il senso della cosa (italian)
I
«Non vedo proprio il senso della cosa» disse Micky, sbellicandosi di risate ebeti.
Harold seguitava a vogare. Avevano trascorso troppo tempo sulle dune sabbiose, e ora la marea rifluiva d’impeto dall’estuario. Il sole stava per tramontare, i campi sulla riva opposta brillavano di luce radente, e la fattoria verso la quale drizzavano la prua rifulgeva dalle finestre superiori di bagliori di fuoco, quasi ne traboccasse.
«Rischiamo di venir trascinati al largo» continuò Micky. «Non ce la farai mai, a meno che tu non ti rompa un po’ la schiena; oltretutto, sei un povero invalido. Io, messo così di dorso, riuscirei a resistere al mare.»
Stavano immettendosi allora nel ramo centrale: la spina dorsale, per dir così, delle acque che si ritiravano. Una volta imboccato, la veemenza della corrente sarebbe diminuita, offrendo loro la possibilità di avanzare fino a quando non fossero approdati ai piedi della fattoria. Era una sera superba. Ed era stata una giornata più che superba. Erano andati remigando pigramente fino alle dune, avevan nuotato, corso, mangiato, riposato, quindi nuotato e corso e mangiato di nuovo. Micky era al settimo cielo. Dio non lo aveva mai ostacolato fino a quel momento, e dunque non poteva immaginare che il mero riflusso della marea avrebbe potuto far ritardare loro la cena. Così, quando giunsero al ramo principale e la barca – che, seppure a fatica, aveva fino allora bordeggiato controcorrente – finì per rimanersene a galla immobile tra i mobili flutti, ecco che, perduta ogni parvenza di sanità mentale, prese gridando a intonare:
Forse è destino che i gorghi del mare ci affondino; forse,
nostro destino è toccar quelle isole della Fortuna,
dove vedremo l’a noi già noto, magnanimo Achille.
Harold, che non aveva particolare inclinazione per la poesia, si limitò a lanciare un urlo. Anche lui si librava al settimo cielo, e non pareva né si sentiva affatto un povero invalido. Di recente la Scienza gli aveva parlato severa, scuotendo la testa dinanzi al suo corpo adusto. Cosa poteva sapere la Scienza? Lo aveva spedito al mare per riprendersi, e Micky a vegliare su di lui perché non si stancasse. All’inizio Micky era stato una seccatura, ma il buon senso aveva finito per prevalere, come sempre accade ai giovani: due settimane prima, non avrebbe permesso al suo assistito di maneggiare un remo, e adesso invece lo esortava a spezzarsi la schiena nella voga. E Harold, presolo in parola, così faceva. Era diventato tutto volontà e muscoli. Ormai cominciava a non sapere nemmeno più dove si trovasse. Il brivido della pedaliera contro i piedi, nonché del flusso della marea lungo le braccia, si fondevano con la voce dell’amico donandogli una sensazione ineffabile. Era ormai prossimo a quello stato mistico che, quantunque non riconosciuto, rappresenta il vero traguardo che ogni atleta si prefigge di tagliare: stava iniziando a esistere.
Micky dettava intanto il ritmo di voga con il suo «Uun, duè – uun, duè», sforzandosi di rendersi utile col timoneggiare vigorosamente. Ma disponeva inoltre d’immaginazione, Micky. Guardava così alle finestre infuocate, e si figurava che la fattoria fosse una stella, e che la barca fosse il suo satellite. La marea non era quindi che il flusso irruente dell’etere universale, l’onda interstellare che eterna si abbatte. Oh, esultanza! Però non dava sfogo alla sua felicità, secondo il vieto costume degli adulti. Era troppo felice per manifestare la sua riconoscenza. “Ricordati del tuo Creatore ai dì della tua giovinezza” sono le parole di chi la giovinezza se l’è lasciata alle spalle, e l’unica antifona che Micky intonava era perciò quell’“uun, duè”.
Harold rideva senza neppur sentire, la fronte grondante di sudore. Intensificava i suoi sforzi, così come faceva la marea stessa.
«Come vorrei che il dottore ti vedesse in questo momento!» gli gridò Micky.
Nessuna risposta. Stringendo i denti, la frenesia lo invase. I suoi antenati lo ammonivano: era meglio morire che venir battuti dal mare. Remeggiava tra ansiti e brevi singhiozzi rabbiosi, ora che la voce del timoniere lo sferzava fino a renderlo una furia.
«Bene così – uun, duè – sbattili più giù, quei remi... Ohé, dico, adesso però è troppo. Forse è meglio lasciar stare, vecchio mio.»
Ora erano attorniati dai gabbiani. Alcuni volavano in cerchio sopra di loro, altri li oltrepassavano librandosi lenti sulle acque increspate. Da terra giunse fievole il canto di un’allodola, e Micky scorse il trabiccolo del dottore caracollare lungo la strada che menava alla fattoria. Si sentì avvampare di vergogna.
«Guarda, Harold, che non avresti... non avrei dovuto lasciarti fare. Io... io non vedo il senso della cosa...»
«Non lo vedi?» replicò Harold, con voce curiosamente chiara. «Be’, un giorno o l’altro lo vedrai» e, mentre così parlava, ecco che abbandonò la presa su ambo i remi. A quel punto la barca roteò su se stessa, la fattoria, il trabiccolo, il canto dell’allodola svanirono, e lui crollò di colpo contro lo scalmo. Micky si precipitò su di lui. Il cuore aveva ceduto. A mezzo ancora a bordo, a mezzo penzoloni sulle onde, morì. Gran brutta storia.
