicazione anche su questo soggetto. Se il sole è nello Scorpione e ci si trova nel Wessex, vuol dire che non bisogna perdere tempo, perché farà buio presto. (Questa è la prima nozione utile che sia mai riuscito a ricavare da una comunicazione, e immagino che sarà anche l’ultima.) Il che m’indusse a tentare uno sforzo frenetico pur di adattarmi a respirare l’aria nuova, così da emergere il più possibile dal mio stagno. La conca si andava colmando, ma con estrema lentezza. Talora mi veniva fatto di pensare che la corrente d’aria sgorgasse da sotterra con minor vigore. Anche il mio respiratore pareva rimbalzare nella sua danza più vicino al suolo; il rombo stava scemando d’intensità.»
Fece un’interruzione.
«Non penso che la cosa rivesta per te qualche interesse. Il resto, però, ti interesserà ancor meno. Non ci troverai nemmeno un’idea, e vorrei non averti scomodato facendoti venire fin qui da me. Siamo troppo diversi, madre.»
Ma lei gli disse di continuare.
«Era già sera quando riuscii ad arrampicarmi fino al sommo del declivio. Il sole era proprio come se stesse sgusciando via dal cielo, e non riuscivo più a veder bene all’intorno. Ma tu, che hai appena valicato il Tetto del Mondo, non avrai certo la pazienza di starmi a sentire mentre ti descrivo la veduta di modesti rilievi che mi si parò dinanzi... rilievi bassi, incolori. A me parvero però creature vive, e la zolla erbosa che le rivestiva era come una pelle sotto la quale intuivo le striature della loro muscolatura, e sentivo che quelle alture dovevano aver esercitato in antico una incalcolabile forza di suggestione sugli uomini, e che gli uomini dovevano averle amate. Ora dormono – per sempre, forse. Soltanto in sogno sono ancora in comunione con l’umanità. Beato l’uomo, beata la donna che saprà ridestare le colline del Wessex. Perché, anche se dormono, non moriranno mai.»
Levò la voce in un impeto di passione.
«Ma non riesci dunque a capire, neanche tutti i tuoi oratori riescono a capire che siamo noi che moriamo, e che quaggiù l’unica cosa veramente viva è la Macchina? Abbiamo creato la Macchina affinché facesse la nostra volontà, ma ora non riusciamo più a controllarla. Ci ha derubato della percezione dello spazio e del contatto fisico, ha infangato ogni rapporto umano e ha ridotto l’amore a un moto carnale, ha paralizzato i nostri corpi e le nostre anime, e ora ci costringe a venerarla. La Macchina si evolve... ma non secondo il binario tracciatole da noi. La Macchina progredisce... ma non nella nostra direzione. Esistiamo solamente come corpuscoli trasportati dal sangue lungo le sue arterie e, se potesse fare a meno di noi, ci lascerebbe morire. Oh, certo non ho soluzioni a questo problema – o, per dir meglio, ne ho solo una –, dire e ridire senza posa agli uomini che ho visto le alture del Wessex come le vide allora re Ælfred, quando sbaragliò i Danesi.
«Così il sole tramontò. Stavo omettendo di dire che una banda di foschia perlacea si frapponeva tra la mia altura e le altre.»
Fece una nuova pausa.
«Va’ avanti» gli disse sua madre, esausta.
Lui scrollò il capo.
«Va’ avanti. Ormai nulla di quel che dici sarà in grado di ferirmi. Ci ho fatto il callo.»
«Avevo intenzione di raccontarti anche il resto, ma non posso: so che non posso. Stammi bene.»
Vashti indugiava, indecisa. Tremava in tutte le fibre per le bestemmie che aveva udito. Però al contempo non poteva evitare di sentirsi incuriosita.
«Non è cortese, tutto questo» lamentò. «Mi hai fatto venire fin qui dall’estremità opposta del mondo per sentire quel che avevi da narrarmi, e questo voglio sentire. Raccontami dunque – ma nella maniera più sintetica, perché questo spreco di tempo è disastroso – in che modo sei riuscito a tornare alla civiltà.»
«Ah, questo!» fece lui, ricominciando a parlare. «Ti piacerebbe sentire della civiltà. Senz’altro. Ti ho già detto di quando il mio respiratore ricadde infine al suolo?»
«No – ma ora sono in grado di ricostruire ogni fatto. Hai indossato il respiratore, ti sei incamminato sulla superficie terrestre fino a che sei giunto al fornice più vicino, e a quel punto la tua impresa è stata riportata alla Commissione Centrale.»
«Niente affatto.»
Si passò una mano sulla fronte, come per cancellarne qualche cosa che l’avesse fortemente impressionato. Ma dopo, via via che riprendeva lena con il suo racconto, si accalorò nuovamente.
«Verso il tramonto, il mio respiratore cadde finalmente al suolo. Ho accennato al fatto che la violenza di flusso della fontana d’aria stava scemando, vero?»
«Sì.»
