altro regno (italian)
I
«Quem, chi; fugis, stai sfuggendo tu; ah demens, oh asino che non sei altro; habitarunt di quoque, anche gli dei abitarono; silvas, le selve. Va’ avanti, ora!»
Va bene che cerco sempre di vivacizzare un po’ gli autori – fa parte del mio metodo – e appunto perciò avevo tradotto demens con “asino che non sei altro”. Però non c’era affatto bisogno che Miss Beaumont prendesse nota della mia traduzione, né c’era bisogno che Ford – lui, che sa anche meglio il fatto suo – si mettesse a farmi l’eco. «Chi stai sfuggendo tu, oh asino che non sei altro, anche gli dei abitarono, le selve.»
«Ssì» assentii, centellinando pedantescamente le parole. «Ssì, silvas: boschi, ambienti boschivi, la campagna in generale. Sì. Demens, naturalmente, è composto da de-mens. “Ah, dissennato giovanotto! Gli dei, dico, perfino gli dei un tempo hanno dimorato nei boschi.”»
«Io però credevo che gli dei dimorassero sempre in cielo» chiosò Mrs Worters, interrompendo la mia lezione per quella che mi pare fosse perlomeno la ventitreesima volta.
«Non sempre» intervenne Miss Beaumont. E, mentre così replicava, non mancò d’inserire tra i suoi appunti “dissennato giovanotto” come glossa di “asino che non sei altro”.
«Ho sempre creduto che vivessero in cielo.»
«Oh, no, Mrs Worters» ripeté la ragazza. «Non sempre.» E, trovato l’appunto che cercava sul suo quaderno, si mise a leggere quanto segue: «Dei. Sedi. Principali divinità – Monte Olimpo. Pan – molti luoghi, come suggerisce il suo nome. Oreadi – monti. Sirene, Tritoni, Nereidi – acqua (marina). Naiadi – acqua (dolce). Satiri, Fauni, ecc. – boschi. Driadi – alberi».
«Bene, cara, hai già appreso parecchie cose, davvero. Ma adesso, sapresti dirmi a che cosa ti serva tutto ciò?»
«Mi ha aiutato...» tentennò Miss Beaumont. Si dedicava allo studio delle lettere classiche con grande applicazione. Avrebbe proprio desiderato riuscire a esprimere l’utilità che ne stava ricavando.
Intervenne Ford a trarla d’impaccio. «Ovvio che l’abbia aiutata. La cultura classica offre una quantità di scappatoie. Sa insegnarti a evitare i problemi.»
Mi augurai ad alta voce che il mio giovane allievo non volesse evitare la mia lezione su Virgilio.
«Ma è così!» esclamò lui. «Supponiamo che quel bruto di un Apollo dall’intonsa chioma voglia impartirti una lezione di musica. Be’, e lì per lì ecco che ti spunta l’alloro dalle dita. Oppure ti rincorre la Natura Universale. Ma tu non ti senti particolarmente attratto dalla Natura Universale, e perciò ecco che ti muti in canna palustre.»
«Che Jack stia impazzendo?» fu il nuovo interrogativo di Mrs Worters.
Ma Miss Beaumont aveva colto le allusioni – le quali, come devo ammettere, erano alquanto sottili. «E Creso?» domandò lei. «In che cosa ci si trasformava per sfuggire a Creso?»
Mi affrettai a rimettere un po’ d’ordine nel suo repertorio mitologico. «Mida, Miss Beaumont, non Creso. Ed è Mida a trasformarti, non tu a trasformarti: Mida ti trasforma in oro.»
«Non c’è modo di evitare Mida» aggiunse Ford.
«Veramente...» prese allora a obiettare Miss Beaumont. Aveva iniziato a studiare il suo latino neanche due settimane prima, ma già si sarebbe sentita in grado di rimbeccare perfino il Regius Professor.
L’altro cominciò a stuzzicarla. «Oh, non c’è scampo a Mida! Quello semplicemente viene, ti tocca, ed ecco che ti mette a profitto all’istante, moltiplicando migliaia di volte in percentuale il tuo valore venale. Diventerebbe d’oro – una splendente signorina tutta d’oro zecchino – se solo la sfiorasse.»
«Io non mi farei nemmeno sfiorare!» fece lei con un gridolino, ricadendo nella solita frivolezza.
«Oh, ma lui la sfiorerebbe, eccome.»
«Non oserebbe!»
«Essì, che oserebbe.»
«Non oserebbe!»
«Essì, invece.»
Raccolto il suo Virgilio, Miss Beaumont lo diede in testa a Ford.
«Evelyn, Evelyn!» l’ammonì Mrs Worters. «Il tuo autocontrollo lascia ora un po’ a desiderare. E trascuri inoltre la mia domanda. A che cosa ti serve il tuo latino?»
«Mr Ford, a che cosa le serve il latino?»
«Mr Inskip, a che cosa ci serve il latino?»
Fu così che dovetti entrare per forza anch’io nella diatriba classica. Il latino ha le sue buone e belle ragioni, e per di più perfettamente valide, solo che è difficile tenerle a mente, e in quell’assolato pomeriggio faceva caldo davvero. Oltretutto, sentivo acutamente il bisogno di una tazza di tè. Ma, quale pedagogo privato, dovevo pur giustificare la mia esistenza. Sicché mi tolsi le lenti e vi alitai sopra prima d’interloquire: «Mio caro Ford, che domanda!».
«D’accordo, per quel che riguarda Jack» disse Mrs Worters. «Jack deve passare l’esame d’ammissione. Ma quanto potrebbe tornare utile a Evelyn? Per niente, mi pare.»
«No, Mrs Worters» insistetti, accennando verso di lei con gli occhiali. «Non posso convenirne per nulla. Miss Beaumont è – in un certo senso – nuova alla nostra civiltà. Vi fa ora il suo ingresso, e il latino è anche per lei materia di esame d’ammissione. Nessuno può comprendere la vita moderna senza possedere alcuna nozione delle sue radici.»
«E perché mai lei dovrebbe poter comprendere la vita moderna?» continuò quella pittima.
«Ebbene, qui la volevo!» ribattei, chiudendo di scatto le stanghette sulle mie lenti.
«Mr Inskip, non mi trovo affatto dove voleva lei. Cortesemente, mi dica a cosa può servire tutto ciò. Anch’io ho i miei trascorsi in merito. Giove, Venere, Giunone e compagnia bella. E anche parecchie di quelle loro storie per niente edificanti.»
«La cultura classica» replicai io, pungente «non è esclusivamente confinata alla mitologia classica. Benché anche questa abbia il suo valore. Sono sogni, se vuole, ma anche i sogni hanno un qualche valore.»
«Anch’io faccio dei sogni,» disse Mrs Worters «ma non sono così sciocca da raccontarli al risveglio.»
Fummo provvidenzialmente interrotti. Alle nostre spalle risuonò una squillante voce virile. «Teneteveli cari, i vostri sogni!» Eravamo stati raggiunti dal nostro anfitrione, Harcourt Worters – figlio di Mrs Worters, fidanzato di Miss Beaumont, tutore di Ford e mio datore di lavoro: è mio dovere menzionarlo come Mr Worters.
«Sì, teniamoci cari i nostri sogni!» ripeté. «Me ne sto l’intera giornata a combattere, a negoziare, a prendere accordi. E finalmente, emergere nella quiete di questa radura, e trovarvi tutti qui intenti a studiare latino, così felici, così spassionati, così arcadici...»
Senza neppur terminare quel che andava dicendo, si lasciò sprofondare nella sedia da giardino accosto a Miss Beaumont e s’impossessò della sua mano. Mentre lo faceva, lei canterellava: «Àsino chè non se’ àltro, gli dèi pur’ àbitan sélve!».
«E questo cosa sarebbe?» domandò Mr Worters, lievemente crucciato.
La giovane accennò verso di me con la mano libera.
«Virgilio...» balbettai io. «Traduzione a senso...»
«Oh, capisco; una traduzione a senso di un passo poetico.» Riprese il sorriso di poco prima. «Forse è proprio a causa del fatto che gli dei vi abitano, se i boschi son così cari. Ho appena comprato il Faggeto d’Altro Regno.»
