addio a colono (italian)
I
Per un motivo non facilmente comprensibile, superando tutti quanti gli altri Mr Lucas era corso di botto in testa alla comitiva. Può darsi che stesse giungendo alle soglie dell’età in cui l’indipendenza acquista qualche valore, poiché è destino perderla tanto presto. Stufo di contegno e di rispetto, si era scapricciato a sfuggire i suoi meno attempati compagni galoppando in solitudine, fino a smontar di sella senza aiuti di sorta. Può darsi però che avesse anche voluto gustarsi un piacere più sottile, quale quello di rimanersene ad attenderli per il pranzo, in modo da rassicurarli poi al loro arrivo che non si era affatto annoiato.
Fatto si è che aveva preso con fanciullesca impazienza a tallonate i fianchi della sua cavalcatura, esortando inoltre il mulattiere a batterla con un robusto randello e a pungolarla con uno più aguzzo, per lanciarsi così giù per il declivio sobbalzando fra cespi di arbusti fioriti e striature di anemoni e di asfodeli, fino a che non aveva udito un’eco di acque correnti ed era giunto in vista del boschetto di platani dove avrebbero fatto sosta per rifocillarsi.
Erano alberi che avrebbero fatto spicco anche in Inghilterra, tanto erano imponenti, e folti di fronde, e sontuosamente drappeggiati di tremula verzura. E lì in Grecia erano veramente uno spettacolo unico, la sola fresca oasi in mezzo a tutto l’aspro fulgore di quello scenario già strinato dal sole di un aprile troppo cocente. Annidato nel folto era un minuscolo khan, o locanda: un edificio di fango ben misero, dalla lunga veranda di legno su cui una vecchia sedeva a filare mentre al suo fianco un maialino bruno grufolava tra bucce d’arancia. Sotto di essa stavano accovacciati sul pavimento motoso due bimbi, intenti a giocare con le dita a un qualche arcaico passatempo, mentre all’interno la madre loro, neppur lei tanto curata, seguitava a pasticciare con del riso. Come avrebbe detto Mrs Forman, tutto ciò era assai greco davvero, e lo schifiltoso Mr Lucas si sentì sollevato al pensiero che avessero portato con sé le proprie cibarie, e che avrebbero mangiato all’aria aperta.
Ciononostante, era comunque lieto di trovarsi lì – grato al mulattiere che gli aveva agevolato la fuga – e lieto che Mrs Forman non gli fosse accanto per prevenirlo con i suoi commenti; anzi, lieto perfino di non esser costretto a rivedere Ethel prima di una mezz’ora almeno. Ethel era la sua ultimogenita, tuttora nubile. Era altruista e affettuosa, e nel complesso si capiva che avrebbe finito per dedicare la vita intera a suo padre, divenendo il bastone della sua vecchiaia. Mrs Forman si riferiva sempre a lei come ad Antigone, e Mr Lucas cercava di adattarsi al ruolo di Edipo, l’unico, a quanto pareva, che la pubblica opinione fosse disposta a riconoscergli.
In realtà, questo soltanto aveva in comune con Edipo: stava invecchiando. Era ormai evidente anche ai suoi occhi. Aveva perso interesse nelle faccende degli altri, e raramente prestava attenzione alla gente che gliene parlava. Amava discorrere tra sé e sé, quantunque sovente dimenticasse quello che stava per dire; e, quand’anche riusciva a rammentarsene, raramente gli pareva che ne fosse valsa la pena. Le sue frasi e i suoi gesti avevano acquisito un carattere rigido e formale; i suoi aneddoti, un tempo tanto sapidi, eran divenuti sciocchi; il suo silenzio era ormai privo di senso come la sua conversazione. Eppure aveva condotto una vita sana e attiva, aveva lavorato senza risparmiarsi, fatto soldi, educato i suoi figli. Non c’era nulla e nessuno che potesse essere ritenuto responsabile di quella situazione: stava semplicemente invecchiando.
