Stories 93 / Random

Stories by norman spinrad

il signore della svastica (italian)

CON un lungo gemito di metallo esausto e uno sbuffo di vapore, la corriera in arrivo da Gormond si fermò nel sudicio cortile del deposito di Pormi, in ritardo di sole tre ore; niente male, per Borgravia. Il più svariato assortimento di creature vagamente umanoidi si calò dalla corriera, esibendo la solita varietà borgraviana nel colore della pelle, nell'aspetto fisico e nell'andatura. Ai loro vestiti rozzi e logori erano rimasti appiccicati frammenti di cibo, avanzi del picnic quasi ininterrotto cui si erano dedicati durante le dodici ore di viaggio. Un odore acre e stantio accompagnò il branco eterogeneo mentre attraversava lo spiazzo fangoso, diretto verso lo squallido capannone di cemento che fungeva da terminal.
Per ultima scese dalla corriera una figura di straordinaria e imprevedibile nobiltà: un uomo autentico, alto e forte, nel fiore della virilità. Capelli biondi, pelle chiara, occhi azzurri e vivaci. La muscolatura, la struttura ossea e il portamento erano perfetti, la tunica blu ben tagliata, pulita e in ottimo stato. Feric Jaggar dimostrava di appartenere sotto tutti gli aspetti al genotipo dell'uomo puro. Questo lo aiutava a sopportare una vicinanza tanto prolungata con la feccia di Borgravia; gli umanoidi non potevano non riconoscere la sua purezza genetica. La vista di Feric rimetteva al loro posto mutanti e meticci, che per lo più ci rimanevano.
Feric aveva con sé soltanto una borsa di cuoio che sollevò con facilità; evitò così il sudicio terminal e imboccò direttamente la Ulm Avenue, la via più diretta per attraversare quella putrida cittadina di frontiera e raggiungere il ponte sull'Ulm. Oggi, finalmente, si sarebbe lasciato alle spalle le gabbie di Borgravia e avrebbe affermato il proprio diritto naturale di uomo geneticamente puro e helder, con un albero genealogico immacolato che risaliva fino a dodici generazioni precedenti.
Assorto nelle riflessioni sulle proprie mete materiali e spirituali, Feric riuscì quasi a ignorare il sordido spettacolo che assaliva occhi, orecchie e narici mentre percorreva a lunghe falcate lo squallido viale terroso che portava al fiume. Ulm Avenue era poco più di un sentiero fangoso tra due file di rozze baracche, costruite per la maggior parte con assi, stuoie di vimini e lamiere rifinite sommariamente. Eppure stando alle apparenze, questa strada così anonima era la gioia e l'orgoglio degli abitanti di Pormi, dato che le facciate dei luridi edifici erano decorate con scritte vistose e disegni grossolani che vantavano le merci in vendita all'interno, per lo più prodotti locali o articoli di scarto della civiltà superiore al di là del fiume. Inoltre molti bottegai avevano sistemato lungo la strada chioschi dove esponevano frutta andata a male, verdure marce e carne brulicante di mosche e ora decantavano a pieni polmoni queste fetide merci alle creature che percorrevano la via, che a loro volta partecipavano al chiasso con voci stridule e eccitate.
L'odore di rancido, le grida rauche e l'atmosfera malsana ricordarono a Feric il grande mercato di Gormond, la capitale di Borgravia, dove il destino lo aveva relegato per tutti quegli anni. Da bambino, gli avevano risparmiato il contatto con i dintorni del suo quartiere natale; in seguito, a prezzo di grandi dolori e non irrilevanti sacrifici economici, aveva sempre cercato di evitare per quanto possibile luoghi come questo.
Ovviamente non gli fu mai possibile sfuggire del tutto la vista degli umanoidi che affollavano ogni angolo di Gormond e, qui a Pormi, il pool genetico non sembrava certo meno degradato di quello che predominava nella capitale borgraviana. L'epidermide della plebaglia formava, qui come a Gormond, un assurdo mosaico di mutazioni ibride. Pelleblu, uominilucertola, arlecchini, facceinsanguinate erano il meno; se non altro simili creature appartenevano chiaramente alla loro specie. Ma c'erano anche incroci di tutti i tipi, e così le squame di un uomolucertola a volte erano blu o porpora, anziché verdi; un pelleblu poteva essere chiazzato come un arlecchino o il viso bitorzoluto di un uomorospo esser tinteggiato d'una particolare sfumatura di rosso.
Le mutazioni più macroscopiche erano quelle che mantenevano pure le qualità genetiche della razza, se non altro perché due simili catastrofi genetiche nella stessa creatura si risolvevano più spesso in un feto non generabile. Molti bottegai, qui a Pormi, erano gobbi, coperti di peli neri e ispidi, molti con mutazioni epidermiche secondarie, incapaci di svolgere un lavoro pesante. Nelle cittadine come questa, i mutanti, anche i più insoliti, passavano più inosservati che nella - metropoli - borgraviana. Eppure, mentre si faceva largo a gomitate tra la folla puzzolente, Feric individuò lo stesso tre tested'uovo dai crani nudi e fiammeggianti al sole, e si scontrò con un pappagalloide. Quest'ultimo si girò di scatto indignatissimo, ticchettandogli contro il beccaccio osseo per un attimo, prima di rendersi conto di chi era.
Allora, naturalmente, abbassò gli occhi lacrimosi, smise all'istante di far crocchiare gli osceni denti da ibrido, anzi mormorò con la dovuta umiltà: - Mi perdoni Verouomo. - Feric, da parte sua, fece finta di non vederlo e tirò diritto per la sua strada senza guardarsi intorno.
Comunque, percorsi pochi metri, sentì distintamente che la sua mente captava una sensazione familiare, impalpabile, che lo costrinse a fermarsi, poiché l'esperienza di tutta una vita gli permetteva d'intercettare senz'ombra di dubbio la presenza di un Dominatore nella zona. Con una certa sicurezza, osservando la fila di baracche alla sua destra, ebbe la conferma anche visiva della presenza di un Dom, e il dominogramma non era dei più sottili che avesse incontrato.
C'erano cinque bancarelle allineate lungo la strada, gestite rispettivamente da tre nani, un ibrido pellebluuomorospo e un uomolucertola. Tutti questi esemplari avevano l'espressione vacua e lo sguardo spento tipici dei mutanti prigionieri da lungo tempo di un dominogramma. Le bancarelle esponevano carne, frutta e verdure in uno stato di decomposizione troppo avanzato perfino per le abitudini di Borgravia. Tuttavia, stuoli di meticci e mutanti si accalcavano intorno ai chioschi, afferravano le merci putrescenti e le pagavano a prezzi assurdi senza esitare un attimo.
Un simile comportamento poteva essere spiegato solo con la presenza di un Dominatore nelle immediate vicinanze. Gormond era completamente infestata dai mostri, dato che era ovvio che essi preferissero le grandi città, dove le vittime erano numerose; il fatto che anche una cittadina come Pormi ne fosse infettata dimostrava chiaramente che Borgravia era sotto l'influenza di Zind in misura ancora più allarmante di quanto Feric temesse.
Il suo primo impulso fu di fermarsi, stanare il Dom e rompergli il collo; ma, dopo aver riflettuto, decise che non valeva la pena di ritardare la fuga da quel pozzo nero che era Borgravia neppure di un attimo, soltanto per liberare mutanti inutili e spregevoli da un dominogramma. E così, continuò per la sua strada.
Il viale non era ormai che un sentiero in un boschetto di pini striminziti con aghi violacei e tronchi contorti ricoperti di gramigna. Non era certo un paesaggio gradevole, eppure dava sollievo a confronto della sporcizia e del rumore della città. Poco dopo, il sentiero piegava leggermente verso nord e prendeva a costeggiare la banchina meridionale dell'Ulm. Feric si fermò a osservare le acque calme del fiume che segnavano il confine tra Borgravia e la Repubblica Superiore di Heldon. Al di là del fiume, la riva settentrionale era costeggiata dai filari delle querce - maestose e geneticamente pure - del Bosco di Smeraldo. Agli occhi di Feric, questi alberi che si nutrivano della terra ricca e incontaminata di Heldon, simboleggiavano la superiorità della Repubblica su quel mondo ibrido. Come il Bosco di Smeraldo era una foresta di alberi geneticamente puri, così Heldon stessa era una foresta di uomini geneticamente puri che si ergeva come un baluardo contro i mostri degenerati che circondavano la Repubblica Superiore.
Via via che avanzava lungo il sentiero, Feric giunse in vista del ponte sull'Ulm, un armonioso arco di pietre squadrate e acciaio inossidabile, evidentemente prodotto dell'artigianato superiore di Heldon. Allungò il passo e fu presto in grado di osservare con grande soddisfazione che Hùeldon aveva costretto i miserabili borgraviani a subire l'umiliazione di una fortezza di frontiera all'estremità del ponte che apparteneva loro. Invece della bandiera c'era quell'edifìcio posto a cavallo dell'accesso al ponte, dipinto con i colori helder, bianco rosso e nero, e ciò a Feric parve un'ulteriore, orgogliosa dichiarazione che a nessun umanoide sarebbe mai stato permesso di contaminare un solo centimetro di territorio umano. Fino a che Heldon si fosse mantenuta geneticamente pura e avesse inasprito le proprie leggi sulla purezza razziale, si sarebbe tenuta in vita la speranza che un giorno la Terra potesse tornare a essere proprietà esclusiva dell'originaria razza umana.
Alla fortezza di confine convergevano molti sentieri provenienti da tutte le direzioni e, fatto piuttosto strano, c'era una squallida accozzaglia di mutanti e meticci fuori del portale pubblico, presidiato da due guardie di frontiera che indossavano la divisa ed erano armate esclusivamente di manganelli d'acciaio. Era proprio strano, poiché la maggior parte di queste creature non poteva sperare di passare nemmeno se a esaminarli fosse stato un idiota cieco e frettoloso. Un uomolucertola era fermo dietro un tale le cui gambe avevano un pezzo di troppo. C'erano pelleblu e nani gobbi, un testad'uovo e ibridi di tutti i tipi; insomma, il campione tipico di cittadini borgraviani. Che cosa poteva illudere i poveri diavoli che sarebbe stato loro consentito l'accesso a Heldon?, si chiedeva Feric mentre prendeva posto nella fila, dietro a un borgraviano vestito normalmente, apparentemente privo di malformazioni genetiche.
Da parte sua, Feric era più che preparato per l'accurato esame genetico a cui sarebbe stato sottoposto prima di ricevere l'attestato di Verouomo e di venir ammesso nella Repubblica Superiore, e approvava in pieno le regole e la severità con cui venivano applicate. Sebbene il suo albero genealogico ineccepibile gli garantisse l'ammissione, aveva voluto verificare, a sue spese e con qualche difficoltà la propria purezza genetica, almeno per quanto era possibile in un paese in cui abitavano per lo più mutanti e umanoidi e in cui, senza dubbio, gli stessi analisti genetici erano profondamente contaminati. Se entrambi i suoi genitori non avessero avuto i certificati, se il suo albero genealogico non fosse stato immacolato per ben dodici generazioni, se lui stesso non fosse stato concepito a Heldon, anche se poi costretto a nascere in Borgravia per via dei cosiddetti crimini di guerra commessi dal padre, non avrebbe mai osato sperare di essere ammesso nella sua patria spirituale e razziale che non aveva mai visto. In tutta Borgravia, egli veniva immediatamente riconosciuto a vista come Verouomo e come tale l'aveva anche riconosciuto la sedicente scienza genetica di quel paese di degenerati, e tuttavia era ansioso di ottenere runica conferma della propria purezza genetica che contasse: l'ammissione quale cittadino nella Repubblica Superiore di Heldon, ultimo baluardo dell'autentico genotipo dell'umanità.
Ma come mai questa gente tentava di superare la frontiera di Heldon? Il borgraviano davanti a lui era un bell'esemplare. La sua apparenza di purezza genetica era rovinata soltanto da un acre odore chimico che gli trasudava dalla pelle, e però una aberrazione somatica così banale indicava già chiaramente la presenza di materiale genetico profondamente contaminato. L'analista genetico helder se ne sarebbe accorto all'istante, anche senza ricorrere agli strumenti del mestiere. Il trattato di Karmak aveva obbligato Heldon ad aprire le frontiere, ma soltanto a umani garantiti. Forse la risposta stava semplicemente nel desiderio patetico di ogni mutante, anche il più degenerato, di conquistare l'accesso alla fratellanza dei Veriuomini, un desiderio a volte così forte da prevalere sulla ragione e sulla dura realtà dello specchio.
La coda intanto avanzava in fretta dentro la fortezza di frontiera; evidentemente non ci mettevano molto a esaminare e respingere la maggior parte dei borgraviani. In breve tempo Feric si trovò ad oltrepassare le guardie, il portone e finalmente si fermò, per la prima volta nella sua vita su quello che poteva finalmente definire territorio helder.
L'interno della fortezza era d'inconfondibile fattura helder. La grande anticamera era pavimentata di piastrelle rosso vivo, nero e bianco, quadri nelle stesse tinte abbellivano le pareti di quercia levigata, e tutto era illuminato da potenti luci elettriche. Come s'era lontani dagli arredamenti approssimativi e squallidi e dalle candele di sego degli edifici pubblici di Borgravia!
Pochi passi oltre il portale, una guardia di frontiera helder in uniforme grigia, sciatta e con i bottoni ossidati, divideva la coda in due file: i mutanti e gli ibridi più evidenti venivano avviati verso una porta che dava fuori della stanza. Feric approvò di tutto cuore: non c'era ragione di perdere tempo prezioso per esaminare degli umanoidi così palesi. Bastava una qualunque guardia di frontiera per mandarli via senza ulteriori esami. Il gruppo più piccolo di speranzosi, che la guardia fece proseguire attraverso una porta vicina, comprendeva numerosi casi dubbi, come il borgraviano maleodorante che precedeva Feric, ma nessun esemplare di pelleblu o pappagalloide.
Eppure, mentre si avvicinava alla guardia, Feric notò un fatto strano e inquietante. Sembrava che la guardia salutasse amichevolmente buona parte dei mutanti che conduceva verso la linea di esclusione, come se li conoscesse bene; non solo, ma i borgraviani stessi si comportavano con aria di complicità e, cosa ancor più strana, non pronunciavano nemmeno una sillaba di protesta per l'esclusione, anzi non mostravano la minima emozione. Che le sciagurate creature avessero un'intelligenza così inferiore al genotipo umano da non essere in grado di ricordarsi qualcosa per più di un giorno, così che ritornavano un giorno dopo 1 altro quasi come in un rito? Feric aveva sentito dire che un comportamento del genere era riscontrabile in quelle autentiche fogne genetiche che erano Cressida e Arbona, ma non aveva mai notato niente del genere a Borgravia, dove il livello genetico veniva continuamente arricchito da esuli helder che non erano riusciti a farsi riconoscere come Veriuomini.
Quando Feric ebbe raggiunto la testa della fila, la guardia gli si rivolse in tono piatto e un po' annoiato:
- Lasciapassare cittadino o giornaliero?
- Giornaliero? -, ripetè brusco Feric. Era evidente che l'unico lasciapassare possibile per Heldon era un certificato di purezza genetica! O si era già cittadini helder, oppure si richiedeva il certificato e, se si veniva ritenuti puri, si era ammessi a Heldon; altrimenti l'accesso non era consentito. Che cos'era allora quella terza categoria?
La guardia gli indicò, con un fiacco cenno del capo, la coda più piccola. C'era qualcosa nello svolgersi delle operazioni che Feric trovava profondamente sgradevole, una sensazione di disagio che aleggiava nell'aria, una l'iacea ed evidente carenza della tradizionale prontezza helder. Che il prolungato isolamento sulla frontiera con Borgravia avesse un sottile effetto deleterio sullo spirito e sulla volontà di questi helder, peraltro geneticamente solidi?
Immerso in questi pensieri un po' cupi, Feric seguì la coda in una stanza lunga e stretta, con le pareti ricoperte di legno di pino e decorate con pannelli che illustravano paesaggi del Bosco di Smeraldo. Un bancone in pietra nera, lucidissimo e abbellito da inserti d'acciaio, attraversava la stanza per tutta la lunghezza e separava la gente in coda da quattro ufficiali di frontiera. Questi ultimi sembravano eccellenti esemplari di umanità autentica, ma avevano le uniformi un po' in disordine e mancavano di quell'atteggiamento severo proprio dei militari. Sembravano più impiegati di banca o di un ufficio postale che non truppe di frontiera, presidio della roccaforte della purezza genetica.
Il senso di disagio crebbe quando il borgraviano puzzolente che precedeva Feric terminò di parlare con il primo ufficiale, si asciugò l'inchiostro dalle dita con un fazzoletto sporco e si diresse verso il secondo funzionario. All'altra estremità della stanza, Feric scorse l'ingresso al ponte, dove una guardia armata di manganello e pistola aveva tutta l'aria di lasciar entrare a Heldon una varietà di personaggi quanto mai equivoci. C'era proprio qualcosa che non andava in tutta quella faccenda.
Il primo ufficiale era giovane, biondo, un Verouomo; inoltre, anche se mostrava una certa rilassatezza la sua uniforme era di gran lunga la migliore di quelle che Feric aveva visto finora, stirata di fresco, e i bottoni non erano ossidati, anche se non proprio scintillanti. Aveva davanti, sul bancone nero e lucido, una pila di schede, una penna, una carta assorbente, un pezzo di stoffa e un tampone.
Guardò Feric dritto negli occhi, uno sguardo virile che tuttavia mancava di convinzione. - Hai il certificato di purezza genetica rilasciato dalla Repubblica Superiore di Heldon? - chiese in tono molto formale.
- Sto appunto richiedendo un certificato e l'ammissione alla Repubblica Superiore in qualità di cittadino e di Verouomo -, rispose Feric con una dignità che sperava fosse adatta alla solennità dell'occasione.
- Capisco -, mormorò l'ufficiale, un po' diffidente, e prese la penna e una scheda, distogliendo lo sguardo da Feric. - Passiamo alle formalità. Nome?
- Feric Jaggar -, rispose Feric con orgoglio, poiché sperava in un cenno di riconoscimento. Infatti, anche se prima della guerra Heermak Jaggar era soltanto un sottufficiale del ministero di Karmak, ci doveva essere in patria chi onorava ancora il nome dei martiri di Karmak. Ma la guardia non diede segno di riconoscere l'onore implicito nella genealogia di Feric e si limitò a scrivere il nome sulla scheda.
- Luogo di nascita?
- Gormond, Borgravia.
- Attuale cittadinanza?
Feric sobbalzò quando si trovò costretto ad ammettere la nazionalità borgraviana, per quanto fosse solo un fatto tecnico. - Comunque -, si sentì in dovere di aggiungere, - i miei genitori erano entrambi helder, con tanto di certificato, e umani puri. Mio padre era Heermak Jaggar, sottosegretario alla Valutazione genetica durante la Grande Guerra.
- Certamente ti rendi conto che neppure l'albero genealogico più illustre può garantire il certificato di Verouomo neppure a un helder nativo.
II pallido Feric arrossì. - Volevo soltanto sottolineare che mio padre venne esiliato non per contaminazioni genetiche ma per il suo servizio a Heldon. Come molti altri bravi helder, fu vittima dell'odioso trattato di Karmak.
- Non sono affari miei -, rispose l'ufficiale, intingendo i polpastrelli di Feric nell'inchiostro e premendoli negli appositi spazi sulla scheda. - La politica non mi interessa.
- La purezza genetica è la politica della sopravvivenza umana! - scattò Feric.
- Sarà -, borbottò l'ufficiale, porgendogli il sudicio straccio, contaminato da chissà quanti mutanti, oltre che da quello che lo precedeva nella coda. Feric, pieno di amarezza, si pulì alla bell'e meglio le dita in un angolo meno macchiato della pezza, mentre l'ufficiale passava la scheda all'helder alla sua destra.
Questo ufficiale era più anziano, con capelli grigi e corti e dignitosissimi baffi impomatati; in gioventù doveva esser stato un personaggio di rilievo. Ora aveva gli occhi rossi e lacrimosi come per troppa fatica, e le spalle curve, quasi dovessero sopportare realmente il tremendo peso della responsabilità; infatti, sulle spalline della tunica spiccava il caduceo rosso nel pugno nero, insegna dell'analista genetico. Diede un'occhiata alla scheda, poi parlò in tono diffidente, senza rivolgersi direttamente a Feric.
- Verouomo Jaggar, sono il dottor Heimat. È necessario applicare un certo numero di test prima di rilasciarti un certificato di purezza genetica. - l'Yric stentava a credere alle sue orecchie. Ma che razza di analista genetico era mai costui che lo aveva già definito - Verouomo -, dando per scontato quel riconoscimento che doveva ancora verificare? Come si poteva spiegare e giustificare tanta incuria e superficialità nel comportamento e nelle azioni degli uomini preposti alla custodia della fortezza di frontiera?
Heimat passò la scheda al proprio subalterno, un ragazzo biondo e snello dai capelli castani, che portava sull'uniforme le insegne dello scriba. Mentre i due si scambiavano la scheda, Feric fissò improvvisamente la propria attenzione sullo scriba e lo stupore lo agghiacciò.
Lo scriba aveva tutte le apparenze di un uomo puro per chi non avesse un occhio più che sensibile, ma Feric ebbe la certezza assoluta di trovarsi di fronte a un Dom! Non avrebbe potuto spiegare dettagliatamente come sapeva che lo scriba era un Dominatore, ma la percezione globale della presenza di quella creatura gli urlava - Dom - attraverso i sensi coscienti e forse anche inconsci: lo sguardo sfuggente, l'aspetto banale eppure compiaciuto. Forse c'erano altri segnali che Feric percepiva a livello completamente subliminale: un odore sospetto che giungeva solo ai recessi posteriori del cervello, una trasmissione di energia elettromagnetica abbastanza sottile da insospettirlo, anche se il campo di dominanza non era rivolto direttamente a lui. Forse Feric, uomo vero isolato per molto tempo tra mutanti e ibridi in una terra pesantemente influenzata dai Dom, aveva sviluppato una sensibilità psichica alla loro presenza che agli helder mancava.
Lì, davanti a lui, con in mano una penna e una scheda, gomito a gomito con un analista genetico helder, in una posizione delicatissima, c'era una di quelle odiose creature! Questo spiegava tutto. L'intera guarnigione doveva essere irretita, a vari livelli, dal dominogramma che questo scriba dall'aspetto insignificante aveva costruito lentamente e pazientemente. Era mostruoso! Ma cosa si poteva fare? Come si potevano convincere degli uomini intrappolati nella rete di dominanza della presenza del loro padrone?
Heimat aveva davanti a sé un piccolo equipaggiamento scientifico, ma sembrava un'attrezzatura assai modesta; il ciarlatano di Gormond, a cui Feric si era dovuto rivolgere di necessità, aveva a disposizione una varietà di strumenti più ricca di quella che serviva a questo helder.
Il medico gli porse un grosso pallone blu. - Respira qui dentro, per favore -, disse. - È stato trattato chimicamente in modo che soltanto lo schema di respiro biochimico associato al genotipo umano puro lo fa diventare verde. - Feric respirò nel pallone, sapendo perfettamente che non era un test fondamentale; moltissimi ibridi l'avevano superato e, per di più, era del tutto inadatto a eliminare i Doni.
Quasi subito, il pallone diventò verde brillante. - Analisi del respiro positiva -, dichiarò Heimat, e il Dominatore, senza guardare nessuno, tracciò il segno corrispondente sulla scheda. L'analista tese a Feric una fiala di vetro. - Espettora qui dentro, per favore. Sottoporrò ad analisi chimica la composizione della saliva.
Feric sputò nella fiala, desiderando ardentemente che fosse la faccia del Dom, che ora aveva alzato gli occhi e lo fissava con finta dolcezza.
Il dottor Heimat diluì la saliva con acqua, poi pipette un po' di liquido in dieci provette. Da una serie di bottiglie versò diverse componenti chimiche nei tubi, di modo che il liquido chiaro che contenevano assunse un colore nero, verde acqua, giallo, rosso mattone, di nuovo verde acqua, rosso, ancora giallo, poi ancora verde acqua, porpora e infine bianco opaco.
- Analisi della saliva positiva al cento per cento -, dichiarò l'analista. Il test considerava separatamente dieci caratteristiche diverse della saliva umana pura secondo criteri genetici e non si limitava a controllare la forma biochimica complessiva, perciò comportava una precisione molto maggiore. E tuttavia, c'erano dozzine di mutazioni dalla norma umana che non erano in alcun modo legate alla composizione della saliva o del respiro, compresa la stessa mutazione in Dominatore, che non poteva essere individuata per mezzo di test somatici.
Feric lanciò un'occhiata al Dom, sfidandolo a mettere alla prova la sua volontà e a rivelare i suoi colori reali. Ma naturalmente lo scriba non dirigeva energie psichiche nella sua direzione. Perché avrebbe dovuto esporsi a uno straniero di passaggio e rischiare così la dissoluzione del suo dominogramma, quando le circostanze precludevano la possibilità di aggiungerlo al mucchio?
Il dottor Heimat collegò i due elettrodi di un P - metro al palmo destro di Feric con un adesivo gommoso vegetale. Il P - metro era formato da uno strumento per individuare i minimi cambiamenti bioelettrici causati dalle risposte psichiche e da un apparato autoscrivente per registrare il risultante profilo psichico. I sostenitori dello strumento dichiaravano che, usato correttamente, era molto efficace nell'individuare i Dom. Ma non si poteva mai essere certi che i Dom non riuscissero a controllare le proprie scariche psichiche e, quindi, non fossero in grado di simulare un profilo umano attraverso precisi atti di volontà.
- Ora farò una serie di osservazioni e registrerò le tue reazioni psichiche -, lo informò Heimat.
- Non c'è bisogno che reagisci verbalmente; l'apparecchio è progettato per misurare le tue risposte interne.
Poi cominciò a snocciolare uria serie di osservazioni sconcertanti, rapidamente, meccanicamente, senza mostrare alcuna emozione. - La razza umana è condannata a sicura estinzione. Il genotipo umano è la miglior progenie di animali coscienti evolutasi fino ad ora. Nessun materiale genetico ha potuto superare l'Età del Fuoco senza esserne parzialmente contaminato. L'istinto più elevato di ogni specie sapiente deve essere quello di perpetuare la propria stirpe a discapito di tutte le altre specie sapienti. L'amore è la sublimazione culturale della lussuria. Sacrificherei la mia stessa vita per un compagno o per un'amante. - E così via; una serie di stimoli studiati per ricavare schemi di risposta psichica diversi per gli uomini veri e per i mutanti e gli ibridi, specialmente Dom. Feric non era del tutto convinto della validità assoluta del test, perché un Dominatore che riuscisse a prevedere in qualche modo l'ordine delle osservazioni avrebbe potuto tranquillamente adeguarvi le risposte riempiendosi la testa di pensieri adatti a riprodurre la risposta galvanica - umana - corretta per ogni osservazione. Tuttavia, quando veniva associato ad altre prove più rigorose, il test si rivelava molto utile; tutti gli ibridi, esclusi quelli a mutanza prevalentemente umana e forse i Dom, sarebbero stati individuati.
Completate le osservazioni, Heimat lanciò un'occhiata superficiale allo schema tracciato sul rullo e annunciò: - Profilo P - metrico positivo.
Lo scriba Dom porse la scheda all'analista che la firmò, dichiarando: - Verouomo Jaggar, io qui ora ti certifico quale esemplare puro del genotipo umano incontaminato e constato il tuo diritto alla cittadinanza nella Repubblica Superiore di Heldon.
Feric era stupefatto. - Tutto qui? - chiese. - Con tre prove banali mi garantisci un certificato di purezza genetica? Ma un quarto della feccia di Zind riuscirebbe a superare questa farsa!
Mentre pronunciava queste parole, Feric sentì una pressione nei recessi della mente, un lampo di energia psichica diretto al fulcro della sua volontà. Per un attimo vide con chiarezza l'inutilità e la stupidità del casino che stava provocando: un uomo come si deve non grida in pubblico; se continuava così avrebbe molestato una quantità di persone simpatiche e innocue. Sarebbe stato molto meglio lasciarsi andare nella marea fluttuante del destino cosmico e abbandonarsi alla volontà di chi era migliore di lui.
Ma quando ormai la psiche del Dom stava per annullare la sua volontà, Feric, grazie alla lunga esperienza accumulata, riconobbe quella sensazione d'involontario e piacevole abbandono: un Dominatore cercava di attirarlo nella propria rete! Riuscì ad alimentare il fuoco della volontà attizzando il legittimo odio verso quegli esseri senz'anima che avrebbero sostituito alla supremazia dei Veriuomini il loro dominio osceno, la cui emozione maggiore era il desiderio di sterminare gli esseri geneticamente superiori, che cercavano di trasformare la Terra in uno squallido porcile. Anche se lo scriba non diede alcun segno esterno del tentativo di dominanza né del fallimento dello stesso, Feric sentì che in quel terribile attimo la volontà si dissolveva nell'ardore del suo odio violento.
- Sicuramente io, come analista genetico, sono in grado di giudicare la purezza genetica meglio di te, dilettante -, stava dicendo Heimat mentre gli altri due combattevano la loro battaglia psichica.
- Con tre test? - osservò Feric. - Una valutazione corretta e rigorosa dovrebbe richiedere almeno diverse dozzine di prove, compresa l'analisi dei tessuti, del sangue, delle urine, delle lacrime, delle feci e del liquido seminale.
- Un esame di questo tipo porterebbe via troppo tempo -, osservò l'analista. - Con questo sistema ci sono alcuni uomini con materiale genetico contaminato che riescono a superare la prova, d'accordo, ma se ci riescono vuoi dire che sono umani a tutti gli effetti, non è vero?
Feric non riuscì a controllarsi. - L'essere che ti sta vicino è un Dom! - gridò. - Sei prigioniero di un dominogramma! Impegna la volontà e liberatene subito!
Espressioni allarmate apparvero sui volti di quelli che lo seguivano nella coda; perfino gli ibridi riuscivano a manifestare, entro certi limiti, il proprio disappunto. Per un attimo, parve che la stanza stesse per esplodere; poi i volti tornarono tranquilli, distesi, mentre il Dom agiva in propria difesa.
- È evidente che ti sbagli, Verouomo Jaggar -, disse Heimat con estrema gentilezza. - II caporale Mork è un uomo garantito; ti rendi certo conto che altrimenti non potrebbe indossare l'uniforme dell'esercito di Heldon.
- Forse tutto questo è dovuto semplicemente alla scarsa familiarità del Verouomo Jaggar con 1 sistemi di Heldon -, suggerì Mork con un'ironia nota soltanto a lui e a Feric, l'unico nella stanza che fosse a conoscenza del suo sinistro segreto, ma che non sembrava potesse nuocergli. - Senza dubbio ognuno di noi, costretto a diventare uomo in mezzo a mutanti, ibridi e Dio sa cos'altro ancora, forse vedrebbe Dom in ogni angolo. - Mork lo fissò senza traccia di sorriso o emozione sul volto, ma Feric poteva ben immaginarsi la gioia satanica con cui si stava godendo quel momento.
Il dottor Heimat riconsegnò la scheda a Mork, che a sua volta la passò all'ultimo ufficiale che stava dietro al bancone.
- Ora sei stato patentato Verouomo, qualunque sia la tua opinione sulla validità dei test -, dichiarò l'analista. - Puoi accettare o rifiutare la cittadinanza, come preferisci. In ogni caso, stai bloccando la fila, Verouomo Jaggar.
Furibondo, ma conscio che qualunque ulteriore dialogo con Heimat o con il traditore Mork non avrebbe dato frutti, Feric raggiunse l'ultimo ufficiale. L'uomo che stava osservando la sua scheda era un tipo solido, duro e brusco, piuttosto avanti negli anni, con capelli grigio - ferro e una barbetta azzimata. I nastri della divisa dimostravano che non si trattava di un soldato da tavolino, ma di un vecchio combattente che si era fatto onore nella Grande Guerra. Tuttavia, la diffidenza del comportamento e la solita mancanza di autentica virilità nello sguardo tradivano la triste realtà: era anche lui intrappolato nel dominogramma. Eppure un tipo simile se bene stimolato a esercitare la propria volontà, avrebbe potuto spezzare la catena.
- E tu? - attaccò Feric bruscamente, - non riscontri una certa debolezza di volontà, una prontezza ben poco virile a lasciarsi trasportare dalla corrente degli eventi? Sicuramente un vecchio soldato come te deve rendersi conto che c'è qualcosa che non quadra in questa guarnigione.
L'ufficiale infilò la scheda di Feric in una complicata macchina duplicatrice. - Per favore, fìssa il punto rosso sopra l'obiettivo -, disse.
Feric s'immobilizzò automaticamente per un istante durante il quale l'ufficiale mise in funzione la macchina duplicatrice. Ci fu un lampo vivido e straordinariamente rapido; poi la macchina prese a ronzare dolcemente.
- Sei stato certificato quale umano geneticamente puro, Verouomo Feric Jaggar -, riprese l'ufficiale in tono meccanico. - Tra un attimo ti consegnerò l'attestato, che sarai tenuto a esibire, su richiesta, agli ufficiali di polizia, di dogana o dell'esercito. I commercianti hanno la facoltà di rifiutarti la mercé se, richiestone, non esibirai il certificato suddetto. Senza di esso non potrai sposarti. È tutto chiaro?
- Ma è ridicolo! - esplose Feric. - Ma non ti rendi conto che una marea di geni contaminati si sta infiltrando attraverso la frontiera?
- Hai capito le condizioni della cittadinanza? - ripetè cocciuto l'ufficiale.
- Certo che le ho capite! E tu hai capito che siete tutti in balia di un Dominatore?
Per un attimo, l'ufficiale lo fissò negli occhi e Feric cercò di trasmettere nello sguardo ogni singolo grammo di volontà che gli riuscì di radunare. Per un attimo gli parve di essere riuscito a superare la barriera, a raggiungere la mente dell'altro.
- Certamente… certamente… - mormorò l'ufficiale un po' a disagio, - ti stai certamente sbagliando…
Proprio in quel momento dal duplicatore partì un segnale e il certificato di Feric cadde nel raccoglitore. Il rumore distrasse l'ufficiale che distolse lo sguardo da Feric, e lui si rese conto di come il fragile effetto del suo contrattacco psichico, per quanto proiettato con tutte le forze, si fosse spezzato per colpa di un capriccio del caso.
L'ufficiale prese il certificato e glielo porse. - Accettando questo certificato, Verouomo Jaggar -, disse con cerimoniosità meccanica, - tu accetti tutti i diritti e i doveri di cittadino della Repubblica Superiore di Heldon e di Verouomo certificato. Puoi partecipare alla vita pubblica di Heldon, votare e presentarti candidato per ogni carica, arruolarti nell'esercito della Repubblica Superiore, entrare e uscire dalla patria liberamente. Non puoi sposarti o generare senza il permesso scritto del ministero per la Purezza Genetica, dietro pena di morte. Venuto a conoscenza di ciò e di tua spontanea volontà, accetti la cittadinanza della Repubblica Superiore di Heldon?
Feric osservò il certificato, duro, liscio e lucido nella mano. Sulla superficie plastificata c'erano il suo nome, la data di certificazione, le impronte digitali, la fotografia a colori e la firma del dottor Heimat. Questo prodotto, già di per sé elegante, era ulteriormente abbellito da svolazzi e svastiche rossi e neri, molto elaborati, che gli davano un'aria di giusta dignità. Per anni, ancor prima di diventare uomo, Feric aveva sognato l'attimo in cui sarebbe entrato in possesso di questo sacro documento. E ora l'attimo sublime gli era stato rovinato dalla mancanza di severità nell'elaborazione dei criteri genetici, mancanza che trasformava l'agognato e sofferto documento in un pezzo di carta qualunque.
- Certo non avrai intenzione, a questo punto, di rifiutare la cittadinanza helder? - La voce dell'ufficiale mostrava per la prima volta un minimo di emozione, quantunque non più di quella derivante da un noioso intoppo burocratico.
- Accetto la cittadinanza -, mormorò Feric, riponendo con cura il documento nella robusta custodia di cuoio che teneva assicurata alla cintura.
Avrebbe vendicato questo oltraggio mille volte prima di cedere ai Dom. Un milione di volte non sarebbe stato sufficiente.
SPIRAVA una brezza fresca, e il cappotto blu di Feric svolazzava nel vento. Imboccò il ponte, formato da due passaggi pedonali in legno ai lati di una strada in pietra, e sia il legno che la pietra avevano quella tipica lucentezza causata dal continuo passaggio di suole e ruote. Il vento gentile gli portava alle narici il profumo di Heldon, del Bosco di Smeraldo e lo aiutava a cancellare il ricordo della frontiera, della fortezza e per quel che gliene importava, di tutta Borgravia. A granai passi, Feric attraversò il ponte che lo portava verso il suo destino, nella Repubblica Superiore. Alcune corriere lo sfiorarono con sbuffi di fumo e cigolio di ferro, ma per il resto il traffico sembrava tranquillo e gli unici pedoni visibili lo precedevano di forse un centinaio di metri. Di conseguenza, Feric poteva starsene tranquillo, in perfetta solitudine e guardarsi intorno.
E intorno c'era, per farla breve, tutto quel che contava al mondo: la Repubblica Superiore di Heldon, in cui risiedeva il futuro dell'umanità, se l'autentico genotipo umano era destinato ad avere un futuro. Gli stati che confinavano con la patria abbondavano di materiale genetico umano, ma dal momento che mutanti e ibridi costituivano la grande maggioranza delle loro popolazioni e avevano mantenuto il potere politico sin dal fallimento della Repubblica Superiore per poi distruggere il loro dominio durante la Grande Guerra, le probabilità che questi governi mettessero in vigore leggi razziali più severe per riportare il livello genetico contaminato al genotipo umano puro sembravano inesistenti. Ci erano voluti secoli perché Heldon, rinforzando rigorosamente le sue leggi, raggiungesse la purezza genetica attuale, e poi Heldon era già partita con una grossa abbondanza di materiale umano puro, a differenza degli stati confinanti, che attualmente erano infestati dai più osceni mutanti e ibridi. Oltre questi stati c'erano fogne assolute come Arbona e Cressia, dove perfino i mutanti non riuscivano a mantenersi originali da una generazione all'altra, e a est c'era la pestilenziale Zind, governata dai Dominatori. Al di là, in tutte le direzioni, nient'altro che terre selvagge e desolate con giganteschi contatori geiger, dove non potevano vivere altro che cose rivoltanti, specie di carcinoma ambulanti, animali e uomini trasformati e degenerati al di là di ogni speranza di riconoscimento. No, soltanto Heldon era il baluardo dell'umanità vera, e se il mondo un giorno sarebbe stato di nuovo geneticamente puro, lo sarebbe stato per merito degli helder.
Feric valutava quale sarebbe stato il suo posto nel destino dell'umanità mentre con potenti falcate si avvicinava alla dozzina di persone che lo precedevano. Da ragazzo, a Borgravia, si era specializzato con facilità in diversi campi: Parte della meccanica motrice, la scienza degli slogan, l'esecuzione di progetti esterni e interni, la creazione di stoffe e l'arte del pamphlet e alternativamente si era assicurato i mezzi di sussistenza attraverso queste fonti. In più l'orgoglio per la propria umanità autentica e l'incoraggiamento di suo padre l'avevano spinto ad approfondire argomenti come storia, genetica e arte militare, esclusivamente per amore della conoscenza. Pensava che un uomo come lui, con tante diverse qualità, non avrebbe dovuto faticare a trovare lavoro.
Il suo desiderio più profondo, comunque, non era arricchirsi, ma servire la causa dei Veriuomini al massimo delle proprie capacità. A questo punto, nella sua nuova vita a Heldon si presentavano due possibilità: intraprendere la carriera militare o darsi alla politica. Era una scelta difficile. Da un lato, la carriera militare rappresentava la via più rapida per giungere a compiere concrete azioni patriottiche, ma solo a condizione che la guida politica del paese dimostrasse la volontà d'impiegare convenientemente le forze armate. D'altro canto, attraverso la politica, avrebbe potuto accedere ai circoli in cui si prendevano queste decisioni, ma soltanto attraverso un processo noioso e avvilente di compromessi, discussioni e imbrogli che gli sembravano essenzialmente poco virili.
Decise di non prendere nessuna decisione fino a che il destino non gli avesse dato un segno evidente, in un senso o nell'altro.
Mentre soppesava questi gravi problemi, in virtù del suo corpo splendidamente in forma e del suo passo conseguentemente rapido, aveva raggiunto il gruppo di persone che come lui percorrevano il ponte e quando gli capitò di lanciar loro un'occhiata, rimase a bocca aperta per lo stupore e il disappunto.
Infatti lì, sul ponte dell'Ulm, annaspanti verso il baluardo della purezza genetica, c'erano i più clamorosi e disgustosi mutanti e ibridi che si potessero immaginare! Ecco un pappagalloide, con denti trasformati in un inconfondibile becco. Ecco un pelleblu e tre nani gobbi, uno con la pelle bitorzoluta dell'uomorospo. Ed ecco un umanoide il cui passo rivelava chiaramente due pezzi di gamba in più, vicino a un testad'uovo dal cranio ellissoidale rozzamente deformato. Era uno spettacolo abbastanza comune nelle strade di Gormond, ma qui, sul ponte che portava a Heldon, quindi praticamente già in territorio helder, diventava un incomprensibile, orrendo incubo.
Furente, Feric prese una scorciatoia e li raggiunse in pochi istanti. - Alt! - gridò. - Che significa tutto questo?
II gruppo di mutanti si fermò di colpo e osservò Feric con un misto di paura, stupore e rabbia, ma anche, gli parve, con una certa sicurezza.
- Agli ordini, Verouomo -, gracchiò il pappagalloide con il suo stridio osceno, eppure fondamentalmente privo di colpa o di malizia.
- Che ci fate voialtri sul ponte che porta a Heldon?
I mezziuomini lo fissarono con un espressione ottusa, come se realmente non capissero a cosa si riferiva. - Stiamo andando in città, a Ulmgarn, Verouomo -, azzardò alla fine il pelleblu.
Che queste creature fossero completamente incapaci di cogliere l'assurdità della situazione? - Chi vi ha dato il permesso di salire sul ponte? - chiese Feric. - Non mi verrete a raccontare che gente come voi ha la cittadinanza di Heldon!
- Viaggiamo con il lasciapassare giornaliero, Verouomo -, spiegò il pappagalloide.
- Lasciapassare giornaliero? - mormorò Feric. O Dio, davvero rilasciavano permessi di entrata ai mutanti? Che tradimento era mai questo? - Mostratemi il lasciapassare -, ordinò.
Testad'uovo frugò in una borsa di plastica unta che portava a tracolla e gli tese un cartoncino rosso. Non era plastificato come il suo certificato, certo, però portava il Grande Sigillo di Heldon ed era bordato da sottili svastiche incrociate, il tradizionale fregio del ministero di Purezza Genetica. In stampatello semplice e piuttosto pacchiano, il cartoncino dichiarava: - Lasciapassare giornaliero valevole per un soggiorno di dieci ore a Ulmgarn in data 14 maggio 1142 A.F. I trasgressori alle regole sono passibili di pena di morte.
Profondamente disgustato, Feric restituì il cartoncino. - Succede spesso? - chiese - I non residenti vengono comunemente ammessi di là dal fiume per soste limitate?
- A patto che ci sia da fare un lavoro che i Veriuomini, come lei, considerano al di sotto della loro condizione -, rispose uno dei nani.
Dunque era così! Feric aveva sentito dire che l'Universalismo stava prendendo piede tra le masse di Heldon, ma non si sarebbe mai immaginato che l'insidiosa teoria propagandata dai Dom avesse una influenza tale da indebolire il rigore delle leggi sulla purezza genetica. Gli Universalisti chiedevano che fossero creature incoscienti e schiave a compiere i lavori servili, il genere di perversione protoplasmica che i Dominatori praticavano a Zind. Non erano ancora sufficientemente potenti per raggiungere l'innominabile scopo, ma evidentemente avevano sobillato le masse indolenti al punto che il governo, vigliaccamente, permetteva in pratica ai mutanti di lavorare a Heldon.
- Disgustoso! - mormorò Feric lasciandoseli dietro con una dozzina di passi rapidi. Tutto quel che era successo fino a quel momento lo aveva sconvolto profondamente. Non era ancora entrato a Heldon, e già aveva individuato una fortezza di frontiera nelle mani di un Dominatore e una sconvolgente rilassatezza delle leggi sulla purezza genetica che si poteva imputare esclusivamente all'influenza degli Universalisti. La Repubblica Superiore era marcia fino alle radici, oppure era contaminata soltanto superficialmente? Comunque, il suo dovere in quanto uomo era evidente: esercitare al massimo i suoi poteri per restaurare il rigore delle leggi genetiche, lavorare per rinforzarle in modo severo, addirittura fanatico, e sfruttare pienamente qualunque opportunità che il destino gli offriva per portare avanti la sacra causa. Con determinazione nuova e sempre più consapevole della missione che gli stava innanzi, Feric accelerò il passo e quasi volò lungo la strada che portava a Ulmgarn e, oltre, verso le terre di Heldon.
Il ponte sull'Ulm si innestava direttamente nella strada principale di Ulmgarn: una targa in smalto su una colonnina di ghisa informò Feric che questa importantissima arteria si chiamava Via del Ponte. Si trovò di fronte a uno spettacolo che gli scaldò il cuore e cancellò contemporaneamente la brezza del fiume e il gelido malessere dei precedenti incontri. Per la prima volta nella vita, si trovava in una città costruita da uomini su una terra incontaminata e abitata da splendidi esemplari del genotipo umano puro; che differenza rispetto al sordido e decadente squallore di Gormond!
A Gormond, le strade e i marciapiedi non erano altro che lastre di roccia piantata malamente nella terra e ci si potevano trovare le schifezze e i rifiuti più fetenti. Le strade di Ulmgarn erano levigate e perfette, e anche i marciapiedi erano decorati con inserti di mattoni gialli, verdi e dorati. A Gormond, le case comuni erano fatte con lamine di metallo e travi, e le più grandi in squallido cemento. Qui, le case erano di mattoni dagli svariati colori, rivestite di legno accuratamente piallato, mentre gli edifici più maestosi erano di pietra ricca, scura, lucente, abbelliti da facciate scintillanti e da statue eroiche. Le strade di Gormond erano affollate da orde di mutanti - pelleblu, nani, tested'uovo, pappagalloidi, uominirospo e innumerevoli altre varietà di mutanti puri, incroci degenerati e ibridi umano - mutanti, un'accidentale accozzaglia di dozzine di specie differenti raggruppate insieme in modo frammentario e vestiti per la maggior parte di stracci puzzolenti. Per contrasto, le strade di Ulmgarn erano ingentilite da splendidi esemplari di indubbia superiorità genetica: uomini alti e belli, dai capelli biondi o castani e gli occhi blu o verdi, con tutti gli arti giusti al posto giusto, e belle donne dalle stesse fattezze e gli stessi colori, riccamente vestite, con una varietà di accessori di cuoio, nylon, lino, sete e poi pellicce e velluti impreziositi da gioielli d'oro e d'argento e ricami multicolori.
Il tutto creava un'aura psichica di salute genetica e somatica e uno spirito di purezza razziale e di civiltà superiore, che risollevarono 1 animo di Feric e lo riempirono di gratitudine e di orgoglio per la sua fortuna genetica. Queste creature erano il gioiello del creato - e lui era uno di loro.
Raddrizzate le spalle, si accinse a percorrere la strada con l'intenzione di recarsi a mangiare e poi raggiungere la stazione delle corriere, perché aveva voglia di partire subito per Walder, la grande metropoli meridionale che si trovava a nord del Bosco di Smeraldo.
Qui, nella seconda città per grandezza della Repubblica forse si sarebbe fermato per un po', prima di rimettersi in viaggio verso Heldhime, la capitale, situata proprio nel cuore del centro industriale. Era certo che il suo destino lo attendesse in una grande metropoli e non nelle cittadine di frontiera vicine all'Ulm o al Bosco di Smeraldo.
Passò davanti a negozi che offrivano tutte le ricchezze e le meraviglie immaginabili. Ecco bancarelle colme di tutti i doni della terra e negozi che esibivano le più belle stoffe per uomo e per donna. Lungo la Via del Ponte ci si poteva procurare i più precisi e moderni strumenti meccanici ed elettrici: motori a vapore per la casa, con servomeccanismi che azionavano lavatrici, attrezzi per la lavorazione del legno, mulini, pompe e argani di ogni tipo. Altri empori offrivano mobili squisitamente intagliati, accessori di cuoio o di gomma sintetica di altissima qualità, vernici ed essenze, medicine e rimedi famosi perfino a Borgravia per la loro efficacia: insomma, tutti i prodotti civilizzati che si potessero immaginare o desiderare.
Disseminati tra i vari negozi, c'erano parecchi ristoranti e taverne e Feric si fermava spesso a guardare gli avventori che entravano e uscivano. Alla fine, scelse una grande taverna chiamata Il nido dell'aquila, un edificio in mattoni rossi con la facciata decorata con quadretti di paesaggi delle Montagne Blu. Il tema centrale illustrava graficamente la denominazione del luogo: una grande aquila nera che si posava sul nido in cima a un picco innevato. Le porte della taverna erano spalancate, gli aromi che ne uscivano abbastanza invitanti, e dall'interno provenivano suoni di voci impegnate in qualche accesa discussione. Sembrava il posto ideale per soddisfare l'appetito di Feric; eppoi quel brusio lo incuriosiva. Entrò.
Si trovò in un vasto locale pieno di tavoli e panche di legno robusto. C'erano una quarantina di uomini, o forse più, sparsi qua e là per la stanza, seduti ai tavoli davanti a grandi boccali di birra su cui era dipinto il motivo ricorrente del Nido dell'Aquila. Circa la metà dei clienti stava osservando una figura smilza e linda in tunica verde che, appollaiato all'estremità di un tavolo, stava arringando un gruppetto radunato intorno a lui; gli altri clienti conversavano tranquillamente tra loro.
Feric scelse un tavolo libero dal quale si riusciva a sentire quel che diceva l'oratore, ma nello stesso tempo fuori della cerchia che gli si stringeva attorno. Appena si fu seduto, un cameriere in uniforme marrone profilata di rosso gli si avvicinò.
- L'attuale governo della Repubblica Superiore, o più precisamente quei mangiaufo imbecilli che profanano i seggi della Camera di Consiglio con le loro sudice natiche, non hanno la più pallida idea del pericolo che realmente minaccia Heldon -, stava dicendo l'oratore. Nonostante una certa arroganza nel linguaggio e una lieve traccia di sarcasmo nella voce, c'era qualcosa nell'espressione estremamente sardonica di quegli occhi neri e accesi che suscitò l'attenzione e l'approvazione di Feric.
- Prego, Verouomo? - gli chiese il cameriere, distraendolo per un momento.
- Un boccale di birra e un'insalata di lattuga, carote, cetrioli, pomodori, cipolle e qualunque altra verdura abbiate, basta che sia fresca e cruda.
II cameriere, allontanandosi, gli lanciò un'occhiata un po' maliziosa. La carne, iiaturalmrnlr, ora il piatto tradizionale di Heldon, come dappertutto, e qualche volta Feric si lasciava tentare da questo cibo discutibile, soprattutto perché il darsi esclusivamente e fanaticamente alla cucina vegetariana gli sembrava poco pratico, oltre che, forse, poco sano. Comunque, sapeva benissimo che nel passaggio dai vegetali alla carne si concentrava il livello più alto di contaminazione radioattiva dei cibi, e quindi evitava il più possibile la carne. Non poteva contaminare la sua purezza genetica per dei capricci di gola; in un certo senso era comproprietà della comunità degli uomini, e in quanto tale andava difeso. Un'occhiata strana da parte di un cameriere, una volta ogni tanto, non bastava a distoglierlo dal suo dovere razziale.
- E naturalmente le tue, di natiche, sarebbero gradite ai seggi del potere, eh, Bogel? - scherzò un tipo gioviale dalla faccia rossa per la troppa birra. Gli amici mostrarono di apprezzare la battuta con una risata tonante, anche se bonaria.
L'oratore Bogel rimase zitto un istante. Quando giunse la risposta, Feric si rese conto che non era stata dettata dall'istinto, ma da un'acuta, anche se un po' fredda e meccanica, intellettualizzazione.
- Non cerco il potere personale -, disse Bogel maliziosamente. - Comunque, se un tipo degno par tuo mi impone un seggio al Consiglio, che ingrato sarei a frustrare il tuo desiderio!
Questa uscita suscitò una risata piuttosto fiacca. Feric osservò più attentamente gli uomini che si interessavano a Bogel e si rese conto che si potevano dividere più o meno in due categorie: quelli, pochi, che ascoltavano attentamente compunti e altri, la maggioranza, che sembravano ascoltassero l'omettino vivace, dagli occhi vivi e i lineamenti delicati, come se si fosse trattato di uno spettacolo comico. Eppure, entrambi i gruppi sembravano costituiti dallo stesso tipo di persone di mezza età, buoni bevitori di birra, bottegai, artigiani e contadini, brava gente, insomma, la cui conoscenza degli affari di stato non si poteva certo definire profonda. A Feric sembrava che questo Bogel sopravvalutasse il proprio pubblico, con l'aria da intellettuale e di superiorità che si dava.
- Così parlerebbe un Dominatore! - gridò un altro, suscitando altre risate, ma che, questa volta, si alzarono incerte, quasi con disagio.
Per la prima volta gli occhi di Bogel si accesero davvero.
- Così potrebbe parlare un simpatizzante degli Universalisti o un uomo prigioniero di un dominogramma -, disse. - II Partito della Rinascita Umana è nemico mortale dei Dom e dei loro lacchè Universalisti, nessuno può negarlo! Chi ridicolizza il Partito o il suo direttivo, quindi, Fa gli interessi dei Dominatori. Anzi, chi ci dice che a farti parlare così non sia proprio un padrone non - umano?
A questo punto Bogel sorrise, per far capire che stava scherzando. Questa sottigliezza si perse completamente in quel pubblico di semplici mercanti: le facce si rabbuiarono e si creò una certa tensione. Evidentemente questo Bogel, nonostante l'intelligenza estremamente acuta, non aveva l'innata capacità oratoria di trascinare la gente.
- Oseresti insinuare che sono prigioniero di un Dom, tu povero disgraziato?
Bogel sembrava disorientato; certo non era nelle sue intenzioni attirarsi contro la rabbia della gente, ma era proprio quel che stava succedendo in seguito alle sue parole. A questo punto, arrivò il cameriere con la birra e l'insalata, e Feric cominciò a mangiare distrattamente, tutto preso, per qualche ragione che gli sfuggiva, dal dramma che si recitava accanto a lui.
Bogel sorrise un po' debolmente. - Andiamo, su, amico mio -, disse. - Non essere così serio e solenne. Io non accuso nessuno dei presenti di esser caduto nella rete di un Dominatore. D'altro canto, come si può essere assolutamente sicuri che qualcuno non sia prigioniero di un dominogramma? È proprio questo l'orrore insidioso di quegli esseri: uomini come noi non potranno mai fidarsi completamente l'uno dell'altro finché ci sarà anche un solo Dom entro i confini di Heldon!
Queste parole addolcirono un po' i presenti, quel tanto da permettere a Bogel di continuare.
- Questa lite tra noi è l'esatta dimostrazione di quanto sia caduta in basso Heldon sotto questo regime dal polso debole -, sottolineò. - Sono pronto a giocarmi la vita che non c'è un sol uomo, qui, che non correrebbe a rompere il collo a un Dom se il maledetto si facesse riconoscere. Eppure, vi rifiutate di sostenere un partito che si dedica senza tregua ad estirpare definitivamente questi parassiti. Non c'è un solo uomo qui che esiterebbe a uccidere il proprio figlio se questi dovesse tradire la razza umana accoppiandosi a un mutante o a un ibrido. Eppure, per pigrizia, non reagite quando il Consiglio, sotto la pressione degli Universalisti, allenta le leggi di purezza razziale per permettere a mutanti stranieri di entrare a Heldon per svolgere dei compiti che secondo i lacchè dei Dom, che vi hanno convinto, considerano al di sotto del vostro livello. Sono certo che in una città come Ulmgarn, così vicina a quell'inferno che è Borgravia, dei buoni helder come voi accorrerebbero in massa a sostenere il Partito di Rinascita Umana, una volta proclamata la nostra dedizione alla conservazione della purezza razziale di Heldon e l'espulsione degli idioti del Consiglio che, pur di accattivarsi la plebaglia indolente, sarebbero pronti a tradire il rigore Ferreo delle nostre leggi sulla purezza genetica!
- Ben detto! - Feric non riuscì a trattenersi dal gridare la sua approvazione, ma la sua voce si perse nell'applauso generale, perché ad un tratto Bogel aveva toccato i presenti nel loro nobile, anche se semplice, senso dell'orgoglio razziale. Anche gli altri clienti tralasciarono le foro conversazioni private, per ascoltare il piccolo oratore bruno.
- O almeno era questo che pensavo, nella mia ingenuità, quando decisi di partire da Walder alla volta di queste regioni di frontiera in cerca di sostenitori della nostra causa -, proseguì Bogel quando l'ovazione si spense. - Ma al posto di cittadini giustamente infuriati, che ho trovato? Dei fannulloni troppo soddisfatti che degli esseri inferiori si assumano i loro compiti, per protestare contro questo oltraggio! Ingenui zoticoni che credono che tutti i Dom siano stati cacciati da Heldon solo perché glielo dice un governo di stupidi castrati!
Era troppo per Feric: questo Bogel parlava da vero patriota, il suo discorso era coerente, la sua causa giusta e più che degna di sostegno, ma, anche se era riuscito a catturare per un attimo i cuori degli ascoltatori, adesso sprecava il suo momento magico per indulgere nell'autocommiserazione anziché invocare a gran voce un'azione concreta e definitiva. E invece che applausi, stava suscitando nuove ostilità. Era evidentemente valido come oratore, ma una frana come agitatore politico. Eppure, forse si poteva ancora recuperare la situazione…
Feric si alzò in piedi e gridò con voce forte e fiera: - Ci sono qui tra noi uomini che non sono né fannulloni, né zoticoni ingenui! - Questo suo intervento gli valse l'attenzione di tutti; lo stesso Bogel non osò interferire. Tutti attendevano ansiosi quel che Feric avrebbe detto - avrebbe attaccato o difeso l'oratore?
- Ci sono tra noi uomini alle cui orecchie le tue parole suonano come una sfida! - continuò Feric, osservando gli occhi di Bogel che si illuminavano e le labbra che si increspavano in un sorriso. - Ci sono tra noi uomini che non tollereranno nemmeno per un istante nella terra dell'uomo l'impudenza dei mutanti o la contaminazione. Ci sono tra noi uomini pronti a massacrare i Dom a mani nude appena li vedono. Uomini veri! Uomini puri! Uomini completamente dediti non soltanto alla conservazione della purezza razziale, ma all'estensione del dominio esclusivo degli uomini a ogni angolo umanamente abitabile della superfìcie di questa terra dolente. Perfino nel cuore del fannullone più incallito vive questo eroe pronto a prendere le armi per difendere il puro uomo! Anche i nostri geni gridano: cacciate i mutanti! Trascinateli via! Massacrate i Dom ovunque li troviate!
I presenti esplosero in un lungo applauso di partecipazione, durante il quale Feric si rese conto che tutti gli occhi convergevano su di lui, sembrava che emanazioni di energia congiungessero il suo essere al cuore di ogni presente. Era come se la volontà di ognuno di questi confluisse nella sua, e che lui a sua volta, la restituisse loro dieci volte più potente, in una spirale continua di forza che sommergeva e rafforzava il suo essere, una enorme forza razziale che aspettava di essere convogliata! Improvvisamente ebbe un'ispirazione: avrebbe fornito a questa energia uno sbocco concreto, un bersaglio.
Quando l'ovazione si fu calmata disse: - Sì, c'è un Dominatore in mezzo a voi, e nel luogo più assurdo e mostruoso! E questa creatura è alla portata dei vostri colpi in questo preciso momento! - Di botto tutti si zittirono e Bogel ne approfittò per parlare: - È di gente come te che ha bisogno il Partito, Verouomo! Dicci, dov'è questo Dominatore? Sono certo che non c'è nessuno, qui, che non sia pronto a farlo a pezzi! - Feric fu felice che Bogel avesse colto lo spirito di quel momento. La sua causa era meritoria, era la causa dei Veriuomini; i suoi sforzi meritavano una ricompensa.
- Lo so, sembra incredibile, eppure un Dom si è infiltrato nel cuore della fortezza alla frontiera sull'Ulm, quella che dovrebbe proteggere la vostra purezza genetica -, disse Feric, - e tiene l'intera guarnigione prigioniera del suo dominogramma! - La taverna intera ebbe un sussulto di orrore. Feric proseguì veloce. - Pensate che cosa tremenda! Questo mostro si e procurato un certificato e lavora come scriba per l'analista genetico che ha il potere di rilasciare gli attestati ai futuri cittadini. Da questa roccaforte, controlla la volontà della truppa e dell'analista in modo che un autentico fiume di geni contaminati possa insinuarsi in questa zona come tanti topi di fogna che avveleneranno il futuro dei vostri figli e delle vostre figlie! Non solo, ma non c'è nessuno della guarnigione che non sia prigioniero di questo dominogramma, nessuno in grado d'individuare la bestia immonda o di spezzarne la rete!
La taverna era percorsa da un mormorio rabbioso. Tutti erano pronti a dar la prova della loro volontà razziale. Era stato sollecitato il loro istinto più profondo… la determinazione ferrea a proteggere la specie umana. Si era acceso un fuoco che si sarebbe spento soltanto con il sangue di un Dominatore.
- Che cosa aspettiamo? - li incitò Feric. - Abbiamo le mani, alcuni di noi hanno dei manganelli! Marciamo fino al ponte e liberiamo i nostri fratelli! Morte al Dominatore! - Così dicendo, si fece strada verso Bogel e si mise al suo fianco, gli circondò le spalle con un braccio e gridò: - Morte al Dominatore! Tutti al ponte!
Rispose un boato di approvazione e Feric, seguito da Bogel, marciò risolutamente fuori dalla taverna senza guardarsi indietro, certo che la folla infiammata era più che ansiosa di seguirlo, ovunque li avesse condotti.
Lungo la Via del Ponte la folla avanzava come una schiera di angeli vendicatori, trenta o quaranta helder oltraggiati, al seguito di Feric e Bogel. I cittadini che si trovavano per strada si fermarono, colpiti da questo spettacolo impressionante; i più coraggiosi si unirono a loro.
Il ponte fu raggiunto rapidamente, Feric vi condusse sopra la folla, camminando in mezzo alla strada in modo che il ponte fosse bloccato per tutta la larghezza da questi uomini che marciavano gomito a gomito infiammati di legittima ira. - Chiunque tu sia, sei un oratore straordinario -, gli disse Bogel, che annaspava per tener dietro al suo passo marziale. - II Partito di Rinascita Umana ha bisogno di uomini come te. Io purtroppo, ahimè, non sono un trascinatore di folle.
- Devi parlarmi del tuo partito non appena questa storia sarà finita -, rispose Feric rapido.
- Con molto piacere. Ma come credi che finirà? Il tuo obiettivo è al di là della mia comprensione.
- II mio obiettivo è abbastanza semplice -, rispose Feric.
- La morte del Dominatore della fortezza. Se si vuole conquistare la devozione fanatica degli uomini bisogna concedere loro un battesimo di sangue.
La folla marciava risolutamente in file di dieci per cinque, un gruppo eterogeneo di clienti di taverna trasformati miracolosamente in un esercito di guerrieri arditi che agivano come un sol uomo. Era una sensazione profondamente gratificante per Feric marciare alla testa di una colonna di Veriuomini; era esattamente quel che si immaginava quando accarezzava l'idea della carriera militare e anche di più. Era in grado di percepire la forza che trapelava dalla massiccia formazione di uomini ai suoi ordini e questo lo riempiva di una fiducia totale nel suo destino. Era un capo! Quando parlava, gli uomini lo ascoltavano; quando dava ordini, gli uomini ubbidivano. E tutto ciò senza nessuna esperienza di autorità ufficiale; la sua superiorità in queste cose era innata, senza dubbio scolpita nei suoi stessi geni. Proprio come un'orda di cavalli selvaggi riconosce la supremazia dello stallone che li guida o come un branco di lupi elegge il più forte come capo naturale, così questi uomini che non aveva mai visto prima, si lasciavano guidare da lui e dalla forza che emanava da tutto il suo essere.
Era un potere grandioso e terribile, che doveva essere usato esclusivamente per scopi patriottici e idealistici. In effetti questa sua straordinaria forza di volontà era in parte il risultato della sua assoluta dedizione alla causa della purezza genetica e del trionfo totale e definitivo degli uomini. Soltanto il connubio ideale tra fanatismo implacabile e idealismo poteva generare una volontà così potente.
La folla aveva raggiunto rapidamente la fortezza della frontiera. Il soldato di guardia al portale d'accesso estrasse il manganello e lo agito verso Feric e il suo seguito, ma c'era paura nei suoi occhi e la voce esitò nello sfidare quella schiera di uomini bellicosi: - Alt! Cosa succede?
Come risposta, un tipo biondo e gagliardo uscì dal gruppo e colpì il disgraziato sulla testa con un boccale di birra. La guardia crollò al suolo. Qualcuno gli prese il manganello e, con un ruggito potente, il gruppo fece irruzione nella fortezza, seguito a ruota da Feric, Bogel e gli altri.
La folla si precipitò nella stanza d'esame, cacciando da parte con decisione i cittadini in fila lungo il bancone di pietra nera, e affrontarono i quattro ufficiali, solida falange di corpi robusti e di volti accesi per l'oltraggio subito. I tre Veriuomini espressero contemporaneamente stupore e paura di fronte a un simile comportamento; il maledetto Mork fingeva di non capire, ma Feric percepì che cercava disperatamente, selvaggiamente d'imprigionare nel suo dominogramma questa nuova e chiaramente minacciosa orda di helder.
- Che significa questo oltraggio? - chiese l'anziano ufficiale con la barba. - Allontanatevi immediatamente da questa zona!
Feric senti che la folla perdeva il proprio ardore; la minaccia psichica di Mork era stata rafforzata dalla fermezza del vecchio soldato, e la risolutezza del suo manipolo ne era stata scossa.
Feric si fece largo e raggiunse il bancone. Si piegò in avanti, afferrò con il robusto braccio destro Mork per la collottola, impedendogli di respirare, lo tirò per metà sul bancone. La faccia del mostro era violacea per la mancanza di ossigeno, e Feric sentì che i suoi poteri psichici si affievolivano.
- È questa la maledetta creatura! - gridò. - Questo è il mostro che tiene prigioniera la fortezza.
- …affoga nella tua bile, schifoso umano! - cercò di articolare Mork, rendendosi conto che il gioco era finito. Feric rafforzò la presa e i balbettii del Dom si trasformarono in un grido rauco. Un urlo selvaggio si alzò dalla folla. Innumerevoli braccia si protesero attraverso il bancone, afferrarono Mork per le braccia, per i capelli, per le spalle e, con uno sforzo comune, lo sollevarono e lo scagliarono per terra, ai loro piedi.
Mork era troppo indebolito dalla mancanza di aria per tentare seriamente di difendersi; inoltre, nessun Dominatore era in grado dì sottomettere la volontà di più di una quarantina di helder, perfettamente consapevoli della sua nocività e infiammati da sacro furore.
- Un giorno tutti voi vi inchinerete a Zind e seguirete i nostri ordini, ignobili bestie! - ansimò il Dom mentre cercava vanamente di rialzarsi.
Immediatamente, una mezza dozzina di piedi calzati di robusti stivali lo colpirono nelle cestole, togliendogli il respiro. Un altro calcio, questo alla testa, gli fece perdere i sensi. Si levò un immenso boato, e il suo corpo scomparve in una foresta di piedi, pugni e mazze improvvisate.
Dopo pochi minuti, di Mork non rimaneva altro che un mucchio sanguinante di ossa spezzate. Feric si voltò verso i tre helder, immobili dietro il bancone. Lentamente le loro facce stupite si trasformarono in maschere di orrore.
L'ufficiale più giovane fu il primo a ritornare completamente in possesso delle proprie facoltà. - Mi sembra d'essermi appena svegliato da un incubo orribile -, mormorò, - Mi sento di nuovo uomo. Cos'è stato?
- È stato un Dominatore, Rupp! - disse il vecchio soldato. Si sporse attraverso il bancone e afferrò saldamente Feric per la spalla. - Avevi ragione, Verouomo Jaggar! - esclamò. - Ora che questo lurido verme è stato distrutto e il suo dominogramma spezzato, mi rendo conto che tutti noi siamo stati meno uomini da quando Mork arrivò qui. Ti siamo debitori della nostra dignità di uomini!