Alla notizia, si levarono vivaci esclamazioni di esultanza. In effetti, i faggi di quel bosco son tra i più belli di tutto lo Hertfordshire. Era proprio quel bosco ceduo, inoltre, insieme al prato che lo cinge, che fino a oggi aveva interrotto con una sgradevole irregolarità il profilo altrimenti quasi del tutto circolare della tenuta Worters. Perciò ci dicevamo tutti assai compiaciuti che Mr Worters avesse infine concluso l’acquisto dell’Altro Regno. Soltanto Ford era rimasto silenzioso a saggiarsi il capo là dove si era abbattuto il Virgilio, sorridendo lievemente fra sé e sé mentre si carezzava la cuticagna.
«A giudicare da quanto l’ho pagato, direi che ogni albero debba ospitarvi almeno un dio. Ma, in questo caso, il costo era davvero l’ultimo dei miei pensieri.» Volse lo sguardo su Miss Beaumont: «Ti piacciono i faggi, Evelyn, non è vero?».
«Non riesco mai a ricordarmi i nomi degli alberi. Sono fatti così?»
E levò le braccia alte sul capo, accostandole, tanto da assumere l’aspetto di una snella colonnina. Poi prese a oscillare un poco su se stessa, di modo che l’abitino di un verde delicato le si profilò ondulando intorno alle membra, a suggerire un tremolio fitto di fronde.
«Bambina mia cara!» esclamò il suo innamorato.
«No; quella è la betulla argentea» puntualizzò Ford.
«Sì, hai ragione. Così, allora.» E torse all’intorno con gesto rapido le sottanine, facendole schiudere per un istante in un’ampia circonferenza, come la chioma del faggio.
Gettammo un’occhiata alla casa, ma nessuno della servitù stava curiosando. Così scoppiammo a ridere, assicurandola che avrebbe avuto un futuro sulle scene come ballerina di varietà.
«Ah, è proprio lui, il mio albero preferito!» gioì la ragazza, imitando nuovamente il faggio.
«Lo sospettavo» disse Mr Worters. «Sì, lo sospettavo. Il Bosco d’Altro Regno è tuo.»
«Mio...?» In tutta la sua vita, mai aveva ricevuto un regalo del genere. Non riusciva nemmeno a immaginarselo.
«L’acquisto verrà registrato a nome tuo. Sarai tu a firmare l’atto. Ricevi in dono il bosco, con tutto il mio amore. È come un secondo anello di fidanzamento.»
«Ma davvero è... è mio? E posso... posso farci quel che voglio?»
«Sì» rispose sorridendo Mr Worters.
Lei si precipitò verso di lui e lo baciò. Quindi baciò Mrs Worters. E avrebbe baciato anche Ford e me, se non ci fossimo fatti schermo dei nostri gomiti. La gioia della proprietà le dava alla testa.
«È mio! Ci potrò passeggiare, lavorarci, viverci. Un bosco tutto mio! Mio per sempre!»
«Tuo, in ogni caso, per almeno novantanove anni.»
«Novantanove anni?» Mi spiace dover registrare qui la nota di delusione che mi parve di cogliere nella sua voce.
«Bambina mia cara. Ti aspetti dunque di vivere più a lungo di così?»
«Presumo di no» rispose lei, e arrossì un poco. «Non saprei.»
«Novantanove anni sembra alla maggioranza delle persone un arco di tempo sufficientemente ampio. Io stesso ho in concessione la casa, insieme a questo prato sul quale ora ti trovi, per novantanove anni. Eppure li dico miei. E non senza ragione, mi pare. Non è forse così?»
«Oh, ma sì.»
«Novantanove anni è come dire per sempre. Non pare anche a te?»
«Oh, sì. Deve certo essere così.»
Ford ha un suo quadernetto di annotazioni straordinariamente fulminanti. Sulla copertina ha scritto: “Riservato”; e all’interno, a mo’ di frontespizio: “Praticamente un libro”. In quell’istante, lo scorsi vergarvi la nota seguente: “Eternità = praticamente novantanove anni”.
Mr Worters, quasi stesse parlando fra sé e sé, dava ora la stura alle sue riflessioni: «Santi numi, santi numi! Quanto è salito il costo dei terreni! Stupefacente davvero!».
Capivo che avrebbe avuto bisogno di un Boswell, così intervenni con un: «Veramente?».
«Mio buon Inskip! Provi a indovinare a che prezzo avrei potuto acquistare quel bosco dieci anni fa! Eppure lo rifiutai. E vuol provare a dirne lei il motivo?»
Nessuno di noi pareva essere in grado di dirlo.
«Perché la transazione non sarebbe stata corretta.» Una vampa assai gradevole a vedersi gl’imporporò il volto mentre pronunciava quella sussiegosa espressione. «Non corretta. Corretta da un punto di vista legale, sì. Ma non moralmente corretta. Avremmo dovuto insistere con l’allora proprietario. E io mi rifiutai di farlo. Gli altri – gente rispettabile, a modo loro – dissero ch’ero troppo scrupoloso. E io risposi loro: “D’accordo. Forse lo sono. Il mio nome è semplicemente Harcourt Worters – che può non essere un nome particolarmente noto al di fuori della City e delle mie terre; ma è comunque un nome che, dove è noto, mi lusingo di affermare goda di una certa reputazione. E non apporrò il mio nome in calce a quel documento. È tutto. Datemi pure dello scrupoloso, ma io non firmerò. Un puntiglio, il mio? D’accordo, chiamatelo pure un puntiglio”.» E arrossì nuovamente. Ford è convinto che il suo tutore, quando arrossisce, avvampi completamente, talché se vi fosse dato di spogliarlo e di udirlo poi infervorarsi a parlare di qualche nobile argomento, vi apparirebbe simile a un’aragosta bollita. C’è uno schizzo in quel quaderno che raffigura appunto Mr Worters nelle predette condizioni.
«Dunque l’individuo che allora lo possedeva, oggi non ne è più il proprietario?» chiese Miss Beaumont, che aveva seguito il racconto dimostrando un certo interesse.
«Oh, no!» confermò Mr Worters.
«Oh, certo che no» disse soprappensiero Mrs Worters, mentre cercava fra l’erba il ferro da calza appena cadutole. «Ovviamente no. È proprietà della vedova.»
«Tè!» saltò su a dire suo figlio, balzando in piedi. «Lo vedo laggiù, ne voglio una tazza. Su, mamma. Vieni anche tu, Evelyn. Posso assicurarvi che non è cosa da niente un duro giorno nella lotta della vita. Perché in pratica la vita è davvero una lotta. Sotto ogni riguardo e profilo. Fuorché per quei pochi beati che possono passarla a legger libri, scansandone le realtà. Mentre io...»
La sua voce smorì mentre, a braccetto delle due signore, si allontanava sul morbido tappeto prativo fino alla scalea di pietra che metteva in terrazza, dove il domestico stava apparecchiando tavolini e sedie e un treppiede argenteo per il bollitore. Altre signore emersero dall’interno della casa. Ne potemmo appena udire le grida felici d’eccitazione e giubilanti quando pure a loro venne annunciato l’acquisto di Altro Regno.
Ford mi piace. Mostra a un tempo i caratteri dello studioso e – benché per qualche motivo eccepisca in merito all’uso di questa qualifica – del gentleman. Mi divertiva vedere come il suo labbro ora si arricciava esprimendo il lieve cinismo della gioventù. Non è capace di comprendere né la presenza del domestico né il solido sostegno d’argento per il bollitore. Son cose che lo esasperano. Perché ha dei sogni – non proprio dei sogni idealistici: quelli sono per Mr Worters – ma sogni concreti, sogni robusti e sostanziali, capaci non di traghettarlo fino al cielo, ma almeno a un’altra terra. Un’altra terra in cui non si trovano domestici e, almeno a quel che credo, i portabollitori non sono d’argento. E so che lì ogni cosa dev’essere soltanto se stessa, e non praticamente qualcos’altro. Che cosa però tutto questo significhi, e – ammesso pure che ciò abbia effettivamente un significato – quale possa esserne il vantaggio, non sono ancora in grado di affermarlo. Perché, anche se sono stato proprio io a dire che “anche i sogni hanno un qualche valore”, l’ho detto solamente allo scopo di zittire l’anziana Mrs Worters.
«Avanti, giovanotto! Non potremo prendere alcun tè finché non ne saremo venuti a capo.»
Così il mio allievo sistemò la sua sedia in modo da girare la schiena alla terrazza, per poter avere davanti agli occhi i prati e il rivo che li traversa e i faggi di Altro Regno verdeggianti sulla sponda opposta del rivo. Solo allora, con estrema e ammirevole serietà, prese a far l’analisi delle Ecloghe virgiliane.
