Stories 93 / Random

Stories by edmond hamilton

ali (italian)

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1.
Il dottor Harriman si fermò nel corridoio del reparto maternità e domandò:
«Come sta la donna al 27?»
Vi era pietà negli occhi della capo infermiera, grassoccia e in camice i-namidato, quando rispose:
«È morta un’ora dopo il parto, dottore. Il suo cuore era malandato, lo sa.»
Il dottore annuì; la sua faccia magra e ben rasata era pensosa.
«Sì, mi ricordo adesso: lei e il marito erano rimasti feriti in una esplosione nella sotterranea, un anno fa, e il marito è morto di recente. Il bambino come sta?»
L’infermiera esitò.
«Un bel bambino sano, però…»
«Però, cosa?»
«Ha la gobba, dottore.»
Il dottor Harriman imprecò in segno di commiserazione.
«Che disgrazia terribile per quel poverino! Nato orfano, e deforme per giunta.» Poi disse con repentina decisione: «Gli darò un’occhiata. Forse possiamo fare qualcosa per lui.»
Ma quando lui e l’infermiera si curvarono sopra la culla in cui il piccolo David Rand, dal faccino rosso, giaceva strillando a pieni polmoni, il dottore scosse il capo.
«No, non possiamo fare nulla per quella gobba. Che peccato!»
Il corpicino rosso di David Rand era dritto e ben modellato come quello di qualsiasi neonato… tranne il dorso. Dalle scapole gli si partivano due rigonfiamenti, uno per parte, che scendevano ricurvi verso le ultime costole.
Quelle due gobbe erano così lunghe e affusolate nella loro curva spor-gente, che non si potevano dire vere e proprie malformazioni. Le mani e-sperte del dottore le palparono leggermente. Poi, una strana espressione gli si formò sulla faccia.
«Non sembra una deformità normale,» disse turbato. «Sarà meglio controllare ai raggi X. Dica al dottor Morris di preparare l’apparecchio.»
Il dottor Morris era giovane, robusto, dai capelli rossi, e anch’egli guardò con pietà il neonato urlante quando fu deposto davanti all’apparecchio ra-diografico.
Mormorò:
«Che condanna per quel bambino, quella gobba. Pronto, dottore?»
Harriman annuì.
«Faccia pure.»
L’apparecchio fu messo in funzione con scoppiettii e crepitii. Il dottor Harriman accostò gli occhi al fluoroscopio. Il suo corpo si irrigidì. Passò un lungo minuto di silenzio prima che si raddrizzasse. La sua faccia scarna era sbiancata e l’infermiera presente si chiese che cosa lo aveva emoziona-to tanto.
Harriman disse, con voce grossa:
«Morris! Guardi qui. O io ho le traveggole, o sto vedendo una cosa veramente senza precedenti.»
Morris, con espressione perplessa, guardò attraverso lo strumento. La sua testa sobbalzò.
«Mio Dio!», esclamò.
«Lo vede anche lei?», esclamò Harriman. «Dunque non sono impazzito.
Ma questa cosa… caspita! È senza precedenti in tutta la storia dell’umani-tà!»
Farfugliò in modo incoerente:
«E le ossa anche… vuote… tutta la struttura scheletrica diversa. Il suo pe-so…»
Mise il neonato su una bilancia. Il giogo si mosse a scatti.
«Vede!», esclamò Harriman, «Pesa un terzo di quanto dovrebbe pesare un neonato della sua altezza.»
Il giovane dottor Morris fissava rapito le gobbe sul dorso del piccino.
Disse con voce rauca:
«Ma non è possibile…»
«I fatti parlano chiaro», sbottò Harriman. I suoi occhi brillavano di eccitazione. Esclamò: «Una mutazione del sistema genetico… soltanto questa può esserne la causa. Una qualche influenza pre-natale…»
Si batté il pugno nell’altra mano.
«Ci sono! L’esplosione che ha colpito la madre del piccolo un anno prima della sua nascita. Ecco la causa: una esplosione di radiazioni ad alto potere penetrativo ha danneggiato, anzi mutato i geni della donna. Ricorda gli esperimenti di Muller?»
Lo stupore della capo infermiera superò il rispetto per il superiore. Gli chiese:
«Ma che cos’ha, dottore? Qual è il problema di quella gobba? È davvero così preoccupante?»
«Preoccupante?», ripeté il dottor Harriman. Tirò un profondo respiro.
Disse all’infermiera: «Questo bambino, David Rand, è un caso unico nella storia della medicina. Non c’è mai stato nessuno come lui… Per quanto ne sappiamo, quello che capiterà a lui non è capitato a nessun essere umano.
E tutto per l’esplosione.»
«Che cosa gli capiterà?», domandò l’infermiera costernata.
«Questo bambino avrà le ali!», gridò Harriman. «Quei rigonfiamenti sul dorso, non sono comuni malformazioni congenite: sono le ali nascenti, che presto spunteranno fuori e cresceranno come quelle degli uccellini.»
2.
La capo infermiera li guardò sbalordita.
«State scherzando,» disse infine, chiaramente incredula.
«Buon Dio, pensa che scherzerei su una cosa del genere?», gridò Harriman. «Senta: io sono stupito quanto lei, anche se intuisco la ragione scien-tifica della cosa. Il corpo di questo bambino è diverso da tutti gli altri.
«Le sue ossa sono vuote, come quelle degli uccelli. Il suo sangue sembra diverso, e inoltre pesa un terzo di quanto dovrebbe. E le sue scapole for-mano proiezioni ossee alle quali sono attaccati grandi muscoli di ali. I raggi X mostrano chiaramente le ossa e le penne rudimentali delle ali.»
«Ali!», ripeté il giovane Morris confuso. Poi disse: «Harriman, questo bambino potrà…»
«Volare, sì!», annunziò Harriman. «Ne sono certo. Le ali saranno molto grandi, e il suo corpo tanto più leggero del normale che si reggerà facilmente in volo.»
«Buon Dio!», esclamò Morris incoerentemente.
Guardò il piccino con espressione un po’ allucinata. Il neonato aveva smesso di piangere e adesso muoveva debolmente i piccoli arti grassi e ro-sei.
«Non è possibile,» disse l’infermiera, rifugiandosi nell’incredulità. «Co-me può un neonato, un uomo, avere le ali?»
Il dottor Harriman disse pronto:
«È dovuto a un profondo mutamento dei geni materni e paterni. I geni, lo sa, sono le minuscole cellule che presiedono allo sviluppo corporeo di ogni cosa vivente. Alterando il sistema genetico, si altera lo sviluppo corporeo dell’essere che nasce, il che spiega la diversità di colore, grandezza, eccetera, nei bambini. Ma quelle piccole diversità sono dovute a mutamenti dei geni relativamente modesti.