«Ebbene, verso il tramonto lasciò cadere a terra il respiratore. Come ho detto, mi ero dimenticato del tutto della Macchina, e non badavo granché al tempo che passava, occupato com’ero da altre faccende. Disponevo del mio bacino colmo d’aria respirabile, nel quale potevo rituffarmi quando non riuscivo più a tollerare la gravezza del mezzo esterno, e che mi sarebbe probabilmente bastato per più giorni, purché il vento, se si fosse levato, non ne disperdesse il deposito. Compresi tuttavia troppo tardi quale fosse la causa dell’interruzione di quella fuga d’aria. Capisci – la breccia all’interno del tunnel era stata riparata. Quindi l’Apparato Riparatore, l’Apparato Riparatore era sulle mie tracce.
«Mi giunse un altro avvertimento, ma lo ignorai. Il cielo, quella notte, era meno nuvoloso di quanto fosse stato durante il giorno, e la luna, che si trovava già a metà del suo cammino quando il sole le aveva ceduto il passo, splendeva a tratti luminosissima sul valloncello. Ero nella mia postazione usuale – sul limitare tra le due atmosfere – allorché ebbi l’impressione di scorgere qualcosa di oscuro che andava spostandosi in fondo alla conca per poi sparire all’interno del pozzo. Stupidamente, corsi giù all’istante. Mi chinai in ascolto sull’imboccatura del condotto, e mi parve di udire l’eco di un fioco raspare che ascendeva dall’abisso sottostante.
«Allora – benché ormai fosse troppo tardi – ne fui allarmato. Decisi così d’indossare il respiratore e d’incamminarmi senza indugio, lasciando subito il valloncello. Il mio respiratore, però, era sparito. Sapevo esattamente dove si trovava quando era caduto al suolo – tra il portello divelto e l’imboccatura – anzi, potevo persino avvertirne ancora l’impronta lasciata nella zolla erbosa. Era sparito, e capii che qualcosa di maligno era all’opera, e che avrei avuto maggiori possibilità di scampo fuggendo verso l’altra aria, di modo che, quand’anche fosse stato mio destino il morire, potessi almeno morire correndo verso la nube che mi era apparsa del color della perla. Non feci in tempo a fare un passo. Ecco che dal pozzo... è troppo orribile. Un verme, un lungo verme bianco era strisciato fuori dal pozzo, e stava ora scivolando agile sul prato inondato dal chiaro di luna.
«Urlai. Feci tutto quel che non avrei mai dovuto fare, presi a calpestare la creatura invece di evitarla fuggendo, e quella subito mi si avvinghiò alla caviglia. Allora lottammo. Il verme non m’impediva di correre per tutto il valloncello, ma mentre correvo quello continuava a strisciarmi su per la gamba. “Aiuto!” urlai. (Ma questa parte della mia storia è troppo atroce. È parte di quelle cose che non ti dirò mai.) “Aiuto!” urlai. (Ma perché non possiamo soffrire tacendo?) E ancora urlai: “Aiuto!”. Ormai avevo i piedi legati assieme, così caddi e venni trascinato via da quelle care felci e dalle vive alture, e al di là del portellone metallico divelto (questa parte posso anche raccontartela), e pensai che avrei potuto ancora salvarmi se mi fossi afferrato stretto al volano. Anche quello, però, ne era tutto avvolto, anche quello. Oh, l’intero valloncello era tutto un brulichio di quelle cose. Eran tutte indaffarate a frugare in ogni direzione, lo stavano spogliando completamente, mentre altri pallidi musi si sporgevano dall’orlo della cavità, pronti a emergere se ce ne fosse stato bisogno. Tutto quel che poteva essere portato via, lo trascinavano con loro: rimasugli di sottobosco, fasci di felci, tutto, e tutti quanti aggrovigliati insieme si scese giù all’inferno. Le ultime cose che scorsi, prima che l’opercolo si richiudesse dietro di noi, fu un gruppo di stelle, ed ebbi l’impressione che lassù in cielo vivesse un uomo come me. Perché lottavo ancora, e continuai a lottare fino all’ultimo, e fu solo il colpo violento che battei col capo contro la scaletta a calmarmi. Poi mi sono ridestato, ed ero all’interno di questa camera. I vermi erano scomparsi. Tutt’intorno a me, atmosfera sintetica, luminosità sintetica, quiete sintetica, e i miei amici mi stavano chiamando attraverso i canali di comunicazione per sapere se di recente mi fosse capitato d’imbattermi in nuove idee.»
Qui terminò la sua storia. Discuterne non era possibile, e Vashti si volse per andarsene.
«Aspettati la Cacciata» disse tranquillamente.
«Spero sia così» ribatté suo figlio.
«La Macchina è stata assai misericordiosa.»
«Preferirei la misericordia divina.»
«Con questa frase superstiziosa vorresti dire che saresti in grado di vivere anche nell’atmosfera esterna?»
«Sì.»
