Stories 93 / Random

Stories by domenico gallo

carcinoma tango (italian)

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1. I battitori del crepuscolo
Canzoni d’amore per i boulevard.
Puoi trovare un Sunset Boulevard in ogni merdosa metropoli del pianeta. In tutte sentirai i ritornelli delle canzoni d’amore fondersi fra loro in un unico noise campionato, e questo noise mischiarsi all’odore dei cartocci di gamberetti fritti e al sudore dei passanti. Non c’è nessuna Gloria Swanson abbarbicata sugli sgabelli scheletrici degli open-pub, né William Holden che galleggia vestito, tra le foglie secche, a faccia in giù in qualche piscina abbandonata.
Acqua sporca e nera colava dal cielo sulla calca vociante, L.A. come Parigi. Acqua sporca e canzoni d’amore.
Mi feci largo tra la folla cercando di portarmi al centro della strada. Una donna mi si appoggiò contro la schiena a braccia aperte; i seni duri si strofinarono piacevolmente, frusciando contro l’impermeabile zuppa, schiacciandosi. Mi scostai da lei, spingendo in avanti un orientale più basso di me, ma la donna, di cui non vidi mai il viso, mi abbracciò ancora.
Canzoni d’amore nippo tra i carillon dei chioschi, i richiami accattivanti dei mezzani, le luci riverberanti sulle superfici, gli echi. Tutto si sfrangia per ricomporsi in un baluginare di suoni e colori, un unico arcobaleno sensoriale in continua pulsazione, sopra e dentro le teste che sembrano galleggiare per la strada seguendo gli spartiti di un’inconcepibile risacca. Mi lasciai andare, come un cellofan strappato che danzi con la marea notturna, graveolente e gelida, della baia di Tokyo, come i rifiuti che lenti ritornano nell’isola della morte di Roger Zelazny. Chiusi gli occhi e una lacrima di pioggia mi si avventurò lungo il torace prima di morire assorbita dalla camicia. Immaginai la donna dietro di me, e la vidi come la modella di Ehrenfest della pubblicità che mi pulsava davanti, con il kimono aperto, i lembi neri discosti, le guance bianche, in-naturali, e i capelli corvini chiusi in una crocchia. Ancora il suo corpo premeva, come un sogno ricorrente, come il flash dello speedmoon che torna in te assieme alla marea di Tokyo. Rainbow.
Il sogno finì improvviso, come se un’alba dimenticata avesse preso il sopravvento. Un morso allo stomaco mi tolse il respiro, vacillai, e sarei caduto, se la corrente umana non mi avesse sostenuto nel viaggio verso una sua incomprensibile meta. Oh, Roger...
— Gli spasmi sono frequenti?
— A volte anche due o tre in un giorno, poi per qualche tempo non mi accade più, e quasi me ne dimentico... Poi tornano... mi piegano in due... — sospirai nervoso, quasi mi trovassi di fronte a lui per sostenere un esame. — Non c’è una regolarità, almeno non mi sembra.
Il dottore pakistano inarcò le sopracciglia, stese le gambe, poi con la mano destra si stirò la cappa immacolata, spianando le grinze che il tessuto formava sul torace.
Nel monitor posto su un lato della scrivania tremolavano incerti i pixel che formavano l’immagine del mio addome. Fissai la macchia irregolare marrone che si stagliava nettamente dal fondo giallo omogenea del mio ventre interno, quasi sperassi di vederla contrarsi come in un cartone animato, fino a scomparire.
— Allora?
— Sì, è un tumore... — Il pakistano tamburellò con una penna ottica contro lo schermo, colpendo l’immagine della parte malata.
— Allora?
— Non c’è un unico “allora”, ce ne sono molti.
Il dottor Rafsavij si alzò, girò attorno alla scrivania e mi si piantò davanti.
— Ha dei soldi da parte? — mi domandò con studiata lentezza.
— Non molti.
— Per centomila nuovi yen, in qualche clinica giapponese la potrebbero curare con una probabilità di guarigione del 98%. — Pausa. Inspira, mi guarda: — Niente metastasi.
— E qui?
— Qui no. — Rafsavij allargò le braccia. — Non in un ospedale pakistano. Non siamo in grado.
— Ma al giorno d’oggi vengono curati quasi tutti i tipi di tumore...
— Sì, è vero, ma sono terapie molto costose. Sono necessari trapianti di tessuti artificiali, strumentazione adeguata e una grande esperienza nel settore genetico. Il rigetto non è ancora stato eliminato dai tessuti di basso costo.
Il dottore fissava un punto lontano della stanza. — Soprattutto, un’esperienza clinica...
Decisi di andarmene. Mi avviai verso l’uscita, con le mani infilate nelle tasche. Sentivo le dita gelide. Lo stomaco mi affliggeva come se la bacca di un roditore mi stesse mordendo le pareti interne; le gambe, rammollitesi improvvisamente, erano scosse da improvvise scariche nervose che mi facevano vacillare.
Il dottore mi fermò toccandomi una spalla. Era basso, gracile; la mano scheletrica dalla pelle bruna mi trattenne per un lembo di tessuto.
— Mister Mascara, ascolti un attimo.
I suoi occhi scuri cercavano di trasmettermi un calore a cui non ero abituato. Mi fermai ad ascoltarlo.
— Volevo dirle qualcosa. — Ci fu un attimo in cui il solo rumore al mondo era il monotono ronzio della ventola del computer. — Non dovevo chiederle informazioni sui soldi. Lo sapevo già. Se ne avesse avuti a sufficienza non sarebbe venuto qui neppure per la diagnosi.
— Già.
— Senta, voglio che mediti sulla frase che le dirò. È importante. Un verso del Mahabharata dice più o meno così: «La morte si impadronisce di un uomo solo se questi si scrolla la vita di dosso...».
L’immagine del mio stomaco tremolava come una stella fredda nell’affresco del cielo.
Sulle scale mobili le unghie grattavano la gomma nera del passamano. Migliaia di canzoni d’amore tessevano l’aria dei boulevard, e quella tela screziato mi carezzava.
Né giorno né notte, solo un tardo meriggio che si dipanava senza fine, scandito unicamente dall’alternarsi delle cifre sui cristalli rossi dei display.
Klaus Dry, appoggiato al muro del vicolo, fumava una sigaretta male arrotolata. Il chiarore giallo sodio della strada principale si affievoliva senza raggiungere la fine di quell’angusto budello; solo il pulsare intermittente di un fanale blu indicava la presenza di un locale. Feci un cenno all’indirizzo del mio data-man, per smuoverlo dal torpore in cui sembrava sprofondato. I tacchi scalpicciarono lungo l’asfalto bagnato, scombinando le iridescenze multicolori delle pozzanghere.
Ci fermammo di fronte ad una porta blindata nera, sotto il fanale. La strada principale pareva un’illusione lontana destinata a dissolversi al primo soffio di vento; un mormorio stridulo modulava le inquietudini della folla, i rumori dei rari veicoli, le corte pale degli eli, gli sfoghi caldi degli aircraft, e le continue canzoni che si succedevano dagli schermi.
L’inesauribile Klaus infilò una delle sue card in una fessura quasi invisibile e la porta si aprì sbuffando.
Entrammo nella acid house, il Nico. Seguivo Klaus, fidandomi ciecamente di lui e delle sue qualità di data -man.
Klaus era libanese, diceva di venire da Beirut ovest, anche se era biondo e tarchiato; la sua pelle bianca naturale non era certamente un comune innesto. Mi aveva raccontato di essere sopravvissuto ai bombardamenti israeliani del ’98, quando era ancora un bambino. Con il cervello semidistrutto dai gas nervini, era stato raccolto dalla Croce Rossa e spedito a Tokushima, dove gli avevano asportato le parti danneggiate, innestato circuiti hardware bioelettronici in sostituzione, riprogrammato alcune sequenze dei geni, poi avevano provveduto ad interfacciarlo con le banche dati via satellite. Quando i biologi molecolari della Asahi lo vendettero ai corpi di polizia erano passati tre anni. Tre anni in cui, da ciò che mi raccontava, non era letteralmente esistito. Dopo il rombo dei Phantom che volavano a bassa quota, il suo ricordo successivo era quello di un’argentea marea di pesci morti sulla battigia del Mar del Giappone.
L’ambiente era saturo di musica e dei vapori della metamfetamina, lo shabu, la droga che si fuma.
Ci appoggiammo con la schiena a una parete, cercando di individuare la ragazza. I colori dei laser correvano sulle teste della gente, inseguendo la musica in una folle corsa. Il volto di Klaus si maculava, si scuriva, confondendosi con la sala. Lo vedevo mentre scannerava dello spazio per unità di angolo solido, usando le possibilità infrared dei suoi occhi, confrontando i volti della gente che ballava con i fit delle immagini scritte nel suo cervello. La folla si dimenava, urlava, oppure sembrava stordita, acquattata negli angoli, in preda alla droga o alla stanchezza. Sul palco gli Autoreverse gridavano nei microfoni, gli occhi chiusi, sudando per lo sforzo e per il calore delle luci, sbraitavano dimenandosi in preda all’estasi delle vibrazioni.
