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Stories by edmond hamilton

sacrificio supremo (italian)

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1.
Il messaggio arrivò da molto lontano, un battito d'ali nell'etere, che si propagava, vibrando e affievolendosi, alla velocità della luce. Il ricevitore sulla Terra, un congegno di cavi e cristalli, lo raccolse e lo tramutò in una voce.
Era il 9 ottobre, alle 5.06 di mattina, ora del Colorado. L'operatore in servizio, il sergente Aiello, pigiò immediatamente il bottone dell'interfono.
- Maggiore Cheers - chiamò - un messaggio con precedenza assoluta dalla Base Quindici.
- Passami la registrazione - ribatté il maggiore.
Il sergente obbedì. Ci fu un breve silenzio, poi il maggiore parlò di nuovo.
- Mantieni il contatto con la Quindici e di' loro che informerò subito il generale Weiler.
- Sissignore - rispose Aiello. Staccò l'interfono e si mise al microfono. - Terra Uno a Base Quindici. Terra Uno a Base Quindici. - Riferì il messaggio, chiuse la comunicazione e si accese una sigaretta.
Forney, il soldato semplice in tuta da fatica, aveva smesso di lavare il pavimento e si era avvicinato per ascoltare meglio, con la bocca semiaperta.
- Santo cielo! Credo proprio che non si stiano affatto divertendo, lassù alla Quindici - commentò.
Aiello annuì. - Già. Ci sarà poco da divertirsi anche qui, tra non molto. Se vuoi un consiglio, finisci di lustrare il pavimento, infilati l'uniforme e mettiti tranquillo in un angolo.
- Perché?
- Perché fra meno di un quarto d'ora questo posto sarà pieno di pezzi grossi. Mi sono spiegato?
- Per la miseria, non ci avevo pensato! - esclamò Forney. Tornò al suo secchio e si mise a strofinare di gran lena l'ultimo riquadro di pavimento ancora asciutto della Sala Comunicazioni.
Nella camera da letto buia e fredda, Weiler ascoltò la telefonata in silenzio. - Va bene, Cheers - disse infine, a bassa voce. - Sarà meglio informare il segretario Ebbutt. Digli che lo chiamerò personalmente non appena saprò qualcosa di più preciso. Mantieni il contatto con la Quindici.
Depose il ricevitore del telefono con la massima delicatezza ma non poté evitare un impercettibile click. Dal letto vicino provenne un fruscio di lenzuola smosse e poi una voce assonnata.
- Bert?
- Non è niente, tesoro. Solo una chiamata dalla Base. Devo andare.
Lucy borbottò qualche parola indistinta.
- Non è niente - ripeté lui. - Continua a dormire.
Si infilò l'uniforme senza accendere la luce e si annodò la cravatta maledicendo tra sé la sfortuna. Uscì dalla camera cercando di non fare rumore con i tacchi sul pavimento, attraversò il soggiorno buio, poi la cucina e raggiunse la porta sul retro della casa. Fuori si gelava e l'altopiano era scuro e deserto sotto il cielo stellato.
Weiler si sforzò di far partire l'auto senza troppo baccano, ma il motore era freddo ed ebbe un ritorno di fiamma. Lui imprecò di nuovo, contento di avere un buon motivo per farlo e che non fosse ciò che gli aveva appena comunicato Cheers.
I sedili in pelle della decappottabile erano ghiacciati. Weiler rimpianse un cappotto, ma se lo avesse indossato tutti i giovani tenenti della Base che sembravano insensibili al freddo del Colorado avrebbero detto che stava invecchiando e che a quarantun'anni suonati si era già lasciato alle spalle le energie della giovinezza.
Guidò velocemente, concentrando l'attenzione sulla tortuosa stradina suburbana per evitare di pensare a ciò che stava succedendo lassù, nel buio, a 750 milioni di chilometri di distanza. Avrebbe avuto tempo di pensarci più tardi, quando ne avesse saputo di più. Si era imposto di prendere le cose come venivano, senza preoccuparsi o tirare conclusioni in anticipo, e ora tentava di attenersi a questa regola.
Vide un paio di finestre illuminate nel gruppeto di case in stile ranch ammucchiate sul pendio della collina. Era troppo tardi per le feste, pensò. Forse dietro a quelle finestre c'erano dei malati. Il che gli ricordò il vecchio Huck Finn, che navigava lungo il fiume con il suo battello e quando vedeva una finestra illuminata nel buio della notte pensava subito che qualcuno stesse male.
Weiler si era ripromesso mille volte di discendere il fiume con lui, ma non l'aveva mai fatto. Buffo, considerato che in seguito aveva viaggiato tanto, e su mondi così lontani.
Il pensiero tornò ai posti dov'era stato, e a ciò che stava succedendo lassù, in quel momento. Ma non era ancora ora di pensarci. Doveva prendere le cose come venivano. Con calma.
In lontananza apparve il grappolo indistinto delle torri riceventi che sovrastavano il Quartier Generale della Base. Sembrava un'immensa ragnatela in cui fossero rimaste impigliate centinaia di stelle; al di sotto, gli edifici del Comando, illuminati a giorno, parevano ancora più bassi e tozzi. La base di lancio si trovava qualche chilometro più in là, sull'altopiano, proprio nella direzione da cui provenivano in quel momento un paio di fari, velocissimi.
Doveva essere Daigh, pensò Weiler. Anche lui aveva saputo, altrimenti non si sarebbe precipitato al Quartier Generale guidando a centoventi all'ora, se non di più.
Rallentò prima di raggiungere i cancelli. Era necessario per il morale dei ragazzi. Se lo avessero visto arrivare di gran carriera avrebbero subito pensato che la faccenda era grave.
Weiler ricompose il viso e arrestò l'auto di fronte all'edificio principale. Smontò e si avviò all'ingresso camminando come di consueto, incurante del vento gelido, con atteggiamento calmo e fiducioso che nascondeva la preoccupazione e lo sgomento.
Erano le 7,47 a New York quando la notizia raggiunse Sheldon Ebbutt. Si stava facendo la barba in bagno, tra rubinetti cromati e piastrelle di lusso, nel suo appartamento sulla Settantaduesima Est. Era afflitto da un lieve mal di testa, causato dal troppo whisky bevuto la sera prima in compagnia di due senatori del Sudovest. Lo aveva bevuto per loro, ben sapendo che gli restava sempre sullo stomaco, dato che ormai aveva quasi sessant'anni.
A ripensarci, ne era valsa la pena. Con gli anni era diventato molto abile nel combattere i politici sul loro stesso terreno. Bere whisky era servito ad accattivarsi le loro simpatie, così come era stato d'aiuto un certo invito casuale a una cerimonia delle Nazioni Unite che sarebbe stata sicuramente ben pubblicizzata. Ma, soprattutto, Ebbutt aveva fatto centro dimostrandosi estremamente schietto.
"Avrete senz'altro capito che ciò che voglio da voi è il denaro" aveva affermato a un certo punto.
La scena era stata provata con molta cura, giorni addietro, e la frase era il risultato di lunghe riflessioni.
I due senatori si erano raddrizzati di colpo, rimanendo per un attimo senza fiato. Poi, Fisher era scoppiato a ridere fragorosamente.
- Bene, signor Segretario - aveva commentato. - Vi ringrazio di aver parlato chiaro, ma non serve. Il vostro dipartimento costa già al paese più di un'intera Organizzazione delle Nazioni Unite.
