Stories 93 / Random

Stories by joseph conrad

tifone (italian)

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Capitolo primo
Il capitano MacWhirr, del piroscafo Nan-Shan, aveva, per quanto concerne l’aspetto esteriore, una fisionomia che rispecchiava fedelmente l’animo suo: non presentava alcuna distinta caratteristica di fermezza o di stupidità; non aveva, assolutamente, alcuna caratteristica pronunciata; era soltanto comune, insensibile e imperturbabile.
Si potrebbe dire che la sola cosa evocata dal suo aspetto fosse, a volte, la timidezza; egli sedeva, infatti, negli indaffarati uffici a terra – abbronzato dal sole e con un lieve sorriso – ad occhi bassi. Quando li alzava, si poteva notare che avevano uno sguardo franco ed erano azzurri. Aveva capelli biondi ed estremamente sottili, e, da una tempia all’altra, gli circondavano il calvo cocuzzolo del cranio in una morsa come di seta lanugginosa. I peli sulla faccia, all’opposto, color carota e fiammeggianti, sembravano una barba di fili di rame, tagliati corti sull’orlo del labbro; e per quanto accuratamente egli si radesse, fulgidi bagliori metallici passavano, quando muoveva la testa, sulla superficie delle gote.
Era di statura alquanto inferiore alla media, con le spalle piuttosto tonde, e di membra così robuste che i vestiti di lui sembravano sempre un pochino troppo stretti sulle braccia e sulle gambe. Quasi non riuscisse a rendersi conto di quel che è dovuto alle differenze di latitudine, portava un cappello a bombetta marrone, un vestito di colore brunastro, e stivaletti neri di comune qualità. Questo suo modo di vestire a terra faceva sì che la sua tozza sagoma avesse un’aria di eleganza rigida e sgraziata. Sul panciotto si incurvava una catena dell’orologio sottile e d’argento, ed egli non scendeva mai dalla nave per andare a terra senza stringere nel grosso pugno peloso un elegante ombrello della miglior qualità, quasi sempre srotolato.
Il giovane Jukes, l’ufficiale in seconda, accompagnando il comandante fino al barcarizzo, si azzardava talora a dire, con la massima gentilezza: «Mi permetta, signore…», e, impadronendosi con deferenza dell’ombrello, sollevava il fermo, scuoteva le pieghe, lo arrotolava in men che non si dica alla perfezione e glielo restituiva; facendo tutto ciò con un’espressione di così portentosa gravità, che il signor Salomon Rout, primo macchinista, mentre fumava il sigaro mattutino sull’osteriggio, voltava la testa per nascondere un sorriso.
«Oh! sì! Questo benedetto ombrello… Grazie, Jukes, grazie», mormorava il capitano MacWhirr, cordialmente, senza alzare gli occhi.
Dato che possedeva appena quel tanto di immaginazione sufficiente a consentirgli di vivere alla giornata, e non di più, era serenamente sicuro di se stesso; e per questa identica ragione non sapeva che cosa fosse la vanità. È il superiore immaginoso ad essere suscettibile, arrogante e di difficile contentatura; ma ogni nave comandata dal capitano MacWhirr era stata la dimora galleggiante dell’armonia e della serenità.
Gli riusciva, in effetti, impossibile lanciarsi in un volo della fantasia quanto lo sarebbe stato per un orologiaio mettere insieme un cronometro senza disporre d’altro, in fatto di utensili, che di un martello pesante un chilogrammo e di un segaccio a mano. Eppure anche le esistenze, prive d’ogni interesse, degli uomini così completamente dediti alle realtà concrete di una vita piatta hanno un loro aspetto misterioso. Nel caso del capitano MacWhirr, ad esempio, sarebbe stato impossibile capire che cosa, in nome del cielo, avesse potuto indurre quel figlio del tutto soddisfacente di un modesto droghiere a fuggire di casa per andare in marina. Ciononostante, egli aveva fatto proprio questo all’età di quindici anni. Bastava, ripensandoci, a darti l’idea di una mano immensa, potente e invisibile conficcata nel formicaio del mondo per agguantare spalle, far cozzare teste l’una contro l’altra e volgere le facce ignare della moltitudine verso mete inconcepibili e in direzioni mai sognate.
Suo padre non gli aveva mai realmente perdonato questa irrispettosa stupidità. «Avremmo potuto tirare avanti senza di lui», soleva dire in seguito, «ma c’è il negozio. Ed era figlio unico, oltretutto!». Sua madre pianse molto dopo che era scomparso. Poiché non gli era mai passato per la mente di lasciar detto qualcosa, fu creduto morto e compianto fino a quando, otto mesi dopo, giunse la sua prima lettera da Talcahuano. Era breve e conteneva la seguente asserzione: «Abbiamo avuto bel tempo durante la traversata». Ma evidentemente, nel pensiero di colui che scriveva, la sola notizia importante consisteva nel fatto che il suo comandante, il giorno stesso in cui la lettera era stata scritta, lo aveva incluso nel registro di bordo come “comune marinaio”. «Perché ho dimostrato di sapermela cavare», egli spiegava.
La madre pianse di nuovo copiosamente, mentre l’esclamazione: «Tom è un somaro», espresse lo stato d’animo del padre. Era costui un uomo corpulento, con il dono di un’ironia maliziosa, della quale, verso la fine della vita, si era avvalso nei rapporti con il figlio, non senza un po’ di compassione, come se avesse avuto a che fare con un mezzo deficiente.
Le visite di MacWhirr ai suoi furono necessariamente rare, e, nel corso degli anni, egli spedì altre lettere ai genitori, informandoli delle sue successive promozioni e dei propri spostamenti nel grande mondo. In tali missive si potevano trovare frasi di questo genere: “Qui fa un gran caldo”. Oppure: “Il giorno di Natale, alle ore quattro pomeridiane, abbiamo avvistato alcuni icebergs”. I due vecchi finirono con il conoscere innumerevoli nomi di navi, i nomi dei capitani che le comandavano, i nomi degli armatori scozzesi e inglesi… i nomi di mari, oceani, stretti, promotori… i nomi esotici di porti in cui si caricava legname, in cui si caricava riso, in cui si caricava cotone… i nomi di isole… il nome della giovane fidanzata di loro figlio. Si chiamava Lucy. A lui non venne neppure in mente di dire se quel nome gli sembrasse grazioso. E poi i suoi genitori morirono.
Giunse, a suo tempo, il gran giorno del matrimonio di MacWhirr, poco tempo dopo il gran giorno in cui aveva ottenuto il primo comando.
Tutti questi eventi si erano svolti molti anni prima del mattino in cui, nella sala nautica del piroscafo Nan-Shan, egli osservò di quanto fosse sceso un barometro del quale non aveva alcun motivo di diffidare. La caduta di pressione – tenuto conto dell’eccellenza dello strumento, della stagione, e della posizione della nave sul globo terrestre – era di natura minacciosamente profetica; ma la faccia accesa dell’uomo non tradì alcun genere di intima preoccupazione. I presagi non significavano nulla per lui, ed egli era incapace di decifrare il messaggio di una profezia fino a quando non si fosse avverata sotto il suo naso. “Questa è incontestabilmente una caduta di pressione”, pensò MacWhirr. “Deve esserci qui attorno qualche tempaccio insolitamente brutto”.
Il Nan-Shan era diretto da sud al porto franco di Fu-chau, con un modesto carico nelle stive e duecento coolies cinesi che tornavano ai villaggi natii nella provincia di Fo-kien, dopo alcuni anni di lavoro in varie colonie ai tropici. La mattinata era bella, il mare oleoso si ondulava senza un riflesso, e nel cielo si scorgeva una bizzarra chiazza di bruma bianca, simile a un alone del sole. Il ponte di prora, gremito dai cinesi, era pieno di vesti scure, di facce gialle, di codini, e qua e là si vedevano parecchie spalle nude perché non c’era vento e la calura gravava soffocante. I coolies riposavano, conversavano, fumavano, o guardavano oltre il parapetto; alcuni, dopo aver attinto acqua dal mare, si annaffiavano a vicenda; pochi altri dormivano sui boccaporti, mentre parecchi piccoli gruppi di sei uomini sedevano accosciati intorno a vassoi di metallo con piatti di riso e minuscole tazzine; ed ogni singolo figlio del Celeste Impero aveva con sé tutto quel che possedeva al mondo: una cassetta di legno chiusa da un lucchetto, con rinforzi d’ottone sugli spigoli, contenente i risparmi delle sue fatiche: alcuni vestiti da cerimonia, bastoncelli d’incenso, magari un po’ di oppio, alcune cianfrusaglie di scarso valore, e un piccolo tesoro in dollari d’argento guadagnati a fatica sulle chiatte che trasportavano carbone, vinti nelle case da gioco o messi da parte grazie al piccolo commercio, strappati alla terra, sudati nelle miniere, sulle linee ferroviarie, nella giungla micidiale, sotto pesanti fardelli… accumulati con pazienza, custoditi con cura, tesoreggiati con ferocia.
Verso le dieci aveva cominciato a farsi sentire un mare lungo al traverso dalla direzione del canale di Formosa, senza però disturbare molto quei passeggeri perché il Nan-Shan, con la chiglia piatta, alette di rollio sui fianchi e una grande larghezza di baglio, godeva fama di essere una nave eccezionalmente stabile, per quanto è possibile in mare. Il signor Jukes, nei suoi momenti più espansivi a terra, proclamava a gran voce che la «matura ragazza» era «buona quanto bella». Al capitano MacWhirr non sarebbe mai passato per la mente di esprimere la propria opinione favorevole a voce così alta, o in termini tanto fantasiosi.
Si trattava di una buona nave, indubbiamente, e non era nemmeno «matura». Era stata costruita a Dumbarton tre anni prima, per conto di un’azienda commerciale del Siam… la Sigg & Figlio. Una volta a galla in bacino, completata in ogni particolare e pronta ad affrontare i compiti della sua esistenza, era stata guardata con orgoglio dai costruttori.
«La Sigg ci ha chiesto un comandante fidato per condurla laggiù», osservò uno dei soci del cantiere navale; e l’altro, dopo aver riflettuto per qualche momento, disse: «Credo che MacWhirr sia a terra, in questo momento».
«Ah, davvero? Allora telegrafagli subito. È l’uomo che occorre», dichiarò il socio più anziano, senza un attimo di esitazione.
La mattina dopo, MacWhirr si trovava dinanzi a loro imperturbabile; era arrivato da Londra con il rapido di mezzanotte, dopo una separazione improvvisa, ma per nulla espansiva, dalla moglie, figlia di gente per bene che aveva conosciuto tempi migliori.
«Faremo bene a visitare insieme la nave, capitano», disse il socio anziano; e i tre uomini incominciarono a esaminare le perfezioni del Nan-Shan da prora a poppa, e dalla chiglia ai paternoster dei due tozzi alberi.
Il capitano MacWhirr aveva incominciato con il togliersi la giacca e l’appese all’estremità di un verricello a vapore che comprendeva tutti gli ultimi perfezionamenti.
«Mio zio ha scritto favorevolmente di lei, con la posta di ieri, ai nostri buoni amici… i proprietari della Sigg, sa… e senza dubbio la confermeranno nel comando», disse il socio più giovane. «Lei potrà vantarsi di comandare la più bella nave di questa stazza che esista sulla costa della Cina, capitano», aggiunse.
«Oh, davvero? La ringrazio», bofonchiò vagamente MacWhirr, al quale la prospettiva di una remota eventualità non poteva piacere più di un vasto paesaggio ad un turista miope; e poiché gli occhi di lui si erano posati per caso, in quel momento, sulla serratura della porta della sua cabina, si diresse da quella parte, molto deciso, e incominciò a scrollare energicamente la maniglia, osservando intanto, con la sua voce bassa e coscienziosa:
«Non ci si può più fidare degli operai, al giorno d’oggi. La serratura è nuova di zecca e non funziona affatto. Si è già bloccata. Vedono? Vedono?».
Non appena i proprietari del cantiere si ritrovarono soli nel loro ufficio, il nipote, con lieve disprezzo, domandò: «Hai lodato quell’uomo con la Sigg. Che cosa ci vedi in lui?»
«Riconosco che non ha alcuna caratteristica del comandante idealizzato, se è questo che intendi dire», rispose brusco l’uomo più anziano. «È il capo-operaio dei falegnami che hanno lavorato sul Nan-Shan, quello là fuori? …Entra, Bates! Come mai hai consentito a quelli della Tait di mettere una serratura difettosa sulla porta della cabina del comandante? Il capitano se n’è accorto non appena vi ha posto su gli occhi. Falla sostituire immediatamente. I piccoli particolari, Bates… i piccoli particolari…».
La serratura venne debitamente sostituita e, pochi giorni dopo, il Nan-Shan salpò per l’Oriente, senza che MacWhirr avesse avuto altri rilievi da fare per quanto concerneva le attrezzature, o fosse stato udito pronunciare una sola parola di fierezza per la propria nave, di gratitudine per la nomina, o di soddisfazione per le prospettive che gli si aprivano.
Con un temperamento né loquace né taciturno, trovava ben poche occasioni per parlare. V’erano le questioni di lavoro, naturalmente… direttive, ordini, e così via; ma poiché, a suo modo di vedere, il passato era passato e l’avvenire non esisteva ancora, gli eventi quotidiani in genere non richiedevano alcun commento… in quanto i fatti parlano per se stessi con travolgente precisione.
All’anziano signor Sigg piacevano gli uomini di poche parole, quelli dei quali si poteva star certi che non avrebbero «cercato di andare al di là degli ordini ricevuti». E poiché MacWhirr rispondeva a queste esigenze, gli fu confermato il comando del Nan-Shan; egli si accinse a far navigare con prudenza la sua nave nei mari della Cina. La nave era salpata battendo bandiera inglese, ma dopo qualche tempo la ditta Sigg ritenne opportuno iscriverla nel registro siamese.
Quando seppe del previsto trasferimento, Jukes divenne irrequieto, quasi si fosse sentito personalmente offeso. Si aggirava per la nave borbottando tra sé e sé e lasciandosi sfuggire brevi risatine di scherno. «Pensate un po’, avere un ridicolo elefante da arca di Noè sulla bandiera della propria nave», disse una volta davanti alla porta del locale macchine. «Che il diavolo mi porti se lo tollero, son capace di rinunciare all’imbarco. A lei non viene voglia di vomitare, signor Rout?». Il primo macchinista si limitò a schiarirsi la voce, con l’aria di un uomo che sa quanto vale un buon imbarco.
La prima mattina in cui la nuova bandiera sventolò a poppa del Nan-Shan, Jukes stette a contemplarla amareggiato dalla plancia. Lottò per qualche tempo con i propri sentimenti, poi osservò:
«Strana bandiera con cui navigare, signore».
«Che cos’ha la bandiera?», domandò il capitano MacWhirr. «A me sembra che vada benissimo». E si portò sull’ala di plancia per vederla meglio.
«Be’, a me sembra strana», proruppe Jukes, davvero esasperato, e scese di corsa dalla plancia.
Il capitano MacWhirr si stupì di quei modi. Dopo qualche tempo entrò placidamente nella sala nautica e aprì il Codice Internazionale dei Segnali, alla tavola che rappresenta esattamente, in colori vistosi, le bandiere di tutte le nazioni. Fece scorrere il dito su di esse e quando arrivò al Siam contemplò con somma attenzione l’elefante bianco in campo rosso. Non sarebbe potuto esistere nulla di più semplice, ma, per essere ancor più sicuro, portò il volume in plancia allo scopo di paragonare il disegno a colori con la vera bandiera sull’asta di poppa. Quando Jukes, che quel giorno svolgeva il suo servizio con una sorta di repressa ferocia, capitò di nuovo in plancia, il comandante osservò:
«Quella bandiera non ha alcun difetto».
«Ah, no?», farfugliò Jukes, inginocchiandosi davanti a un armadietto e strappandone rabbiosamente una sagola di ricambio dello scandaglio.
«No. Ho consultato il codice. La lunghezza è pari a due volte la larghezza e l’elefante è situato esattamente al centro. Immaginavo che quella gente a terra conoscesse la bandiera del suo paese; è logico. Lei si sbagliava, Jukes…».
«Ecco, signore», cominciò Jukes, alzandosi eccitato, «posso dire soltanto…», e cercò annaspando l’estremità della sagola con dita tremanti.
«Non ha importanza», lo consolò il capitano MacWhirr, sedendo pesantemente sullo sgabello pieghevole di tela che gli era assai caro. «Deve soltanto stare attento che non alzino la bandiera con l’elefante capovolto, prima di essercisi abituati».
Jukes lanciò la sagola nuova sul ponte di prora con un sonoro: «Ecco qua, nostromo… non dimentichi di bagnarla bene», poi si voltò con una risolutezza immensa verso il comandante, ma il capitano MacWhirr puntò comodamente i gomiti sul parapetto della plancia.
«Perché la cosa verrebbe interpretata, presumo, come un segnale di pericolo», continuò. «Lei che cosa ne dice? Secondo me, quell’elefante là deve avere press’a poco lo stesso significato dell’Union Jack nella nostra bandiera».
«Ma davvero!», urlò Jukes, così forte che tutti coloro che si trovavano sui ponti del Nan-Shan si voltarono a guardare la plancia. Poi sospirò e, con improvvisa rassegnazione: «Sarebbe senz’altro uno spettacolo penoso, accidenti», disse docilmente.
Quel giorno stesso, avvicinò il primo macchinista con un confidenziale: «Senta, voglio raccontarle l’ultima del vecchio».
Il signor Salomon Rout (cui ci si riferiva spesso chiamandolo Sai il Lungo, Vecchio Sai, o Padre Rout) a furia di constatare quasi invariabilmente d’essere l’uomo più alto di statura in ogni nave sulla quale navigava, si era abituato a una curva e comoda condiscendenza. Aveva capelli radi e color sabbia, le gote piatte e pallide, i polsi ossuti; anche le sue lunghe mani da studioso erano pallide, come se avesse trascorso tutta la vita all’ombra.
Sorrise dall’alto della sua statura a Jukes, e continuò a fumare e a guardarsi attorno placidamente, alla maniera di un buon zio che presti orecchio al racconto di uno scolaretto eccitato. Poi, molto divertito ma impassibile, domandò:
«E ha rinunciato all’imbarco?»
«No!», gridò Jukes, alzando la voce, stanca e scoraggiata, per vincere il forte ronzio dei verricelli a frizione del Nan-Shan. Erano tutti in moto, in quel momento, per sollevare carichi all’estremità di lunghi picchi, al solo scopo, si sarebbe detto, di lasciarli poi cadere a caso. Le catene cigolavano nei paranchi, cozzavano contro le mastre di pozzetto, sferragliavano sulle murate; e l’intera nave vibrava, con i lunghi fianchi grigi fumiganti nei getti di vapore.
«No», gridò Jukes, «non ci ho rinunciato. A che servirebbe? Tanto varrebbe che dessi le dimissioni a questa paratia. Credo che non si possa fargli capire niente a un uomo come quello. Mi fa cadere le braccia, ecco tutto».
In quel momento il capitano MacWhirr, appena risalito a bordo, attraversò il ponte, con l’ombrello in mano, accompagnato da un cinese luttuoso e flemmatico, che lo seguiva con scarpe di seta dalla suola di carta, e che a sua volta aveva un ombrello.
Il comandante del Nan-Shan, parlando in un tono di voce appena udibile e guardandosi le scarpe come era solito, osservò che sarebbe stato necessario in quel viaggio fare scalo a Fuchau; desiderava che il signor Rout avesse le macchine sotto pressione l’indomani nel pomeriggio, alle tredici in punto. Spinse indietro il cappello per asciugarsi la fronte, facendo osservare al contempo che non sopportava di scendere a terra; torreggiando su di lui, il signor Rout, senza degnarsi di dire una parola, fumava austeramente, con il gomito destro poggiato sul palmo della mano sinistra.
Poi Jukes ricevette l’ordine, impartito sempre con la stessa voce bassa, di tenere libero dal carico il ponte intermedio a prora. Vi sarebbero stati sistemati duecento coolies. La società Bun Hin li rimandava in patria. Venticinque sacchi di riso sarebbero arrivati direttamente con un sampan, per il loro vitto. Erano tutti uomini che avevano lavorato per sette anni e ognuno di essi portava con sé una cassetta di legno di sandalo. Il carpentiere doveva mettersi al lavoro e inchiodare assicelle da sette centimetri e mezzo lungo il ponte inferiore, a prora e a poppa, per impedire che le cassette si spostassero durante la navigazione. Era bene che Jukes se ne occupasse subito. «Ha sentito, Jukes?». In quanto al cinese lì presente, viaggiava con la nave fino a Fu-chau… avrebbe fatto, in un certo qual modo, da interprete. Era un impiegato della Bun Hin e voleva dare un’occhiata allo spazio disponibile. Jukes avrebbe fatto bene ad accompagnarlo a prora. «Ha sentito, Jukes?».
Jukes badò bene a punteggiare queste istruzioni, nei momenti opportuni, con i «Sissignore» d’obbligo, pronunciati senza entusiasmo. Il suo brusco: «Avanti, John, io farti vedere», mise in moto il cinese alle sue calcagna.
«Se volere vedere, guardare, guardare pure», disse Jukes, che, non avendo alcuna disposizione per le lingue straniere, masticava malissimo anche il semplice e primitivo gergo anglocinese. Additò i portelli aperti del boccaporto. «Questo essere posto numero uno per dormire, eh?».
Era brusco, come si addiceva alla sua superiorità razziale, ma non ostile. Il cinese, mentre guardava malinconico e muto nelle tenebre del boccaporto, parve ritto ai piedi di una tomba aperta.
«Non prendere pioggia là sotto… capire?», additò Jukes. «Se per caso essere tempo bello, coolies potere venire in coperta», continuò, riscaldandosi, immaginoso. «Fare così… Fuuuuuu!». Gonfiò il torace e le gote. «Capire, John? Respirare… aria fresca. Molto bene, eh? Lavare pantaloni, fare chow-chow in coperta… capire, John?».
Con la bocca e con le mani fece, in modo esuberante, i movimenti di chi mangia riso e lava panni; e il cinese, che celava la propria diffidenza per quella pantomima con un comportamento dignitoso, caratterizzato da una dolce e raffinata malinconia, volse lo sguardo degli occhi a mandorla da Jukes al boccaporto, poi lo riportò su Jukes.
«Molto bene», rispose, in un bisbiglio sconsolato, e si affrettò a passi elastici e silenziosi sui ponti, schivando gli ostacoli che si frapponevano sul suo cammino. Scomparve, piegandosi quasi in due sotto l’imbracatura di dieci sudicie balle piene di qualche merce costosa e dalle quali emanava un odore repellente.
Il capitano MacWhirr, intanto, salito in plancia, era entrato nella sala nautica ove una lettera, iniziata due giorni prima, aspettava di essere conclusa. Queste lunghe lettere incominciavano con le parole «Mia cara moglie», e il cambusiere, mentre lavava i pavimenti e spolverava gli astucci dei cronometri, coglieva ogni occasione per leggerle. Lo interessavano molto più di quanto potessero interessare la donna alla quale erano destinate; e questo per il motivo che descrivevano in ogni minimo particolare tutti i viaggi del Nan-Shan.
Il comandante, fedele ai fatti, le sole cose rispecchiate dalla sua coscienza, le scriveva con cura meticolosa su molti fogli. La casa in un sobborgo settentrionale, ove queste lettere erano indirizzate, aveva un giardinetto davanti alle finestre ad arco, un’ampia veranda di bell’aspetto, vetri colorati legati in finto piombo sulla porta d’ingresso. Il comandante pagava per la pigione quarantacinque sterline all’anno e la spesa non gli sembrava eccessiva perché la signora MacWhirr (una donna pretenziosa, dal collo scarno e dai modi sdegnosi) era, per riconoscimento generale, una donna di classe e il vicinato la considerava una creatura “assolutamente superiore”. Esisteva un solo segreto nella sua vita, il terrore abietto del momento in cui suo marito sarebbe tornato definitivamente a casa. Sotto lo stesso tetto abitavano anche una figlia a nome Lydia e un figlio a nome Tom. I due giovani conoscevano appena il padre; essenzialmente lo conoscevano come un ospite che capitava a rari intervalli ma era privilegiato, un ospite il quale la sera fumava la pipa in sala da pranzo e dormiva in casa. La ragazza, una spilungona, si vergognava alquanto di lui; il ragazzo gli dimostrava una franca e completa indifferenza, in quel modo immediato, delizioso, non affettato, tipico dei ragazzi virili.
E il capitano MacWhirr scriveva a casa dalle coste della Cina dodici volte all’anno, esprimendo il bizzarro desiderio di essere “ricordato ai bambini”, e firmandosi “il tuo affezionato marito”, con la stessa placidità come se quelle parole, impiegate così a lungo da un così gran numero di uomini, fossero state, a parte la loro forma, cose logore, e quasi prive di significato.
