Stories 93 / Random

Stories by joseph conrad

nostromo (italian)

Parte prima
Capitolo primo
All’epoca del dominio spagnolo, e per molti anni a seguire, la città di Sulaco – la lussureggiante bellezza dei giardini di aranci testimonia la sua antichità – era un piccolo porto di modesta importanza commerciale, a parte un traffico locale di cuoio e di indaco abbastanza vasto. I goffi galeoni d’alto mare dei conquistatori che, avendo bisogno di un vento teso per muoversi, restavano in panna, mentre una nave moderna costruita sulle linee di un clipper fila veloce con il semplice fremito delle vele, erano stati banditi da Sulaco dalle bonacce prevalenti nel suo vasto golfo. Alcuni porti sono di difficile accesso a causa di pericolosi scogli sommersi e delle tempeste che sferzano le loro coste. Sulaco aveva trovato un inviolabile rifugio dalle tentazioni di un mondo commerciale nella solenne quiete del profondo Golfo Placido come all’interno di un enorme tempio semicircolare scoperchiato e aperto all’oceano, con le pareti formate da alte montagne avvolte in funebri drappeggi di nuvole.
Da un lato di questa ampia curva nella costa rettilinea della Repubblica di Costaguana, l’ultimo sperone del promontorio forma un piccolo capo chiamato Punta Mala. Dal centro del golfo la punta di terra non è visibile; ma la spalla di una ripida collina retrostante si delinea vagamente come un’ombra sul cielo.
Dall’altro lato, quello che sembra un banco isolato di nebbia azzurrina fluttua lievemente sull’orizzonte luminoso. È la penisola di Azuera, un ammasso caotico di rocce aguzze e di spianate sassose solcate da burroni scoscesi. Si protende sul mare come una rozza testa di pietra sporgente da una costa verdeggiante all’estremità di una sottile lingua di sabbia coperta di folti cespugli spinosi. Totalmente arida, giacché l’acqua piovana scorre subito in mare da tutti i lati, non ha terra sufficiente – dicono – nemmeno per far crescere un filo d’erba, come se fosse colpita da una maledizione. I poveri, associando per un oscuro istinto di consolazione le idee di male e di ricchezza, vi diranno che è una terra morta a causa dei suoi tesori proibiti. La gente comune dei dintorni, peones delle estancias, vaqueros delle pianure costiere, indiani mansueti che vengono al mercato da miglia di distanza con un fascio di canne da zucchero o un cesto di mais da tre soldi, sanno bene che cumuli di oro lucente giacciono nell’oscurità dei profondi precipizi che solcano le spianate rocciose di Azuera. La tradizione vuole che molti avventurieri del passato siano periti nella ricerca. Si racconta anche che due marinai vagabondi – americanos, forse, ma sicuramente gringos di qualche sorta – convincessero un mozo giocatore e buono a nulla a unirsi a loro e i tre rubassero un asino per trasportare un fascio di legni secchi, un otre d’acqua e provviste sufficienti per alcuni giorni. Così equipaggiati e con le pistole alla cintola, avevano cominciato ad aprirsi un varco con i machetes attraverso i rovi all’imboccatura della penisola.
La seconda sera una spirale di fumo (che poteva provenire soltanto dal loro fuoco da campo) fu vista per la prima volta a memoria d’uomo levarsi verticalmente nel cielo da un ripido costone sulla punta rocciosa. L’equipaggio di una goletta, rimasta in panna a tre miglia da terra, lo fissò con stupore fino a che fece buio. Un pescatore negro, che viveva in una capanna solitaria in una baietta vicina, aveva visto l’inizio e stava all’erta, aspettando qualche segno. Chiamò sua moglie proprio quando il sole stava per tramontare e assisterono allo strano portento con invidia, incredulità e meraviglia.
Gli empi avventurieri non dettero altro segno. I marinai, l’indiano e il burro rubato non furono più visti. Quanto al mozo, che era di Sulaco, sua moglie gli fece dire qualche messa e il povero quadrupede, essendo senza peccato, probabilmente era morto in pace; ma si dice che i due gringos, vivi e spettrali, vaghino ancora oggi fra le rocce sotto il fatale incantesimo del loro successo. Le loro anime non possono staccarsi dai corpi che montano la guardia al tesoro scoperto. Ora sono ricchi, affamati e assetati: una strana teoria secondo cui i tenaci fantasmi dei gringos soffrono la fame e la sete nella loro carne di eretici temerari, laddove un cristiano avrebbe rinunciato e sarebbe stato liberato.
Questi, dunque, sono i leggendari abitanti di Azuera che vigilano sulla sua ricchezza proibita; l’ombra nel cielo da una parte e la rotonda chiazza di bruma azzurrina che vela la linea luminosa dell’orizzonte dall’altra, segnano le due estremità della curva che porta il nome di Golfo Placido perché mai un vento forte ha increspato le sue acque.
Appena attraversano la linea immaginaria che congiunge Punta Mala ad Azuera le navi provenienti dall’Europa e dirette a Sulaco non sono più sospinte dalle brezze impetuose dell’oceano. Diventano preda di venticelli capricciosi che a volte giocano con loro per trenta ore consecutive. Dinanzi a esse, l’imboccatura del golfo tranquillo è invasa per molti giorni all’anno da un grande banco di nuvole immobili e opache. Nelle rare mattine limpide un’altra ombra si proietta sulla distesa del golfo. L’alba sorge alta dietro la torreggiarne e compatta muraglia della Cordigliera, una nitida visione di picchi scuri che si innalzano ripidi su un elevato piedestallo boscoso sorgente dal bordo del mare. Fra di essi la cima bianca dell’Higuerota si eleva maestosa nell’azzurro. Ammassi di enormi rocce nude cospargono di minuscoli punti neri la liscia cupola di neve.
Poi, quando il sole di mezzogiorno fa ritirare dal golfo l’ombra delle montagne, le nuvole cominciano a rotolare fuori dalle valli più basse. Avvolgono in brandelli d’ombra le rupi nude dei precipizi sopra i pendii boscosi, nascondono i picchi, si espandono in cupe spirali sulle nevi dell’Higuerota. La Cordigliera sparisce alla vista come se si fosse dissolta in grandi ammassi di vapori grigi e neri che fluttuano lentamente verso il mare e svaniscono nell’aria al rovente calore del giorno. L’orlo sfrangiato del banco di nuvole si protende sempre verso il centro del golfo, ma di rado lo raggiunge. Il sole – come dicono i marinai – lo divora. A meno che, per caso, una fosca nube temporalesca non si stacchi dal corpo principale per attraversare velocemente il golfo e fuggire al largo oltre Azuera, dove divampa all’improvviso ed esplode fragorosamente come una sinistra nave pirata dell’aria, sospesa sopra l’orizzonte, scontrandosi col mare.
La notte il banco di nuvole si spinge più in alto nel cielo e immerge l’intero golfo sottostante in un’impenetrabile oscurità, in cui si ode – ora qua, ora là – il suono di brevi piovaschi che iniziano e cessano di colpo. In verità, queste notti nuvolose sono proverbiali fra i marinai lungo tutta la costa occidentale di un grande continente. Cielo, terra e mare scompaiono dal mondo quando il Placido – come dice il proverbio – va a dormire sotto il suo poncho nero. Le poche stelle rimaste sotto la volta cupa brillano debolmente come nella bocca di una caverna nera. Nella sua vastità la nave galleggia non vista sotto i vostri piedi, le vele ondeggiano invisibili sopra la vostra testa. L’occhio di Dio Medesimo – aggiungono con truce irriverenza – non potrebbe scoprire che cosa sta facendo la mano di un uomo e sareste liberi di chiamare impunemente il diavolo in vostro aiuto, se anche la sua malizia non fosse sconfitta da un buio così assoluto.
Le rive del golfo sono scoscese tutto intorno; tre isolette disabitate, che si crogiolano al sole subito fuori dal velo di nuvole di fronte all’entrata del porto di Sulaco, sono chiamate «Le Isabelle».
C’è la Grande Isabella; la Piccola Isabella che è rotonda; e Hermosa che è la più piccola.
Quest’ultima non supera i trenta centimetri di altezza ed è larga circa sette passi, una semplice spianata di roccia grigia che fuma come la brace calda dopo un acquazzone e dove nessun uomo si avventurerebbe a piedi nudi prima del tramonto. Sulla Piccola Isabella una vecchia palma sbrindellata con uno spesso tronco irto di spine, una vera strega fra le palme, agita un mesto ciuffo di foglie morte sopra la sabbia ruvida. La Grande Isabella possiede una sorgente di acqua dolce che sgorga dalla parete verdeggiante di un burrone. Simile a un cuneo di terra smeraldina lungo un miglio e adagiato sul mare, reca due grandi alberi vicini fra loro, con un’ampia zona d’ombra ai piedi dei tronchi lisci. Un burrone che si stende per tutta la lunghezza dell’isola è pieno di vegetazione e presenta una profonda fenditura invasa dai rovi sul lato superiore, mentre, sull’altro lato, si allarga in un basso avvallamento che finisce in una stretta striscia di costa sabbiosa.
Sul lato basso della Grande Isabella l’occhio si tuffa proprio nel porto di Sulaco attraverso un’apertura distante due miglia, netta come se fosse stata tagliata con una scure nella linea regolare della costa. È uno specchio d’acqua oblungo, simile a un lago. Da una parte i brevi speroni e le valli boscose della Cordigliera scendono ad angolo retto con la riva; dall’altra, l’ampia veduta della grande pianura di Sulaco si perde nel mistero opalino della lontananza velata di foschia. La città di Sulaco – cime di muri, una grande cupola, bagliori di mirador bianchi in un immenso giardino di aranci – giace fra le montagne e la pianura, a una certa distanza dal suo porto e fuori vista dal mare.
Capitolo secondo
L’unico segno di attività commerciale all’interno del porto, visibile dalla spiaggia della Grande Isabella, è l’estremità squadrata del molo di legno che l’Oceanic Steam Navigation Company (detta familiarmente O.S.N.) aveva gettato nella parte meno profonda della baia poco dopo aver scelto Sulaco come uno dei suoi scali nella Repubblica del Costaguana. Lo Stato possiede parecchi porti lungo la costa, ma eccettuata Cayta, che è importante, sono tutte piccole e scomode insenature fra le rocce – come Esmeralda, ad esempio, sessanta miglia a sud – oppure semplici rade esposte ai venti e battute dalla risacca.
Forse, proprio le condizioni atmosferiche che avevano tenuto lontano le flotte mercantili dei tempi passati, avevano indotto la O.S.N. a violare il pacifico asilo che proteggeva la tranquilla esistenza di Sulaco. I venticelli variabili che increspavano appena il vasto semicerchio d’acqua all’interno della punta di Azuera non potevano disturbare la potenza della sua eccellente flotta di navi a vapore. Anno dopo anno gli scafi neri dei suoi bastimenti erano andati avanti e indietro lungo la costa, dentro e fuori, oltre Azuera, oltre le Isabelle, oltre Punta Mala, ignorando tutto, eccetto la tirannia del tempo. I loro nomi, tutti mitologici, erano divenuti parole familiari su una costa che non era mai stata governata dagli dèi dell’Olimpo. La Giunone era nota soltanto per le sue confortevoli cabine a mezza nave, il Saturno per la giovialità del suo comandante e il lussuoso salone dorato e affrescato, mentre il Ganimede era destinato soprattutto al trasporto di bestiame e veniva evitato con cura dai passeggeri più avveduti. Il più umile indiano nel più sperduto villaggio costiero conosceva il Cerbero, un ansimante vaporetto nero privo di grazia e di alloggi decenti, la cui missione era quella di navigare sottocosta lungo le spiagge boscose vicino a scogli minacciosi, fermandosi puntualmente davanti a ogni gruppo di capanne per caricare prodotti vari, compresi pacchi da tre libbre di caucciù avvolto in erba secca.
E siccome raramente mancava di consegnare anche il più piccolo pacchetto o perdeva un vitello e non aveva mai fatto affogare un solo passeggero, la O.S.N. godeva di una grande fiducia. La gente dichiarava che, affidati alle cure della Compagnia, le loro vite e i loro beni erano più sicuri in mare che nelle loro case sulla terraferma.
Il sovrintendente della O.S.N. a Sulaco, da cui dipendeva tutta la rete di servizio del Costaguana, era molto orgoglioso del buon nome della Compagnia e soleva dire spesso: «Non facciamo mai sbagli». Per gli impiegati la frase assumeva la forma di una severa ingiunzione: «Non dobbiamo fare sbagli. Non ammetto errori qui, qualunque cosa possa fare Smith da parte sua».
Poi, calmandosi di colpo, lasciava cadere l’argomento con studiata indifferenza.
«Riguardo a questo continente Smith non ne sa più di un bambino».
«Il nostro eccellente Señor Mitchell» per il mondo ufficiale e commerciale di Sulaco, «Fussy Joe», Joe l’agitato, per i comandanti delle navi della Compagnia, il capitano Joseph Mitchell si vantava di essere un profondo conoscitore degli uomini e delle cose locali: cosas de Costaguana. Fra queste ultime considerava quanto mai favorevoli per l’ordinata gestione della sua Compagnia, i frequenti cambiamenti di governo causati da rivoluzioni di tipo militare.
L’atmosfera politica della Repubblica era generalmente tempestosa in questo periodo. I patrioti fuggiaschi, appartenenti al partito sconfitto avevano il vezzo di ricomparire sulla costa con un mezzo carico di armi leggere e munizioni. Il capitano Mitchell giudicava meravigliosa tale intraprendenza in vista della loro assoluta mancanza di mezzi al momento della fuga. Aveva osservato che «apparentemente non avevano mai abbastanza soldi in tasca per pagare il passaggio sulla nave in partenza dal paese». E poteva parlare con cognizione di causa; giacché in una memorabile occasione era stato chiamato a salvare la vita di un dittatore, insieme alle vite di alcuni funzionari di Sulaco – il capo politico, il direttore della dogana e il capo della polizia – appartenenti a un governo rovesciato. Il povero Señor Ribiera (così si chiamava il dittatore) aveva percorso di gran carriera ottanta miglia su sentieri di montagna dopo la sconfitta subita a Socorro, nella speranza di precedere la fatale notizia, cosa che naturalmente, non era riuscito a fare cavalcando un mulo zoppo. L’animale, per di più, gli era morto sotto in fondo all’Alameda, dove la banda militare suona a volte la sera fra una rivoluzione e l’altra. «Signore», soggiungeva il capitano Mitchell con solenne gravità, «la fine intempestiva di quel mulo attirò l’attenzione sullo sfortunato cavaliere. I suoi lineamenti vennero riconosciuti da parecchi disertori dell’esercito dittatoriale sparsi in mezzo alla plebaglia già impegnata a fracassare le finestre dell’Intendencia».
Quel mattino presto le autorità locali di Sulaco si erano rifugiate negli uffici della O.S.N., un robusto edificio vicino al molo, lasciando la città alla mercé di una marmaglia rivoluzionaria; e giacché il dittatore era esecrato dalla plebe a causa della severa legge di reclutamento che era stato costretto a imporre durante la lotta, rischiava di essere fatto a pezzi. Provvidenzialmente, Nostromo – uomo prezioso – con alcuni operai italiani, importati per lavorare alla Ferrovia Centrale Nazionale, si trovava lì e riuscì a metterlo in salvo, per il momento almeno. Alla fine, il capitano Mitchell poté imbarcarli tutti nella sua lancia e portarli su una delle navi della Compagnia – la Minerva – che per una fortunata combinazione stava appunto entrando nel porto.
Dovette calare questi signori con una fune attraverso un buco nel muro sul retro, mentre la plebaglia che, dilagando dalla città, si era sparsa lungo la riva, urlava e schiumava davanti all’edificio. Dovette poi sospingerli lungo il molo in una disperata corsa a rompicollo – e fu di nuovo Nostromo, uno fra mille, che alla testa, stavolta, dei cargadores della Compagnia, arginò gli assalti della marmaglia, dando così ai fuggitivi il tempo di raggiungere la lancia in attesa all’altra estremità del molo con la bandiera della Compagnia a poppa. Volarono bastoni, sassi, pallottole; furono lanciati anche coltelli. Il capitano Mitchell esibiva volentieri la lunga cicatrice di un taglio sulla tempia e l’orecchio sinistro, fatto da una lama di rasoio legata a un bastone: un’arma, spiegava, molto usata dai «negri della peggior specie quaggiù».
Il capitano era un uomo anziano e corpulento. Portava colletti alti e appuntiti e corte basette, aveva un debole per i panciotti bianchi e in realtà era molto comunicativo sotto la sua aria di pomposo riserbo.
«Questi signori», usava dire fissando l’interlocutore con grande solennità, «dovettero correre come conigli. E io feci altrettanto. Certe forme di morte sono… ehm… disgustose per un… un… ehm, uomo rispettabile. Avrebbero picchiato a morte anche me. Una folla inferocita, signore, non fa distinzioni. Per volere della Provvidenza, dovemmo la nostra salvezza al mio Capataz de Cargadores, come lo chiamavano in città, un uomo che, quando scoprii il suo valore, era soltanto il nostromo di una nave italiana, una grossa nave genovese, una delle poche navi europee mai giunte a Sulaco con un carico di merci varie prima della costruzione della ferrovia. Sbarcò dalla nave su consiglio di certi amici molto rispettabili che si era fatto fra i suoi connazionali qui nel paese, ma anche, suppongo, per migliorare la sua condizione. Signore, sono un discreto giudice di caratteri. Lo ingaggiai come capo dei nostri cargadores e sorvegliante del molo. Tutto qui. Ma senza di lui il Señor Ribiera sarebbe stato un uomo morto. Questo Nostromo, signore, un uomo assolutamente irreprensibile, divenne il terrore di tutti i ladri della città. A quell’epoca eravamo infestati, invasi, inondati, signore, da ladrones e matreros, ladri e assassini venuti da tutta la provincia. In questa occasione erano affluiti a Sulaco per un’intera settimana. Avevano fiutato la fine, signore. Il cinquanta per cento di quella marmaglia sanguinaria erano banditi di professione provenienti dal Campo, signore, ma non ce n’era uno che non avesse sentito parlare di Nostromo. Quanto ai leperos cittadini, signore, la vista dei suoi baffi neri e dei suoi denti bianchi bastava a intimorirli. Tremavano dinanzi a lui, signore. Ecco che cosa può fare la forza di carattere».
Si poteva ben dire che era stato Nostromo a salvare le vite di quei signori. Il capitano Mitchell, per parte sua, non li aveva mai lasciati finché non li aveva visti crollare, ansimanti, terrorizzati ed esasperati, ma salvi, sui lussuosi divani di velluto nel salone di prima classe della Minerva. Fino all’ultimo aveva avuto cura di rivolgersi all’ex dittatore con il titolo di «Vostra Eccellenza».
«Signore, non potevo fare altrimenti. L’uomo era prostrato: spettrale, livido, tutto un graffio».
Quella volta la Minerva non gettò l’ancora. Il sovrintendente le ordinò di uscire subito dal porto. Naturalmente, non si poté sbarcare alcun carico e i passeggeri diretti a Sulaco si rifiutarono di scendere a terra. Udivano gli spari e vedevano chiaramente la battaglia in corso sulla riva. La plebaglia respinta rivolse le sue energie contro la Dogana, un fabbricato squallido dall’aspetto non finito, con numerose finestre, a duecento metri dagli uffici della O.S.N., l’unico altro edificio vicino al porto. Il capitano Mitchell, dopo aver dato istruzioni al comandante della Minerva di sbarcare «questi signori» nel primo scalo fuori dal Costaguana, tornò a terra nella sua lancia per cercare di proteggere la proprietà della Compagnia. Quella e la proprietà della ferrovia furono salvate dai residenti europei; cioè, dallo stesso capitano Mitchell e dalla squadra di ingegneri che costruivano la strada ferrata, aiutati dagli operai italiani e baschi che si radunarono fedelmente intorno ai loro capi inglesi. Anche i cargadores della Compagnia, nativi della Repubblica, si comportarono molto bene sotto il loro Capataz. Una banda di paria di sangue molto misto, soprattutto negri, perennemente in lotta con gli altri clienti dei bar malfamati della città, afferrarono con gioia questa opportunità di regolare i loro conti personali sotto auspici così favorevoli. Non ce n’era uno che non avesse, in un momento o nell’altro, guardato con terrore la pistola che Nostromo gli puntava in faccia, o che non fosse stato altrimenti intimidito dalla sua risolutezza. Era un «uomo di polso», il loro Capataz, dicevano, troppo sprezzante nella sua collera per lanciare insulti, un sorvegliante instancabile e tanto più temibile in quanto non dava confidenza a nessuno. Eppure quel giorno era lì alla loro testa e si lasciava andare a commenti scherzosi con questo o con quello.
Una simile guida infondeva coraggio e in verità tutto il danno che la folla scalmanata riuscì a compiere fu di appiccare il fuoco a una – una sola – catasta di traversine ferroviarie che, essendo intrise di creosoto, bruciavano bene. Il principale assalto ai cantieri della ferrovia, agli uffici della O.S.N. e specialmente alla Dogana, che notoriamente conservava nella sua camera blindata un grosso quantitativo di lingotti d’argento, fu un totale fallimento. Anche il piccolo albergo gestito dal vecchio Giorgio, che sorgeva isolato a metà strada fra il porto e la città, sfuggì al saccheggio e alla distruzione, non per un miracolo, ma perché con le casseforti in mente, la marmaglia lo aveva trascurato in un primo tempo e dopo non si era potuta fermare. Nostromo, con i suoi cargadores, la incalzava troppo da presso.
Capitolo terzo
Si sarebbe potuto dire che stava solo proteggendo il suo. Fin dall’inizio era stato ammesso a vivere nell’intimità della famiglia dell’albergatore che era un suo compatriota. Il vecchio Giorgio Viola, un genovese con una candida capigliatura leonina – spesso chiamato semplicemente «il garibaldino» (come i maomettani portano sovente il nome del loro profeta) – era, per usare le precise parole del capitano Mitchell, il «rispettabile amico sposato» che aveva consigliato a Nostromo di lasciare la nave per tentare la fortuna a terra in Costaguana.
Il vecchio, pieno di disprezzo per il popolaccio, come spesso sono gli austeri repubblicani, aveva trascurato le prime avvisaglie di tumulti. Quel giorno girò come al solito per la casa in pantofole, borbottando irosamente fra sé il suo spregio per la natura non politica della sommossa e scrollando le spalle. Alla fine venne colto di sorpresa dal dilagare della plebaglia. Era troppo tardi, a quel punto, per portare via la sua famiglia e in verità dove sarebbe potuto fuggire con la corpulenta signora Teresa e due bambine in quella grande pianura? Perciò, barricando ogni apertura, il vecchio si sedette rigidamente in mezzo al caffè buio con un vecchio fucile da caccia sulle ginocchia. Sua moglie si sedette in un’altra sedia accanto a lui, mormorando pie invocazioni a tutti i santi del calendario.
Il vecchio repubblicano non credeva nei santi, o nelle preghiere, o in quella che chiamava la «religione dei preti». La libertà e Garibaldi erano le sue divinità; ma tollerava la «superstizione» nelle donne, mantenendo in queste faccende un atteggiamento altero e silenzioso.
Le sue due bambine, la maggiore quattordicenne e l’altra di due anni più giovane, stavano accovacciate sul pavimento cosparso di sabbia, ai due lati della signora Teresa, con il capo appoggiato nel grembo della madre, entrambe spaventate, ma ciascuna a suo modo: la bruna Linda indignata e rabbiosa, la bionda Giselle, la minore, confusa e rassegnata. La padrona ritraeva un momento le braccia, che circondavano le figlie, per farsi il segno della croce e torcersi frettolosamente le mani. Gemeva un poco più forte.
«Oh! Gian Battista, perché non sei qui? Oh! Perché non sei qui?».
Non invocava il santo in persona, ma Nostromo, di cui era il patrono. E Giorgio, immobile nella sedia accanto a lei, era irritato da questi appelli disperati e pieni di rimprovero.
«Taci, donna! Che senso ha invocarlo? Ha il suo dovere da compiere», mormorava nel buio e lei replicava ansimando:
«Eh, no! Non ho pazienza. Il dovere! E la donna che è stata come una madre per lui non conta nulla? L’ho supplicato in ginocchio stamattina: non uscire, Gian Battista – resta in casa, Battistino – guarda queste due bimbe innocenti!».
Anche la signora Viola era italiana, nativa di La Spezia e sebbene fosse assai più giovane del marito, era già matura. Aveva un bel viso che aveva assunto un colorito giallognolo perché il clima di Sulaco non le si confaceva affatto. E una calda voce di contralto. Quando, le braccia conserte sotto il seno prosperoso, rimproverava le ragazze cinesi tarchiate e con le gambe grosse, che facevano il bucato, spennavano polli, pestavano il granturco nei mortai di legno fra le baracche di fango dietro la casa, poteva emettere una nota così appassionata, vibrante, sepolcrale che il cane da guardia legato alla catena si rifugiava nel canile con grande fracasso. Luis, un mulatto color cannella con i baffi appena spuntati e spesse labbra scure, smetteva di spazzare il caffè con una scopa di foglie di palma. Un leggero brivido gli correva giù per la schiena e i languidi occhi a mandorla rimanevano chiusi a lungo.
Questo era il personale di Casa Viola, ma erano tutti fuggiti quel mattino presto ai primi rumori della sommossa, preferendo nascondersi nella pianura piuttosto che infilarsi in casa; una preferenza di cui non si poteva far loro carico dato che, vero o falso che fosse, in città era convinzione generale che il garibaldino avesse nascosto del denaro sotto il pavimento di argilla della cucina. Il cane, un animale irritabile e irsuto, ora abbaiava violentemente, ora uggiolava lamentosamente nel retro, correndo dentro e fuori dal canile, spinto dalla rabbia o dalla paura.
Grandi scoppi di urla si levavano nell’aria e si spegnevano, come raffiche improvvise di vento sulla pianura intorno alla casa barricata; spari intermittenti echeggiavano sempre più forti sopra le urla. A volte c’erano intervalli di inspiegabile silenzio all’esterno e niente poteva essere più allegro e pacifico dei sottili raggi di sole che penetravano dalle fessure delle imposte e si proiettavano attraverso il caffè sopra le sedie e i tavoli in disordine fino alla parete opposta. Il vecchio Giorgio aveva scelto quella stanza nuda e bianca come rifugio. Aveva una sola finestra e l’unica porta si apriva verso l’esterno sul sentiero polveroso, fiancheggiato da siepi di aloe fra il porto e la città, che pesanti carri solevano percorrere cigolando dietro lente coppie di buoi guidati da ragazzi a cavallo.
In una pausa di quiete, Giorgio armò il fucile. Il suono minaccioso strappò un sordo gemito alla rigida figura della donna seduta al suo fianco. Un improvviso scoppio di urla selvagge molto vicino alla casa si spense di colpo in un confuso brontolìo. Qualcuno passò correndo; si udì per un attimo il suo respiro affannoso fuori della porta; vi furono aspri mormorii e un suono di passi accanto al muro; una spalla strusciò contro l’imposta, oscurando le luminose strisce di sole proiettate attraverso tutta la stanza. Le braccia della signora Teresa, che circondavano le figure inginocchiate delle figlie, le serrarono più forte in una stretta convulsa.
La plebaglia, scacciata dalla Dogana, si era divisa in varie bande e si ritirava attraverso la pianura in direzione della città. Al sommesso crepitìo di scariche irregolari sparate in lontananza rispondevano fioche grida distanti. Negli intervalli echeggiavano deboli spari isolati e il basso e lungo edificio bianco con tutte le finestre sbarrate sembrava al centro di un tumulto che si allargava in un grande cerchio intorno al suo barricato silenzio. Ma i cauti movimenti e i bisbigli di una pattuglia in rotta che cercava temporaneo asilo dietro il muro colmarono di suoni furtivi e minacciosi il buio della stanza, striato di pallidi raggi di sole. I Viola li avevano negli orecchi come se fantasmi invisibili aleggianti intorno alle loro sedie si consultassero sottovoce sull’opportunità di appiccare il fuoco alla casa del forestiero.
Era snervante. Il vecchio Viola si alzò lentamente, fucile in pugno, incerto, perché non sapeva come impedirlo. Già si udivano voci che parlavano sul retro della casa. La signora Teresa era fuori di sé dal terrore.
«Ah! Traditore! Traditore!», borbottò con voce appena percettibile. «Ora finiremo bruciati; e io mi sono inginocchiata davanti a lui. No! Deve stare alle calcagna dei suoi inglesi».
Sembrava convinta che la semplice presenza di Nostromo nella casa l’avrebbe resa perfettamente sicura. Al momento anche lei era sotto l’influsso della fama che il Capataz de Cargadores si era guadagnato sul fronte del porto, lungo la linea ferroviaria, fra gli inglesi e fra il popolino di Sulaco. Di fronte a lui, e persino in opposizione a suo marito, fingeva sempre di riderne con ironia, a volte bonaria, più spesso stranamente amara. D’altronde le donne sono irragionevoli nelle loro opinioni, come Giorgio usava osservare pacatamente al momento giusto. In questa occasione, con il fucile pronto a sparare, si chinò sul capo della moglie e senza mai staccare gli occhi dalla porta barricata, le bisbigliò all’orecchio che Nostromo non avrebbe potuto aiutarli. Che cosa potevano fare due uomini chiusi in una casa contro venti e più scalmanati decisi ad appiccare fuoco al tetto? Gian Battista pensava continuamente alla casa, ne era certo.
«Lui pensare alla casa! Lui!», esclamò la signora Viola, sconvolta. Si batté il petto con le mani aperte. «Lo conosco. Pensa soltanto a se stesso».
Una scarica di fucileria nelle vicinanze le fece rovesciare indietro la testa e chiudere gli occhi. Il vecchio Giorgio strinse i denti sotto i baffi bianchi e cominciò a roteare ferocemente gli occhi. Numerose pallottole colpirono insieme l’estremità del muro; si udirono cadere pezzi di intonaco all’esterno; una voce gridò: «Eccoli, vengono!» e dopo un momento di silenzio teso vi fu uno scalpiccio di piedi che correvano davanti alla casa.
Poi la tensione nell’atteggiamento di Giorgio si rilassò e un sorriso di sprezzante sollievo apparve sulle sue labbra di vecchio combattente dal volto leonino. Questa non era gente che cercava giustizia, ma ladri. Anche difendere la propria vita contro di loro era una sorta di degradazione per un uomo che era stato uno degli immortali Mille di Garibaldi nella conquista della Sicilia. Provava un immenso disprezzo per questa insurrezione di furfanti e leperos che non conoscevano il significato della parola «libertà».
Depose il vecchio fucile e, voltando il capo, lanciò un’occhiata alla litografia colorata di Garibaldi in una cornice nera sulla parete bianca; un vivido raggio di sole la tagliava perpendicolarmente. I suoi occhi, abituati alla luminosa penombra, distinsero l’intenso colorito del viso, il rosso della camicia, la sagoma delle spalle quadrate, la macchia nera del cappello da bersagliere con il ciuffo di penne di gallo spioventi sul cocuzzolo. Un eroe immortale! Questa era la libertà; non soltanto ti dava vita, ma anche l’immortalità!
Il suo fanatismo per quell’uomo era rimasto intatto. Nel momento di sollievo dal timore del massimo pericolo a cui la sua famiglia fosse mai stata esposta, forse, in tutti i suoi vagabondaggi, egli si era rivolto all’immagine del suo vecchio capo, primo e unico; poi appoggiò la mano sulla spalla della moglie.
Le bambine inginocchiate sul pavimento non si erano mosse. La signora Teresa socchiuse gli occhi, come se il marito l’avesse destata da un sonno molto profondo e senza sogni. Prima che lui avesse il tempo di dirle una parola rassicurante nella sua maniera ponderata, la donna balzò in piedi, con le bambine aggrappate a lei di qua e di là, prese fiato e lanciò un urlo strozzato.
Simultaneamente fu battuto un colpo violento contro l’esterno dell’imposta. Udirono a un tratto il nitrito di un cavallo, un nervoso calpestìo di zoccoli sullo stretto sentiero battuto davanti alla casa; la punta di uno stivale batté di nuovo contro l’imposta; uno sperone tintinnò ad ogni colpo e una voce concitata gridò: «Olà, olà, voi di casa!».
Capitolo quarto
Per tutta la mattina Nostromo aveva tenuto d’occhio da lontano Casa Viola, anche nel folto della mischia più violenta vicino alla Dogana. «Se vedo levarsi del fumo laggiù», pensò fra sé, «sono perduti». Non appena la marmaglia si fu dispersa, si affrettò con un gruppetto di operai italiani in quella direzione che, in realtà, era la via più breve per arrivare in città. La parte di plebaglia che lui stava inseguendo sembrava intenzionata ad attestarsi sotto la casa; una raffica sparata dai suoi compagni da dietro una siepe di aloe mise in fuga i ribelli. In un varco aperto per farvi passare la linea ferroviaria diretta al porto, apparve Nostromo, montato sulla sua giumenta grigia argento. Gridò, sparò un colpo di pistola dietro ai fuggiaschi e si avvicinò al galoppo alla finestra del caffè. Aveva idea che il vecchio Giorgio avrebbe scelto quella parte della casa come rifugio.
La sua voce era penetrata fino a loro, ansimante e concitata: «Olà! Vecchio! Oh, vecchio! State tutti bene là dentro?»
«Vedi…», mormorò il vecchio Viola alla moglie.
Ora la signora taceva. Fuori Nostromo rise.
«Sento che la padrona non è morta».
«Hai fatto del tuo meglio per farmi morire di paura», gridò la signora Teresa. Avrebbe voluto dire qualche altra cosa, ma la voce le mancò.
Linda levò gli occhi al suo viso per un momento, ma il vecchio Giorgio gridò in tono di scusa:
«È un po’ turbata».
Fuori Nostromo replicò con un’altra risata:
«Non può turbare me».
La signora Teresa ritrovò la voce.
«È quello che dico io. Non hai cuore… e non hai coscienza, Gian Battista…».
Lo udirono voltare il cavallo e allontanarsi dalle imposte. Gli uomini che lui guidava, parlottavano animatamente in italiano e in spagnolo, incitandosi a vicenda a inseguire i fuggitivi. Nostromo si mise alla loro testa gridando: «Avanti!».
«Non è rimasto molto con noi. Non ne avrebbe ricavato alcuna gloria», disse la signora Teresa in tono tragico. «Avanti! Sì! Non pensa ad altro. Essere primo da qualche parte, in qualche modo, essere primo con questi inglesi. Lo mostreranno a tutti. “Questo è il nostro Nostromo!”». Rise cupamente. «Che razza di nome è? Nostromo? Da loro è disposto persino ad accettare un nome che non ha senso».
Frattanto Giorgio, con movimenti pacati, aveva aperto la porta; il fascio di luce cadde sulla signora Teresa, con le due ragazzine strette a lei, una donna pittoresca in una posa di esaltazione materna. Dietro di lei la parete era di un bianco accecante e i colori violenti della litografia di Garibaldi impallidivano nel sole.
Il vecchio Viola, alla porta, sollevò le braccia come per rivolgere tutti i suoi veloci, fugaci pensieri al ritratto del suo vecchio capo sulla parete. Anche quando cucinava per i «signori inglesi» – gli ingegneri (lui era un cuoco famoso, sebbene la cucina fosse un luogo oscuro) – era, per così dire, sotto gli occhi del grand’uomo che lo aveva guidato in una battaglia gloriosa, sotto le mura di Gaeta, dove la tirannia sarebbe finita per sempre se non fosse stato per quella maledetta razza di re e di ministri piemontesi. Quando, a volte, una padella prendeva fuoco durante la delicata preparazione di un soffritto di cipolle e il vecchio usciva a ritroso dalla porta, imprecando e tossendo violentemente in una nuvola di fumo acre, il nome di Cavour – l’arcimestatore venduto ai re e ai tiranni – si mescolava alle imprecazioni contro le ragazze cinesi, la cucina in generale e il barbaro paese dove si era ridotto a vivere per amore della libertà che quel traditore aveva strangolato.
Poi la signora Teresa, tutta in nero, uscendo da un’altra porta, avanzava, corpulenta e ansiosa, inclinando la bella testa bruna, aprendo le braccia ed esclamando con voce profonda:
«Giorgio! Uomo impulsivo! Misericordia divina! Sotto un sole come questo! Ti sentirai male».
Ai suoi piedi le galline fuggivano in tutte le direzioni con lunghi svolazzi; se c’era qualche ingegnere della ferrovia che stava a Sulaco, uno o due giovani visi inglesi apparivano nella stanza del biliardo che occupava un lato della casa; ma dall’altro lato, nel caffè, Luis, il mulatto, si guardava bene dal farsi vedere. Le ragazze indiane, i capelli fluttuanti come criniere corvine e vestite soltanto di una tunica e una corta sottoveste, fissavano la scena con sguardo torpido da sotto le frange pendenti sulla fronte; il violento sfrigolìo del grasso era cessato, i fumi salivano in alto nel sole, un forte odore di cipolle bruciate aleggiava nell’afa sonnolenta, avvolgendo la casa, e l’occhio si perdeva in un’immensa distesa di erba a occidente, come se la pianura fra la Sierra sovrastante Sulaco e la catena costiera laggiù verso Esmeralda fosse stata grande come la metà del mondo.
La signora Teresa, dopo una pausa a effetto, protestava:
«Eh, Giorgio! Lascia stare Cavour e abbi cura di te ora che siamo finiti in questo paese, tutti soli con le due bambine, perché tu non puoi vivere sotto un re».
E mentre lo guardava, talvolta si metteva frettolosamente la mano sul fianco con una breve contrazione delle labbra ben modellate e un aggrottare delle ciglia brune e diritte come se un fremito di dolore o un pensiero irritato le attraversasse i bei lineamenti regolari.
Era una fitta dolorosa che lei reprimeva. L’aveva assalita per la prima volta pochi anni dopo che erano partiti dall’Italia per emigrare in America e stabilirsi infine a Sulaco dopo aver vagabondato di città in città, mettendo su un piccolo negozio qua e là; e una volta una vera e propria impresa di pesca – a Maldonado – giacché Giorgio, come il grande Garibaldi, era stato marinaio in passato.
A volte lei non sopportava quel dolore sordo. Per anni la sofferenza era stata parte del paesaggio che abbracciava il porto luccicante sotto gli speroni boscosi delle montagne; e la stessa luce del sole era pesante e opaca – carica di dolore – non come quella della sua giovinezza, quando il maturo Giorgio le aveva fatto una corte seria e appassionata sulle rive del golfo di La Spezia.
«Torna subito dentro, Giorgio», ordinava. «Si direbbe che tu non voglia avere pietà di me – con quattro signori inglesi ospiti in casa».
«Va bene, va bene», borbottava Giorgio.
E obbediva. Fra poco i signori inglesi avrebbero voluto pranzare. Lui aveva fatto parte dell’immortale e invincibile banda di liberatori che aveva messo in fuga i mercenari della tirannide come paglia davanti a un uragano, «un uragano terribile». Ma questo accadeva prima che si sposasse e avesse figli; e prima che la tirannide avesse levato di nuovo la testa fra i traditori che avevano imprigionato Garibaldi, il suo eroe.
C’erano tre porte sul davanti della casa e ogni pomeriggio il garibaldino compariva sulla soglia di una di esse, i folti capelli bianchi arruffati, le braccia conserte, le gambe incrociate, la testa leonina appoggiata allo stipite e lo sguardo rivolto ai pendii boscosi e alla vetta nevosa dell’Higuerota. La facciata della casa gettava un lungo rettangolo di ombra scura, che si allargava lentamente sulla pista polverosa dei carri di buoi. Attraverso le brecce tagliate nelle siepi di oleandri, la ferrovia del porto, stesa temporaneamente a livello della pianura, curvava i suoi lucenti nastri paralleli su una striscia di erba secca e bruciata a sessanta metri dalla casa. La sera i convogli di carri merci vuoti giravano attorno all’aranceto verde cupo di Sulaco e correvano, ondeggiando leggermente con bianchi getti di vapore, sulla pianura verso Casa Viola, diretti ai depositi ferroviari accanto al porto. I macchinisti italiani lo salutavano dalla locomotiva con la mano alzata, mentre i frenatori negri sedevano con noncuranza sui freni, guardando diritto davanti a loro, le falde dei grandi cappelli ondeggianti al vento. Giorgio rispondeva con un leggero scatto laterale del capo, senza muovere le braccia.
In questa memorabile giornata della sommossa non teneva le braccia incrociate sul petto. La sua mano stringeva la canna del fucile appoggiato sulla soglia della porta; non levò mai lo sguardo alla vetta dell’Higuerota, la cui fredda purezza sembrava tenersi a distanza dalla terra rovente. I suoi occhi esaminarono curiosamente la pianura. Alte scie di polvere fluttuavano qua e là. Nel cielo terso il sole incombeva chiaro e accecante. Gruppi di uomini fuggivano a gambe levate; altri resistevano; e scariche irregolari di armi da fuoco gli giungevano agli orecchi nell’aria ferma, infuocata. Figure isolate correvano disperatamente. Uomini a cavallo galoppavano gli uni verso gli altri, roteavano insieme, si separavano in velocità. Giorgio ne vide uno cadere, cavallo e cavaliere scomparvero come se fossero precipitati in un burrone e i movimenti della scena animata erano come gli scambi di un gioco violento giocato sulla pianura da nani a cavallo e a piedi, urlanti con le loro minuscole gole, sotto la montagna che sembrava una colossale incarnazione del silenzio. Mai prima Giorgio aveva visto questo tratto di pianura così pieno di vita attiva; il suo sguardo non poteva cogliere tutti i dettagli insieme; si riparò gli occhi con la mano finché l’improvviso rimbombo di molti zoccoli nelle vicinanze lo fece trasalire.
Un branco di cavalli era fuggito dal recinto della Compagnia ferroviaria. Arrivarono come un turbine e saettarono sopra le rotaie nitrendo, scalciando, sbuffando in una massa compatta, variegata, tumultuosa di groppe baie, brune e grigie, occhi sgranati, colli protesi, narici rosse, lunghe code ondeggianti. Non appena ebbero superato la ferrovia, una fitta polvere si sollevò da sotto i loro zoccoli e a sei metri di distanza, Giorgio vide soltanto una nuvola marrone con sagome vaghe di colli e di groppe che faceva tremare il suolo al suo passaggio.
Viola tossì, distogliendo il viso dalla polvere e scuotendo leggermente il capo.
«Avranno un bel da fare per riacchiapparli prima di stasera», borbottò.
Nel quadrato di sole che entrava dalla porta la signora Teresa, inginocchiata davanti alla sedia, aveva nascosto fra le mani la testa appesantita dalla massa di capelli color ebano spruzzati di grigio, raccolti sulla nuca. Lo scialle di pizzo nero, che usava drappeggiarsi intorno al viso, era scivolato a terra. Le due ragazze si erano alzate, mano nella mano, in gonne corte, i capelli sciolti e disordinati. La più giovane si era messa un braccio davanti agli occhi, come se temesse di affrontare la luce. Linda, con la mano sulla spalla della sorella, fissava dinanzi a sé, senza paura. Viola guardò le figlie.
Il sole metteva in risalto le linee profonde sul suo viso che, atteggiato a un’espressione energica, aveva l’immobilità di una scultura. Era impossibile scoprire che cosa pensava. Le folte sopracciglia grigie celavano il suo sguardo cupo.
«Be’! E tu non preghi come tua madre?».
Linda fece il broncio, sporgendo le labbra quasi troppo rosse; ma aveva splendidi occhi castani con le iridi spruzzate d’oro, pieni di intelligenza e di espressione e così limpidi che sembravano illuminare il suo volto magro e pallido. C’erano riflessi di bronzo nelle ciocche brune e le ciglia, lunghe e nere come il carbone, facevano apparire la sua carnagione ancora più pallida.
«La mamma offrirà una quantità di candele in chiesa. Lo fa sempre quando Nostromo è fuori a combattere. Ne porterò qualcuna alla cappella della Madonna nella cattedrale».
Disse tutto ciò rapidamente con grande sicurezza, in un tono animato e penetrante. Poi, scuotendo leggermente la spalla della sorella, aggiunse:
«E anche lei sarà obbligata a portarne una!».
«Perché obbligata?», indagò Giorgio, gravemente. «Non vuole portarla?»
«È timida», disse Linda con una risatina. «La gente nota i suoi capelli biondi quando viene con noi. Le gridano dietro per strada: “Guarda la rubia! Guarda la rubiacita!”. Lei si vergogna».
«E tu? Tu non sei timida, eh?», disse lentamente il padre.
Lei gettò indietro i folti capelli scuri.
«Nessuno mi grida dietro».
Il vecchio Giorgio contemplò le figlie pensierosamente. C’erano due anni di differenza fra le due. Erano nate tardi, anni dopo che il maschio era morto. Se fosse vissuto, avrebbe avuto quasi l’età di Gian Battista, quello che gli inglesi chiamavano Nostromo; ma quanto alle sue figlie, la severità del suo carattere, l’età avanzata, il fatto di vivere immerso nei suoi ricordi, gli avevano impedito di interessarsi molto a loro. Le amava, ma le ragazze erano più legate alla madre e gran parte del suo affetto era stato speso nella venerazione e al servizio della libertà.
Da giovanissimo aveva disertato da una nave mercantile diretta a La Plata per arruolarsi nella marina di Montevideo, allora al comando di Garibaldi. In seguito, nella legione italiana della Repubblica in lotta contro la dilagante tirannia di Rosas, aveva preso parte, nelle grandi pianure, sulle rive di immensi fiumi, alle battaglie forse più accanite che il mondo avesse mai conosciuto. Aveva vissuto in mezzo a uomini che avevano esaltato la libertà, sofferto per la libertà, dato la vita per la libertà, con uno slancio disperato e con gli occhi rivolti all’Italia oppressa. Il suo stesso entusiasmo si era nutrito delle scene di carneficine, degli esempi di nobile dedizione, del frastuono degli scontri armati, dell’infiammato linguaggio dei proclami. Non si era mai separato dal capo di sua scelta – l’ardente apostolo dell’indipendenza – rimanendo al suo fianco in America e in Italia fino al giorno fatale dell’Aspromonte, quando il suo eroe era stato ferito e imprigionato rivelando al mondo il tradimento di re, imperatori e ministri: una catastrofe che gli aveva istillato il triste dubbio di non riuscire mai a comprendere le vie della giustizia divina.
Tuttavia, non la negava. Diceva che ci voleva pazienza. Anche se non amava i preti e non avrebbe messo piede in chiesa per alcun motivo, credeva in Dio. I proclami contro i tiranni non venivano forse rivolti ai popoli nel nome di Dio e della libertà? «Dio per gli uomini, le religioni per le donne», borbottava a volte. In Sicilia, un inglese capitato a Palermo dopo che la città era stata evacuata dall’esercito del re, gli aveva dato una Bibbia in italiano, pubblicata dalla British and Foreign Bible Society e rilegata in pelle scura. Nei periodi di avversità politica, nelle pause di silenzio quando i rivoluzionari non emanavano proclami, Giorgio si guadagnava da vivere con il primo lavoro che trovava – come marinaio, come scaricatore sulle banchine di Genova, una volta come bracciante in una fattoria sulle colline sopra La Spezia – e nel tempo libero studiava il grosso volume. Lo portava con sé nelle battaglie. Ora era la sua unica lettura e per non esserne privato (la stampa era minuta) aveva acconsentito ad accettare in dono un paio di occhiali montati in argento dalla Señora Emilia Gould, moglie dell’inglese che dirigeva la miniera d’argento nelle montagne a tre leghe dalla città. Era l’unica donna inglese a Sulaco.
Giorgio Viola aveva una grande considerazione per gli inglesi. Questo sentimento, nato sui campi di battaglia dell’Uruguay, era vecchio di almeno quarant’anni. Molti di loro avevano versato il sangue per la causa della libertà in America e il primo che Giorgio avesse mai conosciuto, lo ricordava col nome di Samuel; comandava una compagnia di negri agli ordini di Garibaldi durante il famoso assedio di Montevideo, ed era morto eroicamente con i suoi uomini nel guado del Boyana. Lui, Giorgio, aveva raggiunto il grado di alfiere – alferez – e cucinava per il generale. Più tardi, in Italia, con il grado di tenente, cavalcava con lo Stato Maggiore e cucinava ancora per il generale. Aveva cucinato per lui in Lombardia durante tutta la campagna; nella marcia su Roma aveva preso al laccio i manzi bradi alla maniera americana; era stato ferito nella difesa della Repubblica Romana; era uno dei quattro fuggitivi che, insieme al generale, avevano portato fuori dai boschi il corpo inanimato della moglie del generale nella fattoria dov’era morta, sfinita dagli stenti di quella terribile ritirata. Era sopravvissuto a quei momenti disastrosi per servire il suo generale a Palermo quando le granate napoletane piovevano dal castello sulla città. Aveva cucinato per lui sul campo del Volturno dopo aver combattuto tutto il giorno. E ovunque aveva visto inglesi nelle prime file dell’esercito della libertà. Rispettava la loro nazione perché amavano Garibaldi. Si diceva che le loro contesse e principesse avessero baciato le mani del generale a Londra. Lui era pronto a crederlo; giacché la nazione era nobile e l’uomo era un santo. Bastava guardare una volta il suo viso per vedere in lui la divina forza della fede e la grande pietà per tutti i poveri, i sofferenti e gli oppressi del mondo.
Lo spirito di abnegazione, la semplice devozione a una grande idea umanitaria che ispirava il pensiero e l’impulso di quel periodo rivoluzionario, avevano lasciato il segno in Giorgio suscitando in lui una sorta di austero disprezzo per ogni tornaconto personale. Quest’uomo, che la plebe di Sulaco sospettava di aver sotterrato un gruzzolo in cucina, aveva sempre disprezzato il denaro. I leader della sua giovinezza erano vissuti e morti poveri. Lui non si era mai curato del domani: un abito mentale che era dovuto in parte a un’esistenza eccitante, avventurosa e battagliera, ma soprattutto era una questione di principio. Non assomigliava alla noncuranza di un «condottiero», era un puritanesimo religioso.
Questa rigida devozione a una causa aveva gettato un’ombra sulla vecchiaia di Giorgio perché la causa sembrava perduta. Troppi re e imperatori prosperavano ancora nel mondo che Dio aveva destinato al popolo. Lui era triste per via della sua semplicità. Pur essendo sempre pronto ad aiutare i suoi compatrioti e molto rispettato dagli emigranti italiani dovunque vivesse (nel suo esilio, come lo chiamava lui), non poteva nascondersi il fatto che a loro non importava nulla dei torti subiti dalle nazioni oppresse. Ascoltavano volentieri i suoi racconti di guerra, ma avevano l’aria di chiedersi che cosa ne avesse ricavato, dopo tutto. Apparentemente nulla. «Non volevamo nulla, soffrivamo per amore di tutta l’umanità!», gridava talvolta Giorgio, infuriato, e la voce possente, gli occhi lampeggianti, la bianca criniera ondeggiante, la mano bruna, muscolosa puntata in alto come a chiamare a testimone il cielo, impressionavano gli ascoltatori. Dopo che il vecchio si era interrotto bruscamente con uno scatto del capo e un movimento del braccio che significavano chiaramente: «Ma a che serve parlare con voi?», si davano di gomito. Nel vecchio Giorgio c’era una forza di sentimento, una convinzione personale, qualcosa che loro chiamavano «terribilità»: «un vecchio leone», usavano dire di lui. Un piccolo incidente, una parola casuale gli davano lo spunto per mettersi a parlare sulla spiaggia con i pescatori italiani di Maldonado; nel negozietto che aveva tenuto poi (a Valparaiso) con i clienti suoi connazionali; una sera, all’improvviso, nel caffè da un lato di Casa Viola (l’altro era riservato agli ingegneri inglesi) con la scelta clientela di macchinisti e capiofficina della ferrovia.
Con i bei volti magri, abbronzati, i lucenti riccioli neri, gli occhi brillanti, robusti, barbuti, sfoggiando talvolta un minuscolo anello d’oro al lobo dell’orecchio, gli aristocratici della strada ferrata lo ascoltavano abbandonando per un momento le carte e il domino. Qua e là un basco biondo studiava frattanto la sua mano, aspettando senza protestare. Nessun nativo del Costaguana entrava nel locale. Era la roccaforte italiana. Persino i poliziotti di Sulaco, che facevano la ronda di notte, mettevano i cavalli al passo e si chinavano sulla sella per sbirciare attraverso la finestra le teste avvolte in una nuvola di fumo; e il suono della voce declamatoria del vecchio Giorgio che raccontava pareva perdersi nella pianura dietro di loro. Solo di quando in quando l’assistente del capo della polizia, un ometto bruno dal viso largo che aveva molto dell’indiano, faceva atto di presenza. Lasciando il suo uomo fuori con i cavalli, entrava con un sorriso sicuro, furbesco e senza una parola si avvicinava al lungo tavolo poggiato su cavalietti. Indicava una delle bottiglie sullo scaffale; Giorgio, ficcandosi bruscamente la pipa in bocca, lo serviva personalmente. Non si udiva alcun suono, eccetto il leggero tintinnio degli speroni. Vuotato il bicchiere, l’ometto volgeva un lento sguardo scrutatore intorno alla stanza, usciva, rimontava in sella e si allontanava piano, in direzione della città.
Capitolo quinto
Era questo l’unico modo di attestare il potere delle autorità locali in mezzo al folto gruppo di robusti stranieri che scavavano la terra, facevano saltare le rocce, guidavano le locomotive per «l’impresa progressista e patriottica». Con queste precise parole, diciotto mesi prima, l’Eccellentissimo Señor Don Vincente Ribiera, dittatore del Costaguana, aveva descritto la Ferrovia Nazionale Centrale nel suo grande discorso in occasione del primo colpo di vanga.
Era venuto apposta a Sulaco e doveva intervenire a un convito offerto dalla O.S.N. a bordo della Giunone dopo la cerimonia a terra. Il capitano Mitchell in persona era al timone della chiatta, tutta drappeggiata di bandiere, che, a rimorchio della lancia a vapore della Giunone, aveva portato l’Eccellentissimo dalla banchina alla nave. Tutti i notabili di Sulaco erano stati invitati: un paio di commercianti stranieri, tutti i rappresentanti delle vecchie famiglie spagnole allora in città, i grandi proprietari terrieri della pianura, uomini gravi, cortesi, semplici, caballeros di discendenza pura, con mani e piedi piccoli, conservatori, ospitali e gentili. La Provincia occidentale era la loro roccaforte; ora il loro partito Blanco aveva trionfato; il loro presidente-dittatore, un Blanco de Blancos, sedeva sorridendo urbanamente fra i rappresentanti di due potenze straniere amiche. Erano venuti con lui da Santa Marta per appoggiare con la loro presenza l’impresa in cui erano impegnati i capitali dei loro paesi.
L’unica donna presente era la signora Gould, moglie di Don Carlos, l’amministratore della miniera d’argento di San Tomé. Le signore di Sulaco non erano abbastanza progredite per prendere parte fino a quel punto alla vita pubblica. Erano intervenute numerose al grande ballo all’Intendenza la sera prima, ma solo la signora Gould era apparsa, una macchia di colore nel gruppo di abiti neri al seguito del presidente-dittatore, sul palco coperto di damasco rosso, eretto sotto un albero ombroso sulla riva del porto, dove aveva avuto luogo la cerimonia del primo colpo di vanga. Era arrivata nella chiatta carica di notabili, seduta sotto le allegre bandiere sventolanti, al posto d’onore vicino al capitano Mitchell e il suo abito chiaro era l’unica nota realmente festosa della solenne riunione nel lungo, fastoso salone della Giunone.
Il volto del presidente del consiglio di amministrazione della ferrovia (giunto da Londra), pallido e distinto in un alone argenteo di capelli candidi e barba ben curata, spuntava sopra la spalla di lei, attento, sorridente e affaticato. Il viaggio da Londra a Santa Marta in battelli postali e vagoni speciali della linea costiera (l’unica ferrovia esistente al momento) era stato tollerabile, persino piacevole. Ma il tragitto attraverso le montagne fino a Sulaco, in una vecchia diligencia su strade accidentate che costeggiavano orribili precipizi, era stato un’esperienza ben diversa.
«Ci siamo rovesciati due volte in un giorno sull’orlo di profondi burroni», egli raccontava sottovoce alla signora Gould. «E quando finalmente siamo arrivati qui, non so come avremmo fatto senza la vostra ospitalità. Sulaco è un luogo così fuori mano! Soprattutto per un porto! Stupefacente!».
«Ah, ma noi ne siamo molto fieri. Un tempo era storicamente importante. La più alta corte ecclesiastica ebbe sede qui in passato, sotto due viceré», lo informò con animazione.
«Interessante. Il mio commento non voleva essere spregiativo. Lei sembra molto patriottica».
«Il posto è gradevole, non foss’altro per la sua ubicazione. Forse lei ignora che sono una vecchia abitante della città».
«Quanto vecchia, mi chiedo», egli mormorò, fissandola con un leggero sorriso. La mobile intelligenza del suo viso dava alla signora Gould un aspetto giovanile. «Non possiamo restituirvi il tribunale ecclesiastico, ma avrete più navi, una ferrovia, una linea telegrafica: un futuro nel grande mondo che vale infinitamente più di qualsiasi passato ecclesiastico. Sarete messi a contatto con qualcosa di più grande di due vicereami. Ma non immaginavo che una località sul mare potesse rimanere così isolata dal mondo. Se fosse stata a mille miglia dalla costa, allora… davvero straordinario! È successo mai nulla qui da cent’anni a questa parte?».
Mentre lui parlava in tono sommesso e scherzoso, lei mantenne il suo leggero sorriso. Assentendo ironicamente, gli assicurò che sicuramente no, a Sulaco non accadeva mai nulla. Persino le rivoluzioni – ce n’erano state due durante la sua esistenza – avevano rispettato il riposo della città. Il loro corso passava attraverso le regioni meridionali più popolose della Repubblica e nella grande valle di Santa Marta, che era uno dei grandi campi di battaglia dei partiti, con il possesso della capitale come premio e uno sbocco su un altro oceano. Laggiù erano più progrediti. Qui a Sulaco avevano udito soltanto gli echi di queste grandi questioni e, naturalmente, il loro mondo ufficiale cambiava ogni volta, giungendo dall’altro versante della catena di monti che anche lui aveva valicato in una vecchia diligencia, con grave rischio per la sua incolumità.
Il presidente della compagnia ferroviaria aveva goduto della sua ospitalità per parecchi giorni e glien’era veramente grato. Soltanto dopo aver lasciato Santa Marta, aveva perso il contatto con ogni traccia di vita europea sullo sfondo dell’ambiente esotico. Nella capitale era stato ospite della Legazione ed era stato molto occupato a negoziare con i membri del governo di Don Vincente: uomini colti, uomini a cui le condizioni del commercio civilizzato non erano ignote.
La sua maggiore preoccupazione al momento era l’acquisto di terreno per la ferrovia. Nella valle di Santa Marta, dove esisteva già una linea ferroviaria, la gente era trattabile e faceva solo questione di prezzo. Era stata nominata una commissione per stabilire i valori e la difficoltà si risolveva in una ben dosata pressione sui commissari. Ma a Sulaco – nella Provincia occidentale il cui sviluppo era appunto legato alla ferrovia – c’erano stati guai. La città era arroccata da secoli dietro le sue barriere naturali, respingendo l’intraprendenza moderna con i precipizi della sua catena montuosa, con le acque basse del porto aperto alle perenni bonacce di un golfo pieno di nuvole, con la mentalità chiusa dei proprietari del suo fertile territorio: tutte queste vecchie famiglie spagnole, tutti questi Don Ambrosio e Don Fernando, che diffidavano delle novità e sembravano assolutamente contrari all’avvento della ferrovia nelle loro terre. Era accaduto che alcuni dei gruppi di topografi sparsi in tutta la provincia fossero stati invitati ad andarsene con minacce di violenza. In altri casi erano state avanzate pretese esorbitanti riguardo al prezzo. Ma l’uomo della ferrovia si vantava di essere in grado di affrontare qualsiasi emergenza. Dal momento che era stato accolto con un sentimento ostile di cieco conservatorismo a Sulaco, anche lui avrebbe risposto con il sentimento prima di far valere il suo diritto. Il governo era obbligato a rispettare la sua parte del contratto con il consiglio direttivo della nuova compagnia ferroviaria, anche a costo di usare la forza. Ma l’ultima cosa che lui voleva era una rivolta armata che turbasse il regolare svolgimento dei suoi piani. Erano troppo vasti ed estesi e troppo promettenti per non tentare con ogni mezzo; e così aveva pensato di far venire lì il presidente-dittatore per un giro di cerimonie e di discorsi culminanti in una grande funzione pubblica sul fronte del porto. Dopo tutto era la loro creatura, quel Don Vincente. Incarnava il trionfo dei migliori elementi nello Stato. Questi erano fatti e, a meno che i fatti non significassero nulla, ragionava Sir John fra sé e sé, quell’uomo doveva avere una reale influenza e la sua azione personale avrebbe prodotto il desiderato effetto conciliante. Era riuscito a organizzare il viaggio con l’aiuto di un avvocato molto abile, noto a Santa Marta come l’agente della miniera d’argento Gould, la cosa più importante di Sulaco, anzi dell’intera Repubblica. Era in effetti una miniera favolosamente ricca. Il suo cosiddetto agente, evidentemente un uomo colto e abile, sembrava possedere una straordinaria influenza nelle più alte sfere del governo, pur senza occupare una posizione ufficiale. Poté assicurare a Sir John che il presidente-dittatore avrebbe fatto il viaggio. Nel corso della stessa conversazione deplorò, tuttavia, che il generale Montero insistesse nell’andare anche lui.
Il generale Montero, che all’inizio della lotta era un oscuro capitano dell’esercito destinato alla selvaggia frontiera orientale dello Stato, si era schierato con il partito di Ribiera in un momento in cui speciali circostanze avevano dato a quella piccola adesione un’importanza fortuita. Le sorti della guerra lo avevano favorito meravigliosamente e la vittoria di Río Seco (dopo una giornata di battaglia disperata) aveva sigillato il suo successo. Alla fine era emerso come generale, ministro della Guerra e capo militare del partito Blanco, sebbene non vi fosse nulla di aristocratico nella sua discendenza. Anzi, si diceva che lui e suo fratello, orfani, fossero stati allevati grazie alla munificenza di un famoso viaggiatore europeo, al cui servizio il loro padre aveva perso la vita. Secondo un’altra versione, erano figli di un semplice carbonaio e di una donna indiana battezzata, originaria dell’interno del paese.
Comunque fosse, la stampa del Costaguana era solita definire la marcia di Montero attraverso la foresta per unirsi alle forze del partito Blanco, all’inizio dei disordini, «la più eroica impresa militare dei tempi moderni». Nello stesso periodo, anche suo fratello era tornato dall’Europa, dove si era recato apparentemente come segretario di un console. Raccolta, comunque, una piccola banda di fuorilegge, aveva mostrato un certo talento come capo guerrigliero e dopo la pacificazione era stato ricompensato con la carica di comandante militare della capitale.
Il ministro della Guerra, quindi, accompagnava il dittatore. Il consiglio di amministrazione della O.S.N., lavorando in stretta collaborazione con quelli della ferrovia per il bene della Repubblica, in questa importante occasione aveva dato ordine al capitano Mitchell di mettere il battello postale Giunone a disposizione dei distinti ospiti. Don Vincente, proveniente da Santa Marta, si era imbarcato a Cayta, il porto principale del Costaguana ed era arrivato a Sulaco via mare. Ma il presidente della compagnia ferroviaria aveva coraggiosamente valicato le montagne in una diligencia traballante, soprattutto allo scopo di incontrare il suo ingegnere capo impegnato nel sopralluogo finale del tracciato della ferrovia.
Malgrado l’indifferenza di un uomo d’affari per la natura, la cui ostilità può sempre essere vinta con le risorse finanziarie, il presidente rimase colpito dall’ambiente circostante durante la sosta nell’accampamento installato nel punto più alto dove doveva arrivare la ferrovia. Trascorse la notte lì, arrivando un momento troppo tardi per vedere l’ultimo bagliore del sole morente sul fianco nevoso dell’Higuerota. Massi di basalto nero accatastati incorniciavano come un portale un tratto del bianco pendìo. Nell’aria trasparente delle alte quote tutto sembrava molto vicino, immerso in una limpida quiete come in un liquido impalpabile; e con l’orecchio teso a cogliere il primo rumore dell’attesa diligencia l’ingegnere capo, sulla porta di una rozza capanna di pietra, aveva contemplato le mutevoli tinte dell’immensa montagna, pensando che in quella vista, come in un pezzo di musica ispirata, si poteva trovare la massima delicatezza di espressione unita a una mirabile grandiosità di effetto.
Sir John giunse troppo tardi per udire la magnifica e muta melodia cantata dal tramonto fra gli alti picchi della Sierra. Si era esaurita nella pausa sospesa di cupa penombra prima che, scendendo dalla diligencia con le membra indolenzite, egli stringesse la mano all’ingegnere.
Gli servirono la cena in una capanna di pietra simile a un cubo, senza una porta né una finestra che chiudessero le sue due aperture; un allegro fuoco di sterpi (portati a dorso di mulo dalla valle sottostante più vicina) bruciava all’esterno diffondendo una luce vacillante; e due candele in candelieri di stagno – accese, gli spiegarono, in suo onore – stavano su una specie di rozza tavola da campo, dove lui sedeva alla destra del capo. Il presidente sapeva essere amabile e i giovani aiutanti, per i quali disegnare il tracciato della ferrovia aveva il fascino dei primi passi sul sentiero della vita, sedevano anche loro al tavolo, ascoltando modestamente, i volti lisci abbronzati dalle intemperie, ben lieti di trovare tanta affabilità in un uomo così importante.
Dopo, a notte tarda, camminando avanti e indietro, Sir John ebbe un lungo colloquio con il suo ingegnere capo. Lo conosceva bene da molto tempo. Non era la prima impresa in cui i loro talenti, fondamentalmente diversi come il fuoco e l’acqua, avevano lavorato in congiunzione. Dal contatto di queste due personalità, che non avevano la stessa visione del mondo, scaturiva una potenza al servizio del mondo: una forza misteriosa che poteva mettere in moto macchine possenti e i muscoli degli uomini e anche destare nei loro petti un’illimitata dedizione al compito loro assegnato. Fra i giovanotti seduti al tavolo, per i quali progettare il percorso della ferrovia era come tracciare il sentiero della vita, più di uno avrebbe trovato la morte prima che il lavoro fosse terminato. Ma il lavoro sarebbe stato fatto: la spinta sarebbe stata forte quasi come una fede. Non proprio, però. Nel silenzio del campo addormentato sopra il pianoro illuminato dalla luna in cima al passo montano, simile al pavimento di una vasta arena circondata dalle pareti basaltiche dei precipizi, due figure avvolte in pesanti cappotti smisero di camminare e la voce dell’ingegnere pronunciò distintamente le parole:
«Non possiamo muovere le montagne!».
Sir John, alzando il capo per seguire il gesto indicatore, sentì tutta la forza delle parole. Il candido Higuerota spuntava dalle ombre di roccia e terra come una bolla immobile sotto la luna. Tutto era quieto: solo lì vicino, dietro il muro a secco di un recinto per gli animali del campo, costruito grossolanamente in forma circolare, un mulo batté lo zoccolo e sbuffò due volte.
L’ingegnere capo aveva usato la frase in risposta alla possibilità prospettata dal presidente di modificare il tracciato della linea ferroviaria in omaggio ai pregiudizi dei proprietari terrieri di Sulaco. Lui riteneva che l’ostinazione degli uomini fosse l’ostacolo minore. Inoltre, per combatterla potevano usare la grande influenza di Charles Gould, mentre scavare un tunnel sotto l’Higuerota sarebbe stata un’impresa colossale.
«Ah, sì! Gould. Che tipo è?».
Sir John aveva sentito molto parlare di Charles Gould a Santa Marta e voleva saperne di più. L’ingegnere capo gli assicurò che l’amministratore della miniera d’argento di San Tomé aveva un’immensa influenza su tutti questi nobili spagnoli. Possedeva anche una delle più belle case di Sulaco e l’ospitalità dei Gould superava ogni elogio.
«Mi hanno ricevuto come se mi conoscessero da anni», disse. «La piccola signora è la gentilezza personificata. Sono stato da loro per un mese. Lui mi ha aiutato a organizzare le squadre di rilevazione. Il fatto di essere praticamente proprietario della miniera di San Tomé lo pone in una posizione speciale. Sembra che tutte le autorità provinciali lo ascoltino e, come ho detto, può rigirarsi tutti gli hidalgos della provincia intorno al dito mignolo. Se seguirà il suo consiglio, le difficoltà svaniranno perché lui vuole la ferrovia. Naturalmente, deve stare attento a ciò che dice. È inglese e per di più dev’essere immensamente ricco. La ditta Holroyd è cointeressata nella miniera, perciò può immaginare…».
Si interruppe quando la figura di un uomo avvolto in un poncho si alzò da uno dei piccoli fuochi accesi fuori dal basso recinto del corral. La sella che aveva usato come cuscino formava una chiazza scura sul terreno contro il bagliore rosso della brace.
«Vedrò Holroyd quando passerò dagli Stati Uniti sulla via del ritorno», disse Sir John. «Ho appurato che anche lui vuole la ferrovia».
L’uomo che, forse disturbato dalle voci vicine, si era alzato, accese una sigaretta con un fiammifero. La fiammella mostrò un volto bronzeo con le basette nere, un paio di occhi dallo sguardo diritto; poi, avvolgendosi meglio nelle coperte, si sdraiò a terra e appoggiò di nuovo la testa sulla sella.
«È il nostro capo cantiere, che devo rimandare a Sulaco ora che faremo le nostre rilevazioni nella valle di Santa Marta», disse l’ingegnere. «Un uomo molto utile, imprestatomi dal capitano Mitchell della Compagnia O.S.N. È stato molto gentile da parte sua. Charles Gould mi ha consigliato di approfittare dell’offerta perché non avrei potuto trovare di meglio. Sembra perfettamente in grado di dirigere tutti questi mulattieri e peones. Non abbiamo avuto il minimo guaio con la nostra gente. Scorterà la sua diligencia fino a Sulaco con alcuni dei nostri manovali. La strada è cattiva. La sua presenza potrebbe risparmiarle un paio di ribaltamenti. Mi ha promesso di prendersi cura di lei per tutto il tragitto come se fosse suo padre».
Questo capo cantiere era il marinaio italiano che tutti gli europei di Sulaco, seguendo l’errata pronuncia del capitano Mitchell, solevano chiamare Nostromo. E in effetti, taciturno e attento, si prese ottima cura dell’importante personaggio a lui affidato nei tratti peggiori della strada, come lo stesso Sir John dichiarò in seguito alla signora Gould.
Capitolo sesto
A quel tempo Nostromo era già stato abbastanza a lungo nel paese perché il capitano Mitchell si facesse un’altissima opinione di lui e si convincesse dello straordinario valore della sua scoperta. Chiaramente era uno di quei preziosi subordinati di cui è legittimo vantarsi. Il capitano Mitchell si piccava di avere molto occhio nel giudicare gli uomini – ma non era egoista – e nell’innocenza del suo orgoglio, gli stava già venendo quella mania di prestare ad altri il suo Capataz de Cargadores che avrebbe portato Nostromo a contatto, prima o poi, con ogni europeo di Sulaco, come una sorta di factotum universale: un prodigio di efficienza nella sua sfera di vita.
«Quell’uomo mi è devoto, corpo e anima!», soleva affermare il capitano Mitchell; e sebbene nessuno, forse, avrebbe potuto spiegare il motivo di tale devozione, era impossibile osservando il loro rapporto mettere in dubbio quella affermazione, a meno di non essere un tipo aspro ed eccentrico come il dottor Monygham – ad esempio – la cui risata breve, amara esprimeva in qualche modo un’immensa sfiducia nell’umanità. Non che il dottor Monygham fosse prodigo di risate o di parole. Nei momenti migliori era cupo e taciturno. Nei peggiori, la gente temeva il palese disprezzo della sua lingua sferzante. Soltanto la signora Gould poteva contenere entro i giusti limiti la sua sfiducia nei moventi degli uomini; ma persino a lei (in un’occasione non legata a Nostromo e in un tono per lui gentile), persino a lei, il medico aveva detto una volta: «In verità, è assurdo pretendere che un uomo abbia degli altri un’opinione molto migliore di quella che può avere di se stesso».
E la signora Gould si era affrettata a cambiare argomento. Giravano strane voci sul medico inglese. Anni prima, all’epoca di Guzman Bento, era stato immischiato, si sussurrava, in una cospirazione che era stata denunciata e, come diceva la gente, soffocata nel sangue. Aveva i capelli grigi e il volto glabro, segnato, era color mattone; la camicia di flanella a grandi quadri e il vecchio Panama ingiallito erano un’aperta sfida ai convenzionalismi di Sulaco. Se non fosse stato per l’immacolata pulizia del suo abbigliamento, avrebbero potuto scambiarlo per uno di quegli europei inetti che offendono la rispettabilità di una colonia straniera in quasi tutti i paesi esotici del mondo. Le giovani signore di Sulaco, che adornavano con corolle di volti graziosi i balconi lungo la Via della Costituzione, quando lo vedevano passare con il suo passo zoppicante e il capo chino, una corta giacca di lino infilata alla meglio sulla camicia di flanella a quadretti, commentavano fra loro: «Ecco il Señor Dottore che va a trovare Doña Emilia. Si è messo la giacchetta». La deduzione era esatta. Il significato più profondo sfuggiva alla loro semplice intelligenza. Per di più, non dedicavano molta attenzione al dottore. Era brutto, vecchio, erudito – e un po’ loco – matto, se non addirittura un po’ stregone, come sospettava il popolino. La giacchetta bianca era in realtà una concessione all’influenza benevola della signora Gould. Il medico, abituato a parlare in tono scettico, amaro, non aveva altro modo per dimostrare il suo profondo rispetto per la personalità della donna che era nota nel paese come la señora inglese. Le porgeva questo tributo con la massima serietà: non era un’inezia per un uomo con le sue abitudini. La signora Gould lo sapeva benissimo. Non si sarebbe mai sognata di imporgli questo marcato segno di deferenza.
Teneva aperta la sua vecchia casa spagnola (una delle più belle di Sulaco) per dispensare i piccoli piaceri dell’esistenza. Lo faceva con semplicità e grazia perché era guidata da un’acuta percezione dei valori. Era molto dotata nell’arte dei rapporti umani che consiste in delicate sfumature di disinteresse e nell’offerta di comprensione universale. Charles Gould (i membri della famiglia Gould, stabilitasi in Costaguana da tre generazioni, andavano sempre in Inghilterra a studiare e a cercare moglie) immaginava di essersi innamorato di lei per il suo solido buon senso, come qualsiasi altro uomo, ma non era questa esattamente la ragione per cui, ad esempio, l’intera squadra di topografi, dal più giovane al loro maturo capo, trovava occasione di alludere così sovente alla casa della signora Gould fra le alte vette della Sierra. Lei avrebbe protestato di non aver fatto nulla per loro, ridendo sommessamente e sgranando gli occhi grigi per la sorpresa, se qualcuno le avesse detto con quanta convinzione veniva ricordata al limitare delle nevi eterne sopra Sulaco. Ma immediatamente, con un’arietta sagace e riflessiva, avrebbe trovato una spiegazione. «Certo, era una tale sorpresa per quei ragazzi essere accolti amichevolmente qui. E suppongo che abbiano nostalgia di casa. Suppongo che tutti debbano soffrire un po’ di nostalgia».
Le persone nostalgiche le facevano sempre pena.
Nato nel paese, come suo padre prima di lui, alto e asciutto, con i baffi rossi accesi, un mento regolare, limpidi occhi azzurri, capelli castani ramati e un volto magro, fresco, arrossato, Charles Gould sembrava appena arrivato dal mare. Suo nonno aveva combattuto per la causa dell’indipendenza agli ordini di Bolívar, fra i famosi legionari inglesi che sul campo di battaglia di Carabobo erano stati salutati dal grande Libertador come i Salvatori del suo paese. Uno degli zii di Charles Gould era stato eletto presidente proprio della provincia di Sulaco (allora chiamata Stato) all’epoca della Federazione e poi èra stato messo contro il muro di una chiesa e fucilato per ordine del barbaro generale unionista, Guzman Bento. Lo stesso che, diventando in seguito Presidente perpetuo, famoso per la sua spietata e crudele tirannia, aveva raggiunto la sua apoteosi nella leggenda popolare di uno spettro sanguinario il cui corpo era stato portato via dal diavolo in persona dal mausoleo di mattoni nella navata della chiesa di Assumption a Santa Marta. Così, almeno, i preti avevano spiegato la sua scomparsa alla moltitudine scalza che era accorsa a fissare, attonita, il buco nel fianco del brutto sarcofago di mattoni davanti all’altare maggiore.
Guzman Bento di crudele memoria aveva messo a morte un gran numero di persone oltre allo zio di Charles Gould; ma con un parente martire per la causa dell’aristocrazia, gli oligarchi di Sulaco (questa era la fraseologia usata all’epoca di Guzman Bento; ora venivano chiamati Blancos e avevano abbandonato l’idea federale), che stavano a indicare le famiglie di pura discendenza spagnola, consideravano Charles uno dei loro. Con simili precedenti in famiglia, nessuno poteva essere più costaguanero di Don Charles Gould; ma aveva un aspetto così caratteristico che per il popolino era semplicemente l’inglés: l’inglese di Sulaco. Sembrava più inglese di un turista occasionale, un tipo di pellegrino eretico, comunque, del tutto sconosciuto a Sulaco. Sembrava più inglese del gruppo di giovani ingegneri delle ferrovie ultimi arrivati, più di qualunque personaggio delle scene di caccia contenute nei numeri del Punch che giungevano nel salotto di sua moglie con un paio di mesi di ritardo. Stupiva sentirlo parlare spagnolo (castigliano, come dicono i nativi) oppure il dialetto indiano dei paesani con tanta naturalezza. Non aveva mai avuto l’accento inglese; ma c’era qualcosa di così indelebile in tutti gli antenati Gould del Costaguana – liberatori, esploratori, piantatori di caffè, mercanti, rivoluzionari –, che lui, unico rappresentante della terza generazione in un continente con il proprio stile di equitazione, continuava ad apparire prettamente inglese anche a cavallo. Non diciamo questo con lo spirito beffardo dei llaneros – gli uomini delle grandi pianure – i quali ritengono di essere gli unici al mondo a saper stare in sella. Charles Gould, per usare la frase appropriata, cavalcava come un centauro. L’equitazione per lui non era una speciale forma di esercizio fisico, ma una facoltà naturale, come camminare eretti lo è per tutti gli uomini sani di mente e di corpo; tuttavia, quando procedeva a pasotrote con disinvolta scioltezza lungo l’accidentato sentiero della miniera, nei suoi abiti inglesi e con i finimenti importati, sembrava appena arrivato in Costaguana, direttamente da un prato verde all’altro capo del mondo.
Il suo percorso seguiva la vecchia strada spagnola – chiamata volgarmente Camino Real – l’unico vestigio rimasto di un fatto e di un nome lasciati da quei reali che il vecchio Giorgio Viola odiava e dei quali era scomparsa anche l’ombra; giacché la grande statua equestre di Carlo IV all’ingresso dell’Alameda, che si ergeva candida contro gli alberi, era nota semplicemente come il Cavallo di Pietra alla gente di campagna e ai mendicanti della città che dormivano sugli scalini intorno al piedistallo. L’altro Carlos, voltando a sinistra con un rapido calpestìo di zoccoli sul selciato sconnesso – Don Carlos Gould, nei suoi abiti inglesi, appariva altrettanto anacronistico, ma molto più a suo agio del regale cavaliere che tratteneva la sua cavalcatura sul piedistallo sopra i leperos dormienti, con il braccio di marmo alzato verso la tesa marmorea del cappello piumato.
L’effige macchiata dal tempo del re a cavallo, con il suo vago gesto di saluto, sembrava presentare un volto impenetrabile ai mutamenti politici che lo avevano privato persino del suo nome; ma nemmeno l’altro cavaliere, ben noto alla gente, agile e vivo in sella al suo bell’animale color lavagna con l’occhio bianco, portava il cuore sulla manica della sua giubba inglese. La mente manteneva la sua tranquilla compostezza come se fosse protetta dall’impassibile stabilità delle convenienze pubbliche e private vigenti in Europa. Egli accettava con altrettanta calma la maniera scandalosa in cui le signore di Sulaco si coprivano la faccia di cipria madreperlacea fino a sembrare maschere di gesso bianco con splendidi occhi vividi, i bizzarri pettegolezzi della città e i continui mutamenti politici, il costante «salvataggio del paese», che a sua moglie pareva un puerile e sanguinario gioco di omicidi e di rapine giocato con terribile serietà da bambini depravati. All’inizio della sua vita in Costaguana, la piccola signora usava stringere i pugni per l’esasperazione di non riuscire a prendere sul serio le vicende pubbliche del paese come la casuale atrocità dei metodi avrebbe meritato. Vedeva in essi una commedia di ingenue finzioni, ma quasi nulla di genuino tranne la sua sgomenta indignazione. Charles, attorcigliando con molta calma i lunghi baffi, si rifiutava di discuterne. Una volta, tuttavia, le fece osservare gentilmente:
«Mia cara, sembra che tu dimentichi che sono nato qui».
Queste poche parole la fecero riflettere come se fossero state un’improvvisa rivelazione. Forse il semplice fatto di essere nato nel paese faceva effettivamente differenza. Aveva molta fiducia in suo marito; l’aveva sempre avuta. Charles aveva colpito la sua immaginazione fin dall’inizio con il suo realismo, con quella tranquillità mentale che lei considerava il segno di una perfetta capacità di affrontare la vita. Il loro dirimpettaio, Don José Avellanos, statista, poeta, uomo di cultura, che aveva rappresentato il paese presso varie corti europee (e aveva patito indicibili umiliazioni come prigioniero di Stato all’epoca del tiranno Guzman Bento), usava dichiarare nel salotto di Doña Emilia che Carlos possedeva tutte le doti di carattere degli inglesi insieme a un cuore di vero patriota.
La signora Gould, levando gli occhi al volto magro, rosso e abbronzato del marito, non riusciva a vedervi il minimo fremito all’udire ciò che veniva detto riguardo al suo patriottismo. Forse era appena smontato da cavallo al suo ritorno dalla miniera; era abbastanza inglese per non curarsi di evitare le ore più calde della giornata. Basilio, in livrea di lino bianco con una fascia rossa, si era accovacciato un momento nel patio dietro i talloni del padrone per slacciare i pesanti speroni smussati; poi il Señor Administrador avrebbe salito la scala che portava alla galleria. File di piante in vaso, allineate sulla balaustra fra i pilastri degli archi, schermavano il corredor con le loro foglie e fiori dal sottostante cortile lastricato, che è il vero cuore di una casa sudamericana, dove le tranquille ore della vita domestica sono segnate dal mutevole gioco di luci e ombre sul pavimento di pietra.
Il Señor Avellanos era solito attraversare il patio alle cinque quasi ogni giorno. Don José preferiva venire all’ora del tè perché il rito inglese in casa di Doña Emilia gli ricordava il tempo in cui viveva a Londra come ministro plenipotenziario presso la corte di San Giacomo. Il tè non gli piaceva; e, abitualmente, dondolandosi sulla sedia americana, gli scarponcini lucidi incrociati sul poggiapiedi, parlava, parlava con una sorta di compiaciuta virtuosità per un uomo della sua età, mentre reggeva lungamente la tazza fra le mani. I capelli cortissimi erano candidi; gli occhi neri come il carbone.
Al vedere Charles Gould entrare nella «sala» lo salutava provvisoriamente con un cenno di capo e terminava il suo discorso. Soltanto allora diceva:
«Carlos, amico mio, sei venuto a cavallo da San Tomé nell’ora più calda della giornata. Sempre attivo da vero inglese. No?».
Beveva subito il tè tutto d’un fiato. Questo atto era immancabilmente seguito da un lieve brivido e da un sommesso, involontario brrr, che la frettolosa esclamazione «Eccellente!» non riusciva a mascherare.