«Hai mai visto, nelle vicinanze dei fornici, le ossa di quanti furono cacciati fuori all’epoca della Grande Rivolta?»
«Sì.»
«Vennero lasciate là dove morirono perché ci servissero di monito. Una loro minoranza riuscì a sfuggire, ma poi anche quelli finirono per morire: chi potrebbe dubitarne? Lo stesso destino è per gli Scacciati nella nostra epoca. La superficie terrestre non è più adatta a ospitare la vita.»
«Vero.»
«Felci e qualche po’ d’erba possono anche sopravvivere, ma tutti gli organismi superiori si sono estinti. Ne hanno mai avvistati da qualche aeroscafo?»
«No.»
«Si è mai occupato dell’argomento qualche oratore?»
«No.»
«E allora che significa questa tua caparbietà?»
«Perché li ho visti» scoppiò a dire Kuno.
«Visto cosa?»
«Perché l’ho vista nel crepuscolo – perché era accorsa in mio aiuto quando l’avevo invocato – perché anche lei fu avvinghiata dai vermi, ma, più fortunata di me, venne uccisa da un verme che le trafisse la gola.»
Era impazzito. Vashti se ne andò, né le sarebbe mai più occorso di vedere, nello scompiglio che seguì, il volto di suo figlio.
III
Gli Scacciati
Negli anni che seguirono all’evasione di Kuno, furono apportati due notevoli perfezionamenti alla Macchina. Superficialmente pareva trattarsi d’innovazioni rivoluzionarie, ma in entrambi i casi erano state prefigurate dai processi mentali dell’uomo, sicché non risultavano essere altro che l’estrinsecazione di tendenze già latenti da tempo.
La prima di esse fu l’abolizione dei respiratori.
I pensatori più all’avanguardia, come Vashti, avevano sempre ritenuto assurdo effettuare ricognizioni sulla crosta del pianeta. Gli aeroscafi potevano pur essere necessari, ma quale profitto poteva trarsi da un’emersione all’esterno motivata da semplice curiosità, e tutto per caracollare poi all’intorno per qualche chilometro a bordo di un veicolo da superficie? Nient’altro che un diletto volgare, forse perfino vagamente sconveniente: allo stesso modo, non generava alcuna idea, né serbava rapporti di sorta con le consuetudini realmente importanti della vita. Così furono aboliti i respiratori, e con essi, com’era ovvio, anche i veicoli da superficie. E, se si eccettui il caso di pochi oratori, i quali lamentarono il fatto che venisse così loro preclusa ogni possibilità di accesso all’oggetto delle loro ricerche, la novità venne accolta senza reazioni. Quanti desideravano ancora vedere come fosse fatta la Terra, dopotutto, avevano soltanto da ascoltare qualche grammatofono o guardare in qualche cinematofoto. E infine anche gli oratori si placarono quando scoprirono che una orazione di soggetto marino risultava altrettanto stimolante seppur composta sulla scorta di dissertazioni sullo stesso argomento già comunicate in precedenza. «Tenetevi lontani dalle idee di prima mano!» fu l’allarme lanciato da un esponente della loro avanguardia più radicale. «Non esistono idee di prima mano. Non sono altro che sensazioni fisiche prodotte da amore e timore, e su basi tanto rozze chi mai potrebbe edificare un sistema filosofico? Siano piuttosto di seconda mano, le idee vostre; anzi, se possibile, addirittura di decima mano, perché allora sì che saranno a distanza di sicurezza dal fattore principe di disturbo: l’osservazione immediata. Non sforzatevi affatto di apprendere direttamente alcunché della materia di cui mi occupo – la Rivoluzione Francese. Sforzatevi piuttosto di apprendere cosa presumo Enitharmon pensasse che Urizen pensasse che Gutch pensasse che Ho-Yung pensasse che Chi-Bo-Sing pensasse che Lafcadio Hearn pensasse che Carlyle pensasse che Mirabeau avesse detto a proposito della Rivoluzione Francese. Stacciando il tutto attraverso il pensiero di questi otto ingegni eccelsi, il sangue versato a Parigi e i cristalli infranti dalle sassate a Versailles saranno decantati in un’idea di cui potrete assai profittevolmente usufruire nella vita di tutti i giorni. Ma tenete bene a mente che gli intermediari sono molti e differenti, giacché storicamente ogni autorità esiste solo per contrastarne un’altra. Urizen si prefiggeva lo scopo di contrastare lo scetticismo di Ho-Yung e di Enitharmon, così come io stesso mi propongo di arginare la veemenza di Gutch. Voi, miei uditori, siete in grado di esprimere il vostro giudizio sulla Rivoluzione Francese poiché profittate dei vantaggi che vi offre una posizione più favorevole della mia. E i vostri posteri godranno a loro volta di una posizione migliore di quella di cui oggi godete voi stessi, poiché essi potranno apprendere quel che pensate ch’io pensi, e la catena dei mediatori si allungherà per l’aggiunta di un nuovo anello. Finché, col passare del tempo,» e a questo punto la sua voce si levò ancor di più «non nascerà una generazione ormai progredita al di là dei fatti, al di là delle impressioni, una generazione assolutamente incolore, una generazione “seraficamente preservata dal contagio della personalità”, che vedrà non come la Rivoluzione Francese ebbe luogo, né come vorrebbero che avesse avuto luogo, ma come avrebbe avuto luogo se fosse scoppiata nell’Età della Macchina.»