- Non ne siete debitori a me; ma alla sacra causa della purezza genetica -, gli rispose Feric. Si girò volgendosi verso la gente della città. - Che questo sia di lezione! - dichiarò. - Guardate con che facilità anche le guardie di frontiera erano state imprigionate in un dominogramma. I Dom sono in mezzo a noi; è molto diffìcile vederli o individuarli siamo impotenti a liberarci dalla loro rete, una volta che ne siamo imprigionati. Ma quando osserviamo che altri si comportano come se fossero intrappolati dai tentacoli di un Dominatore, siamo in grado di liberarli con la facilità con cui ammazziamo un pollastro. Siamo tutti custodi dei nostri fratelli di razza! Lasciate che questa vittoria bruci nei vostri cuori come una fiamma. Morte ai Dominatori! Lunga vita a Heldon! Che nessun uomo riposi finché l'ultimo dei Dominatori non sarà tornato polvere, finché l'ultimo pezzo di terra abitabile non sia tornato sotto il ferreo dominio degli uomini! Affoghiamo tutti i Dominatori e i mutanti nel lago del loro stesso sangue!
Un'enorme ovazione seguì le sue parole; le truppe di frontiera e perfino i candidati alla cittadinanza si unirono al manipolo di Ulmgarn per un caldo festeggiamento. Feric si sentì afferrare da mani robuste e, prima di rendersi conto di quel che stava succedendo, si ritrovò sollevato sulle spalle di uomini esultanti. Sempre applaudendo e gridando, i bravi helder lo portarono in trionfo fuori della fortezza, verso il ponte.
Fu così che Feric Jaggar fece il suo secondo e vero ingresso a Heldon: non come un anonimo che supplicava per ottenere il certificato, ma da eroe trionfante portato a spalla dai suoi seguaci.
DOPO che i camerati dell'impresa pomeridiana ebbero celebrato la loro vittoria e se ne furono andati ognuno per la propria strada, Feric e Bogel, dietro suggerimento di quest'ultimo, si rifugiarono nella Taverna della Foresta. Oltre a un vasto locale comune simile a quello del Nido d'Aquila, c'erano tre sale più piccole e intime. Il capocameriere, vestito in uniforme verde bosco con profili di cuoio marrone, li accompagnò in una stanza rivestita di pannelli di quercia, con un soffitto a volta, molto basso, di rustici mattoni. L'unica fonte di luce erano delle lampade sistemate sopra i tavolini a imitazione di torce. I tavolini erano massi di granito grigio, separati gli uni dagli altri dagli alti schienali delle panche che si fronteggiavano ai lati, creando nella sala una serie di grotte. Qui avrebbero potuto conversare in privato. Bogel ordinò una bottiglia di vino bianco e due piatti di salsicce con cavoli rossi. Feric non protestò per il tipo di cibo che si trovò davanti; c'erano occasioni in cui ci si guadagnava il diritto di mangiare carne, e questa era certamente una di quelle.
- E allora, Feric Jaggar -, cominciò Bogel quando il cameriere se ne fu andato, - chi sei? Qual e il tuo scopo nella vita? Cos'hai intenzione di combinare adesso?
Feric gli parlò del suo albero genealogico e della storia della sua vita fino a quel giorno, un racconto non particolarmente lungo o complicato. Il cibo era appena arrivato che gli stava già parlando della sua prossima destinazione, Walder. Ma il suo scopo, se ne rendeva perfettamente conto, era diventato un argomento di portata quasi cosmica dopo gli eventi di quel pomeriggio, come se si fosse svegliato dal dormiveglia in cui aveva vissuto fino a quel momento. Per la prima volta, aveva avuto una dimostrazione della propria superiorità, l'estensione del potere derivante dalla sua straordinaria volontà. Gli era sempre stata chiara la sua missione: servire nel miglior modo possibile la causa di Heldon, della purezza genetica e dell'umanità vera. Ed era quasi imbarazzato nel vedere con quanta facilità gli riusciva di portare avanti quel sacro compito. Stava pensando a come avrebbe potuto raggiungere il trionfo definitivo di Heldon e dell'uomo attraverso il suo destino individuale. Era un problema di straordinaria vastità e complessità, eppure dentro di sé, si sentiva certo che il fato aveva scelto proprio lui per compiere quest'eroica impresa.
Era questo che cercava di spiegare a Bogel, e il piccolo uomo annuiva e sorrideva, come se le parole di Feric non facessero che confermare certe sue convinzioni precedenti.
- Colgo anch'io quest'aura del destino intorno a te -, gli disse. - E l'avverto tanto più chiaramente dal momento che è una qualità che a me manca. Noi serviamo questa nobilissima causa con lo stesso fervore patriottico e io mi illudo di esserti pari sul piano intellettuale. Inoltre, ho fondato un gruppetto di seguaci che mi considerano loro capo. Tuttavia, dopo aver visto come le tue parole sono riuscite a spingere degli sconosciuti all'azione, mi sembra assurdo che il Partito di Rinascita Umana non ti debba avere come Segretario Generale. Sono abbastanza bravo a progettare, teorizzare e organizzare, ma non ho quel manto del destino che tu evidentemente possiedi, mio buon Feric. Io sono in grado di governare, ma tu hai il potere di ispirare.
Feric soppesò le parole di Bogel forse più profondamente di quanto l'altro non pensasse. Bogel era abbastanza intelligente, ma la sua debolezza principale era credersi troppo intelligente. Il significato implicito nelle sue parole era chiaro: avrebbe lasciato il ruolo di leader a Feric, ma sarebbe stato lui a tirare i fili dietro le quinte. Bogel non aveva capito una delle grandi lezioni della storia. Un uomo può governare senza essere un vero leader, ma nessun vero leader accetta di essere dominato da qualcuno a lui inferiore. Conscio di questo, Feric sapeva che Bogel sarebbe sempre stato suo vassallo, e mai viceversa, e gli sarebbe stato sempre e comunque utile.
- Mi stai offrendo la guida del Partito, Seph Bogel? - disse con una certa incredulità calcolata. - A me, che hai incontrato soltanto poche ore fa in una taverna? C'è qualcosa che mi rende scettico su questo esercito che mi proponi di comandare!
Bogel rise e bevve un po' di vino. - A dire il vero, il tuo scetticismo è legittimo -, ammise. - II Partito di Rinascita Umana non vanta, infatti, più di trecento iscritti.
- Insomma, mi proponi di mettermi alla testa di una buffonata! A meno che, s'intende, i membri del Partito non rappresentino l'elite della nazione.
- Francamente -, rispose Bogel, - i membri del Partito sono per la maggior parte semplici lavoratori, contadini e artigiani e qualche ufficiale dell'esercito e della polizia.
- Ma è un insulto! - dichiarò Feric, davvero sorpreso da queste ammissioni. Quell'uomo gli chiedeva di guidare il suo partito e poi, come se niente fosse, ammetteva che era quasi una farsa.
Ma Bogel di colpo si fece serissimo. - Ma pensa all'attuale situazione. Oggi Heldon è nelle mani di uomini per cui la Grande Guerra non è che un vago ricordo, che svenderebbero la nostra purezza genetica per accontentare il sottoproletariato infingardo che chiede solo di menare una vita facile e indolente, che considerano i confini di Heldon soltanto delle linee di una mappa politica e non le trincee di una santa guerra genetica. La maggior parte della popolazione chiude un occhio su questi errori; l'idealismo fanatico che per secoli ha sorretto la nostra grande roccaforte della purezza genetica con ferrea determinazione e battaglie eroiche sta languendo preda di uno squallido individualismo. Inoltre, i cosiddetti migliori elementi della società rifiutano volontariamente di vedere il pericolo. Solo un pugno di uomini, tra cui molta gente semplice che però non ha soffocato il profondo istinto della razza, vede la situazione così com'è. Non basta questo a farti ribollire il sangue?
- Certo! - esclamo. - Ma cosa c'entra con la sorte del tuo sparuto partito?
- Ma pensa a uno come me -, riprese Bogel con grande amarezza, - che vede un pericolo mortale minacciare Heldon e che perciò decide di dedicare la sua vita al compimento del dovere razziale, ma che non riesce a combinare nient'altro che mettere in piedi un partitello formato da poco più di trecento persone! Questo non ti farebbe ribollire il sangue?
Feric era profondamente commosso; anche se non si era sbagliato nel giudicare Bogel un ambizioso, aveva sottovalutato la forza del suo idealismo. L'ambizione personale e l'idealismo fanatico sono gli alleati più potenti quando vengono messi al servizio di una causa giusta. Bogel sarebbe proprio stato uno splendido seguace.
- Ho capito -, disse Feric semplicemente.
- Insieme possiamo deviare il corso della storia! - esclamò l'altro con fervore. - Entrambi vediamo il pericolo, entrambi riteniamo che Heldon debba essere governata da Veriuomini che abbiano convinzioni ferree e dalla crudeltà assoluta, consapevoli di quel che si deve fare per annientare i Dom e sottomettere i mezziuomini, e che non disertino. Io ho creato il nucleo di un'organizzazione nazionale e ora lo pongo ai tuoi piedi. Accetti? Vuoi condurre Heldon alla vittoria finale, Feric Jaggar?
Feric non potè trattenere un mezzo sorriso davanti alla grandiosità dei progetti di Bogel. Parlava come se gli stesse offrendo lo Scettro Imperiale, la Gran Mazza di Held, andata perduta da tempo immemorabile, anziché la guida di un misero partitello. E poi non poteva fare a meno di pensare che Bogel stesse raccontando le cose a proprio beneficio, o almeno in parte. Tuttavia, più in generale, Bogel era stato assolutamente sincero e la sua offerta era tale che nessun Verouomo avrebbe potuto rifiutarla. Inoltre, dalle piccole possono nascere grandi cose. Era arrivato a Heldon solo e senza un amico; sarebbe entrato a Walder alla testa di un gruppetto di seguaci. Evidentemente il destino, con questo, gli forniva un'indicazione chiara della sua missione, ed era evidente che era necessario accettare la sfida.
- Benissimo -, rispose. - Accetto. Prenderemo insieme la corriera per Walder, domattina.
Bogel era raggiante: sembrava un bambino alle prese con un nuovo giocattolo. - Fantastico! - esclamò. - Avvertirò via radio il quartier generale del Partito del tuo arrivo. Questo è l'inizio di una nuova era, per Heldon e per il mondo. Me lo sento nel cuore.
Feric e Bogel lasciarono Ulmgarn sulla corriera diretta a Walder in una mattinata limpida e splendente. Feric si sentiva bene, pieno di vigore, affascinato dalla prospettiva di quel viaggio di due giorni, certo più lungo di quello che l'aveva portato da Gormond a Pormi, ma sicuramente più piacevole. La corriera borgraviana era una vecchia carcassa rumorosa, scomoda e ansimante, che arrancava a fatica sulle strade malandate, simile a uno strumento di tortura; e per tutto il viaggio aveva dovuto sopportare la ripugnante vicinanza di mutanti e ibridi puzzolenti come fogne. Lo Zefiro di Smeraldo, al contrario, era un magnifico esempio dell'avanzata tecnica helder; i pneumatici di ultimo modello divoravano letteralmente la leggendaria strada. Esternamente la vettura era dipinta in un magnifico verde smeraldo a strisce marroni, e non c'era traccia di ruggine sulla caldaia scintillante e sulla cabina di comando. Nell'interno, le pareti erano di un rosa accogliente e i vetri immacolati; i cinquanta sedili, foderati di soffice velluto rosso e imbottiti di morbide piume, non erano occupati che per metà, e per di più da splendidi esemplari umani. Questa magnifica corriera era un degno tributo alla tecnologia e alla manifattura helder. La strada che percorrevano, poi, serpeggiava pergole e foreste di quel celeberrimo paesaggio che era il Bosco di Smeraldo. Infine, non era costretto a viaggiare da solo in mezzo a un'orda di mutanti, ma in compagnia di Seph Bogel, suo recente protetto, e di altri helder come lui. Prometteva davvero di essere un viaggio piacevole!
Feric e Bogel avevano preso posto quasi al centro della vettura, lontani dal rumore del motore, davanti, e dai sobbalzi eccessivi del retro. Scelta tipica di ogni viaggiatore navigato, gli assicurò Bogel, che gli aveva gentilmente ceduto il posto vicino al finestrino. Una hostess in uniforme verde e marrone uscì dalla stanzetta posta tra la carrozza passeggeri e il deposito legname e, dopo essersi presentata (si chiamava Donna Garth), distribuì cuscini a chi li desiderava.
Chiusi i portelli, il motore cominciò a ronzare e la corriera si allontanò lentamente dal piazzale della stazione, guadagnando velocità rapidamente mentre percorreva le strade di Ulmgarn. Quando ebbe raggiunto la periferia della città e l'imbocco dell'autostrada filava sulle trentacinque miglia all'ora e stava ancora accelerando. A Borgravia nessuno aveva mai viaggiato così rapidamente, e Feric si ritrovò a godere della sensazione fìsica data dalla velocità elevata. La corriera non smise di accelerare finché non ebbe quasi raggiunto le cinquanta miglia inghiottendo strade serpeggianti tra campi coltivati con amore e spingendosi verso l'inizio del Bosco di Smeraldo, che si avvicinava sempre di più, simile a un alto muro verde.
- Guarda! - gridò ad un tratto Bogel, interrompendo le sue fantasticherie. Feric si voltò e seguendo lo sguardo di Bogel vide, attraverso il finestrino posteriore, una vettura che stava superando la corriera a una velocità incredibile.
- Un'automobile a gas! - gridò di nuovo Bogel. - Scommetto che non ne hai mai viste a Borgravia!
Feric aveva sentito parlare di questa meraviglia, ma non ne aveva mai vista una. A differenza dei motori a vapore, che consumavano in fretta la legna disponibile, la vettura a gas era alimentata da un motore detto a combustione interna, che si serviva del petrolio come carburante. Questo liquido scuro veniva trasportato su navi appositamente attrezzate dalle terre selvagge del lontano sud o acquistato dai maledetti abitanti di Zind; in entrambi i casi le spese erano enormi. Il risultato era un veicolo in grado di raggiungere velocità elevatissime, quasi cento miglia orarie, ma funzionante per mezzo di carburante estremamente raro e costoso. A Borgravia, questi motori venivano usati soltanto per quella mezza dozzina di aerei di stato, o per le vetture degli alti ufficiali. Feric aveva sentito dire che queste automobili a gas erano più numerose nella civiltà superiore di Heldon, ma si ritenne comunque fortunato per aver goduto di un simile spettacolo proprio all'inizio del viaggio.
In pochi secondi, l'automobile superò la corriera e scomparve lontano. Feric però fece in tempo a vederla chiaramente: un veicolo lungo un quarto della corriera, tre volte meno pesante e largo la metà, con un cofano affusolato davanti, una cabina scoperta occupata da un autista in uniforme governativa, grigia e nera, e infine un'altra cabina, stavolta chiusa, che poteva contenere al massimo sei persone. Il tutto era smaltato di rosso squillante e profilato in nero. Era un vero spettacolo vederla chiedere strada con il suono di un corno, superare senza difficoltà la corriera e poi scomparire lontano, sempre più veloce, con un ruggito del motore.
- Uno di questi giorni dobbiamo procurarci anche noi un'automobile come quella -, disse a Bogel. - È così che deve spostarsi un capo! Anzi è così che dovrebbe viaggiare l'elite: con velocità e stile!
- II petrolio è spaventosamente caro -, gli ricordò con aria triste Bogel. - Così come stanno le cose oggi, prendersi una macchina a gas vorrebbe dire la bancarotta per il Partito.
- Non però se i giacimenti dello Zind sudoccidentale fossero nostri -, mormorò Feric tra sé.
- Cosa?
Feric sorrise. - Sto pensando al futuro -, disse. - Un futuro in cui Heldon sarà completamente attraversata da splendide strade e in cui anche l'helder più modesto potrà permettersi un'automobile a gas; un futuro in cui i grandi giacimenti dello Zind saranno la nostra personale riserva di petrolio.
Bogel ridacchiò. - Sogni di gloria, eh, Feric Jaggar?!
- L'Era Nuova sarà ben più gloriosa dei miei sogni di oggi, Bogel. Dobbiamo diventare una razza di autentici eroi per farcela. E quando ci saremo riusciti, vìvremo come si confa a una stirpe di semidei.
Erano entrati nel Bosco di Smeraldo. Qui la strada seguiva il corso di un fiume pieno di anse e tornanti che scorreva tra i boschi, e l'autista fu costretto a ridurre la velocità a circa trenta miglia all'ora per evitare che la corriera uscisse di strada nel fare una curva a gomito. L'andatura meno sostenuta permise a Feric di rimirare in tutta tranquillità l'antica e fatata foresta.
Ogni albero vantava un'età veneranda e i tronchi s'elevavano in mille fogge plasmate dalla natura, ricchi di lussureggiante fogliame; le piante crescevano a intervalli regolari, quasi matematicamente calcolati, in modo che si potesse passeggiare agevolmente tra i cespugli e sotto le fronde che filtravano i raggi del sole. Il sottobosco era formato sostanzialmente da arbusti bassi e cespugli e spiazzi erbosi, coperti da funghi di diverse varietà. Niente a che vedere con la vegetazione contaminata e oscenamente mutante che infestava la giungla radioattiva di Borgravia e trasformava quei luoghi in antri oscuri e impenetrabili, popolati da belve orrende, la cui sola vista rivoltava lo stomaco anche al più forte degli uomini.
Gli alberi del Bosco di Smeraldo erano geneticamente puri; questa foresta dal suolo incontaminato era riuscita a superare l'Età del Fuoco praticamente intatta. Nessuno ne conosceva l'età; era molto più antica della stessa Heldon e presumibilmente esisteva da prima che il gene umano autentico facesse la sua comparsa. Le favole delle nonne raccontavano che la razza umana era nata proprio in questa foresta. Forse non era che una leggenda, ma di fatto era qui, nel Bosco di Smeraldo, che piccole bande di uomini si erano rifugiate dopo il Fuoco e sempre qui, prima di essere finalmente unificati da Stai Held nel Regno di Heldon, avevano massacrato quei mutanti così stupidi da avventurarsi nella foresta. Di generazione in generazione, gli helder si erano lentamente spinti fuori della foresta, bonificando via via le terre circostanti dalle mutazioni, sino a raggiungere confini simili a quelli attuali. E sempre qui, Sigmark IV, ultimo re helder, si era rifugiato durante la Guerra Civile, ritornando come per istinto nel cuore ancestrale della patria dove, secondo la leggenda, aveva nascosto la Grande Mazza di Held in attesa che un discendente della stirpe reale non avesse nuovamente impugnato la mitica arma e reclamato il trono. Poi Sigmark IV, la sua corte e la discendenza reale erano scomparsi nei meandri della storia.
Sì, il Bosco di Smeraldo aveva fatto nascere molte leggende che risalivano a prima del Fuoco e occupavano un posto speciale nella stona e nel cuore di Heldon. Feric provava in quel luogo una strana soggezione. La gloria del passato prendeva quasi forma in quell'isola di boschi che era passata indenne attraverso il Fuoco e che attraverso i secoli aveva irradiato purezza su quello che ora era Heldon, promessa vivente che un giorno le forze dell'autentico gene umano avrebbero riconquistato il mondo intero.
- Magnifico, non è vero? - sussurrò Bogel.
Feric riuscì soltanto ad annuire in silenzio, mentre la corriera proseguiva per gli anfratti della divina foresta.
Appena il sole ebbe passato lo zenit, la hostess arrivò con il pranzo, costituito da pane nero, salsiccia fredda e birra. Óra la corriera era proprio nel cuore del Bosco; la strada si snodava tra basse e ondulate colline coperte di alberi, dove i passeggeri riuscirono a scorgere qualche coniglio e qualche cervo. Feric, mangiando, lanciava di tanto in tanto un'occhiata ai suoi compagni di viaggio, con i quali fino a quel momento non aveva scambiato nemmeno una parola. Evidentemente, sulle corriere di Heldon non c'era l'abitudine di attaccar discorso con gli estranei - un contrasto quanto mai gradito con il blaterare continuo e inutile sui mezzi di trasporto borgraviani.
Gli helder della corriera formavano un gruppo tipico e, per la maggior parte, sano di Veriuomini. C'era una robusta famiglia di contadini vestiti a festa: accessori allegri, bianchi e rossi, gialli e blu, abiti semplici ma immacolati. C'erano poi alcuni mercanti dall'aspetto più ricco e opulento, due dei quali viaggiavano accompagnati dalle mogli; e, per finire, tutta una serie di uomini e donne di cui non si riusciva a capire quale potesse essere la professione. Era un gruppo di buon livello civile e culturale, un campione classico della popolazione di Heldon, un tributo, dunque, alla purezza genetica della popolazione nel suo insieme.
Sembrava che tutti si arricchissero spiritualmente dal paesaggio ombreggiato che si parava dinanzi al loro sguardo; le voci si erano fatte più basse, quasi solenni, gli occhi non riuscivano a separarsi dalla grandiosa visione che si stendeva al di là dei finestrini. La vivida presenza di tanta vita primordiale e incontaminata e la gloriosa storia che permeava il Bosco creavano un'atmosfera quasi mistica. Soltanto un mutante o il più spregevole Dom privo di anima poteva restare insensibile alla sottile magia di quel posto.
- Sento una grande forza provenire da queste terre, Bogel -, disse Feric sottovoce. - Qui mi sento strettamente, organicamente legato, direi quasi, con la gloria della nostra storia razziale. Mi par di sentire i miei geni cantare le saghe dell'antico passato.
- Sono strani boschi, questi -, assentì Bogel. - Oggi ci vive della strana gente - bande di cacciatori nomadi, cercatori di funghi, erboristi, briganti occasionali. E, a credere alle dicerie, persine predicatori delle arti nere di prima del Fuoco.
Feric sorrise, - Dunque a Heldon si temono ancora i maghi e gli spiriti della foresta, Bogel?
- Non sono superstizioso, ma comunque è storicamente accertato che alcuni sopravvissero in questi boschi per lo meno il tempo necessario a forgiare la Grande Mazza per Stai Held, che visse molte generazioni dopo il Fuoco. Devo confessare che rabbrividisco al pensiero che da qualche parte, tra questi alberi, i loro discendenti potrebbero complottare per rinnovare il Fuoco, anche se so benissimo che maghi e streghe non esistono.
A queste parole, Feric si fece di colpo silenzioso. Nessuno amava pensare nemmeno per scherzo al ritorno del Fuoco. Da quei brevi giorni di olocausto, tanti secoli prima, nascevano le principali calamità che ancora affliggevano il mondo: la contaminazione genetica della razza umana, le vaste zone radioattive che coprivano tanta parte del globo, l'esistenza degli immondi Doni. Nell'Era del Fuoco era morto il vecchio mondo; il nuovo che era nato, era un'imitazione pallida e stentata dei gloriosi tempi antichi. I Veriuomini avrebbero continuato a maledire l'Era del Fuoco finché la loro razza fosse sopravvissuta.
Ma un giorno, un giorno che, lo sentiva, egli stesso avrebbe visto, i Veriuomini si sarebbero definitivamente incamminati lungo il sentiero luminoso di una nuova Età dell'Oro; questo fu il voto solenne di Feric, mentre la corriera lo portava a nord, attraverso i maestosi alberi del Bosco di Smeraldo.
Il sole cominciava appena a impallidire e il Bosco si tinse di cupi riflessi rossi e di lunghe ombre scure, che diedero un aspetto quasi sinistro e maligno ai folti cespugli e agli alberi contorti; ancor prima del tramonto, il Bosco di Smeraldo si trasformava nella tenebrosa foresta della notte. L'immaginazione vedeva quei boschi popolati dalle proprie paure e ombre notturne. Non che l'oscurità privasse il Bosco della sua bellezza; anzi ne sottolineava l'immensità e la magia, ora cupa e selvaggia, che lo permeava.
La corriera attraversava la foresta come isolata nello spazio e nel tempo; nulla sembrava reale, tranne l'immensità silvestre in cui pareva vagare come una creatura lontana dal proprio elemento naturale.
Ma ad un tratto dopo una curva particolarmente stretta, l'incantesimo si ruppe: su un lato della strada, c'era l'automobile rossa, che li aveva superati ruggendo tronfia poche ore prima, rovesciata come la carcassa di un enorme scarafaggio, i pneumatici a pezzi e la carrozzeria, ammaccata e contorta, forata da proiettili. Nessuno in vista, né vivo né morto.
La corriera si riempì di voci concitate, quando l'autista s'arrestò bruscamente tra lo stridore dei freni; ma subito s'azzittirono colmi di orrore, quando si resero conto che non c'erano superstiti.
- È evidentemente opera di briganti -, disse Bogel. - Capita spesso da queste parti.
- Credi che ci sia pericolo di venir attaccati? - chiese Feric. Non provava la minima paura, solo una strana eccitazione che non riusciva a definire.
- Diffìcile dirlo -, rispose Bogel. - Un conto è tendere un agguato a una piccola vettura a gas, e un altro attaccare una corriera piena di gente. Soltanto i Vendicatori Neri, con le loro motociclette, sono davvero in grado di farlo e, da quel che so, il loro scopo principale è il petrolio. Quindi è poco probabile che attacchino una macchina a vapore.
L'autista della corriera non si azzardò a scendere dal proprio posto per paura che i criminali si nascondessero ancora nelle vicinanze. Si limitò ad esaminare il relitto dalla cabina di guida e, accertatosi che non c'erano tracce di superstiti, allentò i freni e ripartì mentre, all'interno della vettura, l'atmosfera lentamente si distendeva e i passeggeri cercavano di dimenticare la macabra scena e la paura.
Nella mezz'ora successiva il viaggio proseguì senza intoppi e con il trascorrere del tempo, visto che non succedeva nulla, gli helder si tranquillizzarono completamente. Davanti a loro, la strada attraversava una gola, in mezzo a due colline tra le quali un tempo scorreva un torrente e che ora rappresentava una passaggio naturale perfetto.
La corriera stava attraversando questo canyon in miniatura, quando improvvisamente un rumore assordante coprì il ronzio del motore: una serie di esplosioni si succedettero nella notte. Poi s'alzò un enorme boato che fece vibrare ogni molecola nel raggio di parecchi chilometri.
Improvvisamente, un'orda inverosimile di macchine si precipitò fuori dai boschi a velocità pazzesca, sollevando polvere in una nuvola di follia, preceduta da quel suono terribile come da un araldo. Ogni bolide aveva due grandi ruote collegate da una struttura di tubi d'acciaio: la ruota posteriore era azionata da una catena di trasmissione collegata a un motore rumoroso, situato proprio tra le gambe del centauro; la ruota davanti era incastrata in uno sterzo controllato da una sbarra biforcuta che il pilota impugnava ai due estremi. Le motociclette non erano più di quaranta, e ognuna era decorata secondo criteri del tutto personali: smalti brillanti rossi, neri o bianchi; scintillanti scudi cromati;, tubi ed elmi barocchi; enormi sellini rivestiti di cuoio o di velluto felpato; grandi panieri sulle ruote posteriori, abbelliti da motivi stravaganti; lucenti code metalliche che ricordavano i pesci o gli uccelli. Era uno spettacolo di straordinaria violenza; metallo, fantasia, movimento e colore e su tutto predominava, come una specie di emblema unificante, la nobile insegna della svastica.
Il gruppo di macchine scintillanti si precipitò sulla strada all'inseguimento della corriera, con uno sfoggio di straordinaria e splendida potenza. Quasi subito, i centauri li raggiunsero, li circondarono con facilità, davanti e dietro, a destra e a sinistra, e Feric riuscì a vedere chiaramente che tipi di uomini erano questi esseri in sella ai loro stalloni d'acciaio.
Erano davvero degni delle loro macchine! Grandi, forti, vestiti di cuoio nero e marrone, con mantelli fiammeggianti dei più svariati colori, ricamati con svastiche, teschi, catene e altri simboli virili, che sventolavano dietro di loro come pennacchi orgogliosi. Le tute erano decorate liberamente con i più diversi tipi di metallo brillante - collane, placche, medaglioni. Portavano alte cinture chiodate da cui pendevano coltelli, pistole e formidabili manganelli. Alcuni avevano caschi d'acciaio cromato o smaltato, ma quasi tutti lasciavano liberi al vento i capelli biondi e ribelli.
- I Vendicatori Neri! - ansimò Bogel.
- Magnifici! - esclamò Feric.
Si rendeva conto della paura che serpeggiava tra i suoi compagni di viaggio; vicino a lui, Bogel era pallido e nervoso. Ammise tra sé che un certo stordimento all'apparire di questi esseri era perfettamente logico; eppure cera qualcosa nello spirito, nell'impeto e nel vigore virile di quello spettacolo che lo elettrizzava. Erano barbari, certo, ma che splendidi barbari!
Quando ebbero circondato completamente la corriera, parecchi Vendicatori Neri estrassero le pistole e spararono dei colpi in aria, ma il rumore degli spari rimase come attutito dal potente boato dei motori. L'autista capì immediatamente dove volevano arrivare; e così freno, espulse il vapore dal motore e fermò il veicolo sbuffante a lato della strada. Immediatamente i motociclisti formarono un cerchio intorno alla corriera e mentre il grosso dei Vendicatori rimaneva in sella alle macchine ferme che continuavano a ruggire e abbaiare come una muta di cani metallici inferociti, alcuni, una dozzina circa, scesero, appoggiarono le moto ai cavalietti e avanzarono verso i portelli del torpedone impugnando pistole e manganelli.
Subito, si sentì picchiare sulla porta e una voce possente e crudele ruggì: - Aprite ai Vendicatori, oppure faremo a pezzi lo sportello con le nostre mani e vi mangeremo vivi!
I passeggeri più vicini alla porta balzarono dai sedili e si ammassarono verso il fondo della corriera mentre la hostess tremante apriva la porta; una vigliaccheria, pensò Feric, che certo non avrebbe suscitato l'ammirazione di uomini come quelli.
Nella carrozza irruppe un uomo gigantesco, grande come Feric e forse addirittura più muscoloso, che indossava un giustacuore nero senza maniche, a tutto vantaggio dei serpenti che gli tatuavano le braccia. Dal collo gli pendeva un teschio cromato a grandezza quasi naturale, appeso a una catena d'argento. Nella cintura decorata con spesse borchie e una svastica rossa, era infilata una pistola e in mano stringeva un manganello d'acciaio di lunghezza e spessore impressionanti, che terminava con un altro teschio scintillante. I capelli, lunghi fino alle spalle, e la barba erano biondi, ribelli e arruffati. Gli occhi erano grandi, sinceri, di un blu ghiaccio; dalle spalle gli scendeva un mantello nero, ricamato con tante paia di fulmini rossi. Questo bel tipo allungò una mano per pizzicare il didietro della hostess, con una risata rude, e poi la baciò sulla bocca mentre una decina di suoi camerati irrompevano nella corriera dietro a lui. Anche questi somigliavano in linea di massima al primo: erano tutti ragazzoni grandi e grossi, con capelli e barba o baffoni che avevano bisogno di una regolata, vestiti in modo stravagante con indumenti di cuoio, carichi di tutti i tipi di emblemi, catene e medaglioni.
Brandivano pistole, manganelli, pugnali, secondo i gusti personali. Molti erano tatuati, e anche gli orecchini - d'oro, d'argento, cromati o di acciaio inossidabile - non mancavano. Avevano tutti l'impellente bisogno di un bagno, coperti comperano di sudore e di polvere.
Quando ebbe finito le sue barbare effusioni con la hostess, il gigantesco Vendicatore si voltò con aria arcigna verso i passeggeri ammassati nel retro. - Un bel gruppetto di lavamutande e mercanti di letame eh, Stopa? - osservò un Vendicatore ben rasato, con lunghi capelli castani e un anello d'argento all'orecchio destro. - Mi sembrano buoni per una bella spremuta di mutante.
- Vedremo, Karm -, disse il tipo gigantesco. - E poi ricordati chi comanda, qui. Quando vorrò il tuo parere, te lo chiederò. - Karm avvampò silenziosamente mentre gli altri ridevano. Era chiaro che questo Stopa aveva la stoffa del capo, anche se rozzo.
- Be', moscerini -, disse Stopa ai passeggeri, - nel caso che non vi siate mossi dalle vostre caverne ultimamente, sappiate che io sono Stag Stopa, e noi siamo i Vendicatori Neri, e se non sapete cosa vuoi dire lo scoprirete tra poco. A noi piace girare sui nostri tricicli a sbronzarci, andare a donne, far a pugni e fare a pezzi mutanti e traditori. Non ci piacciono le chiacchiere, i mutanti, la polizia e i Dom. Se qualcuno non ci va a genio, lo mandiamo sottoterra; come vedete la nostra vita e semplice e onesta.
Feric trovò il discorsetto di Stopa delizioso come quello di un ragazzine a cui manca soltanto un padre saggio e esperto che ne incanali gli istinti animaleschi nella direzione giusta. Che figura straordinaria facevano questi Vendicatori vicino a quella gente ammucchiata nella cabina posteriore! - Quel che voialtri vermi dovete mettervi bene in testa -, proseguì Stopa, - è che, a modo nostro, siamo degli idealisti e dei patrioti. Quando ci sembra che un fannullone qualunque sia un fetido mutante, lo facciamo fuori sul colpo, e così ripuliamo i boschi di un sacco di pattume genetico. Facciamo un favore a tutti. E siccome facciamo un favore a tutti, ci sembra giusto chiedere qualche favore in cambio. Quindi, tanto per cominciare, vuotatevi le tasche e fuori le borse e i portafogli.
I passeggeri reagirono con mormoni di rabbia e disappunto, ma quando Stopa e un paio dei suoi avanzarono di qualche passo, sul pavimento della vettura cadde un'autentica pioggia di borse, portafogli e oggetti di valore.
Anche Bogel aveva preso la propria borsa e l'avrebbe sicuramente gettata tra le altre se Feric, con un gesto della mano e un'occhiata imperiosa, non lo avesse trattenuto. Proprio una bella compagnia di codardi! Sul piano razziale, uno solo di questi rozzi Barbari valeva dieci di loro!
Mentre i suoi arraffavano il bottino, Stopa si diresse verso Bogel e Feric, che erano rimasti seduti, immobili e isolati. Lanciò un'occhiata a Bogel, agitò intenzionalmente il manganello e ringhiò: - Dove sono le tue ricchezze, verme? Ho idea che potresti essere un mutante, forse perfino un Dom, e noi ai Dom tagliamo braccia e gambe, prima di arrostirli vivi.
Bogel diventò bianco come un lenzuolo, ma Feric disse ad alta voce e tonante: - Quest'uomo e sotto la mia protezione. Inoltre, hai la mia parola d'onore che la sua genealogia è irreprensibile.
- E tu chi ti credi di essere? - ruggì Stopa, allungandosi su Bogel per poterlo fissare con aria minacciosa. - Apri un'altra volta la bocca e ti ci infilo dentro il manganello.
Lentamente, deliberatamente e senza distogliere il suo sguardo impassibile dagli occhi di Stopa, Feric si alzò in piedi e i due giganti rimasero a fronteggiarsi, gli occhi come imprigionati in una gara di volontà, al di sopra del povero Bogel, sempre seduto. Per un lungo istante, gli occhi azzurri di Stopa scintillarono indomiti mentre Feric incanalava ogni oncia di volontà nel suo sguardo d'acciaio. Poi Stopa cedette e fu costretto a distogliere lo sguardo per sfuggire all'irresistibile emanazione psichica.
A questo punto, Feric disse semplicemente: - Sono Feric Jaggar.
Riprendendosi un po', Stopa chiese: - Dove sono i tuoi averi, Verouomo Jaggar? - Ma alla sua voce ormai mancava quella decisione ferrea di prima.
- Sia il portafogli che la borsa li porto assicurati alla cintura, come puoi vedere, e lì rimarranno.
- Ti ho spiegato che stiamo facendo un favore a tutti -, disse Stopa, sollevando di nuovo il manganello. - Se non contribuirai alla causa, vuoi dire che sei un mutante o un ibrido, e quelli lì noi li uccidiamo. Quindi sarà meglio che dimostri la tua purezza mollando le tue cose, o con te ci faremo un succo di mutante.
- Innanzi tutto lasciami dire che condivido completamente i tuoi sentimenti. Io stesso ho liberato il mondo da un Dom proprio ieri. Noi serviamo la stessa nobile causa. In te riconosco un tipo come me, fermamente determinato a proteggere la purezza genetica di Heldon con la spada e col pugno.
Queste parole irritarono Stopa, che scrutò incerto il volto dell'altro, come per scoprirvi un qualche significato nascosto. I suoi camerati, nel frattempo, avevano finito dì raccogliere i valori degli altri passeggeri e stavano diventando impazienti e nervosi.
- Dai Stopa, spaccagli il muso e andiamocene! - - Fai a pezzi quel maiale!
Al che Stopa si voltò di scatto, furibondo, agitando in aria il manganello. - Il prossimo microbo che osa aprir bocca si riporterà a casa i denti in un sacchetto!
Neppure i più baldanzosi ribatterono alla rabbia di Stopa, che si rivolse di nuovo a Feric, ancora rosso in volto, gli occhi ribollenti d'ira. - Adesso senti, - ruggì, - tu mi sembri decisamente meglio di questi vermi, Jaggar, sei il tipo d'uomo che va bene a me, così non voglio esser costretto a ridurti in polvere. Davvero! Ma nessuno la spunta con Stag Stopa, così perché non sganci la tua roba, e amici come prima?
Feric riflette. Fino a quel momento aveva seguito l'istinto, certo che questi Vendicatori fossero in qualche modo legati al suo destino, e che gli avrebbe nuociuto presentarsi a loro diverso da quell'eroe dalla volontà ferrea che in realtà era. Ora doveva scegliere tra l'affrontarli tutti, nel qual caso sarebbe stato eliminato, o rinunciare al suo denaro, perdendo con la sua modesta fortuna il loro rispetto. Bogel, dal canto suo, era visibilmente terrorizzato al punto che non osava intervenire nemmeno con un consiglio pusillanime. Infine, fissando Stopa con arroganza, puntò tutto sull'audacia.
- Sei splendido tìsicamente, Stopa -, disse. - Non ti avrei mai scambiato per un codardo.
Stopa diventò viola, digrignò i denti e tese i muscoli delle Braccia.
- Non avresti il coraggio di trattarmi così se non ci fossero i tuoi uomini lì dietro con il manganello in mano e se io non fossi disarmato - continuò Feric - Sai benissimo che in un combattimento leale ti batterei.
Gli uomini di Stopa si lasciarono andare a urla animalesche e risate di scherno. Stopa sì voltò e li fulminò con lo sguardo, ma con scarsi risultati. La sua truppa era come un branco di lupi: il capo dava ordini soltanto finché sfidava qualcuno; ora che era stato sfidato, il suo potere sugli altri sarebbe calato sinché la faccenda non fosse stata risolta. Stopa stesso si rendeva conto perfettamente della situazione, almeno a livello istintivo, e infatti, quando guardò di nuovo Feric, c'era un'astuzia nuova nei suoi occhi che gli alterava i lineamenti.
- Tu osi sfidare Stopa? - ruggì bellicosamente. - Soltanto un Vendicatore può sfidare il capo da pari a pari. Ti lascio tre possibilità, Jaggar: sganciare quel che hai buono buono come gli altri vermi, esser fatto a pezzi sul posto da tutti noi oppure affrontare i riti di iniziazione dei Vendicatori. Se li superi, sistemeremo il resto tra noi.
Feric sorrise: era esattamente questo che voleva. - Affronterò la vostra iniziazione, Stopa -, disse con calma. - In questa cabina mi si sono rattrappiti i muscoli; un po' di moto me li sgranchirà.
I Vendicatori urlarono la loro approvazione per questo gesto coraggioso. Erano davvero materiale prezioso, avevano bisogno soltanto di una guida decisa, di un esempio fulgido da seguire e uno scopo chiaro per diventare uno straordinario esercito di elevatissimo spirito.
- Vieni con noi allora! - disse Stopa, e a Feric sembrò che alla rabbia fosse subentrata una specie di ammirazione, del tipo di quella che si tributano due vecchi lupi, che magari di lì a poco si salteranno alla gola.
- Anche questo mio amico verrà con noi -, disse Feric indicando Bogel. - Non è un tipo robusto e un po' d'aria fresca gli farà bene.
Ancora una volta i Vendicatori scoppiarono in una risata franca a cui non potè sottrarsi neppure Stopa. Bogel, dal canto suo sembrava desiderare ardentemente un buco in cui seppellirsi.
- E portati anche il cagnolino, allora! - disse Stopa. - Può salire con Karm, e tu, Jaggar, verrai con me.
Così dicendo, Stopa e i suoi spinsero rudemente Feric e Bogel fuori, nella fredda aria della notte, dove li aspettavano in cerchio le motociclette rombanti.
ANCHE se le ombre profonde e la fredda brezza della notte erano calate sul Bosco di Smeraldo;, vicino alla corriera sembrava di stare in un inferno di metallo scintillante pieno di ululati animaleschi e soffocanti vapori di petrolio. Feric seguì Stopa verso la motocicletta, che se ne stava silenziosa in mezzo a quell'orda di destrieri d'acciaio.
La moto di Stopa rispecchiava per dimensioni e forma la posizione di capo del padrone. Il motore sembrava più potente degli altri e la cromatura brillava come uno specchio. Il manubrio, altrettanto lucido, era lavorato come le corna di un gigantesco ariete; era così grande che quando Stopa, montato in sella, lo impugnò si ritrovò con i pugni all'altezza della testa e le braccia completamente tese in posizione maestosa. Le due sacche laterali erano dipinte di nero e su entrambe c'era disegnato un teschio luccicante uguale a quello che Stopa portava al collo. Anche il serbatoio era nero, abbellito su entrambi i lati da fulmini rossi. La sella di cuoio nera bastava comodamente per due, con spazio sufficiente anche per la borsa di Feric. Sul retro della moto si innalzavano due pinne cromate lavorate a foggia di ali e una grande testa d'aquila in argento era sistemata sul parafango anteriore, con un faro nel becco spalancato.
Mentre Feric si sistemava, Stopa mise in moto con un'unica poderosa spinta del piede il suo bolide. Attraverso il sedile, Feric sentiva tra le cosce le vibrazioni del motore. Stopa si voltò a metà e gli sorrise con quella sua aria da lupo.
- Reggiti forte se ci tieni alla pelle -, disse e poi urlò ai suoi sopra il fragore dei motori: - Si parte!
Con uno scatto mozzafiato e un boato scassatimpani, la moto di Stopa saettò in avanti, si piegò in modo inverosimile per superare una curva particolarmente stretta e via lungo la strada, col tachimetro che già segnava quaranta miglia all'ora. Che moto! Che centauro! Che esercito agguerrito avrebbero formato questi Vendicatori!
Feric voltò la testa e vide gli altri motociclisti seguire Stopa in un'orda compatta e Bogel, la faccia bianca come un cadavere e gli occhi serrati, aggrappato al sedile della moto come a una zattera nella tempesta. Feric rise selvaggiamente nel vento. Che slancio avevano quei mostri, che effetto magnifico facevano in gruppo! Mancava soltanto d'uniformità, d'un po' d'ordine.
Quando raggiunsero la gola che portava nel Bosco, Stopa non esito, anzi, aumentò la velocità e, abbandonata la strada asfaltata, si precipitò sui sentieri che serpeggiavano nella grande selva buia, seguito dal resto del gruppo.
Qui cominciò una corsa sfrenata nella foresta scura, e Feric non avrebbe mai lontanamente immaginato di poter provare sensazioni simili. La moto sbandava a velocità pazzesca tra gli spazi ridotti tra un albero e l'altro, sobbalzava e slittava sulle radici e le pietre del sottobosco e però Stopa guidava quel suo destriero senza esitazione e con un senso della velocità tale che Feric si sentì completamente tranquillo. Sembrava che fosse il suo destino stesso a guidare la motocicletta, e Stopa ne era in qualche modo consapevole; macchina, pilota e passeggero erano preda del fato sicuro e inarrestabile. Anche se sembrava che la moto si sarebbe schiantata da un momento all'altro contro un albero, Feric riuscì a rilassarsi e a godere del senso di potere e di pericolo, il vento contro il viso, il ruggito potente del motore sotto di sé.
Quasi gli dispiacque quando, dopo più o meno un'ora di corsa diabolica, Stopa svoltò in un sentiero che si apriva in una spianata senz'alberi, tra due colline ricoperte di boschi, sede evidentemente del campo dei Vendicatori.
C'erano circa una dozzina di baracche piccole e rozze disseminate qua e là disordinatamente; solo le più belle avevano porte di lamiere e finestrelle, residui di corriere e automobili a gas distrutte. Una la più grande, aveva due grandi tettoie ricavate da una lastra di ferro arrugginito. Dietro, s'apriva una caverna, dove un sentiero battuto e tracce di rifiuti indicavano una presenza umana. Nel complesso l'accampamento era squallido e tradiva una conoscenza piuttosto approssimativa della scienza delle costruzioni.
Stopa guidò la moto fino al centro del campo e qui la fermò ad arte, facendola roteare quant'era lunga mentre con un calcio ne scattava il cavalietto e spegneva il motore. Poco dopo anche gli altri arrivarono e si fermarono nello stesso modo.
Feric scese nel momento in cui la moto si fermò e ancor prima che Stopa stesso riuscisse a smontare. Stopa fece finta d'ignorare il significato del gesto; si limitò a scendere e, piazzatosi con le mani sui fianchi, osservò i suoi che arrivavano, scendevano dalle moto e venivano a formare una specie di semicerchio di fronte al capo. Un Bogel stravolto e tremante sgusciò fuori dal gruppo e raggiunse Feric, - È pura follia, Feric! - dichiarò. - Questi selvaggi ci faranno a pezzi e poi banchetteranno con i nostri poveri resti. Che corsa! In che letamaio ci hanno portato! Che razza di amici ti sei andato a trovare!
Feric gli lanciò un'occhiata così minacciosa che l'altro s'azzitti di botto, tremando un pochino. Gli mancava proprio un po' di ferro nella spina dorsale.
- Bene! - abbaiò Stopa. - Smettetela di starvene lì con la lingua penzolante. Dobbiamo iniziare il rito!
I Vendicatori Neri entrarono subito in azione. Un gruppo sparì nei boschi, altri entrarono nelle baracche e ne uscirono carichi di enormi torce appuntite in fondo. Due Vendicatori entrarono nella capanna più grande e ne tornarono facendo rotolare un enorme barile di legno. Vennero portate altre torce e presto ve ne furono diverse dozzine per terra, al centro della radura. Quelli che erano andati nel bosco tornarono carichi di rami e ceppi e cominciarono a innalzare un grande falò. Il barile venne messo in piedi e aperto: conteneva un oceano di birra scura. Si alzarono evviva, e tutti i Vendicatori immersero un corno di legno nel barile, lo estrassero gocciolante e giù il contenuto tutto d'un fiato, poi lo riempirono di nuovo, per tenersi su durante i lavori. Rinvigoriti, allestirono rapidamente un grande cerchio di torce con al centro un gran mucchio di fascine.
Mentre gli altri lavoravano, Stopa era rimasto in silenzio vicino a Feric e Bogel, le mani sui fianchi in atteggiamento regale, disdegnando di unirsi agli altri sia nel lavoro che nelle grandi bevute. Dopo un pò s'avvicinò alla sua motocicletta, vi salì, la mise in moto e partì allungandosi in corsa per raccogliere una torcia da terra, che accese. Poi prese a girare freneticamente intorno al cerchio di torce a velocita pazzesca, accendendo le torce una dopo l'altra, fino a che il centro dell'accampamento non fu che un anello fiammeggiante, che lanciava lingue di fuoco e lapilli nell'immensa oscurità della foresta. Stopa attraversò il cerchio infuocato puntando verso la legna accatastata al centro. Con un unico movimento mozzafiato, facendo perno sul piede destro, si girò di colpo mentre gettava la sua torcia direttamente sul falò, dandogli fuoco. Infine andò a fermarsi vicino al barile, smontò e tuffò la testa in quel lago di birra. Rimase sotto per un po', poi riemerse schioccando le labbra.
- Nel cerchio, insetti! - ruggì. - Stiamo per scoprire se stanotte avremo un nuovo fratello o un cadavere.
I Vendicatori si radunarono dentro il cerchio di torce, di fronte a Stopa e al grande falò scoppiettante che lampeggiava dietro di lui. Mentre Feric lo conduceva nell'anello di fuoco, Bogel fece una smorfia ironica e gli disse: - Be', suppongo che, dovendo morire stanotte, potrò anche farlo in una fiammata di gloria. Evidentemente abbiamo gli stessi gusti.
Mentre si avvicinavano a Stopa, Feric gli strinse un braccio; a parte certi limiti, bisognava ammettere che Seph Bogel aveva della stoffa.
Stopa prese il suo enorme manganello e ci si appoggiò con insolenzà come fosse stato un bastone da passeggio. - Bene, Feric Jaggar -, gridò, - è tutto molto semplice. Sei dentro il cerchio di fuoco; ne uscirai Vendicatore o cadavere. Se sopravvivi - e non ci riuscirai - diventi un Vendicatore e hai il diritto di sfidarmi a un combattimento leale. Il gioco è questo, verme: tutto quel che devi fare è sopravvivere a tre prove: la Prova dell'Acqua, la Prova del Fuoco e la Prova dell'Acciaio. Cominciamo allora. Portate il corno.
A queste parole, un possente Vendicatore dalla barba bionda, che indossava un giustacuore nero adorno di una svastica porporina, si staccò dal cerchio di torce per tornare poco dopo con un corno di dimensioni veramente pazzesche. Era di legno, come gli altri, ma per lo meno tre volte più grande tanto da contenere forse quattro o cinque misure di birra di quelle usate nelle taverne ed era tutto intagliato con teste di cervo, aquile, svastiche e serpenti.
Stopa afferrò l'enorme corno, lo immerse nel barile di birra e lo sollevò traboccante e spumeggiante; poi, lo alzò con entrambe le mani e declamò: - Chiunque non è in grado di scolarsi questo corno di birra senza prendere fiato non è abbastanza uomo per diventare Vendicatore.
Porse il corno a Feric, poi estrasse la pistola. Il corno era così pesante che Feric ebbe bisogno di tutte e due le mani per reggerlo.
- Bevilo tutto, Feric Jaggar -, disse Stopa, - e passerai la Prova dell'Acqua. - Alzò la pistola e appoggiò la canna direttamente alla nuca di Feric. - Ma se prima di averlo scolato ti fermerai a prendere un solo respiro per te sarà l'ultimo.
Feric sorrise con aria spavalda. - Devo confessare che la corsa in moto mi ha un po' seccato la gola -, disse. - Ti ringrazio per la tua magnanima ospitalità.
Detto questo, Feric si svuotò i polmoni, tirò un profondo respiro, si avvicinò il corno alle labbra e mandò giù in gola un gran sorso di quella birra forte e pesante. Quando si fu riempito la bocca e la gola fin quasi a soffocare mandò giù la birra, mentre continuava a travasarne altra in bocca. Una seconda grande boccata seguì la prima e giù per la gola, poi una terza; così stabilì un ritmo rapido di birra che passava dalla bocca alla gola allo stomaco in un torrente ininterrotto.
In fretta, sempre più in fretta, Feric ingollava quella birra forte e scura, quasi sull'orlo del soffocamento e il dolore crescente nei polmoni si confondeva con la raggelante sensazione che gli dava la pistola di Stopa puntata contro la nuca. La testa cominciava a girargli, le ginocchia cedevano per la mancanza di aria e per la troppa birra ingurgitata. Ma riuscì a raccogliere le ultime riserve di volontà dal profondo del suo essere e sentì il suo potere psichico combattere eroicamente contro il dolore al petto, il rifiuto della gola e quella sensazione spugnosa alle ginocchia. Raddoppiò gli sforzi e continuò a tracannare quel che gli parve un oceano di birra. Dopo un'eternità, durante la quale non esistettero che il ronzio nelle orecchie, il dolore al petto, la pistola alla nuca e il torrente soffocante che gli scorreva in gola, finalmente arrivò all'ultima goccia.
Esalando in un solo respiro tutta l'aria vecchia stagnante nei polmoni, Feric gettò il corno vuoto nelle mani dei Vendicatori Neri che ruggirono la loro approvazione mentre Stopa riponeva la pistola guardandolo con un certo rispetto.
Feric si godette quel momento di tregua respirando a pieni polmoni, mentre le forze gli tornavano alle ginocchia. Dal grande falò dietro a Stopa s'innalzavano volute di fumo arancione e lampi infuocati verso il ciclo nero come in segno di olocausto; ogni torcia del cerchio era circondata da un'aura particolare.
- Non male, questa birra -, disse Feric appena ripreso fiato. - Magari ti va di assaggiarne un sorso?
I Vendicatori urlarono allegramente la loro approvazione a questa idea e uno di loro gettò il grande corno a Feric mentre Stopa ribolliva di muta rabbia. Feric immerse il corno nel barile e glielo passò.
Stopa si impadronì con fare signorile del corno, lo portò alle labbra e respirò profondamente prima di cominciare a mandar giù la birra con grandi singulti e gorgoglìi, che gli innaffiarono abbondantemente il giustacuore e la barba. Terminò la bevuta con tutta una serie di colpi di tosse, singhiozzi e conati decisamente poco piacevoli, ma comunque riuscì a prosciugare il corno fino all'ultima goccia.
Rimase in piedi, respirando affannosamente, fermo nella luce arancione, simile a una grande belva da preda, gli occhi accesi dall'ira e dalla birra, i muscoli tesi, il giustacuore di cuoio inzuppato di birra.
- La vedremo! La vedremo! - ruggì con voce da ubriaco. Ti piace il sapore della birra, vero Jaggar? Bene, vediamo quanto ti piace il sapore del fuoco! Preparate il corridoio! Portategli una moto! La Prova del Fuoco!
Immediatamente i Vendicatori si sparpagliarono: ognuno sradicò dal terreno una torcia e si disposero rapidamente in due file parallele di circa venti uomini ciascuna, in modo da formare un corridoio che consentiva di stretta misura il passaggio all'interno delle due cortine di fuoco formate dalle fiaccole stese. Le fiamme mosse dal vento danzavano minacciose in quello spazio ristretto, accendendolo di sinistri bagliori. Un motore ruggì nel buio e un attimo dopo una moto decorata con smalti porporini e grandi pinne cromate ornate di svastiche nere, fu condotta a una estremità del corridoio di fuoco da un Vendicatore in giacchetta dì cuoio nera ricamata a svastiche bianche chiuse in cerchi rossi. Il Vendicatore scese e fissò la moto sul cavalietto lasciando che il motore acceso ruggisse il suo potere e la sua sfida.
- Io mi metterò a un'estremità della fila -, gridò forte Stopa, più a benefìcio dei Vendicatori che di Feric, - e tu, Jaggar, passerai attraverso il fuoco sulla moto di Sigmark fino a me. Ogni autentico Vendicatore è capace di farlo; abbiamo la pelle dura, soltanto il fuoco divino degli avi può scalfirla. - A queste parole, dalle file parallele dei Vendicatori si levarono urla d'approvazione, mentre le torce volteggiavano nella notte.
Con deliberata lentezza, Feric avanzò verso la motocicletta che lo invocava con la sua forte voce metallica all'inizio del corridoio di fuoco. Al di là del tunnel fiammeggiante riusciva a scorgere Stopa, scintillante di rabbia e alcool, la cui faccia congestionata lo sfidava spavaldamente. In quel momento, dato l'atteggiamento dell'altro, Feric decise che non si sarebbe limitato a superare la prova: l'avrebbe sbattuta in faccia a quel tipo tanto arrogante. Così quel ragazzo semplice ma borioso avrebbe capito con chi aveva a che fare.
Il Vendicatore di nome Sigmark gli spiegò rapidamente come si guidava la moto: la leva sotto il piede sinistro serviva per innestare marce via via superiori, la manopola di destra per accelerare; sotto il piede e la mano destra c'erano i comandi dei freni anteriori e posteriori, mentre la leva sotto la mano sinistra manovrava la frizione. Sembrava tutto abbastanza facile.
Feric salì sullo stallone metallico e impugnò saldamente il manubrio. Inserì la frizione, girò la manopola destra e istantaneamente il motore ruggì: poteva sentirne la potenza montargli nelle ossa, in tutto il corpo. Gli sembrò di avere stabilito un rapporto immediato con il suo bolide, quasi fosse un prolungamento del suo corpo, come se la forza straordinaria generata dal motore gemente corresse direttamente nella sua anima. In quell'attimo, Feric ebbe la certezza ferrea che questo destriere l'avrebbe sicuramente portato attraverso il fuoco senza danno e che egli stesso sarebbe stato in grado di cavalcarlo nella maniera richiesta dalle circostanze. Non era tanto una prova di prestanza fisica quanto di eroismo. Un eroe autentico ne sarebbe uscito illeso, ma un solo momento di vigliaccheria o di esitazione avrebbe significato il disastro. Feric non potè fare a meno di ammirare l'istinto degli uomini che avevano messo a punto una prova così perfetta di autentica virilità.
Senza esitare oltre, tolse la moto dal cavalietto, si allungò il più possibile sul serbatoio in modo da ritrovarsi quasi appeso al manubrio con le braccia completamente distese, fece esplodere il motore in un ruggito assordante che gli percorse il corpo con ondate di potenza, innestò la marcia con un colpo secco del piede e mollò la frizione. La ruota davanti si sollevò per un attimo dal suolo in un turbine di pietre e polvere, poi la moto scattò in avanti. Incrollabilmente convinto della compenetrazione tra uomo e macchina che sentiva in ogni fibra del suo essere, Feric diresse la moto verso il corridoio di fuoco. Non solo non provava paura, ma si sentiva preda d'una specie di esaltazione, un'emozione tutta virile, mentre si gettava risoluto ed eroico in mezzo alle fiamme.
Di colpo, si trovò sprofondato in un universo di intenso calore, fiamme arancione e velocità pazzesca; non esisteva nient'altro per lui che questi elementi uniti in un'essenza di potere che gli riempiva corpo e anima. La sua unica preoccupazione era di dare gas al massimo e mantenere il suo destriere su un tracciato assolutamente rettilineo. Non provava dolore, né paura, soltanto la sensazione di cavalcare la creatura del suo destino; e davvero gli parve che fosse trascorso un attimo fugace da quando si era gettato nel fuoco a quando ne emerse, bruciacchiato ma illeso, dall'altra parte.
I Vendicatori si abbandonarono a un tripudio di grida, agitando in aria le torce, mentre Feric faceva un giro intorno a Stopa. Il gioco per lui non era ancora finito; era riuscito a non perdere con una certa facilità, ma non sarebbe stato soddisfatto finché non avesse vinto davvero.
Mentre si avvicinava a Stopa, gridò la sua sfida: - Torna indietro con me, Stopa se ne hai il coraggio!
Una serie di espressioni si alternarono sul volto ubriaco di Stopa: rabbia, paura, sfida, ira.
- Andiamo, Stopa, non far raffreddare il fuoco -, lo provocò Feric, - Se non sei uomo abbastanza dimmelo subito!
Con un grido gutturale di furia e sfida, Stopa balzò sul sedile posteriore della moto, dietro a Feric. Il capo dei Vendicatori non aveva ancora finito di salutare i suoi nel solito modo eroico, che già Feric aveva acceso il motore e si era gettato tra le fiamme.
Ancora una volta si ritrovò avvolto in quello strano mondo di fuoco trionfante e di velocità ultraterrena e ancora una volta la moto emerse dal tunnel infuocato con il suo carico bruciacchiato ma illeso.
I Vendicatori ruppero le file e si misero a ballare una danza fatta di urla e di sbalzi delle torce intorno alla moto che Feric aveva fermato bruscamente, scendendone contemporaneamente a Stopa.
Questi ora lo guardava con un misto d'odio e di rispetto. Era evidente ormai che s'era reso conto di star vivendo una prova di volontà e di eroismo con un uomo che valeva tanto quanto lui. Un tipo più mediocre a questo punto avrebbe magari riconosciuto 1 fatti con un gesto cameratesco e se ne sarebbe discretamente uscito di scena, perdendoci soltanto un po' la faccia.
Ma, e sia detto a suo merito, Stopa considerava invendicato l'oltraggio subito ed era decisissimo a portare sino in fondo in quel suo modo plateale la lotta per la supremazia fisica e spirituale, incurante della vanità della sua causa.
- L'ultima prova è la Prova dell'Acciaio, Jaggar! - gridò perché tutti sentissero. - La faremo fuori con la mazza, tra noi due. Normalmente, mi diverto col topo in questione soltanto fino a quando non mi convinco che vale o decido che non vale, e allora lo uccido. Se chiedessi a ogni nuovo Vendicatore di battermi in combattimento, non avremmo mai dei fratelli nuovi, dal momento che nessun uomo mi ha mai eguagliato con la mazza.
Stopa tacque e lanciò a Feric un'occhiata raggelante in cui sì fondevano malizia, ammirazione e gelida determinazione. Qualcosa nell'aura psichica provocata da questo confronto calmò la frenesia dei Vendicatori, che rimasero silenziosi a fissare il loro capo e il suo spavaldo sfidante.
- Ma nel tuo caso, Jaggar -, proseguì Stopa, - faremo le cose come si deve. Invece di ammaccarci a vicenda come marmocchi giocherelloni, combatteremo fino alla morte. Tu e io con le mazze d'acciaio, Jaggar. E il migliore si vince la pelle.
Ora il silenzio era totale, sinistro; il buon umore e il chiasso che avevano accompagnato il rito iniziatico fino a quel momento sparirono di colpo adesso che tutti i presentì s'erano resi conto che il destino degli stessi Vendicatori era legato all'esito del duello che stava per cominciare. Feric non aveva bisogno che gli spiegassero che chi sconfìggeva il capo in carica gli succedeva automaticamente; altrimenti, in una banda come questa, il potere non sarebbe mai passato di mano, se non per morte accidentale. Era una legge scritta nel profondo dei geni dei Veriuomini, anzi, era ancora più primordiale, era una legge intrinsecamente legata allo stesso protoplasma, il canone fondamentale dell'evoluzione, la legge del più forte. Bogel gli lanciò un'occhiata dapprima fredda e poi fiera per dirgli che era perfettamente consapevole della straordinaria importanza di quel momento e che la sua fede in lui era ferrea e incrollabile.
- Dategli un'arma! - ordinò Stopa. - Portate il Comandante d'Acciaio!
Sette corpulenti Vendicatori sparirono nell'oscurità; quasi subito ne tornò indietro uno, che portava una vecchia mazza di dimensioni rispettabili, con l'acciaio segnato e consunto da miriadi di ferite di guerra. Feric la prese e la esaminò attentamente. Scoprì che un tempo era stata decorata con incisioni di serpenti e che la testa, che sulle prime sembrava una normale sfera d'acciaio, una volta era stata smaltata in modo da rassomigliare a un grande occhio. Sollevandola si rese conto che era molto più leggera di quanto avrebbe voluto, ma che era ben equilibrata e lunga quasi un metro. Vibrò un colpo in aria: l'arco era perfetto, la potenza sufficiente a fare a pezzi un cranio con un sol colpo ben assestato. Insomma, una mazza logora ma onorevole; avrebbe funzionato.
Fu la volta di Stopa, ora, ad agitare in aria la sua arma, che Feric osservò attentamente per la prima volta. Era una mazza davvero degna dì un eroe. Era più lunga della sua di quindici centimetri buoni e, a giudicare da come la manovrava Stopa, almeno un quarto più pesante. Lo stelo d'acciaio era cromato e la testa lavorata a foggia di teschio, - imbolo evidentemente caro a Stopa. Il manico era di legno rivestito di cuoio.
Era palese che gli avevano dato una mazza per nessun verso paragonabile a quella di Stopa; ma sarebbe stato da idioti e ben poco virile mettersi a protestare.
Mentre i due avversari continuavano a menar colpi d'allenamento si sentì un gran sbuffare proveniente dal bosco e quindi apparvero gli altri sei Vendicatori, che gemevano stranamente sotto il peso, decisamente trascurabile all'apparenza, della piattaforma di legno che portavano in spalla. Ma quando raggiunsero il punto in cui si trovavano Feric e Stopa ed ebbero posato la piattaforma ai loro piedi, Feric ebbe un sussulto di stupore, e poi comprese ogni cosa. La piattaforma era ricoperta di velluto nero su cui giaceva, in tutta la sua incredibile gloria, la Gran Mazza di Stai Held, lo scettro perduto del potere reale, il Comandante d'Acciaio!
Bastava un'occhiata alla Gran Mazza a mozzare il respiro. Il manico era intagliato in quell'antica sostanza lattiginosa nota come avorio ed era ricoperto non di cuoio ma di qualche soffice materia arcana che in più possedeva lo splendore del rubino. Lo stelo, di uno strano metallo inossidabile e luccicante, era lungo almeno un metro e venti ed era grosso quanto il braccio di un uomo, percorso tutt'intorno da rosse tracce luminose simili a fulmini, un fregio che lo faceva sembrare grondante di sangue. La testa, di dimensioni straordinarie, rappresentava un pugno di grandezza naturale, il pugno di un eroe sicuramente. Sul terzo dito di questa mano metallica era stato infilato un anello con una svastica nera in campo bianco racchiusa in un cerchio di fuoco; i colori erano vividi come se fossero stati stesi ore, e non secoli, prima.
Feric contemplò la mitica mazza con impassibile meraviglia. - Vi rendete conto di che cos'è quell'arma? - chiese sottovoce.
Stopa gli sorrise con aria presuntuosa, ma non s'accorse che i suoi lineamenti feroci s'erano addolciti. - È il Comandante d'Acciaio -, disse. - Una volta gli antichi re di Heldon traevano dalla mazza il loro potere. Ora appartiene ai Vendicatori Neri!
- Appartiene a tutta Heldon! - ruggì Feric.
- Siamo stati noi a trovarla in una caverna del Bosco, quando voialtri vermi eravate convinti che fosse perduta per sempre! - lo aggredì Stopa, nonostante fosse evidentemente sulla difensiva. - Ormai è nostra! - Rise sardonicamente. - Se la vuoi, Jaggar, perché non la prendi e non te la porti via?
I Vendicatori risero alla battuta, ma con un vago senso di disagio; i loro istinti semplici ma autentici li avvertivano che il Comandante d'Acciaio e le antiche arti che l'avevano forgiato non erano cose su cui scherzare.
La leggenda voleva che Stai Held avesse ordinato di forgiare l'arma a una comunità segreta di maghi prigionieri, che avevano conservato le tradizioni degli antichi attraverso l'Età del Fuoco e oltre; una volta che l'arma fu messa a punto, Held aveva massacrato quelle creature diaboliche. In virtù di qualche arte perduta, questi maghi funesti avevano costruito la mazza in modo tale che soltanto Held in persona e i suoi autentici discendenti nei secoli avrebbero potuto maneggiarla. La misteriosa lega di cui era fatta l'arma le donava il peso di un enorme macigno; un uomo qualunque non sarebbe riuscito a spostarla, men che meno a servirsene. Ma il contatto con un corpo nato da geni reali liberava l'inesauribile potere che riposava all'interno della Gran Mazza in modo che, nelle mani di un eroe di pura discendenza reale, il Comandante d'Acciaio poteva esser maneggiato senza sforzo, anche se, per quelli che ne sperimentavano l'ira, continuava ad avere la massa d'urto di una piccola montagna. La Gran Mazza, dunque, era insieme lo scettro del re di Heldon e la prova definitiva della sua appartenenza alla stirpe reale. C'era chi sosteneva che tutti i guai che avevano afflitto Heldon dalla scomparsa dì quest'arma, erano il risultato di un governo di uomini incapaci di maneggiarla; secondo costoro, Sigmark era stato l'ultimo sovrano legittimo di Heldon. Perciò riuscire a sollevare la Gran Mazza voleva dire afferrare letteralmente il diritto di governare su tutta Heldon. Ed era questo che Stopa gli aveva sarcasticamente suggerito di fare.
Eppure, Feric provava una specie d'impulso folle a seguire quell'ironico consiglio; gli sembrava che la mazza risvegliasse qualcosa di profondo dentro il suo essere, che nel sangue gli gorgogliasse un desiderio antico, quasi cosmico. Senza dubbio molti uomini l'avevano provato; si raccontavano storie di eroi che avevano cercato di smuovere il Comandante d'Acciaio e tutte ammonivano contro i peccati di orgoglio.
- Hai guardato abbastanza quest'arma che nessun uomo vivente può usare! - disse infine Stopa, spezzando quella magia sognante. - Tu hai la tua mazza e io la mia, iti è quel che basta a due come noi! Difenditi, Jaggar!
Detto questo, Stopa gli si avventò contro, la mazza alta sopra la testa che roteava sibilante e tagliando l'aria là dove un istante prima c'era la sua testa. Feric reagì con un colpo deciso che quasi fece perdere la presa all'avversario. Il primo cozzo dell'acciaio contro l'acciaio spezzò l'atmosfera solenne che s'era creata e i Vendicatori ripresero a urlare il loro entusiasmo e ad agitare le torce nel buio.