- Vi costerà anche di più - aveva replicato Ebbutt. - Molto di più. Altrimenti saremo costretti a perdere parecchie posizioni già consolidate.
A quel punto aveva incominciato a sparare tutte le sue cartucce. Aveva parlato della frontiera, lassù nello spazio. Una frontiera che le Nazioni Unite continuavano a spingere sempre più avanti. - Proprio come i nostri antenati - aveva proseguito, associando tranquillamente i suoi avi a quelli di Fisher e Sands - spingevano sempre più a Ovest i confini degli Stati Uniti all'epoca della grande conquista. - C'erano uomini che rischiavano la vita per questo, lassù tra le stelle, e le nazioni avevano il dovere morale di aiutarli, offrendo il loro contributo in denaro. Altrimenti sarebbe stato meglio che quei ragazzi mollassero tutto e tornassero a casa.
A quel punto i due senatori si erano convinti. Avevano tossicchiato e si erano schiariti più volte la voce, ma Ebbutt sapeva capire quando un suo discorso faceva effetto. E dopo quella serata era certo di poter contare su altri due voti sicuri, decisivi per ottenere l'approvazione del progetto di legge sugli stanziamenti. Il progetto sarebbe passato, e questo valeva bene un leggero mal di testa.
In quel preciso momento squillò il telefono. - Quartier Generale del Servizio Interplanetario delle Nazioni Unite - disse una limpida voce femminile. - Una chiamata dal Colorado per il Segretario Ebbutt.
- Sono io. - Ebbutt controllò l'orologio. Era molto presto, doveva essere successo qualcosa.
La voce di donna svanì per lasciare il posto a un'altra, maschile e dal timbro leggermente nasale. - Parla il maggiore Walter Cheers - scandì la voce. - Ci sono problemi alla Base Quindici, signore. Ho la registrazione del loro messaggio.
- Passatemela - replicò Ebbutt, stringendo le dita attorno alla cornetta.
Si udì un'altra voce maschile, fredda, rapida e dal timbro metallico, che si faceva strada in mezzo a un brusìo di suoni indistinti che aumentavano di volume e poi si affievolivano a intervalli regolari.
- Servizio Interplanetario delle Nazioni Unite, Base Quindici, Europa. Ore 17,33, Tempo Solare. Parla il colonnello Alsop. La totalità del nostro quadrante sembra interessata a una serie di scosse orbitali di rilevante gravità, la prima delle quali, verificatasi alle 16,08 TS, con intensità sismica pari al grado 4,9, ha provocato danni alle fondamenta delle Stazioni Quattro e Due. I danni alla Stazione Due sono risultati irreparabili. Anche le fondamenta della rampa di lancio risultano danneggiate. Ordinata l'evacuazione immediata della Stazione Due e predisposte misure di emergenza per riparare le fondamenta della rampa di lancio. Cinque appartenenti al personale, intossicati dalle esalazioni, hanno dovuto ricorrere a cure mediche.
La voce si interruppe per un attimo, come se Alsop avesse voluto riprendere fiato mentre l'ondata di disturbi di sottofondo saliva di intensità. Poi ricominciò a parlare.
- Alle 16,52 TS si è verificata una scossa di intensità maggiore, pari al grado 5, che ha ulteriormente danneggiato la rampa di lancio, facendo inclinare il missile e intrappolando tre membri dell'equipaggio sotto le fondamenta. Uno è morto sul colpo, gli altri due sono gravemente feriti. Ordinato l'assemblaggio di gru di fortuna per raddrizzare il missile dopo la riparazione delle fondamenta. La riparazione è ancora in atto. Continuano a susseguirsi scosse di minore intensità. Qui Alsop. Passo e chiudo.
L'ondata spettrale di disturbi di sottofondo si interruppe di colpo.
- Fine della registrazione, signore - annunciò il maggiore Cheers, riprendendo la linea.
"Questa non ci voleva"! pensò Ebbutt. "Proprio adesso che ero sicuro di aver ottenuto i voti per gli stanziamenti! Una faccenda del genere potrebbe coprirmi di ridicolo…".
- Maggiore, fatemi parlare con il generale Weiler - ordinò, stringendo i denti.
- Mi dispiace, signore. Non è ancora arrivato. Forse… un attimo, prego. Sì, il generale Weiler è arrivato in questo preciso momento.
Si udì lo scatto di una derivazione telefonica e poi Weiler si presentò in linea. - Salve Ebbutt. Sono appena entrato in ufficio. Non abbiamo ricevuto più niente, dopo il rapporto delle 17,33. Sai bene che ci vogliono circa quaranta minuti prima che un messaggio giunga da Europa alla Terra, e viceversa.
- Bert, si tratta di una faccenda seria, vero? - chiese Ebbutt.
Weiler fece una breve pausa prima di rispondere. - Sì, è abbastanza seria. C'è solo una base su Europa, e l'unico missile di emergenza rimarrà fuori uso finché non riusciranno a rimetterlo in posizione di lancio. Se non ci riusciranno e le scosse aumenteranno, saremo costretti a chiedere aiuto agli equipaggi di stanza su Ganimede. Manderemo lassù qualcuno dalla Base Tredici e dalla Quattordici perché li tirino fuori dai guai.
- Ascolta, Bert - replicò Ebbutt. - Non tirarli fuori di là a meno che non sia assolutamente necessario. Perlomeno non nei prossimi giorni.
- Io non voglio tirarli fuori se non è necessario - ribatté Weiler - ma le scosse orbitali si propagano a cicli, e questo non ha ancora raggiunto il suo punto di massima intensità. Inoltre, c'è anche il problema delle opposizioni. Tra qualche giorno i due pianeti saranno così lontani che gli equipaggi della Tredici o della Quattordici non potranno arrivare su Europa senza gravi ritardi.
- Non capisci… - Ebbutt si interruppe. Weiler e quelli come lui non potevano capire. Non ne sapevano niente di politica, stanziamenti e psicologia spicciola. Erano solo capaci di andare avanti a testa bassa, senza considerare gli effetti politici di ciò che facevano.
- Bert, prendo il mio aereo e vengo alla Base. Sarò lì prima di mezzogiorno.
- Non è necessario che tu venga fin qui. Ti terrò informato.
- Io invece credo che sia necessario. Nel frattempo potresti ricevere altri rapporti da Alsop. Voglio anche la sua opinione su tutta la faccenda.
- D'accordo - si arrese Weiler. - Ma metterò in stato di allerta la Tredici e la Quattordici.
- Come vuoi. Piuttosto accertati che, per il momento, non arrivi nulla alle orecchie della stampa. Assolutamente nulla, chiaro?
Il silenzio di Weiler lo allarmò.
- Non avrai per caso fatto trapelare qualcosa, vero?
- No. Non abbiamo fatto trapelare niente.
- Bene. Continuate così, finché non arrivo. Ci vediamo.
Ebbutt interruppe la comunicazione e compose subito un altro numero. Prima di tutto doveva informare il Dipartimento dei suoi spostamenti e poi bisognava avvertire Idlewild in modo che facessero preparare il suo aereo personale e il pilota. Per fortuna era già sbarbato e vestito…
"Perché è successo proprio adesso"?, pensò mentre aspettava che qualcuno gli rispondesse. "Appena prima del voto in Senato"!
2.
Seduto nel suo ufficio, Weiler non riusciva a togliersi dalla mente quei trentadue uomini intrappolati su Europa.