I mari cinesi al nord e al sud sono mari angusti. Mari colmi di realtà quotidiane ed eloquenti, come isole, banchi di sabbia, scogliere, correnti rapide e mutevoli… realtà intricate che ciononostante parlano all’uomo di mare in un linguaggio chiaro e preciso. Il loro linguaggio attraeva a tal punto il senso della realtà del capitano MacWhirr che egli aveva rinunciato alla propria cabina sotto il ponte di comando e in pratica viveva tutto il giorno in plancia, facendosi portare spesso i pasti lassù e dormendo, la notte, nella sala nautica. Là redigeva le sue lettere a casa. Ognuna di esse, senza eccezioni, conteneva la frase: “Il tempo è stato bello durante questo viaggio” o qualche altro analogo giro di parole. E anche questa asserzione, con la sua mirabile persistenza, era assolutamente esatta come tutte le altre contenute nelle lettere.
Anche il signor Rout scriveva lettere; ma nessuno a bordo sapeva quanto potesse essere loquace con la penna in mano, in quanto il primo macchinista aveva abbastanza immaginazione per tenere chiuso a chiave il suo scrittoio. La moglie di lui apprezzava moltissimo il suo stile. Erano una coppia senza figli, e la signora Rout, una donna prosperosa, popputa, allegra, di quarant’anni, abitava con la sdentata e venerabile madre del signor Rout in un villino nelle vicinanze di Teddington. Scorreva la corrispondenza a colazione con occhi animati e urlava con voce gioiosa i brani interessanti all’anziana signora sorda, facendo precedere ciascun estratto da un grido di avvertimento: «Salomon dice!». Aveva l’abitudine di comunicare le frasi di Salomon anche agli estranei, lasciandoli facilmente stupefatti con il loro tenore inconsueto e l’inaspettata vena scherzosa delle citazioni.
Il giorno in cui il nuovo parroco venne a farle visita per la prima volta al villino, trovò il modo di esclamare: «Come dice Salomon: “i macchinisti che navigano contemplano le meraviglie dell’anima del marinaio”». Ma a un tratto, un mutamento nell’espressione del visitatore la indusse a interrompersi e a fissarlo. «Salomon… Oh!… Signora Rout», balbettò il giovane ecclesiastico, molto rosso in faccia. «Devo dire… che proprio non…».
«È mio marito!», annunciò lei con un gran urlo, arrovesciandosi all’indietro sulla sedia. Resasi conto della situazione comica, rise smoderatamente con il fazzoletto premuto sugli occhi, mentre il suo ospite sedeva con un sorriso forzato, pienamente convinto, a causa della sua inesperienza in fatto di donne allegre, che ella fosse deplorevolmente pazza. In seguito divennero ottimi amici; infatti, assoltala da ogni intenzione irriverente, egli finì con il convincersi che fosse una creatura davvero molto degna; e imparò ben presto ad ascoltare senza trasalire altre citazioni della saggezza salomonica.
«Per parte mia», aveva detto una volta Salomon, stando a sua moglie, «preferisco di gran lunga, come comandante, il più tonto somaro a un furfante. Lo sciocco può sempre essere convinto; ma il furfante è scaltro e scivoloso». Era questa una generalizzazione alquanto audace, suggerita dal caso particolare della lealtà del capitano MacWhirr, la quale, di per sé, aveva un che di greve e di ovvio, come una manciata di argilla. D’altro canto, il signor Jukes, incapace di generalizzare, scapolo e non fidanzato, era solito aprire il proprio cuore, in ben altro modo, con un vecchio amico ed ex compagno di navigazione, in quel momento secondo ufficiale a bordo di un transatlantico.
Anzitutto, insisteva sui vantaggi delle navi mercantili in Oriente, accennando alla loro superiorità rispetto al servizio nell’Oceano occidentale. Magnificava il cielo, il mare, le navi e la vita comoda in Estremo Oriente. Il Nan-Shan, affermava, non era secondo a nessun altro piroscafo.
“Non abbiamo uniformi gallonate, ma d’altro canto siamo come fratelli, qui”, scriveva. “Consumiamo i pasti tutti insieme e viviamo come galli da combattimento… Tutti i ragazzi del locale macchine sono simpatici quanto più non potrebbero, e il vecchio Sai, il primo macchinista, è in gambissima. Siamo ottimi amici. In quanto al nostro vecchio, non potresti trovare un comandante più pacifico. A volte si direbbe che non abbia abbastanza buon senso per accorgersi di quello che non va. Eppure non è affatto così. Non può essere. Comanda navi da parecchi anni, ormai. Non commette errori, in realtà, e fa navigare la sua nave senza rompere le scatole a nessuno. Credo che non sia abbastanza intelligente per divertirsi a fare scenate. Io non approfitto di lui; me ne vergognerei. A parte la routine del servizio, non sembra capire più della metà di quanto gli si dice. A volte questo ci fa ridere; ma è anche noioso, alla lunga, trovarsi con un uomo simile. Il vecchio Sai dice che non ha il dono della conversazione. Conversazione! Oh, Signore! Non parla mai. L’altro giorno stavo chiacchierando sotto il ponte di comando con uno dei macchinisti, e lui dovette sentirci. Quando salii per il mio turno di guardia, uscì dalla sala nautica, si guardò attorno ben bene, diede una sbirciatina ai fanali di via, osservò la bussola, alzò gli occhi verso le stelle. Si comporta sempre così. Dopo un po’ domandò: ‘Era lei a parlare poco fa, nel passaggio di sinistra?’. ‘Sissignore’. ‘Con il terzo macchinista?’. ‘Sissignore’. Andò a dritta, si mise a sedere sotto il paraspruzzi su una sua seggiolina pieghevole da campo, e per circa una mezz’ora non lo si sentì più, a parte forse il fatto che lo sentii starnutire una volta. Poi, dopo qualche tempo, lo udii alzarsi, ed eccolo venire a sinistra, ove mi trovavo io. ‘Non riesco a capire che cosa trova di cui parlare’, disse. ‘Due ore filate. Non è che voglia rimproverarla. A terra, per tutto il giorno, continuo a vedere gente che chiacchiera, e poi la sera si mettono a sedere e continuano a chiacchierare bevendo qualcosa. Si vede che tornano sempre sugli stessi argomenti. Non riesco a capire’.
Hai mai sentito niente di simile? Ed era così paziente al riguardo: ho provato una gran compassione per lui. Ma a volte è anche esasperante. Naturalmente, nessuno farebbe niente per irritarlo, anche se ne valesse la pena, ma non è proprio il caso. È talmente ingenuo che anche se tu dovessi appoggiarti il pollice al naso e agitare le dita nella sua direzione, si limiterebbe a domandarsi, molto gravemente, tra sé a sé, che cosa ti abbia preso. Una volta mi disse chiaro e tondo che gli riusciva molto difficile capire perché la gente si comporti sempre in modo così bizzarro. Ma è troppo ottuso per preoccuparsene, ecco la verità”.
Così scriveva il signor Jukes all’amico della marina mercantile nell’Oceano occidentale, a cuore aperto e con tutta la vivacità della sua fantasia.
Aveva espresso la propria sincera opinione. Non valeva la pena di cercare di far colpo su un uomo come quello. Se il mondo fosse stato pieno di uomini simili, la vita, con ogni probabilità, sarebbe sembrata a Jukes una faccenda affatto divertente e senza scopo.
Non era il solo a pensarla così. Il mare stesso, quasi condividesse la bonaria sopportazione del signor Jukes, non ci si era mai messo di buzzo buono per spaventare quell’uomo taciturno, che di rado alzava gli occhi, e girovagava ingenuamente sulle acque al solo scopo visibile di assicurare vitto, vestiario e alloggio a tre persone sulla terraferma. Brutti tempacci erano capitati anche a lui, naturalmente. Gli era accaduto di bagnarsi, di subire disagi, di stancarsi nel solito modo, ma tutte queste cose le aveva subito dimenticate. E pertanto, in complesso, era stato giustificato scrivendo a casa di aver avuto bel tempo. Ma non aveva mai nemmeno intravisto la forza incommensurabile e la furia smoderata, la furia che si esaurisce spossata, e mai non si placa… la furia e l’ira del mare appassionato.
Sapeva che esistevano, come noi sappiamo che esistono il delitto e l’abominio; ne aveva sentito parlare come il pacifico borghese di una città sente parlare di battaglie, carestie e alluvioni, pur senza sapere un bel nulla di quello che significano queste cose… anche se, in effetti, può essere stato coinvolto in una rissa per la strada, può aver saltato una volta la cena, o essere stato infradiciato fino alla pelle da un acquazzone. Il capitano MacWhirr aveva navigato sulla superficie degli oceani come certi uomini sfiorano gli anni della vita per poi calare dolcemente in una placida tomba, ignorando la vita stessa fino all’ultimo, senza essere mai stati costretti a constatare tutto quel che può contenere in fatto di perfidia, di violenza e di terrore. Esistono, sul mare e sulla terra, uomini così fortunati… o così disdegnati dal destino o dagli oceani.
Capitolo secondo
Notando che il barometro continuava a scendere, il capitano MacWhirr pensò: “Dev’esserci, qui attorno, qualche tempaccio insolitamente brutto”. Ecco, esattamente, quel che pensò. Aveva una certa esperienza in fatto di tempo moderatamente brutto… e il termine “brutto” significava un tempo che causava soltanto modesti disagi ai marinai. Se avesse saputo, da una fonte di indiscussa autorità, che la fine del mondo sarebbe stata causata, in ultimo, da perturbazioni catastrofiche dell’atmosfera, egli avrebbe assimilato la notizia inquadrandola nel semplice concetto di “brutto tempo” e niente di più, perché non aveva alcuna esperienza in fatto di cataclismi, e il credere in una cosa non implica necessariamente che si debba capirla.
La saggezza del suo paese aveva stabilito, mediante un Atto del Parlamento, che prima di poter essere considerato idoneo ad assumere il comando di una nave egli dovesse essere in grado di rispondere a determinate semplici domande sull’argomento delle tempeste circolari, come gli uragani, i cicloni, i tifoni; e a quanto pare MacWhirr era riuscito a rispondere, dato che aveva attualmente il comando del Nan-Shan nei mari cinesi e durante la stagione dei cicloni. Ma se anche aveva risposto, non ricordava più nulla. Si accorgeva, comunque, di provare un certo disagio a causa dell’umida calura. Uscì in plancia e non trovò sollievo alcuno a quell’oppressione. L’aria sembrava densa. Boccheggiò come un pesce e incominciò a credere di essere parecchio giù fisicamente.
Il Nan-Shan stava tracciando dietro di sé una scia che dileguava all’orizzonte in una cerchia di mare la cui superficie e i cui baluginii ricordavano una pezza di seta grigia ondulata. Il sole, scialbo e senza raggi, riversava una calura plumbea in quella luce stranamente indecisa, e i cinesi giacevano prostrati sui ponti. Le loro esangui, tirate facce gialle sembravano le facce di malati di bile. Il capitano MacWhirr ne notò due in particolare, distesi supini sotto il ponte di comando. Non appena chiudevano gli occhi, sembravano morti. Altri tre cinesi, però, stavano litigando in modo barbaro più avanti a prua; e un omaccio seminudo, dalle spalle erculee, si abbandonava afflosciato contro un verricello; un altro, seduto sul ponte con le ginocchia alzate e la testa ciondolante da un lato in atteggiamento femmineo, si stava intrecciando il codino, con un languore infinito che gli permeava l’intera persona e il movimento stesso delle dita. Il fumo usciva a stento dal fumaiolo, e invece di fuggir via si allargava come una sorta di nube infernale, maleodorante di zolfo, facendo piovere fuliggine dappertutto sui ponti.
«Che diavolo sta facendo là, signor Jukes?», domandò il capitano MacWhirr.
Questo modo inconsueto di rivolgerglisi, sebbene bofonchiato più che pronunciato con chiarezza, fece sì che il corpo del signor Jukes trasalisse come se fosse stato pungolato sotto la quinta costola. L’ufficiale aveva fatto portare in plancia una panchetta bassa e, seduto su di essa, con un tratto di corda arrotolato ai piedi e un pezzo di tela disteso sulle ginocchia, stava manovrando con vigorosa energia un ago da vela. Alzò gli occhi e la meraviglia diede al suo sguardo un’espressione di ingenuità e di candore.
«Sto soltanto cucendo la fune intorno ad uno di quei nuovi sacchi che preparammo durante l’ultimo viaggio per caricare il carbone», protestò con dolcezza. «Ne avremo bisogno per il prossimo rifornimento, signore».
«Dove sono finiti gli altri?»
«Be’, si sono logorati, naturalmente, signore».
Il capitano MacWhirr, dopo aver guardato con aria irresoluta il suo secondo, espresse il cupo e cinico convincimento che più della metà dei sacchi fosse stata lasciata cadere in mare. «Se soltanto si sapesse la verità», concluse, e se ne andò sull’altra ala di plancia.
Jukes, esasperato dall’attacco che non aveva alcuna giustificazione, ruppe l’ago al secondo punto e, lasciato a mezzo il lavoro, si alzò e imprecò contro la calura, violentemente ma sottovoce.
L’elica batteva con tonfi sordi nell’acqua, i tre cinesi a prora avevano smesso di litigare tutto a un tratto, e quello che si era intrecciato il codino, allacciandosi le gambe, guardò con un’aria scoraggiata oltre le proprie ginocchia. La spettrale luce del sole proiettava ombre smorte e scialbe. Il moto ondoso diveniva più alto e più rapido ad ogni momento, e la nave beccheggiava pesantemente nelle lisce e profonde cavità del mare.
«Mi domando da dove vengano queste onde bestiali», disse Jukes, a voce alta, ritrovando l’equilibrio dopo aver barcollato.
«Da nord-est», grugnì il prosaico MacWhirr, sull’ala di plancia. «Deve esserci qualche brutto tempaccio qui attorno. Vada a dare un’occhiata al barometro».
Quando Jukes uscì dalla sala nautica, l’espressione di lui era passata alla pensosità e alla preoccupazione. Si afferrò al parapetto della plancia e guardò dinanzi a sé.
La temperatura nella sala macchine era salita a oltre quarantasette gradi. Voci irritate stavano salendo dall’osteriggio e dalle prese di ventilazione del locale caldaie, un clamore aspro ed echeggiante, al quale si mescolavano clangori irosi e raschi metallici, quasi che uomini dalle membra di ferro e dalle gole di bronzo si stessero azzuffando là sotto. Il secondo macchinista stava inveendo contro i fuochisti perché avevano lasciato scendere la pressione del vapore.
Era un uomo con le braccia nerborute di un fabbro, temuto quasi da tutti; ma quel pomeriggio i fuochisti gli stavano rispondendo temerariamente e sbattevano gli sportelli dei focolari con la furia della disperazione. Poi lo strepito cessò di colpo e il secondo macchinista apparve, uscendo dalla sala caldaie striato di fuliggine e madido di sudore come uno spazzacamino. Non appena ebbe la testa fuori, prese a rimproverare Jukes perché non aveva orientato a dovere le prese di ventilazione; e, rispondendogli, Jukes fece con le mani gesti di deprecazione che intendevano calmarlo e significavano: «Non c’è vento… niente da fare… può costatarlo anche lei».
Ma l’altro non volle ascoltar ragione. I denti gli balenarono irosamente nella faccia sudicia. Se ne infischiava, disse, del fastidio di dover prendere a pugni le loro dannate teste, là sotto, il diavolo si portasse l’anima sua, ma i marinai, potessero essere condannati all’inferno, credevano forse che egli riuscisse a mantenere la pressione nelle caldaie dimenticate da Dio soltanto prendendo a pugni i dannati fuochisti? No, cribbio! Ci voleva anche un po’ di ventilazione, e che potessero maledirlo per l’eternità come un marinaio di coperta maldestro se non era così!
E per giunta c’era il primo macchinista che faceva il diavolo a quattro davanti al manometro e farneticava come un matto andando avanti e indietro nella sala macchine, da mezzogiorno. Che cosa credeva di combinare Jukes, lassù in plancia, se non era capace di fare orientare verso il vento i ventilatori da uno dei suoi rammolliti e buoni a niente storpi di coperta?
I rapporti tra la «sala macchine» e la «coperta» del Nan-Shan erano, come già sappiamo, di natura fraterna; per conseguenza Jukes si sporse ed esortò l’altro, con moderazione, a non essere disgustoso e a non fare il somaro; c’era il comandante sull’altra ala di plancia. Ma il secondo macchinista dichiarò, nel tono di un ammutinato, che non gli importava un fico di sapere chi c’era sull’altra ala di plancia, e Jukes, passando in un lampo dalla maestosa disapprovazione ad uno stato di esaltazione, lo invitò, in termini affatto lusinghieri, a salire in coperta e a orientare lui stesso come più gli piaceva i bestiali ventilatori, approfittando di quel vento che un somaro par suo sarebbe riuscito a trovare.
Il secondo macchinista raccolse il guanto della sfida. Si gettò sul ventilatore di sinistra come se avesse voluto svellerlo tutto intero dal ponte e scaraventarlo in mare. Riuscì soltanto a farne girare la cuffia di pochi centimetri, con un enorme sperpero di energia, e parve sfiancato dallo sforzo. Si appoggiò alla parete del ponte di comando e Jukes lo raggiunse laggiù.
«Oh, santo Cielo!», balbettò il macchinista con voce fioca. Alzò gli occhi al cielo, poi abbassò lo sguardo vitreo fino all’orizzonte che, inclinato ad un angolo di quaranta gradi, parve per un momento in bilico e sul punto di cadere, ma tornò poi ad abbassarsi adagio. «Santo Cielo! Auff! Che cosa sta succedendo, si può sapere?».
Jukes, le lunghe gambe divaricate come un compasso, assunse un’aria di superiorità. «Questa volta ci capitiamo dentro», disse. «Il barometro sta scendendo a valanga, Harry. E lei si mette stupidamente a fare il diavolo a quattro…».
La parola “barometro” parve far rivivere la folle animosità del secondo macchinista. Chiamando nuovamente a raccolta tutte le sue energie, egli invitò Jukes, in tono basso e brutale, a ficcarsi l’innominabile strumento nel dannato gargarozzo. Chi se ne fregava del suo stupido strumento? Era il vapore… la pressione del vapore… che stava scendendo; e che dire poi del fuochista svenuto e del primo macchinista che imperversava? Altro che vita da cani la sua! Non gli importava un fico secco se di lì a poco l’intera baracca sarebbe colata a picco! Parve sul punto di mettersi a piangere, ma, dopo aver ripreso fiato, borbottò oscuramente: «Li farò svenire io», e corse via. Si soffermò sul boccaporto quanto bastava per minacciare con il pugno l’innaturale luce del giorno, poi scomparve nel nero baratro con un grido di guerra.
Quando Jukes si voltò, lo sguardo gli cadde sulle spalle tonde e le grandi orecchie rosse del capitano MacWhirr, venuto da quella parte. Il comandante non guardò l’ufficiale, ma disse subito: «È un uomo molto violento, quel secondo macchinista».
«Abilissimo nel suo mestiere, però», grugnì Jukes. «Non riescono a mantenere alta la pressione», soggiunse rapidamente, e afferrò il corrimano preparandosi all’imminente rollio.
Il capitano MacWhirr, impreparato, partì di corsa e andò a fermarsi con un sussulto contro il montante del tendalino.
«Un uomo blasfemo», disse, cocciuto. «Se continuerà in questo modo, dovrò liberarmi di lui alla prima occasione».
«È il caldo», osservò Jukes. «Un tempo spaventoso. Farebbe imprecare anche un santo. Anche quassù mi sembra, né più né meno, di avere la testa avvolta in una coperta di lana».
Il capitano MacWhirr alzò gli occhi. «Intende dire, signor Jukes, che qualche volta si è avvolto la testa con una coperta di lana? A quale scopo?»
«È un modo di dire, signore», osservò Jukes, imperturbabile.
«Alcuni di voi ne dicono di sciocchezze! Cos’è questa storia dei santi che imprecano? Vorrei che lei non parlasse così a vanvera. Che santi sarebbero se imprecassero? Non sarebbero più santi di lei, presumo. E che cosa c’entra la coperta di lana… o anche il tempo, del resto…? La calura non fa imprecare me, le pare? È soltanto una questione di riprovevole irascibilità. Ecco di che si tratta. E a che cosa le giova esprimersi in questo modo?».
Così si lagnò il capitano MacWhirr dell’impiego di immagini nel discorso e, concludendo, elettrizzò Jukes con uno sbuffo sprezzante, seguito da parole appassionate e risentite: «Dannazione! Lo faccio sbarcare da questa nave se non sta attento!».
E Jukes, incorreggibile, pensò: “Dio buono! Qualcuno ha messo un cuore nuovo nel vecchio. Questa si chiama collera. Naturalmente è il tempo; che altro potrebbe essere? Renderebbe litigiosi anche gli angeli… e non soltanto i santi”.
Tutti i cinesi in coperta sembravano in fin di vita.
Al momento di tramontare, il sole parve rimpicciolito di diametro e di un colore rossiccio spento, di una luminosità senza raggi, come se da quel mattino fossero trascorsi milioni di secoli e lo avessero avvicinato alla sua fine. Un denso banco di nubi divenne visibile a nord; aveva un sinistro color oliva scuro e gravava basso e immoto sul mare, simile a un ostacolo compatto sulla rotta della nave. Quest’ultima procedeva faticosamente verso di esso come una creatura spossata spinta verso la morte. Il crepuscolo color rame si ritirò adagio e l’oscurità fece emergere in alto uno sciame di grosse stelle baluginanti che, quasi qualcuno vi soffiasse sopra, guizzavano eccessivamente e sembravano sospese molto vicino alla terra.
Alle otto, Jukes entrò nella sala nautica per le annotazioni nel giornale di bordo.
Copiò in bell’ordine dal brogliaccio il numero delle miglia, la rotta della nave e, nella colonna riservata al VENTO, scarabocchiò la parola “calma” dall’alto in basso per il periodo delle otto ore dopo mezzogiorno. Era esasperato dall’incessante, monotono rollio della nave. Il pesante calamaio scivolava in un modo da far pensare a un’intelligenza perversa nello schivare la penna. Dopo avere scritto, nell’abbondante spazio sotto l’intestazione OSSERVAZIONI, “Calura molto opprimente”, strinse tra i denti l’estremità della penna, come se si fosse trattato di una pipa, e si asciugò accuratamente il viso.
“La nave sta rollando pesantemente su alte onde al traverso”, ricominciò a scrivere, e tra sé e sé commentò: “Pesantemente non è la parola adatta”. Poi scrisse: “Tramonto minaccioso, con basso banco di nubi a N. e a E. Cielo limpido in alto”.
Lungo disteso sul tavolo, con la penna ferma, guardò fuori della porta e, nell’incorniciatura che delimitava la sua visuale, vide tutte le stelle volare all’insù tra gli stipiti di legno di teak in un cielo nero. L’intero sciame fuggì insieme e scomparve, lasciando soltanto una tenebra maculata da lampi bianchi, poiché il mare era nero quanto il cielo e altrettanto punteggiato, ma da spume lontane. Le stelle fuggite al rollio tornarono indietro al movimento opposto della nave, accorrendo all’ingiù nella loro lucente moltitudine, composta non già di puntini luminosi, ma di minuscoli dischi che brillavano con un limpido, umido splendore.
Jukes osservò per un momento il volo delle grandi stelle, e poi scrisse: “Ore 20. Il moto ondoso aumenta. La nave procede a fatica e imbarca acqua in coperta. Coolies rinchiusi sottocoperta per la notte. Il barometro continua a scendere”. Si interruppe e pensò tra sé e sé: “Forse andrà tutto a finire in niente”. Poi concluse risolutamente le annotazioni: “Tutto lascia credere che si avvicini un tifone”.
Mentre stava per uscire dovette scostarsi e il capitano MacWhirr varcò la soglia senza dire una parola né fare un cenno.
«Chiuda la porta, signor Jukes, le spiace?», gridò da dentro.
Jukes si voltò per chiudere, borbottando ironicamente: «Ha paura di buscarsi un raffreddore, immagino». Il suo turno di guardia era finito, ma anelava a comunicare con i propri simili, e fece osservare allegramente al terzo ufficiale: «Non sembra poi mettersi tanto al brutto, tutto sommato… le pare?».
Il terzo ufficiale stava andando avanti e indietro in plancia, ora scendendo a passettini brevi, ora salendo con difficoltà su per la mutevole inclinazione del ponte di comando. Al suono della voce di Jukes si fermò, voltato verso prora, ma non rispose.
«Ehilà! Questa è alta», disse Jukes, chinandosi per essere preparato al lungo rollio finché, con la mano abbassata, non toccò le assi del pavimento. Questa volta il terzo ufficiale fece sentire nella gola un suono di carattere ostile.