Un applauso fragoroso salutò il termine della comunicazione, la quale non fece altro che esprimere un sospetto latente da tempo nelle menti degli uomini – il sospetto che gli eventi terrestri dovessero venire ignorati, e che l’abolizione dei respiratori rappresentasse sotto questo profilo un reale vantaggio. Si giunse anche a proporre l’abolizione degli aeroscafi. Una proposta cui però non si dette seguito, poiché il sistema di trasporto per mezzo di aeroscafi era riuscito in qualche modo a integrarsi nell’apparato centrale della Macchina. Pure, anno dopo anno i velivoli vennero adoperati sempre meno, e menzionati sempre meno dai soggetti più riflessivi.
La seconda grande innovazione fu rappresentata dal ripristino della religione.
Anch’esso era stato annunciato durante quella famosa comunicazione. Nessuno poteva fraintendere il tono reverenziale che aveva suggellato le ultime frasi di quella perorazione, che destò nei cuori di tutti una eco partecipe. Allora quanti da tempo continuavano a venerare in silenzio infine aprirono bocca. Confessarono così la singolare sensazione di serenità avvertita ogniqualvolta si trovavano a sfogliare il Libro della Macchina; il diletto provato durante la recitazione di determinate serie numeriche registrate in esso, per scarso che fosse il senso evocato dal suono di tali numeri all’orecchio esteriore; l’estatico godimento ricavato semplicemente sfiorando un pulsante, quantunque accessorio, o facendo suonare un campanello elettrico, anche se per nessuna ragione particolare.
«La Macchina» esultarono a una sola voce «ci nutre e ci veste e ci ospita; per essa possiamo parlare fra noi, per essa possiamo vederci l’un l’altro, in essa risiede il nostro esistere. La Macchina è l’amica delle idee e la nemica della superstizione: onnipotente è la Macchina, eterna; sia benedetta la Macchina.» E da allora non passò molto tempo che questo stesso inno venne riprodotto sulla prima pagina del Libro, e nelle stampe successive l’invocazione di rito si complicò fino ad assumere proporzioni di un vero e proprio ordine liturgico contesto di lodi e di antifone. Si badava sempre a evitare con cautela la parola “religione”, poiché almeno in teoria la Macchina continuava a essere una creazione e una estensione dell’ingegno umano. Ma in pratica tutti, all’infuori di una esigua conventicola di conservatori, la veneravano come una divinità. E neppure la si venerava sotto un’unica specie. Ché un credente poteva esser devoto delle azzurre piastre ottiche, tramite le quali era in grado di vedere altri devoti come lui; e un altro invece dell’Apparato Riparatore, che il blasfemo Kuno aveva rassomigliato a dei vermi; altri ancora potevano essere adoratori degli elevatori, altri del Libro stesso. E ciascuno rivolgeva le sue preghiere all’una o all’altra cosa, chiedendo intercessione per sé presso la Macchina nel suo complesso. Le persecuzioni – c’erano anche quelle. Non che si scatenassero apertamente, per ragioni che chiariremo a breve. Ma in segreto venivano effettuate, e chi non avesse professato il credo basilare noto come “Macchinismo indenominato” rischiava di continuo la Cacciata, ossia ciò che significava morte sicura, come sappiamo.
Attribuire queste due grandi innovazioni alla Commissione Centrale implicherebbe un concetto di civiltà alquanto ristretto. Quelli della Commissione Centrale preconizzarono le innovazioni, è vero, ma non ne furono loro i responsabili, non più di quanto i re dell’Età Imperialistica potessero essere considerati i responsabili delle guerre. Dovettero piuttosto assoggettarsi a una qualche irresistibile esigenza che nessuno sapeva donde avesse avuto origine e che, quando fu soddisfatta, venne rimpiazzata da un’esigenza nuova ma altrettanto irresistibile. È opportuno ascrivere a uno stato di cose siffatto il nome di progresso. Nessuno osò ammettere che la Macchina potesse essere fuori controllo. Anno dopo anno, essa veniva servita in maniera sempre più efficiente e sempre meno intelligente. Più un uomo conosceva alla perfezione i compiti cui doveva assolvere per favorirne il funzionamento, meno comprendeva i compiti del suo vicino, e al mondo intero non c’era nessuno che fosse in grado di comprendere il mostro nell’interezza della sua struttura. Quelle antiche menti creatrici erano ormai polvere. Ci avevano lasciato, è vero, direttive complete, però ciascuno dei loro successori non le aveva padroneggiate che in parte, quelle direttive. Sicché adesso l’umanità, nella sua ricerca di agio a tutti i costi, aveva superato se stessa. Aveva sfruttato troppo le ricchezze della natura. Tranquilla e beata stava sprofondandosi nella decadenza, e la parola progresso significava ormai soltanto progresso della Macchina.