Erano abituati alla condizione di prigionieri. Avevano affrontato un lungo viaggio, chiusi nel ventre metallico di una nave spaziale. Avevano passato ore sdraiati sulle cuccette a raccontarsi barzellette sconce, avevano mangiato, si erano sentiti male, avevano imprecato contro l'orticaria da radiazioni e si erano addormentati, per poi svegliarsi e riaddormentarsi di nuovo. Alla fine c'era stato l'atterraggio, l'ordine di allacciare le cinture di sicurezza, la nave che sobbalzava, le preghiere inespresse che tutto andasse bene e poi le grida di entusiasmo perché ce l'avevano fatta.
E invece li attendeva soltanto una nuova prigione, le quattro stazioni a forma di cupola metallica, collegate fra loro, che lo stesso Weiler aveva contribuito a costruire. Conosceva bene quelle pareti lisce e spoglie, quell'aria che sapeva sempre di lubrificante e di metallo surriscaldato, il cibo in scatola, le facce della gente, le scarpe piombate che dovevano ricreare l'illusione del peso normale ed erano invece soltanto un fastidio.
Anche lui era uscito, a volte, per dirigere le squadre che andavano alla ricerca di uranio. E aveva sperimentato un'altra prigione, ancora più opprimente. La tuta spaziale stringeva da ogni parte, impediva i movimenti e rischiava di farti vacillare a ogni passo. Non arrivava mai la giusta quantità di ossigeno e alla fine si provava l'impulso isterico di strapparsi tutto di dosso nella speranza di potersi muovere in modo normale.
La visiera dello scafandro trasmetteva immagini cupe e distorte, avvolte nei fumi acri e densi delle esalazioni, e il panorama sembrava sempre la brutta copia di un quadro di Bonestell, con rocce e crinali dalla sagoma incerta perché l'orizzonte e la prospettiva risultavano ogni volta alterati. Anche il cielo era irreale, opprimente e vuoto, a parte l'enorme massa bianca del pianeta che sembrava solo un chiarore vago e indistinto.
Weiler lo aveva odiato, come aveva odiato tutte le sue prigioni. Adesso, ricordando gli si presentavano alla mente immagini ancor più terrificanti. Il suolo che si inarcava e le cupole metalliche che si spaccavano con fragore, il freddo e il buio, i vapori velenosi dell'atmosfera che si insinuavano dappertutto e i ragazzi spaventati a morte… Lui voleva che tornassero.
Fissò i documenti sulla scrivania, trentadue schede personali che Cheers gli aveva appena portato. Riguardavano quei trentadue uomini intrappolati, sbattuti su Europa mesi addietro e lasciati là a tener duro.
Weiler serrò le labbra. Quella faccenda gli era piaciuta poco fin dall'inizio. Purtroppo Ebbutt si era schierato a favore, e Alsop aveva voluto partire a tutti i costi.
"Alsop, William J., colonnello". Era scritto sul primo fascicolo. "Residenza: Chicago. Anzianità e riconoscimenti di servizio: Seconda Spedizione su Marte, Quarta Spedizione su Marte, Seconda su Ganimede…" Erano pochi gli ufficiali che potevano vantare tanti voli, e questo gli era valso l'incarico di comandante della Quindici.
Era stato sempre un bastardo a caccia di notorietà, pensò Weiler. Per un momento di gloria era disposto a mettere a repentaglio la vita di chiunque. Aveva insistito per cacciarsi nei guai, e ora, se non fosse stato per i suoi uomini, Weiler lo avrebbe abbandonato al suo destino senza il minimo rimpianto.
Sfogliò gli altri fascicoli sulla scrivania. Una scheda per ognuno di quei trentuno uomini che Alsop aveva trascinato con sé su Europa. Uomini preoccupati, spaventati, feriti. E qualcuno, forse, già morto.
"Gresznik, George, tenente colonnello". Un brav'uomo, il polacco. Era anche provvisto di molto buon senso, se solo Alsop gliel'avesse lasciato usare.
"Snedeker, Frederick, maggiore". Weiler lo ricordava solo come un giovanottone dall'aria solenne, vagamente somigliante a Cheers. Voltò un fascicolo dopo l'altro, con espressione lugubre. Uno degli ultimi catturò la sua attenzione.
"Reno, Orrin, soldato semplice. Residenza: Orangeville, Iowa". Era solo una settantina di chilometri più a sud della sua città natale, nel Minnesota, pensò Weiler. Probabilmente anche lui aveva giocato a pallone nei campi della scuola e si era sgolato tornando a casa in autobus, ogni pomeriggio.
"Scommetto che daresti qualunque cosa pur di tornare a Orangeville, soldato Orrin Reno" pensò Weiler. Spinse via i fascicoli mentre il rombo sordo e insistente di un aereo faceva vibrare il soffitto.
Daigh entrò in quel preciso momento. Sul suo viso tondo e roseo si dipinse un'espressione interrogativa.
- Ebbutt? - domandò, accennando al soffitto.
Weiler annuì. - Immagino di sì. Mi hai portato quello specifiche di volo?
- Eccole. Sono accurate solo fino al quarto decimale. - Daigh era preoccupato delle responsabilità in gioco e ci teneva a chiarire ogni dettaglio. - Avevo impostato il computer in quel modo, non sono ancora specifiche complete.
Weiler allungò una mano per prendere i fogli. - Lo so. Ma devo avere in mano qualcosa per poter discutere con Ebbutt.
Diede una rapida scorsa alle specifiche. Si trattava di calcoli di navigazione extra - terrestre, basati su decolli dalle Basi Tredici o Quattordici con destinazione Europa. C'era una proiezione per ogni dodici ore, nei successivi cinque giorni. Il quadro che fornivano, mentre Weiler le esaminava in ordine progressivo, era spaventosamente chiaro.
- Secondo me, dovete far evacuare la Quindici al più presto - dichiarò Daigh. Weiler alzò lo sguardo. - D'accordo, nessuno ha chiesto il mio parere.
La porta si spalancò ed entrò Cheers, insolitamente scattante. - Il Segretario Ebbutt, signore.
Weiler gli andò incontro e gli strinse la mano. Aveva sempre sognato di assomigliargli, di possedere il suo magnetismo, la sua distinzione, la sua intelligenza vigile e pronta. In presenza di Ebbutt finiva sempre per rammaricarsi delle grinze dell'uniforme, della banalità della sua figura tarchiata o del suo accento del Middle West.
- Salve, Bert - salutò Ebbutt. - Lucy sta bene? Ne sono lieto.
I saluti erano meccanici, proprio come il gesto di togliersi il cappotto, ma lui riusciva a farli sembrare affettuosi e sinceri.
Si sedette sulla sedia che Daigh gli teneva scostata. - Dammi subito il quadro della situazione, Bert. Le scosse continuano?
Weiler raccolse uno dei fogli dalla scrivania. - Questo è il rapporto delle 22,15 Tempo Solare. L'intensità sismica sembra lievemente diminuita ma è sempre grave, valutabile intorno ai 4,7 gradi. Alsop ha deciso di far evacuare anche la Stazione Quattro. La Uno e la Tre, per ora, sono intatte.
- E il missile? È stato rimesso in posizione di lancio?
- No. L'ultima scossa ha fatto crollare le gru e Alsop ha dato ordine di innalzarle di nuovo. Dubito che ci riescano. Sai bene anche tu che cosa succede quando le lune interne di Giove entrano in un ciclo di terremoti orbitali.