II
Davvero una brutta storia, quella. Quando accadde, Michael aveva ventidue anni, e si aspettava che non sarebbe mai più stato felice. Il suono della sua stessa voce che urlava mentre il corpo dell’altro veniva trasportato di peso, le rampogne del dottore che gli diceva «Ti ritengo responsabile», l’arrivo dei genitori di Harold, le parole del curato che riepilogava i rapporti di Harold con l’invisibile: tutte queste cose lo avevano influenzato così profondamente da fargli credere che avrebbero continuato a influenzarlo per sempre. Ma così non era stato, perché aveva continuato a vivere superando i settant’anni e, pur con la migliore volontà del mondo, non è possibile serbar chiari i ricordi per un lasso di tempo tanto lungo. La mente, per sensitiva e suggestionabile che possa essere, si ravvolge quotidianamente in nuove esperienze; non è in grado di purificare quella gromma che ininterrotta si accumula su di essa, sicché è costretta infine a cancellare il passato, oppure a distorcerlo. Così era avvenuto anche nel caso di Michael. Col tempo, gli unici ricordi superstiti furono i più drammatici tra gli episodi allora occorsi. Rammentava dunque il gesto supremo di Harold (una mano che si aggrappava alla sua, l’altra abbandonata oltre la falchetta, immersa nella corrente marina) soltanto perché possedeva un certo rilievo estetico, e non perché fosse stata l’ultima azione compiuta dal suo amico. E, per lo stesso motivo, continuava a ricordarne le estreme parole. «Non vedi il senso? Be’, un giorno o l’altro lo vedrai.» Quella frase aveva colpito la sua fantasia, e si era aggiunta ad altre del suo stesso repertorio; dopo trenta o quarant’anni, aveva finito per scordarsene l’origine. Ma non è il caso di biasimarlo; la valanga della vita l’aveva seppellito.
C’è inoltre da dire anche questo: lui e Harold non avevano nulla in comune se non la giovinezza. Nessun legame spirituale avrebbe potuto sopravvivere. Non avevano mai discusso di teologia o di riforma sociale, né di nessuno dei problemi che affollavano il cervello di Michael. E, di conseguenza, sebbene fossero stati abbastanza intimi, non c’era proprio nulla da tenere a mente. Più si pensava a lui, più Harold andava dissolvendosi. Frodato del suo corpo, risultava evanescente.
E nemmeno era possibile immaginarselo come uno spirito disincarnato, poiché l’aldilà è di sicuro un mondo più solenne. Né in paradiso né all’inferno c’è posto per l’atletica leggera e l’amenità fine a se stessa; e, una volta sottratte ad Harold anch’esse, cosa rimaneva di lui? Quando pure la vita invisibile dovesse dimostrarsi un archetipo di questa, e se mai dovesse davvero disporre di un suo sole, e di sue stelle anch’ella, il bronzeo colorito della vita mortale sarebbe già sbiadito sul nostro volto nel momento in cui dovessimo levar lo sguardo verso di essi, così come i muscoli mortali risulterebbero ormai vizzi quando ci recassimo a vogare su quel mare infinito. Mestamente, Michael aveva dunque affidato il suo amico alla misericordia divina. Lui stesso non avrebbe potuto fare di più, giacché agli uomini è concesso d’immortalare unicamente coloro che siano riusciti a lasciare dietro di sé la testimonianza evidente di qualche traccia di poesia o di saggezza.
Altro, il destino che si aspettava. Pur con tutta l’umiltà del caso, sapeva bene di esser diverso da Harold. Non per merito suo, discendeva tuttavia da schiatta più intellettuale, e aveva così ereditato facoltà tali da renderlo più degno della vita, e di qualunque altra cosa potesse venire dopo di essa. Prendeva interesse alle vicende universali, al minuscolo intrico che chiamiamo civiltà, ai suoi simili che quello stesso intrico avevano fatto e trasceso a un tempo. L’amore, l’amore per l’umanità lo accendeva; e anche quando pensava ad altro, contemplando forse Orione nel corso delle gelide sere d’inverno, ecco che una fitta di gioia troppo soave per poter essere descritta giungeva a trafiggerlo. E allora si faceva strada in lui la netta sensazione che i nostri impulsi più elevati possedessero un valore eterno, e che oltre la vita avrebbero infine attinto la loro meta. Una natura così ricca non poteva starsene a rimuginare sulla morte.
Ma riepiloghiamone la carriera per sommi capi.
Poco dopo la tragedia, mentre a propria volta andava rimettendosi, aveva conosciuto la donna che sarebbe diventata sua compagna per tutta la vita. Già una prima volta l’aveva incontrata, ma non gli era andata granché a genio; ne aveva ricevuto come l’impressione di un carattere rigido e intollerante. Adesso però vedeva che la sua rigidità derivava da una moralità di cui lui stesso era carente. Se lui credeva nell’amore, Janet credeva nella verità. Quella ragazza soleva mettere ogni persona e ogni cosa alla prova. Non sopportava il sentimentale uso a rifuggire dalle asprezze e dal tumulto del mondo. Impegnata all’epoca con un altro uomo, aveva parlato a Michael con una libertà maggiore di quella che si sarebbe consentita altrimenti, dicendogli che non era sufficiente avvertire la bontà in sé e nel resto dell’umanità, ma che ciascuno aveva il dovere di migliorare gli altri: così lo aveva esortato ad abbracciare una professione. Ed era stato proprio allora, mentre l’ascoltava parlargli, che la bellezza dell’onesto lavoro era rifulsa la prima volta agli occhi del giovane. Così, giunto mentalmente e fisicamente alla piena maturità, dopo aver ricevuto debita preparazione, era infine entrato in servizio tra le file degli impiegati statali, presso il British Museum.
Qui aveva dato inizio a una carriera di notevole prestigio e interamente benefica nei confronti del prossimo. Forte degli ideali che gli derivavano dai suoi costumi e dalla sua educazione, Michael non si accontentava della routine ufficiale. Desiderava ardentemente aiutare la gente e, poiché inoltre non era privo di delicatezza, le persone glielo consentivano di buon grado. In breve tempo divenne una potenza conciliatrice in seno al suo settore. Era in grado di rabbonire i superiori, incoraggiare gli inferiori, prestare aiuto agli studiosi stranieri, dimostrando in tal modo di avere in serbo la parola adatta per ciascuno. Janet, che assisteva alla sua ascesa, lo aveva accusato nuovamente di essere incostante. Questa volta, però, si sbagliava. Il giovanotto non era affatto un volgare opportunista. Manifestava sempre e con sincerità le proprie opinioni; in caso contrario, non avrebbe mai potuto continuare a godere della stima dei suoi colleghi. Era davvero l’innata dolcezza della sua natura all’opera, indirizzata a prospere finalità grazie all’influenza esercitata su di essa da una donna.