Poi deponendo la tazza nella mano tesa della sua giovane e sorridente amica, continuava a dissertare della natura patriottica della miniera di San Tomé per il semplice piacere di parlare liberamente, sembrava, mentre il suo corpo reclino oscillava avanti e indietro in una sedia a dondolo importata dagli Stati Uniti. Il soffitto del salotto più grande di Casa Gould stendeva la superficie bianca molto al di sopra della sua testa. L’altezza rimpiccioliva le pesanti sedie spagnole di legno scuro con la spalliera diritta e il sedile di pelle, mescolate a mobili europei bassi e tutti imbottiti, simili a piccoli mostri tozzi, riempiti fino a scoppiare di molle d’acciaio e crine di cavallo. C’erano ninnoli sui tavolini, specchi incastonati nella parete sopra mensole di marmo, grandi riquadri di moquette sotto i due gruppi di poltrone, ognuno dominato da un profondo divano; tappeti più piccoli sparsi su tutto il pavimento di cotto; tre porte-finestre, fiancheggiate dalle pieghe perpendicolari delle tende scure, davano su un balcone. La maestosità del passato indugiava ancora fra le quattro pareti alte e lisce, dipinte di un delicato color primula; e la signora Gould, con la sua testolina circondata di riccioli lucenti, seduta in una nuvola di mussola e trina davanti a uno snello tavolino di mogano, somigliava a una fata posata lievemente davanti a delicati filtri versati da recipienti d’argento e porcellana.
La signora Gould conosceva la storia della miniera di San Tomé. Sfruttata un tempo soprattutto a forza di frustate sulle schiene degli schiavi, il suo prodotto era stato pagato a peso di ossa umane. Intere tribù di indiani erano perite nello sfruttamento della miniera che poi era stata abbandonata, giacché con questo metodo primitivo non era più redditizia, per quanti cadaveri venissero gettati nelle sue fauci. Fu dimenticata e riscoperta dopo la guerra d’indipendenza. Una società inglese ottenne il diritto di sfruttarla e trovò una vena così ricca che neppure le esazioni di successivi governi, né le periodiche razzie delle squadre di arruolamento fra la popolazione di minatori pagati, che la compagnia aveva creato, riuscirono a scoraggiare la sua perseveranza. Ma alla fine, durante la lunga serie di pronunciamientos che seguirono la morte del famoso Guzman Bento, i minatori locali, incitati alla rivolta dagli emissari inviati dalla capitale, insorsero contro i loro capi inglesi e li assassinarono tutti. Il decreto di confisca che apparve immediatamente dopo nel Diario Oficial, pubblicato a Santa Marta, iniziava con le parole:
Giustamente indignata per la pesante oppressione degli stranieri, attuata per sordidi motivi di guadagno piuttosto che per amore di un paese dove giunsero poveri in cerca di fortuna, la popolazione mineraria di San Tomé ecc…
e terminava con la dichiarazione:
Il capo dello Stato ha deciso di esercitare a pieno il suo potere di clemenza. La miniera, che in base alla legge internazionale, umana e divina, ritorna ora al Governo come proprietà nazionale, rimarrà chiusa finché la spada tratta in sacra difesa dei principi liberali non avrà compiuto la sua missione di assicurare la felicità del nostro amato paese.
E per molti anni non si udì più parlare della miniera di San Tomé. Quale vantaggio il governo si aspettasse dalla spoliazione, è impossibile dirlo. Il Costaguana fu obbligato con difficoltà a versare un misero risarcimento in denaro alle famiglie delle vittime, poi la faccenda scomparve dai dispacci diplomatici. Ma in seguito un altro governo si ricordò di quel bene prezioso. Era un normale governo del Costaguana – il quarto in sei anni – ma valutò bene le sue opportunità. Si rammentò della miniera di San Tomé con la segreta convinzione che fosse priva di valore nelle sue mani, ma con una geniale intuizione dei vari usi che si poteva farne, a parte il sordido processo di estrazione del metallo da sottoterra. Il padre di Charles Gould, per lungo tempo uno dei più ricchi mercanti del Costaguana, aveva già perduto una considerevole parte della sua fortuna in prestiti forzati ai successivi governi. Era un uomo ponderato, che non si sarebbe mai sognato di rivendicare i suoi diritti; e quando, improvvisamente, gli venne offerta la concessione perpetua della miniera di San Tomé a saldo dei suoi crediti, si allarmò moltissimo. Conosceva bene gli usi dei governi. In effetti, lo scopo di questo affare, sebbene meditato sicuramente a lungo in privato, risultava chiaro nel documento sottoposto con urgenza alla sua firma. La terza e più importante clausola stabiliva che il concessionario era tenuto a pagare subito al governo cinque anni di royalties sulla prevista produzione della miniera.
Il signor Gould senior si difese da questo favore fatale con molte argomentazioni e suppliche, ma senza successo. Non aveva alcuna esperienza di miniere; non aveva modo di mettere in vendita la sua concessione sul mercato europeo; la miniera come impresa operativa non esisteva. I fabbricati erano stati demoliti, gli impianti minerari distrutti, la popolazione mineraria era scomparsa dal circondario anni e anni prima; la strada stessa era scomparsa sotto una fitta vegetazione tropicale come se fosse stata inghiottita dal mare; e la galleria principale era crollata a cento metri dall’ingresso. Non era più una miniera abbandonata, ma una gola selvaggia, inaccessibile e rocciosa della Sierra, dove si potevano trovare resti di travi bruciati, alcuni cumuli di mattoni rotti e qualche pezzo informe di ferro arrugginito sotto il groviglio di rampicanti spinosi che copriva il terreno. Il signor Gould senior non desiderava il perpetuo possesso di quel luogo desolato; anzi, la semplice visione di esso che gli si presentava alla mente nelle veglie notturne aveva il potere di procurargli ore di insonnia smaniosa e accaldata.
Il caso volle, tuttavia, che il ministro delle Finanze dell’epoca fosse un uomo a cui, in anni precedenti, il signor Gould aveva sfortunatamente rifiutato di concedere un piccolo aiuto pecuniario, basandosi sul fatto che il richiedente era un notorio giocatore e baro, oltre a essere fortemente sospettato di rapina a mano armata ai danni di un ricco ranchero in un remoto paese di campagna, dove esercitava la funzione di giudice. Ora, dopo aver raggiunto la sua elevata posizione, quel politico aveva proclamato la sua intenzione di rendere bene per male al Señor Gould, poveretto. Confermò più volte questa sua risoluzione nei salotti di Santa Marta, con voce bassa e implacabile e con sguardi così malevoli che i migliori amici del signor Gould gli consigliarono vivamente di non tentare di corromperlo per indurlo ad abbandonare l’idea. Sarebbe stato inutile. Anzi, non sarebbe stata un’azione molto prudente. Tale era anche l’opinione di una robusta e loquace signora di origine francese, figlia, diceva lei, di un ufficiale di alto grado (officier supérieur de l’armée), che alloggiava entro le mura di un convento secolarizzato accanto al ministero delle Finanze. Quella florida persona, quando venne avvicinata per conto del signor Gould in maniera opportuna e con un dono adeguato, scosse la testa con aria sconfortata. Era buona e il suo sconforto era sincero. Supponeva di non poter accettare denaro per qualcosa che non era in grado di fare. L’amico del signor Gould, incaricato della delicata missione, soleva dire poi che la signora era l’unica persona onesta legata da vicino o da lontano con il governo che lui avesse mai conosciuto. «Niente da fare», aveva detto con un’intonazione calda, gioviale che le era naturale e usando giri di frase più adatti a un trovatello che alla figlia orfana di un ufficiale superiore. «No, niente da fare. Pas moyen, mon garçon. C’est dommage, tout de même. Ah, zut! Je ne vole pas mon monde. Je ne suis pas ministre – moi! Vous pouvez emporter votre petit sac».
Per un momento, mordendosi il labbro carminio, deplorò dentro di sé la tirannia dei rigidi principi che regolavano la vendita della sua influenza in alto loco. Poi, significativamente e con un’ombra di impazienza, «Allez», soggiunse, «et dites bien à votre bonhomme – entendez-vous? – qu’il faut avaler la pilule».
Dopo un simile ammonimento non rimaneva altro che firmare e pagare. Il signor Gould inghiottì la pillola e fu come se contenesse un sottile veleno che agiva direttamente sul suo cervello. Gli venne subito l’ossessione della miniera e siccome era amante della letteratura leggera, nella sua mente tale ossessione prese la forma del Vecchio del Mare aggrappato alle sue spalle. Cominciò a sognare vampiri. Il signor Gould esagerava gli svantaggi della sua nuova situazione perché la vedeva emotivamente. La sua posizione in Costaguana non era peggiore di prima. Ma l’uomo è una creatura estremamente conservatrice e la stravagante novità di questo oltraggio alla sua borsa feriva la sua sensibilità. Intorno a lui tutti venivano derubati dalle grottesche e feroci bande impegnate nel gioco di governi e rivoluzioni dopo la morte di Guzman Bento. L’esperienza gli aveva insegnato che, per quanto il bottino potesse risultare inferiore alle legittime aspettative, nessuna banda in possesso del Palazzo presidenziale sarebbe stata così sprovveduta da rinunciarvi per mancanza di un pretesto. Il primo colonnello improvvisato dell’esercito di straccioni capitato lì era in grado di esporre con forza e precisione a qualsiasi semplice civile il proprio diritto a una somma di diecimila dollari; nel frattempo le sue speranze avrebbero tenacemente puntato, comunque, su una gratifica di almeno mille dollari. Il signor Gould lo sapeva benissimo e, armato di rassegnazione, aveva aspettato tempi migliori. Ma essere derubato sotto le apparenze della legalità e del buon commercio era intollerabile per la sua immaginazione. Il signor Gould, padre, aveva un carattere sagace e probo con un unico difetto: attribuiva troppa importanza alla forma. È una manchevolezza comune negli uomini che sono spesso influenzati da pregiudizi. Per lui in quell’affare c’era un focolaio infetto di giustizia perversa che attaccava il suo fisico vigoroso attraverso lo choc morale. «Finirà per uccidermi», soleva affermare parecchie volte al giorno. E, in effetti, da quel momento cominciò ad avere la febbre, dolori al fegato e soprattutto non riuscì più a pensare ad altro. Il ministro delle Finanze non poteva essersi fatto un’idea della profonda sottigliezza della sua vendetta. Alla fine, anche le lettere del signor Gould al figlio quattordicenne Charles, allora in collegio in Inghilterra, non parlavano praticamente d’altro. Il padre si lamentava dell’ingiustizia, della persecuzione, dell’oltraggio di quella miniera; riempiva intere pagine con la descrizione delle fatali conseguenze derivanti dal possesso di quella miniera sotto ogni punto di vista, traendo fosche deduzioni e usando parole di orrore per il carattere apparentemente eterno di quella maledizione. Giacché la Concessione era stata accordata a lui e ai suoi discendenti per sempre. Implorava il figlio di non tornare mai in Costaguana, di non rivendicare mai alcuna parte della sua eredità in quel paese perché era contaminata dalla famigerata Concessione; di non toccarla mai, non avvicinarsi mai a essa, dimenticare che l’America esisteva e seguire una carriera commerciale in Europa. E ogni lettera terminava con amari rimproveri a se stesso per essere rimasto troppo a lungo in quel covo di ladri, faccendieri e briganti.
Sentirsi ripetere che il proprio futuro è rovinato a causa del possesso di una miniera d’argento, a quattordici anni non è una questione di primaria importanza nella sostanza; ma nella forma è probabile che susciti una certa dose di meraviglia e di attenzione. Nel corso del tempo il ragazzo, dapprima semplicemente stupito dalle aspre geremiadi, ma assai dispiaciuto per suo padre, cominciò a rimuginarci sopra nei momenti liberi dallo studio e dal gioco. In un anno circa ricavò dalla lettura delle lettere la ferma convinzione che c’era una miniera d’argento nella provincia di Sulaco della Repubblica del Costaguana, dove il povero zio Harry era stato fucilato molti anni prima. Strettamente legata a quella miniera c’era anche una cosa chiamata «l’iniqua Concessione Gould», apparentemente scritta su un foglio che suo padre desiderava ardentemente «strappare e gettare in faccia» a presidenti, giudici e ministri di Stato. E questo desiderio persisteva, anche se i nomi di queste persone, egli notò, di rado rimanevano gli stessi per un anno intero. Tale desiderio (dato che la cosa era iniqua) sembrava del tutto naturale al ragazzo, benché non sapesse perché l’affare fosse iniquo. In seguito, divenuto più saggio, riuscì a separare la verità pura e semplice dalle fantastiche intrusioni del Vecchio del Mare, di vampiri e demoni rapaci che avevano dato alla corrispondenza paterna il sapore di un macabro racconto delle Mille e Una Notte. Alla fine, l’adolescente raggiunse un’intimità con la miniera di San Tomé pari a quella del vecchio che scriveva quelle lettere irate e lamentose dall’altra sponda del mare. Era già stato obbligato più volte a pagare pesanti multe per aver trascurato di sfruttare la miniera, riferiva, in aggiunta ad altre somme estortegli in conto di future royalties, con la scusa che un uomo con una concessione di tale valore in tasca non poteva rifiutare la sua assistenza finanziaria al governo della Repubblica. L’ultimo residuo della sua fortuna gli sfuggiva dalle mani a fronte di ricevute prive di valore, scriveva infuriato, mentre lui veniva additato come un individuo che aveva saputo trarre enormi vantaggi dalle necessità del suo paese. E il giovane in Europa diventava sempre più interessato in quella cosa capace di suscitare un tale tumulto di parole e di passione.
Ci pensava ogni giorno; ma senza amarezza. Poteva essere stato un cattivo affare per il suo povero papà e tutta la storia gettava una strana luce sulla vita sociale e politica del Costaguana. Il suo era un atteggiamento di comprensione per il padre, ma calmo e riflessivo. I suoi sentimenti personali non erano stati offesi ed è difficile provare una profonda e duratura indignazione per l’angoscia fisica e mentale di un’altra persona, anche se si tratta del proprio padre. A vent’anni Charles Gould, a sua volta, era sotto l’incantesimo della miniera di San Tomé. Ma era un incantesimo diverso, più adatto alla sua giovane età, nella cui formula magica entravano speranza, vigore e fiducia in se stesso, anziché stanca indignazione e sconforto. Lasciato, ormai ventenne, alla sua discrezione (a parte la severa ingiunzione di non tornare in Costaguana), aveva proseguito gli studi in Belgio e in Francia con l’idea di laurearsi in ingegneria mineraria. Ma questo aspetto scientifico delle sue fatiche rimaneva vago e imperfetto nella sua mente. Le miniere avevano acquistato per lui un vivo interesse. Ne studiava le peculiarità anche da un punto di vista personale, come si studiano i vari caratteri degli uomini. Le visitava come si vanno a trovare con curiosità le persone importanti. Visitò miniere in Germania, in Spagna, in Cornovaglia. Le gallerie abbandonate avevano per lui un grande fascino. La loro desolazione lo toccava come la vista della miseria umana, le cui cause sono varie e profonde. Potevano essere prive di valore, ma potevano anche essere state valutate male. La sua futura moglie fu la prima e forse l’unica persona a intuire questo sentimento segreto che governava l’atteggiamento profondamente saggio, quasi muto di quest’uomo verso il mondo delle cose materiali. E subito il suo amore per lui, che esitava con le ali semiaperte come quegli uccelli che non si levano facilmente in volo da una superficie piatta, trovò un pinnacolo da cui librarsi in alto nel cielo.
Si erano conosciuti in Italia, dove la futura signora Gould viveva con una zia vecchia e pallida che, anni prima, aveva sposato un marchese italiano di mezz’età, ridotto in miseria. Ora piangeva quell’uomo che aveva saputo dedicare la sua vita all’indipendenza e all’unità del paese, che era stato capace di entusiasmo nella sua generosità come il più giovane di coloro che erano caduti per la stessa causa di cui il vecchio Giorgio Viola era un relitto alla deriva, come un pennone spezzato che viene lasciato in balia delle onde dopo una vittoria navale. La marchesa conduceva una vita tranquilla, sommessa, monacale nei suoi abiti neri e fascia bianca sulla fronte, in un angolo del primo piano di un antico palazzo in rovina, che ospitava nei grandi saloni vuoti al pianterreno, sotto i soffitti affrescati, il raccolto, le galline e persino le vacche, insieme a tutta la famiglia del mezzadro.
I due giovani si erano incontrati a Lucca. Dopo quell’incontro Charles Gould non visitò miniere, sebbene una volta andassero insieme in carrozza a vedere delle cave di marmo, dove il lavoro somigliava a quello delle miniere in quanto anche lì si strappava la preziosa materia prima alla terra. Charles Gould non le aprì il suo cuore facendole un discorso preparato. Continuò semplicemente ad agire e a pensare in sua presenza. Questo è il vero metodo della sincerità. Uno dei suoi commenti più frequenti era: «Talvolta penso che il mio povero padre abbia un’opinione sbagliata di quell’affare di San Tomé». E discutevano quell’opinione a lungo e con impegno, come se avessero potuto influenzare una mente dall’altra parte del globo; ma in realtà ne discutevano perché il sentimento d’amore può entrare in ogni argomento e vivere ardentemente in frasi a esso estranee. Per questa ragione naturale tali discussioni erano preziose per la signora Gould durante il fidanzamento. Charles temeva che il signor Gould senior sprecasse la sua energia e si ammalasse nello sforzo di liberarsi della Concessione. «Ho idea che la faccenda non debba essere trattata così», rifletteva ad alta voce, come parlando a se stesso. E quando lei si meravigliava francamente che un uomo di carattere dedicasse le sue energie alle trame e agli intrighi, Charles osservava con dolce premura, comprendendo la sua meraviglia: «Non devi dimenticare che lui è nato laggiù».
Lei ci rifletteva sopra con la sua mente sveglia, quindi se ne usciva con una risposta incoerente, che lui accettava come assolutamente sagace, perché, in effetti, lo era:
«Be’, e tu allora? Anche tu sei nato laggiù».
Charles aveva la risposta pronta.
«È diverso. Sono stato via dieci anni. Papà non ha mai avuto un periodo di assenza così lungo e poi sono passati più di trent’anni».
Lei fu la prima persona con la quale lui aprì bocca dopo aver ricevuto la notizia della morte del padre.
«Lo ha ucciso!», disse.
Era uscito subito dalla città con la notizia, camminando diritto davanti a sé nel sole meridiano sulla strada bianca e i suoi piedi lo avevano portato faccia a faccia con lei nell’atrio del palazzo in rovina, una stanza magnifica e spoglia, con qua e là una lunga striscia di damasco, nero di muffa e di vecchiaia, pendente su un tratto di parete nuda. Tutto il mobilio era esattamente una poltrona dorata con la spalliera rotta e un piedistallo a colonna ottagonale che reggeva un pesante vaso di marmo ornato di maschere scolpite e ghirlande di fiori e incrinato da cima a fondo. Charles Gould aveva le scarpe, le spalle, il berretto a due punte coperti di polvere bianca della strada. Il sudore gli gocciolava sul viso da sotto il berretto ed egli stringeva un grosso bastone di quercia nella mano destra nuda.
Lei diventò molto pallida sotto le rose del grande cappello di paglia. Portava i guanti e dondolava un ombrellino chiaro, sorpresa nell’atto di uscire per andargli incontro ai piedi della collina, dove tre pioppi sorgevano vicino al muro di una vigna.
«Lo ha ucciso!», egli ripeté. «Avrebbe dovuto avere ancora molti anni davanti a sé. Siamo una famiglia longeva».
Lei era troppo stupita per dire qualcosa; lui contemplava con uno sguardo fisso e penetrante l’urna di marmo bianco incrinato come se avesse deciso di imprimersi per sempre la sua forma nella memoria. Fu soltanto quando, volgendosi bruscamente verso di lei, disse due volte d’impulso: «Sono venuto da te… sono venuto subito da te…», senza riuscire a terminare la frase, che la grande desolazione di quella morte solitaria e tormentata in Costaguana la colpì con tutta la forza della sua pena. Lui le prese la mano, se la portò alle labbra e a quel gesto lei lasciò cadere il parasole per battergli sulla guancia mormorando «Povero ragazzo» e cominciò ad asciugarsi gli occhi sotto l’ampia tesa spiovente del cappello, molto minuta nel semplice abito bianco, simile a una bambina smarrita e piangente nella grandiosità decaduta del nobile salone, mentre lui le stava accanto, di nuovo perfettamente immobile nella contemplazione dell’urna di marmo.
Più tardi andarono a fare una lunga passeggiata silenziosa finché lui esclamò all’improvviso:
«Sì. Ma se soltanto l’avesse affrontato nel modo giusto!».
E poi si fermarono. Dovunque lunghe ombre si stendevano sulle colline, sulle strade, sugli oliveti recintati; ombre di pioppi, di larghi castani, di case coloniche, di muri di pietra; e nell’aria il suono di una campana, sottile e agile, era come il polso palpitante del tramonto vivido. Le labbra di lei erano socchiuse come per la sorpresa che lui non la guardasse con l’espressione abituale, che era di totale consenso e attenzione. Nelle sue conversazioni con lei egli era il più premuroso e deferente dei dittatori, un atteggiamento che le piaceva immensamente. Affermava il suo potere senza sminuire la dignità di lui. Quella ragazza esile, con le sue manine, i suoi piedini, il suo visino graziosamente circondato da pesanti ciocche di capelli; con una bocca piuttosto grande, che al semplice dischiudersi pareva alitare il profumo della franchezza e della generosità, aveva l’anima esigente di una donna esperta. Prima di ogni cosa e di qualsiasi lusinga, teneva a essere fiera dell’oggetto della sua scelta. Ma ora lui non la guardava affatto; e la sua espressione era tesa e irrazionale, com’è naturale in un uomo che sceglie di fissare lo sguardo nel vuoto sopra la testa di una fanciulla.
«Be’, sì. Era iniquo. Lo hanno completamente corrotto, quel povero vecchio. Oh! perché non ha voluto che tornassi da lui? Ma ora saprò come affrontare questa faccenda».
Dopo aver pronunciato queste parole con immensa sicurezza, egli abbassò gli occhi su di lei e cadde subito in preda all’angoscia, all’incertezza e alla paura.
L’unica cosa che voleva sapere ora, disse, era se lei lo amava abbastanza – se avrebbe avuto il coraggio di seguirlo così lontano? Le rivolse queste domande con voce tremante di ansietà, giacché era un uomo deciso.
Lei, sì, lo amava abbastanza e sarebbe andata con lui. E immediatamente la futura ospite di tutti gli europei a Sulaco provò la sensazione fisica che la terra le mancasse sotto i piedi. Tutto sparì, persino i rintocchi della campana. Quando i suoi piedi toccarono di nuovo terra, la campana suonava ancora nella vallata; lei si portò le mani ai capelli, ansimando e guardò in su e in giù lungo il viottolo sassoso. Con suo sollievo, era deserto. Frattanto, Charles, mettendo un piede in un fosso asciutto e polveroso, raccolse il parasole aperto che era rimbalzato lontano con un suono marziale di tamburo. Glielo porse, serio, un po’ avvilito.
Tornarono indietro e dopo che lei gli ebbe infilato la mano sotto il braccio, le prime parole che lui pronunciò furono:
«È una fortuna che potremo stabilirci in una città costiera. Hai già udito il suo nome. È Sulaco. Sono così contento che il povero papà abbia preso quella casa grande. La comprò anni fa perché ci fosse sempre una Casa Gould nel capoluogo di quella che una volta si chiamava la Provincia occidentale. Da bambino, abitai lì con la mia cara mamma per un anno intero, mentre il povero papà era negli Stati Uniti per affari. Sarai la nuova padrona di Casa Gould».
E più tardi, nell’angolo abitato del palazzo sopra le vigne, le colline di marmo, i pini e gli olivi di Lucca, egli disse anche:
«Il nome dei Gould è sempre stato molto rispettato a Sulaco. Mio zio Harry fu capo di Stato per qualche tempo e gode di una grande fama fra le famiglie più importanti. Mi riferisco alle famiglie di pura razza creola, che non prendono parte alla miserabile farsa dei governi. Lo zio Harry non era un avventuriero. In Costaguana noi Gould non siamo avventurieri. Era nato nel paese e lo amava, ma rimaneva essenzialmente inglese nelle sue idee. Usò il motto politico del suo tempo, la Federazione, ma non era un uomo politico. Difendeva semplicemente l’ordine sociale per puro amore della libertà razionale e perché odiava l’oppressione. Non si perdeva in sciocchezze. Lavorava a suo modo perché gli sembrava giusto, come io sento di dovermi occupare di quella miniera».
Le parlò in tal modo perché aveva la memoria colma di ricordi del paese della sua infanzia, il cuore colmo della sua vita con quella ragazza e la mente colma della Concessione di San Tomé. Aggiunse che avrebbe dovuto lasciarla per qualche giorno per cercare un americano, un uomo di San Francisco che era ancora in Europa da qualche parte. Lo aveva conosciuto pochi mesi prima in una vecchia città storica tedesca, situata in una regione mineraria. L’americano aveva con sé le sue donne, ma sembrava malinconico mentre passavano tutto il giorno a disegnare i vecchi portoni e le torrette agli angoli delle case medievali. Charles Gould aveva l’inseparabile compagnia della miniera. Anche l’altro si interessava di imprese minerarie, conosceva un poco il Costaguana e il nome dei Gould non gli era ignoto. Avevano parlato insieme con una certa intimità resa possibile dalla differenza di età. Ora Charles voleva ritrovare quel capitalista di mente acuta e di carattere affabile. La fortuna di suo padre in Costaguana, che lui aveva ritenuto ancora considerevole, pareva essersi liquefatta nel furfantesco crogiolo delle rivoluzioni. A parte una decina di migliaia di sterline depositate in Inghilterra, sembrava che non rimanesse nulla oltre alla casa di Sulaco, un vago diritto di sfruttamento di una foresta in una regione remota e selvaggia e la Concessione di San Tomé, che aveva portato il suo povero padre sull’orlo della tomba.
Le spiegò tutte queste cose ed era tardi quando si separarono. Lei non gli aveva mai offerto una visione così affascinante di sé. Tutta la bramosia giovanile per una vita nuova, per i grandi spazi, per un futuro in cui c’era un’aria di avventura, di lotta – un pensiero sottile di riparazione e di conquista – l’aveva colmata di un’intensa eccitazione che ricambiò con una manifestazione di tenerezza più aperta e squisita.
La lasciò per discendere la collina e appena si trovò solo, tornò serio. Quell’irreparabile mutamento che una morte reca nel corso dei nostri pensieri quotidiani può tradursi in un vago e acuto disagio mentale. Charles Gould soffriva all’idea che, per quanto si sforzasse, non avrebbe potuto più pensare a suo padre nello stesso modo in cui soleva fare quando il poveretto era vivo. La sua immagine vivente non era più in suo potere. Questa considerazione, che toccava da vicino la sua identità, colmava il suo petto di un cupo e rabbioso desiderio di azione. In questo il suo istinto era infallibile. L’azione è consolatoria. È la nemica del pensiero e l’amica di lusinghiere illusioni. Soltanto nella condotta della nostra azione possiamo trovare il senso di dominio sul Fato. La miniera era ovviamente il suo unico campo di azione. Era imperativo a volte saper disobbedire ai solenni desideri dei defunti. Decise fermamente di rendere la sua disobbedienza la più completa possibile (a titolo di espiazione). La miniera era stata la causa di un assurdo disastro morale; il suo sfruttamento doveva essere un vero successo morale. Lo doveva alla memoria del defunto. Tali erano – propriamente parlando – i sentimenti di Charles Gould. I suoi pensieri si soffermarono sul modo in cui procurarsi un grosso capitale a San Francisco o altrove; e incidentalmente gli venne anche in mente la considerazione generale che il legale del defunto doveva essere poco saggio. Nessuno di loro era in grado di prevedere quali enormi mutamenti potesse produrre la morte di un individuo nell’aspetto stesso del mondo.
La signora Gould conosceva la fase più recente della storia della miniera per esperienza personale. Era essenzialmente la storia della sua vita matrimoniale. Il manto della posizione ereditaria dei Gould a Sulaco aveva avvolto la sua piccola persona; ma lei non avrebbe mai permesso che le particolarità di quello strano indumento smorzassero la vivacità del suo carattere, segno non di una mera allegria meccanica, ma di una intelligenza sveglia. Non si deve supporre che la signora Gould avesse una mente mascolina. Una donna con una mente mascolina non è un essere di capacità superiori; è semplicemente un fenomeno di differenziazione imperfetta: curiosamente arido e senza importanza. L’intelligenza di Doña Emilia, essendo femminile, la portò a conquistare Sulaco, semplicemente illuminando la strada alla sua generosità e comprensione. Sapeva conversare con grazia, ma non era chiacchierona. La saggezza del cuore, non essendo interessata a fabbricare o demolire teorie più che a difendere i pregiudizi, non adopera parole a casaccio. Quelle che pronuncia hanno il valore di atti di onestà, di tolleranza e di compassione. La vera tenerezza di una donna, come la vera virilità di un uomo, è espressa in un atto di conquista. Le signore di Sulaco adoravano la signora Gould. «Mi considerano ancora una specie di mostro», aveva detto benevolmente lei a uno dei tre signori di San Francisco che aveva dovuto intrattenere nella sua nuova casa di Sulaco circa un anno dopo il matrimonio.
Erano i suoi primi ospiti forestieri, venuti a visitare la miniera di San Tomé. Trovarono la signora molto arguta. Charles Gould, oltre a sapere molto bene il fatto suo, si era dimostrato attivo ed energico. Tutto ciò li aveva ben disposti verso la moglie. Un chiaro entusiasmo, punteggiato da un leggero sapore di ironia, rendeva i suoi discorsi sulla miniera assolutamente affascinanti per i visitatori e li induceva a sorridere con indulgente gravità mista a una grande deferenza. Forse se avessero saputo quanto lei fosse ispirata da una visione idealistica del successo, sarebbero stati stupiti dal suo stato mentale come le signore ispano-americane erano state sorprese dall’instancabile attività del suo corpo. Per usare le sue stesse parole, sarebbe stata per loro «una specie di mostro». Comunque, i Gould erano in sostanza una coppia riservata e i loro ospiti se ne andarono senza sospettare altro scopo se non il semplice profitto nello sfruttamento di una miniera. La signora Gould aveva fatto preparare la sua carrozza, con due muli bianchi, per accompagnarli giù al porto, da dove la Cerere doveva portarli nell’Olimpo dei plutocrati. Il capitano Mitchell aveva afferrato al volo l’occasione del congedo per mormorare confidenzialmente alla signora Gould: «Questo segna un’epoca».
La signora Gould amava il patio della sua casa spagnola. Da una nicchia nel muro, una Madonna vestita di azzurro con il bambino incoronato seduto sul braccio vegliava silenziosamente su un’ampia gradinata di pietra. Voci sommesse salivano la mattina presto dal fondo del cortile lastricato, insieme allo scalpitio di cavalli e di muli condotti a coppie a bere alla cisterna. Un groviglio di sottili canne di bambù lasciava pendere le foglie strette come lame sulla vasca quadrata e il grasso cocchiere sedeva intabarrato sul bordo, reggendo pigramente in mano le cavezze. Servitori scalzi passavano avanti e indietro, uscendo da scure, basse porte sottostanti; due giovani lavandaie con ceste di biancheria lavata; il panettiere con il vassoio di pane fresco; Leonarda – la sua camerista – diretta ai piani superiori, sventolava con la mano sollevata sopra la testa corvina un fascio di sottovesti inamidate, di un candore abbagliante sotto i raggi obliqui del sole. Poi il vecchio portiere entrava con passo zoppicante, spazzando il pavimento, e la casa era pronta per la giornata. Tutte le stanze superiori su tre lati del cortile erano comunicanti e davano nel corredor, con la sua ringhiera di ferro battuto e i vasi fioriti, da dove, come le castellane medievali, la signora poteva assistere dall’alto alle partenze e agli arrivi, a cui la sonora arcata di pietra conferiva un’aria di solenne importanza.
Guardò la sua carrozza allontanarsi con i tre ospiti venuti dal Nord. Sorrise. Le loro braccia si levarono simultaneamente ai cappelli. Il capitano Mitchell, il quarto uomo che li accompagnava, aveva già iniziato un pomposo discorso. Poi ella indugiò, avvicinando il viso ai ciuffi di fiori qua e là come per dare il tempo ai suoi pensieri di raggiungere i suoi passi lenti lungo la prospettiva diritta del corridoio.
Un’amaca indiana di Aroa, ornata di frange e di allegre piume multicolori, era stata appesa saggiamente in un angolo dove batteva il sole mattutino; giacché a Sulaco le mattine sono fresche. Il ciuffo di fior de noche buena formava una vivida macchia di colore davanti alle porte a vetri aperte dei salotti. Un grande pappagallo verde, splendente come uno smeraldo in una gabbia luccicante come l’oro, strillò ferocemente «Viva Costaguana!», poi chiamò due volte in tono mellifluo «Leonarda! Leonarda!», imitando la voce della signora Gould e improvvisamente si rifugiò nell’immobilità e nel silenzio. La signora Gould arrivò in fondo alla galleria e si affacciò alla porta della stanza del marito.
Charles Gould, con un piede su un basso sgabello di legno, si stava già allacciando gli speroni. Voleva tornare subito alla miniera. La signora Gould, senza entrare, lanciò un’occhiata intorno alla stanza. Una libreria alta e larga, con gli sportelli a vetri, era piena di libri; ma in un’altra, senza ripiani e foderata di feltro rosso, erano sistemate armi da fuoco: carabine Winchester, rivoltelle, un paio di fucili da caccia e persino due paia di pistole da sella a doppia canna. Fra di esse, sola su una striscia di velluto scarlatto, pendeva una vecchia sciabola da cavalleria, appartenuta un tempo a Don Enrique Gould, l’eroe della Provincia occidentale, dono di Don José Avellanos, l’amico ereditario della famiglia.
Altrimenti, le pareti intonacate di bianco erano completamente nude, a parte uno schizzo ad acquarello della montagna di San Tomé: opera della stessa Doña Emilia. Al centro del pavimento di cotto stavano due lunghi tavoli coperti di disegni e incartamenti, alcune sedie e una vetrina contenente campioni di minerale della miniera. La signora Gould, osservando tutte queste cose a turno, si chiese ad alta voce perché i discorsi di quegli uomini ricchi e intraprendenti, che avevano discusso le prospettive, lo sfruttamento e la sicurezza della miniera, l’avessero resa così impaziente e nervosa, mentre con suo marito poteva parlare della miniera per un’ora intera con immutato interesse e soddisfazione.
E abbassando espressivamente le palpebre, aggiunse:
«Tu che ne pensi, Charley?».
Poi, sorpresa dal silenzio del marito, sollevò gli occhi spalancati, belli come pallidi fiori. Lui aveva finito di allacciarsi gli speroni e, arricciandosi i baffi con entrambe le mani, orizzontalmente, la contemplò dall’alto delle sue lunghe gambe con visibile ammirazione. Sentirsi contemplata così le fece piacere.
«Sono uomini importanti», disse.
«Lo so. Ma hai ascoltato la loro conversazione? Sembra che non abbiano capito nulla di quello che hanno visto qui».
«Hanno visto la miniera. Hanno capito come può essere sfruttata», interloquì Charles Gould in difesa dei visitatori; poi sua moglie menzionò il nome del più importante dei tre. Era un magnate della finanza e dell’industria. Il suo nome era familiare a molti milioni di persone. Era così importante che non si sarebbe mai spinto così lontano dal suo centro di attività se i medici non avessero insistito, con velate minacce, che doveva prendersi una lunga vacanza.
«Il senso religioso del signor Holroyd», proseguì la signora Gould, «è stato colpito e disgustato dagli abiti troppo sfarzosi dei santi nella cattedrale: l’ha chiamato il culto del legno e degli orpelli. Ma a me sembrava che considerasse il suo Dio una specie di socio influente, che riceve la sua parte di profitti nelle donazioni alle chiese. È una specie di idolatria. Mi ha detto che fa donazioni alle chiese ogni anno, Charley».
«A non finire», disse il signor Gould, segretamente sorpreso dalla mobilità della sua fisionomia. «In tutto il paese. È famoso per quel genere di munificenza».
«Oh, non si è vantato», dichiarò la signora Gould, scrupolosamente. «Credo che sia veramente un buon uomo, ma così stupido! Un povero cholo che offre un piccolo braccio o una gamba d’argento per ringraziare il suo dio per una guarigione è altrettanto razionale e più commovente».
«È a capo di immensi interessi nel settore dell’argento e del ferro», osservò Charles Gould.
«Ah, sì! La religione dell’argento e del ferro. È un uomo molto educato, anche se aveva l’aria terribilmente grave quando ha visto per la prima volta la Madonna sulla scala, che è di semplice legno dipinto; ma non mi ha detto nulla. Mio caro Charley, ho udito quegli uomini parlare fra loro. Può essere che desiderino realmente, per un gigantesco compenso, attingere acqua e spaccare legna per tutti i paesi e le nazioni del mondo?»
«Un uomo deve lavorare per uno scopo», disse Charles Gould, in tono vago.
La signora Gould, aggrottando la fronte, lo scrutò da capo a piedi. Con i pantaloni da cavallo, i gambali di pelle (un capo di vestiario mai visto prima in Costaguana), la giacca a un petto di flanella grigia e quei grandi baffi rossi, faceva pensare a un ufficiale di cavalleria trasformato in gentiluomo di campagna. La combinazione soddisfaceva i gusti della signora Gould. “Com’è magro, povero ragazzo!” pensò. “Lavora troppo”. Ma non si poteva negare che il viso fine, intelligente e la figura magra, slanciata avessero un’aria distinta e beneducata. E la signora Gould si addolcì.
«Mi chiedevo soltanto quali fossero i tuoi sentimenti al riguardo», mormorò gentilmente.
Durante gli ultimi giorni, per la verità, Charles Gould era stato troppo occupato a pensare due volte prima di parlare per rivolgere molta attenzione allo stato dei suoi sentimenti. Ma la loro era un’unione riuscita ed egli non ebbe difficoltà a trovare la risposta.
«I miei sentimenti migliori sono affidati a te, mia cara», disse in tono leggero; e c’era tanta verità in quella frase oscura che egli provò per lei in quel momento un grande impeto di gratitudine e di tenerezza.
La signora Gould, tuttavia, non parve trovare questa risposta oscura. Si animò delicatamente; lui aveva già cambiato tono.
«Ma ci sono i fatti. Il valore della miniera – come tale – è indiscutibile. Ci renderà molto ricchi. Il suo semplice sfruttamento è una questione di conoscenza tecnica, che io possiedo – che diecimila altri uomini nel mondo possiedono. Ma la sua sicurezza, la sua sopravvivenza come impresa che dia un profitto alle persone – relativamente sconosciute – che vi investono denaro, sono affidate esclusivamente a me. Ho ispirato fiducia a un uomo ricco e influente. Sembra che tu lo consideri del tutto naturale – è vero? Be’, non lo so. Non so il perché; ma è un fatto assodato. Questo rende tutto possibile, poiché altrimenti non avrei mai pensato di ignorare i desideri di mio padre. Non avrei mai ceduto la Concessione come uno speculatore cede un diritto fruttuoso a una società, in cambio di denaro contante e azioni, per diventare ricco in seguito se possibile, ma comunque per mettersi subito un po’ di soldi in tasca. No. Anche se fosse stato possibile – cosa che dubito – non lo avrei fatto. Il povero papà non capiva. Temeva che io rimanessi aggrappato a questa cosa rovinosa, in attesa che capitasse proprio un’occasione del genere, e sprecassi miseramente la mia vita. Quello era il vero senso della sua proibizione, che abbiamo deliberatamente messo da parte».
Camminavano avanti e indietro nel corridoio. La testa di lei gli arrivava appena alla spalla. Il suo braccio, teso in basso, le circondava la vita. Gli speroni tintinnavano leggermente.
«Non mi vedeva da dieci anni. Non mi conosceva. Si separò da me per il mio bene e non voleva che tornassi. Nelle sue lettere parlava sempre di lasciare il Costaguana, di abbandonare tutto e di scappare. Ma era una preda troppo preziosa. Lo avrebbero gettato in una delle loro prigioni al primo sospetto».
I suoi talloni, muniti di speroni, emettevano un lieve tintinnio metallico. Si chinava sulla moglie mentre camminavano. Il grande pappagallo, girando la testa di sghembo, seguiva le loro figure in movimento con un occhio rotondo, fisso.
«Era un uomo solitario. Da quando avevo dieci anni soleva parlarmi come se fossi stato adulto. Quando ero in Europa, mi scriveva ogni mese. Dieci, dodici pagine ogni mese della mia vita per dieci anni. E, dopo tutto, non mi conosceva! Pensa: dieci interi anni di lontananza; gli anni in cui stavo diventando uomo. Non poteva conoscermi. Pensi che potesse?».
La signora Gould scosse il capo in segno di diniego; che era proprio quello che suo marito si era aspettato dalla forza della sua argomentazione. Ma lei scosse il capo soltanto perché riteneva che nessuno potesse conoscere il suo Charles, conoscerlo com’era veramente, tranne lei. La cosa era evidente. Si poteva sentire. Era fuori discussione. E il povero signor Gould senior, che era morto troppo presto per apprendere del loro fidanzamento, rimaneva un figura troppo vaga perché lei potesse attribuirgli una conoscenza quale che fosse.
«No, lui non capiva. A mio parere questa miniera non avrebbe mai potuto essere venduta. Mai! Dopo tutte le sue sofferenze non avrei mai potuto toccarla solo per denaro», proseguì Charles Gould: e lei gli appoggiò la testa sulla spalla in segno di approvazione.
Questi due giovani ricordavano l’esistenza finita miseramente proprio quando le loro si erano unite in quello splendido amore colmo di speranza che alle menti più sensibili appare come il trionfo del bene su tutti i mali della terra. Una vaga idea di riabilitazione era entrata nel loro progetto di vita. Il fatto che fosse così vaga da sfuggire al sostegno del ragionamento la rendeva ancora più forte. Si era presentata a loro nell’istante in cui l’istinto di devozione della donna e l’istinto di intraprendenza dell’uomo ricevono il massimo impulso dalla più forte delle illusioni. Proprio la proibizione imponeva l’obbligo del successo. Era come se fossero stati moralmente impegnati a realizzare la loro vigorosa concezione della vita contro l’innaturale errore della stanchezza e della disperazione. Se l’idea della ricchezza era presente nelle loro menti, lo era soltanto in quanto legata all’altro successo. La signora Gould, orfana fin dalla prima infanzia e priva di mezzi, allevata in un’atmosfera di interessi intellettuali, non aveva mai considerato gli aspetti della grande ricchezza. Erano troppo remoti e lei non aveva mai imparato a desiderarli. D’altro canto, non aveva mai conosciuto l’assoluta miseria. La stessa povertà della marchesa sua zia non aveva nulla di intollerabile per una mente raffinata; sembrava in armonia con un grande dolore; aveva l’austerità di un sacrificio offerto a un nobile ideale. Perciò il carattere della signora Gould era privo anche del più legittimo pizzico di materialismo. Il defunto a cui pensava con tenerezza (perché era il padre di Charles) e con una certa impazienza (perché era stato debole), doveva apparire assolutamente in torto. Era l’unica maniera per mantenere la loro prosperità senza macchia nel suo unico lato vero, quello astratto! Charles, per parte sua, era stato obbligato a tenere sempre presente l’idea della ricchezza; ma la prospettava come un mezzo, non come un fine. A meno che la miniera non fosse un buon affare, non poteva essere toccata. Egli doveva insistere su questo aspetto dell’impresa. Era la sua leva per muovere gli uomini che possedevano i capitali. E Charles Gould credeva nella miniera. Sapeva tutto ciò che si poteva sapere al riguardo. La sua fede nella miniera era contagiosa, pur non essendo servita da una grande eloquenza; ma gli imprenditori sono spesso ottimisti e fantasiosi come gli innamorati. Subiscono l’influenza di una persona molto più spesso di quanto la gente non immagini; e Charles Gould, nella sua incrollabile sicurezza, era assolutamente convincente. Inoltre, era noto alle persone a cui egli si rivolgeva che l’attività mineraria in Costaguana era un gioco che poteva valere assai più della candela. Gli uomini d’affari lo sapevano benissimo. La vera difficoltà nell’imbarcarsi in una simile impresa era altrove. In contrapposizione a ciò, c’erano un’implicita calma e un’implacabile risoluzione nella voce stessa di Charles. Gli imprenditori si avventurano talvolta in attività che il senso comune del mondo giudicherebbe assurde; prendono le decisioni per motivi apparentemente impulsivi e umani. «Molto bene», aveva detto l’eminente personaggio a cui Charles Gould, passando per San Francisco, aveva lucidamente esposto il suo punto di vista. «Supponiamo che venga intrapreso lo sfruttamento della miniera di Sulaco. Nell’affare entrerebbero: primo, la ditta Holroyd, e va bene; secondo, il signor Charles Gould, cittadino del Costaguana, e va pure bene; e infine il governo della Repubblica. Fino a questo punto, è come l’inizio dello sfruttamento dei giacimenti di nitrati di Atacama, in cui erano coinvolti una società finanziaria, un signore di nome Edwards e un governo – o meglio due governi: due governi sudamericani. E lei sa com’è finita. È scoppiata una guerra; una guerra lunga e devastatrice, signor Gould. Tuttavia, in questo affare abbiamo il vantaggio che c’è un solo governo sudamericano in attesa di mangiarci sopra. È un vantaggio; ma ci sono vari gradi di disonestà e quel governo è il governo del Costaguana».
Così parlò l’eminente personaggio, il milionario che sovvenzionava le chiese su una scala proporzionata alla grandezza della sua terra natale: lo stesso al quale i medici rivolgevano orribili e velate minacce. Era un uomo robusto e determinato, la cui tranquilla imponenza conferiva all’ampia redingote con i risvolti di seta una raffinata dignità. Aveva i capelli grigio ferro, le sopracciglia ancora nere e il profilo massiccio era quello di una testa di Cesare su un’antica moneta romana. Ma dai suoi antenati di origine tedesca, scozzese e inglese, con remote tracce di sangue danese e francese, aveva ereditato il temperamento di un puritano e un’insaziabile fantasia di conquista. Era assolutamente franco con il suo visitatore per via della calorosa presentazione che questi aveva portato dall’Europa e perché nutriva un’irrazionale predilezione per la serietà e la determinazione dovunque le incontrasse e a qualunque scopo mirassero.
«Il governo del Costaguana giocherà tutte le sue carte, non lo dimentichi, signor Gould. Ora, che cos’è il Costaguana? È il pozzo senza fondo di prestiti al dieci per cento e altri incauti investimenti. Il capitale europeo vi è stato gettato a piene mani per anni. Non da parte nostra, tuttavia. In questo paese siamo abbastanza avveduti da stare al coperto quando piove. Possiamo stare a vedere. Naturalmente, un giorno entreremo in scena. È inevitabile. Ma non c’è fretta. Anche il tempo è al servizio del più grande paese dell’universo. Saremo noi a controllare tutto: l’industria, il commercio, la legge, il giornalismo, le arti, la politica e la religione, da Capo Horn fino a Smith’s Sound e oltre, se si scoprirà qualcosa di appetibile al Polo Nord. E poi avremo agio di prendere in mano i continenti e le isole più lontane. Gestiremo gli affari mondiali che il mondo lo voglia o no. Il mondo non può farci nulla – e nemmeno noi, immagino».
Con ciò egli intendeva esprimere la sua fede nel destino in parole adatte alla sua intelligenza che non era esperta nella presentazione di idee generali. Si nutriva di fatti concreti; e Charles Gould, la cui immaginazione era stata costantemente influenzata dall’unico grande fatto concreto della miniera, non aveva nulla da obiettare a questa teoria sul futuro del mondo. Se per un momento lo aveva disgustato, era perché la brusca enunciazione di eventualità così immense riduceva quasi a zero la questione attualmente in esame. Lui e i suoi progetti e tutta la ricchezza mineraria della Provincia occidentale apparivano improvvisamente spogliati di ogni vestigio di grandezza. Era una sensazione spiacevole; ma Charles Gould non era stupido. Sentiva già di aver fatto un’impressione favorevole; tale lusinghiera consapevolezza lo indusse ad accennare un vago sorriso, che il suo corpulento interlocutore prese per un sorriso di ammirazione e di discreto assenso. Anche lui sorrise pacatamente; e subito Charles Gould, con quell’agilità mentale che gli uomini mostrano in difesa di una speranza a lungo nutrita, rifletté che proprio l’apparente limitatezza del suo scopo lo avrebbe portato al successo. La sua persona e la sua miniera sarebbero state prese in carico perché non avevano grande importanza, in un modo o nell’altro, per un uomo che puntava la sua azione verso un destino così prodigioso. E Charles non si sentiva umiliato da questa considerazione perché la cosa per lui rimaneva grande come prima. Le grandiose concezioni del destino altrui non potevano sminuire l’aspetto del suo desiderio di salvare la miniera di San Tomé. In confronto alla precisione del suo scopo, definito nello spazio e assolutamente raggiungibile entro un tempo limitato, l’altro uomo appariva per un attimo un idealista sognatore senza importanza.
Il grand’uomo, massiccio e benevolo, lo stava fissando pensieroso; quando ruppe il breve silenzio fu per osservare che le concessioni volavano a frotte nell’aria del Costaguana. Qualunque anima semplice che desiderasse soltanto di essere imbrogliata, poteva abbatterne una al primo colpo.
«Chiudono la bocca ai nostri consoli con esse», continuò, un lampo di bonaria ironia negli occhi. Ma tornò subito serio. «Un uomo retto, coscienzioso, che non è avido di soldi e non si immischia nei loro intrighi, cospirazioni e fazioni, ben presto riceve il benservito. Capisce, signor Gould? Persona non grata. Perciò il nostro governo non viene mai informato a dovere. D’altro canto, l’Europa deve essere tenuta fuori da questo continente e per noi non è ancora venuto il momento di intervenire, direi. Ma noi qui – non siamo il governo di questo paese, né siamo anime semplici. Il suo affare è valido. La questione principale per noi è stabilire se il secondo socio, cioè lei, sarà capace di tenere testa al terzo e sgradito socio, vale a dire l’una o l’altra delle potenti bande di ladroni che dominano il governo del Costaguana. Che cosa ne pensa, signor Gould, eh?».
Si protese avanti per fissare negli occhi Charles Gould, che sostenne il suo sguardo e, ricordando la grande cassetta piena di lettere del padre, mise nel tono della sua risposta tutto lo sdegno e l’amarezza accumulati in tanti anni:
«Per quanto riguarda la conoscenza di questi uomini, dei loro metodi e delle loro politiche, posso darle ogni garanzia. Sono stato nutrito di quella conoscenza fin da bambino. Non è probabile che io commetta errori per eccesso di ottimismo».
«Non è probabile, eh? Va bene. Tatto e fermezza sono ciò che ci vuole; e potrebbe bluffare un poco sulla forza del sostegno di cui dispone. Non troppo, però. Saremo con lei finché le cose fileranno lisce. Ma non ci lasceremo trascinare in qualche grosso pasticcio. È un esperimento che sono disposto a fare, anche se comporta qualche rischio; ma se lei non sarà in grado di rispettare i suoi impegni, pagheremo il dovuto, naturalmente, e poi ci ritireremo dall’affare. La miniera può aspettare; è stata già chiusa in precedenza, sa. Lei deve capire che in nessun caso accetteremo di buttare soldi in un cattivo affare».
Così aveva parlato il grande personaggio quel giorno, nel suo ufficio privato, in una grande città dove altri uomini (molto importanti agli occhi di una plebe sciocca) obbedivano alacremente a un suo cenno di mano. E poco più di un anno dopo, durante la sua inattesa comparsa a Sulaco, sottolineò il suo atteggiamento rigido con l’assoluta sincerità consentita alla sua ricchezza e influenza. Lo fece con minori riserve, forse, perché l’ispezione di ciò che era stato fatto e ancor più il modo in cui si era passati alle fasi successive, lo avevano convinto che Charles Gould era perfettamente capace di svolgere il suo ruolo.
“Questo giovanotto”, pensò fra sé, “può ancora diventare una potenza nel paese”.
Questo pensiero lo lusingava giacché fino a quel momento le uniche informazioni su questo giovane che poteva fornire ai suoi più intimi amici erano:
«Mio cognato lo ha conosciuto in una di quelle vecchie cittadine tedesche, vicino a delle miniere, e lo ha mandato da me con una lettera. È uno dei Gould del Costaguana, di puro sangue inglese, ma tutti nati in quel paese. Suo zio entrò in politica, fu l’ultimo presidente della provincia di Sulaco e venne fucilato dopo una battaglia. Suo padre era un importante uomo d’affari di Santa Marta, tentò di non interessarsi di politica e morì rovinato dopo un sacco di rivoluzioni. E questo in poche parole è il Costaguana».
Naturalmente, era un uomo troppo eminente per essere interrogato sui suoi motivi, persino dagli amici intimi. Il mondo esterno era libero di chiedersi rispettosamente quale fosse il significato recondito delle sue azioni. Era anche un uomo così importante che il suo munifico sostegno delle «forme più pure della Cristianità» (che, ingenuamente volto a costruire chiese, divertiva la signora Gould) veniva considerato dai suoi concittadini come la manifestazione di uno spirito umile e pio. Ma nella sua cerchia del mondo finanziario la decisione di assumersi l’onere della miniera di San Tomé veniva guardata con rispetto, sì, ma anche come materia di scherzi discreti. Era il capriccio di un grand’uomo. Nel grande palazzo della Holroyd (un enorme ammasso di ferro, vetro e blocchi di pietra all’angolo di due strade, coperto in alto da una ragnatela di fili telegrafici) i direttori dei principali reparti si scambiavano occhiate divertite, il che significava che non erano stati messi a parte dei segreti dell’affare San Tomé. La posta proveniente dal Costaguana (non era mai molta: una sola busta piuttosto pesante) veniva portata, ancora chiusa, direttamente nella stanza del grand’uomo che non aveva mai impartito istruzioni al riguardo. Nell’ufficio si mormorava che lui rispondeva personalmente – e nemmeno dettando, ma scrivendo di suo pugno, con inchiostro e penna e, si supponeva, ricopiando il testo nel suo quaderno privato, inaccessibile a occhi profani. Alcuni giovanotti beffardi, insignificanti rotelline in quell’officina di grandi affari alta undici piani, espressero francamente l’opinione personale che il grande capo aveva commesso finalmente una stupidaggine e si vergognava della sua follia; altri, anziani e insignificanti, ma pieni di romantica reverenza per la ditta che aveva divorato i loro anni migliori, solevano borbottare oscuramente in tono saputo che questo era un segno indicativo; che la Holroyd, con quel collegamento, intendeva impossessarsi quanto prima dell’intera Repubblica del Costaguana. Ma, in realtà, la teoria dell’hobby era quella giusta. Al grand’uomo interessava occuparsi personalmente della miniera di San Tomé; gli interessava tanto che dedicò a questo hobby la prima vera vacanza che si fosse preso da un sorprendente numero di anni. Non dirigeva una grande impresa laggiù; non presiedeva il consiglio d’amministrazione di una compagnia ferroviaria o una singola società. Dirigeva un uomo! Un successo gli avrebbe procurato un piacere gradevolmente nuovo; ma, d’altro lato, avrebbe dovuto liberarsi completamente di tale sentimento al primo segno di fallimento. Un uomo può essere buttato fuori. Sfortunatamente i giornali avevano strombazzato ai quattro venti il suo viaggio in Costaguana. Pur essendo contento dell’operato di Charles Gould, infuse una maggiore severità nelle sue assicurazioni di appoggio. Ancora nell’ultima intervista, circa mezz’ora prima di uscire dal patio, cappello in mano, nella carrozza trainata dai muli bianchi della signora Gould, aveva detto a Charles nella sua stanza:
«Lei proceda a modo suo e io saprò come aiutarla purché tenga duro. Ma stia pur certo che in date circostanze sapremo mollarla in tempo».
Al che Charles Gould si era limitato a rispondere: «Può cominciare a inviare il materiale quando vuole».
E al grand’uomo era piaciuta questa imperturbabile sicurezza. Il segreto era che queste condizioni rigide si adattavano alla mentalità di Charles Gould. Così la miniera conservava l’identità che lui le aveva attribuito da ragazzo; e continuava a dipendere soltanto da lui. Era un affare serio e anche lui lo prendeva seriamente.
«Naturalmente», disse alla moglie, alludendo a quest’ultima conversazione con l’ospite appena partito, mentre camminavano lentamente in su e in giù nel corridoio, seguiti dall’occhio irritato del pappagallo, «naturalmente, un uomo del genere può occuparsi di una cosa e poi abbandonarla quando gli pare, senza sentirsi sconfitto. Può essere costretto a rinunciare, o può morire domani, ma i grandi interessi del ferro e dell’acciaio sopravviveranno e un giorno domineranno il Costaguana insieme al resto del mondo».
Si erano fermati vicino alla gabbia. Il pappagallo, afferrando il suono di una parola appartenente al suo vocabolario, fu spinto a intervenire. I pappagalli sono molto umani.
«Viva Costaguana!», strillò con perentoria arroganza e, arruffando immediatamente le penne, assunse un’aria di tronfia sonnolenza dietro le sottili sbarre lucenti.
«E tu lo credi, Charley?», chiese la signora Gould. «Mi sembra terribilimente materialistico e…».
«Mia cara, a me non importa nulla», la interruppe il marito in tono ragionevole. «Io sfrutto ciò che vedo. Che cosa m’importa se i suoi discorsi sono la voce del destino o semplice eloquenza da imbonitore? Si fanno molti bei discorsi di un tipo o di un altro nelle due Americhe. L’aria del Nuovo Mondo sembra favorevole all’arte della declamazione. Hai dimenticato come il caro Avellanos riesce a parlare per ore qui da noi?»
«Oh, ma quello è diverso», protestò la signora Gould, quasi scandalizzata. Il riferimento non calzava. Don José era una cara persona, che parlava molto bene e decantava l’importanza della miniera di San Tomé. «Come puoi paragonarli, Charles?», esclamò in tono di rimprovero. «Lui ha sofferto, eppure spera ancora».
La competenza tecnica degli uomini – che lei non metteva mai in dubbio – sorprendeva molto la signora Gould, perché in tante questioni ovvie si dimostravano stranamente confusi.
Charles Gould, con una calma pensierosa che gli meritò subito l’ansiosa simpatia della moglie, le assicurò che non intendeva fare paragoni. Era americano anche lui, dopo tutto, e forse poteva comprendere entrambi i tipi di eloquenza, «se valesse la pena di tentare», aggiunse cupamente. Ma aveva respirato l’aria dell’Inghilterra più a lungo di qualsiasi altro membro della sua famiglia da tre generazioni e preferiva non pronunciarsi. Anche il suo povero padre poteva essere eloquente. E chiese alla moglie se rammentava un brano di una delle ultime lettere in cui il signor Gould aveva espresso la convinzione che «Dio guardava con ira questi paesi, altrimenti avrebbe lasciato che un raggio di speranza filtrasse attraverso una fessura nella spaventosa tenebra di intrighi, spargimenti di sangue e crimini che incombeva sulla Regina dei continenti».
La signora Gould non aveva dimenticato. «Me lo leggesti, Charley», mormorò. «Era una dichiarazione impressionante. Tuo padre doveva sentirne profondamente la terribile tristezza».
«Non gli piaceva essere derubato. Lo esasperava», disse Charles Gould. «Ma l’immagine è abbastanza efficace. Ciò che occorre qui è legge, buona fede, ordine, sicurezza. Chiunque può decantare queste cose, ma io baso la mia fiducia sugli interessi materiali. Basta che trovino un solido punto d’appoggio e imporranno sicuramente le condizioni indispensabili perché possano continuare a esistere. È così che fare soldi qui è giustificato di fronte all’illegalità e al disordine. È giustificato perché la sicurezza che richiede deve essere divisa con un popolo oppresso. Una giustizia migliore verrà in seguito. Questo è il raggio di speranza». Strinse la figura sottile più vicino a sé per un momento. «E chissà se in tal senso anche la miniera di San Tomé non potrebbe diventare quella piccola fessura nell’oscurità che il mio povero padre disperava di vedere?».
Ella lo guardò con ammirazione. Era abile; aveva dato un’ampia forma alla vaghezza delle sue ambizioni altruistiche.
«Charley», disse, «sei stupendamente disobbediente».
Lui la lasciò all’improvviso nel corredor per andare a prendere il cappello, un morbido sombrero grigio, un capo di vestiario locale che si combinava inaspettatamente bene con il suo abbigliamento inglese. Tornò, un frustino sotto il braccio, abbottonandosi i guanti di pelle; il volto rispecchiava la risolutezza dei suoi pensieri. La moglie lo aveva atteso in cima alle scale e prima di darle il bacio d’addio, lui terminò la conversazione:
«Quello che dovrebbe esserci perfettamente chiaro», disse, «è il fatto che non si può tornare indietro. Dove potremmo cominciare una nuova vita? Ormai siamo impegnati a fondo».
Si chinò sul viso proteso di lei con grande tenerezza e un po’ di rimorso. Charles Gould era abile perché non aveva illusioni. La Concessione Gould doveva lottare per sopravvivere con le armi che si potevano trovare subito nella palude di corruzione così universale da avere quasi perso il suo significato. Lui era disposto ad abbassarsi per procurarsi quelle armi. Per un momento gli parve che la miniera d’argento, che aveva ucciso suo padre, lo avesse attirato più in là di dove lui intendesse spingersi; e con la logica tortuosa dei sentimenti, sentì che la sua vita non avrebbe avuto più valore senza il successo. Non poteva più tornare indietro.
Capitolo settimo
La signora Gould era troppo intelligentemente comprensiva per non condividere quel sentimento. Rendeva la vita eccitante e lei era troppo donna per non amare l’eccitazione. Ma la spaventava anche, un poco; e quando Don José Avellanos, dondolandosi sulla sedia americana, arrivava a dire: «Anche se fallissi, mio caro Carlos; anche se qualche evento imprevisto distruggesse il tuo lavoro – Dio non voglia! – avresti ben meritato della patria», la signora Gould alzava lo sguardo dal tavolo del tè per fissare intensamente suo marito che girava imperterrito il cucchiaino nella tazza come se non avesse udito una parola.
Non che Don José prevedesse nulla del genere. Non lodava mai abbastanza il tatto e il coraggio del caro Carlos. Il suo carattere inglese, duro come una roccia, era la sua migliore salvaguardia, affermava Don José; e, volgendosi alla signora Gould: «Quanto a te, Emilia, anima mia», si rivolgeva a lei con la familiarità consentita dall’età e dalla vecchia amicizia, «sei una vera patriota come se fossi nata fra noi».
Questo poteva essere più o meno esatto. La signora Gould, accompagnando il marito in tutta la provincia alla ricerca di mano d’opera, aveva visto la terra più in profondità di quanto avrebbe potuto vederla un autentico costaguanero. Nel suo abito da cavallo consunto dall’uso, il viso incipriato di bianco come un calco di gesso, con l’ulteriore protezione di una mascherina di seta durante le ore più calde della giornata, montava un agile pony al centro della piccola cavalcata. Due mozos de campo, pittoreschi nei grandi cappelli, i talloni nudi muniti di speroni, calzoneras bianchi ricamati, giubbotti di pelle e ponchos a righe, precedevano il gruppo con le carabine a tracolla, ondeggiando all’unisono con il passo dei cavalli. Una tropilla di muli da soma formava la retroguardia, guidata da un magro mulattiere bruno che cavalcava il suo animale dalle lunghe orecchie stando molto vicino alla coda, le gambe protese avanti, l’ampia tesa del cappello spinta indietro a formare una specie di aureola intorno al suo capo. Un vecchio ufficiale del Costaguana, un maggiore a riposo di umili origini, ma protetto dalle famiglie più eminenti per via delle sue opinioni conservatrici, era stato raccomandato da Don José come commissario e organizzatore di quella spedizione. Le punte dei suoi lunghi baffi grigi pendevano molto sotto il mento e, cavalcando alla sinistra della signora Gould, egli si guardava in giro con occhi miti, indicando le caratteristiche del paesaggio e citando i nomi dei piccoli pueblos e delle tenute, delle haciendas circondate da muri lisci come lunghe fortezze arroccate sulle alture sopra la valle di Sulaco. La pianura si stendeva come un parco punteggiato di campi di grano ancora verde, di boschi e di barbagli d’acqua, dalla bruma azzurrina della lontana sierra fino a un immenso, tremolante orizzonte d’erba e di cielo, dove grandi nuvole bianche sembravano scivolare lentamente nel buio delle loro stesse ombre.
Uomini dissodavano la terra con aratri di legno e buoi aggiogati, piccoli nello spazio sterminato, come se affrontassero l’immensità stessa. Figure di vaqueros a cavallo galoppavano in lontananza e le grandi mandrie brucavano con le teste cornute tutte rivolte nella stessa direzione, in un’unica linea ondeggiante fin dove l’occhio poteva spingersi attraverso i vasti potreros. Un grande albero del cotone ombreggiava un rancho col tetto di paglia lungo la strada; le file lente di indiani che procedevano curvi sotto il carico, togliendosi i cappelli, alzavano gli occhi tristi, muti verso la cavalcata avvolta nella polvere del Camino Real costruito dai loro antenati schiavi e ormai in disfacimento. E la signora Gould, con il passare dei giorni, sembrava avvicinarsi sempre più all’anima della terra nella tremenda scoperta di questa regione interna, priva della leggera vernice europea delle città costiere, una grande terra di pianura e di montagna e di gente, sofferente e muta, che attendeva il futuro in una patetica immobilità paziente.
Conosceva i suoi panorami e la sua ospitalità, offerta con una sorta di sonnolenta dignità in quelle grandi case che presentavano lunghi muri ciechi e pesanti portali ai pascoli battuti dal vento. Veniva fatta sedere a capo delle tavole dove padroni e dipendenti prendevano posto in un ordine semplice e patriarcale. Le signore della casa parlavano sommessamente al chiaro di luna sotto gli aranci nei cortili, impressionandola con la dolcezza delle loro voci e quel qualcosa di misterioso nella placidità delle loro vite. La mattina i signori, eleganti negli abiti da cavallo ricamati e sombreros gallonati, con molto argento nei finimenti dei loro cavalli, avrebbero scortato gli ospiti fino al confine delle loro tenute prima di affidarli, con solenni addii, nelle mani di Dio. In tutte queste case ella poteva udire storie di oltraggi politici; amici, parenti, rovinati, imprigionati, uccisi nelle battaglie di insensate guerre civili, barbaramente fucilati in feroci proscrizioni come se il governo del paese fosse stato una lotta fra avide bande di assurdi demoni sguinzagliati nel suo territorio con sciabole e uniformi e frasi magniloquenti. E su tutte le labbra ella trovava uno stanco desiderio di pace, il timore della burocrazia con la sua incubatica parodia di amministrazione senza legge, senza sicurezza e senza giustizia.
Sopportò molto bene due mesi di vagabondaggi; aveva quella capacità di resistenza alla fatica che si scopre di tanto in tanto con sorpresa in qualche donna dall’aspetto fragile – come se fosse posseduta da uno spirito notevolmente ostinato. Don Pepe – il vecchio maggiore costaguanero – dopo molto sfoggio di premura nei riguardi della delicata signora, aveva finito per soprannominarla la «Señora infaticabile». La signora Gould stava proprio diventando una costaguanera. Avendo imparato a conoscere i veri contadini nell’Europa meridionale, era in grado di apprezzare il grande valore di quella gente. Vedeva l’uomo sotto la silenziosa, triste bestia da soma. Li vedeva sulla strada con i loro pesanti fardelli, figure solitarie nella pianura, che faticavano sotto i grandi cappelli di paglia, con gli abiti bianchi ondeggianti al vento; ricordava i villaggi perché aveva impresso nella memoria un gruppo di donne indiane alla fontana, oppure il viso di una ragazza indiana con un profilo melanconico e sensuale che sollevava una brocca di acqua fresca sulla porta di una capanna scura con un portico di legno ingombro di grandi vasi di coccio. Le massicce ruote di un carro di buoi, fermo con le stanghe nella polvere, mostravano i segni dell’accetta; e alcuni portatori di carbone, appoggiato il carico sul basso muro di fango sopra le loro teste, dormivano distesi in fila nella striscia d’ombra.
Le pesanti opere in muratura dei ponti e delle chiese lasciate dai conquistatori proclamavano l’indifferenza per la fatica umana, il lavoro coatto di nazioni scomparse. Il potere del re e della chiesa era svanito, ma alla vista di alcune massicce rovine che si ergevano sopra i bassi muri di fango di un villaggio, Don Pepe interrompeva il racconto delle sue campagne per esclamare:
«Povero Costaguana! Prima, era tutto per i padres, niente per il popolo; e ora è tutto per questi grandi políticos a Santa Marta, per i negri e per i ladri».
Charles parlava con gli alcaldes, con i fiscales, con i maggiorenti nelle città e con i caballeros nelle tenute. I comandantes dei distretti gli offrivano scorte – giacché egli poteva mostrare un’autorizzazione dell’attuale capo politico di Sulaco. Quanto gli fosse costata quell’autorizzazione in monete d’oro da venti dollari era un segreto fra lui, un uomo importante negli Stati Uniti (che si degnava di rispondere di suo pugno alle lettere da Sulaco) e un importante personaggio d’altro genere, con la carnagione olivastra e gli occhi sfuggenti, che risiedeva allora nel Palazzo dell’Intendenza di Sulaco e che si piccava di possedere una cultura europea di stile francese perché aveva vissuto in Europa per alcuni anni: in esilio, diceva. Comunque, era risaputo che poco prima di questo esilio aveva incautamente perduto al gioco tutto il denaro della Dogana di un piccolo porto dove un amico al potere gli aveva procurato il posto di vice esattore. Quella indiscrezione giovanile lo aveva obbligato, fra gli altri inconvenienti, a guadagnarsi da vivere come cameriere in un caffè di Madrid per un periodo; ma, tutto sommato, i suoi talenti dovevano essere notevoli giacché gli avevano permesso di riprendere la carriera politica con tanto successo. Charles Gould, illustrando il suo progetto con calma impertubabile, lo chiamò Eccellenza.
L’alto funzionario provinciale assunse un’aria di annoiata superiorità, inclinando indietro la sedia accanto a una finestra aperta alla tipica maniera del Costaguana. Per combinazione la banda militare stava eseguendo pezzi d’opera nellaplaza proprio in quel momento ed egli sollevò due volte la mano in un gesto imperativo di silenzio per ascoltare uno dei suoi brani preferiti.
«Squisito, delizioso!», mormorò; mentre Charles Gould attendeva in piedi con impenetrabile pazienza. «Lucia, Lucia di Lammermoor! Sono appassionato di musica. Mi trasporta. Ah! Il divino Mozart. Sì! Divino… Che cosa stava dicendo?».
Naturalmente, gli erano già giunte voci circa le intenzioni del nuovo venuto. Inoltre, aveva ricevuto un avviso ufficiale da Santa Marta. Le sue maniere servivano soltanto a celare la sua curiosità e a impressionare il visitatore. Ma dopo aver chiuso a chiave qualcosa di prezioso nel cassetto di una grande scrivania in fondo alla stanza, divenne molto affabile e tornò rapidamente alla sua sedia.
«Se intende costruire villaggi e radunare una popolazione nei pressi della miniera, le occorrerà un apposito decreto del Ministero degli Interni», suggerì in tono spiccio.
«Ho già inviato un memoriale», disse Charles Gould, tranquillo, «e ora faccio fiduciosamente assegnamento sulle conclusioni favorevoli di vostra Eccellenza».
L’Eccellenza era un uomo di umore mutevole. Appena ricevuti i soldi, una grande benevolenza era discesa nella sua anima semplice. Inaspettatamente trasse un profondo sospiro.
«Ah, Don Carlos! Abbiamo bisogno di uomini moderni come lei in questa provincia. Il letargo – il letargo di questi aristocratici! La mancanza di spirito pubblico! L’assenza di qualsiasi iniziativa! Io, con i miei profondi studi in Europa, lei capisce…».
Una mano infilata nel petto gonfio, si alzò e si abbassò sulle punte dei piedi e per dieci minuti, senza quasi prendere fiato, continuò a lanciarsi intellettualmente all’attacco dell’educato silenzio di Charles Gould; e quando, interrompendosi bruscamente, ricadde sulla sedia, fu come se fosse stato respinto da una fortezza. Per salvare la sua dignità si affrettò a congedare l’uomo silenzioso con un solenne cenno di capo e le parole, pronunciate con cupa, affaticata condiscendenza:
«Può contare sulla mia illuminata benevolenza purché la sua condotta di cittadino la meriti».
Prese un ventaglio di carta e cominciò a farsi vento con aria d’importanza mentre Charles Gould si inchinava e si ritirava. Poi posò subito il ventaglio e fissò lungamente la porta chiusa con apparente meraviglia e perplessità. Infine scrollò le spalle come per confermare il proprio disdegno. Freddo, ottuso. Nessuna intellettualità. Capelli rossi. Un vero inglese. Lo disprezzava.
Si rabbuiò in viso. Che cosa significava quel comportamento frigido e impassibile? Era il primo della serie di politici inviati dalla capitale a governare la Provincia occidentale a cui i modi di Charles Gould in un rapporto ufficiale apparissero offensivamente indipendenti.
Charles Gould riteneva che fingere di ascoltare un cumulo di deplorevoli sciocchezze facesse parte del prezzo da pagare per essere lasciato in pace, ma che l’obbligo di dire personalmente delle sciocchezze non fosse assolutamente incluso nel patto. C’era un limite a tutto. A questi autocrati di provincia, davanti ai quali la pacifica popolazione di tutte le classi era abituata a tremare, il riserbo di quell’ingegnere dall’aspetto inglese causava un disagio che oscillava fra il servilismo e la truculenza. Gradatamente tutti scoprirono che, qualunque fosse il partito al potere, quell’uomo rimaneva in ottimi rapporti con le più alte autorità a Santa Marta.
Questo spiegava perfettamente il fatto che i Gould non fossero affatto ricchi come l’ingegnere capo della nuova ferrovia poteva legittimamente supporre. Seguendo il consiglio di Don José Avellanos, che era un uomo saggio (benché reso timido dalle sue orribili esperienze all’epoca di Guzman Bento), Charles Gould si era tenuto alla larga dalla capitale; ma fra i forestieri residenti lì era noto (con molta serietà sotto il tono ironico) con il soprannome di «Re di Sulaco». Un avvocato del Foro locale, un uomo abile e stimato, membro della distinta famiglia Moraga proprietaria di vaste tenute nella valle di Sulaco, veniva indicato ai forestieri, con una sfumatura di mistero e di rispetto, come l’agente della miniera di San Tomé – «politico, sapete». Era alto e bruno con le basette, discreto. Si sapeva che aveva facile accesso ai ministri e che numerosi generali del Costaguana erano ansiosi di cenare a casa sua. I presidenti gli concedevano udienza con facilità. Corrispondeva attivamente con lo zio materno, Don José Avellanos; ma le sue lettere – tranne quelle che esprimevano formalmente il suo doveroso affetto – venivano affidate di rado alla posta locale. In quell’ufficio le buste vengono aperte indiscriminatamente con una sfacciata e infantile impudenza tipica di alcuni governi ispano-americani. Ma si dà il caso che più o meno all’epoca della riapertura della miniera di San Tomé, il mulattiere ingaggiato da Charles Gould nei suoi viaggi preliminari nel Campo aggiungesse la sua piccola fila di animali all’esigua corrente di traffico che andava dall’altopiano di Santa Marta alla valle di Sulaco attraverso i passi di montagna. Nessun viaggiatore percorre quella strada aspra e pericolosa se non in circostanze eccezionali e lo scarso commercio interno non richiedeva visibilmente ulteriori mezzi di trasporto; ma l’uomo sembrava trovarvi il suo tornaconto. Si scovava sempre qualche pacco da affidargli ogni volta che si metteva in cammino. Molto bruno e legnoso, in brache di pelle di capra con il pelo all’esterno, stava a cavalcioni del suo bel mulo, il grande cappello rivolto contro il sole, un’espressione di vuota beatitudine sul viso lungo, canticchiando giorno dopo giorno una lamentosa canzone d’amore, oppure, senza mutare espressione, lanciando un urlo alla piccola tropilla davanti a lui. Una piccola chitarra rotonda gli pendeva sulla schiena; e c’era un pertugio artisticamente scavato nel legno di uno dei basti, dove si poteva ficcare un pezzo di carta arrotolato strettamente, rimettere quindi a posto il tappo di legno e inchiodarvi di nuovo sopra la tela ruvida. Quando era a Sulaco, il mulattiere aveva l’abitudine di fumare e sonnecchiare tutto il giorno (come se non avesse pensiero al mondo) su una panchina di pietra fuori della porta di Casa Gould e di fronte alle finestre della residenza degli Avellanos. Molti anni prima sua madre era stata capo lavandaia presso quella famiglia – molto esperta nell’arte dell’inamidatura. Lui stesso era nato in una delle loro haciendas. Si chiamava Bonifacio e Don José, attraversando la strada verso le cinque per fare visita a Doña Emilia, rispondeva sempre al suo umile saluto con un cenno della mano o del capo. I portinai di entrambe le case conversavano pigramente con lui in toni di grave intimità. Le sue serate erano dedicate al gioco d’azzardo e alle visite, in uno spirito di generosa festosità, alle ragazze del peyne d’oro nelle stradine più appartate della città. Ma anche lui era un uomo discreto.
Capitolo ottavo
Quelli di noi che si sono recati a Sulaco per curiosità o per affari negli anni precedenti all’avvento della ferrovia possono ricordare l’effetto stabilizzante della miniera di San Tomé sulla vita di quella remota provincia. Le apparenze esterne non erano mutate allora quanto sono mutate in seguito, mi dicono, con i tram che percorrono la via della Costituzione e le strade carrozzabili che si addentrano all’interno del paese, fino a Rincón e ad altri villaggi, dove i mercanti stranieri e i ricos in generale hanno le loro ville moderne; e un vasto deposito di merci vicino al porto, che ha una banchina, una lunga fila di magazzini e seri problemi di mano d’opera organizzata.
Allora nessuno aveva mai sentito parlare di vertenze sindacali. I cargadores del porto formavano, in effetti, una riottosa confraternita di gentaglia d’ogni sorta, con un suo santo patrono. Scioperavano regolarmente (nei giorni delle corride), un tipo di problema che neppure Nostromo all’apice del suo prestigio aveva mai potuto affrontare efficacemente; ma la mattina dopo ogni fiesta, prima che le donne indiane aprissero i loro ombrelloni di paglia nella plaza del mercato, quando le nevi dell’Higuerota brillavano pallide sulla città contro un cielo ancora scuro, l’apparizione di un cavaliere spettrale in sella a una giumenta grigia argento risolveva senza fallo il problema dei lavoratori. La cavalcatura percorreva al passo i vicoli dei bassifondi entro le vecchie mura, fra i cortili coperti di erbacce e l’ammasso di catapecchie nere, buie, come vaccherie, come canili. Il cavaliere batteva col calcio di una pesante rivoltella sulle porte di basse pulperías, di oscene baracche appoggiate di sghembo contro un nobile muro semidiroccato, sulle pareti di legno di abitazioni così fragili che nelle pause fra i colpi fragorosi egli udiva gli occupanti russare e borbottare nel sonno. Chiamava gli uomini per nome minacciosamente dalla sella, una, due volte. Le risposte assonnate – burbere, concilianti, rabbiose, scherzose o critiche – echeggiavano nell’oscurità silenziosa in cui il cavaliere stava immobile e poco dopo una figura scura usciva tossendo nell’aria quieta. Talvolta una bassa voce femminile annunciava sommessamente attraverso il vano della finestra: «Viene subito, señor», e il cavaliere attendeva silenzioso sul cavallo immobile. Ma se per caso era costretto a smontare di sella, allora, dopo un poco, dalla porta di quel tugurio o di quella pulpería, con un violento tramestìo e imprecazioni soffocate, un cargador volava fuori a testa avanti e mani tese, per atterrare sotto le zampe anteriori della giumenta che si limitava a drizzare le piccole orecchie appuntite. Era abituata a quel lavoro; e l’uomo, rialzandosi, si allontanava frettolosamente dalla rivoltella di Nostromo, barcollando un poco lungo la strada e masticando improperi a denti stretti. Al sorgere del sole il capitano Mitchell, affacciandosi ansiosamente in tenuta da notte sul balcone di legno che correva lungo tutto il palazzo della O.S.N. vicino alla riva, vedeva le chiatte già in moto, figure indaffarate intorno alle gru, forse udiva Nostromo, ora appiedato e vestito con la camicia a quadri e la sciarpa rossa di un marinaio mediterraneo, che abbaiava ordini con voce stentorea dall’estremità del molo. Un uomo prezioso!
L’apparato materiale della completa civilizzazione, che seppellisce l’individualità delle vecchie città sotto le stereotipate comodità della vita moderna, non era ancora giunto fin lì; ma la miniera di San Tomé – quell’impresa così moderna nel suo spirito – aveva già fatto sentire la sua influenza sulla logora antichità di Sulaco, così caratteristica con le sue case guarnite di stucchi, le sue finestre con le grate e i grandi muri giallognoli dei conventi abbandonati dietro i filari di cupi cipressi. Aveva modificato anche il carattere esteriore della folla nella plaza davanti al portale spalancato della cattedrale nei giorni di festa, per via del numero di ponchos bianchi con una riga verde che sfoggiavano i minatori di San Tomé. Avevano adottato anche cappelli bianchi con un cordone verde: articoli di buona qualità, che si potevano acquistare a poco prezzo nello spaccio dell’amministrazione. Un pacifico cholo che indossasse questi colori (insoliti nel Costaguana) in qualche modo veniva raramente pestato a sangue con l’accusa di aver mancato di rispetto alla polizia cittadina; né correva molto rischio di venire improvvisamente preso al laccio da una pattuglia di lanceros: un metodo di arruolamento volontario considerato quasi legale nella Repubblica. Risultava che interi villaggi si fossero arruolati volontariamente nell’esercito in quel modo; ma, come soleva dire Don Pepe alla signora Gould con una mesta scrollata di spalle: «Che cosa vuole! Povera gente! Pobrecitos! Pobrecitos! Ma lo Stato deve avere i suoi soldati».
Così parlava professionalmente Don Pepe, il combattente con lunghi baffi pendenti, il viso magro color nocciola e la mascella dura e ben rasata, che richiamavano alla mente un buttero dei grandi Llanos del sud. «Se presterete ascolto a un vecchio ufficiale di Paez, señores», era l’esordio di tutti i suoi discorsi al Club Aristocratico di Sulaco, dove era stato ammesso in considerazione dei suoi passati servigi alla defunta causa della Federazione. Il circolo, che risaliva ai giorni della proclamazione dell’indipendenza del Costaguana, vantava molti nomi di liberatori fra i suoi primi fondatori. Soppresso arbitrariamente innumerevoli volte da vari governi, con ricordi di proscrizioni e di almeno uno sterminio in massa dei suoi membri, tristemente radunati per un banchetto su ordine di uno zelante comandante militare (i loro corpi erano stati poi denudati e gettati dalle finestre nella plaza dalla peggiore feccia della popolazione), in quel periodo prosperava di nuovo in pace. Offriva agli stranieri larga ospitalità nelle grandi stanze fresche della sua sede storica nel corpo centrale di un palazzo, un tempo residenza di un alto funzionario del Santo Ufficio. Le due ali, chiuse, andavano in rovina dietro le porte inchiodate e quello che si può descrivere come un boschetto di giovani aranci cresciuti nel patio sterrato nascondeva lo stato pietoso del retro della casa di fronte al cancello. Venendo dalla strada, come se entrassi in un frutteto appartato, ti trovavi ai piedi di una scalinata sconnessa, vegliata dall’effige ammuffita di un santo vescovo, con tanto di mitria e pastorale, che sopportava mitemente l’affronto del naso rotto, con le belle mani di pietra intrecciate sul petto. Le facce color cioccolata dei servitori con folte zazzere nere ti sbirciavano dall’alto; lo schiocco delle palle da biliardo ti giungeva agli orecchi e salendo i gradini, scorgevi magari nella prima sala, molto rigido su una sedia con la spalliera diritta, in buona luce, Don Pepe che si toccava i lunghi baffi mentre leggeva compitando un vecchio giornale di Santa Marta, tenuto a braccia tese. Quanto al suo cavallo – una bestiaccia nera con la testa martello e il cuore di pietra, ma perseverante – potevi vederlo nella strada che sonnecchiava immobile sotto un’immensa sella, il muso quasi a contatto con il bordo del marciapiede di pietra.