«Invece il sistema genetico dei genitori di questo bambino ha subito mutamenti radicali un anno fa. L’esplosione che li ha colpiti deve avere altera-to profondamente i loro geni, a causa della forza dell’onda elettrica. Muller, dell’Università del Texas, ha dimostrato che la struttura del gene può essere notevolmente alterata dalle radiazioni, e che i nati da genitori colpiti da esse avranno una forma corporea molto diversa da quella dei genitori.
Quell’incidente ha prodotto un sistema genetico totalmente nuovo nei genitori del bambino, e tale da fare di lui un uomo alato. Il piccolo è ciò che i biologi chiamano tecnicamente un mutante.»
Il giovane Morris disse di punto in bianco:
«Buon Dio, cosa diranno i giornali quando sapranno la cosa?»
«Non dovranno saperla,» affermò il dottor Harriman. «La nascita di questo bambino è una delle cose più grandi della storia della biologia, e non deve finire nella cronaca popolare. Dobbiamo mantenere il più stretto ri-serbo sull’evento.»
3.
Il segreto durò tre mesi, in tutto. In quel tempo il piccolo David Rand occupò una stanza privata dell’ospedale e fu assistito soltanto dalla capo infermiera, e visitato esclusivamente dai due medici.
In quei tre mesi, l’ipotesi del dottor Harriman si concretizzò puntualmen-te. Perché, in quel periodo, i rigonfiamenti dorsali crebbero con incredibile rapidità e, alla fine, dalla tenera carne spuntarono un paio di cose tozze, scarne, che erano inequivocabilmente due ali.
Il piccolo David strillò vivacemente nei giorni in cui gli spuntavano le ali, perché sentiva dolore come nella dentizione, ma moltiplicato molte volte. I due medici guardarono con tanto d’occhi le piccole ali con le loro rudimentali penne ancora incapaci di credere a quello che vedevano.
Videro che il bambino aveva «completo controllo delle ali, come delle braccia e delle gambe, mediante i grandi muscoli attorno alla base, muscoli che nessun essere umano possedeva.» E notarono anche che, pur aumen-tando di peso, David era sempre un terzo del peso normale: il suo cuore inoltre aveva pulsazioni molto accelerate e il suo sangue era assai più caldo del normale.
Poi accadde. La capo infermiera, incapace di conservare oltre il tremen-do segreto, lo confidò a un parente. Questi lo raccontò a un altro parente, sempre in confidenza. E, due giorni dopo, la storia apparve sui giornali di New York.
L’ospedale mise guardie all’entrata e rifiutò l’accesso ai reporter sorri-denti che erano venuti a chiedere notizie dettagliate. Erano tutti scettici in realtà, e i giornali, nel riferire la storia, avevano usato un tono scherzoso. Il pubblico ne rideva. Un bambino con le ali! Cos’altro avrebbero propinato ancora i giornali?
Ma, pochi giorni dopo, gli articoli cambiarono di tono. Altri dipendenti dell’ospedale, incuriositi dalla stampa, spiarono nella stanza dove David Rand giaceva, facendo gridolini gioiosi, e muovendo braccia, gambe, e ali.
Essi riferirono ai quattro venti che la storia era vera. Uno di loro, che aveva l’hobby della fotografia, riuscì a introdursi nella stanza e a scattare una immagine del neonato. Sebbene poco chiara, la foto mostrava senza ombra di dubbio un bambino con un paio di ali che gli stavano crescendo sul dorso.
L’ospedale divenne una fortezza, un posto assediato. Cronisti e fotografi brulicavano all’esterno e protestavano contro il servizio di polizia apposi-tamente istituito per tenerli alla larga. I grandi organi di stampa offrirono al dottor Harriman ingenti somme per articoli esclusivi e fotografie del bambino alato. Il pubblico cominciò a domandarsi se non ci fosse qualcosa di vero.
Il dottor Harriman dovette cedere, alla fine. Ricevette una commissione di dodici persone fra giornalisti, fotografi, e medici eminenti, perché ve-dessero il bambino.
David Rand, nella culla, li guardò con seri occhi azzurri, prendendosi un piede in mano mentre gli illustri dottori e i rappresentanti della stampa lo guardavano con gli occhi fuori dalle orbite.
I dottori dissero:
«È incredibile, ma è vero. Non è un imbroglio: il bambino ha veramente le ali.»
I giornalisti chiesero al dottor Harriman con eccitazione:
«Quando sarà più grande, potrà volare?»
Harriman rispose conciso:
«Per il momento non possiamo dire quanto si svilupperà. Ma, se la sua crescita continuerà regolarmente, indubbiamente potrà volare.»
«Buon Dio, dov’è un telefono?», bofonchiò un giornalista. E dopo fu tutto un affollarsi ai telefoni.
Il dottor Harriman lasciò che scattassero qualche foto, poi li mandò tutti fuori senza molti complimenti. Ma nulla trattenne più la stampa, dopo. Il nome di David Rand fece il giro del mondo, diventando di colpo il più fa-moso. Le foto convinsero anche i più scettici.
Illustri biologi fecero lunghe dichiarazioni sulle teorie della genetica che potevano giustificare la struttura del bambino. Antropologi specularono sulla possibilità o meno che strani uomini alati fossero nati occasionalmen-te nell’antico passato, alimentando le leggende di arpie, vampiri e esseri volanti, note in tutto il mondo. Sette maniache videro nella nascita del bambino un presagio della prossima fine del mondo.
Agenti teatrali offrirono cifre favolose per accaparrarsi David ed esibirlo in un cubo di vetro asettico. Giornali e servizi stampa facevano a gara nell’offrire somme per avere l’esclusiva della storia narrata dal dottor Harriman. Un migliaio di ditte chiesero di acquistare il diritto di usare il nome di David su giocattoli, alimenti per l’infanzia, e altre cose.
E la causa di tanto subbuglio giaceva, si rotolava e faceva gridolini, qualche volta piangeva nel suo lettino, e di tanto in tanto batteva vigoro-samente le incipienti ali che avevano sconvolto il mondo intero. Il dottor Harriman guardava pensoso il bambino.
Disse:
«Dovrò portarlo via da qui. Il sovrintendente dell’ospedale si lamenta che la folla e i tumulti rovinano il posto.»
«Ma dove lo porterà?», s’informò Morris. «Non ha genitori, né parenti, e non può mettere un bambino così in un orfanotrofio.»
Il dottor Harriman prese una decisione.
«Conto di ritirarmi dalla professione, per dedicarmi allo studio della crescita di David. Mi farò nominare suo tutore legale e lo alleverò in qualche luogo lontano da tutto questo trambusto: un’isola, o qualcosa di simile, se la troverò.»
Il luogo lo trovò: un’isola al largo della costa del Maine, un pezzetto di sabbia deserta e di alberi stenti. L’affittò, vi costruì un bungalow, e vi condusse David Rand e una bambinaia-domestica di mezza età. Assunse anche un robusto guardiano norvegese che era bravissimo nel respingere i battelli dei giornalisti intenzionati a sbarcare là.
Dopo un certo tempo la stampa lasciò perdere. Si contentò di riportare foto e articoli che il dottor Harriman dava a pubblicazioni scientifiche, re-lativi alla crescita di David.