Quanto a Vashti, la sua vita proseguiva pacifica il suo corso verso la catastrofe ultima. Oscurava la sua camera e si addormentava; si destava e l’illuminava. Dissertava e ascoltava dissertazioni. Scambiava idee con i suoi innumerevoli amici e si convinceva così di spiritualizzarsi sempre più. A volte capitava che a qualche suo amico o amica venisse accordata Eutanasia, e allora abbandonava la propria camera per la Cacciata che è al di là di ogni umana comprensione. Vashti non vi faceva molto caso. Dopo una comunicazione malriuscita, talora anche lei poteva far richiesta di Eutanasia. Ma, poiché il tasso di mortalità non doveva oltrepassare quello di natalità, fino a quel momento la Macchina non l’aveva accettata.
I problemi cominciarono senza parere, un bel po’ di tempo prima che ne prendesse coscienza.
Un giorno si stupì di ricevere un messaggio dal figlio. Tra loro non comunicavano mai, non avendo nulla in comune, e solo indirettamente aveva sentito di Kuno, che era ancora vivo ed era anzi stato trasferito dall’emisfero boreale, in cui la sua sconsiderata impresa aveva avuto luogo, a quello australe, dove era andato ad abitare una camera non lontana da quella che occupava lei.
«Vorrà che mi rechi a fargli visita?» si domandò. «Macché, mai più. E poi, non ne avrei neppure il tempo.»
No. Era una follia d’un genere diverso.
Kuno impedì la visualizzazione del proprio volto sulla piastra azzurra e, parlando avvolto dalle tenebre, disse solenne:
«La Macchina si ferma.»
«Che stai dicendo?»
«La Macchina si sta fermando. Lo so. Ne riconosco le avvisaglie.»
Lei scoppiò in una risata fragorosa. Lui la udì e ne fu risentito, e a quel punto non scambiarono più parola.
«Potresti credere a una cosa più assurda di questa?» esclamò lei parlandone con un amico. «Un uomo che è stato mio figlio pensa che la Macchina si stia fermando. Sarebbe un’empietà, se non fosse semplicemente una follia.»
«La Macchina si sta fermando?» replicò l’amico. «E cosa vorrebbe significare? È una frase che non mi dice proprio nulla.»
«Nemmeno a me.»
«Non farà per caso riferimento, come sospetto, a quel problema che è stato avvertito ultimamente durante la diffusione della musica?»
«Oh, no di certo. Ma lascia che ti dica anch’io della musica.»
«Hai fatto reclamo presso le autorità?»
«Sì, e mi hanno detto che stavano facendo delle riparazioni, così mi hanno reindirizzato alla Commissione dell’Apparato Riparatore. E io ho reclamato per quegli strani rantoli profondi che deturpano le sinfonie della Scuola di Brisbane. Pare di sentire qualcuno che si lamenta. La Commissione dell’Apparato Riparatore dice che si provvederà a risistemare le cose al più presto.»
Preda di un indefinibile turbamento, rievocò in sintesi la vita che faceva. Da un lato, era irritata da quel disturbo della diffusione musicale. Dall’altro, non riusciva a dimenticare quelle ultime parole che Kuno le aveva detto. Se lui avesse saputo che non era possibile aggiustare quel guasto nel canale musicale – però lui non poteva saperlo, perché detestava la musica –, se avesse saputo che c’era quel difetto, di certo “la Macchina si ferma” sarebbe stato un motto degno del suo spirito velenoso. Ovvio che doveva essersi trattato di una battuta fortuita, e ciononostante quella coincidenza la infastidiva, perciò si era rivolta non senza qualche petulanza alla Commissione dell’Apparato Riparatore.
Quelli le risposero, come già avevano fatto in precedenza, che il guasto sarebbe stato riparato al più presto.
«Al più presto! All’istante, invece!» s’inalberò. «Perché mai dovrei tollerare tanta imperfezione nella musica? Tutto viene sempre messo a posto all’istante. Se non lo riparate subito, reclamerò presso la Commissione Centrale.»
«Nessun reclamo privato può essere inoltrato alla Commissione Centrale» rispose la Commissione dell’Apparato Riparatore.
«Dunque tramite chi dovrei sporgere il mio reclamo?»
«Tramite noi.»
«Allora sporgo reclamo.»
«Il reclamo sarà inoltrato quando verrà il suo turno.»
«Anche altri hanno reclamato?»
La domanda era antimacchinistica, e la Commissione dell’Apparato Riparatore rifiutò di soddisfarla.
«Che disdetta!» esclamò lamentandosi con un’altra delle sue amicizie. «Non c’è donna più sfortunata di me. Adesso non posso più esser sicura della mia musica. È sempre peggio, ogni volta che mi sintonizzo.»