I colpi si susseguivano senza tregua; a un tentativo di Stopa di colpirlo alla fronte, Feric rispose con un secco colpo verso le ginocchia dell'avversario, che lo schivò abilmente, centrando la punta dell'arma dell'altro con tale forza che Feric fu percorso da tremiti per tutto il braccio. Ripresosi, riuscì a centrare lo stomaco di Stopa, che incassò con un gemito di dolore.
Gli avversari si allontanavano di qualche passo, procedevano in cerchio per un attimo, poi si gettavano alla carica, quasi simultaneamente, puntando alla testa, ma questi attacchi si risolvevano regolarmente nel grande fragore delle mazze che si incrociavano. Anche gli altri colpi, diretti alle costole, ottenevano gli stessi esiti. Feric colpiva in alto, Stopa in basso. Ogni volta erano costretti a indietreggiare, e le mazze tagliavano l'aria a vuoto.
Stopa ad un tratto attaccò con una serie di colpi - alla testa, alle costole, di nuovo alla testa. Feric riuscì a schivarli tutti, ma dovette parare l'ultimo col suo manganello e gliene venne un dolore atroce, che lo costrinse a terra. Tra le urla dei Vendicatori, Stopa gli fu addosso, ma con una mossa felina Feric lo evitò, riprese l'equilibrio e sferrò a sua volta un attacco, diretto alle gambe, che l'altro evitò per miracolo.
Di nuovo un attacco violento, di nuovo i manganelli si scontrarono con violenza inaudita. Si sentì un rumore di metallo infranto, e Feric si ritrovò tra le mani soltanto un misero moncherino di arma. Sadicamente esultante, il Vendicatore gli fu addosso, cercando di superare la strenua difesa che l'altro continuava ad opporgli, nonostante l'arma quasi inesistente. La cavalleria di quel duello non arrivava al punto di fornire una nuova arma a chi perdeva la sua, né Feric l'avrebbe chiesta. Se era destino che morisse, l'avrebbe fatto da eroe, combattendo fino all'ultimo con ogni cosa gli fosse capitata a tiro, a mani nude, se fosse stato necessario.
Stopa lo attaccò selvaggiamente alla testa, alle cestole; per difendersi, perse più volte l'equilibrio, mentre anche quel misero pezzo di ferro che gli era rimasto si sbriciolava al suolo. Era disarmato.
Con un urlo animalesco, Stopa lo colpì alle ginocchia, costringendolo a indietreggiare. Rotolava, saltava, fuggiva, svicolava con l'agilità di una iena braccata, evitava ogni colpo di stretta misura. Ancora un giro su se stesso, ancora una capriola verso la salvezza sempre più lontana; l'ultimo colpo mancato gli sibilava ancora nell'orecchio, quando si trovò bloccato contro la piattaforma che reggeva il Comandante d'Acciaio. La sorpresa gli fece perdere un istante prezioso, e la posizione in cui si trovò si fece quanto mai critica. Resosene conto, Stopa si preparò a vibrare il colpo decisivo, fatale, di violenza straordinaria.
E all'improvviso, senza rendersi conto di nulla, Feric allungò una mano dietro di sé, disperatamente, afferrò l'impugnatura della Gran Mazza di Held e sollevò il Comandante d'Acciaio, su, in alto, per parare il colpo. La mazza di Stopa colpì lo stelo dell'arma leggendaria e si sbriciolò all'istante in mille pezzi.
Un grido incredibile, inumano si alzò dai Vendicatori; una specie di lamento basso e prolungato, che si spense quasi subito in un silenzio attonito, totale. Stopa indietreggiò di qualche passo, poi cadde in ginocchio sui resti della sua arma, la testa china, gli occhi a terra. Un attimo dopo, gli altri Vendicatori seguirono il suo esempio: assunsero la posizione di chi rende omaggio, tenendo davanti a sé le torce ardenti. Anche Bogel, completamente sconvolto, non riuscì a rimanere in piedi in un momento così denso di storia.
Dal canto suo, Feric non riusciva ad afferrare in pieno la grandiosità di quel che era successo. Nelle sue mani stringeva il Comandante d'Acciaio, la Gran Mazza di Held, e non pesava più di un pezzo di legno; sembrava sorretto da una forza trionfante che nasceva dallo stelo e gli attraversava tutto il corpo, un potere simbolico; e reale al tempo stesso. Dunque, in lui c'erano i geni della stirpe reale di Heldon: improvvisamente fu invaso da questa certezza totale, chiara. Il patrimonio genetico reale era andato disperso secoli prima; ma non era insensato pensare che potesse riemergere dal pool genetico degli helder. Il fatto che riuscisse a reggere la Gran Mazza provava senza possibilità di dubbio che era successo esattamente questo.
Lentamente, recuperando le forze, Feric si alzò in piedi tenendo la mazza scintillante alta sopra la testa; la luce del lato alle sue spalle lo avvolgeva in un trionfo di gloriosa luce arancione e lanciava scintille vibranti lungo lo stelo d'acciaio di quell'arma straordinaria.
Davanti a lui, c'era Stopa, in ginocchio, sottomesso, travolto da un senso di profondità nobile, cosmica. - La mia vita è tua, fanne quel che credi, signore -, mormorò umilmente, senza levare lo sguardo.
Finalmente Feric si rese conto dell'enorme significato di quanto era avvenuto. Il destino lo aveva condotto a UlmKarm, il destino gli aveva fatto incontrare Bogel che l'aveva convinto a prendere una corriera e sempre il destino aveva deciso che fosse l'oggetto dell'attacco di questi nobili barbari; il destino si era mosso attraverso il tempo e lo spazio per porre tra le sue mani la Gran Mazza di Held. Il significato era chiaro: era il legittimo sovrano di tutta Heldon; e la prova la reggeva tra le mani, era lì, perché tutti la vedessero. Non gli rimaneva che assicurarsi il potere necessario a svolgere quel suo legittimo ruolo. Era questo il suo destino, il suo dovere, la sua sorte: afferrare Heldon come aveva afferrato il Comandante d'Acciaio, servirsene come arma per cacciare via mutanti e Dom, e poi rivendicare anche l'ultimo pezzo di terra abitabile dal gene umano autentico. Non poteva fallire. E non avrebbe fallito.
Davanti allo splendore del fuoco, in mezzo al Bosco di Smeraldo, l'antico cuore della patria, Feric Jaggar teneva lo scettro di Heldon, alto e trionfante e torreggiava davanti ai suoi servi inginocchiati, che d'ora in poi l'avrebbero seguito ovunque, fedeli, fanatici, leali fino alla morte.
Feric abbassò la Gran Mazza all'altezza della cintola e, tenendola diritta davanti a sé, si rivolse a Stag Stopa, sempre inginocchiato. - Alzati -, gli disse.
Stopa alzò gli occhi sull'enorme testa del manganello che quasi gli sfiorava il volto - quella testa lavorata come il pugno di un eroe, con l'anello con la svastica infilato al medio. Fece per obbedire all'ordine di Feric, esitò, poi posò le labbra sulla svastica. Solo allora si alzò in piedi.
Profondamente commosso da questo gesto spontaneo di sottomissione, Feric permise prima a Bogel e poi a turno a tutti i Vendicatori di baciare l'emblema che decorava la punta della sua arma eroica. Uno ad uno, gli uomini compivano l'atto di fedeltà e poi si alzavano in piedi, con in mano le loro torce, orgogliosi, eretti, gli occhi ardenti come carboni sfavillanti nella notte.
Quando tutti furono in piedi, Veriuomini di fronte a lui, Feric parlò. - Mi seguirete senza fare domande, con lealtà totale e fanatica alla causa di Heldon e della purezza genetica, a costo della vita?
La risposta fu un possente boato di assenso. Erano ragazzi splendidi, proprio quel che ci voleva per formare quell'esercito di arditi che gli era necessario.
- Benissimo, allora -, dichiarò Feric, - non siete più Vendicatori Neri. Vi ribattezzo con un nome di cui vi dovrete guadagnare tutta la nobiltà e la grandezza e che non dovrete tradire mai. - Feric indicò ai suoi uomini la punta della Gran Mazza: il pugno d'acciaio con la svastica nera cerchiata di bianco e di rosso scintillava come il sole all'alba, alla luce del fuoco. - Ora voi siete i Cavalieri della Svastica! - gridò. Stese il braccio libero davanti a sé, all'altezza degli occhi, nell'antico saluto reale. - Heil Heldon! - grido. - Heil Svastica! Heil Vittoria!
Immediatamente, si trovò a guardare una selva di braccia tese davanti a lui mentre i suoi arditi appena battezzati gridavano: - Heil Jaggar! Heil Jaggar! Heil Jaggar.
Il corpo gli vibrava di orgoglio e decisione mentre se ne stava lì, in piedi, nel cuore dell'antica patria, una figura di grande nobiltà, forse più grande della vita, un eroe trascendente, scolpito nel fuoco.
FIN dall'inizio, Feric aveva capito che non sarebbe stato né saggio né conveniente sgattaiolare a Walder senza preavviso, come un viaggiatore qualunque; il suo ingresso nella città doveva venir annunciato e pubblicizzato nel migliore dei modi. Questo voleva dire innanzitutto assicurarsi definitivamente il ruolo di leader del Partito; in secondo luogo, apportare dei cambiamenti di stile e di nomenclatura; e, infine, ufficializzare, ripulire e rivestire con le uniformi del Partito la sua truppa di motociclisti scatenati. Soltanto allora avrebbe fatto il suo ingresso a Walder alla testa dei Cavalieri della Svastica.
Aveva dunque ordinato a Bogel di affittare un luogo di riunioni abbastanza vasto e isolato e di radunarvi i notabili del Partito. Bogel aveva trovato un padiglione di caccia vuoto, su una montagna del Bosco, ma abbastanza vicino a Walder (circa due ore di corriera). Per raggiungere il luogo del convegno, i notabili avrebbero dovuto percorrere una strada polverosa, tutta curve, che serpeggiava tra cespugli e boschi folti e scuri, scenario perfetto sul piano psicologico. Il padiglione era un edificio semplice ma maestoso: a un solo piano, lungo, basso, di granito, vi si accedeva attraverso una porta di legno imponente e intarsiata che si apriva proprio sul cortile in cui finiva la strada.
Nell'interno c'era una grande stanza comune, circondata da una serie di stanzette che avrebbero potuto alloggiare senza problemi parecchie dozzine di persone.
Insomma, questo padiglione da caccia era l'ideale per lo scopo che Feric si era prefìsso. Era abbastanza vicino alla città da facilitare i preparativi necessari e, nello stesso tempo, era abbastanza isolato da assicurare una certa segretezza. In più, il fatto stesso di chiamare a raccolta questi cittadini in un luogo così scomodo e rustico avrebbe dato loro l'idea del tipo di lealtà cieca che il nuovo leader esigeva. Inoltre li privava del vantaggio psicologico che sarebbe venuto loro dall'incontrarlo sul loro terreno: bisognava esercitare un controllo ferreo fin dall'inizio.
Feric decise di ricevere i capi del Partito proprio in quella grande stanza, fra i muri di nuda pietra e il pavimento rozzamente rivestito di legno. Un anello di torce sistemate tutt'attorno infiammava la luce pomeridiana, mentre un fuoco generoso ardeva nel grande camino incastrato nella parete ovest. I muri erano decorati con corna, teste di cervi, fucili, lance, archi, mazze e altro.
Al centro della stanza vi era un grande tavolo di quercia, ricoperto da una tovaglia di velluto verde su cui troneggiava, in tutto il suo scintillante splendore, la Gran Mazza di Held; ai lati del tavolo erano state accostate delle sedie. Feric in persona sedeva a capotavola su una seggiola leggermente più alta delle altre, in modo da avere di fronte la porta d'ingresso. Dietro di sé aveva fatto spalancare le porte di un rozzo balcone, rivelando così quel panorama straordinario di boschi selvaggi, montagne, pianure e splendidi campi; Walder brillava all'orizzonte, lontana, simile a una città fantasma.
Una dozzina di Cavalieri della Svastica, ancora acconciati nel loro barbaro splendore, erano di guardia ai punti strategici, mentre Bogel, Stopa e altri erano nel cortile, pronti a ricevere la corriera. Feric aveva indossato una tunica marrone da cacciatore, di un'austerità quasi eccessiva, sicuro che, qualunque cosa avessero indossato gli altri, lui non avrebbe potuto fare a meno di spiccare, proprio per quell'assoluta mancanza di ornamenti. Insomma, gli sembrava di aver preparato in tutti i sensi un benvenuto assolutamente appropriato.
Come gli era stato ordinato, Stopa bussò con forza alla pesante porta di legno, chiedendo formalmente di essere ammesso. Feric diede l'assenso e uno dei Cavalieri di Guardia alla porta aprì con modi un po' rozzi. Bogel e Stopa introdussero un gruppo di persone di mezz'età, un po' pallidi, decisamente stanchi e provati. Il meglio che si poteva dire dei notabili del Partito di Rinascita Umana era che senza dubbio si trattava di esemplari appartenenti al gene umano puro, dai quali emanava una certa aura di risoluta, anche se trascurata determinazione. Vicino a Stopa e ai sei ex Vendicatori, così robusti e pieni di vita, che chiudevano il gruppo, la direzione del Partito faceva una figura decisamente meschina. Mentre si avvicinavano, Feric ebbe una reazione di disappunto constatando di che calibro erano le forze che avrebbe dovuto guidare. Ma il suo umore si rasserenò immediatamente quando Stopa, con un sorriso magari un filo troppo cameratesco, venne a fermarsi proprio ai piedi del tavolo con un bello schiocco di talloni, stese in avanti il braccio nell'antico saluto reale e ruggì: - Heil Jaggar! - Istantaneamente, anche gli altri batterono i tacchi, salutando con analogo vigore e facendo eco al saluto. Quel che mancava in precisione e ordine, lo recuperavano con l'entusiasmo.
Per un attimo, i capi del Partito si guardarono attorno, non sapendo bene che ci si aspettasse da loro. Poi Bogel fece il saluto, e gridò: - Heil Jaggar -, con voce limpida e assolutamente sincera. Un po' incerti e con totale mancanza di spirito, quelle specie di impiegatucci abbozzarono malamente il gesto e cercarono di vocalizzare il saluto. Per adesso non si poteva pretendere di più.
Bogel fece le presentazioni con una semplicità e una rapidità ammirevoli: - Veriuomini, il nostro nuovo leader, Feric Jaggar.
- Benvenuti -, attaccò Feric. - Avete appena fatto il nuovo saluto del Partito, anche se non troppo bene. Sono sicuro, comunque, che svilupperete al più presto lo spirito giusto. Ma oggi abbiamo questioni più concrete di cui occuparci. Sedetevi, prego.
Bogel e Stopa presero posto rispettivamente alla sinistra e alla destra di Feric; i funzionali del Partito si sedettero ai lati, lanciando occhiate alla Gran Mazza, chiedendosi, senza dubbio, se questo nuovo capo che Bogel aveva pescato era davvero in grado di sollevarla. Al momento buono i loro dubbi sarebbero stati cancellati; per ora, l'Vric preferiva la franchezza dello scetticismo.
Bogel si assunse il compito di presentare formalmente i funzionali, anche se ovviamente Feric sapeva già da tempo tutto di loro. Otrig Haulman, ricco locandiere, era il tesoriere del Partito; era un tipo un po' strano, ma completamente dedito alla causa della purezza genetica e aveva dimostrato la sua lealtà mettendoci del denaro di tasca sua. Tavus Marker, commerciante, era il segretario, un omino magro, dall'aria malaticcia, eppure lavoratore instancabile. Heermark Bluth e Barm Decker, rispettivamente macellaio e sottufficiale di polizia, erano insieme a Bogel gli oratori di punta del Partito. Manreed Parmerob, un professore di storia, era l'attuale teorico. Sigmark Dugel era presidente del comitato degli iscritti - un onore quanto mai dubbio, considerando che attualmente, di iscritti, il Partito non ne contava più di trecento; comunque, essendo un brigadiere in pensione, tuttora in contatto con gli alti circoli militari, Dugel si sarebbe certamente rivelato utile prima o poi. Insomma, non era proprio quel che si definisce un gruppo di élite, ma non era neanche del tutto privo di possibilità. Inoltre, la presenza di Stopa e dei suoi ragazzoni dava all'assemblea una certa aria di solidità che altrimenti sarebbe mancata. Ecco degli uomini chiaramente in grado di agire con forza, se necessario, e legati a Feric da un senso di lealtà personale. Il nuovo capo aveva già apportato una dimensione diversa di spirito pratico e marziale a questo Partito un po' nelle nuvole; il fatto che si fossero uniti al nuovo saluto ne era la prova.
- Dobbiamo mettere a posto un sacco di cose al più presto, Veriuomini, - cominciò Feric, secco. - Ho studiato a fondo il Partito di Rinascita Umana così com'è oggi: bisognerà apportare dei cambiamenti drastici. Tanto per cominciare, il nome. Nella testa della gente qualunque, richiama una specie d'associazione da discorsi in birreria, non un manipolo di patrioti vigorosi e decisi a tutto. Qualcosa come 'I Figli della Svastica' andrebbe decisamente meglio. Fin dall'Età del Fuoco, la svastica è stata il simbolo inconfondibile della purezza razziale e, in questo senso, definisce la nostra causa in modo tale che anche l'idiota più ottuso può capirlo subito. Eppoi ci creerà certi vantaggi per quel che riguarda la propaganda politica, di cui ci occuperemo più avanti.
- Un colpo di genio! - esclamò Marker. - La nostra causa e il nome del Partito verranno espressi entrambi attraverso un unico simbolo visivo che verrà afferrato prontamente anche dagli analfabeti. Nessun altro partito ha un arma altrettanto potente nella lotta per la conquista dell'opinione pubblica.
Feric rimase colpito dal modo in cui Marker aveva colto l'essenza del suo colpo da maestro e da come ne aveva enfatizzato il senso con ardore e spirito. A questo stadio iniziale, scoprire qualità del genere in un subordinato era estremamente promettente.
Gli altri bisbigliavano tra loro un po' diffidenti, ad eccezione dell'ideologo Parmerob, che aveva l'aria decisamente agitata e che, alla fine, decise di parlare.
- Il nome Partito di Rinascita Umana fu scelto dopo un'analisi dettagliata -, disse in tono petulante. - Corrisponde fedelmente alle posizioni della base.
- Ma nel nome non è implicita la forza -, sottolineò Feric. - II nome del Partito deve gridare il nostro scopo con la voce di un sergente maggiore.
Parmerob era indignato. - Io stesso ho formulato il nome e la piattaforma del Partito -, dichiarò. - Noi combattiamo per la purezza del gene umano autentico, per il rafforzamento rigoroso delle leggi sulla purezza genetica, per lo sterminio totale dei Dominatori antiumani, per l'esclusione eterna di tutti i mutanti dal sacro suolo di Heldon e per l'estensione del dominio helder su ogni nuova area, per la purificazione dei loro pool genetici dovunque sia possibile. È questa la formula per la rinascita della vera umanità - di qui il nome Partito di Rinascita Umana.
Feric si alzo lentamente e toccò come per caso con la mano destra l'impugnatura della Gran Mazza di Held; di colpo, tutti gli occhi gli furono addosso. L'avrebbero dunque visto Brandire il Comandante d'Acciaio? Ci fu un attimo di silenzio in cui si udì soltanto lo scoppiettio sommesso del fuoco nel grande camino di pietra.
Fu la voce di Feric a spezzare la fissità della scena: - Esiste un solo punto di quel che hai detto che non sia implicito nel simbolo della svastica?
D'improvviso, il volto di Parmerob si increspò in un sorriso. - Hai ragione, naturalmente -, disse. - II nome che hai proposto per il Partito è infinitamente migliore del mio. In realtà siamo proprio Figli della Svastica.
Feric si rimise a sedere senza sollevare la Gran Mazza, ma continuando a tenerci sopra la mano. - Benissimo -, disse. - Allora è deciso. Ho già pensato anche alla bandiera del Partito (vari simboli centrati sul motivo della svastica), e all'uniforme dei Cavalieri della Svastica, le nostre truppe d'assalto. Gli uomini che vedete qui sono il nucleo di questa forza; attualmente i Cavalieri della Svastica assommano a quaranta, ma ho in mente una truppa di almeno cinquemila elementi.
- I generali del Cornando Supremo non vedranno certo di buon occhio un simile esercito privato -, sottolineò Dugel.
Feric sorrise. - Non voglio dubitare neppure per un attimo del patriottismo fanatico dell'esercito regolare -, disse. - Noi e l'esercito siamo al servizio della stessa causa e dunque troveremo il modo di convincere il comando supremo di questa realtà. Tu, con le tue conoscenze nell'esercito, sarai prezioso a questi propositi.
Dugel sembrò un po' meno preoccupato, anche se non riusciva a nascondere un'ombra di scetticismo. Quanto agli altri, Haulman non si era ancora scoperto, mentre i due oratori del Partito, Bluth e Decker, mostravano una certa ostilità a quel piano; Parmerob e Marker, invece, sembravano entusiasti; Bogel, ovviamente, era dalla sua parte e così Stopa, che gli era legato con un fervore quasi fanciullesco. Per come stavano le cose in quel momento, avrebbe potuto facilmente liberarsi degli elementi ostili del Partito, se avesse voluto; però sarebbe stato meglio conquistarsi la cieca lealtà di tutti fin dall'inizio.
- Non resta che organizzare la nostra prima manifestazione di massa -, proseguì lentamente.
A questo punto, Heermark Bluth lo interruppe ad alta voce, con tono quasi aggressivo. - E come la mettiamo con il problema della leadership? - chiese. - Non abbiamo votato. Per il momento è ancora Bogel il nostro Segretario Generale e capo legittimo. Verouomo Jaggar, non hai nessuna carica.
- Sono pronto a rinunciare alla segreteria in favore di Feric -, annunciò Bogel. - Mi accontenterò di essere presidente dell'Esecutivo sotto la sua guida.
- Non abbiamo ancora eletto Jaggar nostro leader -, insistette Bluth. - Chiedo una votazione.
Feric valutò la situazione. Bogel, Parmerob e Marker avrebbero sicuramente votato in suo favore, Bluth e Decker contro; non conosceva le posizioni di Haulman e Dugel, anche se in una situazione di crisi probabilmente avrebbe potuto contare sull'ex brigadiere. Inoltre avrebbe rivendicato per sé e per Stopa il diritto di voto: non poteva permettersi di perdere un sol voto.
E però, avrebbe perso un po' di autorità se avesse permesso ai funzionar! del Partito di votare la loro preferenza per lui: acconsentire a quella votazione non unanime avrebbe potuto rivelarsi disastroso. Doveva comandare per diritto inattaccabile, non per concessione di un consiglio di notabili.
- Tu conserverai la carica di Segretario Generale, Bogel -, disse. - È più nel tuo stile che nel mio. Per quel che mi riguarda, mi accontento di essere riconosciuto Comandante del Partito.
La sfida era evidente: Feric rivendicava il titolo di Comandante dei Figli della Svastica, con tutto quel che ciò implicava, come suo diritto, non per voto. Bluth si fece molto agitato, e anche Decker sembrava sul punto di esplodere. Bogel, Marker, Parmerob e Stopa, ovviamente, avevano capito ed erano d'accordo, mentre Haulman ancora non si scopriva e Sigmark Dugel sembrava approvare il suono marziale del nuovo titolo di Comandante assoluto.
Finalmente Decker pose la domanda che Feric sperava venisse posta: - Con quale diritto rivendichi la guida del Partito senza il benefìcio di una votazione, Verouomo Jaggar?
Feric si alzò in piedi, la mano destra ancora posata sulla Gran Mazza di Held. Un alito di vento s'insinuo nella stanza attraverso le finestre aperte alle sue spalle, facendo impazzire le fiamme delle torce. Dietro di lui, il cielo del tramonto era di un blu cupo solcato da pennacchi arancioni; più in là, oltre i bastioni della foresta, il vasto altipiano centrale di Heldon si stendeva ai piedi delle montagne. Inquadrato in questo possente paesaggio, tra la luce danzante delle torce, la mano sull'antico scettro della nazione, Feric sembrava l'incarnazione degli eroi leggendari del lontano passato, e anche Bluth e Decker non poterono fare a meno di rimanere impressionati.
- L'uomo in grado di sollevare la Gran Mazza è il vero sovrano di tutta Heldon per diritto genetico, un diritto che va ben oltre qualunque legge di Partito -, disse. - C'è forse un uomo tra voi che ritiene di poter rivendicare come sua la Gran Mazza, sollevandola?
Nessuno osò fiatare.
Con deliberata lentezza, Feric afferrò con la destra l'impugnatura del Comandante d'Acciaio e con un movimento naturale, senza sforzo, lo sollevò in alto, sopra la sua testa.
Poi lo abbattè pesantemente sul grande tavolo di quercia, mandandolo in mille pezzi.
Fu proprio Bluth a dare l'esempio agli altri; insieme si alzarono in piedi, con le braccia levate in un saluto perfetto, e all'unisono gridarono: - Heil Jaggar!
RUGGENDO attraverso la pianura verso i sobborghi di Walder, ecco arrivare una grande processione di suoni e colori fusi insieme in modo talmente armonico da levare il fiato e far cantare il cuore: due lunghe file di motociclette ululavano lungo la strada a cinquanta miglia all'ora, al seguito di una lucida automobile a gas nera. Erano spariti i barbari stracci dei Vendicatori Neri, sostituiti dalle uniformi di cuoio marrone dei Cavalieri della Svastica, con alti berretti appuntiti, sempre di cuoio, e medaglioni di bronzo con il nuovo simbolo del Partito: un'aquila che regge uno scudo a forma di svastica. Ogni motociclista portava appoggiato sulle spalle un mantello rosso ornato da una spavalda svastica nera racchiusa in un cerchio di un bianco purissimo; motivo che si ripeteva sulle fasce che ogni uomo portava cucite sul braccio destro. Le bandiere, fissate a robuste aste, sventolavano nel vento della corsa dominate dalle svastiche nere, rosse e bianche del centro. Anche le motociclette erano state rifatte secondo uno schema uniforme: i telai erano di un rosso vivo, i serbatoi ripetevano i simbolici colori delle bandiere e le pinne posteriori erano cromate e lavorate a foggia di fulmini. Feric aveva accuratamente studiato l'effetto complessivo per infiammare lo spirito e catturare l'occhio di ogni vero helder.
L'automobile nera era disadorna, a parte le bandierine poste sopra i parafanghi anteriori. All'interno sedevano due Cavalieri della Svastica in uniforme: un autista a sinistra e un soldato al suo fianco, per amor della simmetria. Davanti, nella cabina scoperta, c'erano Seph Bogel e Sigmark Dugel; dietro, su un sedile più alto, sedeva Feric. Tutt'e tre indossavano l'uniforme che Feric aveva progettato per l'elite del Partito: era realizzata in cuoio nero, attillata, ravvivata da bottoni scintillanti e, intorno al collo, sciarpe rosse assicurate con fermagli bianchi e neri a forma di svastica. Le fasce sulle braccia e i mantelli erano identici a quelli dei Cavalieri della Svastica, mentre i berretti in cuoio nero, avevano piccole visiere lucide e una spilla in argento con l'emblema del Partito. Feric portava alla cintura, ornata da borchie sfavillanti, la Gran Mazza di Held, scintillante come uno specchio.
Così Feric Jaggar avrebbe fatto il suo ingresso nella seconda città di Heldon - alla testa di una magnifica truppa d'assalto, una processione di suoni, forza e colori accuratamente calibrati dalla sua stessa mano per innalzare l'animo dei cittadini.
In effetti, il corteo aveva già attirato un piccolo seguito di motociclette, auto a gas e perfino ciclisti che pedalavano freneticamente alla massima velocità per tenersi al passo. Quando arrivarono alla periferia sud di Walder, rallentarono la velocità a trenta miglia all'ora. Feric si rendeva conto che la gente che lo seguiva era stata trascinata più dall'affascinante spettacolo degli uomini in uniforme che volavano lungo la strada a gran velocità che da un senso di lealtà verso il Partito, poiché era la prima volta che si vedevano i nuovi colori; eppure quelli che rispondevano a un simile spettacolo con fervido entusiasmo erano molto probabilmente gli spiriti migliori di Heldon.
Una specie di sesto senso - oltre il potente rumore che si innalzava dalla colonna - avvertiva i cittadini di Walder del passaggio del corteo molto prima di avvistarlo, e subito la gente si schierava lungo le strade, mentre l'automobile di Feric sfrecciava via. Le strade asfaltate e pulite, le case vivaci con i giardini e le aiuole, i robusti lavoratori in tute blu, grigie e marroni, i negozianti con tuniche bianche profilate in cento diversi modi, i bambini dalle guance rosse pieni di salute - tutto gli sembrava bello mentre passava tra i marciapiedi affollati! Era uno spettacolo che dimostrava la purezza del pool genetico degli fielder e della vita salubre che si conduceva nella loro città; era entusiasmante vedere tanti begli esemplari di autentica umanità in luoghi così incontaminati.
Mentre la colonna procedeva verso il centro, la folla sui marciapiedi andava aumentando e gli edifici si facevano via via più grandi; ora prevalevano le case ad appartamenti a quattro e cinque piani, anziché le casette monofamiliari. Anche questi palazzi erano di mattoni, molto spesso a colori brillanti, ed erano abbelliti da lussuosi portoni di legno e balconi. Alberi e boschetti, oltre a fornire l'ombra, addolcivano lo scenario. Forse la gente di questo quartiere era meno ricca, a giudicare dall'spetto a volte più dimesso e dai negozi meno allettanti; tuttavia, non si vedeva nulla che fosse men che pulito, men che in ordine.
Ad un certo punto, la strada si fece più larga e il traffico un po' più intenso: molte biciclette, alcune automobili e moto a gas, mezzi a vapore di vario genere e un paio di autobus municipali. Ogni volta che la colonna era costretta a girare intorno a un veicolo che non era riuscito a togliersi di mezzo in tempo, l'auto di testa e le motociclette si guardavano bene dal diminuire la velocità, anzi accentuavano i ruggiti dei motori, con massima delizia della folla raccolta sui marciapiedi, che applaudiva e inneggiava. Il codazzo eterogeneo di biciclette e veicoli vari che seguivano le evoluzioni della truppa d'assalto si arrangiava come meglio poteva per non rimanere indietro.
I negozi s'andavano facendo più numerosi delle case, a mano a mano che la processione si avvicinava al centro della città, e anche gli edifìci diventavano sempre più imponenti, molti raggiungevano i dieci e perfino i quindici piani, ed erano tutti di cemento o in mattoni, con le facciate ornate di marmo, ottoni o pietra lavorata. I negozi, con le loro grandi e attraenti vetrine, offrivano una ricca varietà di merci: cibi di tutti i generi, abiti, motori a vapore con utensili per la casa, mobili di ogni stile, quadri e tappezzerie, statue, addirittura automobili a gas private per quelli che se le potevano permettere. A giudicare dai rumori di macchine che provenivano dai primi piani dei vari edifìci e dalla presenza di affaccendati lavoratori che Feric riuscì a intravvedere, i piani superiori erano adibiti a laboratori e a fabbriche. Sicuramente molte delle merci in vendita nei negozi sottostanti venivano preparate di sopra.
In questa zona industriale bisognava ammettere che l'aria era un po' polverosa e inquinata, però non c'era traccia di rifiuti nelle strade e i marciapiedi erano di una pulizia ammirevole, invitante. Com'erano lontane le fogne di Gormond! Intorno a sé, in questi quartieri, Feric sentiva tutta la forza viva della città. Nessuno poteva negare che il gene razziale in grado di costruire città come questa fosse geneticamente superiore ad ogni altra popolazione esistente sulla Terra. Il mondo era helder in nome della legge dell'evoluzione.
Qui, nel centro commerciale della città, la folla che si fermava lungo i marciapiedi di fronte a quel trionfo di motori, colon scarlatti e svastiche, ne rimaneva davvero impressionata, e molte di quelle brave persone gridavano la loro spontanea approvazione, anche se nessuno di loro aveva idea di che cosa si trattasse o chi fosse l'eroe alla testa della parata. Feric trovava giusto ricompensare il loro istintivo appoggio con qualche sporadico saluto del Partito.
Quella brava gente avrebbe ben presto compreso il significato del gesto!
Feric era felice per la grande folla che salutava il corteo mentre avanzava lungo la Passeggiata di Smeraldo, il grande viale che attraversava il cuore culturale e politico ella città. Qui si avevano alcune prove tangibili della grandiosa civiltà helder. Il tribunale era un imponente edifìcio in marmo bianco, con una splendida scalinata e una facciata a colonne, sui cui capitelli erano incastrati bronzi riproducenti personaggi importanti nella storia helder; l'edificio era sormontato da una grande cupola di bronzo, scurita dalla patina del tempo. Il colonnato che circondava il Teatro Municipale era abbellito da pilastri di pietra, ornati con splendidi bassorilievi, che conferivano leggiadria all'edifìcio per altri versi massiccio. Il Museo delle Belle Arti aveva solo tre piani, ma tutta una serie di ali si aprivano dal corpo centrale in una serie infinita di direzioni, quasi fossero nate a caso, seguendo una logica naturale. Ogni ala era decorata in modo diverso, a seconda del periodo o della tendenza artistica che ospitava, in modo che l'aspetto esterno rispecchiasse la moltitudine di meraviglie custodite all'interno di questa preziosa cassaforte. Gli altri edifici pubblici minori erano meno appariscenti, ma non si era certo risparmiato per adornarli con statue di eroi - in bronzo, pietra e marmo. Ogni palazzo si affacciava su uno spazio aperto che dava sulla Passeggiata di Smeraldo, cosicché il tutto dava l'impressione di grande respiro e di dimensioni titaniche.
Feric sognava il giorno in cui le parate del Partito avrebbero riempito da un marciapiede all'altro il grande viale allungandosi per miglia e miglia, trasformandolo in una selva di bandiere e mani protese. Quel giorno non era molto lontano ma, per il momento, l'ululato delle motociclette e lo splendore delle bandiere e dei bolidi di acciaio lanciati a tutta velocità erano spettacolo sufficiente a far vibrare di nuova energia questo viale maestoso, mentre operai e impiegati si affacciavano dagli edifìci per osservarne il passaggio.
La colonna si snodava lungo la Passeggiata quant'era lunga, trascinandosi dietro un codazzo sempre più folto di veicoli e biciclette. Il sole stava calando e Feric progettava di aggirare la città da ovest prima di tornare, in pieno tramonto, al luogo vicino al centro che avevano scelto per la prima adunata oceanica, di modo che il tramonto desse un tono più drammatico e esaltante a quello che avevano preparato.
Seguendo questa strada attraversarono prima un altro quartiere commerciale, pieno di vita, affollatissimo, poi una zona residenziale, molto elegante e curata, che lentamente lasciava il posto a un altro quartiere, apparentemente dello stesso stile ma che, osservato più attentamente, contrastava con il precedente in modo macroscopico. Qui infatti le case, oltre ad essere meno eleganti e ricche, erano spesso sbrecciate e cadenti, con i muri sporchi e imbrattati, i giardini mal tenuti e pieni di erbacce e le strade piene di sporcizia e rifiuti. La gente che indossava vecchi abiti logori e sporchi, guardava il corteo in silenzio, quasi ostile, con occhi smorti ed espressione vacua: uno spettacolo anche troppo simile a Borgravia. Feric sentì immediatamente il fetore mortale dei Dominatori gravare nell'aria.
Si allungò in avanti e chiese a Bogel: - Cos'è questo posto?
Bogel si voltò verso di lui, il volto contratto in una smorfia di disgusto. - Questo cesso fetido si chiama Borgo Grigio. È un notissimo covo di Universalisti; qui il popolino è stato completamente infettato dalla pestilenza di Zind. Periodicamente, escono dalle loro fogne con delle sommosse e rivendicano oscenità come le frontiere aperte e l'educazione degli schiavi subumani, naturalmente sobillati dagli Zind. Quando i nostri colori saranno noti a tutti, sarà molto meglio per noi che non ci facciamo vedere da queste parti.
- Al contrario -, lo redarguì Feric, - in un futuro quanto mai prossimo le nostre truppe d'assalto faranno irruzione qui ed elimineranno tutti 1 Dom nascosti, responsabili di questo insulto all'autentica umanità!
- Nessuno è mai riuscito a estirpare i Dom penetrati in questo labirinto -, replicò Bogel. - Si sa che ci sono ma non si sa mai dove.
- Allora spaccheremo teste finché un miglioramento della situazione ci dimostrerà che li abbiamo eliminati tutti. L'unico sistema per distruggere i dominogramma sta nell'uso della forza, applicata con entusiasmo e indiscriminatamente.
Mentre la colonna avanzava a gran velocità, in mezzo a quello spettacolo di squallore e miseria, Feric giurò di liberare dai Dom il maggior numero possibile di quei poveracci e di restituirli alloro destino di autentici helder.
Quanto a quelli talmente invischiati in un dominogramma da non poterne uscire che attraverso la morte, considerando il loro stato, ucciderli sarebbe stato soltanto un atto di pietà.
Mentre gli ultimi raggi del sole imporporavano le colline occidentali e le luci della città si accendevano una ad una, l'automobile di Feric in testa alla colonna motorizzata imboccava l'ampio viale che da sud portava al Brammer Park. Qui, sulla cima pianeggiante di una collina dolcissima, all'estremità meridionale del parco, Feric avrebbe parlato e tenuto il primo raduno oceanico dei Figli della Svastica.
Dalla strada, si vedeva ormai chiaramente il fianco della collina, la cui cima era illuminata come un faro orgoglioso da una gigantesca svastica di fascine. Tutt'intorno all'insegna era disposto un grande semicerchio di torce alte tre metri. Via via che l'automobile procedeva, Feric riuscì a scorgere la piattaforma dell'oratore, circondata da enormi bandiere scarlatte che riproducevano, come il falò che fiammeggiava alle loro spalle, il trionfante simbolo della svastica; e alla destra del palco si trovavano i funzionali del Partito, in gruppo, vestiti di cuoio nero, a sinistra, la banda militare presa a nolo, nell'uniforme dei Cavalieri della Svastica. Tutto sembrava predisposto a dovere.
Voltandosi, Feric vide le due colonne di motociclette, le bandiere scarlatte e i mantelli sventolare nel vento come una grande foresta infuocata; il ruggito infernale dei motori faceva danzare ogni molecola d'aria. Laggiù poi, dietro la truppa d'assalto, s'intravvedeva un enorme codazzo di autobus, automobili a gas e a vapore e biciclette che bloccava la strada quant'era larga e, ancora più in fondo, una folla di helder che seguiva a piedi lo spettacolare corteo. Davvero, quel palcoscenico sarebbe stato testimone d'una grande svolta nella Storia! Una svolta senza precedenti!
Mentre la sua auto raggiungeva i piedi della collina, i Cavalieri della Svastica si esibirono in una manovra impeccabile: le due colonne accelerarono mentre il suo autista rallentava un po', di modo che l'auto del Comandante si venne a trovare completamente circondata dalla truppa motorizzata perfettamente incolonnata; al tempo stesso, i due motociclisti portabandiera in testa alla colonna si girarono e si posero uno di fianco all'altro, in modo da formare una specie di guardia scelta proprio di fronte alla scintillante automobile nera. Gli altri motociclisti li superarono subito e percorsero a gran velocità il tratto che li separava dalla cima della collina, dove ardeva il falò. Mentre ruggivano lungo il sentiero erboso si distanziarono in modo uniforme. Quando i primi due ebbero raggiunto la cima, si fermarono tutti di colpo dove si trovavano, in modo da formare un'immobile scorta d'onore che partiva dalla base della collina e giungeva sino alla cima.
All'inizio del corridoio, la guardia scelta e l'automobile di Feric aspettavano che tutta la marea di gente che brulicava nella strada arrivasse sul posto. Da dove si trovava, Feric riuscì a individuare chiaramente Bluth, Haulman, Decker e Parmerob, nel gruppo compatto dei funzionari alla destra del palco, splendidi nelle loro uniformi nere e cromate. Stopa spiccava nettamente tra gli altri per la divisa di Cavaliere della Svastica.
Non passò molto tempo che tutta la strada alle spalle di Feric si trasformò in un allegro pandemonio, via via che i veicoli a motore arrivavano e scaricavano i passeggeri; poi fu la volta dei ciclisti, che scendevano e abbandonavano le biciclette, e finalmente un'enorme folla di pedoni, che spingevano riempiendo tutto lo spazio libero. Tutti gridavano, facevano congetture, si scambiavano opinioni ad alta voce, in un brusio gigantesco, ma nessuno osò metter piede sul fianco vuoto della collina dove spiccava la scorta d'onore, che ogni tanto dava gas ai motori con un boato metallico che fendeva come una coltellata quel tumulto umano.
Quando ritenne giunto il momento psicologicamente adatto, Feric battè leggermente sulla spalla di Bogel. Bogel, a sua volta, avvertì il Cavaliere seduto a fianco dell'autista, e questi sollevò il braccio nel saluto del Partito.
Immediatamente, la banda in cima alla collina attaccò un motivo marziale e le motociclette della guardia scelta sfilarono nel tunnel d'onore, davanti all'automobile del Comandante, reggendo alte le bandiere con la svastica. Al passaggio della vettura, che procedeva lentamente dietro la guardia scelta, le coppie di Cavalieri prima si irrigidivano nel saluto e poi si accodavano di modo che, quando la guardia scelta ebbe raggiunto la sommità per accogliere l'automobile, dietro si era già ricostituita l'originaria doppia colonna di Cavalieri motorizzati. Quando l'automobile si fermò davanti alla guardia scelta, le due colonne si disposero a semicerchio sfiorando quasi la corona di torce e ponendo un muro dì protezione tra l'oratore e la grande marea di cittadini che cominciavano ad arrampicarsi su per la collina.
In perfetto accordo con il cerimoniale, Bogel e Dugel spesero dall'auto e raggiunsero i funzionar! del Partito alla sinistra del palco. Feric invece attese che la pressione della folla avesse raggiunto il picchetto dei motociclisti.
Allora, con incedere regale, uscì dall'automobile. Aveva appena messo piede sul palco che i funzionari del Partito e i Cavalieri protesero tutti insieme il braccio, mentre un gigantesco boato riempiva l'aria: - Heil Jaggar!
Feric rimase fermo sul palco, la mano destra appoggiata con noncuranza sul Comandante d'Acciaio, gli occhi risolutamente puntati sull'immensa folla, mentre Bogel saliva a sua volta sul palco per un breve discorso introduttivo.
- Questa sera non parlo come leader del Partito di Rinascita Umana. Quel partito non esiste più. Ma, come la leggendaria fenice, ecco sorgere dalle sue ceneri qualcosa di più grandioso e di ben più glorioso, l'autentica e definitiva espressione della volontà razziale di Heldon, un nuovo partito, una nuova crociata, una nuova causa: i Figli della Svastica! E a guida di questa nuova prorompente forza, un nuovo leader, un nuovo uomo, un eroe nel senso più puro della parola: il Comandante dei Figli della Svastica, Feric Jaggar!
Bogel concluse la presentazione con un preciso sbattere dei tacchi e il saluto del Partito, al quale i Cavalieri e i funzionari del Partito risposero allo stesso modo gridando: - Heil Jaggar! - Fece così anche quella ventina di membri del Partito sparpagliati strategicamente in mezzo alla folla, dando il via a saluti spontanei tra la brava gente del pubblico.
Mentre gli applausi continuavano, Bogel lasciò il palco. Dopo un ben calcolato intervallo, Feric fece un cenno con la mano. Un improvviso squillo di trombe sovrastò il fragore e… Feric in persona salì sul palco. La svastica infuocata alta venti metri fiammeggiava gloriosa contro il cielo scuro immergendo Feric in un bagno di luce eroica e lanciando lapilli incandescenti che si riflettevano nel cuoio lucido dell'uniforme e illuminavano i suoi occhi magnetici.
Poteva quasi sentire il suono del silenzio irreale che sovrastava quella folla di migliaia di persone, in piedi, spalla a spalla, che si stendeva sin dove lo sguardo riusciva a spaziare, ogni fibra dell'anima volta verso di lui e lui soltanto, in attesa delle sue parole. Sentiva l'irresistibile forza del destino corrergli per il corpo, emergerne intatta, anzi accresciuta dalla sua stessa straordinaria volontà. Era l'incarnazione vivente della grande causa razziale, e sentiva che anche la folla davanti a lui l'aveva capito. Era riposto in lui il destino di Heldon; non poteva fallire, e non avrebbe fallito.
Le parole gli sgorgarono spontanee dalle labbra. - Sono passati più di mille anni dall'Età del Fuoco, e ancora i mutanti popolano la Terra inquinando l'umanità pura con i loro geni contaminati e alterati. Chi può negare a Heldon il titolo di bastione della purezza razziale in un oceano di pestilenza? A sud c'è Borgravia, uno stato ricco di potenziale genetico e dunque territorio legittimo del dominio helder, ma attualmente governato da mutanti e ibridi schifosi che cercano, servendosi della contaminazione razziale, di eliminare tutte le tracce del genotipo umano puro dal loro territorio. A occidente vi sono Vetonia e Husak, letamai di sozzura genetica dove il genotipo umano puro viene perseguitato e oltraggiato. Oltre a queste nefandezze politiche ecco quelle autentiche fogne genetiche che sono Cressia, Arbona, Karmath e simili, per i cui pools genetici è necessario lo sterminio totale; e, più in là ancora, nient'altro che deserti radioattivi. Mutanti e ibridi sono gli implacabili nemici della nostra razza - e questo non è tutto!
Fece una pausa estremamente drammatica, e in quel momento fu quasi sopraffatto dall'immensa ondata di approvazione assorta che gli veniva da migliaia di occhi puntati su di lui, simili a carboni ardenti nell'oscurità. Quasi si poteva toccare la loro fame insaziabile di parole come quelle: il popolo helder desiderava ardentemente la verità che per troppo tempo gli era stata taciuta e lo approvava incondizionatamente.
- No, questo non è ancora il peggio! - ruggì Feric. - Perche a est, dietro scherzi politici come Wolack e Malax, si nasconde l'inimmaginabile vastità, l'ineguagliabile putrescenza delle fosse schiave di Zind! Metà della popolazione mondiale di mutanti è sotto il controllo di un manipolo di Dominatori! Risorse vastissime e una popolazione enorme agli ordini di luridi Dom il cui più grande desiderio è sterminare le ultime vestigia dell'autentica umanità dalla faccia della Terra e governare per sempre su una feccia di schiavi senz'anima! Ma anche con questo non siamo ancora giunti al peggio!
Ancora una volta si fermò e in quell'intervallo potè realmente sentire il respiro trattenuto della folla che gli stava di fronte. Stava risvegliando i loro istinti assopiti di volontà razziale e la loro legittima indignazione. Stava infiammando gli spiriti osando dire semplicemente la verità. Stava forgiando un ideale di potere razziale.
- II peggio si trova qui, a Heldon! - proseguì. - È qui che prospera un governo di deboli codardi che leccano gli stivali alla più infima feccia garantendo protezione ai servi più idioti e allentando il rigore delle leggi sulla purezza genetica. In questo modo sperano di proteggersi la pelle il giorno della resa dei conti, che sicuramente verrà. A Heldon, ultima speranza del genotipo umano autentico, abbiamo un governo di imbecilli che amoreggiano con i fetidi Universalisti ben sapendo che l'Universalismo altro non è che la cinica trappola dei Dominatori di Zind. Ed è sempre qui, a Heldon, la patria della purezza umana, che siamo infestati da un numero indeterminato di Dom che tramano con fanatismo disumano la nostra distruzione totale!
Questa volta, quando tacque, non ci fu silenzio, ma un coro commosso di voci irate. Una selva di pugni si levò nell'aria, insieme a grida di approvazione e di sdegno. Risvegliata dal letargo in cui era stata tenuta, la folla riscopriva finalmente i più profondi valori razziali. Aleggiava per l'aria una nuova forza - e sete di sangue Dom.
- Quel che ci serve ora è una nuova, fanatica determinazione a conservare la purezza razziale di Heldon! Quel che ci serve ora è un governo saldamente intenzionato a purgare l'intera Heldon dell'ultimo Dom e dell'ultimo gene contaminato, col ferro e col fuoco! Quel che ci serve ora è una politica estera fermamente votata alla conquista totale e definitiva, da parte delle forze dell'autentica umanità, di ogni lembo abitabile di terra esistente sulla faccia del nostro pianeta. Quel che ci serve ora è un nuovo partito animato da forza eroica e da zelo fanatico per cacciare la feccia attualmente al potere giù, tra i rifiuti della storia! Quel che ci serve ora è una guida dotata della volontà e della capacità necessarie a condurre il popolo helder alla vittoria decisiva su tutti i Dom, i mutanti e gli ibridi che ci osteggiano! Quel che ora serve a Heldon è il sostegno totale, fanatico di tutti i Veriuomini ai Figli della Svastica!
Un tonante boato di approvazione salì dalla folla. Diecimila braccia, forse anche più, si levarono tese in un grande saluto spontaneo. Feric lasciò che quella sincera dimostrazione di fede andasse avanti mentre con lo sguardo d'acciaio frugava la moltitudine festante, figura irradiante determinazione nello splendore rossastro della svastica infuocata che si stagliava alle sue spalle contro il ciclo.
Poi, con gesto drammatico, sollevò la Gran Mazza di Held e la tese davanti a sé, ripetendo a sua volta il saluto del Partito. Mormorii e sussulti percorsero i presenti, che avevano riconosciuto il leggendario Comandante d'Acciaio; dopo pochi attimi, si stese su tutto un silenzio di tomba.
L'estremità dello stelo catturò un lampo del fuoco e risplendette come un sole nel momento in cui Feric sollevò in alto la sua arma e alzando al massimo la voce pronunciò ai presenti con tono da vero eroe: - Io tengo in mano la Gran Mazza di Held, e perciò rivendico nelle mie mani e nelle mie mani soltanto il dominio legittimo dell'intera Heldon, non soltanto per me stesso, ma nel nome della Svastica! Io voto me stesso, i Figli della Svastica e questa arma sacra alla purificazione di Heldon col ferro e col fuoco, e all'estensione del dominio dei Veriuomini sulla faccia della Terra! Non ci concederemo un istante di riposo fino a che l'ultimo gene mutante non sarà spazzato via dalla faccia del nostro pianeta!
Miracolosamente, in un'unica gran voce e con precisione incredibile, la folla oceanica levò nell'aria le braccia tese e cantò: - Heil Jaggar! Heil Jaggar! Heil Jaggar! - II suono parve spezzare 1 cieli e intimorire gli stessi dei. Raggiante, Feric ripose la Gran Mazza e rese il saluto. Incredibilmente, il canto raddoppiò di volume e si fece più intenso, più fervido, e il saluto si trasformò in un delirio. La gioia di quell'istante innalzò la sua anima ad altezze mai sognate di gloria razziale. Più di diecimila helder s'erano votati con fanatica lealtà al Partito. Come le torce avevano dato fuoco alla grande svastica di legno che ardeva alle sue spalle, così le sue parole e la sua volontà avevano infiammato la svastica celata nelle anime degli helder. Come la svastica fiammeggiante rischiarava il cielo notturno con lingue di fuoco arancione, così la svastica delle anime helder avrebbe illuminato l'oscurità dello spirito ed esaltato l'insegna della Nuova Era attraverso i cicli.
I FIGLI della Svastica occupavano il quarto piano di un edificio in muratura che ne contava dieci, nei quali svolgevano la loro attività commercianti, piccoli affaristi, medici e altri professionisti. Seguendo l'ordine di Feric, Haulman aveva scelto un palazzo in cui il Partito rappresentava l'inquilino più importante; in realtà, aveva fatto di meglio e affittato l'appartamento da un vecchio amico ch'era in debito con lui. Di conseguenza, Feric era riuscito a ottenere che si ridecorasse la facciata.
Gli ultimi sei piani, prima in pietra nera, erano stati dipinti di rosso e sullo sfondo rosso era stata inquadrata una svastica nera in campo bianco di proporzioni gigantesche di modo che la parte superiore dell'edifìcio era stata trasformata in una immensa bandiera. Sotto il simbolo del Partito c'era una grande lapide di bronzo che proclamava orgogliosamente: Quartier Generale Nazionale dei Figli della Svastica. Due grandi bandiere del Partito sventolavano sulla strada. Insomma, Feric era riuscito a trasformare quella facciata anonima in una che rispecchiasse lo stile e gli scopi dell'organizzazione.
Dal momento che il quartier generale del Partito era una sorta di gigantesca bandiera rossa agitata provocatoriamente in faccia alla plebaglia Universalista, erano state prese le misure di sicurezza del caso. Una squadra di Cavalieri in divisa, armati di pistole e manganelli, stazionava lungo il marciapiede, tenendo in permanenza sottocchio l'entrata dalla strada. Altre quattro guardie vigilavano davanti alla stessa porta. Sul tetto c'erano quattro postazioni di mitragliatrici, sempre all'erta, in grado di rintuzzare un eventuale attacco. Pattuglie di sei Cavalieri facevano la ronda intorno all'edificio a brevi intervalli, notte e giorno. All'interno, ogni piano era costantemente pattugliato da Cavalieri armati, e al quarto piano si poteva accedere solo attraverso due scale, entrambe protette da mitragliatrici.
In una strada laterale poco distante, avevano circondato un lotto libero con del filo spinato attraversato da corrente elettrica ad altissimo voltaggio, generata da un motore a vapore situato all'interno del perimetro. La guarnigione di Cavalieri preposta al quartier generale alloggiava in una serie di basse baracche di legno. Di questo distaccamento facevano parte duecento motociclisti con i loro destrieri d'acciaio. Nell'eventualità di un attacco alla sede del Partito, la feccia si sarebbe trovata stretta tra gli uomini all'interno dell'edifìcio, da una parte, e queste truppe d'assalto motorizzate dall'altra, e non avrebbe avuto scampo. Sarebbe stato possibile respingere per qualche ora persine un attacco dell'esercito regolare.
Il quarto piano era stato diviso in una serie di uffici, sale per riunioni e stanze da letto. Mentre Stag Stopa dormiva con gli altri Cavalieri nel recinto, e gli altri funzionar! vivevano nelle loro abitazioni private, Feric dormiva in una stanza adiacente al suo ufficio, e anche Bogel era sistemato in modo analogo. Anche Ludolf Best, un ragazzo molto preparato, che con la sua intelligenza e dedizione sia alla causa che a Feric era stato scelto come attendente, dormiva nel quartier generale, dove poteva mantenersi costantemente agli ordini e al servizio del suo capo.
L'ufficio di Feric, anche se ovviamente era il più grande, era deliberatamente austero. I muri erano di legno grezzo come quelli di un accampamento militare, il soffitto era intonacato e il pavimento piastrellato, entrambi rossi e con una svastica nera in cerchio bianco al centro. Di fronte alla scrivania c'erano tre file di panche di legno, dove si potevano radunare per comunicazioni straordinarie o private dei gruppi limitati di collaboratori. Sulla scrivania - semplice, di quercia naturale - c'era la Gran Mazza di Held, appoggiata su un vassoio ricoperto di velluto nero. Il Comandante di Acciaio, i drappeggi neri intorno alle due finestre, la grande bandiera del Partito appesa a mo' di arazzo dietro la scrivania e un grande quadro a olio della Battaglia di Roost erano gli unici elementi decorativi dell'ufficio.
Sotto le insistenze di Bogel, e con una spesa considerevole, avevano acquistato un impianto televisivo privato - una semplice scatola di acciaio, con un lato di vetro, che se ne stava tranquillamente in un angolo della stanza. Ora, Feric e Bogel, seduti su una panca, si accingevano ad utilizzarlo per la prima volta.
- Vedi, Feric, è valsa la pena di spendere una cifra simile -, ripetè Bogel per la decima volta. - Con questo apparecchio, possiamo vedere qualunque trasmissione televisiva pubblica, ricavandone informazioni preziose.
Feric guardava con aria un po' scettica il ministro delle Finanze che riferiva un noiosissimo rapporto economico durante il telegiornale di mezzogiorno. Gli sfuggiva lo scopo di quell'acquisto; le trasmissioni pubbliche erano completamente controllate dal regime. Senza dubbio le trasmissioni televisive rappresentavano un mezzo di propaganda di straordinaria potenza, dal momento che potevano raggiungere ogni luogo pubblico in cui fosse installato un apparecchio; ma finché il governo aveva il controllo assoluto su questi mezzi di comunicazione, sembrava impossibile che il Partito potesse mai servirsi di quest'ultima meraviglia della scienza helder per i propri scopi patriottici.
Improvvisamente Feric spalancò gli occhi stupito, vedendo apparire sullo schermo, incorniciata da una svastica in fiamme, la sua immagine. La voce però non era la sua, ma quella del commentatore ufficiale: - …Questa terza adunata oceanica dei Figli della Svastica doveva concludersi nella tragedia della violenza…
A questo punto sullo schermo apparve la Passeggiata di Smeraldo completamente affollata di cittadini, tutti con al braccio fasce con la svastica, molti che agitavano torce. Si potevano scorgere dozzine di svastiche sventolare trionfanti sopra la grandiosa processione.
- La stupidità del regime libertario mi sbalordisce, Bogel! - esclamò Feric. - Sembra quasi che non dobbiamo far altro che porgere a questi cretini le pale e loro si metteranno tutti contenti a scavarsi la fossa.
- Stando a loro, stanno mettendo in guardia il popolo contro questa minaccia allo stato -, osservò Bogel. - E invece non fanno che render nota a tutta Heldon la nostra esistenza!
Ora lo schermo mostrava una formazione di Cavalieri che guidava la gente per le strade - splendidi, impeccabili sulle loro motociclette sgargianti, le uniformi attillate e i berretti scarlatti.
- …senza incidenti finché i dimostranti raggiunsero Borgo Grigio, dove vennero affrontati da squadre volanti di teppisti Universalisti…
Ecco che apparvero i sordidi quartieri di Borgo Grigio, le strade sudice via via invase dai Figli della Svastica. Improvvisamente, una squadra di uomini, tutti vestiti poveramente e sporchi, armati con tutta una serie di bastoni e coltelli, fecero irruzione da una strada laterale e si avventarono contro la folla di cittadini disarmati. Una dozzina o più di Cavalieri voltarono all'istante le moto e si lanciarono contro quella teppaglia vigliacca con i loro lunghi manganelli d'acciaio. Quei pochi assassini Universalisti che non furono messi a terra in un paio di minuti sparirono urlando dalla scena con la testa sanguinante.
Anche se il commentatore governativo continuava a blaterare di - banditi della Svastica - e di - teppisti Universalisti -, sottolineando che i loro scontri nelle strade andavano a detrimento della politica nazionale, Feric sapeva perfettamente che il buon helder che guardava lo spettacolo in piazza, insieme agli altri, avrebbe dato retta ai suoi occhi anziché ai vaneggiamenti di qualche gagà governativo, e che i suoi occhi avrebbero visto la Svastica trionfante. Il cervello dei traditori della razza era giunto a tal punto di putrescenza da far loro trasmettere propaganda alla Svastica senza che se ne rendessero neppure conto, perché la vista di uomini ammassati dietro l'insegna della svastica e il suo glorioso trionfo parlavano al cuore, mentre il massimo che la trita condanna di quell'altezzoso annunciatore poteva provocare era un mezzo attacco di bile allo stomaco dello spettatore.
- Ci dev'essere il modo di gabbare quei cretini e garantire al Partito delle trasmissioni pubbliche -, disse Feric. - Se riuscissimo a trasmettere la nostra propaganda sulle piazze di Heldon, spazzeremmo via quei degenerati che detengono il potere nel giro di un paio di mesi.
- Be', stando come stanno le cose, se non altro possiamo veder trasmessi i nostri raduni -, osservò Bogel.
Feric sorrise e annuì. - Qualche Universalista ammazzato nei bassifondi dopo una manifestazione, ed eccoci praticamente assicurato l'intervento della televisione!
Mentre Bogel spegneva l'apparecchio, Ludolf Best, un bell'esemplare di Verouomo, biondo, snello e fiero, elegantissimo nel mantello scarlatto sopra l'uniforme di cuoio nero, entrò nell'ufficio, si diresse deciso verso Feric, sbattè i talloni, salutò e rimase rigidamente sull'attenti.
- Cosa c'è Best?
- Comandante, c'è il brigadiere Lar Waffìng che chiede di essere ricevuto immediatamente.
- Cosa ne sai di questo Waffìng, Bogel?
- Un tipo importante. Comandante di corazzate aeree durante la guerra, un autentico giovane eroe. Anche se la sua famiglia è ricchissima, dopo la guerra ha voluto andare avanti nella carriera militare. Poi, raggiunto il grado di brigadiere, ha rassegnato le dimissioni per protestare contro la politica debole dell'attuale regime.
Questo Waffìng sembrava un vero patriota e un uomo di carattere, pensò Feric, e soprattutto aveva sicuramente un'influenza enorme nei circoli sia militari che economici.
- Fallo entrare, Best -, ordinò; poi si alzò, attraversò la stanza e si sedette dietro la scrivania, per una questione di dignità.
L'uomo che Best introdusse nell'ufficio aveva un'aria stravagante, anche se per null'affatto comica. Era alto, con bei lineamenti che esprimevano un altissimo livello di purezza genetica, un portamento virile e spavaldo, ma aveva messo su parecchi chili dai giorni in cui volava sulle sue corazzate. Portava una tunica grigia di stile militare decorata con un mucchio di galloni dorati e un mantello di un blu brillante; qualsiasi altro uomo della sua mole conciato in quel modo sarebbe sembrato ridicolo, ma Waffing aveva una virilità tutta sua che gli permetteva anche un simile abbigliamento.
I due uomini marciarono al passo fino alla scrivania e, lasciando Feric deliziato e sorpreso, Waffing si unì a Best nel saluto del Partito, ed esordì con un: - Heil Jaggar! -, veramente entusiasta.
Raggiante, Feric restituì il saluto, ordinò a Best di lasciarli soli e invitò Waffing a sedersi sulla panca vicino a Bogel. C'era qualcosa in quell'uomo che lo attirava istintivamente, a prescindere dall'utilità che avrebbe potuto avere per la loro causa.
- Mi sono reso conto che sei un tipo con cui si può parlare chiaro, Jaggar -, attaccò Waffing con voce profonda e spavalda. - Un uomo del mio stampo. Mi piace quel che state facendo. Come ho detto molte volte anch'io, l'unico modo di trattare i nemici della purezza genetica è spaccargli il cranio, e sono veramente contento di vedere che finalmente a Heldon c'è un Partito che si dedica proprio a questo. Mi piacciono le cose che dici, Jaggar; sono le stesse che da anni vado ripetendo, ma non ci so fare come te con le parole, e poi non avevo nessuna intenzione di sporcarmi le mani in mezzo alle meschinità dei giochi elettorali. Ma è evidente che tu hai fatto dei Figli della Svastica un'espressione di volontà razziale anziché un'associazione che vende aria fritta, e perciò sono onorato di offrirti i miei servigi.
Feric rimase profondamente toccato da quella professione di lealtà che veniva da un uomo di quel calibro. La sincera onestà di Waffing era assolutamente convincente, specialmente perché non conteneva nemmeno un pizzico di falsa umiltà. Soltanto un autentico Verouomo perfettamente cosciente della propria natura eroica poteva fare una dichiarazione così chiara di fede nella causa senza sembrare né arrogante né ipocritamente sottomesso.
- Benvenuto tra i membri del Partito, brigadiere Waffìng -, disse Feric. - Sono certo che servirai splendidamente la causa.
- Ne sono certo quanto te! - esclamò Waffing con una risata cordiale. - Da quel che mi è riuscito di scoprire della tua organizzazione - e non è poco, dal momento che ho libero accesso agli archivi del servizio segreto del Comando Supremo - quel che vi manca è una guida adeguata. Tu, naturalmente, possiedi le qualità istintive di un comandante supremo, Verouomo Jaggar, ma poi il livello militare naufraga completamente nell'abisso di quel ruffiano di Stopa.
- Stopa fa il suo lavoro abbastanza bene -, replicò Feric cautamente. - Le teste sfasciate di centinaia di assassini Universalisti testimoniano la forza e l'efficienza di cui i Cavalieri della Svastica danno prova sotto il suo comando.
Waffing sorrise. - Certo, certo. Sono convinto che per il momento riesca a guidare la sua piccola banda abbastanza bene. Ma non potete pensare seriamente di piazzare un tipo simile alla testa di un esercito regolare.
Feric colse un significato nascosto in queste parole. - I Cavalieri della Svastica sono soltanto una forza di sicurezza privata, è un po' azzardato considerarli un esercito regolare.
- Voglio parlar chiaro -, disse allora Waffing. - Molti al Comando Supremo simpatizzano per i Cavalieri della Svastica, ma questo non toglie che ci tengano a conservare il loro grado. Non permetteranno che i Cavalieri acquisiscano un potere maggiore sotto la dirigenza attuale.
- Sotto l'attuale dirigenza?
- Non ci si può aspettare che il Comando Supremo creda alle intenzioni amichevoli di una forza potente agli ordini di uno come Stopa. D'altra parte, se le vostre truppe d'assalto fossero guidate da un uomo che goda della fiducia dei generali, questi ultimi si convincerebbero ancor più che i Cavalieri della Svastica rappresentano un alleato anziché un rivale.
Feric non potè fare a meno di ridacchiare ad alta voce.
- Un uomo come te?
Waffing assunse un'espressione aperta, falsamente umile. - Non posso negare di essere un comandante di vastissima esperienza e di godere della fiducia del Comando Supremo. Quanto alle mie qualifiche personali, non mi sembra il caso di elencarle, Comandante Jaggar.
- È stato il Comando Supremo a suggerirti di venir qui?
La risposta di Waffing fu immediata, vigorosa, piena di sincerità ardente, davvero fanatica. - La mia lealtà va a te e ai Figli della Svastica Comandante! - gridò con occhi fiammeggianti. - Se me lo ordini farò l'inserviente addetto alle latrine pur di servire te e la Svastica! Il Comando Supremo non sa niente di tutto ciò; io mi sono limitato a informarti delle tendenze dei generali e a suggerire una soluzione.
La situazione era limpida come un cristallo. Con Stopa al comando, l'esercito non avrebbe permesso ai Cavalieri di rafforzarsi fino a diventare una minaccia potenziale - al punto, cioè, di diventare una forza militare efficiente. Con Waffing come comandante militare, i generali se la sarebbero presa meno e avrebbero potuto esser convertiti alla causa, dal momento che erano dei patrioti helder. D'altra parte, il nucleo dei Cavalieri era costituito da ex Vendicatori e dagli uomini da loro reclutati; gente che aveva per Stopa una venerazione inferiore soltanto al rispetto che avevano per lui. Sostituire Stopa con un estraneo come Waffing avrebbe sicuramente creato guai nei ranghi. Bisognava trovare una soluzione intelligente.
- Ti nominerò segretario alla sicurezza del Partito - disse Feric a Waffing. - Creerò una nuova guardia del corpo che verrà chiamata Squadra Svastica, un'autentica élite di cui si farà parte grazie alla devozione, alla purezza genetica, alla forza fisica e all'intelligenza superiore. Tu non comanderai direttamente né i Cavalieri né la Squadra Svastica; ma, in forza della carica di segretario alla sicurezza, sarai il diretto superiore dei capi di entrambe le truppe d'assalto. Questa sistemazione dovrebbe raddolcire il Comando Supremo.
Waffing scoppiò in una risata. - Un colpo di genio! Io stesso non sarei riuscito a escogitare di meglio! - Rise un'altra volta. - Quando mi conoscerai meglio -, disse con una certa malizia, - ti renderai conto che razza di complimento ti ho fatto con quest'ultima ammissione, parola di Lar Waffing!
A queste parole, né Bogel né lo stesso Feric poterono trattenersi un'allegra risata cameratesca.
Finalmente Feric riuscì a indire la prima riunione generale del Circolo della Svastica, la gerarchla di Partito completamente riorganizzata e ribattezzata, e non poteva non essere profondamente soddisfatto delle modifiche che aveva apportato. Erano spariti i vecchi titoli di Partito, oscuri e banali, rimpiazzati da riconoscimenti al rigore e alla forza, che inoltre servivano a saldare completamente la catena di comando. Sparite anche le idiosincrasie personali con cui i vari capi del Partito lo avevano accolto; ad eccezione di Stopa con l'uniforme marrone di Cavaliere, tutti gli uomini seduti intorno al rude tavolo di quercia della sobria sala delle conferenze risplendevano nel cuoio nero caratteristico dell'elite di Partito.