Don Pepe, quando veniva «giù dalla montagna», come si usava dire a Sulaco, compariva anche nel salotto di Casa Gould. Si sedeva con modesta sicurezza a una certa distanza dal tavolo del tè. Le ginocchia strette e un benevolo lampo di arguzia negli occhi infossati, lanciava le sue piccole e ironiche facezie nel corso della conversazione. C’erano in quell’uomo una sorta di saggia, spiritosa astuzia e una vena di umanità genuina così spesso presente in vecchi soldati di animo semplice e di provato coraggio che hanno visto molte battaglie disperate. Naturalmente lui non si intendeva affatto di imprese minerarie, ma il suo impiego era di un tipo speciale. Era a capo dell’intera popolazione nel territorio della miniera, che si stendeva dalla cima della forra fino ai piedi della montagna, dove la pista dei carri si addentrava nella pianura, attraversando un torrente su un piccolo ponte di legno dipinto di verde: il colore della speranza che era anche il colore della miniera.
Raccontavano a Sulaco che lassù «sulla montagna», Don Pepe percorreva sentieri scoscesi, una grande spada al fianco, vestito di una vecchia uniforme di maggiore con le spalline dorate annerite dal tempo. La maggioranza dei minatori erano indiani, con grandi occhi spiritati, e lo chiamavano «Taita» (padre), come questi indigeni scalzi del Costaguana chiamano chiunque porti le scarpe; ma fu Basilio, il mozo personale del signor Gould e maggiordomo della casa, che, in perfetta buona fede e per un senso di decoro, lo annunciò una volta con le solenni parole: «El Señor Gobernador è arrivato».
Don José Avellanos, che si trovava nel salotto in quel momento, fu deliziato oltre misura da quel titolo molto appropriato e apostrofò scherzosamente così il vecchio maggiore non appena la sua figura militaresca apparve sulla soglia. Don Pepe si limitò a sorridere sotto i lunghi baffi, come per dire: «Avresti potuto trovare un nome peggiore per un vecchio soldato».
Ed era rimasto El Señor Gobernador con le sue piccole facezie sulla sua funzione e sul suo territorio, dove, dichiarava con scherzosa esagerazione alla signora Gould:
«Due pietre non possono urtarsi senza che il Gobernador senta il clic, señora».
E si batteva furbescamente l’orecchio con la punta dell’indice. Anche quando il numero dei soli minatori superò i seicento, lui sembrava conoscere ciascuno di loro individualmente, tutti gli innumerevoli José, Manuel, Ignacio, dei villaggi primero – segundo – o tercero (c’erano tre villaggi minerari) sotto la sua giurisdizione. Era in grado di distinguerli non soltanto dai loro volti piatti, senza gioia, che alla signora Gould parevano tutti uguali, come se fossero usciti tutti dallo stesso stampo ancestrale di sofferenza e di pazienza, ma apparentemente anche dalle infinite sfumature brune rossastre, brune nerastre, brune ramate dei torsi nudi, quando i due turni di operai, in mutande di cotone e zucchetti di pelle, si mescolavano sulla spianata davanti all’ingresso della galleria principale in una confusione di membra nude, di picconi a spalla, di lampade dondolanti, con un grande scalpiccio di sandali. Era un momento di pausa. I manovali indiani si appoggiavano pigramente alla lunga fila di vagoncini vuoti; i cernitori e i picconieri si accovacciavano sui calcagni fumando lunghi sigari; i grandi scivoli di legno che portavano giù il minerale dalla spianata erano silenziosi; e si udiva soltanto l’incessante, violento gorgoglìo dell’acqua nei canali scoperti, insieme al rombo delle turbine e al tonfo sordo dei magli che riducevano in polvere il prezioso minerale sulla spianata sottostante. I capisquadra, contraddistinti dalle medaglie di ottone pendenti sui toraci nudi, smistavano i loro uomini e alla fine la montagna avrebbe inghiottito metà della folla silenziosa, mentre l’altra metà si sarebbe incamminata in lunghe file giù per i sentieri zigzaganti che scendevano in fondo al burrone. Era molto profondo e giù in basso, un filo di vegetazione serpeggiante fra le lucide rocce nude sembrava una sottile corda verde, in cui tre nodi bozzoluti di piante di banane, tetti di foglie di palma e alberi ombrosi segnavano i Villaggi Uno, Due e Tre, che ospitavano i minatori della Concessione Gould.
Intere famiglie si erano incamminate fin dall’inizio verso la località nel massiccio dell’Higuerota da dove la voce di un lavoro sicuro si era sparsa fra i pastori del Campo, spingendosi a forza, come le acque di un fiume in piena, in tutti gli angoli delle lontane pendici azzurre delle Sierras. Prima il padre, con un cappello di paglia a punta, poi la madre con i figli più grandi, e in genere anche un minuscolo asino, tutti carichi di pesanti fardelli, tranne il capofila o magari una ragazza adolescente, orgoglio della famiglia, scalza e diritta come una freccia, con trecce nere corvine, un profilo forte e altero e nessun carico eccetto la piccola chitarra locale e un paio di morbidi sandali di pelle legati insieme sulla schiena. Alla vista di simili comitive in marcia sui sentieri fra i pascoli o accampate sul bordo della strada reale, i viaggiatori a cavallo commentavano fra loro:
«Altra gente diretta alla miniera di San Tomé. Ne vedremo ancora domani».
E spronando le loro cavalcature nel crepuscolo discutevano la grande notizia della provincia, la riapertura della miniera di San Tomé. Un ricco inglese l’avrebbe sfruttata, o forse non era un inglese. Quién sabe! Uno straniero con molti soldi. Oh, sì, avevano iniziato. Alcuni uomini che erano venuti a Sulaco con una mandria di tori neri per la prossima corrida, avevano riferito che dal portico della posada a Rincón, distante appena una lega dalla città, si vedevano le luci brillare sopra gli alberi sul fianco della montagna. E si era vista una donna che montava a cavallo di lato, seduta su una sella speciale e con un cappello da uomo in testa. Andava in giro anche a piedi, sui sentieri di montagna. Un ingegnere donna, a quanto pareva.
«Che assurdità! Impossibile, señor!».
«Sì! Sì! Una americana del Norte».
«Ah, be’! Se vostra signoria è informata. Una americana; deve essere qualcosa di simile».
E ridevano un poco di stupore e di scherno, scrutando prudentemente le ombre della strada perché si rischia di fare brutti incontri viaggiando di sera nel Campo.
E Don Pepe non soltanto conosceva molto bene gli uomini, ma sembrava in grado, con un’occhiata attenta e riflessiva, di classificare ogni donna, ragazza o adolescente del suo territorio. Erano soltanto i pesci piccoli che talvolta lo lasciavano perplesso. Si vedevano spesso lui e il prete che confabulavano a bassa voce, uno accanto all’altro, fissando un gruppo di bambini bruni e seri dall’altro lato della via, nel tentativo di smistarli, per così dire, oppure rivolgevano domande minuziose sui genitori a qualche monello esile e serio che vagabondava nudo per la strada con un sigaro fra le labbra infantili e magari un rosario, sottratto alla madre per adornarsi, penzolante sul piccolo ventre rotondo. Il pastore spirituale e quello temporale del gregge della miniera erano ottimi amici. Con il dottor Monygham, il pastore sanitario, che aveva accettato l’incarico dalla signora Gould e alloggiava nell’edificio dell’ospedale, erano in rapporti meno intimi. Ma nessuno poteva essere intimo amico del Señor Doctor, che, con le spalle storte, la testa curva, la bocca sardonica e lo sguardo amaro, obliquo, era misterioso e inquietante. Le altre due autorità lavoravano in buona armonia. Anche Padre Román, rinsecchito, piccolo, sveglio, grinzoso, con grandi occhi tondi e il mento aguzzo, grande consumatore di tabacco da fiuto, era un veterano; aveva assolto molte anime semplici sui campi di battaglia della Repubblica, inginocchiandosi accanto ai moribondi sulle colline, in mezzo all’erba alta, nella penombra delle foreste, per ascoltare l’ultima confessione con l’odore della polvere da sparo nelle narici, il crepitìo dei moschetti e il sibilo delle pallottole negli orecchi. E che male c’era se, al presbiterio, facevano una partita con un mazzo di carte unte la sera, prima che Don Pepe andasse in giro per l’ultima volta a controllare che tutti i guardiani della miniera – un corpo a sé stante – fossero ai loro posti? Per quell’ultima incombenza prima di andare a dormire, Don Pepe cingeva la sua vecchia spada sulla veranda della tipica casa americana di legno dipinto di bianco, che Padre Román chiamava presbiterio. Nei pressi, un lungo fabbricato scuro, con il campanile sul tetto, simile a un vasto granaio con una croce di legno sul frontone, era la cappella dei minatori. Padre Román vi celebrava la messa tutti i giorni davanti a una tetra pala d’altare rappresentante la Resurrezione, la grigia pietra tombale in equilibrio in un angolo, una figura che si librava in alto, vivida e slanciata, in un ovale di luce pallida e, in primo piano, un legionario bruno con l’elmo, prostrato sul fondo bituminoso. «Questo quadro, figli miei, muy lindo e maravilloso», soleva dire Padre Román ad alcune delle sue pecorelle, «che potete ammirare qui grazie alla munificenza della moglie del Señor Administrador, è stato dipinto in Europa, una terra di santi e di miracoli, molto più grande del nostro Costaguana». E fiutava con gusto una presa di tabacco. Ma quando, una volta, uno spirito indagatore volle sapere in quale direzione era situata questa Europa, se in su o in giù lungo la costa, Padre Román, per nascondere la sua perplessità, divenne molto riservato e severo. «Senza dubbio è lontanissima. Ma i peccatori ignoranti come voi della miniera di San Tomé dovrebbero meditare seriamente sul castigo eterno invece di fare domande sulla vastità della terra, con i suoi paesi e le sue popolazioni, che supera la vostra comprensione».
Con un «Buona notte, Padre», «Buona notte, Don Pepe», il Gobernador se ne andava nel buio a lunghi passi lenti, la sciabola stretta al fianco, il corpo proteso avanti. La giocosità di una innocente partita a carte con qualche sigaro o un pacchetto di yerba come posta, veniva subito rimpiazzata dalla severità di un ufficiale che si accinge a ispezionare gli avamposti di un esercito accampato. Un trillo sonoro del fischietto che gli pendeva al collo provocava immediatamente uno stridulo coro di fischi di risposta, mescolati ai latrati dei cani, che si calmavano a poco a poco, su in cima alla gola; e nel silenzio due serenos, di guardia sul ponte, gli venivano incontro senza fare rumore. Da un lato della strada un lungo fabbricato di legno – il magazzino – era chiuso e barricato da cima a fondo; di fronte a esso, un’altra costruzione bianca, ancora più lunga, e con una veranda – l’ospedale – aveva due finestre illuminate: l’alloggio del dottor Monygham. Nemmeno il delicato fogliame di un gruppo di alberi del pepe si muoveva, tanto immobile era l’oscurità riscaldata dalla radiazione delle rocce roventi. Don Pepe stava fermo un momento con i due serenos impalati dinanzi a lui e, improvvisamente, in cima alla nuda parete rocciosa della montagna, punteggiata di torce, simili a gocce di fuoco cadute dai due grandi ammassi di luci sfavillanti su in alto, il minerale cominciava a rotolare negli scivoli con grande fracasso. L’acciottolìo delle pietre che acquistavano peso e velocità, veniva imprigionato dalle pareti della gola e si riverberava nella pianura con un brontolìo di tuono. Il posadero di Rincón giurava che nelle notti calme, ascoltando attentamente dalla soglia della sua porta, poteva udire il fragore come di un temporale sulle montagne.
Charles Gould, nella sua immaginazione, si figurava che il suono arrivasse fino ai limiti estremi della provincia. Gli veniva incontro al limitare di un boschetto poco oltre Rincón, mentre cavalcava di notte verso la miniera. Il brontolìo sordo della montagna che versava il suo fiume di minerale prezioso sotto i magli era inconfondibile e gli toccava il cuore con la forza di un proclama diffuso a gran voce in tutto il paese e l’esultanza di vedere realizzato un audace desiderio. Aveva udito questo stesso suono nella sua immaginazione in quella sera lontana in cui lui e sua moglie, dopo una tortuosa cavalcata attraverso una striscia di foresta, avevano fermato i cavalli accanto al torrente e avevano contemplato per la prima volta la solitudine selvaggia della gola invasa dalla vegetazione. La cima di una palma emergeva qua e là. In un profondo burrone dietro l’angolo della montagna di San Tomé (che è squadrata come una casamatta) il rivolo sottile di una cascata scintillava chiaro e trasparente attraverso il verde scuro delle pesanti fronde di felci arboree. Don Pepe, che li scortava, si era avvicinato e tendendo le braccia verso la gola, aveva dichiarato con finta solennità: «Ecco il vero paradiso dei serpenti, señora».
E poi avevano voltato i cavalli ed erano tornati a dormire quella notte a Rincón. L’alcalde – un vecchio Moreno ossuto, sergente all’epoca di Guzman Bento – se n’era andato rispettosamente di casa con le sue tre graziose figliole per lasciare il posto alla señora straniera e alle loro signorie i caballeros. L’unico favore che aveva chiesto a Charles Gould (che aveva scambiato per un misterioso personaggio ufficiale) era stato quello di rammentare al governo supremo – el Gobierno supremo – di concedergli una pensione (ammontante a circa un dollaro al mese) a cui riteneva di avere diritto. Gli era stata promessa, aveva affermato raddrizzando la schiena curva con fare marziale, molti anni prima «per il mio valore nelle guerre contro gli indios selvaggi quando ero giovane, señor».
La cascata non esisteva più. Le felci arboree, che erano cresciute rigogliose nell’umidità diffusa, si erano inaridite intorno allo stagno asciutto e la forra profonda era soltanto una grande trincea mezza piena di detriti e di materiale di scavo. Le acque del torrente, sbarrato più a monte, scorrevano veloci nei condotti fabbricati con tronchi d’albero scavati e appoggiati su cavalietti fino alle turbine che azionavano i magli sul pianoro sottostante: la mesa grande della montagna di San Tomé. Soltanto il ricordo della cascata, con il suo straordinario felceto, simile a un giardino pensile sopra le rocce della gola, sopravviveva nello schizzo ad acquarello della signora Gould; lo aveva eseguito frettolosamente un giorno da una radura fra i cespugli, seduta all’ombra di una tettoia di paglia eretta per lei su tre rozzi pali sotto la direzione di Don Pepe.
La signora Gould aveva visto tutto fin dall’inizio: il disboscamento, la costruzione della strada, il taglio di nuovi sentieri nella ripida parete del San Tomé. Per settimane intere aveva vissuto sul posto con suo marito; ed era stata così poco a Sulaco durante quell’anno che la comparsa della carrozza Gould nell’Alameda suscitava una grande eccitazione mondana. Dalle massicce carrozze di famiglia piene di maestose señoras e di señoritas dagli occhi neri che percorrevano solennemente il viale ombroso, mani bianche venivano agitate animatamente verso di lei in un avvicendarsi di saluti. Doña Emilia era «scesa dalla montagna».
Ma non per molto tempo. Doña Emilia sarebbe tornata «sulla montagna» fra un paio di giorni e i suoi eleganti muli avrebbero goduto di un altro periodo di riposo. Lei aveva assistito alla costruzione della prima casa di legno sulla mesa inferiore, adibita a ufficio e alloggio di Don Pepe; aveva udito con un palpito di grata emozione il primo carico di minerale rotolare giù nell’unico scivolo esistente al momento; era stata a fianco del marito in assoluto silenzio e aveva rabbrividito di eccitazione nell’istante in cui la prima batteria di soli quindici magli era stata messa in moto per la prima volta. Quando i fuochi accesi sotto la prima serie di storte nel capannone avevano brillato nella notte, non era andata a riposare nella rustica stanza allestita per lei nella casa ancora spoglia finché non aveva visto il primo spugnoso grumo d’argento emerso ai pericoli del mondo dalle oscure profondità della Concessione Gould; aveva posato le sue mani non mercenarie, con un’ansia che le faceva tremare, sul primo lingotto d’argento uscito ancora caldo dallo stampo; e valutandone immaginariamente il potere, aveva attribuito a quel pezzo di metallo un valore giustificativo, come se non fosse un oggetto materiale, ma qualcosa di profondo e impalpabile, come la vera espressione di un sentimento o l’affermazione di un principio.
Anche Don Pepe, estremamente interessato, aveva sbirciato sopra la spalla di lei con un sorriso che, tracciando pieghe longitudinali sul suo viso, lo faceva assomigliare a una maschera di cuoio con un’espressione benignamente diabolica.
«Chissà come piacerebbe ai muchachos di Hernandez impossessarsi di questo oggetto insignificante che, porDios, somiglia tanto a un pezzo di latta?», aveva osservato scherzosamente.
Hernandez, il brigante, era un piccolo ranchero inoffensivo, rapito in circostanze particolarmente atroci dalla sua casa durante una delle guerre civili e costretto a servire nell’esercito. La sua condotta di soldato era stata esemplare finché, approfittando dell’occasione favorevole, aveva ucciso il suo colonnello ed era riuscito a farla franca. Con una banda di disertori, che lo avevano scelto come capo, si era rifugiato oltre il selvaggio e arido Bolson de Tonoro. Le haciendas gli pagavano tributi in vacche e cavalli; si raccontavano storie straordinarie sui suoi poteri e le sue mirabolanti fughe dalla cattura. Usava avventurarsi da solo a cavallo nei villaggi e nelle cittadine del Campo, preceduto da un mulo da soma e con due pistole alla cintura; andava diritto all’emporio o al negozio, sceglieva quello che voleva e si allontanava indisturbato a causa del terrore che le sue imprese e la sua audacia ispiravano. Abitualmente lasciava in pace i poveri contadini; i membri della classe alta venivano spesso fermati sulla strada e derubati; ma qualsiasi sfortunato funzionario che cadeva nelle sue mani riceveva immancabilmente una severa bastonatura. Gli ufficiali dell’esercito non gradivano che venisse menzionato il suo nome in loro presenza. I suoi seguaci, montati su cavalli rubati, si facevano beffe della cavalleria regolare mandata a scovarli e si divertivano a tenderle sistematiche imboscate nel terreno accidentato della loro roccaforte. Erano state organizzate spedizioni; era stata messa una taglia sulla sua testa; si era persino tentato, proditoriamente è ovvio, di aprire trattative con lui, senza disturbare minimamente l’andamento regolare della sua carriera. Finalmente, alla tipica maniera del Costaguana, il Fiscal di Tonoro, che ambiva alla gloria di aver sottomesso il famoso Hernandez, gli offrì una somma di denaro e un salvacondotto per uscire dal paese in cambio del tradimento della sua banda. Ma Hernandez evidentemente non era fatto della stessa stoffa degli esimi politici e cospiratori militari del Costaguana. Questo astuto ma comune espediente (che spesso funziona a meraviglia per soffocare le rivoluzioni) fallì con il capo di volgari Salteadores. Sulle prime la faccenda prometteva bene per il Fiscal, ma finì malissimo per lo squadrone di lanceros appostati (secondo le direttive del Fiscal) in un avvallamento del terreno dove Hernandez aveva promesso di condurre i suoi fiduciosi seguaci. Vennero, infatti, all’ora stabilita, ma strisciando carponi attraverso i cespugli e rivelarono la loro presenza con una scarica di armi da fuoco che vuotò molte selle. I soldati che si salvarono giunsero a Tonoro di gran galoppo. Dicono che il loro comandante (che, avendo un cavallo migliore, precedeva di molto gli altri) cadde poi in uno stato di desolata ubriachezza e percosse duramente l’ambizioso Fiscal con la sciabola di piatto, in presenza della moglie e delle figlie, per aver procurato questa vergogna all’esercito nazionale. Il più alto funzionario civile di Tonoro, cadendo a terra svenuto, fu inoltre preso a calci in tutto il corpo e graffiato con speroni taglienti sul collo e sul viso a cagione della grande sensibilità del suo collega militare. Questo pettegolezzo del Campo, così caratteristico dei governanti del paese e della sua storia di oppressione, inefficienza, metodi stolti, tradimento e feroce brutalità, era perfettamente noto alla signora Gould. Il fatto che venisse accettato senza commenti indignati da persone intelligenti, raffinate e di carattere come qualcosa di insito nella natura delle cose, era uno dei sintomi di degradazione che aveva il potere di spingerla quasi sull’orlo della disperazione. Pure, guardando il lingotto d’argento, scosse il capo all’udire Pepe:
«Se non fosse stato per l’arbitraria tirannide del vostro Governo, Don Pepe, molti fuorilegge che ora stanno con Hernandez vivrebbero tranquilli e felici dell’onesto lavoro delle loro mani».
«Señora, è vero!», esclamò Don Pepe con entusiasmo. «È come se Dio le avesse dato il potere di guardare nell’animo della gente. Li ha visti lavorare intorno a lei, Doña Emilia – docili come agnellini, pazienti come i loro burros, coraggiosi come leoni. Io li ho condotti di fronte alle canne dei fucili – io, che ora sono qui davanti a lei, señora – al tempo di Paez, che era pieno di generosità e nel coraggio era uguagliato solo dallo zio di Don Carlos, per quanto ne so. Non c’è da stupirsi che ci siano banditi nel Campo quando quelli che ci governano a Santa Marta sono tutti ladri, imbroglioni e macaques sanguinari. Comunque, un bandito è un bandito e metteremo dodici buoni Winchester di scorta all’argento fino a Sulaco».
Il viaggio della signora Gould con il primo carico d’argento inviato a Sulaco fu l’episodio conclusivo di quella che lei chiamava «la mia vita di accampamento», prima di stabilirsi definitivamente nella sua casa di città com’era conveniente e persino necessario per la moglie dell’amministratore di un’istituzione importante come la miniera di San Tomé. Giacché la miniera era diventata un’istituzione, un punto di raccolta per tutto ciò che nella provincia aveva bisogno di ordine e stabilità per vivere. La sicurezza sembrava fluire su quella terra dalla gola della montagna. Le autorità di Sulaco avevano capito che la miniera di San Tomé poteva essere un buon motivo per lasciare in pace la gente e le cose. Questa era la massima approssimazione al governo del buon senso e della giustizia che Charles Gould ritenne possibile ottenere in un primo tempo. In effetti, la miniera, con la sua organizzazione, la sua popolazione sempre più ferocemente attaccata alla propria posizione di privilegiata sicurezza, con il suo arsenale, con il suo Don Pepe, con il suo corpo armato di serenos (dove, si diceva, avevano trovato posto molti fuorilegge e disertori – e persino alcuni membri della banda di Hernandez), la miniera era una potenza nel paese. Come un certo personaggio importante di Santa Marta aveva esclamato con una risata sorda, un giorno, mentre discuteva la linea di condotta seguita dalle autorità di Sulaco in un momento di crisi politica:
«Chiamate questi uomini funzionari governativi? Loro? Mai! Sono funzionari della miniera – funzionari della Concessione – ve lo dico io».
L’uomo importante (che era una persona al potere, con un viso color limone e una capigliatura molto corta e riccia, per non dire crespa) in un moto di irritazione giunse ad agitare il pugno giallo sotto il naso dell’interlocutore gridando:
«Sì! Tutti! Silenzio! Tutti! Ve lo dico io! Il jefe politico, il capo della polizia, il capo della dogana, il generale, tutti, tutti, sono funzionari di quel Gould».
Al che un intrepido ma sommesso e polemico mormorio si levò per un momento nel gabinetto ministeriale e lo sfogo appassionato dell’uomo importante terminò in una cinica scrollata di spalle. Dopo tutto, sembrava dire, che importanza aveva purché il ministro stesso non fosse dimenticato durante il suo breve periodo di autorità? Tuttavia l’agente ufficioso della miniera di San Tomé, che lavorava per una buona causa, aveva i suoi momenti di angoscia, che erano rispecchiati nelle sue lettere a Don José Avellanos, suo zio materno.
«Nessun macaque sanguinario di Santa Marta metterà piede in quella parte del Costaguana che si trova al di là del ponte di San Tomé», soleva assicurare Don Pepe alla signora Gould. «Eccetto, naturalmente, come onorato ospite – giacché il nostro Señor Administrador è un abile “politico”». Ma a Charles Gould, nella sua stanza, il vecchio maggiore osservava con cupo e militaresco umorismo: «Ci stiamo giocando tutti la testa in questa partita».
Don José Avellanos borbottava: «Imperium in Imperio, Emilia, anima mia», con un’aria di profondo compiacimento che, curiosamente, sembrava contenere uno strano misto di disagio fisico. Ma quello, forse, era visibile solo agli iniziati.
E per gli iniziati era un luogo splendido, questo salotto di Casa Gould, con le brevi apparizioni del padrone – El Señor Administrador – più vecchio, più duro, misteriosamente silenzioso, la carnagione arrossata dalla vita all’aria aperta e solcata da rughe profonde; che volteggiava attraverso le porte sulle gambe magre da cavaliere, appena «di ritorno dalla montagna» oppure con gli speroni tintinnanti e il frustino sotto il braccio, sul punto di partire «per la montagna». Poi Don Pepe, modestamente eretto nella sua sedia, il llanero che sembrava aver trovato la marziale giocosità, la conoscenza del mondo e i modi perfettamente confacenti alla sua posizione, nel mezzo di feroci lotte armate con i suoi simili; Avellanos, raffinato e familiare, il diplomatico con la sua loquacità che nascondeva molta cautela e saggezza nei delicati consigli, con il suo manoscritto di un’opera storica sul Costaguana, intitolata Cinquant’anni di malgoverno, che, al momento, lui non riteneva prudente (anche se possibile) «presentare al mondo»; questi tre, e anche Doña Emilia, graziosa e minuta come una fata, davanti al luccicante servizio da tè, avevano un comune pensiero predominante nelle loro menti, una comune sensazione di uno stato di tensione, un solo onnipresente proposito di preservare il carattere inviolabile della miniera ad ogni costo. E c’era anche il capitano Mitchell, un po’ in disparte, vicino a una delle porte-finestre, con l’aria linda e antiquata del vecchio scapolo, leggermente pomposo, in gilè bianco, un po’ trascurato senza rendersene conto; totalmente all’oscuro e convinto invece di essere al centro delle cose. Il brav’uomo, avendo trascorso buoni trent’anni della sua vita in alto mare prima di ottenere quello che lui chiamava un «alloggio a terra», era stupefatto dall’importanza delle transazioni (non riguardanti le navi) che si svolgono sulla terraferma. Per lui quasi ogni evento fuori dal normale corso quotidiano «marcava un’epoca» oppure era «storia»; a meno che, combattuto fra la pomposità e l’avvilimento che gli afflosciava il viso rubicondo, piuttosto bello, incorniciato da corte basette e capelli candidi, non borbottasse:
«Ah, quello! Quello, signore, fu un errore».
L’arrivo del primo carico d’argento di San Tomé da inviare a San Francisco su uno dei postali della O.S.N. aveva, naturalmente, «marcato un’epoca» per il capitano Mitchell. I lingotti stivati in cassette di cuoio rigido con i manici intrecciati, abbastanza piccole per essere trasportate facilmente da due uomini, venivano portati a valle dai serenos della miniera, che scendevano cautamente a coppie giù per i ripidi sentieri zigzaganti per circa mezzo miglio fino ai piedi della montagna. Lì venivano caricati su una fila di carri a due ruote, simili a spaziosi forzieri con uno sportello sul retro e attaccati ognuno a una pariglia di muli, in attesa sotto l’attenta sorveglianza di serenos armati e a cavallo. Don Pepe chiudeva ogni sportello con un lucchetto e al segnale del suo fischietto la fila di carri si metteva in moto, strettamente circondata dal rumore metallico degli speroni e delle carabine, con sobbalzi e schiocchi di frusta, passando sopra il ponte con un cupo fracasso improvviso ed entrando «nella terra di ladri e macaques sanguinari», come la definiva Don Pepe; i cappelli dondolanti sulle teste delle figure intabarrate nelle prime luci dell’alba; i Winchester al fianco; le mani che reggevano le briglie sporgenti magre e brune dalle pieghe dei ponchos. Il convoglio, costeggiando un boschetto lungo la pista della miniera, fra le capanne di fango e i muri bassi di Rincón, affrettava il passo sul Camino Real spronando i muli, scortato dalle guardie al galoppo. Don Carlos cavalcava da solo dinanzi a una tempesta di polvere che lasciava intravedere vagamente i lunghi orecchi dei muli, le bandierine bianche e verdi fissate su ogni carro, le armi alzate in una ressa di sombreros e il bianco barlume degli occhi puntati; e Don Pepe, appena visibile in fondo a quella rumorosa scia di polvere, avanzava rigido e impassibile, alzandosi e abbassandosi ritmicamente in sella a uno scalpitante cavallo nero con il collo sottile, la testa larga e il morso d’argento.
La gente sonnacchiosa nei gruppetti di capanne, nei piccoli ranchos vicino alla strada, riconosceva dal rumore precipitoso la carica del convoglio di San Tomé verso il muro cadente della città dal lato del Campo. Venivano sulle soglie per vederlo passare sobbalzando sopra radici e sassi, con grande fracasso e schioccare di fruste, con l’impeto temerario e la guida precisa di una batteria da campo in corsa verso la battaglia e la solitaria figura inglese del Señor Administrador che cavalcava avanti a tutti.
Nei recinti lungo la strada cavalli sciolti galoppavano all’impazzata per un poco; il bestiame greve affondava fino al petto nell’erba alta, mugghiando sommessamente al fracasso improvviso; un mite paesano indigeno lanciava un’occhiata alle sue spalle e si affrettava a spingere l’asinello carico contro un muro, fuori dal percorso del convoglio diretto al mare; un gruppetto di leperos infreddoliti sotto il Cavallo di Pietra dell’Alameda borbottavano: Caramba! al vederlo descrivere un’ampia curva al galoppo e saettare nella via della Costituzione deserta; giacché i mulattieri della miniera di San Tomé consideravano giusto e appropriato attraversare la città appena sveglia da un capo all’altro senza ridurre l’andatura come se fossero stati inseguiti dal diavolo.
Il primo sole illuminava le eleganti facciate gialle chiare, rosa e celesti delle grandi case con tutti i cancelli ancora chiusi e nessun volto dietro le grate di ferro delle finestre. In tutta la fila soleggiata di balconi vuoti lungo la strada si vedeva soltanto una figura bianca in alto, sopra il marciapiede sgombro: la moglie del Señor Administrador che si sporgeva fuori per vedere il convoglio passare diretto al porto, i folti capelli biondi raccolti negligentemente sul piccolo capo e tanta trina intorno al collo della vestaglia di mussola. Sorridendo all’unica veloce occhiata del marito, guardava l’intero corteo scorrerle sotto i piedi con fracasso ordinato, finché non rispondeva con un cenno amichevole al saluto di Don Pepe al galoppo, che si inchinava rigido e deferente con una profonda scappellata.
La fila di carri chiusi col lucchetto si allungò e la scorta si ingrossò con il passare degli anni. Ogni tre mesi un crescente flusso di metallo prezioso scorreva attraverso le vie di Sulaco diretto alla camera blindata nell’edificio della O.S.N. vicino al porto, dove avrebbe atteso di essere spedito al Nord. Cresceva il volume e cresceva immensamente anche il valore; infatti, come disse una volta Charles Gould alla moglie con esultanza, al mondo non si era mai visto nulla di paragonabile alla vena della Concessione Gould. Per entrambi, ogni passaggio del convoglio sotto i balconi di Casa Gould equivaleva a un’altra vittoria ottenuta nella conquista della pace a Sulaco.
Indubbiamente l’iniziativa di Charles Gould era stata favorita al principio da un periodo di relativa pace capitato proprio a quel tempo; e anche dall’addolcimento generale dei modi in confronto all’epoca delle guerre civili da cui era emersa la ferrea tirannia di Guzman Benzo di tremenda memoria. Nelle lotte che scoppiarono alla fine del suo dominio (che aveva mantenuto la pace nel paese per quindici anni interi) c’era più stoltezza e ancora molta crudeltà e sofferenza, ma molto meno fanatismo politico di vecchio stampo, violento e ciecamente feroce. Era tutto più vile, più abbietto, più spregevole e infinitamente più maneggevole per l’esplicito cinismo dei moventi. Era più chiaramente una sfacciata gara ad accaparrarsi un bottino sempre più ridotto; dal momento che ogni iniziativa era stata stupidamente uccisa nel paese. Avvenne così che la provincia di Sulaco, un tempo teatro di crudeli vendette di partito, diventò in certo modo uno dei premi più ambiti di una carriera politica. I grandi della terra (a Santa Marta) riservavano i posti nel vecchio Stato occidentale alle persone a loro più care e vicine; nipoti, fratelli, mariti di sorelle preferite, amici del cuore, sostenitori fidati – o sostenitori eminenti di cui forse avevano paura. Era la beata provincia delle grandi opportunità e dei salari più alti; giacché la miniera di San Tomé aveva il suo libro paga privato, con voci e cifre, fissate di comune accordo da Charles Gould e dal Señor Avellanos e note a un importante uomo d’affari negli Stati Uniti, che per una ventina di minuti al mese dedicava tutta la sua attenzione all’impresa di Sulaco. Al tempo stesso gli interessi materiali di ogni genere, sostenuti dall’influenza della miniera di San Tomé, stavano silenziosamente acquistando peso in quella parte della Repubblica. Se, ad esempio, nel mondo politico della capitale era convinzione generale che l’Esattoria di Sulaco aprisse la strada verso il Ministero delle Finanze e così via per ogni incarico ufficiale, dal canto loro gli sfiduciati circoli finanziari della Repubblica erano arrivati a considerare la provincia occidentale come la terra promessa dove si poteva lavorare sicuri, specialmente se si riusciva a entrare in buoni rapporti con l’amministratore della miniera. «Charles Gould, ottima persona! È assolutamente necessario assicurarsi il suo appoggio prima di fare un solo passo. Fatti scrivere una lettera di presentazione per lui da Moraga, se puoi – l’agente del Re di Sulaco, sai».
Non c’era da stupirsi, quindi, che Sir John, arrivato dall’Europa per spianare la strada alla sua ferrovia, avesse incontrato il nome (e anche il soprannome) di Charles Gould a ogni piè sospinto in Costaguana. L’agente dell’Amministrazione di San Tomé a Santa Marta (che Sir John giudicò un signore distinto e ben informato) aveva sicuramente contribuito così tanto a organizzare il giro presidenziale che lui cominciò a pensare che ci fosse qualcosa di vero nelle velate allusioni all’immensa influenza occulta della Concessione Gould. Ciò che si sussurrava comunemente in giro era che l’Amministrazione di San Tomé avesse finanziato almeno in parte l’ultima rivoluzione, che aveva portato alla dittatura quinquennale di Don Vincente Ribiera, un uomo di cultura e di reputazione irreprensibile, investito di un mandato riformatore dai migliori elementi dello Stato. Persone serie, ben informate sembravano credere in lui, sperare in un miglioramento, nell’instaurazione della legalità, della buona fede e dell’ordine nella vita pubblica. Tanto meglio, pensò Sir John. Lui operava sempre su vasta scala; un prestito allo Stato e un progetto per la colonizzazione sistematica della provincia occidentale facevano parte di un solo grande piano comprendente la costruzione della Ferrovia Nazionale Centrale. Buona fede, ordine, onestà, pace erano indispensabili per questo grande sviluppo di interessi materiali. Chiunque propugnava queste cose e specialmente se era in grado di aiutare, era importante agli occhi di Sir John. Non era stato deluso dal «Re di Sulaco». Le difficoltà locali erano sparite, come aveva predetto l’ingegnere capo, grazie alla mediazione di Charles Gould. Sir John era stato molto festeggiato a Sulaco, accanto al presidente-dittatore, un fatto che poteva spiegare il palese malumore del generale Montero alla colazione offerta a bordo della Giunone poco prima che salpasse, portando via da Sulaco il presidente-dittatore e i distinti ospiti stranieri al suo seguito.
L’Eccellentissimo («la speranza degli uomini onesti», come lo aveva apostrofato Don José in un pubblico discorso pronunciato in nome dell’Assemblea provinciale di Sulaco) sedeva a capo della lunga tavola; il capitano Mitchell, rosso in faccia e assolutamente inebetito dalla solennità di questo «storico evento», era seduto in fondo, come rappresentante della O.S.N. a Sulaco, l’ospite di quella colazione informale, insieme al comandante della nave e ad alcuni piccoli funzionari della compagnia. Quegli ometti bruni, allegri gettavano avide occhiate di sghembo alle bottiglie di champagne che cominciavano a scoppiettare alle spalle degli invitati fra le mani dei camerieri di bordo. Il vino ambrato riempì spumeggiando i calici.
Charles Gould aveva il suo posto accanto a un inviato straniero che, in un bisbiglio svogliato, gli aveva parlato a tratti di caccia e di pesca. Il suo volto pallido, ben nutrito, con il monocolo e i baffi gialli cadenti, faceva apparire per contrasto il Señor Administrador doppiamente abbronzato, di un rosso più acceso, cento volte più intensamente e silenziosamente vivo. Don José Avellanos stava gomito a gomito con l’altro diplomatico straniero, un uomo bruno, sicuro di sé, dai modi pacati, guardinghi con un’ombra di riserbo. Essendo stata messa da parte ogni etichetta per l’occasione, il generale Montero era l’unico in alta uniforme, così carica di fregi sul davanti che il suo ampio petto sembrava protetto da una corazza dorata. Sir John all’inizio aveva rinunciato al posto d’onore per sedersi accanto alla signora Gould.
Il grande finanziere stava tentando di esprimerle la propria gratitudine per la sua ospitalità e l’obbligo che sentiva nei confronti di suo marito per «la sua enorme influenza in quella parte del paese», quando lei lo interruppe con un sommesso «Sss!». Il presidente stava per fare una dichiarazione informale.
L’Eccellentissimo si era alzato in piedi. Disse soltanto poche parole, evidentemente molto sentite, e forse rivolte soprattutto ad Avellanos – il suo vecchio amico – sulla necessità di compiere ogni sforzo per assicurare un duraturo benessere al paese avviato, lui si augurava, verso un periodo di pace e di prosperità dopo quest’ultima lotta.
La signora Gould, ascoltando la voce pastosa, leggermente funerea, guardando il volto rotondo, scuro, occhialuto, il corpo tozzo, obeso al limite della malattia, pensò che quest’uomo dalla mente delicata e malinconica, fisicamente quasi storpio, uscito dal suo ritiro per partecipare a un conflitto pericoloso su richiesta dei suoi compagni, aveva il diritto di parlare con l’autorità della sua abnegazione. Eppure si sentiva inquieta. Era più patetico che promettente, questo primo presidente borghese del Costaguana che pronunciava, bicchiere in mano, le sue semplici parole d’ordine: onestà, pace, rispetto della legge, buona fede politica all’estero e in patria, le garanzie dell’onore nazionale.
L’oratore si sedette. Durante il rispettoso, elogiativo mormorio di voci che seguì il discorso, il generale Montero sollevò le pesanti palpebre socchiuse e girò lo sguardo torpido da un viso all’altro con una sorta di inquietudine. Il rustico eroe militare della festa, sebbene fosse segretamente impressionato dagli improvvisi splendori e novità della sua posizione (non era mai stato a bordo di una nave prima di quel giorno e non aveva quasi mai visto il mare se non da lontano), si rendeva conto istintivamente del vantaggio che il suo atteggiamento arcigno, rozzo di feroce guerriero gli dava in mezzo a tutti quei raffinati aristocratici Blanco. Ma perché nessuno si occupava di lui?, si chiese rabbiosamente. Era in grado di leggere i giornali stampati e sapeva di aver compiuto la «più grande impresa militare dei tempi moderni».
«Mio marito voleva la ferrovia», disse la signora Gould a Sir John quando ripresero le conversazioni interrotte. «Tutto questo avvicina il tipo di futuro che desideriamo per questo paese, che Dio sa se ha sofferto abbastanza a lungo nell’attesa. Ma confesso che l’altro giorno, durante la mia passeggiata pomeridiana in carrozza, quando ho visto improvvisamente un ragazzo indiano sbucare da un bosco con in mano la bandiera rossa di una squadra di topografi, ho avuto un colpo. Il futuro significa cambiamento: un cambiamento completo. Eppure anche qui ci sono cose semplici e pittoresche che uno vorrebbe preservare».
Sir John ascoltava sorridendo, ma ora toccò a lui zittire la signora Gould.
«Il generale Montero sta per parlare», bisbigliò e un attimo dopo aggiunse con comico spavento: «Buon Dio! Credo che voglia brindare alla mia salute».
Il generale Montero si era alzato con un tintinnio di metallo e un bagliore di fregi dorati; una pesante elsa di sciabola apparve al suo fianco sopra l’orlo del tavolo. Nella sfarzosa uniforme, con il collo taurino, il naso adunco appiattito in punta sopra i baffi tinti di nero bluastro, sembrava un vaquero mascherato e sinistro. La voce monotona aveva un timbro stranamente rauco, inespressivo. Pronunciò, in tono sommesso e stentato, alcune frasi vaghe; poi, alzando improvvisamente la testa e la voce, esclamò aspramente:
«L’onore del paese è nelle mani dell’esercito. Vi assicuro che lo difenderò fedelmente». Esitò finché i suoi occhi vaganti incontrarono il viso di Sir John; lo fissò con sguardo torbido, sonnolento e gli venne in mente l’ammontare del prestito negoziato di recente. Levò il bicchiere. «Bevo alla salute dell’uomo che ci porta un milione e mezzo di sterline».
Tracannò lo champagne e si sedette pesantemente guardando le facce dei convitati con un’espressione fra il sorpreso e lo smargiasso nel silenzio profondo, come attonito che seguì il brindisi appropriato. Sir John non si mosse.
«Non mi pare il caso che io mi alzi», mormorò alla signora Gould. «Questo genere di cose parla da sé». Ma Don José Avellanos gli venne in aiuto con un breve discorso in cui alluse chiaramente alla buona disposizione dell’Inghilterra verso il Costaguana «una buona disposizione», continuò in tono significativo, «di cui io, essendo stato a suo tempo accreditato presso la corte di San Giacomo, posso parlare con cognizione di causa».
Soltanto allora Sir John ritenne opportuno di rispondere garbatamente in cattivo francese, punteggiato da scoppi di applausi e dagli «Evviva! Evviva!» del capitano Mitchell, che riusciva a capire una parola ogni tanto. Appena ebbe finito di parlare, il finanziere si volse alla signora Gould:
«Lei è stata tanto gentile da dire che intendeva chiedermi qualcosa», le rammentò galantemente. «Che cos’è? Stia pur certa che qualsiasi sua richiesta verrebbe considerata da me come un favore».
Lei lo ringraziò con un grazioso sorriso. Tutti si stavano alzando da tavola.
«Andiamo sul ponte», propose, «dove potrò indicarle proprio l’oggetto della mia richiesta».
Un’enorme bandiera nazionale del Costaguana, rossa e gialla con due palme verdi al centro, ondeggiava pigramente in testa all’albero di maestra della Giunone. Metà del porto risuonava del misterioso crepitìo di una moltitudine di fuochi d’artificio lanciati a migliaia sulla riva dell’acqua in onore del presidente. Di tanto in tanto una serie di razzi, saettando invisibili verso l’alto, scoppiavano con uno sbuffo di fumo nel cielo limpido. Si vedeva una folla di gente fra la porta della città e il porto, sotto i fasci di bandiere multicolori sventolanti su alti pali. Deboli scrosci di musica militare e grida lontane si udivano all’improvviso. Un gruppo di negri cenciosi in fondo al molo continuava a caricare un piccolo cannone di ferro e a sparare colpi su colpi. Una sottile nuvola di polvere grigiastra stava sospesa nell’aria immobile contro il sole.
Don Vincente Ribiera fece alcuni passi in coperta sotto la tenda, appoggiato al braccio del Señor Avellanos; intorno a lui si formò un ampio circolo e lo si vide volgere amabilmente intorno il sorriso mesto delle sue labbra scure e il luccichio cieco dei suoi occhiali. La riunione informale organizzata a bordo della Giunone apposta per offrire al presidente-dittatore l’opportunità di incontrare intimamente alcuni dei suoi più importanti sostenitori a Sulaco si avviava al termine. Da una parte, il generale Montero, la testa calva coperta ora da una feluca piumata, stava seduto immobile su un osteriggio, le grandi mani guantate intrecciate sull’elsa della sciabola ritta fra le gambe. La piuma bianca, il colorito ramato del viso largo, il nero bluastro dei baffi sotto il naso aquilino, la massa d’oro sulle maniche e sul petto, gli stivali lucidi con enormi speroni, le narici frementi, lo sguardo imbecille e dominatore del glorioso vincitore di Río Seco avevano qualcosa di minaccioso e di incredibile; l’esagerazione di una crudele caricatura, la fatuità di una solenne mascherata, l’atroce bizzarria di un idolo militare di concezione azteca abbigliato all’europea, in attesa dell’omaggio dei fedeli. Don José si avvicinò diplomaticamente a questo strano e imperscrutabile prodigio e la signora Gould distolse finalmente gli occhi affascinati.
Charles, venendo a congedarsi da Sir John, lo sentì dire mentre si chinava sulla mano di sua moglie: «Certamente, mia cara, per un suo protetto! Non c’è la minima difficoltà. Lo consideri fatto».
Andando a terra nella stessa lancia con i Gould, Don José Avellanos era molto silenzioso. Anche nella carrozza dei Gould non aprì bocca per molto tempo. I muli si allontanarono a piccolo trotto dalla banchina fra le mani tese dei mendicanti, che per quel giorno sembravano aver abbandonato in massa i portali delle chiese. Charles Gould stava seduto sul sedile posteriore e guardava lontano, verso la pianura. Una moltitudine di capanne fatte di fronde verdi, di giunchi, di pezzi di legno tenuti insieme con ritagli di tela erano state erette un po’ dovunque per vendere rum, dolci, frutta, sigari. Donne indiane acquattate su stuoie cuocevano il cibo in pentole di ceramica nera su mucchietti di carbone acceso e facevano bollire l’acqua per il matè che offrivano con voce bassa, carezzevole alla gente di campagna. Un cavallo da corsa era stato chiuso in un recinto per i vaqueros; e da lontano a sinistra, dove la folla era ammassata intorno a un’enorme costruzione provvisoria, simile a una tenda da circo in legno con un tetto di paglia a cono, giungeva un suono stridente di arpe, un acuto strimpellìo di chitarre e il cupo battito di un gombo indiano che pulsava ritmicamente fra i cori striduli dei danzatori.
Charles Gould disse dopo un poco:
«Tutto questo appezzamento di terreno appartiene ora alla Compagnia ferroviaria. Non ci saranno più feste popolari».
Alla signora Gould questo dispiaceva e colse l’occasione per annunciare di aver appena ottenuto da Sir John la promessa che la casa occupata da Giorgio Viola non sarebbe stata toccata. Dichiarò di non aver mai capito perché gli ingegneri avessero parlato di demolire quella vecchia costruzione. Non era sul tracciato della linea di collegamento con il porto.
Fece fermare la carrozza davanti alla porta per rassicurare subito il vecchio genovese che uscì di casa a testa nuda e si avvicinò al predellino. Lei gli parlò in italiano, naturalmente, e lui la ringraziò con pacata dignità. Il vecchio garibaldino le era grato dal profondo del cuore per aver mantenuto un tetto sulla testa di sua moglie e delle sue figlie. Era troppo vecchio per continuare a vagabondare.
«E questo vale per sempre, signora?», chiese.
«Finché vorrete».
«Bene. Allora bisogna dare un nome alla casa. Prima non lo meritava».
Sorrise ruvidamente, con un infittirsi di rughe agli angoli degli occhi. «Domani mi metterò a dipingere il nome».
«E quale sarà, Giorgio?»
«Albergo d’Italia Una», rispose il vecchio garibaldino, distogliendo lo sguardo per un momento. «Più in memoria di coloro che sono morti», soggiunse, «che in onore del paese rubato a noi soldati della libertà dall’astuzia di quella maledetta razza di re e ministri piemontesi».
La signora Gould sorrise lievemente e, chinandosi un poco, cominciò a chiedergli notizie della moglie e delle figlie. Le aveva mandate in città quel giorno. La padrona stava meglio in salute; molte grazie alla signora per l’interessamento.
Passava gente in gruppetti di due o tre, in comitive di uomini e di donne accompagnati da bambini trotterellanti. Un cavaliere in sella a una giumenta grigia argento tirò quietamente le redini all’ombra della casa dopo essersi levato il cappello in segno di omaggio agli occupanti della carrozza che risposero con sorrisi e affabili cenni di capo. Il vecchio Viola, chiaramente felice della notizia appena avuta, si interruppe un momento per dirgli rapidamente che sarebbe potuto restare in quella casa finché voleva, per bontà della signora inglese. L’altro ascoltò attentamente, ma non replicò.
Quando la carrozza si mosse, si levò di nuovo il cappello, un sombrero grigio con il cordone e le nappine d’argento. La coperta messicana a vivaci colori avvolta sull’arcione, gli enormi bottoni d’argento sul giacchetto di pelle ricamato, la fila di minuscoli bottoni d’argento lungo la cucitura dei pantaloni, la biancheria candida, la fascia di seta con le punte ricamate, le guarnizioni d’argento sui finimenti e sulla sella, denunciavano lo stile inimitabile del famoso Capataz de Cargadores – un marinaio mediterraneo – abbigliato con un lusso più raffinato di quello mai sfoggiato da un giovane ranchero benestante in un giorno di grande festa.
«È una gran cosa per me», mormorò il vecchio Giorgio, ancora pensando alla casa, giacché ormai era stanco di cambiare. «La signora ha soltanto detto una parola all’inglese».
«Il vecchio inglese che ha abbastanza denaro per costruire una ferrovia? Parte fra un’ora», osservò Nostromo con indifferenza. «Buon viaggio, allora. Ho protetto le sue ossa per tutto il tragitto dal passo Entrada fino giù nella pianura e dentro Sulaco, come se fosse stato mio padre».
Il vecchio Giorgio si limitò a scuotere la testa distrattamente. Nostromo indicò la carrozza dei Gould che si avvicinava alla porta invasa dalle erbacce nel vecchio muro della città che era come una fitta parete di giungla.
«E molte notti ho vegliato da solo con la mia rivoltella nel magazzino della Compagnia accanto al cumulo d’argento di quell’altro inglese, custodendolo come se fosse stato mio».
Viola sembrava perduto nei suoi pensieri. «È una gran cosa per me», ripeté di nuovo, come fra sé.
«Lo è», convenne il magnifico Capataz de Cargadores, calmo. «Ascolta, vecchio: vai a prendermi un sigaro, ma non cercarlo nella mia stanza. Non ce ne sono».
Viola entrò nel caffè e riuscì un momento dopo, sempre preso dalla sua idea. Gli porse un sigaro, borbottando pensosamente sotto i baffi: «I figli crescono e le ragazze anche! Le ragazze!». Sospirò e tacque.
«Come, uno solo?», osservò Nostromo, guardando il vecchio distratto con aria scherzosamente inquisitoria. «Non importa», soggiunse con altera indifferenza, «uno basta finché non ne vorrò un altro».
Lo accese e lasciò cadere il fiammifero dalle dita inerti. Giorgio Viola alzò gli occhi e disse bruscamente: «Mio figlio sarebbe stato un bel giovanotto come te, Gian Battista, se fosse vissuto».
«Cosa? Tuo figlio? Hai ragione, padrone. Se fosse stato come me, sarebbe stato un uomo».
Girò lentamente il cavallo e si avviò al passo in mezzo alle baracche, fermandosi quasi del tutto di tanto in tanto per scansare i bambini e i gruppi di gente del lontano Campo, che lo seguivano con sguardo ammirato. Gli scaricatori della Compagnia lo salutavano da lontano, mentre il molto invidiato Capataz de Cargadores procedeva, fra i mormorii di chi lo riconosceva e i saluti ossequiosi, verso l’enorme costruzione di legno.
La ressa si infittì; le chitarre tintinnavano più forte; altri cavalieri stavano immobili sulla sella, fumando calmamente sopra le teste della folla che si accalcava davanti alle porte dell’alto fabbricato rotondo, da dove proveniva un suono di piedi strascicati e battuti a tempo con la musica da ballo aspra e vibrante a un ritmo frenetico, sovrastato dal terribile, continuo fragore cupo del gombo. Il rumore barbaro e maestoso del grande tamburo, che può far impazzire una folla e che anche gli europei non possono ascoltare senza una strana emozione, pareva attirare Nostromo verso la sua fonte, mentre un uomo, avvolto in un poncho scolorito e lacero, camminava accanto alla sua staffa e, sballottato a destra e a sinistra, implorava insistentemente «sua signoria» di farlo lavorare sul molo. Piagnucolava, offrendo al Señor Capataz metà della sua paga giornaliera per il privilegio di essere ammesso nella potente confraternita dei cargadores; l’altra metà gli sarebbe bastata, assicurava. Ma il braccio destro del capitano Mitchell – «prezioso per il nostro lavoro, un uomo assolutamente incorruttibile» – dopo aver lanciato un’occhiata critica al mozo cencioso, scosse la testa senza dire una parola nel frastuono circostante.
L’uomo si ritirò e poco più avanti Nostromo dovette fermarsi. Dalle porte della sala da ballo uomini e donne emergevano barcollando, madidi di sudore, tutti tremanti e si appoggiavano, ansanti, con gli occhi sbarrati e le labbra semiaperte, contro la parete di legno della costruzione, dove le arpe e le chitarre continuavano a suonare a folle velocità in un incessante rombo di tuono. All’interno centinaia di mani battevano il tempo; voci urlavano e poi, all’improvviso, si abbassavano cantando all’unisono il ritornello di una canzone d’amore fino a spegnersi del tutto. Un fiore rosso, lanciato con buona mira dal mezzo della calca, colpì lo splendido Capataz sulla guancia.
Egli lo afferrò abilmente al volo, ma non girò subito il capo. Quando infine si degnò di voltarsi, la folla vicino a lui si aprì per far passare una graziosa morenita, che gli andò incontro.
I capelli della ragazza erano trattenuti da un pettinino dorato. Le braccia e il collo nudi e grassottelli emergevano da una camiciola candida; la gonna di lana azzurra, tutta arricciata sul davanti e aderente ai fianchi e sul dietro, rivelava la sua andatura provocante. Venne avanti diritta e appoggiò la mano sul collo della giumenta lanciandogli di sottecchi uno sguardo timido, civettuolo.
«Querido», mormorò con voce carezzevole, «perché fingi di non vedermi quando passo?»
«Perché non ti amo più», rispose Nostromo, deliberatamente, dopo un momento di silenzio meditabondo.
La mano sul collo della giumenta tremò a un tratto. Lei chinò il capo davanti agli occhi di tutti nell’ampio cerchio formatosi intorno al generoso, al terribile, all’incostante Capataz de Cargadores e alla sua morenita.
Nostromo, abbassando lo sguardo, vide le lacrime cominciare a scivolarle sul viso.
«Allora è vero, diletto del mio cuore?», ella bisbigliò. «E vero?»
«No», disse Nostromo, volgendo altrove lo sguardo con indifferenza. «Era una bugia. Ti amo come prima».
«Davvero?», tubò lei gioiosamente, le guance ancora umide di lacrime.
«Davvero».
«Lo giuri sulla vita?»
«Sì, ma non chiedermi di giurarlo sulla Madonna che è nella tua stanza». E il Capataz sorrise in risposta alle risatine della folla.
Lei fece il broncio, molto graziosa, un po’ inquieta.
«No, non te lo chiederò. Vedo l’amore nei tuoi occhi». Gli mise una mano sul ginocchio. «Perché tremi così? Per amore?», continuò, mentre il cupo rimbombo del gombo proseguiva senza posa. «Ma se la ami tanto, devi dare alla tua Paquita un rosario montato in oro da appendere al collo della sua Madonna».
«No», disse Nostromo, fissandola negli occhi imploranti che divennero improvvisamente gelidi per lo stupore.
«No? Allora che altro mi darà vostra signoria il giorno della fiesta?», chiese, infuriata. «Per non svergognarmi davanti a tutta questa gente».
«Non devi vergognarti se non ricevi nulla dal tuo innamorato per una volta».
«Vero! La vergogna è di vostra signoria – del mio povero innamorato», scattò lei, sarcastica.
Qualcuno rise alla sua replica rabbiosa. Che caratterino focoso! Quelli che assistevano alla scena invitavano urgentemente altri a unirsi a loro e il circolo intorno alla giumenta grigia argento si strinse lentamente.
La ragazza si scostò di uno o due passi, sfidando gli occhi beffardi dei curiosi, poi corse ad aggrapparsi di nuovo alla staffa, sollevandosi sulla punta dei piedi e fissando Nostromo con gli occhi fiammeggianti di collera nel viso rivolto in alto. Lui si chinò sulla sella verso di lei.
«Juan», ella sibilò, «potrei piantarti un coltello nel cuore!».
Il temuto Capataz de Cargadores, magnifico e sfrontato nei suoi amori, le gettò le braccia al collo e la baciò sulle labbra frementi. Un mormorio si levò tutto intorno.
«Un coltello!», chiese alla folla in generale, stringedole la spalla.
Venti lame luccicarono nel cerchio. Un giovanotto vestito a festa balzò avanti, ficcò un coltello in mano a Nostromo e si ritrasse, molto fiero di sé. Nostromo non lo aveva nemmeno guardato.
«Appoggiati al mio piede», ordinò alla ragazza, che, improvvisamente sottomessa, si protese in alto e quando lui la ebbe sollevata, circondandola alla vita, le ficcò il coltello nella piccola mano.
«No, morenita! Non mi svergognerai», disse. «Avrai il tuo regalo; e in modo che tutti sappiano chi è il tuo innamorato oggi, ti permetto di staccare tutti i bottoni d’argento dalla mia giacchetta».
Scoppi di risa e applausi salutarono questo spiritoso ghiribizzo, mentre la ragazza passava la lama affilata e il cavaliere impassibile faceva tintinnare nel palmo della mano il mucchietto crescente di bottoni d’argento. La depose a terra con tutte e due le mani colme. Dopo aver bisbigliato qualcosa con faccia dura, la ragazza si allontanò, lo sguardo altero, e sparì fra la folla.
Il cerchio si era rotto e lo sdegnoso Capataz de Cargadores, l’uomo indispensabile, il Nostromo di provata fiducia, il marinaio mediterraneo sceso a terra casualmente per tentare la fortuna in Costaguana, si diresse lentamente verso il porto. La Giunone stava appunto facendo manovra; e proprio mentre Nostromo si fermava di nuovo a guardare, una bandiera salì sull’asta improvvisata eretta in un vecchio fortino smantellato all’entrata del porto. Una mezza batteria di cannoni da campo era stata portata frettolosamente lì dalle caserme di Sulaco per sparare i colpi di saluto che spettavano al presidente-dittatore e al ministro della Guerra. Mentre il postale dirigeva verso il largo, le cannonate a intervalli irregolari annunciarono la fine della prima visita ufficiale di Don Vincente Ribiera a Sulaco e di un’altra «occasione storica» per il capitano Mitchell. La prossima volta che la «Speranza degli uomini onesti» sarebbe venuto da quelle parti, un anno e mezzo dopo, sarebbe stato in forma privata, sui sentieri di montagna, fuggendo dopo una sconfitta in sella a un mulo zoppo, per essere salvato in extremis da una morte ignominiosa per mano di una plebaglia inferocita, grazie a Nostromo. Un evento molto diverso, a proposito del quale il capitano Mitchell soleva dire:
«Era storia – storia, signore! E questo mio uomo, Nostromo, sa, c’era proprio in mezzo. A fare la storia, signore».
Ma questo evento, tutto a onore di Nostromo, avrebbe condotto immediatamente a un altro, che non poteva essere classificato come «storia» o come «uno sbaglio» nella fraseologia del capitano Mitchell. Infatti egli usava un’altra parola per definirlo.
«Signore», soleva dire dopo, «quello non fu uno sbaglio. Fu una fatalità. Una sfortuna pura e semplice. E il mio uomo, poveraccio, c’era proprio in mezzo! Una fatalità, se mai ce ne fu una – e a mio parere, da allora lui non è più stato lo stesso».
Parte seconda. Le Isabelle
Capitolo primo
Mentre si susseguivano le notizie buone o cattive sull’alterna fortuna di quella lotta che Don José aveva definito con la frase «il destino dell’onestà nazionale è in bilico», la Concessione Gould, Imperium in Imperio, aveva continuato a lavorare; la montagna quadrata aveva continuato a riversare il suo tesoro giù per gli scivoli di legno verso le instancabili batterie di magli; le luci di San Tomé avevano brillato notte dopo notte sulla grande, sconfinata ombra del Campo; ogni tre mesi il convoglio carico d’argento era sceso al mare come se né la guerra né le sue conseguenze potessero farsi sentire nell’antico Stato occidentale protetto dall’alta barriera della sua Cordillera. Tutti i combattimenti avvenivano dall’altra parte di quella possente muraglia di vette dentellate, dominata dal candido picco dell’Higuerota e non ancora violata dalla ferrovia, di cui era stato costruito soltanto il primo tratto, quello più agevole da Sulaco alla Valle Ivie ai piedi del passo. Nemmeno la linea del telegrafo attraversava le montagne; i suoi pali, simili a sottili fari nella pianura, penetravano nella striscia di foresta alle pendici dei monti, tagliata dal profondo corridoio della pista; e i suoi fili terminavano bruscamente nell’accampamento degli operai su un tavolo di abete bianco con sopra un apparecchio Morse, in una lunga baracca di legno con il tetto di lamiera di ferro ondulato all’ombra di cedri giganteschi: l’alloggio dell’ingegnere che dirigeva il cantiere di costruzione.
Anche il porto era in grande attività per il traffico di materiale ferroviario e i movimenti di truppe lungo la costa. La flotta della O.S.N. era molto impegnata. Il Costaguana non aveva una marina propria e, a parte alcuni battelli guardiacoste, non c’erano bastimenti nazionali, eccetto un paio di vecchi mercantili adibiti a navi da trasporto.
Il capitano Mitchell, sentendosi sempre più al centro della storia, durante un pomeriggio trovò un’oretta di tempo da passare nel salotto di Casa Gould, dove, con una strana ignoranza delle vere forze operanti intorno a lui, si dichiarò felice di fuggire per un poco dalla fatica degli affari. Non sapeva come avrebbe fatto senza il suo prezioso Nostromo, affermò. Quella maledetta politica del Costaguana gli dava più lavoro di quanto avesse previsto, confidò alla signora Gould.
Don José Avellanos aveva dimostrato, al servizio del pericolante governo Ribiera, una capacità organizzativa e un’eloquenza di cui erano giunti gli echi fino in Europa. Giacché, dopo il nuovo prestito al governo Ribiera, l’Europa aveva cominciato a interessarsi al Costaguana. La sala dell’Assemblea provinciale (nel palazzo municipale di Sulaco) con i ritratti dei liberatori alle pareti e una vecchia bandiera di Cortés conservata in una teca di vetro sopra la poltrona del presidente, aveva udito tutti questi discorsi: il primo che conteneva l’appassionata dichiarazione «il militarismo è il nemico»; quello famoso dell’«onestà in bilico» pronunciato in occasione del voto sulla formazione di un secondo reggimento per la difesa del governo riformatore; e quando le province esposero di nuovo le vecchie bandiere (bandite all’epoca di Guzman Bento), vi fu un’altra grande orazione in cui Don José salutò questi vecchi emblemi della guerra d’Indipendenza, rispolverati in nome di nuovi ideali. La vecchia idea del Federalismo era scomparsa. Per parte sua, egli non desiderava riesumare vecchie dottrine politiche. Erano deperibili. Morivano. Ma la dottrina della rettitudine politica era immortale. Il secondo reggimento di Sulaco, a cui lui consegnava la bandiera, avrebbe dato prova del suo valore combattendo per l’ordine, la pace, il progresso: per affermare l’amor proprio nazionale senza il quale – dichiarò con energia – «noi siamo la vergogna e lo zimbello delle potenze mondiali».
Don José Avellanos amava il suo paese. L’aveva servito con larghezza di mezzi durante la sua carriera diplomatica e la storia della sua successiva prigionia e dei barbari maltrattamenti subiti sotto il regime di Guzman Bento era ben nota ai suoi ascoltatori. Era un miracolo che non fosse rimasto vittima delle feroci esecuzioni sommarie che contrassegnavano quella tirannia; giacché Guzman aveva governato il paese con la cupa imbecillità del fanatismo polico. Nella sua mente ottusa il potere del Governo supremo era diventato oggetto di una strana adorazione, come se fosse stato una sorta di divinità crudele. Si incarnava in lui e i suoi avversari federalisti erano i massimi peccatori, oggetti di odio, di orrore e di paura, come sarebbero stati gli eretici per un inquisitore convinto. Per anni aveva portato in giro per il paese, al seguito dell’armata di pacificazione, una banda di quei terribili criminali prigionieri, che si consideravano molto fortunati per non essere stati giustiziati sommariamente. Era un gruppo sempre meno numeroso di scheletri seminudi, carichi di catene, coperti di sporcizia, di vermi, di ferite aperte, tutti uomini di rango, di cultura, di censo, che avevano imparato ad accapigliarsi per i ritagli di carne putrida che gettavano loro i soldati, o a implorare con voce lamentosa un cuoco negro per un sorso d’acqua fangosa. A Don José Avellanos, che trascinava le sue catene in mezzo agli altri, sembrava di esistere soltanto per dimostrare quanta fame, sofferenza, degradazione e tortura crudele può sopportare un corpo umano senza separarsi dall’ultima scintilla di vita. A volte i prigionieri venivano sottoposti a interrogatori, integrati con qualche metodo primitivo di tortura, da parte di una commissione di ufficiali frettolosamente riuniti in una capanna di sterpi e frasche e resi spietati dal timore per la loro stessa vita. Uno o due fortunati componenti di quella sparuta banda di spettri venivano magari condotti barcollando dietro un cespuglio per essere fucilati da un plotone di soldati. Un cappellano militare – sporco, con la barba lunga, la spada al fianco e una minuscola croce ricamata in bianco a sinistra sul davanti dell’uniforme da tenente – seguiva sempre, una sigaretta all’angolo della bocca, sgabello di legno in mano, per ascoltare la confessione e impartire l’assoluzione; giacché il Cittadino Salvatore del Paese (Guzman Bento veniva chiamato così nelle petizioni ufficiali) non era contrario all’esercizio di una ragionevole clemenza. Si udiva la scarica irregolare del plotone di esecuzione, seguita a volte da un colpo di grazia isolato; una piccola nuvola di fumo azzurrognolo fluttuava sopra i cespugli e l’armata di pacificazione si rimetteva in marcia nelle savane, attraverso le foreste, varcando fiumi, invadendo pueblos rurali, devastando le haciendas degli orridi aristocratici, occupando le città nell’adempimento della sua missione patriottica e lasciandosi alle spalle una terra unita dove non esisteva più traccia dell’infezione maligna del federalismo nel fumo delle case bruciate e nell’odore del sangue versato.
Don José Avellanos era sopravvissuto a quel periodo.
Forse, nel comunicargli sprezzantemente il suo rilascio, il Cittadino Salvatore del Paese aveva ritenuto questo aristocratico ottenebrato troppo malridotto in salute, spezzato nello spirito e rovinato finanziariamente per costituire ancora un pericolo. O, forse, poteva essere stato un semplice capriccio. Guzman Bento, abitualmente pieno di paure immaginarie e di cupi sospetti, aveva improvvisi accessi di irragionevole fiducia in se stesso quando si vedeva in cima a un pinnacolo di potere e di sicurezza fuori dalla portata dei semplici mortali. In tali momenti ordinava impulsivamente di celebrare una solenne messa di ringraziamento che veniva cantata con grande pompa nella cattedrale di Santa Marta dal tremebondo, ossequioso arcivescovo da lui creato. La ascoltava seduto su una poltrona dorata posta davanti all’altare maggiore, circondato dai capi civili e militari del suo governo. Il mondo non ufficiale di Santa Marta affollava la cattedrale perché non era prudente per qualsiasi persona di rilievo non partecipare a queste manifestazioni di devozione presidenziale. Avendo così reso omaggio all’unico potere che era disposto a riconoscere sopra di sé, Guzman Bento distribuiva amnistie politiche in una sardonica voluttà di clemenza. Ormai non gli rimaneva altro modo di godere del suo potere se non quello di vedere i suoi avversari sconfitti strisciare impotenti alla luce del giorno dalle buie, fetide celle del Collegio. L’averli resi innocui alimentava la sua insaziabile vanità e potevano sempre essere catturati nuovamente. Di regola tutte le donne delle loro famiglie dovevano venire a ringraziarlo dopo, in un’udienza speciale. L’incarnazione di quello strano dio, El Gobierno Supremo, le riceveva in piedi, feluca in testa, e le esortava in un mormorio minaccioso a dimostrare la loro gratitudine allevando i figli nella fedeltà alla forma di governo democratico «che ho instaurato per la felicità del nostro paese». Avendo perduto i denti davanti in un incidente accaduto durante la sua precedente vita di mandriano, la sua dizione era farfugliante e poco chiara. Aveva lavorato da solo per il Costaguana in mezzo al tradimento e all’opposizione. Ora dovevano cessare, altrimenti lui si sarebbe stancato di perdonare!
Don José Avellanos aveva conosciuto tale perdono.
Era abbastanza rovinato fisicamente e finanziariamente per offrire uno spettacolo davvero soddisfacente al capo supremo delle istituzioni democratiche. Si ritirò a Sulaco. Sua moglie aveva una tenuta in quella provincia e con le sue amorevoli cure lo riportò alla vita dalla dimora della morte e della prigionia. Quando morì, la loro unica figlia era abbastanza grande per dedicarsi al «povero papà».
La signorina Avellanos, nata in Europa ed educata in parte in Inghilterra, era una ragazza alta, grave, composta, con un’ampia fronte bianca, una folta chioma bruna e gli occhi azzurri.
Le altre signorine di Sulaco erano intimidite dal suo carattere e dalle sue doti. Aveva fama di essere terribilmente colta e seria. Quanto all’orgoglio, era risaputo che tutti i Corbélan erano orgogliosi e sua madre era una Corbélan. Don José Avellanos contava molto sulla devozione della sua amata Antonia. La accettava alla maniera ottenebrata degli uomini, che, sebbene fatti a immagine di Dio, sono come idoli di pietra senza discernimento davanti al fumo di certe offerte votive. Era rovinato da tutti i punti di vista, ma un uomo passionale non è mai un fallito nella vita. Don José desiderava appassionatamente per il suo paese pace, prosperità e (com’è scritto alla fine della prefazione di Cinquant’anni di malgoverno) «un posto onorevole nel consesso delle nazioni civili». In quest’ultima frase il patriota rivela in sé il ministro plenipotenziario, crudelmente umiliato dalla malafede del suo governo nei confronti degli obbligazionisti stranieri.
Le stolte lotte fra le avide fazioni succedute alla tirannia di Guzman Bento parvero offrirgli l’opportunità di realizzare il suo desiderio. Era troppo vecchio per scendere personalmente al centro dell’arena a Santa Marta. Ma gli uomini che vi agivano gli chiedevano continuamente consiglio. Lui, per parte sua, riteneva di poter essere più utile da lontano, a Sulaco. Il suo nome, le sue relazioni, la sua antica posizione, la sua esperienza gli meritavano il rispetto della sua classe. La scoperta che quest’uomo, che viveva in dignitosa povertà nella residenza di città dei Corbélan (di fronte a Casa Gould), poteva disporre di mezzi materiali atti a sostenere la causa accresceva la sua influenza. Fu il suo appello sotto forma di lettera aperta a decidere la candidatura di Don Vincente Ribiera alla presidenza. Un altro di questi documenti ufficiosi redatti da Don José (questa volta sotto forma di messaggio dalla provincia) indusse quello scrupoloso costituzionalista ad accettare i poteri straordinari conferitigli per cinque anni a grande maggioranza dal congresso a Santa Marta. L’assemblea gli affidava il mandato specifico di assicurare la prosperità del popolo sulla base di una solida pace in patria e di ristabilire il credito nazionale soddisfacendo tutte le giuste rivendicazioni all’estero.
Nel pomeriggio la notizia della votazione giunse a Sulaco per la solita via indiretta attraverso Cayta e lungo la costa in battello. Don José, che aveva atteso l’arrivo della posta nel salotto dei Gould, si alzò dalla sedia a dondolo, lasciando cadere a terra il cappello che teneva sulle ginocchia. Si strofinò i corti capelli argentei con entrambe le mani, ammutolito per la troppa gioia.
«Emilia, anima mia», esclamò un attimo dopo, «lascia che ti abbracci! Lascia che…!».
Il capitano Mitchell, se fosse stato presente, avrebbe sicuramente fatto un commento appropriato sull’alba di una nuova era; ma se Don José pensò a qualcosa del genere, la sua eloquenza gli venne meno in questa occasione. L’ispiratore di quella rinascita del partito Blanco barcollò e la signora Gould gli si avvicinò in fretta e, porgendo la guancia con un sorriso al vecchio amico, riuscì molto abilmente a offrirgli il sostegno del suo braccio di cui aveva realmente bisogno.
Don José si riprese subito, ma per un volta non poté fare altro che mormorare: «Oh, voi due patrioti! Oh, voi due patrioti!», volgendo lo sguardo dall’uno all’altra. Vaghi progetti di un’altra opera storica, in cui tutti gli sforzi tesi al rinnovamento del suo amato paese sarebbero stati racchiusi per la reverente adorazione dei posteri, gli passarono per la mente. Lo storico che aveva un animo abbastanza elevato per scrivere di Guzman Bento: «Tuttavia questo mostro, imbrattato del sangue dei suoi compatrioti, non deve essere esposto senza riserve all’esecrazione degli anni futuri. Sembra che anche lui amasse veramente il suo paese. Gli aveva dato dodici anni di pace e, padrone assoluto delle vite e delle fortune qual era, morì povero. Il suo peggiore difetto, forse, non fu la ferocia, ma l’ignoranza»; l’uomo che poteva scrivere questo di un crudele persecutore (il passaggio si trova nella sua Storia del malgoverno) provava al profilarsi del successo un affetto quasi illimitato per i suoi due coadiutori, per questi due giovani venuti da oltremare.
Come anni prima, tranquillamente, convinto della necessità pratica, più forte di qualsiasi dottrina politica astratta, Henry Gould aveva sguainato la spada, così ora, essendo cambiati i tempi, Charles Gould aveva gettato l’argento di San Tomé nella mischia. L’Inglés di Sulaco, l’«inglese costaguanero» della terza generazione, era lungi dall’essere un intrigante politico quanto suo zio dall’essere un fanfarone rivoluzionario. Scaturita dall’istintiva rettitudine delle loro nature, la loro azione era ragionata. Avevano visto un’opportunità e usato l’arma disponibile.
La posizione di Charles Gould – una posizione dominante sullo sfondo di quel tentativo di ristabilire la pace e il credito della Repubblica – era molto chiara. All’inizio si era dovuto adattare alle esistenti condizioni di corruzione così ingenuamente sfacciata, da disarmare l’odio di un uomo abbastanza coraggioso per non aver paura della sua irresponsabile capacità di rovinare tutto ciò che toccava. Gli sembrava tanto spregevole da non meritare neppure la sua giusta collera. La sfruttava con un freddo, audace disprezzo, evidenziato piuttosto che nascosto dalle forme di gelida cortesia che eliminavano molta dell’ignominia della situazione. In fondo al cuore, forse, lui ne soffriva, poiché non era un uomo di codarde illusioni, ma rifiutava di discutere l’aspetto etico con sua moglie. Confidava che, sebbene un po’ delusa, sarebbe stata abbastanza intelligente da capire che il suo carattere salvaguardava l’impresa della loro vita quanto o più della sua politica. Lo straordinario sviluppo della miniera aveva posto un grande potere nelle sue mani. L’idea che quella prosperità fosse sempre alla mercé di una ottusa avidità gli era diventata odiosa. Per la signora Gould era umiliante. Comunque, era pericoloso. Nelle comunicazioni riservate che intercorrevano fra Charles Gould, il Re di Sulaco, e il capo del gruppo interessato nell’argento e nell’acciaio nella lontana California, cresceva la convinzione che qualsiasi tentativo compiuto da uomini colti e integri doveva essere appoggiato con discrezione. «Può dire al suo amico Avellanos che la penso così», aveva scritto il signor Holroyd al momento opportuno dal suo inviolabile santuario all’interno della fabbrica di grandi affari, alta undici piani. E poco dopo, con un credito aperto dalla Third Southern Bank (situata a un isolato di distanza dall’Holroyd Building), il partito ribierista in Costaguana assunse forma pratica sotto gli occhi dell’amministratore della miniera di San Tomé. E Don José, amico ereditario della famiglia Gould, poté dire: «Forse, mio caro Carlos, non avrò creduto invano».
Capitolo secondo
Dopo che un’altra lotta armata, conclusasi con la vittoria di Montero a Río Seco, era stata aggiunta alla storia delle guerre civili, gli «uomini onesti», come li chiamava Don José, poterono respirare liberamente per la prima volta in cinquant’anni. La legge del Mandato Quinquennale divenne la base di quella rigenerazione, appassionatamente desiderata e attesa da Don José Avellanos, per il quale era stata come un elisir di eterna giovinezza.
E quando venne improvvisamente – e non del tutto inaspettatamente – messa in pericolo dal «brutale Montero», fu un’appassionata indignazione a dare, per così dire, nuovo impulso alla sua vita. Già, all’epoca della visita del presidente-dittatore a Sulaco, Moraga da Santa Marta li aveva messi in guardia contro il ministro della Guerra. Montero e suo fratello furono oggetto di un franco colloquio fra il presidente-dittatore e il Nestore-ispiratore del partito. Ma Don Vincente, laureato in filosofia all’università di Cordova, sembrava nutrire un esagerato rispetto per l’abilità militare, il cui lato misterioso – dal momento che appariva del tutto indipendente dall’intelletto – colpiva la sua immaginazione. Il vincitore di Río Seco era un eroe popolare. I suoi servigi erano così recenti che il presidente-dittatore esitava ad accusarlo di palese ingratitudine politica. Grandi transazioni rinnovatrici erano state avviate: il recente prestito, una nuova linea ferroviaria, un vasto progetto di colonizzazione. Bisognava evitare tutto ciò che poteva turbare l’opinione pubblica. Don José si inchinò di fronte a questi argomenti e tentò di scacciare dalla mente il portento in uniforme rutilante d’oro, stivali e sciabola, divenuta finalmente inutile, si augurava, nel nuovo ordine di cose.
Meno di sei mesi dopo la visita del presidente-dittatore, Sulaco apprese con stupore la notizia della rivolta militare in nome dell’onore nazionale. Il ministro della Guerra, in un discorso rivolto nel cortile di una caserma agli ufficiali del reggimento di artiglieria che stava ispezionando, aveva dichiarato che l’onore nazionale era stato venduto agli stranieri. Il dittatore, con la sua debole arrendevolezza alle richieste delle potenze europee – che esigevano il saldo dei vecchi debiti – si era dimostrato incapace di governare. Una lettera di Moraga spiegò poi che l’iniziativa e il testo stesso del discorso incendiario venivano in realtà dall’altro Montero, l’ex guerrigliero, il comandante de Plaza. Le energiche cure del dottor Monygham, che fu mandato a chiamare in tutta fretta «sulla montagna» e galoppò per tre leghe nel buio, salvarono Don José da un pericoloso attacco di itterizia.
Dopo aver superato lo choc, Don José rifiutò di cedere alla prostrazione. In verità, sulle prime giunsero notizie migliori. La rivolta nella capitale era stata soffocata dopo una notte di combattimenti per le strade. Sfortunatamente, entrambi i Montero erano riusciti a fuggire al Sud, nella loro provincia natale di Entre-Montes. L’eroe della marcia nella foresta, il vincitore di Río Seco, era stato accolto con frenetiche acclamazioni a Nicoya, la capitale provinciale. Le truppe della guarnigione locale erano passate dalla sua parte in blocco. I fratelli stavano organizzando un esercito, raccogliendo gli scontenti, inviando fra la gente emissari imbeccati con bugie politiche e con promesse di ricchi bottini per i selvaggi llaneros. Era nata persino una stampa monterista, che parlava profeticamente dell’appoggio promesso in segreto dalla «Repubblica del Nord, nostra grande sorella» contro le sinistre mire espansionistiche delle potenze europee, e malediceva in ogni edizione il «miserabile Ribiera», che aveva tramato di consegnare il suo paese, legato mani e piedi, in preda agli speculatori stranieri.
Sulaco, sonnolenta e pastorale, con il suo opulento Campo e la sua ricca miniera d’argento, udiva a tratti il fracasso delle armi nel suo beato isolamento. Nondimeno si trovava proprio sulla prima linea difensiva con uomini e mezzi; ma le notizie vi giungevano per vie traverse – addirittura dall’estero, talmente era tagliata fuori dal resto della Repubblica, non soltanto da ostacoli naturali, ma anche dalle vicissitudini della guerra. I monteristi stavano assediando Cayta, un importante nodo postale. I corrieri non valicavano più le montagne e nessun mulattiere era più disposto a rischiare il viaggio; persino Bonifacio in un’occasione non fece ritorno da Santa Marta, timoroso di partire o forse catturato dalle bande nemiche che scorrazzavano per il paese fra la Cordillera e la capitale. Comunque, le pubblicazioni monteriste riuscivano misteriosamente a entrare nella provincia; e anche gli emissari monteristi che predicavano morte agli aristocratici nei villaggi e nelle città del Campo. Nei primissimi tempi, all’inizio dei tumulti, Hernandez, il bandito, aveva proposto (tramite un vecchio prete di un villaggio dell’interno) di consegnare due di loro alle autorità ribieriste a Tonoro. Erano venuti a offrirgli il perdono e il grado di colonnello da parte del generale Montero se accettava di unirsi all’esercito ribelle con la sua banda a cavallo. Al momento la proposta non venne presa in considerazione. Era accompagnata, come prova di buona fede, da una petizione che chiedeva all’Assemblea di Sulaco il permesso di arruolarsi con tutti i suoi seguaci nelle forze reclutate per la difesa del Mandato Quinquennale di rigenerazione. La petizione, come tutto il resto, era arrivata nelle mani di Don José. Egli aveva mostrato alla signora Gould i fogli di ruvida carta grigiastra (forse rubata in qualche emporio di paese), coperti con la calligrafia contorta, stentata del vecchio prete prelevato di peso dalla sua capanna accanto a una chiesa con le pareti di fango per fare da segretario al temuto Salteador. Alla luce delle lampade nel salotto dei Gould, si erano chinati entrambi sul documento contenente il truce eppure umile appello dell’uomo contro la cieca e stupida barbarie che aveva trasformato un onesto ranchero in un bandito. Un poscritto del prete dichiarava che, pur essendo stato privato della libertà per dieci giorni, era stato trattato con umanità e con il rispetto dovuto al suo santo ministero. Apparentemente, aveva confessato e assolto il capo e gran parte della banda e garantiva la sincerità della loro buona disposizione. Aveva distribuito pesanti penitenze, senza dubbio sotto forma di litanie e digiuni; ma osservava acutamente che sarebbe stato difficile per loro riconciliarsi durevolmente con Dio finché non facevano pace con gli uomini.
Forse, la testa di Hernandez non aveva mai corso minor pericolo di quando egli chiese umilmente il permesso di comprare il perdono per sé e per la sua banda di disertori arruolandosi nell’esercito. Poteva vagare a suo piacimento lontano dalle terre incolte che proteggevano la sua roccaforte, perché non c’erano più truppe in tutta la provincia. La normale guarnigione di Sulaco era andata a sud a combattere, con la fanfara che suonava la «Marcia Bolívar» sul ponte di uno dei vapori della O.S.N. Le carrozze delle grandi famiglie allineate lungo il fronte del porto oscillavano sulle alte molle di cuoio per l’entusiasmo delle señoras e delle señoritas che, ritte in piedi, agitavano i fazzoletti di pizzo, mentre le chiatte cariche di truppe scostavano una dopo l’altra dalla banchina.
Nostromo dirigeva l’imbarco, sotto la supervisione del capitano Mitchell, con il volto arrossato dal sole e un vistoso gilè bianco, in rappresentanza del concorde e ansioso appoggio di tutti gli interessi materiali della civiltà. Partendo, il generale Barrios, che comandava le truppe, assicurò a Don José che entro tre settimane Montero sarebbe stato rinchiuso in una gabbia di legno trainata da tre coppie di buoi e portato in giro per tutte le città della Repubblica.
«E poi, señora», continuò, scoprendosi la grigia testa ricciuta in segno di omaggio alla signora Gould nel suo landò, «poi, señora, trasformeremo le nostre spade in aratri e diventeremo ricchi. Io stesso, appena sistemata questa piccola faccenda, aprirò una fundación in un appezzamento di terreno che possiedo nei llanos e tenterò di fare un po’ di soldi in pace e tranquillità. Señora, lei sa, tutto il Costaguana sa – che dico? – tutto il continente sudamericano sa che Pablo Barrios è sazio di gloria militare».