«Anch’io ho i miei guai» le rispose l’amica. «Alle volte, sento un leggero rumorio stridulo che m’intralcia nei processi ideativi.»
«Di che si tratterà mai?»
«Non so nemmeno se si trovi nella mia testa o dentro la parete.»
«Reclama, a ogni modo.»
«Ho già reclamato, e quando sarà il mio turno il reclamo verrà inoltrato alla Commissione Centrale.»
Trascorse un po’ di tempo, e finirono per non avvertire più interferenze. Sulle cui cause tuttavia non si era intervenuti per nulla, ma in quei giorni del remoto futuro la polpa umana era stata domata al punto che si adattava prontamente a ogni capriccio della Macchina. Quel rantolo udito al momento culminante della sinfonia di Brisbane non irritava più Vashti: ora lo accettava come parte del tessuto melodico. E quel rumorio stridulo, che avesse origine nel cervello o dietro la parete, non dette più noia all’amica. E lo stesso avvenne con la frutta sintetica ammuffita, e con l’acqua di cui si colmava la vasca da bagno, che cominciò a mandar cattivo odore, e con le rime imperfette che l’applicazione versificatrice aveva preso a produrre. Se tutti sulle prime se ne erano lagnati assai, vi si erano poi assuefatti fino a scordarli del tutto. Senza più reazioni di sorta, le cose andavano di male in peggio.
Tutto però prese un’altra piega quando entrò in avaria l’apparato del sonno. Quello era un guaio ben più grave. Venne un giorno in cui nel mondo intero – da Sumatra al Wessex, alle innumerevoli città curlandesi e brasiliane – i letti non apparvero più prontamente al richiamo dei loro stanchi fruitori. Per ridicolo che possa parere il caso in sé, tuttavia è proprio da allora che potremmo datare il collasso dell’umanità. La Commissione cui era stata attribuita la responsabilità dell’avaria fu tempestata di reclami da parte d’individui che, come di consueto, essa indirizzò alla Commissione dell’Apparato Riparatore, che a propria volta garantì loro che i reclami sporti sarebbero stati girati alla Commissione Centrale. Tuttavia lo scontento crebbe, poiché il genere umano non era ancora adattabile al punto di riuscire a fare a meno del sonno.
«Qualcuno si sta intromettendo nella Macchina...» cominciarono a dire.
«Qualcuno sta cercando di farsi re, di reintrodurre il fattore personale.»
«Condannate quell’uomo a essere Scacciato.»
«Massima allerta! Soccorrete la Macchina! Soccorrete la Macchina!»
«Guerra! Uccidete l’uomo!»
A questo punto però la Commissione dell’Apparato Riparatore si manifestò, e procurò di sedare il panico per mezzo di parole ben studiate. Ammise che era lo stesso Apparato Riparatore ad aver bisogno di riparazioni.
L’effetto di tanta franchezza fu straordinario.
«Come si capisce» chiosò un rinomato oratore – sempre quello della Rivoluzione Francese, avvezzo a indorare con splendide parole ogni nuovo crollo – «come si capisce, adesso faremo bene a evitare d’insistere oltre con le nostre lagnanze. L’Apparato Riparatore ha sempre provveduto in passato ai nostri bisogni con tale sollecitudine che oggi tutti noi non possiamo fare a meno di simpatetizzarci con esso, e rimarremo in paziente attesa del suo restauro. Giorno verrà che riprenderà in carico le funzioni già affidategli. Nel frattempo, faremo a meno dei nostri giacigli, delle nostre tavolette, di tutte le altre nostre piccole comodità quotidiane. Perché questo, ne sono sicuro, è ciò che la Macchina desidera.»
A migliaia di chilometri di distanza, la sua platea applaudì. La Macchina li univa tuttora. Nelle profondità degli oceani, sotto le radici delle montagne correvano i fili tramite i quali essi erano in grado di vedere e di udire, gli occhi e gli orecchi titanici che avevano ricevuto in eredità, e il ronzio di una moltitudine di circuiti ricopriva i loro pensieri di un solo manto di servilismo. Soltanto i vecchi e gli infermi continuarono a essere ingrati: infatti correva voce che nemmeno Eutanasia fosse più praticabile, e che il dolore fosse ricomparso fra gli uomini.