La composizione del Circolo della Svastica era l'esatta emanazione della sua volontà. Bogel adesso era Comandante Supremo del Volere Pubblico, incaricato di formulare gli scopi del Partito e nello stesso tempo di fare in modo che questi scopi coincidessero con i desideri del popolo helder, eliminando in questo modo gente come Parmerob e Marker dai gradi più elevati del partito. Haulman rimaneva Tesoriere, ma privato del grado di Comandante Supremo: una distinzione che chiariva anche troppo bene i rapporti tra le necessità economiche e la politica del Partito. Waffing era Comandante Supremo alla sicurezza. A Stopa era toccato il titolo ambiguo di Comandante dei Cavalieri della Svastica, che lo qualificava come sottoposto a Waffing, anche se gli dava diritto d'ammissione al Circolo della Svastica. Proprio per enfatizzare la supremazia della sua posizione di Sommo Duce, Feric aveva ammesso al Circolo anche Best con tutti gli onori di un Comandante Supremo, anche se il ragazzo si ritrovava senza neanche un subordinato ai suoi ordini. Quanto a Bluth e Decker, erano stati relegati nell'anonimato più totale, come si addiceva a simili nullità. La sede del Partito, insomma, era stata perfettamente pulita e riordinata in vista delle future, eroiche battaglie.
Feric aprì la seduta senza formalismi; l'atmosfera ricordava più una riunione di camerati riuniti per discutere di strategia bellica che non la solita assemblea di un partito borghese, banale e squallida. - Nostro obiettivo finale è ristabilire il dominio dei Veriuomini su tutta la Terra abitabile e distruggere definitivamente ogni razza subumana cosciente. Il primo passo decisivo in questa direzione deve essere l'instaurazione del dominio assoluto della Svastica su Heldon. Dobbiamo metterci in marcia subito per conquistare concretamente il potere assoluto.
Un entusiasmo eccitato e ardente accolse queste parole decise. Remler in particolare - il Comandante della nuova Squadra Svastica ammesso al Circolo per semplici questioni di simmetria - aveva gli occhi infiammati dal fanatismo, quei suoi occhi di ghiaccio che emanavano una frenesia patriottica quasi palpabile, come del resto i lineamenti aquilini del volto.
- Con cinquecento moto e cinquemila ragazzi, i Cavalieri possono prendersi Walder in un giorno -, assicurò Stopa. - Con mille moto e diecimila uomini, marceremo su Heldhime e schiacceremo sotto gli stivali tutti quei vermi!
- Non è così semplice -, disse Waffìng, senza però alzare la voce. - Se i Cavalieri conquistano Walder o marciano sulla capitale, il governo ordinerà all'esercito di eliminarci. Anziché rimanere impaurito di fronte a un nemico armato, lo stato maggiore muoverà contro di noi e la nostra causa sarà persa. Non abbiamo speranze di sconfiggere l'esercito regolare in una guerra civile.
- Io, per parte mia, propendo per una vittoria elettorale -, disse Bogel. - Presto ci sarà la rielezione del Consiglio; ci sono in gioco tutti e nove i seggi, e credo proprio che riusciremo a fare eleggere almeno Feric. Con lui a Heldhime come Consigliere, dovremmo sicuramente riuscire a piazzare altri quattro uomini alle prossime elezioni, che si terranno tra cinque anni soltanto.
La faccia lucida e magra di Remler splendeva di indignazione. - Non possiamo neanche pensare di aspettare altri cinque anni per impadronirci del potere! - esclamò. - Quanti geni andranno persi in cinque anni? Fin dove giungeranno 1 Dom nella loro opera di contaminazione di Heldon? Quanto si rafforzeranno gli Universalisti? È nostro preciso e sacro dovere razziale impadronirci del potere assoluto nel minor tempo possibile!
- Ben detto! - assentì Feric. Aveva fatto proprio bene a scegliere Remler come capo delle SS; era un idealista brillante, ma assolutamente dogmatico, e aveva afferrato perfettamente l'imperativo categorico della loro impresa morale. Gli erano proprio congeniali i due lampi scarlatti che aveva scelto come insegna delle SS, dato il suo ardore e il suo comportamento; era un esempio superbo per l'elite di purosangue genetici che era destinato a guidare.
Il discorso di Remler non aveva fatto che confermare l'opportunità morale e pragmatica del piano che Feric aveva già messo a punto. Cercare d'impadronirsi del potere soltanto attraverso l'ormai decadente legalitarismo elettorale sarebbe stato un tradimento verso la santa causa della purezza genetica. Certo, una campagna politica avrebbe fornito al Partito un obiettivo utilissimo e, soprattutto, a ogni candidato al Consiglio era concessa un'ora di emissione televisiva sulla rete nazionale ogni settimana, perché l'impiegasse come meglio credeva.
- Ho deciso la nostra prima mossa -, dichiarò Feric. - Io e io solo cercherò di ottenere il seggio al Consiglio. Il fatto che la mia candidatura ci permetterà di usufruire di un'ora alla settimana di televisione pubblica da utilizzare per la nostra propaganda - che non deve necessariamente limitarsi alle solite banalità elettorali - basta da solo a convincermi a tentare. Durante la campagna, organizzeremo adunate oceaniche e mostreremo a tutti la nostra forza. Staneremo gli Universalisti per le strade con le armi e i pugni e renderemo la vita dura anche ai Tradizionalisti e ai Libertari. Lo scopo non sarà tanto vincere le elezioni, quanto piuttosto risvegliare il patriottico popolo di Heldon con la nostra determinazione a conquistarci il potere e con la nostra capacità ideologica e genetica di farcela. Ci tireremo addosso di proposito l'ira delle squadre di crumiri Universalisti per potergli sfracellare il cranio. Non useremo il Partito come mezzo per vincere le elezioni; al contrario, useremo le elezioni come mezzo per favorire gli scopi finali del Partito.
A questo punto, anche Remler si unì agli altri nell'applauso. Lo strumento della vittoria finale era stato forgiato; ora bisognava impugnarlo con fanatismo instancabile e forza schiacciante.
Lo Stadio Municipale di Heldhime era un gigantesco recinto di cemento in grado di contenere più di centomila persone, e la sera in cui i Figli della Svastica vi tennero la loro prima adunata oceanica era assolutamente al completo, anche i posti in piedi. La tribuna d'onore e tutta la parete interna erano state addobbate con festoni che riproducevano il motivo rosso, bianco e nero delle svastiche, che da solo bastava a creare un'atmosfera di ardente patriottismo.
Un palco era stato allestito esattamente nel centro del campo da gioco; un semplice cubo di legno dipinto di bianco alto tre metri e mezzo. Stando lì sopra, l'oratore poteva essere visto da ogni punto dello stadio.
Intorno al palco e su tutto il campo si stendeva una marea di uniformi e di fuoco. Ottomila Cavalieri della Svastica erano schierati sull'attenti con in pugno torce infuocate. Tra loro c'erano duemila Squadristi della Svastica in uniforme di cuoio nero che formavano una grande svastica umana con al centro il palco dell'oratore. Le SS non avevano torce e il campo, visto dalla tribuna più alta dove Feric aveva fatto piazzare le telecamere, appariva come un enorme cerchio fiammeggiante che inquadrava una gigantesca svastica nera, scintillante come metallo nella luce concentrata delle torce. Il palco candido spiccava al centro di questa enorme svastica nera come il cuore dell'universo.
Mentre aspettava nella cavità del palco insieme a Lar Waffing che la riunione iniziasse, Feric era preda di uno stato di esaltazione quasi insopportabile; questo raduno oceanico indetto per annunciare la sua candidatura avrebbe rappresentato l'apice della più esaltante settimana che avesse vissuto a Heldon, La prima visita alla più grande città del mondo, con la sua architettura eroica e la tecnologia avanzatissima, era già abbastanza eccitante per conto suo; ma - e questo lo riguardava più da vicino - Heldhime era in tutti i sensi il centro del potere a Heldon, Qui avevano sede il Consiglio, i quartieri generali dei ministeri governativi, il Comando Supremo dell'esercito e i maggiori complessi industriali della Repubblica Superiore. Era qui che venivano svolte le ricerche scientifiche più avanzate ed effettuati gli incrementi produttivi. Qui c'erano i gangli del potere, pronti per essere conquistati.
Waffing lo aveva presentato ai circoli economici più esclusivi, oltre che ai membri più influenti del Comando Supremo dell'esercito. Molti industriali avevano versato contributi al Partito e tutti i generali avevano mostrato la loro avversione per gli Universalisti e i Dom, ammettendo apertamente di attendere con impazienza l'ordine di massacrare quei vermi. Dal canto suo, Feric li aveva lasciati con la solenne promessa che, una volta diventato sovrano di Heldon, il loro desiderio sarebbe stato esaudito.
La fama lo aveva preceduto nella capitale, e piccole folle di cittadini festanti gli si accalcavano intorno ogni volta che compariva in pubblico. Ufficiali che non aveva mai visto lo accoglievano entusiasticamente con il saluto del Partito. Quando andò a teatro, prima che potesse prender posto nel palco, gli fu tributata un'ovazione di tre minuti dal pubblico in piedi.
Aspettava dunque l'inizio dell'adunata con un senso di acuta preveggenza e una sconfinata fiducia in se stesso.
Quando venne allacciato il collegamento televisivo, Lar Waffing, straordinariamente imponente nell'uniforme nera con il mantello e la svastica rossa, gli augurò buona fortuna con una stretta di mano. Poi Feric si arrampicò sulla scaletta di legno che portava sul palcoscenico, accolto da una valanga di applausi e saluti. L'ora fatale era giunta! In quello stesso momento, Bogel stava parlando a Walder, in Arn Square, dove migliaia di cittadini si erano radunati intorno al televisore pubblico per ascoltare il discorso di Feric. In ogni città e villaggio del paese3 i Figli della Svastica avevano indetto adunate grandi e piccole e ovunque, in quel preciso istante, si preparavano ad annunciarlo.
Waffìng si avvicinò al microfono e chiese silenzio con un gesto; immediatamente il gigantesco brusio cessò. La presentazione fu breve e perfetta.
- Figli della Svastica, amici patrioti, helder autentici, ovunque siate, vi presento il Sommo Duce dei Figli della Svastica, il nostro grande e glorioso capo, Feric Jaggar!
Improvvisamente lo stadio si trasformò in un vero manicomio. Sembrava che la gigantesca folla fosse decisa a perdere la voce a furia di gridare; le torce sventolavano follemente per tutto il campo e le SS, ferme nella formazione a svastica, ripetevano cento, mille volte il saluto perfettamente all'unisono. Lentamente, Feric salì la scala e apparve sul palco, subito avvolto in quel suo terrificante, splendido universo di fiamme e grida e saluti frenetici. Alla vista dell'eroica figura, splendente nell'uniforme attillata dai magnifici colori - il nero, il cromo e il rosso della svastica sul mantello svolazzante, là Gran Mazza di Held assicurata alla cintura borchiata, gli stivali alti decorati con rossi fulmini dardeggianti - l'entusiasmo della folla raggiunse l'apice della frenesia.
Feric congedò Waffìng con una manata sulla spalla e rimase lassù, solo, sul palco bianco, al centro della gigantesca svastica umana illuminata dalle torce. Era completamente circondato, inghiottito dagli applausi, dai saluti, dai cenni entusiastici degli helder, era l'anima profonda delle migliaia di persone che vedeva intorno a sé e di quei milioni sparsi nel paese che aspettavano davanti al televisore le sue parole. Il boato della folla era come il leggendario tuono degli antichi, un tuono che sconquassava i cieli, intenso e magnifico, un tuono che lo innalzava in una dimensione eroica, mitica.
Al centro di questa svolta storica e dell'oceano di fuoco patriottico, sentì la forza d'un destino cosmico scorrergli nelle vene e riempire il suo essere della volontà razziale del popolo helder. Era al culmine della forza evolutiva; parlando, avrebbe innalzato il corso dell'evoluzione umana a nuove altezze di purezza razziale con la sola forza di volontà. Dalle sue labbra parlava la voce collettiva dei Veriuomini. In quel momento, in quell'atto, lui era il Partito, era la volontà razziale… era Heldon. Al culmine dell'ovazione, sollevò il braccio nel saluto del Partito, e il silenzio che cadde all'improvviso era forse ancor più straordinario del tumulto precedente. Sembrava che tutto il mondo trattenesse il respiro, in attesa delle sue parole.
- Helder, amici -, iniziò semplicemente, mentre l'eco gli riportava la voce e riempiva il silenzio con la sua presenza, - sono qui davanti a voi, oggi, per annunciarvi la mia candidatura al Consiglio di Stato. Io solo mi presenterò come rappresentante dei Figli della Svastica, perché concorro a quel seggio non come un Consigliere qualunque per unirmi alla plebaglia decadente che controlla tutta la farsa, ma per arrivare a gettare questi deboli codardi traditori nella fogna della storia. L'elezione di una maggioranza della Svastica al Consiglio non basterebbe a salvare i Veriuomini dai pericoli che li minacciano; neppure un Consiglio composto esclusivamente da Figli della Svastica basterebbe. A sfide eroiche si risponde con atti eroici!
Con deliberata lentezza, in modo che a nessuno potesse sfuggire il gesto, posò la mano destra sull'impugnatura della Gran Mazza di Held, anche se si trattenne dal sollevarla.
- Un tempo la Gran Mazza era lo scettro dei re di Heldon; ora sono io a impugnarla, non per rivendicare un titolo regale, ma per servirmene come strumento della nostra volontà razziale. Partecipo a queste ridicole elezioni soltanto per permettere alla volontà razziale di manifestarsi a livello di Consiglio! Una volta eletto, agirò non in base ai decreti di una qualsiasi maggioranza numerica, e neppure con una certa lealtà a questo meschino legalitarismo, ma secondo il principio di costante devozione alla volontà razziale, alla purezza genetica di Heldon e alla causa della vittoria definitiva dei Veriuomini su mutanti e ibridi, ovunque essi siano!
Ancora una volta, a queste parole, lo stadio sovraffollato esplose in un'ovazione lunghissima e tonante, mentre le SS ripetevano all'infinito il saluto con perfezione ferrea e forza fanatica.
Feric tolse la mano dal Comandante d'Acciaio e la sollevò in alto, chiedendo silenzio. Il brusio si spense all'istante, e si poteva immaginare lo stesso silenzio propagarsi progressivamente a tutte le piazze del paese, a tutti i milioni di persone che in quell'attimo erano uniti in una sorta di comunione mistica, di volontà razziale.
Scegliendo parole un po' più misurate, Feric riempì il silenzio sospeso con la sua voce che parlava direttamente ai precordi di ogni helder. - Oggi io chiedo a ogni Verouomo di Heldon, a ogni patriota, a ogni esemplare del genotipo umano autentico, a ogni suddito di questo regno di trasformarsi in una schiera di eroi irati e di sostenere i Figli della Svastica, gli unici sostenitori della nostra causa razziale e della causa dell'evoluzione pensante, fino alla vittoria finale e definitiva!
Ancora una volta la mano impugnò la Gran Mazza di Held. - Non sono qui a pietire i vostri voti come i politicanti borghesi, quelle donnicciole! - gridò. - E neppure cerco di carpirvi voti con le menzogne come gli Universalisti, lacchè dei ripugnanti Dominatori subumani. In quanto incarnazione vivente della volontà razziale, è mio diritto esigerli! E esigo di più! Io ordino ai veri figli di Heldon di riversarsi nelle strade stanotte, in massa, forti, imbattibili. E vi ordino di convincere, con il vostro patriottismo fanatico e la vostra straordinaria presenza, ogni persona che incontrerete della giustizia della nostra causa, dell'inarrestabilità della nostra volontà e della certezza della nostra vittoria finale e definitiva! E se la feccia Universalista osasse mostrare il suo lurido muso, spaccategli il cranio e calpestate sotto gli stivali i resti dei loro corpi schifosi! E se sostenitori di altri partiti vi ostacolassero a parole o di fatto, convincete quelli in grado di ragionare ed eliminate gli altri! Che le forze della Svastica marcino su Heldon stanotte, sino all'alba! Prendiamoci le strade!
Con queste parole, sguainò la Gran Mazza di Held e la sollevò verso il cielo - un enorme stelo d'acciaio puntato verso le stelle. L'estremità rotonda e scintillante catturò il bagliore intenso delle torce e lanciò per tutto lo stadio lampi potenti, quasi a manifestare fisicamente la propria forza razziale a tutta Heldon.
A questo segnale, migliaia di Cavalieri e SS iniziarono a inumare a ranghi serrati in cerchio, facendo perno attorno al palco, riempiendo lo stadio e l'intera Heldon col tuono scandito dei loro passi marziali, d'acciaio. In alto, il grande cerchio di fuoco sembrava immobile mentre la grande svastica nera delle SS ruotava intorno a Feric ininterrottamente e irresistibilmente, come la ruota stridente del destino. E a Feric parve di trovarsi sull'asse del mondo, con Heldon che gli ruotava ai piedi, la volontà razziale incentrata nel suo essere. Fu allora che le sue parole raggiunsero il massimo del fanatismo trascinatore.
- Heil Heldon! - gridò con ogni fibra fìsica e mentale del suo essere. - Heil Svastica! Heil vittoria finale!
In piedi, al centro della grande svastica ruotante, epicentro dell'esplosione nazionale di volontà razziale, il corpo che echeggiava il tuono violento di quattordicimila piedi in marcia, Feric si sentì completamente fuso col suo popolo, come se ogni helder che in quel momento correva per le strade del paese fosse un'estensione della sua carne, del suo essere.
E da centomila gole nello stadio, da milioni di nuovi fanatici seguaci della Svastica che affollavano ogni piazza della nazione, venne la risposta, gridata all'unisono con la gran voce razziale delle montagne e della terra, dei fiumi e dei boschi scuri e, dalle magnifiche foreste di braccia levate, la voce stessa della razza con un urlo trascendente che scosse con fragore di tuono ogni molecola di terra ruggì: - HEIL JAGGAR: HEIL JAGGAR; HEIL JAGGAR!
FIN dall'inizio, il risultato delle elezioni era scontato. Visto che Feric era l'unico candidato della Svastica, mentre gli altri partiti presentavano nove candidati per coprire il numero di seggi disponibili, la sua elezione era assicurata. Era anche assicurato che sarebbe stato l'unico Consigliere della Svastica in un Consiglio che probabilmente sarebbe stato ancora una volta dominato dai Libertari, risultato che tuttavia non gli dispiaceva. Molto meglio essere un eroe solitario contro una banda di traditori e fannulloni, che il capo di un partito di minoranza.
Visto che non c'era da discutere sul risultato delle elezioni, la campagna poteva essere utilizzata per raggiungere ulteriori obiettivi fondamentali: dimostrare il fanatismo incrollabile e potente con cui i Figli della Svastica perseguivano i loro sacri scopi e la volontà razziale che parlava per bocca di Feric. Fortunatamente, erano due scopi del tutto compatibili tra loro; ci si poteva dedicare a entrambi senza spreco di energie e concentrazione di forze.
Tre giorni prima delle elezioni, dunque, Feric si trovava in piedi, ben eretto, nella cabina posteriore della sua automobile di rappresentanza, al solito splendido nell'uniforme di cuoio nero con berretto scarlatto, il Comandante d'Acciaio in mano perché tutti potessero vederlo, pronto a guidare i suoi uomini nella battaglia decisiva della campagna elettorale. Con lui nella vettura, c'erano anche Bors Remler e Rudolf Best, essi pure con l'uniforme dell'elite del Partito e armati di nuovissimi fucili mitragliatori.
La truppa che Feric guidava lungo le strade di Heldhime verso Oak Park era per forza di cose la più grande e la più bella di quelle sino ad allora organizzate dai Figli della Svastica, poiché Feric aveva deliberatamente sfidato la feccia Universalista a fare del suo peggio annunciando grandiosamente che l'ultima manifestazione pre - elettorale dei Figli della Svastica avrebbe avuto luogo proprio nel parco sudicio situato nel bel mezzo di Borburg, un quartiere maleodorante, il più popoloso e lurido covo di Dominatori e dei loro lacchè Universalisti di tutta Heldon. Se gli Universalisti avessero permesso lo svolgersi dell'adunata senza attaccarla, ne sarebbero usciti completamente screditati come avversari politici non soltanto a Heldhime, ma in tutta la Repubblica, visto che Feric aveva deciso di dedicare proprio al raduno l'ultima ora disponibile di trasmissione televisiva.
D'altra parte, Feric sapeva che i Figli della Svastica dovevano mostrarsi in grado di garantire la sicurezza e l'incolumità della loro riunione in quella zona profondamente ostile oppure sopportare la stessa onta. Aveva quindi radunato una truppa in grado di cavarsela magnificamente in ogni eventualità. Davanti all'automobile c'era un furgone blindato con una traversa di ferro, dietro cui erano piazzati tre mitra SS. Il furgone trasportava una truppa scelta dei migliori purosangue SS armati di manganelli e fucili a ripetizione. Una squadra di SS in motocicletta circondava da vicino l'automobile presidenziale, in un'esplosione di motori tenuti al massimo, lucenti cromature e cuoio nero. Dietro all'automobile, marciavano cinquemila Cavalieri della Svastica portando manganelli, torce, bandiere con la svastica e pesanti catene. Dietro la truppa appiedata venivano duemila Cavalieri in motocicletta, e come retroguardia cinquecento arditi SS armati di mitra e manganelli.
Nel corso della campagna, sìa le SS che i Cavalieri si erano comportati magnificamente. I provocatori che infestavano i raduni della Svastica non facevano a tempo ad aprir bocca che si ritrovavano col cranio fracassato dai manganelli delle SS; i Cavalieri scorrazzavano in lungo e in largo, al punto che nessun oratore Universalista o borghese riusciva a parlare davanti a dieci persone alla volta senza diventare lo sfortunato bersaglio dei loro pugni d'acciaio. Per tre volte gli Universalisti avevano provato a indire delle manifestazioni e per tre volte le truppe d'assalto motorizzate li avevano dispersi.
Ora, comunque, ci si poteva davvero aspettare di tutto da Dom e Universalisti. Mentre la macchina seguiva il furgone corazzato lungo la Torni Avenue, un budello lurido fiancheggiato da baracche e tende in rovina, Feric afferrò saldamente l'impugnatura della Gran Mazza pronto, ansioso, anzi, di passare all'azione.
- Duce, guarda! - gridò improvvisamente Best, indicando la strada con la canna del mitra. Una rozza barricata fatta di travi, casse e ogni genere di rifiuti e spazzatura era stata innalzata in mezzo alla strada in modo da sbarrare il passaggio alle motociclette. Dietro la barriera improvvisata, era ammassata una feccia disperata di poveracci, evidentemente controllati dai Dom, armati di mazze, bastoni, coltelli, qualunque cosa gli fosse capitata a portata di mano; e questi miserabili dagli occhi allucinati brulicavano per la strada a perdita d'occhio. Sopra la lurida plebaglia sventolavano vecchi e sporchi stracci blu con la stella cerchiata di giallo - l'insegna di guerra degli Universalisti controllati dai Dom.
- Non preoccuparti, Best -, disse Feric, - non ci metteremo molto a spazzar via questi vermi! - Proprio per un'eventualità del genere, infatti, aveva fatto attrezzare il furgone.
A una ventina di metri dalla barricata le mitragliatrici del furgone si alzarono. La feccia beffarda dietro la barricata esplose in urla di dolore, paura, rabbia, mentre le sue fila venivano insanguinate e decimate dalle pallottole. Il sangue sgorgava a fiotti da innumerevoli ferite. I morti e i feriti venivano calpestati dagli stessi compagni, che si spingevano e si affannavano in un tentativo frenetico quanto inutile di scappare dalla strada e sfuggire alle truppe della Svastica; ma dato che la strada era cioccata quant'era lunga, ne risultava un'azione impossibile quanto vigliacca.
La corazza del furgone colpì la rozza barricata alla velocità di venticinque miglia all'ora, mandandola in mille pezzi e spingendo da parte i detriti. I tiratori SS all'interno cominciarono a far fuoco direttamente sulle tende ai lati della strada, aumentando il panico.
- Avanti! - gridò Feric a pieni polmoni, agitando nell'aria la Gran Mazza di Held. Quando le mitragliatrici del furgone tacquero, l'automobile del duce, circondata dalla guardia d'onore di motociclisti SS, guidò l'enorme schiera di Cavalieri appiedati dritto in mezzo alla massa di Universalisti.
I manganelli dei Cavalieri andavano su e giù, su e giù, instancabili, scaraventando a terra esseri urlanti controllati dai Dom; le catene sibilavano nell'aria come mulini a vento, spaccando teste di Universalisti come fossero uova. Improvvisamente una dozzina di tipi robusti, armati di lunghi coltelli, superarono di forza lo schermo dei motociclisti e si scagliarono contro l'automobile presidenziale, gli occhi lucidi della folle frenesia degli schiavi dei Dom e la bava alla bocca.
- Duce! - urlò Best, mentre ne disintegrava due col mitra. Feric si sentì attraversato dalla potenza infinita del Comandante d'Acciaio; con un selvaggio grido di battaglia, saettò senza sforzo la mazza nell'aria. Colpì i primi due attentatori sul mento e trapassò la carne come fosse stato formaggio, tagliandoli in due in uno sfacelo di organi e sangue. Ripresosi, spaccò il cranio ad altri tre, mentre Best e Remler se la vedevano con i rimanenti con i fucili mitragliatoli.
Come un'orda di bestiame scalpitante o un branco di maiali folli di terrore, i pezzenti cercavano freneticamente di arretrare, incespicando, calpestando i resti dei loro stessi compagni nella furia vigliacca di sfuggire all'ira implacabile delle forze della Svastica. Mentre la colonna della Svastica si faceva largo verso Torm Avenue, squadre di Cavalieri e di SS entravano nelle sordide catapecchie e ne strappavano fuori i luridi abitanti sospetti che si erano ben guardati dal prender parte alla mischia; era quasi certo che si trattava di Dom, perciò vennero passati per le armi sul posto. Una volta ripulite dei vermi che le abitavano, le baracche vennero date alle fiamme, tanto per essere sicuri. Mentre la colonna avanzava verso Oak Park con impeto sempre crescente, Feric si trovò a passare in un tunnel di fuoco e fumo fetido via via che 1 maleodoranti attendamenti di Borburg svanivano nelle fiamme purificatrici. La strada era molto più affollata del solito, per così dire, dato il numero di corpi sfracellati di Dom e dei loro lacchè Universalisti che vi erano disseminati. Un figura furtiva si stagliò sulla porta di una baracca in fiamme; istantaneamente Best lo fece a pezzi con il mitra: era un Dom.
Improvvisamente, uno dei corpi su cui l'automobile stava passando si sollevò, si aggrappò alla carrozzeria e lanciò un lungo pugnale impastato di sangue secco contro la gola di Feric, urlando: - Crepa lurido uomo! - Feric, non riuscendo ad agguantare il Comandante d'Acciaio, prese il Dom urlante per il collo con la mano sinistra e strinse, strinse, finché non gli vide arrovesciare gli occhi, e allora lo ributtò da dove era venuto.
In breve tempo la colonna raggiunse Lormer Street, proprio di fronte a Oak Park, che era un grande prato mal tenuto pieno di erbacce e rifiuti di ogni genere; anche qui, all'aperto, dominava il putrido, acre odore caratteristico di Borburg, e il piedestallo di cemento su cui poggiava il televisore pubblico era completamente ricoperto di scritte oscene e vili insulti politici. Il parco era letteralmente invaso dalla feccia più sordida, almeno diecimila pezzenti armati di mazze, coltelli, manganelli e armi da fuoco, infiammati dai loro padroni nascosti a dissetarsi di sangue.
Feric agitò tre volte in alto il Comandante d'Acciaio, e a questo segnale iniziò una manovra complicatissima che venne portata a termine con stile e precisione. Le SS scesero dal furgone e si misero alla testa di due grandi falangi dì Cavalieri, che avanzarono in due direzioni lungo Lormer Street, mettendo in fuga la plebaglia e liberando la strada. Altri Cavalieri percorsero prima Torm Avenue per unirsi a loro in Lormer Street, in modo che presto tutto il tratto di strada che fronteggiava il parco fu occupato da una ingente formazione di Cavalieri. Un silenzio improvviso rotto soltanto dal crepitio delle fiamme e dal gigantesco boato delle motociclette, cadde sulla scena quando la feccia codarda radunata nel parco si trovò improvvisamente a dover affrontare un autentico muro di eroi vestiti di cuoio marrone. Lo sgomento si esprimeva in un alto lamento collettivo. Poi, a un altro segnale di Feric, 11 centro della formazione di Cavalieri si mosse, e le SS motorizzate, scintillanti di cuoio nero e cromo, raggiunsero la linea di combattimento più avanzata, formando uno scudo di motociclette d'acciaio e di indomita decisione davanti alle truppe appiedate. L'automobile di Feric avanzò fino a prender posto proprio nel centro dell'avanguardia di eroi.
Quanto ai Cavalieri in motocicletta e alla fanteria, in quel momento Stag Stopa li stava guidando intorno alle strade in fiamme di Borburg in modo da arrivare dietro Oak Park e impedire un'eventuale ritirata.
Feric lanciò uno sguardo alla plebaglia disorientata che ora aveva preso a schernirli con ben poca convinzione e faceva sfoggio delle proprie armi in un penoso tentativo di falsa spavalderia; poi controllò gli schieramenti perfetti e l'eleganza uniforme dei gagliardi Cavalieri e dell'elite delle SS, osservando lo splendido contrasto che costituivano di fronte all'odioso marciume che fronteggiavano. Che spettacolo emblematico sarebbe apparso sugli schermi televisivi posti nelle piazze di Heldon!
Feric era in piedi, dritto sul tettuccio della sua automobile, e mentre con la mano sinistra si teneva attaccato al sedile di Best, con la destra puntava verso il cielo il pugno d'acciaio scintillante che ornava il puntale della Gran Mazza.
- Heil Heldon! - gridò con la voce possente che sovrastò il fragore. - Morte ai Dominatori e ai loro servi Universalisti! - Con un ampio movimento ad arco, riabbassò il Comandante d'Acciaio, e con un ruggito squassante di: - Heil Jaggar! - le forze della Svastica partirono all'attacco.
La prima linea di motociclisti si gettò contro l'avanguardia nemica sotto il fuoco di protezione di parecchi tiratori SS. Con grandi urla di terrore e sgomento, centinaia di miserabili dagli occhi allucinati caddero a terra nel loro stesso sangue mentre l'acciaio gelido disintegrava i crani e le ruote maciullavano le ossa di chi era al suolo. Lanciandosi negli spazi aperti dall'avanguardia di motociclisti, caricarono allora i Cavalieri, saettando i manganelli e facendo sibilare le catene, spezzando ossa e fracassando teste, e allargarono l'apertura che già le SS avevano creato per loro. L'autista di Feric porto la macchina proprio sul fronte principale degli scontri. Mentre Best e Remler decimavano la plebaglia stravolta a mitragliate, Feric descriveva con il Comandante d'Acciaio grandi archi di morte, maciullando dozzine di crani, spezzando decine di ossa, squarciando letteralmente a metà i nemici, per i quali ogni colpo rappresentava un'incredibile rovina. Che spettacolo eccitante per gli spettatori di Heldon, e che esempio per gli helder!
Dopo pochi minuti di furibondo attacco, i ranghi degli Universalisti precipitarono nel caos più totale e nel panico più cieco e assoluto. Quelli che si trovavano nel cuore della mischia erano così profondamente terrorizzati dalla straordinaria forza delle truppe della Svastica che neppure le volontà dei Dom disseminati nella folla riuscivano a mantenere una parvenza di ordine. Il loro unico pensiero era fuggire prima di ritrovarsi col cervello spappolato, e nel panico della fuga si trovavano a combattere addirittura contro i loro stessi compagni che erano ancora sotto l'influsso dei Dominatori e finivano per ammazzarsi l'un l'altro agevolando il compito dei Cavalieri e delle SS.
Mentre l'auto presidenziale si inoltrava nel parco, fu improvvisamente attaccata da una ventina circa di nemici armati di bastoni e coltelli ed evidentemente votati al fanatismo suicida da qualche Dom nelle vicinanze. La metà cadde sotto i colpi furiosi dei mitra di Best e Remler; Feric ne eliminò altri cinque con un solo colpo del Comandante d'Acciaio. Poi vide un essere grigio e contorto, gli occhi neri e lucidi, appeso all'automobile.
Tenendosi attaccato con la sinistra, si allungò fin quasi a cadere nella mischia e con un colpo perfetto colpì in pieno il cranio del Dom, inondando l'aria di materia cerebrale. Immediatamente, i luridi Universalisti che un attimo prima gli si erano scagliati addosso impavidi si eclissarono in varie direzioni, urlando terrorizzati.
Le SS intanto avevano concentrato i loro attacchi sui Dom che riuscivano a individuare, e ben presto si ritrovarono ad avanzare con velocità e facilità raddoppiate. L'esito della battaglia non era mai stato dubbio. Anche se gli Universalisti combattevano con ferocia animale nelle vicinanze dei Dom, mancavano di volontà e disciplina, per non parlare di una guida ispiratrice, necessarie a conservare almeno l'apparenza di una resistenza strenua. Nei combattimenti corpo a corpo un solo Cavaliere valeva almeno dieci di questi esseri bestiali e, per quanto riguardava le SS, la loro superiorità tattica e strategica rispetto a quella feccia era comparabile soltanto in termini astronomici.
Non ci volle molto perché la teppaglia abbandonasse ogni speranza di vittoria, e perfino i Dom che comandavano l'orda di schiavi non poterono pensare ad altro che alla fuga. Con un gigantesco impeto della retroguardia, i ranghi dei luridi Universalisti si spezzarono e tutti si misero a correre verso Ophal Street, l'estremità nord del parco, allontanandosi il più possibile dal clamore della attaglia. E così, tutt'a un tratto, i Cavalieri e le SS si ritrovarono e inseguire un'orda sparsa, informe e terrorizzata di rifiuti umani agonizzanti che arrancavano verso nord attraverso il parco.
L'automobile di Feric guidava i trionfanti inseguitori, mentre i fucili di Remler e Best decimavano i fuggiaschi e il nobile manganello non risparmiava uno solo dei ritardatari. II branco di fuggitivi guidati solo dalla paura non poteva sfuggire all'avanguardia motorizzata delle truppe d'assalto, e presto l'aria si impregnò dell'esplosione di sangue e di cadaveri maciullati nella polvere.
Poi, mentre i vigliacchi si riversavano in Ophal Street, improvvisamente da ogni strada e vicolo laterale sbucarono i motociclisti di Stopa, seguiti dai Cavalieri in marcia armati di manganelli e catene, e la feccia si ritrovò tra l'incudine e il martello.
Gruppetti di nemici cercavano disperatamente riparo nelle viuzze, ma anche lì venivano atterrati da squadre di centauri e poi calpestati da truppe in corsa. Quelli che riuscivano a fuggire dalle immediate vicinanze del parco e si rifugiavano in mezzo alle rovine in fiamme di Borburg non venivano inseguiti, ma i miserabili Universalisti che si trovavano bloccati tra le quattro strade intorno al parco vennero massacrati dal primo all'ultimo.
Visto che restavano ancora alcuni minuti di collegamento televisivo, dopo che anche l'ultimo degli Universalisti fu fatto fuori, preso a pugni fino a svenimento o comunque cacciato dai dintorni di Oak Park, Feric ordinò all'autista di condurlo in mezzo al parco. Intorno a lui le SS in motocicletta, i motori finalmente al minimo, le tute nere macchiate del sangue e della polvere della battaglia, formarono il cerchio d'onore. Poi venivano le SS appiedate e dopo ancora, prima i Cavalieri motorizzati, e infine la possente schiera di migliaia di Cavalieri della Svastica, splendidi eroi fieri delle loro uniformi di cuoio marrone, spesso intrise di sangue nemico.
Intorno all'esercito aleggiava un'aura di valore, fanatismo incrollabile e vittoria gloriosa. I cadaveri degli Universalisti e dei Dominatori giacevano disseminati per il parco, a volte ammucchiati in tumuli sanguinolenti. Al di là del parco, alte fiamme fiere bruciavano gli ultimi pestilenziali resti delle baracche di Borburg.
Gli allungarono un microfono e, dall'alto dell'automobile, Feric si rivolse alle indomite truppe. Quando parlò, la voce echeggiò in tutta la Repubblica così come si perdeva nelle strade deserte di Borburg conquistata.
- Amici helder, vi saluto! Questa nostra grande e gloriosa vittoria di oggi vivrà in eterno nei cuori dei Veriuomini, ovunque essi siano. Heil Heldon! Heil genotipo umano puro! Heil vittoria finale della Svastica!
II boato che rispose: - Heil Jaggar -, scosse Heldon fino alle fondamenta, e gli uomini non poterono trattenersi dal ripeterlo dozzine di volte accompagnandolo ogni volta con lo schioccare marziale di migliaia di stivali e con una selva di braccia levate a sfidare il cielo. Quando l'ardente entusiasmo si spense, si concluse anche l'ultima adunata elettorale e si levò un coro solenne che scandì il nuovo inno del Partito, La Svastica per sempre, che Feric aveva scritto per l'occasione. La tensione nobilissima di questo grandioso motivo marziale che si sprigionava dalla gola degli eroi vittoriosi, era una nota sufficientemente degna per coronare gli eventi della giornata.
Dopo il successo travolgente dell'adunata elettorale a Oak Park, i rimanenti tre giorni di campagna elettorale non furono altro che una passeggiata vittoriosa per i Figli della Svastica; l'elezione di Feric Jaggar al Consiglio di Stato con il più alto margine di voti della storia non era mai stato seriamente in forse.
MENTRE le automobili a gas dei membri del Consiglio si avviavano all'entrata di rappresentanza del Palazzo di Stato la scena era pronta per un momento davvero storico. La prima seduta del Consiglio di Stato appena eletto era sempre un avvenimento di grande rilievo, ma questa seduta in particolare avrebbe rappresentato il primo confronto diretto tra il vecchio ordine degenerato e l'eroe della Nuova Era nascente, Feric Jaggar. Non era davvero esagerato affermare che il popolo di Heldon stava trattenendo il proprio respiro di razza.
Il Palazzo era il palcoscenico ideale per lo svolgersi di un simile dramma: un edificio imponente in marmo nero, adorno di quattro magnifici bassorilievi in bronzo raffiguranti le grandi battaglie della storia helder, uno su ogni lato. L'entrata protocollare si affacciava su un'enorme distesa erbosa perfettamente curata che arrivava fino all'Heldon Boulevard. Una lunga deviazione seguiva la linea del prato fino al portico dell'ingresso per poi ripiegare dolcemente verso la pubblica via, dove ora s'era radunata un'immensa folla, che veniva arginata da uno schieramento di soldati dell'esercito in uniformi grigio - scuro ed elmetti di acciaio brunito.
Le sobrie automobili dei consiglieri arrivarono una dopo l'ultra scortate lungo il viale d'accesso da una guardia d'onore motorizzata. Politici dall'aspetto banale scendevano e sparivano dentro l'edificio; dopo un po', erano arrivati tutti… tutti, tranne Feric. La tensione drammatica tra la gente affollata sul viale, come tra il vasto pubblico che seguiva la seduta teletrasmessa nelle piazze dell'intero paese, era giunta al culmine aspettando il trionfale ingresso in Consiglio di Feric Jaggar.
Finalmente, giunse dalla strada un ruggito di motori in corsa e, un attimo dopo, la scintillante automobile di Feric apparve dietro una squadra di dieci SS in motocicletta, splendidi nelle classiche tute nere con berretti rossi, preceduti da due enormi bandiere del Partito. Feric, imponente nell'uniforme nera e scarlatta le cui borchie metalliche catturavano bizzarramente le luci di quel pomeriggio assolato, stava ritto sul retro della vettura scoperta reggendosi con la mano sinistra al sedile di fronte.
Quando il gruppo, percorso il viale, imboccò l'accesso al Palazzo, la brava gente radunata sul marciapiede si mise a fare il saluto del Partito e a gridare con ardore: - Heil Jaggar! - smettendo solo nel momento in cui l'automobile raggiunse il portico. Dal canto suo Feric ricambiò il saluto stendendo if braccio e rimanendo irrigidito in quella posizione finché la macchina non si fermò, per la delizia dei presenti.
La scorta di SS smontò di sella, in perfetta sincronia con Feric che in quel momento scendeva dall'automobile, e mentre sei uomini rimanevano rigidamente sull'attenti davanti alla breve scalinata di marmo, con grande disagio degli ufficiali dell'esercito, due portabandiera precedettero Feric sulle scale e altri due formarono una guardia d'onore alle sue spalle. Prima di entrare nell'edifìcio, Feric si fermò, si girò con un perfetto schiocco delle caviglie e gratificò la folla con un altro saluto. Sull'eco dell' - Heil Jaggar - che rispose entusiasticamente al gesto, Feric e la scorta di SS s'infilarono nel Palazzo di Stato.
Feric percorse un lungo corridoio con pareti in marmo bianco, pavimento piastrellato di rosso, bianco e nero e soffitto riccamente affrescato, dirigendosi verso una serie di grandi porte di legno decorate di bronzo e picchettate su ambo le sponde da soldati dell'esercito regolare. Gli stivali risuolati d'acciaio della guardia d'onore SS scandivano un tempo marziale e secco sul pavimento scintillante via via che il gruppo si avvicinava ai maestri di cerimonia. I portabandiera si fermarono e scattarono alla perfezione sui talloni di fronte ai soldati, appoggiarono i vessilli, salutarono e terminarono con un caloroso: - Heil Jaggar! - Preceduto dai suoi uomini, Feric si fermò un attimo di fronte ai due soldati che incerti tra la spontanea inclinazione a rispondere al saluto e gli ordini pusillanimi ricevuti, esitavano disorientati e confusi. Alla fine, si limitarono ad aprire la doppia porta, e Feric, dietro ai portabandiera e seguito dalle altre due SS di guardia, marciò nella Camera del Consiglio.
La Camera era un piccolo locale circolare con al centro un grande tavolo rotondo di legno nero, abbellito da un mosaico bianco e rosso, intorno al quale stavano nove sedie dello stesso stile; tutte, tranne una, erano occupate da individui piuttosto incolori. Avevano l'aspetto delle cimici quando improvvisamente si trovano esposte alla luce: si muovevano a disagio sulle sedie, e non facevano niente per nascondere l'imbarazzo di cui erano preda. Circondato dalla sua guardia d'onore, Feric raggiunse marciando la sedia vuota e si sedette, mentre le quattro SS si mettevano rigidamente sull'attenti alle sue spalle, facevano sbattere i talloni, salutavano e ruggivano: - Heil Jaggar!
- Fa' sparire immediatamente i tuoi scagnozzi dalla Camera di Consiglio, Verouomo Jaggar -, ansimò un vecchio reumatico in cui Feric riconobbe Larus Krull, l'anziano leader libertario.
- Al contrario -, replicò. - Al momento giusto, sarà proprio la mia élite di SS che eliminerà le vostre inutili carcasse da questo edifìcio.
- Non ci sono precedenti di guardie del corpo private in questa stanza, Verouomo Jaggar -, si lamentò piagnucolando un individuo lezioso con un vestito color oro e blu.
Era. Rossback, uno dei tre tradizionalisti, un perfetto cretino.
- Ho appena rimediato a questa mancanza -, replicò Feric seccamente.
- Esigo che allontani immediatamente i tuoi uomini! - insistette Guilder, noto leccapiedi di Krull.
- Dobbiamo mettere ai voti la faccenda -, disse l'Universalista, Lorst Gelbart, una specie di ammasso di protoplasma davvero ripugnante; ma tutte le volte che apriva la bocca schifosa per emettere aria gli altri miserabili facevano mostra di una strana deferenza, si zittivano di colpo e prestavano la massima attenzione alle sue parole. E non c'era da stupirsene, perché allo sguardo allenato di Feric bastò una sola occhiata per capire che questo Gelbart, con quei suoi capelli neri e unti, la rozza tunica blu e gli occhi lucenti da roditore, era in realtà un Dominatore! La sua lurida pellaccia puzzava di Dom. Se l'immonda creatura non aveva ancora catturato l'intero Consiglio in un dominogramma, era evidentemente soltanto una questione di tempo, e neanche poi tanto, a giudicare da come andavano le cose!
Non aveva senso perdere tempo in minuetti leziosi. - Non sono venuto a questa seduta per scambiare chiacchiere e pareri su questioni di protocollo, anche se simili passatempi credo si addicano perfettamente a esemplari come voi -, disse Feric, lanciando un'occhiata piena di disprezzo su ognuno dei consiglieri a turno, in modo che fosse inequivocabilmente chiaro il disprezzo in cui li teneva. Quando i suoi occhi incontrarono quelli di Gelbart, ci fu un attimo in cui i due sembrarono riconoscersi a vicenda, anche se il maledetto Dom, prudentemente, non fece alcun tentativo di attirare Feric nella sua rete psichica.
- Sono qui per presentare il programma di base dei Figli della Svastica e per richiederne l'attuazione immediata -, continuò Feric. - La volontà razziale non accetta niente di meno.
Naturalmente, quei vecchi palloni gonfiati restarono a bocca aperta di fronte a quell'annuncio e si misero a sussultare e annaspare come pesci fuor d'acqua. Gelbart, dal canto suo, mantenne la sua freddezza disumana. Ignorando le impotenti proteste silenziose, Feric elencò le richieste fondamentali del Partito. - Per prima cosa, il Trattato di Karmak deve essere abrogato e mutanti e ibridi banditi per sempre dal territorio di Heldon. In secondo luogo, le leggi sulla purezza razziale devono essere rinforzate con rinnovato rigore, la cui mancanza finora ha permesso che contaminazioni d'ogni genere si infiltrassero nel pool genetico helder. Bisogna impiantare in tutto il paese dei campi di classificazione in cui si indaghi sulla purezza genetica e si riesaminino a fondo le genealogie dei cittadini helder. Quelli che risulteranno contaminati potranno scegliere tra l'esilio e la sterilizzazione.
Lanciò un'occhiata distratta a Gelbart, cercando di non tradire alcuna emozione; ma sentì che il Dom sapeva perfettamente di essere stato individuato. - I Dominatori scoperti -, continuò, - verranno naturalmente eliminati. In terzo luogo, bisogna triplicare al più presto le forze armate in modo da poter rintuzzare senza problemi le orde di mutanti che premono alle frontiere. Infine, per garantire che questa nuova politica nazionale venga portata avanti con il massimo vigore e la massima forza, questo Consiglio deve votare la sospensione della Costituzione e, per motivi di emergenza, sancire con un decreto il passaggio del potere nelle mie mani.
- Quest'uomo è pazzo! - strillò Pillbarm, il decano dei Tradizionalisti, un vecchio rinsecchito che fino a quel momento non aveva ancora mostrato di sapersi esprimere con linguaggio umano.
Feric balzò immediatamente in piedi, con la Gran Mazza di Held stretta in pugno, figura torreggiante nella sua sacra ira. - Qualcuno di voi oserà dunque approvare la contaminazione del pool genetico da parte di mutanti e ibridi? Difenderete la vita dei luridi Dominatori a prezzo della vostra? Affronterete il popolo helder dichiarando che una posizione di debolezza è preferibile a una politica di forza totale e di ferrea determinazione?
Nessuno osò reagire a questa sfida tonante, la qualcosa era sufficiente a dimostrare che il dominogramma di Gelbart era già in funzione. Come seguendo un ordine, quei luridi vigliacchi tacquero e aspettarono che fosse lo stesso Dom a rispondere.
- Tutte queste chiacchiere sulla purezza genetica sono fuori moda, Jaggar -, disse Gelbart con un sorrisetto crudele. - Vasti strati popolari premono perché vengano importati folti gruppi di mutanti per eseguire i compiti più infimi necessari al buon funzionamento d'una civiltà superiore. Presto Heldon si renderà conto che il modo migliore di risolvere la questione consiste nell'educare le creature incoscienti, questi robot protoplasmi ci, se preferite, alla maniera di Zind. Tu stai gridando in mezzo a una tromba d'aria. L'indolenza congenita degli esseri umani è il tuo nemico reale e implacabile.
Feric lo ignorò completamente; non aveva senso mettersi a ragionare con un Dom e ancor meno cercar di convincere le sue vittime codarde a compiere il loro dovere razziale. L'unica cosa che avrebbe eliminato la pestilenza che s'annidava nel cuore stesso di Heldon era il ricorso alla forza.
Rinfoderò il Comandante d'Acciaio, ma rimase in piedi e scrutò a fondo i membri del Consiglio, uno ad uno, con sguardo tagliente. Tutti tranne Gelbart - che ovviamente era al di la di una qualsiasi reazione umana - rimasero fulminati dalla sua emanazione psichica.
- Ho fatto il mio dovere di Verouomo e vi ho avvertiti lealmente, offrendovi l'opportunità di esprimere senza coercizioni la vostra volontà razziale -, disse senza alterare la voce. - A meno che non votiate immediatamente per accettare il programma del Partito così come ve l'ho enunciato, dichiaro lo scioglimento del governo della Repubblica Superiore e voi responsabili delle conseguenze di cui risponderete con la vita.
Soltanto Gelbart ebbe l'impudenza di replicare a questo solenne ammonimento. - Osi minacciare il Consiglio di Stato della Repubblica Superiore, Jaggar? Anche un consigliere può essere arrestato per tradimento.
La grottesca ironia del ripugnante Dom che si metteva ad accusare un Verouomo di tradimento a Heldon era davvero sufficiente a far scoppiare Feric in una risata, nonostante la furia legittima che gli si era levata nel cuore davanti a quest'ultima perfìdia.
- Mi piacerebbe proprio vedere questo campionario di vecchi escrementi mentre cerca di arrestare 1 Cavalieri della Svastica e le SS per tradimento! Vedremo molto presto chi penzolerà dalla forca dei traditori!
Detto ciò, Feric girò sui tacchi e marciò fuori dalla stanza del Consiglio.
Dopo essere stato eletto al Consiglio di Stato, Feric aveva trasferito il quartier generale nazionale del Partito in una sede più spaziosa vicino al centro di Heldhime, più o Mimo alla stessa distanza dal Palazzo di Stato e dalla Torre Centrale, quartier generale del Comando Supremo dell'esercito e bivacco della guarnigione cittadina. La nuova sede si trovava in un principesco palazzo, di proprietà di un industriale che si era lasciato convincere ad affittarla ai Figli della Svastica per una cifra simbolica. Dall'edificio erano stati tratti vari appartamenti (per Feric, Bogel, Waffìng, Remler e Best), dormitori per i funzionari di Partito di grado inferiore, sale di riunioni e uffici, mentre le duemila SS erano acquartierate in tende piantate sul vasto giardino protetto dall'alto muro di pietra che circondava la tenuta. C'erano svariati edifici e baracche in cui erano parcheggiate automobili e motociclette; postazioni di mitragliatrici erano state piazzate a intervalli di cinquanta metri sulla passerella in cima al muro di cinta. In più, cinque obici, ben camuffati, erano nascosti in punti segreti. Il quartier generale del Partito era, insomma, una vera fortezza in grado di resistere alla guarnigione cittadina per un certo periodo senza bisogno di rinforzi. Tuttavia, i rinforzi erano a portata di mano, dato che cinquemila Cavalieri della Svastica agli ordini diretti di Stag Stopa erano accampati alla periferia di Heldhime, a neanche un quarto d'ora di motocicletta dal quartier generale. Una parola di Feric, e queste truppe d'assalto si sarebbero precipitate in città e avrebbero disperso qualsiasi attacco alle spalle alla fortezza.
Tre settimane dopo le elezioni, Feric indisse una riunione nel suo salotto privato per approvare i piani definitivi di battaglia contro il Consiglio controllato dal Dominatore. Era una stanza piuttosto grande, dipinta di blu, con ricchi tappeti e complicati oggetti d'oro, che Feric prediligeva soprattutto per il grande balcone da cui, la notte, Heldhime appariva come un tappeto scintillante di luci sotto la grandiosa oscurità del cielo. Feric, Bogel, Waffing e Best sedevano su sedie imbottite intorno a un tavolo rotondo davanti a boccali di birra, in attesa di Remler, stranamente in ritardo.
- Dal mio punto di vista -, disse Bogel, - il nostro problema è d'impadronirci del potere dietro una parvenza di legalità in modo che non ci vengano a chiedere da chi prende gli ordini l'esercito. Non credi che il Comando Supremo accetterebbe immediatamente Feric come capo assoluto se ci fossero pretesti legali sufficienti?
La domanda era rivolta a Lar Waffing, che prima di rispondere rimase a lungo a sorseggiare la sua birra. Dopo aver appoggiato il boccale sul tavolo per riempirlo un'altra volta, espresse la sua opinione tenuta in altissima considerazione. - Non ci sono dubbi. Il Comando Supremo vuoi vedere Heldon sotto la Svastica, perché noi siamo gli unici che promettono quell'azione che ogni buon soldato non vede l'ora di intraprendere, I generali, però, hanno giurato di difendere il governo legittimo di Heldon e l'orgoglio non gli permetterà di venir meno alla parola d'onore. Un'azione di forza in queste condizioni potrebbe benissimo farci precipitare nella guerra civile.
Feric era profondamente angustiato dalla situazione. Gelbart aveva presentato una mozione in cui chiedeva il disarmo delle SS e lo scioglimento dei Cavalieri della Svastica; una volta che i suoi schiavi l'avessero approvata, il male era fatto. Era evidente che sarebbe stato meglio passare all'azione prima che gli eventi mettessero il tornando Supremo in una posizione in cui avrebbe potuto scegliere soltanto tra la capitolazione aperta alla forza del Partito e l'inizio della guerra civile. Tuttavia, anche un autaut avrebbe messo l'esercito nella stessa situazione!
- Inoltre -, proseguì Waffing, - il Comando Supremo vede con occhio sempre più nero Stag Stopa e i Cavalieri. Si rendono conto che Stopa ha un suo seguito personale dal momento che i suoi luogotenenti sono tutti ex Vendicatori leali…
Improvvisamente, Bors Remler irruppe nella stanza, la piccola faccia rossa, quasi febbricitante, gli occhi incandescenti.
- Cosa ti ha trattenuto fino a…
- Duce -, disse Remler concitato, lasciandosi cadere sulla sedia alla sinistra di Feric, - devo riferire l'esistenza di un complotto contro la tua persona e il Partito ad opera di Stag Stopa in combutta con il Consiglio di Stato!
- Cosa?
Un fiume di parole si riversò dalle labbra del Comandante delle SS. - Avevo preso la precauzione di dissimulare agenti SS nella gerarchla dei Cavalieri, naturalmente. Stasera ho ricevuto un rapporto della massima urgenza. Stopa si è incontrato con emissari di Gelbart e forse anche di Zind. Una squadra di Cavalieri assalirà il Comando Supremo dell'esercito la notte successiva all'approvazione della mozione che abolisce le truppe d'assalto del Partito. Evidentemente, Gelbart ha promesso a Stopa il comando supremo alla fine delle ostilità; probabilmente Zind gli ha offerto il titolo di signore di Heldon, perché sicuramente l'esito di una simile guerra sarà la distruzione delle forze combattenti di Heldon, il che ci lascerebbe facile preda delle orde di Zind. Sicuramente Stopa verrà assassinato da agenti Zind nella confusione generale; ma è troppo ingenuo per rendersene conto.
Un gran caos esplose nella stanza quando Remler tacque. Feric appariva profondamente addolorato e scosso.
- Non ho mai dubitato di Stopa e della sua lealtà alla causa e alla mia persona! - dichiarò.
- Ne ho ampie prove, Duce! - insistette Remler.
- Non ne dubito neppure un istante -, lo rassicurò Feric. - Ma sono sorpreso e addolorato dai nuovi sviluppi della situazione. Ovviamente, Stopa dev'essere eliminato, ma non posso dire d'essere contento di doverlo fare.
Anche se non poteva negare il dolore che gli avrebbe procurato il dover eliminare Stopa in quanto traditore, non poteva nemmeno dimenticarsi che il suo primo e unico dovere era la fedeltà che aveva giurato alla Svastica e alla causa della purezza genetica. Stopa era un traditore che intralciava la via della vittoria; il dovere non sempre coincide col piacere personale. E, in fondo, questa disgraziata faccenda poteva essere di qualche utilità pratica.
Si rivolse a Lar Waffing. - Supponendo che le rimostranze del Comando Supremo contro i Cavalieri fossero sistemate una volta per tutte, mi accetterebbero come capo assoluto di Heldon senza obiezioni, a patto che questi poteri mi vengano affidati da un Consiglio di Stato legalmente costituito?
- In queste circostanze, non ci potrebbero essere dubbi, Duce!
- Come pensi di realizzare un simile gioco di prestigio, Feric? - chiese Bogel. - Quei disgraziati dovrebbero autoeliminarsi e andarsi a buttare in un bel mucchio di letame!
- Mio caro Bogel, sarà proprio lì che finiranno prima della fine della settimana. Éntro cinque giorni, la Svastica regnerà invitta su Heldon!
- E io ci bevo sopra! - dichiarò Waffing.
- A te andrebbe bene qualunque cosa pur di berci sopra, Waffing! - scherzò Bogel; e tutti, Waffing compreso, scoppiarono in un'allegra risata.
Mentre il sole tramontava lentamente dietro le torri di Heldhime, regalando ombre profonde alle strade e tingendo il muro di pietra del quartier generale del Partito di un arancione acceso, squadre di SS in uniforme nera, ma a bordo di automobili assolutamente anonime, varcarono il cancello principale a intervalli di cinque minuti una dall'altra. Ogni squadra era formata da sei soldati armati di mitra e manganelli; e furono otto in tutto le squadre che lasciarono l'accampamento e sparirono avvolte nella polvere dorata della capitale.
Due ore dopo, quando sulla città erano ormai scese le tenebre notturne, un'ultima automobile anonima lasciò il campo, seguita dopo cinque minuti da quaranta motociclette SS, nere e scintillanti.
La zona del Palazzo di Stato era avvolta nella semioscurità; soltanto uno sparuto picchetto - una dozzina di soldati - pattugliava i dintorni del Palazzo, deserto a quell'ora tarda. Due soldati della guardia erano appostati al cancello dell'Heldon Boulevard, altri quattro all'entrata del Palazzo, mentre i restanti sei facevano la ronda lungo il muro di cinta. Nessuno pensava alla possibilità di un attentato al Palazzo a quell'ora, visto che non c'era niente che valesse la pena di assalire; i soldati a cui era affidato questo compito erano per la maggior parte ragazzi vicini al congedo invece che uomini attenti e forti.
Le SS, quindi, non ebbero difficoltà a strappare a quel manipolo di perditempo il controllo del Palazzo di Stato. Quattro SS in borghese si accostarono in automobile al cancello e chiesero di entrare, affermando che il consigliere Krull li aveva autorizzati a prelevare delle pratiche e dei libri che gli servivano e quando un soldato si chinò per dare un'occhiata all'interno della vettura, si trovò davanti la canna ben oliata di un mitra. Non fu troppo diffìcile persuadere lui e il suo collega che non c'era bisogno in fondo di una autorizzazione scritta. Li sollevarono con garbo e li scaraventarono sui sedili posteriori, mentre un'altra SS apriva il cancello.
Fatto questo, non c'era più ragione di agire in segretezza; venne dato un segnale e, dall'oscurità di una strada laterale, si alzò il boato di una ventina di motociclette. Prima che i soldati rimasti riuscissero a reagire al tumulto improvviso, quaranta motociclette SS, nere e ruggenti, sfrecciavano verso l'entrata a ottanta miglia all'ora. Raggiunsero l'ingresso a una velocità talmente incredibile dando vita a uno spettacolo talmente straordinario che i quattro poveracci ai piedi della scalinata non riuscirono a far altro che sparare un colpo, prima di essere sopraffatti dai manganelli. Poi fu un gioco da ragazzi circondare le sei sentinelle isolate, che erano ormai letteralmente in preda al terrore e relegarli, sorvegliati, nella cantina dell edifìcio con gli altri prigionieri.
Attraverso l'elettrofono, avvertirono il quartier generale dell'avvenuta presa del Palazzo e i rinforzi partirono immediatamente. Un quarto d'ora dopo, il Palazzo di Stato era dotato di una guarnigione di trecento SS scelte, il muro di cinta difeso da postazioni di mitra, disposte a intervalli di venti metri e gli obici del quartier generale puntati sul Cornando Supremo. Se l'esercito si fosse azzardato a marciare sul Palazzo, l'avrebbe pagata cara. Proprio in - luci momento, Lar Waffing stava informando il Comando Supremo di certi particolari della situazione. Dopo un'altra mezz'ora la conquista del Palazzo per mano della truppa d'assalto SS, automobili all'apparenza anonime cominciarono ad arrivare a brevi intervalli, trasportando ognuna un carico di prigionieri. Soltanto quando gli giunse notizia del completamento di questa fase delle operazioni, Feric lasciò il quartier generale del Partito e si diresse al Palazzo.
Mai la Camera del Consiglio gli era sembrata così piacevole. Gli otto consiglieri erano legati alle sedie come polli al mercato, e ognuno era sorvegliato da vicino da due SS, alti, biondi, gli occhi di ghiaccio scintillanti di fanatica determinazione e le mitragliatrici puntate. Altre venti SS circondavano la rotonda e, dall'anticamera, Feric sentiva il rassicurante incedere degli stivali dalle suole ferrate sul pavimento piastrellato. Ora non c'erano più dubbi su chi comandava 11.
Dietro di sé Feric aveva Best, Bogel e Remler, armati di mitra. Una bandiera del Partito era stata innalzata vicino al tavolo del Consiglio, e su un'altra bandierina più piccola scintillavano i lampi rossi delle SS.
Soltanto Krull, con la solita arroganza lamentosa, si permise di rivolgersi a Feric. - Cos'è questo lurido oltraggio, Jaggar? - sibilò. - Come osi…
Prima che il vecchio degenerato inquinasse ulteriormente l'atmosfera, l'SS che gli era più vicino pose fine allo slancio con una splendido manrovescio sulla bocca, che lasciò il vecchio delinquente sanguinante e con le bave alla bocca.
Feric gratificò la zelante SS con un piccolo cenno di approvazione prima di degnarsi di rivolgersi a quel campionario di anatre politicanti: il ragazzo si meritava di sapere che il Duce aveva notato il suo slancio e la sua prontezza.
- Adesso vi metterò al corrente del motivo del vostro arresto -, cominciò.
- Arresto! - strillò Guilder. - Rapimento vuoi dire!
II calcio del fucile puntato alla nuca pose fine alla sgradita interruzione, e Feric proseguì: - Siete tutti accusati di tradimento. C'è un Dominatore tra voi e voi siete tutti caduti nella sua rete. Una simile carenza di volontà in helder della vostra posizione equivale a mostrarsi codardi di fronte al nemico; è un atto proditorio, punibile con la morte.
Le espressioni dei prigionieri cambiarono. Lentamente, i loro sguardi si puntarono su Gelbart - un Universalista, dopo tutto, e quindi quello tra loro nel quale più probabilmente si annidava un Dom. Dal canto suo, Gelbart fissava il vuoto, impassibile; ma Feric poteva sentire la sua volontà tesa al massimo per impadronirsi di quei poveracci. I consiglieri lentamente persero la loro determinazione e ritrovarono dopo un po' la forza di parlare.
- Che assurdità!
- E dove sono le prove?
- Un Dom in Consiglio? Stupidaggini!
Feric aveva sollevato una mano quando era iniziato il brusio, trattenendo le SS dal ristabilire il silenzio con la forza, in modo che tutti i consiglieri comprendessero appieno la situazione.
- Benissimo -, disse poi, - vi concederò l'opportunità di dimostrare che non siete prigionieri di un Dominatore. Vi ordino di votare in mio favore i poteri d'emergenza perché io possa per decreto governare su Heldon, aggiornare sine die questo Consiglio e accettare infine le vostre dimissioni. Se ubbidirete a questi ordini, il mio primo atto nell'assumere il titolo di Duce Supremo del Dominio di Heldon consisterà nella commutazione della vostra condanna a morte in esilio permanente. Avete sessanta secondi per decidere.
II piagnucolio che si levò da quel branco di disgraziati degenerati era fin troppo prevedibile. - Un oltraggio! - - Non c'è stato nessun processo! - - Non hai nessuna autorità! - Era evidente che individui così vigliacchi non si sarebbero mai messi a cavillare in questo modo di fronte alla morte senza il sostegno psichico fornito dal Dom, da Gellbart.
La repellente creatura ora guardava Feric con odio non dissimulato, i neri occhi da topo pieni di fuoco gelido.
- Tutto questo non ti porterà a niente, Jaggar -, sibilò. - Quando l'esercito lo verrà a sapere, sarai annientato.
A queste parole, i consiglieri parvero riprendere coraggio, ringalluzziti sia da quel che aveva detto Gelbart che dalle sue radiazioni psichiche.
- Vedo che è venuto il momento di purificare l'aria una volta per tutte -, osservò Feric, sfoderando il Comandante d'Acciaio e facendolo roteare nell'aria. Avanzò di qualche passo e inferse un unico colpo preciso sulla testa di Gelbart, mandandola in mille pezzi.
Con il Dominatore che li aveva controllati inerte sulla sua sedia e il suo putrido cervello spappolato sul tavolo, i notte consiglieri restanti non si fecero più illusioni sulla gravità della situazione. Il fetore della paura li avvolse, simile ai vapori di una palude maleodorante.
- Voto a favore della mozione del consigliere Jaggar -, balbettò Rossback.
- Anch'io -, disse Krull.
Al che anche gli altri si slanciarono interrompendosi l'un l'altro nella fretta di approvare all'unanimità la mozione.
- I documenti, Best -, ordinò Feric. - Slegate le mani ai prigionieri. - Mentre Best estraeva dalla tasca della tunica un fascio di carte, le SS liberarono i prigionieri, che si lasciarono sfuggire un sospiro di sollievo. Feric fece circolare una copia della deliberazione perché la firmassero e, dopo di loro, la firmò anche lui, per amore dell'unanimità totale; dopodiché la rese a Best perché la conservasse. - Le lettere di dimissioni -, disse poi. Best porse anche questi documenti ai sette consiglieri, che cominciarono a leggerli, ma Feric ruggì: - Firmateli immediatamente! - e i prigionieri ubbidirono all'istante.
Quando Best ebbe raccolto tutti i documenti, Feric si rivolse a Bogel. - Ora il Consiglio di Stato è formato dagli attuali membri del Circolo della Svastica. Io governerò provvisoriamente su decreto fino a che non sarà elaborata una nuova Costituzione che abolisca per sempre la forma repubblicana. Prepara il proclama che verrà trasmesso domani a mezzogiorno.
Bogel sorrise, fece il saluto, gridò: - Heil Jaggar! - e se ne andò a sbrigare i suoi affari.
Feric si girò di nuovo verso i codardi seduti attorno al tavolo del Consiglio. Insieme alle dimissioni avevano firmato anche la confessione di alto tradimento. Non c'era nessun bisogno di questi vermi e il momento non poteva essere più opportuno. La sola vista di quei traditori piagnucolanti gli rivoltava lo stomaco. Il mondo non poteva che guadagnarci dall'eliminazione di quei sette maiali!
- Remler, porta fuori di qui questi puzzolenti sacchi di pattume e falli fucilare! - ordinò. Nessuno degli ordini che aveva impartito fino a quel momento gli aveva dato una tale soddisfazione patriottica.
Feric attese il maresciallo Heermark Forman in un piccolo ufficio all'ultimo piano del Palazzo di Stato, per far sì che salendo le diverse rampe di scale il rappresentante del Comando Supremo si rendesse subito conto della cura con cui l'edificio era stato piantonato.
L'uomo che Waffing introdusse nella stanza era un tipo imponente, vicino ai settanta; uno splendido esempio di come un uomo geneticamente puro potesse conservare forza e vigore anche quando da tempo s'era esaurita la giovinezza fisica. Per quanto più vecchio di Waffing, pesava almeno venti chili di meno ed era straordinariamente elegante nell'uniforme grigio - scuro punteggiata di medaglie e riccamente profilata, nonostante la divisa di cuoio nero di Waffing fosse decisamente più accurata nel taglio e nella fattura. I baffi grigi, gli occhi d'acciaio aggiungevano all'aspetto complessivo forza e dignità; ecco un uomo abituato sia alla disciplina che al comando. Aveva ancora il respiro affannoso quando si sedette su una delle sedie di legno, semplici e dure, che costituivano gli unici arredi della stanzetta. Quanto alla respirazione di Waffing dopo quella salita, meglio non parlarne.
- Sono certo che il Comandante Supremo Waffing ti ha già ragguagliato sulla situazione generale -, iniziò Feric.