E adesso, eccolo lì in Grecia, risoluto a realizzare finalmente uno dei sogni della sua vita. Aveva cominciato ad ardere quarant’anni addietro per la febbre dell’ellenismo, e per tutta la vita aveva nutrito il convincimento che, se solo avesse potuto visitare quella terra, non gli sarebbe parso di aver vissuto invano. Aveva però trovato Atene polverosa, umida Delfo, insulse le Termopili, e aveva accolto tra cinismo e sbalordimento le estatiche espressioni di entusiasmo dei suoi compagni. La Grecia era come l’Inghilterra: un uomo sul viale del tramonto, e che quell’uomo contemplasse il Tamigi o l’Eurota non faceva alcuna differenza. Contraddire questa logica nata dall’esperienza era stata la sua ultima speranza, e ora veniva delusa anch’essa.
Ma la Grecia gli aveva pur reso qualche servigio, sebbene lui non ne fosse consapevole. Lo aveva amareggiato con lo scontento, e lo scontento è comunque il primo sintomo di una reazione vitale. Era cosciente di non esser stato vittima di continue sfortune. C’era qualcosa di più grande che non andava, perché nessun trascurabile o casuale avversario gli aveva mai intralciato il cammino. Durante il mese passato, si era sentito invadere da una strana brama: avrebbe voluto morire combattendo.
“La Grecia è terra da giovani,” disse tra sé, sostando al rezzo dei platani “eppure vi penetrerò anch’io, la prenderò d’impeto. Le fronde verdeggeranno ancora, ottima sarà ancora l’acqua, il cielo s’inazzurrerà nuovamente. Era così quarant’anni fa, ma riuscirò a riconquistare quei giorni lontani. Invecchiare mi angustia, non posso più far finta di nulla.”
Avanzò di un paio di passi, e subito fu la fredda carezza delle acque che gli gorgogliavano intorno alla caviglia.
“Da dove viene quest’acqua?” si chiese. “Non mi capacito nemmeno di questo.” Ricordò che le falde del colle erano del tutto aride; eppure lì la strada si ricopriva d’un tratto di rivoli d’acqua corrente.
Ristette ancora, stupefatto, dicendosi: “Acqua che sgorga da un albero... un albero cavo? Una cosa davvero mai vista prima; anzi, non l’avrei mai nemmeno immaginata possibile”.
E, in effetti, l’enorme platano che s’inclinava a ombreggiare il khan era cavo – ne avevano scavato internamente il legno del tronco, bruciandolo con cautela per approvvigionarsi di carbonella – e dal fusto tuttora vegetante fiottava copioso un rivolo di acqua sorgiva che aveva finito per rivestire la corteccia di falaschi e di muschio, continuando poi il suo corso lungo la mulattiera fino ad abbeverare i fertili prati più oltre. La semplice gente di campagna aveva offerto alla bellezza e al mistero il tributo di cui era capace, poiché nella scorza dell’albero era stata intagliata una edicoletta, con tanto di lume e di una piccola icona della Vergine, erede della dimora condivisa da Naiade e Driade.
“Mai prima d’ora mi è capitato di assistere a uno spettacolo del genere” seguitava a sbalordirsi Mr Lucas. “Forse potrei anche infilarmi all’interno del tronco, per vedere donde sgorghi quest’acqua.”
Esitò per un attimo all’idea di violare la sacralità del luogo. Quindi, sorridendo, si risovvenne di ciò che gli era occorso di pensare appena un attimo prima – “vi penetrerò anch’io, la prenderò d’impeto” – e con piglio quasi aggressivo balzò su una pietra inserita nel cavo dell’albero.
L’acqua pullulava su dalle radici cave e dalle occulte fenditure del platano, tacita e costante, formando una polla mirabilmente ambrata prima di traboccare dall’orlo della corteccia, ruscellando fin giù sul terreno all’esterno. Mr Lucas si chinò ad assaporarne un sorso, che fu dolce, e quando levò lo sguardo su per il nero camino del tronco scorse il cielo (che era d’azzurro) e qualche fronda (che era verde); e si ricordò, ma questa volta senza sorridere, di un’altra cosa che aveva pensato.