Si schiarì la voce prima di continuare ma Ebbutt, guardandolo con astuzia, ne approfittò per tagliar corto.
- Qual è l'opinione di Alsop? - domandò in fretta. - Hai un rapporto in proposito?
- Sì, l'abbiamo - rispose Weiler. - Ma prima vorrei chiarirti un paio di cose.
- Più tardi, Bert. Lasciami sentire il suo rapporto. Non possiamo discutere finché non ho ben chiara tutta la situazione.
Weiler fu costretto ad arrendersi. Lanciò un'occhiata a Cheers. - Fagli sentire la registrazione dell'ultimo messaggio, quello delle 23,03.
I quattro si disposero ad ascoltare in silenzio.
- La situazione qui alla Quindici è ancora pienamente sotto controllo. - La voce del colonnello Alsop, distante oltre 750 milioni di chilometri, era nitida e priva di incertezze. - L'equipaggio sta lavorando per innalzare di nuovo le gru e contiamo di rimettere il missile in posizione di lancio entro le ore dodidi del 10 ottobre. Non si prevedono ulteriori scosse e, in ogni caso, ci riteniamo perfettamente in grado di fronteggiare con successo altri eventuali danni. Personale deceduto: Froisland e Lang. Personale gravemente ferito: Booker, Louis, Arbulian. Morale eccellente. Alsop.
"Morale eccellente"! pensò Weiler. C'era proprio da scommetterci che il soldato Orrin Reno fosse felice come un fringuello, lassù su Europa.
- Molto bene, Bert - commentò Ebbutt in tono allegro. - Credevo peggio. Pare che Alsop tenga la situazione in pugno.
- Conosco Alsop fin dai tempi della Seconda Spedizione su Marte - ribatté Weiler, con voce pacata. - È sempre stato un fanatico a caccia di gloria. Sarebbe capace di lasciar radere al suolo tutta la Quindici, pur di non chiedere soccorso.
- Ma ha detto che non si prevedono altre scosse…
- Come può esserne sicuro? L'unica cosa che può fare è tenere le dita incrociate e augurarsi di avere ragione! - Weiler porse a Ebbutt un foglio. - Guarda qui. Quando Europa sarà nella posizione di massima tensione rispetto al pianeta e agli altri satelliti, il suo ciclo sismico raggiungerà il culmine. C'è solo una settimana di tempo prima che questo fenomeno si verifichi. Che cosa credi che succederà a quel punto?
Ebbutt lo fissò con attenzióne. - Parliamoci chiaro, Bert. Stai suggerendo formalmente di far evacuare la Quindici?
Weiler lavorava nel Servizio Interplanetario ormai da molti anni e aveva imparato a essere sempre estremamente cauto.
- Sto solo esprimendo la mia opinione - disse in tono tranquillo. - Non condivido l'ottimismo di Alsop e, se ben ricordi, avevo sollevato la questione dei terremoti orbitali fin da quando la Quindici era solo un progetto sulla carta. - La Quindici era una creatura di Ebbutt, pensò con espressione cupa. Ed Ebbutt non era disposto a lasciarsi contrariare.
- Naturalmente sapevamo dei frequenti terremoti orbitali di Europa - ammise il Segretario - ma nessuno era mai stato di questa gravità.
- Ricorderai anche - continuò Weiler - che avevo suggerito un periodo di osservazione più lungo su Ganimede, prima di decidere la costruzione della base su Europa.
- Sì, lo ricordo - replicò Ebbutt, in tono impaziente - ma ora atteniamoci al problema attuale.
Weiler gli porse alcuni fogli. - Dai un'occhiata a queste specifiche di volo e capirai subito le nostre difficoltà. Fino alle ore dodici di domani, gli equipaggi della Tredici e della Quattordici sarebbero in grado di raggiungere Europa con relativa rapidità. Dopo tale termine, con il satellite in opposizione, le difficoltà verrebbero decuplicate. Posso esemplificare meglio sul Planetario, se vuoi.
- Più tardi, Bert - rispose Ebbutt. - Nel frattempo il colonnello Daigh può andare a preparare la proiezione. Ma prima voglio chiarire con te la situazione generale.
Daigh colse al volo il suggerimento, con espressione vagamente sollevata. Infilò la porta e scomparve, subito seguito dal maggiore Cheers.
Ebbutt appoggiò il gomito sulla scrivania e si sporse in avanti.
Quell'uomo era un camaleonte, pensò Weiler. Poteva recitare cento personaggi diversi cambiando solo inflessione di voce e alterando l'espressione in modo quasi impercettibile. In quel preciso momento, ad esempio, aveva abbandonato il ruolo di Segretario Generale per assumere quello di semplice compagno d'armi, preoccupato e con i piedi per terra.
- Cerchiamo di usare il buon senso, Bert - esordì. - Tu sei abbastanza in gamba per capire che il Servizio Interplanetario delle Nazioni Unite non è fatto solo di missili, uomini e basi. C'è anche la politica di mezzo. La politica e il denaro.
Strascicava perfino un po' la voce. - Il Dipartimento ha bisogno di stanziamenti sempre maggiori e, dal momento che i politici e la gente sono quello che sono, non riusciremo ad ottenere alcun aumento se non mostriamo loro imprese sempre più spettacolari.
- È per questo che siamo andati su Europa quest'anno, invece di attendere? - domandò Weiler.
Ebbutt ignorò il sarcasmo. - Sì, per questo. Dovevamo pure provarci, prima o poi, ed era meglio farlo subito, altrimenti non avremmo avuto in mano niente di nuovo per giustificare un aumento degli stanziamenti. Ormai erano due anni che continuavamo a parlare solo di Ganimede. Ora il momento è giunto. Tra pochi giorni ci sarà il voto in Senato, e se gli Stati Uniti approveranno l'aumento tutte le altre nazioni li seguiranno. A patto che non facciamo evacuare la Quindici proprio adesso. In quel caso saremmo addirittura fortunati se non ci tagliassero ogni finanziamento.
- Non c'è bisogno che continui - disse Weiler in tono reciso. - Vorrei solo ricordati che sono io a dirigere il Comando Operativo. Che razza di comandante sarei se non mi preoccupassi soprattutto della vita dei miei ragazzi?
- D'accordo, Bert. Ma il tuo giudizio deve basarsi sui rapporti del comandante della Base. Ebbene, Alsop dice che possiamo aspettare. Anzi, andrebbe su tutte le furie se facessimo evacuare la Quindici senza una richiesta precisa. Quindi non ci resta che attendere.
- Dimentichi che conosco Alsop molto bene - replicò Weiler. - È a caccia di gloria, e pur di ottenerla metterebbe a repentaglio la vita di tutti i suoi uomini senza batter ciglio.
"E lo sai anche tu"! pensò con rabbia. "Se credi di poterne approfittare dovrai fare i conti con me".
Ebbutt si alzò e fece il giro della scrivania. - Ascolta, Bert. So bene che sei preoccupato per i tuoi uomini, e questo ti fa onore. Hai tutta la mia ammirazione, credimi. Ma non devi dimenticarti che sei il comandante del Dipartimento ed è al Dipartimento che devi rendere conto, non ai singoli individui. Devi pensare al bene dell'intera organizzazione, capisci?