Forman gli lanciò un'occhiata un po' fredda. - Mi è stato dato a intendere che i tuoi uomini avrebbero occupato il Palazzo di Stato allo scopo di sventare un complotto Universalista in cui era coinvolto lo stesso Consiglio -, disse con estrema cautela il maresciallo. - Gli avvenimenti si sono svolti con gran rapidità -, continuò Feric. - La sporca congiura è già stata rintuzzata. Gelbart era un Dom; tutti i membri del Consiglio, tranne me, erano prigionieri del suo dominogramma. Il piano di Gelbart era di far votare la messa al bando delle SS e dei Cavalieri della Svastica. Mi vergogno di dover confessare che il Comandante dei Cavalieri, Stag Stopa, era implicato nel complotto. I suoi uomini avrebbero dovuto attaccare il Comando Supremo, in modo da scatenare una rovinosa guerra civile tra i Figli della Svastica e l'esercito. Le forze patriottiche di Heldon si sarebbero decimate l'una con l'altra al punto che le orde di Zind avrebbero potuto marciare contro di noi e annientare il genotipo umano autentico. Naturalmente, quando le SS scoprirono il complotto, ordinai ai miei uomini di agire immediatamente. Gelbart è stato eliminato e i disgraziati consiglieri hanno confessato.
Feric frugò in una tasca della tunica e ne estrasse un involto di documenti che porse a Forman, che li prese senza far commenti. - Le loro confessioni firmate sono a completa disposizione del Comando Supremo per un esame approfondito -, disse. - Prima di dimettersi, i consiglieri hanno votato all'unanimità una delibera che sospende la Costituzione e mi garantisce il potere supremo. Ho assunto la carica di Duce Supremo del Dominio di Heldon e ho sostituito ai posti vacanti in Consiglio dei patrioti coraggiosi d'indiscutibile lealtà a Heldon e di totale devozione alla purezza razziale.
- E i traditori?
- Dobbiamo ancora vedercela con Stopa, ma il mio primo atto in qualità di Duce Supremo di Heldon è stato quello di eliminare completamente quel lurido porcile che era diventato il Consiglio.
Per la prima volta, il maresciallo diede qualche segno di emozione: una specie di approvazione solidale per un'azione fatta bene e a tempo. - Non sono ancora perfettamente sicuro di aver capito il motivo della mia presenza qui, Comandante Jaggar -, disse. - È evidente che tieni saldamente in mano la situazione. Dando per scontato che le cose stanno come dici, il Comando Supremo è pronto ad accettarti come sovrano legittimo di Heldon; lo dichiaro nelle vesti di rappresentante con pieni poteri.
Feric lanciò di sottecchi a Waffing un'occhiata di approvazione, che Waffing colse con un cenno; il Comandante Supremo aveva fatto bene il suo lavoro. Forman aveva i poteri per concludere un affare a scatola chiusa e comprendeva perfettamente la situazione, cosicché nessuna parte avrebbe dovuto ricorrere alla forza.
- C'è soltanto un aspetto della questione che angustia il Comando Supremo -, proseguì Forman. - Tu personalmente sei indiscutibilmente un uomo di qualità superiori, e noi ci aspettiamo che la tua politica come Duce Supremo di Heldon sarà più vicina alla strategia dei militari di quanto non lo sia mai stata quella della defunta feccia libertaria. Comunque, temo di doverti informare che il Comando Supremo giudica inaccettabile la prosecuzione dell'esistenza di un vero e proprio esercito come i Cavalieri della Svastica, e ora a maggior ragione alla luce del fatto che il suo comandante è rimasto coinvolto in un complotto contro Heldon. Può esistere soltanto un esercito helder; su questo punto, siamo pronti a batterci fino alla morte.
- Ben detto! - replicò Feric pieno di approvazione. - Ovviamente, gli eventi recenti hanno convinto anche me della giustezza di questa posizione. La faccenda di Stopa e dei traditori tra i Cavalieri deve comunque essere risolta, e tu mi hai appena suggerito il modo di agire corretto. - - Continua -, disse Forman con interesse. - I Cavalieri verranno sciolti. Gli uomini migliori, cioè quelli non implicati in questa brutta storia, verranno inquadrati nell'esercito regolare. Sei d'accordo?
- Possiamo sempre utilizzare dei ragazzi coraggiosi e ben addestrati -, rispose Forman. - Non vedo motivi per cui i Cavalieri più valorosi vengano banditi dai ranghi militari a causa della perfidia di pochi.
- Le SS continueranno ad esistere come forza d'elite -, riprese Feric. - Come saprai, il livello genetico, intellettuale, fisico e ideologico delle SS è altissimo. Comunque, le SS non interferiranno mai negli affari dell'esercito. Su questo, hai la mia parola d'onore.
- Accettata -, disse semplicemente Forman.
- Infine, nominerò il Comandante Waffing Ministro delle Forze di Sicurezza. Anche se è sempre stata tradizionalmente una carica civile, Waffing sarà nominato maresciallo, in modo da chiarire che i rapporti tra l'esercito e il Duce Supremo sono stretti e cordiali.
A queste parole, finalmente Forman sorrise. Si alzò in piedi. - A nome del Comando Supremo, garantisco la nostra lealtà al nuovo Duce di Heldon. - Il maresciallo scattò sui talloni e fece il saluto del Partito. - Heil Jaggar!
Feric si alzò e rese il saluto, un po' impacciato dall'emozione. Che splendido momento per Heldon - la Svastica e l'esercito finalmente uniti! Insieme, avrebbero conquistato la Terra!
- Se vuoi che sia l'esercito a vedersela con Stopa e la sua cricca, non hai che da dare l'ordine -, dichiarò Forman.
Una pesante amarezza gli riempì il cuore; la perfidia di Stopa e degli ex Vendicatori gli pesava dolorosamente nell'anima. Sarebbe stato un bel sollievo per lui passare la faccenda nelle mani dell'esercito; davvero, la cosa lo tentava. Ma il Partito doveva autopurgarsi.
- Sono costretto a declinare l'offerta -, rispose tristemente. - Questi uomini hanno tradito la Svastica. È un dovere che abbiamo verso di noi e verso Heldon purificare i nostri ranghi da ogni elemento di contaminazione.
- Mi rendo perfettamente conto di quanto coraggio richieda una simile decisione -, disse Forman. - Sì, un uomo deve saper mantenere una disciplina ferrea nel suo dominio.
Nelle pallide, fredde ore prima dell'alba, Feric in persona guidò una pattuglia di SS attraverso le strade vuote e silenziose di Heldhime, fino alla campagna vicina dove si trovavano gli alloggi dei Cavalieri. Poiché Stopa aveva giurato fedeltà a Heldon e alla stessa persona di Feric, Feric se ne sentiva socialmente responsabile, come il proprietario di un cane diventato rabbioso: era suo dovere porre fine al tormento della creatura con le sue stesse mani.
Per l'impresa, Feric aveva armato trecento SS di mitra e manganelli, e li aveva caricati su autocarri. I trecento soldati scelti dovevano agire con calma e segretezza, come se operassero un'estirpazione chirurgica; un attacco di massa, infatti, sarebbe degenerato in una battaglia sanguinosa in cui molti Cavalieri recuperabili sarebbero andati perduti.
Perciò, mentre la truppa autotrasportata si trovava ancora a due miglia dati accampamento dei Cavalieri, Feric ordinò l'alt, fece scendere gli uomini e li guidò attraverso i campi, a piedi, con Waffíng e Remler sempre al suo fianco. Non ci fu un solo mormorio di lamentela da parte di quei magnifici giovani eroi; soltanto Waffìng si staccò dal sedile non precisamente entusiasta. Feric si sentì invadere l'anima d allegria vedendo l'orgoglioso, ma decisamente fuori forma Comandante Supremo che sbuffava e soffiava per mantenersi al passo con le sue poderose squadre, chiaramente in difficoltà per l'andatura serrata, ma certo non disposto ad ammetterlo.
Feric aveva sistemato l'accampamento dei Cavalieri in cima a un piccolo dosso che sovrastava la strada per Heldhime, in modo da rendere più difficile un attacco di sorpresa. Ora era proprio lui a subire le conseguenze della sua troppo acuta strategia militare. Mise gli uomini in formazione d'attacco al riparo in una cava molto scura, alla base del dosso, e studiò la situazione. In cima all'altura, le baracche di legno erano circondate da una barriera percorsa da alta tensione; torrette, dotate di riflettori e mitragliatrici, erano state sistemate agli angoli del campo e delle sentinelle pattugliavano il perimetro a intervalli brevissimi. Anche il cancello era elettrificato e sotto il tiro di postazioni di mitragliatrici. Feric sapeva anche troppo bene quanto fosse inespugnabile una simile fortezza, dal momento che l'aveva progettata lui stesso. Non c'era nient'altro da fare che impadronirsi del luogo con la semplice forza di volontà.
- Molto bene Remler -, disse al Comandante delle SS, sempre all'erta al suo fianco. - Terrai qui gli uomini mentre io e Waffing andremo al cancello e ordineremo ai ragazzi di aprirlo. Fatto questo, guiderai gli uomini all'interno. Bisogna evitare a tutti i costi di sparare fino a che non avremo raggiunto gli alloggi degli ufficiali.
- Ma, Duce, io voglio stare in prima linea! Lasciami venire conte!
Feric fu profondamente commosso dalla devozione di Kemler e capì perfettamente i sentimenti del giovane, ma la sua presenza non avrebbe certo facilitato le cose al momento di affrontare le sentinelle. - Mi dispiace, Kemler -, gli disse, - ma se ti fai vedere, capiranno immediatamente che c'è qualcosa sotto.
Per tutta risposta, Remler scattò sui talloni e silenziosamente salutò. Feric lo premiò con un piccolo sorriso, restituì il saluto e condusse Waffìng fuori dal riparo, sulla strada che portava al cancello principale.
Non avevano percorso neanche metà della strada che si ritrovarono avvolti da un fascio di luce; se non altro la perfidia di Stopa non aveva minimamente alterato l'efficienza della guarnigione. Mentre il riflettore illuminava il tratto che li separava dal cancello, Feric si avvolse ancor più strettamente nel mantello scarlatto, si rimpicciolì il più possibile e si nascose dietro la sagoma inconfondibile di Waffìng, che avanzava deciso verso le guardie del cancello, piuttosto nervose. Stavano giocando il tutto per tutto.
Feric rimase nell'ombra mentre Waffing raggiungeva il cancello e urlava ai fucilieri di guardia: - Aprite immediatamente il cancello!
- II Comandante Stopa ci ha ordinato di non far entrare nessuno stanotte -, disse con imbarazzo una sentinella, che aveva riconosciuto l'ufficiale che gli stava davanti.
- Apri il cancello o ti farò fucilare per insubordinazione, porco! - replicò Waffing. - Sono il Comandante Supremo Waffing e i miei ordini annullano quelli di Stopa.
- Ci hanno ordinato di non far entrare assolutamente nessuno, pena la morte -, balbettò l'altro fuciliere. - Non ci puoi chiedere di violare un preciso ordine di un superiore.
Feric si rese conto che quei bravi ragazzi si trovavano moralmente in un vicolo cieco, incerti su quale ordine fosse loro dovere rispettare. Solo lui in persona poteva risolvere il loro dubbio. Gettando indietro il mantello e rivelandosi con un gesto grandioso, Feric avanzò in piena luce.
Immediatamente, i due giovani fucilieri scattarono sull'attenti battendo i tacchi, stesero il braccio nel saluto e gridarono: - Heil Jaggar! -, con perfetta sincronia.
Feric restituì il saluto e diede ordini secchi. - Prendo io il comando diretto di questa guarnigione. Il Comandante Stopa è stato rimosso. Non eseguirete che i miei ordini. Aprite immediatamente il cancello e fate entrare la squadra di SS che ci segue. Quando saranno entrati, chiudete il cancello e non fate entrare o uscire nessuno finché io stesso non vi darò disposizioni in merito. Non avvisate nessuno del nostro arrivo. È tutto chiaro?
- Sì, Duce!
- Molto bene ragazzi -, disse Feric con voce più dolce. - Non dimenticherò l'assennatezza e la devozione al dovere che avete dimostrato stanotte.
Due minuti dopo, Feric aveva radunato nell'accampamento le sue trecento SS. Gli bastò far un cenno della testa in direzione degli alloggi degli ufficiali, al centro del campo, per vederli partire per i loro compiti. Gli ordini erano chiari: le SS dovevano insinuarsi il più vicino possibile alle baracche degli ufficiali e non dovevano aprire il fuoco fino a che non avessero sentito uno sparo. Più vicino arrivavano, più aumentavano le possibilità di cogliere di sorpresa 1 traditori, e più in fretta e meglio sarebbe stata sistemata tutta quella sgradevole faccenda.
L'accampamento era per lo più avvolto nell'oscurità, data l'ora tarda, e i Cavalieri si erano da tempo ritirati nelle loro cuccette. Feric sperava quindi che non venisse dato l'allarme. Le SS si aprirono a ventaglio tra le file di casupole di legno, avvicinandosi agli alloggi degli ufficiali in piccoli gruppi silenziosi, aiutati dalle uniformi di cuoio nero a confondersi nell'oscurità circostante. Nei quartieri degli ufficiali, però, c'erano ancora luci alle finestre e inoltre due guardie sorvegliavano la porta e quattro sentinelle, una per angolo, presidiavano le direzioni d'accesso. Non valeva nemmeno la pena di discuterne: avrebbero dovuto farsi strada sparando.
Feric, Waffing e Kemler si avvicinarono insieme all'ingresso delle baracche, i mitra pronti in mano, cercando di restare il più possibile nell'ombra dell'edifìcio, finché non furono a una ventina di metri dal loro obiettivo. Feric ordinò momentaneamente l'alt e impartì gli ordini. - Attacchiamo. Sono nel nostro raggio di tiro due sentinelle e le guardie che sorvegliano la porta. Io mi occuperò di queste ultime; tu, Remler, della sentinella di destra e Waffing di quella di sinistra. Dobbiamo centrarli al primo colpo. Buona fortuna!
Detto questo, Feric puntò il mitragliatore, mirò alle due guardie della porta, premette fino in fondo il grilletto e si lanciò a tutta velocità verso le baracche.
Di colpo il silenzio della notte fu lacerato dalle voci di centinaia di mitra, tuoni fabbricati dall'uomo capaci di squarciare il cielo. Sentinelle e guardie caddero all'istante, insieme, prima che qualcuno di loro riuscisse a sparare un sol colpo. Mentre correva verso l'ingresso dell'edifìcio, facendo fuoco a caso sulle finestre, Feric poteva vedere un'orda di uomini vestiti di cuoio nero che s'avventava sui quartieri degli ufficiali da ogni lato i fucili crepitanti. La porta si aprì e due Cavalieri dall'aria ancora intontita cominciarono a far fuoco all'impazzata nel buio. Feric li fece fuori tutti e due con una veloce sventagliata di mitra. Apparvero altri tre Cavalieri, ma anch'essi furono immediatamente sopraffatti dal fuoco massiccio delle SS che seguivano i passi di Feric che si era lanciato sulla breve rampa di scale, aveva aperto la porta con un calcio e aveva fatto irruzione nell'edifìcio annunciato dalla fiamma distruttrice del mitra.
All'interno tutti erano in preda alla confusione e all'orrore. Le baracche puzzavano come fabbriche di birra; sul pavimento scorrevano fiumi di birra da tre grandi tini capovolti. Gli amici di Stopa non avevano avuto il tempo d'infilarsi l'uniforme, alcuni avevano solo i pantaloni, altri solo la camicia, altri ancora correvano via nudi con addosso solo gli stivali, tutti presi dal panico degli ubriachi, agitandosi in tutte le direzioni per evitare le scariche di pallottole: pareva di stare in una stia piena di polli impazziti. C'erano anche una dozzina o più donne nude, urlanti e piangenti: non erano Veredonne helder, ma sgualdrine simili a quelle che i Dominatori si portavano appresso da Zind - creature stolide dai fianchi e dai seni enormi, tenute in vita soltanto da un bisogno sfrenato di accoppiarsi.
Feric scaricò furiosamente il suo fucile su quel nido di vipere; si accorse che Remler e Waffìng, al suo fianco, bestemmiavano, le facce stravolte dalla rabbia e dal disgusto. Le SS entrarono a decine nella baracca riempiendo l'aria con il ruggito dei fucili e l'odore rivitalizzante della polvere da sparo.
Feric individuò Stag Stopa, nudo salvo per gli stivali, che cercava d'impadronirsi dell'arma di un Cavaliere caduto. Centrò il traditore con una scarica nello stomaco. Stopa gridò, sputò sangue e infine crollò, contorcendosi nell'agonia. Feric lo finì con un colpo alla testa; anche un traditore ha diritto a un minimo di pietà. In meno di un minuto, fu tutto finito. Cuccette e pavimenti erano coperti dai corpi dei traditori e delle sgualdrine di Zind. Qua e là le SS ponevano fine all'agonia di qualcuno con un colpo secco. Poi ci fu solo il silenzio.
Improvvisamente Remler gridò: - Duce!
Feric si voltò e vide che il capo delle SS aveva preso per il collo un uomo sanguinante, ancora vivo, e lo teneva diritto. Quando incontrò gli occhi del moribondo, Feric si rese conto che non era un uomo ma un maledetto Dom. L'odio gelido che la creatura emanava non lasciava dubbi!
Feric gli andò vicino e lo scrutò. Il disprezzo per gli uomini, caratteristico di quei mostri, gli scintillava negli occhi da rettile come una brace ardente. Riconobbe Feric e ringhiò la sua sfida. - Che tu possa morire soffocato dai tuoi escrementi, ammasso inutile di carne! - sibilò. - Che i tuoi geni siano dispersi al vento! - Emise una grande bolla di sangue, tossì e morì.
- Hai notato l'accento, Duce? - chiese Remler.
Annuì. - Proprio di Zind!
Feric ispezionò la stanza piena dei cadaveri dei traditori, anche se forse molti di loro erano contemporaneamente vittime e colpevoli, dominati da un agente venuto apposta da Zind. Aveva scelto proprio il momento giusto per colpire! Zind doveva aver in mente d'iniziare quanto prima la guerra se quel porco aveva osato tanto. Il pericolo era molto più imminente di quanto pensassero.
- Duce! - gridò una SS. - L'edificio è circondato dai Cavalieri!
- Andiamo, Waffing! - disse Feric, e i due uomini corsero fuori trovandosi di fronte a un'autentica marea di Cavalieri confusi, alcuni in uniforme, altri vestiti alla meglio, altri ancora armati di fucili o mitra o manganelli, parecchi immobili e imbambolati, a mani vuote.
Vedendo Feric, la folla stupita ritrovò una parvenza di attenzione. Un buon numero eseguì il saluto del Partito e gridò; - Heil Jaggar! - ma per la maggior parte non ci fu altro che confusione.
Feric parlò chiaro. - II Comandante Stag Stopa e i suoi ufficiali erano dei traditori che complottavano con Zind e sono stati giustiziati. Il Comandante Supremo Waffing è ora al comando diretto sia dei Cavalieri della Svastica che dell'esercito regolare nel suo nuovo grado di Maresciallo Comandante Supremo delle Forze di Sicurezza di Heldon. - Si fermò un attimo, lasciando che le parole penetrassero in profondità prima di dar loro le buone notizie. - I Figli della Svastica si sono impadroniti di Heldon -, continuò. - Io ho assunto il titolo di Duce Supremo di Heldon e ora governo per legge.
A queste parole, i Cavalieri esplosero in potenti ed entusiastici applausi. Feric li lasciò andare avanti per parecchi minuti. Quando gli sembrò che la loro esuberanza avesse avuto uno sfogo sufficiente, fece un segnale a Waffing con un cenno del capo.
- Attenti! - gridò Waffing con la forza di un toro. Quasi subito, le truppe entusiaste si azzittirono, si schierarono in ranghi approssimativi e rimasero rigidamente sull'attenti. - Abbiamo del lavoro da fare, e tanto! - spiegò loro Waffing. - Voglio che questo macello sia ripulito e che il campo sia pronto a passare l'ispezione più rigorosa nel giro di mezz'ora. Heil Heldon! Heil vittoria finale! Heil Jaggar!
La risposta ora fu un saluto di massa nella più autentica precisione militare e un coro di - Heil Jaggar! - che non lasciava certo a desiderare quanto a spinto di corpo. La Nuova Era era nata. La Svastica trionfava su tutta Heldon. La minaccia interna era stata sventata una volta per tutte. La nazione marciava compatta dietro al Partito.
Ma, mentre restituiva il saluto, Feric sapeva perfettamente che la sua sacra missione era solo all'inizio. Come un enorme mostro canceroso, l'impero di Zind si profilava lontano all'orizzonte orientale, pronto a esplodere come un gigantesco bubbone e a sommergere l'umanità con il suo veleno puzzolente. Stanotte, i tentacoli di quella massa ibrida nel cuore di Heldon erano stati recisi con forza instancabile, ma non ci sarebbe stato riposo per Feric Jaggar, né pace per i Veriuomini, finché 1 ultimo schifoso mutante e l'ultimo mostruoso Dom non fossero stati cancellati dalla faccia della Terra. L'intero globo doveva essere purificato da tutti gli elementi contaminati come stanotte era stata purificata Heldon.
Oggi Heldon, domani il mondo!
FERMO sull'alto posto d'osservazione di fronte al Palazzo di Stato, Feric Jaggar pareva un dio, splendido nell'uniforme di cuoio nero, il mantello scarlatto libero nel vento, mentre aspettava che iniziasse la grande parata. Alla sua destra era Lar Waffing con la nuova uniforme dell'esercito - grigio chiaro con svastica sulla mantellina - e Seph Bogel nella divisa del Partito; alla sinistra di quest'ultimo, Ludolph Best, anche lui in cuoio nero, e Bors Remler, vestito allo stesso modo ma con i lampi scarlatti ad indicare la sua appartenenza alle SS.
II sole splendeva aito nel cielo terso, e il viale era stato infestonato per tutta la lunghezza da bandiere con la svastica, rosse, bianche e nere. Entrambi i marciapiedi erano stipati di gagliardi helder che agitavano nel vento migliaia di rosse bandiere del Partito. Le telecamere avrebbero trasmesso lo spettacolo in tutto il mondo, e Feric francamente sperava che il suo significato avrebbe chiarito bene le idee ai Dominatori di Zind. Non si poteva certo negare che Heldon aveva fatto passi da gigante durante i due mesi in cui Feric aveva governato come Duce Supremo, e i suoi Comandanti avevano tutti i diritti di essere orgogliosi dei risultati raggiunti.
Bogel aveva scovato e cacciato decine di simpatizzanti Universalisti e addirittura alcuni Dom dal Ministero dei Voleri Pubblici, che aveva trasformato, da nido di squallidi pennivendoli, in un'autentica arma di consapevolezza razziale.
Waffìng aveva assunto il controllo dell'esercito con mano di ferro, aveva eliminato dalla struttura di comando i deboli e i piantagrane e aveva integrato nei ranghi gli ex Cavalieri, che divennero un esempio di fede, coraggio e fervore patriottico per i soldati helder.
Con la supervisione di Feric, Best aveva redatto una nuova Costituzione che delegava tutti i poteri e le responsabilità al Duce Supremo, che manteneva il suo incarico secondo la volontà del popolo di Heldon, che avrebbe potuto revocarglielo in qualunque momento con un plebiscito. In questo modo i voleri del Duce e la volontà razziale di Heldon avrebbero sempre coinciso.
Il compito di Remler era appena cominciato. Campi di classificazione erano in via di costruzione in ogni regione di Heldon, e molti altri erano in fase di progettazione, ma il compito di riesaminare ogni possessore di certificato di cittadinanza di Heldon era estremamente delicato e avrebbe richiesto uno sforzo eroico e prolungato. I vantaggi, comunque, sarebbero valsi qualunque sacrificio. Quando l'opera fosse stata terminata, l'ultimo Dominatore presente entro i confini di Heldon sarebbe stato eliminato, ogni abitante contaminato da un gene permutato sterilizzato o esiliato e il fior fiore del pool genetico inquadrato nei ranghi delle SS, destinate a diventare la riserva di purosangue nel successivo stadio di evoluzione umana.
Anche se Feric non poteva francamente trovare delle pecche nei progressi compiuti sotto la sua guida, d'altra parte, a questo stadio c'era ben poco di cui rallegrarsi. La parata in programma non era una vera e propria celebrazione, ma più che altro una dimostrazione di forza a benefìcio dei Dominatori di Zind. I tuoni da oriente si facevano di giorno in giorno più minacciosi. Il Servizio Segreto delle SS aveva riferito la presenza di una grande orda di mostri nelle zone occidentali di Zind, non lontano dalla frontiera di Wolack. Non era chiaro se si dovesse collegare la mobilitazione con il fallimento del complotto del Consiglio, ma era comunque evidente che i Dominatori si preparavano a marciare sull'occidente.
E Heldon non era ancora pronta a riceverli.
Le dimensioni dell'esercito erano state raddoppiate ma, ad eccezione degli ex Cavalieri, la maggior parte dei nuovi soldati erano reclute inesperte. Le SS erano aumentate raggiungendo le diecimila unità; questi meravigliosi esemplari di Veriuomini erano ovviamente pronti a svolgere qualunque incarico venisse loro affidato, ma c'erano almeno altri diecimila purosangue, potenziali SS, da ricavare dalla popolazione attraverso i campi di classificazione e l'impresa avrebbe richiesto altri quattro mesi. Un nuovo programma di armamenti era stato messo a punto, ma soltanto metà delle truppe aveva ricevuto in dotazione i nuovi mitra, erano state costruite non più di una decina di corazzate aeree e, per quanto riguardava i nuovi cingolati leggeri di terra, la produzione su scala massiccia era sì e no cominciata. Inoltre, si era relativamente a corto di munizioni per le armi nuove.
Heldon aveva bisogno almeno di altri quattro mesi prima di esser pronta a scagliarsi con tutte le forze contro la barbara immensità di Zind. Feric sperava ardentemente che lo spiegamento odierno di forze armate avrebbe seminato un tal panico tra i Dominatori da far rimandare un'eventuale marcia verso ovest di alcuni mesi; il coraggio non era esattamente il piatto forte dei Dominatori.
Un grande applauso salì dalla folla quando dieci motociclisti SS con enormi bandiere passarono ruggendo vicino al palco d'onore, dando inizio alla parata. Immediatamente dietro di loro avanzava una truppa di centinaia di SS, una metà con bandiere del Partito e l'altra con bandiere delle SS, tutte in uniformi di cuoio nero scintillanti nel sole. Mentre la guardia d'onore passava sotto il palco, le bandiere del Partito vennero abbassate. Feric rispose al saluto stendendo il braccio destro nel classico saluto e restando così, mentre le truppe continuavano a sfilare.
Li seguivano altre mille SS a passo di marcia, che si esibirono in un perfetto attenti - a - destr e in un saluto generale mentre passavano vicino a Feric, le uniformi attillate scintillanti nel sole, gli stivali che schioccavano simili a fucilate sul cemento. Che terrore avrebbe suscitato questo spettacolo nei nemici di Heldon!
Ora era la volta di un vasto contingente dell'esercito, ranghi su ranghi, di cui l'ultimo si perdeva dietro una curva in fondo al viale. Queste truppe, con le mantelline scarlatte, le uniformi nuove e perfette, i mitra scintillanti e lo spirito ardente, erano ben diverse da quell'accozzaglia meschina e sudicia che Feric si era trovato di fronte il giorno della parata inaugurale. Questi ragazzi potevano forse essere inesperti e non proprio purosangue, ma raccoglievano le migliori qualità del vero genotipo umano. L'orgoglio e lo slancio con cui colpivano con gli stivali il cemento del marciapiede ad ogni passo e la fervida precisione del saluto non lasciavano alcun dubbio sulla loro devozione alla sacra causa. Perfino la feccia di Zind doveva rendersi conto di trovarsi di fronte a un esercito di autentici eroi della razza.
Dopo la fanteria regolare, ecco avanzare il primo squadrone dei nuovi cingolati leggeri di terra. Questi carri armati veloci, con motore a gas, non erano certo paragonabili agli enormi e goffi cingolati a vapore che tuttora costituivano il nerbo delle armi in dotazione a Heldon. Quattro volte più piccoli delle vecchie tartarughe, si muovevano a una velocità tre volte maggiore. Al posto dell'enorme cabina corazzata irta di fucili fìssi, i nuovi cingolati facevano bella mostra di torrette mobili con cannoni a ripetizione e mitragliatrici pesanti; altre due mitragliatrici erano a portata di mano dell'autista e del suo osservatore, e un solo fuciliere a difesa del retro. Entro tre mesi, l'esercito sarebbe stato dotato di centinaia di carri veloci e una volta che i giacimenti petroliferi dello Zind sud - occidentale fossero stati raggiunti, eliminando il problema del carburante, se ne sarebbero potuti fabbricare a migliaia. L'esercito di Heldon avrebbe attraversato Zind protetto da uno scudo impenetrabile di mezzi corazzati potenti e veloci.
Mentre l'ultimo carro armato superava il palco d'osservazione, cinque grandi corazzate aeree avanzarono lentamente nel ciclo, lacerando l'aria con un prolungato boato. Mentre guardava le enormi fortezze volanti, ognuna dotata della propulsione di dieci motori, Feric fu colpito da un'ispirazione improvvisa. Perché non applicare gli stessi criteri di dimensione, velocità e numero dei nuovi cingolati alle macchine da guerra dell'aria? La costruzione delle corazzate aeree richiedeva un'infinità di tempo ed erano spaventosamente costose. Per dei piccoli caccia grandi un decimo sarebbe stato necessario un solo motore, e poi sarebbero stati due volte più veloci e si potevano produrre su larga scala spendendo venti volte meno. Heldon avrebbe avuto una grande armata aerea al posto di poche decine di goffi bestioni. Sì, bisognava cominciare immediatamente 1a produzione dei caccia!
Dietro ai cingolati venivano un migliaio di motociclisti SS, e dietro ancora un analogo contingente dell'esercito, uno spettacolo avvincente di potenza e velocità. L'incredibile ruggito dei motori era come un grido di guerra che scuoteva la terra. Dopo i motociclisti, ecco avanzare un gruppo di autocarri veloci adibiti al trasporto truppa. I segreti del nuovo esercito che Feric stava costruendo erano la potenza e la velocità. Un esercito che fosse in grado di concentrarsi con uno straordinario spiegamento di Forze su un obiettivo preciso prima che il nemico potesse reagire avrebbe potuto far polpette di un avversario dieci volte più numeroso.
Dietro gli autocarri procedeva una vasta formazione di fanteria SS, poi la seconda formazione di fanteria regolare, che chiudeva la parata. Mentre il primo contingente in uniforme grigia marciava davanti al palco esibendosi nel saluto, Feric vide un ufficiale delle SS correre agitatissimo fino al palco d'osservazione e bisbigliare poche parole secche a Remler. Immediatamente, il Comandante delle SS corse al fianco di Feric con un'espressione febbrilmente agitata che gli illuminava il volto angoloso.
- Allora Remler, che c'è? - gli chiese Feric, che continuava imperterrito a rimanere irrigidito nel saluto a benefìcio delle truppe.
- Duce, le orde di Zind hanno varcato il confine di Wolack. Stanno invadendo le regioni orientali di quella zona con forza irresistibile.
Per quanto colpito al cuore da questa notizia, Feric non allentò neppure per un istante la rigidità del saluto; sarebbe stato disastroso per il governo non mostrare una calma glaciale in una simile occasione. Fece segno a Waffing, a Remler e al capitano delle SS di avvicinarsi, senza che però gli spostamenti venissero notati dalla gigantesca folla sottostante.
- Qual è esattamente la situazione, capitano? - chiese. - Duce, gli ultimi rapporti parlano di una gigantesca orda di Zind a non più di cinque giorni di marcia da Lumb.
- Una volta devastata la capitale, non ci saranno più resistenze tra loro e il confine helder -, sottolineò Waffing. - In nove giorni possiamo ritrovarceli addosso. Dovremmo immediatamente rinforzare la frontiera con Wolack con le truppe migliori, soprattutto SS, e tenere al di là gli invasori fino a che non saranno pronte le nuove armate.
Per quel che ne sapeva Feric, il Wolack occidentale era un territorio perfettamente incontaminato che non anelava che alla colonizzazione umana. Era già abbastanza grave che terre helder per diritto genetico fossero in mano agli Wolack; ma era addirittura inconcepibile per un vero patriota permettere che il marciume di Zind devastasse quella terra, anche prescindendo dalla minaccia militare che avrebbe costituito una simile occupazione da parte di Zind.
- Non c'è nemmeno da pensare d'assumere una posizione difensiva mentre Zina s'impadronisce di Wolack -, dichiarò fermamente Feric. - Dobbiamo attaccare, e attaccare subito: dobbiamo attaccare con velocità incredibile e forza straordinaria.
- Ma, Duce, non siamo pronti a combattere Zind in questo momento; tra quattro mesi…
- Ho deciso, Waffing! - esclamò Feric. - È molto semplice: non possiamo permettere a Zind di marciare su Wolack senza trovare opposizione. Attaccheremo immediatamente con ogni mezzo disponibile.
Neanche trentasei ore dopo, un grande esercito helder premeva al confine, pronto a fare irruzione nel Wolack occidentale. Feric aveva mobilitato il fior fiore dell'esercito e le migliori unità SS e lui stesso li avrebbe guidati in battaglia. Visto che la chiave della situazione stava nella potenza delle truppe concentrate e nella velocità fulminea, Feric aveva radunato una forza d'urto completamente motorizzata, divisa in due colonne.
Lar Waffing guidava un contingente dell'esercito formato da due divisioni di fanteria motorizzata che avevano in dotazione tutti gli autocarri che erano riusciti a rastrellare sull'intera Heldon, scortate da tremila motociclisti e da una decina di carri armati. Questo contingente avrebbe fatto irruzione passando direttamente attraverso il confine occidentale di Wolack per incontrarsi con l'orda Zind in un punto imprecisato nelle vicinanze della capitale Lumb, sulla riva ovest del fiume Roul. Pesantemente inferiori di numero, le truppe di Waffing avrebbero avuto ben poche possibilità di fermare da sole l'orda nemica.
Feric stesso però, con il fedele Best al fianco, avrebbe guidato una divisione formata dalle migliori truppe motorizzate SS che, protetta da una decina di nuovi cingolati veloci, avrebbe iniziato un'ampia manovra di aggiramento a nord - est. Se tutto andava come prestabilito, le forze di Feric sarebbero accorse sul campo di battaglia di Lumb, per poi scendere ad attaccare la retroguardia Zind sulla riva orientale del Roul proprio mentre l'intera orda sfuggente si sarebbe accinta ad attraversare il fiume su un ponte relativamente stretto. Il piano richiedeva che le SS annientassero il più rapidamente possibile le forze nemiche che, nonostante li sovrastassero numericamente ad una percentuale di cento a uno, sarebbero state svantaggiate dallo shock e dalla sorpresa dell'attacco, oltre che dall'innata superiorità delle SS infiammate dal fanatico fervore che gli veniva dall'esempio di avere il Duce Supremo che combatteva al loro fianco.
Il pallido sole del mattino si celava dietro un cielo plumbeo mentre Feric, che guidava a cavallo della sua motocicletta la divisione di SS, guardava la lancetta del cronometro che si avvicinava sempre più all'ora zero. Accanto a lui, Best irradiava entusiasmo giovanile, ansioso di mettere in moto il bolide.
- Pensi che gli Wolack opporranno resistenza alla nostra avanzata? - chiese a Feric speranzoso.
- Sarà difficile, Best -, rispose Feric. - Tanto per cominciare l'esercito Wolack non è altro che un cumulo di mutanti, e poi credo proprio che, a est, avranno ben altro di cui occuparsi.
Tuttavia, dato che la rapidità era essenziale in quell'operazione, sarebbe stato meglio rendere completamente inoffensivo Wolack fin dall'inizio. I cannoni appostati in una cava a cinque miglia dal confine avrebbero polverizzato le fortificazioni Wolack, prima che l'esercito e le SS raggiungessero la frontiera. Allora le due colonne avrebbero invaso Wolack affiancate, rintuzzando ogni possibile velleità di resistenza. Soltanto quando il paese si fosse trovato nel caos più totale, Feric avrebbe guidato le SS verso nord - est.
Dietro a Feric e a Best c'era il fior fiore delle SS, un centinaio di uomini, le cui tute lucenti facevano a gara in quanto a fulgore con le motociclette nere, i fucili appena oliati e le mazze appese alle cinture pronte a colpire. Dietro questa truppa scelta si snodava una colonna d'una dozzina di carri armati, poi altri motociclisti SS, altri cingolati leggeri e infine i soldati dell'esercito regolare di Waffìng, che si stendevano all'orizzonte verso ovest a perdita d'occhio.
- Che magnifico spettacolo! - esclamò Feric.
Best annuì. - Prima della fine della settimana, i Dominatori avranno già avuto modo di saggiare la potenza della Svastica, Duce! - replicò entusiasticamente.
Allo scadere degli ultimi fatali secondi. Feric sfoderò la Gran Mazza di Held e librò lo scettro scintillante verso il ciclo. Al segnale, l'aria di colpo fremette al boato assordante dei motori delle migliaia di stalloni d'acciaio tornati alla vita. Il ruggito fu seguito un attimo dopo dal vigoroso coro metallico degli autocarri e dei cingolati a gas e a vapore. Feric senti la volontà razziale di Heldon percorrergli il corpo con vibrazioni che riempirono con la loro forza l'aria stessa. La sua volontà si fondeva con quella collettiva degli uomini che stava per condurre alla lotta; lui era l'esercito, quegli uomini erano suoi e insieme lui e loro erano Heldon.
Allora, dopo un'occhiata a Best, abbassò il Comandante d'Acciaio. A miglia e miglia di distanza sentì il tuono improvviso del cannone: allora accese il motore e si slanciò in avanti alla testa dell'esercito di Heldon.
Feric si sentì invadere da un potente fremito; il suo corpo vibrava all'unisono con il motore mentre guidava a rotta di collo l'esercito attraverso le dolci colline che portavano al confine di Wolack. Gli obici sibilavano sulle loro teste, la terra tremava percossa da mille suole e mille ruote, mentre una nuvola densa di gas e polvere ribolliva enorme nell'aria. I suoni, gli odori, la gigantesca potenza e la folle velocità gli toglievano il respiro, cantandogli nel cuore la loro canzone. Lanciò un'occhiata a Best al suo fianco e si rese conto che lui pure era trascinato dalla forza di quel momento glorioso; si scambiarono un sorriso cameratesco proprio mentre i carri armati alle loro spalle aprivano il fuoco.
Feric guidò il suo grandioso esercito sopra l'ultima collina, ne superò la sommità e finalmente giunse in vista del confine ai Wolack. La zona di confine helder era circoscritta da filo spinato e da torrette con mitragliatrici poste a intervalli regolari l'una dall'altra. Oltre quella zona, si stendeva mezzo miglio di terra di nessuno e, a trecento metri circa di distanza, un muretto di pietre rozzamente affastellate costruito dagli wolack.
Le posizioni helder erano state evacuate e il recinto di filo spinato presentava grossi squarci. Quanto alle fortificazioni wolack, molte erano state centrate dalle cannonate, e ormai non erano che cumuli di macerie fumanti, altre erano parzialmente distrutte e tra le pietre diroccate erano disseminati parecchi cadaveri di wolack.
Nonostante il rumore dei motori. Feric riuscì a sentire le grida d'esultanza dei suoi alla vista delle fortificazioni wolack distrutte. Quando un'ultima salva di cannonate esplose tra i mucchi di pietra, lanciando nell'aria una pioggia di pietrisco grigiastro, terra marrone e sangue rosso, Feric accelerò, passò d'un balzo attraverso una breccia nel filo spinato e rapidamente varcò il confine di Wolack, tallonato dalla motocicletta di Best. Lo seguì immediatamente l'elite SS, facendo roteare le mazze con selvagge grida di battaglia. Poi fu la volta dei carri armati, che inesorabilmente distrassero quel che restava del filo spinato, e di migliaia di truppe d'assalto motorizzate SS che attraversarono la terra di nessuno insieme a un vasto schieramento di autocarri.
Mentre Feric conduceva l'avanguardia verso le linee wolack, le SS motorizzate si disposero in modo da formare due lunghe colonne di protezione ai suoi lati. A intervalli di un centinaio di metri lungo il cordone, si stagliavano le oscure sagome dei cingolati che si facevano strada a colpi di mitra e cannone. Dietro lo scudo formato dalla falange di SS, venivano gli autocarri della fanteria regolare, seguiti dalla lunga scia di vapore dei vecchi carri armati, che lanciavano salve mortali contro le fortificazioni wolack.
Presto l'avanguardia SS raggiunse gli wolack. Feric per primo si issò su un cumulo di pietre e da quella posizione mise in fuga una mezza dozzina di wolack - un nano gobbo, un pappagalloide, un paio di uomini - rospo e altri mostri del genere - che fuggirono dalla mischia da quei cani vigliacchi che erano. Rapido come un fulmine, Feric raggiunse un pappagalloide e gli spappolò il cervello putrido con un unico colpo dell'eroica mazza. Al suo fianco, Best, gli occhi accesi di fervore patriottico, si scagliò su un nano e lo fece a pezzi con una rapida successione di colpi di manganello.
Poi, all'improvviso, Feric individuò un orrido mutante simile a una rana, con la pelle vischiosa da lebbroso, che puntava il fucile arrugginito alla testa di Best. Istantaneamente, accelerò al massimo, si avventò a quaranta miglia all'ora contro il mostro e travolse la disgustosa creatura dalla quale tra le urla scaturì una pioggia di sangue appiccicaticcio. Rigirò la moto, raggiunse di nuovo il mostro e, tanto per essere tranquillo, gli spaccò il cranio a colpi di mazza.
Best gli si fermò accanto quel tanto che gli bastò per mormorare emozionato: - Grazie, Duce! - e si ributtò subito nel cuore della lotta.
Tutt'intorno a Feric, le SS continuavano a spaccar teste di wolack che fuggivano all'impazzata in tutte le direzioni. Un pelleblu pazzo di terrore corse ciecamente verso la moto di Feric con un manganello in mano; bastò un sol colpo del Comandante d'Acciaio a decapitarlo e la testa ruzzolo sotto le ruote della moto, mentre il corpo avanzò ancora di qualche passo prima di crollare al suolo privo di vita. Non era una vera e propria battaglia: era una disfatta! Questi wolack correvano e correvano vorticosamente, senza meta, come una mandria impazzita; non erano che esseri deboli e codardi privi del gusto virile alla lotta!
Feric alzò in alto la Gran Mazza di Held imbrattata dell'onorevole sangue della battaglia, e lanciò la moto oltre le fortificazioni distrutte, conducendo l'avanguardia SS in territorio wolack. Non aveva senso star lì a perder tempo prezioso per eliminare quegli esseri inutili; le forze d'occupazione che, prima del tramonto, avrebbero seguito le colonne motorizzate a Wolack, avrebbero finito di sistemare definitivamente quella patetica feccia.
Feric si ritrovò ben presto di nuovo alla testa della formazione serrata di SS, che avanzava ora con precisione e slancio verso est. I carri armati proteggevano i fianchi della colonna e mezzo miglio più indietro, leggermente spostate verso sud, avanzavano le truppe regolari di Waffing, avvolte in un denso polverone. Alle loro spalle, le fortificazioni di frontiera di Wolack non erano che rovine fumanti.
- Che bell'inizio per la spedizione, Duce! - gridò Best. - Una vittoria davvero schiacciante! - Aveva il viso acceso per la virile emozione di aver combattuto la sua prima vera attaglia. - Tanto peggio per l'esercito di Wolack! - rispose Feric, non volendo smorzare l'entusiasmo del ragazzo. Sapeva fin troppo bene che gli wolack erano serviti soltanto come banco di prova per le sue truppe e avevano fornito loro l'occasione *di far mostra di virilità, eroismo e abilità; la guerra vera, però, si sarebbe svolta a centinaia di miglia da lì, e la si sarebbe combattuta contro i Guerrieri di Zind, e certo quelle micidiali creature non sarebbero scappate terrorizzate come quel branco di wolack vigliacchi. Ma Feric sapeva anche di aver dietro di sé quell'incredibile sinfonia di motori, file e file di motociclette nere e splendenti e la fanteria autotrasportata che attraversava la pianura come in una magnifica parata, e gli sembrava di sentire il fuoco e lo slancio e il sangue ardente dei suoi ragazzi come una forza sensibile.
Che i Guerrieri di Zind combattessero pure fino alla morte! Che si scagliassero pure con tutta la loro potenza contro l'esercito di Heldon! Il suo manipolo di eroi avrebbe comunque ridotto il loro osceno e corrotto protoplasma in un sottile strato di gelatina squamosa, coperta di polvere!
A mano a mano che le truppe helder penetravano all'interno di Wolack, Feric notò che la natura della campagna andava gradualmente cambiando. L'erba diventava chiazzata e assumeva una malsana sfumatura grigiastra. I maiali e le mandrie che le colonne occasionalmente incrociavano attraverso i campi si facevano ancor più degenerati dal punto di vista genetico: molti erano intralciati da monconi di arti, avevano tutti il dorso screziato da strane strisce verdi e rosse, alcuni con abbozzi di una seconda testa che sporgevano come bubboni alla base del collo.
- Che paese schifoso! - esclamò Best, che guidava sempre al fianco di Feric. - Forse faremmo meglio a dare Cuoco a tutto, Duce!
- Non servirebbe a niente, Best -, disse Feric. - Un semplice incendio non basterebbe da solo a bruciare il veleno del Fuoco appiccato dagli antichi.
In effetti, la campagna si stava rapidamente trasformando in una fossa putrida di radiazioni residue e contaminazione genetica. Sopra di loro, corvi mutati gracchiavano con i beccacci rosa tutti storti, gli occhi fuori delle orbite come pesci d'acqua alta. In lontananza, qua e là, Feric individuò le prime macchie di giungla radioattiva: folti boschetti alterati di vegetazione purpurea, rossiccia e bluastra si alternavano a ciuffi di erba alti come piccoli alberi, a grovigli di viti gigantesche simili a serpenti velenosi e a enormi fiori sinistri. In mezzo a queste putride sacche radioattive, si nascondevano creature al di là di ogni immaginazione: cani selvatici che si trascinavano gli intestini in sacchetti trasparenti, maiali a più teste, uccelli informi ricoperti di piaghe che esalavano miasmi nocivi, ogni sorta di schifezze mutate che, a loro volta, - Invano origine a variazioni ancor più rivoltanti di generazione in generazione.
Di tanto in tanto, la testa della colonna si fermava a stanare i contadini wolack dai loro tuguri. Quei disgustosi mutanti corrispondevano esattamente al tipo clic ci si poteva aspettare di incontrare in posti tanto disgraziati. Non ce n'era uno che non esibisse una macroscopica aberrazione dal genotipo umano autentico. Pelleblu, pappagalloidi, uominirospo, nani e altri mutanti proliferavano in gran quantità. Molti uomini - rana erano dotati di vista e perciò, senza eccezione, queste viscide creature venivano inseguite e uccise dalle SS: il fatto che ci vedessero costituiva un inammissibile affronto agli occhi di ogni Verouomo. Gli altri contadini wolack li lasciarono scappare; soltanto quelli troppo stupidi o fisicamente impossibilitati a correre lontano dalla colonna assaggiarono il ferro delle mazze helder. Sarebbe stato compito dei campi di classificazione, che le forze di occupazione si proponevano d'impiantare in futuro, sistemare quei disgraziati una volta per tutte.
Fino a quel momento l'aspetto più irritante della marcia verso oriente era stato per Feric il disgusto che gli cresceva in gola via via che si addentrava nelle zone contaminate delle paludi di Wolack. Di resistenza non ce n'era, e soltanto le sporadiche cacce ai mutanti più immondi davano modo alle truppe di addestrarsi per 1 futuri e più impegnativi combattimenti. La colonna non evitava i gelidi villaggi ma neppure li cercava; l'esercito avanzava puntando diritto a oriente, e qualunque ostacolo si frapponesse alla marcia veniva fatto a pezzi e dato infine alle fiamme.
Avevano percorso quasi duemila miglia senza mai fermarsi e senza alcun incidente di rilievo, quando Feric decise che era giunto il momento di iniziare la deviazione a nord - est.
Sollevò la Gran Mazza di Held, ne puntò la testa scintillante a forma di pugno verso nord - est e spostò quindi la motocicletta in quella direzione. Senza fermarsi, la colonna di moto nere e carri armati lo seguì su per un'altura e poi di nuovo attraverso le basse paludi del delta del Roul.
- Di questo passo, dovremmo arrivare a Lumb in una giornata -, gridò a Best. - C'è un vecchio ponte più o meno a duecento miglia da Lumb che stranamente è sopravvissuto all'Età del Fuoco. Lì potremo attraversare il fiume senza essere visti.
Best assunse un'espressione perplessa. - Zind avrà certo fortificato una simile posizione chiave, vero, Duce? - chiese un po' confuso.
Feric sorrise. - Si dice che il ponte sia infestato da mostri talmente orripilanti e terribili che neppure i guerrieri di Zind osano affrontarli -, rispose. - E per via di questa specie di diabolici gnomi che la zona e rimasta completamente disabitata.
Vedendo che Best s'allarmava a queste informazioni, Feric scoppiò in una risata cordiale. - Non preoccuparti, Best -, gli disse. - Non ci sono protoplasmi che siano in grado di resistere ai mitra delle SS!
A queste parole, anche il volto di Best s'aprì in un largo sorriso.
Il guado del delta del Roul non fu esattamente un giretto da turisti, ma comunque fu privo di incidenti degni di nota, dal momento che quelle pianure erano le meno popolate di tutta Wolack: la zona godeva tra gli wolack una fama pessima, se non addirittura sinistra.
Feric, del resto, riusciva a capire perché perfino delle creature spregevoli come gli wolack preferissero lasciare disabitate quelle terre. Era palese che il livello radioattivo era molto alto: dappertutto c'erano macchie di giungla radioattiva che intrecciandosi formavano foreste da incubo di dimensioni ragguardevoli. Per ordine di Feric, la possente colonna motorizzata fiancheggiata dai cingolati non penetrò in quei luoghi e non tanto per paura dei mostri nascosti là dentro, ma piuttosto a causa del livello radioattivo pericolosamente elevato che stagnava in quelle sacche putride brulicanti di cromosomi degenerati.
- Laggiù, Duce! - gridò Best, indicando un punto a est, dov'erano chiaramente visibili le due torri del vecchio ponte.
Puntando con un gesto preciso il Comandante d'Acciaio, Feric rinnovò la disposizione delle truppe in modo da essere pronto a fronteggiare qualsiasi cosa potesse in qualche modo sbarrargli il cammino. Quattro cingolati si portarono alla testa della colonna dove formarono una sorta di recinto intorno alle moto di Feric e di Best. Gli altri si portarono più vicino alla colonna in formazione serrata per proteggerla da un eventuale attacco, sia laterale che alle spalle.
A circa due miglia dal ponte iniziava una pista molto antica che, passando in mezzo alle paludi, portava dritto al ponte. Mentre guidava la colonna lungo il sentiero in rovina Feric si rese conto che anche l'ingresso al ponte era circondato da fetida boscaglia radioattiva. Una profusione di rampicanti, viti e arbusti cresceva in puzzolente groviglio blu e porpora ostruendo l'accesso al ponte; soltanto il passaggio di cemento era libero dalla sterpaglia deforme e contaminata.
Feric accelerò lievemente e fece un segnale agli autisti dei cingolati al suo fianco; la testa della colonna si slanciò in avanti a cinquanta miglia all'ora, creando un vuoto di un centinaio di metri tra sé e le motociclette. Feric, seguito a ruota da Best, si portò di qualche metro avanti ai carri armati, sfoderò il Comandante d'Acciaio e spinse la moto nella stretta gola che passava tra le pareti mefiticamente radioattive di giungla degenerata.
Di colpo si trovò immerso in un mondo putrescente, livido, viscido. Serpenti dalle molte teste penzolavano dagli alberi incrostati di melma. Enormi uccelli sfigurati con becchi prensili saltavano goffamente di ramo in ramo lanciando strida gutturali. Dalle profondità della giungla una gigantesca creatura impazzita strillava a se stessa il suo orribile verso. Qua e là Feric individuava enormi forme nebulose che si aggiravano dietro i tronchi contorti degli alberi malati: enormi distese di pelli umide e verdi, masse vaganti di poltiglia rosso - sangue, specie di abnormi organi addominali dotati di vita propria.
- Che fogna di rifiuti genetici! - esclamò ad alta voce.
Best rispose con un improvviso grido di terrore inarticolato e, volto lo sguardo, Feric vide a una cinquantina di metri qualcosa che per poco non lo fece vomitare, mentre il sangue gli si raggelava. Posto di traverso sulla strada c'era un gigantesco cumulo di protoplasma informe, un'ameba pulsante di carne verdastra e traslucida alta forse tre metri e larga più della strada stessa. La superficie dell'enorme massa di melma vìvente ribolliva di decine di grandi bocche a ventosa senza labbra e piene di denti aguzzi come coltelli; e da ognuno degli osceni orifizi si protendevano lunghe lingue rosse, tubolari e contorte. Anche la superficie trasudante del mostro pullulava di centinaia di tentacoli dall'aspetto possente. Le bocche emettevano un suono folle e spaventoso, una sorta di altissimo lamento che rivoltava lo stomaco.
Feric arrancò sui freni e tra stridore di ruote e pioggia di polvere, si fermò sì e no a una ventina di metri dalla cosa; a quella distanza il tanfo di pesce marcio del mostro era quasi insostenibile. Appena Feric ebbe fermato la moto, rammasso ameboide di protoplasma primario cominciò a scivolare verso di lui. Non c'era da stupirsi che gli wolack si tenessero alla larga da quel posto!
Ma una cosa erano i vigliacchi wolack e un'altra i Veriuomini. Feric imbracciò il mitra e lo puntò contro l'immonda creatura. Premette fino in fondo il grilletto e lo tenne premuto in un fuoco a ripetizione, in modo che l'arma inviasse una gragnuola continua di pallottole direttamente contro la cosa obbrobriosa; un'altra scarica di pallottole provenienti da poco lontano gli fece capire che anche Best, prontamente ripresosi, stava seguendo il suo esempio.
Le pallottole si ficcarono nella carne pulsante della creatura ameboide con una serie di piccole esplosioni che riempirono l'aria di una pioggia di melma verdastra e traslucida. Una serie di spaventose urla prolungate si alzò dalle boccacce stravolte dall'agonia, mentre un liquido verde e denso scorreva copioso dalle ferite. La creatura si contorse spasmodicamente, ma Feric e Best continuarono a colpirne la superfìcie viscida con le pallottole del mitra.
A questo punto i cingolati che si erano fermati proprio dietro alla moto ai Feric, aprirono a loro volta il fuoco. Quattro palle di cannone sibilarono nell'aria, penetrarono nel mostro con una perfetta parabola ed esplosero con un boato straordinario che saturò l'aria di fumo e melma in una titanica bufera di distruzione.
Quando il fumo si fu diradato, sulla strada non c'erano che alcune pozzanghere fumanti di liquido verde.
Feric e Best si scambiarono uno sguardo raggiante di trionfo. - E tutto questo per uno dei cosiddetti gnomi del basso Roul! - gridò Feric.
- Non che sia proprio l'allenamento ideale per le moderne armi helder -, commentò Best. - Spero che presto passeremo alle vere e proprie azioni, Duce!
- Non preoccuparti, Best, tra breve raggiungeremo l'orda di Zind. - Così dicendo, Feric sollevò il Comandante d'Acciaio, lo agitò nell'aria e riprese la marcia alla testa della colonna attraverso la giungla e quindi fino all'antico ponte, retto da grandi cavi d'acciaio attaccati a torri di pietra saldamente ancorate sotto le acque fangose del Roul.
A metà strada, Feric sentì alle sue spalle raffiche di mitra e il boato delle cannonate. Guardando indietro vide che molti altri mostri putridi erano emersi dalla giungla avventandosi contro la colonna. I cannoni dei carri armati e i mitra delle SS non ci misero molto, però, a far piazza pulita di quelle oscenità.
Quando la coda della colonna fu in salvo sulla banchina orientale del fiume, Feric ordinò l'alt e formò con i carri armati un'improvvisata batteria di artiglieria. Sotto la sua direzione, i carri armati lanciarono cannonate ad alto potenziale deflagrante contro le torri del vecchio ponte, incenerendole e precipitando il centro del ponte nelle acque fetide del Roul.
Poi, come per un ripensamento, Feric ordinò una salva di cannonate anche sulla giungla, in modo che la colonna si lasciasse alle spalle una traccia infuocata proprio là dove, prima del suo passaggio, c'era stata l'immonda fossa radioattiva.
Trovarono tracce di una grande battaglia a più di cinquanta miglia da Lumb. Enormi folle di dispersi fuggivano verso nord o verso est come insetti sopravvissuti alla distruzione del nido, intralciando la marcia della colonna che procedeva a sud verso la capitale, più o meno venti miglia a est del Roul e parallela al suo corso. Ibridi e mutanti delle specie più sordide fuggivano verso nord lungo la strada principale per Lumb, rendendola impraticabile alle truppe d'assalto helder.
Sarebbe stato possibile farsi strada in mezzo all'ignobile feccia servendosi della forza bruta, ma non valeva la pena di perdere tempo: nonostante la distanza, infatti, di tanto in tanto giungeva l'eco lontana delle cannonate e, visto che gli wolack non possedevano un'artiglieria così potente e che, d'altra parte, era estremamente improbabile che Zind impiegasse una simile batteria per un nemico tanto miserabile, quella non poteva che essere la dimostrazione evidente che le forze di Waffing stavano già combattendo contro il nemico.
Feric guidò dunque la colonna verso sud attraverso i campi malsani, evitando la strada, due miglia a est, intasata dalla feccia, poiché era assolutamente indispensabile arrivare in scena prima che Zind avesse attraversato il fiume con tutta la sua orda; una volta che le creature dei Dom avessero completato l'attraversamento, infatti, ogni vantaggio sarebbe andato perduto, l'esercito di Waffing sopraffatto e la colonna di SS intrappolata lontano dalla linea di combattimento, in territorio conquistato da Zind.
Presto il lontano martellio dell'artiglieria divenne quasi un tuono, e si cominciarono a scorgere le lingue delle fiammate che imperversavano a sud, sulla banchina occidentale del Roul; si sentiva ormai anche l'incredibile crepitio dei mitra che faceva da contrappunto al duello d'artiglieria pesante. Le forze di Waffing stavano combattendo i Guerrieri di Zind a ovest di Lumb; l'unico problema ora era stabilire quanta parte dell'orda nemica fosse rimasta sul lato orientale del fiume - da questo dato poteva dipendere la storia del mondo e la sopravvivenza del genotipo umano autentico.
Via via che la colonna si avvicinava alla periferia di Lumb, la marea di fuggiaschi diradava fino a scomparire del tutto e quel che alla fine si vide non fu che terra calpestata, segno sicuro che l'orda di Zind era passata da quella parte, e neanche molto tempo prima, a giudicare da come stavano le cose.
Feric schierò subito le truppe in vista della battaglia decisiva. Lui e Best, naturalmente, stavano al centro della formazione, seguiti da un centinaio di SS scelte in motocicletta, racchiuse dentro un quadrato formato da quattro cingolati. Dietro la formazione di testa veniva un'ampia e compatta colonna di carri armati con funzione di scudo rispetto al nucleo principale di truppe d'assalto SS anch'esse motorizzate. Altri carri armati proteggevano i fianchi di questo serrato schieramento di uomini, ferro e macchine d'acciaio. Certo non sarebbe stata la feccia di Zind a violare l'integrità di una forza tanto impenetrabile!
Feric imbracciò il mitra e lo caricò. Gettò un'occhiata a Best, che a sua volta aveva preparato l'arma e gridò: - Ora avrai tutta l'azione che si possa desiderare, Best! - Mentre Feric dava gas alla moto, Best rispose con un sorriso da ragazzo e un poderoso: - Heil Jaggar! - che rimbalzò di fila in fila dando il via a un grande saluto di massa spontaneo, che echeggiò nell'aria anche quando l'impetuosa forza delle SS si slanciò verso la battaglia a quasi sessanta miglia all'ora.
Feric guidò le truppe per campi e colline disseminati di resti di cadaveri wolack, in parte già divorati dai disgustosi cannibali di Zind. Alla fine, la potentissima truppa d'assalto motorizzata superò l'ultima altura e Feric potè scorgere la lunga vallata che portava a Lumb, invasa dalle schiere di Zina Ludolph Best non riuscì a trattenere un grido di orrore vedendo per la prima volta i Guerrieri di Zind. L'intera vallata era coperta da vasti contingenti di mostri, sufficienti a scoraggiare anche l'eroe più impavido. Queste macchine di morte protoplasmiche erano una infame caricatura dell'uomo: erano alte tre metri almeno con toraci spaventosamente massicci, arti fuori scala e piccole teste con spazio sufficiente sì e no per gli occhietti rossi, le minuscole orecchie e la bocca bavosa priva di labbra. Erano completamente nudi, tranne che per rozze cinture di cuoio da cui pendevano dei manganelli enormi e pesantissimi ed erano deliberatamente impastati di stereo, escrementi e altre porcherie del genere. La cosa più terrificante era che le formazioni composte ognune da cinquecento mostri marciavano perfettamente sincronizzate, oscillando le braccia simili a tronchi e i fucili che avevano in mano quasi fossero stati pezzi intercambiabili della stessa enorme macchina di carne.
Notando l'orrore di Best, Feric gli gridò: - Non sono che robot privi di cervello! Tutto muscoli e letteralmente niente testa!
Dal canto suo, Feric era tutt'altro che Impaurito da quello spettacolo, poiché significava che forse metà della schiera era ancora da questa parte del Roul - il suo piano disperato funzionava! Sapeva inoltre che la gigantesca orda di Guerrieri era completamente dipendente dai Dominatori che controllavano le formazioni: ogni formazione sincronizzata era infatti diretta da un solo Doni. In combattimento, i Guerrieri non possedevano che rudimenti di volontà autonoma. In mezzo alla schiera, a intervalli più o meno regolari, c'erano enormi carri bellici spinti da squadre di colossali mutanti con gambe e glutei spropositati, toraci avvizziti e praticamente privi di braccia e testa: si trattava dei bestioni. I carri bellici erano carichi di mutanti ordinari che azionavano mitragliatrici e mortai, ma c'era da scommettere che i Dominatori che li controllavano non si nascondevano certo in mezzo a loro, ma negli otto, pesantissimi cingolati a vapore posti a retroguardia dell'orda. Era proprio di un Dom nascondere la sua carcassa di vigliacco nel posto più sicuro! Se fossero riusciti a eliminare i Dominatori padroni, avrebbero disperso l'orda in una delirante e incontrollata confusione.
Con un fiero grido di battaglia, Feric si slanciò a più di quaranta all'ora giù per il pendio con le truppe d'assalto SS che capeggiava proprio contro il cuore della formazione più vicina di Guerrieri. Premette fino in fondo il grilletto del mitra scaricando una violenta raffica contro il nemico e, a questo segnale, i cannoni dei cingolati si misero a scagliare obici ad altissimo potenziale, così che il primo avvertimento del loro arrivo che ricevette il nemico provocò un migliaio di Guerrieri ridotti in poltiglia sanguinante per una rapida successione di esplosioni.
Un attimo dopo, Feric guidava l'avanguardia di cingolati e motociclette attraverso lo squarcio prodottosi nella fiancata nemica. I carri armati helder diedero il via a un nuovo fuoco di protezione a tappeto, questa volta con un obiettivo preciso, e la barriera di carne nuda, pelosa e puzzolente che si parava dinanzi a Feric crollò travolta in un turbine di terra e carne, sommergendolo di rifiuti ed escrementi mentre si avventava con la motocicletta alla loro volta. Soltanto ora i cannoni dei cingolati a vapore Zind aprirono il fuoco, colpendo all'impazzata la retroguardia della colonna helder. Parecchie decine di moto vennero travolte dalle esplosioni, ma le formazioni di SS non rimasero neppure un istante disorientate.
Quanto agli schiavi di Zind, la sorpresa, la velocità incredibile e il fuoco potente e serrato dell'attacco li gettarono nella confusione e nella disorganizzazione più totali. I carri armati continuavano a vomitar colpi contro le file helder e a quella distanza neppure i subnormali che servivano da fucilieri ai Dom potevano mancare i bersagli, infliggendo perdite consistenti alla truppe helder. Ma mentre le formazioni di Guerrieri continuavano a marciare ciecamente verso Lumb, costrette al tempo stesso a organizzare una difesa decente di fronte al fuoco di fila dei cannoni helder, le truppe d'assalto SS mantenevano la loro ferrea disciplina nonostante l'assalto di Zind.
Feric condusse la sua avanguardia a rotta di collo nella breccia aperta dall'artiglieria, guidando i suoi uomini direttamente all'assalto dei cingolati di comando.
Finalmente, i Dominatori che controllavano questo settore dell'esercito si riebbero dallo shock iniziale, dato che improvvisamente e con una precisione soprannaturale migliaia di giganteschi Guerrieri eseguirono dei perfetti dietro - front e si slanciarono a tutta velocità contro lo schieramento dei cingolati helder, agitando gli impressionanti manganelli come enormi falci. Uno dopo l'altro i Guerrieri nudi esplodevano in mille pezzi, ma l'orda era così vasta, e così inesauribile la scorta di carne da cannone dei Dom, che quelle creature continuavano a precipitarsi a migliaia sulle forze helder da tutte le direzioni, facendosi largo tra il fuoco serrato dei mitra e dei cannoni per pura forza numerica.
Improvvisamente Feric si trovò la strada sbarrata da una formazione compatta di mostri alti tre metri, muscolosissimi, impastati con le più svariate schifezze, che agitavano nell'aria i rozzi manganelli menando colpi a caso, gli occhietti rossi scintillanti di furia demente, il mento gocciolante di bava, che si avventarono contro di lui a velocità straordinaria trascinandosi sulle colossali gambacce simili a colonne di marmo. Feric sfoderò la Gran Mazza di Held e li affrontò a viso aperto, fendendo l'aria con i colpi fatali dell'arma divina.
Gli sembrò che una fonte inesauribile di potenza gli scaturisse dal braccio destro e lo riempisse di energia e forza sovrumane. Il Comandante d'Acciaio pesava quanto una piuma nelle sue mani, ma il primo colpo andato a segno ebbe la forza di una valanga e ridusse in poltiglia le piccole teste di sei Guerrieri, mentre i corpi andarono a rotolare nella polvere, inzuppando il terreno con un diluvio di sangue. Sentì un alto grido d'incitamento salire alle sue spalle: infiammati di eroico fervore alla vista di quell'azione straordinaria, i motociclisti scelti, guidati da Ludolph Best, si stavano gettando nella mischia al fianco del loro Duce. Nonostante la spaventosa inferiorità numerica e nonostante dovessero affrontare creature grandi il doppio di loro, le fanatiche SS avanzarono con velocità e ardore sovrumani, avventandosi sui Guerrieri con le mazze, spezzando gambe con le ruote delle motociclette, tenendosi sempre vicini a Feric che si faceva strada nel cuore dell orda Zind con l'irresistibile Comandante d'Acciaio.
Feric, dal canto suo, continuava ad ammassare gran mucchi di giganti pelosi e sudati: menava fendenti in mezzo a una selva di gambe lasciando alle truppe al suo seguito il compito di finire quei disgraziati azzoppati e urlanti, per ritornare a far polpette di quelle facce prive di espressione con il pugno d'acciaio della Gran Mazza.
Perfino nel corpo - a - corpo, i Guerrieri di Zind dimostravano poca o nessuna iniziativa individuale. Si limitavano a spingersi in avanti, fila dopo fila, colpendo con i manganelli ogni cosa in movimento, e forse anche i colpi di manganello derivavano da un comportamento automatico e non da una decisione individuale. Quando un Guerriero cadeva, quello dietro di lui si limitava ad avanzare per riempire la falla, semplice pezzo di ricambio in quella grande macchina da guerra protoplasmica che era l'orda di Zind.
Così la battaglia assunse un andamento inevitabile. Guidata da Feric, la colonna helder si avventava a tutta velocità contro l'orda nemica, spazzando via ogni ostacolo, ma subendo perdite nell'impatto. Da parte loro, i Dominatori si limitavano a inviare una schiera dopo l'altra di Guerrieri per arginare l'avanzata helder, e le loro riserve sembravano inesauribili. Le perdite tra i Guerrieri erano così tremende che l'avanzata helder era ostacolata soprattutto dai mucchi di cadaveri affastellati lungo il percorso.
Feric era riuscito a farsi strada fino a un centinaio di metri dai carri armati di Zind che si erano disposti in un cerchio di protezione completamente circondato da Guerrieri. Alle sue spalle avanzava Best, poi i quattro carri armati e le SS, con le uniformi nere arrossate dal sangue dei Guerrieri. In fondo, veniva la formazione principale di SS d'assalto, che avanzava nel cuore dell'orda nemica lasciandosi dietro un fiume di sangue di Guerrieri.