Era un ometto piuttosto anziano e male in arnese, con i denti guasti e non un pelo sulla faccia. Era stato imbarcato in fretta e furia a Shangai durante il viaggio in cui il terzo ufficiale venuto dall’Inghilterra aveva ritardato per tre ore la nave in porto riuscendo (in qual modo il capitano MacWhirr non era mai riuscito a capirlo) a cadere in una bettolina di carbone scarica accostata alla nave, ed era stato mandato a terra in ospedale con la commozione cerebrale e una o due fratture agli arti.
Jukes non si lasciò scoraggiare dal suono poco amichevole. «I cinesi devono divertirsi, là sotto», disse. «È una fortuna per loro che la vecchia ragazza abbia il rollio più dolce di ogni nave sulla quale sono stato. Ecco che ci risiamo. Questa non era tanto brutta».
«Aspetti», ringhiò il terzo ufficiale.
Con il naso aguzzo, rosso in punta, e le labbra sottili e livide, aveva sempre l’aria di essere furibondo dentro di sé; ed era laconico nell’esprimersi fino a rasentare la villania. Tutto il tempo libero dal servizio lo trascorreva nella propria cabina, con la porta chiusa, rimanendovi così immobile e silenzioso da far supporre a tutti che si addormentasse non appena entratovi; ma l’uomo che andava a destarlo per il turno di guardia in plancia, lo trovava invariabilmente con gli occhi sbarrati, disteso supino sulla cuccetta e si vedeva fissare con irritazione da un guanciale sudicio. Non scriveva mai lettere, sembrava che non aspettasse notizie da nessuno; e sebbene una volta fosse stato udito accennare a West Hartlepool, lo aveva fatto in tono estremamente amaro e soltanto a proposito delle rette ladresche di una pensione.
Era uno di quegli uomini che vengono presi a bordo, in caso di necessità, nei porti di tutto il mondo. Sono abbastanza capaci, sembrano trovarsi in gravissime difficoltà economiche, non risulta che abbiano alcun vizio, ma si notano in essi tutti gli indizi di un ovvio insuccesso. Si imbarcano in caso di emergenza, si infischiano di qualunque nave, vivono nella loro atmosfera di casuali conoscenze tra i compagni di navigazione, i quali non sanno nulla di loro, e decidono di andarsene proprio nei momenti meno opportuni. Se ne vanno senza una parola di saluto in qualche porto dimenticato da Dio, ove altri uomini temerebbero di restare, e scendono a terra con una malconcia cassetta da marinaio, legata con corde come se contenesse un tesoro, e con l’aria di volersi togliere dalle scarpe la polvere della nave.
«Aspetti», egli ripeté, equilibrato durante gli ampi rollii e voltando le spalle a Jukes, immobile e implacabile.
«Vuol dire che stiamo per passarla brutta?», domandò Jukes con un interessamento fanciullesco.
«Dire?… Non dico niente. Lei non mi ci fa cascare», scattò il piccolo terzo ufficiale con un misto di orgoglio, di scherno e di scaltrezza, come se la domanda di Jukes fosse stata una trappola abilmente individuata. «Oh, no, nessuno di voi qui mi farà passare per stupido se dipenderà da me», farfugliò come a se stesso.
Jukes si disse rapidamente che questo terzo ufficiale era un individuo odioso e meschino, e in cuor suo si augurò che il povero Jack Allen non si fosse mai fracassato sulla bettolina. La lontana tenebra a prora della nave era come un’altra notte veduta attraverso la notte stellata della terra… la notte senza stelle delle immensità al di là dell’universo creato, rivelata nella sua spaventosa immobilità attraverso un basso spiraglio nella sfera rutilante della quale la terra è il nocciolo.
«Qualunque cosa possa trovarsi laggiù», disse Jukes, «stiamo navigando proprio in quella direzione».
«Lo ha detto lei», lo interruppe il terzo ufficiale, sempre voltandogli le spalle. «Lo ha detto, lei, badi… non io».
«Oh, vada a Gerico!», esclamò Jukes, apertamente; e l’altro si lasciò sfuggire una risatina trionfante.
«Lo ha detto lei», ripeté.
«E con questo?»
«Ho conosciuto alcuni uomini davvero capaci che si misero nei guai con il loro comandante per aver detto molto di meno, accidenti», rispose febbrilmente il terzo ufficiale. «Oh, no! Lei non mi ci fa cadere».
«Sembra maledettamente ansioso di non tradirsi», disse Jukes, esasperato da tanta assurdità. «Io non avrei paura di dire quello che penso».
«Già, a me. Non ci vuole un gran coraggio. Non sono nessuno, io, e lo so bene».
La nave, dopo qualche momento di relativa stabilità, iniziò una serie di rollii, uno peggiore dell’altro, e per qualche tempo Jukes, mentre si sforzava di mantenere l’equilibrio, fu troppo impegnato per aprir bocca. Non appena le violente oscillazioni furono alquanto diminuite, disse: «Questo mare mi sembra un po’ eccessivo. Debba accadere qualcosa o meno, penso che la nave dovrebbe prendere le onde di prora. Il vecchio è appena andato a coricarsi. Il diavolo mi porti se non gli parlerò».
Ma quando aprì la porta della sala nautica, vide il comandante intento a leggere un libro. Il capitano MacWhirr non era coricato; rimaneva in piedi, aggrappato con una mano all’orlo dello scaffale, e con l’altra teneva aperto davanti alla sua faccia un grosso tomo. La lampada oscillava sulla sospensione cardanica, i libri si inclinavano da un lato all’altro sullo scaffale, l’estremità del lungo barometro tracciava semicerchi sussultanti, come un pendolo, il tavolo modificava la propria inclinazione ad ogni momento. Tra tutta quell’agitazione e quel movimento, il capitano MacWhirr, reggendosi allo scaffale, mostrò gli occhi sopra l’orlo superiore del volume e domandò:
«Che cosa c’è?»
«Il moto ondoso sta peggiorando, signore».
«L’ho notato anche qui dentro», borbottò il capitano MacWhirr. «Qualcosa che non va?».
Jukes, sconcertato in cuor suo dalla serietà degli occhi che lo fissavano oltre il libro, incurvò le labbra in un sorriso imbarazzato.
«Sta rollando come un trabiccolo», disse timidamente.
«Eh, sì! Balla… balla parecchio, Che cosa vuole?».
A queste parole Jukes si sentì mancare il terreno sotto i piedi e cominciò ad affondare.
«Stavo pensando ai nostri passeggeri», disse, come il naufrago che si afferra a una pagliuzza.
«Passeggeri?», domandò il capitano, gravemente. «Quali passeggeri?»
«Ma i cinesi, signore», spiegò Jukes, molto sconvolto dalla conversazione.
«I cinesi! Perché non si esprime con chiarezza? Non capivo a che cosa si riferisse. Mai sentito parlare prima d’ora di un branco di coolies come di passeggeri. Passeggeri, figurarsi! Che cosa le prende?».
Il capitano MacWhirr, chiuso il volume sul proprio dito indice, abbassò il braccio e parve completamente disorientato. «Perché sta pensando ai cinesi, signor Jukes?», domandò.
Jukes spiccò il salto, come un uomo che vi fosse costretto. «Sta rollando al punto da avere i ponti pieni d’acqua, signore. Pensavo che avrebbe potuto mettere la prora sull’onda magari… per qualche tempo. Finché il mare non si calmi un po’… il che accadrà presto, credo. Fare rotta a est. Non ho mai visto una nave rollare in questo modo».
Rimase sulla soglia, e il capitano MacWhirr, sentendo che la presa sullo scaffale era insufficiente, decise di mollarla subito e cadde pesantemente sul divano.
«Rotta a est?», disse, sforzandosi di alzarsi. «È una deviazione di oltre quattro punti».
«Sì, signore. Cinquanta gradi. Basterebbe per farle aggirare questo…».
Il capitano MacWhirr si era adesso drizzato a sedere. Non aveva lasciato cadere il libro ed era riuscito a non perdere il segno.
«A est?», ripeté, con crescente stupore. «A… Ma dove crede che siamo diretti? Vuole che faccia deviare una nave a vapore di quattro punti dalla sua rotta perché i cinesi stiano comodi? Ah, be’, so che se ne fanno di pazzie a questo mondo… ma adesso… Se non la conoscessi, Jukes, penserei che ha bevuto. Deviare di quattro punti dalla rotta… E poi? Una deviazione di quattro punti nella direzione opposta, presumo, per tornare sulla rotta giusta. Che cosa le ha fatto venire in mente che avrei cominciato a bordeggiare con un piroscafo come se si trattasse di un veliero?»
«Meno male che non lo è», lo interruppe Jukes, con amara prontezza. «Avrebbe perduto tutti i benedetti alberi, questo pomeriggio».
«Già! E lei sarebbe stato costretto a rimanere con le mani in mano guardandoli cadere», disse il capitano MacWhirr, dando prova di una certa animazione. «Non c’è un filo di vento, vero?»
«Infatti, signore. Ma è certo che sta per accadere qualcosa di insolito».
«Può darsi. Lei pensava, presumo, che dovrei allontanarmi da quel banco di nuvole», disse il capitano MacWhirr, parlando con la massima semplicità di modo e di tono, e guardando fissamente il linoleum del pavimento. Non poté notare, così, né la sconfitta di Jukes, né la sua espressione, incerta tra l’irritazione e uno sbalordito rispetto.
«Ebbene, c’è qui questo libro», egli continuò con decisione, battendosi sulla coscia il libro chiuso. «Vi stavo leggendo il capitolo sulle tempeste».
Questo era vero. Aveva letto il capitolo sulle tempeste. Entrando nella sala nautica non aveva avuto l’intenzione di prendere il libro. Un certo che nell’atmosfera… quello stesso influsso misterioso, probabilmente, che aveva indotto il cambusiere a portare di sua iniziativa gli stivaloni di gomma e l’impermeabile di cerata del comandante nella sala nautica… si era fatto sentire, guidando la sua mano verso lo scaffale; e, senza concedersi il tempo di sedere, MacWhirr aveva affrontato con uno sforzo cosciente la terminologia dell’argomento. Si era smarrito tra semicerchi in avanzata, quadranti sinistro e destro, curve di traiettoria, posizione probabile del vortice, cambiamenti di direzione del vento e letture di barometri. Cercando di porre tutto ciò in una relazione precisa con se stesso, aveva finito con il sentirsi sprezzante e rabbioso nei confronti di quel mucchio di parole e di un così gran numero di consigli, tutte cose teoriche e supposizioni, senza un solo barlume di certezza.
«È infernale, Jukes», disse. «Se si dovesse credere a tutto quello che sta scritto qui, non si farebbe che correre in tutte le direzioni sul mare, la maggior parte delle volte, cercando di lasciarsi il maltempo a poppa».
Di nuovo si batté il volume sulla gamba; e Jukes aprì la bocca ma non disse nulla.
«Fuggire per lasciarsi il maltempo a poppa! Ha capito signor Jukes? È pazzesco!», esclamò il capitano MacWhirr, senza riprendere fiato, contemplando il pavimento, profondamente assorto. «Si direbbe che questo libro sia stato scritto da una vecchia. Supera la mia capacità di comprensione. Se i consigli dati qui sono utili, dovrei modificare immediatamente la rotta, andare al diavolo chissà dove e poi arrivare a Fu-chau dal nord sulla coda di questa perturbazione che dovrebbe trovarsi sulla nostra rotta attuale. Da nord! Capisce, signor Jukes? Trecento miglia in più da percorrere, e una bella fattura di carbone da esibire. Non mi indurrei a far questo nemmeno se ogni parola del libro fosse Vangelo, signor Jukes. Si aspetta forse che io…?».
E Jukes, silenzioso, si meravigliò di quello sfoggio di passione e di loquacità. «Ma la verità è che non si può sapere se l’autore abbia ragione. In che modo si può stabilire com’è una tempesta finché non ci si arriva sotto? Lui non si trova mica a bordo, no? Benissimo. Dice, qui, che il centro di questi tifoni si trova a otto punti dalla direzione del vento; ma noi non abbiamo alcun vento, nonostante tutta la discesa del barometro. Dov’è allora il centro?»
«Il vento lo avremo tra poco», mormorò Jukes.
«Lasciamo che venga, allora», disse il capitano MacWhirr, con dignitosa indignazione. «È soltanto per farle capire, signor Jukes, che nei libri non si trova tutto. Tutte queste norme per evitare le brezze e per aggirare i venti del cielo, signor Jukes, mi sembrano una vera pazzia, se si esamina la questione ragionevolmente».
Alzò gli occhi, vide Jukes che lo scrutava dubbioso, e si accinse a chiarire il proprio pensiero.
«Una cosa bizzarra quanto la sua straordinaria idea di mettere la nave con la prora alle onde, non so per quanto tempo, allo scopo di fare star comodi i cinesi; mentre noi non dobbiamo fare altro che portarli a Fu-chau, in quanto siamo aspettati laggiù prima di venerdì a mezzogiorno. Se il maltempo mi farà ritardare… pazienza. C’è il giornale di bordo che parla chiaro per quanto concerne le condizioni meteorologiche. Ma supponiamo che io deviassi dalla rotta e arrivassi con un ritardo di due giorni e mi domandassero: «Dove è stato in tutto questo tempo, capitano?». Che cosa potrei rispondere? «Ho fatto un lungo giro per evitare una tempesta», direi. «Doveva essere davvero terribile», direbbero loro. «Non lo so», io sarei costretto a rispondere. «L’ho evitata completamente». Capisce, Jukes? Ci ho pensato per tutto il pomeriggio».
Alzò di nuovo gli occhi nella sua consueta maniera priva di immaginazione, che non vedeva nulla. Nessuno lo aveva mai udito dire tante cose in una volta sola. Jukes, con le braccia aperte sulla soglia, era come un uomo invitato ad assistere a un miracolo. Gli occhi di lui esprimevano un illimitato stupore, mentre tutto il suo atteggiamento esprimeva incredulità.
«Una tempesta è una tempesta, signor Jukes», continuò il capitano, «e una nave a vapore deve affrontarla. Il maltempo imperversa dappertutto nel mondo e la cosa opportuna da farsi consiste nel passarvi attraverso senza tenere alcun conto di quella che il vecchio capitano Wilson del Melita definisce “strategia della tempesta”. L’altro giorno, a terra, l’ho sentito pontificare al riguardo con un gran numero di comandanti di navi seduti a un tavolo accanto al mio. Le sue mi sono sembrate enormi assurdità. Stava descrivendo loro come era riuscito ad aggirare una “burrasca terrificante”, così mi sembra che si sia espresso, in modo da non averla mai a meno di cinquanta miglia. Un bell’esempio di lavoro mentale, lo definiva. Ma non riesco proprio a capire come facesse a sapere che v’era una burrasca terribile a cinquanta miglia. Lo ascoltavo come si ascolta un matto. Credevo che il capitano Wilson fosse abbastanza anziano per saperla più lunga».
Il capitano MacWhirr si interruppe per un momento, poi disse: «È il suo turno di riposo, signor Jukes?».
Jukes rientrò in sé con un sussulto. «Sissignore».
«Lasci detto di chiamarmi al minimo cambiamento», gli ordinò il capitano. Si sporse per rimettere a posto il volume e tirò su le gambe sul divano. «Chiuda la porta in modo che non si spalanchi, le spiace? Non sopporto di sentire sbattere le porte. Devo dire che hanno applicato un mucchio di serrature fasulle su questa nave».
Il capitano MacWhirr chiuse gli occhi.
Li chiuse per riposare. Era stanco, e stava provando quello stato di vuoto mentale che sopraggiunge al termine di una discussione spossante la quale abbia liberato qualche convinzione maturata nel corso di anni di meditazioni. In realtà, se soltanto lo avesse saputo, la sua era stata una professione di fede; e il suo effetto consistette nel far sì che Jukes, all’altro lato della porta, rimanesse per un bel pezzo a grattarsi la testa.
Il capitano MacWhirr aprì gli occhi.
Pensò che doveva essersi addormentato. Cos’era mai quel gran rumore? Il vento? Perché non lo avevano chiamato? La lampada oscillava sulla sospensione cardanica, il barometro tracciava semicerchi, il tavolo modificava la propria inclinazione ad ogni momento; due flosci stivaloni di gomma con i gambali piegati passarono scivolando davanti al divano. Egli sporse all’istante una mano e ne catturò uno.
La faccia di Jukes apparve nello spiraglio della porta: soltanto la sua faccia, molto rossa, con gli occhi fissi. La fiamma della lampada guizzò, un pezzo di carta volò in alto, una folata d’aria avviluppò il capitano MacWhirr. Incominciando a calzare lo stivale, egli rivolse uno sguardo interrogativo alle fattezze gonfie ed eccitate di Jukes.
«È cominciato così», gridò Jukes, «cinque minuti fa… tutto a un tratto».
La testa scomparve, si udì un tonfo e uno scroscio violento di gocce d’acqua percosse la porta chiusa, come se un secchio di piombo fuso fosse stato scagliato contro il ponte di comando. Al di sopra dello strepitio profondo e vibrante all’esterno si poteva udire adesso un sibilo. L’afosa sala nautica sembrava piena di correnti d’aria, come una tettoia. Il capitano MacWhirr agguantò l’altro stivale mentre passava con violenza sul pavimento. Non era agitato, ma non riuscì a trovare subito l’apertura per inserirvi il piede. Le scarpe che si era tolto stavano sgattaiolando da un lato all’altro della sala nautica e folleggiavano scherzosamente l’una con l’altra come due cuccioli. Non appena si fu alzato, sferrò loro un calcio rabbioso, ma senza alcun effetto.
Assunse l’atteggiamento di uno schermidore lanciato in un a fondo per afferrare l’impermeabile di cerata; e in seguito barcollò dappertutto qua e là nella cabina, mentre lo indossava a strattoni. Molto serio, divaricando il più possibile le gambe, e allungando il collo, si accinse ad annodare con deliberazione i lacci dell’impermeabile sotto il mento, con le dita tozze che tremavano lievemente. Fece tutti i movimenti di una donna che si mette il cappellino davanti allo specchio, con un’attenzione tesa, rimanendo in ascolto, quasi si aspettasse di sentire gridare il suo nome da un momento all’altro nel clamore confuso che improvvisamente aveva assediato la sua nave. L’intensificarsi dello strepito gli riempì le orecchie mentre si accingeva ad uscire e ad affrontare qualsiasi cosa esso potesse significare. Era un clamore tumultuoso e altissimo… formato dall’impeto del vento e dagli scrosci del mare, con quella protratta e profonda vibrazione nell’aria, simile al rullare di un immenso e remoto tamburo che annunciasse la carica della tempesta.
Rimase immobile per un momento nella luce della lampada, tarchiato, goffo, informe con l’armatura da combattimento, vigile e acceso in faccia.
«Non è uno scherzo», mormorò.
Non appena tentò di aprire la porta, il vento vi si ingolfò. Avvinghiato alla maniglia, fu trascinato fuori, oltre la soglia, e subito si trovò alle prese con il vento, in una sorta di zuffa personale il cui scopo era la chiusura di quella porta. All’ultimo momento, una lingua d’aria si insinuò all’interno e spense la fiamma della lampada.
A prora della nave scorse una vasta oscurità che gravava su una moltitudine di lampi bianchi; sulla dritta, alcune stelle stupefacenti erano sospese, fioche e baluginanti, sopra un’immensa distesa di mare infuriato, come si potrebbe vederlo attraverso nembi di fumo impazziti.
Sul ponte, un gruppo di uomini, indistinti e indaffarati, stavano compiendo sforzi enormi alla luce delle finestre della timoneria che splendeva nebulosamente sulle loro teste e le loro spalle. A un tratto l’oscurità spense un riquadro, poi l’altro. Le voci del gruppo scomparso gli giunsero come si odono le voci degli uomini nella tempesta, a brandelli e frammenti di un urlio sperduto, saettanti accanto all’orecchio. Tutto a un tratto Jukes apparve al suo fianco, urlante, a testa bassa.
«La guardia… ha messo… imposte alla timoneria… vetri… temo… sfondati».
Jukes udì il suo comandante che lo rimproverava.
«Come mai… avevo detto… di chiamarmi… qualunque cosa».
Cercò di spiegare, mentre il tumulto gli premeva le labbra.
«C’è stata dapprima una brezza leggera… sono rimasto… in plancia… all’improvviso… da nord-est… ho pensato… che senz’altro… avesse sentito».
Erano arrivati al riparo della tendalina e riuscirono a conversare alzando la voce come quando la gente litiga.
«Ho ordinato agli uomini di coprire tutti i ventilatori. Per fortuna ero rimasto in coperta. Non pensavo che si sarebbe addormentato e così… Come ha detto, signore? Che cosa ha detto?»
«Niente», gridò il capitano MacWhirr. «Ho detto… sta bene».
«Per tutti i demoni! Ci siamo, stavolta», osservò Jukes con un urlo.
«Non ha modificato la rotta, per caso?», domandò il capitano MacWhirr, forzando la voce.
«Nossignore, no di certo. Il vento è arrivato proprio di prora… ed ecco adesso anche il mare di prora».
Un beccheggio violento della nave si concluse con un urto, come se essa fosse andata a finire con la prua su qualcosa di solido. Dopo un attimo di immobilità, un maestoso volo di spruzzi finì violentemente, spinto dal vento, sulle loro facce.
«Teniamola sulla rotta finché potremo», urlò il capitano MacWhirr.
Prima che Jukes si fosse tolto l’acqua salata dagli occhi, tutte le stelle erano scomparse.
Capitolo terzo
Gettando le reti in mare, non si sarebbe potuto pescare più d’una mezza dozzina di giovani secondi pronti e preparati quanto Jukes; e sebbene egli fosse stato colto alquanto di sorpresa dalla stupefacente violenza della prima raffica, si era ripreso all’istante, aveva chiamato gli uomini e si era affrettato a impartire l’ordine di chiudere sui ponti tutte quelle aperture che non fossero già state ben fermate in precedenza. Urlando con la sua voce fresca e stentorea: «Forza, ragazzi, date una mano!», si era messo alla loro testa, dicendo a se stesso, nel frattempo, che si aspettava qualcosa di simile.
Ma al contempo, diveniva sempre più consapevole del fatto che quanto accadeva era più di quanto si fosse aspettato. Sin dal primo soffio d’aria che aveva sentito sulla gota, la burrasca sembrava assumere l’impeto accumulato di una valanga. Massicce sventagliate di spruzzi avviluppavano il Nan-Shan da prora a poppa, e all’istante, nel bel mezzo del suo regolare rollio il piroscafo incominciò a beccheggiare, tuffandosi come se fosse impazzito di paura.
Jukes pensò: “Questo non è uno scherzo”. Mentre stava scambiando urli esplicativi con il comandante, un calare improvviso delle tenebre pervase la notte, interponendosi dinanzi alla loro visuale come un che di palpabile. Era come se tutte le luci indirette del mondo fossero state spente. Jukes fu lieto senza riserve di avere al fianco il capitano. Provò una sensazione di sollievo, come se quell’uomo, semplicemente venendo in plancia, si fosse caricato sulle spalle quasi tutto il peso della tempesta. Tale è il prestigio, il privilegio e il fardello del comando.
Il capitano MacWhirr non poteva aspettarsi un sollievo analogo da nessuno al mondo. Tale è la solitudine del comando. Si stava sforzando di capire, in quella maniera guardinga del marinaio che fissa il vento negli occhi come se fossero gli occhi di un avversario, di penetrare le intenzioni nascoste e di indovinare la direzione e la forza del colpo. Il forte vento si scagliava contro di lui da una vasta oscurità; egli sentiva sotto i piedi l’inquietudine della nave e non poteva nemmeno discernere l’ombra dalla sua sagoma; si augurò che non fosse così; e aspettò, del tutto immobile, sentendosi pervaso dall’impotenza di un cieco.
Tacere gli era connaturale, facesse buio o splendesse il sole; Jukes, accanto a lui, si fece udire urlando allegramente, tra una raffica e l’altra: «Dobbiamo averne preso il peggio subito, signore».
Un fioco prorompere di lampi vibrò tutto attorno, quasi fosse balenato in una caverna… in una nera e segreta cavità del mare, la cui volta fosse costituita da creste spumeggianti.
Quel chiarore svelò per un momento sinistro e fluttuante una lacera massa di nubi bassissime, il rollio dei lunghi contorni della nave, le nere sagome degli uomini sorpresi sul ponte, a testa bassa, quasi pietrificati nell’atto di cornare. Le tenebre tornarono ad abbassarsi palpitando su tutto ciò, e poi il vero tifone arrivò, finalmente.