Gli mise una mano sulla spalla, con un gesto quasi fraterno. - E l'organizzazione ha bisogno di quegli stanziamenti. Sai bene quanto me che se ci dovessero essere polemiche per il fallimento di questa impresa io sarò costretto a buttarti in pasto ai lupi. Per te non sarebbe facile. E, soprattutto, come la prenderebbe Lucy?
Weiler guardò il viso cordiale e preoccupato di Ebbutt e si sentì ribollire.
"Bastardo"! pensò. "Non ti basta sfruttare le ambizioni di Alsop, ora vuoi anche trarre vantaggio dalle mie debolezze. Lucy…".
3.
Weiler aveva conosciuto Lucy Tyrrel nell'estate in cui era tornato dalla Quarta Spedizione su Marte. A quel tempo lui era tenente colonnello e a capo del Dipartimento c'era il generale Nichols. Quest'ultimo, che era stato suo comandante durante la Seconda Spedizione su Marte, gli aveva promesso una promozione per l'anno successivo e, forse, il comando della Prima Spedizione su Ganimede.
Quell'anno tutti gli astronauti erano considerati delle celebrità e per questo anche Weiler era stato invitato al ricevimento annuale nella grande villa di Wilson Tyrrel a Denver. Più che dai milioni di Tyrrel, Weiler era rimasto abbagliato dal fascino indolente e sofisticato di sua figlia. Se ne era innamorato immediatamente e, per quanto strano potesse sembrare, lei non lo aveva respinto. Forse era attratta più dal prestigio dell'uniforme che dalle sue reali qualità, ma Weiler non aveva dato peso alla cosa.
Quanto a lui, qualche giorno dopo, aveva preso a pugni Gresznik soltanto perché gli aveva consigliato di acciuffare in fretta una moglie ricca, intanto che ne aveva l'opportunità.
Weiler non voleva una moglie ricca. Voleva Lucy, e non aveva molte speranze di riuscire a sposarla. Invece, aveva avuto fortuna. Era stato promosso colonnello, aveva ottenuto il comando della spedizione su Ganimede e una settimana più tardi lui e Lucy erano marito e moglie.
"Non l'avrai fatto solo perché sto per partire in missione, vero"? le aveva chiesto.
Lucy aveva riso, ma lui non era riuscito a scacciare il dubbio che a conquistarla fossero state soprattutto le mostrine da colonnello.
Weiler era partito per Ganimede e vi aveva trascorso i sei mesi più duri della sua vita. Il viaggio era stato così lungo che gli uomini erano arrivati sul posto già svuotati di ogni energia e avevano dovuto lavorare come forzati per riuscire a impiantare le cupole della Base Tredici.
Per fortuna le scosse orbitali erano molto lievi su Ganimede. I ragazzi avevano cominciato ad ambientarsi e solo alcuni avevano accusato sintomi di claustrofobia. Inoltre si erano trovate abbondanti tracce di uranio proprio vicino al punto dove era stata stabilita la Base. Quando Weiler era tornato sulla Terra, tutti avevano proclamato che quella era stata la missione più fruttuosa, fin dai tempi dei primi voli spaziali.
Lui era sbarcato dall'astronave con l'unico desiderio di rivedere sua moglie al più presto. L'aveva trovata meravigliosa, come sempre, ma dopo qualche tempo aveva cominciato a preoccuparsi per lei. Lucy sembrava già stanca di vivere alla Base e gli suggeriva sempre più spesso di lasciare il Dipartimento. Per toglierle quelle idee, Weiler aveva pensato che ci fosse un'unica soluzione, ottenere il Comando Operativo.
Wilson Tyrrel era un uomo molto influente, e lo stesso Segretario Ebbutt aveva bisogno di poter contare su qualcuno di completa fiducia intanto che si dava da fare a Washington. Per questo, quando il vecchio Nichols era andato in pensione, Weiler era stato nominato al suo posto.
Da allora aveva potuto smettere di preoccuparsi. Il suo nome e la sua fotografia erano sempre presenti su tutti i giornali, e Lucy non aveva più tentato di convicerlo a lasciare il servizio.
C'era da chiedersi come avrebbe reagito ora, se Ebbutt l'avesse retrocesso affidandogli la direzione del Centro Ricerche o di qualche altra commissione di secondaria importanza.
Ebbutt conosceva bene tutta la situazione e la stava sfruttando a suo vantaggio. In piedi accanto alla scrivania parlava a Weiler in tono accorato.
- Devi valutare anche il tuo futuro nel Dipartimento, Bert, e il futuro di Lucy, soprattutto. Sono in gioco le tue mostrine, lo sai.
Weiler lo sapeva perfettamente, così come Ebbutt era sicuro che non ci fosse bisogno di dire altro, per farsi capire.
- Vuoi che tenga in sospeso l'ordine di evacuare la Quindici, è così? - chiese il generale. - Per quanto tempo?
- Finché non sarà Alsop a chiederlo - rispose Ebbutt. - Non mi sembra di pretendere troppo. Alsop è sul posto e può valutare la situazione meglio di noi. È un uomo che sa il fatto suo e poi, in fondo, tre giorni non sono un'eternità.
"Tre giorni" pensò Weiler. Ecco per quando era fissato il voto in Senato.
No, tre giorni non erano un'eternità per chi se ne stava seduto in un comodo ufficio del Dipartimento, ma sarebbero parsi interminabili lassù su Europa, con la superficie del satellite che si spaccava e le cupole che scricchiolavano in modo sinistro sopra le teste dei ragazzi. Lui poteva immaginarli, sempre in tuta e con gli elmetti a portata di mano, mentre inciampavano e barcollavano tra le esalazioni, tentando di raddrizzare il loro missile. A quei ragazzi ogni minuto sarebbe sembrato un secolo.
Sulla soglia ricomparve il maggiore Cheers. - Stanno arrivando le risposte dalla Tredici e dalla Quattordici su Ganimede - annunciò. - Devo passarle qui?
Weiler si alzò, contento di avere una scusa per muoversi. - No, veniamo ad ascoltarle in Sala Comunicazioni.
Quando la raggiunsero, trovarono Aiello e il suo assistente Vaughn davanti ai monitor. In piedi, in un angolo, il soldato semplice Forney guardò Weiler ed Ebbutt con espressione inquieta.
Rimasero tutti in silenzio, intanto che l'altoparlante trasmetteva i soliti fruscii spaziali di sottofondo, che a intervalli regolari aumentavano di intensità, finché non giunse la voce ansiosa di Burdeau.
- Servizio Interplanetario delle Nazioni Unite, Base Tredici, Ganimede. Ore 1,44 Tempo Solare. Qui Burdeau. I nostri due missili sono pronti a decollare per Europa appena riceveremo il vostro ordine. Mi permetto di suggerire che il decollo avvenga entro le ore dodici odierne, per evitare grosse difficoltà di navigazione. I messaggi dalla Quindici sono estremamente scoraggianti. Attendo ordini. Passo e chiuso.
Weiler guardò Ebbutt, ed Ebbutt tenne lo sguardo ostinatamente fisso sull'altoparlante. Non voleva discutere, eppure stava forzando la situazione.
- Gli rispondo io - dichiarò Weiler, rivolto ad Aiello. Prese in mano il microfono e attese che il sergente attivasse la comunicazione. - Terra Uno a Base Tredici. Qui generale Weiler. Per il momento non ci sono ordini di decollo, ma tenete in allerta l'equipaggio. Passo e chiudo.
Infine, rivolto a Ebbutt, aggiunse: - Burdeau è senz'altro più informato di noi, riguardo alla Quindici. E la situazione gli sembra grave.