Altri erano stati lì prima di lui – e quel fatto, anzi, gli faceva gustare una curiosa sensazione d’intesa. Piccoli ex voto alla presenza del Nume erano fissati alla corteccia – braccine minuscole, gambe e occhi di latta, grottesche raffigurazioni di cervelli o di cuori – simboli tutti di vigore, senno o amore risanati. La pretesa solitudine della natura doveva essere una pura chimera, se i dolori e le gioie dell’umanità erano riusciti a introdursi fin nel seno di un albero. Allargate le braccia, premette contro le tenere pareti di legno carbonizzato, reclinandosi quindi lentamente all’indietro fino a che non giunse col corpo a contatto del tronco retrostante. Serrò gli occhi, avvertendo la medesima strana sensazione provata da chi si muove pur rimanendo immerso nella quiete... la sensazione provata dal nuotatore che, dopo aver lottato a lungo contro la violenza dei marosi, scopre che, dopotutto, la corrente lo condurrà alla meta.
Così giaceva immobile, cosciente soltanto del flusso d’acqua che gli scorreva ai piedi, e del fatto che tutte le cose della vita altro non erano che il flusso in cui si muoveva lui stesso.
Finalmente si riscosse di colpo, come di colpo ci riscuote un avvento, forse, perché quando schiuse gli occhi qualcosa d’inimmaginabile, d’ineffabile era trascorso su tutto, rendendo ogni cosa comprensibile e buona.
Trapelava un senso, adesso, dalla vecchia curva sulla sua opera, e dal trepido andirivieni del porcellino, e dalla matassa di lana che andava riducendosi man mano. Giunto in groppa al suo mulo, un giovane guadava quei rivoli d’acqua cantando; e c’era bellezza nella sua posa e candore nel suo saluto. Il sole non screziava a caso l’esteso intrico delle radici, e c’era intenzione in quell’annuire dei ciuffi di asfodelo, e nella melopea dell’acqua corrente. E d’un tratto a Mr Lucas, cui in breve lasso di tempo si era rivelata non solo la Grecia, ma l’Inghilterra, insieme al mondo intero e alla vita, non sembrava esserci nulla di ridicolo nel desiderio di appendere all’albero un altro ex voto: la figuretta di un uomo tutto intero.
«Oh, ecco lì papà che gioca a fare il Mago Merlino.»
Benché inavvertiti, erano arrivati tutti: Ethel, Mrs Forman, Mr Graham e il dragomanno che conosceva l’inglese. Mr Lucas li scrutò sospettoso. Quelle persone gli erano improvvisamente estranee, al punto che ogni loro atto gli appariva rude e goffo.
«Mi permetta di darle una mano» si offrì Mr Graham, un giovanotto che sempre si dimostrava educato verso chi era più vecchio di lui.
Mr Lucas provò un senso di fastidio. «Grazie, posso farcela benissimo da solo» replicò. Mentre però emergeva dall’albero, mise in fallo un piede che finì nell’acqua della sorgente.
«Oh papà, papà mio!» esclamò Ethel. «Che combini ora? Grazie al cielo ho un cambio per te, sul mulo.»
Sollecita, si prese cura di lui fornendogli calzini puliti e un paio di stivali asciutti, quindi lo mise a sedere sul telo accanto alla gerla con le provviste per il pranzo, intanto che lei si avviava con il resto della comitiva a esplorare il boschetto.
Quando fecero ritorno, erano in preda a un’eccitazione estatica cui Mr Lucas si sforzò di prender parte, ma li trovò insopportabili. Il loro entusiasmo era superficiale, affettato ed eccessivo insieme. Non avevano alcuna nozione dell’armoniosa bellezza che fioriva tutto all’intorno. Ma lui desiderava almeno tentare di spiegar loro quel che sentiva, e questo fu quanto disse:
«Sono del tutto soddisfatto dell’aspetto di questo luogo. Ne traggo un’impressione positiva senz’altro. Gli alberi sono rigogliosi, rigogliosi in modo straordinario se si considera che siamo in Grecia, e trovo davvero un che di estremamente poetico in questa sorgiva di chiara acqua corrente. Anche i locali paiono gente civile e ammodo. È un posto decisamente ameno.»