Divenne difficile anche leggere. Una sorta di pulviscolo era penetrato nell’atmosfera artificiale e ne aveva intorbidito la chiarezza. A tratti Vashti faticava perfino a vedere le pareti della sua camera. Anche l’aria si corrompeva. Alte erano le lagnanze, impotenti i rimedi, eroico il piglio dell’oratore mentre vociava dicendo: «Coraggio, coraggio! Che problema può esserci finché continua a esserci la Macchina? Per essa, l’oscurità o la luce sono la stessa cosa». E, benché le cose riprendessero dopo un po’ a migliorare, l’antico splendore non venne mai più recuperato, e l’umanità non fece più ritorno sui suoi passi dopo aver imboccato il viale del tramonto. Si sentirono chiacchiere isteriche a proposito di “misure”, di “dittatura temporanea”, e si chiese agli abitanti di Sumatra di familiarizzarsi con i meccanismi della centrale energetica principale, centrale ubicata in Francia. Ma fra i più regnava il panico, e gli uomini sprecavano le proprie forze indirizzando preci alle rispettive copie del Libro, prove tangibili dell’onnipotenza della Macchina. Il terrore conosceva vari gradi – talora giungevano voci di speranza – l’Apparato Riparatore era stato quasi riparato del tutto – i nemici della Macchina erano stati sopraffatti – si stavano sviluppando nuove “centrali nervose” che avrebbero funzionato ancor più mirabilmente che nel passato. Ma infine venne il giorno in cui, senza il benché minimo preavviso, senza alcun indizio che ne facesse presagire l’esaurimento, l’intero sistema delle comunicazioni collassò in tutto il mondo, e il mondo così come loro lo conoscevano ebbe termine.
Vashti all’epoca stava diffondendo un suo intervento, e le sue prime osservazioni erano state salutate da applausi. Via via che seguitava a parlare, però, il suo uditorio era divenuto silenzioso, e quando giunse alla conclusione non sentì un solo riscontro. Un po’ offesa, chiamò un amico specialista in simpateticità. Nessun riscontro nemmeno da lui: l’amico stava dormendo, senza dubbio. E lo stesso era successo quando aveva cercato di richiamare la presenza di un secondo amico, e lo stesso era avvenuto con il terzo, fino a che non le era ritornato alla mente quel criptico annuncio di Kuno: «La Macchina si ferma».
La frase continuava tuttavia a non aver senso. Se l’Eternità si stava fermando, avrebbe certo ripreso a funzionare a breve.
Per esempio, c’era ancora un po’ d’aria e di luce: l’atmosfera artificiale era migliorata appena poche ora prima. E c’era ancora il Libro, e finché c’era il Libro c’era anche sicurezza.
A quel punto, però, Vashti non ce la fece più a reggere, perché con la cessazione dell’attività sopraggiunse un insolito terrore – il silenzio.
Non aveva mai conosciuto il silenzio, e il suo avvento improvviso quasi la uccise, come aveva già ucciso sul colpo varie migliaia di persone. Sempre, fin dalla nascita, era stata circondata da quel ronzio uniforme. Che era per l’orecchio ciò che l’aria sintetica era per i polmoni. Fitte lancinanti le trafiggevano le tempie. Così, sapendo a malapena quel che faceva, vacillando si avventò a premere sul pulsante inconsueto, quello che apriva la porta della sua cella.
Ora, quella porta ruotava in perfetta autonomia sul suo unico cardine. Non era collegata alla centrale energetica principale che stava collassando anch’essa laggiù, nella lontana Francia. Si aprì, suscitando immense speranze in Vashti, che pensò la Macchina fosse stata riparata. La porta si aprì, ed ecco che lei vide il cupo tunnel piegare in lontananza, verso la libertà. Uno sguardo soltanto, e si ritrasse all’istante. Perché il tunnel brulicava di gente: lei era stata tra gli ultimi in quella città ad allarmarsi.
La gente le repelleva sempre, ed era quello un incubo che nasceva dai suoi sogni peggiori, gente. Gente che si trascinava all’intorno, che gridava, che gemeva, che boccheggiava alla ricerca dell’aria, che si palpava a vicenda, che si dileguava nelle tenebre e che ogni momento veniva spinta giù dalla banchina e finiva sulla rotaia energetica. Ce n’erano di quelli che lottavano fra loro nelle vicinanze dei campanelli elettrici, sforzandosi di far comparire sui binari spolette che non si era più in grado di chiamare. Altri imploravano urlanti Eutanasia, o i respiratori, oppure bestemmiavano la Macchina. Altri ancora se ne stavano sull’uscio delle loro celle, ugualmente intimoriti come lei stessa alla prospettiva di rinchiudervisi dentro o di abbandonarle. E, al di là di tutto quel parapiglia, c’era il silenzio – il silenzio, voce della Terra e delle generazioni che sono passate su di essa.
No... quello era peggio della solitudine. Richiuse la porta e si sedette ad attendere la fine. La disintegrazione continuava, accompagnata da orribili scricchiolii e rombi prolungati. Le valve che racchiudevano l’Apparato Medico dovevano essersi allentate, perché il congegno si era sfasciato e penzolava disgustoso giù dal controsoffitto. Il pavimento si gonfiò, affossandosi subito dopo e scaraventandola giù dalla sua poltrona. Un tubo si srotolava, allungandosi nella sua direzione in spire serpentine. Infine, al culmine dell’orrore, la luce cominciò a scemare, e così lei seppe che il lungo giorno della civiltà era ormai giunto al suo crepuscolo.