Charles Gould non era presente all’ansioso e patriottico congedo. Non toccava a lui assistere all’imbarco dei soldati. Non faceva parte dei suoi compiti, né delle sue inclinazioni, né della sua politica, che erano tutti uniti nello sforzo di mantenere inalterato il flusso di metallo prezioso che aveva fatto scaturire dalla ferita riaperta nel fianco della montagna. A mano a mano che la miniera si sviluppava, aveva addestrato gente locale per aiutarlo. C’erano capisquadra, artificieri e impiegati, con Don Pepe come gobernador della popolazione mineraria. Per il resto, le sue spalle sostenevano da sole l’intero peso dell’Imperium in Imperio, la grande Concessione Gould, la cui semplice ombra era bastata per schiacciare la vita di suo padre.
La signora Gould non aveva una miniera d’argento di cui occuparsi. Nella gestione generale della Concessione Gould, era rappresentata dai suoi due luogotenenti, il medico e il prete, ma il suo amore femminile per l’eccitazione si nutriva di eventi il cui significato era purificato per lei dal fuoco del suo fantasioso proposito. Quel giorno aveva portato gli Avellanos, padre e figlia, giù al porto con lei.
Fra le sue altre attività in quel periodo turbolento, Don José era diventato presidente di un Comitato patriottico che aveva armato una grande parte delle truppe della guarnigione di Sulaco con un modello perfezionato di fucile, appena scartato da una delle grandi potenze europee a favore di un’arma ancora più micidiale. Quale aliquota del prezzo di mercato per armi di seconda mano fosse stata coperta dai contributi volontari delle principali famiglie e quale provenisse dai fondi di cui risultava che Don José disponesse all’estero, rimaneva un segreto che lui solo avrebbe potuto svelare; comunque i ricos, come li chiamava il popolino, avevano contribuito, trascinati dall’eloquenza del loro Nestore. Alcune delle signore più entusiaste erano state indotte a deporre i loro gioielli nelle mani dell’uomo che era la vita e l’anima del partito.
C’erano momenti in cui la sua vita e la sua anima sembravano sfinite da tanti anni di tenace fede nella rigenerazione. Pareva quasi inanimato, mentre sedeva rigidamente accanto alla signora Gould nel landò, con il vecchio, aristocratico viso ben rasato di un colore uniforme come se fosse stato modellato nella cera gialla, ombreggiato da un morbido cappello di feltro, gli occhi scuri fissi nel vuoto. Antonia, la bellissima Antonia, come veniva chiamata la signorina Avellanos a Sulaco, stava appoggiata al sedile, di fronte a loro; e la sua figura formosa, il grave volto ovale con le turgide labbra rosse, la facevano sembrare più matura della signora Gould, con la sua espressione mobile e la figura minuta, eretta sotto il parasole che ondeggiava appena.
Antonia accompagnava suo padre ogni volta che poteva; la sua risaputa devozione attenuava l’effetto scioccante del suo disprezzo per le rigide convenzioni che regolavano la vita delle ragazze ispano-americane. E, in verità, non c’era più nulla di fanciullesco in lei. Si diceva che spesso scrivesse i documenti di Stato sotto la dettatura di suo padre e avesse il permesso di leggere tutti i libri della biblioteca paterna. Ai ricevimenti – dove la situazione era salvata dalla presenza di una vecchia signora decrepita (parente dei Corbélan), completamente sorda e immobile su una poltrona – Antonia poteva tenere testa a due o tre uomini insieme in una discussione. Ovviamente non era tipo da accontentarsi di sbirciare attraverso una finestra sbarrata la figura imbacuccata di un innamorato nascosto in un portone di fronte – che è la forma corretta di corteggiamento in Costaguana. Era opinione generale che con la sua educazione e le sue idee straniere, la colta e orgogliosa Antonia non si sarebbe mai sposata – a meno che non sposasse un europeo o un nordamericano, ora che Sulaco sembrava sul punto di essere invasa dal mondo intero.
Capitolo terzo
Quando il generale Barrios si fermò a parlare con la signora Gould, Antonia sollevò negligentemente la mano che stringeva un ventaglio aperto, come per riparare dal sole la testa avvolta in un leggero scialle di pizzo. Lo sguardo limpido dei suoi occhi azzurri, scivolando sotto la frangia delle ciglia nere, si soffermò un momento su suo padre, poi si spostò verso la figura di un giovanotto al massimo trentenne, di media statura, piuttosto tarchiato, che indossava un mantello leggero. Poggiando il palmo della mano aperta sul pomo di un sottile bastone da passeggio, la stava fissando da lontano; ma appena si accorse di essere stato notato, si avvicinò calmamente e appoggiò il gomito sullo sportello del landò.
Il colletto della camicia, basso sul collo, la grande cravatta a fiocco, lo stile degli abiti, dal cappello rotondo alle scarpe di vernice, davano un’idea di eleganza francese; ma per il resto era un tipico creolo spagnolo biondo. I baffi morbidi e la riccia barbetta dorata non nascondevano le labbra, rosee, fresche, dall’espressione quasi imbronciata. Il viso pieno, rotondo era di quel bianco caldo, sano dei creoli, che il sole natio non abbronza mai. Martin Decoud si esponeva di rado al sole del Costaguana sotto cui era nato. La sua famiglia si era stabilita da molto tempo a Parigi, dove lui aveva studiato legge e si era dilettato di letteratura, sperando di tanto in tanto, nei momenti di esaltazione, di diventare poeta come l’altro forestiero di sangue spagnolo, José Maria Heredia. In altri momenti aveva accondisceso, per passare il tempo, a scrivere articoli sulle vicende europee per il Semenario, il principale giornale di Santa Marta, che li pubblicava sotto l’intestazione «Dal nostro inviato speciale», sebbene l’identità dell’autore fosse un segreto di Pulcinella. Nel Costaguana, dove si tiene gelosamente il conto dei compatrioti in Europa, tutti sapevano che era «il figlio Decoud», un giovane di talento che aveva fama di frequentare l’alta società. In realtà, era un ozioso boulevardier in contatto con alcuni abili giornalisti, aveva libero accesso in alcune redazioni di giornali ed era il benvenuto nei luoghi di piacere dei membri della stampa. Questa vita, la cui squallida superficialità è coperta dal luccichio della blague universale, come le sciocche buffonate di un arlecchino sono coperte dai lustrini di un costume multicolore, aveva indotto in lui un cosmopolitismo franceseggiante – ma molto poco francese – che in realtà era un arido indifferentismo mascherato da superiorità intellettuale. Soleva dire del suo paese agli amici francesi: «Immaginate un’atmosfera da opéra bouffe in cui il comico intreccio fra finti statisti, briganti ecc. ecc., tutte le loro farsesche ruberie, intrighi e pugnalate accadono sul serio. È terribilmente buffo, il sangue scorre tutto il tempo e gli attori credono di influire sul destino dell’universo. Naturalmente, il governo in generale, qualsiasi governo in qualsiasi paese, è squisitamente comico per una mente acuta; ma noi ispano-americani oltrepassiamo veramente i limiti. Nessun uomo di intelligenza normale può prendere parte agli intrighi di une farce macabre. Tuttavia, questi ribieristi, di cui sentiamo tanto parlare ultimamente, stanno tentando realmente nella loro comica maniera di rendere il paese abitabile e persino di pagare una parte dei suoi debiti. Amici miei, vi consiglio di scrivere tutto il bene che potete sul Señor Ribiera per gentilezza verso i vostri obbligazionisti. Se ciò che apprendo dalle mie lettere è esatto, finalmente c’è davvero qualche possibilità per loro».
E spiegava con burlesca vivacità che cosa rappresentava Don Vincente Ribiera – un ometto triste, oppresso dalle sue buone intenzioni – il significato delle battaglie vinte, chi era Montero (un grotesque vaniteux et féroce) e i termini del nuovo prestito legato allo sviluppo ferroviario e alla colonizzazione di vaste estensioni di terreno in un unico grande progetto finanziario.
E i suoi amici francesi osservavano che evidentemente il giovane Decoud connaissait la question à fond. Un’importante rivista parigina gli commissionò un articolo sulla situazione che lui scrisse in tono serio e con spirito ameno. Poi chiese a uno dei suoi amici intimi:
«Hai letto il mio pezzo sulla rigenerazione del Costaguana – une bonne blague, hein!».
Si immaginava parigino fino alla punta delle dita. Ma lungi dall’essere tale, rischiava di rimanere una specie di amorfo dilettante per tutta la vita. Aveva spinto l’abitudine allo scherno universale fino al punto di non avvertire più gli impulsi genuini della sua natura. Essere improvvisamente scelto come membro esecutivo del comitato patriottico per le armi portatili di Sulaco gli parve il massimo dell’imprevisto, una di quelle mosse fantastiche di cui soltanto i suoi «cari compatrioti» erano capaci.
«È come una tegola in testa. Io – io – membro esecutivo! Questa sì che è nuova! Che cosa ne so io di fucili militari? C’est funambulesque!», esclamò alla sorella preferita; giacché i Decoud – eccetto i vecchi genitori – parlavano francese fra di loro. «E dovresti vedere la lettera confidenziale di spiegazione! Sono ben otto pagine!».
Questa lettera, vergata da Antonia, era firmata da Don José, che si appellava al «giovane e dotato costaguanero» in veste ufficiale e privatamente apriva il suo cuore al brillante figlioccio, uomo ricco e sfaccendato, con ampie relazioni e degno della massima fiducia per via della sua parentela e della sua educazione.
«Il che significa», osservò cinicamente Martin alla sorella, «che non dovrei appropriarmi dei fondi o andare a spifferare tutto al nosto Chargé d’Affaires qui a Parigi».
L’intero affare veniva condotto dietro le spalle del ministro della Guerra, Montero, un membro infido del governo Ribiera, ma difficile da estromettere subito. Non doveva sapere nulla finché le truppe al comando di Barrios non avrebbero avuto in mano il nuovo fucile. Il presidente-dittatore, che si trovava in una posizione molto difficile, era l’unico a conoscenza del segreto.
«Che divertente!», commentò la sorella e confidente di Martin; al che il fratello replicò con l’aria della migliore blague parigina:
«È grandioso! L’idea di quel capo di Stato impegnato, con l’aiuto di privati cittadini, a scavare una fossa sotto i piedi del suo indispensabile ministro della Guerra. No! Siamo impareggiabili!». E rise a crepapelle.
In seguito la sorella fu sorpresa dall’onestà e dall’abilità che egli dimostrò nello svolgimento della sua missione, che le circostanze rendevano delicata e la sua mancanza di una conoscenza specifica rendeva pericolosa. Non aveva mai visto Martin prendersi tanta pena per qualcosa in vita sua.
«Mi diverte», spiegò lui, brevemente. «Sono assediato da un sacco di imbroglioni che tentano di vendermi ogni sorta di armi da fuoco. Sono gentili; mi offrono pranzi costosi; io alimento le loro speranze; è molto divertente. Frattanto, il vero affare viene trattato in tutt’altra sede».
Quando l’affare venne concluso, Martin manifestò improvvisamente l’intenzione di accertarsi de visu che il prezioso carico venisse consegnato regolarmente a Sulaco. Valeva la pena di seguire la burlesca faccenda fino alla fine, pensò. Tirandosi la barbetta bionda, mormorò le sue scuse alla perspicace signorina che (dopo un primo attimo di stupefazione) lo fissò con gli occhi stretti e disse adagio:
«Credo che tu voglia vedere Antonia».
«Quale Antonia?», chiese il boulevardier costaguanero in tono contrariato e sprezzante. Scrollò le spalle e girò sui tacchi. La sorella gli lanciò dietro allegramente:
«L’Antonia che conoscevi quando portava ancora le trecce».
L’aveva conosciuta circa otto anni prima, quando gli Avellanos stavano per lasciare definitivamente l’Europa e lei era una ragazza di sedici anni, alta, giovanilmente austera e con un carattere già così formato da osare di trattare con noncuranza la sua posa di disincantata saggezza. In un’occasione, come se avesse perso la pazienza, gli rinfacciò l’inutilità della sua vita e l’incostanza delle sue opinioni. Lui aveva vent’anni allora, figlio unico, viziato dalla famiglia in adorazione. Questo attacco lo sconcertò talmente che stentò a mantenere il suo atteggiamento di divertita superiorità davanti a quella scolaretta insignificante. Ma l’episodio gli lasciò un’impressione così forte che da quel giorno tutte le amiche delle sue sorelle gli rammentavano Antonia Avellanos per una leggera somiglianza o per la grande forza del contrasto. Era, si disse, una ridicola fatalità. E, naturalmente, fra le notizie che i Decoud ricevevano regolarmente dal Costaguana, il nome dei loro amici Avellanos compariva spesso: l’arresto e l’abominevole trattamento inflitto all’ex ministro, i pericoli e le privazioni sopportate dalla famiglia, il loro ritiro in povertà a Sulaco, la morte della madre.
Il pronunciamiento monterista aveva avuto luogo prima che Martin Decoud arrivasse in Costaguana dopo un lungo viaggio attraverso lo stretto di Magellano su un piroscafo di linea della O.S.N. e poi su un battello costiero della stessa compagnia. Il suo prezioso carico arrivò appena in tempo per trasformare il primo senso di costernazione in un clima di speranza e di risolutezza. Pubblicamente egli fu molto esaltato dalle familias principales. Privatamente Don José, ancora debole e scosso, lo abbracciò con le lacrime agli occhi.
«Sei venuto di persona! Non ci si poteva aspettare di meno da un Decoud. Ahimè! I nostri peggiori timori si sono avverati», gemette affettuosamente. E abbracciò di nuovo il figlioccio. Era giunto veramente il momento per gli uomini intelligenti e coscienziosi di schierarsi in difesa della causa pericolante.
Fu allora che Martin Decoud, il figlio adottivo dell’Europa occidentale, avvertì il totale cambiamento di atmosfera. Si lasciò abbracciare e stette ad ascoltare il padrino senza dire una parola. Era commosso suo malgrado da quella nota di passione e di sofferenza sconosciuta sulla scena più raffinata della politica europea. Ma quando Antonia, alta e severa, avanzando con passo leggero nella penombra della grande sala nuda di casa Avellanos, gli porse la mano (alla sua maniera emancipata) e mormorò: «Sono contenta di vederla, Don Martin», si rese conto che era impossibile dire a queste due persone che aveva progettato di ripartire con il battello il mese prossimo. Don José, frattanto, continuava i suoi elogi. Ogni adesione accresceva la fiducia della gente e, inoltre, quale esempio dava ai giovani in patria il brillante difensore della rigenerazione del paese, l’illustre divulgatore della fede politica del partito nel mondo! Tutti avevano letto il magnifico articolo nella famosa Revue Parisienne. Ora il mondo era informato: e la comparsa dell’autore in questo momento equivaleva a un pubblico atto di fede. Il giovane Decoud si sentì sopraffatto da un senso di impaziente turbamento. Il suo programma era stato quello di tornare in Europa passando dagli Stati Uniti, visitare la California, Yellowstone Park, Chicago, le cascate del Niagara, dare un’occhiata al Canada, fare magari una breve sosta a New York, una più lunga a Newport, usare le sue lettere di presentazione. La stretta di mano di Antonia era così franca, il tono della sua voce così inaspettatamente immutato nella sua calda approvazione, che tutto ciò che egli riuscì a dire dopo un profondo inchino fu:
«Vi sono indicibilmente grato per la vostra accoglienza; ma perché sentite il bisogno di ringraziare un uomo per essere tornato nel suo paese natale? Sono certo che Doña Antonia non la pensa così».
«Certamente no, señor», disse lei con la tranquilla franchezza che caratterizzava tutti i suoi discorsi. «Ma quando ritorna, come lei, si può esserne lieti – per entrambi».
Martin Decoud non disse nulla dei suoi piani. Non soltanto non ne fece parola con nessuno, ma appena quindici giorni dopo chiese alla padrona di Casa Gould (dove era stato, naturalmente, ricevuto subito), sporgendosi avanti sulla sedia in atteggiamento di garbata familiarità, se non notasse in lui quel giorno un netto cambiamento: un’aria, spiegò, di maggiore serietà. Al che la signora Gould girò il viso verso di lui con un muto sguardo interrogativo negli occhi appena sgranati e l’ombra di un sorriso sulle labbra, una mossa abituale in lei, che gli uomini trovavano affascinante per un non so che di delicatamente affettuoso, di nobilmente disinteressato nella sua pronta e viva attenzione. Infatti, proseguì Decoud imperturbabile, non si sentiva più un ozioso ingombro. Lei aveva davanti agli occhi, le assicurò, il giornalista di Sulaco. La signora Gould guardò subito Antonia, che sedeva eretta nell’angolo di un alto divano spagnolo con la spalliera diritta, agitando lentamente un grande ventaglio nero contro le curve della sua bella figura, le punte dei piedi incrociati che spuntavano dall’orlo della gonna nera. Anche gli occhi di Decoud rimasero fissi su di lei, mentre egli aggiungeva a bassa voce che la signorina Avellanos era a conoscenza della sua nuova e inattesa vocazione, che nel Costaguana era generalmente riservata ai negri semianalfabeti e agli avvocati spiantati. Poi, sostenendo con una sorta di cortese sfrontatezza lo sguardo della signora Gould, ora rivolto con simpatia verso di lui, pronunciò le parole: «Pro patria!».
Era avvenuto che lui aveva ceduto tutto a un tratto alle insistenti suppliche di Don José perché assumesse la direzione di un giornale che «esprimesse le aspirazioni della provincia». Era un’idea che Don José caldeggiava da tempo. Le necessarie attrezzature (su scala ridotta) e un grosso carico di carta erano arrivati dall’America qualche tempo prima; mancava solo l’uomo giusto. Persino il Señor Moraga a Santa Marta non era riuscito a trovarlo e la faccenda si stava facendo pressante; un giornale era assolutamente necessario per contrastare gli effetti delle menzogne diffuse dalla stampa monterista; le atroci calunnie, gli appelli al popolo per incitarlo a sollevarsi impugnando i coltelli e ad annientare una volta per tutte i Blancos, questi residui gotici, queste sinistre mummie, questi impotenti paraliticos, che complottavano con gli stranieri per appropriarsi delle terre e ridurre il popolo in schiavitù.
Il clamore di questo «liberalismo negro» spaventava il Señor Avellanos. Un giornale era l’unico rimedio. E ora che era stato trovato l’uomo giusto nella persona di Decoud, una scritta a grandi lettere nere apparve fra le finestre sopra il porticato di una casa sulla Plaza, vicino al grande emporio di Anzani, dove si vendevano scarpe, sete, ferramenta, mussole, giocattoli di legno, minuscole gambe, braccia, teste, cuori d’argento (da offrire come ex voto), rosari, champagne, cappelli da donna, medicinali, persino alcuni libri polverosi in brossura e quasi tutti in lingua francese. Le grandi lettere nere formavano le parole «Uffici del Porvenir». Da questi uffici usciva tre volte la settimana il giornale di Martin formato da un solo foglio piegato in due; e Anzani, giallo e mellifluo, che camminava in su e in giù davanti alle molte porte del suo negozio in un largo abito nero e pantofole di feltro, salutava con una profonda inclinazione obliqua del corpo il giornalista di Sulaco che andava avanti e indietro nell’esercizio della sua nobile professione.
Capitolo quarto
Forse era appunto nell’esercizio della sua professione che era venuto ad assistere alla partenza delle truppe. Il prossimo numero del Porvenir avrebbe sicuramente riportato l’evento, ma il suo direttore, appoggiato contro il landò, sembrava fissare astrattamente il vuoto. La prima riga della compagnia di fanteria schierata in tre file sul molo quando veniva stretta troppo da presso puntava ferocemente le baionette con grande fracasso; e la folla di spettatori si ritirava compatta, fin sotto i musi dei grandi muli bianchi. Malgrado la grande moltitudine di gente, si udiva soltanto un sommesso mormorio; la polvere era sospesa nell’aria in una nuvola brunastra, in cui i cavalieri, incastrati qua e là in mezzo alla calca, torreggiavano sopra le teste dai fianchi in su, guardando tutti dalla stessa parte. Quasi ognuno di loro aveva preso un amico in sella, che si reggeva aggrappandosi con entrambe le mani alle spalle del cavaliere; e le tese dei loro cappelli, toccandosi, formavano un unico disco che sosteneva due cupole appuntite con sotto una doppia faccia. Un mozo rauco urlava qualcosa a un amico fra i soldati, o una donna gridava improvvisamente la parola Adiós! seguita da un nome di battesimo maschile.
Il generale Barrios, in una logora giubba azzurra e ampi pantaloni bianchi ricadenti su un paio di bizzarri stivali rossi, era a capo scoperto e stava un po’ curvo, appoggiandosi a un grosso bastone. No! Si era guadagnato sufficiente gloria militare da soddisfare chiunque, ripeté alla signora Gould, sforzandosi al tempo stesso di assumere un atteggiamento galante. Radi ciuffi di peli neri gli pendevano sul labbro superiore; aveva un naso prominente, un lungo mento magro e una benda di seta nera su un occhio. L’altro occhio, piccolo e infossato, ammiccava affabilmente in tutte le direzioni, senza una mira precisa. I pochi spettatori europei, tutti uomini, si erano naturalmente avvicinati alla carrozza dei Gould e i loro volti severi tradivano l’impressione che il generale doveva aver bevuto troppo punch (svedese, importato in bottiglie da Anzani) al Club Amarilla prima di partire al galoppo per il porto con il suo Stato Maggiore. Ma la signora Gould si chinò avanti, composta, ed espresse la convinzione che altra gloria militare attendeva il generale nel prossimo futuro.
«Señora!», protestò lui con impeto, «in nome di Dio, rifletta! Quale gloria può recare a un uomo come me una vittoria su quell’embustero calvo con i baffi tinti?».
Pablo Ignacio Barrios, figlio di un alcalde di paese, generale di divisione, comandante in capo del distretto militare occidentale, non frequentava l’alta società cittadina. Preferiva le riunioni alla buona fra uomini dove poteva raccontare storie di caccia al giaguaro, vantare la sua abilità con il lasso con cui era in grado di compiere imprese estremamente difficili che «nessun uomo sposato dovrebbe tentare», come dice il proverbio dei llaneros; descrivere straordinarie galoppate notturne, incontri con tori selvaggi, lotte con coccodrilli, avventure nelle grandi foreste, traversate di fiumi in piena. E non era semplice vanteria quella che dettava le reminiscenze del generale, ma un sincero amore per la vita selvaggia che aveva condotto in gioventù prima di voltare per sempre le spalle al tetto di paglia della toldéria familiare nei boschi. Spingendosi fino in Messico, aveva combattuto contro i francesi a fianco (come diceva lui) di Juarez, ed era l’unico militare del Costaguana che avesse mai incontrato truppe europee sul campo di battaglia. Quel fatto aveva dato grande lustro al suo nome finché non era stato eclissato dall’astro sorgente di Montero. Per tutta la vita era stato un accanito giocatore. Lui stesso alludeva apertamente alla storia corrente di come una volta, durante una campagna (quando comandava una brigata), avesse perduto i cavalli, le pistole e tutto l’equipaggiamento fino alle spalline, giocando a monte con i suoi colonnelli la notte prima della battaglia. Alla fine, aveva mandato sotto scorta la sua spada (una spada con l’elsa d’oro, ricevuta in dono) fino alla città nelle retrovie dove era stata data in pegno per cinquecento pesetas a un negoziante assonnato e tremante di paura. All’alba aveva perduto fino all’ultimo soldo e il suo unico commento, mentre si alzava calmamente, era stato: «Ora andiamo a batterci fino alla morte». Da quella volta aveva capito che un generale poteva benissimo condurre le sue truppe in battaglia con un semplice bastone in mano. «Da allora ho sempre fatto così», soleva dire.
Era sempre oberato di debiti; anche durante i periodi di splendore nelle sue alterne fortune di generale costaguanero, quando occupava alte cariche militari, le sue uniformi guarnite d’oro erano quasi sempre impegnate presso qualche negoziante. E alla fine, per evitare le continue difficoltà di abbigliamento causate dagli ansiosi prestatori, aveva affettato un disprezzo delle decorazioni militari, un’eccentrica preferenza per le vecchie giubbe logore che erano diventati una seconda natura. Ma la fazione a cui aveva aderito Barrios, non doveva temere un tradimento politico da parte sua. Era troppo buon soldato per abbassarsi all’ignobile traffico di comprare e vendere vittorie. Un membro del corpo diplomatico straniero a Santa Marta aveva sentenziato una volta: «Barrios è un uomo di assoluta onestà e anche di un certo talento bellico, mais il manque de tenue». Dopo il trionfo dei ribieristi, aveva ottenuto il comando occidentale ritenuto molto lucroso, soprattutto grazie agli sforzi dei suoi creditori (i negozianti di Santa Marta, tutti grandi politicanti) che, pubblicamente, avevano mosso cielo e terra nel suo interesse e in privato avevano assillato il Señor Moraga, l’influente agente della miniera di San Tomé, con esagerate querimonie, affermando che se il generale fosse stato messo in disparte, «sarebbero stati tutti rovinati». Un occasionale ma favorevole accenno a Barrios nella lunga corrispondenza del signor Gould senior con il figlio aveva contribuito alla sua nomina; ma la ragione principale era senza dubbio la sua provata onestà politica. Nessuno metteva in discussione il coraggio personale dell’ammazza-giaguari, come lo chiamava il popolino. Tuttavia, aveva fama di essere sfortunato sul campo – ma questo doveva essere l’inizio di un’era di pace. I soldati lo amavano per la sua umanità, che era come un fiore strano e prezioso sbocciato inaspettatamente nel focolaio di corrotte rivoluzioni; e quando lui cavalcava lentamente lungo le strade durante una parata militare, lo sprezzante buon umore del suo unico occhio vagante sulla folla suscitava le acclamazioni della plebe. Le donne di quella classe, in particolare, sembravano affascinate dal lungo naso pendente, dal mento appuntito, dal grosso labbro inferiore, dalla benda di seta nera alla corsara legata di traverso sulla fronte. Il suo alto rango richiamava sempre un pubblico di caballeros per le storie di caccia che raccontava molto bene con ingenuo, solenne divertimento. Quanto alla compagnia delle signore, lo infastidivano le restrizioni che imponeva senza alcun contraccambio, per quanto poteva vedere. Aveva parlato forse tre volte in tutto con la signora Gould da quando aveva assunto il suo alto comando; ma l’aveva osservata spesso cavalcare con il Señor Administrador e aveva deciso che c’era più buon senso nella sua mano sinistra che in tutte le teste femminili di Sulaco. Il suo impulso era stato quello di congedarsi con molta cortesia da una donna che non ballonzolava sulla sella e che, guarda caso, era la moglie di un personaggio molto importante per un uomo sempre a corto di soldi. Aveva spinto la sua premura fino a ordinare al suo aiutante di campo (un capitano basso e tarchiato dalla fisionomia tartara) di disporre un caporale con una fila di uomini davanti alla carrozza, in modo che la folla indietreggiando non «disturbasse i muli della señora». Poi, volgendosi al gruppetto di europei silenziosi che osservavano la scena a portata d’orecchio, disse a voce alta:
«Señores, non abbiate timore. Continuate tranquillamente a costruire il vostro Ferro Carril – le vostre ferrovie, i vostri telegrafi. Vostri – c’è abbastanza ricchezza in Costaguana per pagare tutto – altrimenti non sareste qui. Ah! Ah! Non preoccupatevi per questa piccola picardía del mio amico Montero. Fra poco vedrete i suoi baffi tinti dietro le sbarre di una robusta gabbia di legno. Sì, Señores! Non temete nulla, sviluppate il paese, lavorate, lavorate!».
Il gruppetto di ingegneri ricevette questa esortazione senza una parola e dopo averli salutati con altezzoso cenno di mano, il generale si rivolse di nuovo alla signora Gould:
«Questo è ciò che Don José dice che dobbiamo fare. Essere intraprendenti! Lavorare! Diventare ricchi! Mettere in gabbia Montero è compito mio; e quando questa piccola faccenda sarà sistemata, allora, come auspica Don José, diventeremo ricchi, tutti senza eccezione, come tanti inglesi, perché è il denaro che salva un paese, e…».
Ma un giovane ufficiale in una divisa nuova di zecca, arrivando di corsa dalla direzione del porto, interruppe la sua interpretazione degli ideali del Señor Avellanos. Il generale fece un gesto d’impazienza; l’altro continuò a parlargli insistentemente, con aria di rispetto. I cavalli dello Stato Maggiore erano stati imbarcati, la lancia del piroscafo lo attendeva alla banchina; e Barrios, dopo averlo fulminato con uno sguardo truce del suo unico occhio, si accinse a prendere congedo. Don José si alzò per pronunciare meccanicamente una frase appropriata. La terribile tensione della speranza e della paura cominciava a farsi sentire ed egli pareva serbare le ultime scintille del suo ardore per quegli sforzi oratori di cui sarebbe giunta l’eco fino alla lontana Europa. Antonia, le rosse labbra serrate, girò il capo dietro il ventaglio sollevato; e il giovane Decoud, sebbene sentisse su di sé gli occhi della ragazza, continuò a guardare tenacemente altrove, appoggiato sul gomito, con sdegnoso e completo distacco. La signora Gould nascose eroicamente il suo sgomento di fronte a uomini e a eventi così lontani dalle sue convenzioni razziali, uno sgomento troppo profondo per essere espresso a parole persino a suo marito. Ora comprendeva meglio il suo muto riserbo. Il loro rapporto confidenziale avveniva, non nei momenti d’intimità, ma precisamente in pubblico, quando il rapido incrociarsi dei loro sguardi commentava una nuova svolta degli eventi. Si era educata alla sua scuola di cauto silenzio, l’unica possibile dal momento che tante cose che apparivano sconvolgenti, bizzarre e grottesche nel raggiungimento del loro scopo dovevano essere accettate come normali in questo paese. Decisamente, la maestosa Antonia sembrava più matura e infinitamente calma; ma non sarebbe mai stata capace di conciliare gli improvvisi scoramenti con un’amabile mobilità di espressione.
La signora Gould salutò sorridendo Barrios e rivolse un gentile invito circolare agli europei (che si levarono simultaneamente il cappello): «Spero di vedervi tutti fra poco, a casa»; poi disse nervosamente a Decoud: «Salga, Don Martin», e lo udì borbottare fra sé in francese, mentre apriva lo sportello della carrozza: «Le sort en est jeté». Quella frase le causò una sorta di esasperazione. Nessuno meglio di lui avrebbe dovuto sapere che i dadi erano già stati tratti da molto tempo in una partita disperata. Acclamazioni lontane, ordini urlati e un rullo di tamburi sulla banchina salutarono la partenza del generale. Lei ebbe una specie di leggero mancamento e fissò con sguardo inespressivo il volto di Antonia, chiedendosi che cosa sarebbe successo a Charley se quell’assurdo uomo avesse fallito. «A la casa, Ignacio», gridò all’ampia schiena immobile del cocchiere, che raccolse le redini senza fretta, borbottando sottovoce: «Sì, la casa. Sì, sì, niña».
La carrozza procedeva silenziosamente sulla strada morbida, le ombre si allungavano sulla piccola pianura polverosa disseminata di cespugli scuri, cumuli di terra smossa, basse costruzioni di legno con i tetti di lamiera della Compagnia ferroviaria; la fila rada di pali telegrafici si stendeva in diagonale alla periferia della città, portando un solo filo quasi invisibile lontano, nel grande Campo: come un sottile, vibrante tentacolo di quel progresso che attendeva un momento di pace per insinuarsi nel paese e attorcigliarsi intorno al suo cuore stanco.
La vetrina del caffè dell’Albergo d’Italia Una era piena di volti di ferrovieri irsuti, bruciati dal sole. Ma dall’altro lato della casa, quello riservato ai signori inglesi, il vecchio Giorgio, sulla soglia della porta con le figlie ai fianchi, si scoprì la testa arruffata, bianca come le nevi dell’Higuerota. La signora Gould fece fermare la carrozza. Non mancava quasi mai di parlare con il suo protetto; inoltre, l’eccitazione, il caldo e la polvere le avevano messo sete. Chiese un bicchiere d’acqua. Giorgio mandò le ragazze a prenderlo dentro casa e si avvicinò alla carrozza con il piacere dipinto sul viso ruvido. Non aveva spesso occasione di vedere la sua benefattrice, che era anche inglese: un altro motivo di riguardo. Chiese scusa per sua moglie. Era una brutta giornata: le sue oppressioni, spiegò battendosi l’ampio petto. Quel giorno non poteva muoversi dalla sedia.
Decoud, rincantucciato nell’angolo del sedile, osservò cupamente il vecchio rivoluzionario, poi chiese, brusco:
«Be’, che cosa ne pensi di tutto questo, garibaldino?».
Il vecchio Giorgio, guardandolo con un po’ di curiosità, rispose educatamente che le truppe avevano marciato molto bene. Barrios il guercio e i suoi ufficiali avevano fatto miracoli con le reclute in così poco tempo. Quegli indios, presi solo l’altro giorno, erano sfilati a passo di corsa, come bersaglieri; avevano anche l’aria ben nutrita e uniformi complete. «Uniformi!», ripeté con un mezzo sorriso di compatimento. Un’espressione di cupa reminiscenza apparve nei suoi occhi fermi, penetranti. Era diverso alla sua epoca quando gli uomini combattevano contro la tirannide, nelle foreste del Brasile o nelle pianure dell’Uruguay, nutrendosi soltanto di carne di bue semicruda senza sale, mezzi nudi, spesso armati unicamente di un coltello legato a un bastone. «Eppure riuscivamo quasi sempre a sconfiggere l’oppressore», concluse orgogliosamente.
La sua animazione si spense; fece un leggero gesto di scoraggiamento con la mano; ma aggiunse che aveva chiesto a uno dei sergenti di mostrargli il nuovo fucile. Non esisteva un’arma del genere ai suoi tempi; e se Barrios non riusciva a…
«Sì, sì», intervenne Don José, quasi tremando di impazienza. «Siamo salvi. Il bravo Señor Viola è un uomo d’esperienza. Assolutamente micidiale, non è vero? Hai svolto la tua missione a meraviglia, mio caro Martin».
Decoud, adagiandosi indietro imbronciato, contemplò il vecchio Viola.
«Ah, sì. Un uomo d’esperienza. Ma lei da che parte sta, realmente, in cuor suo?».
La signora Gould si chinò verso le ragazze. Linda aveva portato un bicchiere d’acqua su un vassoio, con estrema cura; Giselle le offrì un mazzo di fiori raccolti in fretta.
«Dalla parte del popolo», dichiarò severamente il vecchio Viola.
«Siamo tutti dalla parte del popolo, alla fine».
«Sì», borbottò il vecchio Viola, aspramente. «E nel frattempo loro combattono per voi. Ciechi. Esclavos!».
In quel momento il giovane Scarfe, che lavorava alla ferrovia, emerse dalla porta dell’ala riservata ai signori inglesi. Era venuto al quartier generale da un punto della linea in costruzione su una locomotiva leggera e aveva avuto appena il tempo di fare un bagno e di cambiarsi d’abito. Era un simpatico ragazzo e la signora Gould gli dette il benvenuto.
«È una deliziosa sorpresa vederla, signora Gould. Sono appena sceso in città. La solita fortuna. Ho mancato tutto, naturalmente. La manifestazione è appena terminata e ho saputo che c’è stato un grande ballo a casa di Don Juste Lopez ieri sera. È vero?»
«I giovani patrizi», cominciò a un tratto Decoud nel suo inglese preciso, «hanno effettivamente ballato prima di partire per la guerra con Magno Pompeo».
Il giovane Scarfe lo fissò, stupefatto. «Non vi conoscete», intervenne la signora Gould. «Il signor Decoud – il signor Scarfe».
«Ah! Ma noi non andiamo a Farsalo», protestò Don José, con fretta nervosa, pure in inglese. «Non dovresti scherzare così, Martin».
Il petto di Antonia si alzò e si abbassò in un profondo respiro. Il giovane ingegnere brancolava nel buio. «Pompeo che?», borbottò, vagamente.
«Fortunatamente, Montero non è un Cesare», proseguì Decoud. «I due Montero messi insieme non farebbero una decente parodia di un Cesare». Incrociò le braccia sul petto, guardando il Señor Avellanos, che era tornato alla sua immobilità. «Soltanto lei, Don José, è un vero romano antico – Vir Romanus – eloquente e inflessibile».
Da quando aveva udito pronunciare il nome di Montero, il giovane Scarfe era stato ansioso di esprimere i suoi semplici sentimenti. Con voce alta e giovanile si augurò che questo Montero venisse battuto ed eliminato una volta per tutte. Chissà che cosa sarebbe successo alla ferrovia se la rivoluzione avesse avuto la meglio. Forse avrebbe dovuto essere abbandonata. Non sarebbe stata la prima ferrovia andata in malora in Costaguana. «Sapete, è uno dei loro cosiddetti casi nazionali», continuò, arricciando il naso come se la parola suonasse sospetta alla sua profonda esperienza di faccende sudamericane. E, naturalmente, proseguì con vivacità, era stato un tale colpo di fortuna alla sua età avere l’opportunità di lavorare a «un progetto così grosso, sapete». Gli avrebbe dato un vantaggio su una quantità di gente per tutta la vita, asserì. «Perciò, abbasso Montero!, signora Gould». Il suo sorriso spontaneo si spense lentamente davanti all’unanime serietà delle facce rivolte verso di lui; soltanto quel «vecchio signore», Don José, presentando un profilo immobile, cereo, fissava dinanzi a sé come se fosse sordo. Scarfe non conosceva molto bene gli Avellanos. Non davano balli e Antonia non appariva mai a una finestra del pianterreno, come altre signorine usavano fare sotto l’occhio vigile di donne più anziane, per conversare con i caballeros nella calle. Gli sguardi severi di queste creole non avevano molta importanza; ma che cosa diavolo era preso alla signora Gould? Disse: «Avanti, Ignacio» e lo salutò piegando lentamente il capo. Scarfe udì quel tizio con la faccia rotonda e le arie da francese fare una breve risata. Diventò tutto rosso e si volse a Giorgio Viola, che si era tirato indietro con le figlie, cappello in mano.
«Fra poco mi servirà un cavallo», disse al vecchio con una certa asprezza.
«Sì, señor. Ci sono tanti cavalli», mormorò il garibaldino, lisciando distrattamente con le mani scure le teste, una bruna con riflessi bronzei, l’altra bionda con sfumature ramate, delle due ragazzine accanto a lui. La fiumana di spettatori di ritorno dal porto sollevava un grande polverone nella strada. Uomini a cavallo notarono il gruppo. «Andate da vostra madre», disse Giorgio. «Loro crescono mentre io invecchio e non c’è nessuno…».
Guardò il giovane ingegnere e si fermò, come se si svegliasse da un sogno; poi, incrociando le braccia sul petto, assunse la sua posizione abituale, appoggiandosi allo stipite della porta con lo sguardo rivolto alla vetta candida dell’Higuerota in lontananza.
Nella carrozza Martin Decoud, cambiando posizione come se non riuscisse a stare comodo, mormorò ondeggiando verso Antonia: «Immagino che mi detesti». Poi a voce alta cominciò a congratularsi con Don José perché tutti gli ingegneri della ferrovia erano ribieristi convinti. L’interesse di tutti quegli stranieri era gratificante. «Ha sentito quello. È un sostenitore illuminato. Fa piacere pensare che la prosperità del Costaguana sia utile al mondo».
«E molto giovane», osservò piano la signora Gould.
«E molto saggio per la sua età», ribatté Decoud. «Ma qui ascoltiamo la nuda verità dalla bocca di quel bambino. Ha ragione, Don José. Le ricchezze naturali del Costaguana sono importanti per l’Europa progressista rappresentata da quel giovane, come trecento anni fa la ricchezza dei nostri antenati spagnoli era un serio obiettivo per il resto dell’Europa – com’è simboleggiato dagli arditi bucanieri. Il nostro carattere è marchiato dalla futilità: Don Chisciotte e Sancho Panza, cavalleria e materialismo, sentimenti altisonanti e supina moralità, sforzi violenti per un ideale e tetra acquiescenza ad ogni forma di corruzione. Sconvolgiamo un continente per conquistare l’indipendenza e diventiamo poi preda passiva di una parodia democratica, vittime impotenti di furfanti e tagliagole, le nostre istituzioni una beffa, le nostre leggi una farsa alla mercé di un Guzman Bento! E siamo scesi così in basso che quando un uomo come lei sveglia la nostra coscienza, uno stupido barbaro come Montero – Gran Dio! Un Montero! – diventa un pericolo mortale e un indio ignorante e vanaglorioso come Barrios è il nostro difensore».
Ma Don José, ignorando l’accusa generale come se non ne avesse udito nemmeno una parola, assunse la difesa di Barrios. L’uomo era abbastanza competente per il suo particolare compito nel piano di campagna. Consisteva in una manovra offensiva, con Cayta come base, contro il fianco delle forze rivoluzionarie avanzanti da sud verso Santa Marta, che era difesa da un’altra armata nelle cui file militava il presidente-dittatore. Don José si animò via via che parlava con sempre maggiore irruenza, sporgendosi ansiosamente sotto lo sguardo fermo della figlia. Decoud, come zittito da tanto ardore, non fiatava. Le campane della città stavano battendo l’ora dell’Oracíon quando la carrozza passò sotto la vecchia porta che si ergeva di fronte al porto come un informe monumento di foglie e pietre. Il fracasso delle ruote sotto l’arco rimbombante fu attraversato da uno strano fischio acuto e Decoud, dal suo sedile posteriore, vide i pedoni che arrancavano dietro la carrozza voltare tutti la testa coperta da un sombrero o da un rebozo per guardare una locomotiva che scomparve rapidamente dietro la casa di Giorgio Viola, sotto una bianca scia di vapore che parve svanire nell’ansimante, istericamente prolungato grido di trionfo quasi guerresco. E fu tutto come una visione fugace: il fantasma fischiante di una locomotiva che spariva oltre l’arco della porta, il moto di sorpresa della gente che tornava da una parata militare con passo silenzioso nella polvere della strada. Era un treno merci proveniente dal Campo e diretto ai depositi recintati. I vagoni vuoti scivolavano leggeri sull’unico binario; non c’era fragore di ruote, vibrazione del terreno. Il macchinista, passando accanto a Casa Viola con un braccio alzato in segno di saluto, ridusse abilmente la velocità prima di entrare nel deposito; e quando lo stridore lacerante dei freni fu cessato, una serie di cozzi ripetuti, violenti, mescolati con il rumore metallico delle chiavarde di agganciamento, echeggiò in un tumulto di colpi e di catene scosse sotto la volta della porta.
Capitolo quinto
La carrozza dei Gould fu la prima a tornare dal porto nella città deserta. Sul vecchio selciato, disposto a disegni, solcato da avvallamenti e cosparso di buche, il corpulento Ignacio, preoccupato per le molle del landò fabbricato a Parigi, aveva messo i muli al passo e Decoud nel suo angolo contemplò accigliato l’aspetto interno della porta. Le tozze torrette laterali sostenevano un massiccio architrave in muratura su cui spuntavano ciuffi d’erba e sulla sommità dell’arco campeggiava uno stemma di pietra grigia pesantemente scolpita, con le armi di Spagna quasi cancellate come in previsione di qualche nuovo simbolo tipico del progresso incalzante.
Il fracasso dei vagoni parve accrescere l’irritazione di Decoud. Mormorò qualcosa fra sé, poi cominciò a parlare a voce alta, in frasi brusche, rabbiose lanciate nel silenzio delle due donne che non lo guardavano affatto; mentre Don José, con la sua carnagione cerea, semitrasparente, ombreggiata dal morbido cappello grigio, ondeggiava un poco ai sobbalzi della carrozza al fianco della signora Gould.
«Questo suono rende di nuovo attuale un’antica verità».
Decoud parlò in francese, forse a causa di Ignacio seduto a cassetta sopra di lui; il vecchio cocchiere, con l’ampia schiena stretta in una corta giacchetta guarnita di galloni d’argento, aveva due grandi orecchi con spessi padiglioni molto sporgenti dalla testa rasata.
«Sì, il rumore fuori dal muro della città è nuovo, ma il principio è vecchio».
Ruminò per un poco la sua scontentezza, poi riprese con un’occhiata di sghembo ad Antonia:
«No, ma immaginate solo i nostri antenati in morione e corsaletto schierati davanti alla porta, e una banda di avventurieri appena sbarcati dalle loro navi nel porto. Ladri, naturalmente. Anche speculatori. Le loro spedizioni, tutte, erano speculazioni di seri e reverendi personaggi in Inghilterra. Questa è storia, come dice sempre quell’assurdo capitano Mitchell».
«Le disposizioni di Mitchell per l’imbarco delle truppe erano eccellenti!», esclamò Don José.
«Quello! – Oh, quello in realtà è opera di quel marinaio genovese! Ma per tornare ai miei rumori: ai vecchi tempi c’erano squilli di trombe fuori da quella porta. Squilli di guerra! Ne sono sicuro. Ho letto da qualche parte che Drake, che era il più grande di questi uomini, usava cenare solo nella sua cabina a bordo della nave al suono di trombe. Allora questa città era piena di ricchezze. Quegli uomini vennero a prenderle. Ora tutto il paese è come una tesoreria e tutta questa gente lo sta invadendo, mentre noi ci scanniamo a vicenda. L’unica cosa che li trattiene è la gelosia reciproca. Ma arriveranno a un accordo un giorno e quando finalmente avremo smesso di litigare e saremo diventati onesti e rispettabili, non ci sarà rimasto più niente per noi. È sempre stato così. Siamo un popolo meraviglioso, ma è sempre stato il nostro destino quello di essere», non disse derubati, ma aggiunse dopo una pausa, «sfruttati!».
La signora Gould disse: «Oh, questo è ingiusto!». E Antonia interloquì: «Non rispondergli, Emilia. Ce l’ha con me».
«Non penserà sicuramente che ce l’abbia con Don Carlos!», replicò Decoud.
Poi la carrozza si fermò davanti alla porta di Casa Gould. Il giovanotto offrì la mano alle signore, che entrarono insieme per prime; Don José camminò al fianco di Decoud e il vecchio portinaio gottoso li seguì zoppicando con dei mantelli leggeri sul braccio.
Don José infilò la mano sotto il braccio del giornalista di Sulaco.
«Il Porvenir deve pubblicare un lungo articolo ottimista su Barrios e l’invincibilità del suo esercito di Cayta! Bisogna sostenere il morale del paese. Dobbiamo telegrafare resoconti incoraggianti in Europa e negli Stati Uniti per mantenere un’impressione favorevole all’estero».
Decoud mormorò: «Oh, sì, dobbiamo confortare i nostri amici speculatori».
La lunga galleria aperta era in ombra, con il suo schermo di piante in vaso sulla balaustra, adorne di fiori immobili, e tutte le porte a vetri dei salotti spalancate. Un tintinnio di speroni si spense in fondo al corridoio.
Basilio, facendosi da parte contro il muro, disse sottovoce alle signore che passavano: «Il Señor Administrador è appena tornato dalla montagna».
Nella grande sala, con gruppi di mobili spagnoli antichi ed europei moderni disposti come a formare vari centri sotto l’alto soffitto bianco, il servizio da tè d’argento e porcellana brillava in mezzo a un cerchio di seggioline che aggiungevano una nota di delicatezza femminile e intima, come l’angolo del boudoir di una signora.
Don José nella sua sedia a dondolo appoggiò il cappello in grembo e Decoud camminò in su e in giù per l’intera lunghezza della stanza, passando fra tavoli carichi di ninnoli e quasi nascosti dietro le alte spalliere dei divani di pelle. Pensava al viso irritato di Antonia; era sicuro di fare pace con lei. Non era rimasto a Sulaco per litigare con Antonia.
Martin Decoud era in collera con se stesso. Tutto ciò che vedeva e udiva intorno a lui esasperava le opinioni preconcette della sua civiltà europea. Contemplare le rivoluzioni dai lontani boulevard parigini era tutta un’altra faccenda. Qui sul posto era impossibile liquidare la loro tragica commedia con l’espressione: «Quelle farce!».
La realtà dell’azione politica, così com’era, sembrava più vicina ed era resa più amara dalla fede di Antonia nella causa. La sua crudezza lo feriva. Era sorpreso della propria sensibilità.
“Devo essere più costaguanero di quanto ritenessi possibile”, pensò fra sé.
Il suo disprezzo cresceva come una reazione del suo scetticismo contro l’azione a cui era costretto dalla sua infatuazione per Antonia. Si consolava dicendosi che non era un patriota, ma un innamorato.
Le signore entrarono nella sala senza cappello e la signora Gould si sedette in una seggiolina bassa davanti al piccolo tavolo da tè. Come sempre all’ora delle visite, Antonia si accomodò nell’angolo di un divano di pelle, con un atteggiamento di rigida grazia e un ventaglio in mano. Decoud, deviando dal suo cammino in linea retta, venne ad appoggiarsi all’alta spalliera del sedile.
Le parlò lungamente all’orecchio da dietro, a voce bassa, con un mezzo sorriso e un’aria di contrita familiarità. Il ventaglio giaceva semiabbandonato sulle ginocchia di lei che evitava di guardarlo. Il suo rapido parlottare divenne sempre più insistente e carezzevole. Alla fine lui azzardò una lieve risata.
«No, veramente. Deve perdonarmi. Talvolta bisogna essere seri». Fece una pausa. Lei girò un poco la testa; i suoi occhi azzurri leggermente sollevati scivolarono lentamente verso di lui, addolciti e interrogatori.
«Non mi prenderà mica sul serio quando definisco Montero “una gran bestia” ogni secondo giorno nel Porvenir? Quella non è un’occupazione seria. Nessuna occupazione è seria, neppure quando una pallottola nel cuore è la punizione per il fallimento!».
La mano di lei strinse il ventaglio.
«Un po’ di ragione, capisce, voglio dire un po’ di buon senso può entrare nel ragionamento; un bagliore di verità. Intendo una verità efficace, per cui non c’è posto nella politica e nel giornalismo. Si è dato il caso che abbia detto quello che pensavo. E lei è in collera! Se mi fa la gentilezza di riflettere un momento, si renderà conto che ho parlato da patriota».
Lei aprì le labbra rosse per la prima volta, non senza dolcezza.
«Sì, ma non guarda mai allo scopo. Gli uomini devono essere usati come sono. Immagino che nessuno sia realmente disinteressato, eccetto, forse, lei, Don Martin».
«Dio ce ne scampi! È l’ultima cosa che vorrei lei pensasse di me», disse in tono leggero e tacque.
Lei cominciò a farsi vento con un movimento lento senza alzare la mano. Dopo un poco lui sussurrò appassionatamente:
«Antonia!».
Lei sorrise e tese la mano alla maniera inglese a Charles Gould che si stava inchinando davanti a lei; mentre Decoud, i gomiti appoggiati sulla spalliera del divano, abbassava gli occhi e mormorava: «Bonjour».
Il Señor Administrador della miniera di San Tomé si chinò sulla moglie per un momento. Scambiarono poche parole, di cui si udì soltanto la frase «il più vivo entusiasmo», pronunciata dalla signora Gould.
«Sì», cominciò Decoud in un bisbiglio, «persino lui!».
«Questa è pura calunnia», disse Antonia, non molto severamente.
«Gli chieda di gettare la sua miniera nel crogiolo per la grande causa», bisbigliò Decoud.
Don José aveva alzato la voce. Si strofinò le mani soddisfatto. L’eccellente aspetto delle truppe e la grande quantità di nuovi fucili micidiali a tracolla di quegli uomini coraggiosi parevano colmarlo di estatica fiducia.
Charles Gould, molto alto e magro davanti alla sua sedia, ascoltava, ma il suo viso non rivelava nulla, eccetto una gentile e deferente attenzione.
Frattanto Antonia si era alzata e, attraversando la stanza, era andata a guardare fuori da una delle tre grandi finestre affacciate sulla strada. Decoud la seguì. La finestra era spalancata ed egli si appoggiò allo sguincio del muro. Le lunghe pieghe della tenda di damasco, che scendevano dritte dalla larga cornice di ottone, lo nascondevano in parte dall’interno della stanza. Incrociò le braccia sul petto e fissò il profilo di Antonia.
La gente che tornava dal porto affollava i marciapiedi; lo strofinio di sandali e un sommesso brusio di voci giungevano fino alla finestra. Di tanto in tanto una carrozza percorreva lentamente il selciato sconnesso della Calle de la Constitucíon. Non c’erano molte carrozze private a Sulaco; all’ora più affollata sull’Alameda si potevano contare con un’occhiata. Le grandi arche di famiglia ondeggiavano sulle alte molle di cuoio, piene di graziosi volti incipriati in cui gli occhi sembravano intensamente vivi e neri. E prima passò Don Juste Lopez, presidente dell’Assemblea provinciale, con le tre deliziose figlie, solenne in una redingote nera e cravatta bianca inamidata, come quando dirigeva un dibattito dal suo alto seggio. Sebbene tutti alzassero gli occhi, Antonia non fece il solito gesto di saluto con la mano e loro finsero di non vedere i due giovani costaguaneri con modi europei, le cui eccentricità venivano discusse dietro le finestre sbarrate delle prime famiglie di Sulaco. Poi fu la volta della Señora Gavilaso de Valdes, una vedova bella e dignitosa, in una grande carrozza che usava per andare avanti e indietro dalla sua casa di campagna, circondata da una scorta di uomini armati in abiti di pelle e grandi sombreri, con le carabine appese agli arcioni. Era una donna di ottima famiglia, orgogliosa, ricca e buona. Il suo secondogenito, Jaime, era appena partito con lo Stato Maggiore di Barrios. Il maggiore, uno scioperato di indole ombrosa, riempiva Sulaco con gli echi delle sue sregolatezze e giocava forte al circolo. I due ragazzi più giovani, con le coccarde gialle dei ribieristi sui berretti, erano seduti nel sedile davanti. Anche lei finse di non vedere il Señor Decoud che conversava in pubblico con Antonia a dispetto di ogni convenzione. E non era nemmeno il suo novio per quel che si sapeva! Sebbene, anche in quel caso, sarebbe stato abbastanza scandaloso. Ma la vecchia dama, rispettata e ammirata dalle prime famiglie, sarebbe stata ancora più scandalizzata se avesse udito le parole che i due si stavano scambiando.
«Ha detto che ho perso di vista lo scopo? Ne ho uno solo al mondo».
Lei fece un cenno negativo quasi impercettibile con il capo, continuando a fissare attraverso la strada la casa degli Avellanos, grigia, cadente, con le sbarre di ferro alle finestre come una prigione.
«E sarebbe così facile raggiungere questo scopo», egli proseguì, «che, consapevolmente o no, ho sempre avuto nel cuore – fin dal giorno in cui lei mi umiliò così crudelmente una volta a Parigi, ricorda».
Un lieve sorriso parve piegare l’angolo del labbro roseo dalla sua parte.
«Sa che era una persona terribile, una specie di Carlotta Corday in abito di scolaretta; un’accanita patriota. Immagino che avrebbe voluto piantare un coltello in petto a Guzman Bento?».
Lei lo interruppe. «Mi fa troppo onore».
«Comunque», egli disse, assumendo improvvisamente un tono di amara leggerezza, «mi avrebbe mandato a pugnalarlo senza rimorsi».
«Ah, par exemple!», ella mormorò in tono scandalizzato.
«Be’», osservò lui scherzosamente, «mi tiene qui a scrivere sciocchezze micidiali. Micidiali per me! Hanno già ucciso il mio amor proprio. E può immaginare», continuò in tono ironico, «che Montero, se dovesse avere la meglio, si prenderebbe la rivincita su di me nell’unica maniera in cui un bruto come lui può farlo nei confronti di un uomo intelligente che si degna di chiamarlo una gran bestia tre volte la settimana. È una specie di morte intellettuale; ma c’è l’altra in agguato per un giornalista del mio talento».
«Se avrà la meglio!», disse Antonia, pensierosa.
«Sembra contenta di vedere la mia vita appesa a un filo», replicò Decoud con un largo sorriso. «E l’altro Montero, il “mio fidato fratello” dei proclami, il guerrigliero – non ho forse scritto che prendeva i mantelli degli ospiti e cambiava i piatti alla nostra legazione di Parigi mentre spiava i nostri rifugiati all’epoca di Rojas? Laverà quella sacra verità col sangue. Col mio sangue! Perché quell’aria infastidita? È semplicemente un pezzo della biografia di uno dei nostri grandi uomini. Che cosa crede che mi farà? C’è il muro di un certo convento dietro l’angolo della Plaza, di fronte all’ingresso dell’arena. Sa? Di fronte alla porta con la scritta Intrada de la Sombra. Appropriata, forse! È lì che lo zio del nostro ospite rese la sua anima anglo-sudamericana. E, noti, sarebbe potuto fuggire. Un uomo che ha combattuto con le armi può fuggire. Avrebbe potuto lasciarmi andare con Barrios, se avesse tenuto a me. Avrei portato uno di quei fucili, in cui crede Don José, con la massima soddisfazione, fra le file dei poveri peones e indios che non sanno nulla di ragione o di politica. La più vana speranza nell’esercito più miserabile del mondo sarebbe stata più sicura di quella per cui mi ha fatto rimanere qui. Quando fai la guerra puoi ritirarti, ma non quando passi il tuo tempo a incitare dei poveri idioti ignoranti a uccidere e a morire».
Il suo tono rimaneva leggero e come ignara della sua presenza, lei stava immobile, le mani appena giunte, il ventaglio pendente dalle dita intrecciate. Lui attese un poco, quindi:
«Sarò messo al muro», disse con una sorta di scherzosa disperazione.
Nemmeno quella dichiarazione la indusse a guardarlo. La sua testa rimase ferma, gli occhi fissi sulla casa degli Avellanos con le colonne scheggiate, i cornicioni rotti, tutta la degradazione della dignità ormai nascosta dal buio che si addensava nella strada. Nell’intera figura di lei, soltanto le labbra si mossero, formando le parole:
«Martin, lei mi farà piangere».
Egli rimase un minuto in silenzio, sorpreso, quasi sopraffatto da una sorta di attonita felicità, con le linee del sorriso beffardo ancora stampate intorno alla bocca e uno stupore incredulo negli occhi. Il valore di una frase sta nella personalità di chi la pronuncia, giacché niente di nuovo può essere detto da un uomo o da una donna; e quelle erano le ultime parole, sembrava a lui, che Antonia avrebbe potuto dire. Non si era mai riconciliato così completamente con lei in tutto il corso dei loro brevi incontri; ma prima ancora che ella avesse il tempo di voltarsi verso di lui, lentamente, con una rigida grazia, egli cominciò a implorare:
«Mia sorella non aspetta altro che di abbracciarla. Mio padre è fuori di sé dalla gioia. Per non parlare di mia madre! Le nostre madri erano come sorelle. La settimana prossima parte il postale per il Sud – andiamo. Quel Moraga è un cretino! Un uomo come Montero è corrotto. È l’uso del paese. È tradizione – è politica. Legga Cinquant’anni di malgoverno».
«Lasci in pace il mio povero papà, Don Martin».
«Provo una grandissima tenerezza per suo padre», cominciò lui in fretta. «Ma amo lei, Antonia! E Moraga ha condotto malissimo questa vicenda. Forse anche suo padre ha sbagliato: non so. Montero era corruttibile. Immagino che volesse soltanto la sua parte di questo famoso prestito per lo sviluppo nazionale. Perché quegli stupidi a Santa Marta non gli hanno affidato una missione in Europa, o qualcosa del genere? Avrebbe preso cinque anni di salario anticipato e avrebbe continuato a oziare a Parigi, quello stupido e feroce indio!».
«L’uomo», disse lei, pensierosa e molto calma di fronte a questo sfogo, «era ebbro di vanità. Avevamo ricevuto tutte le informazioni, non solo da Moraga; anche da altri. C’era anche il fratello che complottava».
«Oh, sì!», disse lui. «Naturalmente lei lo sa. Lei sa tutto. Legge tutta la corrispondenza, scrive tutti i documenti: tutti quei documenti di Stato che vengono suggeriti qui, in questa stanza, in omaggio a una teoria di purezza politica. Non aveva Charles Gould davanti agli occhi? Rey de Sulaco! Lui e la sua miniera sono la dimostrazione pratica di ciò che si sarebbe potuto fare. Crede che lui sia riuscito per la sua fedeltà a un principio di virtù? E tutti quelli della ferrovia, con il loro lavoro onesto! Certo, il loro lavoro è onesto! Ma se non si potesse lavorare onestamente finché i ladri non sono soddisfatti? Lui, un gentiluomo, non avrebbe potuto dire a questo Sir John come-si-chiama che Montero doveva essere comprato: lui e tutti i liberali negri appesi alla sua manica guarnita d’oro? Lo avrebbero dovuto comprare con il suo stupido peso in oro – il suo peso in oro, le dico, con stivali, sciabola, speroni, feluca e tutto».
Lei scosse leggermente il capo. «Era impossibile», mormorò.
«Voleva tutto quanto? O che cosa?».
Ora gli stava di fronte nel profondo vano della finestra, molto vicina e immobile. Le sue labbra si muovevano velocemente. Decoud, addossato alla parete, ascoltava con le braccia conserte e le palpebre abbassate. Beveva le inflessioni della sua voce pacata e osservava le tumultuose pulsazioni della sua gola, come se ondate di emozione scaturissero dal suo cuore per emergere nelle sue parole assennate. Anche lui aveva le sue aspirazioni: aspirava a portarla via da questo assurdo garbuglio di pronunciamentos e di riforme. Era tutto sbagliato – profondamente sbagliato; ma lei lo affascinava e a volte la pura sagacia di una frase rompeva l’incantesimo e rimpiazzava il fascino con un improvviso e involontario fremito d’interesse. Alcune donne si fermavano, per così dire, sulla soglia della genialità, rifletté. Non volevano sapere, o pensare, o capire. La passione sostituiva tutto e lui era propenso a credere che un commento sorprendentemente profondo, una valutazione di carattere o un giudizio su un evento, rasentassero il miracoloso. Nella Antonia matura rivedeva con straordinaria vivezza l’austera scolara di un tempo. Lei catturava la sua attenzione; talvolta non poteva trattenere un mormorio di assenso: di tanto in tanto avanzava seriamente un’obiezione. Gradatamente cominciarono a discutere; la tenda li nascondeva in parte dalle altre persone nella sala.
Fuori si era fatto buio. Dalla profonda trincea di ombra fra le case, appena rischiarata dalla fioca luce dei lampioni, saliva il silenzio notturno di Sulaco; il silenzio di una città con poche carrozze, cavalli senza ferri e una popolazione calzata di morbidi sandali. Le finestre di Casa Gould proiettavano i loro lucenti parallelogrammi sulla casa degli Avellanos. Di tanto in tanto si udiva uno scalpiccio di piedi giù in strada, accompagnato dal bagliore rosso di una sigaretta che passava; e l’aria notturna, come raffreddata dalle nevi dell’Higuerota, rinfrescava i loro volti.
«Noi occidentali», disse Martin Decoud, usando il solito termine che i provinciali di Sulaco applicavano a se stessi, «siamo sempre stati distinti e separati. Finché teniamo Cayta, niente può toccarci. In tutti i nostri tumulti nessun esercito ha valicato quelle montagne. Una rivoluzione nelle province centrali ci isola subito. Guardi com’è completo adesso il nostro isolamento! La notizia della partenza di Barrios sarà telegrafata negli Stati Uniti e soltanto così arriverà a Santa Marta via cavo dall’altra sponda dell’oceano. Abbiamo le più grandi ricchezze, la terra più fertile, il sangue più puro nelle nostre grandi famiglie, la popolazione più laboriosa. La Provincia occidentale dovrebbe essere indipendente. Il vecchio federalismo non andava male per noi. Poi è venuta questa unione a cui Don Henrique Gould era contrario. Ha aperto la strada alla tirannia; e da allora il resto del Costaguana è appeso ai nostri colli come una macina. Il territorio occidentale è abbastanza vasto per formare un paese a sé. Guardi le montagne! La natura stessa sembra che ci gridi: “Separatevi!”».
Lei fece un energico gesto di diniego. Scese il silenzio.
«Oh, sì, so che è contrario alla dottrina esposta nella Storia di cinquant’anni di malgoverno. Cerco soltanto di essere sensato. Ma sembra che il mio buon senso le dia sempre motivo di offendersi. L’ho molto sorpresa con questa aspirazione perfettamente ragionevole?».
Ella scosse il capo. No, non era sorpresa, ma l’idea sconvolgeva le sue antiche convinzioni. Il suo patriottismo era più vasto. Non aveva mai considerato quella possibilità.
«Potrebbe ancora essere il mezzo per salvare alcune delle sue convinzioni», disse lui, in tono profetico.
Ella non rispose. Sembrava stanca. Si appoggiarono uno accanto all’altra alla ringhiera del balconcino, molto amichevolmente, avendo esaurito l’argomento della politica, abbandonandosi alla muta sensazione della loro vicinanza, in una di quelle profonde pause che scandiscono il ritmo della passione. In fondo alla strada, verso la Plaza, i carboni ardenti nei brazeros delle donne del mercato che cucinavano il loro pasto serale rosseggiavano lungo il bordo del marciapiede. Un uomo apparve silenziosamente alla luce di un lampione, mostrando il colorato triangolo capovolto del suo poncho che gli scendeva a punta fin sotto i ginocchi. Dal lato del porto un cavaliere procedeva al passo e il mantello grigio argenteo del suo animale brillava alla luce di ogni lampione sotto la sagoma scura dell’uomo.
«Ecco l’illustre Capataz de Cargadores», disse piano Decoud, «che avanza in tutto il suo splendore dopo aver terminato il suo lavoro. L’uomo più importante di Sulaco dopo Don Carlos Gould. Ma è di buon carattere e mi ha permesso di fare amicizia con lui».
«Ah, davvero!», disse Antonia. «Come siete diventati amici?»
«Un giornalista deve sentire il polso della gente e quest’uomo è uno dei capi della plebe. Un giornalista deve conoscere uomini degni di nota – e quest’uomo lo è a suo modo».
«Ah, sì!», mormorò Antonia, pensierosa. «È risaputo che quest’italiano ha una grande influenza».
Il cavaliere era passato sotto di loro, con uno sprazzo di luce pallida sulla larga groppa lucida della giumenta grigia, su una pesante staffa rilucente, su un lungo sperone d’argento; ma il breve bagliore giallognolo nell’oscurità era impotente contro il mistero della cupa figura intabarrata con il volto invisibile, nascosto dal grande sombrero.
Decoud e Antonia rimasero affacciati al balcone, fianco a fianco, a contatto di gomito, le teste sporgenti nel buio della strada e la sala brillantemente illuminata alle loro spalle. Era un tête-à-tête quanto mai sconveniente; qualcosa di cui in tutta la Repubblica soltanto la straordinaria Antonia poteva essere capace: la povera ragazza senza madre, mai accompagnata, con un padre distratto che aveva pensato soltanto a farla studiare. Persino Decoud sembrava rendersi conto che non poteva aspettarsi di averla tutta per sé finché – finché la rivoluzione non fosse terminata e lui avrebbe potuto portarla in Europa, lontano dall’interminabile guerra civile, la cui follia sembrava ancora più dura da sopportare della sua ignominia. Dopo un Montero ce ne sarebbe stato un altro, l’arbitrio di una plebaglia di ogni razza e colore, la barbarie, l’irrimediabile tirannia. Come aveva detto amaramente il grande Libertador Bolívar: «L’America è ingovernabile. Quelli che hanno lottato per la sua indipendenza hanno arato il mare». Non gli importava, dichiarò audacemente; afferrava ogni opportunità per dirle che sebbene fosse riuscita a fare di lui un giornalista Blanco, non era un patriota. Prima di tutto, la parola non aveva senso per le menti coltivate, alle quali la limitatezza di ogni credenza è odiosa; e secondariamente, in rapporto ai perenni disordini che infamavano senza rimedio questo disgraziato paese, era stato il grido dell’oscura barbarie, il manto che copriva l’illegalità, i crimini, la rapacità, il semplice ladrocinio.
Era stupito dal calore del suo stesso discorso. Non aveva dovuto abbassare la voce; era stata sempre bassa, un semplice bisbiglio nel silenzio delle case buie con le imposte già chiuse contro l’aria della notte, secondo l’uso di Sulaco. Soltanto la sala di Casa Gould spandeva arditamente la luce smagliante delle sue quattro finestre, luminoso richiamo nella muta oscurità della strada. E il mormorio sul balconcino riprese dopo una breve pausa.
«Ma ci stiamo sforzando di mutare tutto ciò», protestò Antonia. «È esattamente ciò che desideriamo. È il nostro scopo. È la grande causa. E la parola che lei disprezza ha significato anche sacrificio, coraggio, costanza, sofferenza. Papà che…».
«Sta arando il mare», interruppe Decoud, guardando in basso.
Giù si udì un suono di passi pesanti e frettolosi.
«Suo zio, il Gran Vicario della cattedrale, è appena entrato dal cancello», osservò Decoud. «Ha celebrato la messa per le truppe nella Plaza stamattina. Gli avevano costruito un altare di tamburi, sa. E avevano portato fuori tutte le statue dipinte a prendere aria. Tutti i santi di legno erano allineati militarmente in cima alla grande scalinata. Sembravano una scorta d’onore, al seguito del Vicario Generale. Ho assistito alla grande funzione dalle finestre del Porvenir. È stupefacente, suo zio, l’ultimo dei Corbélan. Era tutto sfavillante nei suoi paramenti con una grande croce di velluto rosso sulla schiena. E durante tutto il tempo il nostro salvatore Barrios se ne stava seduto nel Club Amarilla a bere punch davanti a una finestra aperta. Esprit fort, il nostro Barrios. Mi aspettavo da un momento all’altro che suo zio lanciasse una scomunica là per là contro la benda nera alla finestra in fondo alla Plaza. Niente affatto. Alla fine le truppe se ne sono andate. Poi Barrios è sceso giù con alcuni ufficiali e si è messo a conversare sul marciapiede, con l’uniforme tutta sbottonata. Improvvisamente suo zio è comparso sulla porta della cattedrale, non più sfavillante, ma tutto nero, con quel suo aspetto minaccioso – sa, come una specie di spirito vendicatore. Lancia un’occhiata, va diritto verso il gruppo di uniformi e conduce via il generale per il gomito. Ha passeggiato con lui per un quarto d’ora all’ombra di un muro, senza mai lasciargli il gomito, parlando continuamente con foga e gesticolando con un lungo braccio nero. Era una scena curiosa. Gli ufficiali sembravano sbalorditi. Uomo notevole, suo zio missionario. Odia un infedele molto meno di un eretico e preferisce di gran lunga un pagano a un infedele. A volte si degna graziosamente di chiamarmi pagano, sa».
Antonia ascoltava con le mani sulla balaustra, aprendo e chiudendo delicatamente il ventaglio; e Decoud parlava un po’ nervosamente, come timoroso che lo lasciasse alla prima pausa. Il loro relativo isolamento, il prezioso senso di intimità, il leggero contatto delle loro braccia, gli procuravano una dolce emozione; e di tanto in tanto un’inflessione tenera si insinuava nel flusso dei suoi ironici bisbigli.
«Ogni lieve segno di favore da parte di un suo parente è il benvenuto, Antonia. E forse lui mi capisce, dopo tutto! Ma anch’io lo conosco, il nostro Padre Corbélan. Per lui l’idea di onore politico, giustizia e onestà consiste nella restituzione delle proprietà confiscate alla Chiesa. Niente altro avrebbe potuto attirare quel fiero convertitore di indiani selvaggi fuori dalla foresta per lavorare per la causa ribierista! Niente se non quella folle speranza! Per un simile scopo farebbe un pronunciamento contro qualsiasi governo se soltanto trovasse dei seguaci! Che cosa ne pensa Don Carlos Gould? Ma, naturalmente, con la sua impenetrabilità inglese, nessuno può dire che cosa pensa. Probabilmente non pensa ad altro che alla sua miniera; al suo Imperium in Imperio. Quanto alla signora Gould, pensa alle sue scuole, ai suoi ospedali, alle madri con bambini in fasce, a tutti i vecchi malati nei tre villaggi. Se ora lei voltasse la testa, la vedrebbe estorcere un rapporto a quel sinistro medico in camicia a quadretti – come si chiama? Monygham – oppure catechizzare Don Pepe o magari ascoltare Padre Román. Sono tutti qui oggi – tutti i suoi ministri di Stato. Be’, è una donna saggia e forse Don Carlos è un uomo saggio. Rientra nel solido buon senso inglese non pensare troppo; vedere soltanto quello che serve al momento. Queste persone non sono come noi. Noi non abbiamo ragione politica; abbiamo passioni politiche – a volte. Che cos’è una convinzione? Una particolare visione del nostro vantaggio personale, pratica o emotiva. Nessuno è patriota per nulla. La parola ci si addice. Ma io sono lucido e non userò quella parola con lei, Antonia! Non ho illusioni patriottiche. Ho soltanto la suprema illusione di un innamorato».
Fece una pausa, poi mormorò con voce appena percettibile: «Che può portare molto lontano, però».
Alle loro spalle la marea politica, che una volta ogni ventiquattr’ore dilagava impetuosamente nel salotto dei Gould, stava salendo in un brusio di voci. Nuovi visitatori si erano presentati da soli, o in due o tre: alti funzionari della provincia, ingegneri della ferrovia, abbronzati e in abito di tweed, raccolti intorno alla testa canuta del loro capo che sorrideva con lenta, divertita indulgenza ai giovani volti vivaci. Scarfe, l’appassionato di fandangos, era già sgusciato via in cerca di qualche festa da ballo, non importa dove, alla periferia della città. Don Juste Lopez, dopo aver accompagnato a casa le figlie, era entrato solennemente, in una giacca nera sgualcita, abbottonata fin sotto la folta barba bruna. I pochi membri dell’Assemblea provinciale presenti si radunarono subito intorno al loro presidente per discutere le notizie della guerra e l’ultimo proclama del ribelle Montero, il miserabile Montero, che invitava, in nome di «una democrazia giustamente sdegnata», tutte le assemblee provinciali della Repubblica a sospendere le loro sedute finché la sua spada non avesse riportato la pace e la volontà del popolo potesse essere consultata. Era praticamente un invito a sciogliersi: un’audacia inaudita di quel pazzo criminale.
L’indignazione crebbe nel gruppo di delegati dietro José Avellanos. Don José, alzando la voce, gridò loro sopra l’alta spalliera della sedia: «Sulaco ha risposto inviando oggi un esercito ad attaccarlo sul fianco. Se tutte le altre province dimostrassero la metà del patriottismo di noi occidentali…».
Un grande scoppio di applausi coprì l’acuta voce vibrante dell’animatore della serata. Sì! Sì! Era la verità! Una grande verità! Sulaco era in prima linea come sempre! Parlavano tutti insieme concitatamente, in un’esplosione di fiduciosa speranza ispirata dall’evento del giorno a quei caballeros del Campo preoccupati per le loro mandrie, le loro terre, la salvezza delle loro famiglie. Era in gioco tutto… No! Era impossibile che Montero vincesse! Questo criminale, questo indio svergognato! Il clamore continuò per un poco e tutti gli altri ospiti si volsero a guardare il gruppo dove Don Juste aveva assunto la sua aria di imparziale solennità come se presiedesse una seduta dell’Assemblea provinciale. Anche Decoud si girò verso il clamore e, appoggiandosi con le spalle alla balaustra, gridò nella stanza con tutta la forza dei suoi polmoni: «Gran bestia!».
Questo grido inatteso ebbe l’effetto di far cessare il chiasso. Tutti gli occhi fissarono la finestra con favorevole aspettativa; ma Decoud aveva già voltato le spalle alla stanza e si sporgeva di nuovo sulla strada silenziosa.
«Questa è la quintessenza del mio giornalismo; questo è l’argomento supremo», disse ad Antonia. «Ho inventato questa definizione, quest’ultima parola su una questione importante. Ma non sono un patriota. Non più di quanto lo sia il Capataz de Cargadores di Sulaco, questo genovese che ha fatto grandi cose per questo porto, contribuendo attivamente a fornirci gli strumenti materiali per il nostro progresso. Ho sentito il capitano Mitchell confessare a più riprese che prima dell’arrivo di quest’uomo, non sapeva mai quanto ci sarebbe voluto per scaricare una nave. Questo è male per il progresso. Lo ha visto passare di qui dopo il lavoro sul suo famoso cavallo per abbagliare le ragazze in qualche sala da ballo con il pavimento di terra battuta. È fortunato! Nel lavoro esercita i poteri personali; nel tempo libero riceve i segni di una straordinaria adulazione. E gli piace pure. Si può essere più fortunati di così? Essere temuto e ammirato è…».
«E sono queste le sue massime aspirazioni, Don Martin?», lo interruppe Antonia.
«Parlavo di un uomo di quel genere», replicò Decoud, seccamente. «Gli eroi del mondo sono stati temuti e ammirati. Che cosa potrebbe desiderare di più?».
Decoud aveva spesso sentito la sua nota abitudine all’ironia infrangersi contro la serietà di Antonia. Lo irritava come se anche lei fosse affetta da quella inspiegabile ottusità femminile che si frappone tanto spesso fra un uomo e una donna qualunque. Ma represse subito la sua irritazione. Era ben lungi dal considerare Antonia una donna qualunque, quale che fosse il verdetto pronunciato su di lui dal suo scetticismo. Con una sfumatura di acuta tenerezza nella voce le assicurò che la sua unica aspirazione era una felicità così alta che sembrava quasi irraggiungibile su questa terra.
Lei si colorì appena di un caldo rossore che la brezza della Sierra non valeva a mitigare, quasi avesse perduto il suo potere rinfrescante nell’improvviso scioglimento delle nevi. Il sussurro di lui non poteva essere arrivato così lontano, sebbene vi fosse abbastanza ardore nel suo tono da sciogliere un cuore di ghiaccio. Antonia si girò bruscamente, come per portare la sua sommessa assicurazione nella stanza retrostante, piena di luce e risonante di voci.
La marea di congetture politiche batteva in alto contro le pareti della grande sala, come se fosse stata spinta oltre il livello normale da un grande soffio di speranza. La barba a ventaglio di Don Juste era ancora al centro di rumorose e animate discussioni. C’era una nota fiduciosa in tutte le voci. Anche i pochi europei intorno a Charles Gould – un danese, un paio di francesi, un tedesco grasso e riservato, sorridente, con gli occhi bassi, i rappresentanti di quegli interessi materiali che avevano preso piede a Sulaco sotto la potente protezione della miniera di San Tomé – avevano infuso molto buon umore nella loro deferenza. Charles Gould, a cui facevano la corte, era il segno visibile della stabilità che si poteva raggiungere sul terreno malfermo delle rivoluzioni. Nutrivano speranza per le loro varie imprese. Uno dei due francesi, piccolo, nero, con occhi brillanti perduti in un’immensa barba arruffata, agitava le manine scure e i polsi delicati. Aveva viaggiato nell’interno della provincia per un sindacato di capitalisti europei. Il suo vigoroso Monsieur l’Administrateur risuonava continuamente sopra il brusio delle conversazioni. Raccontava le sue scoperte. Era estatico. Charles Gould lo guardava cortesemente.
A un dato momento, in questi ricevimenti d’obbligo, la signora Gould aveva l’abitudine di ritirarsi silenziosamente in un salottino a lei riservato, vicino alla grande sala. Si era alzata e, aspettando Antonia, ascoltava con grazia leggermente preoccupata l’ingegnere capo della ferrovia che stava chino su di lei, raccontando lentamente, senza il minimo gesto, qualcosa di apparentemente divertente, giacché i suoi occhi brillavano di umorismo. Antonia, prima di andare a raggiungere la signora Gould, girò il capo sopra la spalla verso Decoud, solo per un momento.
«Perché chiunque di noi dovrebbe ritenere le proprie aspirazioni irrealizzabili?», chiese in fretta.
«Io resterò aggrappato alla mia fino alla fine, Antonia», rispose lui a denti stretti, poi si inchinò profondamente, con un po’ di distacco.
L’ingegnere capo non aveva terminato di raccontare la sua divertente storia. I lati comici della costruzione di una ferrovia in Sud America stuzzicavano il suo acuto senso dell’assurdo ed egli descriveva molto bene gli esempi di pregiudizio ignorante e di furbizia altrettanto ignorante. Ora la signora Gould gli prestava tutta la sua attenzione mentre lui le camminava al fianco scortando le signore fuori dalla stanza. Alla fine i tre passarono inosservati attraverso le porte a vetri nella galleria. Soltanto un prete alto che incedeva rigido e silenzioso nel chiasso della sala si fermò a guardarli. Padre Corbélan, che Decoud, dal balcone, aveva visto entrare dal cancello di Casa Gould, non aveva parlato con nessuno da quando era arrivato. La lunga tonaca striminzita accentuava la sua alta statura; il torso possente stava proteso in avanti e la linea dritta delle sopracciglia nere unite, il profilo combattivo del volto ossuto, il segno bianco di una cicatrice su una delle guance bluastre ben rasate (una prova del suo zelo apostolico verso un gruppo di indiani non convertiti), suggeriva qualcosa di illegale dietro il suo sacerdozio, l’idea di un cappellano di banditi.
Separò le mani nodose intrecciate dietro la schiena per agitare un dito contro Martin.
Decoud era entrato nella stanza dopo Antonia. Ma non era andato lontano. Si era fermato appena oltre la soglia della finestra, contro la tenda, con un’espressione di serietà non del tutto genuina, come un adulto che partecipa a un gioco di bambini. Fissò calmamente il dito minaccioso.
«Reverendo, l’ho veduto convertire il generale Barrios con uno speciale sermone nella Plaza», disse senza fare il minimo movimento.
«Che immane sciocchezza!». La voce profonda di Padre Corbélan risuonò in tutta la stanza, facendo girare tutte le teste. «Quell’uomo è un ubriacone. Señores, il Dio del vostro generale è una bottiglia!».
La sua voce sprezzante, dispotica provocò un’imbarazzata pausa di silenzio, come se la sicurezza dei presenti avesse ricevuto un duro colpo. Ma nessuno replicò alla dichiarazione di Padre Corbélan.
Era noto che Padre Corbélan era uscito dalla foresta per difendere i sacri diritti della Chiesa con la stessa fanatica temerarietà con cui era andato a predicare fra selvaggi sanguinari, privi di compassione umana o di una qualsiasi fede. Voci di proporzioni leggendarie parlavano dei suoi successi come missionario lontano dagli occhi degli uomini cristiani. Aveva battezzato intere tribù di indiani, vivendo insieme a loro come un selvaggio. Si raccontava che il padre soleva cavalcare con i suoi indiani per giorni, seminudo, portando uno scudo di cuoio e, senza dubbio, anche una lunga lancia – chissà? Che aveva vagato vestito di pelli, cercando proseliti nei pressi delle nevi eterne della Cordillera. Non risultava che Padre Corbélan avesse mai parlato di queste imprese. Ma non faceva segreto della sua opinione che i politici di Santa Marta avevano cuori più duri e menti più corrotte dei pagani ai quali aveva portato il verbo divino. Il suo malaccorto zelo per il benessere temporale della Chiesa stava nuocendo alla causa ribierista. Era di dominio pubblico che egli aveva rifiutato la nomina a vescovo titolare della diocesi occidentale finché non sarebbe stata fatta giustizia a una Chiesa spogliata. Il jefe politico di Sulaco (lo stesso dignitario che il capitano Mitchell avrebbe poi salvato dalla plebaglia) insinuò con ingenuo cinismo che indubbiamente le Loro Eccellenze i Ministri avevano inviato il padre oltre le montagne, a Sulaco, nella stagione peggiore dell’anno nella speranza che morisse congelato dai gelidi venti degli alti páramos. Ogni anno alcuni arditi mulattieri – uomini abituati alle intemperie – perivano lungo il cammino. Ma che volete? Forse le Loro Eccellenze non si erano rese conto di quanto fosse coriaceo quel prete. Frattanto, gli ignoranti cominciavano a mormorare che le riforme ribieriste sarebbero servite semplicemente a portare via la terra al popolo. Una piccola parte sarebbe stata data agli stranieri che costruivano la ferrovia; il resto era destinato ai preti.