Al termine di una frequentazione durata dieci anni, i due si sposarono. Nel frattempo, Janet aveva sofferto profondamente, poiché l’uomo al quale già era stata fidanzata si era dimostrato indegno di lei. La sua personalità era già formata appieno quando Michael l’aveva conosciuta e, come ormai sapeva, anche assai discorde dalla sua; e a quel tempo, forse, già si erano reciprocamente scambiati tutto il bene possibile. Ma il matrimonio si rivelò comunque stabile e abbastanza felice. In particolare, fu lui a fare concessioni infinite, dappoiché tolleranza e simpatia stavano divenendo i punti cardinali della sua natura. Quando sua moglie si dimostrava troppo critica nei confronti dell’opinione corrente, o quando suo cognato, ateo, se la prendeva con la religione, lui li giustificava dicendosi: “È più forte di loro; sono fatti così, e hanno le qualità dei loro difetti. Occupiamoci piuttosto di noi stessi, e sforziamoci senza posa di contemplare le cose da una prospettiva più ampia”. Di giorno in giorno, diveniva sempre più amabile.
E, in parte, fu proprio tale sete di più ampie prospettive che finì per indirizzarlo alla letteratura. Sui quarant’anni gli era capitato di scrivere alcuni saggi, un po’ retrospettivi nei toni, e più riflessivi che profondi nei contenuti. E avevano riscosso un certo successo. Il buon gusto, lo stile lucido di cui vi faceva mostra, il cristianesimo moderato sotteso al loro universo morale stimolarono il pubblico dei semicolti, fornendo loro un viatico al pensiero e al sentimento. Non erano, e non intendevano essere, alta letteratura, ma aprivano le porte verso di essa, e senza ombra di dubbio esercitavano un influsso benefico. Il primo volume fu seguito da Le confessioni di un uomo di mezza età. In esso, Michael rendeva poetico tributo alla giovinezza, pur dimostrando al tempo stesso che la maturità era tutto. L’esperienza, vi insegnava, costituisce l’unico fattore umanizzante; la simpatia, l’equilibrio e l’elasticità mentale non possono essere annoverate tra le prerogative di un uomo finché questi non abbia raggiunto l’età di discrezione. È sempre piacevole sentirsi dire che il meglio deve ancora arrivare, e le vendite del libro andarono ottimamente. E forse la popolarità del suo autore avrebbe potuto estendersi vieppiù, se l’influsso esercitato su di lui da sua moglie non lo avesse frenato, permettendogli di scrivere soltanto ciò che sentiva realmente. Lei ormai gli aveva dato tre figli: Henry, Catherine e Adam. Erano una famiglia felice, nel complesso. Henry non aveva mai dato loro problemi di sorta. Catherine aveva preso da sua madre. Invece Adam, selvatico e screanzato, aveva procurato un po’ di grattacapi a suo padre. Il quale, nonostante lo sorvegliasse con attenzione, non era stato in grado di capirlo, sicché non riuscirono mai a diventare veri amici. Ma quella non fu tuttavia che una piccola nube sullo sfondo di un vasto orizzonte. A casa come sul lavoro, Michael riuscì meglio della maggior parte degli uomini.
Così andò scivolando oltre la cinquantina. Alla morte di suo padre ereditò una casa sulle colline del Surrey e Janet, i cui veri interessi risiedevano nell’orticoltura, vi si stabilì. Dopotutto, non aveva mai dato segno di essere una donna di tipo intellettuale. Quei suoi modi schietti lo avevano indotto in errore, e lei stessa aveva forse finito per illudersene di riflesso. Pur dimostrando una certa vivacità in seno alla buona società londinese, ne era tuttavia tediata, perché mancava della duttilità del marito, e invecchiava più rapidamente di lui. Né la vita rurale le garbava di più. Andava facendosi sempre più polemica, finendo per quistionare con altre signore persino intorno ai nomi dei fiori. In ogni caso, nemmeno su di lui gli anni passavano senza lasciar traccia. A quel tempo, era divenuto piuttosto ipocondriaco. Aveva rinunciato a tutte le attività all’aria aperta e, sebbene continuasse complessivamente a godere di salute discreta, aveva ormai l’aspetto di un gentiluomo calvo, impacciato e alquanto sovrappeso. Detestava le ore piccole, gli sport violenti, le passeggiate notturne, le nuotate quando faceva troppo caldo, lo starsene a oziare in barca, e sovente doveva frenare le proprie ansie nei confronti dei figli. Henry, ch’era un ragazzo simpatico e adorabile, usava tranquillizzarlo con una stretta di mano seguita dalla rassicurazione: «D’accordo, pa’». Quanto a Catherine e Adam, però, a volte loro manifestavano una certa insofferenza. I figli erano diventati il suo pensiero fisso: adesso che sua moglie si avviava verso l’inevitabile declino, erano loro il futuro, ed era risoluto a rinsaldare i suoi rapporti con loro, rammentandosi di come aveva fallito suo padre con lui. Credeva nella gentilezza, e spesso si frapponeva tra loro e la madre. Quando i ragazzi crebbero, dette loro la libertà di scegliersi i propri amici. Quando Catherine, all’epoca diciannovenne, gli domandò se poteva andar via di casa a guadagnarsi il pane come floricoltrice, glielo permise tranquillamente. La sua condiscendenza venne in tal caso risarcita dal destino, poiché Catherine, una volta perpetrato il suo massacro di fiori, fece ritorno a casa. Era una giovane donna irrequieta, scontrosa, un tormento per sua madre, che non riusciva a immaginarsi che cosa stessero per combinare le ragazze. Ma infine si sposò anche lei, e migliorò assai; al punto, anzi, di divenire il sostegno primario del padre negli anni che seguirono.