- Vedremo che cosa ne dice Alsop - replicò il Segretario.
Sette minuti più tardi la voce di Alsop in persona si fece strada attraverso l'altoparlante.
- Servizio Interplanetario delle Nazioni Unite, Base Quindici, Europa. Ore 1,51 TS. Qui Alsop. Alle ore 1,02 è stata avvertita un'altra scossa, di intensità pari al grado 4,2. Non si registrano ulteriori danni a parte una lieve incrinatura della Stazione Uno. Riparazioni in corso e ripristino del missile in via di completamento. Le condizioni generali sono soddisfacenti. Passo e chiudo.
"Soddisfacenti, diavolo"! pensò Weiler. "Gli restano solo due stazioni e una ha già cominciato a incrinarsi"!.
Ebbutt lo prevenne, prima che avesse il tempo di aprire bocca. - Con il tuo permesso, Bert, vorrei rispondere ad Alsop personalmente. Grazie.
Aiello attivò di nuovo la comunicazione e Weiler rimase ad ascoltare, con espressione incredula, mentre Ebbutt prendeva il microfono e incominciava a formulare il suo messaggio.
- Parla il Segretario Ebbutt. Mi congratulo per la fermezza con cui avete affrontato l'emergenza, colonnello Alsop. Molti comandanti avrebbero già chiesto l'evacuazione, e noi siamo orgogliosi del vostro straordinario coraggio. In ogni caso, se la situazione peggiorasse e doveste aver bisogno di aiuto, non esitate a chiamare subito soccorso. Passo e chiudo.
Ebbutt depose il microfono e si volse per fronteggiare Weiler, con espressione impassibile.
- Dobbiamo tornare nel tuo ufficio, Bert?
- Sì - rispose Weiler. - Credo sia meglio.
In ufficio, aspettò che Ebbutt entrasse e poi chiuse la porta. - Ti rendi conto di ciò che hai fatto? - sbottò. - Hai appena condannato a morte trentadue uomini!
- Oh, andiamo, Bert! Non gli ho forse detto di chiamare soccorso, se ne avesse bisogno?
- Ma certo! Con quello che gli hai detto Alsop aspetterà che l'inferno gli ghiacci sotto i piedi, prima di chiedere l'evacuazione. Sai bene che sacrificherebbe i suoi uomini uno per uno pur di diventare un eroe. E tu lo hai incoraggiato!
- Calmati, Bert. Ti sei lasciato prendere troppo la mano da questa storia. - Mise una mano sulla maniglia. - Cerca di riprendere il controllo dei nervi intanto che vado da Daigh a farmi spiegare quelle famose specifiche di navigazione.
Rimasto solo, Weiler aprì lo sportello di un armadio metallico e infilò la mano dietro una pila di moduli. Tirò fuori un bicchiere di carta e una bottiglia di bourbon. Riempì il bicchiere a metà, ripose la bottiglia e raggiunse con passo stanco la scrivania.
Si sentiva nauseato. Prima di allora non si era mai reso conto con tanta chiarezza di quanto potesse essere spietato Ebbutt. Pur di ottenere i suoi stanziamenti era disposto a rischiare la vita di trenta uomini senza nemmeno battere ciglio.
"Maledetto Alsop"! pensò Weiler. "Se almeno ci fosse qualcun altro, lassù. Ad esempio Wall, oppure Burdeau…".
O se solo Alsop avesse avuto paura, almeno per una volta! Ma non c'era da sperarci. Sebbene fosse solo un esibizionista egocentrico, quell'uomo aveva fegato. Era una cosa che non insegnavano a scuola e che si imparava solo con gli anni. Un individuo poteva essere un emerito mascalzone, eppure avere fegato. Alsop avrebbe preferito morire pur di chiedere l'evacuazione.
I fascicoli del personale erano ancora sulla scrivania. Weiler li sfogliò un'altra volta. A dire la verità non era affatto ansioso di conoscere meglio gli uomini intrappolati lassù, era più facile pensare a loro come a dei nomi sulla carta. Ma non sapeva che altro fare. Rilesse le schede a una a una. Seppe così che il secondo nome del polacco era Casimir, che il maggiore Snedeker aveva le vene varicose e che il soldato Orrin Reno aveva giocato a basket alle scuole superiori e aveva superato i test attitudinali per l'ammissione nel Servizio Interplanetario con il voto di 72,3. Lesse la scheda di quel ragazzo con estrema attenzione. Gli sembrava di vedere descritto se stesso, com'era stato vent'anni prima. Il che lo faceva sentire peggio, ogni minuto di più.
4.
Ebbutt si svegliò su una branda nell'ufficio dell'attendente quando ormai era buio. Accese la luce e consultò l'orologio. Le 9,49. Aveva dormito per oltre due ore.
Uscì in corridoio e si avviò all'ufficio di Weiler.
- Bert?
In ufficio non c'era nessuno. Ebbutt rifletté per un attimo e proseguì per la Sala Comunicazioni.
Vaughn, un ragazzo biondo e piuttosto giovane, aveva preso il posto di Aiello davanti ai monitor. Seduto su una poltroncina accanto alla parete, il solito soldato semplice dall'aria rozza sbadigliava di gusto. Balzò in piedi di scatto non appena vide entrare Ebbutt.
- Il generale? - ripeté Vaughn dopo che il Segretario gli ebbe chiesto dove si trovava Weiler. - Non saprei, signore. Non si è più visto da quando ha mandato un messaggio alla Tredici. - Lanciò un'occhiata ai foglietti delle trascrizioni. - Alle 9,35. Un quarto d'ora fa, signore.
Il viso di Ebbutt non tradì il minimo stupore. - Un messaggio per la Tredici? - domandò in tono casuale.
- Sissignore.
- Mi faccia vedere la trascrizione. Vorrei leggere anche tutti i messaggi da e per la Quindici.
Vaughn gli porse due foglietti presi da una pila alla sua destra e poi altri due che aveva davanti.
Erano piuttosto brevi ed Ebbutt li lesse in fretta.
"Servizio Interplanetario Nazioni Unite, Base Quindici, Europa. Ore 2,58 TS. Qui Alsop. Registrate ulteriori scosse di minore intensità. Nessun danno serio. Il missile è stato rimesso in posizione di lancio. Ringrazio il Segretario Ebbutt per la fiducia dimostratami. Passo e chiudo".
"Servizio Interplanetario Nazioni Unite, Base Quindici, Europa. Ore 4,01 TS. Parla Gresznik. Alle 3,39 TS si è verificata una grave scossa sismica di intensità pari a 5,8 gradi. L'incrinatura alla Stazione Uno si è aggravata, ma le riparazioni di emergenza hanno avuto successo. Il missile è crollato, incastrandosi tra le gru. Personale ferito, maggiore Snedeker e caporale Larsen. Il colonnello Alsop dirige personalmente le operazioni di ripristino della rampa di lancio e ritiene che la situazione sia tuttora sotto controllo. Passo e chiudo".
"Servizio Interplanetario Nazioni Unite, Base Uno, Terra. Ore 5,57 TS. Terra chiama Burdeau, Base Tredici, Ganimede. Decollate per Europa al più presto e fate evacuare tutto il personale della Base Quindici. Qui Weiier. Passo e chiudo".