Improvvisamente, i Dominatori cambiarono tattica. I Guerrieri si fermarono, passarono dai manganelli ai fucili e cominciarono a sparare con precisione sulle truppe d'assalto helder. Dietro di sé, Feric sentì un giovane eroe SS gridare di dolore e poi lo vide cadere dalla moto mentre il sangue lucente gli usciva copioso da una ferita al collo. Tutt'attorno a se, Feric vedeva le SS cadere sotto sventagliate di pallottole, decine di splendidi campioni urlare in agonia e precipitare gemendo nella polvere; una pallottola mancò per un soffio la testa di Best.
- I mitra! - urlò Feric, rinfoderando il Comandante d'Acciaio ed estraendo subito l'arma a ripetizione. Accelerò e guidò la colonna in una rapida manovra a nord, in modo che il maggior numero possibile di cingolati helder potesse disporsi per l'attacco ai carri armati nemici.
Poi puntò il mitra contro la formazione più vicina di Guerrieri falciandoli. A questo segnale, i cannoni dei cingolati aprirono il fuoco. Una violenta gragnuola di obici si abbattè sui carri armati nemici, riempiendo l'aria di fuoco arancione e fumo nero, seguiti da una pioggia di frammenti metallici. Prima che il fuoco e il fumo cominciassero a diradarsi, un'altra scarica di cannonate precipitò sui cingolati di Zind, e poi un'altra, e un'altra ancora.
Dove prima c'erano stati gli otto carri armati di Zind non rimaneva ora che un cratere di vapore pieno di schegge di metallo incandescente e frammenti di protoplasma organico.
L'effetto di questa distruzione sui Guerrieri posti alla difesa dei carri armati fu sorprendente. Le formazioni così ben sincronizzate e disciplinate si sciolsero e i terrorizzati giganti senza cervello cominciarono a correre all'impazzata, a vuoto, in ogni direzione immaginabile. Alcuni spararono dei colpi in aria, selvaggiamente; altri buttarono semplicemente via le armi. Molti di questi ammassi di muscoli, improvvisamente privati del cervello guida, si misero senza scopo a urinare inzaccherando i compagni. L'aria si riempì di ogni sorta di versi, urla, grida. L'intero contingente che circondava il cratere fumante, così come vasti settori dell'orda nelle vicinanze erano ridotti a nient'altro che un branco selvaggio di animali impazziti; i Dom che controllavano quella sezione, evidentemente, erano sistemati all'interno dei carri armati insieme al comando generale di Zind e con la distruzione dei cingolati, l'orda di Zind si era ritrovata priva di guida, questo settore in particolare era ridotto a un ammasso di muscoli che vagavano a casaccio. I cannoni e le mitragliatrici delle SS fecero piazza pulita di questi schiavi ormai ridotti a cumuli di carne inservibile; migliaia furono eliminati, e altrettanti lo sarebbero stati se la tattica di Feric non avesse richiesto una rapidità d'azione instancabile.
Anziché attardarsi ad eliminare fino all'ultimo questi mostri disgraziati, Feric guidò le sue truppe verso est lungo il crinale per alcune miglia, e poi di nuovo giù nella valle, in modo da colpire l'orda vicino a Lumb. Le truppe helder concentrarono l'attacco sui carri bellici trascinati da enormi bestioni, perché ogni volta che una piattaforma mobile andava in pezzi una formazione di Guerrieri si disperdeva, e i giganti che la componevano gettavano via le armi, sparavano in aria, attaccavano insensatamente i compagni, urinavano e defecavano l'uno sull'altro come un branco di maiali impazziti. Non c'era dubbio: i Dom di controllo erano a bordo dei carri bellici e ogni Dom eliminato rendeva militarmente inservibili un migliaio di Guerrieri.
Senza sosta, Feric guidava i suoi uomini tra l'orda Zind, e ogni passo, ogni colpo li avvicinava a Lumb e al ponte sul Roul e la loro avanzata nella valle segnava un sentiero di morte e di distruzione in mezzo all'armata nemica.
Quando giunsero in vista dell'estrema periferia di Lumb, tutta la retroguardia dell'orda di Zind era precipitata nel caos. Decine di migliaia di Guerrieri erano stati uccisi, e altre decine di migliaia, privati dei loro padroni Dom, si erano trasformati da ingranaggi efficienti di una grande macchina da guerra protoplasmica in una disgustosa massa autodistruttiva di muscoli senza cervello. Simile a un gigantesco rettile decapitato che si trascina contorcendosi nella sua folle agonia, il branco di giganti senza cervello correva e urlava in mezzo a un turbinio di grida, calci, morsi, urina, feci e colpi inferii a casaccio, autoeliminandosi a centinaia e rendendo impossibile l'azione ai Guerrieri che erano ancora sotto il controllo dei Dom.
Mentre Feric e i suoi percorrevano il largo viale che attraversava le rovine della zona orientale di Lumb, credettero di entrare in un caos da incubo.
L'orda di Zind aveva percorso la città in gran forza. I rozzi edifìci di pietra e canne erano stati fatti a pezzi e letteralmente polverizzati; non uno era rimasto in piedi, ed era diffìcile immaginare che là dove non rimanevano che polvere e macerie fino a poco tempo prima sorgeva una città. I Guerrieri avevano distrutto tutto quel che s'era parato loro innanzi e ogni angolo della città era insozzato da cadaveri in decomposizione di ogni specie immaginabile di mutanti e ibridi, il cui fetore impestava l'aria. Evidentemente i Dom avevano perso il controllo degli ibridi, data la loro vicinanza con i giganti impazziti che seminavano dovunque il panico sparando in aria, colpendosi, urinandosi addosso, urlando, eruttando oceani di bava dalle bocche sottili e senza labbra.
Era uno spettacolo che Feric osservava con nausea crescente, con il sangue che gli ribolliva nelle vene. - È questo il futuro che 1 Dominatori preparano al mondo! - gridò Best. - Un pianeta formato da una gigantesca fogna popolata soltanto da mostri bavosi e privi di cervello che i Dom, e i Dom soltanto, controllano! Giuro sulla Gran Mazza e sulla Svastica che non mi concederò soste fino a che questa pestilenza non sarà cancellata per sempre dalla faccia della Terra!
Con un'accelerata, Feric guidò la colonna di SS lungo il viale - una parata, un trionfo di irresistibili cannoni, mitra e manganelli, che spinse anche l'ultimo degli helder all'eroismo più puro, acceso dalla profonda repulsione razziale di fronte alle perversioni folli e degradanti di quel che un tempo era stato plasma umano e ora urlava, sbavava, urinava oscenamente intorno a loro. Facendo a brandelli tutto quel che ostacolava la loro marcia, le truppe helder avanzarono verso l'enorme cappa di fiamme e fumo che incombeva sulla zona occidentale di Lumb. Perfino a quella distanza, il cannoneggiamento assordante e il gigantesco crepitio di migliaia di mitragliatrici, provenienti dalla grande battaglia che si combatteva dall'altra parte del fiume, erano sconvolgenti.
Un unico ponte di barche attraversava il Roul intasato di cadaveri, e quando Feric giunse in vista della rozza struttura distesa sulle acque si trovò davanti agli occhi il pandemonio più totale. Una formazione di Guerrieri serrati attorno a un carro bellico stava percorrendo il ponte con perfetta sincronia; era evidente che questi Guerrieri confinati nello stretto spazio del ponte, non erano preda del panico e della disorganizzazione generali in cui Feric e le sue truppe d'assalto avevano gettato i loro compagni. La banchina orientale del Roul, invece, era completamente intasata da una massa di giganti urlanti, animati da incontrollati impulsi omicidi. Molti dei mostri impazziti cercavano di superare le truppe disciplinate sul ponte, forse per un residuo di obbedienza agli ordini o forse come inevitabile risultato del loro vagare a vuoto. Qualunque fosse la causa, un gran numero di Guerrieri ostruivano la testa del ponte, scontrandosi con la formazione ancora controllata dai Dom che tentava di raggiungere il campo di battaglia sulla banchina occidentale.
Feric si rese subito conto che non si potevano usare i cingolati per aprirsi un varco tra i Guerrieri sul ponte, perché anche una sola cannonata imprecisa avrebbe potuto recidere quell'unico legame con la banchina occidentale e lasciarli imprigionati in quella fossa brulicante di mostri impazziti.
Teric sollevò la Gran Mazza di Held e con essa fece dei segnali alle truppe. Il quadrato dei carri armati in cima alla colonna indietreggiò, seguito dai carri armati di protezione alle SS scelti, in modo che l'avanguardia d'assalto alle spalle di Feric e Best era ora composta esclusivamente da splendidi esemplari di Veriuomini, i mantelli scarlatti svolazzanti come bandiere nel vento, i volti splendenti di fanatica determinazione, i manganelli levati. Sarebbe stato questo manipolo di eroi ad aprire un varco attraverso i mostri del ponte con il nudo acciaio e la ferrea decisione.
Con un grido di guerra, Feric guidò la solitària falange proprio in mezzo al branco di giganti bavosi e urlanti che affollavano la testa del ponte. Con un unico colpo perfetto del Comandante d'Acciaio ne decapitò uno e spezzò le enormi cosce simili a botti di altri due, che caddero agonizzanti nel lago del loro stesso sangue. Al suo fianco, Best fece cadere un enorme Guerriero con una serie di colpi precisi e poi lo finì con un ultimo violento fendente alla spina dorsale. Tutt'intorno, le SS decimavano decine di mostri con ardore e precisione; non c'era praticamente colpo di manganello che andasse a vuoto.
Le SS si stavano facendo largo attraverso la feccia, uccidendo centinaia di orrende creature e precipitandone altre nel panico più cieco, che diede il via a un fuggi fuggi di giganti impazziti e urlanti che facilitò l'avanzata di Feric e dei suoi, che poterono infine avventarsi sulla retroguardia della squadra che marciava sul ponte.
Prima che il Dominatore a bordo del cingolato potesse iniziare la difficile manovra per far fare dietrofront alla squadra in quello spazio così ristretto, Feric aveva già assalito alle spalle una decina di Guerrieri e ne aveva squarciato i crani con il Comandante d'Acciaio, mentre le SS, infiammate dall'ardore straordinario del loro Duce, maciullavano teste, fracassavano gambe e comunque colpivano centinaia di mostri, sgomberando i primi cinquanta metri del ponte e permettendo così all'avanguardia motorizzata di accedervi.
Quando la formazione di Guerrieri si fu finalmente voltata per rintuzzare l'attacco helder, Feric e i suoi uomini avevano già quasi raggiunto le grandi ruote cingolate del carro bellico di Zind. Lì un'autentica barriera di Guerrieri, allineati spalla contro spalla, impediva ogni ulteriore avanzamento volteggiando minacciosamente nell'aria enormi manganelli. Ma con un decisivo fendente della Gran Mazza, Feric mozzò una dozzina di braccia e fece volar via i manganelli, mentre da quelle orride bocche senza labbra si alzavano strida inumane.
Poi, imbracciato il mitra, ne scaricò le cartucce sui mutanti a bordo del carro bellico; da quella posizione non era possibile stabilire quale fosse il Dom e quindi bisognava eliminarli tutti, e alla svelta. Ne caddero subito sei; poi intervenne Best, e anche le SS lì intorno aprirono via via il fuoco contro gli occupanti del carro.
Dopo pochi secondi di fuoco a tappeto sul carro non rimasero che cadaveri di Zind. Gli enormi bestioni quasi privi di braccia lanciarono urla tremende e cominciarono a correre in tutte le direzioni, sempre legati al carro che prese a barcollare e ondeggiare come se volesse esplodere.
Quanto agli altri Guerrieri rimasti sul ponte, privati del controllo del Dom, precipitarono, come 1 loro compagni a est di Roul, nella follia più totale e presero a vagare di qua e di là, a colpirsi l'un l'altro, a buttare i compagni e a buttarsi giù dal ponte, nel fiume pieno di cadaveri.
Dopo fu un gioco da ragazzi per Feric e i suoi farsi strada tra quell'ammasso di muscoli decapitati; e l'impresa diventò ancor più facile quando i bestioni decisero improvvisamente di mettersi a correre tutti nella stessa direzione e, trascinandosi dietro il carro bellico, scavalcarono la spalletta del ponte e scomparvero nell'acqua sollevando una gigantesca ondata. Bastò il rumore a terrorizzare del tutto anche il resto dell'orda, e decine di Guerrieri si gettarono a loro volta in acqua, dove i loro cervelli rudimentali non si rivelarono in grado di tenerli a galla.
La colonna helder spazzò via i superstiti e volò sul ponte per unirsi alla battaglia cruciale al di là del Roul. I cinque cingolati furono gli ultimi ad attraversare il ponte, e quando le ruote dentate toccarono la terraferma sulla banchina occidentale, le torrette si voltarono e con tre rapide cannonate mandarono il ponte in mille pezzi precipitando i rottami nel fiume già ingombro di vittime.
Quanto al resto dell'orda di Zind, era ormai intrappolata tra gli uomini di Waffing a ovest e quelli di Feric ad est, dimezzata, priva di rinforzi e circondata da tutte le parti.
Le truppe di Waffing erano schierate su un largo fronte nella periferia occidentale di Lumb. Protetti da rudimentali trincee, migliaia di soldati helder lanciavano continue salve di pallottole sulle squadre di Guerrieri che si scagliavano senza tregua contro il loro appostamento. Arretrati rispetto alle linee di combattimento, i vecchi carri armati a vapore helder sparavano obici sull'orda Zind senza tema che i mortai a corto raggio dei nemici riuscissero a loro volta a raggiungerli. Nubi dense di fumo acre oscuravano l'aria per miglia e miglia lungo il fronte e il boato generale era davvero spaventoso.
Feric iniziò il suo attacco alle spalle della retroguardia di Zind; l'orda, per pura e semplice superiorità numerica, aveva raggiunto posizioni avanzate a non più di cento metri dalle trincee di Waffing, appostandosi letteralmente dietro un muro di cadaveri di Guerrieri, proprio di fronte alle postazioni di mitragliatrici. Mentre Feric osservava la scena da un'altura, file e file di Guerrieri avanzavano sincronizzati facendo fuoco. Le creature venivano fatte quasi subito a pezzi dalle mitragliatrici helder, ma altrettanto rapidamente venivano rimpiazzate da un'altra fila di giganti alti tre metri, simili a robot. Ogni nuova ondata di Guerrieri portava l'orda un po' più vicino alle linee helder, anche se le perdite erano enormi. L'orda avanzava per un processo di erosione lenta e impercettibile, ma irresistibile, come un ghiacciaio che scende lungo la montagna.
L'enorme orda che si stendeva davanti agli occhi di Feric marciava decisa verso ovest, rango dopo rango, a perdita d'occhio, diritta contro le mitragliatrici di Waffing. Feric sorrise maliziosamente a Best. - L'ultima cosa che i Dom si aspettano è un attacco alle spalle! - esclamò. - Li schiacceremo in mezzo alle truppe di Waffing come vermi!
Agitò tre volte il Comandante d'Acciaio nell'aria, e le truppe d'assalto si disposero in formazione per la battaglia finale: migliaia di motociclisti avanzarono a formare un ampio fronte ai lati di Feric, con qualche carro armato in mezzo per rinforzare l'assalto.
Feric abbassò la Gran Mazza, accelerò al massimo e guidò il suo meraviglioso esercito di uomini e di macchine giù per la discesa, attraverso le rovine di Lumb, puntando dritto sulla retroguardia dell'orda di Zind. Mentre le SS si slanciavano in avanti, i cannoni dei cingolati cominciarono a sganciare una carica dopo l'altra tra i ranghi nemici, eliminandone in pochi minuti decine e decine così che, quando gli helder raggiunsero l'orda nemica, dozzine di formazioni di Guerrieri si erano già tramutate in branchi di animali spauriti e bavosi. Feric aggredì alle spalle una decina di Guerrieri, spaccando le loro teste con un unico, poderoso colpo della Gran Mazza. Ma, cosa abbastanza sorprendente, le file di giganti continuavano a marciare verso le trincee di Waffing, ignorando sia le moto che i cingolati SS anche quando ne venivano fatti a pezzi. Le SS ne falciavano i Guerrieri a centinaia con i mitra senza incontrare la benché minima resistenza. Best da solo fece fuori una decina di mostri con una sola sventagliata di mitra, il volto atteggiato a un'espressione di attonita incredulità.
Quando 1 Dominatori superstiti riuscirono a far voltare la loro retroguardia per fronteggiare l'attacco helder, Feric e i suoi uomini erano già penetrati a fondo tra le fila nemiche, facendo una vera e propria carneficina. Ormai avevano distrutto talmente tanti carri bellici e assassinato una tale quantità di Doni che erano più i Guerrieri che s'aggiravano per il campo di battaglia impazziti che le truppe disciplinate. L'avanzata di Zind verso le trincee di Waffing degenerò in un caos folle e animalesco.
Di fronte a. questo spettacolo, gli uomini di Waffing si resero conto immediatamente che Feric era arrivato e irruppero dalle trincee per l'ultimo, definitivo attacco, giocando il tutto per tutto.
L'orda di Zind, già precipitata nella confusione più totale, si ritrovava ora intrappolata tra due poderose cariche helder, due fronti fatti di acciaio ed eroi. In queste condizioni, l'esito della battaglia era scontato.
Mentre si faceva largo in un autentico oceano di Guerrieri impazziti che correvano in tutte le direzioni per sfuggire alla morte, Feric si sentì sopraffare da un impeto di fierezza. Ogni fendente del Comandante d'Acciaio eliminava un altro gruppo di oscene mostruosità, e ogni Guerriero ucciso era un nemico di meno, un ostacolo spazzato via dal cammino verso la vittoria finale. Tutt'attorno a lui, le SS massacravano Guerrieri con furore sempre più frenetico, chiamando a raccolta enormi riserve di forza isterica, o forse attingendo alle loro inesauribili riserve in una strenua comunione di lotta eroica e trionfante, in cui tempo e fatica non erano che parole vuote, prive di significato.
Feric non aveva idea di quanto fosse durata la battaglia. Avanzava con la moto nel caos frenetico dell'orda di Zind in preda al panico, colpendo quanti poteva con la Gran Mazza. Aveva l'uniforme nera completamente arrossata dal sangue nemico, e altro sangue scorreva lungo lo stelo argenteo del Comandante d'Acciaio, inzuppandogli la mano. Eppure non sentiva su di sé traccia del tempo trascorso e della tremenda fatica sostenuta. I Guerrieri che aveva di fronte dovevano essere sterminati, e lui li sterminava; erano questi parametri dell'universo di guerra in cui si muoveva.
Alla fine, sul campo rimasero più cadaveri che Guerrieri e Feric si ritrovò a inseguire e massacrare gli ultimi superstiti uno a uno anziché a mucchi come prima, perché ce n'erano troppo pochi, e troppo lontani uno dall'altro.
Scoprì due Guerrieri, a pochi passi da lui, in piedi su un mucchio di cadaveri di compagni caduti, che cercavano di finirsi a colpi di manganello. Girò la moto, puntò verso i due giganti e vibrò un colpo della Gran Mazza sulle loro teste. Ma prima che l'arma raggiungesse il bersaglio, uno dei due urlò e cadde, colpito dal compagno, con il cervello spappolato; Feric dovette accontentarsi di far fuori l'altro.
E poi, all'improvviso, si trovò di fronte la massiccia figura di Lar Waffing, l'uniforme grigia macchiata di rosso e un manganello completamente imbrattato di sangue in mano.
Feric fermò di colpo la moto e scese. Un attimo dopo si ritrovò accanto Best. I tre uomini restarono un attimo fermi, in silenzio, mentre le nere SS correvano ad abbracciare i soldati dell'esercito in divisa grigia. La trappola aveva funzionato - l'orda di Zind era stata annientata.
Fu il focoso Waffing a spezzare quel solenne silenzio. - Ce l'abbiamo fatta! - esclamò. - Heldon è salva! Questo è il più grande momento della storia del mondo!
- No, mio caro Waffing -, lo corresse Feric. - II più grande momento della storia del mondo sarà quello in cui l'ultimo Dominatore esalerà l'ultimo respiro. Esulta per una battaglia vinta, con amore, ma non confonderla con la fine della guerra.
Waffing annuì e i tre uomini rimasero lì, nella luce del tramonto, a guardare il campo di battaglia ormai deserto. Tra loro e il fiume Roul si stendeva un vasto territorio completamente coperto di cadaveri nemici e dei loro equipaggiamenti distrutti. Le squadre di rastrellamento delle SS e dell'esercito cominciarono a muoversi in quel gigantesco letamaio; di tanto in tanto, uno sparo spezzava il silenzio solenne. I caldi raggi rossi del sole calante, che creavano una sorta di alone intorno a Feric e ai suoi due paladini, investivano ormai il trionfante campo di battaglia come fiamme di un fuoco divino.
CON le orde di Zind temporaneamente confinate al di là del Roul, la costruzione della Nuova Heldon procedette ad un ritmo che mozzava veramente il fiato. La vittoria di Lumb aveva risollevato lo spirito della razza helder, mentre la consapevolezza che fosse solo una questione di tempo prima che i Dominatori inviassero nuovamente i loro schiavi contro il sacro suolo umano li spingeva a incredibili atti di fanatico autosacrifìcio e di energia insospettata.
Il programma dei campi di classificazione era l'esempio migliore delle qualità che il Nuovo Ordine implicava. Niente piaceva a Feric quanto il visitare questi campi, perché qui il fervore patriottico che animava il paese raggiungeva la sua. espressione più elevata e concreta.
Fu dunque pregustando acutamente quel che vi avrebbe visto che Feric varcò il cancello principale dell'ultimo campo di classificazione, sorto vicino al confine settentrionale del Bosco di Smeraldo, per una ispezione informale condotta da Bors Remler in persona. Al suo fianco, il comandante delle SS irradiava fervore patriottico, e Feric riflette che neppure Waffing - che pure aveva fatto meraviglie con l'esercito e con l'industria pesante - aveva compiuto azioni paragonabili a quelle di Remìer e delle SS durante questi due mesi di febbrile attività.
Esteriormente, il campo si presentava come una costruzione piuttosto modesta: un tracciato oblungo di filo spinato elettrificato circondava un laboratorio e file e file di semplici baracche di legno, il tutto presidiato agli angoli da torrette dotate di mitragliatrici. Le baracche erano abbastanza spaziose da poter accogliere in qualunque momento diecimila helder; l'efficienza sovrumana delle SS era dimostrata dal fatto che Remler aveva stabilito di poter effettuare ogni cinque giorni un completo ricambio della popolazione in ognuna delle tre dozzine di campi, e fino a quel momento aveva addirittura fatto di meglio.
Inutile dire che niente di tutto ciò sarebbe stato possibile senza il fanatico consenso della popolazione di Heldon, così come delle duemila e più persone che Remler aveva schierato per l'ispezione di Feric nel principale cortile d'esercitazione del campo. Si trattava per lo più di esemplari all'apparenza privi di difetti fisici che avevano momentaneamente abbandonato gli abiti civili per indossare le semplici tuniche grigie del campo di classificazione. Nonostante il soggiorno al campo rappresentasse un sacrificio non indifferente anche per coloro, ed erano la maggioranza, che ottenevano la ricertificazione, Feric fu contento di non notare facce tirate nella moltitudine. Senza dubbio la possibilità di venire ammessi nelle SS era un fattore che contribuiva grandemente a mantenere alto il morale nei campi, perché praticamente non passava attimo senza che gli internati si trovassero davanti agli occhi, a titolo di ispirazione ed esempio, un campione delle SS, alto, biondo, fisicamente perfetto, splendido nell'uniforme nera e scarlatta.
Quando Feric si fermò a una decina di metri dalla prima fila di internati nel campo, Remler si fermò a sua volta al suo fianco con un perfetto schioccare dei tacchi e si esibì in un silenzioso saluto di Partito.
Immediatamente, un'autentica foresta di braccia scattò in aria, e il grido spontaneo di: - Heil Jaggar! - echeggiò in ogni angolo del campo di classificazione.
Feric restituì il saluto e, come era suo solito, fece alcune osservazioni per premiare lo spirito di sacrificio e l'eroismo di quei cittadini.
- Camerati helder, mi congratulo con voi per il patriottico spirito di sacrificio. Ho saputo che più della metà di voi sono volontari. Un tale fervore idealistico costituisce motivo d'ispirazione non soltanto per me ma per ogni vero uomo che viva sotto la Svastica. Inoltre, è un messaggio che susciterà paura nei Dominatori di Zind e in tutti coloro che li servono, in patria e all'estero. Che mai si scopra tra di voi un Doni! Che tutti voi otteniate la ricertificazione! Che molti tra voi vengano ritenuti degni di entrare nelle SS! Heil Heldon! Heil Vittoria!
Con le orecchie ancora vibranti della risposta ruggente alle sue parole - - Heil Jaggar! - - Feric seguì Remler nel laboratorio per completare l'ispezione del campo.
Il laboratorio era un edificio largo, basso, rettangolare, costruito con lamiere di acciaio galvanizzato. Una vasta folla di internati, sorvegliata da alti e biondi SS impeccabili nelle uniformi di pelle nera, si accalcava davanti a un battente del portone d'ingresso. Altre SS facevano la guardia a quattro file perfettamente allineate d'internati che entravano nell'edificio. Quando una fila entrava, le SS la rimpiazzavano subito raggnippando degli internati del gruppo in attesa davanti al portone; al tempo stesso, in zone diverse del campo, squadre di SS radunavano altri internati convogliandoli verso il laboratorio. Ne risultava un processo di ricambio continuo, quasi una catena di montaggio. Feric osservò che la gente in attesa parlava animatamente, mentre quelli in coda avevano un'aria dignitosa e solenne più consona all'occasione.
- Sono contento di vedere che le code avanzano così rapidamente -, commentò con Remler. - Per motivi umanitari, oltre che efficientistici.
Remler annuì decisamente. - Alcuni di questi ragazzi sono così sicuri di venir ammessi nelle SS che cercano di vendere le loro razioni pur di ottenere un posto più avanzato nella coda -, rispose.
Feric era raggiante mentre Remler lo conduceva a una porta laterale: comprendeva perfettamente il fervore di quei giovani. Tuttavia, bisognava evitare che i migliori candidati potenziali alle SS sì indebolissero fasicamente digiunando!
- Fai circolare l'avviso che chiunque venga sorpreso a vendere le proprie razioni verrà fatto indietreggiare di dieci posti nella coda -, ordinò. - Non possiamo permettere che i nostri migliori purosangue digiunino per un eccesso d'entusiasmo.
- Sì, Duce! - rispose Remler mentre entravano nella baracca di acciaio ondulato.
L'interno non verniciato della baracca era rigidamente funzionale. Le quattro code facevano capo a un lungo bancone che correva per metà dell'edificio; al di là del bancone c'erano file e file di analisti genetici SS, anche loro in uniforme di pelle nera, il cui compito consisteva nel sottoporre ai test uno dopo l'altro tutti gli internati. Le quattro file sbucavano in un piccolo spiazzo sorvegliato da una dozzina di SS armate di manganelli e mitra. Più oltre, si stendeva una parete di lamiera interrotta soltanto da quattro porte prive di indicazioni. Una volta terminati i test, al candidato veniva fatta varcare una di queste porte per ulteriori esperimenti. Feric notò che la maggior parte degli uomini venivano indirizzati all'ultima porta a destra.
- Recentemente abbiamo messo a punto quattro test addizionali -, gli spiegò Remler pieno di orgoglio. - Un helder per essere tale, ora deve soddisfare ventitré criteri genetici. Naturalmente gli esami per entrare nelle SS sono infinitamente più severi. Dato che abbiamo già scoperto quasi settantamila reclute SS nei vari campi, abbiamo potuto rendere ancora più rigidi i criteri di selezione delle SS. I campi femminili hanno selezionato all'incirca quarantamila donne ritenute geneticamente adatte ad accoppiarsi con i membri delle SS. Riesci a immaginare che straordinari campioni produrrà la prossima generazione, Duce?
- Non ci sono dubbi, Remler -, disse Feric, - hai fatto miracoli.
Raggiante di legittimo orgoglio, Remler guidò Feric attraverso l'ultima porta a sinistra, che dava su una stanzetta in cui due SS armate di mitra e manganelli scattarono immediatamente sull'attenti alla vista del Duce Supremo. Sul pavimento della stanzetta c'era un canale di scarico; un rubinetto era incastrato a uno spigolo sporgente del muro. Il pavimento di cemento presentava delle macchie color marrone - rossiccio pallido.
- Finora, abbiamo scoperto soltanto qualche migliaio di Dom -, disse Remler. - Gli scienziati SS, pero, sono prossimi alla realizzazione di un test specifico per il genotipo dei Dominatori. Oggi come oggi, temo che alcuni Dom riescano a sfuggire spacciandosi per meticci o mutanti ordinari.
Feric restituì il saluto alle SS addette allo sterminio e annuì a Remler. - Quando verrà messo a punto un test specifico e infallibile, sarà una faccenda relativamente semplice riesaminare gli sterilizzati e eliminare anche l'ultimo gene Dominatore dalla faccia di Heldon.
- Comunque, in un modo o nell'altro, la prossima generazione risolverà il problema -, sottolineò Remler.
Poi attraversarono 1 altra porta della stanza di sterminio, superarono uno stretto corridoio e arrivarono in un vasto locale gremito di helder sorridenti ed eccitati, in coda di fronte alla parete dell'archivio per ricevere i nuovi certificati di purezza genetica e i vestiti.
Prima ancora che Remler facesse un gesto per ordinare il saluto, Feric venne riconosciuto e gli esuberanti giovani esplosero in un coro di - Heil Jaggar! - accompagnato da saluti, alcuni non proprio ortodossi, ma spontanei come gli applausi e gli evviva che proseguirono per un minuto buono.
Feric non potè fare a meno di sorridere a sua volta, restituendo il saluto. Questi helder avevano i loro sacrosanti motivi per esultare - avevano superato i nuovi, severissimi test genetici ed erano stati riammessi nella comunità dei Veriuomini. Fu profondamente commosso dalla loro gioia contagiosa, che non fece che rinnovare in lui la determinazione ferrea che i Veriuomini, e i Veriuomini soltanto, avrebbero ereditato il futuro del mondo.
Remler lo riaccompagnò poi nel corridoio e di lì in una lunga stanza rettangolare, che aveva tutta l'aria d'esser per lui motivo d'orgoglio e di gioia. L'ingresso si apriva direttamente davanti a un bancone dietro cui lavoravano cinque analisti genetici, tutti SS alti e biondi. Alla testa dell equipe di esperti c'era un medico SS dotato di attrezzatura medica di precisione. Il retro della stanza era occupato da una serie di scrivanie a cui sedevano giovani uomini alti e biondi, occupatissimi a compilare test sotto la supervisione di un capitano delle SS. Il senso di fervore patriottico e d'eccitazione che aleggiava per la stanza era quasi palpabile, poiché qui veniva data a quegli internati che avevano fornito certe indicazioni nei test generali l'opportunità di superare i severissimi esami genetici, somatici, mentali e patriottici per l'ammissione atte SS.
Alla vista di Feric, tutti i presenti scattarono rigidamente sull'attenti, salutarono e gridarono: - Heil Jaggar! - Feric rispose con un rapido saluto, e con un cenno del capo fece capire che il solenne esame doveva continuare senza che si facesse caso alla sua presenza. Fu lui stesso a condurre Remler fuori della stanza attraverso una porta laterale, dato che ai ragazzi doveva venir lasciata la massima concentrazione in quell'occasione, e certamente la presenza del loro Duce Supremo in un momento simile non poteva certo non costituire motivo di distrazione!
Superata un'altra porta, Feric si trovò di fronte a una fila di gente pallida e atterrita. SS armate di manganelli e mitra si alternavano alla sorveglianza di questa fila di infelici. In cima alla fila c'era un maggiore delle SS alle cui spalle si aprivano due porte.
Entrando, Feric sentì che il funzionario si rivolgeva all'helder dalla faccia torva che stava all'inizio della fila, un buon esemplare a giudicare dalle apparenze.
- È mio dovere informarti che non sei riuscito ad adeguarti agli standard del genotipo umano puro. Ti restano due possibilità: l'esilio dalla patria o la sterilizzazione. Quale scegli?
L'uomo ebbe un attimo di esitazione; Feric notò che aveva le lacrime agli occhi. Improvvisamente la sua presenza fu notata e tutti - SS e internati dall'espressione dolente - salutarono prontamente e gridarono: - Heil Jaggar! - con un vigore e un entusiasmo che non lasciavano niente a desiderare. Feric fu profondamente toccato da questa dimostrazione di solidarietà di razza, specialmente da parte di coloro che erano chiamati a sacrificare le proprie speranze di progenie futura per il bene della patria.
Un istante più tardi, l'helder in cima alla fila raddrizzò le spalle, fece scattare i talloni, si mise sull'attenti e rispose con fermezza e decisione ai maggiore SS: - Scelgo la sterilizzazione per il bene della patria! - Poi si esibì in un saluto di Partito letteralmente perfetto e marciò risolutamente verso la porta di destra.
- L'ottantacinque per cento dei respinti preferisce la sterilizzazione all'esilio -, gli sussurrò sottovoce Remler.
Gli occhi di Feric si riempirono di lacrime di gioia e di tristezza insieme perché, osservando la schiera di reietti che, uno dopo l'altro, avanzavano stoicamente verso la porta di destra, si rese conto di trovarsi di fronte alla dimostrazione definitiva della giustizia della sua causa e del trionfo della Svastica.
Il Feldmaresciallo Lar Waffing si alzò un po' faticosamente in piedi, lanciò un'occhiata alla grande carta geografica dietro la sedia sopraelevata di Feric, fece un cenno ai generali riuniti nella stanza di guerra del Comando Supremo, sorrise direttamente a Feric e poi tenne il suo rapporto formale.
- Duce, sono onorato e insieme felice di riferirti che il rinnovamento dell'esercito si può ormai considerare completato. Le nostre forze ora constano di più di trecento cingolati e le nuove fabbriche continuano a sfornarne altre decine alla settimana. Ora possediamo più di duecento caccia - bombardieri e altre decine stanno passando alla catena di montaggio. Mezzo milione di Veriuomini sono stati aggregati ai ranghi, e sono orgoglioso di dichiarare che ogni soldato helder è ora equipaggiato con un modernissimo mitra oltre a un fantastico manganello. Le scorte di munizioni sono abbondanti, e abbiamo una riserva di petrolio sufficiente ai fabbisogni di un mese di guerra totale. Gli scienziati dell'esercito sono in procinto di ricostruire missili teleguidati e molte altre armi degli antichi.
- In breve, Duce, hai a tua disposizione una forza che non aspetta altro che i tuoi ordini per gettarsi nell'azione!
- Magnifico, Waffing! - disse Feric decisamente entusiasta mentre il Comandante Supremo tornava a sedersi. L'esercito e le SS non avevano bisogno che di agire in fretta per perfezionare il proprio addestramento. L'unico problema ora riguardava dove e come.
- Pensi che siano pronti per annientare Zind, Waffing? - chiese.
Waffing sprofondò nei propri pensieri per qualche attimo. - Non no dubbi che potremmo sconfìggere Zind se attaccassimo adesso -, rispose. - Ma la guerra sarebbe lunga e faticosa. Dacci sei mesi e il nostro esercito avrà raddoppiato gli effettivi, avremo migliaia di carri armati e aeroplani, e la velocità della nostra avanzata su Zind sarà limitata solamente dalla relativa lentezza dei cingolati. Annienteremo quei porci in una guerra lampo.
Feric valutò questo aspetto della situazione. Sarebbe stato certamente meglio aspettare qualche mese ancora, quando le schiere di Heldon sarebbero state al massimo delle loro possibilità, prima di lanciarsi nell'attacco finale a Zind. D'altro canto, però, l'esercito aveva bisogno di agire subito.
- Waffing, ci sono probabilità che Zind ci attacchi entro i prossimi sei mesi?
- Difficile -, rispose il Comandante Supremo. - Il loro sistema logistico è decisamente lento. Saremmo informati di un simile attacco con mesi di anticipo. Al momento non stanno preparando niente del genere.
Feric si alzò in piedi, deciso. Si voltò a guardare la grande mappa sul muro alle sue spalle e si rivolse ai suoi generali. - Entro due settimane, Heldon sarà in marcia. Ina grande colonna penetrerà in Borgravia, prenderà Gormond e proseguirà verso ovest alla volta di Vetonia. Nello stesso tempo, il distaccamento settentrionale delle nostre truppe marcerà su Vetonia passando per Feder e si ricongiungerà al contingente meridionale nella capitale. Le forze così riunite irromperanno allora in Husak su un vasto fronte, elimineranno ogni opposizione e spingeranno le forze husak superstiti nelle terre selvagge dell occidente, dove moriranno. Mentre le nostre truppe si assicureranno Borgravia, l'aviazione, al tempo stesso, si occuperà di radere al suolo Cressia, Arbona e Karmath e tutti 1 vermi che vivono a sud. Così avremo le spalle coperte per lo scontro finale con Zind. Se le operazioni dovessero prolungarsi più di un mese, ne rimarrò amaramente deluso.
I generali rimasero a bocca aperta di fronte all'audacia del piano; Waffing, ad ogni buon conto, picchiò il pugno sul tavolo, sorridendo felice. - Se l'operazione si prolungasse più di un mese, Duce -, dichiarò, - io personalmente fucilerò tutti gli ufficiali dell'esercito, poi mi degraderò al ruolo di fante semplice, mi ficcherò in bocca la canna del mitra e mi giustizerò per alto tradimento!
Feric ridacchiò divertito dallo scherzo di Waffing. Waffing stesso non riuscì a nascondere il buon umore e scoppiò in una fragorosa risata. Dopo un attimo anche i solenni generali si unirono all'allegria dei due.
Eppure, Feric si rese conto che lo stesso spirito che aveva spinto Waffing a un voto così estremo, lo avrebbe spinto anche a tenervi fede nell'eventualità inconcepibile che il sacrifìcio di se stesso si rivelasse necessario. Che splendido manipolo di eroi aveva l'onore di guidare!
Con l'avvicinarsi della mezzanotte, Feric Jaggar prese posto come osservatore nel primo dei cingolati helder. Al suo fianco, al posto di guida, c'era Ludolph Best, gli occhi lucidi di eccitazione e fanatismo. La vera lotta in questa campagna si sarebbe svolta contro il tempo, dato che l'esercito borgraviano era proprio uno scherzo. Era per questa ragione che l'avanguardia radunata da Feric lungo il confine sud - orientale del Bosco di Smeraldo era costituita da centocinquanta carri armati equipaggiati di proiettili incendiali e obici ad alto potenziale esplosivo. Combinati con la forza distruttiva di un centinaio di bombardieri, che già ora erano in volo verso la capitale di Borgravia, i carri da soli sarebbero bastati a polverizzare nel giro di poche ore ogni sacca di resistenza organizzata in Borgravia. Mentre i carri procedevano verso est attraverso Borgravia, fanteria e SS motorizzate avrebbero iniziato il rastrellamento. Quando i contingenti cingolati avrebbero raggiunto la frontiera vetoniana, Remler avrebbe già iniziato qui la costruzione di campi di classificazione.
Feric aveva deciso di guidare personalmente, alla testa delle forze helder, l'avanzata iniziale contro Borgravia per ripulire quella fogna e radere al suolo Gormond; ed era spinto da ragioni personali, oltre che genericamente morali. Pochi spettacoli gli sarebbero piaciuti più della vista della maledetta capitale borgraviana, in cui aveva sprecato la giovinezza, completamente distrutta e data alle fiamme.
Best continuava a lanciare occhiate al cronometro al ritmo di una ogni trenta secondi. Lo controllò per l'ennesima volta; poi, con un sorriso fanciullesco, mise in moto il carro armato. - È ora, Duce! - annunciò.
Sorridendo per l'entusiasmo giovanile di Best, Feric sollevò la Gran Mazza di Held, si alzò in piedi e spinse l'arma argentata attraverso il portello del carro armato, su nel cielo limpido, quasi volesse catturare i raggi della luna. Di colpo, la notte si animò al melodioso boato di centinaia di motori a gas. La potenza del motore del carro di Feric gli faceva vibrare ogni molecola del corpo in una sorta di marcia cadenzata e trascinante. Rinfoderò il Comandante d'Acciaio, chiuse il portello sopra di sé, allacciò la cintura di sicurezza, accese il microfono che portava al collo e finalmente diede l'ordine tanto atteso sia da Best che dalle truppe: - Avanti!
Su consiglio di Bogel - anche se ovviamente non senza la piena approvazione di Feric - i carri armati per l'occasione erano stati addobbati con grandiosa magnificenza eroica. La struttura portante era dipinta di un nero briilante, mentre le torrette erano scarlatte, con grandi svastiche in cerchi bianchi su ogni lato. In più, la bandiera con la svastica rossa sventolava orgogliosamente dall'antennaradio in dotazione ai cingolati. Mentre la formazione di carri armati raggiungeva la vasta pianura che si affacciava sull'Ulm, l'eccezionale spettacolo veniva teletrasmesso non soltanto in Heldon ma anche in Husak e in Vetonia, perché questi paesi rimanessero paralizzati da un ben comprensibile terrore alla vista delle forze armate helder. Che superbo spettacolo formava quella falange di truppe nere e scintillanti, ravvivate da bandiere scarlatte e da eroiche svastiche, che avanzava verso l'Ulm, riempiendo l'aria per miglia e miglia intorno di tonanti voci umane, circondata da una gigantesca nube di polvere ribollente!
In quel punto, l'Ulm era poco più di un torrente; le fortificazioni di confine borgraviane sulla riva lontana del fiume si limitavano a poche trincee piene di ibridi, circondate da filo spinato. Tuttavia, mentre i cingolati si avvicinavano al fiume nell'oscurità, la notte venne di colpo rischiarata da lingue di fuoco provenienti dalle file borgraviane, e Feric avvertì una gragnuola vagante di pallottole abbattersi senza conseguenze sull'impenetrabile corazza del suo cingolato. Senza dubbio gli squadroni di corazzate aeree che avevano passato la frontiera mezz'ora prima avevano messo in allarme quei miserabili disgraziati, consapevoli che da tutto questo non gliene sarebbe venuto un gran bene.
Feric riaccese il microfono e lanciò simultaneamente l'ordine all'equipaggio del suo cingolato e al resto della formazione: - Fuoco a volontà fino a distruggere completamente ogni sacca di resistenza!
Dal carro armato riuscirono a percepire, oltre che a sentire, il movimento della torretta che si preparava a centrare il bersaglio. Poi la corazza del cingolato ebbe un sussulto, un brivido improvviso e, un attimo dopo, Feric vide una fiammata arancione esplodere nel buio sull'altra sponda dell'Ulm. Nonostante le pareti d'acciaio del carro armato, il tuono invincibile del cannoneggiamento a tappeto gli fece vibrare il corpo; poi una pioggia di colpi sibilò nel cielo, e le postazioni borgraviane esplosero in un diluvio di fuoco.
Ancora una volta il cingolato dì Feric fece fuoco, mentre la squadra procedeva, continuando a seppellire i resti delle fortificazioni borgraviane sotto un fuoco di fila di cannonate. Un'ultima salva disseminò per l'aria terra e sangue, e poi le ruote del cingolato di testa si ritrovarono a sguazzare nell'acqua bassa dell'Ulm. Feric imbracciò il mitra mentre il cingolato sradicava il filo spinato; alle sue spalle, la formazione di carri armati riempiva la notte del sibilo ritmato delle pallottole tirate con l'intento di distruggere completamente quel po' che rimaneva ancora delle fortificazioni.
Si vide ben poco dei borgraviani, solo qualche troncone sanguinolento tra i crateri prodotti dalle cannonate. Quei pochi disgraziati che non erano stati fatti a pezzi, erano fuggiti urlando e ululando per il terrore nel buio della notte. All'alba, la fanteria e le SS motorizzate li avrebbero stanati uno a uno, se necessario: più ci si fosse dimostrati inflessibilmente precisi fin dallinizio, prima mutanti e ibridi avrebbero capito che era men che inutile intralciare il corso dell'avanzata helder. Così, una politica ben condotta di eliminazione totale del nemico sarebbe risultata agli occhi dei posteri anche la più umanitaria.
Per tutta la notte, la formazione di carri armati avanzò verso est attraverso i declivi della campagna borgraviana, diretta a Gormond, senza incontrare niente che si potesse seriamente definire resistenza organizzata.
Feric aveva ordinato che fossero rasi al suolo tutti i villaggi, le fattorie e le altre costruzioni che si trovavano sulla loro strada e che venisse eliminato ogni verme borgraviano così stupido da farsi vedere in giro. Per la maggior parte, le abitazioni in quelle zone erano costituite da capanne di contadini di legno rozzo tenuto insieme da fango secco o stereo. Un solo proiettile incendiario bastava a trasformare ognuno di questi porcili in un falò, e un altro paio di colpi erano sufficienti a propagare l'incendio. Talvolta, qualche creatura contorta strisciava fra le rovine come uno scarabeo per poi cadere sotto una raffica di mitra, ma per la maggior parte i borgraviani della zona avevano preso il largo molto prima della comparsa dei carri armati, e Feric decise di lasciare alle truppe di rastrellamento il compito d'inseguirli per il trattamento. Anche i rari villaggi in cui la colonna si imbattè erano deserti e privi di difese, tanto che i cingolati riuscirono a distruggere quasi completamente la regione senza intaccare seriamente le scorte di munizioni.
Circa un'ora prima dell'alba, Feric vide una fiammata rossa all'orizzonte, verso est, che sembrava crepitare e guizzare come una conflagrazione lontana.
- Guarda, Best, dev'essere Gormond!
- I nostri bombardieri stanno proprio dando una bella lezione a quei porci.
Non molto tempo dopo, il rumore lontano delle esplosioni divenne chiaramente udibile, e quando il sole si fu alzato completamente, le bombe che cadevano sulla città riempirono l'aria di un suono molto simile al tuono e grandi fiammate divorarono le rovine lontane. Feric riusciva quasi a distinguere le corazzate aeree che si gettavano sulla città col loro carico di bombe.
Improvvisamente Best indicò un punto a est. - Laggiù, Duce -, disse. - Credo si tratti dell'esercito borgraviano.
Sulla vasta pianura che separava le forze helder da Gormond, infatti, Feric distinse una specie di sfumatura più grigia contro il paesaggio grigio - verde; evidentemente era l'esercito borgraviano radunato per cercare di organizzare una parvenza di resistenza da opporre all'avanzata helder.
Quasi a confermare questa supposizione, alcuni lampi di fuoco fiorirono tra le scorie grigie, e pochi istanti dopo una mezza dozzina di granate esplosero senza danni a un chilometro dai carri armati helder. I fucilieri helder, dal canto loro, non avevano nessuna intenzione di sprecare delle munizioni sparando da quella distanza. Feric accese il microfono e si mise in contatto con il capo dei bombardieri che attaccavano Gormond.
- È il Duce che parla. Manda una decina di aerei ad attaccare le truppe borgraviane schierate a est della città.
- Subito, Duce! Heil Jaggar!
Così, mentre la macchia grigia prendeva forma e si rivelava come un vasto assortimento di orribili ibridi borgraviani in uniformi grigie e stracciate, sparpagliati disordinatamente lungo una linea di avanzamento, venti veloci corazzate aeree, lucide e nere stavano già centrando il bersaglio, uno dopo l'altro, senza tregua, inchiodando al suolo quei disgraziati e facendoli a pezzi con una cascata precisa di pallottole. Come grandi aquile metalliche, gli aerei si abbassavano e risalivano, lasciandosi dietro decine di morti e feriti urlanti in preda al panico e distruggendo con poche bombe i pochi pesanti e vecchi carri armati di cui ì borgraviani facevano sfoggio. Era stata un'azione magnifica ed esemplare insieme.
- Aprite il fuoco! - ordinò Feric ai comandanti dei carri armati. - E continuate finché ci saranno bersagli!
Un boato scosse il suo cingolato mentre il cannone iniziava a sparare granate che sibilavano nell'aria; dopo un secondo, una salva di esplosioni dilagò tra i ranghi borgraviani. Dieci, cento, mille granate piovvero sulla feccia terrorizzata, presa di mira anche dalle mitragliatrici dei bombardieri. Infine i carri armati raggiunsero l'esercito borgraviano, o, meglio, quel che ne rimaneva.
Trincee e buche sconnesse erano state frettolosamente scavate a casaccio nella pianura che si stendeva davanti alla capitale in fiamme; rotoli di filo spinato erano stati tesi alla bell'e meglio tra le fortificazioni rozze e ridicole. L'intera area era punteggiata da centinaia di crateri di bombe e granate; il campo di battaglia era impregnato di una nebbia nera di polvere da sparo. Dovunque erano disseminati frammenti dell'equipaggiamento militare borgraviano - cocci di obici, pezzi di carri armati distrutti, mitragliatrici rotte e contorte - e qua e là resti di disgustosi mutanti giacevano straziati e sanguinanti.
- Non è rimasto praticamente niente di cui valga la pena di occuparsi, Duce -, osservò Best con un certo disappunto.
Era un'esagerazione, dato che dall'ammasso di trincee, buche, crateri e pezzi contorti di lamiera, pappagalloidi, pelleblu, uomini - rospo, nani e creature afflitte da ogni immaginabile deformazione genetica sparavano vanamente contro i carri armati - ma le pallottole rimbalzavano contro l'armatura come sassolini.
Feric schiacciò sino in fondo il grilletto del mitra e lo tenne premuto scaraventando una pioggia di proiettili contro ì mostri che incontrava, mentre il cingolato travolgeva rotoli di filo spinato e maciullava pappagalloidi, nani, gobbi e pelleblu nascosti dietro pezzi dì lamiera. - Usate i mitra! - ordinò ai comandanti dei carri armati. - Preparate le granate incendiarie!
I cingolati avanzarono rapidamente sul campo di battaglia protetti dal fuoco ininterrotto dei mitra, distruggendo, con le massicce ruote d'acciaio, filo spinato, trincee,buche e i borgraviani che c'erano dentro. Puntando con precisione, i cannoni scagliarono granate al fosforo tra la feccia di mutanti. Centinaia di mostri urlavano, strisciavano e correvano in tutte le direzioni, le uniformi e le carni in fiamme. I borgraviani che si trovavano sul percorso dei carri armati cominciarono a strisciare malamente fuori dalle loro posizioni, correndo per pochi metri in preda alla 172 folle frenesia del terrore, soltanto per venir abbattuti a colpi di mitra o spappolati sotto i cingoli inesorabili dei carri.
La valanga helder aveva ormai conquistato quasi tutta la pianura verso Gormond, mettendo in fuga i superstiti dell'esercito borgraviano: una formazione serrata di corazzate nere e bandiere con la svastica rossa che polverizzava ogni ostacolo che incontrava sul suo cammino, lasciandosi dietro soltanto fiamme, cenere e cadaveri nemici.
- Che spettacolo magnifico, Best! - esclamò Feric. - Ti immagini che effetto farà a Vetonia e a Husak?
- Forse adesso si arrenderanno senza opporre resistenza, Duce.
- La resa non verrà tollerata in questa guerra! - disse Feric. - Dobbiamo dare una lezione esemplare a questi Stati di mutanti.
Pochi minuti dopo, il carro armato di Feric faceva il suo ingresso nei sobborghi di Gormond, o meglio in quel che restava della capitale di Borgravia: mucchi di macerie ravvivate qua e là da un edificio di legno ancora in fiamme. Dovunque c'erano cadaveri di ibridi e mutanti, molti bruciati fino ad essere irriconoscibili, ma troppi mostravano ugualmente le più orribili degenerazioni genetiche - crani appuntiti e schiacciati, lunghe braccia ciondolanti, pelli chiazzate di blu, verde, marrone, perfino porpora, disgustose gobbe pelose, becchi chitinosi o addirittura carapaci, arti terminanti in gruppi di tentacoli vermicolari, una stomachevole mostra di protoplasma alterato e degenerato.
Mentre i carri armati avanzavano trionfanti in mezzo a questo ossario infuocato di marciume genetico distruggendo di tanto in tanto una casa rimasta incredibilmente in piedi con una cannonata o abbattendo al suolo un branco di grotteschi superstiti con una sventagliata di mitra, Feric tornava con la memoria ai penosi giorni dell'esilio, quando abitava in una di queste sudice gabbie brulicanti di vermi disgustosi che rendevano ogni mattina il risveglio offensivo per la sua natura di Verouomo.
Un pelleblu saltò da un cumulo di macerie a quello successivo, e Feric lo fece subito a pezzi con una scarica di mitra. - Ecco una sacca di cromosomi alterati che ha finito di contaminare il pool genetico mondiale! - esclamò. - Best, non puoi immaginarti quanta soddisfazione personale mi da cancellare per sempre questa fogna dalla faccia della Terra!
Nel giro di un'ora, la forza cingolata si era aperta un varco tra le rovine di Gormond, avendo cura che neppure una costruzione rimanesse in piedi, e che neppure un mostro rimanesse in vita a proseguire la sua lurida specie. Feric non dubitava neanche lontanamente che Remler e le SS sarebbero riusciti a ripulire il territorio di Borgravia dall'ultimo elemento di contaminazione, rendendolo atto all'annessione nel Dominio di Heldon; era più che altro una questione di onore personale che lo spingeva a volere che fosse la sua formazione di cingolati a purificare Gormond di ogni costruzione fetida e di ogni gene alterato. La fogna in cui il tradimento di Karmak lo aveva relegato per così tanti anni doveva essere spazzata via dalla faccia della Terra, come se non fosse mai esistita.
E mentre i cingolati avanzavano verso ovest attraverso le pianure alle spalle di quella che un tempo era stata Gormond inseguendo un'orda di fuggiaschi vigliacchi, Feric guardò attraverso il periscopio posteriore: ma là dove c'era stata l'immensa fogna di Gormond, ora non vide che un'alta colonna di fumo e fuoco che ardeva nel cielo.
- Mi domando se riesci a capire la soddisfazione che provo ad avere finalmente e definitivamente cancellato questa macchia dal mio passato, Best -, disse a bassa voce.
- Ma Duce? la tua abilità nel maneggiare la Gran Mazza ai Held e la prova evidente che il tuo albero genealogico è il migliore del mondo!
Feric sorrise. - Hai perfettamente ragione, certo -, disse. - Eppure mi sembra di aver lavato un affronto personale, e questo mi raddoppia il piacere per un lavoro ben fatto.
A queste parole Best annuì con entusiasmo. - Questo sì che lo capisco, Duce! - esclamò.
Il sole splendeva sulle acque chiare dell'Ulm quando l'automobile di rappresentanza di Feric, appena riverniciata di nero, scortata da una squadra di impeccabili motociclisti SS, superò il ponte di Ulmgarn ed entrò nella provincia dell'Ulmland meridionale, che fino a un mese prima rappresentava la più pestilenziale sacca di mutanti dell'intera Borgravia. Al suo fianco, Bors Remler era raggiante d'orgoglio, poiché perfino in questa fase iniziale l'abilità e il fanatismo del popolo helder guidato dalle SS avevano fatto miracoli nel trasformare la fogna genetica d'un tempo in una regione sana e adatta alla colonizzazione umana.
La città di confine precedentemente nota come Pormi, e ora ribattezzata Testa di Ponte, era stata completamente rinnovata. Ingegneri helder avevano completamente eliminato le squallide baracche e capanne della città borgraviana e avevano progettato e costruito una serie di strade di cemento che si intersecavano in un piacevole disegno geometrico incrociandosi con una serie di viali che si proiettavano a raggiera da cinque grandi piazze circolari. tolti nuovi palazzi erano già in piedi e decine di altri in costruzione. Gli edifìci pubblici erano di pietra nera o di marmo venato di rosa, costruiti in scala rapportata all'importanza della loro funzione e abbelliti da decorazioni in bronzo e statue eroiche in cui predominava il tema della continuità tra gli eroi del passato e i più famosi eroi della Svastica. Le costruzioni ad abitazione erano in mattoni a vivaci colori - giallo, blu, rosso e verde - con facciate di legno artisticamente intagliate. Testa di Ponte vantava già parecchie centinaia di colonizzatori helder, che, insieme ai componenti delle squadre di ricostruzione, affollavano ora le strade della semiultimata città - modello, sventolavano bandierine di carta con la svastica, applaudivano, improvvisavano saluti del Partito e gridavano: - Heil Jaggar! - al passare dell'automobile di Feric.
Feric, dal canto suo, non riuscì a trattenere un sorriso compiaciuto mentre, in piedi nel retro dell'automobile scoperta, restituiva i saluti. Era appena tornato da un giro trionfale nella Regione Occidentale, la nuova provincia che soltanto una settimana prima si chiamava ancora Vetonia, ed era perfettamente al corrente dell'andamento della guerra. Le ali nord e sud dell'esercito helder si erano ricongiunte due settimane dopo l'inizio della campagna, in anticipo sul programma, avevano annientato l'esercito vetoniano nel giro di tre giorni e poi avevano completamente raso al suolo la capitale, Barthang, usando per la prima volta i missili teleguidati di Waffing. L'azione aveva tagliato le gambe a quel che restava di Vetonia e aveva costretto la plebaglia a rifugiarsi terrorizzata nelle terre selvagge del sud o a Husak. Ora Waffing stava guidando l'esercito attraverso Husak e si prevedeva che Kolchack sarebbe caduta nel giro di un paio di giorni. Una volta polverizzata la capitale husakiana, la guerra si sarebbe avviata a una vittoriosa conclusione, e non sarebbe rimasto da fare altro che bonificare le terre conquistate e colonizzarle con Veriuomini.
Ed ora Feric poteva constatare l'evidenza irrefutabile del vigore e della rapidità con cui il popolo helder, guidato dalle SS, era in grado di purificare le terre conquistate e renderle atte all'annessione nel Dominio di Heldon.
Appena furono in aperta campagna, Remler si voltò verso Feric con una lieve nota di trepidazione nella voce. - Duce -, disse, - mi sono preso la libertà di ordinare all'autista di condurci a un campo di classificazione qui vicino. Abbiamo un piccolo problema che io credo richieda il tuo intervento personale, e sento che dovresti visitare un campo borgraviano prima di passare all'azione.
Feric annuì distrattamente preso com'era dall'ingegno e dall'abilità helder, che anche qui in campagna saltavano immediatamente agli occhi. La strada ora era di un bel cemento grigio e liscio, e non più polverosa e fangosa come ai tempi di Borgravia. Qua e là il paesaggio era interrotto da solide fattorie di legno, i cui padroni stavano accingendosi a lavorare quel suolo da poco rivendicato come appartenente ai Veriuomini. L'automobile continuò a viaggiare per più di venti miglia sulla nuova strada attraversando una campagna che aveva ormai caratteristiche più helder che borgraviane.
Effettivamente, degli ibridi che un tempo avevano popolato Borgravia non si vedevano tracce, finché la scorta non giunse nelle vicinanze dei grandi campi di classificazione che erano stati eretti in tutto l'Ulmland del sud, rigorosamente separati dai centri abitati dai Veriuomini.
Il campo, tipico di quelli eretti nei territori conquistati, era molto più esteso di quelli della vecchia Heldon, anche se rispettava gli stessi criteri fondamentali, solo che qui le finalità erano in proporzione molto più ambiziose. Soltanto in questo campo erano ospitati quasi centomila borgraviani confinati entro un grande perimetro rettangolare protetto da filo spinato elettrificato e disseminato da una serie di baracche.
Quando l'autista dell'auto presidenziale fermò il veicolo fuori dell'alto reticolato, Feric si trovò di fronte allo spettacolo più rivoltante che avesse mai visto. Affollata dietro il filo spinato c'era una serie apparentemente infinita di creature grottesche e nauseanti, letteralmente indescrivibili. Migliaia di pappagalloidi si beccavano l'un l'altro. Nani gobbi di tutti i tipi vagavano intorno come branchi di granchi mostruosi. Creature con le braccia più lunghe del corpo si trascinavano senza meta, simili a scimmie nella giungla. Le epidermidi dei mostri erano di tutte le gradazioni cancerose: verdi, blu, rosse, marroni, porpora. Teste - aspillo si strusciavano contro orribili uomini - rospo. Stereo, rifiuti e sporcizia erano sparsi dappertutto, e il tanfo che emanava dal campo era assolutamente intollerabile.
- Volevo che ti rendessi direttamente conto della realtà del problema, Duce -, spiegò Remler. - Abbiamo recuperato tutti i borgraviani, fino all'ultimo, e le SS sono più che decise a ultimare il loro compito e confinarli nei campi. Anche un cieco, riuscirebbe a distinguere un Verouomo dalla feccia genetica, a patto che abbia naso. Ma che ne dobbiamo fare di queste creature schifose? Ne abbiamo milioni nei campi borgraviani, e la situazione nelle altre province conquistate non è migliore.
Dietro il filo spinato, pappagalloidi, pelleblu, uominirospi e mostri di altre varietà, raspavano con le dita tra gli escrementi e la sporcizia in cerca di qualcosa da mangiare che si cacciavano direttamente in bocca. Feric si sentì prendere dalla nausea.
- E ovvio che devono essere tutti sterilizzati e poi esiliati nelle terre selvagge -, disse.
- Ma, Duce, cosa potrà impedire a questi milioni di disgraziati di tornarsene semplicemente alle loro vecchie case? Avete visto i miracoli che abbiamo fatto qui; entro pochi mesi, questa terra non sarà distinguibile dal resto di Heldon. Ma come possiamo farcela se queste orde di mutanti impoveriti continueranno a trascinarsi per le campagne?
Non si poteva negare che Remler aveva sollevato un problema scottante. Che contrasto tra l'aria civilizzata di Testa di Ponte e della campagna circostante e la fetida fogna che era stata quella zona quando era infestata dalla feccia che ora era confinata dietro quel filo spinato! Come sarebbe stato possibile incoraggiare gli helder a colonizzare le nuove province se ad ogni curva si trovavano di fronte l'osceno spettacolo di questi vermi degenerati?
- Forse sarebbe meglio confinare queste creature nei campi per tutto il tempo che gli rimane da vivere -, disse Feric, mentre a neanche dieci metri dall'automobile un uomo - rospo dallo sguardo ebete si lasciava cadere i pantaloni e si metteva tranquillamente a defecare.
- Anch'io la penso così, Duce -, replicò Remler. - Ma le spese di vitto e alloggio per milioni di simili disgraziati inutili per decine di anni sarebbero impressionanti, e poi… a che prò?
- Capisco il tuo punto di vista -, disse Feric. - So per esperienza che i borgraviani riescono a vivere anche nelle condizioni più sordide, in grande miseria; sono geneticamente incapaci di elevarsi. Senza dubbio l'eutanasia sarebbe un servizio umanitario per questi infelici. Ma esigo assolutamente che l'impresa venga effettuata con il minimo di sofferenza e nel modo più efficiente ed economico.
- Ma naturalmente, Duce! - disse Remler. - Gli scienziati SS hanno messo a punto un gas che priva il soggetto della coscienza e quindi della vita senza praticamente nessun dolore. Inoltre, agisce in dosi piccolissime e non ha un costo di produzione eccessivo. Potremmo sistemare gli internati dei campi dei nuovi territori al costo di manutenzione attuale degli stessi campi per sei settimane.
II tanfo del mucchio di borgraviani aggrediva le narici come il miasma di un'enorme catasta di letame. Era evidente che il programma suggerito da Remler era il modo più pratico di risolvere il problema degli ex abitanti dei nuovi territori; non si poteva certo pretendere che il popolo helder spendesse per anni somme enormi per mantenere questi mostri, ed era altrettanto inconcepibile lasciare queste creature libere di scorazzare su territori occupati da Veriuomini. Inoltre, questi disgraziati avevano tutti i diritti di aspettarsi che i loro superiori razziali, i Veriuomini, li liberassero dalle loro miserie nel modo più rapido e indolore possibile, anziché lasciarli a rotolare nei loro escrementi. Su questo punto, gli imperativi del pragmatismo e della morale coincidevano. Il dovere umanitario del popolo helder si identificava con la necessità economica.
- Molto bene, Remler -, disse Feric. - Ti procurerai il materiale necessario e ultimerai il trattamento agli internati nei campi di classificazione entro due mesi.
- Entro sei settimane, Duce! - promise Remler con fervore.
- Sei un uomo di grande utilità per la Svastica, Remler! - esclamò Feric.
Anche se sapeva benissimo che la battaglia per la difesa del genotipo umano autentico non si poteva certo definire conclusa finché i Dom e i loro schiavi tramavano nell'immensità di Zind, Feric sentì che il popolo helder si era più che guadagnato i motivi di una celebrazione. Perciò dichiarò una giornata di festa nazionale per la settimana successiva la caduta di Kolchak, che segnò la vittoria definitiva della Svastica sull'ultimo Stato ibrido in occidente.
Su tutte le terre del Dominio di Heldon si organizzarono adunate di Partito; a Heldhime, Feric decise di allestire lo spettacolo più grandioso di tutti i tempi, che sarebbe stato teletrasmesso fin negli angoli più remoti della nazione, come motivo di festa e ispirazione per tutti. In un campo aperto non lontano dalla città, era stato eretto un enorme palco d'onore. Mentre il sole cominciava a declinare dietro l'orizzonte, questa costruzione rappresentava da sola un grandioso spettacolo per le centinaia di migliaia di helder che affollavano il campo circostante a perdita d'occhio. Il palco d'onore era formato da una serie di cilindri dal diametro decrescente, posti uno sull'altro. La base della torre era una tribuna circolare di gradini, alta una quindicina di metri su cui erano allineati un migliaio di SS purosangue, l'autentica crema dell'elite: nessuno era inferiore al metro e novanta, avevano tutti capelli biondi e penetranti occhi azzurri, e indossavano impeccabili uniformi di cuoio nero, le cui cromature erano state lucidate al punto che i raggi del sole calante li facevano rìsplendere come diamanti dalle mille sfaccettature. Reggevano ognuno una torcia accesa, il cui splendore scarlatto si accordava alla tonalità delle mantelline fluttuanti ornate con il simbolo della svastica. In cima al gigantesco piedistallo fiammeggiante, c'era un cilindro più piccolo drappeggiato con una svastica scarlatta su cui stavano gli alti ufficiali del Partito - Waffing, Best, Bogel e Remler - splendidi nelle uniformi nere. Infine, la guglia centrale del palco d'onore era costituita da uno stelo lungo e stretto, scarlatto, alto almeno quindici metri, alla cui sommità trionfava Feric nella sua eroica uniforme nera con mantellina scarlatta, la Gran Mazza di Held scintillante appesa all'alta cintura di cuoio. Lo illuminava dal basso un riflettore nascosto, che con la sua luce lievemente rossastra gli dava l'aspetto di una statua vivente di bronzo, che da più di trenta metri d'altezza osservava l'oceano infinito dei suoi seguaci.
Al di là del vastissimo terreno riservato alla parata, circoscritto da torce che disegnavano un tracciato perfetto in mezzo alla moltitudine di spettatori, Feric aveva di fronte una gigantesca svastica di legno alta quaranta metri.
Nel preciso momento in cui la parte inferiore del disco solare toccava la linea dell'orizzonte, inondando la campagna di un caldo pulviscolo rosso, venti corazzate aeree nere e scintillanti sorvolarono la zona della parata a non più di centocinquanta metri dal suolo; il tuono echeggiante del loro rapido passaggio suscitò un potente boato (facciainazioni tra la folla. A questo segnale spettacolare, la svastica gigantesca prese fuoco con un'esplosione che fece tremare il suolo.
Al di là dello spazio che lo separava dall'altra estremità della parata Feric sentì che il calore della gloriosa insegna infuocata gli accendeva il sangue. In quel momento, ebbe inizio la parata con cinquemila splendidi SS in motocicletta che passarono sotto il palco d'onore a sessanta miglia all'ora a ranghi perfettamente serrati, stringendo ognuno in pugno una bandiera scarlatta che sfidava il vento della corsa come una fiamma cristallizzata. Via via che i ranghi sfilavano sotto di lui in una gloriosa profusione di nero e rosso, le SS salutavano compatte e gridavano: - Heil Jaggar! - e l'effetto che Feric ne ebbe dal suo punto di osservazione fu quello di un'ondata di braccia tese e saluti tonanti che si fondevano col ruggito dei motori fino a scuotere le colline e le valli e a riecheggiare grandiosamente per miglia e miglia intorno.
Feric rispose al potente e inebriante tributo con una lunga serie di saluti secchi e precisi, in modo che ogni rango di motociclisti sfilando ebbe il segno del personale riconoscimento del Duce Supremo.
Dopo le SS motorizzate, veniva una formazione di duecento carri armati neri e scarlatti, che avanzavano veloci in file di dieci. Via via che ogni fila passava sotto il palco d'onore, i cannoni sparavano a salve, riempiendo l'aria di tuoni continui e ripetuti e dell'inebriante aroma della polvere da sparo. Feric rispose sollevando il Comandante d'Acciaio e tenendolo rigidamente in alto fino a che l'ultimo carro armato fu passato, con lo stelo scintillante che catturava migliaia di scintille e lampi dalla grande svastica in fiamme, dall'altra parte del campo.