Fu qualcosa di formidabile e di fulmineo, come l’improvviso frantumarsi di una fiala di collera. Parve esplodere tutto intorno alla nave con un tuono travolgente e un impeto di enormi ondate, quasi che una diga immensa fosse crollata sopravvento. In un attimo gli uomini perdettero il contatto gli uni con gli altri. È questa la forza disintegratrice di un gran vento: isola l’uomo dai propri simili. Un terremoto, una frana, una valanga, travolgono gli sfortunati incidentalmente… senza passione, per così dire. Una burrasca furiosa li attacca come un nemico personale, cerca di afferrarne le membra, si getta sulla loro mente, si sforza di porre in rotta il loro stesso coraggio.
Jukes venne trascinato lontano dal comandante. Fantasticò di piroettare a grande distanza nell’aria. Tutto scomparve… persino, per un momento, la sua capacità di pensare; ma con una mano aveva trovato un montante del parapetto. Il suo sgomento non venne menomamente alleviato dalla tendenza a non credere alla realtà di questa esperienza. Sebbene giovane, aveva veduto qualche maltempo, e in lui non vi erano mai stati dubbi sulla propria capacità di immaginare il peggio; ma questo superava a tal punto le capacità della sua fantasia, da sembrare incompatibile con l’esistenza di qualsiasi nave. Avrebbe forse dubitato nello stesso modo anche della propria esistenza, se non fosse stato così assillato dalla necessità di esercitare uno sforzo erculeo contro una forza che cercava di strapparlo all’appiglio. Per giunta, il convincimento di non esser stato completamente distrutto tornò a lui per il tramite delle sensazioni di essere mezzo affogato, scrollato bestialmente e in parte soffocato.
Ebbe l’impressione di rimanere lì, precariamente solo con il montante, per molto, molto tempo. La pioggia gli si riversava addosso, scorreva, lo sferzava a raffiche fitte come lenzuola. Egli respirava ad ansiti e a volte l’acqua che inghiottiva era dolce, a volte salata. Quasi sempre teneva gli occhi ben chiusi, come temendo che la sua vista potesse essere distrutta dal turbine immenso degli elementi. Quando si azzardò a battere rapidamente le palpebre, derivò un certo conforto morale dal bagliore verde del fanale di dritta che splendeva fiocamente sulle raffiche di pioggia e di spruzzi. Lo stava in effetti guardando quando la luce del fanale cadde sul maroso impennato dal quale venne spento. Egli vide la cresta dell’onda rovesciarsi lassù, aggiungendo l’obolo del suo scroscio al frastuono tremendo che infuriava tutto intorno, e, quasi nello stesso attimo, il montante fu strappato via alle sue braccia che vi si avvinghiavano. Dopo essere precipitato con un tonfo stritolante sulla schiena, venne a trovarsi improvvisamente a galla e lanciato verso l’alto. La prima, irresistibile riflessione di lui fu che l’intero Mar della Cina si fosse lanciato sul ponte. Poi, più ragionevolmente, concluse di essere caduto in mare. E intanto, mentre continuava ad essere sbalestrato, lanciato qua e là e fatto rotolare da grandi masse d’acqua, ripeté mentalmente, con la massima precipitazione, le parole: «Dio mio! Dio mio! Dio mio! Dio mio!».
Di colpo, in un empito di rivolta fatto di infelicità e di disperazione, risolse follemente di uscire di lì. E incominciò a dibattersi con le braccia e le gambe. Ma, non appena iniziata questa miserabile lotta, scoprì di essere impigliato in qualche modo con una faccia, con un impermeabile di cerata, con gli stivaloni di qualcuno. Artigliò con ferocia tutte queste cose di volta in volta, le perdette, le ritrovò, le perdette di nuovo, e infine venne afferrato egli stesso nella stretta ferma di due braccia robuste. Restituì energicamente l’abbraccio intorno a un corpo solido e tarchiato. Aveva trovato il suo comandante.
Rotolarono più e più volte; intensificando la stretta. A un tratto l’acqua li gettò giù con un urto brutale; e, incagliati contro il fianco della timoneria, a corto di fiato e coperti di lividi, rimasero a barcollare nel vento e ad agguantarsi dove potevano.
Jukes uscì da questa esperienza alquanto inorridito, come se si fosse sottratto a qualche offesa senza precedenti che avesse mirato a quanto esisteva in lui di più intimo e geloso.
La sua fiducia in se stesso era indebolita. Prese a urlare alla cieca all’uomo che sentiva accanto a sé in quelle tenebre infernali: «È lei, signore? È lei, signore?», finché le tempie non parvero sul punto di scoppiargli. E udì in risposta una voce, come se gridasse da lontano, come se gli urlasse stizzosamente da una distanza enorme l’unica parola: «Sì!». Altri marosi spazzarono di nuovo il ponte. Egli li ricevette indifeso proprio sulla testa nuda, mentre aveva entrambe le mani impegnate nel reggersi.
Il movimento del Nan-Shan era stravagante. Il beccheggio sembrava impotente in modo spaventoso; la nave si inclinava in avanti come se volesse gettarsi nel vuoto, e ogni volta sembrava trovare un muro da urtare. Quando rollava, si coricava a capofitto sul fianco, e veniva raddrizzata da un colpo talmente demolitore che Jukes la sentiva vacillare come vacilla un uomo colpito da una bastonata alla testa prima di stramazzare. L’uragano ululava e imperversava qua e là in modo gigantesco nell’oscurità, quasi che il mondo intero fosse stato un’unica nera voragine. In certi momenti l’aria scorreva contro la nave come se fosse stata risucchiata attraverso una galleria, con una concentrata e compatta forza d’urto così grande che sembrava sollevarla completamente fuor d’acqua e tenerla in alto per un attimo mentre soltanto un fremito la percorreva da un’estremità all’altra. E poi cominciava di nuovo ad essere sbalestrata, come se fosse ricaduta in un calderone bollente. Jukes si sforzò di calmare il turbine dei pensieri e di valutare con freddezza la situazione.
Il mare, appiattito dalle raffiche più violente, si risollevava e copriva entrambe le estremità del Nan-Shan con nivei impeti di spuma che si ampliavano vasti, molto al di là di entrambi i parapetti, nella notte. E su quel lenzuolo abbacinante, disteso sotto le tenebre delle nubi, e dal quale emanava un bagliore bluastro, il capitano MacWhirr riusciva a scorgere in momenti fuggevoli la vista desolata di alcune minuscole chiazze nere come ebano, la sommità dei boccaporti, gli accessi alle scale ermeticamente chiusi, le sommità coperte dei verricelli, il piede di un albero. Della sua nave non poteva vedere altro. La struttura intermedia, coperta dal ponte di comando che sosteneva lui, il suo secondo, la timoneria chiusa ove un uomo manovrava la barra, isolato là dentro insieme alla paura di essere spazzato in mare con tutto il resto in un solo grande schianto… la struttura intermedia era come uno scoglio a metà marea investito dai marosi sulla costa. Era come uno scoglio discosto dalla riva, con l’acqua che saliva ribollendo, che scorreva dappertutto, che si riversava fuori a cascata, percuotendolo tutto attorno… era come uno scoglio nella risacca al quale si avvinghiano naufraghi prima di mollare la presa… soltanto che si sollevava, ricadeva, rollava in continuazione, senza respiro e senza tregua; come uno scoglio che, miracolosamente, fosse andato alla deriva dalla costa per rollare in mare aperto.
Il Nan-Shan veniva saccheggiato dalla tempesta con una furia insensata e distruttiva: le vele di cappa strappate ai gerli di rinforzo, i tendalini due volte ancorati spazzati via, il ponte completamente sommerso, le cuffie protettive squarciate, i parapetti contorti, i vetri dei finali frantumati, e due delle scialuppe di salvataggio già scomparse. Erano finite in mare senza che nessuno udisse o vedesse, fondendosi, si sarebbe detto, nell’urto e nel soffoco dell’onda. Soltanto in seguito, quando sullo sfondo del lampo bianco di un altro maroso che si scaraventava contro il piroscafo a mezza nave, Jukes intravide due gru d’imbarcazione balzar fuori nere e vuote dalla tenebra compatta, con un cavo di manovra appena revisionato che volava nel vento e un bozzello rinforzato in ferro capriolante in aria, si rese conto di quanto era accaduto a tre metri dalle sue spalle.
Sporse la testa in avanti, cercando alla cieca l’orecchio del comandante. Lo sfiorò con le labbra… grande, carnoso, molto bagnato. Gridò in tono agitato:
«Le scialuppe se ne stanno andando, signore».
E di nuovo udì quella voce, forzata e fioca, ma con un penetrante effetto di placidità nell’enorme frastuono discordante, quasi provenisse da qualche remoto punto dello spazio, al di là dei neri deserti della burrasca; di nuovo udì la voce di un uomo… il suono esile e indomabile cui si può far comunicare un’infinità di pensiero, di risolutezza e fermezza, il suono capace di pronunciare parole fiduciose anche il giorno del Giudizio, quando i cieli cadranno e giustizia sarà fatta… di nuovo la udì, e gli stava gridando, come da molto, molto lontano: «Sta bene».
Pensò di non essere riuscito a farsi capire. «Le scialuppe… le scialuppe di salvataggio, dico… le scialuppe, signore! Ne sono scomparse due!».
La stessa voce, a trenta centimetri da lui, eppure così remota, gridò ragionevolmente: «Non ci si può far niente».
Il capitano MacWhirr non aveva mai voltato la testa, ma a Jukes giunsero alcune altre parole portate dal vento.
«Che cosa… ci si può aspettare… aprendosi un varco… in un simile… È inevitabile… che si lasci indietro qualcosa… è logico».
Attento, Jukes continuò a tendere l’orecchio. Non udì altro. Il capitano MacWhirr non aveva altro da dire; e Jukes poteva raffigurarselo, più che vederne dinanzi a sé la schiena larga e tozza. Una oscurità impenetrabile premeva sugli spettrali luccichii del mare. Jukes si sentì pervadere dal triste convincimento che non vi fosse nulla da fare.
Se il dispositivo di comando del timone non avesse ceduto, se le immense masse d’acqua non avessero sfondato il ponte o frantumato uno dei boccaporti, se non vi fossero stati guasti alle macchine, se fosse stato possibile mantenere la nave contro quel vento terrificante, se essa non fosse scomparsa sotto una di quelle ondate spaventose, delle cui candide creste soltanto, molto più alte della prora, egli riusciva a intravedere di quando in quando la sconvolgente visione… sarebbe esistita allora una probabilità che il piroscafo uscisse dalla tempesta. Qualcosa dentro di lui parve capovolgersi, facendo affiorare la sensazione che il Nan-Shan era perduto.
“La nave è finita”, si disse, con una sorprendente agitazione mentale, come se avesse scoperto un significato inatteso in quella riflessione. Una di quelle cose doveva accadere inevitabilmente. Nulla avrebbe più potuto impedirlo, ormai, e a nulla sarebbe stato possibile porre rimedio. Gli uomini a bordo non contavano, e la nave non poteva resistere. Quella tempesta era troppo impossibile.
Jukes sentì un braccio cadergli pesantemente sulle spalle; e a questo approccio reagì con molta intelligenza afferrando il suo comandante alla vita.
Rimasero così allacciati nella cieca notte, puntellandosi a vicenda contro il vento, guancia a guancia e labbro contro orecchio, come due scafi legati prua contro poppa.
E Jukes udì la voce del comandante quasi non più forte di prima, ma più vicina, come se, incominciando a procedere al traverso dell’impeto prodigioso dell’uragano, gli si fosse accostata, apportando quello strano effetto di placidità, come lo splendore sereno di un’aureola.
«Sa dove sono gli uomini?», domandò, vigorosa ed evanescente al contempo, vincendo la forza del vento; e all’istante volò via da Jukes.
Jukes non lo sapeva. Si erano trovati tutti sul ponte quando il vero impeto dell’uragano aveva investito la nave. Non aveva idea di dove si fossero rifugiati. Tenuto conto delle circostanze, era come se non fossero esistiti, dato l’impiego che si poteva farne. Chissà perché, il desiderio di sapere del comandante angustiò Jukes.
«Le occorrono gli uomini, signore?», gridò apprensivo.
«Dovrei sapere dove sono», asserì il capitano MacWhirr. «Si tenga forte».
Si tennero forte. Un’esplosione di furia scatenata, una violentissima raffica di vento, fermò letteralmente la nave; essa si limitò a dondolare, rapida e leggera come la culla di un bambino, per un terrorizzante momento di attesa, mentre l’intera atmosfera, si sarebbe detto, passava oltre furiosamente, allontanandosi ruggendo dalla terra tenebrosa.
Il vento li soffocò e, con gli occhi chiusi, intensificarono la stretta. Quella che, a giudicare dalla potenza dell’urto, sarebbe potuta essere una colonna d’acqua perpendicolarmente in corsa nelle tenebre, cozzò contro la nave, si infranse bruscamente e si rovesciò sul ponte, con forza schiacciante, dall’alto, esercitando la pressione di un peso morto che seppelliva.
Un frammento volante di quello sfacelo, un mero schizzo, li avviluppò in un vortice dai piedi a oltre la testa, riempiendo loro con violenza le orecchie, la bocca e le narici d’acqua salata. Fece mancar loro sotto le gambe, torse loro fulmineamente le braccia, sfuggì rapido, ribollendo, sotto il mento dei due uomini; e, aperti gli occhi, essi videro le masse di spuma sovrapposte avventarsi avanti e indietro tra quelli che sembravano i frammenti di una nave. Il Nan-Shan aveva ceduto, come se si fosse conficcato sott’acqua. Anche i loro cuori martellanti cedettero dinanzi al colpo tremendo; ma di colpo la nave tornò a balzar su nel suo disperato beccheggio, quasi stesse cercando di strisciar fuori di sotto le proprie rovine.
I marosi, nelle tenebre, sembravano avventarsi da ogni lato per tenerla indietro ove avrebbe potuto perire. V’era un che di frettoloso nel modo con il quale veniva sbalestrata, e un che di feroce nei colpi che cadevano. La nave era come una creatura viva gettata alla ferocia della folla: terribilmente urtata, percossa, sollevata, ricacciata in basso, aggredita con balzi. Il capitano MacWhirr e Jukes si sostennero a vicenda, assordati dallo strepito, imbavagliati dal vento; e il grande tumulto fisico che percuoteva i loro corpi apportò, come uno sfrenato sfoggio di passione, un turbamento profondo nell’anima loro. Uno di quegli ululati selvaggi e spaventosi che a volte, misteriosamente, si odono passare in alto nello scroscio costante di un uragano, piombò, quasi fosse sorretto da ali, sulla nave, e Jukes tentò di gridare ancor più forte.
«Riuscirà a resistere?».
Il grido gli venne strappato dal petto. Fu non intenzionale quanto la nascita di un pensiero nella mente, ed egli stesso non lo udì. Tutto si spense all’istante – pensiero, intenzione, sforzo – e la vibrazione inaudibile si perdette nelle ondate tempestose dell’aria.
Egli non si aspettava nulla da esso. Proprio nulla. E infatti, quale risposta poteva essergli data? Ma, dopo qualche momento, udì con stupore la voce esile e resistente nell’orecchio, il suono tenue non domato nel tumulto gigantesco.
«È probabile!».
Fu un grido soffocato, più difficile ad afferrarsi di un bisbiglio. E di lì a poco la voce tornò di nuovo, semisommersa dai vasti scrosci, come una nave che lottasse contro le onde dell’oceano.
«Speriamolo!», gridò… piccola, solitaria e inflessibile, estranea alle visioni di speranza o di paura; poi baluginò pronunciando parole sconnesse: «La nave… Questo… Mai… In ogni modo… per il meglio». Jukes rinunciò.
Ma subito dopo, la voce, quasi avesse trovato all’improvviso la sola cosa capace di opporsi alla forza di una tempesta, parve riacquistare energia e fermezza per le ultime grida spezzate:
«Continua a navigare… i costruttori… brava gente… Dobbiamo arrischiarci… le macchine… Rout… è in gamba».
Il capitano MacWhirr tolse il braccio dalle spalle di Jukes e da quel momento smise di esistere per il suo secondo, tanto fitta era l’oscurità; Jukes, dopo il teso irrigidirsi di ogni muscolo, si afflosciò completamente. Il rodimento di un profondo disagio esisteva gomito a gomito con una tendenza incredibile alla sonnolenza, quasi che egli fosse stato percosso e tormentato fino allo stordimento. Il vento si impadroniva della sua testa e tentava di strappargliela dalle spalle; gli indumenti, pregni d’acqua, erano pesanti come piombo, gelidi e gocciolanti come una corazza di ghiaccio che si sciogliesse: rabbrividì… il brivido si protrasse a lungo; e, con le mani convulsamente strette sull’appiglio, si stava lasciando affondare adagio nelle profondità della sofferenza fisica. Concentrò la mente su se stesso in un modo vano e ozioso, e quando qualcosa lo spinse leggermente dietro le ginocchia, per poco, come si suol dire, non sprizzò fuori della propria pelle.
Gettandosi avanti, urtò contro la schiena del capitano MacWhirr, che non si mosse; poi una mano gli afferrò la coscia. Un momento di calma era sopravvenuto, una minacciosa calma di vento, come se la tempesta avesse trattenuto il respiro prima di imperversare ancora… ed egli si sentì palpare dappertutto. Era il nostromo. Jukes riconobbe quelle mani, così tozze ed enormi che sembravano appartenere a qualche nuova specie umana.
Il nostromo era arrivato in plancia strisciando carponi contro il vento, e con il cocuzzolo della testa aveva cozzato contro le gambe del secondo. Immediatamente si era accovacciato incominciando a esplorare la persona di Jukes dal basso in alto, con toccatine prudenti, che sembravano volersi scusare, come si addice a un inferiore.
Era un marinaio di cinquant’anni, sgraziato, basso di statura, burbero, peloso, corto di gambe, lungo di braccia, simile a un vecchio scimmione. Aveva una forza immensa; e quelle sue grosse e nodose zampe, che si rigonfiavano come rossicci guantoni da pugilato all’estremità degli avambracci pelosi, maneggiavano anche gli oggetti più pesanti come se fossero stati giocattoli. A parte i peli brizzolati sul petto, l’atteggiamento minaccioso e la voce rauca, non possedeva alcuno dei classici tributi del suo grado. Il suo buon carattere equivaleva quasi all’imbecillità: gli uomini facevano con lui quel che volevano e non esisteva un sol briciolo di iniziativa nell’indole di lui, che era facilona e loquace. Per questi motivi Jukes lo aveva in antipatia; ma il capitano MacWhirr, con beffardo disgusto del secondo, sembrava considerarlo un sottufficiale di prim’ordine.
Il nostromo si tirò su afferrandosi alla cerata di Jukes, prendendosi quella libertà con la più grande moderazione, e soltanto perché vi era costretto dall’uragano.
«Che cosa c’è, nostromo, che cosa c’è?», gridò Jukes, spazientito. Che cosa poteva volere in plancia quell’impostore di un nostromo? Il tifone gli aveva scosso i nervi. I rauchi urli dell’altro, sebbene inintelligibili, sembravano lasciar intuire uno stato d’animo di viva soddisfazione. Non ci si poteva ingannare. Il vecchio scemo era contento di qualcosa.
L’altra mano del nostromo aveva incontrato il corpo di qualcun altro, poiché, in ben altro tono, egli incominciò a domandare: «È lei, signore? È lei, signore?». Il vento strozzava le sue grida.
«Sì!», urlò il capitano MacWhirr.
Capitolo quarto
La sola cosa che il nostromo, nonostante una sovrabbondanza di urli, riuscì a comunicare al capitano MacWhirr fu la seguente bizzarra notizia: «Tutti quei cinesi sottocoperta a prora stanno rotolando qua e là, signore».
Jukes, sottovento, udiva quei due che sbraitavano a un quindici centimetri dalla sua faccia come, in una notte silenziosa, è possibile udire, a un chilometro di distanza, due uomini che conversano da uno all’altro lato di un campo. Udì gli esasperati «Cosa? Cosa?» di MacWhirr, e il teso diapason della raucedine del nostromo: «Tutti in un grappolo… li ho visti con i miei occhi… Uno spettacolo spaventoso, signore… ho creduto bene… di dirglielo».
Jukes rimase indifferente, quasi fosse stato reso irresponsabile dalla violenza dell’uragano, che rendeva vana all’estremo l’idea stessa di agire. Inoltre, essendo giovanissimo, aveva trovato tanto assorbente l’occupazione di mantenere il proprio cuore assolutamente corazzato contro il peggio, che era arrivato al punto di provare un odio irresistibile contro ogni altra forma di attività. Non era spaventato; lo sapeva perché, ritenendo fermamente che non avrebbe mai visto un’altra aurora, rimaneva calmo nonostante tale convinzione.
Sono, questi, momenti di eroismo passivo ai quali, a volte, soccombono anche gli uomini migliori. Molti ufficiali di marina potranno senza dubbio ricordare un episodio, nella loro esperienza, in cui uno stato di trance come questo, un attonito stoicismo, pervase di colpo l’intero equipaggio di una nave. Jukes, comunque, non aveva una vasta esperienza in fatto di uomini e di tempeste. Si riteneva calmo… inesorabilmente calmo; ma in effetti era scoraggiato; non in modo abietto, ma soltanto fino al punto in cui può esserlo un uomo decente, senza divenire odioso a se stesso.
Era un poco come una sorta di coattivo torpore spirituale. La lunga, eterna tensione di una tempesta produce questo effetto; l’attesa interminabile della catastrofe culminante. Ed è fisicamente spossante il semplice avvinghiarsi alla vita in quel tumulto eccessivo; una spossatezza dilagante e insidiosa che penetra in profondità nel petto dell’uomo per opprimergli e rattristargli il cuore, una spossatezza che è incorreggibile e che, tra tutti i doni del mondo – ancor più della vita stessa – aspira al riposo.
Jukes era molto più stordito di quanto supponesse. Resisteva – bagnato fradicio, gelato, irrigidito in tutto il corpo; e, in una allucinazione momentanea di visioni rapide e fugaci (si dice che un uomo, al momento di affogare, riveda così tutta la propria esistenza) contemplò ogni genere di ricordi del tutto estranei alla sua situazione attuale. Ricordò suo padre, ad esempio: un degno commerciante che, in uno sfortunato momento di crisi per il suo lavoro, si era messo silenziosamente a letto, per morirvi quasi subito in uno stato d’animo di rassegnazione. Jukes non ricordò tali circostanze, naturalmente, ma, pur rimanendo indifferente, gli parve di vedere con chiarezza la faccia del pover’uomo; rivide un certo gioco di carte che lo aveva divertito quando era ancora un ragazzo a Table Bay, a bordo di una nave in seguito affondata con tutto l’equipaggio; rivide le sopracciglia folte del suo primo comandante; e senza alcuna emozione, come, molti anni prima, sarebbe potuto entrare distrattamente in camera sua e trovarvela seduta e intenta a leggere un libro, ricordò sua madre – morta anche lei, ormai – la donna risoluta, rimasta vedova in ristrettezze economiche, che era stata molto ferma nell’educarlo.
Tutto ciò non poté durare più di un secondo, e forse nemmeno tanto. Un braccio pesante gli era caduto sulle spalle; la voce del capitano MacWhirr gli stava pronunciando all’orecchio il suo nome. «Jukes! Jukes!».
Egli percepì il tono di preoccupazione profonda. Il vento aveva gettato il proprio peso sulla nave, cercando di inchiodarla tra i marosi. Questi ultimi la investivano e vi si frangevano come su un tronco quasi completamente sommerso, mentre il rombo sempre più incalzante degli scrosci minacciava mostruosamente da lontano. I cavalloni avanzavano scagliati dalla notte con una luce spettrale sulle creste… la luminosità della spuma di mare che, in un feroce, ribollente e pallido lampo, mostrava sull’esile scafo della nave l’impeto crestato, il rovesciarsi e il frangersi ribollente e folle di ogni ondata. Mai, nemmeno per un momento, la nave riusciva a liberarsi sollevandosi sull’acqua; Jukes, irrigidito, notò nel suo moto gli indizi minacciosi di una navigazione casuale. La nave non lottava più in modo intelligente. Era il principio della fine; e il tono di zelante preoccupazione nella voce del capitano MacWhirr lo sconvolse come un’esibizione di cieca e perniciosa follia.
L’incantesimo della tempesta aveva agito su Jukes. Egli ne era penetrato e assorbito; era radicato in essa con la rigidità di una ammutolita attenzione. Il capitano MacWhirr insistette con le sue grida, ma il vento si interpose tra loro come un cuneo compatto. Il capitano si appese al collo di Jukes, pesante come una macina, e a un tratto cozzarono l’uno contro l’altro con la testa. «Jukes! Ehi, dico, signor Jukes!».
Doveva rispondere a quella voce che non voleva saperne di tacere. E rispose nel modo consueto: «…Dica, signore».
E, al contempo, il suo cuore, corrotto dalla tempesta che genera un anelito di pace, si ribellò contro la tirannia della disciplina e della gerarchia.