Infatti, poco dopo il matrimonio di Catherine, si abbatté su di lui una grave disgrazia. Janet fu costretta a letto e, dopo lunga malattia, trapassò nel mistero. Sir Michael – poiché era stato insignito di un cavalierato – dichiarò che non avrebbe voluto sopravviverle. Erano talmente abituati l’uno all’altra, così bisognevoli del reciproco aiuto, che la sua unica aspettativa era, a questo punto, quella di morire poco dopo di lei. Ma si sbagliava in proposito. Sua moglie morì quando lui aveva appena sessant’anni, e finì per superare il traguardo dei settant’anni. Il suo carattere aveva saputo sostenere la dura prova di quel frangente, e lui continuava tuttora a serbare gli interessi d’un tempo e un’invincibile benignità.
Seguì tuttavia al primo un secondo, severo problema. Come si scoprì, Adam aveva nutrito una profonda devozione per sua madre, e aveva sopportato le angustie della vita familiare soltanto per amor suo. Così, dopo una brutale scenata se n’era andato di casa. Scrisse in seguito dall’Argentina dicendo che gli dispiaceva, ma che desiderava cominciare a farsi da sé. «Non capisco il senso della cosa» trepidava Sir Michael. «Ho forse impedito mai a lui o a chiunque altro di cominciare a farvi strada da soli nella vita?» Henry e Catherine erano d’accordo con lui. Eppure, malgrado la sintonia dimostrata, aveva la netta impressione che comprendessero le ragioni del fratello meglio di lui. «Per tutta la vita gli ho dato piena libertà» proseguì. «Gli ho dato piena libertà, cosa vuole di più?» Henry, dopo un attimo di esitazione, replicò: «C’è gente che pensa che la libertà non possa essere data. Perlomeno, così ho sentito dire. Può darsi che Adam la pensi allo stesso modo. Se non se la fosse presa da sé, la propria libertà, forse non sarebbe mai riuscito a sentirsi veramente libero». Sir Michael non consentiva. «Studio ormai l’adolescenza da parecchi anni,» rispose «e le tue conclusioni, mio caro ragazzo, sono soltanto ridicole.»
I due sostennero cavallerescamente il padre; il quale, dopotutto, finì per trascorrere dignitosamente la propria vecchiaia. Il suo pensionamento dall’ufficio che rivestiva al British Museum produsse alcune conseguenze letterarie. E, quantunque il grande pubblico lo avesse ormai dimenticato, il garbo delle sue Riflessioni di un dipendente a riposo gli procurò una qualche rinnovata notorietà fra una platea di lettori più colti e attempati. E in questo trovò nuovo conforto spirituale. Anima naturaliter Anglicana, non aveva mai mostrato ostilità verso la Chiesa di Stato; e, quand’anche gli era capitato di criticarne la mondanità o, all’occasione, la scarsa umanità, si era espresso con i toni di qualcuno che si trovasse semplicemente all’esterno, piuttosto che contro di essa. Dopo la morte della moglie e la fuga del figlio, aveva perduto ogni gusto residuo per le speculazioni personali. La pluriennale esperienza maturata lo aveva reso disponibile all’accettazione di un’esperienza plurisecolare e a far risuonare anche la sua umile voce nel gran coro della tradizione. Sì; una vecchiaia serena e dignitosa. In pochi osarono rimproverargliela. Certo, anche lui aveva nemici che si vantavano di conoscere la sua vera natura; anzi, stando a quel che andavano dicendo, almeno altrettanto bene di quanto anche Adam l’aveva conosciuta. Tuttavia, nessun osservatore imparziale si era trovato d’accordo con loro. Nessun secondo fine aveva mai inquinato i giudizi di Sir Michael. La purezza di cui dava testimonianza non era dovuta a mera fortuna, ma alla sua propria purezza interiore, e la serenità dei suoi pareri nasceva da un’anima effettivamente rasserenata. Guardando indietro a fallimenti ed errori, poteva pur avvedersi di non essere riuscito ad attuare gli ideali della sua giovinezza. D’altro canto, chi può mai riuscire in tali intenti? E, comunque fosse, si era dimostrato più capace della maggior parte degli uomini di rettificare quegli stessi ideali per adattarli al mondo delle realtà fattive. E se pure l’amore fosse stato talora corretto in simpatia, e la simpatia in compromesso, lasciamo sia uno dei suoi contemporanei a scagliare la prima pietra.
Una sola realtà di fatto rimaneva in sospeso: la realtà della morte. Fino a quel momento, Sir Michael non era mai morto. E invero ne provava un estremo terrore, alle volte. Più spesso, tuttavia, la morte gli appariva alla stregua di una semplice prosecuzione della carriera che aveva percorso in vita. Si vedeva così assistito da sua moglie (una Janet che, alla bisogna, sarebbe apparsa senz’altro migliorata) in atto di prendersi tranquillamente e sollecitamente cura dell’organizzazione di un angolino nell’infinito. S’immaginava insomma di passare da una sfera in cui aveva dato prova di efficienza a un’altra sfera in cui il familiare sfumava nell’eterno, e dove si sarebbe dimostrato altrettanto efficiente... trapassando in essa con dignità senza patimenti. La vita presente non è che preparazione alla vita futura. E, di conseguenza, coloro che vivono più a lungo sono gli individui più preparati ad affrontarla. Sommo maestro è l’Esperienza; beati quanti hanno fatto esperienza, poiché i loro ideali non avranno necessità di ulteriori rettifiche.