II
Il ceduo Bosco d’Altro Regno non ha nulla che lo distingua da qualunque altro faggeto, ragion per cui mi risparmio la fatica d’illustrarvelo. E il rivo che ha di fronte, simile pure in questo a tanti altri piccoli rivi, non è attraversato al punto giusto da alcun ponte, e siete perciò obbligati o ad aggirarlo scarpinando per un chilometro buono, oppure a guadarlo. Miss Beaumont suggerì che avremmo potuto attraversarlo a guado.
Mr Worters accolse l’idea con tumultuoso entusiasmo. Anche se, come a poco a poco divenne più chiaro, non aveva in realtà alcuna intenzione di metterla in pratica.
«Meraviglioso! Meraviglioso! Ma certo, a guado fino al tuo regno. Se solo... se solo non avessimo da trasportare tutta la roba per il tè.»
«Potresti però caricarti tutto in spalla.»
«Oh, ma sicuro! Posso farlo di certo. O potrebbe anche farlo qualcuno della servitù.»
«Harcourt, niente servitù. Questo è il mio picnic, nel mio bosco. Sono io a occuparmi di tutto. Non te l’avevo detto: però ho già provveduto anche alle cose da mangiare. Sono stata giù al paese con Mr Ford.»
«Giù al paese...?»
«Proprio così. E vi abbiamo comprato biscotti, arance e mezza libbra di tè. Ecco tutto quel che porteremo con noi. È stato Ford a caricarsi di tutto quanto fin qui, e sarà sempre lui a trasportarlo oltre il ruscello. Ti chiedo solo di prestarmi qualche cosa del servizio da tè... ma non le tazze migliori. Ne avrò cura, in ogni caso, non temere. Tutto qui.»
«Creatura mia dolce...»
«Evelyn,» s’intromise Mrs Worters «a quanto ti han venduto il tè che hai comprato assieme a Jack?»
«Per mezza libbra, l’ho pagato dieci pence.»
Mrs Worters ricevette quella rivelazione nel più cupo silenzio.
«Mamma!» se ne uscì di botto Mr Worters. «Ma certo, quasi quasi mi passava di mente! Come potremmo guadare il ruscello assieme alla mamma?»
«Oh, però, Mrs Worters... potremmo prenderla in braccio.»
«Ma grazie, bimba cara. Sono certa che potresti.»
«Per carità! Per carità, Evelyn! Non lo vedi, mia madre ci sta prendendo in giro. Morirebbe piuttosto che farsi trasportare in braccio da qualcuno. E poi, per carità!, ci sono le mie sorelle, e Mrs Osgood; ha pure il raffreddore, quell’impiastro di donna. No: dovremo per forza fare il giro ampio, fino al ponte.»
«Però, alcuni di noi...» prese allora a dire Ford. Con una sola rapida occhiata, il suo tutore gli troncò le parole in bocca.
Così finimmo per fare il giro: un corteo di otto persone. Ci guidava Miss Beaumont. Era allegra come una pasqua – almeno, così allora mi parve, ma quando in seguito mi capitò di ripensare ai suoi discorsi non riuscii più a trovarvi nulla di buffo. Eran tutti impostati sulla stessa aria: «In fila per uno! Fate come se vi trovaste in chiesa e tacete. Cammini bene, Mr Ford. Harcourt, sul ponte, lascia cadere un pizzico di tè per la Naiade. Ha il mal di testa. Continua ad avere mal di testa da novecento anni a questa parte». Tutto quel che diceva era piuttosto sciocco. Non riesco a capacitarmi del fatto che a quell’epoca avessi trovato tutto ciò tanto di mio gusto.
Mentre ci avvicinavamo al limitare del bosco mi disse: «Mr Inskip, intoni lei: Àsino chè non se’ àltro, gli dèi pur àbitan sélve!, e noi la seguiremo in coro». Al che io mi schiarii la gola e profferii la frase abominevole, sicché poi tutti la cantilenammo alla stregua di un’antifona. C’era davvero in Miss Beaumont qualcosa di affascinante. Non mi sorprendeva il fatto che Harcourt l’avesse prelevata dall’“Irlanda” trapiantandola in casa propria, senza un quattrino, senza appoggi, quasi senza un nome, allo scopo di farne sua moglie. Un bell’ardire, da parte sua; tuttavia ben sapeva da sé di essere un uomo ardito. Lei non gli portava nulla in dote, ma non ne era affatto turbato, avendo a disposizione una sovrabbondanza di beni spirituali e materiali. «A suo tempo,» lo sentii io stesso dire alla madre «a suo tempo Evelyn mi frutterà al mille per cento.» Per intanto c’era davvero in lei qualcosa di affascinante. Se la mia condizione mi avesse consentito di farmi piacere le persone di cui facevo la conoscenza, sarebbe piaciuta moltissimo anche a me.
«Basta cantare!» ci ordinò a un certo punto. Eravamo ormai penetrati nel bosco. «Benvenuti tutti quanti.» E noialtri c’inchinammo. Ford, anzi, che non rideva, s’inchinò fino a sfiorare il suolo. «Sedetevi pure, ora. Mrs Worters, vorrebbe per cortesia sedersi qui... appoggiandosi a quest’albero dal tronco verde? Darebbe risalto al suo bell’abitino.»
«Certamente, cara, lo farò» rispose Mrs Worters.
«Anna, tu là. E Mr Inskip accanto a lei. Poi Ruth e Mrs Osgood. Oh, Harcourt, fammi il favore, spostati un po’ più avanti, così da nascondere la vista della casa. Non voglio vederla per niente, la casa.»
«No, lasciami stare qui!» rise l’innamorato. «Voglio appoggiare anch’io la schiena a un tronco.»
«Miss Beaumont,» chiese Ford «e io dove mi siedo?» Se ne stava lì, ritto sull’attenti, come un soldato.
«Oh, ma guarda quanti Worters!» esclamò lei. «E un solo piccolo Ford fra tutti quanti loro!» Perché aveva raggiunto quello stadio di civiltà che ci rende capaci di apprezzare un gioco di parole.
«Devo starmene in piedi? Gliela nascondo, la casa, se me ne rimango in piedi?»
«Via, siediti, Jack, non fare il bamboccio!» lo rampognò il suo tutore, intromettendosi con gratuita asprezza. «Siediti!»
«Può anche rimanere in piedi, se preferisce» fece la ragazza. «E rialzi solo un poco il cappello all’indietro, Mr Ford. Così, come un’aureola. Ecco, in questa maniera nasconde il fumo dei comignoli. E lei è perfino più carino.»
«Evelyn, Evelyn! Non tormentare il ragazzo, adesso. Lo stai stancando. È anche lui una di quelle tignole da vecchi libri. Non è robusto. Fallo sedere.»
«Non è robusto?» gli chiese lei.
«Certo che sono robusto!» si stizzì il ragazzo. E diceva il vero. Ford, che non avrebbe alcun diritto di dirsi robusto, invece lo è. Non ha mai maneggiato manubri né fatto parte a scuola di una squadra di rugby. Però i muscoli gli si sono sviluppati comunque. Lui pensa che gli siano venuti a forza di esercitarsi su Pindaro.
«Allora lei rimanga pure in piedi, se così preferisce.»
«Evelyn, Evelyn! Che ragazza infantile, egoista che sei! Se il povero Jack si stanca, sarò io a prendere il suo posto. E poi, perché non vuoi vedere la casa? Eh?»
Mrs Worters e le varie Miss Worters si mostravano un po’ a disagio. Notavano che il loro Harcourt non era del tutto soddisfatto della situazione che si era creata. Anche se non stava a loro domandarsene la ragione. Era Evelyn, piuttosto, a dover lenire il suo cruccio, e per questo le lanciavano occhiate.
«Allora, perché ti darebbe fastidio la vista della tua futura casa? Devo ammettere – e non lo dico solo perché l’ho progettata praticamente di persona – che di qui fa una magnifica figura. Li trovo davvero belli, quegli abbaini. Miss! Mi conceda una risposta.»
Io ero dalla parte di Miss Beaumont. Una mansarda fai-da-te è qualcosa di spaventoso, e la magione di Harcourt aveva proprio l’aria di un cottage idropico. Ma la fanciulla, cosa avrebbe replicato?
Non disse una parola.
«Allora?»