Il capitano MacWhirr tenne ben stretta la testa del secondo nella piega del gomito, e l’accostò alle proprie labbra che misteriosamente gridavano. Di quando in quando Jukes lo interrompeva, affrettandosi ad ammonirlo: «Attento, signore!», oppure il capitano MacWhirr sbraitava una seria esortazione: «Si tenga forte, adesso!» e l’intero, tenebroso universo sembrava oscillare insieme alla nave. Poi riprendevano fiato. La nave era sempre a galla. E il capitano MacWhirr ricominciava a urlare. «…Dice… che tutti i cinesi… stanno rotolando… Bisognerebbe andare a vedere… che cosa è accaduto».
Non appena tutto l’impeto dell’uragano aveva investito la nave, era diventato impossibile restare in coperta, in qualsiasi punto; e i marinai, storditi e sgomenti, si erano rifugiati nel passaggio di sinistra sotto il ponte di comando. Aveva una porta a poppavia, che essi chiusero; era tenebroso, gelido e lugubre. Ad ogni pesante beccheggio della nave gemevano tutti insieme nell’oscurità e potevano udire tonnellate d’acqua scorrazzare qua e là, come se stessero cercando di arrivare a loro dall’alto. Il nostromo aveva tentato di tener viva una brusca conversazione, ma, come ebbe a dire in seguito, non si era mai trovato con un branco di uomini più irragionevoli. Erano abbastanza riparati, lì, lontani dal pericolo, e nessuno chiedeva loro di fare qualcosa; ciononostante, seguitavano a protestare e a lamentarsi stizzosamente, come tanti bambini malati. Infine, uno di loro disse che se almeno vi fosse stata un po’ di luce per vedersi in faccia a vicenda, la situazione non sarebbe sembrata così brutta. Si sentiva impazzire, dichiarò, restando sdraiato lì al buio, in attesa che il dannato trabiccolo affondasse.
«Perché non esci, allora, e non la fai finita subito?», inveì contro di lui il nostromo.
Queste parole causarono un urlio di esecrazione. Il nostromo venne ad essere sommerso da rimproveri di ogni genere. Gli uomini sembravano esasperati perché una lampada non veniva creata per loro all’istante, dal nulla. Piagnucolavano, chiedendo di poter annegare… almeno… con la luce! E sebbene l’irragionevolezza dei loro insulti fosse manifesta – poiché nessuno avrebbe potuto sperare di raggiungere il ripostiglio delle lampade, situato a prora – il nostromo si dispiacque molto. Non riteneva che fosse onesto da parte loro tormentarlo in quel modo. Lo disse e venne bersagliato di contumelie da tutti. Si rifugiò allora in un silenzio amareggiato. Ma al contempo i loro borbottamenti, i loro sospiri, le loro proteste lo preoccupavano enormemente, e di lì a non molto gli accadde di pensare che esistevano sei lampade appese nel ponte intermedio e che non vi sarebbe stato alcun male nel privare i coolies di una di esse.
Il Nan-Shan aveva un carbonile per madiere che, essendo a volte utilizzato come spazio per il carico, comunicava, mediante un portello di ferro, con il ponte intermedio di prora. In quel momento era vuoto e la sua boccaportella si trovava all’estremità del passaggio verso prora. Il nostromo avrebbe potuto arrivarvi, pertanto, senza uscire affatto in coperta; ma, con vivo stupore, egli non riuscì a indurre nessuno ad aiutarlo a togliere il coperchio della boccaportella. La cercò ugualmente a tastoni, ma uno degli uomini dell’equipaggio, che, sdraiato, gli sbarrava la strada, si rifiutò di togliersi di mezzo.
«Ma come, voglio soltanto procurarvi il dannato lume per il quale state protestando!», si lagnò, quasi supplichevole.
Qualcuno gli disse di andare a ficcare la testa in un sacco. Egli si rammaricò perché non aveva riconosciuto la voce e perché faceva troppo buio per vederci, altrimenti, come ebbe a dire, gli avrebbe dato una lezione a quel figlio di un cane, dovessero andare tutti quanti a fondo con la nave o salvarsi. In ogni modo, decise di dimostrare agli uomini che era capace di procurarsi un lume, anche a costo di doverci lasciare la pelle.
A causa della violenza del rollio, ogni movimento era pericoloso. Anche soltanto restare sdraiati costava fatica. Per poco non si spezzò il collo lasciandosi cadere nel carbonile. Cadde sulla schiena e venne scaraventato, senza che potesse farci nulla, da una parte all’altra nella pericolosa compagnia di una pesante sbarra di ferro, una trancia per il carbone, probabilmente, lasciata lì sotto da chissà chi. Quella sbarra lo innervosì come se fosse stata una bestia feroce. Non riusciva a vederla, in quanto le pareti interne del carbonile erano rivestite di polvere di carbone perfettamente e impenetrabilmente nera; ma la udiva scivolare, cozzare contro il metallo, colpire qua e là, sempre in prossimità del suo cranio. Essa sembrava fare uno strepito straordinario, oltretutto… causare tonfi violenti come se fosse stata grossa come la trave di un ponte. La cosa era abbastanza impressionante perché la notasse mentre veniva scaraventato da dritta a sinistra e viceversa, e artigliava disperatamente con le unghie le lisce pareti del carbonile nel tentativo di fermarsi. Per fortuna, dato che il portello del ponte intermedio non chiudeva ermeticamente, scorse in basso un filo di fioca luce.
Essendo marinaio, e un uomo ancora in gamba, non faticò molto per rimettersi in piedi; e la fortuna volle che, mentre si rialzava, capitasse con la mano sulla trancia di ferro e la afferrasse. Altrimenti avrebbe avuto paura che gli spezzasse le gambe, o come minimo lo facesse cadere di nuovo. A tutta prima rimase immobile. Non si sentiva sicuro in quella tenebra che sembrava rendere il movimento della nave non familiare, imprevedibile e difficile a controbilanciarsi. Per un momento si sentì tanto scosso da non osare muoversi nel timore di ricominciare «ad essere sbalestrato qua e là». Non aveva alcuna intenzione di sfracellarsi in quel carbonile.
Aveva già battuto la testa due volte ed era un po’ stordito. Provò l’impressione di udire con tanta chiarezza gli urti e i colpi metallici della trancia di ferro, che intensificò la stretta per dimostrare a se stesso di averla saldamente in mano. Lo stupiva vagamente la chiarezza con la quale udiva infuriare la tempesta lì sotto. Gli ululati e gli scrosci della burrasca sembravano assumere, nello spazio vuoto del carbonile, un che di umano, una nota di furia e di sofferenze umane, non sconfinate, ma profondamente cocenti. E ad ogni rollio si udivano anche tonfi… violentissimi e poderosi, come se qualcosa di enorme, del peso di almeno cinque tonnellate, stesse rotolando nella stiva. Ma tra il carico non esisteva alcunché di simile. Qualcosa in coperta? Impossibile. O contro il fianco della nave? Non poteva essere.
Pensò tutte queste cose con rapidità, con chiarezza, con competenza, da quel marinaio che era, e in ultimo rimase interdetto. Il rumore, però, giungeva attutito dall’esterno, insieme agli sciabordii e agli scrosci dell’acqua sul ponte sopra la sua testa. Era forse il vento? Doveva essere così. Causava, là sotto, uno strepito simile all’urlio di un gran numero di uomini impazziti. Ed egli scoprì in se stesso, inoltre, un desiderio di luce – se non altro per vederci al momento di annegare – e un’ansia nervosa di uscire da quel carbonile al più presto possibile.
Tirò indietro il chiavistello; la pesante piastra di ferro girò sui cardini; e fu come se egli avesse spalancato la porta sull’urlo della tempesta. Un impeto di rauche urla lo investì; l’aria era immota; e lo scroscio dell’acqua, in alto, era coperto da un tumulto di grida strozzate e gutturali che davano un’impressione di caos disperato. Divaricò le gambe per tutta la larghezza del portello e allungò il collo. A tutta prima vide soltanto quel ch’era venuto a cercare: sei fiammelle gialle che oscillavano violentemente nel vasto spazio buio.
Il ponte intermedio era puntellato come la galleria di una miniera, con una fila di sostegni al centro; e in alto correvano travi trasversali che si perdevano nella penombra più avanti… indefinitamente. A sinistra si profilava, come un incavo nella fiancata della nave, una massa voluminosa dal contorno obliquo. L’intero locale, con le sue ombre e le sue forme, si muoveva continuamente. Il nostromo sbarrò gli occhi: la nave rollò a dritta, e un gran urlo si levò da quella massa che aveva la stessa inclinazione di una frana.
Pezzi di legno gli saettarono accanto. Assi, pensò lui, indicibilmente stupito, tirando la testa indietro di scatto. Ai suoi piedi un uomo passò scivolando, con gli occhi spalancati, supino, tendendo le braccia alzate verso il nulla; e un altro lo seguì rotolando, come un masso staccatosi da qualche parete rocciosa, la testa tra le gambe e le mani chiuse a pugno. Il codino frustava l’aria; l’uomo tentò di afferrare le gambe del nostromo e dalla sua mano aperta un lucente dischetto bianco sfuggì e rotolò contro il piede del nostromo. Questi riconobbe un dollaro d’argento e si lasciò sfuggire un grido di stupore. Con un trepestio precipitoso e un fruscio di piedi nudi, il cumulo di corpi guizzanti ammonticchiato a sinistra si staccò dal fianco della nave e, scivolando e dibattendosi impotente, passò a sinistra con un tonfo sordo e brutale. Le grida cessarono. Il nostromo udì un lungo gemito, più forte del rombo e del sibilo del vento; vide un caos inestricabile di teste e di spalle, di nude piante di piedi scalcianti in alto, di pugni alzati, di schiene rotolanti, di gambe, di codini, di facce.
«Dio Santo!», gridò inorridito, e sbatté il portello di ferro sulla visione infernale.
Decise di salire in plancia per riferire la cosa. Non poteva tenerla per sé; a bordo della nave v’era un solo uomo al quale valesse la pena di riferirla. Quando tornò indietro, i marinai nel passaggio imprecarono contro di lui dandogli dello stupido. Perché non aveva portato la lampada? Che diavolo importavano a chiunque i coolies? Ma quando uscì, la critica situazione della nave fece sembrare di trascurabile importanza quanto stava accadendo dentro di essa.
A tutta prima pensò di essere uscito dal passaggio nel momento stesso in cui il Nan-Shan affondava. Le scalette del ponte di comando erano state spazzate via, ma un’ondata enorme, che colmava il ponte di poppa, lo sollevò, travolgendolo. In seguito dovette giacere bocconi per qualche tempo, avvinghiato a un anello di ferro, respirando a intervalli e inghiottendo acqua salata. Faticosamente si portò avanti carponi, troppo spaventato e smarrito per prendere in considerazione la possibilità di tornare indietro. In questo modo giunse dietro il ponte di comando; e in quel punto relativamente riparato trovò il terzo ufficiale. Fu, per il nostromo, una sorpresa piacevole… in quanto era ormai persuaso che tutti coloro i quali si erano trovati in coperta fossero stati spazzati in mare già da un pezzo. Domandò ansiosamente dove si trovasse il comandante.
Il terzo ufficiale era rincantucciato lì dietro, come un animaletto maligno sotto una siepe.
«Il comandante? È finito in mare, dopo averci cacciati in questo disastro». Anche il secondo, per quello che ne sapeva o gliene importava, doveva essere finito in mare. Un altro imbecille. Ma non aveva importanza. Di lì a poco sarebbero affogati tutti quanti.
Il nostromo strisciò fuori di nuovo, nell’impeto del vento; non perché avesse molte speranze di trovare qualcuno, disse in seguito, ma soltanto per allontanarsi da «quell’individuo». Si allontanò strisciando, così come i fuoricasta vanno ad affrontare un mondo inclemente. Ecco il perché del suo sconfinato piacere nel trovare Jukes e il comandante. Ma ormai, quanto stava accadendo nel ponte intermedio rivestiva per lui un’importanza trascurabile. E inoltre era problematico farsi sentire. Riuscì comunque a far capire che i cinesi venivano sbalestrati qua e là insieme alle loro cassette e che egli era salito in plancia appositamente per riferirlo. In quanto agli uomini dell’equipaggio erano tutti salvi. Poi, placato, si accosciò in plancia, avvinghiandosi con le gambe e le braccia al sostegno del telegrafo della sala macchine… una colonna di ghisa grossa come un lampione. Se fosse stata spazzata via, be’, la fine sarebbe venuta anche per lui. E non pensò più ai coolies.
Il capitano MacWhirr aveva fatto capire a Jukes di desiderare che scendesse sotto coperta… per constatare come stessero le cose.
«Che cosa posso fare per loro, signore?». E il tremito di tutto il suo corpo bagnato fece sì che la voce di Jukes suonasse belante.
«Anzitutto vada a vedere… Il nostromo… dice… che vengono sbalestrati…».
«Il nostromo è un dannato idiota», gridò Jukes, tremante.
L’assurdità della richiesta fattagli lo disgustava. Era riluttante ad andare, come se, non appena egli si fosse allontanato dalla plancia, la nave avesse dovuto colare a picco.
«Devo sapere… non posso muovermi…».
«Si arrangeranno, signore».
«Una rissa… il nostromo dice che si stanno azzuffando… Perché? Non posso tollerare… una rissa… a bordo della nave… Preferirei di gran lunga tenerla qui… nell’eventualità… che dovessi… finire in mare io stesso… Faccia cessare la rissa… in qualche modo. Vada a vedere e mi riferisca… con il portavoce della sala macchine. Non voglio che… torni quassù troppo spesso… È pericoloso… muoversi in coperta».
Jukes, con la testa imprigionata, era costretto ad ascoltare quelle che gli sembravano eventualità orribili.
«Non voglio… che finisca in mare… fino a quando… la nave non è… Rout… uomo in gamba… Nave… molti… potrebbe ancora… farcela».
Di colpo Jukes capì che sarebbe dovuto andare.
«Crede che possa farcela?», urlò.
Ma il vento divorò la risposta, della quale egli colse una sola parola, pronunciata con somma energia: «… sempre…».
Il capitano MacWhirr lasciò andare Jukes e, chinandosi sul nostromo, gridò: «Torni indietro con il secondo». Jukes sapeva soltanto che il braccio era scomparso dalle sue spalle. Era stato congedato, aveva avuto un ordine… di fare che? La sua esasperazione era tale che lasciò imprudentemente la presa e all’istante venne trascinato via. Gli parve che nulla avrebbe potuto impedirgli di essere spazzato in mare oltre la poppa. Subito si gettò giù, e il nostromo, che lo seguiva, gli cadde addosso.
«Non si alzi ancora, signore!», gridò il nostromo «Non c’è fretta!».
Un’ondata dilagò su di loro. Jukes capì quello che farfugliava il nostromo: le scalette della plancia erano scomparse. «La calerò io, signore, tenendola per le mani», gridò l’altro. Urlò inoltre qualcosa a proposito del fumaiolo, che, con ogni probabilità, sarebbe finito in mare anch’esso. Jukes lo ritenne possibilissimo, e immaginò i fuochi spenti, la nave immobilizzata e in balia della tempesta… Il nostromo al suo fianco continuava a urlare. «Cosa? Che cosa c’è?», gridò Jukes penosamente; e l’altro ripeté: «Che cosa direbbe la mia vecchia se mi vedesse in questo momento?».
Nel passaggio, ove molta acqua era entrata e scrosciava nelle tenebre, gli uomini rimanevano immobili come morti e continuarono a non muoversi finché Jukes non incespicò contro uno di loro e imprecò contro di lui selvaggiamente perché gli si era trovato tra i piedi. Due o tre voci domandarono allora, fioche e ansiose: «Abbiamo qualche probabilità di salvezza, signore?»
«Che cosa vi prende, idioti?», egli disse, brutalmente. Aveva una gran voglia di gettarsi tra loro e di non muoversi mai più. Ma gli altri parvero confortati; e, tra avvertimenti ossequiosi: «Attenzione! Badi al coperchio di quella boccaportella, signore!», lo calarono nel carbonile. Il nostromo si lasciò cadere dopo di lui, poi, non appena si fu rimesso in piedi, osservò: «Direbbe: “Ben ti sta, vecchio stupido, per aver voluto navigare!”».
Il nostromo aveva qualcosa di suo, e non mancava di alludervi spesso. Sua moglie – una donna obesa – e due figlie ormai adulte, mandavano avanti un negozio di verdura nell’East End di Londra.
Nell’oscurità, Jukes, malfermo sulle gambe, tese l’orecchio verso il tuono attutito di un trepestio. Un urlio smorzato continuava costantemente, proprio accanto a lui, si sarebbe detto; e dall’alto il più forte tumulto della tempesta calava su quei rumori vicini. Gli girava la testa. Anche a lui, in quel carbonile, il movimento della nave sembrava nuovo, minaccioso, e minava la sua risolutezza come se non fosse mai stato in mare.
Era quasi deciso a strisciar fuori di nuovo; ma il ricordo della voce del capitano MacWhirr fece sì che questo fosse impossibile. L’ordine impartitogli era di andare a vedere. Ma a che cosa sarebbe servito? Egli avrebbe voluto saperlo. Infuriato, disse a se stesso che sarebbe andato a vedere, naturalmente. Ma il nostromo, barcollando goffamente, lo ammonì a stare attento nell’aprire il portello; c’era una dannata rissa in corso. E Jukes, quasi fosse in preda a un’enorme sofferenza fisica, volle sapere, in tono irritato, perché diavolo si stessero azzuffando.
«Per i dollari! I dollari, signore. Tutte le loro cassette imputridite si sono sfasciate. Il maledetto denaro si è sparso dappertutto e i cinesi gli danno la caccia rotolando su se stessi… graffiandosi e mordendosi come demoni. È un vero e proprio piccolo inferno, là dentro».
Jukes aprì convulsamente il portello. Il nostromo, basso di statura, sbirciò da sotto il suo braccio.
Una delle lampade si era spenta, forse frantumata. Grida acrimoniose e gutturali esplosero fortissime nelle loro orecchie, insieme a uno strano suono ansimante, il respiro affannoso di tutti quei petti esausti. Una mazzata violenta squassò la nave sul fianco; acqua si riversò sul ponte sovrastante con un urto da stordire e in primo piano nella penombra, ove l’aria era rossiccia e densa, Jukes vide una testa cozzare con violenza sul pavimento, due grossi polpacci scalciare in aria, braccia muscolose allacciate intorno a un corpo nudo, una faccia gialla, con la bocca aperta e con gli occhi sbarrati e fissi, delinearsi e scivolar via. Una cassetta vuota si rovesciò con un colpo secco; un uomo piombò a capofitto dopo un balzo, come se fosse stato scaraventato in aria da un calcio; e più lontano, indistinte, altre forme umane rotolavano, come una massa di pietre che franassero da un argine, battendo i piedi sul pavimento e agitando selvaggiamente le braccia. La scala di boccaporto era carica di coolies sciamativi come api su un ramo. I cinesi si avvinghiavano agli scalini in un grappolo strisciante e brulicante, battendo selvaggiamente con i pugni contro il lato inferiore del boccaporto chiuso, e lo scroscio delle violente cascate d’acqua, in alto, veniva udito negli intervalli del loro urlio. La nave ebbe uno sbandamento più accentuato ed essi cominciarono a cadere: dapprima uno, poi due, poi gli altri perdettero la presa tutti insieme e precipitarono con un gran grido.
Jukes era sconcertato. Il nostromo, con brusca ansia, lo esortò:
«Non vada là dentro, signore».
L’intero sottoponte sembrava girare su se stesso, pur ballando continuamente; e quando la nave si impennò su un’ondata, Jukes immaginò che tutti quegli uomini gli sarebbero stati proiettati addosso come una massa compatta. Indietreggiò, chiuse il portello e, con mani tremanti, fece scorrere il chiavistello…
Non appena il suo secondo se ne fu andato, il capitano MacWhirr rimasto solo in plancia, si spostò lentamente barcollando fino alla timoneria. Dato che la porta si apriva verso l’esterno, dovette lottare contro l’impeto del vento per poter entrare, e quando infine vi riuscì, lo seguì all’istante lo schianto secco della porta sbattuta, come se fosse stato lanciato lì dentro attraverso il legno. Rimase immobile, reggendosi alla maniglia.
Il dispositivo di comando del timone perdeva vapore, e nello spazio angusto il vetro della chiesuola formava uno splendente ovale di luce in una tenue nebbia biancastra. Il vento ululava, ronzava, fischiava, con raffiche tonanti e improvvise che scuotevano le porte e le imposte percosse dai violenti getti di spruzzi. Due rotoli di sagola per scandagli e un sacchetto di tela appesi a un lungo canapo oscillavano ampiamente e, tornando indietro, sbattevano contro le paratie. Il pagliolato quasi galleggiava. Ad ogni impetuoso colpo di mare, l’acqua sprizzava con violenza attraverso gli spiragli tutto intorno alla porta, e l’uomo al timone si era tolto il berretto, la giacca e rimaneva in piedi, appoggiato al dispositivo di comando, con una camicia a righe di cotone aperta sul petto. La piccola ruota d’ottone tra le sue mani aveva l’aspetto di uno splendente e fragile giocattolo. I tendini del collo del timoniere sporgevano duri e sottili, nell’incavo della gola si vedeva una chiazza scura, e la faccia dell’uomo era immota e tirata come nella morte.
Il capitano MacWhirr si asciugò gli occhi. Il mare dal quale per poco non era stato spazzato via gli aveva, con sua viva irritazione, tolto dalla testa il cappello impermeabile. I capelli biondi e lanugginosi, zuppi e più scuri, somigliavano a sfilacciature di cotone avvolte come festoni intorno al cranio calvo. La faccia, lucente d’acqua di mare, era diventata paonazza per il vento e per le trafitture gelide degli spruzzi. Si sarebbe detto che egli si fosse allontanato, madido di sudore, dallo sportello di un altoforno.
«È qui?», borbottò a fatica.
Il terzo ufficiale era entrato qualche tempo prima nella timoneria. Si era accovacciato in un angolo con le ginocchia alzate, un pugno premuto contro ciascuna tempia; e quell’atteggiamento tradiva rabbia, sofferenza, rassegnazione, resa, con una sorta di concentrata implacabilità. Disse con voce luttuosa e satura di sfida: «Be’, non è il mio turno di guardia, no?».
Il dispositivo di comando del timone ticchettò, si fermò, ticchettò ancora. Gli occhi del timoniere sembravano sporgere da una faccia famelica, come se la rosa dei venti dietro il vetro della chiesuola fosse stata un pezzo di carne. Dio solo sapeva da quanto tempo l’uomo fosse rimasto lì alla barra, come dimenticato da tutti i suoi compagni. Nessuno aveva suonato la campana; non vi erano stati i turni, la routine di bordo era andata a farsi benedire; ciononostante, egli cercava di mantenere la rotta nord-nord-est. Il timone poteva essere stato portato via, per quello che ne sapeva, i fuochi potevano essere spenti, le macchine in avaria, la nave sul punto di capovolgersi come un cadavere. Ci teneva a non essere disturbato e a non confondersi, perché la rosa dei venti oscillava ampiamente in entrambi i sensi, danzando sulla sospensione cardanica, e a volte sembrava addirittura che dovesse girarsi completamente. Era torturato dalla tensione nervosa. Inoltre aveva una paura orribile che il ponte di comando venisse spazzato via. Montagne d’acqua continuavano a rovesciarvisi contro. Quando la nave si immergeva disperatamente nei marosi, gli guizzavano gli angoli delle labbra.
Il capitano MacWhirr alzò gli occhi sul cronometro. Avvitato alla paratia, aveva un quadrante bianco sul quale le nere lancette apparivano del tutto immobili. Segnava l’una e mezzo del mattino.
«Un’altra giornata», egli mormorò tra sé e sé.
Il terzo ufficiale lo udì e, alzando il capo, come chi si affligga tra rovine: «Non la vedrà spuntare», esclamò. I polsi e le ginocchia gli tremavano visibilmente. «No, per Dio! Non la vedrà…».
Di nuovo appoggiò i pugni contro le tempie.
Il corpo del timoniere si era mosso lievemente, ma la testa dell’uomo era rimasta immobile sul collo… come una testa di pietra fissata in modo da guardare soltanto da un lato di una colonna. Durante un rollio che per poco non gli fece sfuggire di sotto il corpo le gambe infilate negli stivaloni di gomma, e nel momento stesso in cui barcollava per restare in piedi, il capitano MacWhirr ordinò austero: «Non badare affatto a quel che dice quest’uomo». E poi, con un mutamento di tono indefinibile, molto grave, soggiunse: «Non è di guardia».
Il marinaio non disse nulla.
L’uragano tuonava, scuotendo il piccolo locale, che sembrava a tenuta d’aria; ma la luce della chiesuola baluginava continuamente.