Questi erano i risultati dello zelo del Gran Vicario. Anche nella breve allocuzione alle truppe nella Plaza (che soltanto le prime file potevano aver udito) non aveva potuto fare a meno di menzionare la sua idea fissa di una Chiesa oltraggiata in attesa di una riparazione da parte di un paese pentito. Il jefe politico era stato esasperato. Ma non poteva gettare il cognato di Don José nella prigione del Cabildo. Il magistrato, un funzionario placido e benvoluto, era uno dei frequentatori di Casa Gould, dove si recava a piedi dall’Intendecia dopo il tramonto, senza seguito, rispondendo con la stessa dignitosa cortesia ai saluti delle persone altolocate e dei popolani. Quella sera era andato diritto da Charles Gould e gli aveva sibilato che avrebbe voluto deportare da Sulaco il Gran Vicario, ovunque, in un’isola deserta, nelle Isabelle, ad esempio. «Quella senz’acqua preferibilmente – eh, Don Carlos?», aveva aggiunto in un tono fra il serio e il faceto. Questo prete incontrollabile, che aveva respinto l’offerta del palazzo episcopale come residenza e preferiva appendere la sua logora amaca fra le macerie e i ragni del convento domenicano sequestrato, si era ficcato in testa di chiedere un perdono incondizionato per Hernandez il Brigante! E come se non bastasse, sembrava che fosse entrato in comunicazione con il più audace criminale che il paese avesse conosciuto da anni. La polizia di Sulaco ne era al corrente, naturalmente. Padre Corbélan aveva acchiappato quell’italiano temerario, il Capataz de Cargadores, l’unico uomo adatto allo scopo, e aveva inviato un messaggio per suo tramite. Padre Corbélan aveva studiato a Roma e parlava italiano. Si sapeva che il Capataz si era recato nel vecchio convento domenicano di notte. Una vecchia domestica del Gran Vicario aveva sentito pronunciare il nome di Hernandez; e sabato pomeriggio il Capataz era stato visto galoppare fuori città ed era tornato dopo due giorni. La polizia lo avrebbe messo in prigione se non avesse temuto che i cargadores, un gruppo di uomini turbolenti, scatenassero una sommossa. Di questi tempi non era così facile governare Sulaco. I cattivi soggetti vi affluivano in gran numero, attratti dai soldi nelle tasche degli operai della ferrovia. Il popolino era sobillato dai discorsi di Padre Corbélan. E il magistrato spiegò a Charles Gould che ora che la provincia era rimasta senza truppe, qualunque scoppio di illegalità avrebbe sorpreso le autorità senza gli stivali, per così dire.
Poi andò accigliato a sedersi in una poltrona, fumando un lungo sigaro sottile, non molto lontano da Don José, con cui, sporgendosi di lato, scambiava qualche parola di tanto in tanto. Ignorò l’ingresso del prete e ogni volta che la voce di Padre Corbélan si levava dietro di lui, il magistrato scrollava impazientemente le spalle.
Padre Corbélan era rimasto perfettamente fermo per un poco, con quel qualcosa di vendicativo nella sua immobilità che sembrava caratterizzare tutti i suoi atteggiamenti. La livida fiamma delle forti convinzioni dava il suo particolare aspetto alla figura nera. Ma la sua violenza si addolcì quando il padre, fissando Decoud, alzò il lungo braccio nero adagio, con solennità:
«E tu – tu sei un perfetto pagano», disse con voce sommessa, profonda.
Fece un passo avanti, puntando l’indice sul petto del giovanotto. Decoud, molto calmo, appoggiò la nuca al muro dietro la tenda. Poi, a mento alto, sorrise.
«Molto bene», convenne con la noncuranza un po’ stanca di un uomo abituato a simili frasi. «Ma non sarà forse che lei non ha ancora scoperto quale Dio venero? È stato un compito più facile con il nostro Barrios».
Il prete represse un gesto di scoraggiamento. «Tu non credi in niente», disse.
«Nemmeno nella bottiglia», aggiunse Decoud senza scomporsi. «Né ci crede l’altro dei suoi confidenti, reverendo. Mi riferisco al Capataz de Cargadores. Non beve. La sua interpretazione del mio carattere rende onore alla sua perspicacia. Ma perché definirmi un pagano?»
«Vero», replicò il prete. «Sei dieci volte peggio. Nemmeno un miracolo ti convertirebbe».
«Non credo sicuramente nei miracoli», disse Decoud, piano. Padre Corbélan scrollò le ampie spalle con aria dubbiosa.
«Una specie di francese – senza Dio – un materialista», affermò lentamente, come pesando i termini di un’attenta analisi. «Né figlio della sua patria né di un altro paese», continuò pensieroso.
«A mala pena umano, in verità», commentò Decoud fra sé, la testa appoggiata al muro, gli occhi rivolti al soffitto.
«Vittima della sua epoca senza fede», riprese Padre Corbélan con voce profonda, ma sommessa.
«Ma abbastanza utile come giornalista». Decoud cambiò posizione e parlò in tono più animato. «Vostra Eminenza ha trascurato di leggere l’ultimo numero del Porvenir? Le assicuro che è esattamente come gli altri. Per quanto riguarda la politica generale, continua a chiamare Montero “una gran bestia” e a bollare suo fratello, il guerrigliero, come un misto di lacchè e di spia. Che cosa potrebbe essere più efficace? Per quanto riguarda le questioni locali, incita il Governo provinciale ad arruolare nell’esercito nazionale tutta la banda di Hernandez il Brigante – apparentemente protetto dalla Chiesa, o almeno dal Gran Vicario. Niente potrebbe essere più saggio».
Il prete annuì e girò sui tacchi delle scarpe con le punte quadrate e grandi fibbie di acciaio. Le mani nuovamente intrecciate dietro la schiena, riprese a camminare in su e in giù, con passo deciso. Quando si voltava, la tonaca si gonfiava leggermente per il movimento brusco.
La grande sala si stava vuotando lentamente. Quando il jefe politico si alzò per andarsene, quasi tutte le persone rimaste si levarono bruscamente in segno di rispetto e Don José Avellanos smise di dondolare la sedia. Ma il bonario personaggio fece un gesto di scusa, salutò con la mano Charles Gould e uscì discretamente.
Nella relativa quiete della stanza lo stridulo Monsieur l’Administrateur dell’esile, barbuto francese parve acquistare un’acutezza soprannaturale. L’esploratore del sindacato capitalista era ancora entusiata. «Rame per un valore di dieci milioni di dollari praticamente in vista, Monsieur l’Administrateur. Dieci milioni in vista! E una ferrovia in costruzione – una ferrovia! Non crederanno mai al mio rapporto. C’est trop beau». Cadde in preda a un’estasi urlante, in mezzo alle teste che annuivano saggiamente, davanti alla calma imperturbabile di Charles Gould.
E soltanto il prete continuò il suo andirivieni, facendo volteggiare la tonaca ad ogni inversione di marcia. Decoud gli mormorò ironicamente: «Quei signori parlano dei loro dèi».
Padre Corbélan si fermò di botto, guardò fissamente il giornalista di Sulaco per un momento, scrollò leggermente le spalle e riprese il suo pesante cammino di ostinato viaggiatore.
E ora gli europei si staccavano dal gruppo intorno a Charles Gould finché l’amministratore della grande miniera d’argento fu visibile in tutta la sua statura, da capo a piedi, abbandonato dalla marea uscente degli ospiti sul grande tappeto, simile a un bassofondo di fiori e arabeschi variopinti sotto i suoi stivali marroni. Padre Corbélan si avvicinò alla sedia a dondolo di Don José Avellanos.
«Vieni, fratello», disse con brusca gentilezza e con una punta di quell’impaziente sollievo che spesso si prova alla fine di una cerimonia del tutto inutile. «A la Casa! A la Casa! Queste erano tutte chiacchiere. Ora andiamo a riflettere e a implorare la guida del Cielo».
Rovesciò gli occhi in alto. Accanto al fragile diplomatico – l’anima del gruppo – sembrava gigantesco, con un bagliore di fanatismo nello sguardo. Ma la voce del gruppo, o piuttosto il suo portavoce, il «figlio Decoud» di Parigi, diventato giornalista per i begli occhi di Antonia, sapeva benissimo che non era così, che era soltanto un prete zelante con un’idea fissa, temuto dalle donne e esecrato dagli uomini del popolo. Martin Decoud, il dilettante nella vita, immaginò di provare un artistico piacere al vedere a quale pittoresco eccesso di ostinazione nell’errore una sincera, quasi sacra convinzione poteva spingere un uomo. «È come una follia. Deve esserlo – poiché è autodistruttiva», si era detto spesso Decoud. Gli sembrava che qualsiasi convinzione, appena prendeva corpo, si trasformasse in quella forma di demenza che gli dèi inviano a coloro che vogliono distruggere. Ma gustava il sapore amaro di quell’esempio con l’entusiasmo di un esperto nell’arte di sua scelta. Quei due uomini andavano d’accordo, come se ognuno di loro pensasse rispettivamente che una convinzione imperiosa, al pari di un assoluto scetticismo, poteva condurre un uomo molto lontano sulle vie traverse dell’azione politica.
Don José obbedì al tocco della grande mano pelosa. Decoud seguì i cognati fuori dalla stanza. E nella grande sala vuota, in cui aleggiava una nuvola bluastra di fumo di tabacco, rimase un solo visitatore: un uomo con le palpebre pesanti, le guance rotonde e i baffi spioventi, un mercante di pelli di Esmeralda che era venuto via terra a Sulaco, valicando a cavallo con pochi peones le montagne costiere. Era molto fiero del suo viaggio, intrapreso soprattutto allo scopo di chiedere al Señor Administrador di San Tomé un aiuto di cui aveva bisogno per la sua ditta di esportazione di pelli. Sperava di ingrandirla molto ora che il paese sarebbe tornato tranquillo. Lo ripeté parecchie volte, riducendo a uno strano lamento ansioso la sonorità della lingua spagnola, che parlava in fretta, come una sorta di gergo servile. Ora un uomo comune poteva svolgere la sua attività nel paese e pensare anche di allargarla – con tranquillità. Non era così? Sembrava implorare da Charles Gould una parola di conferma, un grugnito di assenso, magari un semplice cenno di capo.
Non otteneva nulla. Il suo allarme cresceva e nelle pause lanciava occhiate qua e là; poi, restio a rinunciare, si diffondeva in commoventi allusioni ai pericoli del suo viaggio. L’audace Hernandez, lasciando il suo covo abituale, aveva attraversato il Campo di Sulaco e si nascondeva nelle gole delle montagne costiere. Ieri, quando distavano solo poche ore da Sulaco, il mercante e i suoi servi avevano visto tre uomini fermi sulla strada in atteggiamento sospetto, le teste dei cavalli vicine fra loro. Due erano partiti subito al galoppo ed erano scomparsi in una quebrada poco profonda sulla sinistra. «Ci fermammo», continuò l’uomo di Esmeralda, «e io tentai di nascondermi dietro un piccolo cespuglio. Ma nessuno dei miei mozos volle andare avanti per vedere di che si trattava e il terzo cavaliere sembrava che ci aspettasse. Inutile nascondersi. Eravamo stati avvistati. Perciò procedemmo lentamente, tremando. L’uomo – montato su un cavallo grigio con il cappello calato sugli occhi – ci lasciò passare senza una parola di saluto; ma un attimo dopo lo udimmo venire al galoppo dietro di noi. Ci girammo, ma lui non sembrò affatto intimidito. Ci raggiunse velocemente e toccandomi il piede con la punta dello stivale, mi chiese un sigaro con una risata da far gelare il sangue. Non sembrava armato, ma quando ritrasse la mano per prendere i fiammiferi vidi un’enorme rivoltella allacciata alla sua cintola. Rabbrividii. Aveva un paio di basette molto irsute, Don Carlos, e siccome non ci invitò a proseguire, noi non osammo muoverci. Finalmente, soffiando il fumo del mio sigaro dalle narici, disse: “Señor, forse sarebbe meglio per voi se vi seguissi. Ormai non siete molto lontani da Sulaco. Andate con Dio”. Che vuole? Proseguimmo. Non era il caso di opporre resistenza. Poteva essere Hernandez in persona; sebbene il mio servitore, che è stato molte volte a Sulaco via mare, mi assicurasse di averlo riconosciuto benissimo: era il Capataz de Cargadores della Compagnia di navigazione. Più tardi, quella stessa sera, vidi l’uomo all’angolo della Plaza intento a parlare con una ragazza, una morenita, che stava accanto alla sua staffa con la mano sulla criniera del cavallo grigio».
«Le assicuro, Señor Hirsch», mormorò Charles Gould, «che non ha rischiato nulla in quell’occasione».
«Può darsi, señor, anche se tremo ancora. Un uomo feroce – a guardarlo. E che cosa significa? Un impiegato della Compagnia di navigazione che parla con dei salteadores – capisce, señor; gli altri uomini a cavallo erano salteadores – in un luogo solitario e si comporta anche lui come un brigante! Un sigaro non è nulla, ma chi poteva impedirgli di chiedermi il borsellino?»
«No, no, Señor Hirsch», mormorò Charles Gould, distogliendo un momento lo sguardo un po’ distratto dal viso rotondo, con il naso aquilino, levato verso di lui in un’implorazione quasi infantile. «Se l’uomo che ha incontrato era il Capataz de Cargadores – e non ci sono dubbi, mi pare – non aveva nulla da temere».
«Grazie. Lei è molto gentile. Un uomo dall’aspetto truce, Don Carlos. Mi chiese un sigaro con un tono molto familiare. Che cosa sarebbe successo se non avessi avuto sigari? Tremo ancora al pensiero. Per quale motivo parlava con due briganti in un luogo solitario?».
Ma Charles Gould, ora apertamente preoccupato, non dette alcun segno né emise alcun suono. L’impenetrabilità della Concessione Gould incarnata aveva le sue sfumature superficiali. Essere muti è semplicemente una terribile menomazione; ma il Re di Sulaco aveva parole sufficienti per dargli tutto il peso misterioso di una forza taciturna. I suoi silenzi, spalleggiati dall’uso della parola, avevano altrettante sfumature di significato quante potevano averne parole pronunciate a titolo di assenso, di dubbio, di negazione – e persino di semplice commento. Alcuni sembravano dire esplicitamente «Pensaci sopra»; altri significavano chiaramente «Va’ avanti»; un semplice, sommesso «Capisco» con un cenno di capo affermativo al termine di una mezz’ora di paziente ascolto equivaleva a un contratto verbale, che gli uomini avevano imparato ad accettare senza discutere, dal momento che dietro tutto ciò c’era la grande miniera di San Tomé, punto di forza degli interessi materiali, così solida che non dipendeva dalla benevolenza di nessuno in tutta l’estensione della Provincia occidentale – cioè, da nessuna benevolenza che non potesse ricomprare dieci volte. Ma per l’ometto nasuto di Esmeralda, preoccupato per la sua ditta di esportazione di pelli, il silenzio di Charles Gould preannunciava un insuccesso. Evidentemente questo non era il momento di ampliare una modesta azienda. Lanciò una rapida maledizione mentale contro l’intero paese, e tutti i suoi abitanti, partigiani di Ribiera o di Montero che fossero; e lacrime incipienti affiorarono nella sua muta collera al pensiero delle innumerevoli pelli che andavano sprecate nella sognante distesa del Campo, con le sue singole palme sorgenti come navi dal mare entro il cerchio perfetto dell’orizzonte, i suoi gruppi di grandi alberi immobili come isole compatte di foglie sopra l’erba percorsa da rapide onde. Là fuori c’erano pelli che marcivano senza profitto per nessuno – marcivano dove erano state abbandonate da uomini chiamati a occuparsi delle urgenti necessità delle rivoluzioni politiche. L’anima pratica, mercantile del Señor Hirsch si ribellava contro tutta quella idiozia, mentre lui prendeva congedo rispettoso, ma sconcertato dalla potenza e maestà della miniera di San Tomé nella persona di Charles Gould. Non poté trattenere un mormorio dolente, strappato, per così dire, al suo cuore angosciato.
«Tutto questo è molto, molto stupido, Don Carlos. Il prezzo delle pelli ad Amburgo è salito, salito. Naturalmente il governo ribierista metterà fine a tutto ciò – quando sarà saldamente insediato. Intanto…».
Sospirò.
«Sì, intanto», ripeté Charles Gould, imperscrutabilmente.
L’altro scrollò le spalle. Ma non era ancora pronto ad andarsene. C’era una piccola faccenda che desiderava molto menzionare, se possibile. Apparentemente aveva alcuni buoni amici ad Amburgo (mormorò il nome della ditta) che erano ansiosi di commerciare in dinamite, spiegò. Un contratto per una fornitura di dinamite alla miniera di San Tomé e poi, magari, ad altre miniere, che sicuramente… L’ometto di Esmeralda era pronto a sviluppare l’argomento, ma Charles lo interruppe. Sembrava che la pazienza del Señor Administrador si stesse finalmente esaurendo.
«Señor Hirsch», disse. «Ho una riserva di dinamite sufficiente per far crollare la montagna», alzò un poco la voce, «per far saltare in aria Sulaco, se volessi».
Charles Gould sorrise agli occhi tondi, sorpresi del commerciante di pelli, che si affrettò a mormorare: «Certo, certo». E a quel punto non si trattenne oltre. Era impossibile vendere esplosivi a un Administrador così ben fornito e così scoraggiante. Aveva sofferto le pene dell’inferno in sella e si era esposto alle atrocità del bandito Hernandez per niente. Né pelli né dinamite – le spalle dell’intraprendente israelita espressero tutto il suo avvilimento. Sulla porta si inchinò profondamente all’ingegnere capo. Ma in fondo alle scale nel patio si fermò di botto, la mano grassoccia sulle labbra in atteggiamento di meditabondo stupore.
«Perché tiene tanta dinamite di riserva?», borbottò. «E perché mi parla così?».
L’ingegnere capo, affacciandosi alla porta della sala vuota, da dove la marea politica si era ritirata fino all’ultima insignificante goccia, fece un cenno familiare di saluto al padrone di casa, che si ergeva alto e immobile come un faro in mezzo ai gruppi di mobili bassi.
«Buona notte, io vado. Ho giù la mia bicicletta. La ferrovia saprà a chi rivolgersi per procurarsi la dinamite se dovesse mancare in futuro. Finora abbiamo scavato e tagliato. Presto cominceremo ad aprirci la strada con le mine».
«Non venite da me», disse Charles Gould con perfetta serenità. «Non posso cederne nemmeno un’oncia a nessuno. Nemmeno un’oncia. Neppure a mio fratello, se ne avessi uno e se fosse l’ingegnere capo dalla più promettente ferrovia del mondo».
«Che cos’è? Scortesia, la tua?», chiese l’ingegnere capo pacatamente.
«No», rispose Charles Gould, impassibile. «Politica».
«Radicale, direi», osservò l’ingegnere capo dalla soglia della porta.
«È il termine esatto?», disse Charles Gould dal centro della stanza.
«Intendo dire, andare alle radici, sai», spiegò l’ingegnere con aria divertita.
«Ma, sì», disse lentamente Charles. «La Concessione Gould ha messo radici così profonde in questo paese, in questa provincia, in quella gola di montagna, che soltanto la dinamite potrà sloggiarla da qui. Ho deciso così. È la mia ultima carta da giocare».
L’ingegnere capo fece un fischio sommesso. «Un bel gioco», disse con una punta di discrezione. «E hai parlato a Holroyd della straordinaria carta vincente che hai in mano?»
«Carta vincente soltanto quando viene giocata; quando cade alla fine della partita. Fino allora puoi chiamarla una… una…».
«Arma», suggerì l’uomo della ferrovia.
«No, puoi chiamarla piuttosto un argomento», corresse Charles Gould gentilmente. «Ed è così che l’ho presentata al signor Holroyd».
«E che cosa ha replicato?», chiese l’ingegnere, con aperto interesse.
«Lui», rispose Charles Gould dopo una breve pausa, «lui ha parlato di tenere duro e di confidare in Dio. Immagino che fosse piuttosto sorpreso. Ma d’altronde», proseguì l’Administrador della miniera di San Tomé, «d’altronde, lui è molto lontano, sai, e, come dicono in questo paese, Dio è molto in alto».
La risata di apprezzamento dell’ingegnere si spense in fondo alle scale, dove la Madonna col Bambino sembrava guardare dalla sua piccola nicchia la larga schiena sussultante dell’ospite che usciva.
Capitolo sesto
Una profonda quiete regnava in Casa Gould. Il padrone di casa, percorrendo il corridoio, aprì la porta della sua stanza e vide la moglie seduta in una grande poltrona – quella in cui lui si sedeva a fumare – intenta a contemplare pensosamente le sue scarpine. E non alzò gli occhi quando lui entrò.
«Stanca?», chiese Charles Gould.
«Un poco», rispose la signora Gould. Continuando a guardare in basso, aggiunse con angoscia: «C’è un tremendo senso di irrealtà in tutto questo».
Charles Gould, davanti al lungo tavolo coperto di carte, su cui giacevano un frustino da caccia e un paio di speroni, fissò la moglie: «Il caldo e la polvere dovevano essere terribili questo pomeriggio sulla riva», mormorò con comprensione. «Il riverbero dell’acqua doveva essere accecante».
«Si potevano chiudere gli occhi contro il riverbero», disse la signora Gould. «Ma, mio caro Charley, è impossibile per me chiudere gli occhi di fronte alla nostra situazione; a questo terribile…».
Alzò lo sguardo al viso del marito da cui era scomparso ogni segno di comprensione o di qualsiasi altro sentimento. «Perché non mi dici qualcosa?», quasi piagnucolò.
«Credevo che mi avessi capito perfettamente dall’inizio», disse lentamente Charles Gould. «Credevo che avessimo detto tutto quello che c’era da dire molto tempo fa. Ora non c’è nulla da aggiungere. C’erano cose da fare. Le abbiamo fatte; abbiamo continuato a farle. Ormai non si può più tornare indietro. Credo che non fosse possibile fin dall’inizio. E, per di più, non ci possiamo nemmeno permettere di stare fermi».
«Ah, se soltanto sapessi fin dove vuoi arrivare», disse la moglie, tremando interiormente, ma in tono quasi giocoso.
«Fino in fondo, superando ogni ostacolo, naturalmente», fu la risposta in un tono pratico che costrinse la signora Gould a fare un altro sforzo per reprimere un brivido.
Si alzò, sorridendo graziosamente e la sua figurina apparve rimpicciolita dalla massa pesante dei capelli e dal lungo strascico dell’abito.
«Ma puntando sempre al successo», disse persuasivamente.
Charles Gould, avvolgendola nello sguardo azzurro acciaio dei suoi occhi attenti, rispose senza esitare:
«Oh, non c’è alternativa».
Infuse un’immensa sicurezza nel suo tono. Quanto alle parole, erano tutto ciò che la sua coscienza gli permetteva di dire.
Il sorriso della signora Gould indugiò un attimo di troppo sulle sue labbra. Ella mormorò:
«Ti lascio; ho una leggera emicrania. Il caldo, la polvere erano effettivamente… Suppongo che tornerai alla miniera prima del mattino?»
«A mezzanotte», rispose Charles Gould. «Portiamo giù l’argento domani. Poi mi prenderò tre interi giorni di vacanza in città con te».
«Ah, vai incontro al convoglio. Sarò sul balcone alle cinque per vederti passare. Addio, fino allora».
Charles Gould fece rapidamente il giro del tavolo e, afferrandole le mani, si chinò e le portò entrambe alle labbra. Prima che si ergesse di nuovo in tutta la sua statura, lei aveva liberato una mano per lisciargli una guancia con tocco leggero, come se fosse un bambino.
«Cerca di riposare per un paio d’ore», mormorò con un’occhiata a un’amaca distesa in fondo alla stanza. Il lungo strascico frusciò morbidamente dietro di lei sulle piastrelle rosse. Sulla porta si voltò.
Due grandi lampade con globi di vetro opaco spandevano una luce calda sulle quattro pareti bianche della stanza, con la vetrina piena di armi, l’elsa d’ottone della sciabola di Henry Gould sul suo riquadro di velluto, e lo schizzo ad acquarello della gola di San Tomé. E la signora Gould, fissando quest’ultimo nella sua cornice di legno nero, sospirò:
«Ah, se l’avessimo lasciata stare, Charley!».
«No», disse Charles Gould, cupamente, «era impossibile».
«Forse era impossibile», ammise lentamente la signora Gould. Le sue labbra ebbero un tremito, ma lei sorrise con un’aria di delicata spavalderia. «Abbiamo disturbato parecchi serpenti in quel paradiso, Charley, non è vero?»
«Sì, rammento», disse Charles Gould, «fu Don Pepe a chiamare la gola il paradiso dei serpenti. Senza dubbio ne abbiamo disturbati parecchi. Ma rammenta, mia cara, che ora non è più come quando facesti quello schizzo». Indicò il piccolo acquarello appeso da solo sulla grande parete nuda. «Non è più un paradiso di serpenti. Vi abbiamo portato gli uomini e non possiamo voltare loro le spalle e cominciare una nuova vita altrove».
Fissò la moglie con uno sguardo fermo, concentrato, che la signora Gould sostenne fingendo bravamente un coraggio che non sentiva, prima di uscire, chiudendosi delicatamente la porta alle spalle.
In contrasto con la stanza bianca sfavillante di luce il corridoio poco illuminato aveva la riposante misteriosità di una radura in una foresta, suggerita dagli steli e dalle foglie delle piante allineate sulla balaustra. Nei fasci di luce provenienti dalle porte aperte dei salotti, le corolle, bianche e rosse e lilla pallido, risaltavano vivide e splendenti come fiori immersi in una striscia di sole; e la signora Gould, passando, aveva la vivezza di una figura vista in controluce nelle chiazze luminose che screziano la penombra delle radure nei boschi. Le pietre degli anelli che ornavano la mano premuta sulla fronte brillarono alla luce delle lampade all’altezza della porta della sala.
«Chi è là?», chiese con voce allarmata. «Sei tu, Basilio?». Guardò dentro e vide Martin Decoud che girava fra le poltrone e i tavoli con l’aria di aver perduto qualcosa.
«Antonia ha dimenticato qui il suo ventaglio», disse Decoud con aria stranamente agitata, «così sono venuto a vedere».
Ma, mentre lo diceva, rinunciò evidentemente alla ricerca e andò diritto verso la signora Gould, che lo guardò con dubbiosa sorpresa.
«Señora», cominciò a bassa voce.
«Che cosa c’è, Don Martin?», chiese la signora Gould. Poi aggiunse con una leggera risata: «Sono così nervosa oggi», come a spiegare l’ansia della domanda.
«Non c’è nessun pericolo imminente», rispose Decoud, che ora non riusciva più a nascondere la sua agitazione. «La prego, non si angosci. No, davvero, non deve angosciarsi».
La signora Gould, i candidi occhi sgranati, le labbra atteggiate a un sorriso, si appoggiava allo stipite della porta con una manina ingioiellata.
«Forse non si rende conto di quanto sia allarmante vederla comparire così all’improvviso…».
«Allarmante! Io!», protestò, sinceramente dispiaciuto e sorpreso. «Le assicuro che io non sono affatto allarmato. Si è smarrito un ventaglio; be’, lo ritroveremo. Ma non credo che sia qui. Sto cercando un ventaglio. Non capisco come Antonia possa… Be’! L’hai trovato, amigo?»
«No, señor», disse alle spalle della signora Gould la voce sommessa di Basilio, il maggiordomo di Casa Gould. «Non credo che la señorita lo abbia lasciato qui».
«Vai a cercarlo di nuovo nel patio. Vai, amico; cercalo sulle scale, sotto il cancello; esamina ogni pietra del lastrico; cercalo finché non torno giù… Quel tipo», disse in inglese alla signora Gould, «ti viene sempre alle spalle a piedi scalzi. L’ho mandato a cercare quel ventaglio appena sono arrivato per giustificare la mia ricomparsa, il mio improvviso ritorno».
Fece una pausa e la signora Gould disse, amabilmente: «Lei è sempre il benvenuto». Anch’ella si interruppe per un attimo. «Ma aspetto di conoscere il motivo del suo ritorno».
Decoud ostentò improvvisamente la massima noncuranza.
«Non sopporto di essere spiato. Oh, il motivo? Sì, c’è un motivo; si è smarrito qualcos’altro, oltre al ventaglio preferito di Antonia. Mentre tornavo a casa a piedi dopo aver accompagnato fino alla porta Don José e Antonia, il Capataz de Cargadores, che passava a cavallo, mi ha parlato».
«È successo qualcosa ai Viola?», indagò la signora Gould.
«I Viola? Allude al vecchio garibaldino che gestisce l’albergo dove stanno gli ingegneri? Non è successo nulla lì. Il Capataz non ne ha parlato; ha detto soltanto che l’impiegato della Compagnia dei Telegrafi girava per la Plaza a testa nuda, cercandomi. Ci sono notizie dall’interno, signora Gould. O meglio voci di notizie».
«Buone notizie?», disse la signora Gould a bassa voce.
«Di nessun valore, credo. Ma se dovessi definirle, direi cattive. Pare che vicino a Santa Marta abbiano combattuto una battaglia durata due giorni e che i ribieristi siano stati sconfitti. Dev’essere successo alcuni giorni fa – forse una settimana. La voce è appena arrivata a Cayta e l’impiegato del telegrafo laggiù ha trasmesso la notizia al suo collega qui. Tanto valeva tenere Barrios a Sulaco».
«Che cosa si fa ora?», mormorò la signora Gould.
«Niente. Lui è in mare con le truppe. Arriverà a Cayta fra un paio di giorni e apprenderà la notizia. Che cosa deciderà di fare allora, chi può dirlo? Tenere Cayta? Fare atto di sottomissione a Montero? Sciogliere il suo esercito – quest’ultima è l’alternativa più probabile – e imbarcarsi su uno dei piroscafi della O.S.N. diretto a nord o a sud: a Valparaiso o a San Francisco, non importa dove. Il nostro Barrios è molto pratico di esili e di rimpatri, che segnano i punti nel gioco politico».
Decoud, scambiando uno sguardo fermo con la signora Gould, aggiunse come a saggiare il terreno: «Eppure, se avessimo avuto qui Barrios con i suoi duemila fucili perfezionati, avremmo potuto fare qualcosa».
«Montero vittorioso, completamente vittorioso!», mormorò la signora Gould in tono incredulo.
«Una frottola, probabilmente. Se ne raccontano tante in tempi come questi. E anche se fosse vero? Be’, siamo pessimisti, diciamo che è vero».
«Allora tutto è perduto», disse la signora Gould con la calma della disperazione.
Improvvisamente parve indovinare la tremenda eccitazione di Decoud sotto la maschera di studiata noncuranza. Stava, in effetti, affiorando nel suo sguardo audace e guardingo, nella curva mezzo temeraria e mezzo sprezzante delle sue labbra. E gli venne spontanea una frase in francese come se, per questo costaguanero del Boulevard, fosse l’unica lingua efficace:
«Non, Madame. Rien n’est perdu».
Quelle parole scossero la signora Gould dal suo intontimento e lei disse vivacemente:
«Che cosa penserebbe di fare?».
Ma c’era già qualcosa di beffardo nell’eccitazione repressa di Decoud.
«Che cosa si aspetterebbe che facesse un vero costaguanero? Un’altra rivoluzione, naturalmente. Parola d’onore, signora Gould, credo di essere un vero hijo del pais, un vero figlio di questo paese, checché ne dica Padre Corbélan. E non miscredente al punto da non avere fede nelle mie idee, nei miei rimedi, nei miei desideri».
«Sì», disse la signora Gould, dubbiosa.
«Non sembra convinta», riprese Decoud in francese. «Diciamo, allora, nelle mie passioni».
La signora Gould accettò questa aggiunta senza battere ciglio. Per capirla a pieno non aveva bisogno della sua sommessa affermazione:
«Non c’è nulla che non farei per amore di Antonia. Non c’è nulla che non sia pronto a intraprendere. Non c’è rischio che non sia disposto a correre».
Decoud parve trovare nuova audacia nel dar voce ai suoi pensieri. «Lei non mi crederebbe se le dicessi che è l’amore della patria che…».
Lei fece un gesto di scoraggiata protesta con il braccio, come a dire che non si aspettava più quel movente da nessuno.
«Una rivoluzione a Sulaco», proseguì Decoud con voce bassa e decisa. «La Grande Causa potrebbe essere servita qui, proprio dov’è iniziata, nel luogo stesso della sua nascita, signora Gould».
Aggrottando la fronte e mordendosi pensosamente il labbro inferiore, lei si allontanò di un passo dalla porta.
«Non va mica a parlarne con suo marito?», la fermò Decoud ansiosamente.
«Ma avrà bisogno del suo aiuto?»
«Senza dubbio», ammise Decoud senza esitare. «Tutto dipende dalla miniera di San Tomé, ma preferirei che lui non sapesse ancora nulla delle mie – mie speranze».
Un’espressione perplessa apparve sul viso della signora Gould e Decoud, avvicinandosi, spiegò confidenzialmente:
«Non capisce, è un tale idealista».
La signora Gould arrossì e al tempo stesso i suoi occhi si incupirono.
«Charley un idealista!», disse come fra sé, meravigliata. «Che cosa mai intende dire?»
«Sì», concesse Decoud, «è strano dirlo con la vista della miniera di San Tomé, forse il più grande fatto concreto di tutto il Sud America, davanti ai nostri occhi. Ma se guarda bene, lui ha idealizzato questo fatto fino a un certo punto». Fece una pausa. «Signora Gould, si rende conto fino a che punto lui abbia idealizzato l’esistenza, il valore, il significato della miniera di San Tomé? Se ne rende conto?».
Evidentemente sapeva di che cosa parlava.
Ottenne l’effetto che si aspettava. La signora Gould, pronta a prendere fuoco, si arrese improvvisamente con un piccolo suono che somigliava a un gemito.
«Che cosa sa?», chiese con voce flebile.
«Niente», rispose Decoud con fermezza. «Ma d’altronde è un inglese, non vede?».
«Be’, e con ciò?»
«Voglio dire semplicemente che non può agire o esistere senza idealizzare ogni sentimento, desiderio o successo. Non potrebbe credere nei suoi moventi se prima non li facesse diventare parte di una favola. La terra non va bene per lui, temo. Perdona la mia franchezza? Inoltre, che lei la scusi o no, fa parte della verità delle cose che ferisce – come le chiamate voi? – le suscettibilità anglossassoni e in questo momento non mi sento di prendere sul serio la concezione delle cose che ha suo marito né – se mi è permesso dirlo – la sua, signora Gould».
Lei non si mostrò offesa. «Suppongo che Antonia la comprenda perfettamente?»
«Comprendere? Be’, sì. Ma non sono sicuro che approvi. Tuttavia, non fa alcuna differenza. Sono abbastanza onesto da dirle questo, signora Gould».
«La sua idea, naturalmente, è la separazione», disse lei.
«La separazione, certo», dichiarò Martin. «Sì; la separazione dell’intera provincia occidentale dal resto del paese inquieto. Ma la mia vera idea, l’unica a cui tengo, è di non essere separato da Antonia».
«Tutto qui?», chiese la signora Gould, senza severità.
«Assolutamente. Non baro con me stesso sui miei motivi. Lei non vuole lasciare Sulaco per amor mio, quindi Sulaco deve lasciare il resto della Repubblica al suo destino. Non potrebbe essere più chiaro. Mi piacciono le situazioni ben definite. Non posso separarmi da Antonia, quindi la Repubblica del Costaguana, una e indivisibile, deve essere costretta a separarsi dalla sua provincia occidentale. Fortunatamente, si dà il caso che sia anche una politica saggia. La parte più ricca e fertile di questa terra deve essere salvata dall’anarchia. Personalmente, m’importa poco, molto poco; ma è un fatto che l’insediamento di Montero al potere significherebbe la morte per me. In tutti i proclami di amnistia generale che ho visto, il mio nome, insieme a pochi altri, viene specificamente escluso. I fratelli mi odiano, come lei sa benissimo, signora Gould; ed ecco che giunge voce di una loro vittoria in battaglia. Ammesso che sia vero, ho tutto il tempo di scappare, dirà lei».
Un leggero mormorio di protesta da parte della signora Gould lo fece tacere un momento, mentre la fissava con sguardo cupo e risoluto.
«Oh, ma lo farei, signora Gould. Fuggirei se servisse a realizzare quello che attualmente è il mio unico desiderio. Sono abbastanza coraggioso per dirlo, e anche per farlo. Ma le donne, anche le nostre donne, sono idealiste. È Antonia che non vuole fuggire. Un nuovo genere di vanità».
«Lei la chiama vanità», disse la signora Gould in tono scandalizzato.
«Allora lo chiami orgoglio, che è un peccato mortale, come le direbbe Padre Corbélan. Ma io non sono orgoglioso. Sono solo troppo innamorato per fuggire. Allo stesso tempo voglio vivere. Non c’è amore per un morto. Quindi è necessario che Sulaco non riconosca il vittorioso Montero».
«E lei pensa che mio marito le darà il suo appoggio?»
«Penso che possa essere indotto a farlo, come tutti gli idealisti, quando vedrà una base sentimentale per il suo atto. Ma non gliene parlerei. I fatti puri e semplici non faranno leva sul suo sentimento. È molto meglio che si convinca da solo. E, francamente, non potrei, forse, in questo momento avere sufficiente considerazione per i motivi di suo marito e forse nemmeno per i suoi, signora Gould».
Era evidente che la signora Gould aveva fermamente deciso di non offendersi. Sorrise vagamente, mentre pareva riflettere sulla questione. Per quanto poteva giudicare dalle mezze confidenze della ragazza, Antonia comprendeva quel giovanotto.
Ovviamente il suo piano, o meglio la sua idea offriva una certa sicurezza. Inoltre, giusta o sbagliata che fosse, l’idea non poteva nuocere. Ed era anche possibile che la notizia fosse falsa.
«Lei ha già un piano abbozzato», disse.
«Semplicissimo. Barrios è partito, quindi lasciamolo andare; difenderà Cayta, che è la porta della via marittima per Sulaco. Non possono inviare una forza sufficiente attraverso le montagne. No; neppure per affrontare la banda di Hernandez. Frattanto organizzeremo la nostra resistenza qui. E per quello ci sarà utile proprio Hernandez. Ha sconfitto le truppe regolari come bandito; ripeterà sicuramente l’impresa se verrà nominato colonnello o magari generale. Conosce il paese abbastanza per non scandalizzarsi per ciò che dico, signora Gould. L’ho sentita affermare che questo povero bandito era l’esempio vivente della crudeltà, ingiustizia, stupidità e oppressione che rovinano le anime degli uomini oltre ai loro destini in questo paese. Be’, ci sarebbe una poetica giustizia in quest’uomo che sorge a schiacciare i mali che spinsero un onesto ranchero sulla strada del crimine. Un bel concetto di castigo, non trova?».
Decoud era passato facilmente all’inglese, che parlava con precisione, molto correttamente, ma con troppe zeta.
«Pensi anche ai suoi ospedali, alle sue scuole, alle sue madri ammalate e ai vecchi deboli, a tutta quella popolazione che lei e suo marito avete portato nella gola rocciosa di San Tomé. Non vi sentite responsabili per tutta questa gente di fronte alla vostra coscienza? Non vale la pena di fare un altro sforzo, che non è disperato come appare, piuttosto che…».
Decoud terminò il pensiero alzando il braccio in un gesto di annientamento; e la signora Gould girò il capo con aria inorridita.
«Perché non dice tutto questo a mio marito?», chiese senza guardare Decoud, che stava a osservare l’effetto delle sue parole.
«Ah! Ma Don Carlos è così inglese», cominciò. La signora Gould lo interruppe:
«Lasci stare quello, Don Martin. È altrettanto costaguanero – No! È più costaguanero di lei».
«Sentimentale, sentimentale», quasi tubò Decoud in un tono di dolce e garbata deferenza. «Sentimentale, alla stupefacente maniera della sua gente. Ho osservato El Rey de Sulaco da quando sono arrivato qui con un compito assurdo e forse spinto da un tradimento del destino in agguato dietro le imprevedibili vicende della vita di un uomo. Ma io non conto, non sono un sentimentale, non posso rivestire i miei desideri personali con un manto rilucente di seta e di gioielli. La vita per me non è un romanzo morale derivato dalla tradizione di una bella favola. No, signora Gould; io sono pratico. Non ho paura dei miei motivi. Ma, mi perdoni, mi sono lasciato un po’ trasportare. Quello che desidero dire è che sono stato a osservare. Non le dirò che cosa ho scoperto».
«No. Non è necessario», bisbigliò la signora Gould, girando di nuovo il capo.
«Non lo è, a eccezione di un piccolo fatto: suo marito non ha simpatia per me. È una piccolezza che, date le circostanze, sembra acquistare un’importanza del tutto ridicola. Ridicola e immensa; giacché, chiaramente, per il mio piano servono soldi», rifletté; poi aggiunse in tono eloquente, «e abbiamo a che fare con due sentimentali».
«Non sono sicura di capirla, Don Martin», disse la signora Gould freddamente, mantenendo la loro conversazione in sordina. «Ma, parlando come se così fosse, chi è l’altro?»
«Il grande Holroyd di San Francisco, naturalmente», sussurrò Decoud, in tono leggero. «Credo che lei mi capisca benissimo. Le donne sono idealiste; ma sono anche molto perspicaci».
Ma qualunque fosse la ragione di quel commento, denigratorio e lusinghiero al tempo stesso, la signora Gould non sembrò prestarvi attenzione. Il nome di Holroyd aveva dato un nuovo tono alla sua ansietà.
«Il carico d’argento scende al porto domani; sei mesi di lavoro, Don Martin!», esclamò sgomenta.
«Lasci che venga, allora», Decoud le sussurrò quasi all’orecchio con convinzione.
«Ma se si spargesse la voce e specialmente se risultasse esatta, potrebbero scoppiare disordini in città», obbiettò la signora Gould.
Decoud ammise che era possibile. Conosceva bene i cittadini di Sulaco: tetri, ladreschi, vendicativi e sanguinari, quali che fossero le grandi qualità dei loro fratelli campagnoli. Ma c’era quell’altro sentimentale, che attribuiva un significato stranamente idealistico a fatti concreti. Questo fiume d’argento doveva continuare a scorrere a nord per ritornare sotto forma di appoggio finanziario da parte della grande società di Holroyd. Sulla montagna, nella camera blindata della miniera i lingotti d’argento ai fini del suo piano valevano meno del piombo, con cui almeno si potevano fabbricare le pallottole. Che scendessero pure giù al porto, pronti per l’imbarco.
Il prossimo piroscafo diretto al nord li avrebbe portati via per la salvezza stessa della miniera di San Tomé, che aveva prodotto un tale tesoro. Per di più, la voce era probabilmente falsa, osservò con molta convinzione nel tono affrettato.
«Inoltre, señora», concluse Decoud, «possiamo tenerla nascosta per molti giorni. Ho parlato con il telegrafista in mezzo alla Plaza Mayor; perciò sono sicuro che non possono averci sentiti. Non c’era neppure un uccello in volo nelle vicinanze. E lasci che le dica anche un’altra cosa. Ho fatto amicizia con l’uomo chiamato Nostromo, il Capataz. Abbiamo avuto un colloquio proprio stasera. Camminavo a fianco del suo cavallo mentre lui andava fuori città poco fa. Mi ha promesso che se scoppiasse una sommossa per qualsiasi ragione – anche per la più politica delle ragioni, capisce – i suoi cargadores, una parte importante della plebe, ammetterà, starebbero dalla parte degli europei».
«Le ha promesso questo?», indagò la signora Gould con interesse. «Che cosa lo ha indotto a farle questa promessa?»
«Parola mia, non lo so», dichiarò Decoud in tono leggermente sorpreso. «Me lo ha sicuramente promesso, ma ora che me lo chiede, non so proprio dirle perché. Ha parlato con la consueta noncuranza, che, se non si trattasse di un comune marinaio, chiamerei una posa o un’affettazione».
Decoud, interrompendosi, guardò la signora Gould con curiosità.
«Tutto sommato», continuò, «suppongo che lui si aspetti di trarne qualche vantaggio. Non deve dimenticare che esercita il suo straordinario potere sulle classi più basse non senza una certa dose di rischio personale e una grande profusione di denaro. Bisogna pagare in un modo o nell’altro per qualcosa di solido come il prestigio individuale. Mi disse, dopo che avevamo fatto amicizia a un ballo, in una posada tenuta da un messicano poco fuori le mura, che era venuto qui per fare fortuna. Immagino che consideri il suo prestigio una sorta di investimento».
«Forse lo apprezza per il suo valore intrinseco», disse la signora Gould nel tono di chi respinge una calunnia immeritata. «Viola, il garibaldino, con cui ha vissuto per alcuni anni, lo chiama l’Incorruttibile».
«Ah! Appartiene al gruppo dei suoi protetti laggiù verso il porto, signora Gould. Muy bien. E il capitano Mitchell lo definisce meraviglioso. Ho sentito infinite storie sulla sua forza, la sua audacia, la sua fedeltà. Elogi a non finire. Hm! Incorruttibile! È veramente un titolo d’onore per il Capataz de Cargadores di Sulaco. Incorruttibile! Bello, ma vago. Tuttavia, suppongo che sia anche assennato. E gli ho parlato basandomi su quella saggia e pratica supposizione».
«Preferisco pensarlo disinteressato e quindi fidato», disse la signora Gould nel tono più vicino alla scortesia che la sua indole le consentisse di assumere.
«Be’, in tal caso, l’argento sarà ancora più al sicuro. Lasci che scenda a valle, señora. Lasci che scenda in modo da poter andare al Nord e tornare a noi sotto forma di credito».
La signora Gould lanciò un’occhiata nel corridoio verso la porta della stanza del marito. Decoud, fissandola come se tenesse in mano il suo destino, scorse un cenno di assenso quasi impercettibile. Si inchinò con un sorriso e, mettendo la mano nella tasca della giacca, ne trasse un ventaglio di piume leggere fissate su foglie dipinte di legno di sandalo. «Lo avevo in tasca», mormorò trionfalmente, «come pretesto plausibile». Si inchinò di nuovo. «Buona notte, señora».
La signora Gould proseguì lungo il corridoio, in direzione opposta alla stanza di suo marito. Il destino della miniera di San Tomé le pesava sul cuore. Aveva cominciato a temerlo ormai da molto tempo. Era stata un’idea. L’aveva vista con inquietudine trasformarsi in un feticcio e ora il feticcio era diventato un peso mostruoso e opprimente. Era come se l’ispirazione della loro giovinezza avesse lasciato il suo cuore per trasformarsi in un muro di mattoni d’argento, eretto dal lavoro silenzioso di spiriti maligni, fra lei e suo marito. Lui sembrava dimorare da solo entro una circonvallazione di metallo prezioso, lasciandola fuori con la sua scuola, il suo ospedale, le madri ammalate e i vecchi deboli, mere vestigia insignificanti dell’ispirazione iniziale. «Quella povera gente!», mormorò fra sé.
Giù nel patio udì Martin Decoud dire a voce alta:
«Ho trovato il ventaglio di Doña Antonia, Basilio. Guarda, eccolo qui!».
Capitolo settimo
Non credere nella possibilità di un’amicizia fra un uomo e una donna faceva parte di quello che Decoud avrebbe definito il suo sano materialismo.
Sosteneva che l’unica eccezione da lui ammessa confermava quella regola ferrea. L’amicizia era possibile fra fratello e sorella, intendendo per amicizia l’assoluta schiettezza di pensieri e di sentimenti di fronte a un altro essere umano; tutta la disinteressata e necessaria sincerità della propria vita interiore in rispondenza alla profonda comprensione di un’altra esistenza.
La sua sorella preferita, il bell’angelo, un po’ dispotico e risoluto che aveva cura dei genitori nell’appartamento al primo piano di una splendida casa parigina, era la persona a cui Martin Decoud confidava i suoi pensieri, le sue azioni, i suoi scopi, i suoi dubbi e persino i suoi insuccessi…
Prepara il nostro piccolo circolo parigino alla nascita di un’altra repubblica sudamericana. Una più una meno, che importanza ha? Possono sbocciare come fiori velenosi in un letto caldo di istituzioni marce; ma questo seme ha germinato nel cervello di tuo fratello e questo basterà per ottenere il tuo devoto assenso. Ti scrivo questa lettera alla luce di un’unica candela, in una specie di locanda vicino al porto, tenuta da un italiano chiamato Viola, un protetto della signora Gould. L’intero edificio, che, per quanto ne so, potrebbe essere stato costruito da un agricoltore spagnolo in cerca di perle trecento anni fa, è immerso in un assoluto silenzio. Così pure la pianura fra la città e il porto; silenziosa, ma non buia come la casa, poiché i picchetti di operai italiani a guardia della ferrovia hanno acceso piccoli fuochi lungo la linea. Non era così tranquillo qui, ieri. Abbiamo avuto un violento tumulto – un’improvvisa insurrezione del popolaccio, che è stata repressa soltanto oggi a tarda ora. Il suo scopo, senza dubbio, era il saccheggio che è stato evitato, come avrai già appreso dal cablogramma inviato via San Francisco e New York ieri notte, quando le linee erano ancora aperte. Avrai già letto nel messaggio che l’energica azione degli europei della ferrovia ha salvato la città dalla distruzione e puoi crederci. Ho scritto quel cablogramma io stesso. Qui non abbiamo un inviato dell’agenzia Reuter. Ho anche sparato contro la plebaglia dalle finestre del circolo, in compagnia di altri giovanotti altolocati. Il nostro obiettivo era tenere sgombra la Calle de la Constitución per l’esodo delle signore e dei bambini, che hanno trovato rifugio a bordo di un paio di navi mercantili ora nel porto. Questo era ieri. Dovresti aver anche appreso dal cablogramma che il presidente Ribiera, scomparso dopo la battaglia di Santa Marta, è arrivato qui a Sulaco per una di quelle strane coincidenze che hanno dell’incredibile, in sella a un mulo zoppo nel bel mezzo dei disordini. Sembra che fosse sfuggito alle minacce di Montero attraverso le montagne, insieme a un mulattiere chiamato Bonifacio, per cadere fra le braccia di una folla inferocita.
Il Capataz de Cargadores, quel marinaio italiano di cui ti ho già scritto prima, lo ha salvato da una morte ignobile. Quell’uomo sembra avere un particolare talento per trovarsi sul posto ogni volta che c’è qualcosa di pittoresco da fare.
Era con me alle quattro del mattino negli uffici del Porvenir, dove si era presentato a quell’ora per avvertirmi dei disordini imminenti e per assicurarmi che avrebbe tenuto i suoi cargadores dalla parte dell’ordine. Quando si fece giorno pieno, osservammo insieme la folla a piedi e a cavallo che dimostrava nella Plaza e scagliava pietre alle finestre dell’Intendencia. Nostromo (così lo chiamano qui) mi indicò i suoi cargadores sparsi fra la folla.
Il sole arriva tardi a Sulaco perché deve prima superare le montagne. Nella limpida luce mattutina, più chiara del crepuscolo, Nostromo scorse dall’altro lato della vasta Plaza, in fondo alla strada oltre la cattedrale, un uomo a cavallo che sembrava alle prese con un gruppo di leperos urlanti. Mi disse subito: «Quello è un forestiero. Che cosa gli stanno facendo?». Poi tirò fuori il fischietto d’argento che usa abitualmente sulla banchina (quest’uomo sembra disdegnare l’uso di qualsiasi metallo meno prezioso dell’argento) e vi soffiò dentro due volte, evidentemente un segnale convenuto per i suoi cargadores. Corse fuori e loro gli si radunarono intorno. Anch’io corsi fuori, ma non feci a tempo a seguirli e ad aiutarli a salvare il forestiero, la cui cavalcatura era caduta a terra. Venni subito assalito come odiato aristocratico e fui ben lieto di rifugiarmi al circolo, dove Don Jaime Berges (forse rammenti che venne a trovarci a Parigi circa tre anni fa) mi ficcò in mano un fucile da caccia. Stavano già sparando dalle finestre. C’erano mucchietti di cartucce sui tavoli da gioco. Rammento un paio di sedie rovesciate, alcune bottiglie rotolanti sul pavimento fra i mazzi di carte gettati alla rinfusa quando i caballeros interruppero le loro partite per aprire il fuoco sulla marmaglia. La maggior parte dei giovanotti aveva trascorso la notte al circolo in previsione appunto di qualche tumulto. In due dei candelabri sulle consoles, le candele erano quasi consumate. Un grosso dado di ferro, probabilmente rubato dalle officine della ferrovia, volò dentro dalla strada mentre entravo, e infranse uno dei grandi specchi incastonati nel muro. Notai anche uno dei servitori del circolo legato piedi e mani con i cordoni della tenda e gettato in un angolo. Ricordo vagamente la frettolosa assicurazione di Don Jaime che l’uomo era stato sorpreso nell’atto di mettere del veleno nei piatti della cena. Ma ricordo distintamente che urlava implorando pietà, senza mai smettere, continuamente, nella più totale indifferenza, tanto che nessuno si era dato la pena di imbavagliarlo. Le sue grida erano così sgradevoli che avevo una mezza intenzione di farlo io. Ma non c’era tempo da perdere in simili inezie. Presi posto a una delle finestre e cominciai a sparare.
Appresi solo più tardi nel pomeriggio chi era la persona che Nostromo, con i suoi cargadores e alcuni operai italiani, era riuscito a salvare da quegli scalmanati ubriachi. Quell’uomo ha un talento particolare per fare le cose che colpiscono l’immaginazione. Glielo feci osservare in seguito, quando ci incontrammo dopo che era stato ristabilito un po’ d’ordine nella città, e la sua risposta mi stupì alquanto. Disse in tono decisamente tetro: «E che cosa ne ricavo, señor?». Allora mi balenò in mente che forse la sua vanità è stata saziata dall’adulazione del popolino e dalle confidenze dei suoi superiori!
Decoud smise di scrivere per accendersi una sigaretta, poi, la testa sempre china sulla lettera, esalò una nuvola di fumo che parve rimbalzare sui fogli. Riprese in mano la matita.
Questo accadeva ieri sera nella Plaza, mentre lui stava seduto sui gradini della cattedrale, le mani fra le ginocchia, reggendo le briglie della sua famosa giumenta grigio argento. Aveva guidato il suo manipolo di cargadores splendidamente per tutta la giornata. Aveva l’aria affaticata, non so io che aspetto avessi. Molto sporco, immagino. Ma immagino che avessi anche l’aria soddisfatta. Dal momento in cui il presidente fuggiasco era stato portato in salvo sulla Minerva, l’onda del successo si era voltata contro la plebaglia. Erano stati scacciati dal porto e dalle vie principali della città, nel loro dedalo di rovine e di tolderías. Devi capire che questa sommossa, il cui scopo primario era sicuramente quello di impossessarsi dell’argento di San Tomé rinchiuso nei sotterranei della Dogana (oltre al saccheggio generale dei ricos), aveva acquistato una colorazione politica per il fatto che due deputati all’Assemblea provinciale, Señores Gamacho e Fuentes, entrambi di Bolson, si erano posti alla testa degli insorti – tardi nel pomeriggio, è vero, quando la folla, delusa nelle sue speranze di bottino, si era barricata nelle strette viuzze al grido di «Viva la libertad! Abbasso il feudalesimo!» (mi chiedo che cosa immaginino che sia il feudalesimo?) «Abbasso i Goti e i Paralitici!». Suppongo che i Señores Gamacho e Fuentes sapessero quello che facevano. Sono persone prudenti. Nell’Assemblea si definivano moderati e si opponevano a qualsiasi misura energica con filantropica ponderatezza. Alle prime voci della vittoria di Montero, si manifestò un sottile cambiamento nel loro temperamento riflessivo e cominciarono a sfidare il povero Don Juste Lopez nel suo seggio presidenziale con una sfrontatezza a cui il poveretto, attonito, poteva rispondere soltanto lisciandosi la barba e suonando il campanello presidenziale. Poi, quando la sconfitta della causa ribierista è stata confermata senza ombra di dubbio, si sono trasformati in liberali convinti, agendo insieme come se fossero fratelli siamesi, e da ultimo assumendo il comando, per così dire, della sommossa in nome dei principi monteristi. La loro ultima mossa alle otto di ieri sera è stata quella di organizzarsi in un Comitato monterista che ha sede, per quanto ne so, in una posada tenuta da un torero messicano a riposo, grande politicante, di cui non ricordo il nome. Da lì hanno inviato una comunicazione a noi, Goti e Paralitici del Club Amarilla (che abbiamo un nostro comitato), invitandoci a concordare una tregua provvisoria perché, hanno l’impudenza di dire, la nobile causa della Libertà «non venga macchiata dai criminali eccessi dell’egoismo conservatore»! Quando sono uscito per andare a sedermi con Nostromo sui gradini della cattedrale, il circolo era intento a studiare una risposta appropriata nella stanza principale, cosparsa di cartucce esplose, con una quantità di vetri rotti, tracce di sangue, candelieri e rottami di ogni sorta sul pavimento. Ma queste sono tutte sciocchezze. Nessuno in città ha un vero potere eccetto gli ingegneri della ferrovia, i cui uomini occupano le case in demolizione acquistate dalla Compagnia per istallarvi la stazione urbana da un lato della Plaza, e Nostromo, i cui cargadores dormivano sotto le arcate lungo la facciata dei negozi di Anzani. Un falò di mobili rotti provenienti dai saloni dell’Intendencia, quasi tutti dorati, ardeva nella Plaza con un’alta fiammata che lambiva la statua di Carlo IV. Il cadavere di un uomo giaceva sui gradini del piedestallo, le braccia spalancate e il volto coperto dal sombrero – forse l’attenzione di un amico. La luce del fuoco sfiorava il fogliame dei primi alberi dell’Alameda e danzava sull’imboccatura di una vicina strada laterale, bloccata da un ammasso di carri e di buoi morti. Seduto su una delle carcasse, un lepero intabarrato fumava una sigaretta. Era una tregua, capisci. L’unico essere vivente nella Plaza oltre a noi era un cargador che, stringendo un lungo coltello sguainato, camminava in su e in giù come una sentinella davanti alle arcate dove dormivano i suoi amici. E l’unica altra chiazza di luce nella città buia erano le finestre illuminate del circolo, all’angolo della Calle.
Arrivato a scrivere fin lì, Don Martin Decoud, l’esotico dandy dei boulevard parigini, si alzò e attraversò il pavimento sabbiato del caffè da un lato dell’Albergo dell’Italia Unita, tenuto da Giorgio Viola, il vecchio compagno di Garibaldi. La litografia a vivaci colori dell’Eroe Fedele pareva guardare cupamente, alla luce dell’unica candela, l’uomo che non credeva in nulla eccetto nella verità delle sue sensazioni. Guardando fuori dalla finestra, Decoud si trovò davanti un buio così impenetrabile da non riuscire a distinguere né le montagne né la città, e neppure gli edifici vicino al porto; e non si udiva un suono, come se la tremenda oscurità del Golfo Placido, spandendosi sulla terra, l’avesse resa muta oltre che cieca. Dopo un poco Decoud avvertì un leggero tremito del pavimento e un clangore di ferro in lontananza. Una vivida luce bianca apparve nella profonda oscurità e divenne sempre più grande con un rumore assordante. I vagoni tenuti normalmente sui binari morti a Rincón venivano riportati nei depositi per maggiore sicurezza. Come se il buio si animasse misteriosamente dietro il fanale della locomotiva, il treno passò in un turbine di cupo fragore vicino all’angolo della casa, che parve vibrare tutta in risposta. E niente era chiaramente visibile tranne un negro in pantaloni bianchi e a torso nudo, che faceva ruotare incessantemente una torcia con un movimento circolare del braccio, in fondo all’ultimo vagone. Decoud non si mosse.
Dietro di lui, sulla spalliera della sedia da cui si era alzato, era appoggiato il suo elegante soprabito parigino foderato di seta grigio-perla. Ma quando si girò per tornare al tavolo, la luce della candela illuminò la faccia sporca e sgraffiata. Le labbra rosee erano annerite dal calore e dal fumo della polvere da sparo. Sporcizia e ruggine offuscavano la lucentezza della sua corta barba. Il colletto e i polsi della camicia erano spiegazzati; la cravatta di seta azzurra gli pendeva sul petto come un cencio; una macchia di grasso gli attraversava la fronte bianca. Per circa quaranta ore non si era mai spogliato né aveva usato acqua, se non per bere avidamente pochi sorsi frettolosi. Una terribile irrequietezza si era impadronita di lui, lo aveva marcato con tutti i segni di una lotta disperata e aveva messo uno sguardo arido, insonne nei suoi occhi. Mormorò fra sé con voce roca: «Chissà se qui c’è del pane», si guardò intorno vagamente, poi si lasciò cadere sulla sedia e riprese in mano la matita. Si rese conto di essere digiuno da molte ore.
Gli venne in mente che nessuno poteva comprenderlo meglio di sua sorella. Nel cuore più scettico si annida in simili momenti, quando è in gioco la vita, un desiderio di lasciare una corretta impressione dei propri sentimenti, come una luce che illumini l’azione quando la persona non c’è più, è andata dove nessuna luce d’indagine può mai scoprire la verità che ogni morte porta via dal mondo. Perciò, invece di cercare qualcosa da mangiare, o tentare di dormire per un’ora o due, Decoud stava riempiendo le pagine di un grosso taccuino con una lettera a sua sorella.
Nell’intimità di quel rapporto non poteva ignorare la sua stanchezza, la sua grande fatica, lo stretto contatto con le sue sensazioni fisiche. Ricominciò come se stesse parlando con lei. Quasi con l’illusione della sua presenza, scrisse la frase: «Sono affamato».
Provo un senso di grande solitudine intorno a me. Forse perché sono l’unico uomo con un’idea definita in testa, nel crollo totale di ogni risoluzione, intenzione e speranza intorno a me? Ma la solitudine è anche molto reale. Tutti gli ingegneri sono fuori da due giorni a vegliare sulle proprietà della Ferrovia Nazionale Centrale, di quella grande impresa del Costaguana che riempirà di soldi le tasche di inglesi, francesi, americani, tedeschi e Dio sa chi altro ancora. Il silenzio intorno a me è minaccioso. Sopra la parte centrale della casa c’è una specie di primo piano, con finestrelle strette come feritoie, probabilmente usate ai vecchi tempi per difendersi meglio dai selvaggi, quando la persistente barbarie del nostro continente natio non indossava le giacche nere dei politici, ma andava in giro urlando, seminuda, armata di arco e frecce. La donna di casa sta morendo al piano di sopra, credo, tutta sola con il suo vecchio marito. C’è una scala stretta che porta su, di quelle che un uomo solo potrebbe difendere facilmente contro una plebaglia, e ho appena sentito, attraverso lo spessore del muro, il vecchio scendere nella loro cucina a prendere qualcosa. Era un rumore simile a quello che potrebbe fare un topo dietro l’intonaco di una parete. Tutti i servitori sono fuggiti ieri e non sono ancora tornati, se mai lo faranno. Per il resto, ci sono soltanto due bambine qui in casa. Il padre le ha mandate giù e sono entrate quatte quatte in questo caffè, forse perché ci sono io. Stanno rannicchiate insieme in un angolo, una nelle braccia dell’altra; le ho notate pochi minuti fa e mi sento più solo che mai.
Decoud si voltò a metà sulla sedia e chiese: «C’è del pane?».
Linda scosse negativamente la testa bruna, sopra quella bionda della sorella appoggiata sul suo petto.
«Non potresti procurarmi un po’ di pane?», insisté Decoud. La bambina non si mosse; lui vide i suoi occhioni scuri fissarlo dall’angolo della stanza. «Non hai mica paura di me?», disse.
«No», rispose Linda, «non abbiamo paura di te. Sei venuto qui con Gian Battista».
«Vuoi dire Nostromo?», precisò Decoud.
«Gli inglesi lo chiamano così, ma non è un nome adatto per un uomo né per un animale», disse la bambina, passando delicatamente la mano sui capelli della sorella.
«Ma lui si fa chiamare così», osservò Decoud.
«Non in questa casa», replicò la bambina.
«Ah! bene. Allora lo chiamerò il Capataz».
Decoud lasciò cadere l’argomento e dopo aver scritto assiduamente per un poco si girò di nuovo.
«Quando lo aspettate di ritorno?», chiese.
«Dopo averti accompagnato qui, è andato in città a chiamare il Señor Doctor per mia madre. Tornerà presto».
«Ha buone probabilità di buscarsi una fucilata lungo la strada», mormorò Decoud in tono percettibile; e Linda dichiarò con la sua voce acuta:
«Nessuno oserebbe sparare a Gian Battista».
«Tu lo credi, vero?», chiese Decoud.
«Lo so», disse la bambina con convinzione. «Non c’è nessuno qui abbastanza coraggioso per attaccare Gian Battista».
«Non ci vuole molto coraggio per premere il grilletto dietro un cespuglio», borbottò Decoud fra sé. «Fortunatamente, la notte è buia, altrimenti ci sarebbero scarse possibilità di salvare l’argento della miniera».
Tornò al suo taccuino, sfogliò le pagine già scritte e riprese la matita.
Quella era la situazione ieri, dopo che la Minerva con il presidente fuggiasco era uscita dal porto e i rivoltosi erano stati ricacciati nei vicoli della città. Mi sedetti sui gradini della cattedrale con Nostromo, dopo aver inviato il cablogramma per informare un mondo più o meno attento. Stranamente, sebbene gli uffici della Compagnia telegrafica siano nello stesso edificio del Porvenir, la folla, che aveva scaraventato le mie macchine da stampa fuori dalla finestra e aveva sparso i caratteri in tutta la Plaza, non aveva osato toccare gli apparecchi dall’altro lato del cortile. Mentre parlavo con Nostromo, Bernhardt, il telegrafista, uscì dal portico con un foglio in mano. L’ometto aveva un’enorme spada legata al fianco e grondava pistole da tutte le parti. Era ridicolo, ma era anche il più coraggioso piccolo tedesco che avesse mai battuto sul tasto di un apparecchio Morse. Aveva ricevuto un messaggio da Cayta che annunciava che i mercantili con l’esercito di Barrios stavano entrando in porto e terminava con le parole: «Regna il massimo entusiasmo». Andai a bere un po’ d’acqua alla fontana e qualcuno nascosto dietro un albero nell’Alameda mi sparò un colpo. Ma io bevetti senza curarmene; con Barrios a Cayta e la grande Cordillera fra noi e l’esercito vittorioso di Montero, pareva proprio che tenessi in pugno il mio nuovo Stato, malgrado i signori Gamacho e Fuentes. Ero pronto per dormire, ma quando arrivai a Casa Gould, trovai il patio pieno di feriti distesi sulla paglia. Le luci erano accese e nel chiuso del cortile in quella notte calda aleggiava un leggero odore di cloroformio e di sangue. Da un lato il dottor Monygham, il medico della miniera, medicava le ferite; dall’altro, accanto alle scale, Padre Corbélan, inginocchiato, ascoltava la confessione di un cargador moribondo. La signora Gould girava in mezzo a questa scena di sangue con una grande bottiglia in una mano e un pacco di ovatta nell’altra. Mi guardò e non batté ciglio. La sua camerista la seguiva, portando anche lei una bottiglia e singhiozzando sommessamente.
Mi diedi da fare per un poco attingendo l’acqua dalla cisterna per i feriti. Dopo salii al piano di sopra, dove incontrai alcune delle prime signore di Sulaco, pallide come non le avevo mai viste, con le braccia cariche di bende. Nessuna di loro era fuggita sulle navi. Molte avevano cercato rifugio per la giornata in casa Gould. Sul pianerottolo una ragazza, con i capelli mezzi sciolti, stava inginocchiata contro il muro sotto la nicchia dove c’è una Madonna in vesti azzurre e corona dorata sul capo. Credo che fosse la maggiore delle signorine Lopez; non potevo vedere il suo viso, ma ricordo di aver notato il tacco alto alla francese della sua scarpina. Non emetteva alcun suono, non si muoveva, non singhiozzava; stava lì, immobile, tutta nera contro la parte bianca, una figura silenziosa di appassionata devozione. Sono sicuro che non era più spaventata delle altre signore pallide che portavano le bende. Una era seduta sul primo gradino e strappava frettolosamente a strisce un pezzo di lino – la giovane moglie di un anziano possidente. Si interruppe per rispondere con un cenno di mano al mio inchino, come se fosse nella sua carrozza sull’Alameda. Le donne del nostro paese meritano di essere osservate durante una rivoluzione. Il belletto e la cipria color madreperla scompaiono insieme a quell’atteggiamento passivo verso il mondo esterno che l’educazione, la tradizione, il costume impone loro fin dalla prima infanzia. Pensai al tuo viso, che fin dall’infanzia aveva l’impronta dell’intelligenza anziché quell’espressione paziente e rassegnata che appare quando un sommovimento politico strappa il velo dei cosmetici e delle usanze.
Nella grande sala al primo piano era riunita una specie di Junta de Notables, il residuo della dissolta Assemblea provinciale. Don Juste Lopez aveva avuto mezza barba bruciacchiata da un colpo di trabuco caricato a spezzoni che, provvidenzialmente, lo avevano mancato tutti. E mentre girava la testa di qua e di là, era esattamente come se ci fossero stati due uomini dentro la sua redingote, uno nobilmente barbuto e solenne, l’altro sciatto e spaventato.
Al mio ingresso levarono un grido: «Decoud! Don Martin!». Chiesi loro: «Di che cosa state discutendo, signori?». Non sembrava che ci fosse un presidente, sebbene Don José Avellanos sedesse a capotavola. Risposero tutti insieme: «Della salvaguardia della vita e della proprietà». «Fino all’arrivo dei nuovi funzionari», spiegò Don Juste, presentandomi il lato solenne del viso. Era come se un torrente d’acqua fosse stato versato sulla mia infocata idea di un nuovo Stato. Un sibilo mi risuonò negli orecchi e la stanza si oscurò, come se si fosse improvvisamente riempita di vapore. Mi accostai al tavolo a tentoni, come se fossi stato ubriaco. «State deliberando di arrendervi», dissi. Rimasero tutti immobili, il naso sul foglio di carta che ognuno aveva davanti. Dio solo sa perché. Soltanto Don José nascose il viso fra le mani mormorando: «Mai, mai!». Ma guardandolo, mi parve che avrei potuto soffiarlo via con un respiro, tanto era fragile, debole, sfinito. Qualunque cosa succeda, non sopravviverà. La delusione è troppo grande per un uomo della sua età; e non ha forse visto le pagine di Cinquant’anni di malgoverno, che abbiamo cominciato a stampare con le macchine del Porvenir, sparse nella Plaza, galleggianti nei rigagnoli, usate come stoppacci per trabucos caricati con manciate di caratteri di stampa, portate via dal vento, calpestate nel fango? Ne ho viste alcune galleggiare persino nelle acque del porto. Sarebbe irragionevole aspettarsi che sopravviva. Sarebbe crudele.
«Sapete», esclamai, «che cosa significa arrendervi per voi, per le vostre donne, per i vostri bambini, per le vostre proprietà?».
Li arringai per cinque minuti senza prendere fiato, mi sembra, insistendo sulle nostre migliori possibilità, sulla ferocia di Montero, che dipinsi come il bestione che indubbiamente vorrebbe essere se avesse sufficiente intelligenza per concepire un sistematico regno del terrore. Poi, per altri cinque minuti e più, rivolsi un appassionato appello al loro coraggio e alla loro virilità, con tutto l’ardore del mio amore per Antonia. Giacché se mai un uomo parla bene, è per un sentimento personale, quando denuncia un nemico, si difende o si batte per qualcosa che gli è più caro della vita. Mia cara ragazza, la mia fu una vera sparata. Sembrava che la mia voce facesse crollare i muri e quando mi fermai, vidi tutti i loro occhi spaventati che mi fissavano dubbiosamente. E quello era tutto l’effetto che avevo ottenuto! Soltanto Don José aveva affondato sempre più la testa nel petto. Accostai l’orecchio alle sue labbra grinzose per captare il suo sussurro, qualcosa come «In nome di Dio, Martin, figlio mio!». Non so esattamente. C’entrava il nome di Dio, di questo sono certo. Mi sembra di aver colto il suo ultimo respiro – il soffio della sua anima spirante sulle sue labbra.
Vive ancora, è vero. L’ho rivisto dopo; ma era soltanto un corpo senile, che giaceva supino, coperto fino al mento, con gli occhi aperti e così immobile da dare l’impressione che non respirasse più. L’ho lasciato così, con Antonia inginocchiata accanto al letto, subito prima di venire in questa posada italiana, dove la morte onnipresente è pure in attesa. Ma so che Don José in realtà è morto lì, in Casa Gould, con quel sussurro che mi sollecitava a tentare ciò che senza dubbio la sua anima, avviluppata nell’inviolabilità dei trattati diplomatici e delle dichiarazioni solenni, deve aver aborrito. Avevo esclamato a voce molto alta: «Non c’è mai un Dio in un paese dove gli uomini non sanno cavarsi d’impaccio».
Frattanto, Don Juste aveva iniziato una ponderata orazione il cui effetto solenne era rovinato dal ridicolo stato della sua barba. Non attesi di capire dove andasse a parare. Apparentemente sosteneva che le intenzioni di Montero (lo chiamava il Generale) probabilmente non erano malvage, sebbene «quell’uomo distinto» (appena una settimana fa solevamo chiamarlo «una gran bestia») «forse avesse sbagliato nella scelta dei mezzi da usare». Come puoi immaginare, non rimasi a sentire il resto. Conosco le intenzioni del fratello di Montero, Pedrito, il guerrigliero che ho smascherato a Parigi alcuni anni fa, in un caffè frequentato da studenti sudamericani, dove tentava di spacciarsi per un segretario di legazione. Era solito venire lì a parlare per ore, rigirando il cappello di feltro fra le manacce pelose, e la sua ambizione sembrava essere quella di diventare una specie di Duca di Morny nei confronti di una specie di Napoleone. Già allora parlava di suo fratello in termini infiammati. Era quasi sicuro di non venire scoperto perché gli studenti, tutti appartenenti a famiglie Blanco, non frequentavano la legazione, come puoi immaginare. Soltanto Decoud, un uomo senza fede né principi, come usavano dire, vi andava qualche volta per divertimento, come a un’assemblea di scimmie ammaestrate. Conosco le sue intenzioni. L’ho visto cambiare i piatti a tavola. Anche se ad altri verrà concesso di continuare a vivere nel terrore, io dovrò essere messo a morte.
No, non rimasi ad ascoltare fino alla fine la solenne orazione di Don Juste Lopez che tentava di convincere se stesso della clemenza e della giustizia, dell’onestà e della purezza dei fratelli Montero. Uscii bruscamente per cercare Antonia. La vidi nella galleria. Quando aprii la porta, mi tese le mani intrecciate.
«Che cosa stanno facendo là dentro?», chiese.
«Parlano», dissi fissandola negli occhi.
«Sì, sì, ma…».
«Discorsi vuoti», la interruppi. «Nascondono le loro paure dietro stupide speranze. Sono tutti grandi parlamentari – sul modello inglese, come sai». Ero talmente furioso che riuscivo a stento a parlare. Lei fece un gesto di sconforto.
Attraverso la porta che avevo lasciato socchiusa, udimmo la voce monotona e misurata di Don Juste andare avanti di frase in frase, come una sorta di terribile e solenne follia.
«Dopo tutto, le aspirazioni democratiche hanno, forse, una loro legittimità. Le vie del progresso umano sono imperscrutabili e se il destino del paese è nelle mani di Montero, dovremmo…».
Su ciò sbattei la porta; era abbastanza; era troppo. Mai un bel viso espresse più orrore e disperazione di quello di Antonia. Non potevo sopportarlo; le afferrai i polsi.
«Hanno ucciso mio padre là dentro?», chiese.
I suoi occhi sfavillavano di indignazione, ma mentre li fissavo, affascinato, la luce in essi si spense.
«È una resa», dissi. E ricordo che le scuotevo i polsi stretti separatamente nelle mie mani. «Ma non sono soltanto chiacchiere. Tuo padre mi ha detto di andare avanti nel nome di Dio».
Mia cara ragazza, in Antonia c’è qualcosa che mi spinge a credere che tutto sia possibile. Un’occhiata al suo viso basta a infiammarmi il cervello. Eppure l’amo come qualsiasi altro uomo l’amerebbe: col cuore e solo con quello. Per me è più della sua Chiesa per Padre Corbélan (il Gran Vicario è scomparso la notte scorsa dalla città; forse è andato a raggiungere la banda di Hernandez). È più della sua preziosa miniera per quell’inglese sentimentale. Non parlo di sua moglie. Forse è stata sentimentale in passato. Ora la miniera di San Tomé si frappone tra queste due persone. «Tuo padre stesso, Antonia», ripetei, «tuo padre, capisci? Mi ha detto di andare avanti».
Lei distolse il viso e con voce addolorata:
«Ha detto così?», esclamò. «Allora temo davvero che non parlerà più».
Liberò i polsi dalla mia stretta e cominciò a piangere nel fazzoletto. Io ignorai il suo dolore; preferivo vederla soffrire che non vederla affatto, mai più; giacché, sia che fossi fuggito o rimasto a morire, per noi non c’era possibilità di unione, non c’era futuro. E così stando le cose, non avevo compassione da sprecare per i suoi momenti di dolore passeggero. La mandai in lacrime a chiamare Doña Emilia e anche Don Carlos. Il loro sentimento era necessario per la vita stessa del mio piano; il sentimentalismo delle persone che non fanno mai nulla spinte dal loro appassionato desiderio, a meno che non venga loro presentato nelle nobili vesti di un’idea.
Ieri notte tardi abbiamo formato una piccola junta di quattro membri – le due donne, Don Carlos e io – nel boudoir bianco e azzurro della signora Gould.
El Rey de Sulaco si ritiene, senza dubbio, un uomo molto onesto. E lo è, se si potesse guardare dietro il suo mutismo. Forse pensa che basti questo a rendere specchiata la sua onestà. Quegli inglesi vivono di illusioni che in un modo o nell’altro li aiutano ad afferrare saldamente la sostanza. Quando lui parla, lo fa attraverso un raro «sì» o «no» che sembra impersonale come le parole di un oracolo. Ma non poteva impormi il suo muto riserbo. Sapevo che cosa aveva in mente; aveva in mente la sua miniera; e sua moglie non aveva in mente altro che la sua preziosa persona, che lui ha legato alla Concessione Gould e attaccato al collo di quella piccola donna. Comunque fosse, l’importante era di fargli presentare la faccenda a Holroyd (il Re dell’Argento e dell’Acciaio) in modo tale da assicurarci il suo appoggio finanziario. A quel punto, la notte scorsa, giusto ventiquattr’ore fa, credevamo che l’argento della miniera fosse al sicuro nelle camere blindate della Dogana finché non arrivava il piroscafo per portarlo al Nord. E finché il flusso prezioso continuava senza interruzioni, quel gran sentimentale di Holroyd non avrebbe abbandonato l’idea di introdurre non soltanto la giustizia, l’industria, la pace nei continenti ottenebrati, ma anche quel suo sogno prediletto di una forma più pura di Cristianesimo. In seguito, l’europeo realmente più importante di Sulaco, l’ingegnere capo della ferrovia, arrivò a cavallo dal porto e fu ammesso nel nostro conclave. Frattanto, la Junta dei Notables nella grande sala stava ancora deliberando; soltanto, uno di loro era corso nel corridoio per chiedere al domestico se era possibile avere qualcosa da mangiare. Le prime parole dell’ingegnere capo quando entrò nel salottino, furono: «Che cos’è la sua casa, cara signora Gould? Un ospedale di guerra al pianterreno e un ristorante in apparenza al primo piano. Li ho visti portare vassoi carichi di cose buone nella sala».
«E qui, in questo boudoir», dissi, «vedi il gabinetto segreto della futura Repubblica occidentale».
Era così preoccupato che non sorrise alla mia battuta, non parve nemmeno sorpreso.
Ci disse che stava impartendo le disposizioni generali per la difesa delle proprietà della ferrovia nei depositi quando era stato convocato nell’ufficio telegrafico della compagnia. L’ingegnere che dirigeva il cantiere di costruzione ai piedi delle montagne, voleva parlargli tramite il telegrafo. Non c’era nessuno nell’ufficio oltre a lui e all’operatore che leggeva i segni a voce alta mentre il nastro si attorcigliava sul pavimento. E in sostanza quel messaggio, trasmesso nervosamente da una capanna di legno in mezzo ai boschi, aveva informato il capo che il presidente Ribiera era stato, o era tuttora, inseguito. Ribiera stesso, dopo essere stato salvato, rinfrancato e calmato da noi, era propenso a credere di non essere stato inseguito.
Ribiera aveva ceduto alle urgenti sollecitazioni degli amici e aveva lasciato il quartier generale del suo esercito sconfitto da solo, sotto la guida di Bonifacio, il mulattiere, che era stato disposto ad assumersi la responsabilità insieme al rischio. Era partito all’alba del terzo giorno. Le sue restanti forze si erano dissolte durante la notte. Bonifacio e lui, montati su cavalli veloci, avevano galoppato fino alla Cordillera; lì si erano procurati due muli, si erano addentrati nei passi e avevano attraversato il Paramo di Ivie poco prima che una tormenta gelida spazzasse quell’altopiano roccioso, seppellendo sotto un manto di neve il piccolo rifugio di pietra in cui avevano trascorso la notte. Dopo, il povero Ribiera ebbe molte avventure, fu separato dalla sua guida, perse la sua cavalcatura, scese faticosamente giù al Campo a piedi e se non si fosse gettato alla mercé di un ranchero, sarebbe perito molto prima di arrivare a Sulaco. Quell’uomo che, in verità, lo riconobbe subito, gli diede un mulo fresco, che il fuggitivo, pesante e inesperto, aveva fatto morire di fatica. Ed era vero che era stato inseguito da un gruppo comandato nientemeno che da Pedro Montero, il fratello del generale. Il vento freddo del Paramo sorprese fortunatamente gli inseguitori in cima al valico. Alcuni uomini e tutti gli animali morirono sotto la tormenta. Chi rimase indietro perì, ma il grosso andò avanti. Trovarono il povero Bonifacio che giaceva mezzo morto ai piedi di un pendio nevoso e lo trafissero subito con le baionette in perfetto stile da guerra civile. Avrebbero catturato anche Ribiera, se non avessero abbandonato, per una ragione o per l’altra, il vecchio Camino Real e non si fossero smarriti nella foresta ai piedi dei monti più bassi. E lì finalmente erano capitati per caso nel cantiere di costruzione. L’ingegnere disse al suo capo per telegrafo che aveva Pedro Montero lì nel suo ufficio, che ascoltava il ticchettio dell’apparecchio Morse. Intendeva prendere possesso di Sulaco in nome della democrazia. Era molto prepotente. I suoi uomini avevano ucciso alcuni capi di bestiame della Compagnia ferroviaria senza chiedere il permesso e si erano messi ad arrostire la carne sulla brace. Pedrito aveva fatto molte domande precise riguardo alla miniera d’argento e che fine avesse fatto il prodotto degli ultimi sei mesi di lavoro. Aveva detto perentoriamente: «Domandalo al tuo capo per telegrafo, lui dovrebbe saperlo; digli che Don Pedro Montero, Capo del Campo e Ministro dell’Interno del nuovo Governo, desidera essere correttamente informato».
Aveva i piedi avvolti in stracci insanguinati, il volto magro, tirato, barba e capelli arruffati ed era entrato zoppicando, con un ramo storto come stampella. I suoi seguaci erano, forse, in condizioni peggiori, ma apparentemente non avevano gettato le armi e, comunque, non tutte le munizioni. I loro volti scarni riempivano la porta e le finestre della capanna. Dato che serviva anche come stanza da letto dell’ingegnere, Montero si era gettato sulle coperte pulite e giaceva lì tremando e dettando richieste da trasmettere per telegrafo a Sulaco. Voleva che fosse inviato subito un treno di vagoni passeggeri per trasportare i suoi uomini.
«A questa richiesta risposi da parte mia», ci riferì l’ingegnere capo, «che non osavo rischiare di inviare il materiale rotabile nell’interno, perché c’erano stati parecchi attentati ai treni lungo la linea. L’ho fatto per amor tuo, Gould», aggiunse. «La risposta fu, nelle parole del mio subalterno: “Il bestione sudicio sul letto dice: ‘Supponiamo che ti faccia fucilare’”. Al che il mio subalterno, che apparentemente stava trasmettendo di persona, osservò che fucilarlo non sarebbe servito a ottenere i vagoni. L’altro, sbadigliando, replicò: “Non importa, non mancano i cavalli nel Campo”. E voltandosi, si addormentò nel letto di Harris».
Questo è il motivo per cui, mia cara ragazza, stanotte sono un fuggiasco. L’ultimo telegramma dal cantiere di costruzione dice che Pedro Montero e i suoi uomini sono partiti all’alba, dopo aver mangiato manzo asado tutta la notte. Hanno preso tutti i cavalli; ne troveranno altri lungo la strada; saranno qui in meno di trenta ore e così Sulaco non è più posto per me né per il grande carico d’argento di proprietà della Concessione Gould.