Klaus mi tirò per una manica, puntando verso un lato della sala. Convergemmo sulla ragazza, facendoci largo tra la folla senza tanti complimenti. Stava ballando; la testa oscillava lentamente, sembrava che potesse cadere da un momento all’altro. La prendemmo per le braccia e la trascinammo via.
I cessi puzzavano d’orina e di merda. Le parte delle latrine erano sfondate. Klaus spinse la ragazza verso l’interno, facendola barcollare contro il mero di piastrelle lerce. Lei si accartocciò su se stessa, scompostamente. I capelli tinti di rosso le cadevano sul volto, sporchi. Indossava calzoni di pelle nera, infilati in un paio di stivali che le arrivavano fin sopra il ginocchio. Il corpo era tatuato, ricamato di arabeschi che si accavallavano l’uno contro l’altro. I disegni sui seni si alzavano e abbassavano rapidi con il respiro affannato della piccola orientale, ansante come un animale che avesse concluso la fuga proprio nella trappola.
Uno stormire provenne da una delle latrine poste in fondo al locale. Klaus divenne la pantera. Estrasse la Hamaki da sotto il giubbotto, tenendola con la canna verso l’alto, si rannicchiò, e prese ad avvicinarsi senza produrre il minimo rumore. Abbassò il braccio e puntò l’arma verso l’interno della latrina. Stette immobile, con le gambe leggermente flesse e i circuiti neuronali pronti a entrare in azione in real time. Il tempo si fermò, rimase sospeso in aria come la luce irradiata dai globi che oscillavano dal soffitto, poi, con la mano libera, Klaus mi fece un cenno. Mi avvicinai con le mani sprofondate nelle tasche dell’impermeabile.
Dentro la latrina c’erano due voorpost e una ragazza. Una delle teste rapate stava penetrando la ragazza da dietro, l’altro, probabilmente, si stava masturbando. Lei non dava segno di vita, gli occhi sbarrati e vitrei, inginocchiato, abbracciava mollemente il cesso con le braccia; era in balia dello shabu. Li guardai; fissai le natiche nude e bianche della ragazza, i calzoni calati, i seni penzolanti che sfioravano la ceramica putrida, i muscoli del viso gonfi. I due ragazzi rimasero immobili, teste rapate e casacca blu, svastika sul braccio sinistro, i membri eretti, gli occhi artificiali azzurri fissi verso di noi, i pantaloni di cuoio nero aggrovigliati attorno alle caviglie. Solo la Hamaki di Klaus ronzava sommessamente, con i led che sembravano ammiccare come un tremito involontario di ciglia. Se avessi estratto la mia arma li avrei dovuti eliminare: qualche rapida scarica di calibro 20 dirompente senza rumore, solo l’afflosciarsi dei corpi l’uno sull’altro, l’esplodere degli organi, il colare del sangue e l’impregnarsi dei vestiti.
— Ghraam... — La ragazza spezzò il silenzio. — Ghraam.
Il voorpost che le stava sopra le carezzò i capelli con dolcezza, quasi le ingiungesse di tacere.
— Ghraam...
Un crampo allo stomaco mi tolse il respiro, l’addome mi s’irrigidi. Il mio tumore segnalava la sua paradossale presenza. L’insieme dei tre ragazzi sembrava la raffigurazione di una qualche oscena Pietà. Cominciai a percepire altri rumori che sembravano essere stati assenti fino a quel momento, il respirare dei presenti, il frusciare della pelle della ragazza contro le piastrelle sporche mentre cercava di rialzarsi, il sangue che mi pulsava nelle vene, il battito del mio cuore negli orecchi, la musica lontana che diventava sempre più distinguibile.
The killer awoke befare dawn,
He put his boots on,
He took a face from the ancient gallery,
And he walked on down the hall.
Il tumore dentro di me si estendeva, si stirava, mi divorava lentamente, suonava per me il suo lugubre refrain, e sempre più attentamente ne aspettavo i segni, i suoi richiami. L’attendevo ormai come si attende, incerti della sua venuta, un’amante in ritardo, interpretando ogni momento d’attesa come la latenza di un tradimento; così come un silenzio d’orchestra è il preludio del suono, come il bagliore di un lampo è la frenetica attesa del tuono che sembra tardare. Death is my dancing friend.
Il male mi accompagnava discretamente, come faceva Klaus Dry. Un’ombra fedele, che attende solo di essere chiamata. Presente e assente, quasi un’esistenza virtuale. Un giocattolo hard-boiled in giro con me per i boulevard.
L’eli ci portava verso le colline, nei santuari della città alta. Cercavamo una donna, una cinese scomparsa da quattro giorni. La cercavamo in una città di forse trenta milioni di persone, dove quasi tre milioni di johatsu-sha non avevano documenti da anni, dove ogni giorno ne morivano almeno mille in modo violento, e altri mille di fame e di miseria. E dove, se ne sparivano cinquemila, altri diecimila ne arrivavano. Tante razze diverse da costituirne ormai una sola.
— Konnichi wa — disse entrando un uomo in doppiopetto blu; nelle sue scarpe di cuoio lucida si potevano vedere riflesse le pareti della stanza. — I signori sono gli investigatori?
Assentii. Ero sul punto di allungare la mano per presentarmi, ma mi ritrassi. Negli occhiali a specchio del giapponese si vedeva sdoppiato il volto di Klaus: i suoi occhi sembravano osservare un orizzonte infinito che solo lui poteva vedere; poteva vivere nel mondo che stava tra un riflesso di luce e il successivo. Seguimmo in silenzio l’uomo in un ascensore. Premette il bottone corrispondente al sotterraneo più profondo.
Al trentaduesimo livello sotterraneo l’ascensore si fermò; la decelerazione mi diede un leggero e fuggevole senso di nausea. Compensai, poi la porta si aprì. Seguimmo il gorilla fino a una porta giallo paglierino, senza particolari indicazioni; con un cenno della mano ci indicò di entrare.
Un ometto con i capelli bianchi e la barba ben curata ci stava aspettando, in piedi.
— Konban wa, signori investigatori. — L’uomo s’inchinò leggermente. — Io sono Isha Akio Ishihara, responsabile dell’area di ricerca della Divisione Trapianti.
— Io sono Mascara Snake, e questo è mister Klaus Dry, il data-man.
— Sono lieto di conoscerla, Mascara-san. — I suoi occhi guizzarono dietro le spesse lenti da miope. Ignorò, com’era usuale, la presenza del data-man.
Non vedevo un paio di occhiali da vista da almeno quindici anni. La montatura era leggera, di metallo, forse d’oro. La grande scrivania dietro di lui era ingombra di carte e di libri, con un terminale Ashumashi collocato su un lato.
Notai che Klaus stava passando in rassegna la stanza; più tardi sarebbe stato in grado di riferirmi l’esatta posizione di ogni oggetto.
— Dottor Ishihara, il lavoro che mi avete affidato è incredibilmente strano: cercare una ragazza scomparsa! Da anni non ritroviamo più nessuno scomparso. C’è gente che distrugge i propri documenti e perde l’identità, la maggior parte dei cadaveri finiscono nell’immondizia e vengono triturati senza esequie, almeno quelli che non servono per i trapianti. Se volete che proviamo a cercare questa ragazza dovete fornirci altri indizi, tutti gli indizi di cui disponete. Il nome non basta, il registro dell’anagrafe è abbandonato almeno dal 2001. Ho rintracciato la sorella, ma non ho ottenuto niente. Ha i neuroni bruciati dallo shabu, vive tra i flash. Forse non sa più neppure di avere una sorella. Non abbiamo nessuna pista da battere.
— L’aiuterò, Mascara-san. Le dirò altre cose.
Il piccolo uomo giallo si voltò e con misurata calma prese posto dietro la scrivania. Si tolse gli occhiali e li appoggiò delicatamente su un libro rilegato in tela blu. Ci guardò, e mentre i suoi occhi miopi ci scrutavano, diventavo la sagoma indistinta che lui vedeva. L’anziano uomo sembrava gracile, quasi precario, stanco nel suo completo di lontana eleganza, con un’assurda cravatta blu. Stava pensando, pesava le parole a una a una e sembrava che per riprendere a parlare attendesse ogni volta un evento che non giungeva. Feci un passo avanti.
— Oltre alla sua tariffa, se ce la riporterà, le verrà corrisposta una ricompensa di cinquemila nuovi yen.
Cinquemila nuovi yen, una piccola fortuna, pensai, ma troppo pochi per ricomprarmi la vita.
— Ok — risposi. — Allora mi dica la verità. Ve l’hanno rapita o è scappata?
Puoi comprare qualunque donna con cinquemila nuovi yen, qualunque droga, forse un’intera acid house, puoi trapiantarti nuovi occhi, cambiare casa, vivere sei mesi senza lavorare passando da un’orgia all’altra. Ma ci sono cose per cui cinquemila nuovi yen non sono un cazzo; non bastano per fermare il mio neoplasma, né per togliersi dalla merda, né per trasferirsi nei quartieri della High Tech City e cambiare vita, né per andare in una stazione orbitale o diventare giap. Insomma non sono un cazzo, se devi rimanere in questa tremenda downtown di merda, ammazzando gente che cerca di farti la pelle per quattro spiccioli, per difendere l’impermeabile, per una dose di ecstasy o una fumata di shabu, perché sei bianco o perché sei africano. Non ci sono soldi sufficienti per passare dalla downtown ai grattacieli della High Tech, neanche con i trucchi del più abile degli hacker.