Lontano, sotto di sé, Feric poteva scorgere un oceano di helder che si stendeva sino a toccare l'estremo orizzonte, e tutti gridavano, saltavano e salutavano freneticamente, completamenti travolti dalla gloria del momento. Si sturavano botti di birra, e qui e là la gente improvvisava balli spontanei. Migliaia di torce fatte sull'istante roteavano allegramente nell'aria. Si accesero fuochi d'artificio, che esasperarono lo spirito allegro e carnevalesco dell'adunata.
Grandi formazioni di fanteria regolare strette nelle uniformi grigie marciavano solennemente, sollevando ad ogni passo i piedi calzati da stivali fino all'altezza degli occhi ed elargendo saluti collettivi straordinariamente forti e vigorosi. Il boato che si alzava dalla folla festante divenne una forza palpabile, che Feric percepiva con ogni fibra del suo essere - un amalgama inebriante di applausi? fuochi d'artificio, musica, balli, stivali in marcia, motori ruggenti, cannoni che incendiavano l'aria. Squadriglie e squadriglie di caccia neri e perfetti tingevano il cielo con strisce di fumo blu, verde, rosso e giallo.
La fanteria autotrasportata avanzò rapidamente su autocarri semicoperti, sparando in aria - e fu un suono simile a un divino fuoco di sbarramento. Seguivano altri carri armati, che salutarono con i cannoni.
Dal canto suo, Feric si lasciava trasportare dalla gloria di quel momento come un helder qualsiasi. Salutava e salutava a non finire le truppe che sfilavano, con il braccio che andava su e giù con instancabile precisione, la carne imprigionata dal mistico potere razziale che saturava l'aria, un potere creato dal fervore della gigantesca folla, dalla potenza delle legioni in marcia, dal trionfo di quel momento, dalla fiamma incandescente che sembrava regnare sopra ogni cosa e in ogni anima helder.
Ogni volta che Feric sollevava il braccio nel saluto, il frastuono soprannaturale raggiungeva un nuovo insospettato apice, una nuova tonalità straordinaria che percorreva l'essere del Duce elevandolo ad estasi ancor più sublimi, che rendevano più fervido il saluto successivo.
Ora era la volta dell'orgoglio di Waffìng: erano i lunghi, lucidi, levigati missili argentei posti su carrelli trainati da autocarri, l'ultima espressione della potenza helder, in grado di precipitarsi sul bersaglio a velocità supersonica da centinaia di miglia di distanza. Erano seguiti da una formazione serrata di motociclisti dell'esercito regolare che facevano del loro meglio per superare i motociclisti SS nello slancio e nel fervore con cui salutavano. Altre corazzate si alzarono in volo, lasciando cadere razzi luminosi che accesero il cielo con i colori dell'arcobaleno.
Le truppe appiedate SS marciarono nelle nere uniformi attillate, sollevando gli stivali fin oltre la testa e poi abbassandoli con forza incredibile ad ogni passo, salutando con precisione assoluta e gridando: - Heil Jaggar! - con un vigore quasi soprannaturale.
La parata continuò sino a notte fonda, mentre la potenza di Heldon si palesava sotto la grande torre del palco d'onore. La folla sembrava diventare ancora più vasta e infervorata, quasi come se in qualche modo mistico tutta Heldon si fosse affollata per la gloriosa occasione.
In cima al piedistallo scarlatto, Feric rimaneva eretto, salutando instancabile ogni formazione con un rigore e una gioia che non diminuirono neppure quando le prime luci dell'alba cominciarono a rischiarare 1 orizzonte orientale. Tutto il suo essere traboccava della gloria razziale che saturava l'aria, che riuniva in uno solo tutti i cuori helder. Un istante prima dell'alba, Feric sollevò la Gran Mazza di Held e puntò il pugno scintillante che ne ornava la punta dritto verso 1 orizzonte orientale. Mentre il sole faceva capolino sulle colline, un'acclamazione titanica ed estatica salì dalla folla. Perché in quel momento parve appropriato che il sole stesso ponesse fine alla parata passandola in rivista e quindi dimostrando la sua lealtà imperitura alla sacra causa della Svastica.
Fu con un senso di profonda soddisfazione che Feric convocò i Comandanti Supremi per una riunione strategica privata nei suoi quartieri un mese dopo la caduta di Kolchak, poiché la determinazione fanatica e l'eroico spirito di sacrificio del popolo helder non si erano allentati per un solo istante durante quella che ogni Verouomo definiva - pace temporanea.
Non c'era neppure l'ombra di dubbio sul perché Remler, Waffing e Bogel fossero così raggianti d'orgoglio mentre sedevano a bere birra nelle stanze di Feric, in attesa di fare rapporto sulle rispettive situazioni. Quanto al fido Best, si era reso indispensabile in mille piccole cose.
- Bene, Remler -, disse Feric, scostando il boccale di birra e passando alle cose importanti, - cominciamo con te. Qual è la situazione nei campi di classificazione dei nuovi territori?
- Gli internati saranno completamente eliminati entro le prossime due settimane, Duce -, disse Remler con la solita chiarezza. - Allora potremo chiudere i campi e concentrare le nostre risorse su qualche progetto eugenetico più positivo.
- Spero che non sia andato sprecato del sano materiale genetico nella fretta di portare a termine il processo Remler -, disse Feric. - Ogni Verouomo recuperato dal pattume dei vecchi Stati ibridi è potenzialmente un soldato di Heldon.
I lineamenti sottili di Remler tradirono un certo risentimento, quasi indignazione. - Duce -, disse in tono quasi solenne, - sono onorato di riferirti che abbiamo recuperato quasi centomila Veriuomini da quelle spazzature genetiche! Anzi, abbiamo scovato qualche dozzina di aspiranti SS, per improbabile che possa sembrare!
- Ben fatto! - esclamò Feric, colpito dalle cifre e desideroso di fare ammenda per il precedente scetticismo. - Hai fatto davvero miracoli con questo trattamento, Remler.
- Duce, il trattamento è un dettaglio secondario paragonato a quel che gli specialisti genetici SS hanno ottenuto di recente. Abbiamo compilato una serie completa di criteri genetici per i Veriuomini SS del futuro. Questi meravigliosi campioni saranno alti due metri almeno, avranno pelle chiara, capelli d'oro, il fisico da dei e un quoziente intellettivo superiore a quello degli attuali geni. Regolando con il massimo rigore gli accoppiamenti dell'attuale generazione di SS sarà possibile ottenere questa razza superiore nel giro di tre sole generazioni.
A queste parole, i Comandanti Supremi rimasero a bocca aperta.
- Fantastico! - esclamò Feric. - Una volta che avremo una scorta sufficiente di purosangue genetici, potremo elevare tutto il popolo helder al loro divino livello in una sola generazione, facendo semplicemente in modo che le SS siano gli unici progenitori della successiva discendenza helder.
Remler non riuscì più a trattenersi. - Esattamente, Duce! - gridò. - Ma i nostri scienziati più sognatori credono di star quasi per mettere a punto qualcosa di persin più audace: la tecnica dell'autogenerazione. Si preleva un tessuto - campione da una SS dalla genealogia perfetta. In vasche di nutrizione, una nuova SS viene generata, geneticamente identica al donatore. Così, si aggira completamente la casualità della riproduzione sessuale. Inoltre, un donatore può dar vita a centinaia, addirittura a migliaia di esemplari geneticamente identici. In questo modo si potrà ottenere la super - razza nel giro di una sola generazione! Comunque, la ricerca è attualmente solo in fase iniziale.
Durante il discorso di Remler, Waffìng si era agitato sulla sedia, ingollando grandi sorsate di birra, evidentemente ansioso di contrastare il racconto del capo delle SS con il suo.
- Vedo che stai per scoppiare, e non soltanto di birra, Waffìng -, disse Feric con un sorriso. - Facci il tuo rapporto prima di esplodere.
- Non è che l'esercito se ne sia stato proprio con le mani in mano mentre le SS facevano miracoli -, disse Waffing. - Stiamo ottenendo dei livelli di produzione dagli operai a cui io stesso stento a credere, e i nostri esperti stanno riscoprendo le arti marziali degli antichi con rapidità straordinaria. I nostri più recenti carri armati sono dotati di strumenti in grado di lanciare grandi lingue di fuoco contro il nemico esattamente come i cannoni e i mitra pallottole. Presto entreranno in funzione i nuovi cacciabombardieri a reazione, corazzate in grado di volare più veloci del suono! Quanto alla produzione, attualmente abbiamo stock con più di mille carri armati e altrettante corazzate aeree, oltre a montagne di munizioni. Una volta che saremo riusciti a impadronirci dei giacimenti di petrolio dello Zind sud - occidentale, i nostri problemi logistici saranno risolti per sempre.
Waffing si fermò per tenersi su con una gran sorsata di birra, e forse anche per fare un po' di scena. - Ma ho tenuto per ultima la notìzia migliore, Duce -, disse con un sorriso trionfante. - I nostri scienziati spaziali hanno messo a punto dei missili in grado di lanciare confetti di ben tre tonnellate sul nemico da una distanza di quattromila miglia. Adesso tutto il territorio di Zind è sotto il nostro raggio d'azione.
- Magnifico, Waffing! - esclamò Feric.
Ancora una volta Waffing si portò il boccale alle labbra, questa volta per creare evidentemente un'enfasi drammatica, poiché quando lo riabbassò sorrideva come un gatto che avesse appena divorato un canarino.
- E questo non è tutto, Duce! - disse. - Un nostro gruppo di ricerca ha scoperto la tecnica per ottenere i leggendari ingredienti del Fuoco degli antichi: uranio potenziato, plutonio e acqua pesante. Dateci qualche mese, e saremo in grado di spazzar via Zind dalla faccia della Terra con l'arma decisiva degli antichi - i missili nucleari!
A Feric parve che nel silenzio assoluto che seguì queste parole si potessero addirittura sentire i movimenti del pulviscolo dell'aria.
Armi nucleari! Il Fuoco degli antichi che aveva devastato la Terra, creato le terre selvagge della radioattività, inquinato il pool genetico, causato la mutazione in dominatori! Il Fuoco era direttamente responsabile dello stato di cose cui era dovere di tutti i Veriuomini porre rimedio. Che follia pensare di scatenare ancora una volta una simile forza! Un esperimento sbagliato, e la purificazione del pool genetico sarebbe potuta regredire ai intere generazioni.
Quanto a scatenare una guerra nucleare, la prospettiva era inverosimile! Come si poteva purificare la Terra con lo stesso Fuoco che l'aveva per primo inquinata?
Best e Bogel erano completamente sconvolti; Remler, invece aveva sul volto un'espressione scura, indecifrabile.
Infine Feric spezzò quel terribile silenzio. - Waffing, proibisco assolutamente di proseguire su questa linea le ricerche. Ricreare il Fuoco è inconcepibile.
Waffing aprì la bocca per protestare, ma Remler lo precedette:
- Inconcepibile per noi, Duce, ma non per i Dom.
- Trovo difficile credere che perfino i Dominatori si abbasserebbero a un male così spaventoso -, mormorò Feric.
- Tutti sanno che quelle creature espongono il plasma dei loro schiavi alle radiazioni con lo scopo di dar vita a nuove e ancor più mostruose perversioni protoplasmiche -, sottolineò Remler.
Era vero. Feric aveva ben poche speranze che mostri capaci di simili oscenità sarebbero stati trattenuti da scrupoli morali quando si fosse trattato di impiegare armi nucleari. - Hai ragione, naturalmente -, disse a bassa voce. - Ma è una discussione accademica. Il livello tecnologico di Zind è primordiale paragonato al nostro.
- Forse -, replicò Remler a disagio. - Ma però da Zind ci arrivano rapporti preoccupanti. Sappiamo che i Dom hanno inviato una spedizione di schiavi in un punto molto inoltrato delle terre selvagge, dove fino ad oggi non si erano mai spinti; quelle terre sono talmente contaminate che quei disgraziati moriranno orribilmente nel giro di pochi mesi. Ci dev'essere qualcosa laggiù di estrema importanza per i Dom, per spingerli a sacrificare tanto protoplasma. E tutti sanno che molte armi nucleari furono accumulate da quelle parti al tempo degli antichi.
- Le armi nucleari degli antichi non saranno certo in grado di funzionare dopo tutto questo tempo, anche nell'eventualità che Zind dovesse scoprirle -, disse Feric.
- Ma certo, Duce -, replicò Remler. - Forse si tratta soltanto di un gesto disperato dei Dom, che si rendono conto che l'ora della distruzione per loro si sta inesorabilmente avvicinando.
- Ma -, intervenne Waffing, - i miei scienziati mi hanno informato che i materiali nucleari non si deteriorano per migliaia di anni.
- Anche gli idioti di Zind potrebbero ripristinare le armi nucleari degli antichi se le scoprissero.
Feric si sentì mancare il cuore: la logica di Waffing era irrefutabile. Se Zind avesse scoperto le armi degli antichi, avrebbe potuto ricreare il Fuoco; se i Dom avessero avuto il Fuoco, 1 avrebbero usato. Tuttavia non se la sentiva di abbandonare la ferma risoluzione morale: Heldon non avrebbe mai corso il rischio di contaminare definitivamente e irreparabilmente il pool genetico scherzando col Fuoco. Doveva esserci una via d'uscita! Un'idea improvvisa gli attraversò la mente.
- Pensando al peggio, Waffing -, chiese, - quanto tempo impiegherebbe Zind per arrivare a disporre di un arsenale utilizzabile di armi nucleari?
Waffing prese tempo bevendo lunghe sorsate di birra. - E chi lo sa? - disse alla fine. - Devono trovare le armi degli antichi, scoprirne i princìpi e riattarle. Se la fortuna ostacola noi e favorisce loro, potrebbero essere in possesso di armi funzionanti entro sei mesi.
- Ma non entro due settimane?
- Assolutamente inconcepibile!
Feric scattò improvvisamente in piedi, brandendo la Gran Mazza di Held. - Molto bene! - dichiarò. - È deciso. Pronti o no, ci scaglieremo con tutte le nostre forze contro Zind nel giro di dieci giorni e spazzeremo via questa schifezza dalla faccia della Terra senza che il Fuoco entri nemmeno in questione!
Istantaneamente, Best, Bogel, Remler e perfino il dignitoso Waffing balzarono in piedi, i boccali in mano, il fuoco negli occhi.
- Morte ai Dominatori! - gridò Best.
- Viva la vittoria finale!
- Heil Heldon! - gridò Bogel.
- Un brindisi al nostro glorioso capo, Feric Jaggar! - ruggì Waffing, sollevando in alto il boccale. Gli altri Comandanti Supremi toccarono il suo boccale con i loro; tutti gridarono: - Heil Jaggar! - e si scolarono la birra.
Dal canto suo, Feric sentiva che una gioia sfrenata cancellava ogni dubbio; nulla valeva quanto una battaglia per innalzare un uomo o un popolo alle vette sovrumane della gloria. Alzò anch'egli il suo boccale di birra e dichiarò un altro brindisi: - Alla forza dell'evoluzione! Al sangue, al ferro e alla vittoria definitiva del più degno!
Seguendo l'esempio di Waffing, i Comandanti Supremi esplosero in una grande acclamazione e scaraventarono i boccali di birra contro il muro.
Feric non aveva il minimo dubbio che la chiave della vittoria su Zind stesse nell'attacco fulmineo ai grandi giacimenti sud - orientali di petrolio. Con quella vasta riserva di petrolio in mano a Zind il possente esercito meccanizzato di Heldon sarebbe morto di sete dopo un solo mese di combattimenti serrati; al contrario, la cattura tempestiva dei giacimenti avrebbe consentito a Heldon di ridurre in poltiglia le forze di Zind usando la straordinaria potenza delle corazzate di terra e d'aria.
Sfortunatamente, la situazione doveva apparire evidente anche ai Dom come a chiunque altro. E perciò, l'unica strada che rimaneva aperta a Feric era simulare un attacco passando dalle zone settentrionali di Zind per arrivare alla capitale, Bora; se i Dominatori si fossero convinti che la strategia helder consisteva in una guerra rapida basata sull'invasione del nord e il saccheggio della capitale, il nucleo centrale delle loro forze sarebbe stato impiegato massicciamente al nord nello sforzo di proteggere la capitale.
Una truppa d'assalto di cingolati e motociclisti protetta dal primo squadrone di nuovi caccia avrebbe allora potuto scivolare a sud e a est da Borgravia e assicurarsi i giacimenti di petrolio prima che Zind avesse tempo d'organizzare una risposta adeguata.
Il segreto di questa strategia stava nella credibilità agli occhi dei Dom della marcia helder su Bora; avrebbe dovuto essere un attacco generale della maggior parte dell'esercito contro la roccaforte del nemico. Era scontato che si sarebbero avute perdite pesanti, combattimenti d'incredibile ferocia e resistenza massiccia. Sicuramente sarebbe stato necessario uno spiegamento spettacolare di fanatismo ed eroismo da parte delle forze helder. Soltanto questo motivo spinse Feric a risolversi a guidare personalmente l'attacco e lasciare la conquista dei giacimenti di petrolio a Waffing. Inoltre, la sua preziosa presenza in prima linea nella marcia su Bora avrebbe aggiunto agli occhi dei signori di Zind il tocco finale di credibilità all'operazione.
Così, mentre i primi raggi dell'alba cominciavano a illuminare il cielo sopra le dolci colline nella zona centroorientale di Heldon, Feric sedeva ansiosamente al fianco di Best nel suo carro armato alla testa della più grande armata che Heldon avesse mai schierato, in attesa del penultimo momento. Centocinquanta miglia più a nord, due divisioni corazzate helder in quell istante stavano attraversando il Roul su ponti di barche vicino a Lumb. Questa piccola forza era stata accresciuta da centinaia di cellulari vuoti, che davano l'illusione di uno spiegamento di forze molto più ingente; ormai i Dom avrebbero dovuto essersi convinti che il principale assalto helder sarebbe passato per Wolack e poi avrebbe proseguito verso ovest per unirsi all'offensiva. Così quando l'attacco reale fosse venuto, da centocinquanta miglia più a sud, attraverso lo Stato superstite di Malax, l'esercito helder avrebbe potuto calare sul lato più esposto dell'orda, a cento miglia a sud e più incuneato dentro il territorio Zind. Feric sperava che questa finta - nella - fìnta avrebbe aggiunto ulteriore credibilità allo stratagemma, e avrebbe contemporaneamente permesso all'avversario di cominciare la guerra con una bella impresa e con una sconfìtta schiacciante per Zind.
- Due minuti all'ora zero Duce! - gridò Best. Feric annuì, e diede un'occhiata fuori del portello del carro armato di comando, alle cui spalle c'era un esercito che avrebbe sicuramente umiliato perfino gli antichi.
Settecento velocissimi carri armati neri e rossi - per la maggior parte equipaggiati con i nuovi lanciafiamme - formavano la prima falange, un fronte largo cinquanta carri. Dietro questa parete d'acciaio, a protezione dei lati, c'erano due divisioni motorizzate di SS e altre tre divisioni motorizzate dell'esercito regolare, che circondavano centinaia di cellulari corazzati e di autocarri con le scorte. A completare l'avanguardia completamente motorizzata, c'erano una ventina di corazzate pesanti vecchie. Una grande flotta aerea al sicuro in vari punti di Heldon era pronta ad invadere il cielo al primo accenno di resistenza seria. Sulla scia delle truppe motorizzate, un quarto di milione di fanti avrebbero marciato su Zind, pronti a dare il loro contributo in qualunque battaglia, e nel frattempo portando a termine l'ordine di Feric - non lasciare nessuna costruzione in piedi e nessuno in vita. Zind sarebbe stata letteralmente cancellata dalla faccia della Terra!
- Un minuto, Duce -, gridò Best, mentre un raggio di sole faceva capolino all'orizzonte orientale, tingendo le colline di rosso e arancione, quasi preannunciasse la battaglia imminente. Feric chiuse il portello, si sistemò la cintura di sicurezza, afferrò il microfono e ordinò: - Accendete i motori! - II ruggito che ne seguì fu sovrastato da ondate e ondate di cacciabombardieri che passarono sul grande esercito helder volando verso il sole.
Best gli fece un cenno, e Feric gridò: - Avanti!
Best premette l'acceleratóre, e con uno scatto poderoso il carro armato di comando avanzò verso est, mentre la terra tremava sotto il peso delle truppe helder che ne seguirono la marcia. Ad est, cascate di denso fumo nero e turgide fiamme rosse si susseguivano su un vasto fronte via via che gli aerei polverizzavano le fortificazioni del confine malaxiano. Pochi attimi dopo, si potevano udire i lunghi boati del bombardamento nonostante il terribile frastuono di cingoli, ruote e motori.
Gli aerei continuarono a virare e danzare nel ciclo, mentre Feric guidava i suoi eroi in avanti, oltre le dolci colline e le verdi vallate, polverizzando ogni cosa che gli sbarrasse il cammino e lasciandosi dietro una colonna di polvere che offuscava il sole. Le bombe continuarono a piovere mentre la forza d'assalto motorizzata rombava e ruggiva come una valanga di uomini e d'acciaio verso il confine. A Feric sembrava di guidare le truppe contro una parete di fumo fluttuante e improvvise esplosioni.
Quando il carro armato di Feric fu a un paio di miglia da quello spaventoso inferno, ancora una volta l'aria fu scossa dal rombo degli aerei che tornavano alla base dopo aver sganciato il loro carico, soddisfatti del buon lavoro compiuto. Pochi minuti dopo, Feric conduceva le sue forze oltre il confine malaxiano, in un paesaggio reso surreale dalla distruzione.
- Così forse apparve agli antichi la superfìcie della Luna -, sussurrò Best.
Feric annuì. Sin dove riusciva a spingere lo sguardo, la terra era divelta e disseminata di grandi crateri pieni di vapore, pietre, pezzi di metallo e alberi; ogni centimetro di quel suolo era rivoltato e spoglio come se un gigantesco aratro l'avesse preparato per la semina. Una densa colonna di fumo acre appestava l'aria di un tanfo chimico, completando l'illusione di trovarsi in un altro mondo. Quanto alla feccia di Malax, non si vedeva nulla, tranne qualche sagoma arrossata, qua e là.
- L'aviazione ha davvero fatto un lavoro perfetto! - esclamò Best.
- Sì, Best -, rispose Feric, - è iniziata l'era della guerralampo aerea, a cui segue un'irresistibile avanzata di mezzi corazzati - i due poderosi pugni d'acciaio di Heldon che agiscono in perfetta sincronia.
- Mi sembra che ne sia bastato uno solo di pugno per distruggere Malax, Duce!
Feric ruppe in un riso basso e soffocato, ma sapeva perfettamente che le orde di Zind non sarebbero state distrutte dal cielo con tanta ridicola facilità. Tra non molto, il nuovo tipo di guerra che aveva messo a punto avrebbe subito una verifica definitiva. Pregustò con piacere il pensiero di scatenare le sue forze aeree e corazzate contro la potenza di Zind - questo era il nemico più degno di saggiare l'immenso potere distruttivo che ora aveva ai suoi ordini.
Feric trovò noiosissima la passeggiata di conquista attraverso Malax; non c'era niente da vedere, se non colline, sacche di giungla radioattiva che diventavano sempre più folte ed estese via via che l'esercito procedeva verso est, campi dalle messi pateticamente contaminate, saltuari branchi di bestiame con sei zampe o di porci orrendamente gonfi con un'orribile pelle chiazzata, e qua e là una serie di fetide capanne di fango. La resistenza organizzata non esisteva e non riuscirono a vedere un solo malaxiano, dal momento che bastava la nuvola di polvere dell'esercito helder a mettere in fuga i meticci, ancor prima che il cingolato di Feric giungesse in vista.
Il servizio segreto aveva riferito che un modesto contingente di Zind aveva occupato le regioni orientali di Malax; sarebbero stati questi Guerrieri a placare la sete di combattimento che cresceva sempre più nell'animo delle sue truppe. Non che avrebbero potuto offrire più di una resistenza passiva, ma se non altro si poteva sperare che cercassero di mantenere le posizioni e combattessero fino alla morte.
Costituì dunque una sorpresa il fatto che il primo contatto con le forze di Zina giungesse dall'aria.
Il carro armato di Feric aveva raggiunto una zona a non più di settanta miglia dal confine con Zind; qui le macchie di giungla radioattiva erano più folte ed estese. Per quasi un'ora, avevano visto mostri di ogni varietà fuggire dalla giungla cancerosa via via che i lanciafiamme appiccavano il fuoco a quelle fogne di putrescenza genetica: enormi uccelli sfigurati con quattro zampe artigliate e carcinoma bavosi al posto del becco, saltellanti oscenità prive di pelle trascinavano organi pulsanti che cadevano da tutte le parti, cani e maiali coperti di pustole e poi gruppi di nefandezze assortite che avrebbero potuto essere deformazioni di donnole, tassi, o porcospini o più probabilmente miscugli ibridi di tutti e tre.
Non sembrava perciò che ci fosse niente fuori del normale quando Best indicò una ventina di macchie che volavano verso l'esercito helder dall'orizzonte orientale. - Qualche schifoso uccello mutato, sicuramente -, osservò Feric, e non prestò loro particolare attenzione, perché parevano piccoli e lenti. Ma alcuni minuti dopo, dovette cambiare di colpo idea: anziché piccoli e lenti, erano enormi e veloci, dato che improvvisamente volavano proprio sopra il suo carro armato.
- Che orrori nauseanti! - gridò Best. Era comunque un eufemismo. Le creature erano formate fondamentalmente da enormi ali larghe una quindicina di metri con un orribile tessuto traslucido e viscoso che ricopriva la sottile struttura ossea. Sospeso sotto l'ala c'era un torso rudimentale, sempre ricoperto di tessuto viscoso e traslucido, attraverso il quale si potevano veder chiaramente pulsare gli organi interni. Non c'erano teste o altre appendici degne di nota, tranne due enormi sacche gonfie che dondolavano oscenamente ai lati del corpo macilento. Mentre i mostri passavano sopra il carro armato di Feric in formazione serrata, gli sfinteri in fondo alle enormi sacche gonfie si aprirono, e una cascata di fluido verde e venefico si riversò sui carri armati immediatamente successivi a quello di Feric. Appena la putrida pioggia si posava sul rivestimento blindato dei carri, dense nuvole di schifoso fumo giallo si alzavano dal metallo.
- Fuoco! - gridò Feric. Lui stesso aprì il portello, alzò il mitra e spedì una scarica di pallottole contro uno degli orrori volanti, disseminando di buchi la membrana viscosa dell'ala. Istantaneamente e senza un suono, la creatura si ripiegò su se stessa e le grandi sacche scoppiarono come bubboni, innaffiando di pioggia acida un carro armato, prima di sfracellarsi al suolo per essere maciullata dai cingoli di decine di corazzate in avanzata. Dal cingolato investito dal mostro si alzò nell'aria una colonna di fumo soffocante e poi il mezzo parve dissolversi nel nulla.
- Tentate coi lanciafiamme! - ordinò Feric all'equipaggio senza smettere di sparare con il mitra, riuscendo ad abbattere un mostro a prezzo di un altro carro armato. Stava ancora parlando che l'aria si trasformò in un inferno di pallottole di mitra; altre sei creature scoppiarono e caddero, distruggendo quattro carri armati.
Un attimo dopo, una grande lingua di fuoco arancione saettò da un boccaglio in cima alla torretta del carro di Feric e immerse un mostro in un bagno di petrolio infuocato. La creatura si ridusse a un mucchio di ceneri annerite prima di toccare il suolo e le sacche di acido esplosero a mezz'aria senza far danno.
A questo punto, i comandanti degli altri carri armati misero anch'essi in funzione i lanciafiamme e ne fecero fuori sette prima che i mostri superstiti di colpo invertissero rotta tutti insieme, simili a uno stormo di oche, e volassero verso il sole, a est verso dove se n'erano venuti.
- Duce! - gridò Best, indicando un punto del cielo al di sopra della formazione di mostri che sparivano in lontananza. Centocinquanta metri in alto rispetto ai mostri volanti c'era un'altra creatura di quel genere che, invece delle sacche di acido, aveva appeso di sotto una specie di cesto metallico in cui era chiaramente distinguibile una l'orma umanoide.
- Un Dom! - esclamò Feric. - Ma certo! Doveva pur esserci un Dom che controllasse le bestie! - Prese il microfono: - Aprite il fuoco! C'è un Doni in quel cesto lassù, e se ne sta andando!
Immediatamente l'aria si riempì di granate sibilanti, lingue di fuoco e un'incredibile salva di pallottole di mitra, ma tutto fu inutile. La cosa volante era fuori tiro per tutti tranne che per i cannoni, e siccome le granate non erano dotate di fusibili di prossimità, le probabilità di far centro erano una su un milione.
Dopo pochi attimi di questo sbarramento gigantesco, Feric si rese conto che non riuscivano a concludere niente e che in più stavano sprecando munizioni, e ordinò di cessare il fuoco.
- Be' abbiamo eliminato un sacco di quelle cose, Duce -, disse Best un po' depresso, mentre i mostri volanti si facevano sempre più piccoli all'orizzonte orientale.
- Ma non quella che contava, Best -, disse Feric. - Sicuramente era più una ricognizione che un attacco vero e proprio. Ora il Dom che li guidava potrà riferire dettagliatamente sul nostro esercito.
- Il che non credo gli risolleverà il morale -, sottolineò vivacemente Best.
A queste parole, anche il cattivo umore di Feric scomparve. Best era proprio il camerata ideale in battaglia: vedeva sempre il lato roseo delle cose!
Con ogni uomo all'erta, Feric guidò le truppe ancor più avanti nella marcia verso est, verso il confine di Zind. A quell'ora le forze di Zind della zona di frontiera dovevano essere completamente all'erta e pronte come non mai all'azione; nel giro di poche ore, l'enorme orda nello Zind settentrionale sarebbe stata avvertita della situazione reale e avrebbe cominciato a scendere a sud. Era in vista una grande battaglia; era essenziale che avesse luogo il più a nord possibile, e molto all'interno di Zind.
Perciò, Feric guidò lievemente verso nord l'esercito; una volta distrutte le difese di frontiera, sarebbe stato possibile penetrare per parecchie centinaia di miglia in Zind, verso ora, prima che il grosso dell'orda di Zind, a nord, riuscisse a calare per bloccare l'avanzata. Non bisognava perdere tempo con le truppe Zind al confine con Malax; ogni ora di ritardo avrebbe significato un ulteriore allontanamento della battaglia da Bora. Per non lasciare niente al caso, Feric ordino che una squadriglia di cinquanta aerei pavimentasse la strada verso l'interno di Zind con i corpi maciullati e gli equipaggiamenti distrutti dei difensori.
Mezz'ora dopo, dieci formazioni a V di bombardieri neri e scintillanti ruggirono sopra l'esercito helder, inclinarono le ali in un saluto da prodi e si diressero verso est, superando colline ricoperte di giungla radioattiva. Prima che gli aerei fossero scomparsi oltre Te colline, ci fu un improvviso sibilo frastornante e una serie di granate esplosero in una pioggia di fumo e torba a neanche trecento metri dal carro armato di Feric.
- Artiglieria Zind! - esclamò Best. Guardando in alto, verso est, Feric scoprì una macchiolina nera che si stagliava contro il cielo. Immediatamente si precipitò sul microfono e si mise in contatto con il capo della squadriglia aerea, - C'è un ricognitore dell'artiglieria Zina proprio sopra di noi! Mandate indietro un aereo a sistemarlo. Mandate avanti un altro aereo sopra l'orda di Zind e trasmettetene posizioni e distanze ai nostri fucilieri sui cingolati.
- Subito, Duce! Heil Jaggar!
Un altro sbarramento di granate esplose davanti al carro armato, parecchie decine di metri più vicino stavolta. Poi, basso sull'orizzonte, Feric scorse un unico lampo nero e scintillante saettare da est. Un'altra gragnuola di colpi, ancora più vicini, lanciò ghiaia fin sull'armatura del carro di Feric. Il lampo tenue e nero si trasformò rapidamente in un lucido, nero bombardiere helder; l'aereo si stagliò contro il sole, poi si tuffò direttamente contro il ricognitore Zind. Feric scorse lo scintillio vivido dei mitragliatori; poi la maledetta macchina Zind si accartocciò e precipitò come una pietra. Il bombardiere si abbassò sull'esercito helder, eseguì un perfetto frullo di vittoria, poi si voltò di centottanta gradi e ritornò nella mischia, a est.
Una gragnuola di granate Zind scheggiarono senza danno il terreno a trecento metri dal cingolato di Feric. - Adesso i fucilieri Zind non ci vedono più, Best -, disse Feric. - Aumenta la velocità di cinque miglia all'ora e vira di cinque gradi a sud; così quei porci si ritroveranno a - parare alle ombre.
Un momento dopo, il ricognitore dell'artiglieria helder cominciò a trasmettere coordinate. Sopra un crinale lontano, Feric poteva vedere lampi di esplosioni illuminare il cielo insieme a colonne di fumo, mentre i bombardieri helder polverizzavano il nemico.
Poi sembrò che l'universo intero tremasse mentre settecento cannoni helder facevano fuoco all'unisono, lacerando l'aria con un tuono incredibile. La scarica di granate apparve come una meteora d'acciaio fiammeggiante che squarciava il cielo diretta ad est. Un attimo dopo il cielo dietro le colline si trasformò in una grandiosa aurora di fiamme arancione e di spesso fumo nero. Poi si sentì un rombo potente, che fu immediatamente annullato dal boato gigantesco della successiva salva di cannonate. Al ritmo di una - carica al minuto, i carri armati helder avanzavano a cinquanta miglia all'ora, distruggendo zone di giungla radioattiva, tritando pallida erba Bluastra sotto i potenti cingoli, un'irresistibile valanga di fuoco e carne e acciaio clic faceva strage davanti a se e si lasciava alle spalle una scia di distruzione totale. In breve tempo Feric aveva guidato la sua forza d'assalto oltre l'ultimo crinale e improvvisamente, nella valle sottostante, ecco i Guerrieri di Zind!
La rovina si era già abbattuta sull'orda di Zind. La sommità del crinale lontano era un ammasso puzzolente di corazze e carri bellici lacerati e ridotti in pezzi. Nella stessa valle, forse diecimila Guerrieri si erano schierati in ranghi molto lunghi per fronteggiare l'avanzata helder. La maggior parte delle disgraziate creature si era trasformata in un mucchio di pezzi e frammenti sanguinanti che ravvivavano il grigio paesaggio lunare, disseminato di buche di granate e crateri di bombe e tinteggiato con grandi macchie di un rosso acceso. Quanto al resto dei giganti, quasi tutti continuavano a correre senza scopo chi in una direzione chi in un'altra sparando colpi in aria, inzaccherando i compagni con fiotti di urina gialla e acre, grugnendo, menando pugni, e farfugliando, poiché la valle era diventata un'immensa pattumiera piena delle carcasse bruciate di dozzine di carri bellici su cui i Dom che li controllavano non erano ormai nient'altro che cadaveri carbonizzati.
Un'ultima formazione di cinque bombardieri si gettò a capofitto nell'aria, lasciò cadere il suo carico proprio in mezzo a una squadra di Guerrieri nudi e muscolosi, si rialzò in volo per evitare le esplosioni e si riunì infine ai camerati in volo, di ritorno verso le basi di Heldon. Una delle ultime bombe cadde proprio su uno dei carri bellici superstiti, trasformandolo in atomi sparsi insieme al Dom che era a bordo. Immediatamente, la formazione serrata che si trovava lì intorno ruppe le righe e i Guerrieri cominciarono a correre ognuno per conto suo, a casaccio, in cerchio, scontrandosi l'un con l'altro ad ogni giro, colpendosi senza scopo con colpi di fucile, defecando, sbavando, percuotendosi e grugnendo.
Mentre la grande armata di carri armati helder, rossi e neri, calava nella valle, i cannoni vennero puntati a fuoco diretto e uno sbarramento massiccio di granate ad alto potenziale esplosivo proiettò in aria migliaia di giganti senza cervello, che ricaddero al suolo sotto forma di una pioggia rossa di ossa e sangue. Esplosero altre due raffiche devastatrici; poi Feric guidò le truppe direttamente dentro una nuvola ribollente di polvere da sparo, terra, macerie e carne umana. Le mitragliatrici aprirono il fuoco frantumante e i lanciafiamme lanciarono contro il nemico fiumi di petrolio infuocato.
Feric pigiò fino in fondo il grilletto del mitra e lo tenne così, mentre l'arma poderosa si impennava e urlava nella sua stretta come una cosa viva. Non aveva senso mirare a qualcosa di preciso in quel caos. Il carro armato era circondato da un mare immenso di creature abnormi e nude con teste piccole, praticamente senza faccia e arti simili a tronchi. I mostri sparavano selvaggiamente, colpivano tutto quel che si trovava a portata dei grandi manganelli, cercavano di agguantare ciecamente 1 compagni o addirittura i rivestimenti corazzati dei carri armati, gemendo e sputando. Era come entrare in un enorme nido di vipere infuriate.
Il muro di carri armati helder avanzava premendo contro questa enorme orda di protoplasma incosciente e imbrattato di sudiciume, protetto da un fiume di fiamme e dal fuoco a tappeto delle mitragliatrici. I Guerrieri prendevano fuoco come candele, urlavano, urinavano e negli spasimi dell'agonia davano fuoco agli stessi compagni, riempiendo l'aria dell'odore dolciastro della carne bruciata.
Come grano falciato, le putride creature cadevano sotto il fuoco delle mitragliatrici e venivano ridotte a una poltiglia sanguinante dai cingoli d'acciaio della valanga helder.
Entro cinque minuti, il carro armato di Feric aveva raggiunto la sommità dell'ultimo crinale, seguito da vicino dalla grande falange di cingolati. Nella loro scia rimaneva un'enorme fossa piena dei corpi spezzati, rovinati e bruciati di diecimila Guerrieri, nient'altro che un'immensa macchia di sangue e carne nel paesaggio devastato dalle granate. Per l'interminabile ondata di motociclisti che ruggivano nella scia dei carri armati, non c'era praticamente niente da rastrellare. I diecimila Guerrieri Zind a guardia del confine con Malax erano stati ridotti a un mucchio di ossa polverizzate e di sangue puzzolente dalla potenza schiacciante delle forze aeree e corazzate di Heldon.
Best si voltò verso Feric, con gli occhi azzurri scintillanti.
- Questo è niente di fronte a quello che ci aspetta - disse. Eppure, la sua anima vibrava di gioia al pensiero del modo in cui le schiere della Svastica erano finalmente penetrate in Zind: sulle ali del trionfo, glorioso e totale.
La campagna di Zind era un paesaggio da incubo. Enormi e putride zone di giungla radioattiva si allargavano come cancri ameboidi e informi alternate a formazioni di roccia lucida e di terra velenosa e scintillante su cui neppure la più infima vegetazione degenerata avrebbe punto crescere. Qua e là si stendevano campi di erba grigia o file scheletriche di qualche coltivazione degenerata al di là di qualunque decenza che cercava disperatamente di farsi strada su quel fazzoletto di terra abbandonata e di giungla pestilenziale.
C'erano patetiche fattorie, abitate dallo stesso genere di leccia che aveva costituito l'ormai estinta popolazione di Borgravia e Wolack - pelleblu, pappagalloidi, nani deformi, giganti sottili, semiuomini con la pelle che sembrava cancro puro, uomini - rospo, insomma il solito rivoltante assortimento di mutanti. Comunque, gli schiavi di Zind a differenza della feccia di campagna dei territori conquistati, difendeva inutilmente i propri terreni, cercando di tener testa alla valanga helder con falci, mazze, pietre e occasionali armi da fuoco. Senza dubbio le fattorie erano immerse nel dominogramma del Dom locale; la feccia di mutanti si gettava sotto i cingoli dei carri armati per ordine psichico, non per scelta. E tutto senza alcun vantaggio, perché ogni pezzettino di terra e di giungla radioattiva a tiro dell'enorme esercito fu purificato dalle fiamme; la forza helder avanzava verso il cuore delle terre occidentali di Zind lasciando una scia di fuoco larga dieci miglia e interminabile, scintillante come una freccia infuocata dietro al puntale d'acciaio acuminato.
Per tutto quel pomeriggio e la notte successiva, l'esercito helder avanzò attraverso Zind senza incontrare seria resistenza. L'orda Zind assegnata alla difesa di questa zona era ridotta a una poltiglia sanguinante, in una campagna ormai completamente pacificata dall'avanzata della fanteria helder. In effètti, il confine di Heldon era ormai la prua del carro armato di Feric mentre si lanciava nel territorio di Zind a quaranta miglia all'ora.
Aerei di ricognizione avevano riferito che non c'era niente di significativo tra l'esercito helder e la grande orda di Zind a un centinaio di miglia a nord, che in quel momento stava virando e si stava spostando verso sud per scontrarsi con i conquistatori su un fronte allargato. Feric calcolò che la grande battaglia sarebbe cominciata poco dopo l'alba, a circa quattrocento miglia all'interno di Zind e a cinquecento da Bora; all'alba, avrebbe fatto girare il suo esercito verso nord per affrontare il contrattacco Zind.
A nord, file e file di corazzate helder affrontavano l'avanzata dell'orda di Zind. I piloti avevano riferito che questa forza gigantesca superava anche l'immenso esercito helder per una percentuale di almeno dieci a uno. Anche se gli aerei helder avevano cancellato dal cielo anche l'ultima corazzata aerea Zind e aveva fatto fuoco a volontà sul nemico, grandi formazioni di volatili degenerati si addensavano sull'orda come sciami di insetti velenosi. Oltre ai soliti Guerrieri, carri bellici e corazzate, gli aerei di ricognizione avevano individuato parecchie centinaia di carri armati, artiglieria trascinata da bestioni e formazioni di Guerrieri che sembravano un po' diversi dai soliti. In effetti le schiere di Zind si muovevano con forza senza precedenti; da questa battaglia sarebbe dipeso il futuro del mondo per l'eternità.
Le prime luci dell'alba illuminarono un paesaggio orribile. Qui non cresceva nulla all'infuori di macchie scheletriche e putrescenti di giungla radioattiva. Grandi stagni erano stati ricavati nella poca terra non contaminata ed erano pieni di schiuma grigio - verde, che senza dubbio veniva usata come foraggio per gli schiavi. Il fetore delle pozze di alghe era insopportabile, identico a quello di una fogna aperta. Tra gli stagni c'erano una serie di rudimentali recinti di legno, che racchiudevano un assortimento rivoltante di creature geneticamente deteriorate: gonfi maiali senza gambe che si voltolavano nel fango come giganteschi vermi pallidi, bestiame a sei zampe con piccole teste rudimentali e cloache da cui usciva una fanghiglia verde - marrone, capre prive di peli, color porpora che trascinavano nel fango le grandi mammelle blu, polli con un rivestimento di mucosa verde e viscida al posto delle piume.
Gli schiavi che si occupavano degli allevamenti degenerati si adattavano perfettamente al paesaggio - la più rivoltante collezione di mutanti che Feric avesse mai avuto la sfortuna di vedere. Al loro confronto pappagalloidi, uomini - rospo e nani erano campioni di virtù genetiche! Creature senza pelle ricoperte di fanghiglia rossastra attraverso cui si potevano scorgere vasi sanguigni bluastri erano uno spettacolo comune, come del resto i bipedi verdi con enormi occhi vuoti, da insetto, e braccia che terminavano in gruppi di tentacoli. Mutanti bitorzoluti, con pelle di rana e labbra gommose abbondavano tra i mucchi semoventi di peli neri attraverso cui non si riusciva a vedere altro che fiammeggianti occhi rossi e bavose bocche senza labbra. Nonostante l'importanza del tempo, Feric rallentò l'avanzata helder per assicurarsi che anche l'ultimo di quegli abbonimi fosse fatto a pezzi, bruciato o schiacciato sotto i cingoli dei carri armati e ogni putrido stagno melmoso disperso nel cielo da esplosioni purificatrici.
Soltanto quando il suo carro armato ebbe abbandonato (india terra mostruosa e si ritrovò a percorrere una pianura senza vita, grigia e desolata, Feric si rasserenò. - Quasi non riesco a credere che simili orrori possano esistere, perfino a Zind -, disse a Best. - Come fanno a sopravvivere ì Dominatori?
Best era pallido, gli tremavano le labbra. - Non riesco a immaginarmelo, Duce -, disse con una smorfia. - Anche le mie cellule gridano di nausea a questo spettacolo.
- Basta! - disse Feric. - Diamo un taglio a questa sozzeria una volta per tutte. Rotta verso nord, Best! È ora di affrontare la putrescenza di Zind con tutta la potenza dell'esercito helder!
Presto l'orizzonte a nord prese a scintillare di fiamme arancioni e un'immensa colonna di polvere e di denso fumo nero si innalzò sulle colline grigie come un mostro minaccioso, sinistramente illuminato dai lampi delle bombe.
Senza dubbio l'orda di Zind aveva individuato la colonna dell'esercito helder che si avvicinava - le due potenti valanghe finalmente erano in vista l'una dell'altra.
Mentre la barriera di mezzi corazzati helder avanzava contro l'orda nemica all'attacco, un ricognitore continuava a trasmettere coordinate aggiornate, e la terra era scossa dal boato dei cannoni. Ondate su ondate di granate ad alto potenziale esplosivo attraversavano il cielo per abbattersi poi sul nemico.
Granate Zind esplosero in mezzo all'esercito helder, facendo saltare in aria carri armati in scoppi improvvisi di fiamme vive e frammenti metallici e riempiendo l'aria di pezzi di motociclette polverizzate. Ora i bombardieri helder erano chiaramente visibili sul crinale: si buttavano in picchiata quasi perpendicolarmente, lasciavano cadere il loro carico mortale, poi risalivano rapidamente per evitare le esplosioni. Centinaia di magnifiche corazzate riempirono il cielo - buttando, investendo, facendo piovere morte sul nemico come aquile vendicatrici.
- Ci siamo, Best! - gridò Feric, vedendo per la prima volta il nemico. Da nord avanzava un'immensa flotta di quasi cento mostri volanti di Zind, le ali membranose che luccicavano umide, inseguiti a rotta di collo da una dozzina di aerei helder con i mitragliatori in fiamme. In pochi attimi, la battaglia aerea divampò proprio sopra le schiere helder. L'acido gocciolava dalle sacche gonfie dei volatili, mandando nuvole di fumo giallo nell'aria al contatto con il metallo dei carri armati. I mostri si sgretolavano ed esplodevano a mezz'aria quando le pallottole infuocate degli aerei helder li mandavano in pezzi. Ma non ci si poteva fermare a contemplare la lotta su nel cielo, perché un attimo dopo ecco che avanzava la grande orda di Zind; Best lancio un urlo senza parole in preda a uno sgomento molto simile al terrore.
L'esercito di Zind occupava tutto il campo visivo di Feric da est a ovest e copriva la desolazione grigia a nord fino a dove lo sguardo poteva arrivare. Una fila di Guerrieri giganteschi e muscolosi, seguita da ranghi di riserva che sembravano non finir mai avanzava marciando lungo un fronte talmente ampio che non se ne vedevano le estremità; inseriti in questa prima linea di giganti, c'erano lenti carri armati verdi non molto diversi da quelli helder. Dietro il fronte, dei bestioni trascinavano migliaia di carri bellici in mezzo a un mare di Guerrieri che avanzavano marciando in quella loro terribile sincronia. Appena visiMi dietro l'artiglieria trascinata dai bestioni, gli autocarri e le corazzate a vapore, c'erano enormi sciami di Guerrieri che sembravano muoversi a casaccio ma nello stesso tempo seguendo un ordine superiore come formiche in guerra. Sopra questa orda mostruosa, il cielo pullulava di aerei helder e volatili Zind; dovunque c'erano nuvole di denso l'inno nero. Alcuni settori dell'orda erano giganteschi inferni di fiamme; un gran numero di Guerrieri privi di controllo vagavano incoscienti in mezzo alla retroguardia nemica. Dai carri bellici, dai cingolati, dalle corazzate e dall'artiglieria giungevano continue raffiche di granate che cominciavano a colpire i carri armati helder.
Mentre i due eserciti si avvicinavano uno all'altro di circa un centinaio di metri, Feric vide che la faccia di Best si era trasformata in una gelida maschera da battaglia.
- Sparpagliatevi! - ordino ai comandanti dei carri armati, che subito si distanziarono per far posto a vaste divisioni di truppe motorizzate. Feric premette fino in fondo il grilletto del mitra e ruggì: - Fuoco a volontà! - nel microfono, mentre la sua arma vomitava pallottole contro il nemico che avanzava. I carri armati abbassarono i cannoni e spedirono un'ondata decisiva di granate ad alto potenziale contro la prima linea dell'orda Zind, sollevando nell'aria un turbine di carne, terra e frammenti metallici.
Poi i due eserciti furono uno sull'altro, una massa vibrante di corpi e di metalli. La tattica Zind non era cambiata, tranne che i Guerrieri che a ondate marciavano sul nemico ora erano armati di mitra. Il muro di proiettili attraverso il quale si faceva largo l'esercito helder si abbatteva rumorosamente e invano contro i carri armati, ma faceva strage delle truppe motorizzate che si buttavano nella mischia alla massima velocità, eroicamente incuranti della propria sicurezza.
I lanciafiamme inondarono di petrolio infuocato l'orda nemica; migliaia di mostri divennero torce urlanti, che tuttavia continuavano ad avanzare per essere fatti a pezzi dai mitra helder e ridotti in poltiglia dai cingoli, inesorabilmente fedeli, anche nell'agonia, agli ordini psichici dei Dominatori. I carri armati Zind avanzarono, facendo fuoco addirittura tra le proprie truppe pur di far a pezzi i carri armati helder. Sempre scaricando il mitra contro i robot protoplasmici che premevano intorno al suo carro armato, Feric gridò ordini precisi ai comandanti: - Fuoco a tappeto con i cannoni! Abbattete i carri armati nemici ad ogni costo!
I cannoni helder ruggirono la loro sfida; le granate piovvero a distruggere i carri armati di Zind. Era evidente che proprio nei carri si nascondevano i Dominatori, perché via via che venivano distrutti, grandi formazioni di Guerrieri in prima linea improvvisamente cominciavano a sbavare, come animali indisciplinati, e a correre avanti e indietro peggiorando la già caotica situazione.
Feric si ritrovò isolato con Best in un universo senza tempo di battaglia infuocata, un mondo pieno di orribili Guerrieri all'attacco che facevano fuoco con i mitra, si spezzavano le dita contro le corazze d'acciaio, prendevano fuoco, si riducevano in poltiglia rossa e spessa sotto i cingoli dei carri armati. Aveva le narici piene dell'aroma della carne bruciata unito all'odore penetrante della polvere da sparo, e le orecchie continuamente tormentate dai mitra, dai cannoni, dai motori e dalle urla, dalle grida, dai lamenti. La sua carne era un'estensione diretta del mitra; le pallottole sembravano emergere dalle profondità infuocate del suo stesso essere, poteva addirittura sentirle quando si conficcavano nella carne dei Guerrieri che cadevano davanti a lui. In mezzo al terremoto del carro armato che avanzava, riusciva a sentire i corpi travolti e stritolati dai cingoli.
Per caso guardò Best; il giovane eroe era complètamente legato ai controlli del carro armato e al mitra. La faccia aveva un'espressione di determinazione d'acciaio; negli occhi azzurri brillava un'estasi violenta e ferrea. Per un attimo i loro occhi si incontrarono e si unirono nella comunione cameratesca della battaglia, trasfigurati insieme in una nebbia rossa al di là del tempo o della fatica. Attraverso il metallo del carro armato, l'arma comune che dividevano, le loro anime parvero toccarsi e fondersi per un istante in quell'estasi ancora più grande che era la volontà razziale. Tutto avvenne in un batter d'occhio; i loro esseri non si distrassero per un solo istante dalla sacra missione.
Gli atti individuali di eroismo di migliaia e migliaia di soldati helder si fondevano in un'epica razziale di fanatismo sovrumano e di gloria trascendente. SS in motocicletta, nelle lucide uniformi nere, avanzavano contro le pallottole nemiche, spezzando gambe pelose e travolgendo Guerrieri con i loro bolidi, distruggendo dozzine di mostri a colpi di manganello anche quando avevano le carni ormai squarciate dalle pallottole. I carri armati helder inseguivano le controparti Zind, li capovolgevano, poi li davano alle fiamme, mentre i bombardieri seminavano morte sul nemico dall'alto; gli aerei colpiti si lasciavano cadere deliberatamente sui carri armati di Zind, scomparendo in una fiamma vibrante di gloria. La fanteria motorizzata abbandonava gli autocarri e si buttava nel cuore della mischia, lasciando molti cadaveri, ma trascinando con sé nella distruzione finale migliaia e migliaia di Guerrieri.
La fusione mistica tra Feric, le sue truppe eroiche e la volontà razziale di Heldon era totale; l'esercito helder combatteva come un sol uomo con la volontà di Feric Jaggar nel cuore. Nessuno si curava minimamente della propria vita o salvezza personale; la paura e la fatica erano concetti sconosciuti.
Lentamente, un passo dopo l'altro, l'esercito helder si faceva strada nonostante il peso della gigantesca orda di Zind. I primi ranghi nemici erano ridotti a un'orda enorme di mostri dagli occhi rossi, privi di cervello, che vomitavano, farfugliavano, sputavano, defecavano, correndo completamente impazziti, gettandosi sotto i cingoli dei carri Miniati, lanciandosi direttamente contro le raffiche dei Incili, uccidendo nello stesso abbandono gli helder e i loro stessi compagni. Le fiamme divampavano dappertutto e l'aria non era che una grande nuvola di fumo fetido. Ogni carro armato helder, ogni eroe helder erano coperti da uno spesso strato di sangue nemico. Feric sentiva la volontà razziale percorrergli il corpo, passargli attraverso i muscoli e uscire dal mitra ruggente sotto forma di pallottole fiammeggianti. Lui stesso non era che un'arma azionata da qualcosa al di là di lui. Le centinaia di carri armati e le Centinaia di migliaia di uomini che riducevano i nemici in pezzi sanguinanti erano estensioni del suo essere - dita, braccia, piedi - e lui era a sua volta la più alta espressione della volontà razziale del suo popolo. Insieme, questo grande organismo era Heldon, la speranza del mondo, la razza padrona del destino, che si insinuava nei centri vitali dell'orrendo nemico della razza.
Per tutta la notte e il giorno successivo, l'incredibile massacro continuò. Fuso com'era in quell'organismo comune che era il suo esercito. Feric poteva sentire visceralmente che le forze helder si stavano facendo strada verso nord e verso est - verso Bora. Come organi del suo stesso corpo, i ricognitori aerei riferirono che le fiancate alle estremità orientali e occidentali dell'orda di Zind ondeggiavano alle due estremità del fronte helder come tentacoli avvolgenti di un'enorme ameba.
- È difficile dire se sono loro ad avvolgerci o se siamo noi che li stiamo tagliando in due -, osservò Feric rivolto a Best.
- Duce, ho Waffìng in linea!
- Passamelo sul circuito interno.
La voce cordiale di Waffìng riempì il carro armato; sullo sfondo, Feric riconobbe i rumori della battaglia. - Duce, abbiamo raggiunto i giacimenti di petrolio e stiamo impegnando il nemico. Spero di essere in grado di annunciare la conquista dell'obiettivo entro stanotte al più tardi.
- Buon lavoro, Waffìng! - disse Feric. - Ora devo chiudere; come puoi sentire, abbiamo anche noi il nostro daffare, qui!
La chiamata di Waffìng diede a Feric un attimo di pausa. Forse le manovre laterali di Zind non erano altro che un tentativo di aggirare l'ostacolo costituito dall'esercito helder in modo da raggiungere il piccolo schieramento che difendeva il punto cruciale: i giacimenti di petrolio. In questo caso, bisognava fermarli a tutti i costì!
Agendo contro l'istinto di battaglia che l'animava Feric andò alla radio e ordinò che venissero raddoppiate le posizioni difensive; bisognava organizzare e tenere una linea a sud dell'orda di Zind che non potesse essere né aggirata, né spezzata. Bisognava trattenere il nemico fino a che Waffìng non avesse portato a termine la sua missione e si fosse riunito al grosso dell'esercito helder.
Perciò, dietro uno schermo di carri armati e motociclette, la fanteria helder eresse un ampio fronte un miglio più a sud, allestendo postazioni di mitragliatrici, cannoni, obici e mortai, scavando trincee e buche e rinforzando le due estremità del fronte con una divisione delle più fanatiche SS. Dopo di che, la prima linea di motociclette si liberò e arretrò dietro la fortificazione protetta dai carri armati, che furono gli ultimi a ritirarsi, dietro un muro di fuoco creato dai loro stessi cannoni e mitragliatori.
Solamente quando la manovra fu portata a termine e il suo carro armato si ritrovò al sicuro dietro un argine di terra, Feric si fermò per fare il punto della situazione strategica. Osservando attraverso il portello del carro armato, vide che l'orda di Zind non si era messa sulle orme della ritirata helder perché tutta la sua prima linea era un caos. Anche a quella distanza, poteva vedere la solida diga di cadaveri sanguinanti che chiudeva il fronte a nord lungo tutta la linea di battaglia per parecchie miglia. C'erano ancora pochissimi carri armati Zind in azione e i bombardieri helder li stavano sistemando. Dietro il grande fronte di Guerrieri morti c'era un caos totale di Guerrieri privi di controllo, che a quella distanza sembravano un enorme sciame di formiche impazzite in preda a furia omicida. Al di là di quel tumulto di muscoli senza cervello, c'era un oceano infinito di forze più disciplinate. Quanto all'artiglieria Zind, era stata messa completamente a tacere dalla forza aerea helder, che aveva anche liberato il ciclo dagli orribili volatili Zind.
Le truppe motorizzate e la fanteria avevano subito perdite decisamente pesanti, ma l'artiglieria era praticamente intatta (non più di cinquanta carri armati erano andati perduti) e la forza aerea era come nuova. Si era consumata una grande quantità di munizioni e petrolio, a dir la verità, ma quando fossero arrivati i rinforzi di Waffìng, il problema non sarebbe più esistito.
- La nostra prossima mossa è chiarissima -, disse Feric a Best. - Dobbiamo mantenere a tutti i costi questa posizione, fino all'arrivo delle truppe di Waffìng.
La reazione di Best non fu proprio entusiastica. - Preferirei avanzare contro il nemico non importa a che prezzo, piuttosto che tenere una posizione difensiva per quanto inespugnabile sia, Duce -, disse il giovane.
Feric potè soltanto annuire; non aveva espresso che il suo stesso sentimento più profondo, e l'atteggiamento proprio di ogni soldato helder. Eppure, c'erano momenti in cui il bene della patria richiedeva che si abbandonassero i propri desideri più appassionati. Sicuramente anche le truppe erano poco soddisfatte dello spiegamento difensivo. Bisognava far qualcosa per mantenere alto il morale.
A questo scopo, Feric lasciò il carro armato, indossò un'uniforme pulita e un mantello immacolato, e fece un giro di ispezione delle prime linee a bordo della motocicletta nera e cromata di un eroe caduto, con Best al suo fianco su un'altra moto. Tenne sempre il Comandante d'Acciaio bene in vista, scintillante al sole.
Anche se quelle truppe avevano combattuto con ferocia incessante per quasi due giorni senza dormire, unanimemente non esprimevano altro desiderio ardente che fronteggiare di nuovo il nemico. Lo si vedeva nella determinazione fanatica che ardeva nei loro occhi, nella cura amorosa con cui pulivano le armi durante la tregua, nella precisione e nello scatto dei loro saluti, nell'ardore con cui gridavano: - Heil Jaggar! - e nell'ovazione spontanea ogni volta che l'artiglieria helder innalzava una colonna di polvere e sangue tra le file nemiche.
Feric non stava ispezionando le truppe nemmeno da mezz'ora quando tutto il fronte della prima linea Zind fu messo in subbuglio da una serie di movimenti e spostamenti.
- Che c'è, Duce? - chiese Best.
- Sembra che avremo modo di calmare subito la nostra sete di battaglia -, rispose Feric. Ondate su ondate di Guerrieri avanzavano attraverso la carneficina dei loro stessi compagni verso la terra di nessuno che li separava dalle linee helder, i mitra in mano.
Feric caricò il mitra; lungo tutta la linea di fortificazioni helder, i cannoni vennero puntati sul nemico che avanzava e tremende scariche di granate investivano e facevano a pezzi le creature che cercavano di attraversare la terra desolata, mentre una catena interminabile di bombardieri creava vuoti nelle formazioni di retroguardia.
Presto la grande orda fu sotto il tiro delle mitragliatrici e dei lanciafiamme. - Aprite il fuoco! - ruggì Feric.
Immediatamente, centinaia di migliaia di mitra aprirono il fuoco lungo tutto lo schieramento helder. La prima linea di Guerrieri fu letteralmente sollevata in aria e respinta. La linea successiva subì lo stesso trattamento mentre le truppe helder continuavano a innalzare un solido fuoco di sbarramento lungo tutto il fronte, e poi lungo i ranghi. Ma nonostante tutto l'immensa forza Zind avanzava inesorabilmente sopra i cadaveri dei compagni caduti, direttamente contro i potenti mitra dell'esercito helder.
Mentre osservava le pallottole colpire e mandare in pezzi una formazione di mostri nudi, Feric si rese improvvisamente conto che non c'erano carri bellici in vista, - Questi non sono i soliti Guerrieri Zind, Best! - gridò. Le creature non marciavano nelle solite formazioni assolutamente perfette. Inoltre, le loro teste, per quanto molto al di sotto delle dimensioni umane, avevano crani più grandi di quelli delle creature da combattimento che Feric aveva affrontato fino a quel momento, e c'era qualcosa nelle loro mascelle e nella bocca che fece rabbrividire Feric. Poi i lanciafiamme oscurarono momentaneamente il fronte dell'assalto Zind con una nuvola di petrolio fiammeggiante, attraverso cui Feric sentì urla, lamenti e grida che sovrastavano lo stesso rumore dei fucili.
Guerrieri semicarbonizzati emersero dalla cortina di fiamme, sparando a più non posso tra le urla dell'agonia e riuscendo a far avanzare di un centinaio di metri la pressione Zind contro le trincee helder. Feric sollevò la Gran Mazza di Held, la fece roteare fieramente nell'aria, caricò il mitra e si buttò ruggendo contro la massa titanica, uscendo dalla protezione delle fortificazioni.
Con un'immensa ovazione, centomila tra SS e truppe motorizzate si slanciarono immediatamente dietro di lui. Migliaia di eroi caddero immediatamente colpiti dalle pallottole dei Guerrieri; Feric poteva sentire i proiettili sfiorarlo sibilando. In pochi attimi, comunque, l'ondata di centauri aveva raggiunto i mostri Zind. I mitra erano inutili, si trattava di manganello contro manganello.
Feric si ritrovò tra una selva di colossali gambacce pelose e sudice. Trasmesso dalla Gran Mazza, un potere straordinario gli invase il corpo; percuoteva l'aria con la sua arma micidiale, quasi fosse stata una frusta. I colpi sovrumani affondavano in quelle orribili membra come fossero state formaggio marcio; decine di oscenità urlanti cadevano a terra come serpenti decapitati. Mentre spappolava crani come fossero stati meloni, si rese conto che le orride creature avevano occhi simili a tizzoni ardenti e bocche schiumanti di sangue e dotate di denti acuminati come lame di rasoio.
Erano ben diversi dai Guerrieri che Heldon fino ad allora si era trovata di fronte. Ognuno di questi combatteva spinto da volontà propria e con la frenesia di un leopardo inferocito, senza paura di offrire i propri muscoli massicci alla ferrea volontà degli helder sulle loro macchine d'acciaio. Menavano gran colpi di manganello e facevano a pezzi contemporaneamente moto e centauri, perdendo continuamente bava dalle orribili bocche bavose. Ma enormi e feroci com'erano, soccombettero quasi subito all'eroismo sovrumano dei soldati helder che combattevano al fianco dell'adorato Duce. Questi campioni magnifici nelle uniformi nere o grigie si buttavano con impeto contro creature grandi il doppio di loro con urla di battaglia sulle labbra, il fuoco negli occhi azzurri e i manganelli che fendevano l'aria come martelli del destino. Attaccare questi eroi della razza era come gettarsi sotto i denti acuminati di una sega.
Uno dopo l'altro, i mostri bavosi si scagliavano ululando contro Feric soltanto per essere ridotti in poltiglia della Gran Mazza di Held; in breve tempo, lo stelo del Comandante d'Acciaio si ricoprì completamente di una spessa patina di sangue, e anche l'uniforme scintillante di Feric si disseminò di macchie scarlatte. Il combattimento corpo a corpo andò avanti per quella che sembrò un'eternità, ma forse non fu neanche un'ora. Feric non riusciva assolutamente a giudicare l'andamento della battaglia, poiché il suo universo era racchiuso da pareti formate da giganti pelosi, puzzolenti e bavosi, inequivocabilmente assetati di sangue umano. Via via che le creature riuscivano a superare lo sbarramento di cadaveri che Feric aveva ammucchiato intorno alla motocicletta, si scontravano a loro volta con l'ira distruttiva del Comandante d'Acciaio. Tuttavia, continuavano ad avanzare, quasi fossero stati spinti da un desiderio potente e folle di correre incontro al destino. Col passare del tempo, Feric cominciò a notare che sempre meno Guerrieri lo assalivano. Una mezza dozzina di giganti squarciavano i corpi dei camerati lanciando urla incomprensibili; Feric li abbattè con una facilità quasi ridicola. Altri tre caddero pochi attimi dopo. Poi ci furono interminabili istanti in cui non accadde nulla. Feric era solo in un grande cratere le cui pareti erano i cadaveri spezzati e sanguinanti di centinaia, forse migliaia di nemici.
Con colpi vigorosi del Comandante d'Acciaio, Feric si scavò un passaggio attraverso quella diga di Guerrieri morti e vi passò in motocicletta.
Fin dove arrivava il suo sguardo, la terra era costellata di cumuli di corpi morti; per la maggior parte Guerrieri Zind, ma anche non pochi eroi helder che avevano dato la prova più alta e definitiva della loro fedeltà alla Svastica. In mezzo a questi mucchi si muovevano decine di migliaia di motociclisti helder che finivano i Guerrieri feriti a colpi di mitra.
Da parecchie centinaia di metri di distanza, Ludolph Best corse in motocicletta verso Feric, gesticolando come un matto e gridando di gioia nel vedere il Duce vivo e trionfante. Durante la corsa esultante, attirò l'attenzione di centinaia di helder sulla persona di Feric; e questi a loro volta cominciarono a gridare entusiasti e ad agitare in aria i manganelli o a sparare nel vuoto esuberanti e felici. In pochi attimi, l'intero campo di battaglia sapeva che il Duce era sopravvissuto e più o meno anche dove si trovava.
Più di centomila eroi helder trionfanti sollevarono i manganelli imbrattati di sangue verso il cielo nel saluto del Partito e ruggirono: - Heil Jaggar! - con un ardore e una ferocia che fecero impallidire tutte le esperienze che Feric aveva provato fino a quel momento.
Mentre si allungava contro la fiancata di un carro armato vicino a Best durante una breve sosta nella battaglia, di colpo Feric pensò che la strategia dei Dom era anche troppo chiara. Per due giorni ormai, i Dom avevano mandato ondate suicide della nuova specie di Guerrieri contro le posizioni helder; ogni ondata era stata completamente annientata, ma ad alto prezzo per l'esercito helder in termini di vite umane, munizioni e soprattutto petrolio.
- Non hanno nessuna speranza di batterci in mobilità o potenza armata -, mormorò. - Eppure persistono nella stessa tattica.
- Non capisco perché non tentino una manovra di aggiramento, Duce -, disse Best. - Evidentemente il loro scopo dev'essere quello di aggirarci e impedire alle truppe di Waffing di raggiungerci con il petrolio e le munizioni, ora che i giacimenti sono in mano nostra.
Feric sorrise di tanta ingenuità. - No, Best -, disse, - perfino i Dom si rendono conto che la superiore velocità delle nostre forze corazzate e della nostra aviazione potrebbe stroncare qualunque tentativo di accerchiamento prima ancora di metterlo in atto. Giurerei che sperano di sopraffarci prima che arrivino i rinforzi di Waffing.
- Che imbecilli devono essere per pensare di poter sopraffare l'esercito helder! - esclamò Best.