"Servizio Interplanetario Nazioni Unite, Base Uno, Terra. Ore 6,01 TS. Terra chiama il colonnello Gresznik, Base Quindici Europa. Tieni duro, polacco. Veniamo a prendervi. Qui Weiier. Passo e chiudo".
Ebbutt lasciò ricadere i foglietti davanti a Vaughn.
- Non avete proprio idea di dove possa trovarsi Weiier? - domandò in tono tranquillo.
Il soldato semplice Forney, dopo qualche esitazione, si decise ad aprir bocca. - Credo di averlo visto nel Planetario, signore.
- Grazie, soldato. - Ebbutt uscì e si incamminò in fretta lungo il corridoio. Raggiunse in breve la porta su cui era scritto: Sala di Proiezione delle Specifiche di Navigazione Extraterreste. Vietato l'ingresso.
L'unica luce in tutta la sala era il globo luminoso posto al centro. Recitava la parte del sole in quel minuscolo universo artificiale ed era circondato da piccoli globi di plastica retti da steli di supporto metallici che si muovevano su scanalature circolari concentriche. Ognuno di questi globi, a seconda del pianeta che rappresentava, portava con sé una corte di lune in miniatura e tutti insieme, pianeti e satelliti, ruotavano con precisione rigorosa nella luce severa di quel sole elettrico.
Weiler, di spalle, si trovava accanto al pianeta più grosso e osservava la ragnatela di satelliti che gli ruotava attorno emettendo un ronzio sommesso e costante. Si accorse di Ebbutt soltanto quando il Segretario fu a un passo da lui. Allora si voltò.
- Mi sembra di capire che sei stato in Sala Comunicazioni - commentò.
- Infatti - rispose Ebbutt. - Quanto tempo deve passare prima che i missili decollino dalla Tredici, dopo l'ordine?
Weiler non si era aspettato quella domanda. Dapprima parve sorpreso, poi capì. - Come minimo un'ora. Anche se l'equipaggio era già in stato d'allerta.
Ebbutt consultò il suo orologio, munito di un quadrante speciale che indicava anche il Tempo Solare. - Bene. Abbiamo ancora un margine di quaranta minuti.
- Non pensarci neanche - lo disilluse Weiler. - Non ho la minima intenzione di ritirare quell'ordine.
- Non ho tempo di discutere con te ora, Bert. Devi ritirarlo. Alsop vuole tener duro e io intendo dargli la possibilità di farlo.
- Non sono d'accordo…
Ebbutt si strinse nelle spalle. - Mi dispiace, non volevo arrivare a questo. Posso chiederti le dimissioni e nominare temporaneamente Daigh comandante. Sarà lui a ritirare l'ordine.
Weiler annuì: - L'immaginavo. Ma non puoi farlo, Ebbutt. Non subito, almeno.
- Perché no?
- Perché dopo aver inviato i messaggi alla Tredici e alla Quindici, ho chiamato tutte le agenzie di stampa. Le ho informate del terremoto su Europa e mi aspetto che giornalisti e operatori televisivi arrivino qui da un momento all'altro.
Il viso di Ebbutt si irrigidì in modo quasi impercettibile. Segretario e generale si fronteggiarono per un attimo nel silenzio della sala spezzato soltanto dal tenue ronzio dei globi di plastica che ruotavano intorno a loro.
- Non ricaveresti alcun vantaggio dalle mie eventuali dimissioni - continuò Weiler. - La gente vorrebbe sapere che cosa si è fatto per la Quindici. Non oserai ritirare il mio ordine.
- Sai qual è il tuo porblema, Bert? Non sei mai stato un vero comandante. Sei rimasto un maggiore, che si è seduto nella poltrona più in alto e finge che quello sia il suo posto.
- Può darsi, Ebbutt. Comunque, per ora, ho intenzione di restarci.
- Se farai evacuare la Quindici, il decreto di legge per gli stanziamenti verrà bocciato.
- Lo so.
- E non te ne importa?
- Non abbastanza da convincermi a dar retta a te e ad Alsop nemmeno un minuto di più.
Cheers entrò nel Planetario e venne verso di loro camminando con circospezione tra Marte e la Terra. Al loro confronto sembrava un gigante in uniforme.
- Generale, c'è una quantità di giornalisti qui fuori - annunciò. - Hanno portato le telecamere e chiedono una dichiarazione ufficiale.
- Più tardi - rispose Weiler.
- Ti conviene andare - gli consigliò Ebbutt. - Questo è il tuo spettacolo, no?
- Rilascerò la dichiarazione più tardi - ribatté il generale. - In questo preciso momento…
Dall'altra parte del Planetario, oltre il piccolo sistema solare i cui pianeti delicatamente bilanciati tremavano in modo impercettibile a ogni vibrazione, l'altoparlante dell'interfono trasmise la voce concitata di Vaughn.
- Generale, una comunicazione urgentissima dalla Quindici! Generale…
Weiler si volse in fretta. Quando raggiunse la porta, Vaughn aveva già passato in circuito la comunicazione che stava arrivando da Europa. Là voce di Gresznik si fece strada tra uno scroscio di scariche di sottofondo. Il polacco sembrava molto agitato, quasi in preda al panico.
- … sei gradi, causando movimenti tellurici di grave entità che interessano tutto il crinale a nord - ovest della Base. La Stazione Uno si è spaccata in due. Il personale è stato evacuato nella Tre, ma due uomini sono rimasti imprigionati sotto le gru della rampa di lancio, crollate insieme al missile. Purtroppo temiamo che…
Weiler udì la voce interrompersi mentre correva lungo il corridoio. Quando raggiunse la Sala Comunicazioni si sentiva solo il solito scroscio di disturbi in sottofondo. Vaughn, pallido e spaventato, distolse per un attimo lo sguardo dal monitor.
- La comunicazione non si è interrotta. È solo il colonnello Gresznik che ha smesso di parlare.
- Se la comunicazione non si è interrotta vuol dire che non può essere successo nulla di grave - commentò Ebbutt, arrivato in sala alle spalle di Weiler.
Il generale sembrava svuotato di colpo di ogni energia. Raggiunse la poltroncina accanto alla parete e si sedette di schianto.
- Sono spacciati - disse con rabbia. - La Stazione Tre era l'unica rimasta intatta.
- Se la comunicazione arriva vuol dire che…
Weiler sì rifiutò di ascoltare. Ne aveva abbastanza di Ebbutt, degli stanziamenti, del Dipartimento e di una quantità di altre cose.
"Sono arrivato tardi, polacco " pensò. "Avrei dovuto mandare quell'ordine dodici ore fa e dire a Ebbutt di andare all'inferno".
- Base Quindici - esclamò Vaughn all'improvviso. - Stanno ancora trasmettendo!
Mise in circuito la comunicazione e dall'altoparlante provenne una serie di suoni irregolari, diversi dai soliti disturbi di sottofondo. Sembravano scricchiolii, boati simili a colpi di cannone e voci lontane.
Poi nello spazio si fece strada una voce roca, quasi un grido. - Qui Alsop! Ho tentato di tener duro, ma ormai non c'è più nulla da fare. I movimenti tellurici stanno facendo sprofondare il crinale e la Stazione Tre incomincia a dar segni di cedimento. Mi dispiace, ormai è tutto inutile… - La sua voce venne sommersa per un attimo da un'ondata di scariche di sottofondo. In Sala Comunicazioni tutti rimasero immobili finché dall'altoparlante non provenne di nuovo il grido roco del comandante. - Dite alla gente che ho fatto del mio meglio! Io…
All'improvviso non si udì più nulla.