Fu come se Harcourt non avesse mai detto niente. Lei continuava a essere allegra, sorridente, carina come al solito, e persisteva a non risponder nulla. Non si rendeva conto che una domanda esige sempre una risposta.
Per noialtri, però, la situazione era divenuta intollerabile. Per parte mia, mi sentivo in obbligo di correre ai ripari, e così feci garbatamente presente che il panorama, secondo mi espressi, mi ricordava un po’ la campagna nei pressi delle rovine di Veio. Non era vero... e non poteva esserlo, dal momento che non sono neppure mai stato nei pressi di Veio. Ma fare allusioni al mondo classico è parte del mio metodo. E, in ogni caso, riuscii nel mio intento di metterci una pezza.
Miss Beaumont tornò subito a essere seria e ragionevole, e volle sapere in quale epoca Veio fosse fiorita. Io fornii le informazioni richieste.
«Mi piacciono le lettere classiche» ci rese noto allora. «Sono così naturali. Scrivon le cose così come sono.»
«S... sì» feci io. «Però le lettere classiche dispongono anche di una ricca tradizione poetica, non solo prosastica. Si tratta di qualcosa di più di una mera registrazione di eventi.»
«Scrivon le cose così come sono» ripeté Miss Beaumont, e sorrideva come se fosse fiera di aver compendiato ogni cosa in una frase tanto sciocca.
Nel frattempo, Harcourt si era ripreso. «Molto calzante» approvò. «Un’opinione che nutro anch’io quando penso all’antichità. Non ci porta mai troppo lontano. Scrive le cose come sono, ed è tutto.»
«Ma tu cosa intenderesti dire con ciò?» gli domandò Evelyn.
«Intendo dire questo... per quanto possa essere presuntuoso da parte mia permettermi di parlarne in presenza di Mr Inskip. Ecco cosa voglio dire. I classici non sono tutto. Abbiamo maturato nei loro confronti un debito enorme, e io sono l’ultimo che vorrebbe sottovalutarlo; li ho studiati anch’io, a scuola. Sono pieni di eleganza e di bellezza. Ma non sono tutto. Eccoli lì, bell’e scritti prima che cominciassimo davvero a sentirli.» Il volto gli si fece cremisi. «Di qui, il gelo dell’arte classica... la sua mancanza di... di qualcosa. Mentre le cose che son venute più tardi... Dante... una Madonna di Raffaello... certi pezzi di Mendelssohn...» La voce gli si spense sulle labbra in un sussurro reverenziale. Noi sedevamo in silenzio, gli occhi rivolti al suolo, timorosi di levarli su Miss Beaumont. È infatti un segreto ormai ampiamente svelato il fatto che anche a lei manchi qualcosa. Perché non ha ancora sviluppato del tutto la sua anima.
Il silenzio fu interrotto da Mrs Worters, la quale – pur non osando ancora alzar la voce a più di un borbottio – dichiarava di svenire dalla fame.
La giovane ospite balzò in piedi. Non avrebbe permesso che l’aiutasse nessuno: era il suo picnic. Scoperchiò la cesta, aprì i sacchetti con i biscotti e le arance, fece bollire l’acqua e servì il tè, che era davvero atroce. Tuttavia seguitammo a ridere e a chiacchierare con la leggerezza che si addice all’aria aperta, e perfino Mrs Worters sputacchiava i moscerini che le finivano in bocca senza smetter di sorridere. Ci sovrastava tutti la muta, cavalleresca sagoma di Ford, che sorbiva la sua tazza di tè con somma attenzione, badando a evitare ogni moto che potesse alterare il suo profilo. E il suo tutore, che è proprio un mattacchione per natura, non cessava intanto d’infastidirlo pizzicandogli polpacci e caviglie.
«Ebbene, come è bello tutto ciò!» esclamò Miss Beaumont. «Sono veramente felice.»
«È il tuo bosco, Evelyn!» sottolinearono le signore presenti.
«Il suo bosco per sempre!» proclamò Mr Worters. «La concessione per novantanove anni non mi pareva soddisfacente. Non fa pensare a una permanenza eterna, in effetti. Così ho riaperto le trattative. Le ho comprato il bosco per sempre... Ma sì, va bene così, cara, va bene così; non è proprio il caso.»
«Ma come fa a non essere il caso?» esultò lei. «È tutto così perfetto! Tutti voi siete così gentili... e un anno fa nemmeno vi conoscevo tutti. Oh, è una cosa meravigliosa... e ora, un bosco... un bosco tutto mio... un bosco per sempre. Tutti voi qui per un tè assieme a me, nel mio bosco! Caro Harcourt – cari amici – e là, proprio dove la vista della casa poteva sciupare tutta la scena, ecco là Mr Ford!»
«Ah ah ah!» rise Mr Worters, e strinse rapido la mano intorno alla caviglia del ragazzo. Cosa fosse successo di preciso non so, comunque Ford rovinò al suolo con un grido acuto. A orecchie estranee, sarebbe potuto parere un grido di rabbia, o forse di pena. Ma noi, che eravamo meglio edotti della situazione, scoppiammo tutti in una fragorosa risata.
«Giù per terra! Giù per terra!» e presero a far la lotta per gioco, spargendo all’intorno terriccio e foglie vizze a furia di scalciare.
«Non rovinatemi il bosco!» protestò Miss Beaumont.
Ford gridò nuovamente, e a quel punto Mr Worters ritirò la mano. «Vittoria!» esclamò. «Evelyn! Ecco la dimora di famiglia!» Ma quella farfallina di Miss Beaumont, volubile come al suo solito, ci aveva già abbandonato, immergendosi nei penetrali del suo bosco.
Riposto nella cesta l’occorrente per il tè, ci dividemmo allora in più gruppi. Ford si unì alle signore. Mr Worters invece, trattenendosi con me, mi onorò ancora un po’ della sua compagnia.
«Allora!» esordì, conforme alla sua sintassi consuetudinaria. «Come va, con i classici?»
«Abbastanza bene.»
«E Miss Beaumont, promette bene in proposito?»
«Potrei dire di sì. In ogni caso, mostra un certo entusiasmo.»
«Non crede che si tratti di un entusiasmo un po’ infantile? Voglio parlarle con assoluta franchezza, Mr Inskip. Miss Beaumont è ancora una bambina, in pratica. Ha tutto da imparare: lo ammette lei stessa. La sua nuova vita è talmente diversa dalla precedente... talmente strana. Le nostre abitudini... i nostri pensieri... deve essere iniziata a tutto un mondo nuovo.»
Capivo bene dove volesse andare a parare ma, siccome non sono uno stupido, gli risposi nei seguenti termini: «E quale iniziazione può compiersi meglio di quella che sanno propiziare i classici?».
«Esattamente, esattamente» disse Mr Worters. Dalle profondità del bosco ci giungeva la voce di lei. Stava contando i faggi. «Il solo dubbio che mi assilla è... tutto questo latino e greco... che cosa potrà farsene? Potrà cavarne qualcosa? Potrà... be’, certo non dovrebbe mai insegnarlo ad altri...»
«Infatti.» Mentre lo dicevo, è possibile che dalla mia espressione trapelasse qualche incertezza.
«Mi chiedo però se, data la sua scarsa conoscenza... e passi pure per l’entusiasmo, glielo riconosco. Tuttavia, non crede che sarebbe più opportuno indirizzare altrove un simile entusiasmo... diciamo, sulla letteratura inglese? Un po’ del solito Tennyson, e neanche tutto, è il massimo che abbia letto. Iersera, in veranda, le leggevo quella splendida scena con Artù e Ginevra. Greco e latino van tutti e due benissimo, sicuro, ma a volte penso che si debba cominciare dall’inizio.»
«Mi par quindi di capire» mi provai a sintetizzare «che secondo lei la cultura classica sarebbe per Miss Beaumont un lusso, tutto sommato.»
«Un lusso. Ecco la parola esatta. Sì, Mr Inskip. Un lusso. Un capriccio. Perfettamente adatto a Jack Ford. Ed eccoci giunti a un secondo punto. Di sicuro, rischierà di ritardare il programma di Jack, no? Certo non potrà aver appreso che i rudimenti di queste materie.»
«Ebbene, sì, i rudimenti appena; e le confesserò che non trovo affatto semplice impartire lezioni a entrambi contemporaneamente. Jack è riuscito fino a oggi a leggere moltissimo, in una maniera o nell’altra, mentre Miss Beaumont, per quanto diligente ed entusiasta sia...»