E la sua morte ebbe luogo come segue. Subì anche lui un incidente. Si stava recando a piedi dalla sua abitazione di città a casa di Catherine. Aveva deciso di seguire il percorso più breve, e camminava così lungo il vicolo di uno slum. Alcune donne, occupate ad altercare fra loro per un pesce, richiamarono l’attenzione del passante e si appellarono a lui. Sempre garbato, il vecchio si fermò ma disse che, non disponendo di dati sufficienti a una valutazione corretta della situazione, suggeriva loro di mettere da parte il pesce per ventiquattr’ore. Quel consiglio le contrariò al punto che finirono per arrabbiarsi più con lui che fra loro. Lo accusarono di «prenderle per i fondelli», di «volerle abbindolare», finché una di loro, resa ancor più brutale dall’alcol, non se ne uscì con un «vediamo un po’ se questo lo abbindola», sbattendogli il pesce in faccia. L’anziano piombò al suolo. Quando rinvenne, si trovò a giacere in un letto, vittima di uno dei suoi soliti mal di testa.
Poteva sentire la voce di Catherine. Lo infastidiva. Non aprì gli occhi, ma lo faceva soltanto per sua scelta.
«Son già quasi due anni che è in questo stato» diceva la voce di Henry.
Dovevano essere dieci minuti al massimo, da quando era caduto nel vicolo di quello slum. Ma non aveva nessuna voglia di discutere.
«Sì, è conciato davvero male» disse una terza voce... che gli si rivelò essere quella di Adam; ma come, e quando aveva fatto ritorno Adam? «In ogni caso, era già più o meno così da trent’anni.»
«Adesso non esagerare, su» fece la voce di Henry.
«Be’, non era così, di fatto?» ribatté ancora Adam. «Le ciance dei perbenisti non mi sono mai garbate. Dopo la morte di mamma, non ha combinato più niente, e poco o niente prima che lei morisse. I suoi libri ormai se li son dimenticati tutti, perché non è che fossero poi di così alto livello; per di più oggi, al British Museum, sono obbligati a risistemare tutto ciò in cui lui ha messo mano. E questo è quanto. Che altro avrebbe fatto, all’infuori di raccomandare alla gente di coprirsi, ma non troppo?»
«Adam, veramente, piantala...»
«Ed è proprio perché nessuno ha il coraggio di parlar chiaro che la gente all’antica continua a esser famosa. È un sintomo del rammollimento di questa vostra società. Siete tutti preda di ogni sorta di timore... timorosi di accettare novità, timorosi di muover mano, timorosi di ferire i sentimenti altrui. E così lasciate che chiunque vi si metta a capo, purché non faccia sconquassi. E poi, non appena muore, ve ne dimenticate e fate baronetto al suo posto qualche altro burattino.»
Una voce sconosciuta disse: «Vergogna, Mr Adam, vergogna! Un anziano signore così caro, e per di più tanto stimato».
«Oh, vedrà che si abituerà presto ai miei modi, infermiera.»
L’infermiera rise.
«Adam, è un sollievo che tu sia di nuovo qui» disse Catherine dopo una pausa. «Ho veramente bisogno che tu e tuo figlio mi aiutiate con il mio.» La sua voce risuonava meno distintamente; si era allontanata dal padre senza una parola di congedo. «Bisogna pur approfittare degli sbagli altrui... in fondo, più eroismo... Vorrei assolutamente non allontanare mio figlio...»
«Suonagliele come si deve» interloquì Adam. «Questa è la chiave.» E seguì sua sorella fuori della camera.
In quell’istante, l’amabile risata di Henry riecheggiò per l’ultima volta. «Ci fai sentire vent’anni di meno sul groppone» disse. «Proprio come quando...»
La porta si chiuse.
Sir Michael rabbrividì, invaso da un’ira sorda. Questa era la vita, questo era ciò che le giovani generazioni pensavano. Adam non lo considerava neppure, ma al ricordo di quanto avevano detto Henry e Catherine era risoluto a morire. Se avesse voluto, avrebbe potuto alzarsi dal letto e sbatter fuori quel branco di canaglie. Ma non voleva.
Quel che voleva era invece abbandonare questo mondo sordido e irriconoscente. L’immane, sovrumano cinismo che cova in ciascuno di noi infine traboccava, trasformandolo. Allora si rese conto dell’assurdità dell’amore, e quella rivelazione lo solleticò al punto che cominciò a ridere. L’infermiera, quella che lo aveva definito “un anziano tanto caro”, si chinò su di lui. E, in quello stesso istante, due ragazzi entrarono nella camera in cui era ricoverato.
«Come sta il nonno?» chiese uno di loro, il figlio di Catherine.
«Non benissimo» rispose l’infermiera.
Ci fu un momento di silenzio. Quindi l’altro ragazzo intervenne dicendo: «Dài, facciamola corta».
«Però ci hanno detto di no.»
«E perché dovremmo fare come ci dicono i vecchi? Ormai pa’ è fuori gioco, e anche tua madre.»
«Vergognatevi! Fuori di qui, tutti e due» intimò l’infermiera; e, con un breve fischio di ammirazione, il figlio di Catherine seguì fuori della stanza il cugino. La gioia del nonno aumentò. Prese a rotolarsi nel letto; e, proprio nel momento in cui stava finalmente afferrando tutta l’ironia della situazione, ecco che morì, continuando a goderne nel corso del suo viaggio alla volta del mistero.
III
Micky era tuttora disteso sopra un letto. Di tanto era consapevole durante interminabili, malinconici sogni. Tuttavia, ogni volta che apriva bocca per ridere, inghiottiva polvere. Decidendo di sollevare le palpebre, si rese conto di essere enormemente gonfio e di giacere immerso tra le sabbie di uno sterminato pianoro. Com’era da prevedersi, non aveva motivo di rettificare troppo i suoi ideali; l’infinità aveva semplicemente sostituito la sua camera da letto e Londra. Nulla si muoveva su quella superficie, fatta eccezione per pochi turbini di polvere che, quasi confabulassero furtivamente, si scorgevano di tanto in tanto chinarsi e fondersi l’uno nell’altro per poi rovinare con un lieve sibilo. Salvo quelli, non c’era nulla che si muovesse, nulla che emettesse un suono. Non era capace di sentire neppure un refolo di vento.