Hiroshima, mon amour. Come non pensare a un’atomica che distrugga questo formicaio? La gente che brucia come schegge di fosforo, le bancarelle dei gamberetti fritti rovesciate, gli spaghetti di soia mescolati a cartucce sopra i drenaggi delle fogne, un sandalo di cuoio in mezzo alla strada vuota, i cadaveri bruciati sciolti dalla pioggia, il pulviscolo atomico che si rincorre sotto nuove lame di luce. Hiroshima, mon amour... Quante ragazze nei locali dicono di chiamarsi così, quando ti fermi a bere, quando ti chiedono una pastiglia, quando tutti vogliono dimenticare. il bombardamento atomico, vecchi B-52, immagini bidimensionali, vecchie fotografie che si accartocciano e bruciano, libri spaginati, fotogrammi di deserto, pixel, donne che danzano in ogni locale, blow-jobs, il fumo della metamfetamina, seni...
Il nome della biologa era Luce Nong Khai, origine viet, e non cinese come pensavamo, ma faceva poca differenza. Biologa molecolare indispensabile al laboratorio, tre brevetti sul nucleo rosso del mesencefalo. Anni 29. Proprietà, della clinica dall’età di cinque anni circa, bellissima. Quattro morti nel laboratorio, tutti nippo.
Il gorilla yakuza tirò con decisione fuori dal frigo i carrelli con i cadaveri, li allineò davanti a noi e sollevò i lenzuoli verdi come sipari. Tre uomini, e una donna. Mal presi, i colpi sparati erano stati molti di più del necessario. Raffiche, sicuramente proiettili di plastica di piccolo calibro, poco rumore, tanti colpi. Uno colpito dal davanti, gli altri alla schiena. Poi, alla fine dello spettacolo, il nostro gorilla 3546 ci passò un diskette contenente l’autopsia e un video-disk con alcune immagini della ragazza.
Ce ne andammo con il materiale chiuso in una valigetta metallica. L’eli ci riportò in basso, verso le tenebre, lontano dai corimbi di luce.
Il video-disk che ci avevano dato era una specie di studio corporeo fatto dalla ditta. Si vedevano alcune scene girate in laboratorio, con molti primi piani, e uno studio particolareggiato del corpo della viet. La ragazza era stesa su un lettino medico, nuda, prima sul lato frontale, poi sull’altro; la telecamera passava lentamente su di lei, senza trascurare alcun particolare. In quel momento avrebbe potuto anche essere morta. Di lei ricordo ancora i seni, le areole piccole e chiare, le natiche, i capelli corvini molto lunghi, raccolti su un lato per non coprire la schiena, un neo vicino al pube, una corta peluria.
— Klaus, allora, che ne dici? — lo apostrofai distogliendolo da quel suo stato di stand-by piuttosto frequente. — Dobbiamo cercare una persona nascosta o una che si nasconde?
— Non lo so.
— E lei cosa faceva?
— Mai uscita dalle aree high-tech. Molto lavoro, divertimenti normali, mai eccessivi; sesso con i colleghi, quasi sempre etero, nessun partner in particolare; una volta a settimana, più o meno, qualche droga, specialmente allucinogeni classici. Mai uscita dalla ditta.
Il pakistano mi aveva dato delle pillole grigie. «Due al giorno, per vivere al meglio delle sue possibilità» aveva detto. Le buttai giù assieme al sakè caldo. Ero seduto su uno sgabello di un open-pub della Coimbra, uno dei posti più schifosi di tutto il suburbio. Un cinese basso pescava gamberetti e patate dal calderone di una friggitrice, li chiudeva nei cartocci e li metteva in vendita per cinque sen: un pasto completo. Di fianco a me una ragazza vestita di nero mangiava tofu, frutti di mare e tako. La guardai un paio di volte; dal giubbotto di pelle spuntavano due seni enormi. La ragazza si voltò verso di me, sorridendo, si passò la lingua sulle labbra, poi mise una mano nella scollatura e tirò fuori un seno. Le dita laccate d’ambra serrarono il capezzolo e lo vellicarono.
— Vuoi l’amore, san? Vuoi l’amore per una bottiglia di sakè?
La ragazza era brutta, una cicatrice le tirava una guancia e le storpiava il volto. Su un seno aveva un tatuaggio raffigurante Mr. Spock. Gli occhi erano neri, profondi e stanchi, il trucco pesante si era sfaldato e le colava dalle rughe. Veniva da una notte in qualche locale del cazzo; una notte passata male.
Il vecchio cinese mise sul bancone una bottiglia trasparente.
— Uno yen.
Era molto. Tirai i soldi all’ometto.
La ragazza si alzò, agguantò la bottiglia e si diresse verso un vicolo. Scavalcammo due giovani, uno africano e l’altro bianco. Erano sdraiati per terra l’uno sull’altro, ubriachi come bestie o in preda al sonno dopo la fine dello shabu. Per terra, in un anfratto, spuntava la carcassa di un cane morto. La ragazza si fermò contro una ringhiera scrostata che portava a un appartamento ammezzato. Addentò il tappo di sughero e lo sputò a terra. Ingollò un sorso di liquore.
— Mi preferisci nuda?
Non attese una mia risposta, si aprì la giacca, se la tolse e l’appoggiò alla ringhiera, si sfilò gli stivali scalciandoli lontano, in mezzo al vicolo, e infine sgusciò dai calzoni di pelle aderenti. Mi guardava ammiccando, a piedi nudi tra la spazzatura. Si carezzò i seni, tormentò i capezzoli, poi si versò del sakè sul pube rasato e prese ad accarezzarsi sempre più oscenamente. Eravamo a tre metri circa, lei si carezzava, ma non accennava ad avvicinarsi. Dietro di me udii distintamente uno scricchiolio, forse un coccio di vetro frantumato dalla suolo di una scarpa. Mi spostai di lato, e girandomi estrassi la Hamaki. I due che avevo appena scavalcato si erano alzati e venivano verso di me. In mano non avevano niente, continuavano solo ad avanzare. Non capii se guardavano me o la ragazza. Giunti a tre metri, feci fuoco. Due raffiche precise di quindici colpi ciascuna, sparate obliquamente, dal basso verso l’alto. I corpi si accasciarono. Il piede sinistro dell’africano fremeva scompostamente, sembrava ancora l’appendice di un corpo vivo. Mi voltai verso la ragazza. Rideva e si carezzava; anche il tatuaggio tra i seni sembrava ridere. Alzai la Hamaki...
Well I’m a Voodoo chile,
Lord I’m a Voodoo chile, yeah.
Well the night I was born
Lord I swear the moon turned fire-red.
Well my poor mother cried out
«Lord, the gypsy was right!»
The gypsy was right. Già, la zingara aveva ragione. Klaus canticchiava spesso vecchie canzoni rock, specialmente di Jimi Hendrix. Un giorno gli chiesi chi cazzo fosse questo Jimmy Hendrix, lui mi rispose che era un negro. Il giorno dopo mi portò un video-disk di un concerto all’aperto in cui questo Hendrix bruciava la bandiera americana e cantava «get off of my back, if you want get out of here alive. Freedom». Un bel tipo questo negro. Avessi avuto in quel momento una zingara a cui chiedere una pista per ritrovare la biologa!
— Ehi! — Klaus interruppe le mie meditazioni. Non lo faceva spesso. — Sai, c’era un vecchio film in cui uno scrittore di gialli doveva cercare una cinese scomparsa, per riavere il manoscritto del proprio romanzo.
— Non è cinese. E una viet.
— Tu dove andresti, se non volessi farti trovare?
— Nei quartieri johatsu-sha.
Il vecchio dottor Ishihara mi chiamò. Il tele ronzò nella notte come le voci di un sogno.
— Onegai shimasu, mister Mascara? Sano il dottor Ishihara della Nipponic Health Clinic. Stava dormendo?
— Sì. — Presi tempo per riordinare le idee.
— Mi dispiace disturbarla. Ci sono novità?
— Seguiamo una pista.
— Bene. — Rimase in silenzio per qualche secondo, quasi volesse attirare la mia attenzione su ciò che stava per dirmi.
— Cosa c’è? — Gli chiesi.
— Mi perdonerà se mi sono permesso... Anzi, se ci siamo permessi di informarci su di lei.
— Si figuri...
— Come immaginerà, anche i nostri uomini sono alla ricerca della dottoressa Nong Khai.
— Non ne dubitavo.
— Ci siamo rivolti a lei perché ha la fama di essere un ottimo cercapersone.
— Grazie.
— Sappiamo anche che lei è malato...
La frase mi spiazzò. Non seppi immediatamente che cosa rispondere. Avrei desiderato fare dell’ironia, ma non mi venne l’ispirazione.