«Non ti hanno dato il cambio», continuò il capitano MacWhirr, abbassando gli occhi. «Voglio che tu rimanga al timone, però, finché potrai. Ormai ci hai fatto la mano. Se un altro venisse a sostituirti, potrebbe combinare un disastro. No, non è possibile. Non è un gioco da ragazzi. E gli uomini sono probabilmente occupati sottocoperta… Credi di farcela?».
Il dispositivo di comando del timone emise un improvviso e breve ticchettio, smise; e l’uomo immobile, con lo sguardo fisso, proruppe, come se tutta la passione racchiusa in lui fosse salita alle labbra: «Dio Santo, signore! Posso governare per sempre, se nessuno mi rivolge la parola».
«Oh! Certo! Benissimo…», il capitano alzò gli occhi per la prima volta su di lui, «… Hackett».
E con ciò parve aver cancellato la cosa dalla propria mente. Si chinò sul portavoce della sala macchine, vi soffiò dentro e chinò il capo. Il signor Rout rispose dal basso, e subito il comandante accostò le labbra al portavoce.
Circondato dal frastuono della tempesta, vi accostò ora le labbra, ora l’orecchio, e la voce del primo macchinista salì fino a lui, metallica, quasi che egli fosse appena uscito da una mischia furiosa. Uno dei fuochisti era ferito, gli altri non ce la facevano più. Il secondo macchinista e un meccanico stavano alimentando le caldaie. Il terzo macchinista sorvegliava il manometro. Alle macchine provvedevano gli uomini. Come andavano le cose in coperta?
«Abbastanza male. Tutto dipende da lei», disse il capitano MacWhirr. Era già sceso il secondo? No? Bene, sarebbe stato lì da un momento all’altro. Voleva, il signor Rout, farlo parlare al portavoce? …a quello di plancia, perché lui – il comandante – sarebbe tornato subito in plancia. V’era qualche complicazione tra i cinesi. Si stavano azzuffando, a quanto pareva. Una rissa non poteva essere consentita in nessun caso…
Il signor Rout si era allontanato, e il capitano MacWhirr sentiva nell’orecchio il pulsare delle macchine, come se fosse stato il battito del cuore della nave. La voce del signor Rout urlò qualcosa là sotto, in lontananza. La nave beccheggiò affondando di prora, la pulsazione accelerò fino a un tumulto sibilante, e cessò di colpo. La faccia del capitano MacWhirr rimase impassibile, e gli occhi di lui fissarono senza vederla la sagoma accovacciata del terzo ufficiale. Di nuovo la voce del signor Rout urlò nelle profondità, e i battiti pulsanti ricominciarono, lenti dapprima… poi man mano più rapidi.
Il signor Rout era tornato al portavoce. «Non conta molto quello che fanno», si affrettò a dire; e poi, con irritazione: «Si tuffa nell’acqua come se non volesse più risalire».
«Il mare è spaventoso», disse la voce del comandante dall’alto.
«Non me la faccia portare sotto le onde», latrò la voce di Salomon Rout nel tubo.
«Tenebre e pioggia. Non vedo quello che abbiamo a prora», disse il capitano MacWhirr. «Dobbiamo… tenerla… in moto… quanto basta per governare… e correre il rischio», continuò, pronunciando le parole distintamente.
«Sto facendo tutto quello che oso».
«Siamo… parecchio… sbalestrati… quassù», disse, blanda, la voce del comandante. «Ce la caviamo… abbastanza bene… però. Naturalmente, se la timoneria dovesse partire…».
Il signor Rout, mentre prestava attento orecchio, bofonchiò stizzosamente qualcosa tra sé e sé.
Ma la voce decisa, lassù, divenne animata, domandando: «Jukes non si è ancora visto?». Poi, dopo una breve attesa: «Vorrei che venisse a darmi una mano. Voglio che si sbrighi e torni in plancia, per ogni eventualità. Per badare alla nave. Sono completamente solo. Il terzo ufficiale si è perduto…».
«Cosa?», urlò il signor Rout nella sala macchine, scostando la testa. Poi gridò nel portavoce: «È finito in mare?». E di nuovo accostò l’orecchio.
«Si è perduto di coraggio», continuò la voce dall’alto, in tono reciso. «Una situazione maledettamente imbarazzante».
Il signor Rout, che ascoltava con la testa accostata al portavoce, sbarrò gli occhi a queste parole. Udì però scendere fino a lui dal portavoce i rumori di qualcosa di simile a una zuffa, ed esclamazioni rotte. Tese l’orecchio; e intanto Beale, il terzo macchinista, con le braccia alzate, stringeva tra i palmi delle mani l’orlo di un volantino nero applicato a un grosso tubo di ottone. Sembrava reggerlo in equilibrio sopra il proprio capo, quasi che quella fosse stata la posizione corretta in una sorta di giuoco.
Per puntellarsi, premeva le spalle contro la paratia bianca, con un ginocchio flesso; lo straccio per asciugarsi il sudore, infilato nella cintola, gli pendeva sull’anca. Aveva le lisce gote sporche di fuliggine e accese di rossore, e la polvere di carbone sulle palpebre, come quella della matita nera del trucco delle donne, sottolineava la liquida luminosità delle cornee, dando alla faccia giovanile di lui un aspetto in un certo qual modo femmineo, esotico e attraente. Quando la nave affondava di prora, con movimenti rapidi delle mani si affrettava a far girare il volantino per diminuire la pressione.
«È impazzito», riprese a dire a un tratto la voce del comandante nel portavoce. «Mi si è avventato contro… proprio adesso. Ho dovuto stordirlo… un momento fa. Ha sentito, signor Rout?»
«Diavolo!», borbottò il signor Rout. «Attento, Beale!». Il suo grido risuonò come lo squillo d’allarme di una tromba tra le pareti di ferro della sala macchine. Verniciate di bianco, esse si levavano alte fino all’oscurità dell’osteriggio, inclinandosi come un tetto. E tutto quello spazio maestoso somigliava all’interno di un monumento, suddiviso in piani da griglie di ferro, con lampade che baluginavano a livelli diversi e una massa d’oscurità indugiante nel mezzo, tra il movimento verticale delle bielle, sotto l’immoto rigonfiarsi dei cilindri. Una risonanza possente e selvaggia, composta da tutti gli strepiti dell’uragano, indugiava nella ferma calura dell’aria. V’erano in essa l’odore del metallo caldo, dell’olio, e una lieve bruma di vapore. I colpi del mare sembravano attraversarla con un urto da stordire, privo di vibrazioni, da un lato all’altro.
Riflessi, simili a pallide, lunghe fiamme, tremolavano sul lustro levigato del metallo; dal pavimento sottostante le enormi manovelle emergevano alternativamente con un fulgore di ottone e d’acciaio, per poi subito scomparire, mentre le bielle, dai grossi giunti, simili a braccia di scheletri, sembravano spingerle giù e di nuovo tirarle su con una precisione irresistibile. E più avanti, nella penombra, altre bielle andavano con decisione su e giù, teste a croce annuivano, dischi di metallo scivolavano scorrevolmente l’uno contro l’altro, adagio e dolcemente, in un compenetrarsi d’ombra e di bagliori.
A volte tutti quei movimenti possenti e infallibili rallentavano contemporaneamente, come se fossero stati le funzioni di un organismo vivente, colpito a un tratto da un mancamento; e gli occhi del signor Rout balenavano più scuri sulla sua lunga faccia giallognola. Egli sosteneva questa lotta calzando un paio di pantofole. Una giacchetta corta e lucida gli copriva a malapena i lombi, e i polsi bianchi sporgevano di parecchio dalle maniche strette, come se la situazione di pericolo lo avesse fatto crescere di statura, gli avesse allungato le membra, avesse accresciuto il suo pallore, infossato gli occhi.
Si muoveva, salendo in alto, scomparendo in basso, con una solerzia irrequieta e tenace, e quando rimaneva immobile, sostenendosi al corrimano davanti al dispositivo di avviamento, continuava a fissare, sulla destra, i manometri del vapore e dell’acqua, applicati alla parete bianca nella luce della lampada oscillante. Le imboccature di due portavoce rimanevano stupidamente beanti al suo fianco, e il quadrante del telegrafo della sala macchine somigliava a un orologio di grande diametro, sul quale figuravano brevi parole anziché cifre. I gruppi di lettere spiccavano neri intorno al perno dell’indicatore, enfaticamente simbolici di ordini impartiti a voce alta: AVANTI, INDIETRO, ADAGIO, MEZZA FORZA, FERME; e in quel momento la nera e larga lancetta puntata verso il basso sulle parole TUTTA FORZA, che, così isolate, catturavano lo sguardo come un grido aspro richiama l’attenzione.
La mole, incassata nel legno, del cilindro a bassa pressione, che maestosamente si profilava in alto, emetteva un lieve ansito ad ogni spinta, e, a parte questo sibilo sommesso, le macchine facevano muovere le loro membra d’acciaio rapidamente o adagio, con una silenziosa, decisa scorrevolezza. E tutto ciò, le pareti bianche, l’acciaio in moto, le lamiere del pavimento sotto i piedi di Salomon Rout, le griglie di ferro sopra la sua testa, la polvere e i bagliori, saliva e si abbassava continuamente, con un unico slancio, sull’urto violento delle onde contro il fianco della nave. L’intero e maestoso locale, che rimbombava sordamente echeggiando la gran voce del vento, oscillava in alto come un albero, si inclinava, quasi fosse stato rovesciato da un lato e dall’altro dalle tremende raffiche.
«Deve affrettarsi a tornare in plancia!», gridò il signor Rout non appena vide Jukes affacciarsi sulla porta della sala caldaie.
Lo sguardo di Jukes era incerto e febbrile; egli aveva la faccia accesa e gonfia, come se avesse dormito troppo. Il suo era stato un arduo tragitto, percorso con immensa fretta, mentre l’agitazione dello spirito equivaleva alle fatiche fisiche. Si era precipitato fuori del carbonile, incespicando nel buio passaggio contro un gran numero di uomini disorientati che, così calpestati da lui, domandavano: «Che cosa succede, signore?», con mormorii spaventati, da ogni parte; poi aveva disceso precipitosamente la scala della sala caldaie, mancando nella frenesia parecchi piuoli di ferro, e venendo a trovarsi in un luogo profondo come un pozzo, nero come gli inferi, che oscillava avanti e indietro come una sega. L’acqua nelle sentine tuonava ad ogni rollio e pezzi di carbone scivolavano qua e là, da un’estremità all’altra, facendo lo stesso strepito di una valanga di ciottoli su un pendio di ferro.
Qualcuno lì dentro gemeva di dolore, e si vedeva qualcun altro accosciato accanto a quello che sembrava il corpo riverso di un morto; una voce vigorosa bestemmiava; e il bagliore sotto ogni sportello dei focolari era come una pozza di sangue in fiamme che placidamente splendesse in una tenebra di velluto.
Una folata di vento investì Jukes sulla nuca e un attimo dopo egli la sentì scorrere intorno alle proprie caviglie bagnate; i ventilatori ronzavano; di fronte ai sei sportelli dei focolari, due sagome frenetiche, nude fino alla cintola, barcollavano e si chinavano, manovrando le pale.
«Ehilà! C’è tiraggio in abbondanza, adesso!», sbraitò il secondo macchinista, immediatamente, come se non avesse fatto che aspettare Jukes. Il meccanico, un ometto azzimato, dalla carnagione chiara, abbacinante, con baffetti color sale e pepe, lavorava in preda a una sorta di muto trasporto. Stavano mantenendo la pressione al massimo, e un brontolio profondo, come di un furgone per mobili vuoto che passasse su un ponte, formava un basso continuo che serviva da sfondo a tutti gli altri rumori del locale.
«Scarichiamo vapore continuamente», continuò a sbraitare il secondo macchinista. Con lo stesso strepito di cento casseruole cozzanti, la presa di un ventilatore gli rovesciò sulla spalla un improvviso zampillo d’acqua salata, ed egli lanciò un torrente di imprecazioni contro tutto ciò che esisteva al mondo, compresa l’anima sua, imperversando con le bestemmie, ma continuando intanto a lavorare. Lo sportello si aprì con uno schianto metallico e il bagliore ardente del fuoco si riversò sul suo cranio calvo, mettendo in risalto le labbra farfuglianti, la faccia insolente, poi, con un altro clangore, lo sportello si richiuse, come l’ammiccare incandescente di un occhio di ferro.
«Dov’è la dannata nave? Sa dirmelo? Che il diavolo mi accechi! Sott’acqua… o dove? Il mare si sta riversando qui dentro a tonnellate. Sono finite nell’Ade quelle maledette cuffie di protezione? Eh? Lei, marinaio del diavolo, non ne sa niente…?».
Jukes, dopo un attimo di disorientamento, venne aiutato da un beccheggio a sfrecciare attraverso il locale; e non appena i suoi occhi videro la relativa vastità, la pace e la luminosità relative della sala macchine, la nave, affondando pesantemente la poppa nell’acqua, lo proiettò a testa bassa contro il signor Rout.
Il braccio del primo macchinista, lungo come un tentacolo, scattando come se fosse azionato da una molla, si sporse per fermarlo e deviò la sua traiettoria, con una piroetta, verso i portavoce. Al contempo il signor Rout ripeté, serio:
«Deve affrettarsi a salire in plancia, di qualunque cosa si tratti».
Jukes sbraitò nel portavoce: «È lì, signore?», e stette in ascolto. Niente. A un tratto il rombo del vento gli scrosciò proprio nell’orecchio, ma subito dopo una vocetta esile e placida scostò l’uragano urlante.
«È lei, Jukes? Ebbene?».
Jukes era dispostissimo a parlare; soltanto, sembrava che gliene mancasse il tempo. Era abbastanza facile descrivere ogni cosa. Riusciva benissimo a immaginare i coolies rinchiusi nel fetido ponte intermedio, riversi in preda al mal di mare e alla paura tra le file di cassette. Poi una di quelle cassette – o forse parecchie in una volta – che, spostate con violenza da un rollio, cozzavano contro le altre. Ne immaginava i lati spaccarsi, i coperchi spalancarsi, e tutti quei goffi cinesi balzare in piedi come un sol uomo per salvare i loro peculii. E poi, vedeva ogni beccheggio della nave scaraventare qua e là la turba che si calpestava e che urlava, scaraventarla da una parte all’altra, in un turbine di legno frantumato, di vesti lacerate, di dollari rotolanti. Una volta incominciata la mischia, i cinesi non potevano più smettere da soli. Nulla avrebbe più potuto fermarli, adesso, tranne la forza. Era un disastro. Lui vi aveva assistito, e non poteva dire di più. Alcuni cinesi dovevano essere morti, riteneva. Gli altri, certo, continuavano a battersi…
Disse quanto aveva da dire, e le sue parole incespicarono le une contro le altre, si incalzarono su per lo stretto tubo. Vi salirono come nel silenzio di una comprensione illuminata, rimasta sola lassù con la tempesta. E Jukes desiderò di non aver più nulla a che fare con l’episodio odioso venuto a intromettersi nel gran pericolo che correva la nave.
Capitolo quinto
Aspettò.
Dinanzi ai suoi occhi le macchine giravano con un lento travaglio che, nel momento in cui la nave cominciava ad affondare follemente di prua, si fermava di colpo a un grido del signor Rout: «Attento, Beale!».
Le macchine si bloccavano in una immobilità intelligente, paralizzate a metà d’una rotazione, con una biella massiccia sospesa ad angolo, quasi fosse conscia del pericolo e del passare del tempo. Poi, ad un «Via adesso!» del primo macchinista, e con lo stesso suono di un respiro emesso a denti stretti, completavano la rivoluzione interrotta e ne cominciavano un’altra.
Nel loro movimento v’era la sagacia prudente della saggezza e la determinazione di una forza enorme. Questo era il loro lavoro… questo paziente sospingere una nave smarrita sulla furia delle onde e nell’occhio stesso del ciclone. A volte il mento del signor Rout premeva sul petto ed egli osservava le macchine con le sopracciglia aggrottate, quasi fosse perduto nei propri pensieri.
La voce che escludeva l’uragano dall’orecchio di Jukes incominciò a dire: «Prenda gli uomini e…», ma si interruppe inaspettatamente. «Che cosa potrei fare con gli uomini, signore?». Un clang aspro, brusco, imperioso, esplose a un tratto. Le tre paia d’occhi volsero di scatto lo sguardo sul quadrante del telegrafo e videro la lancetta dell’indicatore scattare da TUTTA FORZA a FERME come se fosse stata spostata da un demonio. E poi quei tre uomini nella sala macchine provarono la netta sensazione di un freno applicato sulla nave, di uno strano raccogliersi della nave su se stessa, come se avesse chiamato a raccolta le proprie forze per un balzo disperato. «Fermale!», sbraitò il signor Rout.
Nessuno – nemmeno il capitano MacWhirr, che, solo in plancia, aveva scorto una bianca cresta di spuma sopraggiungere così alta da indurlo a non credere ai propri occhi – nessuno avrebbe mai immaginato la ripidità di quel maroso e la spaventosa profondità dell’avvallamento che l’uragano aveva scavato dietro la muraglia d’acqua in corsa.
Il maroso correva verso la nave e, dopo un attimo di immobilità, come per prepararsi alla lotta, il Nan-Shan sollevò la prora e balzò. Le fiammelle in tutte le lampade si abbassarono e la sala macchine piombò nell’oscurità. Una lampada si spense. Con uno schianto lacerante e un tumulto turbinoso e furente, tonnellate d’acqua scrosciarono sul ponte, quasi che la nave fosse sfrecciata sotto una cascata.
Là sotto si guardarono a vicenda, storditi.
«Spazzata da un’estremità all’altra, per Dio!», urlò Jukes.
La nave piombò quasi perpendicolarmente nell’avvallamento, come se stesse precipitando dall’orlo del mondo. La sala macchine si inclinò in avanti minacciosamente, simile all’interno di una torre che pencolasse in un terremoto. Uno strepito spaventoso, di oggetti di ferro che cadevano, giunse dalla sala caldaie.
La nave rimase così spaventosamente inclinata abbastanza a lungo perché Beale cadesse carponi e cominciasse a strisciare quasi fosse intenzionato a fuggire sulle mani e sulle ginocchia dalla sala macchine, e perché il signor Rout voltasse adagio la testa, rigidamente, con la bocca aperta come una caverna. Jukes aveva chiuso gli occhi e la faccia di lui divenne in un attimo disperatamente inespressiva e dolce, come la faccia di un cieco.
Finalmente la nave si risollevò adagio, barcollante, come se avesse dovuto spostare una montagna con la prora.
Il signor Rout chiuse la bocca; Jukes batté le palpebre; e il piccolo Beale si affrettò a rimettersi in piedi.
«Un’altra ondata come questa, ed è la fine», gridò il primo macchinista.
Lui e Jukes si guardarono a vicenda e lo stesso pensiero balenò nella loro mente. Il comandante! Tutto doveva essere stato spazzato via. Il dispositivo di comando del timone scomparso… la nave immobilizzata come un tronco. Tutto finito in mare in un attimo.
«Corra!», farfugliò a fatica il signor Rout, guardando con occhi sbarrati e dubbiosi Jukes, che reagì con uno sguardo irresoluto.
Il clang del telegrafo li tranquillizzò all’istante. L’indicatore nero scattò da FERME a TUTTA FORZA.
«Forza, adesso, Beale!», gridò il signor Rout.
Si udì il sibilo sommesso del vapore. Le bielle si abbassarono e risalirono. Jukes accostò l’orecchio al portavoce. La voce era pronta per lui. Disse: «Ritiri tutto il denaro. Si sbrighi. La voglio quassù». E fu tutto.
«Signore?», chiamò Jukes. Non ebbe alcuna risposta. Si allontanò barcollante, come un uomo sconfitto dal campo di battaglia. Si era fatto, chissà come, un taglio sopra il sopracciglio sinistro… un taglio che arrivava fino all’osso. Non se ne accorse affatto. Masse di Mar della Cina, sufficienti a rompergli il collo, lo avevano sommerso, avevano ripulito, lavato e disinfettato con il loro sale quella ferita, che non sanguinava più, ma rimaneva beante e rossa. E quello squarcio sopra l’occhio, i capelli arruffati, il disordine dei vestiti, gli davano l’aspetto di un uomo che avesse avuto la peggio in uno scambio di pugni.
«Devo andare a raccattare i dollari». Si rivolse al signor Rout, sorridendo dolorosamente con un’aria incerta.
«Cosa, cosa?», domandò il signor Rout, furente. «Raccattare…? Oh, me ne infischio». Quindi, vibrando in ogni muscolo, ma con un esagerato tono paterno: «Se ne vada, adesso, per amor di Dio. Voi gente di coperta mi fate rimbecillire. Il terzo ufficiale ha aggredito il vecchio. Non lo sapeva? Voialtri date i numeri perché non avete niente da fare…».
A queste parole, Jukes sentì in se stesso un primo empito d’ira. Non sapevano che cosa fare… proprio…! Colmo di risentimento contro il primo macchinista, si voltò per tornare sui propri passi. Nelle sale caldaie, il meccanico grassoccio faticava con la pala, silenziosamente, come se gli avessero tagliato la lingua; ma il secondo macchinista continuava a tempestare come un maniaco farneticante e indomito, ancora padrone dell’arte di accumulare carbone sotto una caldaia marina.
«Salve, ufficiale girovago! Ehi, non potrebbe mandar qui alcuni dei suoi mangia-pane a ufo per eliminare un po’ di questa cenere? Sta incominciando a soffocarmi. Il diavolo se la porti! Ehi, salve! Si ricordi di quell’articolo del regolamento: Marinai e fuochisti devono aiutarsi a vicenda. Ehi! Ha sentito?».
Jukes si stava arrampicando freneticamente su per la scala, e l’altro, alzando la faccia per seguirlo con lo sguardo, urlò: «È diventato muto? Perché è venuto a ficcare il naso qui sotto? Si può sapere che cosa ha in mente?».
Jukes era posseduto da una sorta di frenesia. Quando si ritrovò tra i marinai nell’oscurità del passaggio, si sentì disposto a torcere il collo a tutti quanti al minimo indizio di svogliatezza. Il solo pensarvi lo esasperava. Lui non poteva nicchiare. E pertanto non dovevano nicchiare nemmeno loro.
L’impetuosità con la quale giunse tra gli uomini li trascinò. Tutti i suoi andirivieni li avevano già incuriositi e stupiti… si erano meravigliati a causa della feroce decisione e della rapidità dei suoi movimenti; e, più sentito che veduto nel suo precipitarsi qua e là, egli sembrava formidabile… alle prese con questioni di vita o di morte che non ammettevano indugi. Al primo ordine che impartì, li sentì lasciarsi cadere nel carbonile, uno dopo l’altro, remissivi, con tonfi pesanti.
Non sapevano bene quel che avrebbero dovuto fare. «Di che si tratta? Di che si tratta?», andavano domandandosi a vicenda. Il nostromo cercò di spiegare: i rumori della gran mischia li stupirono: e i colpi formidabili, che echeggiavano spaventosamente nel nero carbonile, ricordarono loro il pericolo in cui si trovavano. Quando il nostromo spalancò il portello, parve che un vortice dell’uragano, insinuatosi attraverso le fiancate di ferro della nave, stesse facendo turbinare come polvere tutti quei corpi: giunse loro uno strepito confuso, un tumulto tempestoso, un borbottio feroce, raffiche di grida che andavano morendo e un trepestio di piedi che si confondeva con i colpi di maglio del mare.
Per un momento i marinai meravigliati contemplarono la scena sbarrando gli occhi, e impedirono il passaggio. Jukes si aprì un varco tra loro, brutalmente. Non disse nulla, ma si gettò, semplicemente nella mischia. Un altro gruppo di coolies che lottavano rovinosamente sulla scaletta tentando di sfondare il boccaporto chiuso per arrivare sul ponte inondato, precipitò come poco tempo prima, ed egli scomparve sotto di loro, come un uomo travolto da una frana.
Il nostromo urlò spaventato: «Venite con me. Tirate fuori il secondo, o lo calpesteranno a morte. Avanti!».
Si lanciarono alla carica, calpestando petti, dita, facce, incespicando contro mucchi di vestiti, sferrando calci a pezzi di legno; ma, prima che avessero potuto afferrarlo, Jukes emerse, affondato fino alla vita in una moltitudine di mani artiglianti. Nell’attimo durante il quale i marinai lo avevano perduto di vista, tutti i bottoni della sua giacca erano scomparsi, la giacca gli era stata lacerata sulla schiena fino al collo, il panciotto gli era stato strappato. La massa centrale e dibattentesi dei cinesi scivolò via al rollio, buia, indistinta, indifesa, con il selvaggio scintillio di molti occhi nella luce fioca delle lampade.
«Lasciatemi stare… accidenti a voi. Sto benissimo», urlò Jukes. «Spingeteli a prora. Approfittate di un beccheggio e fateli spostare a prora. Schiaffateli contro le paratie e metteteli in piedi».