«È quanto pensavo anch’io. La sistemazione attuale è dunque svantaggiosa per Jack?»
«Be’, devo ammettere che...»
«Immagino, proprio così. Non avrei mai dovuto suggerirglielo. Bisogna darci un taglio. Com’è ovvio, Mr Inskip, la diminuzione dei suoi alunni a lezione non cambierà nulla per lei.»
«Le lezioni cesseranno immediatamente, Mr Worters.»
Tornata sui suoi passi, la giovane ci stava raggiungendo. «Harcourt, sono settantotto alberi. Pensa che fatica contarli tutti, uno per uno.»
Lui abbassò gli occhi su lei, sorridendo. Per l’occasione, preciserò che è un bell’uomo alto, dal mento volitivo e limpidi occhi castani, fronte ampia e chioma senza nemmeno un capello grigio. Poche cose riescono a impressionare favorevolmente l’osservatore come una fotografia di Mr Harcourt Worters.
«Settantotto alberi?»
«Settantotto.»
«Sei contenta?»
«Oh, Harcourt...!»
Iniziai a riporre i vari ammennicoli del tè. Continuavo a essere alla portata di occhi e orecchi di ambedue. Affar loro, se risolsero di rimanere esattamente dov’erano.
«Sto immaginando il ponte» disse lui. «Un ponte di legno all’ingresso e poi, forse, un sentiero asfaltato che attraversi il prato, in modo da poter venire a piedi dalla casa fin qui con ogni tempo, senza doverci bagnare le scarpe. E poi, ci sono i ragazzi... guardale, tutte quelle iniziali incise... pensavo proprio di rizzare una semplice staccionata, per far sì che nessun altro, all’infuori di noi...»
«Harcourt!»
«Soltanto una staccionata,» riprese lui «in tutto simile a quella con cui ho circondato il giardino e i campi. E poi, sul fianco opposto del faggeto, lontano da casa, metterei un cancello, di cui farò fare le chiavi... due, direi: una per te e una per me... non di più; e farei allungare il sentiero asfaltato fino a...»
«Ma, Harcourt...»
«Ma Evelyn!»
«Io... io... io...»
«Tu... tu... tu...?»
«Io... io non voglio un sentiero asfaltato.»
«No? Forse hai ragione. Meglio in terra battuta, sì; o magari di ghiaia.»
«Ma Harcourt... io non voglio affatto sentieri. Io... io... non posso permettermi un sentiero.»
Lui se ne uscì in una sonora risata di trionfo. «Amore mio! Pensi che dovresti mai preoccuparti di cose del genere? Il sentiero è parte del mio regalo.»
«Il regalo che mi hai fatto è il bosco» replicò Miss Beaumont. «Sai... non m’importa del sentiero. Preferirei continuare a venire fin qui come abbiamo fatto oggi. E non voglio un ponte. No... e neanche una recinzione. Non mi preoccupano i ragazzi e le loro iniziali. Sono sempre venuti assieme alle loro ragazze fin qui, nell’Altro Regno, a incidere le loro iniziali sui tronchi. È la Quarta Fase della Dichiarazione, un’usanza che si chiama così. E non voglio che tutto questo abbia fine.»
«Umf!» fece lui, additando un enorme cuore trafitto da una freccia. «Umf! Umf!» Ho il sospetto che volesse prender tempo.
«Incidono i nomi e se ne vanno, poi tornano in occasione della nascita del primogenito e approfondiscono l’incisione. Fanno così per ogni bambino che nasce loro. Ed ecco come te ne accorgi: le iniziali più profondamente incise nel legno sono di sicuro quelle di un padre e di una madre d’una famiglia numerosa, mentre i solchi presto ricoperti dalla corteccia sono le sigle di fidanzatini e fidanzatine che han finito per non sposarsi.»
«Oh ragazza prodigiosa! Ho vissuto qui per tutta la vita e non mi è mai giunta parola di tutto questo. Curiose tradizioni popolari dello Hertfordshire! Devo proprio raccontarlo all’arcidiacono: ne sarà deliziato...»
«E io, Harcourt, voglio che tutto questo continui.»
«Ma, cara ragazza, i paesani troveranno senza dubbio altri alberi! Non c’è nulla di speciale nei faggi di Altro Regno.»
«Tuttavia...»
«Altro Regno sarà per noi due. Tu e io soltanto. Soltanto le nostre iniziali.» La sua voce si abbassò fino a divenire un sussurro.
«Non voglio che venga recintato.» Il viso della giovane donna era rivolto verso di me, e mi resi conto che vi eran dipinti perplessità e sgomento. «Odio le staccionate. E i ponti. E ogni genere di sentiero. È il mio bosco. Ti prego: sei stato tu a donarmi questo bosco.»
«Ma certo!» la rassicurò lui, allo scopo di rabbonirla. Io però capivo bene che doveva essere adirato. «Naturalmente. Ma a-ha!, cara la mia Evelyn, il prato è mio; e ho pieno diritto di far correre uno steccato proprio lì, fra i tuoi possedimenti e i miei!»
«Oh, certo! Chiudimi pure fuori della tua palizzata, se così ti piace! Chiudimi fuori finché ti pare! Ma non chiudermici dentro, mai. Oh, Harcourt, mai dentro. Io devo stare fuori, devo stare dove chiunque può raggiungermi. Anno dopo anno... mentre le piaghe delle iniziali s’incidono più profonde nel legno – l’unica cosa che valga la pena provare – e infine si rimarginano. Ma perlomeno qualcuno ne ha provato il morso.»
«Le nostre iniziali!» mormorò l’altro, che aveva colto al volo l’unica parola a lui comprensibile e forse utile. «Incidiamole ora, le nostre iniziali. Tu e io...un cuore se vuoi, e anche una freccia, tutto quanto. H.W. – E.B.»
«H.W.» ripeté lei «ed E.B.»
Lui mise mano al suo temperino e la trasse con sé, andando in cerca di un tronco illeso. «E.B., Eterna Benedizione. Mia! Mia! Mio approdo sicuro fra le tempeste della vita! Mio tempio di purezza. Oh, quale estasi spirituale... tu non puoi ancora capire, ma vedrai, in seguito capirai! Oh, giardino sigillato. Anno dopo anno insieme, soli, in tutto e per tutto l’uno per l’altra... anno dopo anno, da solo a sola, anima ad anima. E.B., Eterna Beatitudine!»
E tese la mano per incidere le iniziali. Così, mentre lui scalfiva la corteccia, lei parve destarsi da un sogno. «Harcourt!» gli gridò in allarme. «Harcourt! Cos’è quello? Cos’è quella roba rossa che hai sull’indice e sul pollice?»
III
Oh, cielo benedetto! Oh, voi tutti dei e dee immortali! Ecco fatta la frittata. Mr Worters ha letto il fulminante quaderno di Ford.
«Colpa mia?» diceva Ford. «Ho appiccicato un’etichetta con su scritto “Praticamente Riservato”. Come gli è venuto in mente di guardarci dentro?»
Gli parlai senza mezzi termini, come sempre dovrebbe fare un employé. «Mio caro ragazzo, nulla di tutto ciò. L’etichetta si è staccata. Ecco perché Mr Worters ha aperto il quaderno. Non aveva il benché minimo sospetto che fosse materiale riservato. Guarda: l’etichetta non c’è; è venuta via.»
«Strappata via» ribatté cupo Ford, gettando un’occhiata in basso alla sua caviglia.
Feci finta di non aver inteso. «Il punto è questo. Mr Worters si è preso ventiquattr’ore di tempo per riflettere sulla situazione. Se accetti un consiglio da parte mia, ti suggerisco di presentargli le tue scuse prima dello spirare del termine.»
«E se non lo faccio?»
«Sai meglio di me ciò che ti conviene fare o no. Ma non dimenticarti che sei giovane e praticamente non hai alcuna esperienza del mondo, e inoltre che disponi di ben poco di tuo. Per quel che posso dire, il tuo futuro dipende in pratica dalla liberalità di Mr Worters. Hai riso di lui. E lui non gradisce affatto che altri ridano di lui. Mi pare tu veda con chiarezza quale via debba maggiormente convenirti.»
«Quella delle scuse?»
«Schiette e sincere.»
«Se no?»
«Il congedo.»