Mrs Forman lo rampognò per quell’encomio troppo tiepido.
«Oh, ma è un luogo unico!» vociò. «Potrei tranquillamente vivervi fino alla fine dei miei giorni! Mi fermerei qui senza esitare affatto, se solo non dovessi tornare ad Atene! Mi ricorda la Colono di Sofocle.»
«Be’, io devo rimanere qui» disse Ethel. «Devo per forza.»
«Ovvio, che devi! Tu, insieme a tuo padre! Antigone ed Edipo. Naturale che dobbiate fermarvi a Colono!»
Mr Lucas quasi boccheggiava per l’eccitazione. Mentre si trovava all’interno dell’albero, aveva creduto che la sua felicità non avrebbe subito condizionamenti di luogo. Ma quei pochi minuti di conversazione gli erano stati sufficienti per smascherare ogni illusione. Non si fidava più di viaggiare per il mondo, dove antiche cure, antichi languori potevano essere a ogni istante pronti ad assalirlo non appena avesse abbandonato l’ombra dei platani e il canto virginale delle acque. Dormire nel khan accanto a quella cortese gente di campagna dallo sguardo affabile, contemplare i pipistrelli svolazzanti sotto quella volta ombrosa, vedere la luna trasformare i motivi dorati in argentei... una notte simile sarebbe bastata a metterlo al riparo da ricadute, e l’avrebbe confermato per sempre nel possesso del regno che aveva riconquistato. Eppure tutto ciò che le sue labbra potevano articolare era: «Non sarebbe male passarci una notte».
«Una settimana vorrai forse dire, papà! Sarebbe un sacrilegio rimanerci di meno.»
«Una settimana, allora, vada per una settimana» dissero le sue labbra, irritandosi a quel richiamo, ancorché il cuore gli tamburellasse di gioia in petto. Per tutto il pasto non parlò più con nessuno di loro, ma osservò attentamente quel luogo che avrebbe finito per conoscere a menadito, e le persone con cui presto avrebbe preso dimestichezza, che gli sarebbero divenute amiche. Gli ospiti del khan erano in tutto soltanto una donna anziana, una donna di mezza età, un giovane e due bambini, e benché a nessuno di loro avesse rivolto la parola, li amava come amava tutto ciò che si muoveva o respirava o esisteva all’ombra benedicente dei platani.
«En route!» stridette ad alta voce Mrs Forman. «Ethel! Mr Graham! In ogni circostanza, il meglio deve sempre aver fine.»
“Stasera” pensò Mr Lucas “accenderanno il lumino sull’edicola. E, quando ci sederemo tutti insieme sulla veranda, forse mi diranno quali ex voto vi abbiano appeso loro.”
«Chiedo scusa, Mr Lucas,» lo interruppe Graham «ma vorrebbero ripiegare il telo su cui siede.»
Mr Lucas si alzò, dicendo a se stesso: “Prima lascerò che Ethel vada a letto, quindi proverò a parlare anche a loro del mio ex voto... perché è qualcosa che devo fare. Penso che capiranno, se riuscirò a restare da solo per un po’ con loro”.
Ethel lo toccò sulla guancia. «Papà! Ti ho chiamato tre volte. Han già radunato tutti i muli.»
«Muli? Che muli?»
«I nostri muli. Siamo tutti in attesa. Oh, Mr Graham, può dare una mano a mio padre?»
«Non capisco proprio di cosa tu stia parlando, Ethel.»
«Ma dobbiamo partire, papà carissimo. Lo sai che dobbiamo arrivare a Olimpia entro stasera.»
Mr Lucas, in tono didattico e confidenziale al tempo stesso, le rispose: «Ho sempre desiderato, Ethel, che tu mettessi più testa nei tuoi progetti. Dovresti ricordartelo perfettamente che abbiamo deciso di trattenerci qui per una settimana. È stato un tuo suggerimento».