Ma c’è di peggio. La guarnigione di Esmeralda è passata dalla parte dei vincitori. Lo abbiamo saputo tramite il telegrafista della Compagnia che è venuto a Casa Gould il mattino presto a portarci la notizia. In realtà, era così presto che non era ancora giorno fatto qui a Sulaco. Il suo collega a Esmeralda lo aveva chiamato per dirgli che la guarnigione, dopo aver ucciso alcuni degli ufficiali, aveva preso possesso di un piroscafo del governo in disarmo nel porto. È stato un brutto colpo per me. Pensavo di poter contare su tutti gli uomini in questa provincia. Sbagliavo. A Esmeralda era in atto una rivoluzione monterista, proprio come è stata tentata qui a Sulaco, soltanto che quella è riuscita. Il telegrafista trasmetteva continuamente a Bernhardt e le sue ultime parole furono: «Stanno buttando giù la porta e prendendo possesso dell’ufficio telegrafico. Siete tagliati fuori. Non posso fare altro».
Ma, in realtà, riuscì in qualche modo a eludere la vigilanza dei suoi catturatori, che avevano tentato di interrompere le comunicazioni con il mondo esterno. Non so come facesse, ma poche ore dopo chiamò di nuovo Sulaco e disse: «L’esercito degli insorti ha preso possesso del mercantile governativo nella baia e lo sta riempiendo di truppe, con l’intenzione di raggiungere Sulaco navigando lungo la costa. Quindi state in guardia. Saranno pronti a partire fra poche ore e potrebbero piombarvi addosso prima dell’alba».
Fu tutto quello che poté dire. Lo trascinarono via dall’apparecchio questa volta definitivamente, perché Bernhardt ha continuato a chiamare Esmeralda da allora senza ottenere risposta.
Dopo aver scritto queste parole sul taccuino che stava riempiendo a beneficio della sorella, Decoud alzò il capo e tese l’orecchio. Ma non si udiva alcun rumore, né nella stanza né nella casa, eccetto il gocciolio dell’acqua dal filtro nella grande giara di terracotta sotto il sostegno di legno. E fuori regnava un grande silenzio. Decoud chinò di nuovo il capo sul taccuino.
Non sto scappando, capisci. Vado semplicemente via con quel grande carico d’argento che dev’essere salvato a tutti i costi. Pedro Montero e la guarnigione ribelle di Esmeralda stanno convergendo qui dal Campo e dal mare. Il fatto che l’argento sia qui pronto per loro è solo un caso. Il vero obbiettivo è la miniera di San Tomé, come puoi ben immaginare; altrimenti la Provincia occidentale sarebbe stata, senza dubbio, lasciata in pace per molte settimane, in attesa di essere accolta con comodo fra le braccia del partito vittorioso. Don Carlos Gould avrà abbastanza da fare per salvare la sua miniera, con la sua organizzazione e la sua gente; questo Imperium in Imperio, questa fonte di ricchezza, a cui il suo sentimentalismo attribuisce una strana idea di giustizia. Si aggrappa a essa come alcuni uomini si aggrappano all’idea di amore o di vendetta. A meno che non mi sbagli di grosso riguardo a quest’uomo, la miniera deve rimanere inviolata o perire esclusivamente per un suo atto di volontà. Una passione si è insinuata nella sua vita fredda e idealistica. Una passione che posso capire solo intellettualmente. Una passione che non è come le passioni che conosciamo, noi uomini di un altro sangue. Ma è altrettanto pericolosa.
Anche sua moglie lo ha capito. Perciò è una mia così buona alleata. Afferra al volo i miei suggerimenti con l’istinto sicuro che alla fine porteranno alla salvezza della Concessione Gould. E lui si rimette alla moglie forse perché ha fiducia in lei, ma io ho piuttosto l’impressione che voglia riparare qualche torto sottile, quell’infedeltà sentimentale che assoggetta la sua felicità, la sua vita alla seduzione di una idea. Questa piccola donna ha scoperto che lui vive per la miniera piuttosto che per lei. Ma sia come sia. A ciascuno il suo destino, tracciato dalla passione o dal sentimento. La cosa principale è che lei ha appoggiato il mio consiglio di portare l’argento fuori dalla città, fuori dal paese, subito, ad ogni costo, a qualunque rischio. La missione di Don Carlos è di mantenere intatto il buon nome della sua miniera; la missione della signora Gould è di salvarlo dagli effetti di quella passione fredda e dominante, che lei teme più di un’infatuazione per un’altra donna. La missione di Nostromo è di salvare l’argento. Il piano è di stivarlo nella più grossa chiatta della Compagnia e trasportarlo attraverso il golfo in un piccolo porto fuori dal territorio del Costaguana subito al di là dell’Azuera, dove il primo piroscafo diretto a nord avrà l’ordine di caricarlo a bordo. Le acque sono calme. Scivoleremo via nel buio del golfo prima che arrivino i ribelli di Esmeralda; e quando spunterà il giorno sull’oceano, saremo fuori vista, nascosti dall’Azuera, che dalla riva di Sulaco sembra una leggera nuvola azzurra all’orizzonte.
L’incorruttibile Capataz de Cargadores è l’uomo adatto per questo lavoro; e io, l’uomo con una passione, ma senza una missione, andrò con lui per tornare poi a recitare la mia parte nella farsa fino in fondo e, se avrò successo, ricevere la ricompensa, che soltanto Antonia può darmi.
Non la rivedrò prima della partenza. L’ho lasciata, come ho detto, al capezzale di Don José. La strada era buia, le case sbarrate e io sono uscito dalla città nella notte. Da due giorni non era stato acceso nemmeno un lampione e l’arco della porta era soltanto una massa scura nella vaga forma di una torre, da cui provenivano sordi gemiti lamentosi che sembravano rispondere al mormorio di una voce maschile.
Riconobbi un che di impassibile e di noncurante nel tono, caratteristico di quel marinaio genovese che, al pari di me, è arrivato qui casualmente per essere trascinato in eventi per i quali il suo scetticismo come il mio sembra nutrire una sorta di passivo disprezzo. L’unica cosa che apparentemente gli preme, a quanto ho potuto appurare, è che si parli bene di lui. Un’ambizione adatta ad anime nobili, ma anche utile per un furfante straordinariamente intelligente. Sì. Le sue precise parole: «Mi preme che si parli bene di me. Sì, señor». Non sembra che faccia distinzione fra parlare e pensare. E pura ingenuità o un punto di vista pratico, mi domando? Gli individui eccezionali mi interessano sempre, perché confermano la regola generale che esprime lo stato morale dell’umanità.
Mi raggiunse sulla strada del porto dopo che gli ero passato accanto sotto l’arco buio senza fermarmi. Stava parlando con una donna in difficoltà. Per discrezione rimasi in silenzio mentre mi camminava al fianco. Dopo un poco cominciò a parlare lui. Non era come mi aspettavo. Era soltanto una vecchia pizzettaia che cercava il figlio, uno degli spazzini alle dipendenze del municipio. Il giorno prima all’alba alcuni amici erano venuti a battere alla porta della loro baracca chiamandolo. Era andato con loro e da allora lei non lo aveva più visto; perciò aveva lasciato il cibo che stava preparando cotto a metà sulle braci spente e si era avventurata fino al porto, dove aveva saputo che alcuni mozos erano stati uccisi la mattina del tumulto. Uno dei cargadores di guardia alla Dogana aveva preso una lanterna e l’aveva aiutata a esaminare i pochi morti abbandonati lì intorno. Ora stava tornando furtivamente a casa, senza aver trovato il figlio. Così si era seduta sulla panchina di pietra sotto l’arco, gemendo, perché era molto stanca. Il Capataz l’aveva interrogata e dopo aver ascoltato il suo racconto spezzato e lamentoso le aveva consigliato di andare a cercare fra i feriti nel patio di Casa Gould. Le aveva anche dato un quarto di dollaro, accennò con noncuranza.
«Perché lo hai fatto?», chiesi, «la conosci?»
«No, señor. Credo di non averla mai vista prima. Come avrei potuto? Probabilmente non usciva per strada da anni. È una di quelle vecchie donne che in questo paese stanno in fondo alle capanne, accovacciate davanti al focolare, con un bastone appoggiato a terra accanto a loro e quasi troppo deboli per cacciare via i cani randagi dalle loro pentole. Caramba! Si capiva dalla voce che la morte l’aveva dimenticata. Ma, giovani o vecchie, amano il denaro e parlano bene dell’uomo che gliene dà». Rise un poco. «Señor, avrebbe dovuto sentire come ha stretto il pugno quando le ho messo la moneta nel palmo della mano». Fece una pausa. «Oltretutto era l’ultima che avevo», aggiunse.
Non feci commenti. Era noto per la sua liberalità e la sua sfortuna al gioco del monte, che lo fa restare povero come quando è arrivato qui.
«Suppongo, Don Martin», cominciò in tono dubbioso, meditabondo, «che il Señor Administrator di San Tomé mi ricompenserà un giorno se salvo il suo argento?».
Dissi che non poteva essere altrimenti, sicuramente. Continuò a camminare, borbottando fra sé. «Sì, sì, senza dubbio, senza dubbio; e, vede, Señor Martin, quanto importa che si parli bene di te! Non c’è nessun altro a cui avrebbero potuto pensare per questo lavoro. Un giorno ne ricaverò un grosso vantaggio. E speriamo che sia presto», borbottò. «In questo paese il tempo passa in fretta come altrove».
Questo, soeur cherie, è il mio compagno nella grande fuga per il bene della grande causa. È più ingenuo che scaltro, più autoritario che accorto, più generoso con la sua personalità di quanto le persone che lo usano non lo siano con il loro denaro. Almeno, questo è ciò che pensa lui con più orgoglio che sentimento. Sono contento che siamo diventati amici. Come compagno assume più importanza di quanta ne abbia mai avuta come una specie di piccolo genio alla sua maniera – come un originale marinaio italiano a cui permettevo di venire in redazione a notte tarda a parlare familiarmente con il direttore del Porvenir mentre il giornale andava in macchina. Ed è curioso aver incontrato un uomo per cui il valore della vita sembra consistere nel prestigio personale.
Ora lo sto aspettando. Arrivando alla posada tenuta da Viola, trovammo le bambine sole giù dabbasso e il vecchio genovese urlò al suo compatriota di andare a chiamare il medico. Altrimenti saremmo già andati alla banchina, dove sembra che il capitano Mitchell con alcuni volontari europei e pochi cargadores scelti stiano caricando sulla chiatta l’argento che deve essere salvato dalle grinfie di Montero e usato per sconfiggerlo. Nostromo è tornato in città di gran galoppo. È già andato via da un pezzo. Questo ritardo mi dà il tempo di parlare con te. Quando questo taccuino arriverà in mano tua, saranno successe molte cose. Ma ora c’è un momento di pausa sotto l’ala della morte incombente su questa casa silenziosa sepolta nella notte tenebrosa, con questa donna morente, le due bambine rannicchiate in silenzio e il vecchio che, attraverso lo spessore del muro, sento andare su e giù senza fare più rumore di un topo. E io, unico qui con loro, non so bene se annoverarmi fra i vivi o fra i morti. Quién sabe?, come usa dire la gente di qui in risposta a qualsiasi domanda. Ma no! Il mio sentimento per te non è certamente morto e tutto, la casa, la notte buia, le bambine silenziose in questa stanza oscura, la mia stessa presenza qui – tutto questo è vita, deve essere vita, perché assomiglia tanto a un sogno.
Terminata di scrivere quest’ultima riga, Decoud fu preso da un attimo di improvviso e totale mancamento. Ondeggiò sul tavolo come colpito da una pallottola. Un attimo dopo si raddrizzò, confuso, con l’idea di aver udito la matita rotolare a terra. Il bagliore di una torcia riempì la bassa porta spalancata del caffè da cui era visibile un mezzo cavallo che agitava la coda contro la gamba di un cavaliere con un lungo sperone di ferro allacciato al tallone nudo. Le due bambine erano scomparse e Nostromo, ritto al centro della stanza, lo fissava da sotto la tesa rotonda del sombrero calato sulla fronte.
«Ho portato quel medico inglese con la faccia arcigna nella carrozza della Señora Gould», disse Nostromo. «Dubito che, con tutta la sua scienza, possa salvare la padrona questa volta. Hanno chiamato le bambine. Brutto segno».
Si sedette in cima a una panca. «Lei vuole dar loro la sua benedizione, suppongo».
Ancora intontito, Decoud osservò che doveva essersi addormentato profondamente e Nostromo disse, con un vago sorriso, che aveva guardato dalla finestra e lo aveva visto abbandonato sul tavolo con il capo fra le braccia. Nella carrozza era venuta anche la señora inglese ed era salita subito di sopra con il medico. Gli aveva detto di non svegliare ancora Don Martin; ma quando avevano chiamato le bambine, lui era entrato nel caffè.
Il mezzo cavallo con il suo mezzo cavaliere si girò fuori della porta; la torcia di stoppa e resina nella sua gabbia di ferro fissata a un bastone appeso all’arcione, illuminò per un momento l’interno della stanza e la signora Gould entrò frettolosamente, il volto molto stanco e pallido. Il cappuccio del suo mantello blu scuro era scivolato dietro. Entrambi gli uomini si alzarono.
«Teresa vuole vederti, Nostromo», disse.
Il Capataz non si mosse. Decoud, con le spalle al tavolo, cominciò ad abbottonarsi la giacca.
«L’argento, signora Gould, l’argento», mormorò in inglese. «Non dimentichi che la guarnigione di Esmeralda ha preso un piroscafo. Possono comparire all’entrata del porto da un momento all’altro».
«Il medico dice che non c’è speranza», disse in fretta la signora Gould, pure in inglese. «La porterò giù alla banchina nella mia carrozza e poi tornerò a prendere le bambine». Passò prontamente allo spagnolo per rivolgersi a Nostromo. «Che cosa aspetti? La moglie del vecchio Giorgio vuole vederti».
«Vado subito da lei, señora», mormorò il Capataz.
A questo punto comparve il dottor Monygham con le bambine. Allo sguardo interrogativo della signora Gould rispose scuotendo semplicemente il capo e uscì subito, seguito da Nostromo.
Il cavallo del portatore di torcia stava immobile a testa bassa e l’uomo aveva lasciato le redini per accendere una sigaretta. Il bagliore della torcia danzò sulla facciata della casa attraversata dalla scritta a grandi lettere nere in cui soltanto la parola ITALIA era illuminata a pieno. La chiazza di luce guizzante giunse fino alla carrozza della signora Gould in attesa sulla strada, con il corpulento Ignacio dal viso giallo apparentemente appisolato a cassetta. Accanto a lui Basilio, scuro e macilento, teneva una carabina Winchester di fronte a sé con entrambe le mani e scrutava timoroso le tenebre. Nostromo toccò leggermente la spalla del medico.
«Sta proprio morendo, Señor dottore?»
«Sì», rispose il medico con una strana contrazione della guancia sfregiata. «E non so proprio perché voglia vederti».
«E stata così altre volte», suggerì Nostromo, distogliendo lo sguardo.
«Be’, Capataz, ti posso assicurare che non starà così di nuovo», ringhiò il dottor Monygham. «Puoi andare da lei o no. Si ricava ben poco parlando con i morti. Ma l’ho sentita dire a Doña Emilia che è stata come una madre per te da quando hai messo piede qui».
«Sì! E non ha mai detto una buona parola per me a nessuno. Sembrava piuttosto che non potesse perdonarmi di essere vivo e per di più di essere l’uomo che avrebbe voluto fosse diventato suo figlio».
«Può darsi!», esclamò una lugubre voce profonda accanto a loro. «Le donne hanno le loro maniere di tormentarsi». Giorgio Viola era uscito di casa. Gettava una pesante ombra nera alla luce della torcia che gli illuminava il viso largo e i folti capelli bianchi arruffati. Con il braccio teso fece cenno al Capataz di andare dentro.
Il dottor Monygham, dopo aver trafficato con una piccola cassetta di legno lucido sul sedile del landò, si volse al vecchio Giorgio e gli ficcò nella grande mano tremante una delle boccette col tappo di vetro contenute nella cassetta di medicinali.
«Dalle un cucchiaio di questo ogni tanto, sciolto nell’acqua», disse. «La solleverà».
«E non c’è nient’altro da fare per lei?», chiese il vecchio pazientemente.
«No, niente», rispose il medico voltandogli le spalle e chiudendo a chiave la cassetta.
Nostromo attraversò lentamente la grande cucina, tutta buia a parte il chiarore di un mucchio di carboni accesi sotto la pesante cappa del focolare dove gorgogliava una pentola di ferro piena di acqua bollente. Fra le due pareti della scala stretta una luce forte scendeva dalla stanza dell’ammalata al piano superiore; e il magnifico Capataz de Cargadores, salendo senza far rumore, con i morbidi sandali di pelle, le basette folte, la camicia a quadretti aperta sul collo muscoloso e il torace abbronzato, somigliava a un marinaio mediterraneo appena sbarcato da una feluca carica di vino o di frutta. In cima alla scala si fermò, largo di spalle, stretto di fianchi e agile, e guardò il grande letto, simile a un bianco giaciglio regale, con una profusione di biancheria candida, in mezzo a cui la padrona sedeva curva e senza sostegno, il bel viso dalle sopracciglia brune chino sul petto. Una massa di capelli corvini con appena qualche filo bianco le copriva le spalle; una ciocca folta, scivolata avanti, le velava appena una guancia. Perfettamente immobile in quella posa che esprimeva ansietà e agitazione fisica, volse soltanto gli occhi verso Nostromo.
Il Capataz aveva una fascia rossa avvolta molte volte intorno alla vita e un pesante anello d’argento all’indice della mano che alzò per attorcigliarsi i baffi.
«Le loro rivoluzioni, le loro rivoluzioni», ansimò la Señora Teresa. «Guarda, Gian Battista, alla fine mi hanno ammazzata!».
Nostromo non disse nulla e l’ammalata levando lo sguardo insisté: «Guarda, questa mi ha ammazzata, mentre tu eri fuori a combattere per una cosa che non ti riguardava, stupido uomo».
«Perché parli così?», mormorò il Capataz fra i denti. «Non crederai mai nel mio buon senso? Mi riguarda eccome continuare a essere quello che sono: ogni giorno uguale».
«Non cambi mai», disse lei amaramente. «Pensi sempre a te stesso e ti appaghi delle belle parole di quelli a cui non importa nulla di te».
C’era fra loro un’intimità di antagonismo altrettanto stretta, a modo suo, quanto l’intimità di accordo e di affetto. Lui non aveva corrisposto alle aspettative di Teresa. Era stata lei a incoraggiarlo a lasciare la nave, nella speranza di procurarsi un amico e un difensore per le bambine. La moglie del vecchio Giorgio era consapevole della sua salute malferma e ossessionata dal timore che il suo vecchio marito rimanesse solo e le figlie senza protezione. Aveva voluto annettersi quel giovane apparentemente tranquillo e assennato, affezionato e duttile, orfano fin dalla più tenera età, come le aveva detto lui stesso, senza legami in Italia eccetto uno zio, proprietario e padrone di una feluca, dai cui maltrattamenti era fuggito prima di compiere quattordici anni. Le era sembrato coraggioso, buon lavoratore, deciso a farsi strada nel mondo. Per gratitudine e per i vincoli dell’abitudine sarebbe diventato come un figlio per lei e per Giorgio; e poi, chissà, quando Linda sarebbe cresciuta… Dieci anni di differenza fra marito e moglie non erano tanti. Il suo grand’uomo aveva quasi vent’anni più di lei. Inoltre, Gian Battista era un giovane attraente; piaceva agli uomini, alle donne e ai bambini, proprio per quell’indole profondamente tranquilla che, come un sereno crepuscolo, rendeva più seducenti la promessa della sua forma vigorosa e la risolutezza della sua condotta.
Il vecchio Giorgio, totalmente all’oscuro delle vedute e delle speranze di sua moglie, aveva molta considerazione per il suo giovane compatriota. «Un uomo non dev’essere mansueto», soleva dirle, citando il proverbio spagnolo in difesa dello splendido Capataz. Lei stava diventando gelosa del suo successo. Temeva che la stesse sfuggendo. Era una donna pratica e le sembrava che lui sperperasse assurdamente quelle qualità che lo rendevano tanto prezioso. Otteneva troppo poco in cambio. Le spargeva a piene mani fra troppa gente, a suo parere. Non metteva da parte un centesimo. Lei sbraitava contro la sua povertà, le sue gesta, le sue avventure, i suoi amori e la sua reputazione; ma in fondo al cuore non aveva mai rinunciato a lui, come se fosse stato veramente suo figlio.
Anche adesso, ridotta com’era, ammalata al punto da sentire il nero respiro gelido della fine imminente, aveva desiderato di vederlo. Era come se tendesse la mano inerte per riagguantarlo. Ma aveva presunto troppo delle sue forze. Non riusciva a dominare i suoi pensieri; erano diventati confusi come la sua vista. Le parole le si inceppavano sulle labbra e soltanto l’ansia e il desiderio dominante della sua vita sembravano più forti della morte.
Il Capataz disse: «Ho udito queste cose molte volte. Sei ingiusta, ma non mi offendo. Soltanto ora non mi pare che tu abbia molta forza per parlare e io ho poco tempo per ascoltare. Sono impegnato in un lavoro di grande importanza».
Lei fece uno sforzo per chiedergli se era vero che aveva trovato il tempo di andare a chiamare un medico. Nostromo annuì affermativamente.
Ne fu contenta: alleviava le sue sofferenze sapere che l’uomo aveva accondisceso a fare tanto per coloro che avevano realmente bisogno del suo aiuto. Era una prova di amicizia. La sua voce divenne più forte.
«Voglio un prete più che un medico», disse pateticamente. Non mosse il capo; girò soltanto gli occhi di lato per guardare il Capataz ritto accanto al letto. «Andresti a chiamare un prete per me adesso? Pensaci! Te lo chiede una donna morente!».
Nostromo scosse la testa con decisione. Non credeva nei preti in veste sacerdotale. Un medico era una persona utile; ma un prete, come prete, non era nulla, incapace di fare del bene o del male. Nostromo non provava nemmeno antipatia per loro come il vecchio Giorgio. Ciò che lo colpiva di più era la totale inutilità dell’incarico.
«Padrona», disse, «sei stata così altre volte e sei migliorata dopo qualche giorno. Ti ho già dedicato gli ultimi momenti disponibili. Chiedi alla Señora Gould di mandartene uno».
Provava disagio per l’empietà del suo rifiuto. La padrona credeva nei preti e si confessava a loro. Ma tutte le donne lo facevano. Non poteva avere molta importanza. Eppure il suo cuore si sentì oppresso per un momento – al pensiero di che cosa avrebbe significato l’assoluzione per lei se ci credeva anche in minima parte. Pazienza. Era vero che le aveva già dedicato l’ultimo minuto disponibile.
«Ti rifiuti di andare?», sussultò lei. «Ah! Sei sempre lo stesso, veramente».
«Sii ragionevole, padrona», disse lui. «Hanno bisogno di me per salvare l’argento della miniera. Hai sentito? Un tesoro più grande di quello che custodiscono fantasmi e diavoli ad Azuera, a quanto dicono. È vero. Sono deciso a compiere questa impresa, la più disperata che abbia mai tentato in vita mia».
Ella provò uno sdegno impotente. La prova suprema era fallita. Alto sopra di lei, Nostromo non vide i lineamenti del suo viso, contorti da un parossismo di dolore e di rabbia. La donna cominciò a tremare tutta. La testa china oscillò. Le ampie spalle vibrarono.
«Allora Dio, forse, avrà pietà di me! Ma bada, uomo, di ricavarne qualcosa per te, oltre al rimorso che ti assalirà un giorno».
Rise debolmente. «Fatti dare un ricco compenso almeno per una volta, tu indispensabile, ammirato Gian Battista, per cui la pace di una donna morente vale meno dell’elogio delle persone che ti hanno dato un nome sciocco – e niente altro – in cambio del tuo corpo e anima».
Il Capataz de Cargadores imprecò fra sé.
«Lascia in pace la mia anima, padrona, e saprò come prendermi cura del mio corpo. Che male c’è se la gente ha bisogno di me? Che cos’hai da invidiarmi che io abbia rubato a te e alle tue figlie? Proprio le persone che mi stai rinfacciando hanno fatto di più per il vecchio Giorgio di quanto abbiano mai pensato di fare per me».
Si batté il petto con la mano aperta; aveva tenuto la voce bassa pur usando un tono energico. Si attorcigliò i baffi uno dopo l’altro e girò gli occhi intorno alla stanza.
«È colpa mia se sono l’unico uomo adatto ai loro scopi? Che rabbiose sciocchezze stai dicendo, madre? Mi preferiresti timido e stupido, occupato a vendere cocomeri sulla piazza del mercato o a portare passeggeri in giro nel porto in una barca a remi, come un napoletano imbelle, senza coraggio né reputazione? Vorresti che un giovane vivesse come un monaco? Non lo credo. Vorresti un monaco per la tua figlia maggiore? Lasciala crescere. Di che cosa hai paura? Sei stata in collera con me per tutto ciò che ho fatto per anni; fin dalla prima volta che mi hai parlato della tua Linda, di nascosto al vecchio Giorgio. Marito per una e fratello per l’altra, dicesti? Be’, perché no! Sono affezionato alle piccole e un uomo deve sposarsi prima o poi. Ma da quella volta mi hai sempre sminuito davanti a tutti. Perché? Credevi di potermi mettere un collare e una catena come se fossi stato uno dei cani da guardia che tengono nei depositi della ferrovia? Ascolta, padrona, sono lo stesso uomo che scese a terra una sera e si sedette nel rancho col tetto di paglia in cui abitavi allora dall’altra parte della città e ti raccontò tutto di sé. Quel giorno non fosti ingiusta con me. Che cosa è successo dopo? Non sono più un giovincello insignificante. Un buon nome, dice Giorgio, vale un tesoro, padrona».
«Ti hanno fatto girare la testa con i loro elogi», ansimò l’ammalata. «Ti hanno pagato solo con parole. La tua follia ti ridurrà alla fame, alla povertà, alla miseria. Gli stessi leperos rideranno di te – il grande Capataz».
Nostromo rimase come impietrito per un momento. Lei non lo guardò mai. Un sorriso cupo, sicuro di sé gli sfiorò le labbra, poi egli si ritrasse. La sua figura sparì inosservata oltre la porta. Scese le scale a ritroso, con la solita sensazione di essere stato in qualche modo battuto dal disprezzo di questa donna per la reputazione che si era guadagnato e che desiderava conservare.
Dabbasso, nella grande cucina una candela ardeva, circondata dalle ombre delle pareti, del soffitto, ma nessuna luce rossastra riempiva il vano della porta d’ingresso aperta. La carrozza con la signora Gould e Don Martin, preceduta dall’uomo a cavallo con la torcia, era andata giù al molo. Il dottor Monygham, che era rimasto, stava seduto sull’angolo di un tavolo di legno duro vicino al candeliere, il volto glabro, segnato, inclinato da una parte, le braccia conserte, le labbra contratte e gli occhi prominenti fissi sul pavimento di terra nera. Accanto alla cappa sporgente del focolare, dove la pentola d’acqua continuava a bollire forte, il vecchio Giorgio si teneva il mento con la mano, un piede proteso avanti, come bloccato da un pensiero improvviso.
«Adios, viejo», disse Nostromo, tastando il calcio della pistola alla cintura e slacciando il fodero del coltello. Prese dal tavolo un poncho azzurro foderato di rosso e se lo infilò. «Adios, custodisci le mie cose nella stanza da letto e se non hai più mie notizie, consegna la cassetta a Paquita. Non c’è nulla di molto prezioso, tranne il mio nuovo serape messicano e alcuni bottoni d’argento sulla mia giacca migliore. Poco importa! La mia roba farà bella figura addosso al suo prossimo amante e l’uomo non dovrà temere che io mi trattenga sulla terra dopo morto, come quei gringos che infestano l’Azuera».
Il dottor Monygham torse le labbra in un sorriso amaro. Dopo che il vecchio Giorgio, con cenno di capo quasi impercettibile e senza una parola, scomparve su per la scala stretta, il medico disse:
«Ma come, Capataz! Credevo che non potessi mai fallire in nulla».
Nostromo, lanciandogli un’occhiata sprezzante, si fermò sulla soglia ad arrotolare una sigaretta e dopo averla accesa con un fiammifero, tenne il pezzetto di legno ardente sopra la testa finché la fiamma gli sfiorò le dita.
«Niente vento!», borbottò fra sé. «Senta, señor – conosce la natura della mia impresa?».
Il dottor Monygham assentì accigliato.
«È come se mi attirassi addosso una maledizione, Señor dottore. Un uomo con un tesoro su questa costa avrà tutti i coltelli puntati contro in ogni luogo del litorale. Lo capisce, Señor dottore? Sulla mia vita incomberà un maleficio finché, veleggiando, non incontrerò da qualche parte il piroscafo della Compagnia diretto a nord e allora sì che parleranno del Capataz dei cargadores di Sulaco da un capo all’altro dell’America».
Il dottor Monygham fece una risata breve, gutturale. Nostromo si voltò sulla soglia.
«Ma se vostra signoria può trovare un altro uomo pronto e adatto per una simile impresa, io mi tirerò indietro. Non sono precisamente stanco di vivere, benché sia così povero che posso portare tutto ciò che possiedo con me in groppa al mio cavallo».
«Scommetti troppo al gioco e non dici mai “no” a un bel visino, Capataz», disse il dottor Monygham con melliflua semplicità. «Non è quello il modo di fare fortuna. Ma nessuno di quelli che conosco ha mai sospettato che tu fossi povero. Spero che tu abbia fatto un buon patto nel caso che tornassi sano e salvo da questa avventura».
«Quale patto avrebbe fatto vostra signoria?», chiese Nostromo, soffiando fuori il fumo dalle labbra attraverso la porta.
Il dottor Monygham tese un momento l’orecchio verso la scala prima di rispondere con un’altra delle sue risate brevi, repentine:
«Illustre Capataz, per attirarmi addosso un maleficio, come lo chiami tu, non mi accontenterei di nient’altro se non dell’intero tesoro».
Nostromo scomparve fuori della porta con un grugnito d’insoddisfazione a questa risposta beffarda. Il dottor Monygham lo udì galoppare via. Nostromo cavalcò ventre a terra nell’oscurità. C’erano luci negli edifici della O.S.N. vicino alla banchina, ma prima di arrivarvi, incontrò la carrozza dei Gould. L’uomo a cavallo la precedeva con la torcia, che illuminava i muli bianchi al trotto, il corpulento Ignacio a cassetta e accanto a lui Basilio con la carabina. Dall’interno scuro del landò la voce della signora Gould gridò: «Ti stanno aspettando, Capataz!». Stava tornando, infreddolita ed eccitata, con il taccuino di Decoud ancora stretto in mano. Glielo aveva affidato perché lo mandasse alla sorella. «Forse le mie ultime parole rivolte a lei», aveva detto, stringendo la mano della signora Gould.
Il Capataz non rallentò l’andatura. In cima al molo vaghe figure armate di fucili balzarono alla testa del suo cavallo; altre lo circondarono – cargadores della compagnia messi di guardia dal capitano Mitchell. A una sua parola si ritrassero con mormorii ossequiosi, riconoscendo la sua voce. All’altro capo del molo, vicino a una gru da carico, dove sostava un gruppo di sagome scure con sigari accesi, il suo nome fu pronunciato in tono di sollievo. Quasi tutti gli europei di Sulaco erano lì, raccolti intorno a Charles Gould, come se l’argento della miniera fosse stato l’emblema di una causa comune, il simbolo della suprema importanza degli interessi materiali. Lo avevano caricato sulla chiatta con le loro stesse mani. Nostromo riconobbe Don Carlos Gould, una figura alta e magra, silenziosa e un po’ in disparte, a cui un’altra figura alta, l’ingegnere capo, disse forte: «Se deve andare perduto, è mille volte meglio che finisca in fondo al mare».
Martin Decoud gridò dalla chiatta: «Au revoir, messieurs, finché non ci stringeremo di nuovo le mani a suggello della neonata Repubblica occidentale». Soltanto un mormorio sommesso rispose ai suoi accenti chiari, sonori; e poi gli parve che la banchina scivolasse via nella notte; ma era Nostromo che stava già spingendo contro un pilone con uno dei pesanti remi. Decoud non si mosse; gli faceva l’effetto di essere lanciato nello spazio. Dopo un paio di tonfi non si udì più alcun rumore a parte quello sordo dei piedi di Nostromo che balzava di qua e di là. Alzò la grande vela e un alito di vento sfiorò la guancia di Decoud. Era scomparso tutto tranne la luce del fanale che il capitano Mitchell aveva alzato in cima al palo in fondo al molo per guidare Nostromo fuori del porto.
I due uomini, invisibili l’uno all’altro, rimasero in silenzio finché la chiatta, sospinta dalla brezza incostante, passò fra promontori quasi invisibili nell’oscurità ancora più fonda del golfo. Per un poco il fanale sul molo splendette dietro di loro. Il vento cadde, poi riprese a spirare, ma così debolmente che il grande battello semipontato scivolò avanti senza fare più rumore che se fosse stato sospeso nell’aria.
«Ora siamo fuori nel golfo», disse la voce calma di Nostromo. Un momento dopo aggiunse: «Il Señor Mitchell ha ammainato il fanale».
«Sì», disse Decoud, «ora nessuno può trovarci».
Un’oscurità ancora più fitta avvolse il battello. Il mare nel golfo era nero come le nuvole sovrastanti. Nostromo, dopo aver acceso un paio di fiammiferi per dare un’occhiata alla bussola di bordo, governò seguendo il filo del vento sulla sua guancia.
Era una nuova esperienza per Decoud, il mistero di questa distesa d’acqua stranamente calma, come se il suo moto incessante fosse stato schiacciato dal peso di quella notte densa. Il Placido dormiva profondamente sotto il suo poncho nero.
L’importante adesso per riuscire nell’impresa era di allontanarsi dalla costa e raggiungere il centro del golfo prima dell’alba. Le Isabelle erano da qualche parte a portata di mano. «Di prua a sinistra, señor», disse Nostromo a un tratto. Quando la sua voce tacque, l’immensa quiete, senza una luce o un suono, sembrò agire sui sensi di Decoud come una droga potente. In certi momenti non sapeva nemmeno se era sveglio o addormentato. Come un uomo immerso in un profondo torpore, non sentiva nulla, non vedeva nulla. Persino la mano tenuta davanti al viso non esisteva per i suoi occhi. Il cambiamento dall’agitazione, le passioni e i pericoli, dalle immagini e dai suoni della terraferma, era così totale che avrebbe assomigliato alla morte se non fosse stato per la sopravvivenza dei suoi pensieri. In questa anticipazione della pace eterna fluttuavano vividi e leggeri, come i limpidi sogni soprannaturali di cose terrene che possono ossessionare le anime liberate dalla brumosa atmosfera di rimpianti e di speranze per mano della morte. Decoud si scosse, rabbrividì un poco, sebbene l’aria che gli spirava accanto fosse tiepida. Provava la stranissima sensazione che la sua anima fosse appena rientrata nel suo corpo dall’oscurità circostante in cui la terra, il mare, il cielo, le montagne e le rocce era come se non ci fossero.
La voce di Nostromo stava parlando, ma anche lui, al timone, era come se non ci fosse. «Si è addormentato, Don Martin? Caramba! Se fosse possibile, direi che anch’io mi sono appisolato. Ho la strana impressione di aver udito in sogno un suono di singhiozzi, come se un uomo addolorato piangesse da qualche parte vicino a questa barca. Una via di mezzo fra un sospiro e un singulto».
«Strano!», mormorò Decoud, sdraiato sopra la catasta di casse del tesoro coperte con molte tele cerate. «Non potrebbe darsi che ci sia un’altra barca vicino a noi nel golfo? Non la potremmo vedere, sai».
Nostromo fece una risatina per l’assurdità dell’idea. La scacciarono dalla mente. La solitudine era quasi tangibile. E quando la brezza cadde, a Decoud parve che l’oscurità gli gravasse addosso come un macigno.
«È opprimente», borbottò. «Ci stiamo muovendo, Capataz?». «Più adagio di uno scarafaggio impigliato nell’erba», rispose Nostromo e la sua voce sembrava attutita dal fitto velo di oscurità calda e impenetrabile che li avvolgeva tutto intorno. C’erano lunghi periodi in cui lui non faceva alcun rumore, invisibile e silenzioso come se fosse misteriosamente sbarcato dalla chiatta.
Nella notte opaca Nostromo non era neppure sicuro in quale direzione andasse la chiatta dopo che il vento era caduto del tutto. Aguzzò gli occhi sperando di avvistare le isole, ma non se ne scorgeva traccia, come se fossero sprofondate in fondo al golfo. Alla fine si buttò giù accanto a Decoud e gli sussurrò all’orecchio che se l’alba li avesse sorpresi vicino alla sponda di Sulaco per mancanza di vento, avrebbero potuto portare la chiatta a forza di remi dietro la scogliera all’estremità più alta della Grande Isabella, dove sarebbe rimasta nascosta. Decoud fu sorpreso dall’intensità della sua inquietudine. Per lui il trasferimento del tesoro era una mossa politica. Era necessario per varie ragioni che non cadesse nelle mani di Montero, ma quest’uomo vedeva l’impresa sotto una luce diversa. I caballeros laggiù non sembravano avere la minima idea del compito che gli avevano affidato. Nostromo sembrava nervoso e risentito, come se subisse l’influsso del buio circostante. Decoud era stupito. Il Capataz, incurante dei pericoli che sembravano evidenti al suo compagno, si lasciava portare a un’esasperazione tinta di disprezzo dalla natura mortale dell’incarico di fiducia posto, con la massima naturalezza, nelle sue mani. Era più pericoloso, disse Nostromo, con una risata e un’imprecazione, che mandare un uomo a prendere il tesoro che, a detta della gente, era vegliato da diavoli e fantasmi nelle profonde gole dell’Azuera. «Señor», disse, «dobbiamo incontrare il piroscafo in mare. Dobbiamo tenerci al largo e cercarlo finché non abbiamo mangiato e bevuto tutto quello che c’è qui a bordo. E se sfortunatamente lo manchiamo, dobbiamo rimanere lontani da terra finché non diventiamo deboli, e forse matti, e moriamo e andiamo alla deriva, fino a quando uno o l’altro dei piroscafi della Compagnia non s’imbatterà nella barca con a bordo i due morti che hanno salvato il tesoro. Questa, señor, è l’unica maniera di salvarlo; giacché, non vede?, toccare terra ovunque in un raggio di cento miglia lungo la costa con questo argento in nostro possesso equivale a gettarsi a petto nudo contro la punta di un coltello. Questa cosa mi è stata appiccicata addosso come una malattia mortale. Se gli uomini la scoprono, sono morto e anche lei, señor, dal momento che verrebbe con me. C’è abbastanza argento per arricchire un’intera provincia, figuriamoci poi un pueblo costiero abitato da ladri e vagabondi. Señor, penserebbero che è il cielo stesso che ha inviato loro queste ricchezze e ci taglierebbero la gola senza esitazione. Non mi fiderei delle belle parole del migliore uomo che ci sia sulle sponde di questo golfo. Consideri che, anche cedendo il tesoro alla prima richiesta, non riusciremmo a salvarci la vita. Lo capisce questo, o devo spiegarglielo?»
«No, non occorre che me lo spieghi», disse Decoud un po’ abbattuto. «Lo capisco da me che il possesso di questo tesoro è molto simile a una malattia mortale per uomini nella nostra situazione. Ma doveva essere portato via da Sulaco e tu eri l’uomo adatto allo scopo».
«Lo ero; ma non posso credere», replicò Nostromo, «che la sua perdita avrebbe impoverito molto Don Carlos Gould. C’è altra ricchezza nella montagna. L’ho sentita rotolare giù per gli scivoli nelle notti tranquille quando solevo andare a Rincón a trovare una certa ragazza, dopo aver terminato il mio lavoro al porto. Per anni le rocce preziose sono precipitate giù con un rombo di tuono e i minatori dicono che ce n’è abbastanza nel ventre della montagna per anni e anni a venire. Eppure, da due giorni, stiamo combattendo per salvare il tesoro dalla plebaglia e stanotte vengo mandato fuori in mare con esso in questa oscurità, dove non c’è vento per fuggire; come se fosse l’ultimo carico d’argento sulla terra con cui comprare pane per gli affamati. Ha! Ha! Bene, farò di questa l’impresa più famosa e disperata della mia vita – vento o non vento. Ne parleranno ancora quando i bambini saranno diventati adulti e gli adulti saranno diventati vecchi. Aha! I monteristi non devono impossessarsene, mi dicono, qualunque cosa accada a Nostromo il Capataz; e non lo avranno, le dico, dal momento che è stato legato attorno al collo di Nostromo per sicurezza».
«Capisco», mormorò Decoud. Capiva, in effetti, che il suo compagno aveva una visione tutta personale dell’impresa.
Nostromo interruppe le sue riflessioni su come vengono usate le qualità degli uomini, senza alcuna conoscenza basilare della loro natura, proponendo di mettere fuori i lunghi remi e spingere la chiatta in direzione delle Isabelle. Non era il caso che l’alba rivelasse il tesoro galleggiante a un miglio o due dall’entrata del porto. In genere, più densa era l’oscurità, più forti erano le raffiche di vento su cui lui aveva fatto assegnamento per filare via; ma stanotte non spirava un alito, come se il golfo, sotto il suo poncho di nuvole, fosse morto piuttosto che addormentato.
Le mani morbide di Don Martin soffrivano crudelmente nello sforzo di maneggiare la grossa impugnatura dell’enorme remo. Ma tenne duro virilmente, stringendo i denti. Anche lui era caduto nella trappola di un’esistenza fantasiosa e quello strano lavoro di spingere una chiatta a forza di remi sembrava appartenere naturalmente all’inizio di una nuova condizione e traeva un significato ideale dal suo amore per Antonia. Malgrado i loro sforzi, la chiatta pesantemente carica si muoveva appena. Nostromo imprecava sottovoce fra un colpo regolare di remo e l’altro. «Stiamo andando storti», borbottò fra sé. «Vorrei tanto vedere le isole».
Nella sua imperizia Don Martin si sforzava troppo. Di tanto in tanto una sorta di debolezza muscolare correva dalla punta delle dita doloranti attraverso ogni fibra del suo corpo e scompariva in una vampata di calore. Aveva combattuto, parlato, sofferto mentalmente e fisicamente, sforzando la sua mente e il suo corpo senza interruzione durante le ultime quarantott’ore. Non si era mai riposato, aveva mangiato pochissimo, senza un attimo di pausa nella tensione dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti. Anche il suo amore per Antonia, a cui attingeva forza e ispirazione, aveva raggiunto un punto di tragica tensione durante il loro frettoloso colloquio al capezzale di Don José. E ora, improvvisamente, veniva catapultato fuori da tutto ciò in un golfo tenebroso dove il buio stesso, il silenzio e la pace immobile rendevano ancora più tormentosa la fatica fisica. Immaginò con uno straordinario brivido di gioia che la chiatta colasse a picco. “Sono sull’orlo del delirio”, pensò. Dominò il tremito degli arti, del petto, il tremito interno di tutto il suo corpo svuotato di tutta la forza nervosa.
«Ci riposiamo, Capataz?», propose in tono noncurante. «Abbiamo ancora molte ore di buio davanti a noi».
«È vero. Abbiamo percorso circa un miglio, credo. Riposi le braccia, señor, se è questo che intende. Non avrà altro riposo, le assicuro, dal momento che si è lasciato vincolare a questo tesoro la cui perdita non impoverirebbe nessun povero. No, señor, non ci sarà riposo per noi finché non incontreremo un piroscafo diretto a nord, oppure qualche nave ci troverà che andiamo alla deriva morti stecchiti sull’argento dell’inglese. O piuttosto – no, por Dios!, spaccherò il capo di banda con l’ascia fino al livello dell’acqua prima che la sete e la fame mi tolgano tutta la forza. Per tutti i santi e i diavoli, lascerò che il mare si prenda il tesoro piuttosto che darlo a uno straniero. Dal momento che i caballeros si sono compiaciuti di affidarmi questo incarico, impareranno che sono proprio l’uomo che loro mi considerano».
Decoud giacque sulle casse d’argento, ansimante. Tutte le sue sensazioni attive e i suoi sentimenti da quando riusciva a ricordare gli sembravano il più folle dei sogni. Persino la sua appassionata devozione per Antonia, a cui si era aggrappato per risalire dall’abisso del suo scetticismo, aveva perduto ogni parvenza di realtà. Per un momento fu in preda a un’indifferenza estremamente languida ma non sgradevole.
«Sono sicuro che non intendevano che tu prendessi l’incarico tanto sul serio», disse.
«Che cos’era allora? Uno scherzo?», ringhiò l’uomo, che nel libro paga della O.S.N. a Sulaco figurava come «Sovrintendente della banchina» accanto alla cifra del suo salario. «È stato per uno scherzo che mi hanno svegliato dal sonno dopo due giorni di combattimenti per le strade per farmi scommettere la vita su una carta perdente? Eppure tutti sanno che non sono fortunato al gioco».
«Sì, tutti sanno che sei fortunato con le donne, Capataz», lo rabbonì Decoud con voce stanca e strascicata.
«Ascolti, señor», proseguì Nostromo, «non ho neppure protestato per questa faccenda. Appena ho sentito di che si trattava, ho capito che era un’impresa disperata e ho deciso di portarla a termine. Ogni minuto contava. Prima ho dovuto aspettare lei. Poi, quando siamo arrivati all’Italia Una, il vecchio Giorgio mi ha gridato di andare a chiamare il medico inglese. Più tardi, quella povera donna moribonda ha voluto vedermi, come lei sa. Señor, ho esitato ad accontentarla. Sentivo già questo maledetto argento pesarmi sulla schiena e temevo che, sapendo di essere vicina a morire, lei mi chiedesse di tornare in città a chiamare un prete. Padre Corbélan, che non ha paura di nulla, sarebbe venuto senza fiatare; ma Padre Corbélan è lontano, al sicuro con la banda di Hernandez, e il popolaccio, che avrebbe voluto farlo a pezzi, ce l’ha a morte con i preti. Nessun prete ben pasciuto avrebbe accettato di mettere la testa fuori dal suo nascondiglio stanotte per salvare un’anima cristiana, tranne, forse sotto la mia protezione. Questo aveva in mente lei. Ho finto di non credere che stesse morendo. Señor, ho rifiutato di chiamare un prete per una donna morente…».
Decoud si mosse nel buio.
«Davvero, Capataz!», esclamò. Il suo tono cambiò. «Be’, sai, hai fatto bene».
«Non crede nei preti, Don Martin? Neppure io. A che serve perdere tempo? Ma lei – lei ci crede. Questa cosa mi è rimasta in gola. Forse ora è già morta e noi siamo qui a dondolarci senza un filo di vento. Maledette tutte le superstizioni. Lei è morta pensando che io l’abbia privata del Paradiso, immagino. Sarà la vicenda più disperata della mia vita».
Decoud rimase immerso nei suoi pensieri. Tentò di analizzare le sensazioni destate in lui da ciò che aveva udito. La voce del Capataz riprese:
«Ora, Don Martin, rimettiamoci ai remi e tentiamo di trovare le Isabelle. Altrimenti non ci resta che affondare la chiatta se il giorno ci sorprende ancora qui. Non dobbiamo dimenticare che potrebbe arrivare il piroscafo carico di soldati da Esmeralda. Ora tireremo diritti. Ho trovato un mozzicone di candela e dobbiamo arrischiarci ad accenderlo per poterci orientare con la bussola. Non c’è abbastanza vento per spegnerlo – il Cielo maledica questo golfo cieco!».
Una fiammella apparve, perfettamente verticale. Illuminava a tratti il robusto fasciame nella parte vuota della chiatta. Decoud vide Nostromo alzarsi per vogare. Era visibile fino alla fascia rossa che gli cingeva la vita dove luccicava una rivoltella col calcio bianco; sul fianco sinistro sporgeva l’impugnatura di un lungo coltello. Decoud si preparò allo sforzo della voga. Sicuramente non c’era abbastanza vento per spegnere la candela, ma la fiamma ondeggiava un poco con il lento moto della pesante imbarcazione. Era così grande che per quanto si sforzassero, non riuscivano a spostarla più di un miglio l’ora. Tuttavia, bastava per arrivare alle Isabelle molto prima dell’alba. Avevano ancora davanti sei ore abbondanti di buio e la distanza dal porto alla Grande Isabella non superava le due miglia. Decoud ascrisse questa sfibrante fatica all’impazienza del Capataz. Ogni tanto si fermavano e tendevano l’orecchio per sentire se arrivava il piroscafo da Esmeralda. In questa assoluta quiete una nave in movimento si sarebbe udita da lontano. Quanto ad avvistarla, era fuori questione. Non riuscivano neppure a vedersi a vicenda. Persino la vela, ancora spiegata, era invisibile. Molto spesso si riposavano.
«Caramba!», esclamò a un tratto Nostromo, durante uno di quegli intervalli mentre si appoggiavano pigramente alle pesanti impugnature dei remi. «Che cosa c’è? È angustiato, Don Martin?».
Decoud gli assicurò di non esserlo affatto. Per un poco Nostromo rimase perfettamente immobile, poi in un sussurro invitò Martin a venire a poppa.
Sfiorando con le labbra l’orecchio di Decoud, si dichiarò sicuro che ci fosse qualcun altro sulla chiatta oltre a loro. Per ben due volte aveva udito un suono di singhiozzi soffocati.
«Señor», bisbigliò con attonito stupore, «sono certo che ci sia qualcuno che piange in questa chiatta».
Decoud non aveva udito nulla. Espresse la sua incredulità. Tuttavia, era facile accertarsene.
«È molto strano», mormorò Nostromo. «Qualcuno potrebbe essersi nascosto a bordo mentre la chiatta era ormeggiata alla banchina?»
«E tu dici che sembravano singhiozzi?», chiese Decoud, abbassando anche lui la voce. «Se sta piangendo, non può essere molto pericoloso».
Arrampicandosi sopra la preziosa catasta al centro del battello, si accovacciarono davanti all’albero e frugarono a tentoni sotto il mezzo ponte. A prua estrema, nella parte più stretta, le loro mani incontrarono le membra di un uomo che rimase muto come un morto. Troppo sorpresi essi stessi per fiatare, lo trascinarono a poppa afferrandolo per un braccio e per il colletto della giacca. Era inerte, senza vita.
La luce del mozzicone di candela cadde su un volto rotondo, col naso aquilino, i baffi neri e piccole basette. Era sporchissimo. Una barba untuosa stava spuntando sulla parte rasata delle guance. Le labbra carnose erano leggermente aperte, ma gli occhi rimanevano chiusi. Decoud, con enorme stupefazione, riconobbe il Señor Hirsch, il mercante di pelli di Esmeralda. Anche Nostromo lo aveva riconosciuto. E si fissarono a vicenda sopra il corpo che giaceva con i piedi nudi più alti del capo, in un’assurda simulazione di sonno, svenimento o morte.
Capitolo ottavo
Per un momento, dinanzi a questa straordinaria scoperta, dimenticarono le loro preoccupazioni e sensazioni. Le sensazioni del Señor Hirsch, mentre giaceva lì, dovevano essere state di enorme paura. Per lungo tempo si rifiutò di dare segno di vita, finché i rimproveri di Decoud e ancor più, forse, l’impaziente proposta di Nostromo di buttarlo fuoribordo, giacché sembrava morto, lo indussero finalmente a sollevare prima una palpebra, poi l’altra.
A quanto pareva, non aveva mai trovato un’occasione sicura per lasciare Sulaco. Alloggiava da Anzani, il proprietario dell’emporio, nella Plaza Mayor. Ma quando erano scoppiati i tumulti, era fuggito dalla casa del suo ospite prima dell’alba, così in fretta che si era dimenticato di mettersi le scarpe. Era corso fuori in giardino, impulsivamente, con i soli calzini ai piedi e il cappello in mano. La paura gli aveva dato l’agilità necessaria per scavalcare parecchi muretti bassi e dopo si era trovato per caso nei chiostri invasi da erbacce del vecchio convento dei francescani in una delle vie laterali. Si era fatto largo in mezzo all’intrico di vegetazione con l’impeto della disperazione e questo spiegava il suo corpo sgraffiato e gli abiti strappati. Era rimasto nascosto lì tutto il giorno, la lingua incollata al palato per l’intensità della sete causata dal caldo e dalla paura. Per tre volte bande diverse di uomini avevano invaso il convento con urla e imprecazioni cercando Padre Corbélan; ma verso sera, ancora sdraiato bocconi nei cespugli, aveva creduto di morire per la paura del silenzio. Non ricordava con chiarezza che cosa lo avesse indotto a lasciare il suo nascondiglio, ma evidentemente ne era uscito ed era sgattaiolato furtivamente fuori città attraverso i vicoli deserti. Vagabondando nel buio era capitato vicino alla ferrovia, così stravolto dalla paura che non aveva osato nemmeno avvicinarsi ai fuochi dei picchetti di operai italiani di guardia alla linea. Aveva avuto la vaga idea di rifugiarsi nei depositi della ferrovia, ma i cani gli erano balzati addosso abbaiando; uomini avevano cominciato a urlare; era stata sparata una fucilata a casaccio. Scappando via dai cancelli, aveva preso per puro caso la direzione degli uffici della O.S.N. Due volte aveva inciampato nei corpi di uomini uccisi durante il giorno. Ma tutti gli esseri viventi lo spaventavano molto di più. Si era acquattato, aveva strisciato, serpeggiato, corso per brevi tratti, guidato da una sorta di istinto animale, tenendosi lontano da ogni luce e da ogni suono di voci. La sua idea era di gettarsi ai piedi del capitano Mitchell e di implorare rifugio negli uffici della Compagnia. Era tutto buio quando si era avvicinato carponi, ma improvvisamente un uomo di guardia aveva gridato: «Quién vive?». C’erano altri morti sparsi per terra e lui si era appiattito subito accanto a un cadavere ormai freddo. Aveva udito una voce dire: «C’è uno di quei furfanti feriti che si aggira qui intorno. Vado a finirlo?». E un’altra voce aveva obiettato che non era prudente andare a cercarlo senza una lanterna; forse era soltanto un liberale negro che aspettava un’occasione per ficcare un coltello in pancia a un onest’uomo. Hirsch non era rimasto ad ascoltare oltre, ma sgattaiolando sul molo, si era nascosto in mezzo a un mucchio di barili vuoti. Dopo un poco erano sopraggiunte alcune persone che parlavano fumando una sigaretta. Non si era fermato a chiedersi se potessero nuocergli, ma aveva corso all’impazzata lungo la banchina, aveva visto una chiatta ormeggiata in fondo e c’era saltato dentro. Nel suo desiderio di nascondersi era strisciato a prua sotto il mezzo ponte e lì era rimasto più morto che vivo, patendo i morsi della fame e della sete e quasi svenendo di paura, finché non aveva udito un suono di numerosi passi e le voci degli europei che arrivavano in massa scortando il vagone del tesoro, spinto sulle rotaie da una squadra di cargadores. Aveva compreso perfettamente quello che stava accadendo dai discorsi degli uomini, ma non aveva rivelato la sua presenza per paura che non gli permettessero di restare. In quel momento, la sua unica idea, dominante e imperiosa, era stata quella di andare via da questa terribile Sulaco. E ora se ne pentiva amaramente. Aveva udito Nostromo parlare con Decoud e avrebbe voluto tornare a terra. Non desiderava essere coinvolto in un’impresa disperata – in una situazione da cui non si poteva fuggire. Gli involontari gemiti del suo spirito angosciato lo avevano denunciato all’orecchio fino del Capataz.
Lo avevano messo a sedere contro il fianco della chiatta e lui proseguì il lamentoso racconto delle sue avventure finché la voce gli si ruppe e il capo si piegò in avanti. «Acqua», mormorò con fatica. Decoud gli avvicinò una fiasca alle labbra. Si riprese con straordinaria rapidità e si alzò agitatissimo. Nostromo, con voce irata e minacciosa, gli ordinò di tornare a prua. Hirsch era uno di quegli uomini a cui la paura faceva l’effetto di una frustata e doveva avere un’idea terrificante della ferocia del Capataz. Dando prova di una straordinaria agilità, scomparve a prua nell’oscurità. Lo udirono passare sopra la tela cerata; poi vi fu un tonfo pesante, seguito da un sospiro stanco. Dopo di che, tutto tacque a prua, come se si fosse ammazzato nella sua rovinosa caduta. Nostromo gridò con voce minacciosa:
«Stai fermo lì! Non muovere un dito. Se sento un respiro un po’ più forte, vengo lì e ti ficco una pallottola nel cranio».
La semplice presenza di un codardo, per quanto passivo, introduce un elemento insidioso in una situazione pericolosa. L’impazienza nervosa di Nostromo si trasformò in cupa meditazione. Decoud, sottovoce, come se parlasse fra sé, osservò che, dopo tutto, questo bizzarro evento non faceva grande differenza. Non vedeva che male potesse fare quell’uomo. Al massimo sarebbe stato d’impaccio, come un oggetto inanimato e inutile – come un pezzo di legno, ad esempio.
«Ci penserei due volte prima di gettare via un pezzo di legno», disse Nostromo, pacatamente. «Potrebbe sempre servire. Ma in una vicenda come la nostra un uomo così dovrebbe essere gettato fuoribordo. Anche se fosse coraggioso come un leone, non ci fa comodo averlo qui. Non stiamo fuggendo per salvare la pelle. Señor, non c’è nulla di male se un uomo coraggioso cerca di salvarsi con abilità e coraggio; ma ha sentito il suo racconto, Don Martin. La sua presenza a bordo è un miracolo della paura». Nostromo fece una pausa. «Non c’è posto per la paura in questa chiatta», aggiunse a denti stretti.
Decoud non seppe che cosa rispondere. Non era il momento di discutere, di manifestare scrupoli o sentimenti. Esistevano mille modi in cui un uomo preso dal panico poteva risultare pericoloso. Era evidente che non si poteva parlare o ragionare con Hirsch, né persuaderlo a seguire una linea di condotta razionale. La storia della sua fuga lo dimostrava chiaramente. Decoud pensò che era un vero peccato che il poveraccio non fosse morto di paura. La natura lo aveva fatto com’era, sembrava che avesse calcolato crudelmente quale grado di atroce angoscia lui potesse sopportare senza propriamente spirare. Tanto terrore meritava un po’ di compassione. Decoud, sebbene avesse abbastanza fantasia per comprendere quel disgraziato, decise di lasciar fare a Nostromo. Ma Nostromo non fece nulla. E il destino del Señor Hirsch rimase sospeso nell’oscurità del golfo alla mercé di eventi imprevedibili.
Il Capataz, allungando una mano, spense improvvisamente la candela. Per Decoud fu come se il suo compagno avesse distrutto, con un unico gesto, il mondo degli affari, degli amori, della rivoluzione, dove la sua compiaciuta superiorità analizzava senza timore tutti i motivi e le passioni, compresi i suoi.
Trasalì un poco. Decoud era turbato dalla novità della sua situazione. Intellettualmente sicuro di sé, soffriva di essere privato dell’unica arma che poteva usare efficacemente. Nessuna intelligenza poteva penetrare l’oscurità del Golfo Placido. Rimaneva soltanto una cosa di cui era sicuro e cioè l’arrogante vanità del suo compagno. Era schietta, lineare, ingenua ed efficace. Decoud, che si era servito di lui, aveva cercato di capire a fondo il suo uomo. Aveva scoperto un solo e unico motivo dietro le varie manifestazioni di un carattere coerente. Perciò l’uomo rimaneva così sorprendentemente semplice nella gelosa grandezza della sua presunzione. E ora c’era una complicazione. Chiaramente, il fatto che gli avessero affidato un compito con tante probabilità di insuccesso lo irritava molto. “Mi domando”, pensò Decoud, “come si comporterebbe se io non ci fossi”.
Udì Nostromo mormorare di nuovo: «No! Non c’è posto per la paura su questa chiatta. Il coraggio stesso non sembra abbastanza. Ho un occhio acuto e una mano ferma; nessuno può affermare di avermi mai visto stanco o incerto sul da farsi; ma por Dios, Don Martin, sono stato mandato in questa calma tenebrosa con un compito per il quale non servono né un occhio acuto, né una mano ferma, né il discernimento…». Borbottò una sfilza di bestemmie in spagnolo e in italiano. «Solo con la forza della disperazione si può riuscire in questa impresa».
Queste parole contrastavano stranamente con la pace circostante – con l’immobilità quasi stolida del golfo. Un piovasco cadde con un fruscio improvviso tutto intorno alla barca e Decoud si tolse il cappello, lasciando che la pioggia gli bagnasse la testa, e si sentì molto rinfrescato. Dopo un poco un refolo d’aria gli accarezzò la guancia. La chiatta cominciò a muoversi, ma il piovasco la distanziò. Le gocce smisero di cadergli sulla testa e sulle mani, il fruscio svanì in lontananza. Nostromo emise un grugnito di soddisfazione e afferrando la barra del timone, cinguettò dolcemente, come fanno i marinai, per incoraggiare il vento. Mai negli ultimi tre giorni Decoud aveva sentito meno il bisogno di quella che il Capataz avrebbe chiamato disperazione.
«Mi pare di sentire un altro piovasco sull’acqua», osservò in tono di sommessa contentezza. «Spero che ci raggiunga».
Nostromo smise subito di cinguettare. «Sente arrivare un altro piovasco?», disse dubbioso. Sembrava che l’oscurità si fosse come diradata e ora Decoud poteva distinguere la sagoma del suo compagno e persino la vela affiorava dal buio come un blocco quadrato di neve compatta.
Il suono che Decoud aveva udito si avvicinò rapidamente sull’acqua. Nostromo riconobbe il rumore composto da un sibilo e da un fruscio che si diffonde tutto intorno a un piroscafo in navigazione sul mare calmo in una notte tranquilla. Non poteva essere altro che il mercantile con le truppe di Esmeralda. I fanali di via erano spenti. L’ansimare delle macchine, sempre più forte, ogni tanto cessava del tutto, poi ricominciava all’improvviso e sembrava paurosamente vicino, come se quell’invisibile bastimento, di cui era impossibile stabilire l’esatta posizione, puntasse diritto sulla chiatta. Intanto, quest’ultima continuava a veleggiare lentamente e senza far rumore, sospinta da una brezza così leggera che soltanto sporgendosi fuoribordo e facendo scorrere l’acqua fra le dita, Decoud si convinse che si stavano muovendo. Il suo senso di torpore era scomparso. Dopo tanto silenzio il rumore del piroscafo sembrava assordante e fastidioso. C’era qualcosa di arcano nel non riuscire a vederlo. Improvvisamente tutto tacque. Si era fermato, ma così vicino a loro che gli sbuffi di vapore facevano vibrare l’aria sopra le loro teste.
«Stanno cercando di capire dove sono», bisbigliò Decoud. Si sporse di nuovo e tuffò le dita nell’acqua. «Andiamo assai veloci», informò Nostromo.
«Mi pare che gli stiamo passando di prua», disse il Capataz in tono cauto. «Ma stiamo giocando a moscacieca con la morte. Muoverci non serve. Non devono vederci né sentirci».
Il suo bisbiglio era rauco di eccitazione. Di tutto il suo viso si intravedeva soltanto il bianco degli occhi. Le sue dita strinsero la spalla di Decoud. «Quello è l’unico modo di salvare il tesoro da questo piroscafo carico di soldati. Qualunque altra nave avrebbe avuto i fanali accesi. Ma avrà notato che non c’è il minimo bagliore di luce per indicarci la sua posizione».
Decoud rimase come paralizzato; soltanto i suoi pensieri galoppavano furiosamente. Nello spazio di un secondo rammentò lo sguardo desolato di Antonia quando l’aveva lasciata al capezzale del padre nella casa tetra degli Avellanos, con le imposte chiuse, ma tutte le porte spalancate, disertata da tutti i domestici eccetto un vecchio negro al cancello. Rammentò la sua ultima visita in Casa Gould, le discussioni, i toni della sua voce, l’atteggiamento impenetrabile di Charles, il viso della signora Gould, così pallido per l’ansia e la stanchezza che gli occhi, per contrasto, sembravano quasi neri. Persino intere frasi del proclama che Barrios avrebbe dovuto emanare dal suo quartier generale a Cayta appena arrivato lì, gli passarono per la mente; il germe del nuovo Stato, il proclama separatista che, prima di partire, aveva tentato di leggere frettolosamente a Don José, disteso nel letto sotto lo sguardo fisso della figlia. Dio sa se il vecchio statista lo aveva capito; non poteva parlare, ma aveva sicuramente sollevato il braccio dal copriletto; la sua mano aveva tracciato come un segno di croce nell’aria, un gesto di benedizione, di consenso. Decoud aveva in tasca la bozza scritta a matita su parecchi fogli sciolti con l’intestazione in grassetto «Amministrazione della Miniera d’Argento di San Tomé. Sulaco. Repubblica del Costaguana». L’aveva scritta in fretta e furia, afferrando un foglio dopo l’altro dalla scrivania di Charles Gould. La signora Gould aveva sbirciato parecchie volte sopra la sua spalla mentre scriveva; ma il Señor Administrador, in piedi a gambe divaricate, non aveva dato nemmeno un’occhiata alla bozza dopo finita. L’aveva respinta con un gesto deciso della mano. Il suo doveva essere disprezzo e non prudenza, giacché non aveva fatto alcun commento sull’uso della carta dell’Amministrazione per redigere un documento così compromettente. E ciò dimostrava il suo disprezzo, il vero disprezzo inglese per la normale cautela, come se tutto quanto esulava dai suoi pensieri e sentimenti non meritasse un serio riconoscimento. Decoud ebbe il tempo in un paio di secondi di infuriarsi con Charles Gould e anche di prendersela con la signora Gould, alle cui cure, tacitamente è vero, aveva affidato Antonia. Meglio morire mille volte che dovere la propria salvezza a gente simile, esclamò mentalmente. Le dita di Nostromo, stringendogli più forte la spalla, lo richiamarono alla realtà.
«Il buio è nostro amico», gli mormorò all’orecchio il Capataz. «Ora ammainerò la vela e affiderò la nostra salvezza a questo golfo tenebroso. Nessun occhio può scorgerci se stiamo fermi e zitti, con l’albero nudo. Lo farò subito, prima che il piroscafo si avvicini ancora di più. Il lieve cigolio di un bozzello ci tradirebbe e il tesoro di San Tomé finirebbe in mano a quei ladri».
Si mosse con la cautela di un gatto. Decoud non udì il minimo rumore; e soltanto la scomparsa della chiazza scura gli indicò che il pennone era stato ammainato con infinite precauzioni, come se fosse fatto di vetro. Un attimo dopo sentì il respiro calmo di Nostromo al suo fianco.
«Sarà meglio che non si muova da dov’è, Don Martin», gli consigliò il Capataz in tono serio. «Potrebbe inciampare o spostare qualcosa che farebbe rumore. I remi e le pertiche sono qui in giro. Non si muova per nessun motivo. Por Dios, Don Martin», proseguì in un bisbiglio concitato, ma amichevole, «sono così disperato che se non sapessi che vostra signoria è un uomo coraggioso, capace di stare immobile qualunque cosa succeda, le pianterei un coltello nel cuore».
Un silenzio di morte circondò la chiatta. Era difficile credere che nelle vicinanze ci fosse un piroscafo carico di uomini che aguzzavano gli occhi per avvistare qualche segno di terra nella notte. Aveva smesso di scaricare vapore e si era fermato troppo lontano, apparentemente, perché qualche altro suono giungesse fino alla chiatta.
«Forse lo faresti, Capataz», cominciò Decoud in un sussurro. «Ma non ti preoccupare. Il mio cuore rimarrà saldo per altri motivi che non la paura del tuo coltello. Non ti tradirà. Soltanto, hai dimenticato…».
«Le ho parlato francamente come a un uomo disperato quanto me», spiegò il Capataz. «L’argento dev’essere salvato dalle grinfie dei monteristi. Dissi tre volte al capitano Mitchell che preferivo andare da solo. Lo dissi anche a Don Carlos in Casa Gould. Mi avevano mandato a chiamare. C’erano le signore e quando tentai di spiegare perché non desideravo averla con me, mi promisero entrambi, grandi ricompense per la sua salvezza. Uno strano modo di parlare a un uomo che stavano mandando incontro a una morte quasi certa. Sembra che quei gentiluomini non abbiano il buon senso di capire che cosa pretendono da una persona. Dissi loro che non potevo fare nulla per lei. Sarebbe stato molto più al sicuro con il bandito Hernandez. Avrebbe potuto lasciare la città a cavallo rischiando al massimo una fucilata sparata a casaccio nel buio. Ma era come parlare con i sordi. Dovetti promettere di aspettarla sotto la porta del porto. Ho aspettato e ora, siccome lei è un uomo coraggioso, è al sicuro come l’argento. Né più né meno».
In quel momento, quasi a commentare le parole di Nostromo, il piroscafo invisibile ripartì a mezza forza, per quanto si poteva giudicare dal battito rallentato dell’elica. Il suono si spostò distintamente, ma senza avvicinarsi. Anzi si allontanò un poco proprio al traverso della chiatta e cessò di nuovo.
«Stanno cercando di avvistare le Isabelle», mormorò Nostromo, «per dirigere poi diritto sul porto e impadronirsi della Dogana con tutto il tesoro. Ha mai visto il comandante di Esmeralda, Sotillo? Un bell’uomo, con una voce morbida. Quando arrivai qui, lo vedevo spesso nella Calle che parlava con le señoritas alle finestre delle case e mostrava sempre i suoi bei denti bianchi. Ma uno dei miei cargadores, che aveva fatto il soldato, mi disse che una volta aveva ordinato di scorticare vivo un uomo nel lontano Campo, dove era stato inviato a reclutare uomini fra la gente delle estancias. Non gli è mai balenato in mente che la compañía avesse un uomo capace di sventare il suo gioco».
La sommessa loquacità del Capataz inquietò Decoud come un segno di debolezza. Tuttavia, la risolutezza loquace può essere genuina come un cupo silenzio.
«Sotillo non è stato ancora battuto», disse. «Hai dimenticato quel pazzo a prua?».
Nostromo non aveva dimenticato il Señor Hirsch. Si rimproverava aspramente di non aver ispezionato con cura la chiatta prima di scostare dalla banchina. Si rimproverava di non aver pugnalato e gettato Hirsch fuoribordo appena lo aveva scoperto, senza nemmeno guardarlo in faccia. Un tale atto sarebbe stato in sintonia con la natura disperata dell’impresa. Qualunque cosa accadesse, Sotillo era già battuto. Anche se quel disgraziato, ora muto come un pesce, avesse fatto qualcosa che tradisse la presenza della chiatta, Sotillo – se era lui il comandante delle truppe a bordo – sarebbe sempre stato privato del suo bottino.
«Ho in mano un’ascia», sussurrò Nostromo, trucemente, «che in tre colpi potrebbe spaccare la fiancata fino alla linea di galleggiamento. Inoltre, ogni chiatta ha un tappo a poppa e io so esattamente dov’è. Lo sento sotto la pianta del piede».
Decoud riconobbe il timbro della vera determinazione nel bisbiglio nervoso, l’eccitazione vendicativa del famoso Capataz. Prima che il piroscafo, guidato da uno strillo o due (non potevano essere di più, disse Nostromo, digrignando forte i denti), trovasse la chiatta, ci sarebbe stato tutto il tempo di affondare questo tesoro legato intorno al suo collo.
Sibilò le ultime parole all’orecchio di Decoud che non disse nulla. Era perfettamente convinto. La consueta calma tipica dell’uomo era scomparsa. Non si adattava alla situazione quale lui la concepiva. Qualcosa di più profondo, di insospettato da tutti, era affiorato in superficie. Decoud, con movimenti cauti, si sfilò il mantello e gli stivali; non si riteneva obbligato per onore a colare a picco con il tesoro. Il suo scopo era di arrivare da Barrios, a Cayta, come il Capataz sapeva molto bene; e anche lui, a suo modo, intendeva mettere in quel tentativo tutto l’accanimento di cui era capace. Nostromo borbottò: «Vero, vero! Lei è un politico, señor. Raggiunga l’esercito e inizi un’altra rivoluzione». Comunque, gli fece notare che ogni chiatta aveva un battellino di salvataggio in grado di portare due uomini. Il loro era a rimorchio di poppa.
Decoud non lo sapeva. Naturalmente, era troppo buio per vederlo e soltanto quando Nostromo gli fece toccare la cima assicurata a una galloccia a poppa, si sentì del tutto sollevato. La prospettiva di trovarsi a nuotare alla cieca nell’acqua nera, probabilmente in circolo fino ad affogare per sfinimento, era rivoltante. La sterile e crudele futilità di una simile fine scoraggiava la sua ostentazione di noncurante pessimismo. In confronto, la possibilità di trovarsi in mezzo al mare su un battellino, esposto alla sete, alla fame, alla cattura, all’esecuzione, si presentava sotto un aspetto così ameno che valeva la pena di approfittarne anche a costo di disprezzarsi un poco. Non accettò la proposta di Nostromo di andare subito nel battellino. «Qualcosa potrebbe sopraffarci all’improvviso, señor», osservò il Capataz promettendo fedelmente, al tempo stesso, di mollare la cima quando si sarebbe manifestata tale necessità.
Ma Decoud gli assicurò con leggerezza che non intendeva trasbordare nel battellino fino all’ultimo momento e che a quel punto voleva che venisse anche il Capataz. Il buio del golfo non rappresentava più per lui la fine di tutto. Faceva parte di un mondo vivente giacché ti sentivi accanto, ovunque, l’insuccesso e la morte. E al tempo stesso era un rifugio. Egli gioiva della sua impenetrabile oscurità. «Come un muro, come un muro», mormorò fra sé.
L’unica cosa che frenava la sua fiducia era il pensiero del Señor Hirsch. Non averlo legato e imbavagliato ora sembrava a Decoud il massimo della follia imprevidente. Finché la disgraziata creatura aveva la possibilità di lanciare un urlo, rappresentava un costante pericolo. Ora il suo abbietto terrore era muto, ma poteva trovare improvvisamente sfogo gridando per una ragione qualsiasi.
Proprio questa paura folle, che sia Decoud sia Nostromo avevano visto negli sguardi stralunati e nelle continue contrazioni della bocca, proteggeva il Señor Hirsch dalle crudeli necessità di questa disperata situazione. Il momento di farlo tacere per sempre era passato. Come osservò Nostromo in risposta alle recriminazioni di Decoud, era troppo tardi! Non si poteva fare senza rumore, ignorando specialmente l’esatta posizione dell’uomo. Dovunque avesse scelto di accovacciarsi tremando, era troppo rischioso avvicinarglisi. Probabilmente si sarebbe messo a urlare implorando pietà. Era molto meglio lasciarlo in pace dal momento che stava così tranquillo. Ma fidarsi del suo silenzio diventava ogni momento più arduo per Decoud che stentava a mantenere la sua compostezza.
«Vorrei che non avessi lasciato passare il momento opportuno, Capataz», mormorò.
«Cosa! Farlo tacere per sempre! Ho creduto bene di sentire prima come mai si trovava qui. Era troppo strano. Chi poteva immaginare che fosse tutto un caso? Poi, señor, quando l’ho vista dargli l’acqua da bere, non ho potuto più farlo. Non dopo che l’avevo vista avvicinargli la fiasca alle labbra come se fosse stato suo fratello. Señor, un atto necessario come quello non va troppo meditato. Eppure non sarebbe stata una crudeltà privarlo della sua vita miseranda. Non è altro che paura. La sua compassione lo ha salvato allora, Don Martin, e ora è troppo tardi. Non si può fare senza rumore».
Nel piroscafo mantenevano un perfetto silenzio e la quiete era così profonda da dare la sensazione a Decoud che il suono più lieve sarebbe giunto chiaro e senza ostacoli in capo al mondo. E se per caso Hirsch tossiva o starnutiva? Sentirsi alla mercé di un’eventualità così stupida era troppo esasperante per considerarla con ironia. Anche Nostromo stava diventando nervoso. Possibile, si chiese, che il piroscafo, trovando la notte troppo buia, intendesse rimanere fermo dov’era fino all’alba? Cominciò a pensare che, dopo tutto, questo era il vero pericolo. Aveva paura che l’oscurità, che era la sua protezione, finisse per causare la sua rovina.
Sotillo, come aveva supposto Nostromo, era al comando del mercantile. Gli eventi delle ultime quarantott’ore a Sulaco non gli erano noti; né era a conoscenza del fatto che il telegrafista di Esmeralda era riuscito ad avvisare il suo collega a Sulaco. Come numerosi ufficiali delle truppe di guarnigione nella provincia, Sotillo era stato spinto ad abbracciare la causa ribierista dalla convinzione che essa avesse dalla sua parte l’enorme ricchezza della Concessione Gould. Era stato uno dei frequentatori di Casa Gould, dove aveva espresso le sue idee Blanchiste e la sua ansia di riforma davanti a Don José Avellanos, lanciando nel frattempo sguardi schietti, sinceri alla signora Gould e ad Antonia. Si sapeva che apparteneva a una buona famiglia perseguitata e ridotta in miseria durante la tirannia di Guzman Bento. Le opinioni da lui espresse sembravano eminentemente naturali e appropriate per un uomo con la sua parentela e i suoi antecedenti. E non era un mistificatore; era del tutto naturale per lui esprimere elevati sentimenti mentre tutte le sue facoltà erano concentrate su quella che allora sembrava un’idea solida e pratica: l’idea che il marito di Antonia Avellanos sarebbe stato, naturalmente, l’intimo amico della Concessione Gould. Lo fece osservare anche ad Anzani una volta, mentre contrattava il sesto o settimo piccolo prestito nell’appartamento tetro e umido con enormi sbarre di ferro, dietro il negozio principale sotto il portico. Parlando con il negoziante, accennò ai suoi ottimi rapporti con l’emancipata señorita, che era come una sorella per la donna inglese. Mettendosi in posa davanti ad Anzani, una gamba protesa in avanti e le mani sui fianchi, lo fissava con sguardo altezzoso.
«Guarda, miserabile negoziante! Come può un uomo come me fallire con qualsiasi donna, figuriamoci poi con una ragazza emancipata che conduce una vita scandalosamente libera?», sembrava dire.
Naturalmente, i suoi modi in Casa Gould erano molto diversi – privi di ogni truculenza e persino un po’ funerei. Come la maggior parte dei suoi compatrioti, si lasciava trascinare dal suono delle belle parole, specialmente se pronunciate da lui. Non aveva convinzioni di sorta su alcunché eccetto l’irresistibile potere delle sue doti personali. Ma di quello era così fermamente convinto che nemmeno la comparsa di Decoud a Sulaco e la sua intimità con i Gould e gli Avellanos, lo turbò. Al contrario, cercò di fare amicizia con quel ricco costaguanero arrivato dall’Europa nella speranza che gli prestasse una grossa somma nel prossimo futuro. L’unico scopo dominante della sua vita era procurarsi denaro per soddisfare i suoi gusti costosi, a cui si abbandonava sfrenatamente, non avendo autocontrollo. Immaginava di essere un maestro dell’intrigo, ma la sua corruzione era semplice come un istinto animale. A volte, in solitudine, aveva i suoi momenti di ferocia e anche quando gli capitava, ad esempio, di trovarsi solo in una stanza con Anzani per cercare di ottenere un prestito.
Con la sua parlantina si era fatto assegnare il comando della guarnigione di Esmeralda. Quel piccolo porto aveva la sua importanza come punto d’arrivo del principale cavo sottomarino che collegava le province occidentali con il mondo esterno e si congiungeva lì con la linea telegrafica di Sulaco. Don José Avellanos lo aveva proposto e Barrios, con una rozza risata di scherno, aveva detto: «Oh, che vada pure. Sotillo è l’uomo che ci vuole per fare la guardia al cavo telegrafico e le signore di Esmeralda hanno diritto al loro turno». Barrios, uomo innegabilmente coraggioso, non aveva molta stima di Sotillo.
Era soltanto attraverso il cavo di Esmeralda che la miniera di San Tomé poteva tenersi costantemente in contatto con il grande finanziere, il cui tacito appoggio faceva la forza del movimento ribierista. Tale movimento aveva avversari anche lì. Sotillo governò Esmeralda con durezza repressiva finché il corso sfavorevole degli eventi nel lontano teatro della guerra civile lo costrinse a riflettere che, dopo tutto, la grande miniera d’argento era destinata a diventare la spoglia dei vincitori. Ma bisognava essere cauti. Cominciò con l’assumere un atteggiamento oscuro e misterioso verso la fedele municipalità di Esmeralda. In seguito, l’informazione (trapelata in qualche modo) che il comandante teneva riunioni di ufficiali in piena notte indusse quei gentiluomini a trascurare del tutto i loro doveri civili e a rimanere chiusi nelle loro case. Improvvisamente un giorno tutte le lettere arrivate via terra da Sulaco furono prelevate dall’ufficio postale e portate alla Comandancia dai soldati, apertamente e senza scuse o giustificazioni. Sotillo aveva appreso tramite Cayta della sconfitta definitiva di Ribiera.
Questo fu il primo segno palese del suo cambiamento di opinioni. Poco dopo notori democratici, che fino allora avevano vissuto nel perenne timore di essere arrestati, messi ai ferri e persino frustati, furono visti entrare e uscire dal portone principale della Comandancia, dove i cavalli degli ufficiali di servizio sonnecchiano sotto le pesanti selle mentre gli uomini, in uniformi lacere e cappelli di paglia a punta, poltriscono su una panca, i piedi scalzi sporgenti oltre la striscia d’ombra; e una sentinella, in una giubba di panno rosso con i buchi ai gomiti, sta in cima agli scalini fissando altezzosamente la gente comune che saluta scoprendosi il capo quando passa.
Le idee di Sotillo non si spingevano oltre la preoccupazione per la sua salvezza personale e la possibilità di saccheggiare la città sotto la sua giurisdizione, ma egli temeva che un’adesione così tardiva gli avrebbe guadagnato scarsa gratitudine da parte dei vincitori. Aveva creduto un po’ troppo a lungo nel potere della miniera di San Tomé. La corrispondenza sequestrata aveva confermato la precedente informazione secondo cui un grosso quantitativo di lingotti d’argento giaceva nella Dogana di Sulaco. Impossessarsene sarebbe stata una chiara mossa monterista; una sorta di servizio che avrebbe meritato una ricompensa. Con l’argento in mano sua avrebbe potuto stabilire delle condizioni per lui e per i suoi soldati. Non era a conoscenza né dei disordini, né della fuga del presidente a Sulaco e del serrato inseguimento condotto dal fratello di Montero, il guerrigliero. Gli sembrava di avere il gioco in mano. Le mosse iniziali erano l’occupazione dell’ufficio telegrafico e la cattura del piroscafo governativo ormeggiato alla banchina nella stretta insenatura che forma il porto di Esmeralda. Quest’ultima venne effettuata senza difficoltà da una compagnia di soldati sciamati a bordo dalle passerelle; ma il tenente incaricato di arrestare il telegrafista si fermò strada facendo nell’unico caffè di Esmeralda, dove distribuì un po’ di brandy ai suoi uomini e si rinfrescò anche lui a spese del proprietario, noto ribierista. Tutta la compagnia si ubriacò e proseguì nella sua missione urlando e sparando colpi a casaccio contro le finestre. Questo piccolo festeggiamento, che avrebbe potuto mettere in pericolo la vita del telegrafista, gli permise in conclusione di inviare il messaggio di avvertimento a Sulaco. Il tenente, che salì le scale barcollando con la sciabola sguainata, finì per baciarlo su entrambe le guance in uno di quei subitanei mutamenti d’umore tipici dell’ubriachezza. Strinse al collo il telegrafista, assicurandogli che tutti gli ufficiali della guarnigione di Esmeralda sarebbero stati promossi colonnelli, mentre lacrime di gioia gli scivolavano sul viso madido. Fu così che il sindaco della città, sopraggiunto un po’ più tardi, trovò tutta la compagnia addormentata sulle scale e nei corridoi e il telegrafista (che non aveva voluto approfittare di questa possibilità di salvarsi) impegnato a battere sul tasto dell’apparecchio trasmittente. Il sindaco lo condusse via a capo scoperto, con le mani legate dietro la schiena, ma nascose la verità a Sotillo, che rimase nell’ignoranza dell’avvertimento inviato a Sulaco.