4.
David crebbe rapidamente. A cinque anni era diventato un bambino robusto dai capelli biondi, con ali grandi e coperte da penne corte di colore bronzeo. Correva, rideva, e giocava come un qualsiasi monello, battendo le ali energicamente.
Non aveva ancora compiuto dieci anni quando volò. Allora era un po’
più snello, e le lucenti ali bronzee gli arrivavano ai talloni. Quando camminava, o stava seduto, o dormiva, teneva le ali ben ripiegate sulla schiena come una guaina scura. Ma quando le spiegava, esse si allargavano molto più delle braccia.
Il dottor Harriman aveva pensato di abituare David al volo gradatamen-te, fotografando e osservando ogni stadio del processo. Ma non successe così. David spiccò il primo volo con la naturalezza di un uccello.
Egli stesso non aveva fatto molto caso alle sue ali. Sapeva che il dottor John, così lo chiamava, non le aveva, e neppure Flora, la vecchia bambinaia allampanata, e neppure Holf, il guardiano sogghignante. Ma David non aveva avvicinato altre persone, e così immaginava che il mondo fosse divi-so tra gente con le ali e gente senza. Non sapeva precisamente a che cosa servivano le ali, però gli piaceva batterle e agitarle quando correva a torso nudo.
Poi, una mattina di aprile, David scoprì l’uso delle ali. Si era arrampicato su una vecchia quercia per guardare un nido di uccelli. Il bambino era sempre molto attirato dagli uccelli dell’isoletta, e saltava e batteva le mani quando li vedeva saettare e roteare sopra la sua testa. Osservava gli stormi che in autunno migravano a sud e a primavera tornavano al nord: scrutava il loro modo di vivere per qualche oscuro senso di parentela con gli altri pennuti.
Era dunque arrivato quasi in cima alla quercia, quella mattina, per spiare il nido di uccelli. Le sue ali erano ben ripiegate perché non urtassero contro i rami. Poi, quando allungò le braccia per salire di un ultimo passo, il piede poggiò sulla corteccia vuota di un ramo morto. Benché leggero in modo anomalo, il suo peso bastò a spezzare il ramo e il bambino cadde giù.
L’istinto scattò nel suo cervello nel momento stesso in cui precipitava. E
le sue ali si spiegarono spontaneamente con un fruscio improvviso. Sentì un terribile strappo che gli tirò le spalle. E poi, come per un prodigio, non cadeva più a capofitto, ma scivolava planando, con le ali distese e rigide.
Nella parte più intima del suo essere scoppiò un grido di esultanza.
Giù… giù… volando come un uccello che calava all’improvviso, con l’aria limpida che lo colpiva in faccia, e gli sfiorava le ali e il corpo. Una emozione piacevole, eccitante, che mai aveva provato prima: una improvvisa, pazza gioia di vivere.
Gridò e, in un impulso repentino, batté le grandi ali frustando l’aria, poi piegò la testa all’indietro, tese le braccia lungo i fianchi e unì le gambe rigide.
Adesso si librava verso l’alto: il terreno si allontanava da lui, il sole gli ardeva negli occhi, il vento sibilava tutto attorno. Aprì la bocca per gridare ancora, e l’aria fredda e tersa gli scese in gola. In uno stato di pura estasi fisica, si levò nel cielo come un razzo, in un frusciare di ali.
Fu così che il dottor Harriman lo vide, quando gli capitò di uscire dal bungalow un po’più tardi. Udì un grido acuto, esultante, che veniva dal cielo e, guardando in alto, vide la snella forma alata che si lanciava in picchiata verso di lui in un bagliore di sole.
Il dottore trattenne il fiato, di fronte alla bellezza di quello spettacolo: David scendeva, risaliva, volteggiava sopra di lui, pazzo di felicità per le sue ali appena scoperte. Il ragazzo aveva imparato per istinto come girare, roteare, planare, anche se i suoi movimenti erano ancora impacciati e talvolta irregolari.
Quando infine David Rand scese a terra davanti al dottore, richiuse subito le ali, e i suoi occhi brillavano di gioia.
«Posso volare!»
Il dottore annuì.
«Puoi volare, David. So di non poterlo impedire ormai, ma non devi lasciare l’isola, e devi essere prudente.»
5.
Quando David compì i diciassette anni, non aveva più bisogno di rac-comandazioni. In aria si sentiva a suo agio come qualsiasi uccello.
Era un giovane alto, magro, biondo, e la sua figura dritta come un fuso era coperta dai soli pantaloncini, tutto l’abbigliamento che richiedeva il suo corpo dal sangue caldo. Una prorompente energia sprizzava irrequieta dalla sua faccia affilata e dagli occhi azzurri e mobilissimi.
Le ali erano diventate magnifiche, con penne lucide color bronzo che misuravano aperte oltre tre metri e, ripiegate sul dorso, raggiungevano i talloni.
Volare continuamente sopra l’isola e le acque circostanti gli aveva rinvi-gorito i muscoli alati dietro le spalle, dandogli una enorme forza e resi-stenza. Poteva passare un giorno intero fluttuando e librandosi nel cielo, ora levandosi in alto con violenti colpi delle ali, ora volteggiando, planando sulle ali immobili, in lenta discesa.
Poteva inseguire e superare qualsiasi uccello in aria. Metteva lo scompi-glio in uno stormo di fagiani, e la sua risata alta, squillante, eccitata, e-cheggiava in cielo mentre roteava, ondeggiava, e piombava in velocità dietro gli uccelli spaventati. Strappava le penne della coda a falchi oltraggiati prima che potessero fuggire, e calava più veloce di loro su conigli e scoiat-toli al suolo.
Talvolta, quando la nebbia investiva l’isola, il dottor Harriman udiva il grido squillante nella bruma grigia e sapeva che David era lassù. Oppure volava sopra le acque scintillanti sotto il sole, si calava giù a capofitto verso il mare e, all’ultimo momento, spiegando rapidamente le ali, sfiorava appena la cresta dell’onda assieme a urlanti gabbiani, e via di nuovo su, come un razzo.
David non si era mai allontanato dall’isola, ma il dottore, nelle sue rare visite sulla terraferma, aveva constatato che l’interesse generale per il giovane volante era ancora vivo. Le fotografie che Harriman dava alle riviste scientifiche non bastavano più a soddisfare la curiosità del pubblico, e mo-tolance e aeroplani con operatori e cineprese giravano spesso attorno all’isola per riprendere immagini di David Rand in volo.
A uno di quegli aeroplani accadde una cosa che fornì ai suoi occupanti materia di conversazione nei giorni seguenti. Il pilota e il cineoperatore raggiunsero l’isola a mezzogiorno, nonostante il divieto di tali voli posto dal dottor Harriman, e si misero a girare sfacciatamente sul cielo dell’isola in cerca del giovane volante.