Sorpresa, Ethel se ne uscì in una sgarberia. «Che razza d’idea strampalata! Non parlavo che in via di semplice supposizione, dovevi capirlo. Ovviamente, quel che volevo dire è che mi sarebbe piaciuto poterlo fare.»
«Ah! Se solo potessimo fare quel che ci piace!» sospirò Mrs Forman, già in groppa al suo mulo.
«Di sicuro,» continuò Ethel con minor concitazione «non avrai creduto ch’io parlassi sul serio.»
«Di sicuro è quel che ho creduto. Ho fatto tutti i miei progetti in base al presupposto che noi ci si fermasse qui, e sarà per me estremamente difficile, per non dire impossibile, partire.»
La sentenziosità della sua replica fu tale da costringere Mrs Forman e Mr Graham a distogliere il volto per dissimulare il sorriso.
«Mi spiace aver parlato in maniera sbadata; hai ragione, è colpa mia. Però lo sai bene, non possiamo disertare dal nostro gruppo, e anche soltanto una notte qui ci farebbe perdere il piroscafo da Patrasso.»
Mrs Forman intanto, parlando a parte, richiamava l’attenzione di Mr Graham su quanto abile si dimostrasse Ethel nel trattare suo padre.
«Non me ne importa proprio nulla del piroscafo da Patrasso. Tu hai detto che avremmo dovuto fermarci qui, e qui ci fermeremo.»
Pareva che gli abitanti del khan riuscissero in qualche modo misterioso a divinare che quell’alterco li riguardava. La vecchia smise di filare, mentre il giovane e i due bambini ristettero alle spalle di Mr Lucas, quasi a prestargli sostegno.
Non c’era ragione né supplica in grado di smuoverlo. Diceva poco, ma dimostrava di essere assolutamente determinato, perché per la prima volta si riconciliava con la sua vita di tutti i giorni. Che bisogno aveva di far ritorno in Inghilterra? Chi avrebbe sentito la sua mancanza? I suoi amici o erano defunti o si erano raffreddati nei suoi confronti. Ethel sì, in un certo senso gli voleva bene, ma – com’era giusto, del resto – aveva altri interessi. Gli altri suoi figli li vedeva di rado. Aveva solo un altro parente, sua sorella Julia, che temeva e odiava a un tempo. Continuare a lottare non gli pesava. Sarebbe stato uno sciocco e un codardo ad allontanarsi da quel luogo in cui aveva trovato felicità e requie.
Alla fine Ethel decise di accontentarlo; e, non restia a mettere alla prova il suo neogreco, penetrò all’interno del khan assieme al dragomanno stupefatto per dare un’occhiata alle stanze degli ospiti. La donna li accolse con un caloroso benvenuto e il giovane, mentre nessuno lo guardava, mise mano alla cavezza del mulo di Mr Lucas per ricoverarlo nello stallaggio.
«Giù le mani da lì, brigante!» gli urlò dietro Graham, il quale affermava sempre che gli stranieri, quando volevano, erano in grado di capire l’inglese. Non doveva aver torto, perché l’uomo obbedì, e tutti rimasero in attesa del ritorno di Ethel.
La quale infine riemerse, sempre tenendo un poco rialzato il bordo della gonna, seguita dal dragomanno con il porcellino, appena comprato a buon prezzo.
«Caro papà, farò sempre tutto ciò che sono in grado di fare per te, ma fermarci in questo khan, proprio no.»
«Ci sono... pulci?» domandò Mrs Forman.
Ethel le lasciò intendere che non era il caso di parlar di “pulci”.
«Ebbene, temo che questo metta fine alla cosa. Conosco bene le esigenze di Mr Lucas» concluse Mrs Forman.
«Non mette fine a un bel niente» fece Mr Lucas. «Partirai tu, Ethel. Qui non ti ci voglio. Anzi, non so neppure perché mai ho dovuto chiederti parere. Rimarrò qui da solo.»