Feric annuì; non aveva senso preoccupare il ragazzo piegandogli la realtà della situazione. I Dominatori avevano una riserva illimitata di protoplasma alterato ai loro ordini. Dopo due giornate di carneficina spaventosa, le perdite helder erano decisamente pesanti. Ventimila truppe motorizzate e quarantamila di fanteria avevano compiuto il sacrifìcio supremo. Le perdite tra gli eroi fanatici delle SS erano particolarmente pesanti, e costituivano inoltre una perdita insostituibile per il pool genetico che Feric rimpiangeva profondamente. Ma la cosa peggiore era che l'imprevista grandiosità e la ferocia dei combattimenti avevano implicato l'uso di grandi quantità di munizioni e avevano praticamente esaurito le scorte di petrolio. Un altro attacco o due e l'intero esercito helder avrebbe dovuto ridursi a combattere soltanto con i manganelli. Waffing avrebbe fatto meglio ad arrivare al più presto!
Eppure, il morale dell'esercito helder non aveva vacillato neppure per un attimo. Più alte erano le perdite, più grande la ferocia con cui i Veriuomini facevano a pezzi i Guerrieri. Dopo due giorni, si poteva ancora affermare che non un solo mostro era riuscito a farsi strada fino alle trincee helder e che nessuno era sopravvissuto all'assalto suicida alle posizioni helder. Inoltre, le truppe di Waffìng erano a poche ore di distanza con grandi scorte di munizioni e riserve illimitate di petrolio. La situazione, dopo tutto, non era disperata!
Best, Feric se ne accorse improvvisamente, aveva studiato la sua espressione con un po' di preoccupazione mentre lui seguiva i suoi pensieri. - Qualcosa che non va, Duce?
- No, Best, va tutto bene! Andiamo a ispezionare le truppe!
Mentre saliva in motocicletta su una piccola altura dopo aver ricevuto i saluti ardenti di un battaglione di motociclisti SS stanchi ma ispirati, Feric notò una grande agitazione nella massa dell'orda Zind, un miglio a nord. Best gli si avvicinò e i due uomini osservarono, al di là della desolazione della terra di nessuno, l'oceano di corpi nudi e degenerati che di colpo sembravano galvanizzati in un frenetico movimento di massa, come uno sciame gigantesco di formiche in armi.
- L'intera orda si sta mettendo in marcia! - esclamò Feric. - Si giocano il tutto per tutto in un attacco cruciale e definitivo alle nostre posizioni!
Best ebbe un ampio sorriso; gli occhi gli si accesero come tizzoni blu e il corpo irradiò una forza eroica, quasi mistica. Feric comprese perfettamente come il ragazzo si sentiva, perché anche in lui le ultime tracce di stanchezza erano scomparse in un impeto di gioia ardente. Finalmente era giunto il momento decisivo - il popolo helder avrebbe ingaggiato con le forze di Zind una straordinaria battaglia decisiva e mortale per il possesso della Terra. Nessun uomo avrebbe potuto aspirare a una gloria maggiore di quella di condurre le forze dei Veriuomini in questa apocalisse finale!
Pochissimi attimi dopo, i soldati helder lungo il fronte si resero conto che l'enorme orda Zind avanzava verso di loro ed esplosero in una grande ovazione spontanea. Senza bisogno di ordini, ogni motocicletta venne messa in moto, i carri armati si prepararono alla carica, ogni fante di quella truppa di eroi scattò in piedi, gli occhi scintillanti, le armi in pugno. Un coro massiccio di: - Heil Jaggar! - cominciò dapprima incerto, poi si fuse nell'infinita voce razziale della stessa Heldon che urlava al nemico il suo odio e la sua sfida. Non si poneva neppure il problema di tenere uomini di riserva a questo punto; nessun vero helder avrebbe potuto sopportare un simile disonore, Feric sollevò la Gran Mazza di Held, l'oggetto cruciale della volontà razziale, e lo tenne il più possibile in alto soprala testa, fin dove il braccio poteva arrivare, sentendo il potere del gigantesco stelo scintillante fondersi con la forza della sua stessa volontà e con la consapevolezza razziale che lo univa alle truppe in quell'attimo fatale. Poi accese il motore, scambiò un ultimo sguardo con Best, Murilo l'arma meravigliosa in gesto di sfida contro il nemico incalzante e con un selvaggio urlo di battaglia guidò le schiere di Heldon nel cuore della battaglia. Non aveva senso stare a preoccuparsi delle scorte di petrolio e di munizioni, a questo punto; l'immenso esercito helder avanzò dietro una marea di fiamme, oltre che di solidi muri digranate e scariche di mitra. Ispirati dal grandioso spettacolo che si svolgeva sotto di loro i piloti dei bombardieri helder raddoppiarono la velocità e la ferocia dei loro attacchi, mirando alle teste dei Guerrieri con le mitraglialuci lasciando cadere bombe esplosive o incendiarie, alzandosi contro il sole nel fragore delle esplosioni, e poi rituffandosi ancora una volta per bombardare il nemico Imo a vuotare i caricatori delle mitragliatrici. L'orda Zind avanzava verso un inferno di pallottole, esplosioni e fiamme; ogni metro di terreno conquistato costava la vita a migliaia di Guerrieri.
Mentre Feric sulla motocicletta rombante avanzava di un centinaio di metri contro l'orda di giganti bavosi e sanguinanti, i cannoni dei carri armati helder cessarono il Cuoco e i lanciafiamme tacquero, avendo consumato anche l'ultima goccia di petrolio di riserva. Tuttavia l'incredibile potere di quasi duecentomila mitra helder era ancora sufficiente a fare a pezzi ogni rango successivo di Guerrieri che si trovava al di là del fronte. Le pallottole dell'artiglieria Zind gli sibilavano accanto, mentre Feric guidava l'esercito per gli ultimi cento metri, ma non c'era paura in lui, soltanto la convinzione ferrea e assoluta di essere invulnerabile; era Heldon, era la Svastica e niente poteva fargli del male.
Poi sprofondò in un mondo di pazzi urlanti e puzzolenti che sbavavano schiuma rossa, tra manganelli enormi vibrati all'impazzata, con l'unico scopo di distruggere un altro Verouomo prima di perire.
Avanzando lentamente, col motore al minimo, Feric vibrava colpi con la Gran Mazza di Held davanti a sé a ritmo serrato a destra, a sinistra, a destra di nuovo - senza mancare un bersaglio e senza dare a nessun Guerriero dagli occhi rossi neppure la minima possibilità di penetrare la sua guardia. A ogni fendente una decina e più di Guerrieri venivano spezzati in due e si mettevano a vomitare sangue e viscosi intestini verdastri. In pochi istanti, il sangue sul Comandante d'Acciaio era diventato così copioso da colare sul braccio di Feric e battezzare l'uniforme immacolata con la linfa vitale del nemico.
Con un'occhiata di sbieco, Feric osservò Best proprio dietro di lui, che martellava i Guerrieri in un abbandono assoluto ed estatico, gli occhi scintillanti di fanatismo indomabile, pronto al sacrifìcio. All'altro lato di Best, altri e biondi motociclisti SS avanzavano in una linea ininterrotta, avventandosi sul nemico con coraggio sovrumano e autentico slancio helder. Enormi sciami di giganti bavosi e mugugnanti si buttavano contro i carri armati helder brandendo vanamente i manganelli in un raptus di folle frenesia, e si ferivano le mani da soli cercando di scalfire le corazze d'acciaio, mentre i fucilieri dall'interno scaricavano su di loro milioni di pallottole e i pesanti cingoli d'acciaio avanzavano inesorabilmente sopra i corpi ancora ansanti.
Per Feric, la battaglia mortale aveva una sua bellezza mistica. Heldon e Zind erano impegnate in quel posto desolato in un combattimento decisivo, e non singoli Guerrieri o esseri umani, il genotipo umano autentico combatteva la perversione genetica dei Dominatori per ottenere il dominio esclusivo della Terra e dell'universo per l'eternità. Ogni soldato helder combatteva con la piena consapevolezza di questa battaglia che gli bruciava in testa come una svastica infuocata, 1 anima vibrante dello spirito guerriero della razza che Feric aveva infiammato, il corpo e la volontà completamente fusi nell'identità razziale, che era poi Heldon stessa. Questa immensa riserva di coraggio razziale, dì volontà e di consapevolezza filtrava direttamente attraverso l'anima di Feric Jaggar, diventava Heldon, e Heldon era Feric Jaggar, e insieme guidavano la stella del destino che non poteva fallire.
Il sangue nemico che copriva Feric e il suo destriero d'acciaio e che scorreva a fiumi dalle uniformi dei suoi uomini li univa in una santa comunione di battaglia per la giustizia. Ogni metro conquistato era un passo reale verso la meta di una Terra abitata completamente da superuomini alti, biondi, geneticamente puri e completamente liberi anche solo dall'eventualità di una contaminazione della razza. Ogni mostro bavoso che cadeva sotto i manganelli helder era una cellula cancerosa di meno nella struttura del pool genetico mondiale.
Che cos'era la vita di un uomo paragonata alla grandiosità di questa causa sacra? Morire in questa battaglia voleva dire raggiungere la più alta vetta dì eroismo in tutta la storia del mondo; sopravvivere vittoriosi avrebbe voluto dire esporsi alla gratitudine di milioni di generazioni future di Veiuomini. Nessun momento della storia aveva o avrebbe mai offerto a un uomo una gloria pari a questa. I Noi dati che combattevano lì quel giorno sarebbero diventati modelli razziali per tutti i tempi; il contemplare il suo posto nel panteon del futuro riempiva Feric di un'ammirazione che trascendeva sia l'umiltà che il timore reverenziale.
Così, spinta ad azioni gloriose di eroismo sovrumano e di fanatismo infaticabile, l'entità razziale che era Heldon si scagliava come un dio posseduto da demoni nei gangli vitali della sua antitesi assoluta, l'osceno cancro nel pool genetico mondiale, la potenza priva di anima, nemica della vita: Zind. Dal canto loro, i Guerrieri di Zind combattevano con una ferocia che era stata stampata nei loro geni da una malefica razza di mutanti che deprezzavano totalmente ogni materia umana tranne la propria.
La battaglia, perciò, era il confronto più feroce che il mondo avesse mai visto, una lotta epica tra tutto quello che di nobile ed elevato c'è nell'uomo e la perversione più infima di quelli che un tempo erano stati geni umani. Il bene dichiarava guerra totale al demonio sotto il vessillo della Svastica, e il demonio replicava in un modo altrettanto inequivocabile.
Nel momento più cruciale dell'avanzata helder, Feric si ritrovò assalito da venti, quaranta, perfino cinquanta Guerrieri in una volta. Senza dubbio i Dominatori che controllavano l'orda si rendevano conto che eliminare Feric voleva dire eliminare la volontà razziale della stessa Heldon, per cui grandi ondate di Guerrieri praticamente si colpivano l'un l'altro nella selvaggia frenesia di abbatterlo.
Dal canto suo, Feric benedisse questa concentrazione di forze sulla sua persona, perché non faceva che attizzare il fanatismo di Heldon fino a vette straordinarie di eroismo e ferocia, e l'incredibile velocità con cui la nobile arma nelle sue mani affrontava la sfida e annientava il nemico infuocava lo spirito combattivo degli helder numericamente sopraffatti. Stretto nella sua morsa, il Comandante d'Acciaio sembrava imbevuto della sua stessa potente linfa, il metallo nasceva a vita divina attraverso il potere trascendente della volontà razziale che serviva. Senza sforzo, Feric fendeva l'aria con la sua arma, lasciandosi dietro una cometa di carne maciullata e di sangue zampillante.
Ma nonostante tutto, i Guerrieri di Zind continuavano a buttargli si contro con furia immutata sputando sangue, roteando gli occhi infuocati e brandendo manganelli spessi come tronchi e alti quanto lui. Una ventina di mostri lo assalirono da sinistra. Feric li accolse con una mazzata del Comandante d'Acciaio che squarciò il loro petto in un'esplosione di polmoni e cuori che volavano via dai corpi. Contemporaneamente, mentre terminava il colpo precedente, altri dieci lo assalirono da dietro; lui fece leva sul piede destro e invertì la direzione di marcia, e immediatamente riportò la mazzata contro le cestole dei nuovi assalitori, staccandogli le gambe dal tronco, in modo che caddero come pietre e restarono a trascinarsi nell'agonia sul terreno insanguinato, mentre decine di motociclisti helder li facevano a pezzi sotto le ruote.
Ma mentre Feric teneva testa vittoriosamente all'assalto, altri dieci Guerrieri lo assalirono da un'altra direzione, li respinse a colpi di Comandante d'Acciaio, ma l'enorme manganello di un mostro andò a colpire la ruota posteriore della motocicletta e la mandò in mille pezzi, obbligandolo a scendere e a combattere a piedi.
Resi ancora più frenetici dal successo ottenuto, i Guerrieri si accanirono con la maggior violenza, ma quasi subito Ludolph Best scivolò dalla sua moto e andò a combattere al fianco del suo Duce. A questo punto, una decina di superuomini alti, biondi, con occhi azzurri e uniformi attillate e macchiate di sangue rosso come la svastica sulle loro mantelline lo imitarono e formarono una falange di eroi SS a fianco del Duce, ispirati da lui ad azioni di valore pari quasi alle sue. Questa squadra di eroi della razza si fece largo tra i Guerrieri incalzanti con una forza e un fanatismo tali da spingere a un'ardente emulazione le truppe vicine.
Presto una intera sezione dell'avanzata helder si era cristallizzata in una fratellanza sovrumana di eroi della razza intorno alla figura di Feric Jaggar. I motociclisti lanciavano i loro bolidi contro i giganti, li scagliavano in aria per poter meglio assalire il nemico con i manganelli, si muovevano con una velocità e una forza isterica che li faceva sembrare invincibili. I fanti si lanciavano senza il minimo timore in mezzo ad autentiche foreste di enormi gambe pelose, colpendo furiosamente con manganelli, suole d'acciaio e pugni. I carri armati avanzavano a velocità sempre più elevate, aprendosi dei varchi nei muri di protoplasma Zind come bulldozer corazzati.
(ili incredibili atti di eroismo compiuti da decine di migliaia di soldati semplici spingevano le SS di Feric a un fanatismo e a una ferocia ancora maggiori, che a loro volta spingevano le truppe a raddoppiare gli sforzi già sovrumani, ulteriore ispirazione per l'elite di SS - una spirale semprepiù potente di eroismo razziale che trasformò un'intera sezione dell'esercito in una valanga che nessun potere terreno poteva fermare. Quanto a Feric, non c'erano in tutto l'universo Guerrieri sufficienti a placare la sua sete di sangue.
Il centro del fronte helder divenne una bolgia poi un grande pugnale che trafiggeva il corpo dell'orda Zind, ricercandone i gangli vitali. L'irresistibile valanga razziale lacerava l'oceano di mostri bavosi con forza e velocità sempre crescenti, penetrando sempre più a fondo, aprendo varchi sempre più ampi, mentre le truppe venivano ispirate a combattere freneticamente, rango dopo rango.
Feric stesso era pieno di un'energia e di un'allegria che trascendevano il corpo e gli colmavano l'anima, mentre si faceva largo tra una decina di Guerrieri con il profumo della vittoria vicina che gli addolciva le narici, e improvvisamente si trovò in campo aperto. Davanti a lui c'erano quaranta goffi carri armati Zind in formazione serrata, e nient'altro.
Mentre Best lo raggiungeva, Feric afferrò la portata reale della situazione. - Ce l'abbiamo fatta, Best! - gridò. - Abbiamo spezzato in due l'orda Zind! - Inoltre non ci potevano essere dubbi che la formazione di carri armati, sistemata com'era in quella che fino a pochi minuti prima era stata la posizione più sicura, proteggesse i subdoli Dom che controllavano l'intera orda.
Centinaia di eroi SS, alti e biondi, emersero dalle brecce nei ranghi Zind, poi una dozzina di carri armati helder, i cannoni rombanti. Dieci dei carri armati Zind esplosero in grandi colonne di fuoco rosso - arancione e fetido fumo nero. Alcuni dei carri superstiti spararono colpi in preda al panico. Poi un'altra decina di carri armati helder avanzò nel varco con migliaia di motociclisti nella sua scia; altre tre gragnuole di colpi spaccarono i carri armati Zind rimasti come altrettante noccioline. Feric agitò violentemente sul capo la Gran Mazza, facendo volare dappertutto gocce di sangue nemico, poi guidò Best e la sua élite di SS verso una dozzina di figure umanoidi, in uniformi grigie, che fuggivano dai rottami. Li seguiva l'intero esercito helder.
Feric fu il primo a raggiungere le rovine fumanti, con Best subito alla calcagna. Due Dom dagli occhi di topo balzarono da un mucchio di rottami con i mitra in mano, sbavando di rabbia e terrore, e strillarono: - Muori feccia umana! - Mentre Feric imbracciava il mitra, una scarica di pallottole gli sibilò vicino e fece a pezzi gli orribili Dom. Feric si voltò e vide Ludolph Best che gli sorrideva, il mitra ancora fumante tra le mani.
Altri tre Dominatori si mossero tra i rottami alla sinistra di Feric, cercando di scappare; Feric li fece a pezzi con una raffica trasformandoli in una pioggia di sangue e carne, poi sorrise di rimando a Best. Seguendo il loro esempio, le SS fecero rapidamente piazza pulita dei Dom superstiti con pochi secondi di raffiche ininterrotte.
Quando anche l'ultima arma tacque, un tuono incredibile scosse l'aria come se i cieli stessi si fossero lanciati in grida di trionfo, e quaranta jet neri e scintillanti tagliarono le nubi, poi eseguirono una virata di centottanta gradi e si scagliarono sul nemico a velocità pazzesca.
- Le truppe di Waffing sono arrivate, Duce! - gridò Best pazzo di gioia.
In effetti, a nessun soldato helder era sfuggito il significato della splendida parata aerea. Per tutto il campo di battaglia si levò un'ovazione che sovrastò perfino il boato dei jet e dei razzi che cadevano sul quel che restava del nemico.
Quanto ai Guerrieri di Zind, la perdita improvvisa dei Dominatori, unita all'apparizione nel ciclo dei caccia e all'urlo titanico dell'esercito helder, li sconvolse completamente. Ancora in preda alla rabbia omicida che era stata radicata nei loro stessi geni, ma privi ormai di una guida mentale superiore, queste protoplasmiche macchine di morte precipitarono in un'insensata frenesia: si misero a correre in tutte le direzioni e a urlare, a colpire i compagni con i manganelli, a spaccar loro l'osso del collo, ad affondare i denti nella carne che trovavano a portata di mano, a gettarsi senza scopo contro le disciplinate truppe helder quasi come per un ripensamento.
Inutile dire che il risultato della battaglia, a quel punto, era ormai scontato. Inspirando a pieni polmoni ri profumo inebriante della vittoria, le truppe helder si slanciarono nella breccia prodotta nello schieramento Zind, allargandola ulteriormente, per poi avventarsi da dietro sui Guerrieri impazziti accerchiandoli completamente.
A sud, una grande falange di neri e scintillanti carri armati SS guidava nella mischia una lunga colonna di truppe fresche in motocicletta, mentre centinaia di jet rombavano nel cielo, causando enormi buchi nelle formazioni Zind già decimate dalle esplosioni dei razzi e delle mitragliatrici.
In breve l'orda Zind si ritrovò troncata in due enormi sacche, a loro volta completamente accerchiate. I carri armati continuavano a vomitare granate esplosive e incendiarie sui ranghi dei Guerrieri, mentre la fanteria e le truppe motorizzate facevano a pezzi i giganti impazziti a raffiche di mitra. Incapaci di superare il fuoco helder, le sordide creature riversavano sui compagni l'insaziabile fame di sangue, facendosi a pezzi a vicenda, incuranti dell'esercito helder che li stava annientando.
Presto la squadra aerea helder al completo si profilò all'orizzonte occidentale, per unirsi nell'assalto ai jet di Waffing. Per la distruzione finale dei resti dell'orda di Zind, gli aerei erano stati dotati di bombe al napalm. Dopo pochi minuti di bombardamento a tappeto, i Guerrieri di Zind sopravvissuti si ridussero a un ammasso di protoplasma infuocato che si contorceva e defecava tra gli spasimi dell'agonia.
Osservando le grandi colonne di fumo nero e untuoso che ribollivano nel cielo, Feric seppe che per completare la vittoria totale e definitiva del genotipo umano puro non restava che marciare attraverso quelle terre ormai indifese su Bora ed espugnare l'ultima tana di Dominatori cancellandola dalla faccia della Terra.
Nel cielo, intanto, centinaia di jet si erano schierati in un'improvvisata formazione a svastica, stampando anche lassù, tra le nuvole più alte, il simbolo della vittoria helder.
LA marcia su Bora non fu che una parata trionfale. I feriti erano stati rispediti a Heldon; e, mentre la fanteria penetrava nello Zind, via Wolack, per rastrellare i superstiti e presidiare la nuova, grande provincia conquistata, le SS, a neanche due giorni dall'annientamento dell'orda Zind, stavano già allestendo campi di classificazione per i mutanti schiavi dei Doni, Sapendo che l'ultima resistenza consistente di Zind era stata distrutta, Feric rischierò le vaste forze ai suoi ordini su un fronte lungo diverse centinaia di miglia, che avanzò verso oriente attraverso le terre putrescenti, polverizzando ogni installazione, fattoria, allevamento, campo sinistrato e mutante che si parava sul suo cammino. Così la stessa Heldon attraversava Zind, annettendosene il territorio e convertendolo definitivamente in suolo umano via via che le sue eroiche truppe marciavano gloriosamente contro l'ultima roccaforte dei Dominatori esistente sulla faccia della Terra al seguito del loro Duce, Feric Jaggar.
Per questo sforzo finale, Feric aveva voluto che gli fosse portata al fronte la scintillante automobile presidenziale, in modo da fare il suo ingresso a Bora alla testa delle truppe e in compagnia dei Fidi Comandanti Supremi Best, Remler, Waffing e Bogel, che si meritavano senz'altro l'onore di accompagnare il loro capo nella capitale nemica.
I quattro uomini sedevano sul sedile anteriore della cabina scoperta, e siccome il tondo Waffing occupava il posto di due persone normali, erano tutti pigiati come piselli nel baccello. Eppure, regnava un'atmosfera allegra nell'automobile che sfrecciava verso est al centro di un ampio contingente di carri armati e motociclette. Waffing, inoltre, non aveva mancato di rifornire l'automobile di un barile di birra schiumosa, a cui tutti attingevano con abbondanza. Feric sedeva solo sul sedile posteriore rialzato, per poter meglio controllare le truppe e, al tempo stesso, avere il barile a portata di mano.
- Tra poco dovremmo arrivare in vista di Bora -, disse Waffing. - O almeno di quel che ne è rimasto. Ho paura che l'aviazione non ci lascerà granché da distruggere.
Infatti, proprio in quel momento, due squadriglie di caccia - bombardieri rombarono nel ciclo dirette a est, verso Bora.
- L'unico desiderio che mi rimane è uccidere l'ultimo Dominatore rimasto sulla Terra con la Gran Mazza di Held -, disse Feric. - Mi sembra che solo così tutto abbia più senso. Spero che i nostri piloti risparmino la vita di un Dominatore in modo che questa guerra determinante possa concludersi con una cerimonia adeguata all'evento. Quanto al resto di Bora, possono anche trasformarla in un'unica rovina fiammeggiante prima del nostro arrivo, per quel che me ne importa.
Waffing rise. - Osi mettere in dubbio la perfetta efficienza dei nostri piloti? - scherzò. - Non credo proprio che ci siano delle probabilità che sopravviva qualcosa ai bombardamenti.
- Ma ci resterà pur un Dominatore, no? - disse Feric. - È possibile che i nostri bombardieri siano così straordinari?
Waffing fece un gesto con le braccia, come volesse cancellare le terre conquistate di Zind. Per quel che si vedeva dall'automobile presidenziale, non c'era una sola traccia di protoplasma nativo vivente su quel paesaggio cupo e fatiscente, né una costruzione a testimonianza dell'architettura dei sottosviluppati abitanti di Zind. - La prova è proprio intorno a noi, Duce -, disse.
Feric rise. - È molto strano -, osservò, - ritrovarsi a sperare che la forza aerea helder si comporti al di sotto dei suoi abituali livelli di efficienza!
Un'ora dopo, la battuta di Waffing sull'abilità dei piloti dei bombardieri si rivelò più che giustificata. A est, oltre una pianura grigia e desolata chiazzata da rade macchie di giungla radioattiva, Feric scorse un enorme cerchio di fumo, simile al cratere di un gigantesco vulcano. Mentre l'automobile presidenziale e le truppe di protezione sfrecciavano verso la grande conflagrazione, distruggendo la giungla radioattiva sotto i cingoli d'acciaio dei carri armati e appiccando ovunque fuoco con i lanciafiamme, Feric potè vedere sciami di aerei abbassarsi e virare sopra la citta in fiamme, lasciando cadere altre bombe al napalm e ad alto potenziale esplosivo sul rogo funebre dei Dominatori di Zind. Anche a quella distanza si sentiva chiaramente il calore provocato dall'incendio.
- Non ci sono molte probabilità che se ne salvi qualcuno, Duce -, disse Waffing, facendo fuori un boccale di birra pieno in tre sorsi. - Temo che mi dovrò scusare per il valore dei nostri piloti!
Feric non poteva dire di essere realmente arrabbiato. Chi non avrebbe esultato nel vedere l'ultimo manipolo dei nemici dei Veriuomini inghiottito dalle fiamme ondeggianti? Di fronte alla gioia razziale che infondeva un simile spettacolo, il disappunto per non poter uccidere l'ultimo Dominatore della Terra con le sue stesse mani era, dopo tutto, piuttosto meschino.
Al ai là della pianura, ci fu un improvviso sussulto tra le fiamme che distruggevano Bora e gli incendi isolati che divampavano nelle città si fusero in un enorme globo infuocato, che gli aerei helder dovettero affrettarsi ad evitare. Questo sole prigioniero della terra illuminò la città maledetta per un lungo attimo incandescente e poi si librò nell'aria, trascinando nella sua scia un'enorme colonna di fuoco larga almeno un miglio e alta sino alle nuvole. Cosa abbastanza sorprendente, quel faro fiammeggiante durò anche dopo che l'esercito helder fu giunto in città.
- I nostri aerei hanno scatenato una tempesta di fuoco! - esclamò Waffing. - Gli scienziati dell'esercito avevano previsto una eventualità del genere - che un bombardamento abbastanza violento potesse generare una colonna di fuoco che avrebbe continuato ad ardere fino alla completa consumazione di tutto il materiale combustibile della zona. Ma sino ad ora m'era parsa un'idea piuttosto incredibile.
- Sembra il leggendario Fuoco degli antichi -, sussurrò Bogel.
Waffing annuì. - O per lo meno è la cosa che più gli somiglia -, disse.
- Per quel che mi riguarda -, disse Remler, gli occhi azzurri scintillanti, - lo spettacolo ha una sua terrificante bellezza. - E si inumidì le labbra con la birra senza distogliere per un attimo lo sguardo dalla grande fontana di fuoco che inondava il cielo col suo splendore rossoarancione.
Feric capiva perfettamente i sentimenti del Comandante delle SS. Dal suo punto di vista, lo spettacolo della Tempesta di Fuoco che s'era abbattuta su Bora provocava due distinte reazioni apprezzabili: una patriottica e l'altra estetica. La totale distruzione dell'ultima sacca di resistenza al completo dominio helder sulla Terra era una cosa che poteva soltanto rallegrare il cuore di un Verouomo. Nel contempo, lo spettacolo di quella magnifica, inimmaginabile pioggia di fuoco che trasformava l'universo in un sogno arancione toccava una corda nascosta della sua sensibilità estetica. In un certo senso, Feric percepiva la Tempesta di Fuoco di Bora come un'autentica e altissima opera d'arte: nobile e nobilitante nel significato intrinseco per il vero spirito umano, e sensualmente stimolante per forma e stile. Mancava soltanto un tocco finale per creare un'epica visione che avrebbe ispirato il popolo di Heldon e immortalato questa vetta della storia del Verouomo per tutte le ere future.
- Bogel, abbiamo qualche aereo dotato di cinepresa nella zona sopra Bora?
- Ma certo, Duce! Quale Comandante Supremo dei Voieri Pubblici sarebbe tanto stupido da perdere l'occasione di filmare un momento così cruciale della storia umana? Questo momento viene teletrasmesso in ogni piazza di Heldon, poi verrà conservato come documento per i posteri.
- Benissimo, Bogel, allora darò alle tue cineprese qualcosa di adeguato alla dignità e all'importanza del momento, e che sarà anche una delizia per gli occhi!
Feric decise di godersi lo spettacolo con Bogel da un aereo dotato di telecamera, essendo quello il miglior punto Hi osservazione dell'opera d'arte che aveva elaborato; inoltre, la panoramica dall'alto sarebbe rimasta come immagine imperitura nel folclore dei Veriuomini.
L'aereo salì vertiginosamente a spirale, proprio sopra quella colonna di fuoco che era Bora, regalando una brutta sfumatura verdastra alla faccia di Bogel e causando non poco disagio anche a Feric. Finalmente si stabilizzò a un'altezza di oltre tremila metri, cominciò a virare sopra la Tempesta di Fuoco e le telecamere vennero accese e puntate sullo spettacolo sottostante.
Feric si era servito di motociclisti SS e carri armati neri da poco riverniciati per formare un'enorme svastica di uomini e macchine imperniata sulla fontana di fuoco che rappresentava il rogo funebre di quella putrescenza che era stata Zind. Da questa altezza elevata, lo spettacolo sottostante mozzava il fiato: un'enorme, scintillante svastica nera con una gigantesca colonna di fuoco che si innalzava dal suo centro verso il cielo e inondava di riflessi arancioni il metallo nero e lucido delle macchine da guerra.
- E meraviglioso, Feric -, bisbigliò Bogel.
Feric innestò il microfono per dare gli ultimi ordini a Waffing, che sovrintendeva da terra. - E non è tutto -, spiegò a Bogel. Poi cominciò a gridare ordini agli uomini laggiù.
- In marcia!
A terra, la scintillante svastica nera prese a ruotare sull'asse centrale della colonna di fuoco. Il grande esercito helder schierato nell'emblema sacro della razza eseguì una marcia di vittoria intorno alla capitale incendiata dell'ultimo nemico del Verouomo.
- Aprite il fuoco!
Dall'enorme svastica che circondava l'immensa fiamma, si innalzò ora un inferno di fumo, scintille e fiamme, mentre contemporaneamente i carri armati azionavano i cannoni e i motociclisti SS lanciavano raffiche di proiettili, tutti diretti a raggiungere la furiosa Tempesta di Fuoco al centro del grandioso spettacolo.
Ora la rappresentazione dell incredibile vittoria poteva dirsi completa, e la gloria trascendente di quel momento adeguatamente celebrata. Molto lontano, a terra, una svastica di fumo e di fuoco girava intorno al tempestoso rogo funebre dei Dominatori e, in senso lato, di ogni profanazione, grande o piccola che fosse, del pool genetico umano. La grande svastica con diecimila stelle vive scintillanti contro il nero metallo cromato che ruotava intorno all'immensa colonna di fiamme arancioni e ondeggianti, era uno spettacolo che, con la sua purissima immensità e la terribile bellezza, allargava già da solo il cuore. Ma il simbolismo gratificava un livello ancor più nobile dello spirito umano; la grande svastica di fuoco e metallo era l'estrinsecazione visiva dell'idealismo e della potenza helder anche agli occhi del più semplice degli uomini; allo stesso modo, nessuno avrebbe potuto interpretare la fontana di fuoco diversamente da quello che era in realtà - il rogo funebre di Zind. Dunque lo spettacolo veniva ad essere sia la simbolizzazione perfetta della vittoria definitiva delle forze di Heldon sulla putrescenza di Zind, sia la reale portata storica di quella stessa vittoria: una vetta nella storia umana e la celebrazione di quell'evento fuse in una grande opera d'arte.
Gli occhi di Feric si riempirono di lacrime di fronte allo spettacolo. I suoi sogni più ambiziosi si erano realizzati. Aveva guidato Heldon alla vittoria finale e aveva assicurato per sempre la discendenza del genotipo umano puro; quanto prima il programma di sviluppo avrebbe trasformato la razza helder in una razza di superuomini purosangue. Aveva risollevato l'umanità alla sua antica gloria e purezza genetica e un giorno o l'altro avrebbe avuto l'onore senza precedenti di creare il gradino successivo dell'evoluzione umana, un'autentica razza superiore. Nessun uomo avrebbe potuto ragionevolmente pretendere di ottenere di più dal suo destino.
Eppure lui aveva ottenuto di più, e quell'azione decisiva era visibile laggiù, sotto di lui. Aveva concluso la vittoria definitiva e trionfale con un'opera d'arte trascendente che sarebbe vissuta per tutta l'eternità.
Il giorno dopo, quando la Tempesta di Fuoco si fu esaurita consentendo all'esercito helder di entrare in città, di Bora non rimaneva che una interminabile spianata di ceneri grigie e nere, ravvivata qua e là da fuochi isolati e mucchi di tizzoni ancora ardenti. Anche se la città aveva ospitato decine di migliaia di Dominatori e milioni di loro schiavi, neppure le ossa di quei vermi erano riconoscibili nella montagna di cenere.
Bora, Zind e i Dominatori erano stati letteralmente cancellati dalla faccia della Terra.
Feric entrò nella città con Bogel, Best, Waffìng e Remler nulla scintillante automobile presidenziale, scortata da una decina di splendidi SS biondi in uniformi attillate a bordo di impeccabili motociclette nere. Dietro veniva una lunga fila di carri armati, truppe motorizzate e infine la fanteria, che esaminava scrupolosamente il cadavere della città alla ricerca di un qualunque segno di vita.
- Non ci sono dubbi: i Dominatori sono stati finalmente estromessi dalla storia -, disse Remler sull'automobile che procedeva sollevando nugoli di cenere grigia. Feric annuì; non c'era niente da vedere da un capo all'altro dell'orizzonte se non cenere, fuochi morenti e tizzoni ancora accesi. Le probabilità che anche un solo Doni fosse sfuggito a questo olocausto erano davvero minime; non solo non era rimasto in piedi un solo edifìcio, ma nemmeno qualcosa che seppur vagamente gli somigliasse.
Improvvisamente Best si mise a gesticolare come un matto, indicando infine un punto tra le rovine alla sinistra dell'automobile. - Duce! Laggiù!
Feric seguì la direzione del dito di Best e intravide qualcosa di duro e metallico che spuntava tra le ceneri a un centinaio di metri dalla macchina. Ordinò all'autista di avvicinarsi all'oggetto, qualunque cosa fosse.
Mentre l'automobile presidenziale e la sua scorta avanzavano tra la cenere, Feric scoprì che l'oggetto cui si stavano avvicinando era un piccolo cubo d'acciaio bruciacchiato di circa due metri e mezzo di lato, di un livido blunotte, semisepolto dalla cenere. L'autista fermò la macchina proprio davanti all'oggetto; la guardia scelta di SS rimase coi motori accesi, in attesa di ordini.
- Diamoci un'occhiata da vicino -, propose Feric.
Seguendo il loro Duce, i quattro Comandanti Supremi lasciarono l'automobile e si fecero strada tra la cenere verso il cubo di metallo carbonizzato.
Feric raggiunse la faccia più vicina del cubo: una lastra piatta di acciaio indurito che dava l'idea di essere piuttosto spessa. Girando intorno al cubo, trovò un pesante portello rotondo del diametro di circa due metri, con un volano in mezzo. Mentre tentava senza successo di girare il volano e di aprire il portello, Remler, Best, Bogel e Waffing lo raggiunsero.
- Si tratta certo della porta d'accesso a qualche stanza sotterranea -, osservò Bogel.
- Diamo un colpo al portello -, ordinò Feric. Tutti e cinque si spezzarono la schiena nel tentativo di girare il volano, ma non ebbero più successo di Feric.
- Dev'essere chiuso dall'interno -, disse Remler.
- Si potrebbe chiamare un carro armato che lo faccia saltare -, suggerì Waffing.
- Può darsi che non sia necessario -, replicò Feric, sfoderando il Comandante d'Acciaio, l'arma che lui solo poteva maneggiare senza sforzo e che aveva la stessa potenza d'urto di una piccola montagna.
Afferrando saldamente l'impugnatura della Gran Mazza, Feric diresse un violento fendente proprio al centro del portello. Ci fu un clamore terrificante, mentre lo stelo della nobile arma affondava per un metro e mezzo nell'acciaio come fosse stato formaggio. Il volano e la serratura precipitarono fragorosamente all'interno, nel buio profondo. Feric vibrò un altro paio di colpi al portello, che finalmente cadde in fuori sollevando una grande nuvola di cenere e rivelando un grande buco rotondo oltre il quale non c'era che l'oscurità più totale.
Con il Comandante d Acciaio ancora stretto nella mano destra Feric infilò la testa nel cubicolo. Dopo pochi attimi gli occhi gli si abituarono all'oscurità e scoprì che l'interno dello spesso cubo d'acciaio non conteneva altro che una rampa di scalini di pietra che si perdevano nei recessi della terra in un buio ancor più fitto.
Si ritrasse e si rivolse ai camerati. - È l'ingresso di qualche installazione sotterranea. Ci dev'essere qualcuno ancora vivo lì sotto.
- Perché non andiamo a dare un'occhiata, Duce? - propose allegramente Best. - Forse, se sei fortunato, puoi davvero eliminare l'ultimo Dom rimasto sulla Terra!
Remler era completamente d'accordo. - E se siamo davvero fortunati, può darsi che ci siano Dom per tutti!
Anche Feric approvava la spedizione. Posto che non ci fosse stato nessun Dom vivo, laggiù, sarebbe stata lo stesso un'ottima scusa per sgranchirsi un po' i muscoli dopo tutto quel tempo rannicchiati sull'automobile presidenziale. - A tutti i costi! - dichiarò.
Soltanto Bogel sembrava un po' titubante. - Potrebbe essere una buona idea portarci dietro la scorta di SS -, suggerì.
- Non avrai, certo, paura di un buco per terra, vero Bogel? - lo schernì Wafting.
- Non ha senso rischiare la vita del Duce di Heldon senza necessità -, disse Bogel. - Che fiasco se dovesse succedere qualcosa a Feric proprio in questo momento storico!
Evidentemente, Bogel sapeva far valere le sue ragioni. A prescindere dai desideri personali, Feric si rese conto di avere il sacro dovere verso il popolo di Heldon di prendere ragionevoli misure per proteggere la propria incolumità.
- Molto bene -, disse Waffing, - prendi dieci ragazzi SS e di' di portare delle torce elettriche.
Pochi minuti dopo, Feric guidava i suoi Comandanti Supremi e dieci SS alti e biondi lungo i gradini di pietra attraverso un condotto umido e freddo, con una torcia elettrica nella mano sinistra e il Comandante d'Acciaio pronto nella destra. Anche se lui portava il mitra appeso in spalla, gli altri lo avevano imbracciato, pronti, anzi ansiosi, di agire. La scala s'incuneava nella terra per molto più di trenta metri, sfociando alla fine in un passaggio ricavato nella roccia, dalle pareti grondanti di umidità.
- Parrebbe una specie di rifugio antiaereo -, disse Waffing. - Tenetevi pronti! - gridò, anche se non ce n'era bisogno, alle SS mentre Feric guidava il gruppo lungo il corridoio. Il passaggio proseguiva nell'oscurità per forse un centinaio di metri, poi terminava di colpo davanti a un altro portello d'acciaio molto simile a quello che sbarrava il cubìcolo all'entrata. Evidentemente, se c'era qualche essere vivente in questa grotta umida, si sarebbe trovato oltre quel portello; e in effetti, la struttura doppiamente ermetica di quest'ultimo fortino accresceva enormemente le probabilità che chiunque avesse raggiunto il rifugio prima del bombardamento, fosse ancora in vita.
Feric ordinò silenziosamente agli altri di restare indietro, poi sollevò in alto il Comandante d'Acciaio e sferrò contro il portello un colpo prodigioso, mentre contemporaneamente si tirava da parte per spostarsi dalla linea di tiro dell'interno. Con un clamore terribile che riecheggiò più volte lungo il passaggio, la Gran Mazza di Held spezzo in due il portello d'acciaio e i pezzi caddero sul pavimento di pietra ai piedi di Feric.
Immediatamente, le dieci SS gli furono al fianco, i mitra spianati, gli occhi di ghiaccio scintillanti di iper - attenzione come frammenti di acciaio temperato. Ma non vennero raffiche dall'interno; una luce ondeggiante e arancione invase invece il corridoio di pietra. Brandendo la Gran Mazza, Feric guidò il gruppo oltre il portello, in una piccola stanza scavata nella roccia e illuminata da un cerchio di torce tremolanti. All'interno della stanza non c'era che un piccolo banco di controllo con vari strumenti dietro cui stava un Dom vecchio, raggrinzito, gobbo, con enormi occhi neri infossati e la smorfia diabolica di un furetto. Il mostro era vestito di grigio e ornato di ogni genere di ori e gioielli preziosi, e faceva l'effetto di un roditore fetido infilato in un'uniforme reale in una burla di bambini particolarmente raccapricciante.
Tuttavia, il dominogramma esercitato dal sordido cervello di questo antenato di tutti i Dominatori era il più potente che Feric avesse mai percepito. Fece tutto quel che poteva per sottrarsi all'impulso di obbedire all'ordine che gli martellava il cervello - gettare via la Gran Mazza di Held. Alle sue spalle, sentì il fragore del metallo che rotolava sulla pietra mentre i Comandanti Supremi e le SS lasciavano cadere le armi per ordine dell'infame creatura… soltanto la sua volontà era abbastanza forte da resistere a quel potente Dominatore e, del resto, perfino i suoi muscoli erano raggelati nell'immobilità, paralizzati nello spaventoso conflitto tra la sua volontà e quella altrettanto potente dei vecchio Dom.
- Benvenuti, rifiuti umani -, gracchiò il Dominatore in una macabra ironica parodia di una voce umana. - Inutile che vi dica che stavo aspettando visite. Comunque, non osavo sperare addirittura nella presenza di Feric Jaggar in persona. Proverò un gran piacere osservando la tua faccia, Jaggar, nel momento in cui il genotipo umano verrà cancellato per sempre dalla faccia della Terra!
Si trattava evidentemente d'un pazzo, che confondeva la distruzione definitiva della sua maledetta specie con quella dell'umanità autentica! Feric impegnò ogni oncia di volontà nella lotta per spezzare il dominogramma il tempo sufficiente a spaccare il cranio di quel maledetto con il Comandante d'Acciaio, ma riuscì soltanto ad abbozzare un movimento.
Il Dominatore premette un pulsante sul quadro di controllo, poi scoppiò in una risata maniacale finché una bava sottile gli corse lungo le labbra incartapecorite.
- Così è stato suggellato il destino della tua indegna specie, Jaggar! - ridacchiò il vecchio Dom. - Ho appena inviato il segnale di innesco a un'installazione degli antichi, molto lontano di qui, a est, che le nostre creature hanno rimesso in funzione. In pochi minuti, le terre abbandonate saranno devastate da un'immensa esplosione nucleare, che saturerà l'aria con migliaia di tonnellate di particelle radioattive. Gli antichi costruirono questo strumento perché nessun nemico potesse sopravvivere alla loro sconfitta. Non siamo riusciti a riattarlo completamente, ma siamo in grado di farlo funzionare abbastanza bene. In poche settimane, l'atmosfera della Terra sarà così contaminata che nessun uomo potrà mai più crescere puro. Perfino i preziosi grembi delle vostre donne non partoriranno che nani gobbi, pappagalloidi, pelleblu e dozzine di nuove mutazioni, forse perfino la nostra stessa specie. Hai distrutto l'Impero dei Dominatori, ed ora noi distruggiamo gli uomini, per sempre! Crcpate, feccia umana!
Un'enorme fiammata di furore percorse Feric, spezzando di colpo il dominogramma come se non fosse mai esistito. Si lanciò in avanti agitando la Gran Mazza di Held e la calò con un unico straordinario fendente sul cranio del bavoso e gracchiante Dom, spappolandolo come un melone, spruzzando dappertutto materia cerebrale grigia e densa, accanendosi sul torace del mostro e spezzandolo in due, spargendo per tutto il pavimento organi traslucidi e pulsanti. Con un altro colpo, mandò in pezzi il quadro degli strumenti, e la forza del suo furore lo portò a piantare la punta dell'arma nello stesso pavimento.
Con la morte dell'ultimo Dom, gli altri furono liberati dal dominogramma e cominciarono a balbettare tutti insieme, come impazziti.
- Non può essere!
- II Fuoco!
- La morte della razza umana!
- Non potrebbero…
- Silenzio! - ruggì Feric, le lacrime agli occhi, in preda a un'ira accecante che gli bruciava il cuore. - Smettete immediatamente di farneticare! Corriamo in superfìcie e vediamo se quella lurida creatura ha soltanto balbettato parole vuote, prima dì metterci a piangere la nostra razza!
Quando raggiunsero la superficie, la scena era come prima: un paesaggio infinito di ceneri e macerie, tra cui si muoveva senza difficoltà l'esercito di Heldon, senza trovare niente in vita.
Feric e i suoi camerati si rasserenarono un po' respirando l'aria pura, senza che apparentemente ci fosse niente fuori posto.
- Non vedo nessun Fuoco degli antichi, Duce -, disse Best.
- Bah, il vecchio mostro era semplicemente pazzo -, disse Waffing, e Feric fu d'accordo con lui.
- Forse -, disse Bogel a disagio. - Ma sei stato proprio tu a dirci che i Doni stavano cercando di riesumare le armi nucleari degli antichi.
Questa osservazione riabbassò l'umore del gruppo e Feric si rese conto che non aveva senso, per un verso o per l'altro, restare in quel posto sinistro ad aspettare una catastrofe che poteva anche non arrivare mai. Ricondusse il gruppo verso l'automobile presidenziale e continuarono il giro della città come se niente fosse successo.
Per diversi minuti, l'automobile avanzò tra le ceneri, seguita dalla scorta di motociclisti, sollevando nuvole grigie, ma senza avvistare nulla. Feric e gli altri si erano ristorati con la birra, e il Doni pazzo nella sua stanza sotterranea con le sue minacce di distruzione nucleare cominciava a sembrare decisamente improbabile e irreale.
Improvvisamente anche il cielo sembrò esplodere - un enorme scoppio di luce apparve di colpo all'orizzonte orientale, una luce più vivida di mille soli a mezzogiorno che riempiva metà del cielo con il suo splendore e privava di colorì tutto il resto.
Feric si sentì stringere lo stomaco in una morsa gelida mentre si sfregava gli occhi quasi accecati, perché non si poteva non riconoscere una cosa tanto terribile - il Fuoco degli antichi! Pochi attimi dopo, la terribile luce si attenuò lievemente per rivelare un'enorme palla di fuoco arancione dieci volte più grande del sole che oscillava minacciosa all'orizzonte orientale.
Lentamente, l'enorme bolla di fuoco prese a salire, lasciando una scia di nuvole nere nel cielo. Poco dopo, la nuvola ondeggiante e infuocata raggiunse la sua forma definitiva, e nessuno potè ignorare l'insegna leggendaria e terrificante, l'incarnazione mortale del Fuoco degli antichi: il Fungo.
Nessuno riuscì ad articolare una parola di fronte a quel terribile frutto velenoso nel cielo. Le dimensioni dell'esplosione e la sua portata andavano al di là della comprensione umana. Non c'erano motivi per dubitare che la minaccia dell'ultimo Dominatore fosse stata mantenuta.
Parecchi minuti dopo, il mondo fu sconvolto da un tuono che parve lacerare il cielo e che, pur trasformandosi in un terremoto, non diminuì di intensità. Contemporaneamente, Feric si sentì colpire dall'aria come da un pugno formidabile; le SS vennero strappate dalle motociclette come pezzi di carta, e l'acciaio solido dell'automobile presidenziale gemette e sibilò.
Il vento che soffiò poi - vento caldo, corrosivo, ruggente, sibilante, lamentoso - sembrò a Feric l'ultimo respiro dell'umanità. Non poteva non sentire la pestilenza radioattiva che cercava d'insinuargli si nel plasma.
Ma mentre il fungo radioattivo eruttava il suo veleno mortale nell'atmosfera terrestre, Feric Jaggar decise che il genotipo umano puro sarebbe sopravvissuto perché doveva sopravvivere. Il fallimento non sarebbe stato tollerato né da lui né da chiunque altro. L'umanità sarebbe stata salvata da un sublime atto di volontà, se necessario. E se ci voleva un miracolo, ogni helder, nessuno escluso, avrebbe votato tutto se stesso per compierlo, oppure sarebbe morto nel tentativo.
NEI tetri giorni che seguirono la detonazione dell'ultima, mostruosa arma di Zind, soltanto la volontà fanatica di Feric Jaggar e la disciplina ferrea del popolo helder impedirono all'umanità intera di precipitare nella disperazione e nell'apatia. Mentre la fetida nuvola diffondeva il suo veleno per tutta l'atmosfera terrestre, le piante cominciarono ad ammalarsi e ad avvizzire, giovani, vecchi e malati si coprirono di orribili piaghe e bubboni, e quasi due milioni di Veriuomini morirono tra orribili sofferenze.
Anziché occuparsi dei sintomi del morbo radioattivo, Feric dedicò tutte le risorse del nuovo Impero Mondiale di Heldon esclusivamente alla difesa del genotipo umano puro. Nel giro di due mesi, gli scienziati genetici SS avevano confermato appieno la terribile verità: non c'era un solo Verouomo sulla faccia della Terra dotato di plasma in grado di riprodursi puro. Perfino Feric era contaminato. L'ultima generazione di Veriuomini era già nata - ormai il pool genetico helder era in grado di produrre solo sozzi mutanti e oscene mostruosità.
Neanche tre giorni dopo che un Remìer terreo e profondamente scosso aveva riferito il verdetto di morte della razza, Feric aveva preso la decisione più difficile della sua vita e affrontava le telecamere con Waffing, Remler, Bogel e Best al suo fianco per proclamare al suo popolo dolente e sgomento il corso" delle azioni che ora Heldon avrebbe intrapreso.
Per l'occasione, Feric aveva indossato la sua lucida uniforme nera e aveva fatto lucidare per ore le cromature e la Gran Mazza di Held, di modo che ogni millimetro di metallo sulla sua persona scintillasse come un diamante. Era in piedi su un piccolo palco, con una grande bandiera con una svastica scarlatta appesa al muro, alle sue spalle, come sfondo. Sotto di lui, c'erano i Comandanti Supremi, anche loro con le uniformi scintillanti; era essenziale suscitare al massimo lo spirito eroico del popolo helder. Feric non aveva parlato con nessuno dei suoi progetti; voleva che i Comandanti Supremi gli dessero una dimostrazione spontanea di appoggio di fronte a tutta Heldon, perché quel che stava per ordinare sarebbe stata la prova più grande di lealtà alla Svastica mai affrontata dal popolo helder.
- Camerati helder -, cominciò semplicemente, - quel che devo dirvi oggi sarà breve, inevitabilmente e brutalmente schietto. Come è già stato annunciato, il pool genetico di Heldon è stato completamente e permanentemente contaminato dall'ultimo, perfido atto dei maledetti Dominatori, che hanno pagato con lo sterminio totale la propria diabolica bassezza. Ciò significa che il nostro plasma non è più in grado di produrre una discendenza, ma soltanto schifosi mutanti degenerati. E evidentemente, la creazione di una simile posterità è un anatema assolutamente inconciliabile con i fini per cui la Svastica si batte.
Fece una lunga pausa perché le sue parole penetrassero ben addentro nella mente di ognuno, per assicurarsi che a nessun helder sfuggisse la reale portata della situazione. Poi, quando tutta Heldon fu sprofondata in una depressione insopportabile, donò al suo popolo la speranza.
- Da parecchio tempo, gli scienziati SS che si occupano della razza stanno lavorando all'elaborazione di una tecnica di derivazione. Se un frammento di carne può essere utilizzato per produrre artificialmente un essere umano, il genotipo perfetto dei nostri migliori esemplari - i superuomini purosangue delle SS - potrebbe essere duplicato nella prossima generazione senza indebolimenti. Cosi, nel giro di una generazione possiamo saltare un migliaio di anni di evoluzione umana e produrre una razza di giganti biondi, alti più di due metri e con un fisico da dei e un livello di intelligenza pari a quello di un genio. Attraverso la tragedia della contaminazione genetica, possiamo creare il trionfo definitivo della razza umana pura. Poiché la radiazione che ha alterato il nostro plasma al di là di qualunque speranza di rimedio non ha contaminato minimamente il nostro tessuto somatico… dalle cellule dei nostri purosangue SS potrà derivare la nuova razza sovrana! La nuova generazione di helder sarà costituita esclusivamente di derivati la cui costituzione genetica sarà quella dei migliori purosangue SS di oggi!
Ancora una volta Feric si fermò, osservando la luce e la vivacità che tornavano negli occhi dei presenti, tecnici o Comandanti Supremi che fossero. Dalla visione della catastrofe definitiva, gli helder erano stati trasportati alle altezze inebrianti di un sogno di gloria razziale. Certamente ora sarebbero stati pronti a fare qualunque sacrificio pur di veder raggiunta una simile meta.
- Anche se gli scienziati SS sono molto vicini al perfezionamento di questa tecnica, ancora molti sforzi eroici si richiedono alle SS prima che possa essere assicurata la produzione di una razza sovrana di derivati SS. Io, in qualità di vostro Duce, ho deciso che ogni helder, nessuno escluso, dovrà impegnarsi in un'azione autenticamente eroica che infonderà fanatismo sovrumano agli scienziati trasformando la totale estinzione dell'homo sapiens dal pianeta nel successo dell'impresa della creazione di una razza sovrana di purosangue capace e degna di ereditare l'universo intero per l'eternità.
- Entro i prossimi tre mesi ogni helder si sottoporrà ad esami nei campi di classificazione. Qui, tutti saremo sterilizzati, resi definitivamente impossibilitati a soccombere a qualunque vergognosa tentazione di riprodurre i nostri geni contaminati con il solito sistema sessuale. O Heldon riuscirà a produrre una discendenza di derivati SS purosangue, o non avrà posteri! Trascendenza della razza oppure morte della razza!
Le schiene dei Comandanti Supremi si raddrizzarono visibilmente. Feric era fiducioso che il popolo helder in ogni angolo del paese fosse stato infiammato da quella fanatica risoluzione, perché anche se gli scienziati SS continuavano ad essere il perno della situazione, era riuscito a dare a ogni helder, nessuno escluso, il mezzo con cui contribuire col suo eroico sacrifìcio individuale alla sacra causa. Tutti avrebbero condiviso personalmente la gloria del trionfo definitivo!
- Per dimostrare personalmente la mia totale lealtà alla sacra causa della Svastica e alla creazione di una razza sovrana di SS, voglio essere il primo a sottopormi alla sterilizzazione, seguito dai miei Comandanti Supremi, dalle SS e infine dal popolo helder. Heil Heldon! Heil Vittoria Finale! Heil Razza Sovrana!
Feric aveva ancora sulle labbra le ultime parole che Bogel, Remler, Waffing e Best scattarono sui talloni con un vigore che colse di sorpresa perfino lui, si misero sull'attenti con forza straordinaria, stesero le braccia come pistoni d'acciaio nel saluto del Partito e gridarono: - Heil Jaggar! - con furia di superuomini, gli occhi fiammeggianti del potere trascendente della volontà di razza.
Con l'ardore del popolo helder sollevato a incredibili vette di consapevolezza razziale e ferrea determinazione, era improbabile che il destino potesse negare a questa razza di eroi il successo e il dominio che un tale patriottismo richiedeva.
Tutto il popolo helder si mise in marcia verso i campi di classificazione senza neanche un mormorio di protesta. In effetti il problema principale nel corso dell'operazione di sterilizzazione del popolo helder stava nel fatto che quelle brave persone avevano una certa tendenza a fare a botte tra loro per guadagnare i primi posti nei campi; erano episodi di puro buon umore patriottico, non certo contrasti reali, e le SS portarono a termine l'impresa molto prima della scadenza trimestrale che Feric aveva posto.
Poco dopo, Remler annunciò esultante che erano stati prodotti i primi feti vitali derivati dalle SS. Otto mesi dopo, queste pietre miliari dell'esperimento venivano portate con successo a compimento. In seguito, venne ultimata la prima fabbrica funzionante di derivati e, nove mesi dopo, Feric, accompagnato dal raggiante Remler, giungeva all'Opera Riproduttiva Feric Jaggar, per assistere personalmente alla decantazione del primo gruppo di superuomini SS dalle vasche di derivazione.
Questo edificio era un gigantesco cubo immacolato adornato soltanto di grandi svastiche nere su ogni facciata. Con la guardia d'onore SS rigidamente schierata sull'attenti, Remler guidò Feric attraverso l'entrata principale dell'edifìcio lungo tutta una serie un po' frastornante di anticamere, camere e corridoi, tutti piastrellati di bianco scintillante. Le pareti immacolate riflettevano le uniformi di cuoio nero e le mantelline scarlatte dei tecnici SS, alti e biondi, che sembravano riempire ogni angolo dell'Opera Riproduttiva con la loro alacrità, energia e determinazione, autentici scienziati nel tempio della purezza razziale.
- Bisogna ammettere che questo posto è un alveare, Remler! - esclamò Feric, mentre Remler apriva una porta bianca e lo introduceva in una delle grandi stanze di derivazione. Era una grande stanza oblunga con pareti bianche e sottili piastrelle bianche sul pavimento, ognuna adorna di una minuscola svastica nera. Era quasi completamente occupata da file e file di scintillanti vasche di porcellana bianca, duecento in tutto. Vicino a ogni vasca c'era una mensola di porcellana con pompe, strumenti e altre apparecchiature mediche; in ogni vasca galleggiava un gigante biondo alto più di due metri immerso in un liquido nutritivo giallastro, gli occhi chiusi in un sonno beato.
C'era una telecamera pronta per l'occasione vicino alla prima fila di vasche; di fianco ai venti uteri di porcellana c'erano venti scienziati SS, alti e biondi, in uniformi nere con mantelline scarlatte e alti stivali neri, irrigiditi nell'attenti.
Mentre Feric entrava nella camera, questi splendidi esemplari si esibirono in un saluto collettivo e gridarono: - Heil Jaggar! - col massimo slancio e vigore. Feric rispose con un saluto perfetto e si diresse al microfono che era stato sistemato di fronte alle vasche di derivazione.
- Camerati helder -, disse, fissando negli occhi i venti eroi SS che scintillavano come frammenti dell'acciaio più azzurro per il trionfo ottenuto, - oggi, finalmente, siamo qui per assistere all'emersione della prima serie di derivati realizzati nel quadro della prima produzione di massa di purosangue SS. Questi magnifici esemplari, coltivati da tessuti scelti esclusivamente tra il fior fiore dell'elite SS, sbocceranno alla vita completamente cresciuti, con un fisico divino e una mente perfetta e avranno bisogno di non più di sei mesi di allenamento intensivo e di indottrinamento prima di assumere il loro ruolo definitivo di membri delle SS e cittadini di Heldon.
II fuoco sembrava ardere negli occhi degli scienziati SS; Feric volle favorirli catturando nel suo i loro sguardi fanatici prima di proseguire.
- Entro sei mesi, entreranno in funzione altre dieci opere riproduttive; entro la fine dell'anno prossimo, ce ne saranno due dozzine in grado di produrre un milione di purosangue SS all'anno; ed entro cinque anni, Heldon sarà in grado di produrre la cifra stupefacente di dieci milioni di superuomini SS all'anno! Dovrebbe essere un ritmo produttivo sufficiente a ripopolare completamente le terre abitabili con la razza sovrana nel giro di ventanni. Oggi noi diamo inizio al ripopolamento della Terra con superuomini genetici, che l'umanità ha sognato di poter creare per mille anni, una razza sovrana che continuerà ad innalzarsi a vette ancor più elevate di purezza genetica e di splendore evolutivo, poiché la sua riproduzione avverrà seguendo rigidi principi eugenetici nelle condizioni strettamente controllate delle opere riproduttive, non lasciando il minimo spazio alle stravaganze del caso.
- Scienziati SS, io vi dedico il mio saluto per il grande trionfo che avete raggiunto nella ricerca eugenetica! Comandante Supremo Remler, ti saluto per lo spirito di totale abnegazione e fanatismo che hai instillato in ognuno di questi magnifici esemplari delle SS! Popolo di Heldon, ti saluto per il tuo altruismo nella dedizione alla causa della Svastica e alla mia persona! Heil Heldon! Heil Svastica! Heil Razza Sovrana!
- HEIL JAGGAR! - ruggirono gli scienziati SS, unendo con uno scatto le caviglie calzate di cuoio nero e saettando in avanti le braccia in un formidabile saluto.
Poi i fieri eroi biondi eseguirono un perfetto dietrofront e si mìsero al lavoro sulla prima serie di vasche di riproduzione. I fluidi nutritivi vennero fatti uscire dalle vasche attraverso canali di scarico. Poi i gagliardi derivati biondi vennero risvegliati completamente con scariche elettriche.
Pochi minuti dopo, e erano venti giganti biondi in piedi a fianco delle rispettive vasche, gli occhi azzurri scintillanti di intelligenza sovrumana, ma vuoti come fogli bianchi.
Vedere quei magnifici esemplari fu una gioia immensa per il cuore di Feric. Ognuno di loro aveva in comune con lui la statura elevata e la perfezione della fisionomia e del fisico, e lo scintillio di quegli occhi era inconfondibile. Dietro di loro c'erano altri centottanta esemplari non meno perfetti in attesa di essere decantati, altri mille soltanto in quella opera riproduttiva, milioni entro l'anno successivo, decine di milioni nel futuro. Nell'arco della sua stessa vita, avrebbe visto ogni centimetro di spazio abitabile sulla Terra difeso e occupato dalla razza sovrana di Heldon, i magnifici derivati Si. E poi…
Ferie ebbe un'idea che lo sopraffece per la grandiosità.
Davanti a lui, gli scienziati SS, alti e biondi, in uniforme nera, erano fermi. Ognuno di fianco a un gigante nudo il cui genotipo poteva addirittura competere con il suo.
Con suo grande stupore e infinita delizia, Feric vide che la metà dei derivati appena svegli imitavano il gesto patriottico dei loro tutori con un entusiasmo infantile particolarmente toccante. Forse era possibile che la lealtà alla Svastica potesse essere impressa direttamente nei geni!
- Oggi il mondo è definitivamente e autenticamente nostro, Duce! - esclamò Remler con ardore, i lineamenti splendenti di estasi patriottica.
- È vero, Remler -, disse Feric. - E non è che l'inizio. Domani conquisteremo le stelle!
In tutta la storia dell'umanità, non si era mai vista una folla così vasta radunata nello stesso posto. La grande nave spaziale pronta a spiccare il volo, un cilindro appuntito di metallo argentato alto un'ottantina di metri, poggiava sulle sue pinne proprio in mezzo all'immensa pianura nella zona nord - orientale di Heldon. Una piccola piattaforma era stata eretta a distanza di sicurezza dal potente reattore del razzo. Sulla piattaforma c'era Ferie, circondato da una corte di alti e biondi derivati in scintillanti uniformi di cuoio nero, perfetti come le SS da cui erano nati. Altri duecentomila identici derivati circondavano la colonna centrale del razzo, rango dietro rango, perfetti e pronti a iniziare la marcia circolare di celebrazione. Dietro questa formazione c'era forse un altro milione di derivati, sempre in uniforme nera, che si snodavano fino all'orizzonte in ogni direzione, e dietro di loro ancora, fuori del raggio visivo di Feric erano stipati innumerevoli centinaia di migliaia di helder della generazione precedente, radunatisi per assistere da lontano al decollo.
In piedi davanti al mucchio di microfoni della piattaforma, Ferie si sentiva sommergere da una eccitazione che mai in vita sua aveva provato. Ogni atomo del suo corpo vibrava in estatica attesa quando cominciò a parlare.
- Oggi, dopo aver conquistato la Terra e averla popolata con la Razza Sovrana di superuomini la cui perfezione trascende quella di qualunque creatura mai creata dal rozzo processo dell'evoluzione naturale, oggi Heldon muove il suo primo passo verso le stelle!
A queste parole, un incredibile boato spontaneo si alzò dall'immensa folla, un suono che sfidava i cieli e sembrava far tremare di gioia la Terra intorno al suo asse. Il boato si trasformò poi in un gigantesco coro di: - Heil Jaggar! - il più grande che il mondo avesse mai udito, e milioni di braccia si levarono ripetutamente nel saluto del Partito, una foresta di riconoscimenti ondeggianti che oscurò il campo visivo di Feric e gli travolse l'anima in un impeto di felicità. Lasciò che questa dimostrazione andasse avanti per due minuti buoni prima di alzare una mano chiedendo silenzio perché nessuno poteva negare che questa gente stupenda si fosse guadagnata il diritto di esultare.
- Dentro la nave spaziale - il prodotto più avanzato del genio scientifico helder - ci sono trecento tra i migliori derivati SS, temporaneamente ibernati. Rimarranno in questa condizione di atemporalità per tutti i lunghi anni che la nave impiegherà per superare l'immensa distanza che ci separa da Tau Ceti. Non appena la nave sarà giunta a destinazione, il pilota automatico la farà atterrare e libererà dal ghiaccio i colonizzatori in modo che possano uscire e spargere il seme di Heldon sulla superficie di un altro pianeta. Entro tre anni, saremo in grado di lanciare cinquanta astronavi simili a questa all'anno e di aggiungere annualmente cinquanta pianeti al dominio del genotipo umano autentico, non per un anno, o per dieci, o per un secolo, ma per sempre! L'universo è infinito e la Razza Sovrana di Heldon si diffonderà tra le stelle senza fine, riempiendo gli sconfinati infiniti tra le galassie con la nostra nobile specie!
Stavolta la dimostrazione di estasi fanatica arrivò a superare perfino la precedente, e Feric impiegò almeno cinque minuti per calmare lo straordinario coro di: - Heil Jaggar! - che addirittura minacciava di far cadere il grande razzo dalla rampa di lancio con la sua forza incredibile.
- Ma, camerati helder, c'è un'ultima gloria che vi ho nascosto fino a questo momento -, riuscì finalmente a proseguire, non riuscendo tuttavia a trattenere un ampio sorriso. - Io stesso ho donato delle cellule alle vasche di derivazione. Questo razzo e tutti quelli che lo seguiranno lungo i sentieri inviolati dello spazio interstellare per i prossimi dieci milioni di anni saranno comandati da un derivato nato dalla mia stessa carne e perciò geneticamente uguale a me, destinato dalla sorte e dalla genealogia ad essere un leader. Dunque i nostri coloni non soccomberanno di fronte a nessun alieno, per terribile che possa essere, sotto i mille soli stranieri, perché le truppe che stermineranno gli orrori subumani saranno i migliori purosangue SS, e i loro capi saranno creati a mia immagine e somiglianzà genetica! Heil Heldon! Heil Svastica! Heil Razza Sovrana! Heil conquista dell'universo!
Per tutta risposta un coro di: - Heil Jaggar - squassò la Terra e travolse ogni molecola dell'aria, mentre l'enorme cerchio di truppe SS prese a marciare intorno al razzo e alla piattaforma di Feric, sollevando alti nell'aria gli stivali dalle suole d'acciaio ad ogni passo e poi riabbassandoli con una forza che faceva letteralmente tremare la terra. Presero a marciare sempre più velocemente, sollevando gli stivali ancora più in alto, finché la piattaforma e il razzo furono circondati da un cerchio turbinoso di cuoio nero, e l'universo si mise a tremare sotto i colpi degli stivali helder.
Poi, all'unisono, questi duecentomila derivati alti e Mondi si esibirono in uno splendido saluto di massa, il più grande della storia, e mantennero rigidamente questa posizione, mentre il coro di: - Heil Jaggar! - continuava a innalzarsi verso il cielo da milioni di gole ardenti.
Le truppe marciavano sempre più velocemente intorno a Feric, sollevando fino al cielo gli stivali con vigore e forza sempre crescenti, come se cercassero di abbattere la volta celeste con le suole d'acciaio degli stivali mentre il coro si fondeva col ritmo scandito dagli stivali, un tuono che riempì e scosse l'universo e si accordò al pulsare del sangue nella testa di Feric.
Feric sentì che il suono e la gloria permeavano ogni cellula del suo essere con un incredibile incendio di gioia; il sangue gli pulsava come un tuono della razza nelle vene, sempre più veloce. Gli parve infine che l'estasi lo portasse ad innalzarsi e ad esplodere in un milione di pezzi sparsi. In questo momento culminante, in cui non era più in grado di sopportare oltre quella gioia soprannaturale, abbassò una piccola leva.
Con un ululato spaventoso, una straordinaria colonna di fiamme arancioni eruppe dal razzo. Ogni helder si unì a Feric in un grido estatico di trionfo gioioso mentre il seme della Svastica, su una colonna di fuoco, si innalzava a fecondare le stelle.