Il colonnello non era uomo da permettere che l’oscurità, per quanto fitta, intralciasse i suoi piani. La sorpresa era assolutamente sicura; il suo cuore era tutto teso verso l’obiettivo con incontenibile impazienza infantile. Da quando il piroscafo aveva doppiato Punta Mala per entrare nel buio più profondo del golfo, egli era rimasto in plancia con un gruppo di ufficiali eccitati quanto lui. Preso fra le lusinghe e le minacce di Sotillo e del suo Stato Maggiore, il povero comandante del piroscafo procedeva con tutta la prudenza che gli consentivano. Alcuni di loro avevano indubbiamente bevuto molto; ma la prospettiva di mettere le mani su tanta ricchezza li rendeva assurdamente temerari e, al tempo stesso, molto ansiosi. Il vecchio maggiore del battaglione, un uomo stupido e sospettoso, che non aveva mai navigato in vita sua, si distinse spegnendo all’improvviso la luce della chiesuola, l’unica permessa a bordo per le esigenze di navigazione. Non capiva come potesse servire a trovare la strada. Alle veementi proteste del comandante della nave, pestò il piede e batté la mano sull’elsa della spada. «Aha! Ti ho smascherato», esclamò trionfante. «Ti stai strappando i capelli per la disperazione di fronte al mio acume. Vorresti farmi credere che una luce in quella scatola di ottone può indicarti dove si trova il porto? Non sono mica un bambino. Sono un vecchio soldato, io. Sento odore di tradimento a un miglio di distanza. Volevi che quella luce rivelasse il nostro arrivo al tuo amico inglese. Una cosa come quella, indicarti la strada! Che vergognosa menzogna! Que picardía! Voi gente di Sulaco siete tutti al soldo di quegli stranieri. Meriteresti di essere trapassato con la mia spada». Altri ufficiali, affollandosi intorno a lui, tentarono di calmare la sua indignazione ripetendo in tono persuasivo: «No, no! Questo è uno strumento dei marinai, maggiore. Non è un tradimento». Il comandante del mercantile si gettò bocconi sul ponte e rifiutò di alzarsi. «Uccidetemi subito», ripeté con voce soffocata. Dovette intervenire Sotillo.
Il chiasso e la confusione in plancia divennero tali che il timoniere abbandonò la ruota e fuggì via. Si rifugiò in sala macchina e allertò i macchinisti, che, ignorando le minacce dei soldati incaricati di sorvegliarli, fermarono le macchine, protestando che preferivano essere fucilati piuttosto che correre il rischio di affogare là sotto.
Questa fu la prima volta che Nostromo e Decoud udirono il piroscafo fermarsi. Dopo che fu ristabilito l’ordine e riaccesa la luce della chiesuola, la nave si rimise in moto, passando lontana dalla chiatta nella sua ricerca delle Isabelle. L’arcipelago non era visibile e, alle pietose suppliche del comandante, Sotillo permise di fermare di nuovo le macchine in attesa di uno di quei periodici momenti in cui l’oscurità si diradava un poco grazie allo spostamento della cappa di nuvole che gravava sopra le acque del golfo.
Di tanto in tanto Sotillo, in plancia, mormorava rabbiosamente qualcosa al comandante. L’altro, in tono umile e contrito, implorava su merced il colonnello di considerare i limiti imposti alle facoltà umane dal buio della notte. Sotillo sbuffava di rabbia e d’impazienza. Questa era un’occasione unica nella vita.
«Se i tuoi occhi non ci servono meglio di così, te li caverò», sbottò a un certo punto.
Il comandante del piroscafo non rispose poiché, in quel preciso momento, la massa scura della Grande Isabella apparve dopo un piovasco, poi svanì, come spazzata via da un’ondata di oscurità più fitta prima di un altro acquazzone. A lui bastò. Con voce rianimata informò Sotillo che entro un’ora avrebbe attraccato alla banchina di Sulaco. La nave fu lanciata a tutta forza sulla rotta giusta e i soldati in coperta iniziarono i preparativi per lo sbarco in un trambusto di attività.
Decoud e Nostromo udirono distintamente il rumore e il Capataz comprese che cosa significava. Avevano avvistato le Isabelle e ora puntavano diritti verso Sulaco. Giudicò che sarebbero passati vicini; ma se la chiatta rimaneva immobile, con la vela ammainata, non l’avrebbero vista. «No, neppure se ci sfiorassero», mormorò.
La pioggia riprese a cadere; prima come una nebbia bagnata, poi più forte, infittendosi fino a diventare un vero e proprio diluvio perpendicolare mentre il rumore sordo e sibilante della nave si avvicinava sempre più. Decoud, gli occhi pieni d’acqua e il capo chino, si chiedeva fra quanto li avrebbe oltrepassati, quando sentì uno scossone improvviso. Un getto di spuma sommerse la poppa, simultaneamente a uno schianto di legni spezzati e a un urto violentissimo. Ebbe l’impressione che una mano rabbiosa afferrasse la chiatta e la trascinasse alla distruzione. L’impatto, naturalmente, lo aveva gettato a terra e si trovò a rotolare in mezzo all’acqua sul fondo della barca. Accanto il mare ribolliva e una voce ignota e sorpresa gridò qualcosa sopra di lui nell’oscurità. Udì un lacerante grido d’aiuto del Señor Hirsch. Strinse forte i denti. Era una collisione!
Il piroscafo aveva investito la chiatta obliquamente, facendola sbandare fino a essere mezza sommersa, spaccando parte del fasciame e facendo ruotare la prua, con la forza del colpo, fino a trovarsi parallela alla sua rotta. A bordo della nave l’urto fu appena percettibile. Tutta la violenza della collisione venne avvertita, come al solito, soltanto a bordo dell’imbarcazione più piccola. Nostromo stesso pensò che questa era, forse, la fine della sua disperata avventura. Anche lui era stato strappato via dalla lunga barra del timone, che oscillava di qua e di là per effetto dell’urto. Un attimo dopo il piroscafo avrebbe proseguito, lasciando la chiatta al suo destino dopo averla tolta di mezzo e senza neppure intravederne la sagoma, se, per il sovraccarico di uomini e di materiali, la sua ancora non fosse stata abbastanza bassa da impigliarsi in una delle sartie dell’albero della chiatta. Per lo spazio di due o tre attimi sospesi, il cavo nuovo resisté allo sforzo improvviso. Fu questo che diede a Decoud la sensazione che la chiatta venisse afferrata e trascinata alla distruzione. Naturalmente, non riuscì a spiegarsene la causa. Avvenne tutto così all’improvviso che non ebbe il tempo di pensare. Ma tutte le sue sensazioni erano perfettamente chiare; aveva conservato il completo dominio di se stesso; anzi, era piacevolmente sorpreso della sua calma nel momento stesso in cui veniva scaraventato testa avanti sopra lo specchio di poppa a dibattersi in mezzo all’acqua. Aveva udito e riconosciuto l’urlo del Señor Hirsch mentre si stava rialzando in piedi, sempre con quella misteriosa sensazione di venire trascinato velocemente nell’oscurità. Non una parola, non un grido gli sfuggì; non ebbe tempo di vedere nulla; e a seguito dei disperati gridi d’aiuto, il trascinamento cessò così all’improvviso che lui barcollò avanti a braccia aperte e cadde contro la pila di casse del tesoro. Vi si aggrappò istintivamente, nel vago timore di essere sbatacchiato di nuovo in giro; e immediatamente udì un’altra serie di gridi d’aiuto, lunghi e disperati, non vicino a lui, ma stranamente lontano dalla chiatta, come se qualche spirito nella notte si beffasse del terrore e della disperazione del Señor Hirsch.
Poi tutto fu oscurità e silenzio – come quando ti svegli da un sogno bizzarro e agitato nel tuo letto in una stanza buia. La chiatta ondeggiava leggermente; la pioggia continuava a cadere. Due mani brancolanti gli strinsero i fianchi contusi da dietro e la voce del Capataz gli mormorò all’orecchio: «Silenzio, se tiene alla vita! Silenzio! Il piroscafo si è fermato».
Decoud ascoltò. Il golfo era muto. Sentì l’acqua lambirgli le ginocchia. «Stiamo affondando?», chiese con un filo di voce.
«Non lo so», sussurrò Nostromo di rimando. «Señor, non faccia il minimo rumore».
Hirsch, quando Nostromo lo aveva rimandato a prua, non era tornato nel suo primo nascondiglio. Era caduto vicino all’albero e non aveva avuto la forza di rialzarsi; inoltre, aveva paura di muoversi. Si era dato per morto, ma senza un motivo logico. La sua era semplicemente una sensazione crudele e terrificante. Ogni qualvolta pensava al suo futuro, cominciava a battere violentemente i denti. Era troppo sconvolto dal terrore per accorgersi di qualcosa.
Sebbene stesse soffocando sotto la vela che Nostromo gli aveva involontariamente ammainato addosso, non osò neppure mettere fuori la testa fino al momento dell’urto con il piroscafo. Allora balzò fuori, spronato a nuovi miracoli di vigore fisico da questa nuova forma di pericolo. L’afflusso d’acqua quando la chiatta sbandò gli dissuggellò le labbra. Il suo grido «Salvatemi!» fu il primo chiaro avviso della collisione per quelli del piroscafo. Un attimo dopo la sartia si spezzò e l’ancora liberata ondeggiò sopra la prua della chiatta. Colpì al petto il Señor Hirsch che vi si afferrò istintivamente, senza sapere minimamente che cosa fosse e avvolse le braccia e le gambe intorno al fusto con irragionevole tenacia. La chiatta straorzò allontanandosi e il piroscafo, proseguendo nella sua corsa, lo portò via, aggrappato all’ancora e invocante aiuto. Passò un po’ di tempo, tuttavia, prima che la sua posizione venisse scoperta dopo che la nave si fu fermata. Le sue continue grida sembravano provenire da una persona che nuotava nell’acqua. Finalmente un paio di uomini andarono a prua e lo tirarono su. Fu condotto subito da Sotillo in plancia. Il suo aspetto confermò l’impressione che una qualche imbarcazione fosse stata investita e affondata, ma era impossibile in una notte così buia cercare i rottami come prova sicura dell’incidente. Ora Sotillo era più ansioso che mai di entrare nel porto senza perdere tempo; non poteva accettare l’idea intollerabile di aver distrutto lo scopo principale della sua spedizione. Questo sentimento gli fece apparire ancora più incredibile la storia che gli fu raccontata. Il Señor Hirsch, dopo aver ricevuto qualche percossa per aver detto bugie, venne rinchiuso nella sala nautica. Ma non era stato picchiato duramente. Il suo racconto aveva scoraggiato lo Stato Maggiore di Sotillo, sebbene ripetessero tutti intorno al loro capo: «Impossibile! Impossibile!», a eccezione del vecchio maggiore cupo e trionfante.
«Ve l’avevo detto; ve l’avevo detto», borbottò. «Sentivo puzzo di tradimento, di qualche diablería a un miglio di distanza».
Frattanto, il piroscafo aveva proseguito sulla sua rotta verso Sulaco, dove soltanto si sarebbe potuta accertare la verità. Decoud e Nostromo udirono il fragoroso turbinio dell’elica spegnersi in lontananza; e allora, senza parole inutili, si dettero da fare per raggiungere le Isabelle. L’ultimo piovasco aveva portato con sé una brezza leggera ma costante. Il pericolo non era ancora cessato e non c’era tempo per parlare. La chiatta faceva acqua come un colabrodo. Vi sguazzavano ad ogni passo. Il Capataz mise in mano a Decoud la manovella della pompa che si trovava a poppa e subito, senza fare domande o commenti, Decoud cominciò a pompare dimenticando completamente ogni altro desiderio a parte quello di tenere a galla il tesoro. Nostromo alzò la vela, si precipitò al timone e cazzò freneticamente la scotta. La breve fiamma di un fiammifero (tenuto asciutto in una scatola di latta ben chiusa, benché l’uomo fosse fradicio) rivelò all’affannato Decoud il suo viso ansioso, chino sulla bussola e lo sguardo attento dei suoi occhi. Ora sapeva dov’era e sperava di arenare la chiatta semisommersa nella baietta poco profonda dove l’alta punta rocciosa della Grande Isabella è divisa in due parti uguali da un burrone profondo, invaso da una folta vegetazione.
Decoud pompava senza sosta. Nostromo governava senza cessare un attimo di scrutare le tenebre con sguardo vigile, penetrante. Era come se ognuno di loro fosse completamente solo nel suo lavoro. Non sentivano il bisogno di parlare. Non avevano nulla in comune tranne la consapevolezza che la chiatta danneggiata stava lentamente, ma sicuramente affondando. In tale situazione, che era la prova decisiva dei loro desideri, sembravano diventati del tutto estranei, quasi avessero scoperto sotto lo choc della collisione che la perdita della chiatta non avrebbe avuto lo stesso significato per entrambi. Il comune pericolo metteva in risalto agli occhi di ciascuno dei due le reciproche differenze di scopo, di vedute, di carattere e di posizione. Non erano legati da una stessa convinzione, da un’idea comune; erano semplicemente due avventurieri impegnati ognuno nella propria avventura, esposti allo stesso imminente pericolo di morte. Perciò non avevano nulla da dirsi. Ma questo pericolo, questa unica incontrovertibile verità che entrambi condividevano, sembrava stimolare le loro capacità fisiche e mentali.
Il modo in cui il Capataz trovò la piccola baia senza altra guida che la sagoma confusa dell’isola e il vago chiarore di una sottile striscia di sabbia, aveva sicuramente del miracoloso. Dove il burrone si apre in mezzo alle alte scogliere e un ruscelletto poco profondo sbuca serpeggiando dai cespugli per perdersi in mare, la chiatta fu portata ad arenarsi; e i due uomini, con muta, indomabile energia, cominciarono a sbarcare il prezioso carico, trasportando ogni cassetta di cuoio lungo il letto del ruscello oltre i cespugli fino a una cavità che l’erosione del terreno aveva formato sotto le radici di un grande albero. Il grosso tronco liscio era inclinato come una colonna cadente sopra il sottile rivolo d’acqua che scorreva fra i sassi smossi.
Un paio d’anni prima Nostromo aveva passato un’intera domenica a esplorare l’isola, tutto solo. Lo spiegò a Decoud quando ebbero terminato la loro fatica e si sedettero, esausti, con le gambe penzolanti sulla sponda bassa e la schiena appoggiata al tronco, come due ciechi consci della reciproca presenza e dell’ambiente circostante grazie a un indefinibile sesto senso.
«Sì», ripeté Nostromo. «Non dimentico mai un luogo che ho esplorato con cura». Parlava adagio, quasi pigramente come se avesse davanti tutta la vita, anziché due ore scarse prima dell’alba. L’esistenza del tesoro, celato alla meglio in questo improbabile nascondiglio, imponeva di mantenere il segreto su tutte le mosse successive, su ogni intenzione e ogni piano di condotta futura. Soffriva per il parziale fallimento di questa disperata impresa affidata alla grande reputazione che si era saputo conquistare. Tuttavia era anche un parziale successo. La sua vanità era soddisfatta a metà. La sua irritazione nervosa si era calmata.
«Non si sa mai che cosa può tornare utile», proseguì con l’abituale pacatezza di tono e di maniere. «Ho passato tutta una triste domenica a esplorare questa briciola di terra».
«Un’occupazione da misantropo», mormorò Decoud, con cattiveria. «Non avevi soldi da scommetere al gioco, immagino, e da sperperare con le ragazze nei tuoi ritrovi abituali, Capataz».
«E vero!», esclamò il Capataz, parlando in italiano per la sorpresa di tanta perspicacia. «Non ne avevo! Perciò non volevo andare fra quegli accattoni abituati alla mia generosità. Se l’aspettano dal Capataz dei cargadores, che sono ricchi e, per così dire, i caballeros del popolo. Considero le carte solo un piacevole passatempo e quanto alle ragazze che si vantano di aver aperto la porta al mio bussare, sa bene che non le guarderei due volte tranne per ciò che direbbe la gente. È strana, la brava gente di Sulaco, e ho raccolto molte utili informazioni semplicemente ascoltando con pazienza i discorsi delle donne di cui tutti credevano che fossi innamorato. La povera Teresa non lo ha mai capito. Quella particolare domenica, señor, mi fece una tale scenata che uscii dalla sua casa giurando di non metterci più piede se non per riprendermi la mia amaca e la mia cassa di abiti. Señor, non c’è nulla di più esasperante di sentire una donna che rispetti svillaneggiarti quando non hai un centesimo in tasca. Presi una barchetta e uscii dal porto con in tasca solo tre sigari per aiutarmi a passare la giornata su quest’isola. Ma l’acqua di questo ruscello che sente scorrere sotto i suoi piedi è fresca e dolce e buona, señor, sia prima che dopo aver fumato». Rimase un poco in silenzio, poi aggiunse in tono meditabondo: «Era la prima domenica dopo che avevo condotto il rico inglese con le basette bianche giù dal Paramo in cima al passo Entrada – e in carrozza, per di più! Nessuna carrozza era mai salita o discesa per quella strada di montagna a memoria d’uomo, señor, finché io non condussi giù questa con una squadra di cinquanta peones che lavoravano come un sol uomo con funi, picconi e pali sotto la mia direzione. Quello era il ricco inglese che, come dice la gente, paga per la costruzione della ferrovia. Rimase molto soddisfatto di me, ma non dovevo riscuotere la paga fino alla fine del mese».
Scivolò improvvisamente giù dalla sponda. Decoud udì il tonfo dei piedi nel ruscello e seguì i suoi passi giù per il burrone. La sua sagoma scomparve fra i cespugli finché non arrivò alla striscia di sabbia sotto la scogliera. Come accadeva spesso nel golfo quando i piovaschi durante la prima parte della notte erano stati intensi e frequenti, l’oscurità si era diradata notevolmente verso il mattino sebbene non albeggiasse ancora.
La chiatta, alleggerita del suo prezioso carico, dondolava appena, mezza a galla, con la prua nella sabbia. Una lunga cima si stendeva come un filo di cotone scuro attraverso la striscia di spiaggia bianca fino all’ancorotto che Nostromo aveva portato a terra e agganciato al fusto di un alberello proprio all’imboccatura della gola.
Decoud non poteva fare altro che rimanere sull’isola. Ricevette dalle mani di Nostromo il cibo che il previdente capitano Mitchell aveva messo a bordo della chiatta e lo depositò temporaneamente nel piccolo dinghi che al loro arrivo avevano tirato a secco e nascosto fra i cespugli. Sarebbe rimasto a sua disposizione. L’isola doveva essere un nascondiglio, non una prigione; avrebbe potuto raggiungere una nave di passaggio. I postali della O.S.N. passavano vicino all’isola venendo dal Nord. Ma la Minerva, con l’ex presidente a bordo, aveva portato a nord la notizia dei disordini scoppiati a Sulaco. Poteva darsi che il prossimo battello ricevesse istruzioni di non fare scalo in quel porto dato che la città, per quanto ne sapevano gli ufficiali della Minerva, era per il momento nelle mani della plebaglia. Questo significava che non ci sarebbe stato postale per un mese; ma Decoud doveva correre il rischio. L’isola era il suo unico rifugio dalla proscrizione che gli pendeva sulla testa. Il Capataz sarebbe, naturalmente, tornato indietro. La chiatta scarica faceva molto meno acqua e lui riteneva che sarebbe rimasta a galla fino all’arrivo in porto.
Passò a Decoud, che stava accanto alla barca con l’acqua alle ginocchia, una delle due vanghe che erano in dotazione su ogni chiatta e servivano per zavorrare le navi. Maneggiandola con cautela appena ci sarebbe stata abbastanza luce per vedere, Decoud avrebbe potuto smuovere una massa di terra e di sassi che stava sopra la cavità dove avevano depositato il tesoro, in modo da dare l’impressione che fosse caduta naturalmente. Avrebbe coperto non soltanto la cavità, ma anche tutte le tracce del loro lavoro, le orme, i sassi spostati e persino i rami spezzati.
«Inoltre, a chi verrebbe in mente di cercare lei o il tesoro qui?», continuò Nostromo, come se non riuscisse a staccarsi da quel luogo. «È poco probabile che venga qualcuno. Che cosa ci verrebbe a fare un uomo su questo pezzo di terra finché c’è posto per lui sul continente? Gli abitanti di questo paese non sono curiosi. Qui non ci sono neppure pescatori che possono disturbare vostra signoria. Tutta la pesca si svolge vicino a Zapiga, laggiù. Señor, se sarà costretto a lasciare quest’isola prima che si possa organizzare qualcosa per lei, non tenti di andare a Zapiga. È una colonia di ladri e di matreros, dove le taglierebbero subito la gola per rubarle l’orologio e la catena d’oro. E, señor, ci pensi due volte prima di confidarsi con qualcuno; anche con gli ufficiali dei piroscafi della Compagnia, se mai vi salirà a bordo. L’onestà da sola non è una garanzia sufficiente. Deve cercare anche la discrezione e la prudenza in un uomo. E ricordi sempre, señor, prima di aprire le labbra per fare una confidenza, che questo tesoro può rimanere al sicuro qui per centinaia d’anni. Il tempo è dalla nostra parte, señor. E l’argento è un metallo incorruttibile che mantiene per sempre il suo valore… Un metallo incorruttibile», ripeté come se l’idea gli avesse dato un profondo piacere.
«Come si dice che siano alcuni uomini», dichiarò Decoud, oscuramente, mentre il Capataz, indaffarato a sgottare la chiatta con un secchio di legno, continuava a gettare l’acqua fuoribordo con un tonfo regolare. Decoud, incorreggibile nel suo scetticismo, rifletté, senza cinismo, ma con generale soddisfazione, che quest’uomo era reso incorruttibile dalla sua enorme vanità, quella forma sublime di egoismo che può assumere l’aspetto di ogni virtù.
Nostromo smise di sgottare e, come colpito da un pensiero improvviso, lasciò cadere il secchio con fracasso nella chiatta.
«Ha qualche messaggio da affidarmi?», chiese a voce bassa. «Rammenti, mi faranno domande».
«Devi trovare tu le parole di speranza da rivolgere alle persone in città. Mi fido della tua intelligenza e della tua esperienza, Capataz. Capisci?»
«Sì, señor… Per le signore».
«Sì, sì», disse in fretta Decoud. «La tua ottima reputazione farà sì che diano molto valore alle tue parole; quindi stai attento a ciò che dici. Non vedo l’ora», continuò, provando l’inevitabile punta di disprezzo per se stesso a cui la sua natura complessa era soggetta, «non vedo l’ora che la mia missione si concluda gloriosamente con successo. Hai sentito, Capataz? Usa le parole “gloriosamente” e “successo” quando parli con la señorita. La tua missione si è conclusa gloriosamente e con successo. Hai indubbiamente salvato l’argento della miniera. Non soltanto questo argento, ma probabilmente tutto quello che produrrà in futuro».
A Nostromo non sfuggì il tono ironico. «Spero di sì, Señor Don Martin», disse cupo. «Sono molto poche le cose che non sono capace di fare. Lo chieda ai signori forestieri. Io, uomo del popolo, che non capisco sempre che cosa intende dire. Ma quanto a questo lotto che devo lasciare qui, mi permetta di dirle che lo riterrei più al sicuro se lei non fosse venuto con me».
A Decoud sfuggì un’esclamazione e seguì una breve pausa. «Vuoi che torni a Sulaco con te?», chiese in tono irato.
«Vuole che la colpisca a morte col mio coltello lì dove si trova?», ribatté Nostromo sprezzantemente. «Sarebbe lo stesso che portarla a Sulaco. Suvvia, señor. La sua reputazione è legata alla politica e la mia al destino di questo argento. Si meraviglia quando le dico che avrei preferito non dividere il mio segreto con un’altra persona? Non volevo nessuno con me, señor».
«Non avresti potuto tenere a galla la chiatta senza di me», quasi gridò Decoud. «Saresti colato a picco con la barca».
«Sì», disse Nostromo lentamente, «da solo».
Sembrava che quest’uomo, rifletté Decoud, avrebbe preferito morire piuttosto che guastare la forma perfetta del suo egoismo. Un uomo simile era di tutta fiducia. In silenzio aiutò il Capataz a riportare a bordo l’ancorotto. Nostromo spinse la barca in acqua con una spinta possente del remo e Decoud si trovò solo sulla spiaggia come in un sogno. Un improvviso bisogno di udire una voce umana lo afferrò di nuovo. La chiatta si distingueva appena dall’acqua nera su cui galleggiava.
«Che fine pensi che abbia fatto Hirsch?», urlò.
«Sbattuto fuoribordo e affogato», gridò la voce sicura di Nostromo dalle nere distese del cielo e del mare intorno all’isoletta. «Non si allontani dal burrone, señor. Cercherò di tornare fra una notte o due».
Un leggero fruscio indicò che Nostromo stava alzando la vela. Si gonfiò subito con un suono simile a un unico, forte colpo di tamburo. Decoud tornò nel burrone. Nostromo, al timone, si voltò di tanto in tanto a guardare la sagoma della Grande Isabella che, a poco a poco, si fondeva con il tessuto uniforme della notte. Alla fine, quando girò di nuovo il capo, vide soltanto un’oscurità liscia e compatta come un muro.
Allora anche lui provò quel senso di solitudine che aveva schiacciato Decoud dopo che la chiatta era scivolata via dalla spiaggia. Ma mentre l’uomo sull’isola era oppresso da un bizzarro senso di irrealtà che avvolgeva anche il terreno stesso su cui camminava, la mente del Capataz de Cargadores si volse prontamente al problema della condotta futura. Le facoltà mentali di Nostromo, operando su linee parallele, gli permettevano di mantenere la rotta, di stare pronto ad avvistare Hermosa, a cui doveva passare vicino, e di tentare di immaginare che cosa sarebbe successo domani a Sulaco. Domani, o meglio oggi, dato che il nuovo giorno non era lontano. Sotillo avrebbe scoperto in che modo era sparito il tesoro. Una squadra di cargadores era stata impiegata per caricarlo su un vagone ferroviario dai locali blindati della Dogana e trasportarlo fino alla banchina. Ci sarebbero stati degli arresti e certamente prima di mezzogiorno Sotillo avrebbe saputo con quale mezzo l’argento aveva lasciato Sulaco e chi lo aveva portato via.
L’intenzione di Nostromo era stata quella di entrare diritto in porto; ma a questo pensiero portò la chiatta al vento con un brusco colpo di timone e arrestò la sua rapida corsa. La sua ricomparsa con quella barca avrebbe destato sospetti, dato adito a congetture, messo sicuramente Sotillo sulla pista giusta. Lui sarebbe stato arrestato e una volta nel calabozo, chissà che cosa gli avrebbero fatto per costringerlo a parlare. Si fidava del suo fiuto, ma si alzò per guardarsi in giro. Poco distante, Hermosa mostrava la sua bianca superficie piatta come una tavola; una leggera risacca alzata dalla brezza si frangeva rumorosamente sulle sue sponde. La chiatta doveva essere affondata subito.
La lasciò andare alla deriva verso l’ingresso del porto con la vela a collo. C’era già parecchia acqua all’interno dello scafo. Mollando il timone, si accovacciò e si accinse a togliere il tappo. Una volta tolto quello, la barca si sarebbe riempita molto rapidamente; come ogni chiatta, portava un po’ di zavorra di ferro – sufficiente per farla colare a picco quando sarebbe stata piena d’acqua. Quando si rialzò, il rumore della risacca sulle sponde di Hermosa si era molto allontanato e non si sentiva quasi più; e lui poteva già distinguere la punta di terra vicino all’entrata del porto. Bisognava osare e un miglio non era nulla per un bravo nuotatore come lui; inoltre conosceva un comodo punto d’arrivo subito sotto il terrapieno del vecchio forte abbandonato. Pensò, stranamente attratto, che il fortino poteva essere un buon posto dove dormire tutto il giorno dopo tante notti insonni.
Con un colpo della barra che smontò apposta, fece saltare via il tappo, ma non si prese la briga di ammainare la vela. Sentì l’acqua zampillare con forza intorno alle gambe prima di saltare sulla battagliola di poppa. Lì, eretto e immobile, in camicia e pantaloni, attese. Quando sentì la barca affondare, si lanciò lontano con un tuffo possente.
Girò subito il capo. Al chiarore dell’alba cupa, nuvolosa che sorgeva da dietro le montagne, vide affiorare dalle acque calme soltanto l’angolo superiore della vela, uno scuro triangolo di tela bagnata che ondeggiava leggermente avanti e indietro. Lo guardò sparire, come tirato sott’acqua, poi si mise a nuotare verso terra.
Parte terza. Il faro
Capitolo primo
Non appena la chiatta scivolò via dalla banchina e si perse nell’oscurità del porto, gli europei di Sulaco si separarono per prepararsi all’avvento del regime monterista che si avvicinava dalle montagne e dal mare.
Il lavoro manuale di caricare l’argento sulla chiatta fu la loro ultima azione concertata. Pose fine ai tre giorni di pericolo, durante i quali, stando alla stampa europea, la loro energia aveva preservato la città dalle calamità dei disordini popolari. Giunto in fondo al molo, dal lato di terra, il capitano Mitchell augurò la buona notte e tornò indietro. La sua intenzione era quella di camminare in su e in giù fino all’arrivo del piroscafo da Esmeralda.
Gli ingegneri della ferrovia, radunando i loro operai baschi e italiani, li condussero nei depositi, lasciando esposta ai quattro venti la Dogana, così ben difesa il primo giorno dei tumulti. I loro uomini si erano comportati con coraggio e fedeltà durante i famosi «tre giorni» di Sulaco. In gran parte quella fedeltà e quel coraggio erano stati esercitati per difendere se stessi piuttosto che la causa di quegli interessi materiali in cui Charles Gould aveva riposto la sua fiducia. Fra le urla della marmaglia era echeggiato forte il grido di morte agli stranieri. Era, in effetti, una fortuna per Sulaco che i rapporti di quei lavoratori importati con gli abitanti del luogo fossero stati cattivi fin dall’inizio.
Il dottor Monygham, andando alla porta della cucina dei Viola, osservò questa ritirata che segnava la fine dell’interferenza straniera, questo ripiegamento dell’armata del progresso materiale dal campo delle rivoluzioni in Costaguana.
Gli giungeva alle narici l’aroma penetrante delle torce di algarroba portate da uomini ai margini del corteo in movimento. La loro luce, scivolando sulla facciata della casa, metteva in risalto le lettere nere della scritta «Albergo Italia Una» da un capo all’altro del lungo muro. Batté le palpebre al vivido bagliore. Parecchi giovanotti, quasi tutti alti e biondi, che guidavano questa folla di teste brune, sormontate dal luccichio delle canne oblique dei fucili, lo salutarono familiarmente col capo al passaggio. Il medico era ben conosciuto. Alcuni di loro si chiesero che cosa facesse lì. Poi proseguirono la marcia a fianco dei loro operai, seguendo la linea delle rotaie.
«Ritirate la vostra gente dal porto?», indagò il medico rivolgendosi all’ingegnere capo della ferrovia, che aveva accompagnato fin lì Charles Gould, diretto in città, camminando a fianco del suo cavallo, la mano sull’arcione. Si erano fermati davanti alla porta aperta mentre gli operai traversavano la strada.
«Il più in fretta possibile. Non siamo una fazione politica», rispose l’ingegnere con intenzione. «E non vogliamo fornire ai nuovi governanti un’arma contro la ferrovia. Sei d’accordo con me, Gould?»
«Assolutamente», disse dall’alto la voce impassibile di Charles Gould, fuori dal parallelogramma di luce pallida che cadeva sulla strada attraverso la porta aperta.
Con Sotillo atteso da un lato e Pedro Montero dall’altro, l’unica preoccupazione dell’ingegnere capo adesso era quella di evitare uno scontro con entrambi. Sulaco, per lui, era una stazione ferroviaria, un capolinea, un’officina, un grande deposito di materiale. La ferrovia aveva difeso la sua proprietà contro la plebaglia, ma politicamente era neutrale. L’ingegnere era un uomo coraggioso; e in quello spirito di neutralità aveva recato proposte di tregua ai deputati Fuentes e Gamacho, che si erano autonominati capi del partito popolare. Volavano ancora le pallottole quando lui aveva attraversato la Plaza con quella missione, sventolando sopra la testa un tovagliolo bianco che faceva parte del corredo di tavola del Circolo Amarilla.
Era piuttosto fiero della sua prodezza; e riflettendo che il medico, impegnato tutto il giorno con i feriti nel patio di Casa Gould, non ne sapeva sicuramente nulla, iniziò un succinto racconto. Aveva comunicato ai due deputati l’informazione su Pedro Montero giunta dal cantiere di costruzione. Il fratello del generale vittorioso, aveva assicurato, poteva arrivare a Sulaco da un momento all’altro. Questa notizia (come aveva previsto), quando fu urlata dalla finestra dal Señor Gamacho, indusse la folla a precipitarsi sulla strada del Campo verso Rincón. Anche i due deputati, dopo avergli stretto la mano con effusione, montarono a cavallo e galopparono incontro al grand’uomo. «Li ho ingannati un po’ sul tempo», confessò l’ingegnere capo. «Per quanto corra, non può arrivare qui prima di domattina. Ma il mio scopo è raggiunto. Ho assicurato parecchie ore di pace al partito perdente. Ma non ho detto loro nulla di Sotillo per timore che si mettessero in testa di tentare nuovamente d’impossessarsi del porto, non sappiamo se per contrastarlo o per dargli il benvenuto. C’era l’argento di Gould, su cui poggiano le speranze che ci restano. Bisognava pensare anche alla ritirata di Decoud. Credo che la ferrovia si sia comportata assai bene con i suoi amici senza compromettersi troppo. Ora i partiti devono arrangiarsi da soli».
«Il Costaguana ai costaguaneri», interloquì il medico, in tono sardonico. «È un bellissimo paese e loro hanno coltivato un’abbondante messe di odio, vendetta, omicidio e rapina – quei bravi figli di questa terra».
«Be’, io sono uno di loro», disse la voce calma di Charles Gould, «e devo andare a occuparmi della mia parte di guai. Mia moglie ha proseguito subito, dottore?»
«Sì. Da questa parte era tutto tranquillo. La signora Gould ha preso con sé le due ragazze».
Charles Gould spronò il cavallo e l’ingegnere capo seguì il medico dentro casa.
«Quell’uomo è la calma personificata», disse con ammirazione, lasciandosi cadere su una panca e allungando le gambe ben modellate in calzettoni da ciclista attraverso il vano della porta. «Dev’essere estremamente sicuro di sé».
«Se è sicuro solo di quello, allora non è sicuro di nulla», replicò il medico. Si era appollaiato di nuovo sul bordo del tavolo. Appoggiò una guancia sul palmo della mano, mentre l’altra sosteneva il gomito. «E l’ultima cosa di cui un uomo dovrebbe essere sicuro». La candela mezza consumata, con il lucignolo lungo, illuminava fiocamente dal basso il suo volto chino, a cui le profonde cicatrici sulle guance davano un’espressione vagamente innaturale, un’esagerata amarezza tormentata dal rimorso. Mentre stava seduto lì, sembrava immerso in sinistri pensieri. L’ingegnere capo lo fissò per un poco prima di protestare.
«Non sono d’accordo. A me pare che non ci sia altro da fare. Comunque».
Era un uomo saggio, ma non riuscì a nascondere del tutto il suo disprezzo per quel genere di paradosso; in effetti, il dottor Monygham non era amato dagli europei di Sulaco. Il suo aspetto esteriore di paria, che conservava anche nel salotto della signora Gould, provocava commenti sfavorevoli. Non si poteva dubitare della sua intelligenza; e siccome aveva vissuto per oltre vent’anni nel paese, la sua visione pessimistica non poteva essere del tutto ignorata. Ma istintivamente, per difendere le loro attività e le loro speranze, i suoi ascoltatori la attribuivano a qualche pecca nascosta del suo carattere. Si sapeva che molti anni prima, quando era molto giovane, Guzman Bento lo aveva nominato primo ufficiale medico del suo esercito. Nessuno degli europei allora al servizio del Costaguana aveva goduto al pari di lui dell’affetto e della fiducia del vecchio feroce dittatore.
Dopo, la sua storia non era così chiara. Si perdeva fra gli innumerevoli racconti di cospirazioni e complotti contro il tiranno come un ruscello si perde in una striscia di arida terra sabbiosa prima di emergere, forse, rimpicciolito e torbido dall’altra parte. Il medico non faceva segreto di aver vissuto per anni nelle regioni più selvagge della Repubblica, vagando con tribù indiane quasi sconosciute nelle vaste foreste dell’interno dove i grandi fiumi hanno le loro sorgenti. Ma era un semplice vagabondaggio senza meta; non aveva scritto nulla, raccolto nulla, portato fuori nulla di utile alla scienza dalla penombra delle foreste, che sembrava aderire ancora alla sua figura logora che zoppicava in giro per Sulaco, dov’era capitata per caso, solo per rimanere incagliata sulla riva del mare.
Si sapeva anche che aveva vissuto in miseria fino all’arrivo dei Gould dall’Europa. Don Carlos e Doña Emilia avevano preso a benvolere il pazzo medico inglese quando era apparso chiaro che, malgrado la sua feroce indipendenza, poteva essere ammansito con la gentilezza. Forse era stata soltanto la fame ad ammansirlo. In passato aveva certamente conosciuto il padre di Charles Gould a Santa Marta; e ora, quali che fossero i momenti oscuri della sua storia, in qualità di ufficiale medico della miniera di San Tomé era diventato una personalità riconosciuta, ma non accettata senza riserve. Tanta insolente eccentricità e tanto aperto disprezzo per l’umanità sembravano indicare una mera temerarietà di giudizio, la spavalderia della colpa. Inoltre, da quando aveva riacquistato una certa importanza, erano corse vaghe voci che anni prima, quando era caduto in disgrazia ed era stato gettato in prigione da Guzman Bento all’epoca della cosiddetta Grande Cospirazione, aveva denunciato alcuni dei suoi migliori amici fra i conservatori. Nessuno affermava di credere a quelle voci; l’intera storia della Grande Cospirazione era terribilmente complicata e oscura; in Costaguana si ammetteva che non c’era mai stata una cospirazione se non nella fantasia malata del tiranno; e, quindi, niente e nessuno da denunciare; sebbene i più distinti costaguaneri fossero stati imprigionati e giustiziati sotto quell’accusa. Il procedimento era andato avanti per anni, decimando la classe elevata come una pestilenza. La semplice espressione di dolore per il destino di parenti giustiziati era stata punita con la morte. Don José Avellanos era forse l’unico superstite che conoscesse l’intera storia di quelle indicibili crudeltà. Ne aveva sofferto anche lui e, con una scrollata di spalle e un gesto brusco, nervoso del braccio, era solito respingere, per così dire, ogni allusione a esse. Ma, qualunque fosse la ragione, il dottor Monygham, un personaggio dell’amministrazione della Concessione Gould, trattato con reverente timore dai minatori e assecondato nelle sue bizzarrie dalla signora Gould, rimaneva in qualche modo fuori dal recinto.
Non era per simpatia verso il medico che l’ingegnere capo si era soffermato nella locanda sulla pianura. Preferiva di gran lunga il vecchio Viola. Ormai considerava l’Albergo d’Italia Una come una dipendenza della ferrovia. Molti dei suoi subalterni alloggiavano lì. L’interesse della signora Gould per la famiglia le conferiva una sorta di distinzione. L’ingegnere capo con un esercito di operai ai suoi ordini, apprezzava l’influenza morale del vecchio garibaldino sui suoi compatrioti. Il suo austero repubblicanesimo vecchia maniera aveva uno standard severo, militaresco di fedeltà al dovere, come se il mondo fosse un campo di battaglia dove gli uomini dovevano lottare per l’amore e la fratellanza universali, anziché per una parte più o meno grande di bottino.
«Povero vecchio!», disse dopo aver udito la prognosi del medico su Teresa. «Non sarà mai in grado di mandare avanti l’albergo da solo. Mi dispiace».
«È tutto solo là sopra», grugnì il dottor Monygham, indicando col capo massiccio la scala stretta. «Se ne sono andati tutti e la signora Gould ha portato via le ragazze poco fa. Fra non molto questo posto potrebbe non essere molto sicuro per loro. Naturalmente, come medico, non posso fare più nulla qui; ma lei mi ha chiesto di rimanere con il vecchio Viola e, siccome non ho un cavallo per tornare alla miniera, dove dovrei essere in questo momento, non ho avuto difficoltà a restare. Possono fare senza di me in città».
«Ho la ferma intenzione di rimanere con lei, dottore, finché non vediamo che cosa succede giù al porto stasera», dichiarò l’ingegnere capo. «Non dev’essere molestato dalla soldataglia di Sotillo che potrebbe spingersi subito fin qui. Sotillo era molto cordiale con me dai Gould e al circolo. Non so come quell’uomo oserà guardare in faccia i suoi amici qui in città».
«Comincerà senza dubbio col fucilarne qualcuno per superare l’imbarazzo», disse il medico. «In questo paese niente è più utile a un militare che ha cambiato parte di qualche esecuzione sommaria». Parlò con una cupa sicurezza che non lasciava adito a proteste. L’ingegnere capo non ci provò nemmeno. Si limitò ad annuire parecchie volte con rammarico, poi disse:
«Credo che saremo in grado di procurarle un cavallo domani mattina, dottore. I nostri peones hanno ripreso alcuni dei nostri che erano fuggiti. Galoppando forte e facendo un ampio giro da Los Hatos e lungo il bordo della foresta per evitare Rincón, può sperare di raggiungere il ponte di San Tomé indisturbato. In questo momento la miniera è, a mio avviso, il luogo più sicuro per chiunque sia compromesso. Vorrei soltanto che la ferrovia fosse altrettanto difficile da toccare».
«Sono compromesso?», disse lentamente il dottor Monygham dopo un breve silenzio.
«L’intera Concessione Gould lo è. Non potevo rimanere per sempre fuori dalla vita politica del paese – se quelle convulsioni si possono chiamare vita. La questione è: può essere toccata? Doveva venire il momento in cui la neutralità sarebbe diventata impossibile e Charles Gould lo capiva bene. Credo che sia pronto a tutto. Un uomo come lui non ha mai pensato di rimanere indefinitamente alla mercé dell’ignoranza e della corruzione. Era come trovarsi prigioniero in un covo di banditi con il prezzo del riscatto in tasca e comprarsi la vita giorno per giorno. La semplice incolumità, non la libertà, badi, dottore. So quello che dico. L’immagine dinanzi alla quale lei scrolla le spalle è perfettamente corretta, specie se presume che tale prigioniero abbia il potere di riempirsi le tasche con mezzi tanto remoti dalle facoltà mentali dei suoi carcerieri quanto una magia. Deve averlo compreso bene quanto me, dottore. Egli era nella posizione della gallina dalle uova d’oro. Ho affrontato l’argomento con lui fin dai giorni della visita di Sir John qui a Sulaco. Il prigioniero di banditi stupidi e avidi è sempre alla mercé del primo brutale imbecille che può fargli saltare le cervella in un accesso di collera o per qualche prospettiva di un grosso bottino immediato. Non per niente la saggezza dell’umanità ha inventato la storia dell’uccisione della gallina dalle uova d’oro. È una storia che non invecchierà mai. Perciò Charles Gould nella sua maniera profonda, silenziosa ha appoggiato il Mandato ribierista, il primo atto pubblico che gli prometteva sicurezza non soltanto per motivi venali. Il ribierismo ha fallito, come qualsiasi cosa puramente razionale in questo paese. Ma Gould è coerente nel suo desiderio di salvare quel grosso carico d’argento. Il piano controrivoluzionario di Decoud può essere attuabile o no, può avere una possibilità di riuscita oppure no. Con tutta la mia esperienza di questo continente rivoluzionario, stento ancora a prendere sul serio i loro metodi. Decoud ci ha letto la bozza di un proclama e ci ha illustrato molto bene per due ore il suo piano d’azione. Ha portato argomenti che potevano apparire abbastanza solidi se noi, membri di antiche, stabili organizzazioni politiche nazionali, non avessimo sussultato alla sola idea di un nuovo Stato nato così dalla mente di un giovanotto beffardo in fuga per la vita, con in tasca un proclama rivolto a un rozzo, irridente fanfarone meticcio, che in questa parte del mondo viene chiamato generale. Sembra una favola comica – e guardi che può diventare realtà, perché risponde al vero spirito del paese».
«Allora l’argento è partito?», chiese il medico, cupamente.
L’ingegnere capo tirò fuori l’orologio. «Secondo i calcoli del capitano Mitchell – e lui dovrebbe saperlo – ormai dovrebbe essere a tre o quattro miglia dal porto; e come dice Mitchell, Nostromo è un marinaio che sa sfruttare le opportunità». Qui il medico grugnì così pesantemente che l’altro cambiò tono.
«Non la considera una buona mossa, dottore? Ma perché? Charles Gould deve giocare la sua partita fino in fondo, sebbene non sia uomo da esporre la propria linea di condotta neppure a se stesso, figuriamoci ad altri. Può darsi che il gioco gli sia stato suggerito in parte da Holroyd; ma si accorda anche con il suo carattere; e perciò ha avuto tanto successo. Non lo chiamano ormai El Rey di Sulaco a Santa Marta? Un soprannome può essere la migliore prova del successo. È quello che io chiamo mettere una faccia scherzosa sul corpo della verità. Mio caro signore, quando giunsi per la prima volta a Santa Marta, fui colpito dal modo in cui tutti quei giornalisti, demagoghi, membri del Congresso e tutti quei generali e giudici si facevano piccoli davanti a un avvocato dall’aria addormentata e senza nessuna pratica soltanto perché era il plenipotenziario della Concessione Gould. Anche Sir John, quando venne qui, rimase impressionato».
«Un nuovo Stato, con quel bellimbusto paffuto, Decoud, come primo presidente», mormorò il dottor Monygham, reggendosi sempre la guancia e dondolando le gambe.
«Parola mia, perché no?», ribatté l’ingegnere capo con voce inaspettatamente franca e confidenziale. Era come se qualcosa di impalpabile nell’aria del Costaguana gli avesse inoculato la fede locale nei pronunciamientos. Tutto a un tratto cominciò a parlare, come un rivoluzionario esperto, dello strumento a loro disposizione costituito dall’esercito ancora intatto, che poteva essere riportato da Cayta a Sulaco in pochi giorni se soltanto Decoud fosse riuscito a scendere subito a sud lungo la costa. Infatti il capo militare lì era Barrios, che non aveva da aspettarsi altro che una pallottola da Montero, il suo ex rivale professionale e acerrimo nemico. La sua adesione era quindi assicurata. Quanto al suo esercito, nemmeno esso aveva nulla da aspettarsi da Montero; neppure un mese di paga. Da quel punto di vista l’esistenza del tesoro era di enorme importanza. La semplice notizia che era stato salvato dalle grinfie dei monteristi sarebbe stata un forte incentivo per le truppe di Cayta ad abbracciare la causa del nuovo Stato.
Il medico si girò e contemplò il suo compagno per un po’ di tempo.
«Questo Decoud, vedo, è un tipo molto persuasivo», osservò infine. «Ed è per questo, allora, che Charles Gould ha lasciato che tutto il carico di lingotti prendesse il largo, affidato a quel Nostromo?»
«Charles Gould», rispose l’ingegnere capo, «non si è sbilanciato più del solito sul suo movente. Sa, lui non parla. Ma noi tutti conosciamo il suo scopo, che è uno solo: la salvezza della miniera di San Tomé con la salvaguardia della Concessione Gould nello spirito del suo accordo con Holroyd. Quello è un altro uomo fuori dal comune. Ciascuno dei due comprende il lato fantasioso dell’altro. Uno ha trent’anni, l’altro quasi sessanta e sono fatti l’uno per l’altro. Essere milionario, e un milionario come Holroyd, è come essere eternamente giovane. L’audacia della gioventù fa conto di avere un tempo illimitato a sua disposizione; ma un milionario ha a disposizione mezzi illimitati – che è meglio. Il tempo assegnato a ciascuno di noi sulla terra è un’incognita, ma non c’è dubbio sulla lunga portata dei milioni. L’introduzione di una forma pura di Cristianesimo in questo continente è un sogno per un giovane entusiasta e ho cercato di spiegarle perché Holroyd a cinquantotto anni sia come un uomo sulla soglia della vita, e meglio ancora. Non è un missionario, ma la miniera di San Tomé rappresenta proprio una missione per lui. Le assicuro, in verità, che non poté evitare di parlarne durante un colloquio strettamente d’affari con Sir John sulle finanze del Costaguana un paio d’anni fa. Sir John vi accennò con stupore in una lettera che mi scrisse da San Francisco, mentre tornava in patria. Parola mia, dottore, sembra che le cose non valgano nulla per se stesse. Comincio a credere che l’unica cosa solida sia il valore spirituale che ognuno scopre nella propria forma di attività…».
«Bah!», interruppe il medico senza cessare un istante di dondolare distrattamente le gambe. «Autoincensamento. Alimento per la vanità che fa girare il mondo. Frattanto, che cosa pensa che succederà al tesoro vagante nel golfo con il grande Capataz e il grande politico?»
«Perché si preoccupa, dottore?»
«Io preoccuparmi! E che diavolo me ne importa? Non attribuisco valore spirituale ai miei desideri, alle mie opinioni o alle mie azioni. Non hanno sufficiente vastità per permettermi di autoincensarmi. Guardi, ad esempio, avrei certamente voluto alleviare gli ultimi momenti di quella povera donna. E non posso. È impossibile. Si è mai trovato di fronte all’impossibile – oppure lei, il Napoleone delle ferrovie, ha escluso quella parola dal suo vocabolario?»
«Quella poveretta soffrirà molto?», chiese l’ingegnere capo con umana sollecitudine.
Passi lenti, pesanti si mossero attraverso il pavimento di legno sopra i grossi travi del soffitto della cucina. Poi dal piccolo vano della scala ricavata nello spessore del muro e abbastanza stretta per essere difesa da un uomo solo contro venti nemici, giunse il mormorio di due voci, una debole e rotta, l’altra profonda e dolce che le rispondeva, coprendo il suono più fioco con il suo tono grave.
I due uomini rimasero fermi e silenziosi finché il mormorio cessò, poi il medico scrollò le spalle e borbottò:
«Sì, soffrirà sicuramente molto. E non potrei fare nulla, anche se andassi da lei adesso».
Seguì un lungo periodo di silenzio sia sopra che sotto.
«Immagino», cominciò l’ingegnere con voce sommessa, «che lei diffidi del Capataz del capitano Mitchell».
«Diffidare!», mormorò il medico a denti stretti. «Lo ritengo capace di tutto – anche della più assurda fedeltà. Sono l’ultima persona con cui ha parlato prima di lasciare la banchina, sa. La povera donna di sopra voleva vederlo e l’ho lasciato salire da lei. I moribondi non devono essere contraddetti, sa. In quel momento sembrava abbastanza calma e rassegnata, ma quel furfante in una decina di minuti ha detto o fatto qualcosa che sembra averla gettata nella disperazione. Sa», proseguì il medico in tono esitante, «le donne sono così imprevedibili in ogni condizione e in tutti i momenti della vita che talvolta ho pensato che fosse in certo modo, capisce, innamorata di lui – il Capataz. Indubbiamente quel furfante ha un suo fascino, o non avrebbe conquistato tutto il popolino della città. No, no, non dico assurdità. Posso aver dato un nome sbagliato a un forte sentimento che ella prova per lui, a un atteggiamento semplice e irrazionale che una donna è portata emotivamente ad assumere nei confronti di un uomo. Era solita parlare male di lui con me, il che, naturalmente, non è affatto in contraddizione con la mia idea. Avevo l’impressione che pensasse sempre a lui. Occupava un posto importante nella sua vita. Sa, vedevo spesso quelle persone. Ogni volta che venivo giù dalla miniera, la signora Gould mi pregava di tenerli d’occhio. Le piacciono gli italiani; ha vissuto a lungo in Italia, credo, e ha una particolare simpatia per il vecchio garibaldino. Un tipo abbastanza straordinario. Un carattere scontroso e sognatore, che vive nella fede repubblicana della sua giovinezza come in una nuvola. Quel vecchio esaltato ha incoraggiato molte delle maledette sciocchezze del Capataz!».
«Che genere di sciocchezze?», indagò l’ingegnere capo. «Il Capataz mi è sempre parso un tipo molto astuto e assennato, assolutamente intrepido e molto utile. Un perfetto aiutante tuttofare. Sir John rimase molto colpito dalla sua ingegnosità e premura quando fece quel viaggio via terra da Santa Marta. In seguito, come forse avrà saputo, ci rese un servizio informando l’allora capo della polizia della presenza in città di alcuni ladri di professione, venuti da lontano per assalire e rapinare il nostro treno che trasportava le paghe mensili. Ha sicuramente organizzato il servizio di carico e scarico per la O.S.N. con grande abilità. Sa come farsi obbedire, anche se è uno straniero. È vero che anche i cargadores sono quasi tutti stranieri qui – immigranti, isleños».
«Il suo prestigio è la sua fortuna», borbottò il medico con asprezza.
«Ha dimostrato pienamente la sua fidatezza in innumerevoli occasioni e in tutte le maniere», osservò l’ingegnere. «Quando è sorta la questione dell’argento, il capitano Mitchell naturalmente ha sostenuto con molto calore che il suo Capataz era l’unico uomo adatto per quell’incarico di fiducia. Come marinaio, certo, lo credo anch’io. Ma come uomo, sa, Gould, Decoud e io pensavamo che non avesse alcuna importanza chi andava. Qualsiasi barcaiolo avrebbe fatto ugualmente al caso nostro. Che cosa poteva fare un ladro con tutti quei lingotti? Se fuggiva con essi, alla fine sarebbe dovuto sbarcare da qualche parte e come avrebbe potuto nascondere il suo bottino alla gente del luogo? Scacciammo quella considerazione dalle nostre menti. Inoltre, Decoud sarebbe andato con lui. C’erano state occasioni in cui ci si era fidati ciecamente del Capataz».
«Il suo punto di vista era un po’ diverso», disse il medico. «L’ho udito dichiarare proprio in questa stanza che sarebbe stata l’impresa più disperata della sua vita. Ha fatto una sorta di testamento verbale, nominando il vecchio Viola suo esecutore testamentario; e, per Giove!, sa, lui – non si è arricchito con la sua fedeltà a voi brava gente della ferrovia e del porto. Suppongo che riceva qualche – come si dice? – qualche compenso spirituale per le sue fatiche, altrimenti non so perché diavolo dovrebbe essere fedele a lei, a Gould, a Mitchell o a chiunque altro. Conosce bene questo paese. Sa, per esempio, che Gamacho, il deputato di Javira, non era altro che un comunissimo tramposo, un modesto venditore ambulante del Campo, finché non è riuscito a farsi dare abbastanza merce a credito da Anzani per aprire un negozietto nell’interno e si è fatto eleggere dai mozos ubriachi che ciondolano in giro per le estancias e dai rancheros più poveri e indebitati con lui. E Gamacho, che domani sarà probabilmente uno dei nostri alti funzionari, è anche lui un forestiero – un isleño. Sarebbe potuto essere un cargador sulla banchina della O.S.N. se non avesse ucciso un venditore ambulante nei boschi (il posadero di Rincón è pronto a giurarlo) e rubato la sua merce per inziare la propria attività. E crede quindi che Gamacho sarebbe mai diventato un eroe in regime di democrazia, come il nostro Capataz? Certo che no. Non ne ha la stoffa. No, decisamente credo che Nostromo sia uno sciocco».
Il discorso del medico non garbava al costruttore di ferrovie. «È impossibile sostenere quella tesi», disse filosoficamente. «Ogni uomo ha le sue qualità. Avrebbe dovuto sentire Gamacho arringare i suoi amici nella strada. Ha una voce tonante e urlava come un pazzo, agitando il pugno sopra la testa e sporgendosi mezzo fuori dalla finestra. Ad ogni pausa la folla sottostante gridava: “Abbasso gli oligarchi! Viva la libertad!”. Su, nella stanza, Fuentes aveva l’aria molto avvilita. Sa, è il fratello di Jorge Fuentes, che è stato ministro degli Interni per circa sei mesi, qualche anno fa. Certo, non ha coscienza: ma è un uomo colto e di buona famiglia – per un periodo è stato anche direttore della Dogana di Cayta. Quel rozzo imbecille di Gamacho si è aggrappato a lui con il suo seguito della peggiore feccia. Vederlo tremare di fronte a quel furfante era lo spettacolo più divertente che si potesse immaginare».
Si alzò e andò alla porta a guardare verso il porto. «Tutto tranquillo», disse. «Mi chiedo se Sotillo voglia veramente venire qui».
Capitolo secondo
Il capitano Mitchell, camminando in su e in giù sulla banchina, si faceva la medesima domanda. C’era sempre il dubbio se l’avvertimento del telegrafista di Esmeralda – un messaggio frammentario e interrotto – fosse stato ben compreso. Tuttavia, il buon uomo aveva deciso di non andare a letto fino all’alba e forse neppure allora. Si figurava di aver reso un enorme servizio a Charles Gould. Al pensiero di aver salvato l’argento si stropicciava le mani con soddisfazione. Nella sua maniera semplice era fiero di avere avuto una parte in questo espediente estremamente astuto. Era stato lui a dare forma pratica allo schema suggerendo la possibilità di intercettare in mare il piroscafo diretto a nord. Ed era vantaggioso anche per la sua Compagnia, che avrebbe perso un carico di valore se il tesoro fosse rimasto a terra e fosse stato confiscato. Gli faceva anche molto piacere di deludere i monteristi. Autoritario per temperamento e per la lunga abitudine al comando, il capitano Mitchell non era un democratico. Arrivava persino a professare disprezzo per il parlamentarismo stesso. «Sua Eccellenza Don Vincente Ribiera», soleva dire, «che io e quel mio aiutante, Nostromo, avemmo l’onore, signore, e il piacere di salvare da una morte crudele, si rimetteva troppo alle decisioni del Congresso. Era uno sbaglio, un grave sbaglio, signore».
Nel suo candore, il vecchio marinaio che dirigeva il servizio della O.S.N. immaginava che gli ultimi tre giorni avessero esaurito tutte le strane sorprese che la vita politica del Costaguana poteva riservare. In seguito usava confessare che gli eventi successivi superavano la sua immaginazione. Per cominciare, Sulaco (a causa della requisizione dei cavi e della disorganizzazione del servizio marittimo) era rimasta tagliata fuori dal resto del mondo come una città assediata per due intere settimane.
«Non lo avrei ritenuto possibile; eppure fu così, signore. Due intere settimane».
Il racconto delle cose straordinarie accadute durante quel periodo e delle forti emozioni da lui provate, acquistava una comica solennità per il tono pomposo della sua narrazione. Esordiva sempre assicurando al suo ascoltatore di essersi trovato «nel bel mezzo degli eventi dal principio alla fine». Poi cominciava a descrivere il trasferimento dell’argento e il suo naturale timore che «il suo uomo», responsabile della chiatta, commettesse qualche errore. A parte la perdita di tanto metallo prezioso, la vita del Señor Martin Decoud, un giovane simpatico, ricco e ben informato, avrebbe corso grave pericolo se egli fosse caduto in mano ai suoi nemici politici. Il capitano Mitchell ammetteva anche di aver provato una certa preoccupazione per il futuro dell’intero paese durante la sua veglia solitaria sulla banchina.
«Un sentimento, signore», esclamava, «perfettamente comprensibile in un uomo giustamente grato per le molte gentilezze ricevute dalle migliori famiglie di mercanti e da altri ricchi signori del luogo, che, salvati a stento dagli eccessi della folla grazie a noi, sembravano, a mio avviso, destinati a diventare preda nella persona e negli averi della soldataglia locale, che, com’è ben noto, si comportò con deplorevole barbarie verso gli abitanti durante i tumulti. E poi, signore, c’erano i Gould, per entrambi i quali, marito e moglie, non potevo che nutrire i più calorosi sentimenti suscitati in me dalla loro ospitalità e gentilezza. Pensavo anche ai pericoli che correvano i signori del Club Amarilla, che mi avevano nominato membro onorario e mi avevano trattato sempre con riguardo e cortesia, sia nella mia qualità di agente consolare sia in quella di sovrintendente di un importante servizio marittimo. La signorina Antonia Avellanos, la fanciulla più bella e compita con cui abbia mai avuto il privilegio di parlare, occupava non poco la mia mente, confesso. Anche l’effetto che l’imminente cambio di funzionari avrebbe avuto sugli interessi della mia Compagnia assorbiva gran parte della mia attenzione. In breve, signore, ero molto stanco ed estremamente angosciato, come può immaginare, dagli eccitanti e memorabili eventi a cui avevo partecipato nel mio piccolo. L’edificio della Compagnia dove si trovava il mio alloggio era a cinque minuti di cammino, con il miraggio di un po’ di cena e della mia amaca (la notte riposo sempre in un’amaca che è il giaciglio più adatto al clima); ma in qualche modo, signore, sebbene non potessi chiaramente fare nulla per nessuno rimanendo lì, non riuscivo a strapparmi da quella banchina, dove la stanchezza a volte mi faceva incespicare penosamente. La notte era molto buia – la più buia che ricordi in vita mia; così cominciai a pensare che l’arrivo del mercantile da Esmeralda non poteva assolutamente avvenire prima dell’alba, per via delle difficoltà di navigazione nel golfo. Le zanzare mordevano come furie. Qui eravamo infestati dalle zanzare prima dei recenti miglioramenti; una varietà speciale del porto, signore, famosa per la sua ferocia. Formavano come una nuvola intorno al mio capo e credo che senza i loro attacchi, mi sarei appisolato mentre camminavo avanti e indietro e avrei fatto una brutta caduta. Continuavo a fumare un sigaro dopo l’altro, più per evitare di essere mangiato vivo che per un vero piacere del tabacco. Poi, signore, mentre forse per la ventesima volta avvicinavo l’orologio alla punta accesa del sigaro per vedere l’ora e osservavo con sorpresa che mancavano ancora dieci minuti a mezzanotte, udii il tonfo dell’elica di una nave – un suono inconfondibile per l’orecchio di un marinaio in una notte così calma. Era molto attenuato perché avanzavano con cautela a velocità ridottissima, sia per il buio sia perché non volevano rivelare troppo presto la loro presenza: una precauzione del tutto inutile giacché credo proprio che in tutta l’enorme estensione del porto non vi fosse anima via, eccetto me. Persino il normale personale di guardia era assente da parecchie notti a causa del tumulti. Rimasi fermo, dopo aver gettato a terra e calpestato il sigaro – una circostanza molto gradita alle zanzare, a giudicare dallo stato del mio viso l’indomani mattina. Ma quello era un fastidio minimo in confronto al brutale trattamento a cui venni sottoposto da Sotillo. Qualcosa di assolutamente inconcepibile, signore; più simile al comportamento di un maniaco che all’azione di un uomo sano di mente, per quanto privo di ogni senso dell’onore e della decenza. Ma Sotillo era furioso per il fallimento del suo piano ladresco».
In questo il capitano Mitchell aveva ragione. Sotillo era veramente infuriato. Tuttavia, il capitano non venne arrestato subito; una viva curiosità lo indusse a rimanere sul molo (lungo quasi quattrocento piedi) per vedere, o meglio udire, tutte le operazioni di sbarco. Nascosto dietro il vagone ferroviario usato per l’argento, che era stato spinto di nuovo in fondo al molo, il capitano Mitchell vide un piccolo distaccamento sbarcato per primo passargli accanto e prendere diverse direzioni nella pianura. Nel frattempo, le truppe scendevano a terra e si mettevano in colonna, avvicinandosi gradatamente a lui finché riuscì a distinguere gli uomini delle prime file che sbarravano quasi completamente la banchina, a pochissimi metri di distanza. Poi il mormorio sommesso, lo scalpiccio e il tintinnio metallico cessarono e tutta la colonna rimase immobile e silenziosa per circa un’ora, in attesa del ritorno degli esploratori. Si udivano soltanto i cupi latrati dei mastini nei depositi della ferrovia, a cui rispondeva il debole abbaiare dei cagnacci che infestavano la periferia della città. Un gruppo staccato di sagome scure stava davanti alla testa della colonna.
Dopo un poco il picchetto in cima al molo cominciò a intimare sommessamente l’altolà a figure isolate che venivano dalla pianura. I messaggeri inviati dalle pattuglie di esploratori lanciarono brevi frasi di risposta ai compagni e proseguirono in fretta, perdendosi nella grande massa immobile, per fare il loro rapporto allo Stato Maggiore. Il capitano Mitchell stava pensando che la sua posizione poteva diventare scomoda e forse pericolosa quando improvvisamente, in cima al molo, risuonò un grido di comando, uno squillo di tromba, seguiti da un’agitazione, da un rumore di armi e da un mormorio che corse lungo tutta la colonna. Vicino a lui una voce forte ordinò frettolosamente: «Togliete di mezzo quel vagone!». Molti piedi nudi corsero a eseguire l’ordine e il capitano Mitchell si ritrasse di un passo o due; il vagone, spinto bruscamente da molte mani, schizzò via sulle rotaie e prima che lui si rendesse conto di quello che succedeva, si trovò circondato e afferrato per le braccia e per il colletto della giacca.
«Abbiamo preso un uomo che si nascondeva qui, mi teniente!», gridò uno dei catturatori.
«Tenetelo da una parte finché non arriva la retroguardia», rispose la voce. L’intera colonna sfilò di corsa accanto al capitano Mitchell e il rimbombo dei piedi cessò di colpo sulla riva. I suoi catturatori lo tenevano stretto, ignorando la sua affermazione di essere inglese e le sue veementi richieste di essere condotto subito davanti al loro comandante. Alla fine si chiuse in un dignitoso silenzio. Un paio di cannoni da campagna, trascinati a braccia, transitarono con un cupo fragore di ruote sulle tavole di legno. Poi, dopo che un piccolo gruppo di uomini era passato scortando quattro o cinque figure che camminavano in testa a tutti con un tintinnio di foderi d’acciaio, Mitchell si sentì tirare per le braccia e gli fu ordinato di muoversi. Durante il tragitto dalla banchina alla Dogana il capitano venne purtroppo sottoposto a certe offese da parte dei soldati – quali strattoni, pugni nel collo, violenta applicazione di un calcio di fucile sulle reni. Le loro idee di rapidità non andavano d’accordo con il suo concetto di dignità. Si sentiva confuso, accaldato e impotente. Era come se il mondo stesse per finire.
La lunga costruzione era circondata di soldati, che stavano già accatastando le armi per compagnia e si preparavano a trascorrere la notte stesi per terra nel loro poncho con lo zaino sotto la testa. I caporali si muovevano alla luce di lanterne ondeggianti per piazzare le sentinelle tutto intorno ai muri dovunque ci fosse una porta o un’apertura. Sotillo stava prendendo le misure necessarie per proteggere la sua conquista come se avesse contenuto effettivamente il tesoro. Il suo desiderio di fare fortuna con un audace colpo di genio aveva sopraffatto la sua capacità di ragionare. Non voleva credere alla possibilità di un insuccesso; il solo accenno a una simile prospettiva lo faceva ribollire di rabbia. Ogni circostanza che puntava a quella eventualità sembrava incredibile. La dichiarazione di Hirsch, che era così fatale per le sue speranze, era assolutamente inammissibile. È anche vero che la storia di Hirsch era stata raccontata in modo così incoerente, con tali segni di estrema confusione mentale da apparire realmente improbabile. Una storia senza capo né coda. Sulla plancia del piroscafo, subito dopo il suo salvataggio, Sotillo e gli altri ufficiali, nella loro impazienza ed eccitazione, non avevano dato al poveruomo tempo di raccogliere le poche facoltà che gli rimanevano. Avrebbero dovuto calmarlo, confortarlo e rassicurarlo e invece lo avevano trattato duramente, schiaffeggiato, scosso e apostrofato in tono minaccioso. Le sue lotte, i suoi contorcimenti, i suoi tentativi di mettersi in ginocchio, seguiti dai violenti sforzi per liberarsi, come se volesse buttarsi impulsivamente in mare, i suoi urli e i suoi scatti all’indietro e gli sguardi folli di terrore li avevano colmati prima di stupore, poi di dubbi sulla loro genuinità, giacché gli uomini sono portati a sospettare della sincerità di ogni grande passione. Anche il suo spagnolo divenne così mescolato con il tedesco che gran parte dei suoi discorsi risultava incomprensibile. Aveva tentato di propiziarseli chiamandoli hochwohlgeborene Herren, che di per sé suonava sospetto. Quando lo avevano ammonito severamente di non scherzare, aveva ripetuto le sue implorazioni e le sue proteste di lealtà e di innocenza di nuovo in tedesco, ostinatamente, perché non si rendeva conto in quale lingua stesse parlando. La sua identità, naturalmente, era perfettamente nota come abitante di Esmeralda, ma questo non chiariva le cose. Dato che continuava a dimenticarsi il nome di Decoud, confondendolo con parecchie altre persone che aveva visto a Casa Gould, sembrava che fossero stati tutti insieme sulla chiatta; e per un momento Sotillo pensò di aver fatto affogare tutti i più importanti ribieristi di Sulaco. L’improbabilità di un simile evento gettava un dubbio sull’intera dichiarazione. Hirsch era pazzo o stava recitando una parte – fingendo paura e confusione lì per lì per nascondere la verità. La rapacità di Sotillo, eccitata al massimo dalla prospettiva di un immenso bottino, rifiutava di credere a qualsiasi segno contrario. Questo ebreo poteva anche essere molto spaventato per l’incidente, ma sapeva dov’era nascosto l’argento e aveva inventato questa storia, con la sua astuzia ebraica, per metterlo completamente fuori strada su ciò che era stato fatto.
Sotillo aveva preso alloggio al piano superiore in un grande appartamento con pesanti travi scuri. Ma non c’era soffitto e l’occhio si perdeva nell’oscurità sotto l’alto culmine del tetto. Le spesse imposte erano aperte. Su un lungo tavolo si vedevano un grande calamaio, alcune penne d’oca spuntate e sporche d’inchiostro e due cassette quadrate di legno, contenenti ciascuna venticinque chili di sabbia. Fogli di ruvida carta grigia intestata erano sparpagliati sul pavimento. La stanza doveva essere stata occupata in precedenza da qualche alto funzionario della Dogana, giacché una grande poltrona di pelle stava dietro il tavolo e altre sedie con la spalliera alta erano sparse in giro. Un’amaca di rete era appesa sotto uno dei travi – per la siesta del funzionario, senza dubbio. Una coppia di candelieri diffondeva una fioca luce rossastra. Il cappello del colonnello, la spada e la rivoltella erano posati in mezzo a essi e due dei suoi ufficiali più fidati stavano appoggiati al tavolo con aria tetra. Il colonnello si gettò nella poltrona e un grosso negro con i gradi di sergente sulla manica strappata, inginocchiandosi, gli sfilò gli stivali. I baffi neri di Sotillo contrastavano violentemente con il colorito livido delle guance. I suoi occhi erano cupi e come infossati profondamente nella testa. Sembrava sfinito dalle sue perplessità, illanguidito dalla delusione; ma quando la sentinella sul pianerottolo si affacciò alla porta per annunciare l’arrivo di un prigionero, si rianimò subito.
«Che sia condotto dentro», ordinò fieramente.
La porta si spalancò e il capitano Mitchell, a capo scoperto, il panciotto sbottonato, il nodo della cravatta sotto un orecchio, venne spinto nella stanza.
Sotillo lo riconobbe immediatamente. Non avrebbe potuto sperare in una preda più preziosa; questo era l’uomo in grado di dirgli, se voleva, tutto ciò che desiderava sapere – e il problema di come farlo parlare gli si presentò subito alla mente. Sotillo non temeva il risentimento di una nazione straniera. La potenza dell’intera Europa in armi non avrebbe protetto il capitano Mitchell dagli insulti e dai maltrattamenti tanto efficacemente quanto la veloce riflessione di Sotillo che questo inglese si sarebbe probabilmente ostinato a tacere se veniva maltrattato e sarebbe diventato del tutto intrattabile. Ad ogni buon conto, il colonnello spianò la fronte aggrottata.
«Guarda! L’eccellente Señor Mitchell!», esclamò con finta costernazione. Fece un passo avanti gridando «Liberate subito il caballero» in un impeto di collera così ben simulato che i soldati attoniti schizzarono lontano dal prigioniero. Privato bruscamente del sostegno forzato, il capitano Mitchell barcollò come se stesse per cadere. Sotillo lo prese familiarmente sottobraccio, lo condusse a una sedia e agitò una mano ordinando: «Uscite tutti».
Quando furono soli, rimase a guardare, incerto e silenzioso, finché il capitano Mitchell non ebbe ritrovato la parola. Aveva qui nelle sue mani uno degli uomini coinvolti nel trasferimento dell’argento. Dato il suo temperamento, Sotillo provava un ardente desiderio di picchiarlo; così come in precedenza, quando trattava faticosamente un prestito con il cauto Anzani, le dita gli prudevano sempre per la voglia di stringere il negoziante alla gola. Quanto al capitano Mitchell, questa esperienza improvvisa, inattesa e generalmente inaudita gli aveva confuso le idee. Inoltre, era fisicamente senza fiato.
«Sono stato buttato a terra tre volte fra qui e il molo», disse infine, ansimando. «Qualcuno dovrà pagare per questo». Aveva effettivamente inciampato più di una volta ed era stato trascinato per un tratto prima di potersi rimettere in piedi. Ripreso fiato, l’indignazione lo rese furioso. Saltò in piedi, paonazzo, i capelli bianchi arruffati, gli occhi sfavillanti di collera vendicativa e scosse violentemente i lembi del suo panciotto rovinato davanti allo sconcertato Sotillo. «Guardi! Quei suoi ladri in uniforme dabbasso mi hanno rubato l’orologio».
Il vecchio marinaio aveva un aspetto molto minaccioso. Sotillo si vide tagliato fuori dal tavolo su cui erano posate la sua sciabola e la sua rivoltella.
«Esigo la restituzione e delle scuse», tuonò Mitchell, fuori di sé. «Da lei! Sì, da lei!».
Per lo spazio di un secondo o due il colonnello rimase immobile con un’espressione impietrita sul viso; poi, quando il capitano Mitchell allungò un braccio verso il tavolo come per afferrare la rivoltella, Sotillo, con un grido di allarme, corse alla porta e uscì come un lampo, sbattendola dietro di sé. La sorpresa calmò la furia del capitano Mitchell. Dietro la porta chiusa Sotillo urlò sul pianerottolo e vi fu un grande calpestìo di piedi sulla scala di legno.
«Disarmatelo! Legatelo!», si udiva vociferare il colonnello.
Il capitano Mitchell ebbe appena il tempo di gettare uno sguardo alle finestre, con tre sbarre di ferro perpendicolari ciascuna e a circa venti piedi dal suolo, come lui ben sapeva, prima che la porta si spalancasse e avesse luogo l’assalto. In un tempo incredibilmente breve si trovò legato con molti giri di corda a una sedia con la spalliera alta, in modo che gli rimaneva libera solo la testa. Soltanto allora Sotillo, che stava appoggiato allo stipite della porta tremando visibilmente, si avventurò di nuovo nella stanza. I soldati, raccogliendo i fucili che avevano gettato sul pavimento per lottare con il prigioniero, uscirono in fila dalla stanza. Gli ufficiali rimasero a guardare, appoggiati alle loro sciabole.
«L’orologio! L’orologio!», strepitò il colonnello, camminando avanti e indietro come una tigre in gabbia. «Datemi l’orologio di quest’uomo».
Era vero che, mentre lo perquisivano nell’androne al pianterreno, per controllare se fosse armato, prima di condurlo alla presenza di Sotillo, il capitano Mitchell era stato alleggerito dell’orologio con catena; ma agli urli del colonnello, tornò fuori abbastanza presto e un caporale lo portò su, reggendolo con cura nelle palme delle mani giunte. Sotillo lo afferrò e lo fece penzolare dal pugno chiuso, vicinissimo al viso del capitano Mitchell.
«Allora! Inglese arrogante! Come osa chiamare ladri i soldati del mio esercito! Ecco il suo orologio».
Agitò il pugno come se volesse colpire il prigioniero sul naso. Il capitano Mitchell, impotente come un bambino in fasce, guardò ansiosamente il mezzo cronometro d’oro da sessanta ghinee, donatogli anni prima da un Comitato di assicuratori per aver salvato una nave incendiata dalla completa distruzione. Anche Sotillo parve accorgersi del suo valore. Tacque all’improvviso, andò al tavolo e cominciò a esaminare accuratamente l’orologio alla luce delle candele. I suoi ufficiali si accostarono e allungarono il collo dietro di lui.
Il colonnello era così preso dal suo esame che per un attimo dimenticò il suo prezioso prigioniero. Nella rapacità delle razze meridionali lucide e appassionate c’è sempre qualcosa di infantile, assente nel nebbioso idealismo dei settentrionali, che al minimo incoraggiamento sognano addirittura di conquistare la terra. Sotillo amava i gioielli, i gingilli d’oro, gli ornamenti personali. Dopo un momento si volse e con un gesto imperioso fece indietreggiare tutti gli ufficiali. Posò l’orologio d’oro sul tavolo, poi, con noncuranza, vi mise sopra il cappello.
«Ah!», cominciò andando molto vicino alla sedia. «Osa chiamare ladri i miei coraggiosi soldati del reggimento di Esmeralda. Che impudenza! Voi stranieri venite qui a spogliare il nostro paese della sua ricchezza. Non vi basta mai! La vostra audacia non conosce limiti!».
Si voltò verso gli ufficiali, dai quali si levò un mormorio di assenso. Il maggiore più anziano si sentì in dovere di dichiarare: «Sì, mi coronel. Sono tutti traditori».
«Non dirò nulla», continuò Sotillo, fissando l’immobile e impotente Mitchell con uno sguardo iroso ma inquieto. «Non dirò nulla del suo sleale tentativo di impossessarsi della mia rivoltella per spararmi mentre cercavo di trattarla con una considerazione che non merita. Si è giocato la vita. Può solo sperare nella mia clemenza».
Attese di vedere l’effetto delle sue parole, ma non c’era alcun segno evidente di paura sul volto del capitano Mitchell. I capelli bianchi erano pieni di polvere che copriva anche il resto della sua persona. Come se non avesse udito, mosse un sopracciglio per liberarlo di un filo di paglia impigliato fra i peli.
Sotillo protese una gamba e si mise le mani sui fianchi. «È lei, Mitchell, il ladro», disse enfaticamente, «non i miei soldati!». Puntò un indice con una lunga unghia a mandorla contro il prigioniero. «Dov’è l’argento della miniera di San Tomé? Io le chiedo, Mitchell, dov’è l’argento che era depositato in questa Dogana? Mi risponda! Lo ha rubato lei. Ha partecipato al furto. È stato rubato al governo! Aha! Crede che non sappia quello che dico; ma conosco i trucchi di voi stranieri. L’argento è sparito! No? Sparito in una delle sue lanchas, miserabile! Come ha osato?».
Questa volta ottenne l’effetto voluto. “Come diavolo fa a saperlo?”, pensò Mitchell. La testa, l’unica parte del corpo che poteva muovere, tradì la sua sorpresa con uno scatto improvviso.
«Ah! Trema», urlò Sotillo, bruscamente. «È una cospirazione. È un crimine contro lo Stato. Sapeva che l’argento appartiene alla Repubblica finché le rivendicazioni del governo non saranno soddisfatte? Dov’è? Dove lo ha nascosto, miserabile ladro?».
A questa domanda lo spirito depresso del capitano Mitchell si risollevò. In qualunque inspiegabile maniera Sotillo avesse saputo della chiatta, non l’aveva catturata. Questo era chiaro. Nel suo cuore oltraggiato, il capitano Mitchell aveva deciso che nulla lo avrebbe indotto a dire una parola finché sarebbe rimasto così vergognosamente legato, ma il suo desiderio di contribuire al salvataggio dell’argento lo fece desistere da tale decisione. La sua mente era al lavoro. Notò in Sotillo una certa aria di dubbio, d’indecisione.
“Quest’uomo”, si disse, “non è sicuro di ciò che afferma”. Malgrado la sua pomposità nei rapporti sociali, il capitano Mitchell sapeva affrontare le realtà della vita con animo pronto e risoluto. Ora che aveva superato il primo choc dell’abominevole trattamento a cui lo avevano sottoposto, era abbastanza calmo e padrone di sé. L’immenso disprezzo che provava per Sotillo lo rinfrancava e dichiarò profeticamente: «Ormai è sicuramente ben nascosto».
Anche Sotillo aveva avuto il tempo di calmarsi. «Muy bien, Mitchell», disse in tono freddo e minaccioso. «Ma può esibire la ricevuta del governo per la royalty e il permesso d’imbarco della Dogana, eh? Può esibirli? No. Allora l’argento è stato portato via illegalmente e i colpevoli saranno puniti, a meno che non venga restituito entro cinque giorni da oggi». Dette ordine di slegare il prigioniero e di chiuderlo in una delle stanze più piccole al pianterreno. Girò per la stanza, cupo e silenzioso, finché il capitano Mitchell, tenuto per le braccia da un paio di uomini, si alzò, si scosse e batté i piedi a terra.
«Che effetto le ha fatto essere legato, Mitchell?», chiese in tono beffardo.
«È stato il più incredibile, abominevole abuso di potere!», dichiarò ad alta voce il capitano Mitchell. «E qualunque sia il suo scopo, le assicuro che non ne ricaverà nulla».
Il colonnello alto, livido, con i riccioli e i baffi neri come il carbone, si rannicchiò, per così dire, per fissare negli occhi il prigioniero basso, tarchiato, col il viso rosso e i capelli bianchi arruffati.
«Lo vedremo. Conoscerà meglio il mio potere quando la legherò a un potalón fuori al sole per un giorno intero». Si eresse altezzosamente nella persona e fece segno di condurre via il capitano Mitchell.
«E il mio orologio?», gridò il capitano, resistendo agli sforzi degli uomini che lo trascinavano verso la porta.
Sotillo si volse agli ufficiali. «No! Ma sentite questo pícaro, caballeros», disse con marcato scherno e gli rispose un coro di risate beffarde. «Vuole il suo orologio!». Corse di nuovo accanto al capitano Mitchell, giacché il desiderio di sfogarsi picchiando duramente questo inglese era molto vivo in lui. «Il suo orologio! È un prigioniero di guerra, Mitchell! Di guerra! Non ha diritti né beni di proprietà! Caramba! Persino il suo respiro mi appartiene. Lo rammenti».
«Sciocchezze!», disse il capitano Mitchell, celando un’impressione sgradevole.
Dabbasso, in un grande androne con il pavimento di terra battuta e un alto cumulo costruito dalle formiche bianche in un angolo, i soldati avevano acceso un fuocherello con sedie e tavoli rotti vicino all’arco dell’ingresso, da cui giungeva il lieve mormorio delle acque del porto. Mentre il capitano Mitchell veniva condotto giù per la scala, un ufficiale gli passò accanto correndo a informare Sotillo della cattura di altri prigionieri. Una grande quantità di fumo fluttuava nel vasto locale buio, il fuoco scoppiettava e, come attraverso una nebbia, il capitano Mitchell scorse, circondate da soldati bassi con le baionette inastate, le teste di tre prigionieri di alta statura – il medico, l’ingegnere capo e la bianca criniera leonina del vecchio Viola, che voltava a metà le spalle agli altri, il mento sul petto e le braccia conserte. Lo stupore di Mitchell non ebbe limiti. Lanciò un’esclamazione e anche gli altri due esclamarono. Ma lui proseguì in fretta, diagonalmente, attraverso il grande androne cavernoso. Una ridda di pensieri, supposizioni, inviti alla cautela gli turbinò nella mente.
«La tiene davvero prigioniero?», gridò l’ingegnere capo, il cui monocolo brillava alla luce del fuoco.
Un ufficiale in cima alla scala stava gridando con urgenza: «Portateli su – tutti e tre».
Nel clamore di voci e tintinnio di armi, il capitano Mitchell cercò di farsi udire dagli altri: «Per Dio! Quel tipo mi ha rubato l’orologio».
L’ingegnere capo sulla scala resisté alle pressioni abbastanza a lungo per gridare: «Come? Che cosa ha detto?»