«Questa è una perfetta sciocchezza» sbottò Ethel, perdendo la calma. «Come puoi rimaner solo alla tua età? Come farai per mangiare, per lavarti? Tutte le lettere che ti avranno scritto si trovano a Patrasso ad attenderti. Perderai il piroscafo. E questo vuol dire perdere la stagione operistica a Londra e mandare all’aria tutti gli impegni che già avevi preso per questo mese. Come se potessi viaggiare da solo, poi!»
«Potrebbero perfino accoltellarla» si associò Mr Graham.
I greci continuavano a tacere; però, ogni volta che Mr Lucas volgeva su di loro lo sguardo, ecco che accennavano al loro khan, come a invitarvelo. I bambini eran quasi sul punto di tirarlo per i lembi del pastrano e la vecchia sulla veranda, che aveva quasi terminato di svolgere l’intera sua matassa, cessò di filare per rimanersene a guatarlo con occhi misteriosamente lusinghevoli. Mentre lottava per mantenere le sue posizioni, la questione gli parve assumere un enorme rilievo, e fu certo che il suo volersene restare lì non fosse dovuto semplicemente al fatto che vi avesse riguadagnato la gioventù, o visto la bellezza, o trovato la felicità, ma perché in quel luogo e fra quella gente lo attendeva un evento supremo che avrebbe trasfigurato dinanzi a lui l’aspetto di ogni cosa. Il momento era critico al punto di fargli ormai tenere per inutili argomenti e parole, sicché insistette facendo assegnamento su alleati possenti, ancorché non dichiarati: uomini silenziosi, ruscello mormorante e fronde sussurranti. Perché l’intero luogo altro non faceva che chiamarlo a sé a una sola voce, per lui chiarissima, e ciò di minuto in minuto rendeva i suoi loquaci avversari sempre più vacui e assurdi. Presto si sarebbero stancati e avrebbero finito per abbandonare il campo, allontanandosi ciangottando nel sole e lasciandolo alla frescura della macchia, al chiaro di luna, al destino da lui presagito.
Mrs Forman e il dragomanno già si eran di fatto allontanati tra gli acuti strilli del porcellino, e il conflitto avrebbe forse potuto protrarsi ancora per un bel pezzo, se Ethel non avesse pregato Mr Graham d’intervenire.
«Non può aiutarmi?» gli sussurrò. «È assolutamente intrattabile.»
«Non sono bravo ad argomentare in maniera convincente... ma, se posso rendermi utile in qualunque altro modo...» e considerò soddisfatto la solida complessione delle proprie membra.
Ethel era titubante. Infine gli disse: «Mi aiuti come può. Dopotutto, se lo facciamo, non è che per il suo bene».
«Procuriamo allora che portino il mulo alle sue spalle.»
Così, e proprio quando ormai Mr Lucas credeva di averla avuta vinta una volta per tutte, si sentì improvvisamente sollevato a mezz’aria e messo a sedere di traverso sulla sella del mulo, che partì nel medesimo istante al trotto. Non disse niente, perché non poteva aver nulla da dire, e nemmeno il suo volto tradì una particolare emozione nel momento in cui sentì l’ombra trascorrere su di lui e il gorgoglio dell’acqua cessare. Mr Graham sgambava al suo fianco, il cappello in mano, profondendosi in scuse.
«So bene che non era affar mio, e la supplico ardentemente di perdonarmi. Ma spero che un giorno o l’altro anche lei capisca che sono stato... accidenti!»
Un sasso l’aveva colto proprio in mezzo alla schiena. A scagliarglielo era stato il ragazzino, che li stava inseguendo lungo la mulattiera. Sulle sue orme veniva la sorella, anche lei a scagliar sassi.
Ethel lanciò un grido al dragomanno, che la precedeva di poco assieme a Mrs Forman. Prima però che quello potesse raggiungerli, ecco che un altro avversario aveva fatto la sua apparizione. Era il giovane greco, che aveva tagliato loro la strada, e ora afferrava la briglia di Mr Lucas. Per fortuna, Graham era pratico di pugilato, e non gli ci volle che un momento per abbattere l’inetta difesa del giovane, che spedì lungo disteso con la bocca sanguinante tra gli asfodeli. A quel punto il dragomanno li aveva raggiunti, e i bimbi, spauriti per via della sorte toccata al fratello, avevano desistito, e il manipolo di soccorso, se tale dev’essere considerato, si ritirava in disordine alla volta degli alberi.