Da quanto tempo si trovava lì a giacere? Da anni, forse; perfino da molto prima che morisse, forse, quando all’apparenza il suo corpo camminava ancora fra gli uomini. La vita è cosa talmente breve e banale, che chissà se ne giungiamo al termine per interi, o se appena un soffio d’anima sia sufficiente a regger la soma del corpo? Il boccio e il fiore vivono per un momento solo, ciò che rimane non è che la buccia; e se l’anima dovesse essere una specie di buccia? Micky aveva l’impressione di giacere nella polvere da sempre, soffrendo e sogghignando insieme, e che l’essenza di ogni cosa, la potenza originaria celata oltre le stelle, fosse la senilità. La vecchiaia, la sdentata, idropica vecchiaia; avara tanto nei confronti di se stessa quanto verso la gioventù; nata prima di ogni età, e durevole più di ogni età; l’universo come vecchiaia.
Quel luogo era avvilente e tormentoso al contempo. Era vasto eppure vile. Scendeva giù fra le tenebre e saliva all’insù verso le nubi. Ma fra quali tenebre, e verso quali nubi! Nessun tragico splendore le ornava di gloria alcuna. Quando guardava a esse, comprendeva finalmente perché si sentisse così infelice; poiché anch’esse erano intente a guardarlo, a rispondere ai suoi sogghigni ridacchiando a propria volta. La loro sordidezza era più antica di tutte le ombre del giorno e della notte, la loro ironia più profonda; e, fra le altre cose, pure di lui si facevano beffe, così come lui stesso si faceva beffe anche della gioventù. Sicché, poco per volta, giunse a capire che doveva trovarsi, e già da qualche anno a quella parte, all’Inferno.
Tutt’intorno a lui giacevano altre figure, enormi masse fungose. Quasi che l’intero pianoro fosse imputridito. Alcune di quelle potevano sedersi, altre emergevano appena dalle sabbie, e lui era consapevole del fatto che tutte in vita avevano commesso lo stesso suo errore, quantunque ancora non sapesse di quale errore si trattasse; probabilmente un minimo sbaglio, facilmente evitabile se solo qualcuno l’avesse fatto notare.
Era lecito parlare. Dopo un po’, una voce disse: «Che cielo paradisiaco abbiamo! Non è magnifico?».
«Veramente magnifico» rispose Michael, e ogni parola lo ferì come una coltellata. Capì allora che uno dei peccati che in quel luogo venivano puniti era l’adulazione; stava dunque patendo a causa di tutti gli elogi che sulla terra aveva tributato a ciò che era malfatto o mediocre; quando gli era occorso di elogiare alcunché per pigrizia, o per compiacere il prossimo, o semplicemente per incoraggiarlo: soffriva a causa di tutti quegli elogi che aveva profferito senza dotarli delle ali del vero entusiasmo. Ripeté ancora: «Veramente magnifico» e il cielo rabbrividì, poiché adesso cominciava a provare tormenti anche più aspri. Unico lume di consolazione superstite: sua moglie non poteva trovarsi in quel medesimo luogo. Lei non aveva peccato come la gente che popolava il pianoro, e dunque non poteva patire per quel fallo che era soltanto loro. La sua visione della vita si era dimostrata corretta, dopotutto; e, in quel suo stato infinitamente miserevole, ciò lo confortò. Janet sarebbe stata ancora una volta la sua fede; e l’eternità, svolgendosi davanti a lui per poi riavvolgersi su se stessa e tornare a svolgersi a lui dinanzi, avrebbe finito per dimostrargli che perfino la vecchiaia, se rettamente vissuta, poteva essere bella; e che l’esperienza, se messa opportunamente a profitto, può condurre alla beatitudine l’anima dell’uomo. Quindi si volse al suo vicino, che proseguiva a levare il suo inno di lode.
«Potrei giacere qui in eterno» diceva. «Se penso all’irrequietezza che mi travagliava in vita – in quella, voglio dire, che gli uomini chiamano vita, ma che in realtà è morte... ché questa è la vita vera! –, quando penso all’irrequietezza che mi tormentava in terra, sono a tal punto travolto da tanta sovrabbondante bontà e misericordia che potrei starmene a giacere qui per sempre.»
«Davvero lo farai?» gli domandò Micky.
«Ah, questo è il culmine della beatitudine; giacerò qui in eterno, e tu anche.»
In quell’istante passò fra loro un turbine di polvere. A lungo non furono in grado di vedere né di parlare. Quindi ecco che Micky, irritato da quella sabbia minuta che andava limandogli l’anima, intonò a sua volta un canto.
«Anch’io rimpiango le mie ore sprecate,» diceva «soprattutto le ore della mia giovinezza. Rimpiango tutto il tempo che ho passato standomene al sole. Negli anni successivi me ne pentii, ed ecco perché venni accolto qui dove non è sole; sì, e neppure vento, e nessuna delle stelle che un tempo, a sera, mi rendevano quasi folle. Sarebbe terribile, qualora dovesse accadermi adesso, scorgere ancora Orione, l’astro centrale della cui spada non è una stella, ma una nebulosa, il seme dorato di mondi a venire. Come temevo l’autunno sulla terra, quando Orione si leva all’orizzonte, perché mi rammentava l’avventura e la mia giovinezza. Era tremendo. Quanto sono grato di non vederlo più.»
«Ah, ma era assai peggio,» gemette l’altro a gran voce «guardare in alto oltre Orione, a sinistra, e vedere i Gemelli. Castore e Polluce erano fratelli, umano l’uno, l’altro divino; e Castore morì. E allora Polluce scese all’Inferno per poter rimanere con lui.»
«Sì, è così. Polluce discese all’Inferno.»
«Ma gli dei ebbero pietà di entrambi, e li levarono al cielo affinché divenissero le stelle venerate dai naviganti, e da tutti coloro che amano e che sono nel fiore di gioventù. Zeus era loro padre, ed Elena loro sorella, che spinse i greci all’assedio di Troia. Io li temevo più di Orione.»