Si sedette sui gradini di pietra e poggiò il capo sulle ginocchia. Sul tappeto erboso sotto di noi c’era Miss Beaumont, che tirava per le lunghe una partita di croquet. Il suo innamorato si trovava poco lontano, in mezzo al prato, dove sorvegliava i progressi del sentiero asfaltato. Perché dopotutto il sentiero si farà, come anche il ponte, e una staccionata verrà comunque drizzata intorno ad Altro Regno. Col tempo infatti Miss Beaumont era giunta a comprendere quanto fosse irragionevole da parte sua obiettare al progetto. Così una sera in salotto, di sua libera iniziativa, ha concesso al suo Harcourt il permesso di fare quel che desiderava.
«Il bosco sembra ora più vicino» fece Ford.
«Han buttato giù la recinzione interna; è perciò che sembra più vicino. Ma, caro ragazzo... devi prendere delle decisioni circa il tuo immediato avvenire.»
«Ne ha letto molto?»
«Ovviamente, non l’avrà che aperto. Da quel che tu stesso mi hai mostrato, gli sarà bastata un’occhiata.»
«Ha visto le pagine delle poesie?»
«Poesie?»
«Ha parlato di poesie?»
«No. Erano poesie su di lui?»
«Non su di lui, no.»
«Allora non ha importanza, se pur le ha lette.»
«Talora è lusinghiero anche soltanto l’essere menzionati» ribatté Ford, levando gli occhi su di me. L’osservazione non era priva di un suo gusto pungente, il medesimo gusto che si attarda sotto il palato dopo aver sorseggiato un vino superbo. Non aveva il sapore di un’osservazione puerile. Mi spiaceva che il mio alunno fosse prossimo a far naufragare il suo futuro; per questo gli ripetei che sarebbe stato meglio per lui presentare le sue scuse.
«Non voglio parlare di legittimità o no della richiesta di scuse avanzata da Mr Worters. Si tratta di un aspetto della questione di cui non voglio minimamente intrigarmi. Il punto è un altro: se non gli presenterai le tue scuse, tu... dove te ne andrai?»
«A Peckham, da una mia zia.»
Gli indicai l’ameno, piacevole scenario che si apriva ai nostri occhi, popolato di vacche e cavalli da tiro alla pastura, e di villici gentili. E nel cuore di tutto questo microcosmo, alla stregua di un sole terragno, ecco là Mr Worters, raggiante di energia e di benessere. «Caro Ford... non voler fare l’eroe! Chiedigli scusa!»
Inavvertitamente, avevo alzato un poco il tono, e da là sotto sul tappeto erboso Miss Beaumont mi udì.
«Chiedere scusa?» gridò al nostro indirizzo. «Di che si tratta?» E, siccome non prestava più interesse al gioco, risalì la scalea per unirsi a noi, trascinando dietro di sé la mazza da croquet. Il suo incedere era piuttosto indolente. Si stava rilassando un poco, finalmente.
«Entriamo in casa!» mormorai. «Dovremo pur uscire fuori da questa situazione, una buona volta.»
«Neanche per idea!» esclamò Ford.
«Che succede?» domandò la giovane, fermatasi accanto a lui sul gradino.
Il ragazzo deglutì a vuoto mentre levava lo sguardo su di lei. D’un tratto, capii. Compresi all’istante natura e soggetto di quelle sue poesie. E allora non fui più tanto sicuro che presentare le sue scuse fosse la cosa migliore da fare. Prima lo mandavano a quel paese, meglio era per lui.
Nonostante le mie rimostranze, il giovane le raccontò del quaderno, e lei la prima cosa che disse fu: «Oh, me lo lasci sfogliare!». Sì, era completamente priva di “senso della convenienza”, in qualunque frangente. E aggiunse ancora: «Ma perché queste espressioni così tristi?».
«Attendiamo che Mr Worters prenda la sua decisione» mi provai a spiegarle.
«Mr Inskip! Ma che stupidaggini! Non penserà mica che Harcourt se la sia presa?»
«Naturale che se l’è presa, e ne aveva ben donde.»
«E perché mai?»
«Ford ha riso di lui.»
«Ma che vuol dire!» E, per la prima volta, c’era collera nella sua voce. «Intende forse dire che sarebbe capace di castigare qualcuno solo perché avrebbe riso di lui? Ma via, per cosa... per quale altra ragione ci troviamo qui, tutti quanti? Ridiamo sempre tutti l’uno dell’altro! Io passo le mie giornate a sorridere degli altri. Di Mr Ford. Di lei. E anche Harcourt fa certamente lo stesso. Oh, lo avete giudicato male. Non vorrebbe... non potrebbe mai prendersela con gli altri soltanto perché ridono.»
«Non ho riso per buonumore, io» chiarì Ford. «Potrebbe tranquillamente rifiutarsi di perdonarmi.»
«Che sciocco ragazzo che è» lo canzonò lei. «Non conosce affatto Harcourt, Mr Ford. È così generoso, in tutti i sensi. Via, andrebbe in bestia, come farei del resto io stessa al posto suo, se lei si scusasse. Non è vero, Mr Inskip?»
«Credo piuttosto che lui abbia ogni diritto a delle scuse.»
«Diritto? Che cosa vuol dire “diritto”? Lei adopera troppe parole nuove per le mie orecchie. “Diritti”, “scuse”, “società”, “posizione”... io non vi seguo affatto. Cosa stiamo a fare qui, comecchessia?»
Nel suo discorso giocava un intreccio di luci e ombre vibranti: frivola l’attimo prima, s’interrogava subito dopo sul perché l’Umanità fosse al mondo. Io tuttavia, che non avevo sostenuto il Tripode in Filosofia Morale, non mi sentivo in grado di risponderle.
«So solo una cosa, per quel che mi riguarda... ed è che Harcourt non è stupido come voi due. Lui si fa un baffo delle convenzioni. A lui non importa un bel niente di “diritti” e di “scuse”. Lui sa bene che ridere fa sempre buon sangue, e che altre cose buone sono i soldi e l’anima e via dicendo.»
L’anima e via dicendo! Incredibile che Harcourt, laggiù in mezzo ai prati, non crollasse all’istante folgorato da un colpo apoplettico.
«Per carità, che vita miserevole sarebbe, la vostra,» continuava lei «se tutti quanti continuaste soltanto a offendervi e a scusarvi a vicenda! Quaranta milioni di persone in Inghilterra, e tutti permalosi! Come si potrebbe mai ridere, se davvero le cose stessero così? Immaginatevi un po’!» E scoppiò in una risata. «Guardate Harcourt, piuttosto. Lui è più saggio di voi. Non è così gretto. Mr Ford! Non è affatto così gretto come lei pensa. Via!, e che fa ora, con quegli occhi?»
Il ragazzo tornò a chinare il capo sulle ginocchia, e quegli occhi finirono così per celarsi a entrambi. In tono imperturbato, la giovane m’informò che le sembrava si fosse messo a piangere. Quindi, schernendolo, prese a dargli dei buffetti su capelli con la mazza da croquet. «Frignone! Piagnone! Che piagnucola per un nonnulla!» E corse ridendo giù per la scalea. «Va bene» ci gridò poi dal basso, giunta sul prato. «Dica al piagnone di smetterla. Parlerò io con Harcourt!»
La seguimmo con lo sguardo, in silenzio. Non è che Ford si fosse proprio messo a piangere. Gli occhi gli si erano soltanto inumiditi, e ardevano d’ira. Dette la stura a tutte le imprecazioni che conosceva, poi si alzò di scatto e rientrò in casa. Come posso immaginare, l’assistere alla disillusione di lei doveva essergli riuscito insopportabile. Invece io non ero così sensibile, e fu perciò con estremo interesse che me ne rimasi lì, risoluto a godermi lo spettacolo dell’abboccamento tra Miss Beaumont e il suo sire.
Camminava disinvolta attraverso il prato, rispondendo con un inchino lieve agli operai che le si scappellavano dinanzi mentre passava fra loro. Quel languore di poco prima era del tutto scomparso, e con esso ogni impressione di “contegno”. Era tornata a essere la stessa creatura primitiva e spontanea che Harcourt aveva tirato fuori d’Irlanda, straordinariamente bella e bizzarra, e – se avete qualche propensione per il pathos – patetica al massimo grado.