«Che diavoletti!» disse Graham, ridendo trionfante. «Ed eccolo, tale e quale è, il greco dei nostri giorni. Se si fosse fermato qui, suo padre voleva dire denaro. Che, a quel che credono, noi avremmo appena tolto loro di tasca.»
«Oh, sono tremendi... dei selvaggi fatti e finiti! Non so come potrò mai ringraziarla. Ha salvato mio padre.»
«Spero solo che lei non mi abbia considerato brutale.»
«Affatto,» rispose Ethel, non senza un piccolo sospiro «ammiro la vigoria.»
Nel frattempo il corteo a cavallo si riformò, e Mr Lucas – che, come disse Mrs Forman, sopportava con straordinaria rassegnazione il suo disappunto – fu comodamente sistemato in sella al suo mulo. Si affrettarono a inerpicarsi su per il colle di fronte, timorosi com’erano di un nuovo attacco, e fu solo quando ebbero lasciato ben indietro il teatro di quell’epico scontro che Ethel trovò l’opportunità di parlare con suo padre e chiedergli perdono per il modo in cui lo aveva trattato.
«Parevi così diverso, caro babbo, e me ne sono spaventata. Ora sento che sei di nuovo il te stesso di prima.»
Lui non disse una parola, e la ragazza ne concluse che non era strano che si fosse offeso per esser stato trattato da lei a quella maniera.
Per uno di quei bizzarri scherzi dei panorami montani, la località che avevano lasciato un’ora prima riapparve loro a un tratto molto più in basso. Il khan era celato sotto la cupola di verzura, ma ritte all’esterno si scorgevano tuttora tre figurette. E un fievole grido – di sfida, o di addio – si levò fino a loro attraverso l’aria limpida.
Mr Lucas si fermò incerto, lasciando che le redini gli cadessero di mano.
«Vieni, babbo caro» disse Ethel con gentilezza.
Lui le ubbidì, e il momento successivo uno sperone collinare nascose loro per sempre il periglioso scenario.
II
Era ora di colazione, ma il lume a gas era acceso per via della nebbia. Mr Lucas si trovava nel bel mezzo di un resoconto della brutta notte che aveva appena trascorso. Ethel, in procinto di convolare a nozze dopo qualche settimana, l’ascoltava, le braccia posate sul tavolo.
«Prima si è messo a suonare il campanello giù alla porta, dopo sei rincasata da teatro. Poi è stata la volta del cane, e dopo il cane quella del gatto. E verso le tre del mattino un teppistello è passato per strada cantando. Oh, sì: e poi c’è stata anche l’acqua, che ha preso a gorgogliare dentro quel tubo che mi sta proprio sopra la testa.»
«Credo fosse soltanto l’acqua del bagno che scorreva» fece Ethel, che aveva un’aria piuttosto provata.
«Be’, non c’è nulla che mi piaccia di meno dell’acqua che scorre. Dormire in questa casa è assolutamente impossibile. Devo lasciarla. Ne darò avviso il prossimo trimestre. Dirò chiaramente al padrone di casa: “La ragione per cui mi trovo costretto a rinunciare ad affittare l’alloggio è questa: è assolutamente impossibile dormirci dentro”. Se dice... dice... be’, cosa potrebbe poi avere da dire?»
«Ancora del pane tostato, babbo?»
«Grazie, mia cara.» Lo accettò, e ci fu un po’ di tregua.
Presto però ricominciò daccapo. «Non mi sottometterò alle consuetudini della porta accanto così supinamente come credono. Ho scritto loro e gliel’ho detto: non dovevo, forse?»
«Sì» assentì Ethel, la quale aveva provveduto di persona a far sì che la lettera non giungesse mai a destinazione. «Ho visto la governante, e mi ha promesso che organizzerà tutto diversamente. E zia Julia odia il rumore. Vedrai che tutto finirà per andar bene di sicuro.»