- Questa volta la comunicazione si è interrotta - disse Vaughn, con espressione disfatta.
- È proprio finita - gli fece eco Ebbutt.
Quest'ultima frase da comizio era proprio nello stile di Alsop, pensò Weiler. Aveva voluto morire dicendo ciò che lui aveva fatto, in un ultimo tentativo di agguantare la fama, la gloria. All'inferno ciò che avevano fatto tutti gli altri.
Com'era morto Orrin Reno, ad esempio? In tuta e con il cuore che batteva forte mentre il soffitto si squarciava sopra di lui e tutto prendeva a girare… E che senso aveva che quei ragazzi fossero morti così?
Weiler si alzò e raggiunse Ebbutt, dall'altra parte della stanza. - Sono rimasti là per niente. La loro morte non salverà i tuoi dannati stanziamenti - gli disse.
- Credi? - replicò Ebbutt. Gli brillavano gli occhi. - Tu non conosci la gente, Bert. Non la conosci affatto.
Si rivolse a Cheers. - Fai entrare quei giornalisti e quei teleoperatori - ordinò in tono reciso. - Voglio che le stazioni televisive di tutto il mondo ricevano un nostro bollettino straordinario. Di' a tutti che la Base Quindici è stata distrutta e che abbiamo la registrazione delle ultime parole del comandante. Voglio che tutto il mondo le senta.
Cheers uscì in fretta e Weiler si limitò a fissare il Segretario con espressione interrogativa. Ebbutt sembrava teso come una corda di violino, ma molto determinato.
- Piazzeremo le telecamere nel Planetario. Farò una brevissima dichiarazione e poi… niente. I modelli dei pianeti in primo piano e la registrazione dell'ultimo messaggio di Alsop. Gli ultimi appunti del capitano Scott impallidiranno, al confronto. La gente si commuoverà, e tutti passeranno dalla nostra parte.
- Immagino che funzionerà - commentò Weiler, parlando lentamente. - Farai di Alsop un eroe e otterrai finalmente i tuoi stanziamenti. Ma non contare su di me. Io vado a casa.
Andò nel suo ufficio e si versò un intero bicchire di bourbon. Ebbutt lo seguì.
- Ciò che ti ho detto vale ancora. Non hai la stoffa del vero comandante, Bert. Sei troppo ingenuo. Ma forse migliorerai, con il tempo.
- Davvero?
- Sì. Non ti chiedo le dimissioni. Se lo facessi, rischierei di rovinare l'effetto che sto cercando di creare. Rimani. Forse, tra qualche anno, imparerai a vedere le cose come le vedo io.
- Forse. Ma spero proprio di no, Ebbutt.
Cheers fece capolino alla porta. Dal corridoio provenne il suono di voci e di passi che si avvicinavano in fretta.
- Li ho fatti entrare, signore. Stanno incominciando a sistemare le telecamere nel Planetario.
- D'accordo - replicò Ebbutt. - Vengo subito.
Weiler aspettò che uscisse, poi tornò alla scrivania e si riempì un altro bicchiere.
"Alla tua, soldato semplice Orrin Reno" pensò. "Non saprai mai perché è successo proprio a te, e nemmeno che la tua morte è stata completamente inutile".
Buttò il bicchiere vuoto nel cestino e uscì.
Nel Planetario, in piedi accanto al modello rotante di Giove e delle sue lune, Ebbutt fronteggiava la luce abbagliante e l'occhio impersonale delle telecamere. Si era scompigliato ad arte i capelli e aveva leggermente allentato il nodo della cravatta. Non troppo, s'intende. Solo quel tanto necessario a farlo sembrare abbastanza sconvolto da non preoccuparsi più di avere un aspetto impeccabile. Erano questi i piccoli particolari che contavano.
Dopo una breve dichiarazione iniziale, ora conclusa, Ebbutt assunse un'espressione tesa e accorata, la più adatta a una simile occasione. Tuttavia mantenne la voce perfettamente calma. Era meglio, se si voleva che la gente ascoltasse con attenzione.
- Trentadue nostri ragazzi sono appena morti a milioni di chilometri di distanza - disse con semplicità.
- La Base Quindici è andata distrutta - proseguì Ebbutt. - Il punto più lontano in cui si era spinta la civiltà umana è scomparso. L'universo ci ha sconfitti, respinti. - Fece una pausa. - Che cosa ci resta da fare ora? Arrenderci, effettuare una ritirata strategica, ridurre le spese per i voli spaziali, lasciare che il Servizio Interplanetario delle Nazioni Unite rimanga senza finanziamenti e infine scompaia…?
Ebbutt sollevò il mento con un gesto di sfida e lasciò che la voce salisse di tono. Era a quel punto che doveva giocare il tutto per tutto.
- Ma loro, lassù, non si sono arresi! Hanno continuato a lottare per noi. E io voglio che ascoltiate le ultime parole dell'eroico comandante di quei nostri ragazzi.
Rimase immobile mentre l'occhio delle telecamere inquadrava il pianeta in miniatura e le sue minuscole lune rotanti. Vaughn fece partire la registrazione. Si udirono i boati, lo scricchiolio delle pareti metalliche e i disturbi spaziali di sottofondo. Poi, si sentì il grido roco del comandante.
- Qui Alsop! Ho tentato di tener duro ma ormai non c'è più nulla da fare…
L'ultimo boato si dissolse e per un attimo nella sala regnò il silenzio.
- È tutto - concluse Ebbutt.
Le telecamere si spensero e si udirono i primi brusii sommessi.
"Non potranno votarmi contro" pensò Ebbutt. "Non oseranno. Ho creato un nuovo eroe e la gente non si darà pace finché la Base Quindici non verrà ricostruita".
Si sentiva stanco e vecchio. Aveva dormito solo poche ore e adesso doveva tornare a New York per continuare a tener viva quell'emozione popolare che aveva suscitato, almeno finché il progetto per gli stanziamenti non fosse stato approvato. A pensarci bene, poteva addirittura chiedere un aumento superiore a quello previsto…
Cheers lo raggiunse nell'ufficio di Weiler, mentre si infilava il cappotto. - Un'auto la sta aspettando all'ingresso, signore. E il pilota del suo aereo è già stato avvisato.
- Grazie, maggiore - disse Ebbutt. Tacque per un attimo, osservando l'espressione impassibile del giovane ufficiale. - Anche tu mi consideri un bastardo, non è vero?
Cheers non rispose.
- Forse lo sono - continuò Ebbutt, in tono grave. - Devo esserlo, nella mia posizione. Coraggio e cervello non bastano per organizzare le conquiste spaziali. Ci vogliono denaro, voti e simpatie di gente sciocca. Già… ma tu non puoi capire.
- Capisco, invece - replicò Cheers, pallidissimo. - Tutti i vostri sforzi sono per il Dipartimento. Ma di noi, degli uomini che lo compongono, non vi importa un accidente.
Ebbutt annuì. - Anche Weiler ha detto qualcosa di simile, e forse ha ragione. Non me ne importa. Il giorno in cui incomincerà a importarmene, per me sarà ora di andare in pensione. Addio, maggiore - salutò. - Riferisci a Weiler che lo chiamerò.
Uscì e raggiunse l'auto che l'aspettava. Lontano, oltre l'altopiano, un missile si alzò nel cielo con un rumore di tuono. Ebbutt non alzò nemmeno lo sguardo.