Assistetti al loro incontro. Presto la scorsi mentre lo prendeva sottobraccio. Lui a gesti le illustrava come si doveva costruire un ponte. Due volte lo interruppe: e lui le dovette spiegare tutto daccapo. Finalmente toccò a lei di parlare, e quel che seguì fu assai più divertente di qualsiasi farsa. Dapprima quelle due figurette si allontanarono l’una dall’altra, poi si riavvicinarono, per tornare subito dopo ad allontanarsi, lei gesticolante, lui più sussiegoso e tranquillo. Lei arringava, dibatteva e – ammesso che la satira riesca a rendersi evidente a mezzo chilometro di distanza – tentava di satireggiare. A un certo punto, per dare maggior rilievo a un qualche suo fanciullesco argomento, fece due passi indietro. E splash!, eccola annaspare nel ruscello.
Così giungemmo al dénouement del dramma. Harcourt si gettò a soccorrerla, mentre in agitazione il coro dei lavoranti si raccoglieva dattorno sulla scena. Era inzuppata fino alle ginocchia, infangata fin sopra le caviglie. In questo stato presero a condurla verso il mio palco di spettatore, e a un dato punto fui perfino in grado di cogliere alcune battute. «Influenza – solo un tuffetto – un vestito è niente, se si pensa alla salute – per favore, amore mio, non preoccuparti – già, dev’esser stato un bello spavento – a letto! a letto! Insisto per il letto! Promesso? Brava. Allora, salire le scale e subito a letto.»
Si separarono sulla radura e lei, ubbidendo, salì. Il volto le raggiava ancora di spavento e sconcerto.
«Si è ben inzaccherata, Miss Beaumont!»
«Inzaccherata? Oh, sì. Però, Mr Inskip... non capisco: non sono stata capace.»
Espressi il mio stupore.
«Mr Ford dovrà andarsene... all’istante. Non sono stata capace.»
«Mi rincresce.»
«Non sono stata capace di convincere Harcourt. È ancora offeso. Non vuole riderci su. Non mi lascia fare quel che desidero. Tutto ha avuto inizio col latino e il greco; io volevo sapere degli dei e degli eroi e lui non ha voluto; poi io non volevo la recinzione attorno ad Altro Regno né il ponte né il sentiero... e invece, guardi! Ora gli chiedo che Mr Ford, che non ha fatto nulla, non venga punito... e invece, ecco che se ne deve andar via per sempre.»
«La petulanza non è “nulla”, Miss Beaumont.» Perché è mio dovere stare dalla parte di Harcourt.
«E invece sì, la petulanza non è nulla!» strillò lei. «Non è che una finzione, come “diritti” e “posizione” e “pretese”. È parte del grande sogno.»
«Quale “grande sogno”?» le chiesi, trattenendomi dal sorridere.
«Dica a Mr Ford... ecco là Harcourt che arriva; devo andarmene a letto. Dica a Mr Ford che ha tutto il mio affetto e che “indovini”. Non lo rivedrò mai più e questo non avrò la forza di sopportarlo. Gli dica d’indovinare. Mi dispiace di averlo chiamato piagnone. Non piangeva come un bimbo; piangeva come un adulto, e adesso anch’io sono diventata adulta.»
Ritenni opportuno riferire la conversazione precedente al mio datore di lavoro.
IV
Il ponte è stato ultimato, la recinzione eretta e Altro Regno è ora legato da una sottile cinghia d’asfalto alla nostra porta d’ingresso. Certo i suoi settantotto alberi ci paiono ora più vicini; anzi, durante le notti turbolente seguite alla partenza di Ford, potevamo addirittura sentirne le fronde sospirare, scoprendo la mattina dopo foglie di faggio sospinte dal vento fin sulle soglie di casa. Miss Beaumont ormai non si avventurava all’aperto, con gran sollievo delle signore, poiché Harcourt aveva dato ordine che non le si permettesse di uscire se non accompagnata, e loro avevano in uggia quel tempaccio dispettoso e arruffasottane. È rimasta chiusa in casa, senza leggere né ridere, e vestita non più di verde, ma di marrone.
Senza avvedersi della presenza di lei, un bel giorno Mr Worters, sportosi all’uscio, annunciò con un sospiro di sollievo: «Ottimamente. Abbiamo recintato tutto».
«Davvero!» esclamò lei.
«Ah, sei qui, topolino mio placido? Volevo solo dire che i signori nostri, gli operai britannici, si sono alfine graziosamente degnati di completare l’opera loro, rinchiudendoci in un cerchio magico che ci isola dal mondo. Io... ho finito per dimostrarmi un crudele, tirannico despota, e ti ho disubbidito. Lungo il confine esterno del faggeto, non ho fatto mettere nessun cancello. Mi perdoni?»
«Harcourt, qualsiasi cosa ti risulti grata, anche a me non può che riuscir grata.»
Le signore presenti si scambiarono sorrisi, e Mr Worters riprese: «Bene, e non appena il vento sarà calato, andremo nel tuo bosco tutti insieme per prenderne possesso ufficialmente. La volta scorsa non fa conto, tutto sommato».
«Hai ragione, l’altra volta non fa conto, tutto sommato» gli fece eco Miss Beaumont.
«Evelyn dice che il vento non calerà» osservò Mrs Worters. «Non capisco come fa a dirlo.»
«Finché me ne starò chiusa qui in casa, il vento non calerà.»
«Ma veramente?» interloquì lui, tutto giulivo. «Allora esci fuori, che andiamo a sedarlo all’istante.»
Si misero a passeggiare un poco per la terrazza, avanti e indietro. Il vento si placò per qualche momento, ma riprese a soffiare più violento che mai nel corso del pranzo. Mentre eravamo a tavola, lo sentivamo mugghiare e fischiare giù per la cappa del camino alle nostre spalle, mentre le chiome degli alberi di Altro Regno andavano scompigliandosi in una verde mareggiata. Foglie e fronde spezzate turbinarono fino alla casa, e a un certo punto un ramoscello, anzi un ramo di qualche consistenza, spazzato via dal liscio sentiero asfaltato venne sospinto al di là del ponticello e oltre il prato, fino a raggiungere il nostro tappeto erboso (mi permetto di dirlo “nostro” dal momento che mi trovo tuttora qui in veste di segretario di Harcourt). Solo l’ostacolo della gradinata di pietra gli impedì di arrivare fino alla terrazza, dove avrebbe rischiato addirittura d’infrangere il finestrone della sala da pranzo. Miss Beaumont balzò in piedi di scatto e, il tovagliolo ancora in mano, corse fuori e lo toccò.
«Oh, Evelyn...» esclamarono le signore.
«Lasciatela che vada pure» disse Mr Worters, con fare tollerante. «È certamente un incidente curioso, davvero curioso. Dobbiamo ricordarci di raccontarlo all’arcidiacono.»
«Harcourt,» esclamò lei, le gote che proprio allora le si soffondevano appena di reduce rossore «non potremmo recarci nel bosco subito dopo pranzo, io e te?»
Mr Worters rifletté.
«Se non hai niente in contrario, naturalmente.»
«Inskip, che cosa ne penserebbe?»
Mi resi conto che lui lo desiderava ed esclamai: «Oh, ma sicuro, andiamo!» benché nessuno detesti il vento più di me.
«Ottimo. Mamma, Ruth, Anna, Mrs Osgood... ci andremo tutti insieme.»
E così ci avviammo, in lugubre corteo. Tuttavia gli dei si dimostrarono clementi con noi, almeno per l’occasione, perché appena incamminatici ecco che quel turbine cessò, seguito da una quiete straordinaria. In effetti, Miss Beaumont dimostrava di avere il carisma di una profetessa in fatto di clima. Man mano che si procedeva, il suo spirito si rianimava. Ci saltellava dinanzi sul sentiero asfaltato, volgendosi ogni tanto verso noialtri per lanciare all’indirizzo dell’innamorato qualche motto grazioso o una esortazione scherzosa. Per questo l’ammirai. Non posso fare a meno di ammirare le persone che sanno da che parte sia imburrata la loro fetta di pane.
«Evelyn, vieni qui!»
«Vieni tu!»
«Dammi un bacio.»
«Vieni a prendertelo, se vuoi.»
Lui le correva dietro, lei gli sfuggiva, tra le soavi risate dell’intera nostra comitiva.