Se avessero guardato in alto, avrebbero visto David come un puntino mobile sopra di loro. Egli osservava l’aeroplano con acuto interesse non di-sgiunto da disprezzo. Ne aveva già visti di quegli uccelli di metallo, e gli facevano soltanto pietà e ribrezzo, con le loro ali rigide, goffe, e i motori rumorosi grazie ai quali gli uomini senza ali avevano trovato un espediente per volare. Quello, però, quello proprio sotto di lui, stimolava la sua curiosità, ed allora egli calò in direzione della parte posteriore, con le grandi ali che lo portavano verso il flusso dell’elica.
Il pilota, nella cabina posteriore aperta, ebbe quasi un colpo al cuore quando qualcuno gli batté sulla spalla da dietro. Si voltò di scatto, sciocca-to e, quando vide David Rand che rannicchiato in posa precaria sulla fusoliera gli sorrideva, perse momentaneamente la testa e il velivolo scivolò d’ala incominciando a cadere.
Con una risata fragorosa, David Rand si staccò dalla fusoliera e, spiegate le ali, si librò in volo superandolo. Il pilota recuperò una certa presenza di spirito per raddrizzare l’aereo e, poco dopo, David lo vide allontanarsi bar-collando verso la terraferma. I suoi occupanti ne avevano abbastanza per quel giorno.
Ma il numero crescente di quei visitatori curiosi stimolò in David Rand una forte curiosità per il mondo esterno. Si chiedeva sempre più spesso che cosa ci fosse al di là della bassa, indistinta linea costiera della terraferma, che egli vedeva dall’isola. Non capiva perché il dottor John gli impediva di volare fin là, quando ben sapeva che le sue ali lo avrebbero portato a una distanza cento volte maggiore.
Il dottore glielo disse.
«Ti ci condurrò presto, David. Ma devi aspettare di comprendere meglio le cose… sennò non potresti adattarti al resto del mondo.»
«Perché no?», domandò David perplesso.
Il dottore glielo spiegò.
«Tu hai le ali, e nessun altro al mondo le ha. Questo potrebbe renderti la vita difficile.»
«Ma perché?»
Harriman si carezzò il mento scarno e disse pensieroso:
«Potresti rappresentare una specie di fenomeno da baraccone, David.
Solleveresti la curiosità della gente perché sei diverso, ma per la stessa ragione ti guarderebbero con disprezzo. Ecco perché io ti ho allevato qui: per evitarti tutto questo. Devi aspettare ancora un poco prima di vedere il mondo.»
David Rand levò una mano in alto a indicare con una certa collera uno stormo di uccelli selvatici che cinguettavano. Erano diretti a sud e spicca-vano neri nel tramonto autunnale.
« Quelli non aspettano! Li vedo sempre in autunno. Ogni cosa che vola se ne va. E a primavera ritornano, mi passano sopra la testa. Ma io devo restare qui, in questa isoletta!»
Un inquieto stimolo di libertà gli sprizzò dagli occhi.
«Voglio andarmene come loro, vedere la terra laggiù, e la terra oltre quella.»
«Ci andrai presto,» gli promise il dottore. «Ti accompagnerò… baderò io a te, là.»
Ma quella sera, al crepuscolo, David stette col mento nella mano e le ali ripiegate, a guardare meditabondo gli stormi di uccelli che andavano a sud.
E, nei giorni che seguirono, egli trovò sempre meno piacevole volare senza mèta sopra l’isola, mentre osservava con crescente desiderio l’interminabi-le, gioiosa migrazione delle oche selvatiche starnazzanti, delle anitre scia-manti, e degli uccelli canterini.
Il dottor Harriman vide e comprese quello struggimento negli occhi di David, e sospirò.
«È cresciuto,» pensò, «e vuole andarsene come qualsiasi giovane uccello che lascia il nido. Non potrò impedirglielo a lungo.»
Ma fu lo stesso Harriman ad andarsene per primo, in modo diverso. Già da qualche tempo egli soffriva di cuore, e venne la mattina in cui il dottore non si svegliò più, e David, confuso e disorientato, guardò la faccia mar-morea del suo tutore.
Per tutto il giorno, mentre la vecchia domestica piangeva sommessamen-te girando per la casa, e il norvegese era andato in barca sulla terraferma a prendere accordi per il funerale, David Rand rimase seduto con le ali ripiegate e il mento nella mano, fissando un punto lontano oltre la distesa delle acque.
La notte, quando tutto era buio e silenzioso attorno al bungalow, si in-trodusse di soppiatto nella stanza dove la salma del dottore era composta nella pace eterna. Nell’oscurità David gli toccò la mano scarna, fredda. Le lacrime gli riempirono gli occhi, e un nodo gli serrò la gola, mentre faceva quel futile gesto di commiato.
Poi, altrettanto silenziosamente, uscì di casa nella notte. La luna era un disco rosso sopra il mare a oriente e il vento autunnale soffiava freddo e pungente. Portate dall’aria pura, giungevano le gioiose note di cinguettii, canti, e fischi di un lungo stormo di uccelli selvatici, simili agli acuti squil-li di tromba di una gaia provocazione.
David piegò i ginocchi e si lanciò in alto con un frusciar d’ali: su, su, con l’aria fredda che gli passava sul corpo, gli rimbombava negli orecchi, mentre le sue narici respiravano avidamente. E il cupo dolore nel cuore lasciò il posto alla esultante gioia del volo e della libertà. Era insieme agli uccelli ora, e al vento sibilante affidava la risata che gli usciva dalle labbra e faceva fuggire gli uccelli spaventati.
Poi, quando si accorsero che la strana creatura alata unitasi a loro, non voleva danneggiarli, gli uccelli si ricomposero in stormo. Lontano, oltre la distesa ondeggiante delle acque, luccicava la luna rossa e la costa della terraferma, costellata da tante piccole luci, le luci della gente che vi abitava.
Gli uccelli lanciavano grida acute, David rideva e cantava in allegro co-ro, mentre le sue grandi ali frusciavano all’unisono con le altre, portandolo in alto nel cielo notturno, verso il sud, verso l’avventura, verso la libertà.
Per tutta la notte e, tranne brevi soste, per tutto il giorno seguente, David volò verso sud, in parte sopra acque infinite, in parte sopra terra verde e fertile. Calmò la fame calandosi su alberi ricchi di frutti maturi. Quando venne la seconda notte, dormì su una biforcazione di rami di una grande quercia del bosco, comodamente rannicchiato, con le ali ripiegate attorno al corpo.
Passò poco tempo, e il mondo seppe che il giovane alato era fuggito dall’isola. Contadini, abitanti di villaggi e di città, guardavano increduli la sottile figura che volava alta sopra le loro teste. Negri ignoranti, che mai avevano sentito parlare di David Rand, si gettavano a terra, colti dal pani-co, mentre il giovane passava in cielo.