Prese a roteare su se stessa, pregando di poter trovare in qualche modo salvezza, baciando il Libro, premendo un pulsante dietro l’altro. Il tramestio all’esterno andava crescendo, ormai non impedito neppure dallo schermo della parete. Gradualmente, la radiosità della sua cella si offuscava, i riflessi sugli interruttori metallici si spegnevano. Oramai non era più in grado di distinguere il suo leggio, e presto neppure il Libro, per quanto lo reggesse tra le mani. La luce aveva seguito il suono nella sua fuga, l’aria stava ora seguendo la luce, e il vuoto dei primordi faceva ritorno alla caverna dalla quale era stato escluso a lungo. Vashti continuava a girare su se stessa, al modo dei devoti di una religione dell’antichità, gridando, pregando, colpendo i pulsanti con le mani che le sanguinavano.
Fu in quel modo che riuscì ad aprire la sua prigione e a scappar via – fuggendone in spirito: almeno a quanto mi pare di poter dire, adesso che mi accingo a metter la parola fine alla mia riflessione. Che riuscisse a fuggire anche col corpo, non sono in grado d’immaginarlo. Urtò per caso l’interruttore che apriva la porta, e la folata d’aria viziata sul viso, il ritmo ossessivo del brusio nelle sue orecchie la resero edotta del fatto che si trovava nuovamente all’imbocco del tunnel, e dinanzi a quella orrenda banchina su cui aveva visto uomini azzuffarsi. Ora non si azzuffavano più. Rimaneva soltanto il brusio, e sordi, flebili lamenti. Stavano morendo a centinaia là, nella tenebra.
La donna scoppiò in pianto.
Un altro pianto riecheggiò il suo.
Piangevano per l’umanità, quei due, non per se stessi. Che quella fosse la fine pareva loro insopportabile. Prima che il silenzio divenisse totale, i loro cuori si schiusero, e seppero ciò che era stato davvero importante sulla Terra. L’uomo, il fiore di ogni carne, la più nobile fra tutte le creature visibili; l’uomo, che un tempo aveva fatto dio a sua immagine, e aveva rispecchiato la propria potenza nelle costellazioni; l’uomo, nudo e bello, stava morendo, strangolato dall’abito che aveva tessuto per sé con le sue mani. Secolo dopo secolo si era dato da fare, ed ecco, questa ne era la ricompensa. E invero quell’abito era parso celestiale sulle prime, screziato delle tinte della cultura, tramato con il filo dell’abnegazione. E aveva continuato a esser celestiale finché si era limitato a essere non più di un abito, finché l’uomo aveva potuto dismetterlo a suo piacimento e tornare a vivere secondo l’essenza che è la sua anima, e l’altra essenza, divina anch’essa, che è il suo corpo. Il peccato contro il corpo – era per questo soprattutto che piangevano; i secoli di torti ai danni dei muscoli e dei nervi, e contro quei cinque portali attraverso i quali soltanto siamo in grado di conoscere – ottundendoli con ciarle di evoluzione, finché il corpo non si era ridotto a una poltiglia pallida, la dimora di idee che non erano ormai altro se non sbiaditi, estremi, gelatinosi palpiti di uno spirito che un tempo aveva ghermito le stelle.
«Dove sei?» singhiozzò la donna.
E nell’oscurità la voce di lui le rispose: «Qui».
«Esiste una qualche speranza, Kuno?»
«Per noi, nessuna.»
«Dove sei?»
Strisciando sopra i corpi dei morti, si diresse verso di lui. Il sangue di lui le inumidì i palmi.
«Sbrigati» boccheggiò suo figlio. «Sto morendo... ma ci tocchiamo, ci parliamo, e non tramite la Macchina.»
La baciò.
«Siamo tornati a ciò che ci appartiene. Moriamo, ma almeno abbiamo riconquistato la vita, come successe nel Wessex, quando Ælfred sbaragliò i Danesi. Sappiamo ciò che sanno quelli là fuori, quelli che abitavano nella nube del colore della perla.»
«Ma, Kuno, è la verità? Esistono ancora uomini sulla superficie terrestre? Davvero questo – questo tunnel, questa oscurità velenosa – non è la fine?»
E lui le rispose:
«Li ho visti, ho parlato loro, li amavo. Si celano nella nebbia, oltre le felci, fino a che la nostra civiltà non si arresti. Oggi sono gli Scacciati, ma domani...»
«Oh, domani... qualche folle rimetterà la Macchina in funzione, domani.»
«Mai più» disse Kuno. «Mai più. L’umanità ha appreso la sua lezione.»
Mentre parlava, la città intera si frantumò al pari di un favo. Un aeroscafo, penetrato attraverso un fornice, stava attraccando presso un molo diruto. Rovinò nell’abisso, squassato da esplosioni, sventrando un tunnel dopo l’altro con le sue ali d’acciaio. Per un attimo, videro le nazioni dei morti e ancora, poco prima di unirsi a loro, qualche lembo di cielo intatto.