Poi se ne stettero muti a guardare il cielo che gravava loro sul capo, e che sanciva il loro giudizio. Poiché in terra erano stati persone colte, ciò rendeva ora più sottili i supplizi che pativano. I ricordi suscitavano in loro immagini squisite per rendere il duolo più intenso. «Adesso tacerò» si propose Micky. «Me ne starò in silenzio per l’eternità.» Ma le tenebre gli schiusero le labbra, ed ecco che già stava parlando nuovamente.
«Dimmi qualcosa di più intorno a questa dimora di beatitudine» disse, sollecitando il compagno. «Vi sono qui livelli diversi? Esistono gerarchie in questo nostro paradiso?»
«Esistono due paradisi,» rispose l’altro «c’è il paradiso dei duri e il paradiso dei molli. Noi qui riposiamo nel paradiso dei molli. È una ripartizione bastevole, dal momento che quando invecchiano gli uomini non possono divenire altro che molli, oppure duri.»
Intanto che l’altro continuava a parlare, le nuvole si sollevarono più in alto e Micky, levati gli occhi al clivo saliente, si avvide che la piana era ricinta in lontananza da picchi rocciosi; e allora lui seppe, senza che gli fosse detto, che fra quei dirupi montuosi giaceva intirizzita Janet, che lui non avrebbe mai potuto rivedere. Non era stata salvata neppure lei. Le tenebre avrebbero continuato a prendersi gioco anche di lei, in eterno. Perché se insieme a lui giacevano i sentimentali, i conciliatori, i pacificatori, gli umanisti e tutti coloro che confidavano in una più calda visione delle cose, sua moglie se ne stava laggiù in compagnia di riformatori e di asceti e di tutte quelle altre anime diritte come spade. Lungo cammini diversi, entrambi erano giunti all’Inferno. E Micky adesso era in grado di vedere ciò che il tumulto della vita nasconde: e cioè che gli anni sono destinati a sciogliere o a irrigidire le creature umane, e che Amore e Verità, i quali all’apparenza sembrano contendersi come due angeli le nostre anime, serbano invece ambedue in seno il lievito della nostra corruzione.
«Sì, una ripartizione bastevole, in verità,» ammise «bastevole e semplice al contempo. Ma rispondi a un’altra mia domanda, di modo che la mia beatitudine sia perfetta: quale tra questi due paradisi è dimora di giovani?»
E il suo vicino rispose: «Nessuno dei due; non ci sono giovani».
Rimase quindi in silenzio, immergendosi ancora più profondamente nella polvere. Lo stesso fece Micky. Serbava ancora vaghi ricordi di uomini e di donne morti prima di raggiungere la maturità, di fanciulli e di fanciulle non sposate e di giovinetti calati nella fossa dinanzi agli occhi dei loro genitori. Dov’era andata, quell’esigua compagine mai giunta a pieno sviluppo? Qual era il senso della loro breve esistenza? Erano svaniti del tutto, o avevano avuto un’altra possibilità di accumulare esperienze fino a divenire un giorno com’erano stati Janet o lui stesso? Una cosa era certa: non c’erano giovani, né tra le rupi né sul pianoro, e forse il ricordo stesso di creature simili non era che un miraggio favorito dalla nube.
Il tempo era ormai maturo per passare in rassegna le tappe della propria vita sulla terra. Ripercorse così nella memoria la sua decomposizione: molle era stato il suo lavoro, molli i suoi libri, e le sue relazioni con gli altri lui aveva sempre cercato di renderle molli il più possibile. Gli era accaduto di trovare del buono dappertutto, ciò che è in sé un segno di decadimento. In qualsiasi evenienza era stato sempre condiscendente, arrendevole, comprensivo. Di conseguenza, era stato un vincente. Aveva ragione Adam: quella in cui era nato era l’epoca culturale più adatta a un uomo come lui. Aveva scambiato la sua tendenza all’autocritica per autodisciplina; non aveva fatto altro che ottundere sempre, in sé e negli altri, il filo acuto dell’eroismo. Pure, non gli era possibile concedersi il lusso del rimpianto. Lo sbaglio era stato suo, ma il destino era appannaggio dell’umanità intera: perché ognuno di noi si fa o duro o molle, man mano che invecchia.
“Eccola dunque, la mia vita” pensò Micky. “I miei libri, dimenticati; il mio lavoro, da rifare. Eccola, in sunto, la mia vita intera.” E la sua agonia crebbe, perché in quella sua vita aveva pur avvertito una elusiva felicità sfuggente che, se solo fosse riuscito a distillarla, avrebbe addolcito l’infinito. Era parte della beffa di cui avrebbe dovuto continuare a esser vittima, seguitando eternamente a oscillare tra disgusto e desiderio. Infatti all’Inferno non c’è nulla di definitivo; gli uomini non lasceranno ogni speranza entrandoci, altrimenti sarebbe dato loro di attingere almeno la gloria della disperazione. L’avere scritto un poema sull’Inferno significa confondere la sua stessa essenza; è solo la fantasia umana, assetata di bellezza a ogni costo, a plasmarlo in ghiaccio o in fiamma. Vecchio, ancorché in grado d’invecchiare ancora, Micky giaceva nel paese sabbioso, ricordando che una volta aveva ricordato un altro paese: un paese non fatto di sabbia...
Fu destato dai mormorii degli spiriti attorno a lui. Si avvertiva ora un disagio che non aveva notato prima. «Una colonna di polvere» fece uno di loro. E un altro, contraddicendolo: «No; viene dal fiume».
Al che lui gli domandò: «Quale fiume?».
«Gli spiriti dei dannati ne abitano l’altra sponda; noi non parliamo mai di quel fiume.»
«È ampio, il fiume?»
«Tumultuoso, e molto ampio.»
«E i dannati, riescono mai a guadarlo?»
«Viene loro permesso, anche se non si sa il perché, di guadarlo di quando in quando.»
E in tali risposte coglieva un’intonazione diversa, quasi che i suoi compagni provassero timore, e si sforzassero di dar voce a quel timore. Quando disse: «Se viene loro permesso, ciò vuol dire che non possono farci del male», gli risposero: «Ci fanno sì del male, con la luce e il loro canto». E inoltre: «Ci fanno del male perché ricordano, e cercano ancora di farci ricordare».