Durante tutto l’inverno giunsero notizie di David dal sud, notizie che confermavano come egli fosse diventato quasi completamente una creatura del mondo selvaggio. Quale maggior piacere del librarsi nei lunghi giorni assolati sopra gli azzurri mari tropicali, piombare su peschi d’argento che affioravano dall’acqua, raccogliere strani frutti, dormire di notte su un alto albero, più vicino alle stelle, e svegliarsi all’alba per godere di un altro giorno di completa libertà?
Di tanto in tanto egli volteggiava di soppiatto sopra qualche città, di notte, fluttuando lentamente nell’oscurità e spiando incuriosito giù, in direzione della grande massa di luci, delle strade brulicanti di folla e di veicoli.
Non entrava in quelle città, e non capiva come là la gente riusciva a vivere, trascinandosi sulla superficie della terra, urtandosi e spingendosi l’un l’altro. Non conoscevano, quei cittadini, la pura gioia sublime di volare nell’infinità dell’azzurro cielo. Che valore aveva la città per quella gente, attaccata alla terra come formiche?
Quando il sole primaverile si fece più caldo, e gli uccelli si riunivano in chiassosi stormi migratori, anche David si sentì spinto verso nord. Volò sulla terra verdeggiante, sorretto dalle grandi ali bronzee che battevano l’aria senza mai stancarsi, e la sua figura abbronzata e snella, saettò dritta verso nord.
Giunse infine alla sua meta, l’isola dove aveva vissuto gran parte della sua vita. Adesso era solitaria e deserta, in mezzo a un mare vuoto, e le ombre del crepuscolo si addensavano sulle cose nel bungalow abbandonato, nel giardino incolto.
David si fermò là per un certo periodo, dormendo sulla veranda, facendo lunghi voli per divertimento, a ovest sopra villaggi e sporche città, a nord sopra la costa frastagliata e battuta dai marosi, a est sopra il mare azzurro.
Ma quando i fiori cominciarono a morire e l’aria si raffreddò, David fu colto di nuovo da una profonda smania e si unì alle grandi migrazioni di esseri alati diretti a sud.
Nord e sud… sud e nord: tre anni durò la sua libertà selvaggia e incon-trollata. In quei tre anni egli conobbe monti e valli, mari e fiumi, tempeste e bel tempo, fame e sete, così come solo le creature del mondo selvaggio li conoscono. E, in quegli anni, il mondo si abituò a David, quasi lo dimenticò. Era l’uomo alato, un fenomeno insomma; non ve ne sarebbe stato mai un altro come lui.
6.
Poi, la terza primavera, la libertà alata di David Rand giunse alla fine.
Era in volo verso nord, e al tramonto sentì fame. Scorse nel crepuscolo una villa fuori città, circondata da giardini e frutteti; vi si calò in picchiata con il desiderio di cibarsi delle prime bacche. Era già vicinissimo agli alberi, quando dal suolo echeggiò una fucilata. David sentì una terribile trafittura nella testa e non capì più nulla.
Quando si risvegliò, era a letto in una stanza piena di sole. C’erano un uomo di mezza età dalla faccia gentile e una ragazza, e un altro uomo che doveva essere un medico. David si accorse di avere la testa fasciata. I tre lo stavano guardando con acceso interesse.
Il più anziano, dall’espressione gentile, disse:
«Sei David Rand, quel tizio con le ali? Beh, sei molto fortunato a essere vivo.» E spiegò: «Sai: il mio giardiniere dava la caccia a un falco che ci ruba i pulcini. Quando ieri sera sei calato giù, lui ha sparato prima di ac-corgersi che eri tu. Alcuni pallini ti hanno colpito di striscio alla testa.»
La ragazza gli chiese gentilmente:
«Si sente meglio adesso? Il dottore dice che presto si rimetterà perfettamente.» Poi aggiunse: «Questo è mio padre, Wilson Hall. Io sono Ruth.»
David guardò la ragazza. Gli parve di non avere mai visto nessuna donna bella come quella brunetta timida e dolce, coi suoi riccioli scuri e gli occhi castani che esprimevano affetto e preoccupazione.
Comprese subito la ragione, fino a quel momento a lui oscura, per cui gli uccelli si cercavano e si univano a due a due in ogni stagione di accoppia-mento. Egli, adesso, provava la stessa cosa, un desiderio che lo spingeva verso la ragazza. Non pensò a quell’impulso come a un sentimento d’amore, ma fu proprio amore a prima vista.
Disse a Ruth:
«Si, sto bene.»
Ma ella disse:
«Deve rimanere qui finché non sarà perfettamente guarito. È il minimo che possiamo fare per lei, dato che è stato un nostro servo a colpirla, col rischio di ucciderla.»
David rimase, e la ferita si cicatrizzò. Non gli piaceva la casa, le cui stanze erano oscure e soffocanti per lui, ma poteva starsene fuori durante il giorno, e dormiva nella veranda la notte.
Né gli piacquero i giornalisti e i fotografi che vennero a casa di Wilson Hall per raccogliere interviste sull’incidente capitato all’uomo alato. Ma anche quelli smisero di venire, perché David Rand non era più l’attrazione di un tempo. E quando nella villa arrivavano persone che guardavano sconcertate lui e le sue ali, David non ci faceva più caso, tanto si era abituato.
Sopportava tutto, pur di restare vicino a Ruth. Il suo amore per lei era un fuoco puro che lo bruciava dentro, e nulla al mondo gli sembrava tanto de-siderabile quanto ottenere l’amore della ragazza. Tuttavia, essendo rimasto in gran parte selvaggio, e avendo avuto poca esperienza di conversazione, trovò difficile esprimerle quello che sentiva.
Glielo disse infine, seduto accanto a lei nel giardino. Quando ebbe finito, i dolci occhi di Ruth erano turbati.
«Vuoi che ti sposi, David?»
«Oh, sì,» disse il giovane, un po’ confuso. «È così che lo chiamano, quando la gente si accoppia, vero? E io ti voglio come mia compagna.»
Ella disse, costernata:
«Ma David, le tue ali…»
Egli rise.
«Diamine, non è successo nulla alle mie ali. L’incidente non le ha sciupate. Vedi?»
Saltò in piedi, aprì le grandi ali bronzee che rilucevano al sole, facendo di lui una figura fiabesca pronta a spiccare il volo nel cielo, il corpo ab-bronzato e snello coperto dai soli calzoncini corti, unico suo indumento.
La preoccupazione non abbandonò gli occhi di Ruth.
«Non è questo, David… è che le tue ali ti rendono così diverso da tutti.
Naturalmente è meraviglioso che tu possa volare, ma la cosa ti differenzia tanto dagli altri che la gente ti considera una specie di fenomeno.»
David strabuzzò gli occhi.
« Tu non mi consideri così, vero Ruth?»
«Certamente no,» disse Ruth. «Ma in un certo senso è anomalo, mostruoso, che tu abbia le ali.»
«Mostruoso?», ribatté David. «Diamine, non lo è affatto. È… è bellissi-mo poter volare! Guarda!»