L’irrompere dei marinai nel brulicante ponte intermedio fu come uno schizzo d’acqua fredda in una marmitta d’acqua bollente. Il tumulto si placò un momento.
Il grosso dei cinesi venne serrato così da presso che, tenendosi per mano e aiutati da un beccheggio spaventoso della nave, gli uomini lo spinsero avanti tutto in una volta, come un blocco compatto. Alle loro spalle gruppetti isolati e singoli corpi rotolavano da un lato all’altro del locale.
Il nostromo si esibì in azioni di forza prodigiose. Le lunghe braccia aperte, afferrandosi con ognuna delle grosse zampe a un montante, bloccò l’impeto di sette cinesi allacciati che rotolavano come un macigno. Gli scricchiolarono le giunture; disse: «Ha!» e il gruppo si disintegrò.
Ma il carpentiere diede prova di maggiore intelligenza. Senza dire una parola a nessuno, tornò nel passaggio e prese parecchi rotoli di funi e di catene per i carichi che vi aveva veduto. Con essi fu possibile tendere cavi di sostegno.
I cinesi non opposero in realtà alcuna resistenza. La battaglia, comunque avesse avuto inizio, si era tramutata in un parapiglia di puro panico. Se i coolies l’avevano cominciata per impadronirsi dei loro dollari sparpagliati, ormai si stavano battendo soltanto per trovare un punto d’appoggio. Si afferravano vicendevolmente alla gola soltanto per evitare di essere scaraventati qua e là. Chiunque fosse riuscito a trovare un appiglio, sferrava calci contro gli altri che lo afferravano per le gambe e si avvinghiavano a lui, finché un rollio violento non li proiettava qua e là tutti quanti.
Il sopraggiungere dei demoni bianchi li terrorizzò. Erano venuti forse per uccidere? I singoli individui strappati al mucchio si afflosciavano completamente tra le braccia dei marinai; alcuni, trascinati via per i calcagni, erano passivi come corpi morti, e tenevano gli occhi aperti e fissi. Qua e là un coolie cadeva in ginocchio come per implorare pietà; parecchi altri, resi ribelli dall’eccessiva paura, venivano colpiti con duri pugni tra gli occhi e si acquattavano; mentre quelli rimasti feriti si rassegnavano al rude trattamento, battendo rapidamente le palpebre senza un lamento. Si vedevano facce striate di sangue, e, sulle teste rapate, graffi, lividi, ferite, squarci. Questi ultimi erano stati causati soprattutto dalle porcellane sfuggite dalle cassette e andate in pezzi. Qua e là un cinese dagli occhi smarriti, con il codino disfatto, si curava la pianta di un piede sanguinante.
Erano stati allineati in un certo ordine, dopo che i marinai, con qualche scappellotto per placare l’eccitazione, con parole brusche di incoraggiamento il cui tono ricordava piuttosto le minacce, li avevano costretti a sottomettersi. Sedevano ora in file spettrali, ciondolanti, mentre il carpentiere, aiutato da due uomini, passava indaffarato da un punto all’altro, tendendo e ancorando le corde alle quali avrebbero potuto sostenersi. Il nostromo, avvinghiato con una gamba e un braccio a un montante, era alle prese con una lampada che teneva premuta contro il petto, tentando di accenderla, e ringhiava continuamente come un gorilla industrioso.
Le sagome dei marinai si chinavano continuamente, con gli stessi movimenti degli spigolatori, e tutto veniva gettato nel carbonile: indumenti, pezzi di legno, porcellane rotte, e anche i dollari, raccolti nei giubbotti degli uomini. Di tanto in tanto un marinaio barcollava verso il portello con le braccia piene di quei rifiuti; e addolorati occhi a mandorla seguivano i suoi movimenti.
Ad ogni rollio della nave, le lunghe file di figli del Celeste Impero seduti oscillavano in avanti disordinatamente e a quel loro piegarsi improvviso le teste rapate cozzavano le une contro le altre da cima a fondo.
Quando lo scroscio dell’acqua che inondava il ponte cessò per un momento, parve a Jukes, ancor tremante di fatica, di essere riuscito in qualche modo a sconfiggere il vento con la sua battaglia pazzesca lì sotto; gli parve che sulla nave fosse calato il silenzio, un silenzio nel quale il mare continuava a investirla tonante sui fianchi.
Tutto era stato eliminato dal ponte intermedio… tutti i relitti, come dissero gli uomini. I marinai si tenevano adesso eretti e dondolanti, sopra il livello delle teste e delle spalle cascanti. Qua e là un coolie respirava affannosamente a singulti. Là ove la luce cadeva dall’alto, Jukes poteva vedere dell’uno le costole sporgenti, dell’altro la faccia gialla e malinconica; oppure curvi colli; o, ancora, incontrava uno sguardo fisso sulla sua faccia. Lo meravigliò il fatto che non vi fossero cadaveri; ma tutti i cinesi sembravano agli estremi, e lo impietosivano più ancora che se fossero morti dal primo all’ultimo.
A un tratto, uno dei coolies prese a parlare. La luce oscillava sulla sua faccia scavata e tesa; egli teneva la testa arrovesciata all’indietro come un segugio latrante. Dal carbonile giunsero rumori di oggetti che si urtavano e il tintinnio di alcuni dollari; egli tese il braccio, la bocca si spalancò nera, e i suoni incomprensibili, gutturali, chiurlanti, che non sembravano appartenere a un linguaggio umano, penetrarono in Jukes destando in lui una sensazione strana e commossa, come se un bruto si fosse sforzato di essere eloquente.
Altri due cinesi incominciarono a farfugliare quelle che a Jukes parvero esser feroci accuse; gli altri si agitarono tra grugniti e borbottii. Jukes ordinò ai marinai di allontanarsi subito dal ponte intermedio. In quanto a lui, uscì per ultimo indietreggiando attraverso il portello, mentre i grugniti si levavano in un alto mormorio di protesta e mani si tendevano verso di lui come verso un malfattore. Il nostromo fece scorrere il chiavistello, e osservò a disagio: «Sembra che il vento abbia mollato, signore».
I marinai erano lieti di tornare nel passaggio; in cuor suo, ognuno di loro pensava che, all’ultimo momento, avrebbe potuto precipitarsi in coperta… e questo era un sollievo. V’è un che di orribile e di ripugnante nell’idea di annegare al chiuso. Adesso che avevano provveduto per quanto concerneva i cinesi, ridivenivano consci della situazione della nave.
Jukes, uscendo dal passaggio, venne a trovarsi immerso fino al collo nell’acqua turbolenta e scrosciante. Salì in plancia e si accorse che riusciva a distinguere oscure forme, come se la sua vista fosse divenuta innaturalmente acuta. Vedeva vaghi profili. Gli ricordavano non già l’aspetto familiare del Nan-Shan, ma un’immagine che conservava nella memoria… l’immagine di un vecchio piroscafo smantellato, veduto anni prima ad arrugginire su una costa melmosa. La nave gli aveva richiamato alla mente quel relitto.
Non c’era vento, non un alito di vento, tranne le deboli correnti d’aria create dai rollii della nave. Il fumo eruttato dal fumaiolo sembrava andare a posarsi in coperta. Egli lo respirò mentre si portava avanti. Sentì la pulsazione decisa delle macchine, e udì piccoli rumori che sembravano essere sopravvissuti all’enorme strepito: lo sbattere di manovre spezzate, il rapido rotolare di qualche rottame sul ponte. Intravide vagamente la sagoma tozza del comandante afferrato al parapetto contorto della plancia, immobile e dondolante come se avesse affondato le radici nelle assi. L’imprevista immobilità dell’atmosfera opprimeva Jukes. «Abbiamo eseguito l’ordine, signore», ansimò. «Lo immaginavo», disse il capitano MacWhirr. «Oh, davvero?», mormorò Jukes, ma a se stesso. «Il vento ha mollato di colpo», continuò il comandante. Jukes proruppe: «Se crede che sia stata una cosa facile…». Ma il comandante, afferrato al parapetto, non gli badò.
«Stando a quel che dicono i libri, il peggio non è ancora passato».
«Se per la maggior parte non fossero stati quasi morti di mal di mare e di paura, non uno di noi sarebbe uscito vivo da quel ponte intermedio», disse Jukes.
«Bisognava fare quello che era giusto per loro», mormorò MacWhirr, flemmatico. «Non si trova tutto nei libri».
«Oh, credo che ci si sarebbero rivoltati contro se non avessi ordinato agli uomini di uscire immediatamente», continuò Jukes, con fervore.
Dopo le urla di prima, percettibili appena come bisbigli, il tono normale, e così chiaro, della loro voce suonava fortissimo nelle orecchie in quella stupefacente immobilità dell’aria. Avevano l’impressione di parlare in un sotterraneo tenebroso ed echeggiante.
Attraverso un varco frastagliato nella cupola di nubi, la luce di alcune stelle si rifletté nel mare nero, sollevandosi e abbassandosi confusamente. A volte la cresta di un cono d’acqua si riversava a bordo e si mescolava al turbinio di spuma del ponte allagato; e il Nan-Shan arrancava faticosamente in fondo a una cisterna circolare fatta di nuvole. Questa cerchia di densi vapori, girando turbinosamente intorno alla calma del centro, racchiudeva la nave come una muraglia immobile e compatta, dall’aspetto inconcepibilmente sinistro.
In essa, il mare, quasi fosse sconvolto da un sommovimento interno, balzava su a monticelli appuntiti che lottavano l’uno contro l’altro schiaffeggiando violentemente i fianchi della nave; e un suono basso e gemente, il lamento infinito della furia della tempesta, proveniva da oltre i limiti di quella calma minacciosa. Il capitano MacWhirr taceva, e l’orecchio teso di Jukes colse a un tratto lo scroscio fioco e prolungato di qualche onda immensa che correva invisibile sotto la tenebra fitta, il limite spaventoso della sua visuale.
«Naturalmente», prese a dire risentito, «hanno creduto che volessimo approfittare dell’occasione propizia per derubarli. È logico! Lei ha ordinato… ritirare il denaro. Una cosa più facile a dirsi che a farsi. Non potevano sapere che cosa avessimo in mente. Ci siamo gettati d’impeto in mezzo a loro. Dovevamo sbrigarci».
«Visto che la cosa è fatta…», farfugliò il comandante, senza tentar di guardare Jukes. «Dovevo regolarmi come era giusto».
«Quando saremo usciti dalla tempesta, ci accorgeremo che ci aspetta un inferno», disse Jukes, sentendosi colmo di irritazione. «Lasci che si riprendano un po’, e vedrà. Ci salteranno alla gola, signore. Non dimentichi che la nave non è più inglese, adesso. Lo sanno benissimo anche quei bruti. La dannata bandiera del Siam».
«Finché a bordo ci siamo noi…», osservò il capitano MacWhirr.
«I guai non sono finiti», insistette Jukes, profetico, barcollando e afferrandosi al parapetto. «La nave è un relitto», soggiunse con voce fioca.
«I guai non sono finiti…», approvò il capitano MacWhirr a mezza voce. «Badi lei alla nave per un minuto».
«Lascia la plancia, signore?», domandò Jukes, subito, quasi fosse certo che la tempesta gli sarebbe piombata addosso non appena il comandante lo avesse lasciato solo con la nave.
La osservò, tartassata e solitaria, mentre arrancava pesantemente in uno scenario selvaggio di nere acque montagnose, illuminate dai bagliori di mondi remoti. Il Nan-Shan procedeva adagio, alitando nell’occhio immobile dell’uragano l’eccesso della propria forza sotto forma di un bianco getto di vapore… e la nota profonda della vibrazione della valvola di scarico era come il barrito di sfida d’una viva creatura del mare impaziente di riprendere la lotta. La nota vibrante cessò a un tratto.
L’aria immota gemette. Sopra il capo di Jukes alcune stelle splendevano in un pozzo di neri nembi. L’orlo nero come inchiostro della cerchia di nubi contemplava accigliato la nave sotto lo squarcio di cielo rutilante. Anche le stelle sembravano guardarla attentamente, quasi fosse stata l’ultima volta, e il grappolo del loro splendore figurava, come un diadema, su una fronte accigliata.
Il capitano MacWhirr era entrato nella sala nautica. Mancava la luce, ma intuì il disordine del luogo nel quale era solito vivere tra il lindore. La sua poltrona a braccioli era stata rovesciata; i libri, caduti dagli scaffali, si trovavano sparsi sul pavimento; schiacciò sotto il piede un frammento di vetro. Cercò brancolando i fiammiferi e ne trovò una scatola sulla mensola che era circondata da un alto orlo. Ne strofinò uno e, increspando gli angoli degli occhi, accostò la fiammella al barometro, la cui lucente sommità di vetro e metallo parve ammiccare di continuo.
La pressione era discesa ancora… incredibilmente, a tal punto che il capitano MacWhirr grugnì. Il fiammifero si spense, ed egli ne accese in fretta un altro, con le dita tozze e irrigidite.
Di nuovo la fiammella divampò dinanzi al vetro e al metallo ammiccanti della sommità dello strumento. Gli occhi di lui si socchiusero, fissandolo attentamente, quasi si aspettassero un segno impercettibile. Con la faccia grave, il comandante somigliava a un pagano goffo, in stivaloni, che bruciasse incenso davanti all’oracolo di un idolo. Non ci si poteva sbagliare. Era la pressione più bassa che egli avesse mai visto in vita sua.
Il capitano MacWhirr si lasciò sfuggire un sibilo sommesso. Era talmente assorto che la fiammella, rimpicciolita fino a una scintilla azzurrognola, gli bruciò le dita e scomparve. Forse lo strumento si era guastato!
V’era un barometro aneroide avvitato sopra il divano. Egli si voltò da quella parte, accese un altro fiammifero e vide il quadrante bianco di questo secondo strumento fissarlo dalla paratia, significativamente, respingendo una smentita, come se il sapere umano fosse reso infallibile dall’indifferenza della materia. Non rimaneva più posto per i dubbi, ormai. Il capitano MacWhirr sbuffò di impazienza e gettò il fiammifero.
Il peggio doveva ancora venire, allora… e se i testi avevano ragione, quel peggio sarebbe stato pessimo. L’esperienza delle sei ultime ore lo aveva reso più edotto di quello che poteva essere il maltempo. «Sarà terrificante», pronosticò, dentro di sé. Non aveva osservato consapevolmente nulla alla luce dei fiammiferi, tranne i barometri; eppure, in qualche modo, aveva notato che la caraffa dell’acqua e i due bicchieri erano stati sbalzati fuori dai sostegni. Questo parve renderlo più intimamente conscio degli scossoni cui era stata assoggettata la nave. “Non lo avrei mai creduto”, pensò.
Anche il tavolo rimaneva sgombro; i regoli, le matite, il calamaio – tutti gli oggetti che avevano un loro posto preciso e sicuro – erano scomparsi, come se una mano malevola li avesse presi ad uno ad uno e scaraventati sul pavimento bagnato. L’uragano aveva fatto irruzione nel bell’ordine della sua intimità. Una cosa simile non era mai accaduta prima di allora, e la sensazione di sgomento penetrò fino alla radice stessa della sua compostezza. Ma il peggio doveva ancora venire! Fu contento che il caos nel ponte intermedio fosse stato scoperto in tempo. Se la nave era destinata a colare a picco, in ultimo, per lo meno non sarebbe affondata con una turba di gente intenta a dilaniarsi con le unghie e con i denti. Questo sarebbe stato odioso. E in tale sua riflessione v’era un’intenzione umanitaria e un senso vago del decoro.
Sebbene fulminei, questi pensieri erano sostanzialmente grevi e lenti, in quanto partecipavano dell’indole dell’uomo. Egli alzò la mano per rimettere la scatola di fiammiferi nell’angolo della mensola. Si trovavano sempre fiammiferi, là… per ordine suo. Già da tempo egli aveva dato gli opportuni ordini al cambusiere. «Una scatola… proprio lì, capito? Dove non c’è troppo ingombro… in modo che possa trovarla subito, cambusiere. Potrebbe occorrermi subito un po’ di luce. Non si può mai dire che cosa possa occorrere in fretta e furia a bordo di una nave. Ricordatelo».
E, naturalmente, dal canto suo, egli badava sempre a rimettere la scatola a posto, scrupolosamente. Così fece adesso, ma, prima di togliere la mano, gli accadde di pensare che forse non gli si sarebbe presentata mai più l’occasione di adoperare quei fiammiferi. La riflessione fu così vivida da immobilizzarlo e, per un’infinitesimale frazione di secondo, le dita di lui si richiusero sul piccolo oggetto come se esso fosse stato il simbolo di tutte le piccole abitudini che ci incatenano alla monotonia della vita. Abbandonò la presa, infine, e, lasciandosi cadere sul divano, rimase in ascolto dei primi ululati che avrebbero annunciato il ritorno del vento.
Niente ancora. Udì soltanto lo sciabordio dell’acqua, le pesanti sventagliate di spruzzi, i tonfi sordi delle ondate caotiche che invadevano da ogni lato i ponti della nave. Non avrebbe mai avuto la possibilità di uscirne.
Ma l’immobilità dell’atmosfera era tesa e insicura in modo stupefacente, come un esile capello che tenesse una spada sospesa sul suo capo. Mediante quella pausa spaventosa, la tempesta penetrò le difese dell’uomo e gli dissigillò le labbra. Egli parlò nella solitudine e nella fitta oscurità della cabina, come se stesse rivolgendosi a un’altra creatura destatasi nel suo petto.
«Non mi piacerebbe perderla», disse a mezza voce. Sedeva non veduto, discosto dal mare, dalla sua nave, isolato, quasi si fosse ritirato dalla corrente stessa della sua esistenza, nella quale le bizzarrie come parlare con se stessi certamente non trovavano posto. Poggiava il palmo delle mani sulle ginocchia, reclinava il collo corto e ansimava, arrendendosi a una strana sensazione di sfinimento nella quale non seppe riconoscere, non essendo abbastanza esperto, la stanchezza della tensione mentale.
Da dove sedeva, poteva arrivare ad aprire lo sportello di un lavabo a muro. Vi sarebbe dovuta essere una salvietta, là dentro. C’era. Bene… La prese, si asciugò la faccia e poi seguitò a strofinarsi la testa bagnata. Se la massaggiò con energia nell’oscurità, quindi rimase immobile con la salvietta sulle ginocchia. Un momento trascorse, in un silenzio così profondo che nessuno avrebbe potuto supporre la presenza di un uomo seduto in quella cabina. Poi vi fu un mormorio:
«Può ancora cavarsela».
Quando il capitano MacWhirr uscì in plancia, cosa che fece bruscamente, quasi fosse divenuto consapevole a un tratto di essere rimasto assente troppo a lungo, la calma si era già protratta per più di un quarto d’ora… un periodo di tempo sufficiente a renderla intollerabile persino all’immaginazione di lui. Jukes, immobile sul lato anteriore della plancia, prese subito a parlare. La sua voce, neutra e forzata come se stesse parlando a denti stretti, sembrava scorrere via da ogni lato nell’oscurità, che di nuovo si infittiva sul mare.
«Ho fatto sostituire il timoniere. Hackett ha cominciato a gridare di non poterne più. È disteso là dentro accanto al dispositivo di comando, con una faccia cadaverica. A tutta prima non riuscivo a trovare nessuno disposto a strisciar fuori e a sostituire il povero diavolo. Quel nostromo è peggio che un buono a niente, l’ho sempre detto. Credevo di dovere andare io stesso ad agguantare uno dei marinai per la collottola».
«Ah, bene», mormorò il comandante. Rimase in piedi, vigile, al fianco di Jukes.
«Anche il terzo ufficiale è là dentro e si regge la testa. È ferito, signore?»
«No… è impazzito», rispose il capitano MacWhirr, concisamente.
«Ha l’aria di essere caduto, però».
«Ho dovuto dargli una spinta», spiegò il comandante.
Jukes emise un sospiro spazientito.
«Ricomincerà molto all’improvviso», disse il capitano MacWhirr, «e da quella parte, presumo. Dio solo può saperlo, però. Quei libri servono soltanto a confondere le idee e a innervosire. Sarà brutta, comunque, non c’è altro da dire. Se soltanto riuscissimo ad accostare in tempo per prendere il mare di prora…».
Un minuto trascorse. Alcune stelle ammiccarono rapidamente e scomparvero.
«Li ha sistemati in modo sicuro?», ricominciò il comandante, bruscamente, come se il silenzio gli riuscisse intollerabile.
«Sta pensando ai coolies, signore? Ho fatto tendere corde trasversalmente, per tutto il ponte intermedio».
«Oh, davvero? Buona idea, signor Jukes».
«Non credevo… che le interessasse… sapere…», disse Jukes, il rollio della nave spezzettò la frase come se qualcuno lo avesse sbalestrato qua e là mentre parlava, «in che modo me la sono sbrogliata… con quel compito infernale. Abbiamo eseguito l’ordine. E alla fine la cosa potrebbe non avere alcuna importanza».
«Dovevo fare quello che è giusto… anche se sono soltanto cinesi. Dare loro le nostre stesse possibilità… all’inferno! La nave non è ancora perduta. Ed è già abbastanza brutto trovarsi rinchiusi sottocoperta in una tempesta…».
«È appunto quel che ho pensato quando mi ha affidato il compito, signore», lo interruppe Jukes, di malumore.
«…Senza essere fatti a pezzi», continuò il capitano MacWhirr, con crescente veemenza. «Non avrei potuto consentire che accadesse questo sulla mia nave, anche sapendo che non le restavano più di cinque minuti. Non avrei potuto tollerarlo, signor Jukes».
Un suono cavernoso ed echeggiante, simile a quello di un urlo ripercosso dalle pareti di un abisso roccioso, si avvicinò alla nave e di nuovo si spense.
«Ecco che ci siamo!», borbottò il capitano MacWhirr. «Signor Jukes?»
«Sono qui, signore».
I due uomini stavano cominciando a diventare indistinti l’uno per l’altro.
«Dobbiamo confidare che passi attraverso il tifone e arrivi all’altro lato. Questo è ovvio. Non c’è posto, qui, per la strategia delle tempeste del capitano Wilson».
«No, signore».
«Per ore sarà sommersa e spazzata dai marosi», mormorò il comandante. «Non rimane molto, ormai, in coperta, che il mare possa portar via… tranne lei, od io».
«Tutti e due, signore», bisbigliò Jukes, ansimante.
«Lei va sempre incontro ai guai a metà strada, Jukes», lo rimproverò bizzarramente il capitano MacWhirr. «Sta di fatto, comunque, che il terzo ufficiale è un buono a niente. Mi ha sentito, signor Jukes? Lei rimarrebbe solo se…».
Il capitano MacWhirr si interruppe, e Jukes, guardandosi attorno da ogni parte, serbò il silenzio.
«Non si lasci scoraggiare da niente», continuò il capitano, borbottando piuttosto in fretta. «La tenga con la prua al mare. Possono dire quello che vogliono, ma le onde peggiori corrono con il vento. La prua all’onda… sempre la prua all’onda… è questo il modo di cavarsela. Lei è un marinaio giovane. Affronti la tempesta. Ce n’è abbastanza per qualsiasi uomo. Non perda la testa».
«Sì, signore», disse Jukes, con una stretta al cuore.
Nei pochi secondi che seguirono, il comandante parlò con la sala macchine ed ebbe la risposta.
Chissà per quale motivo, Jukes provò un empito di fiducia, una sensazione che proveniva dall’esterno come un alito caldo, e lo faceva sentire all’altezza di qualsiasi situazione. Il lontano brontolio delle tenebre gli si insinuò nelle orecchie. Lo notò impassibile, grazie a quella fiducia improvvisa in se stesso, come un uomo al sicuro entro una cotta di maglia potrebbe guardare uno stiletto.
La nave arrancava senza sosta tra le nere montagne d’acqua, pagando con quel violento traballare lo scotto della sua esistenza. Rombava nelle proprie viscere, lanciando un candido pennacchio di vapore nella notte, e il pensiero di Jukes volò come un uccello nella sala macchine ove il signor Rout – uomo coraggioso – era preparato. Quando il rombo cessò, gli parve che vi fosse un’interruzione di ogni suono, una spenta pausa nella quale la voce del capitano MacWhirr squillò facendolo trasalire.
«Cos’è quella? Una raffica di vento?». Il capitano parlava più forte di quanto Jukes lo avesse mai udito. «Di prora. Esatto. Può ancora cavarsela».
Il rumoreggiare del vento divenne rapidamente più vicino. Sul fronte del vento si poteva udire un sonnacchioso, ridesto gemito, e in lontananza l’espandersi di un multiplo clamore, che avanzava e si ampliava. V’erano in esso un rullare come di innumerevoli tamburi, una minacciosa nota dilagante, e qualcosa di simile al canto di una moltitudine in marcia.