— Pensavo di esserne a conoscenza solo io.
— Non se la prenda. Apparteniamo a una ditta molto potente, e la nostra supremazia dipende molto dalle informazioni che riusciamo a ottenere. Soprattutto quelle riservate. Ma quello che volevo dirle non c’entra con l’efficienza dei servizi informativi del gruppo NKT, è piuttosto qualcosa che la riguarda direttamente...
— Sono tutt’orecchi.
— Se lei ci riporta la dottoressa Nong Khai viva, noi la curiamo...
Avrei voluto avere a portata di mano una qualsiasi sostanza capace di impossessarsi di me, ma non l’avevo. Avvolto nelle lenzuola, seduto su un tappeto, mi infilai la canna della Hamaki in bocca, graffiai la canna con i denti, vi infilai dentro la lingua come in un bacio. I led, troppo vicini agli occhi, sembravano farfalle purpuree che agitavano la notte di un sogno da allucinogeni. Il ronzio dei circuiti si trasmetteva dai denti fino al cervello, il mio corpo ronzava sommessamente, proiettile e bersaglio della Hamaki. L’indice carezzava il sensibilissimo grilletto con la stessa dolcezza di clitoride tumido. La notte urlava con i suoi cori al mio corpo che aveva varcato la soglia del dolore. Death is my dancing friend. Non sparai.
Nishinari era il quartiere degli johatsu-sha, gli evaporati. Tutti quelli che non ce la facevano più, che mollavano, che scappavano, si ritrovavano prima o poi a Nishinari. Distruggevano i documenti, smettevano di lavorare e affondavano in quel magma senza regole. Ogni mattina i gorilla yakuza vi reclutavano manovali per costruire i grattacieli, o per ogni tipo di lavoro, poiché un derelitto costava meno dell’usura di una macchina. Li pagavano solo pochi sen per una giornata di lavoro, ma gli altri vendevano il sangue alle cliniche per una bottiglia di sakè, e si sarebbero prostituiti se solo ci fossero stati clienti disponibili. Li vedevi scopare come cani per la strade principali, dormire ubriachi per terra vestiti di brandelli di cellofan, uccidere per la grappa di soia o per fumare una droga qualsiasi. Un poliziotto non entrava a Nishinari se non era obbligato, e mai in divisa; la pistola d’ordinanza faceva troppo gola a quei disperati. Lì una dose di “tango della morte” costava venti sen, meno di qualsiasi droga in qualsiasi quartiere. La producevano e la vendevano solo i burakumin, i discendenti dei fuoricasta conciatori di pelli. Loro confezionavano il cocktail.
La gente in giro mi sembrava peggio dell’ultima volta che ero stato lì. Pochi camminavano, stavano tutti appoggiati contro i muri delle case a guardare la gente che sfilava per la strada. Io e Klaus cercavamo di non dare nell’occhio, ma era impossibile. Una donna si staccò da un gruppo e ci si mise dietro.
— Volete amore? Solo due sen. Anche tutti e due assieme. Volete il tango...
La distanziammo. Klaus teneva le mani in tasca, sicuramente impugnava la sua arma.
Cominciò a piovere, o meglio a colare dal cielo plumbeo gocce sporche e calde. Nei vicoli male illuminati si vedevano bagliori e volti indifferenti.
Tre anni prima avevo conosciuto una donna a Nishinari. Una volta mi disse «che di me, in te, non rimanga che l’odore della notte». Poi non la vidi più. Ora tornavo a cercarla.
The days are bright and filled with pain
Enclose me in your gentle rain,
The time you ran was too insane
We’ll meet again, we’ll meet again.
Man mano che ci addentravamo in Nishinari mi tornava la memoria. Cominciai a riconoscere i posti, anche se in tre anni avevano subìto cambiamenti drastici: vedevo segni di abbandono dappertutto. Molti edifici erano parzialmente crollati e nessuno li aveva riedificati. La gente evaporata viveva anche tra le macerie, il mondo dei sogni lì era talmente forte da fugare anche una tremenda realtà. Un tempo gli johatsu-sha erano stati gli orientali bruciati dal lavoro, ricercatori che non erano riusciti a tenere il passo con la concorrenza, manager che avevano sbagliato qualche decisione: abbandonavano la propria identità per diventare vittime dei burakumin e sfruttati dai tatuati. Poi cominciarono a stanziarsi individui di altre razze, fulminati dalle droghe, alcolizzati, zombie, ricercati, terroristi.
Ci fermammo davanti alla porta di un locale. Esitai prima di entrare. Una pesante tenda rossa impediva di osservare l’interno. Sui lati dell’apertura erano incardinate due robuste grate metalliche. Il tendaggio era sdrucito.
— Mascara... — disse Klaus a bassa voce, — sai dove stiamo andando?
— Si chiama Archaos, oppure “circo della fine del mondo”. E non c’è nei chip che ti hanno installato... Molte cose che si trovano qui sono volutamente dimenticate.
Scostai il drappo ed entrai nel locale. Scesi i gradini e arrivai vicino al bancone di laminato plastico bianco. Riconobbi il polacco che gestiva il locale. Anche lui mi riconobbe, ma non diede a vederlo. Puntai verso un tavolo vuoto in fondo alla sala. Su una parete giganteggiava, come tre anni prima, il ritratto di un africano che imbracciava un mitra, sotto la didascalia «Allah Akbar Malcolm X». Klaus fece per seguirmi, ma lo fermai.
— Devo essere solo.
Mi sedetti, spalle al muro, e attesi.
Una ragazza mi portò una bottiglia di grappa di soia e un bicchiere. Si allontanò senza parlare; non mi chiese di restare al tavolo, non mi chiese se volessi compagnia. Si allontanò, poi si sedette a un altro tavolino. Trassi di tasca le due pillole grigie, le affiancai al bicchiere ancora vuoto. Le osservai. Un uomo non muore, è lui che si scrolla la vita di dosso. Già, la vita, come se le particelle di vita fossero gocce d’acqua sul tessuto idrorep del mio impermeabile. Sulla manica sinistra contai trentun gocce di vita, tremolanti. Le spazzai via, poi leccai la mano bagnata. Amaro, un gusto sgradevole, acido; forse era la pioggia cattiva, forse solo la mano sporca. Non sapevo. Presi le pillole, le misi sulla lingua. La guaina di cellulosa che tratteneva la polvere si rammollì un poco, poi la grappa, come un’onda, trascinò la medicina verso l’esofago. Medicina o droga? Io come gli zombie. Klaus era seduto davanti a un video e guardava dei documentari. Anche lui aveva la bottiglia e il bicchiere, ma nessuna ragazza si era fermata al tavolo per spillargli qualche sen in cambio dell’uso momentaneo del proprio corpo. Avrei potuto sparare a Klaus e non tornare più indietro, distruggere le mie carte e restare lì, avrei potuto vendere qualche organo sano che ancora mi rimaneva, fare festa qualche giorno per poi farla finita con il “tango della morte”. Non sentivo più dolori, non dovevo curarmi né farmi altri esami diagnostici, solo prendere le due pillole ogni giorno. Trovare la viet o morire, il mio corpo, il mio DNA, aveva scritto su se stesso la propria scelta di morire. Una stringa lunghissima di zero e uno, su cui c’era scritto tutto di me, dal colore degli occhi all’avversione per i gamberetti. Uno zero al posto di un uno...
Un’africana con i capelli raccolti in treccine mi prese la bottiglia vuota e la sostituì con una piena. Aveva un vestito nero, verde e giallo, bellissimo. Non disse niente, prese la bottiglia vuota e sparì nell’oblio dell’Archaos. E se avessi preso più di due pillole grigie al giorno?
La bottiglia era a metà. Non mi sembrava di averla bevuta, eppure era quasi vuota.
“Odore di Notte” era seduta davanti a me. Le braccia conserte, i capelli neri tagliati corti, un orecchino che le pendeva dalla parte destra, gli occhi fissi su di me. Non l’avevo vista arrivare. La bottiglia era di nuovo piena.
— Cosa vuoi?
— Aiuto. — La testa mi pesava, facevo fatica a ragionare. Riuscivo a vedere solo lei, dietro non distinguevo più nulla. Le ragazze erano sparite, forse c’erano, ma non riuscivo a mettere a fuoco, forse tutto continuava come prima. Lontano.
— Sei ancora un investigatore.
La sua non era una domanda. Era cambiata. Fisicamente era lei, ma era diversa.
— Ho bisogno di aiuto — ebbi la lucidità di dire.
— Sei tornato per riscuotere la tua obbligazione?
— No, cerco una persona scomparsa. Voi mi potete aiutare.
Silenzio. Non sapevo se stesse pensando alla mia richiesta o attendesse che le dicessi altro. Comunque attesi. Le rughe che le istoriavano il viso raccontavano la sua storia. Che cosa narrava il mio? Che cosa vedeva lei, quando mi guardava? Vedeva la mia nuova esistenza, la mia fine, i miei segreti?
— “Odore di Notte” — dissi, — ricordi?
— Cerchi uno dei Chukaku?