E spiccò il volo, in un frusciare di ali: su, su, salì verso la volta celeste, discese, risalì, andò avanti e indietro come una rondine, volteggiò e scese a capofitto per posarsi leggermente sulle punte dei piedi accanto alla ragazza.
«C’è nulla di mostruoso in questo?», le domandò allegro. «Perbacco Ruth, io desidero che tu voli con me, stretta fra le mie braccia, per farti conoscere la bellezza del volo come la conosco io.»
La ragazza ebbe un brivido.
«Non potrei, David. So che è sciocco, ma quando ti vedo volare così, non mi sembri più un uomo, ma un uccello, un animale volante, qualcosa di inumano.»
David Rand rimase a fissarla, improvvisamente infelice. «Dunque non vuoi sposarmi… a causa delle mie ali?»
La strinse nelle forti braccia abbronzate, e le sue labbra cercarono la morbida bocca di lei.
«Ruth, non posso vivere senza di te, ora che ti ho incontrata. Non posso!»
7.
Qualche sera dopo Ruth, pur con qualche esitazione, gli fece una proposta. La luna rischiarava il giardino con la sua luce argentea, e dava lucidi riflessi alle ali ripiegate di David, che sedeva con la faccia affilata piegata verso la ragazza, e lo sguardo intenso.
Ruth disse:
«David, c’è un modo per poterci sposare e essere felici, purché tu mi ami abbastanza per farlo.»
«Farò qualsiasi cosa!», esclamò lui. «Tu lo sai.»
Lei esitava.
«Le tue ali… sono quelle che ci separano. Non posso avere un marito che appartiene più al mondo degli animali che alla razza umana, un marito che tutti considerano un fenomeno, una cosa strana e deforme. Ma se ti facessi togliere le ali…»
David la guardò sbalordito.
«Togliermi le ali?»
Ella glielo spiegò in un fiotto di parole.
«È una cosa fattibile, David. Il dottor White, che ti ha curato la ferita e ti ha visitato allora, mi ha detto che sarebbe facile amputarti le ali sopra la base. Non vi sarebbe alcun rischio per te, e ti resterebbero dei leggeri rigonfiamenti sul dorso. Allora saresti un uomo normale, non più un fenomeno,» aggiunse, col musetto serio e supplice. «Papà ti darebbe un posto nella sua azienda, e invece di una creatura anormale, errante, mezza-umana, saresti… saresti come gli altri. E noi due saremmo tanto felici.»
David Rand era sbalordito.
«Amputarmi le ali?», ripeteva come un ebete. «Non vuoi sposarmi se non lo faccio?»
«Non posso,» disse Ruth con dolore. «Ti amo, David, ti amo veramente… ma voglio che mio marito sia uguale ai mariti delle altre donne.»
«Non volare mai più!», disse David lentamente, pallido sotto il chiaro di luna. «Diventare un terrestre, come tutti gli altri! No!», gridò scattando in piedi, in un impeto di ribellione. «Non lo farò… Non rinunzierò alle mie a-li! Non diventerò come…»
Tacque di colpo. Ruth stava singhiozzando, coprendosi il viso con le mani. Sparita la collera, egli si curvò vicino alla ragazza, le tolse le mani, e le sollevò il volto bagnato di lacrime.
«Non piangere, Ruth,» la supplicò. «Non credere che non ti ami: ti amo più di ogni cosa sulla terra. Ma non avevo mai pensato di rinunziare alle mie ali… l’idea mi ha sconvolto,» le disse. «Ora va’ in casa. Io devo riflettere un poco.»
Ruth lo baciò con la bocca tremante, e poi si allontanò. David Rand rimase in giardino, il cervello in tumulto, e si mise a passeggiare avanti e indietro sotto la luna.
Privarsi delle ali? Mai più librarsi, calarsi, saettare in cielo con le altre cose alate, mai più conoscere la folle esaltazione e la indomita libertà di voli veloci?
D’altronde, rinunziare a Ruth, soffocare il cieco, irresistibile struggimento per lei che batteva in ogni suo atomo, conoscere l’amara solitudine, de-siderarla per il resto della vita: come avrebbe fatto? Non poteva. Non voleva.
Così David andò svelto verso casa e trovò la ragazza ad aspettarlo sulla terrazza.
«David?»
«Sì, Ruth, lo farò. Farò qualsiasi cosa per te.»
La ragazza singhiozzò felice sul suo petto.
«Sapevo che mi amavi veramente, David. Lo sapevo.»
Due giorni dopo, David Rand usciva dalla nebbia dell’anestesia in una stanza di ospedale, sentendosi molto strano, e con un dolore alla schiena. Il dottor White e Ruth erano al suo capezzale.
«Ebbene, giovanotto, è stato un vero successo,» disse il medico. «Sarà dimesso fra pochi giorni.»
A Ruth brillavano gli occhi.
«Il giorno in cui esci, David, ci sposeremo.»
Quando se ne furono andati, David si tastò lentamente la schiena. Piccoli tronconi di ali, sotto la fasciatura, era tutto quello che gli era rimasto. Poteva muovere i muscoli alari, ma nessuna ala frusciante rispondeva. Si sentiva strano, confuso, come se gli mancasse una parte vitale di sé. Comunque si concentrò nel pensiero di Ruth… di Ruth che lo attendeva…
Difatti lo attese, e si sposarono il giorno in cui David lasciò l’ospedale.
E, nella dolcezza del suo amore, David perse ogni sensazione strana, e quasi dimenticò di avere posseduto delle ali, e di avere vagabondato in cielo come una creatura alata e selvaggia.
8.
Wilson Hall donò a sua figlia e al genero un grazioso villino bianco su una collina boscosa, vicina alla città, poi trovò un posto a David nella sua azienda, e chiuse un occhio sulla sua ignoranza di problemi commerciali.
Ogni giorno David andava in auto in città, lavorava tutto il giorno in ufficio, tornava a casa al tramonto, e si sedeva con Ruth davanti al focolare, la testa di lei sulla sua spalla.
«David, ti rincresce di averlo fatto?», soleva chiedergli Ruth, nei primi tempi.
Ed egli ripeteva sempre:
«Naturalmente no, Ruth. Avere te vale più di ogni cosa.»
E diceva a se stesso che ciò era vero, che non rimpiangeva la perdita delle ali. Il passato di uomo volante gli pareva un sogno strano, dal quale si era svegliato soltanto adesso per trovare la vera felicità: di questo cercava di convincersi.
Wilson Hall disse alla figlia:
«David se la cava bene in ufficio. Temevo che sarebbe rimasto sempre un po’ rozzo, ma si è ambientato a meraviglia.»
Ruth annuì felice e rispose:
«Sapevo che sarebbe riuscito. Ed ora è simpatico a tutti.»
La gente, che aveva guardato con sospetto quel matrimonio, ora com-mentava che era ben riuscito, dopotutto.
«È veramente tanto carino. E, a parte, quelle leggere gobbe sulle spalle, nessuno penserebbe che è nato diverso dagli altri,» dicevano.