«Oh, come sono felice!» esclamava esultante. «Penso proprio di avere tutto ciò che voglio a questo mondo. Oh caro, questi ultimi giorni passati sempre al chiuso! E adesso, come sono felice!» Aveva dismesso l’abito marrone per indossare nuovamente quel suo sciolto vestitino verde e lì, proprio in mezzo al prato illuminato da subiti sfolgorii di sole, ricominciò a prodursi nella sua danza antica, facendo increspare le falde della gonna. Era veramente uno spettacolo bellissimo, e Mr Worters non osò richiamarla, forse contento di vederla riacquistare il suo spirito d’un tempo, benché a scapito del contegno. Senza quasi muover le piante dei piedi, ondulava con tutto il corpo lasciando che i lembi delle vesti le sbocciassero attorno in superba corolla, sicché noi tutti la guardavamo come rapiti dalla gioia. Danzava al canto appassionato di un uccello d’Altro Regno, e il rivo stesso (si sarebbe detto) tratteneva i flutti per meglio ammirarla, e i venti ammaliati se ne stavano quieti nel loro antro, e ammaliate anche le nubi maestose ristavano in cielo. E lei, a passo di danza, sfuggiva alla nostra società, alla nostra vita, indietro, sempre più indietro, varcando i secoli fino a che case e recinti non crollavano, e la terra non ritornava a schiudersi selvaggia al sole. Vestita come di fogliame, le membra come tronco vigoroso, la gola come tenero ramo che prima d’ogni altro si leva a salutare il sole, a irrorarsi di pioggia. Ondeggiano le fronde, ondeggiano celandolo, così come le chiome ondulando le celavan la gola alla vista. Ed ecco che le fronde ondeggiano ancora, restituendoci il ramo, e lo stesso accadde alla sua gola quando lei, affiorando di tra le chiome scarmigliate, ci fronteggiò esclamando «Oh!», e ancora esclamò: «Oh, Harcourt! Non sono mai stata così felice. Ho tutto ciò che può desiderarsi al mondo».
Lui però, avvinto dall’estasi d’amore, immemore di certe Madonne di Raffaello, immemore anzi, a quanto credo, perfino dell’anima sua, corse d’istinto verso di lei per stringerla fra le braccia. «Evelyn! Eterna Benedizione! Mia per l’eternità! Mia!» E lei d’un balzo lo sfuggì. Poi un’aria nuova si levò, e al suono di quella lei cantò: «Ford!, oh Ford, è grazie a te che giungo nel mio Regno, passando oltre tutti questi Worters. Oh Ford, amore mio per l’intera mia vita di donna, non ti scorderò mai, mai, finché avrò fronde che ti riparino dal sole». E così cantando, fu sull’altra sponda del rivo.
Perché poi lui si lanciasse con tanta foga al suo inseguimento, non riesco a capirlo. Non era che un gioco, e lei si trovava pur sempre entro i possedimenti dell’uomo, ormai cinti dalla staccionata, e non aveva alcuna possibilità di sfuggirgli. Eppure lui le si precipitò dietro sul ponte, quasi che il loro stesso amore fosse a rischio, e si accanì a inseguirla su per il dosso. Lei correva spedita, ma la conclusione di quell’inseguimento era scontata. L’unica cosa che ci chiedevamo era se sarebbe riuscito a raggiungerla ai margini del bosco o sotto le sue fronde. E lui guadagnava terreno dietro di lei, un centimetro dopo l’altro; ormai erano già all’ombra degli alberi; ed ecco che lui era quasi giunto a ghermirla, ma no, l’aveva mancata ancora; e già si era dileguata nel fitto del bosco, con lui sempre alle calcagna.
«Che entusiasmo, Harcourt» commentarono Mrs Osgood, e con lei Anna e Ruth.
«Evelyn!» gridava la sua voce dal folto.
Noialtri avanzammo lungo il sentiero asfaltato.
«Evelyn, Evelyn!»
«Non è ancora riuscito a prenderla, a quel che sembra.»
«Dove sei, Evelyn?»
«Miss Beaumont dev’essersi nascosta proprio bene.»
«Voi, laggiù!» gridò Harcourt, riemergendo. «L’avete vista, Evelyn?»
«Oh, no, dev’essere per forza ancora dentro il bosco.»
«È quel che pensavo.»
«Evelyn si starà riparando dietro uno dei tronchi più larghi e vi gira attorno per non farsi scorgere. Lei vada di là, io prendo di qua. Vedrà che in breve riusciremo a scovarla.»
Così cominciammo a cercarla metodicamente, baldanzosi sulle prime, e sempre convinti che Miss Beaumont fosse lì vicina, che un tronco ce ne stesse celando le membra delicate, che le chiome e le vesti ondeggianti si confondessero col verde del fogliame circostante. Ci era accanto, o ci sovrastava; ecco qui l’impronta del suo piede stampata nel terriccio brunopurpureo... il petto suo, il collo... era dovunque e in nessun luogo. La gaiezza si mutò in noi in irritazione, l’irritazione in collera e in angoscia. Avevamo perduto Miss Beaumont, all’apparenza. «Evelyn! Evelyn!» continuavamo a chiamare. «Insomma, ora basta scherzare.»
Allora si levò nuovamente il vento, con un impeto che ci parve anche più violento dopo la calma di poc’anzi, e un terribile temporale ci spinse a rifugiarci in casa. Cercammo di confortarci tra noi dicendoci: «Adesso tornerà». Ma non tornava, e la pioggia sibilava e faceva salire vapori come d’incenso dai prati disseccati, e scuoteva le foglie tremule costringendole all’applauso. Poi lampeggiò. E, tra gli strilli delle signore, ci parve che Altro Regno battesse le mani, e che ruggisse ridendo nel tuono. Nemmeno l’arcidiacono ricordava di aver mai assistito a un temporale del genere. I polloni del vivaio di Harcourt vennero rovinati tutti, dal primo all’ultimo, e le tegole furono spazzate via a destra e a manca dai suoi abbaini. Mi si presentò dinanzi di persona, il volto pallido e tirato. «Inskip, posso fidarmi di lei?»
«Assolutamente.»
«Lo sospettavo da un pezzo; è fuggita con Ford.»
«Ma come...» ansimai.
«Il calesse è pronto... parleremo cammin facendo.» Una volta fuori mi gridò, al di sopra dello stamburare della pioggia: «Niente cancello nella recinzione, è vero, ma una scala? E mentre io mi arrabatto sulle sue peste, eccola già oltre la cinta, e lui...».
«Ma se eravate vicinissimi. Non ne avrebbe avuto il tempo.»
«Trova tempo per qualunque cosa,» fece lui, velenoso «una donna intenzionata a tradire. Quando m’imbattei in lei, era poco meno di una selvaggia; l’ho cresciuta, l’ho dirozzata. Ma li spezzerò, tutti e due. So di poterlo fare. Li spezzerò, anima e corpo.»
Nessuno può più spezzare Ford, ormai. Un’impresa impossibile. Però tremai per Miss Beaumont.
Perdemmo il treno. Giovani coppie l’avevano preso, varie coppie di giovani; e a Londra ci dissero di altre giovani coppie, come se il mondo intero si stesse prendendo gioco dell’abbandono di Harcourt. Senza speranza, andammo in cerca dello squallido sobborgo in cui oggi Ford ha trovato dimora. Scostando la sciatta servetta e la zia sgomenta, ci precipitammo al piano di sopra per coglierlo, se possibile, in flagranza di reato. Seduto al suo tavolo, stava leggendo l’Edipo a Colono di Sofocle.
«Non funziona, con me!» gli gridò in faccia Harcourt. «Qui con te c’è Miss Beaumont, lo so!»
«Non ho tanta fortuna» fu la replica di Ford.
L’altro prese allora a tartagliare rabbioso. «Inskip, lo sente? “Non ho tanta fortuna”! Gli dica della testimonianza del tradimento. Io non riesco più a parlare.»
Fu così che gli citai le parole cantate da Evelyn. «“Ford, oh Ford, è grazie a te che giungo nel mio Regno, passando oltre tutti questi Worters. Oh Ford, amore mio per l’intera mia vita di donna, non ti scorderò mai, mai, finché avrò fronde che ti riparino dal sole”. Pochi istanti dopo, la perdemmo.»
«E... e in un’altra occasione gli ha indirizzato un messaggio con un fine analogo. Sia testimone, Inskip. Lui doveva “indovinare” qualcosa.»
«L’ho indovinato» disse Ford.
«Così, tu praticamente...»
«No, Mr Worters, non mi fraintenda. Io non ho indovinato praticamente. Ho indovinato e basta. Potrei anche dirle cosa, se lo volessi, ma ormai è inutile, perché lei non è mai praticamente fuggita da casa sua. È definitivamente fuggita, ora e per sempre, finché vi saran fronde che riparino gli uomini dal sole.»