— No, solo una biologa viet scappata da una zaibatsu.
— Dev’essere importante per te...
— Sì.
Tolsi dalla tasca interna dell’impermeabile la busta con il video-disk della ragazza e gliela passai. Lei la prese e se ne andò.
I am the Lizard King
I can do anything
I con make the earth stop in its tracks
I made the blue cars go away
Non sapevo quanto ero rimasto ad aspettarla, né se era venuto giorno e poi ancora notte, quanta grappa di soia avevo bevuto, quante ragazze si erano alternate ai corpi dei clienti, e quanti clienti. E nemmeno quanto la morte si era presa del mio corpo durante quella scheggia impazzita di tempo. Sapevo solo che Klaus guardava ininterrottamente i documentari, oppure era stato ucciso; in ogni caso, non s’era mosso dal suo posto. Volevo cantare con il vecchio Jimi Hendrix, bruciare bandiere, sognare il rombo dei B-52 e veder danzare le bombe nel cielo cianotico dell’alba, sparare tutti i caricatori della Hamaki contro le ragazze, contro gli avventori, fare a pezzi il polacco che avevo sempre odiato.
— “Odore di notte”... — dissi alla sagoma scura.
— Konnichi wa, Mascara-san — rispose una voce maschile.
— Chi sei?
— La trovo ridotto molto male, Mascara-san.
— Sono ubriaco. — Cercavo di distinguere i lineamenti dell’uomo, ma era difficile. Non ci riuscivo.
— Lei non è solo ubriaco... Prenda questa, la farà sentire meglio.
Mi ritrovai in mano una pillola. La ingoiai senza esitare, a quel punto non avevo nulla da temere da parte di nessuno.
Mi venne immediatamente da rimettere. Senza alzarmi dalla sedia diedi sfogo ai conati. Mi vomitai addosso. Poi cominciai a sentirmi leggermente meglio.
Il giap stava di fronte a me. Indossava un antiquato completo blu, era ben pettinato, con qualche capello bianco, e aveva un’espressione distesa e uno sguardo attento. Non sembrava che gli facessi schifo, nonostante le condizioni in cui mi trovavo. Lo conoscevo.
Annuii, più a me stesso che a lui.
— Tsutomu Makoto sen sei — dissi.
— Se così preferisce, Mascara-san. — Si schiarì la voce. — Lei è qui per la nostra vecchia obbligazione.
La vecchia obbligazione. Tre anni prima. Allora ero un’altra persona. Avevo di nuovo di fronte a me l’ingegnere Tsutomu Makoto, il genio dell’elettronica sfuggito alla Yakuza. Il pericoloso e super-ricercato terrorista marxista, colui che era considerato l’ideatore dell’attentato missilistico alla Ashton-Sony. Forse l’unico uomo ricercato da tutti.
— Non pensavo all’obbligazione... Pensavo alla okusai...
— Già. Comunque, Mascara-san, lei è una delle poche persone che rispetto. Non sono molte tra gli avversari. Sayonara, Mascara-san.
Makoto si alzò lentamente, mi rivolse un sorriso di commiato e si allontanò.
Ero praticamente ritornato in me. Percepivo tutto un concerto di dolori muscolari che andavano acutizzandosi, anche lo stomaco mi doleva con particolare insistenza. La nausea era ancora più forte. Attorno a me il locale si era svuotato. Due sagome scure framestavano in un angolo, il polacco riempiva una bottiglia adoperando i rimasugli di quelle servite ai clienti. Klaus venne verso di me.
— Come stai? — mi chiese.
— Malissimo, non si vede?
— Sì, certo. Sei un relitto umano. Tirati su una manica, ti devo fare un’iniezione.
— Perché? — protestai, anche se stavo già ubbidendo.
— Ti inietto un antagonista allo stupefacente che hai assunto bevendo il liquore. Ti hanno drogato.
— E tu come lo sai, data-man?
— Me lo ha detto la donna con cui hai parlato. Mi ha dato lei la fiala.
“Odore di Notte”... La puntura dell’ago mi fece molto male. Percepivo la vena che si tendeva. I dolori passarono.
— La donna mi ha dato un indirizzo. Vuoi vederlo?
— Dopo, ne parliamo dopo.
Uscimmo dal locale. Il polacco non ci degnò di uno sguardo, sembrava realmente intento a riempire le sue bottiglie.
Guardai l’ora. Era mattino. Forse l’alba. Non c’era differenza tra giorno e notte. Solo luci pubbliche e caligine, e i numeri sui display.
— Potrebbe essere l’alba... — dissi.
— Arrivò proprio all’alba. Arrivò, poi se ne andò via, la luce del sole nei capelli. Il sangue corre per le strade come un fiume di fristezza... — recitò Klaus. — Ti piace?
Non risposi. Le cose sembravano avere meno senso, da qualche tempo.
— Tu pensi che io sia una macchina, qualcosa come un’enorme RAM piena di dati zippati che se ne va in giro con te, come un’enciclopedia vivente o uno stradario. Ti sbagli, invece io ti capisco. Anche per me è una gran merda.
Camminavamo, l’uno a fianco dell’altro, per le strade di Nishinari, ma avrebbe potuto essere L.A., Osaka, Nairobi o Zagreb, tanto le città sono tutte uguali. Stesse razze, stesse droghe, stessi padroni. Gli zombie ci vedevano passare in mezzo alla strada semivuota; dovevamo avere una brutta aria, nessuno ci fermava, né amore né “tango della morte” per noi. Io e il data-man traversammo i tuguri a passo spedito, come in un vecchio western, andavamo verso il duello finale. The end. «When the music’s over, turn out the lights». A volte sembra di vedere un limite nelle proprie vicende, quasi una frontiera nell’esistenza, una dead line, appunto. È un limite che non puoi non oltrepassare, sai che dopo tutto cambierà, ma non puoi salvare niente del passato evitando lo scontro, il solo fatto di vedere la fine è già la fine, il resto non importa più.
Il locale della mafia aveva i muri scrostati. Sul muro si intravedeva un’inequivocabile scritta spray in un bel corsivo: acid house for hallucination generation.
Ai due lati della porta erano piantati due godzilla yakuza a fare la guardia.
— Ci faranno passare? — chiese Klaus.
— No di sicuro.
Se il data-man era un essere artificiale senza emozioni, allora gli si dovevano essere fulminati dei chip. Si avvicinò e, senza tirar fuori le mani dalle tasche, fece fuoco a raffica con la Hamaki. I tatuati vennero tagliati a metà, caddero a terra, il loro sangue colava lungo la strada in rivoli che confluivano in un unico percorso, verso le fogne. Entrammo. La gente attorno a noi non esisteva. Continuammo a camminare spingendo di lato chi ci ostruiva il passaggio. Le Hamaki strette in pugno. Un teppista si mise in testa di sbarrarci la strada; immediatamente Klaus fece fuoco. Era lui che andava verso una direzione precisa, io lo seguivo senza pormi domande inutili. Si infilò in una porta, e io dietro, lungo un corridoio illuminato di luci rosse. Nessuno ci seguiva, non era necessario voltarsi per saperlo. Lo sapevo, semplicemente lo sapevo. Klaus entrò in una stanza semibuia. Lo vidi fermo davanti a me, le gambe parallele leggermente divaricate, le braccia stese ungo il corpo, la Hamaki in pugno, canna a terra. Eravamo arrivati. The end. Mi feci avanti. Per terra, su un materasso, due facevano l’amore. Tirai via l’uomo prendendolo per i capelli e mandandolo a rotolare contro la parete. Guardai la mia viet, la mia dottoressa Nong Khai, la mia vita e la mia morte. Bella, occhi grandi, a gambe divaricate, immobile. Morta. Solo qualche livido qua e là, e dei legacci strappati attorno alle mani e ai piedi.
L’ombra si stava rialzando a fatica. Gli sparai.
Lions in the street and roaming
Dogs in heat, rabid, foaming
A beast caged in the heart of the city
The body of his mother
Rotting in summer ground.
He fled the town.
Ora sono seduto su uno sgabello di un open-pub, sgranocchiando popcorn di soia rossa, guardando la gente che passa, che si urta, che si tocca tra la folla senza conoscersi, e senza conoscersi mai. Ho appena rifiutato l’offerta della procace africana seduta qui a fianco, fa l’amore per una bottiglia, ma anche per qualche sen, e alla fine anche gratis. Prende lo speedmoon con te, se vuoi, e dopo puoi fare l’amore fino a quando l’ultima catena molecolare non si sia consumata. Invece preferisco guardare la marea della baia di Tokyo, i grappoli di teste che ondeggiano. Gli altoparlanti rompono il cazzo con queste canzoni d’amore, con queste geishe che pigolano con la bocca stretta. Perché non urlano la canzone del mio data-man. Ora arriva la notte con la sua legione purpurea, ritiratevi nelle vostre tende e nei vostri sogni, domani entreremo nella città della mia nascita, voglio essere pronto... I want to be ready.
2. Silicon Deliverance
Ascolto canzoni.