I mesi passarono. Nel villino sulla collina regnava la felicità. Venne l’autunno, sul prato c’era la brina al mattino, e gli aceri cambiarono colore.
Una notte d’autunno, David si svegliò di soprassalto, chiedendosi cosa mai lo aveva svegliato. Ruth dormiva placidamente accanto a lui, con respiri leggeri e regolari. Non udiva alcun rumore.
Poi lo udì. Un lontanissimo sibilo spettrale, portato dall’aria gelida, un grido remoto, provocante, che pulsava di una nota selvaggia di libertà.
Capì subito che cosa era. Spalancò la finestra e aguzzò la vista nella notte, col cuore palpitante. Li vide lassù. Lunghe file di uccelli selvatici in vo-lo veloce verso sud. Subito dopo, un irresistibile impulso di saltare dalla finestra per correre in volo dietro il folto stormo, nella notte fredda e limpida, gli scoppiò in cuore.
Istintivamente i muscoli alari sul dorso si tesero, ma soltanto i monconi delle ali si mossero sotto il pigiama. E poi si sentì fiacco, tremante, atterri-to da quella cieca emozione. Diavolo, per un attimo aveva desiderato andarsene, lasciare Ruth. Il pensiero lo spaventò: era come tradire se stesso.
Tornò silenziosamente a letto e giacque col proposito di non udire il lontano, gioioso sibilare degli uccelli migratori che andavano a sud.
9.
L’indomani si tuffò risolutamente nel lavoro. Ma, per tutto il giorno, i suoi occhi andavano a quel ritaglio di cielo azzurro che vedeva dalla finestra. E in seguito, una settimana dopo l’altra, nei lunghi mesi invernali e in primavera, l’antico struggente desiderio gli crebbe sempre più, con una ir-ragionevole sofferenza nel cuore. E raggiunse il culmine quando le creature alate tornarono a nord in primavera.
Diceva rabbiosamente a se stesso:
«Sei uno sciocco. Ami Ruth più di ogni cosa al mondo e Ruth è tua. Non desideri nessun’altra cosa.»
E ancora, nella notte insonne, si rassicurava:
«Sono un uomo, e sono felice di vivere la vita di un uomo normale, assieme a Ruth.»
Ma nel cervello vecchie memorie gli mormoravano astutamente:
«Ricordi la prima volta che volasti, la pazza emozione di librarti in alto, il primo giro, la prima scivolata?»
E il vento della notte, fuori dalla finestra, gridava:
«Ricordi come gareggiavi con me, sotto le stelle e sopra il mondo addormentato, e come ridevi e cantavi mentre le tue ali mi combattevano?»
E David Rand affondava la faccia nel guanciale e mormorava. « Non mi dispiace di averlo fatto. Non mi dispiace!»
Ruth si svegliava e domandava assonnata:
«Ti senti bene, David?»
«Si cara,» le diceva, ma quando ella si riaddormentava, calde lacrime gli pungevano le palpebre, e sussurrava inquieto: «Mento a me stesso. Io voglio volare di nuovo.»
Ma egli nascose quel suo desiderio segreto a Ruth, felicemente impegna-ta con la casa, il benessere di lui, i loro amici. Lottò per distruggere, vincere quel desiderio, ma non vi riuscì.
Quando era solo, osservava con cuore sofferente le rondini che spicca-vano rapidi voli al tramonto, o il falco che si librava alto e lontano in cielo, o il martin pescatore che compiva le sue evoluzioni. E poi si accusava di tradire il proprio amore per Ruth.
Poi, quella primavera, Ruth gli disse qualcosa.
«David, il prossimo autunno… avremo un bambino.»
Egli sobbalzò.
«Ruth, cara!» Poi le chiese: «Non hai paura che possa essere…»
Ella scosse il capo fiduciosa.
«No. Il dottor White dice che non c’è alcun rischio che nasca anormale come te. Dice che le diverse caratteristiche genetiche che hanno determinato la presenza delle ali nel tuo corpo sono soggette a regredire: non sono ereditarie. Non sei contento?»
«Naturalmente,» disse, abbracciandola teneramente. «Sarà meraviglioso.»
Wilson Hall s’illuminò di gioia alla notizia.
«Un nipotino: che bellezza!», esclamò. «David, sai cosa farò dopo la sua nascita? Mi metterò a riposo e lascerò a te la guida dell’azienda.»
«Oh, papà!», esclamò Ruth, e baciò il padre con gioia.
David balbettò parole di ringraziamento. E si disse che questo metteva fine per sempre ai suo vaghi e irragionevoli desideri. Avrebbe avuto non soltanto Ruth a cui pensare, ma stava per assumersi la responsabilità di un padre di famiglia.
Si dedicò anima e corpo al lavoro. Per alcune settimane scordò completamente le antiche smanie, e progettò diverse cose per il futuro. Ci aveva messo una pietra sopra, si disse.
Poi, all’improvviso, tutto il suo essere fu sconvolto da un fatto stupefacente. Già da un po’ i monconi delle ali gli davano dei dolori alle spalle. Ed ebbe l’impressione che fossero più grandi di prima. Ebbe poi occasione di guardarseli allo specchio e fu stupito nello scoprire che si erano gonfiati formando grossi rigonfiamenti che dalle spalle scendevano con una curva verso la vita.
David Rand continuò a controllarsi allo specchio, con uno strano dubbio negli occhi. Possibile che…
L’indomani andò dal dottor White, con un pretesto. Ma, prima di andarsene, gli chiese in tono casuale:
«Dottore, mi chiedevo… è possibile che le mie ali ricomincino a crescere?»
Il dottor White disse pensoso:
«Beh, suppongo che esista una tale possibilità. Un tritone può rigenerare un arto perduto, lo sa, e numerosi animali hanno uguale potere rigenerati-vo. Naturalmente un uomo comune non può rigenerare un braccio o una gamba perduti, ma il suo corpo non è comune, e le sue ali potrebbero avere il potere di rigenerarsi parzialmente, almeno per una volta.» Aggiunse:
«Non si preoccupi, però, David. Se dovessero tornare a crescere, venga da me e io gliele taglierò senza problemi.»
David Rand lo ringraziò e se ne andò. Ma, in seguito, ogni giorno, si e-saminava attentamente, e presto vide, al di là di ogni dubbio, che i suoi ge-ni anomali che gli avevano dato le ali alla nascita, gli avevano anche dato il potere della rigenerazione, almeno parziale.
Perché le ali stavano ricrescendo, giorno dopo giorno. Le gobbe poste-riori si erano molto ingrandite, benché mascherate da giacche su misura che non rivelavano il cambiamento. Vennero fuori nella tarda estate di quell’anno: vere ali, sebbene ancora piccole. Ripiegate sotto gli indumenti, non erano vistose.
David sapeva che sarebbe dovuto andare dal dottore per farsele amputa-re prima che crescessero troppo. Si diceva che non voleva più le ali: Ruth, il bambino che doveva nascere, il futuro della sua famiglia erano le cose che ora contavano più di tutto per lui.