Sua zia, unico membro della famiglia a esser privo di legami, sarebbe venuta a vivere con suo padre per badare alle incombenze domestiche al posto suo, poiché lei se ne stava andando di casa. L’allusione a quel fatto non fu felice, e Mr Lucas dette la stura a una serie di motti sospirosi articolati a mezzo cui pose fine soltanto l’arrivo della posta.
«Oh, che razza di pacco!» esclamò Ethel. «E per me! Ma cosa può essere? Questi sono francobolli greci. Non sto più nella pelle!»
Si trattava di bulbi di asfodelo, spediti da Atene da parte di Mrs Forman, da piantare in serra.
«Come ci riportano al passato! Ti ricorderai gli asfodeli, babbo. E tutti ravvolti in pagine di giornali greci! Mi chiedo se riuscirei a leggerli ancora. Una volta ne ero capace, sai.»
Continuò con quella grandinata di ciarle, nella speranza di riuscire a sovrastare le risate dei bambini della porta accanto – una delle principali cause di lagnosità durante l’ora di colazione.
«Senti qui! “Sciagura in campagna.” Oh, mi è capitata una notizia triste. Pazienza. “Martedì scorso a Platanisti, nella provincia di Messenia, ha avuto luogo una impressionante tragedia. Un grande albero” – vado bene, fino adesso, no? – “durante la notte si è abbattuto, e” – aspetta un attimo; oh, santo cielo! – “il crollo ha ucciso i cinque occupanti del piccolo khan, che pare si trovassero tutti seduti in veranda all’entrata dell’edificio. I corpi di Maria Romaìdhi, l’anziana proprietaria, e di sua figlia quarantaseienne sono stati facilmente identificati, mentre quelli di suo nipote”... oh, il resto è davvero troppo orribile; vorrei non aver mai incominciato a leggerlo! Oltretutto, mi sembra di aver già sentito questo nome, Platanisti. Non ci siamo forse stati, la primavera scorsa?»
«Vi abbiamo pranzato» confermò Mr Lucas, sul cui volto vacuo baluginava una lieve espressione di pena. «Dev’essere stato quel posto in cui il dragomanno ha comprato il maiale.»
«Ma sicuro» fece Ethel, la voce nervosamente incrinata. «È stato dove il dragomanno ha comprato il porcellino. Che cosa atroce!»
«Spaventosamente atroce!» sottolineò il padre, la cui attenzione si stava già spostando sui chiassosi monelli dell’appartamento vicino. Ethel si alzò improvvisamente in piedi, animata da sincera partecipazione.
«Santo cielo!» esclamò. «Questo è un giornale vecchio. È successo non di recente, ma nell’aprile scorso – la notte di martedì 18 – e noi... credo fossimo stati lì proprio quel pomeriggio.»
«Sì, eravamo lì» fece Mr Lucas. Lei si posò una mano sul cuore, in grado a malapena di parlare.
«Babbo, caro babbo, devo dirtelo: tu volevi fermarti lì. Tutta quella gente, quella povera gente mezzo selvatica, ha cercato di tenerti lì, e sono morti tutti. Sul posto, come scrivono, non ci sono ormai che macerie, e perfino quel ruscello ha cambiato corso. Babbo caro, se non fosse stato per me, e se Arthur non mi avesse aiutato, saresti rimasto ucciso anche tu.»
Mr Lucas agitò la mano, irritato. «Non è una buona idea affatto, quella di parlare alla governante, scriverò invece io al padrone di casa, e gli dirò: “La ragione per cui sto rinunciando all’alloggio è questa: il cane abbaia, i bambini dell’appartamento accanto al nostro sono intollerabili, e io non sopporto il rumore dell’acqua corrente”.»
Ma Ethel non prestava attenzione al suo bofonchiare. Era ancora turbata all’idea di quel pericolo scampato per così lieve misura, e per parecchio tempo se ne stette in silenzio. Infine disse: «Una tale miracolosa protezione t’induce davvero a credere alla Provvidenza».
Mr Lucas, ancora intento a scrivere la sua lettera al padrone di casa, non rispose.