Sono seduto su una branda di una camera spoglia, senza servizi; una residenza anonima del quadro f-6, il settore nordovest di uno dei quartieri islamici. Iraskistadt. Fuori alla piccola finestra, oltre i vetri sporchi di pioggia e di polvere, sferragliano i convogli meccanici della rete esterna del metrò. Le carrozze ululano uscendo da un tunnel poco lontano per farsi strada between the fading beauty of this everlasting twilight. 46 linee, 1.121 fermate. Alcuni rumori sono regolari, legati tra loro fino a diventare essi stessi una canzone; lo scatto secco delle ruote metalliche sui cardini che uniscono i binari, poi i freni stridono per 11 secondi. Una voce metallica di donna salmodia la parola Iraskistadt come se fosse una sura coranica. I vagoni si arrestano e la marea si muove, scende e sale, sciama. Il treno riparte, l’aroma speziato del Iahma bi ma’ala sale fin dentro la mia camera buia trasportando nella sua spirale le voci e i rumori che si rincorrono nella strada.
Centinaia di canali radio si agguantano l’un l’altro sulle onde medie, tessendo arabeschi elettrici di vecchio rock, japsound, rap e iazz. Alzo la testa verso il filamento di tungsteno di una vecchia lampadina mentre il satellite sub-orbit, come un’onda di marea più lunga delle altre, mi bagna dei suoi segnali. Ascolto canzoni e guardo film. Potrei scendere in strada e mischiarmi agli iraski, bere anice e ubriacarmi con loro, fino a cadere dagli sgabelli. Potrei.., potrei, ma il data-world è come una pioggia iridescente dove ogni goccia è un differente cristallo in cui un mondo intero si riflette, si rifrange, si deforma. Passo da un canale all’altro, random walk, inventando un mio videoclip. Sulle retine si alternano sincopati gli spezzoni di un video pomo, mentre Radio X trasmette le evoluzioni campionate dell’Ambient Music. Brian Eno. Fuck me, Norbert Wiener... Le immagini degli orgasmi inciampano come impastate dalla musica e dalla MTV. Dagli hertz riservati alla polizia conosciamo un certo Saul Saracco, fotografo e pornostar; ha ucciso sette passanti e ne ha feriti 15 sparando una granata esplosiva tra la folla che stava uscendo dal Tempio dei Testimoni di Geova. Sono le 22:21, ora di Osaka, fuori piove; un vago chiarore che sembra svellere l’eterna omertà della foschia mi avverte che qui è giorno. Mi appoggio con la schiena al muro, stendo le gambe e appoggio i piedi nudi sul tavolino basso di plastica. Un bicchiere vuoto, qualche pastiglia di disinfettante che perde la polvere bianca, la Hamaki con i suoi caricatori da 100 colpi calibro 5,5. Ris Ronda e il suo gruppo sincro-rap sbraitano sui 105.51, un fremito di ciglia e il satellite mi fa volare sopra il cielo con il quartetto di Coltrane, “A Love Supreme”. Un amore supremo; apro un cubetto d’acqua e lo verso nel bicchiere, videoclip, la pastiglia sfrigola e il liquido diventa torbido, una stilla di sudore evapora e un pene enorme scompare. 22:22, a Osaka è notte; il videoclip continua, Harissa...
Fumavo una sigaretta. La carta umida e il tabacco Popular faticavano ad ardere. il fumo mi scaldava il palato, scendendo nei polmoni lento come nebbia fluviale al mattino. La accesi tre volte; le gocce rimbalzavano sui muri del vicolo e mi cadevano addosso. La strada principale, poco lontano, brulicava come un formicaio impazzito. 04:18, i riflessi dei cristalli liquidi high-tech della Nijgata sfavillavano nei miei occhi come un sottile ordito cremisi. 04:21, Mascara sì decide, rivolgendomi un cenno sottile, quasi un movimento involontario della mano, poi i suoi occhi piombano verso terra, seguendo lo scalpicciare delle scarpe nelle pozzanghere iridescenti e oleose.
Mascara corre sulla lama del rasoio. In una metropoli vivono decine di milioni di persone; gli individui aumentano e due metropoli arrivano a toccarsi, prima si affacciano come le due sponde di un fiume, poi si toccano in un punto, infine si uniscono, come una mitosi cellulare proiettata al contrario. Non esiste più un censimento, un prospetto di migrazione. Si può andare da Moskva a Zurich solo spostandosi con le linee del metrò. Forse scompaiono migliaia di persone al giorno, calpestate dalla folla, ammazzate dai teppisti, catturate dalle squadre delle cliniche dei trapianti, divorate dalle bande cannibali. Se qualcuno sparisce, non vale la pena cercarlo, ma se sparisce qualcuno che deve essere cercato allora bisogna ricorrere a un searcher, colui che può battere i sentieri selvaggi delle metropoli. Mascara corre impazzito sulla lama del rasoio: è un cercapersone. Cercavamo una donna, la sua immagine digit mi frullava in testa. 04:23, la carta globale scivolò nella fessura e la porta si aprì. Guardai Mascara, dal suo viso sfuggiva stanchezza. Entrammo nell’acid house; la prima molecola aerodispersa di metamfetamina non era ancora stata intercettata dai ricettori olfattivi, che già il mio corpo mutava, la war-machine si accendeva rutilando. Una particolare transizione delle sinapsi ed esco dal data-border, i feedback biologici si sincronizzano. Adrenaline... il mondo dei dati appassisce nel tempo di un impulso del clock, la morte arriva improvvisa a 4096 hertz e tutto il mio mondo è nel Rave in cui stiamo entrando.
I laser multicrom scivolavano morbidi sulle teste della gente che oscillavano nella sala, tagliavano le volute di shabu che salivano dagli angoli; la musica copriva gli ansiti e le urla. Gli Autoreverse suonavano “Foxy Lady”, un vecchio pezzo di Jimi Hendrix che a un certo punto diceva I’m gonna take you home. Ma non era la voce di Jimi, lo sembrava solamente. Feci uno scann della sala, con varie risoluzioni, fino a quando non rilevai la donna che cercavamo. Erano passati 7 secondi. Diedi un segnale a Mascara che mi seguì verso la giovane orientale che stava ballando. Fendemmo la folla fino a lei, l’afferrammo per le braccia e la portammo via. Nessuno si oppose. La spingemmo verso i cessi dove l’odore di acido urico copriva le folate di droga che venivano dalla sala. Real time: rumore da sinistra, da una delle latrine, la Hamaki accesa in mano, canna verso l’alto, i led pulsavano impazziti, 1,2 secondi. Nella latrina tre individui, due maschi e una femmina, probabilmente disarmati, scopavano. I maschi erano due neo-arian, teste rapate, vestiti di cuoio, occhi coreani azzurri. Feci cenno a Mascara di avvicinarsi; il searcher non tolse le mani dalle tasche dell’impermeabile, venne verso di me con calma e guardò i tre ragazzi. Aveva il volto triste e sembrava ancora più magro di quanto non lo ricordassi. Rimase immobile davanti ai tre mentre li tenevo sotto tiro e l’adrenalina faceva impazzire i biofeedback. L’orientale che avevamo catturato cercava di rialzarsi, la sentivo graffiare le piastrelle sozze e poi ricadere sul velo di urina del pavimento. Boston Morris, il cantante degli Autoreverse, ora cantava con la voce di Jim Morrison. Penso che tutti dovrebbero morire.
Conobbi Bahia in un locale del ventesimo secolo, il Chicago Art. Quella notte suonava il quintetto di Don Grolnick; la sala non era affollata e il pianista bianco sudava sotto i piccoli riflettori. Lei si avvicinò al mio tavolo vicino ai musicisti, indicò la sedia vuota e mi chiese candidamente il permesso di sedersi. Annuii. Bahia indossava un abito color crema a piccoli fiori e guardava verso la musica. Lei si era frapposta tra me e il palco. Eddie Gomez carezzava le corde del basso e batteva sulla cassa di legno, ma io guardavo sfrontatomente la linea del suo profilo da cui si sprigionava una selvaggia bellezza. Bahia era bella e sudava, il vestito le aderiva allo schiena e larghe macchie umide le si scurivano sotto le ascelle. Mi avvicinai a lei fingendo un movimento involontario e le rubai, per un attimo, l’odore di quella giornata. Seguivo la musica attraverso piccole oscillazioni del corpo e il suo volto di profilo sembrava lo sky-line di New York al tramonto. Ordinai due Manhattan alla ragazza italiana che girava tra i tavoli. Bahia ringraziò con un sorriso e bevve con me. Don Grolnick era chino sui tasti nella sua ampia camicia bianca e suonava “Nothing Personal”.
Non la conobbi così, e non si chiamava Bahia. I seni piccoli mi battevano contro il torace mentre lei, sopra di me, invocava l’orgasmo. Quando sfiniti ci aggrovigliammo nelle lenzuola e un vecchio ventilatore faceva evaporare il sudore, lei, per la prima volta, mi parlò: «What were you doing when Boghdad was bombed?»