Eppure non lo disse a nessuno, e tenne le nuove ali nascoste e ripiegate sotto gli abiti. Erano aluccie piccole, deboli, a paragone delle prime, perché sciupate nello sviluppo dalla prima amputazione. Era improbabile che egli potesse volare con quelle ali, pensò, anche se avesse voluto, ma non voleva.
Si disse, comunque, che sarebbe stato più facile toglierle dopo che avessero raggiunto la crescita completa. Inoltre, non voleva turbare Ruth in quel periodo dicendole che gli erano rispuntate le ali. Così si tranquillizzò; le settimane passarono e, ai primi di ottobre, il secondo paio di ali aveva completato le crescita, sebbene nulla avesse in comune con le splendide ali di prima.
10.
Nella prima settimana di ottobre, vide la luce il figlio di Ruth e di David.
Un bel bambino robusto, senza alcunché di anormale. Peso regolare, schiena dritta e piatta, nessun accenno di ali. Poche sere dopo, il villino fu pieno di gente che voleva ammirare il neonato.
«Non è un amore?», chiese Ruth, con occhi colmi di orgoglio.
David annuì confuso, il cuore pulsante di emozione alla vista di quel piccino tutto rosso che dormiva. Suo figlio.
«È splendido,» disse umilmente. «Ruth cara… Lavorerò tutta la vita per te e per il bambino.»
Wilson Hall sorrideva e ridacchiava.
«Non te ne mancherà l’occasione, David. Ciò che ho detto a primavera, si avvera. Oggi ho rassegnato formalmente le dimissioni da capo dell’azienda e ho provveduto perché fossi nominato tu come mio successore.»
David tentò di ringraziarlo. Il suo cuore era pieno di felicità, di amore per Ruth e per il bambino. Si sentiva l’uomo più felice del mondo.
Poi, dopo che Wilson Hall se ne fu andato e Ruth si fu addormentata, David ebbe l’improvvisa consapevolezza di dover fare qualcosa.
Si disse gravemente:
«Tutti questi mesi hai mentito a te stesso, hai trovato scuse per giustifi-carti, lasciando così che le ali ti crescessero. Speravi, nel profondo del tuo cuore, di poter volare di nuovo.»
Rise.
«Ebbene, questo è finito, adesso. Prima mi ero detto che non volevo volare. Non era vero, allora, non è vero oggi. Non desidero mai più le ali per volare, ora che ho Ruth e il bambino.»
No, mai più… la cosa era chiusa. Sarebbe andato in città quella sera stessa e si sarebbe fatto tagliare le seconde ali dal dottor White. Non l’avrebbe neppure detto a Ruth.
Eccitato da quella decisione, si affrettò a uscire di casa nell’oscurità della notte ventosa. La luna rossa spuntava oltre la cima degli alberi a est e, sfruttando il suo chiarore, egli si diresse verso il garage. Attorno a lui gli alberi si piegavano e scricchiolavano per il forte vento di tramontana, con le sue raffiche gioviali e sibilanti.
David si fermò di botto. La fredda notte gli portò un debole suono lontano che gli fece drizzare la testa di scatto. Un fischiare irreale, distante, trasportato dal vento, cresceva, diminuiva, cresceva ancora… gli uccelli migratori, diretti a sud, lanciavano nella notte la loro sfida trillante, esultante, e il vento aiutava le loro ali ad andare avanti. Il selvaggio anelito di libertà che David credeva morto in lui, gli strinse il cuore in una morsa.
Guardò il nero cielo con occhi lucenti, i capelli mossi dal vento. Essere lassù con loro… ancora una volta.
Perché no? Perché non volare un’ultima volta e soddisfare così la struggente sofferenza, prima di perdere le sue ali? Non sarebbe andato lontano, avrebbe fatto un volo breve, poi si sarebbe fatto tagliare le ali, per dedicare la sua vita a Ruth e al figlio. Nessuno lo avrebbe mai saputo.
Si svestì in tutta fretta nel buio, si mise eretto, quindi spiegò le ali che da tanto tempo stavano nascoste e prigioniere. Un dubbio lo assalì. Ce l’avrebbe fatta, adesso, a volare? Le seconde ali, piccole, ridotte, l’avrebbero sostenuto in aria, anche per pochi minuti? No, non l’avrebbero sostenuto lo sapeva!
Il forte vento rumoreggiava tra gli alberi, l’acuto strillare in cielo si udiva più da vicino. David si mise in posa, con le ginocchia piegate, e le ali al-largate per il balzo in alto, la faccia pallida e tormentata. Non poteva… sapeva che non si sarebbe staccato dal suolo.
Ma il vento ululava nei suoi orecchi:
«Puoi farcela, puoi volare ancora! Vedi: io sono alle tue spalle, pronto a sollevarti, pronto a spingerti lassù, sotto le stelle!»
E le grida esultanti, canterine dello stormo gli dicevano:
«Su… su, vieni con noi! Tu appartieni a noi, non a quelli laggiù! Vieni in alto… vola!»
Spiccò il volo.
Le ali tozze batterono con violenza l’aria, e David si alzò! Gli scuri alberi, la finestra illuminata del villino, la collinetta, si allontanarono, rimasero in basso, mentre le ali lo portavano sempre più su col favore del vento im-petuoso.
Su, su… e di nuovo l’aria fredda e tonificante lo investiva in faccia, il vento rumoreggiava attorno a lui, e l’intenso fruscio delle ali lo sollevava sempre di più.
La squillante risata di David Rand fu trasportata dal vento mentre egli seguitava a volare fra le stelle e la buia terra. Su, sempre più su, fino a unirsi agli uccelli cinguettanti che lo attorniarono ai lati. E via a sud con lo-ro.
D’improvviso comprese che soltanto quello era vivere, soltanto quello era svegliarsi. L’altra vita, quella che aveva vissuta sulla terra, era stata un sogno, un sogno dal quale adesso si era svegliato. Non era stato lui a lavorare in ufficio, ad amare una donna e un bambino laggiù. Era stato un sogno che aveva fatto. Ora era finito.
E intanto solcava il cielo velocissimo, spingendosi verso sud, mentre il vento ululava e la luna cresceva. Poi non ci fu più terra sotto di lui, ma la vastità dell’oceano, luccicante sotto la luna. Sapeva che era da pazzi continuare a volare con quelle povere ali, già indebolite e stanche, ma nel suo cervello esultante non trovò posto il pensiero del ritorno. Volare; volare ancora, per l’ultima volta, questo solo importava!
E quando le sue ali stanche cominciarono a non reggere più e egli calò sempre più giù, verso le acque d’argento, non provò né paura né rimpianto nel suo cuore. Questo era quanto aveva sognato e desiderato, alla fine, ed era contento… serenamente contento di cadere, come tutti quelli con le ali devono un giorno fare.
Dopo una breve vita di voli felici, spensierati, si lasciano cadere contenti nell’oblio.