Jukes non riusciva più a scorgere con chiarezza il comandante. Le tenebre si stavano ammonticchiando inesorabilmente sulla nave. Tutt’al più intravedeva movimenti, i gomiti sporti in fuori, la testa che si alzava.
Il capitano MacWhirr sta cercando di allacciare l’ultimo bottone dell’impermeabile di cerata con frenetica fretta. L’uragano, con la sua capacità di fare impazzire i mari, di affondare navi, di sradicare alberi, di abbattere mura robuste e di scaraventare al suolo gli uccelli stessi dell’aria, aveva incontrato sul proprio cammino quest’uomo taciturno e, impegnandosi al massimo, riuscì a strappargli qualche parola. Prima che la furia rinnovata dei venti si scagliasse sulla nave, il capitano MacWhirr fu indotto a dichiarare, quasi in tono infastidito: «Non mi piacerebbe perderla».
Il fastidio gli venne evitato.
Capitolo sesto
In una vivida giornata di sole, con la brezza che incalzava il fumo spingendolo a prora, il Nan-Shan entrò nel porto di Fu-chau. Il suo arrivo fu subito notato a terra e i marinai in porto dissero: «Guarda! Guarda quel vapore. Oh bella! Batte bandiera siamese… vero? Ma guardalo!».
Il piroscafo, infatti, sembrava essere stato utilizzato come bersaglio mobile per i cannoni di minor calibro di un incrociatore. Una salva di proiettili non avrebbe potuto fare assumere alle sue sovrastrutture un aspetto più sfasciato, dilaniato e devastato; e inoltre, esso aveva l’aria logora e stanca delle navi che giungono dagli antipodi. Ciò rispondeva del resto alla verità, perché, nel corso della sua breve traversata, il Nan-Shan si era spinto molto lontano, avvistando, addirittura, le coste del Grande Aldilà, dal quale nessuna nave può mai fare ritorno per dare sepoltura al proprio equipaggio. Era incrostato e grigio di sale fino ai paternoster degli alberi e alla sommità del fumaiolo; quasi che (come disse un marinaio faceto) «l’equipaggio lo avesse ripescato in qualche punto sul fondo del mare e portato qui per le riparazioni». E poi, entusiasmato dalla propria felice battuta di spirito, propose di acquistare la nave con cinque sterline… «nello stato in cui si trova».
Il Nan-Shan non era ormeggiato da più di un’ora quando un ometto scarno, con la punta del naso rossa e una faccia dall’espressione irosa, sbarcò da una sampan sul molo della Concessione Straniera e immediatamente si voltò a minacciare il piroscafo con il pugno.
Un individuo alto, dalle gambe di gran lunga troppo sottili per la sua pancia rotonda, e dagli occhi acquosi, si avvicinò lemme lemme e osservò:
«Già sbarcato, eh? Sei stato fulmineo».
Indossava un vestito sudicio di flanella blu e calzava un paio di infangate scarpe da cricket; baffi grigiastri, trascurati, gli pendevano dagli angoli della bocca, e la luce del giorno era visibile in due punti tra la tesa e il cocuzzolo del cappello.
«Salve! Che cosa stai facendo qui?», domandò l’ex terzo ufficiale del Nan-Shan, stringendogli frettolosamente la mano.
«Sto aspettando un posto… qualcosa che valga la pena di accettare… ho avuto una “soffiata”», spiegò l’uomo con il cappello bucato, a scatti ansimanti ed apatici.
Il terzo ufficiale minacciò di nuovo con il pugno il Nan-Shan. «C’è un tale, là a bordo, che non sarebbe capace di comandare una chiatta», dichiarò, fremente di passione, mentre l’altro si guardava attorno distratto.
«Ah, davvero?».
Ma poi l’uomo scorse sul molo una pesante cassetta da marinaio verniciata in marrone sotto la custodia sfilacciata di tela da vele, e legata con una corda di canapa nuova. L’adocchiò con ridestato interessamento.
«Parlerei e lo metterei nei pasticci se non fosse per quella dannata bandiera siamese. Non c’è nessuno cui rivolgersi, altrimenti non gliela farei passare liscia. L’impostore! Ha detto al primo macchinista – un altro impostore, se vuoi saperlo – che avevo perduto la testa. È il più gran branco di stupidi ignoranti che abbia mai navigato. No! Non puoi immaginare…».
«Li hai avuti i tuoi soldi?», domandò a un tratto quel suo frusto conoscente.
«Sì. Sono stato pagato a bordo», infuriò il terzo ufficiale. «“Vada a far colazione a terra”, mi ha detto».
«Farabutto!», commentò l’uomo alto di statura, vagamente, e si passò la punta della lingua sulle labbra. «Se bevessimo qualcosa insieme?»
«Mi ha percosso», sibilò il terzo ufficiale.
«Ma no! Percosso! Che cosa mi dici!». L’uomo dal vestito blu si affannò a dar prova di comprensione. «Ma qui non si può parlare, e voglio che tu mi racconti tutto. Percosso… eh? Troviamo qualcuno che ti porti la cassetta. Conosco un locale tranquillo dove hanno birra in bottiglia…».
Il signor Jukes, che aveva scrutato la costa con un binocolo, disse in seguito al primo macchinista: «Il nostro terzo ufficiale non ha tardato a trovare un amico. Un tipo che aveva tutta l’aria di essere uno scroccone. Li ho visti allontanarsi insieme dal molo».
I martellamenti e gli strepiti metallici delle indispensabili riparazioni non disturbavano il capitano MacWhirr. Il cambusiere trovò nella lettera da lui scritta nella riordinata sala nautica passi di un interesse così trascinante che per ben due volte poco mancò venisse colto sul fatto. Ma la signora MacWhirr, nel salotto della casa da quaranta sterline all’anno, soffocò uno sbadiglio, forse per un senso innato del decoro… dato che era sola.
Era adagiata su una chaise-longue rivestita in velluto e dorata, accanto al caminetto piastrellato, con ventagli giapponesi sulla mensola, e un rosso bagliore di braci sulla grata. Alzando la lettera tra le mani, diede stancamente un’occhiata qua e là alle molte pagine. La colpa non era sua se le sembravano tanto prosaiche, tanto prive di ogni interesse… da “Mia adorata moglie” all’inizio, a “il tuo affezionato marito” alla fine. Davvero non si poteva pretendere che capisse tutte quelle questioni navali. Le faceva piacere, naturalmente, ricevere sue notizie, ma in realtà non si era mai domandata perché.
“…Si chiamano tifoni… Sembra che al secondo non vadano a genio… I libri non servono… Non potevo permettere che la cosa continuasse…”.
La carta ebbe un fruscio secco, “…una calma protrattasi per oltre venti minuti”, lesse distrattamente; e le parole che colsero subito dopo i suoi occhi noncuranti in cima a un’altra pagina erano: “…rivedere te e i ragazzi…”. Ella ebbe un moto di impazienza. Suo marito non faceva che pensare al ritorno a casa; non aveva mai percepito un così buon stipendio. Che cosa gli prendeva, adesso?
Non le venne in mente di voltare il foglio e di leggerlo. Avrebbe saputo allora che, tra le ore quattro e le ore sei antimeridiane del venticinque dicembre, il capitano MacWhirr si era effettivamente convinto che la sua nave non avrebbe potuto resistere un’ora di più con quel mare, e si era detto che non avrebbe più riveduto la moglie e i figli. Nessuno doveva saperlo (le sue lettere scomparivano quasi subito)… assolutamente nessuno, tranne il cambusiere, il quale era rimasto enormemente colpito da quella rivelazione. A tal punto che egli cercò di dare al cuoco un’idea del «pericolo che tutti quanti abbiamo scampato per un filo», dicendo con solennità: «Persino il vecchio non credeva alla possibilità di salvarci».
«Come lo sai?», domandò sprezzante il cuoco, un ex militare. «Non sarà venuto a raccontarlo a te, per caso?»
«Be’, me lo ha lasciato capire», mentì il cambusiere, spudoratamente.
«Ma va là! Sta a vedere che la prossima volta verrà a contarlo a me!», lo schernì l’anziano cuoco, voltando la testa a guardarlo.
La signora MacWhirr, messa all’erta, lesse qualche frase più avanti:
“…fare quello che era giusto… Miserabili creature… Soltanto tre, ognuno con una gamba fratturata, ed uno… Ho ritenuto preferibile mettere le cose a tacere… Spero di aver fatto la cosa giusta…!”.
Ella lasciò ricadere le mani. No: non v’era altro a proposito del ritorno a casa. Suo marito doveva essersi limitato a esprimere un pio desiderio. La signora MacWhirr si sentì tranquillizzata, mentre l’orologio di marmo nero, che il gioielliere locale le aveva fatto pagare tre sterline, diciotto scellini e sei pence, ticchettava furtivo e discreto.
La porta si spalancò e una ragazza di quell’età caratterizzata dalle gambe lunghe e dalla gonna corta, irruppe nella stanza. Aveva sparsa sulle spalle una gran copia di capelli incolori e piuttosto lisci. Vedendo sua madre, si immobilizzò e volse lo sguardo degli occhi scialbi e curiosi sulla lettera.
«È del babbo», mormorò la signora MacWhirr. «Dove è andato a finire il nastro che avevi sui capelli?».
La ragazza si portò le mani al capo e si imbronciò.
«Sta bene», continuò la signora MacWhirr, languidamente. «O almeno credo. Non lo dice mai». Ebbe una risatina. Il volto della ragazza espresse un’indifferenza distratta, e la signora MacWhirr la osservò con tenero orgoglio.
«Va a metterti il cappello», disse dopo qualche momento. «Usciamo a fare spese. C’è una liquidazione da Linom».
«Oh, che bellezza!», esclamò la ragazza, solennemente, con una voce dalle inattese tonalità gravi e vibranti, e uscì di corsa dalla stanza.
Era un bel pomeriggio, con il cielo grigio e i marciapiedi asciutti. Davanti al negozio di tessuti la signora MacWhirr sorrise a una donna prosperosa dalla mantellina nera con guarnizioni di lustrini. I fiori falsi del cappellino incorniciavano una faccia biliosa e matronale. Le due signore proruppero contemporaneamente in un rapido cicaleccio di saluti e di esclamazioni, molto rapidamente, come se la strada fosse stata sul punto di spalancarsi e di inghiottire tutto quel piacere reciproco prima che fosse stato espresso.
Dietro di loro le alte porte di cristallo rimanevano impedite. La gente non riusciva a passare, gli uomini si tenevano discosti aspettando con pazienza e Lydia si divertiva a conficcare la punta del parasole nelle connessure tra i lastroni. La signora MacWhirr discorreva rapidamente.
«Grazie infinite. No, non torna ancora a casa. È molto triste, naturalmente, averlo lontano, ma è per me una tale consolazione sapere che si trova così bene». La signora MacWhirr riprese fiato. «Il clima gli si confà», soggiunse, sorridendo radiosa, come se il povero MacWhirr avesse viaggiato in Cina per ragioni di salute.
Nemmeno il primo macchinista sarebbe tornato a casa per il momento. Il signor Rout si rendeva conto anche troppo bene dell’importanza di un buon imbarco.
«Salomon dice che le meraviglie laggiù non finiscono mai», esclamò la signora Rout, gioiosamente, rivolta all’anziana signora seduta sulla sua poltrona accanto al fuoco. La madre del signor Rout si mosse appena, con le mani avvizzite, infilate nei mezzi guanti neri, posate in grembo.
Gli occhi della moglie del primo macchinista danzavano, né più né meno, sul foglio. «Il comandante della nave sulla quale è imbarcato – un uomo piuttosto semplice, ricordi, mamma? – si è comportato in modo assai abile, dice Salomon».
«Sì, mia cara», mormorò la vecchia, docilmente, sedendo con il capo argenteo abbassato, e quell’aria di intima placidità tipica delle persone molto anziane che sembrano smarrite nella contemplazione degli ultimi guizzi della vita. «Mi sembra di ricordare».
Salomon Rout, il Vecchio Sal, Babbo Sal, il primo macchinista, «Rout, il brav’uomo»… il signor Rout, condiscendente e paterno amico dei giovani, era stato il più piccolo di molti figli… ormai tutti defunti. Ed ella lo ricordava soprattutto come un ragazzetto di dieci anni… molto tempo prima che andasse a fare il suo apprendistato in una grande officina meccanica nel Nord. In seguito lo aveva veduto così poco, ed erano passati tanti di quegli anni, che adesso doveva tornare molto indietro sui propri passi per vederlo con chiarezza nelle brume del tempo. A volte si sarebbe detto che sua nuora parlasse di un estraneo.
La più giovane signora Rout rimase delusa. «H’m. H’m». Voltò il foglio. «Ma è esasperante! Non dice di che si tratta. Dice che io non potrei capire. Pensa un po’! Che cosa può aver fatto di tanto abile? Che uomo dispettoso a non dircelo!».
Continuò a leggere seria, senza fare altri commenti, e infine, rimanendo seduta, contemplò il fuoco. Il capo macchinista accennava al tifone soltanto con una o due parole; ma qualcosa lo aveva indotto ad esprimere un più intenso desiderio della compagnia di quella donna allegra:
«Se non fosse per il fatto che devi badare alla mamma, ti manderei oggi stesso i soldi per il viaggio. Potresti mettere su una casetta qui. Avrei modo di vederti più spesso, allora. Non stiamo diventando più giovani…».
«Sta bene, mamma», sospirò la signora Rout, riscuotendosi.
«È sempre stato un ragazzo robusto e sano», disse la vecchia, placidamente.
La descrizione del signor Jukes fu invece realmente animata e completa. Il suo amico che navigava nell’Oceano Occidentale ne parlò liberamente agli altri ufficiali del piroscafo. «Un tale che conosco mi scrive di un episodio straordinario accaduto a bordo della sua nave in quel tifone… sapete… quello di cui abbiamo letto nei giornali due mesi fa. È divertentissimo! Vedrete voi stessi quello che dice. Vi mostrerò la lettera».
Nella lettera v’erano frasi studiate per dare l’impressione di una risolutezza indomabile e disinvolta. Jukes le aveva scritte in buona fede, perché questo era stato il suo punto di vista al momento di compilare la lettera. Descriveva con un effetto sinistro le scene nel ponte intermedio.
“…Lo capii in un lampo, quei dannati cinesi non potevano rendersi conto che noi non eravamo dei predoni pronti a tutto. Non è consigliabile togliere a un cinese il suo denaro, quando è il più forte. Ci saremmo dovuti trovare in una situazione davvero disperata per andare a rubare con quel maltempo, ma che cosa sapevano di noi i poveracci? Così, senza pensarci due volte, feci ritirare immediatamente gli uomini. Il nostro compito lo avevamo svolto… quello cui il vecchio teneva tanto. Ce ne andammo subito, senza soffermarci a domandare come si sentissero. Sono persuaso che, se non fossero stati così terribilmente scossi e spaventati – tutti quanti dal primo all’ultimo – e nell’impossibilità di ribellarsi, saremmo stati fatti a pezzi. Oh, ce la vedemmo davvero brutta, posso assicurartelo; e ti auguro di navigare avanti e indietro per i mari fino alla fine dei secoli, senza trovarti mai alle prese con un simile compito”.
In seguito accennava professionalmente ai danni riportati dalla nave, e continuava così:
“La situazione divenne maledettamente delicata quando il tempo si calmò. Né la migliorava il fatto che, di recente, la nave era passata sotto bandiera siamese; anche se il comandante non riesce a rendersi conto della differenza. ‘Finché a bordo ci siamo noi’, dice. Ma vi sono sentimenti che quest’uomo semplicemente non possiede… e non rimane altro da dire. Tanto varrebbe sforzarsi di far capire le cose alla colonnina di un letto. Ma, a parte questo, ci si sente infernalmente soli navigando i mari cinesi senza potersi rivolgere ai consoli, senza che la nave possa far conto su una cannoniera, senza nessuno che possa intervenire in caso di difficoltà.
La mia idea era quella di tenere i cinesi rinchiusi sottocoperta per un’altra quindicina di ore; in quanto non distavamo più di tanto da Fu-chau. Laggiù avremmo trovato, con ogni probabilità, qualche nave da guerra e, una volta sotto la protezione dei suoi cannoni, saremmo stati al sicuro; poiché, senza dubbio, qualsiasi comandante di una nave da guerra – inglese, francese o olandese – avrebbe spalleggiato i bianchi nell’eventualità di disordini a bordo. In seguito, avremmo potuto liberarci dei cinesi e del loro denaro consegnandoli al loro Mandarino o Taotai, o comunque si chiamino quei tipi con gli occhialoni che si vedono passare in portantina per le fetide vie di questo paese.
Ma il vecchio, chissà perché, non volle saperne. Voleva mettere a tacere la cosa. Si era ficcato in mente quest’idea, e nemmeno un argano a vapore avrebbe potuto togliergliela. Voleva che si facesse il minor chiasso possibile, nell’interesse della nave e dei suoi armatori… ‘nell’interesse di tutti’ disse, fissandomi molto severamente. Questo mi fece andare su tutte le furie. Naturalmente non era possibile passare sotto silenzio un episodio del genere; ma le cassette erano state assicurate nel modo consueto, e potevamo considerarci tranquilli nell’eventualità di qualsiasi tempesta normale, mentre questa è stata qualcosa di demoniaco, del quale non riuscirei mai a darti un’idea.
Intanto, stentavo a reggermi in piedi. Nessuno di noi aveva avuto un solo momento di riposo per quasi trenta ore, ed ecco il vecchio che si massaggiava il mento, che si massaggiava il cocuzzolo della testa, tanto preoccupato da non ricordare nemmeno di cavarsi gli stivaloni di gomma.
‘Spero, signore’, dissi, ‘che non li lascerà uscire in coperta se prima non saremo preparati a tener loro testa in un modo o nell’altro’. Non che mi sentissi molto ottimista, bada bene, riguardo alla possibilità di tenere sotto controllo quegli accattoni, se per caso avessero avuto l’intenzione di attaccarci. Disordini tra un carico di cinesi non sono un gioco da bambini. E per giunta ero maledettamente stanco. ‘Vorrei’ dissi ‘che ci consentisse di gettar loro tutti questi dollari, lasciando che se li contendano mentre noi ci riposeremo’.
‘Adesso sta davvero sragionando, Jukes’ fece lui, alzando gli occhi in quella sua tipica maniera lenta che ti fa sentire, non so perché, indolenzito dappertutto. ‘Dobbiamo escogitare qualcosa che sia equo per tutti’.
Avevo un monte di lavoro per le mani, come puoi ben immaginare, e pertanto misi in moto gli uomini e poi pensai di andarmi a riposare per un po’. Dormivo nella mia cuccetta da non più di dieci minuti quando ecco che il cambusiere si precipitò dentro e cominciò a tirarmi per una gamba.
‘Per amor di Dio, signor Jukes, venga fuori! Salga subito in coperta, signore! Oh, venga subito!’.
Quell’uomo mi terrorizzò. Non sapevo che cosa fosse accaduto: se un nuovo uragano… o che altro. Non sentivo alcun vento.
‘Il comandante li sta facendo uscire. Oh, li sta facendo uscire. Corra in coperta, signore, e ci salvi. Il primo macchinista è corso adesso di sotto a prendere la rivoltella’.
Così, almeno, mi parve di capire che avesse detto quello sciocco. Papà Rout, invece, giura che si limitò a scendere in cabina soltanto per prendere un fazzoletto da tasca. In ogni modo, mi infilai in fretta e furia i calzoni e volai sul ponte di poppa. In coperta, a prora, v’era senza dubbio un gran trambusto. Quattro marinai, con il nostromo, stavano lavorando a poppa. Distribuii loro alcuni fucili di cui dispongono tutte le navi lungo le coste della Cina e li condussi in plancia. Mentre vi stavamo andando mi imbattei nel vecchio Sal che, con un’aria spaventata, stava succhiando un sigaro spento.
‘Venga con me!’, gli urlai.
Ci lanciammo, tutti e sette, verso la sala nautica. Ma era già tutto finito. Ecco là il vecchio, con gli stivaloni di gomma ancora calzati fino ai fianchi, e in maniche di camicia… gli era venuto caldo a furia di pensare, immagino. Accanto a lui l’elegante impiegato della Bun-hin, sudicio come uno spazzacamino, era ancora verde in faccia. Capii subito che mi aspettava una ramanzina.
‘Che diavolo significa questa buffonata, signor Jukes?’ mi domandò il vecchio, e non sarebbe potuto essere più furibondo. Ti dico francamente che rimasi ammutolito. ‘Per amor di Dio’, soggiunse, ‘tolga quei fucili agli uomini. Altrimenti, tra non molto, ci andrà di mezzo qualcuno. Il diavolo mi porti se questa nave non è peggio di un manicomio! Stia bene attento, adesso: voglio che rimanga qui ad aiutare me e il cinese della Bun-hin a contare il denaro. Non le spiacerà dare una mano anche lei, signor Rout, visto che si trova qui. Quanti più saremo, tanto meglio’.
Aveva deciso tutto per suo conto mentre io stavo dormendo. Se fossimo stati a bordo di una nave inglese, o anche se soltanto avessimo dovuto sbarcare i coolies in un porto inglese, come ad esempio Hong Kong, le inchieste, le richieste di danni, le seccature e così via non avrebbero avuto termine. Ma questi cinesi conoscono meglio di noi i loro funzionari.
I boccaporti erano già stati aperti, e i coolies si trovavano tutti in coperta dopo una notte e un giorno trascorsi nel ponte intermedio. Si provava un’impressione bizzarra vedendo tante facce scavate e sconvolte tutte insieme. I poveracci si guardavano attorno contemplando il cielo, il mare, la nave come se si fossero aspettati di constatare che tutto era stato fatto a pezzi. E non era il caso di stupirsene. Avevano vissuto un’esperienza tale da scuotere anche l’anima di un bianco. Ma d’altro canto, dicono che il cinese non ha anima. Ha in sé, però, qualcosa di maledettamente forte. C’era un tale (tra quelli più gravemente feriti) che per poco non aveva perduto un occhio; gli sporgeva dalla faccia grosso come un mezzo uovo di gallina. Un bianco sarebbe rimasto a letto per un mese dopo un simile infortunio: e invece ecco quel tizio che si faceva largo qua e là a furia di gomiti tra la ressa e parlava con gli altri come se non avesse avuto un bel nulla. I cinesi non facevano che cicalare tra loro e ogni volta che il vecchio si avvicinava al parapetto della plancia mostrando la testa calva, la smettevano tutti di cicalare e lo guardavano dal basso.
Sembra che dopo aver preso questa decisione egli avesse mandato l’impiegato della Bun-hin sottocoperta a spiegare ai cinesi qual era il solo modo per riavere i loro soldi. Mi disse in seguito che siccome i coolies avevano lavorato nello stesso luogo e per lo stesso periodo di tempo, secondo lui avrebbe fatto la cosa più equa possibile per loro dividendo in parti uguali tra tutti il denaro ritirato da noi. Disse che non era possibile distinguere il dollaro dell’uno da quello dell’altro, e se si fosse domandato a ogni coolie quanto denaro aveva portato a bordo, temeva che avrebbero mentito tutti quanti e i dollari non sarebbero bastati. Credo che avesse ragione su questo punto. In quanto a consegnare l’intera somma di denaro a un qualsiasi funzionario cinese che avessimo potuto scovare a Fu-chau, tanto valeva, disse, che lo intascasse lui subito, per i vantaggi che ne sarebbero venuti a loro. Anche i cinesi, presumo, la pensavano così.
Terminammo la distribuzione prima che facesse notte. Fu uno strano spettacolo: il mare agitato, la nave ridotta alle condizioni di un relitto, quei cinesi che barcollando salivano in plancia ad uno ad uno per ritirare la loro parte, e il vecchio sempre con gli stivaloni di gomma e in maniche di camicia, occupatissimo nel pagare sulla soglia della sala nautica, zuppo di sudore, prendendosela di tanto in tanto aspramente con me o con Papà Rout per una cosa o per l’altra che non gli andava a fagiolo. Discese personalmente passando per il boccaporto numero due a portare ai feriti la loro parte. Avanzarono tre dollari e toccarono ai tre coolies più malandati, uno a testa. In seguito ci mettemmo all’opera e portammo fuori in coperta cumuli di stracci bagnati, e ogni sorta di frammenti di cose senza forma, alle quali sarebbe stato impossibile dare un nome, e lasciammo che fossero essi stessi a stabilire chi ne era il proprietario.
Senza dubbio non si sarebbe potuto far di meglio per mettere a tacere la cosa a vantaggio di tutti gli interessati. Che cosa ne pensi tu, o fortunatissimo ufficiale di transatlantici? Il capo macchinista dice che ovviamente non si sarebbe potuto fare altro. In quanto al comandante, l’altro giorno mi ha fatto osservare: ‘Ci sono cose delle quali i libri non parlano affatto’. A me sembra che per essere uno sciocco se la sia cavata molto, molto bene”».