Da quel giorno Baghdad divenne il suo nome. Baghdad... Potevo vedere i filmati di repertorio marchiati CNN, le PY Laser che cadevano dal cielo liquefacendo la gente e bruciando le colonne di soldati in ritirata, l’orizzonte del deserto, ma non avevo più ricordi che fossero solo miei. I was in Nairobi. Le mentii, come lei volevo, e le raccontai di Nairobi, dei locali islamici, del sapore dello galla di pesce e del miglio, e del parco del Kenia che bruciava come era bruciata Hiroshima. lei rideva e mi chiedeva altri particolari, io sugli occhi facevo scorrere le TV del ’91, i documentari, i record delle data-bank. Baghdad accese una TV-win che penzolava dal soffitto e si sintonizzò su Redemption-TV. l’aria mossa dal ventilatore faceva ondeggiare la tenda e le sequenze pornografiche sembravano sul punto di staccarsi e aleggiare fuori dalla finestra.
Baghdad mi salì sopra, e indicando le immagini mi disse «guarda!». Guardai, e man mano che lei si muovevo scivolai oltre il data-border, e Baghdad divenne il corpo accogliente di tutti i dati del mondo che in quel momento attraversavano l’etere. Esplosi assieme a lei in un mondo troppo grande per noi, per tutti.
The end of laughter and soft lies, the of nights we try to die. Da qualche giorno Mascara esalava uno spiacevole odore di morte. Può accadere di dover cercare qualcuno che non deve essere trovato, allora un interceptor fiuta la nostra pista mentre noi fiutiamo lo nostra. E l’interceptor ci segue e, quando la notte finisce, cercherò di incassare il suo check. May be there is a killer on the road. Mascara non dice mai i perché, mi allunga un diskette di dati e io lo seguo. When the night ends Mascara mi dà la mia parte e io torno a Iraskistadt, ad accorciare la mia vita. Dragonfly, l’eli vibrava verso il più inaccessibile degli High Tech District. Mascara guardava verso le colline, ingioiellate di luci come un gigantesco quadro di controllo. Umano. A volte sembrava che mi guardasse dentro, che potesse vedere gli innesti, i biochip, le flat-ram che si riempiono e si svuotano di impulsi, il fluttuare dei nanovolt, la frequenza della marea. Falling tide, high tide... Mascara non mi crede umano. L’eli si posò con delicatezza sul tetto del grattacielo della Nipponic Health Clinic, il più importante centro di trapianti conosciuto.
Scendemmo nella notte scura che sovrastava la metropoli chiusa in una nebulescenza alogena. Mascara respirò profondamente quella nuova aria e si chiuse l’impermeabile. Tre orientali che impugnavano armi automatiche ci accompagnarono fino a un ascensore; la libellula solitaria si alzò nella notte virando. Dragonfly.
Mascara si massaggiava il ventre mentre l’ascensore precipitava sibilando.
L’ascensore si aprì.
— Komban wa, doko-e iku ’n desuka. Onamae wa nan desuka. — Da dietro un pesante vetro antiproiettile, una affascinante giap chiocciava da un altoparlante rivolta a noi; un corpo rubato al cinema porno.
— Che cazzo dice? — chiese Mascara stizzito.
Forse Thomas Eliot avrebbe potuto scrivere poesie su un mondo come questo, un mondo in cui tutto si mescola all’odore del cibo che sale dalle strade... the winter evening settles down with smell of steaks in passage ways. Six o’clock... oppure... the morning comes to the consciousness of faint stale smell of beer... girare il mondo senza muoversi di qui, attraverso le sue essenze, lo zenzero, il coriandolo, la carne cotta nella farina di papavero, gli anelli di pane di sesamo, il forte odore di finocchio del copkebab o del cavolo nel kimjang. Ci sono così tante razze che ormai non ne esistono più, e ognuna porta con sé i propri odori, chi dall’Africa, chi dall’Asia. Ci sono momenti in cui nelle narici ho il flash-back della fragranza del Mediterraneo, il vento caldo di mare che alza una nube pomeridiana dalle macerie del campo di Beirut Ovest; l’aria rovente fa tacere i mortai, e le frotte di bambini spuntate dal nulla cominciano a rincorrersi. L’odore salmastro si fonde agli aromi riarsi degli arbusti e l’aria tremola sfuggendo dalle pietre roventi. Eppure mi chiedo se tutto quello che ricordo non sia stato riposto in me chirurgicamente, se esista nel mio epitalamo un microchip con i sogni della Palestina. A silicon dream, il mio sogno di silicio. Lo chiamano data-world.
È quello che ho in testa, è la mia vita che rimbalza tra dentro e fuori. Il data-border è la linea d’ombra tra questi due mondi, e io, un funambolo della coscienza, devo camminarvi in equilibrio senza cadere. Mi sono svegliato così, a Tokushima; una sete terribile e la gola ferita che bruciava. Cominciai a camminare su quel filo immaginario che grondava di orari dei voli transcon, di mappe urbane, di segnali radio-TV, dei brusii dei mercati e delle parole perse tra la folla. I ventri argentei dei pesci morti galleggiavano sfavillanti nel tramonto, tra i capannelli intrisi di catrame. Konnichi wa, mi disse una voce in tono familiare, una voce sconosciuta come le stille di sudore del pilota di Phantom che, sfiorando i tetti delle abitazioni, mi chiamava per nome. Pochi flat-chip fotografati sulla corteccia cerebrale, due display monolayer retinici, e l’arenile del Libano, intarsiato di bossoli lucenti che riflettono il sole, esplode in questo urlo muto che sovrappone tutte le voci del mondo che gridano assieme, gridano a me. Il vento del Mar del Giappone respira di un forte e penetrante odore salmastro. Sayonara.
Cinquemila nuovi yen. La Yakuza era disposta a pagare una tale cifra per ritrovare Luce Nong Khai, una biologa viet che gli era sparita sotto il naso, forse rapita da un commando di un’altra zaibatsu. Avevamo un video-disk e una piccola ram con un dossier su di lei. Introvabile. Guardavo Mascara, a cui sarebbero toccati tremilacinquecento nuovi yen. Se l’avessimo trovata. Non so quanto fossero importanti i soldi per lui, per me non molto. Lavoravo in coppia con lui da tre anni, da quando il suo precedente data-man era stato assassinato, e da allora avevamo lavorato insieme molte volte. Mascara è un felino, ombroso, suscettibile, improvviso in ogni sua azione. La prima volta che lo vidi uccidere mi ricordò il temporale, un tuono improvviso per chiamare la morte. Non parla mai di sé, delle cicatrici che d’un tratto riprendono a pulsare e delle emorragie di ricordi. Mascara corre sul filo del rasoio e la sua vita sta tutta in questa corsa. Ora correvamo in cerca della viet, una ricerca che era solo una fuga, una fuga impossibile.
Mascara aveva smontato la Hamaki e i pezzi erano sparsi in buon ordine sul tavolo. Spruzzò lo spray al freon sui circuiti e pulì con attenzione tutte le parti meccaniche. Nell’aria impregnata dall’odore di gamberi fritti rimbombavano le canzoni pubblicitarie degli immensi cartelloni Xinton.
— Mascara, hai una donna?
— No.
Finì di montare la pistola e mi guardò con la sua faccia istoriata di rughe e di stanchezza.
— Cosa ti viene in mente? — mi chiese.
— Così... cibernetica curiosità.
Mascara annuì, infilò l’arma nel fodero e si rigirò tra le mani il video-disk della viet.
— Klaus, allora, che ne dici? — mi apostrofò come era solito fare. — Dobbiamo cercare una persona nascosta o una che si nasconde?
— Non lo so.
Infatti non sapevamo niente. La ragazza che avevamo beccato al Rave era la sorella della viet; ma era fottuta di droga da troppi anni. La Yakuza che la possedeva l’aveva cacciata via come un rottame; non si ricordava neppure di avere una sorella. Sulla ram che ci avevano passato c’erano solo dati ufficiali, inutili. Mascara si alzò, mi guardò sbuffando e si allontanò verso la porta. Prese al volo l’impermeabile idrorep e se lo gettò su una spalla, poi si girò verso di me.
— Ce l’avevo... — Gli occhi erano sottili.
Lo guardai in silenzio.
— Ce l’avevo. Una donna, voglio dire... tempo fa.
00:00:00 ora di Tokyo. il cielo era un cuscino di condensa: a surrealistic pillow.
107.500 Mhz. Radio NTNLL trasmetteva da Norfolk i pezzi di Jimi Hendrix. Accesi la radio e mi sintonizzai sulla frequenza. Jimi cantava «the gypsy was right». Mascara sembrava ascoltare le parole della canzone con estrema attenzione. Aveva appena ingoiato due pillole grigie che non sembravano stupefacenti, piuttosto avevano l’aria di medicine. Aspirai un po’ d’aria stantia nei polmoni e la data-bank dell’OMS mi percorse le arterie. Forse le trovai nei record dello IASP, classificate come «contenenti morfina cloridrato e paraossibenzoato di metile», un analgesico intermedio a bassa concentrazione.