«Ma di che cosa dovrebbero farci ricordare?»
«Dell’ora in cui anche noi siamo stati come loro.»
Mentre andava facendo quelle domande, si levò un sussurro dalle piagge più basse. Gli spiriti si lamentavano fievoli l’uno con l’altro. Li sentiva mormorare: «Ecco che arriva; fallo battere in ritirata oltre il fiume, fallo a pezzi, costringilo a esser vecchio». Poi, ecco che vide le tenebre frantumarsi, e una stella di spasimo gli s’infranse nell’anima. Adesso capiva; stava per soffrire un tormento più atroce di ogni altro.
“Ancor prima della scelta, io ero” erano le parole di quel canto. “Ancor prima che durezza e mollezza fossero divise, io ero. Io ero, nei giorni in cui la verità era amore. E io sono ancora.”
Tutto il pianoro ne fu sconvolto. Ma nulla poteva opporsi all’invasore. Mentre conquistava terreno, l’aria si lacerava e rovinavano al suolo le colonne di polvere, e la sua avanzata fu salutata da pianti senili.
“Io fui tutti gli uomini, ma tutti gli uomini mi scordarono. Io trasfigurai il mondo per loro, finché fu il mondo che preferirono. Come fanciulli spauriti vennero a me. Io fui loro maestro, e poi mi disprezzarono. Me solo sogna la fanciullezza, l’esperienza mi scorda via via; ma i magici anni tra loro io reggo, e io sono.”
«Perché tormentarci così?» guaivano le ombre. «Riuscivamo a tollerare il nostro supplizio, perlomeno a tollerarlo, finché non c’era la luce, e poi il canto. Via, oltre il fiume! Questo è il Paradiso, dicevamo noi, quelle tenebre sono Dio; potevamo levar loro inni, prima che qui fossi tu. Il libro delle nostre azioni è chiuso; perché riaprirlo? Eravamo dannati fin dalla nascita; lascia che sia così. Oh, sommo schernitore, lasciaci stare! Abbiamo peccato, lo sappiamo, e questo luogo è morte e Inferno.»
“Viene la morte,” gioiva la voce “e la morte non è un sogno, o un oblio. La morte è reale. Ma anch’io son reale, e io chi voglio lo salvo. Io vedo lo schema delle cose, e in esso non v’è luogo per me, il cervello e il corpo son contro di me. Perciò tale schema io squarcio in due parti, e in mezzo mi pongo, e sotto nomi infiniti io ho straziato l’Inferno. Venite.” Quindi, in tono d’ineffabile soavità: “Venite a me voi tutti, che ricordate. Venite, uscite dalla vostra eternità nella mia. È facile, perché ancora io sono nei vostri occhi, in attesa soltanto di affacciarmi a guardare; ancora nei vostri cuori, in attesa soltanto di farli pulsare. Gli anni durante i quali dimorai con voi son parsi brevi, ma furono magici, e superano il corso del tempo”.
Le ombre rimanevano mute. Non riuscivano a ricordare.
“Chi desidera ricordare? Basta desiderarlo. Forza e bellezza tra gli uomini non han dimora stabile. Il fiore appassisce, i mari li prosciuga il sole, il sole e tutte le stelle appassiscono al pari di un fiore. Ma il desiderio di tutto questo è eterno e durevole, e chi mi desidera è me.”
Fu allora che Micky morì di una seconda morte. E questa volta si dissolse in un’agonia orrenda, arso com’era dal fulgore, trafitto dalla voce. Ma mentre rimoriva disse: «Desidero», e subito l’invasore svanì. Ed ecco che lui se ne stava da solo, ritto in mezzo al pianoro sabbioso. Non era stato altro che un sogno. Ma era all’in piedi, adesso. Com’era successo? Perché non ci aveva pensato prima? Era stato infelice all’Inferno, e tutto quello che avrebbe dovuto fare era soltanto andarsene altrove. Scese giù lungo il pendio, senza dolersi più della nube che l’aveva schernito. Sfiorandolo, i turbini di polvere crollarono, le tenebre infere gli fluttuarono sul capo. Proseguì fino a che non fu giunto sulle sponde del rivo infernale, e lì incespicò – incespicò contro una superficie di legno: non una sostanza impalpabile, ma un pezzo di legno appartenuto un tempo a qualche albero. All’impatto, il legno si mosse e l’acqua prese a gonfiarsi contro di esso. Si era imbarcato. Qualcuno stava remando. Poteva vedere le pale dei remi muoversi verso di lui attraverso le spume, ma il vogatore gli rimaneva invisibile, immerso tra i vapori della nube. E già eran quasi giunti al centro del fiume, e la barca procedeva più lenta, poiché l’onda di marea stava rifluendo, e Micky ben sapeva che, se fosse uscito al largo, si sarebbe perso per l’eternità; una seconda speranza di salvezza non esisteva. Non riusciva a parlare, ma il suo cuore batteva il tempo al remeggio: uun, duè. L’Inferno faceva il suo ultimo sforzo, e tutto ciò che nella creazione era ormai corrotto, tutti i travisamenti dell’amore e della verità che ci ossessionano, veniva trascinato dalla corrente verso l’estuario mentre la barca rimaneva immobile. Tra i flutti ruggenti Micky sentiva l’ansare affannoso, lo scricchiolare dei muscoli. Fu allora che udì una voce dire: «Il senso della cosa... ». E un peso gli cadde di dosso, e la corrente al centro del fiume venne oltrepassata.
Era una sera superba. Senza alcuna avvisaglia, la barca si era lanciata nel sole. Il cielo era sgombro di nubi, la terra oro puro, e i gabbiani cavalcavano avanti e indietro le onde increspate. Sulla sponda che si erano appena lasciati alle spalle, le dune di sabbia si levavano fino a mutarsi in alture maestose. E sulla riva dirimpetto a loro si scorgeva una fattoria, traboccante d’uno splendore infuocato.