Dolori, una sgradevole esperienza sensoriale ed emotiva il cui significato viene appreso attraverso le esperienze dei primi anni di vita. The gypsy was right... Dove può andare una bella viet che fugge da una delle più potenti ed ermetiche zaibatsu, una bella viet nata per diventare biologa molecolare, un genio nel campo dei riflessi uditivi e visivi? La viet doveva evaporare, sempre che volesse vivere, che riuscisse a sfuggire ai godzilla yakuza e a un searcher come Mascara Snake. Evaporare. Dalla superficie libera di un liquido le particelle, nel loro imperterrito movimento, una alla volta raggiungono l’energia sufficiente per disperdersi in aria, non tornano più. Evaporare. Johatsu-sha, esci dal lavoro, comperi in contanti dei nuovi vestiti in qualche negozio della downtown, bruci tutto in un vicolo e disperdi le ceneri nelle fogne. Poi ti tuffi tra i flutti di Nishinari, la città senza mappa, “tango della morte”, sakè, bande dei trapianti. Prima di morire di karoshi, spirando davanti al terminale, evapori per morire di miseria. La viet era lì, tra i burakumin. Glielo dissi.
Mascara beveva birra e pensava. Non dormiva da almeno un giorno, ma resisteva ad attraversare i suoi pensieri finché non fosse arrivato alla fine. Io non dormivo. Tokushima mi aveva svegliato. La microchirurgia aveva modificato il mio ipotalamo e i sogni se n’erano andati; solo ricordi e le visioni retinali del data -border.
Mi sdraiavo quando un leggero torpore mi prendeva le mani e i piedi, i metaboliti si accumulavano nei tessuti stanchi e la mia body-machine aveva bisogno di manutenzione. 5 mg di Lisergin per via endovenosa e yoga, e la body-machine riparte. Mascara invece cercava di resistere, si stordiva e pensava. Tre anni prima aveva perduto il data-man in azione; a Nishinari. Un agguato. Mascara non ne ha mai parlato, mi ha assunto senza spiegazioni. Nei rapporti ufficiali attribuivano ai Chukako la morte del data-man, Mascara invece era sfuggito. Ingoiò altre due pastiglie grigie e bevve un sorso di birra.
— Nishinari... — disse in un filo di voce che si poteva scambiare per un sospiro.
Mascara si alzò. Un rumore di morte vibrava attorno a lui come un’aura triste e rassegnata.
— Tra dodici ore — mi disse. — Preparati.
Io lo attesi.
Nishinari. Camminavo a fianco di Mascara Snake attraverso un itinerario sconosciuto. Gruppi di miserabili ci osservavano passare mentre procedevamo in mezzo alla strada. Un relitto umano che puzzava d’alcol ci venne dietro.
— Volete amore... Solo due sen. Anche tutti e due assieme. Volete il tango...
Le sue parole sparirono dietro di noi mentre la solita pioggia sporca cominciava a caderci addosso. Mascara camminava veloce e parlava tra sé. The Wild Bunch... Io volevo uccidere. Silicon delirious fever. Ho ucciso per te e ucciderò ancora, ucciderò perché non c’è più quel locale in cui suonava Don Grolnick, perché il tuo vestito si è stinto, perché Baghdad non cesserà mai di bruciare e la cameriera di Monrovia è stata uccisa... Apocalypse Now. I’ll never look your eyes again. Mascara...
— ... Archaos, oppure “circo della fine del mondo”...
Dal viso di Mascara capii che tornavamo in un luogo dove la sua coscienza si era dovuta fermare. Archaos, non saprò mai come, ma lì Mascara aveva aperto le proprie ferite. The end. Driver, where you takin’ us? Non m’importava di trovare la viet e di riportarla su, alla sua zaibatsu nella High Tech. Volevo solo cercare e uccidere, e dimenticare il caldo di Kingston. Oblivion. Mascara doveva tornare in quel posto, doveva tornarci prima di entrare nella propria terra di nessuno. E ora eravamo davanti al circo della fine del mondo, nirgenland.
Allah Akbar. Malcolm X, da uno dei suoi tanti ritratti, ci guardava gravemente, e sembrava ripeterci, quasi fossimo stati alunni disattenti o pigri, la parola Hajj. Hajj, cioè muoversi verso un obiettivo ben definito; ma, come la legge islamica prescrive, Hajj è un obiettivo sia materiale che spirituale, cioè significa spostarsi verso la Ka’ba, la Dimora Sacra, diventando muhrim, pellegrini in viaggio.
— Devo essere solo. — La voce di Mascara bruciava come l’aria di un jet.
Mascara caracollò fino al tavolo e si sedette rivolgendo le spalle al muro. Nessuno lo degnò di uno sguardo, solo Malcolm X osservava il suo muhrim seduto ad attendere. Io mi sedetti davanti al telo della TV-win su cui scorrevano documentari della vecchia Cina comunista, ma con la coda dell’occhio controllavo ogni movimento di Mascara. Una ragazza attraversò il locale per portargli una bottiglia di grappa di soia e un bicchiere. Non si sedette accanto a lui, come fanno le ragazze dei locali, ma si allontanò subito lasciandolo solo. Sul telo che stavo guardando appariva e spariva il faccione rubicondo del presidente Mao, e diceva che il nemico dello studio è l’essere soddisfatti di se stessi; se si vuole imparare qualcosa, bisogna cominciare dal non essere soddisfatti di se stessi. Intanto Mascara guardava le due pillole grigie, intensamente come se le avesse davanti a sé per la prima volta; versò il liquido trasparente nel bicchiere e vi guardò attraverso, quasi sperasse di vedere, tramite quella lente ondeggiante, la vera realtà. «Essere insaziabili nell’apprendere» ripeteva la voce fuori campo, mentre scorrevano le vedute aeree delle pianure dello Huang He coltivate a risaia.
Un’africana bellissima, che indossava un vestito con i colori dell’African National Congress, andò al tavolo di Mascara, prese la bottiglia vuota e ne lasciò una piena. «Leggere è imparare», e le barche scivolavano sopra le acque del Chang Jiang, dove la corrente dolce si mischia alle onde lunghe del Mar Cinese Orientale, e il mercato di Shanghai pullula di gente come le stive dei pescherecci traboccanti di pesci ancora vivi Mascara beveva, un bicchiere dopo l’altro, regolare come un tamburo di vecchio revolver che ruota, un proiettile dopo l’altro spinto dallo speed-strip cartridge leader. La siccità aveva asciugato le risale dell’Estremo Oriente e il popolo più grande del mondo aveva varcato le proprie frontiere verso ovest; stormi incalcolabili di uomini come uccelli capaci di oscurare il sole. La più grande migrazione della storia aveva spinto verso ovest un miliardo di indiani e di cinesi, che si lasciavano dietro solo pianure aride e città abbandonate.
«I reazionari sono solo tigri di carta.»
Un orientale dal passo pesante prese una sedia e si sedette dietro di me. Voltai piano la testa, fino a vederlo. Era un uomo corpulento, con il volto solcato da rughe profonde, i capelli neri lunghi e lucidi raccolti a coda; indossava un vecchio completo blu. Quando i nostri occhi si incrociarono, sentii il leggero scatto dello switch di una pistola a innesco elettronico provenire da una tasca della sua giacca. L’orientale mi sorrise e io mi girai lentamente verso il documentario. Poi apparve la donna che si sedette al tavolo di Mascara. Malcolm X guardava il proprio muhrim tornato alla Ka’ba.
L’ingegnere Tsutomu Makoto si alzò lentamente dalla sedia e si allontanò, uscendo da una porta dietro il bancone; dopo di lui sparirono silenziosamente, come ombre sorprese dalla notte, gli uomini della sua scorta. Mi alzai e andai verso Mascara portando con me l’ipodermica e la fiala che mi aveva dato la donna.
— Come stai?
Glielo chiesi nonostante avesse un aspetto orribile.
— Malissimo — rispose a fatica. — Non si vede?
Gli feci l’iniezione.
Invece era tutto così breve e materiale, e niente di veramente eterno ci era concesso di vivere, né l’amore né l’odio. Un uomo moriva, il cuore esplodeva, e il corpo rotolava nel vicolo tra l’indifferenza della folla. E dare la morte era esattamente come morire, eccessivamente facile. L’adrenalina saliva e la morte si accendeva. Poi era sufficiente allontanarsi.
Così pensavo a Bahia e al suo profilo stagliata contro le luci che illuminavano i musicisti; quanto era stato breve l’attimo in cui colsi la sua bellezza e quante volte, lungamente, l’avevo rivista nel ricordo. Ed era la fisionomia irreale del ricordo quella che, ormai, era diventata più vera per me. Solo impulsi elettrici di bassa potenza ad alta frequenza, zero, poi uno, poi zero, poi zero. E il suo profilo si modellava in un gioco atroce. E pianse, umana come non si può più esserlo, nel caldo impietoso dell’estate. Ci separammo, e io piansi da solo, scoprendo di avere ancora qualcosa che pensavo mi avessero rubato a Tokushima.
— Potrebbe essere l’alba...
Mascara aveva ragione, era l’alba. Il colore del cielo era schifoso, una mescolanza di grigio e giallo. Ora Mascara filava deciso attraverso le strade di Nishinari e mi portava verso la fine. Finalmente...