«Il mio cronometro!», urlò violentemente il capitano Mitchell nel momento in cui veniva spinto a testa avanti attraverso una porticina in una specie di cella, totalmente buia e così stretta che lui finì contro la parete opposta. La porta era stata immediatamente chiusa. Sapeva dove lo avevano messo. Era la camera blindata della Dogana, da dove era stato portato via l’argento solo poche ore prima. Era stretta quasi come un corridoio, con una piccola apertura quadrata, chiusa da una pesante inferriata, nella parete di fondo. Il capitano Mitchell fece barcollando alcuni passi, poi si sedette sul pavimento di terra battuta con la schiena contro il muro. Niente, neppure un barlume di luce, disturbò le sue meditazioni. Rifletté intensamente, ma senza espandersi troppo. Le previsioni non erano cupe. Il vecchio marinaio, con tutte le sue piccole debolezze e assurdità, era costituzionalmente incapace di temere a lungo per la sua incolumità personale. Non si trattava tanto di fermezza d’animo quanto di mancanza di un certo tipo di immaginazione – il tipo che sviluppandosi troppo aveva causato un’intensa sofferenza al Señor Hirsch; il tipo di immaginazione che aggiunge il cieco terrore delle sofferenze corporali e della morte, vista strettamente come un accidente fisico, a tutti gli altri timori su cui è basato il senso della propria esistenza. Purtroppo, il capitano Mitchell non era dotato di molta perspicacia; caratteristiche, illuminanti sfumature di espressione, di azione o di movimento gli sfuggivano completamente. Era troppo pomposamente e ingenuamente conscio della propria esistenza per osservare quelle altrui. Ad esempio, non poteva credere che Sotillo avesse avuto realmente paura di lui e questo semplicemente perché non gli sarebbe mai passato per la testa di sparare a qualcuno, tranne in un caso impellente di legittima difesa. Chiunque poteva vedere che non era tipo da uccidere, rifletté seriamente. Allora perché questa accusa assurda e offensiva?, si chiese. Ma i suoi pensieri giravano soprattutto intorno a un quesito stupefacente e insolubile: Come diavolo aveva fatto quell’uomo a scoprire che l’argento era stato portato via con la chiatta? Era ovvio che non l’aveva catturata. E ovviamente non avrebbe potuto catturarla! Il capitano Mitchell giunse a quest’ultima conclusione partendo da una supposizione errata, basata sull’osservazione delle condizioni meteorologiche durante la lunga veglia sulla banchina. Lui riteneva che ci fosse stato molto più vento del solito quella notte nel golfo; mentre, in realtà, era tutto il contrario.
«In nome del Cielo, come ha fatto quel dannato colonnello a sapere della faccenda?», fu la prima domanda che fece non appena il tonfo, il cigolio e il lampo della porta aperta (che venne richiusa quasi prima che lui avesse il tempo di alzare il capo chino) lo informarono che aveva un compagno di prigionia. La voce del dottor Monygham smise di borbottare imprecazioni in inglese e in spagnolo.
«È lei, Mitchell?», rispose acidamente. «Ho battuto la fronte contro questo maledetto muro con tanta forza da ammazzare un bue. Dov’è?».
Il capitano Mitchell, abituato all’oscurità, riuscì a distinguere il medico che allungava le mani alla cieca.
«Sono seduto qui a terra. Non incespichi nelle mie gambe», annunciò in tono molto dignitoso. Il medico, invitato a non camminare al buio, si sedette anche lui per terra. I due prigionieri di Sotillo, con le teste che quasi si toccavano, cominciarono a scambiarsi confidenze.
«Sì», rispose sottovoce il medico alla veemente curiosità del capitano Mitchell, «siamo stati presi in casa del vecchio Viola. Pare che una delle loro pattuglie, comandata da un ufficiale, si fosse spinta fino alla porta della città. Avevano ordine di non entrare, ma di prelevare tutti quelli che trovavano nella pianura. Noi stavamo parlando dentro casa con la porta aperta e senza dubbio loro videro il bagliore della nostra luce. Evidentemente si stavano avvicinando già da un po’. L’ingegnere si distese su una panca in una nicchia accanto al focolare e io salii di sopra a dare un’occhiata. Era un pezzo che non sentivo alcun rumore provenire da su. Il vecchio Viola, come mi vide apparire, mi fece cenno di tacere. Entrai nella stanza in punta di piedi. Per Giove, sua moglie era distesa e dormiva. Si era proprio addormentata! “Señor Doctor”, mi bisbigliò Viola, “sembra che la sua oppressione vada molto meglio”. “Sì”, dissi, molto sorpreso, “tua moglie è una donna meravigliosa, Giorgio.” In quel momento venne sparata una fucilata in cucina, che ci fece sobbalzare e ritrarre come a un improvviso scoppio di tuono. Sembra che la pattuglia di soldati si fosse avvicinata alla casa senza far rumore e uno di loro si fosse affacciato alla porta. Aveva guardato dentro la stanza che gli era parsa deserta ed era entrato silenziosamente col fucile puntato. L’ingegnere capo mi disse che aveva appena chiuso gli occhi un momento. Quando li aprì, vide l’uomo già in mezzo alla stanza che scrutava negli angoli bui. Fu così sorpreso che, senza pensare, balzò fuori dalla nicchia. Il soldato, non meno sorpreso di lui, alzò il fucile e tirò il grilletto, assordando e bruciacchiando l’ingegnere, ma mancandolo del tutto nella sua agitazione. Ma senta che cosa è successo! Al rumore della fucilata la donna addormentata si drizzò a sedere, come spinta da una molla, urlando: “Le bambine, Gian Battista! Salva le bambine!”. Ce l’ho ancora negli orecchi. Era il grido di disperazione più genuino che avessi mai udito. Rimasi come paralizzato, ma il vecchio marito corse accanto al letto, tendendo le mani. Lei vi si aggrappò! Vidi i suoi occhi diventare vitrei; il vecchio la adagiò sui guanciali e si volse a guardarmi. Era morta! Accadde tutto in cinque minuti; poi corsi giù a vedere che cosa stava succedendo. Era inutile pensare a opporre resistenza. Niente di ciò che noi due dicemmo valse a convincere l’ufficiale, così mi offrii di salire di sopra con un paio di soldati a prendere il vecchio Viola. Era seduto ai piedi del letto, fissando il viso della moglie e non pareva udire quello che dicevo; ma dopo che le ebbi coperto il viso con il lenzuolo, si alzò e ci seguì dabbasso quietamente, con aria pensosa. Ci condussero sulla strada, lasciando la porta aperta e la candela accesa. L’ingegnere capo si mise in marcia senza una parola, ma io mi voltai un paio di volte a guardare la debole luce. Dopo aver fatta parecchia strada, il garibaldino, che mi camminava al fianco, disse improvvisamente: “Ho sepolto molti uomini sui campi di battaglia in questo continente. I preti parlano di terra consacrata! Bah! Tutta la terra creata da Dio è sacra; ma il mare, che non conosce re e preti e tiranni, è il più sacro di tutti. Dottore! Mi piacerebbe seppellirla in mare. Niente ridicoli cerimoniali, candele, incenso, niente acqua benedetta e mormorazioni di preti. Lo spirito della libertà aleggia sopra le acque”… Strano vecchio. Diceva tutto questo sottovoce come se parlasse con se stesso».
«Sì, sì», interruppe impazientemente il capitano Mitchell. «Povero vecchio! Ma ha idea di come quel furfante di Sotillo abbia ottenuto le sue informazioni? Non ha mica preso qualcuno dei nostri cargadores che hanno aiutato a spingere il vagone? Ma no, è impossibile! Erano uomini scelti, alle nostre dipendenze da cinque anni e ho dato loro personalmente una paga speciale per quel lavoro con l’ordine di non farsi vedere in giro per almeno ventiquattr’ore. Li ho visti con i miei occhi andare con gli italiani ai depositi della ferrovia. L’ingegnere capo ha promesso di dare loro le razioni per tutto il tempo che volevano rimanere lì».
«Be’», fece il medico lentamente, «può dire addio per sempre alla sua chiatta migliore e al Capataz de Cargadores».
Al che il capitano Mitchell balzò in piedi, tutto eccitato. Il medico, senza dargli il tempo di parlare, riferì brevemente il ruolo avuto da Hirsch durante la notte.
Il capitano Mitchell era attonito. «Annegato!», mormorò in un bisbiglio confuso e inorridito. «Annegato!». Poi tacque, ascoltando in apparenza, ma troppo assorbito dalla notizia della catastrofe per seguire con attenzione il racconto di Monygham.
Il medico aveva assunto un atteggiamento di totale ignoranza finché Sotillo si era deciso a far venire Hirsch perché ripetesse tutta la storia, che gli era stata tirata fuori di bocca con enorme difficoltà perché ogni momento si metteva a piagnucolare. Finalmente Hirsch era stato condotto via più morto che vivo e rinchiuso in una delle stanze al primo piano per essere a portata di mano. Allora il medico, attenendosi al suo ruolo di persona non ammessa nei segreti consigli dell’Amministrazione di San Tomé, aveva osservato che la storia sembrava incredibile. Naturalmente, aveva detto, non sapeva che cosa avessero fatto gli europei, giacché era stato esclusivamente impegnato a curare i feriti e anche ad assistere Don José Avellanos. Era riuscito così bene ad assumere un tono di imparziale indifferenza che Sotillo era parso completamente convinto. Fino a quel momento era stata mantenuta una parvenza di inchiesta regolare; uno degli ufficiali seduto al tavolo annotava le domande e le risposte; gli altri, che girellavano per la stanza fumando lunghi sigari, ascoltavano attentamente senza staccare gli occhi dal medico. Ma a quel punto Sotillo aveva ordinato a tutti di uscire.
Capitolo terzo
Appena erano rimasti soli, le severe maniere ufficiali del colonnello erano cambiate. Si era alzato e si era avvicinato al medico. I suoi occhi brillavano di rapacità e di speranza; aveva assunto un tono confidenziale. «Può darsi che l’argento sia stato effettivamente caricato sulla chiatta, ma non è concepibile che sia stato portato in mare aperto». Il medico, che seguiva ogni sua parola, aveva assentito leggermente, fumando con apparente piacere il sigaro che Sotillo gli aveva offerto come segno delle sue intenzioni amichevoli. Il suo atteggiamento di freddo distacco dal resto degli europei aveva incoraggiato Sotillo nelle sue congetture finché era giunto a insinuare che, secondo lui, questo era tutto uno stratagemma ideato da Charles Gould al fine di prendersi quell’immenso tesoro tutto per sé. Il medico, calmo e osservatore, aveva mormorato: «Sarebbe capacissimo di farlo».
All’udire ciò il capitano Mitchell esclamò con stupore, divertimento e indignazione: «Lei ha detto questo di Charles Gould!». Disgusto e anche un vago sospetto affiorarono nel suo tono giacché anche a lui, come agli altri europei, sembrava che ci fosse qualcosa di dubbioso nella personalità del medico.
«Che cosa mai l’ha indotto a dire una cosa simile a quel furfante ladro di orologi?», indagò. «Quale scopo aveva una bugia infernale come quella? Quel dannato borsaiolo era capace di crederle».
Sbuffò con disprezzo. Per un poco il medico rimase in silenzio nell’oscurità.
«Sì, è esattamente ciò che ho detto», confermò infine, in un tono che avrebbe indicato chiaramente a una terza persona che la sua pausa non era riluttante, ma riflessiva. Il capitano Mitchell pensò di non aver mai udito nulla di così sfacciatamente impudente in vita sua.
«Bene, bene!», mormorò fra sé, ma non ebbe il coraggio di esternare i suoi pensieri che vennero spazzati via da altri pieni di stupore e di rammarico. Un pesante senso di sconfitta lo oppresse: la perdita dell’argento, la morte di Nostromo, che era un duro colpo per la sua sensibilità, poiché si era affezionato al suo Capataz come le persone si affezionano ai loro sottoposti per amore di tranquillità e quasi inconsapevole gratitudine. E quando pensò a Decoud morto affogato anche lui, la sua sensibilità fu quasi sopraffatta da quella fine miseranda. Che colpo terribile per quella povera fanciulla! Il capitano Mitchell non apparteneva alla categoria dei vecchi scapoli inaciditi; al contrario, amava vedere i giovanotti corteggiare le ragazze. Gli sembrava una cosa giusta e naturale. Soprattutto giusta. Quanto ai marinai, era diverso; non dovevano sposarsi, sosteneva, ma per una questione di altruismo giacché, spiegava, la vita a bordo di una nave non è adatta per una donna anche nelle condizioni migliori, e se la lasci a terra, prima di tutto non è giusto e in secondo luogo lei o ne soffre oppure non gliene importa nulla, il che è male in entrambi i casi. Non avrebbe potuto dire che cosa lo sconvolgeva di più – l’immensa perdita materiale subita da Charles Gould, la morte di Nostromo, che era un duro colpo per lui, oppure l’idea di quella giovane donna bella e compita, immersa nel lutto.
«Sì», riprese il medico, che apparentemente aveva riflettuto ancora un poco, «in effetti mi ha creduto. Credevo che mi abbracciasse. “Sì, sì”, disse, “scriverà a quel suo socio, il ricco americano a San Francisco, che è andato tutto perduto. Perché no? Ce n’è a sufficienza per dividerlo fra molte persone”».
«Ma questa è un’idiozia!», esclamò il capitano Mitchell.
Il medico osservò che Sotillo era idiota e che la sua idiozia era abbastanza ingegnosa da condurlo completamente fuori strada. Lui lo aveva aiutato, ma solo un poco.
«Ho accennato», disse, «in modo casuale, che un tesoro viene generalmente sepolto sotto terra piuttosto che andare galleggiando in mare. Al che Sotillo si è battuto una mano sulla fronte. “Por Dios, sì”, ha detto “devono averlo sepolto da qualche parte nei magazzini di questo porto prima di salpare”».
«Buon Dio!», mormorò il capitano Mitchell, «non avrei mai creduto che si potesse essere tanto asini». Fece una pausa, poi continuò lugubremente: «Ma a che serve tutto questo? Sarebbe stata una menzogna abbastanza astuta se la chiatta fosse stata ancora a galla. Forse avrebbe dissuaso quell’incredibile idiota dall’inviare il piroscafo a incrociare nel golfo. Era quello il pericolo che mi preoccupava terribilmente». Il capitano Mitchell sospirò profondamente.
«Avevo uno scopo», disse il medico lentamente.
«Ah, sì?», mormorò Mitchell. «Be’, è una fortuna, altrimenti potevo pensare che continuasse a ingannarlo per puro divertimento. E forse era quello il suo scopo. Be’, devo dire che personalmente non mi presterei a una cosa del genere. Non è di mio gusto. No, no. Infangare la reputazione di un amico non mi divertirebbe, nemmeno per ingannare il più grande mascalzone del mondo».
Se il capitano Mitchell non fosse stato tanto depresso dalla fatale notizia, il suo disgusto per il dottor Monygham avrebbe assunto una forma più esplicita; ma egli pensò fra sé che ormai non importava più ciò che avrebbe detto o fatto quell’uomo, che a lui non era mai piaciuto.
«Mi chiedo», borbottò, «perché ci abbiano rinchiusi insieme, o meglio perché Sotillo l’abbia messo in prigione dal momento che eravate diventati amiconi, a quel che pare?»
«Sì, chissà perché?», disse il medico in tono arcigno.
Il capitano Mitchell aveva il cuore così pesante che per il momento avrebbe preferito una completa solitudine alla migliore compagnia. Ma qualsiasi compagnia sarebbe stata preferibile a quella del dottore, che lui aveva sempre guardato con sospetto come una specie di vagabondo di intelligenza superiore che si era risollevato in parte dalla sua degradazione. Tale sentimento lo indusse a chiedere:
«Che ne ha fatto quel furfante degli altri due?»
«L’ingegnere capo non lo avrebbe lasciato andare comunque», rispose il medico. «Non subito, almeno. Gli piacerebbe litigare con la ferrovia. Non credo, capitano Mitchell, che lei comprenda bene qual è la posizione di Sotillo».
«Non vedo perché dovrei arrovellarmi il cervello al riguardo», ringhiò Mitchell.
«No», assentì il dottore con lo stesso tono arcigno. «Non vedo perché dovrebbe. Non servirebbe ad anima viva se lei riflettesse intensamente su un qualsiasi argomento».
«No», disse il capitano Mitchell con semplicità ed evidente sconforto. «Un uomo chiuso in un dannato buco nero non è di molta utilità a nessuno».
«Quanto al vecchio Viola», continuò il medico come se non avesse udito, «Sotillo lo ha rilasciato per la stessa ragione per cui fra poco rilascerà lei».
«Eh? Come?», esclamò il capitano Mitchell, sgranando gli occhi come un gufo nell’oscurità. «Che cosa abbiamo in comune io e il vecchio Viola? Più probabilmente perché il vecchio non ha un orologio con catena da rubare. E sa cosa le dico, dottor Monygham?», proseguì con ira crescente. «Gli sarà più difficile di quanto pensi liberarsi di me. Si brucerà le dita, creda a me. Tanto per cominciare, non me ne andrò senza il mio orologio e quanto al resto – vedremo. Forse a lei non importa molto essere rinchiuso. Ma Joe Mitchell è fatto di un’altra stoffa, signore. Non intendo sottomettermi docilmente all’insulto e alla rapina. Sono un personaggio pubblico, signore».
A quel punto il capitano Mitchell si accorse che le sbarre della finestrella erano diventate visibili, una griglia nera su un quadrato grigio. Lo spuntare del giorno lo fece tacere come se gli avesse rammentato che ora e in tutti i giorni futuri sarebbe stato privato degli inestimabili servigi del suo Capataz. Si appoggiò al muro con le braccia conserte e il medico si mise a camminare in su e in giù per tutta la lunghezza del locale con il suo strano passo zoppicante e cauto, come se avesse i piedi deformi. Nel punto più lontano dalla finestra, si perdeva nell’oscurità. Si udiva soltanto il leggero passo strascicato e irregolare. C’era un’aria di cupo distacco in quel faticoso e incessante andirivieni. Quando la porta della prigione si spalancò all’improvviso e venne urlato il suo nome, lui non mostrò alcuna sorpresa. Fece una brusca deviazione e uscì subito, come se molto dipendesse dalla sua rapidità; ma il capitano Mitchell rimase per un poco con le spalle contro la parete, molto indeciso nell’amarezza del suo spirito se non fosse meglio rifiutare di muoversi in segno di protesta. Aveva una mezza idea di farsi portare fuori di peso, ma dopo che l’ufficiale alla porta ebbe urlato tre o quattro volte il suo nome in tono di riprovazione e di sorpresa, accondiscese a uscire dalla cella.
I modi di Sotillo erano mutati. La brusca cortesia del colonnello era un po’ incerta, come se lui avesse il dubbio che non fosse il giusto comportamento da seguire in questo caso. Osservò attentamente il capitano Mitchell prima di parlare in tono condiscendente dalla grande poltrona dietro il tavolo:
«Ho deciso di non trattenerla, Señor Mitchell. Sono indulgente e comprensivo. Comunque, che questo le serva di lezione».
La strana alba di Sulaco, che sembra fuggire lontano verso ovest per poi tornare furtivamente a insinuarsi nell’ombra delle montagne, si mescolava con la luce rossastra delle candele. Il capitano Mitchell, in segno di disprezzo e di indifferenza, volse gli occhi intorno alla stanza e lanciò uno sguardo duro al medico, già appollaiato sul davanzale di una delle finestre, con le palpebre abbassate, noncurante e pensieroso – o forse vergognoso.
Sotillo, affondato nell’enorme poltrona, osservò: «Avrei creduto che i sentimenti di un caballero le avrebbero dettato una risposta appropriata».
Attese, ma visto che il capitano Mitchell rimaneva muto, più per un intenso risentimento che per un’intenzione ragionata, Sotillo esitò, lanciò un’occhiata al dottore, che alzò gli occhi e annuì, poi soggiunse con un leggero sforzo:
«Ecco il suo orologio, Señor Mitchell. Vede come è stato ingiusto e affrettato nel giudicare i miei patriottici soldati».
Appoggiandosi alla spalliera della poltrona, allungò un braccio sul tavolo e spinse leggermente l’orologio lontano da sé. Il capitano Mitchell si avvicinò con manifesta premura, lo portò all’orecchio, poi se lo mise tranquillamente in tasca.
Sotillo sembrò vincere un’immensa riluttanza. Lanciò un’altra occhiata di sghembo al medico, che lo fissò senza battere ciglio.
Ma quando il capitano Mitchell fece per voltargli le spalle, senza un cenno o uno sguardo, si affrettò a dire:
«Può andare giù ad aspettare il Señor Doctor, che lascerò libero come lei. Per me voi stranieri siete insignificanti».
Fece una breve risata forzata, disarmonica, mentre il capitano Mitchell, per la prima volta, lo guardava con un certo interesse.
«La legge si occuperà in seguito delle sue trasgressioni», proseguì in fretta Sotillo. «Ma per quanto mi riguarda, può vivere libero, inosservato, senza sorveglianza. Mi sente, Señor Mitchell? Può tornare alle sue faccende. Non è degno della mia attenzione che è richiesta da questioni della massima importanza».
Il capitano Mitchell fu tentato di rispondere alla provocazione. Gli dispiaceva di essere liberato in modo insultante; ma la mancanza di sonno, l’angoscia prolungata, una profonda delusione per la tragica fine del tentativo di salvare l’argento pesavano sul suo animo. Riusciva a stento a celare la sua inquietudine, non tanto per la propria sorte, quanto per la situazione in generale. Gli venne il chiaro sospetto che stesse accandendo qualcosa di losco. Uscendo, ignorò volutamente il medico.
«Che uomo rozzo!», disse Sotillo quando la porta si chiuse.
Il dottor Monygham scivolò giù dal davanzale e ficcando le mani nelle tasche del lungo spolverino grigio che indossava, fece qualche passo nella stanza.
Anche Sotillo si alzò e, mettendoglisi davanti, lo esaminò da capo a piedi.
«Dunque i suoi compatrioti non si confidano molto con lei, Señor Doctor. Non la amano, eh? Perché mai, mi chiedo?».
Il medico, sollevando il capo, rispose con un lungo sguardo spento e con le parole: «Forse perché ho vissuto troppo a lungo in Costaguana».
Sotillo mostrò un bagliore di denti candidi sotto i baffi neri.
«Aha! Ma lei si ama», disse in tono incoraggiante.
«Se li lascia in pace», disse il medico, fissando il bel viso di Sotillo con lo stesso sguardo spento, «si tradiranno da soli molto presto. Intanto, posso tentare di far parlare Don Carlos?»
«Ah, Señor Doctor», rispose Sotillo, scuotendo il capo, «lei è un uomo di intelligenza pronta. Siamo fatti per intenderci». Si girò. Non poteva più sopportare quello sguardo immobile e inespressivo, che sembrava avere una sorta di vacuità impenetrabile come la nera profondità di un abisso.
Anche un uomo del tutto privo di senso morale è in grado di riconoscere la furfanteria che, essendo convenzionale, è perfettamente chiara. Sotillo pensò che il dottor Monygham, così diverso da tutti gli europei, fosse pronto a vendere i suoi compatrioti e Charles Gould, il suo datore di lavoro, per una parte dell’argento di San Tomé. Sotillo non lo disprezzava per questo. La mancanza di senso morale del colonnello era profonda e innocente. Rasentava la stupidità, la stupidità morale. Nulla che servisse ai suoi scopi gli poteva apparire veramente biasimevole. Nondimeno, disprezzava il dottor Monygham. Provava per lui un immenso e soddisfacente disprezzo. Lo disprezzava con tutto il cuore perché non intendeva permettergli di ricevere alcun compenso. Lo disprezzava, non perché fosse un uomo senza fede e senza onore, ma perché lo giudicava uno stupido. L’introspezione del dottor Monygham lo aveva ingannato completamente. Quindi lo considerava uno sciocco.
Dopo il suo arrivo a Sulaco le idee del colonnello avevano subito qualche modifica.
Non aspirava più a una carriera politica nell’amministrazione di Montero. Aveva sempre dubitato della prudenza di quella linea di condotta. Da quando aveva appreso dall’ingegnere capo che all’alba, molto probabilmente si sarebbe trovato di fronte Pedro Montero, i suoi timori al riguardo erano notevolmente aumentati. Il fratello guerrigliero del generale – detto familiarmente Pedrito – aveva una cattiva reputazione. Era pericoloso trattare con lui. Sotillo aveva vagamente progettato di impossessarsi non soltanto del tesoro ma della città stessa, e poi negoziare con comodo. Ma di fronte ai fatti appresi dall’ingegnere capo (che gli aveva esposto francamente tutta la situazione), la sua audacia, mai eccessiva, era stata rimpiazzata da un’esitazione molto cauta.
«Un esercito – un esercito al comando di Pedrito ha già valicato le montagne», aveva ripetuto, incapace di nascondere la sua costernazione. «Se non avessi appreso la notizia da un uomo della sua posizione, non lo avrei mai creduto. Stupefacente!».
«Una forza armata», aveva corretto l’ingegnere, garbatamente.
Aveva raggiunto il suo scopo che era quello di evitare un’occupazione armata di Sulaco ancora per qualche ora, permettendo così a chi aveva paura di lasciare la città. Nello sgomento generale c’erano famiglie abbastanza fiduciose da tentare la fuga sulla strada per Los Hatos, lasciata aperta dalla plebaglia armata, agli ordini dei Señores Fuentes e Gamacho, che si era ritirata a Rincón dove aveva accolto entusiasticamente Pedro Montero. Era un esodo affrettato e rischioso e si diceva che Hernandez, il quale occupava con la sua banda i boschi intorno a Los Hatos, stesse accogliendo i fuggitivi. L’ingegnere capo sapeva benissimo che molte persone di sua conoscenza contemplavano la possibilità di una simile fuga.
Gli sforzi di Padre Corbélan a favore di quel pio brigante non erano stati del tutto vani. Il capo politico di Sulaco aveva ceduto all’ultimo momento alle pressanti suppliche del prete e aveva firmato un decreto provvisorio che nominava Hernandez generale e lo invitava ufficialmente nella sua nuova veste a mantenere l’ordine in città. Il fatto era che il capo politico, vedendo la gravità della situazione, firmava qualsiasi cosa. Quello era stato l’ultimo documento che aveva firmato prima di lasciare il palazzo dell’Intendencia per rifugiarsi nell’ufficio della O.S.N. Ma anche se fosse stata sua intenzione che il decreto divenisse subito esecutivo, era già troppo tardi. I disordini che temeva e aspettava erano scoppiati meno di un’ora dopo che Padre Corbélan lo aveva lasciato. In verità, il prete, che aveva fissato un incontro con Nostromo nel convento dei domenicani, dove alloggiava in una delle celle, non era mai riuscito ad arrivarci. Dall’Intendencia si era recato direttamente a casa degli Avellanos per dirlo a suo cognato e sebbene si fosse trattenuto non più di mezz’ora, si era trovato tagliato fuori dalla sua ascetica dimora. Nostromo, dopo aver aspettato un po’, osservando con inquietudine il tumulto crescente nella strada, aveva raggiunto gli uffici del Porvenir dove era rimasto fino all’alba, come aveva accennato Decoud nella lettera alla sorella. Così il Capataz, invece di montare a cavallo e portare il decreto di nomina a Hernandez nei boschi di Los Hatos, era rimasto in città per salvare la vita del presidente-dittatore, aiutare a reprimere la rivolta della plebe e infine prendere il mare con l’argento della miniera.
Ma Padre Corbélan, rifugiandosi da Hernandez, aveva il documento in tasca, uno scritto ufficiale che trasformava un bandito in un generale con ultimo memorabile atto ufficiale del partito ribierista, le cui parole d’ordine erano onestà, pace e progresso. Probabilmente né il prete né il bandito vedevano l’ironia della cosa. Padre Corbélan doveva aver trovato messaggeri da inviare in città poiché il mattino del secondo giorno di disordini era corsa voce che Hernandez era sulla strada di Los Hatos pronto ad accogliere quelli che volevano mettersi sotto la sua protezione. Uno strano cavaliere, anziano e audace, era apparso in città, cavalcando lentamente mentre i suoi occhi esaminavano le facciate delle case come se non avesse mai visto prima edifici così alti. Davanti alla cattedrale era smontato da cavallo e, inginocchiandosi in mezzo alla Plaza, la briglia sul braccio e il cappello in terra dinanzi a lui, aveva chinato il capo, facendosi il segno di croce e battendosi più volte il petto. Rimontando in sella, con uno sguardo impavido ma non ostile al gruppetto di persone che assisteva alle sue devozioni, aveva chiesto di indicargli la casa degli Avellanos. Una ventina di mani tese avevano puntato gli indici verso la Calle de la Constitución.
Il cavaliere proseguì lanciando solo un’occhiata di curiosità distratta verso le finestre del Club Amarilla all’angolo. La sua voce stentorea gridò di tanto in tanto nella strada vuota: «Qual è Casa Avellanos?» finché lo spaventato portiere rispose e lui scomparve sotto l’arco della porta. La lettera di cui era latore, scritta a matita da Padre Corbélan vicino al fuoco da campo di Hernandez, era indirizzata a Don José, non essendo il prete a conoscenza delle sue critiche condizioni. Antonia la lesse e, dopo aver consultato Charles Gould, la inviò per informazione ai signori che presidiavano il Club Amarilla. Quanto a lei, la sua decisione era presa; avrebbe raggiunto lo zio e avrebbe affidato l’ultimo giorno – forse le ultime ore – di vita di suo padre alle cure del bandito, la cui esistenza era una protesta contro l’irresponsabile tirannia di tutti i partiti, contro l’oscurantismo morale del paese. La penombra dei boschi di Los Hatos era preferibile; una vita di stenti al seguito di una banda di briganti meno degradante. Come suo zio, Antonia era decisa a sfidare ostinatamente la sfortuna, basandosi sulla fede nell’uomo che amava.
Nel suo messaggio il Vicario Generale rispondeva con la sua testa della fedeltà di Hernandez. Quanto al suo potere, faceva notare che era rimasto intatto per molti anni. In quella lettera l’idea di Decoud del nuovo Stato occidentale (la cui condizione fiorente e stabile è ora nota a tutti) veniva resa pubblica e usata come argomento per la prima volta. Hernandez, ex bandito e ultimo generale di nomina ribierista, era sicuro di riuscire a tenere il tratto di campagna fra i boschi di Los Hatos e la catena costiera finché quel devoto patriota, Don Martin Decoud, avrebbe ricondotto il generale Barrios a Sulaco per riconquistare la città.
«E la volontà del Cielo. La Provvidenza è dalla nostra parte», scriveva Padre Corbélan; non c’era tempo per riflettere sulla sua dichiarazione o per contestarla; e la discussione sorta dopo la lettura di quella lettera nel Club Amarilla fu violenta, ma anche di breve durata. Nella confusione del crollo generale alcuni saltarono sull’idea con gioioso stupore come la straordinaria scoperta di una nuova speranza. Altri furono attratti dalla prospettiva di un’immediata salvezza per le loro donne e i loro bambini. La maggioranza si aggrappò a essa come un uomo sul punto di affogare si aggrappa a una pagliuzza. Padre Corbélan offriva loro un’inattesa via di scampo da Pedrito Montero con i suoi llaneros alleati dei Señores Fuentes e Gamacho con la loro marmaglia armata.
Durante tutta la seconda parte del pomeriggio, un’animata discussione ebbe luogo nelle grandi sale del Club Amarilla. Anche i membri del circolo appostati alle finestre con fucili e carabine per difendere l’imbocco della strada nel caso di un ritorno offensivo del popolaccio, urlavano le loro opinioni e argomenti sopra la spalla. All’imbrunire Don Juste Lopez, invitando i caballeros che la pensavano come lui a seguirlo, si ritirò nel corridoio, dove, seduto a un piccolo tavolo illuminato da due candele, si accinse a comporre un indirizzo, o piuttosto una dichiarazione solenne che una deputazione dei membri dell’Assemblea rimasti in città per loro scelta avrebbe presentato a Montero. La sua idea era di rabbonirlo al fine di salvare almeno la forma delle istituzioni parlamentari. Seduto davanti a un foglio bianco, una penna d’oca in mano, e incalzato da tutti i lati, si voltava a destra e a sinistra ripetendo con solenne insistenza:
«Caballeros, un momento di silenzio! Un momento di silenzio! Dovremmo spiegare chiaramente che ci inchiniamo in perfetta buona fede davanti ai fatti compiuti».
Pronunciare quella frase sembrò dargli una malinconica soddisfazione. Il tumulto di voci intorno a lui diventava sempre più aspro e concitato. Nelle pause improvvise i volti contratti per l’eccitazione sprofondavano tutto a un tratto nell’immobilità di un profondo abbattimento.
Intanto, l’esodo era iniziato. Carrozze piene di signore e di bambini attraversavano ondeggiando la Plaza, affiancate da uomini a piedi o a cavallo; seguivano gruppi di persone montate su muli e cavalli; i più poveri andavano a piedi, uomini e donne carichi di fagotti, che portavano in braccio i bimbi in fasce, conducevano per mano i vecchi e si trascinavano dietro i bambini più grandi. Quando Charles Gould, dopo aver lasciato il medico e l’ingegnere capo a Casa Viola, entrò in città dalla porta del porto, tutti quelli che avevano deciso di partire erano partiti e gli altri si erano barricati nelle loro case. In tutta la strada buia si vedeva solo un gruppo di figure in movimento alla luce guizzante delle torce e il Señor Administrador riconobbe la carrozza di sua moglie in attesa davanti alla porta della casa degli Avellanos. Si avvicinò, quasi inosservato e guardò senza parlare mentre alcuni dei suoi servitori uscivano dal cancello portando Don José Avellanos che, con gli occhi chiusi e il viso immobile, sembrava proprio morto. Sua moglie e Antonia camminavano ai lati della barella improvvisata che venne caricata subito nella carrozza. Le due donne si abbracciarono; mentre dall’altra parte del landò l’emissario di Padre Corbélan, con una barba arruffata tutta striata di grigio e alti zigomi bronzei, sedeva eretto sulla sella. Poi Antonia, con gli occhi asciutti, montò accanto alla barella e, dopo essersi fatta rapidamente il segno della croce, si calò un fitto velo sul viso. I servitori e i tre o quattro vicini che erano venuti ad assistere, si ritrassero scoprendosi il capo. A cassetta, Ignacio, ormai rassegnato a viaggiare tutta la notte (e a finire forse con la gola tagliata prima dell’alba), si volse a guardare arcigno sopra la spalla.
«Guida con prudenza», raccomandò la signora Gould con voce tremula.
«Sì, con prudenza, sì, niña», mormorò lui, mordendosi le labbra. Le sue rotonde guance coriacee tremavano. Poi il landò rotolò via lentamente dalla luce.
«Li accompagnerò fino al guado», disse Charles Gould alla moglie. Lei stava sul bordo del marciapiede con le mani morbidamente intrecciate e lo salutò con un cenno di capo mentre si avviava dietro la carrozza. Ora le finestre del Club Amarilla erano buie. L’ultimo sprazzo di resistenza si era spento. Girando la testa all’angolo, Charles Gould vide sua moglie andare al loro cancello nel tratto illuminato della strada. Uno dei loro vicini, un noto mercante e proprietario terriero della provincia, le stava a fianco, parlando con grandi gesti. Appena lei entrò in casa, tutte le luci si spensero nella strada che rimase completamente buia e deserta.
Le case dell’immensa Plaza si perdevano nella notte. Su in alto, come una stella, scintillava una piccola luce in una delle torri della cattedrale; e la statua equestre si stagliava pallida contro gli alberi scuri dell’Alameda, come un fantasma regale incombente sulla scena della rivoluzione. I rari passanti che incontravano si stringevano contro il muro. Passate le ultime case, la carrozza proseguì silenziosamente sul morbido cuscino di polvere e nell’oscurità più fitta, un senso di freschezza sembrò scendere dal fogliame degli alberi che fiancheggiavano la strada di campagna. L’emissario giunto dal campo di Hernandez spinse il cavallo vicino a quello di Charles Gould.
«Caballero», disse con voce interessata, «è lei quello che chiamano il Re di Sulaco, il padrone della miniera, vero?»
«Sì, sono il padrone della miniera», rispose Charles Gould.
L’uomo trotterellò per un po’ in silenzio, poi disse: «Ho un fratello, un sereno al suo servizio nella valle di San Tomé. Lei si è dimostrato un uomo giusto. Non è stato fatto torto a nessuno da quando lei ha chiamato la gente a lavorare nelle montagne. Mio fratello dice che nessun funzionario del governo, nessun oppressore del Campo è mai stato dalla sua parte del ruscello. I suoi funzionari non opprimono la gente nella gola. Indubbiamente hanno paura della sua severità. Lei è un uomo giusto e potente», aggiunse.
Parlava in tono brusco, indipendente, ma evidentemente la sua loquacità aveva uno scopo. Disse a Charles Gould di essere stato un ranchero in una delle valli più basse, giù al Sud, un vicino di Hernandez ai vecchi tempi e padrino del suo figlio maggiore; uno di quelli che si erano uniti a lui nella sua resistenza alla coscrizione forzata che era stata l’inizio di tutti i loro guai. Quando il suo compadre era stato portato via, aveva sepolto lui sua moglie e i suoi figli, assassinati dai soldati.
«Sì, señor», mormorò con voce roca, «io e altri due o tre, i fortunati rimasti in libertà, li seppellimmo tutti in una fossa vicino alle ceneri del loro ranch, sotto l’albero che aveva ombreggiato il tetto».
Era da lui, anche, che Hernandez si era rifugiato dopo aver disertato, tre anni più tardi. Aveva ancora indosso l’uniforme con i gradi di sergente sulla manica e il sangue del colonnello sulle mani e sul petto. Lo seguivano tre soldati a cavallo, di quelli che prima gli avevano dato la caccia e poi avevano scelto la libertà. E raccontò a Charles Gould come lui e pochi amici, vedendo quei soldati, si fossero nascosti dietro alcune rocce pronti a sparare, ma poi aveva riconosciuto il suo compadre ed era balzato fuori dal nascondiglio gridando il suo nome, perché sapeva che Hernandez non poteva essere tornato per una missione ingiusta e oppressiva. Quei tre soldati, insieme al gruppo in agguato dietro le rocce, avevano formato il nucleo della famosa banda e lui, il narratore, era stato il luogotenente preferito di Hernandez per molti, molti anni. Accennò con orgoglio che le autorità avevano anche messo una taglia sulla sua testa; ma questo non aveva impedito che ingrigisse sulle sue spalle. E ora aveva vissuto abbastanza per vedere il suo compadre nominato generale.
Scoppiò in una risata soffocata. «E ora da banditi siamo diventati soldati. Ma guardi, caballero, tutti quelli che hanno fatto noi soldati e lui generale! Guardi questa gente!».
Ignacio gridò. La luce dei fanali della carrozza, scorrendo lungo le siepi di nopal che crescevano sulle sponde alte, illuminò i volti spaventati delle persone che si facevano da parte nella strada, affossata, come un viottolo di campagna inglese, nella terra morbida del Campo. Si ritrassero impaurite; i loro occhi sgranati brillarono per un attimo; poi la luce, scivolando avanti, cadde sulle radici semiscoperte di un grande albero, su un altro tratto di siepe, su un altro gruppo di facce che fissavano apprensive. Tre donne – una con un bambino in braccio – e un paio di uomini in abiti civili – uno armato di sciabola e l’altro di fucile – erano raggruppati intorno a un asino che portava due fagotti avvolti in coperte. Più avanti Ignacio gridò di nuovo per superare una carreta, una lunga cassetta di legno su due alte ruote. Lo sportello posteriore si aprì; alcune signore nella carrozza dovevano aver riconosciuti i muli bianchi perché gridarono: «È lei, Doña Emilia?».
A una curva della strada il bagliore di un grande fuoco riempì il breve tratto coperto dai rami che formavano una volta verde. Vicino al guado di un torrente poco profondo un rancho di giunchi intrecciati con il tetto di paglia era stato incendiato accidentalmente e le fiamme, che divampavano con furia, illuminavano uno spiazzo ingombro di cavalli, di muli e di una folla di persone urlanti e agitate. Quando Ignacio tirò le redini, parecchie signore a piedi assalirono la carrozza, supplicando Antonia di prenderle a bordo. Al loro clamore lei rispose indicando silenziosamente suo padre.
«Devo lasciarvi qui», disse Charles Gould in mezzo a quel fracasso. Le fiamme lambivano il cielo e nel ritrarsi dal calore ardente, il fiume di fuggiaschi premeva contro la carrozza. Una signora di mezza età vestita di seta nera, ma con una ruvida manta sul capo e un ramo nodoso come bastone in mano, si appoggiò barcollando alla ruota anteriore. Due ragazze, mute e spaventate, erano aggrappate alle sue braccia. Charles Gould la conosceva molto bene.
«Misericordia! Questa folla ci sta schiacciando!», esclamò lei sorridendo coraggiosamente. «Ci siamo incamminate a piedi. Tutti i nostri servitori sono fuggiti ieri per unirsi ai democratici. Noi ci metteremo sotto la protezione di Padre Corbélan, del tuo santo zio, Antonia. Ha compiuto un miracolo nel cuore di uno spietato bandito. Un miracolo!».
Alzò gradatamente la voce fino a gridare mentre veniva trascinata via dalla marea di gente che si scansava di fronte ad alcuni carri che uscivano dal guado al galoppo con grandi urli e schiocchi di frusta. Grandi quantità di scintille mescolate a fumo nero volavano sulla strada; i bambù delle pareti bruciavano esplodendo come una scarica irregolare di fucileria. Poi il bagliore vivido si spense all’improvviso, lasciando soltanto una penombra rossastra affollata di ombre scure che si allontanavano in direzioni opposte; il suono di voci parve morire con l’incendio; e il tumulto di teste, di braccia, di litigi e di imprecazioni si perse nella notte.
«Ora devo lasciarvi», ripeté Charles Gould ad Antonia. Ella girò lentamente il capo e si scoprì il viso. L’emissario e compadre di Hernandez spronò il cavallo e si accostò.
«Il padrone della miniera non ha alcun messaggio da inviare a Hernandez, il padrone del Campo?».
L’esattezza del paragone colpì molto Charles Gould. Nella sua determinazione lui presidiava la miniera e l’indomabile bandito presidiava il Campo con lo stesso precario diritto di possesso. Erano uguali di fronte all’illegalità del paese. Era impossibile districare la propria attività dai contatti degradanti. Una fitta rete di crimini e di corruzione era stesa su tutto il paese. Un immenso e stanco scoraggiamento gli suggellò le labbra per un poco.
«Lei è un uomo giusto», insisté l’emissario di Hernandez. «Guardi questa gente che ha fatto del mio compadre un generale e ci ha trasformati tutti in soldati. Guardi quegli oligarchi in fuga per la vita, con soltanto gli abiti che hanno indosso. Il mio compadre non ci pensa, ma i nostri seguaci potrebbero essere molto perplessi e io le parlo a nome loro. Ascolti, señor! Da molti mesi ormai il Campo è nostro. Non dobbiamo chiedere niente a nessuno; ma i soldati devono essere pagati per vivere onestamente quando le guerre sono finite. Dicono che la sua anima sia così retta che una sua preghiera guarirebbe qualsiasi animale, come l’orazione del giudice giusto. Mi dica qualcosa che serva a scacciare i dubbi della nostra partida, dove sono tutti uomini».
«Hai sentito che cosa ha detto?», chiese Charles Gould in inglese ad Antonia.
«Perdona la nostra miseria!», esclamò lei, in fretta. «È la tua reputazione l’inesauribile tesoro che può ancora salvarci tutti; la tua reputazione, Carlos, non la tua ricchezza. Ti supplico di dare la tua parola a quest’uomo che accetterai qualunque accordo mio zio può stipulare con il loro capo. Una parola. Gli basterà».
Sul luogo dove sorgeva la capanna non rimaneva altro che un enorme mucchio di brace, che diffondeva un chiarore sempre più cupo, in cui il viso di Antonia appariva arrossato per l’eccitazione. Charles Gould, dopo una breve esitazione, pronunciò la promessa richiesta. Era come un uomo che si è avventurato su un sentiero scosceso senza spazio per girarsi, dove l’unica speranza di salvezza è andare avanti. In quel momento se ne rese pienamente conto mentre guardava Don José che respirava a malapena, disteso accanto ad Antonia eretta, sconfitto in una lotta di tutta la vita contro i poteri dell’oscurantismo morale, i cui abissi stagnanti generano crimini mostruosi e mostruose illusioni. Con poche parole l’emissario di Hernandez espresse la sua completa soddisfazione. Stoicamente Antonia abbassò il velo, resistendo al desiderio di chiedere notizie della fuga di Decoud. Ma Ignacio gli lanciò uno sguardo bieco sopra la spalla.
«Guarda bene i muli, mi amo», borbottò. «Non li rivedrai più!».
Capitolo quarto
Charles Gould tornò verso la città. Dinanzi a lui le vette dentellate della Sierra si stagliavano nere nell’alba chiara. Qua e là un lepero intabarrato sgattaiolava dietro l’angolo di una strada invasa dalle erbacce davanti agli zoccoli scalpitanti del suo cavallo. Cani abbaiavano dietro i muri dei giardini; e con la luce pallida il gelo delle nevi sembrava calare dalle montagne sui selciati sconnessi e sulle case sbarrate con i cornicioni rotti e l’intonaco che cadeva a pezzi fra i pilastri piatti delle facciate. L’alba lottava con il buio sotto i portici della Plaza, dove non c’era traccia di contadini che disponevano la loro merce per il mercato giornaliero, cumuli di frutta, mazzi di verdure guarniti di fiori, sui banchi bassi sotto gli enormi ombrelloni di paglia; né c’era il solito allegro viavai mattutino di paesani, donne, bambini e asini carichi. Soltanto alcuni gruppetti di rivoluzionari erano sparsi nel vasto spazio, gli sguardi rivolti tutti dalla stessa parte sotto i cappelli a cencio in attesa di qualche notizia da Rincón. Il più numeroso di questi gruppi si girò compatto al passaggio di Charles Gould e gli gridò dietro «Viva la libertad!» in tono minaccioso.
Charles Gould proseguì e girò sotto l’arco della sua casa. Nel patio cosparso di paglia, un praticante, uno degli assistenti locali del dottor Monygham, stava seduto per terra con la schiena contro il bordo della fontana, pizzicando sommessamente una chitarra, mentre due ragazze del popolo, ritte dinanzi a lui, muovevano un poco i piedi e agitavano le braccia, canticchiando un motivo di danza popolare. Quasi tutti gli uomini rimasti feriti durante i due giorni di tumulti erano già stati portati via dai loro amici o parenti, ma parecchie figure stavano ancora sedute lì, oscillando il capo bendato a tempo di musica. Charles Gould smontò di sella. Un mozo sonnolento uscì dalla porta del forno per tenere le redini del cavallo; il praticante cercò di nascondere frettolosamente la chitarra; le ragazze, imperturbabili, si ritrassero sorridendo; e Charles Gould, andando verso la scala, lanciò un’occhiata in un angolo buio a un altro gruppo formato da un cargador mortalmente ferito con una donna inginocchiata accanto; lei mormorava veloci preghiere, tentando al tempo stesso di ficcare uno spicchio d’arancio fra le labbra rigide del morente.
La crudele futilità delle cose era svelata nella leggerezza e nelle sofferenze di quel popolo incorreggibile; l’inutilità delle vite e delle morti gettate via nel vano tentativo di giungere a una soluzione duratura del problema. A differenza di Decoud, Charles Gould non poteva recitare disinvoltamente una parte in una tragica farsa. A lui, in tutta coscienza, la situazione appariva abbastanza tragica, ma non riusciva a vedervi alcun elemento farsesco. Soffriva troppo per quella che giudicava una irrimediabile follia. Era troppo rigorosamente pratico e troppo idealista per guardare ai suoi terribili capricci con divertimento, come Martin Decoud, il fantasioso materialista, riusciva a fare alla cinica luce del suo scetticismo. A lui, come a tutti noi, i compromessi con la coscienza apparivano più brutti che mai alla luce del fallimento. Il suo mutismo, che aveva uno scopo preciso, gli aveva impedito di alterare apertamente i suoi pensieri; ma la Concessione Gould aveva insidiosamente corrotto il suo giudizio. Avrebbe dovuto sapere, si disse, appoggiandosi alla ringhiera del corridoio, che il ribierismo non poteva avere successo. La miniera aveva deformato il suo giudizio facendogli venire la nausea a forza di corrompere e intrigare semplicemente perché lo lasciassero lavorare in pace un giorno dopo l’altro. Come a suo padre, non gli piaceva essere derubato. Lo esasperava. Si era convinto che, a parte considerazioni più alte, appoggiare le speranze di riforma di Don José fosse un buon affare. Si era lanciato nell’assurda lotta come il suo povero zio, la cui spada era appesa alla parete del suo studio, aveva combattuto per difendere le convenienze sociali di una società organizzata. Solo che la sua arma era la ricchezza della miniera, più insidiosa e potente di un onesta lama d’acciaio fissata a una semplice elsa di ottone.
Più pericolosa anche per chi la brandiva, quest’arma della ricchezza, con il doppio taglio della cupidigia e della sofferenza umana, intinta in tutti i vizi della mollezza come in una mistura di radici velenose, che contaminava la causa stessa per cui veniva sguainata, già pronta a girarsi scomodamente in mano. Ormai non restava altro da fare che continuare a usarla. Ma egli si ripromise di vederla ridotta a pezzetti prima di lasciarsela strappare di mano.
Dopo tutto, con la sua parentela e la sua educazione inglese, si rendeva conto di essere un avventuriero in Costaguana, il discendente di avventurieri arruolati in una legione straniera, di uomini che avevano cercato fortuna in una guerra rivoluzionaria, che avevano progettato rivoluzioni, che avevano creduto nelle rivoluzioni. Malgrado la rettidudine del suo carattere, aveva in sé qualcosa della facile moralità di un avventuriero che tiene conto del rischio personale nella valutazione etica di un’azione. Era preparato, se necessario, a far saltare in aria l’intera montagna di San Tomé, cancellandola dal territorio della Repubblica. Tale risoluzione esprimeva la tenacia del suo carattere, il rimorso per quella sottile infedeltà coniugale per cui sua moglie non era più l’unica padrona dei suoi pensieri, qualcosa della fantasiosa debolezza di suo padre, e anche qualcosa dello spirito di un bucaniere che getta un fiammifero acceso nella santabarbara piuttosto che consegnare la sua nave.
Giù nel patio il cargador ferito aveva esalato l’ultimo respiro. La donna gridò una volta e il suo grido, acuto e inatteso, fece trasalire tutti i feriti. Il praticante si alzò in fretta e, chitarra in mano, guardò fisso nella sua direzione con le sopracciglia inarcate. Le due ragazze – ora sedute ai due lati del loro parente ferito, con le ginocchia raccolte e lunghi sigari fra le labbra – si scambiarono un eloquente cenno di capo.
Charles Gould, affacciandosi alla balaustra, vide tre uomini in abiti neri da cerimonia con camicie bianche e cappelli rotondi all’europea, entrare nel patio dalla strada. Uno di loro, più alto di testa e di spalle degli altri due, avanzava per primo con marcata solennità. Era Don Juste Lopez, accompagnato da due dei suoi amici, membri dell’Assemblea, che veniva a trovare l’Administrador della miniera di San Tomé a quell’ora mattutina. Anche loro lo videro e gli fecero concitati cenni di mano, salendo le scale in processione.
Don Juste era cambiato in maniera stupefacente; si era rasato completamente la barba rovinata e aveva perduto i nove decimi della sua dignità esteriore. Anche in quel momento di grave preoccupazione Charles Gould non poté fare a meno di notare l’inettitudine rivelata dall’aspetto dell’uomo. I suoi compagni avevano l’aria abbattuta e insonnolita. Uno continuava a passarsi la punta della lingua sulle labbra riarse; l’altro fissava gli occhi opachi sul pavimento di mattonelle del corridoio, mentre Don Juste, un po’ avanti agli altri, arringava il Señor Administrador della miniera di San Tomé. Era sua ferma opinione che le forme dovevano essere rispettate. Un nuovo governatore riceveva sempre la visita di deputazioni del Cabildo, che è il consiglio municipale, del Consulado, del Consiglio Commerciale ed era opportuno che anche l’Assemblea provinciale inviasse una deputazione, se non altro per affermare l’esistenza delle istituzioni parlamentari. Don Juste proponeva che Don Carlos Gould, quale cittadino più importante della provincia, facesse parte della deputazione dell’Assemblea. La sua posizione era eccezionale, la sua personalità nota per lungo e per largo in tutta la Repubblica. Le cortesie ufficiali non dovevano essere trascurate, anche se venivano compiute con il cuore sanguinante. Accettando i fatti compiuti si poteva ancora salvare i preziosi vestigi delle istituzioni parlamentari. Gli occhi smorti di Don Juste brillavano; lui credeva nelle istituzioni parlamentari – e il mormorio convinto della sua voce monotona si perdeva nel silenzio della casa come il cupo ronzio di un grosso insetto.
Charles Gould si era girato ad ascoltare pazientemente, appoggiando i gomiti sulla balaustra. Scosse un po’ la testa, rifiutando, quasi commosso dallo sguardo ansioso del presidente dell’Assemblea provinciale. Non rientrava nella sua politica di coinvolgere la miniera di San Tomé in procedure formali.
«Il mio consiglio, señores, è di aspettare la sorte nelle vostre case. Non è necessario che vi consegnate formalmente nelle mani di Montero. La sottomissione all’inevitabile, come dice Don Juste, va benissimo, ma quando l’inevitabile si chiama Pedrito Montero non c’è bisogno di mostrare chiaramente l’estensione della vostra resa. Il difetto di questo paese è la mancanza di misura nella vita politica. La piatta acquiescenza all’illegalità, seguita da una reazione sanguinaria – non è, señores, la via migliore verso un futuro stabile e prospero».
Charles Gould tacque al vedere il triste sgomento dei volti, gli sguardi interrogativi, ansiosi degli occhi. La compassione per quegli uomini, che riponevano tutta la loro fiducia in parole di qualche sorta, mentre l’omicidio e la rapina infuriavano nel paese, lo aveva spinto a quella che sembrava vuota loquacità. Don Juste mormorò:
«Lei ci abbandona, Don Carlos… Eppure, le istituzioni parlamentari…».
Il dolore gli impedì di terminare. Si mise un momento la mano sugli occhi. Charles Gould, nel suo timore della vuota loquacità, non replicò all’accusa. Ricambiò in silenzio i loro cerimoniosi inchini. Il mutismo era il suo rifugio. Capiva che ciò che cercavano era di attirare l’influenza della miniera di San Tomé dalla loro parte. Volevano recarsi in missione conciliatrice dal vincitore sotto l’egida della Concessione Gould. Anche altri enti pubblici – il Cabildo, il Consulado – sarebbero venuti ben presto a cercare l’appoggio della forza più stabile e più efficace mai esistita nella loro provincia.
Il medico, giungendo con il suo passo brusco, irregolare, trovò che il padrone si era ritirato nella sua stanza con l’ordine di non essere disturbato per nessuna ragione. Ma il dottor Monygham non era ansioso di vedere subito Charles Gould. Passò un po’ di tempo a esaminare rapidamente i feriti. Si chinò su ognuno di loro a turno, strofinandosi il mento fra il pollice e l’indice; il suo sguardo fermo e impenetrabile incontrò i loro occhi muti e interrogatori. Tutti questi stavano meglio; ma quando arrivò al cargador morto, si fermò un poco di più, osservando non l’uomo che aveva cessato di soffrire, ma la donna inginocchiata in muta contemplazione del volto rigido, con le narici strette e una luce bianca negli occhi non perfettamente chiusi. Ella sollevò lentamente la testa e disse con voce opaca:
«Non è da molto che era diventato un cargador – solo poche settimane. Sua signoria il Capataz lo aveva accettato dopo molte suppliche».
«Non sono responsabile per il grande Capataz», borbottò il medico allontanandosi.
Dirigendosi verso la porta della stanza di Charles Gould, al piano superiore, il dottore esitò all’ultimo momento; poi, lasciando la maniglia con una scrollata delle spalle sbilenche, proseguì in fretta nel corridoio in cerca della camerista della signora Gould.
Leonarda gli disse che la señora non si era ancora alzata. La señora le aveva affidato le figlie di quel posadero italiano. Lei le aveva messe a letto nella sua stanza. La ragazza bionda si era addormentata piangendo, ma la bruna – la più grande – non aveva ancora chiuso occhio. Stava seduta nel letto con le lenzuola tirate sotto il mento e lo sguardo fisso davanti a sé come una piccola strega. Leonarda non approvava che le piccole Viola fossero state ammesse in casa. Lo indicava chiaramente il tono indifferente con cui chiese se la madre fosse morta. Quanto alla señora, doveva stare ancora dormendo. Da quando era andata nella sua stanza dopo aver assistito alla partenza di Doña Antonia con il padre moribondo, non si era udito alcun rumore dietro la sua porta.
Il medico, scuotendosi da una profonda meditazione, le disse bruscamente di chiamare subito la sua padrona e andò zoppicando ad attendere la signora Gould nella sala. Era molto stanco, ma troppo eccitato per sedersi. Nel grande salotto, ora deserto, in cui la sua anima avvizzita era stata rinfrescata dopo molti anni aridi e il suo spirito vagabondo aveva accettato silenziosamente la tolleranza di molte occhiate in tralice, girò a casaccio fra le sedie e i tavoli finché la signora Gould, avvolta in una vestaglia, entrò a passo rapido.
«Sa che non ho mai approvato l’idea di portare via l’argento», cominciò subito Monygham, come premessa al racconto delle sue avventure notturne insieme al capitano Mitchell, all’ingegnere capo e al vecchio Viola, nel quartier generale di Sotillo. Al dottore, con il suo speciale concetto di questa crisi politica, il trasferimento dell’argento era sembrata una misura irrazionale e di cattivo augurio. Era come se un generale avesse mandato via le sue truppe migliori alla vigilia della battaglia con un pretesto recondito. L’intero carico di lingotti si sarebbe potuto nascondere in un luogo dove fosse subito disponibile per allontanare i pericoli che minacciavano la sicurezza della Concessione Gould. L’Administrador aveva agito come se l’immensa e potente prosperità della miniera fosse stata fondata su metodi di probità, sul senso dell’utilità. E non era affatto così. Il metodo seguito era stato l’unico possibile. La Concessione Gould era andata avanti pagando tangenti durante tutti quegli anni. Era un processo nauseante. Capiva benissimo che Charles non ne potesse più e avesse lasciato la vecchia via per appoggiare quel disperato tentativo di riforma. Il dottore non credeva nella riforma del Costaguana. E adesso la miniera era tornata sulla vecchia via, con lo svantaggio che d’ora in poi avrebbe dovuto trattare non soltanto con l’avidità suscitata dalla sua ricchezza, ma con il risentimento destato dal suo tentativo di liberarsi dal vincolo della corruzione morale. Era la punizione per l’insuccesso. La cosa preoccupante era che Charles Gould gli dava l’impressione di aver ceduto al momento decisivo quando un chiaro ritorno ai vecchi metodi era l’unica possibilità. Prestare orecchio al folle progetto di Decoud era stata una debolezza.
Il medico allargò le braccia esclamando: «Decoud! Decoud!». Girò zoppicando per la stanza con brevi risatine rabbiose. Molti anni prima le sue caviglie erano state seriamente danneggiate nel corso di una certa indagine condotta nel castello di Santa Marta da una commissione composta da militari. La nomina era stata loro comunicata all’improvviso in piena notte da Guzman Bento, con la fronte aggrottata, gli occhi lampeggianti e la voce tempestosa. Il vecchio tiranno, in preda a uno dei suoi improvvisi accessi di sospetto, mescolò farfugliati appelli alla loro fedeltà con imprecazioni e orribili minacce. Le celle e le casematte del castello sulla collina erano già piene di prigionieri. Ora la commissione era incaricata di scoprire l’iniqua cospirazione contro il Cittadino-Salvatore della patria.
La paura del tiranno infuriato si tradusse in una frettolosa e feroce procedura. Il Cittadino-Salvatore non era abituato ad attendere. Una cospirazione doveva essere scoperta. I cortili del castello risuonarono del tintinnio delle catene, del rumore dei colpi, degli urli di dolore; e gli alti ufficiali che formavano la commissione lavorarono febbrilmente, nascondendo la propria angoscia e apprensione l’uno all’altro e soprattutto al segretario, Padre Berón, un cappellano militare a quell’epoca molto in confidenza con il Cittadino-Salvatore. Il prete era un uomo robusto, dalle spalle rotonde, una tonsura disordinata e poco pulita in cima alla testa piatta, il colorito smorto, giallognolo, il corpo grasso e molliccio, in una divisa di tenente tutta macchiata di unto sul davanti con una piccola croce ricamata in cotone bianco sul petto sinistro. Aveva il naso pesante e il labbro pendulo. Il dottor Monygham lo rammentava ancora. Lo rammentava contro la sua volontà che faceva di tutto per dimenticarlo. Padre Berón era stato aggiunto alla commissione da Guzman Bento affinché la assistesse nei suoi lavori con il suo zelo illuminato. Il dottor Monygham non avrebbe mai potuto dimenticare lo zelo di Padre Berón né il suo viso, né la sua voce spietata, monotona che pronunciava le parole: «Confesserai ora?».
Il ricordo non gli dava i brividi, ma aveva fatto di lui quello che era agli occhi della gente rispettabile, un uomo incurante delle convenienze sociali, una via di mezzo fra un intelligente vagabondo e un medico screditato. Ma non tutte le persone rispettabili avrebbero avuto la delicatezza di sentimenti necessaria per capire con quale turbamento mentale e chiarezza d’immagine il dottor Monygham, ufficiale sanitario della miniera di San Tomé, ricordava Padre Berón, cappellano militare e un tempo segretario di una commissione d’inchiesta. Dopo tutti questi anni il dottor Monygham, nelle sue stanze in fondo all’edificio dell’ospedale nella gola di San Tomé, ricordava ancora perfettamente Padre Berón. A volte ricordava quel prete di notte, nel sonno. In quelle notti il medico aspettava l’alba con una candela accesa e camminava avanti e indietro nella stanza, fissando i suoi piedi nudi, le braccia strette intorno ai fianchi. Sognava Padre Berón seduto in fondo a un lungo tavolo nero, dietro il quale apparivano, in fila, le teste, le spalle e le controspalline dei membri militari della commissione, che mordicchiavano l’estremità di una penna d’oca e ascoltavano con stanco e impaziente disprezzo le proteste di un prigioniero che chiamava il cielo a testimone della sua innocenza, finché il prete sbottava: «A che serve perdere tempo con queste sciocchezze! Lasciatemelo portare fuori per un poco». E Padre Berón usciva dietro al prigioniero carico di catene tintinnanti, condotto via da due soldati. Tali interludi accadevano molte volte, per molti giorni, con molti prigionieri. Quando il prigioniero tornava, era pronto a rendere una piena confessione, dichiarava Padre Berón, sporgendosi avanti con quello sguardo opaco, sazio che si può vedere negli occhi dei ghiottoni dopo un pasto pesante.
Gli istinti inquisitori del prete risentivano ben poco della mancanza del classico apparato dell’Inquisizione. Nella storia del mondo gli uomini hanno sempre saputo come infliggere sofferenze mentali o fisiche ai loro simili. Questa attitudine è venuta loro con la crescente complessità delle loro passioni e con il precoce affinamento della loro ingegnosità. Ma si può affermare con sicurezza che l’uomo primitivo non si dava la pena di inventare torture. Era indolente e puro di cuore. Spaccava ferocemente il cranio al suo vicino con una scure di pietra per necessità e senza malizia. La mente più stupida può inventare una frase offensiva o marchiare l’innocente con una calunnia crudele. Un pezzo di spago e un randello; alcuni moschetti combinati con uno scudiscio; o anche un semplice martello di legno duro, pesante, applicato con forza sulle dita o sulle giunture di un corpo umano bastano per infliggere la più raffinata tortura. Il medico era stato un prigioniero molto caparbio e, come naturale conseguenza di quella «cattiva disposizione» (così la chiamava Padre Berón), la sua sottomissione era stata molto dura e completa. Perciò il passo zoppicante, la torsione delle spalle, le cicatrici sulle guance erano così pronunciati. Anche le sue confessioni, quando finalmente erano venute, erano state molto complete. Talvolta, nelle notti in cui camminava per la stanza, si stupiva, digrignando i denti per la vergogna e la rabbia, della fertilità della sua immaginazione sotto lo stimolo di un genere di dolore che rende la verità, l’onore, il rispetto di se stessi e la vita stessa, questioni di scarsa importanza.
E non poteva dimenticare Padre Berón con la sua monotona frase «Confesserai adesso?» che gli giungeva in una terribile iterazione e chiarezza di significato attraverso la delirante incoerenza di un dolore insopportabile. Non poteva dimenticare. Ma il peggio non era quello. Se avesse incontrato Padre Berón per la strada dopo tutti questi anni, il dottor Monygham era sicuro che avrebbe indietreggiato tremante dinanzi a lui. Ormai non doveva più temere questa eventualità. Padre Berón era morto; ma la sgradevole certezza gli impediva di guardare chiunque in faccia.
Il dottor Monygham era diventato, in certo modo, lo schiavo di un fantasma che, ovviamente, gli era impossibile portare con sé in Europa. Quando aveva reso la sua confessione forzata alla commissione militare, il dottor Monygham non aveva cercato di evitare la morte. La desiderava ardentemente. Seduto seminudo per ore sul pavimento di terra bagnata della sua prigione, così immobile che i ragni, suoi compagni, attaccavano le loro ragnatele ai suoi capelli arruffati, egli confortava il suo animo desolato ripetendosi con sottili ragionamenti che aveva confessato crimini sufficienti per essere condannato a morte – che si erano spinti troppo oltre per lasciarlo vivere e raccontare.
Ma, come per una raffinata crudeltà, il dottor Monygham venne lasciato per mesi a marcire lentamente nella sua prigione buia come una tomba. Si sperava senza dubbio che sarebbe morto di stenti senza il fastidio di un’esecuzione; ma il dottor Monygham aveva una costituzione di ferro. Fu Guzman Bento a morire, non per la coltellata di un cospiratore, ma di un colpo apoplettico e il dottor Monygham venne frettolosamente liberato. I suoi ceppi furono rimossi alla luce di una candela che, dopo mesi di oscurità, gli ferì gli occhi al punto da costringerlo a coprirsi il viso con le mani. Venne messo in piedi. Il cuore gli batteva forte per la paura della libertà. Quando tentò di camminare, la straordinaria leggerezza dei piedi gli dette il capogiro e cadde a terra. Gli ficcarono in mano due bastoni e venne spinto fuori dallo stretto passaggio. Imbruniva; le candele brillavano già alle finestre degli alloggi degli ufficiali intorno al cortile; ma il cielo crepuscolare lo abbagliò con il suo immenso e maestoso splendore. Un poncho leggero gli pendeva sulle spalle nude, ossute; i brandelli dei pantaloni arrivavano appena alle ginocchia; i capelli mai più tagliati da diciotto mesi ricadevano in sudice ciocche grigie ai lati degli zigomi aguzzi. Mentre si trascinava oltre la porta del posto di guardia, uno dei soldati, che oziava fuori, mosso da qualche oscuro impulso, balzò avanti con una strana risata e gli ficcò in testa un vecchio cappello di paglia mezzo sfondato. E il dottor Monygham, barcollando, proseguì il suo cammino. Metteva avanti un bastone, poi un piede storpiato, poi l’altro bastone; l’altro piede seguiva per un brevissimo tratto, trascinandosi sul terreno faticosamente, come se fosse troppo pesante per muoversi; eppure le gambe sotto gli angoli pendenti del poncho non erano più grosse dei bastoni che reggeva in mano. Un tremito incessante scuoteva il corpo piegato, tutte le membra consunte, la testa ossuta, la lacera cupola conica del sombrero, la cui ampia tesa piatta gli poggiava sulle spalle.
Così conciato il dottor Monygham andò a prendere possesso della sua libertà. E le sue condizioni parvero legarlo indissolubilmente alla terra del Costaguana come un terribile processo di naturalizzazione, coinvolgendolo profondamente nella vita nazionale, molto più profondamente di quanto avrebbero potuto fare successo e onore in quantità. Distrussero il suo europeismo; giacché il dottor Monygham si era fatto un concetto ideale della sua ignominia. Era un concetto eminentemente giusto e confacente a un ufficiale e a un gentiluomo. Il dottor Monygham, prima di andare in Costaguana, era stato medico in uno dei reggimenti di fanteria di Sua Maestà. Era un concetto che non teneva conto di fatti fisiologici o di argomenti ragionevoli; tuttavia non era stupido. Era semplice. Una regola di condotta basata soprattutto su severi rifiuti è necessariamente semplice. Il punto di vista del dottor Monygham su ciò che il dovere gli imponeva di fare era severo; era un punto di vista ideale in quanto era l’esagerazione immaginosa di un sentimento corretto. Era anche, nella sua forza, influenza e tenacia, il punto di vista di una natura estremamente leale.
C’era una grande riserva di lealtà nella natura del dottor Monygham. L’aveva concentrata tutta sulla signora Gould. La considerava degna della massima devozione. In fondo al cuore provava una rabbiosa inquietudine dinanzi alla prosperità della miniera di San Tomé, perché la sua crescita la privava della sua pace mentale. Il Costaguana non era posto per una donna come quella. Com’era venuto in mente a Charles Gould di portarla laggiù! E il medico aveva seguito il corso degli eventi con un riserbo cupo e distante che, immaginava, la sua triste storia gli aveva imposto.
Tuttavia, la lealtà verso la signora Gould non poteva tralasciare la sicurezza del marito. Il medico aveva fatto in modo di trovarsi in città nel momento critico perché diffidava di Charles Gould. Lo considerava irrimediabilmente contagiato dalla follia delle rivoluzioni. Perciò, quella mattina, girava zoppicando angosciato nel salotto di Casa Gould, esclamando «Decoud, Decoud!» in un tono di cupa irritazione.
La signora Gould, il colorito acceso e gli occhi lucidi, guardava diritta davanti a sé all’improvvisa enormità di quel disastro. Le punte delle dita di una mano poggiavano leggermente su un tavolino basso accanto a lei e il braccio tremava fino alla spalla. Il sole, che splende tardi sopra Sulaco, sorgendo in tutta la sua potenza nel cielo dietro l’abbagliante cresta nevosa dell’Higuerota, aveva separato il delicato chiarore grigio, morbido, perlato, in cui la città è immersa durante le prime ore del mattino, in masse nette di ombra nera e spazi di luce calda, accecante. Tre lunghi rettangoli di sole si proiettavano sul pavimento dalle finestre della sala; mentre, dall’altro lato della strada, la facciata della casa degli Avellanos appariva molto scura nella sua ombra vista attraverso il fascio di luce.
Una voce disse dalla soglia della porta: «Che ne è di Decoud?».
Era Charles Gould. Non lo avevano udito arrivare dal corridoio. Il suo sguardo scivolò sulla moglie e si fissò sul medico.
«Ha portato qualche notizia, dottore?».
Il dottor Monygham raccontò subito tutto, per sommi capi. Dopo che ebbe terminato, l’Administrador della miniera di San Tomé rimase a fissarlo per qualche tempo senza una parola. La signora Gould si lasciò cadere in una poltrona bassa con le mani abbandonate in grembo. Un silenzio regnò fra le tre persone immobili. Poi Charles Gould parlò:
«Sicuramente vorrete fare colazione».
Si fece da parte per lasciar passare sua moglie. Lei prese la mano del marito e la strinse mentre usciva, premendosi il fazzoletto sugli occhi. La vista di suo marito le aveva richiamato alla mente la situazione di Antonia e non poteva trattenere le lacrime al pensiero della povera ragazza. Quando raggiunse i due uomini in sala da pranzo dopo essersi bagnata il viso, Charles stava dicendo al dottore attraverso la tavola:
«No, sembra che non ci siano dubbi».
E il dottore assentì.
«No, non vedo come potremmo contestare il racconto di quel povero Hirsch. È fin troppo vero, temo».
Ella si sedette desolatamente a capotavola e volse lo sguardo dall’uno all’altro. I due uomini, senza girare proprio il capo, tentarono di evitare il suo sguardo. Il dottore fece anche finta di avere fame; afferrò il coltello e la forchetta e si mise a mangiare con enfasi; come sul palcoscenico. Charles Gould non provò nemmeno a fingere; con i gomiti alzati a squadra, si attorcigliò le punte dei baffi rossi – erano così lunghi che le sue mani erano molto distanti dal viso.
«Non sono sorpreso», mormorò, lasciando stare i baffi e appoggiando un gomito sulla spalliera della sedia. Il suo viso calmo aveva quella immobilità di espressione che tradisce un intenso lavorio mentale. Sentiva che quell’incidente aveva messo in luce tutte le conseguenze derivanti dalla linea di condotta da lui scelta, con le sue intenzioni consapevoli o inconsapevoli. Ora doveva porre fine a questo muto riserbo, a quell’aria impenetrabile dietro cui aveva salvaguardato la sua dignità. Era la forma meno ignobile di ipocrisia impostagli da quella parodia di istituzioni civili che offendeva la sua intelligenza, la sua rettitudine e il suo senso del diritto. Era come suo padre. Non aveva l’occhio ironico. Non era divertito dalle assurdità che prevalgono in questo mondo. Lo ferivano nella sua innata serietà. Sentiva che la morte miserevole di quel povero Decoud lo privava della sua inaccessibile posizione di forza nello sfondo. Lo impegnava apertamente a meno che non decidesse di abbandonare la partita – e questo era impossibile. Gli interessi materiali gli richiedevano di sacrificare il suo atteggiamento distaccato – forse anche la sua sicurezza. E rifletteva che il piano separatista di Decoud non era andato a fondo con l’argento.
L’unica cosa che non era cambiata era la sua posizione nei confronti del signor Holroyd. Il capo del gruppo interessato nell’argento e nell’acciaio era entrato negli affari del Costaguana con una sorta di passione. Il Costaguana era diventato necessario per la sua esistenza; nella miniera di San Tomé aveva trovato la soddisfazione della fantasia che altre menti trovano nel teatro, nell’arte o in uno sport rischioso e affascinante. Era una forma speciale di stravaganza del grand’uomo, sanzionata da un’intenzione morale, abbastanza grande per lusingare la sua vanità. Anche questa aberrazione del suo genio serviva al progresso del mondo. Charles Gould aveva la certezza di essere capito con precisione e giudicato con l’indulgenza della loro passione comune. Ormai niente poteva sorprendere o sgomentare questo grand’uomo. E Charles Gould immaginava già di scrivere una lettera a San Francisco più o meno in questi termini, «…Gli uomini a capo del movimento sono morti o fuggiti; l’organizzazione civile della provincia è finita per il momento; il partito Blanco a Sulaco è crollato imperdonabilmente, ma nella maniera tipica di questo paese. Ma Barrios, indenne a Cayta, è ancora disponibile. Sono costretto ad adottare apertamente il piano di una rivoluzione provinciale come l’unico modo di porre in una posizione di sicurezza permanente gli enormi interessi materiali coinvolti nella prosperità e nella pace di Sulaco…». Quello era chiaro. Vedeva queste parole come scritte a lettere di fuoco sulla parete che fissava distrattamente.
La signora Gould osservava la sua aria astratta con terrore. Era un fenomeno familiare e terribile che per lei oscurava e gelava la casa come il passaggio di una nuvola nera davanti al sole. Gli attacchi di distrazione di Charles Gould rivelavano l’energica concentrazione di una volontà ossessionata da un’idea fissa. Un uomo ossessionato da un’idea fissa è pazzo. È pericoloso anche se quell’idea è un’idea di giustizia; non potrebbe infatti indurlo a far crollare spietatamente il cielo su una testa amata? Gli occhi della signora Gould, fissi sul profilo di suo marito, si empirono nuovamente di lacrime. E nuovamente le parve di vedere la disperazione della sfortunata Antonia.
“Che cosa avrei fatto se Charley fosse annegato mentre eravamo fidanzati?”, esclamò mentalmente, con orrore. Il suo cuore si ghiacciò, mentre le guance avvampavano come sfiorate dalla fiamma di una pira funebre che consumava tutti suoi affetti terreni. Le lacrime le sgorgarono dagli occhi.
«Antonia si ucciderà!», gridò.
Il suo grido cadde nel silenzio della stanza con effetto stranamente limitato. Soltanto il medico, sbriciolando un pezzo di pane con la testa inclinata da una parte, sollevò il viso e i pochi peli bianchi sporgenti dalle sopracciglia cespose si mossero in un leggero cipiglio. Il dottor Monygham pensava sinceramente che Decoud fosse un oggetto particolarmente indegno dell’affetto di una donna. Poi riabbassò il capo, arricciando il labbro, con il cuore pieno di tenera ammirazione per la signora Gould.
“Lei pensa a quella ragazza”, disse fra sé, “pensa alle figlie di Viola; pensa a me; ai feriti; ai minatori; pensa sempre a tutti coloro che sono poveri e infelici! Ma che cosa farà se Charles ha la peggio in questa lotta infernale in cui quei dannati Avellanos lo hanno attirato? Nessuno sembra pensare a lei”.
Charles Gould, sempre fissando il muro, continuava le sue acute riflessioni.
«Scriverò a Holroyd che la miniera di San Tomé è abbastanza grande per assumersi il compito di creare un nuovo Stato. Gli farà piacere e lo indurrà ad accettare il rischio».
Ma Barrios era realmente disponibile? Forse. Ma era inaccessibile. Inviare un battello a Cayta non era più possibile, dal momento che Sotillo era padrone del porto e aveva un piroscafo a sua disposizione. E ora, con tutti i democratici della provincia in rivolta e ogni comune del Campo in subbuglio, dove poteva trovare un uomo in grado di portare un messaggio a Cayta via terra, cavalcando per dieci giorni almeno; un uomo coraggioso e risoluto, che avrebbe evitato l’arresto o l’omicidio, e se arrestato avrebbe mangiato fedelmente il foglio? Il Capataz de Cargadores sarebbe stato proprio l’uomo adatto. Ma il Capataz de Cargadores non c’era più.
E Charles Gould, distogliendo gli occhi dal muro, disse pacatamente: «Quel Hirsch! Che cosa straordinaria! Si è salvato aggrappandosi all’ancora, vero? Non avevo idea che fosse rimasto a Sulaco. Credevo che fosse tornato via terra a Esmeralda oltre una settimana fa. Venne qui una volta a parlarmi della sua azienda di pellami e di altre cose. Gli dissi chiaramente che non si poteva fare nulla».
«Aveva paura di rimettersi in viaggio perché c’era Hernandez in giro», osservò il dottore.
«E se non fosse stato per lui, forse non avremmo saputo nulla di ciò che è successo», si meravigliò Charles Gould.
La signora Gould esclamò:
«Antonia non deve sapere! Non bisogna dirglielo. Non ora».
«È poco probabile che qualcuno le porti la notizia», osservò il dottore. «Non è interesse di nessuno. Inoltre, la gente qui teme Hernandez come se fosse il diavolo». Si volse a Charles Gould. «È persino imbarazzante, perché se volesse comunicare con i rifugiati, non troverebbe alcun messaggero. Quando Hernandez si aggirava a centinaia di miglia da qui, il popolino di Sulaco rabbrividiva all’udire i racconti di come arrostiva vivi i suoi prigionieri».
«Sì», mormorò Charles Gould, «il Capataz del capitano Mitchell era l’unico uomo in città che avesse visto Hernandez faccia a faccia. Padre Corbélan si servì di lui. Fu il primo a stabilire le comunicazioni. È un peccato che…».
La sua voce fu coperta dal rimbombo della grande campana della cattedrale. Tre rintocchi staccati, uno dopo l’altro, esplosero nell’aria, spegnendosi in vibrazioni morbide e profonde. Poi tutte le campane di ogni chiesa, convento o cappella della città, persino quelle che erano rimaste chiuse per anni, suonarono a distesa tutte insieme. Questa furiosa ondata di frastuono metallico evocava con potenza suggestiva immagini di lotta e di violenza che fecero sbiancare le guance della signora Gould. Basilio, che stava servendo a tavola, rannicchiandosi tutto, si aggrappò alla credenza battendo i denti. Era impossibile udire la propria voce.
«Chiudi queste finestre!», gli urlò rabbiosamente Charles Gould. Tutti gli altri servitori, terrorizzati da quello che avevano scambiato per il segnale di un massacro generale, erano corsi di sopra, incespicando gli uni negli altri, donne e uomini, quell’oscura e abitualmente invisibile popolazione del pianterreno sui quattro lati del patio. Le donne, gridando «Misericordia!», irruppero nella stanza e, cadendo in ginocchio contro le pareti, cominciarono a farsi convulsamente il segno della croce. I volti stralunati degli uomini bloccarono la porta in un istante – mozos della scuderia, giardinieri, aiutanti tuttofare che vivevano delle briciole della munifica casa – e Charles Gould contemplò tutto il suo personale domestico, fino al guardiaportone, un vecchio semiparalizzato con lunghi capelli bianchi che gli arrivavano alle spalle; un’eredità raccolta dalla pietà familiare di Charles Gould. Si ricordava di Henry Gould, inglese e costaguanero della seconda generazione, capo della provincia di Sulaco; era stato il suo mozo personale anni e anni prima in pace e in guerra; aveva avuto il permesso di assistere il suo padrone in prigione; il mattino fatale aveva seguito il plotone d’esecuzione; e, sbirciando da dietro uno dei cipressi che crescevano lungo il muro del convento dei francescani, aveva visto, con gli occhi fuori dalle orbite, Don Henrique alzare le mani e cadere col viso nella polvere. Charles Gould notò particolarmente la grande testa patriarcale di quel testimone alle spalle degli altri servitori. Ma fu sorpreso di vedere un paio di vecchie megere grinzose di cui ignorava l’esistenza fra le pareti domestiche. Dovevano essere le madri, o persino le nonne, di alcuni dei suoi domestici. C’erano anche alcuni bambini, più o meno nudi, che piangevano aggrappati alle gambe degli adulti. Prima non aveva mai notato alcuna traccia di un bambino nel suo patio. Anche Leonarda, la camerista, arrivò terrorizzata, facendosi largo a spinte, con il suo viso viziato e permaloso di cameriera preferita, conducendo per mano le piccole Viola. Le stoviglie tintinnarono sulla tavola e sulla credenza e l’intera casa parve ondeggiare nell’assordante ondata di rumore.
Capitolo quinto
Durante la notte la plebe in attesa aveva preso possesso di tutti i campanili della città per dare il benvenuto a Pedrito Montero, che stava facendo il suo ingresso dopo aver trascorso la notte a Rincón. E per prima entrò in ordine sparso dalla porta verso terra la teppaglia armata di tutti i colori, tipi, carnagioni, più o meno cenciosa, che si definiva la Guardia Nazionale di Sulaco al comando del Señor Gamacho. Defluì nel mezzo della strada come un torrente di rifiuti, una massa di cappelli di paglia, ponchos, canne di fucile, con un’enorme bandiera verde e gialla sventolante in una nuvola di polvere, al furioso rullare dei tamburi. Gli spettatori si ritrassero contro i muri delle case urlando i loro «Vivas!». Dietro la soldataglia si vedevano le lance della cavalleria, l’«esercito» di Pedro Montero. Egli avanzava fra i Señores Fuentes e Gamacho alla testa dei suoi llaneros, che avevano compiuto l’ardua impresa di valicare I páramos dell’Higuerota sotto una tormenta di neve. Cavalcavano in fila per quattro, montati su cavalli sequestrati nel Campo, vestiti con indumenti eterogenei trovati nei negozi lungo la strada, saccheggiati frettolosamente durante la loro veloce corsa attraverso la parte settentrionale della provincia; giacché Pedro Montero aveva molta fretta di occupare Sulaco. I fazzoletti legati alla meglio intorno alle loro gole nude erano nuovi di zecca e tutte le maniche destre delle loro camicie di cotone erano state tagliate vicino alla spalla per consentire una maggiore libertà di movimento nel gettare il lazo. Uomini emaciati dalla barba grigia cavalcavano a fianco di giovani magri e bruni, segnati da tutte le privazioni della campagna, con strisce di carne cruda avvolte intorno alle cupole dei cappelli ed enormi speroni di ferro allacciati ai talloni nudi. Coloro che sui passi di montagna avevano perduto le loro lance si erano muniti delle picche usate dai bovari del Campo: sottili aste di palma lunghe almeno dieci piedi, con una quantità di anelli tintinnanti sotto la punta rivestita di ferro. Erano armati di coltelli e rivoltelle. Una feroce audacia caratterizzava l’espressione di tutti quei volti bruciati dal sole; fissavano altezzosamente la folla con i loro occhi riarsi o, ammiccando in alto insolentemente, si additavano a vicenda una particolare testa fra le donne alle finestre. Quando giunsero nella Plaza e videro la statua equestre del Re di un bianco abbagliante, che torreggiava enorme e immobile nel sole sopra la folla in movimento, con il suo eterno gesto di saluto, un mormorio di sorpresa corse attraverso le loro file. «Chi è quel santo con il grande cappello?», si chiesero a vicenda.
Erano un buon esempio della cavalleria delle pianure con la quale Pedro Montero aveva tanto aiutato la carriera vittoriosa del fratello generale. L’influenza che quell’uomo, cresciuto nelle città costiere, acquistò in breve tempo fra gli abitanti delle pianure della Repubblica, può essere attribuita soltanto a un genio del tradimento di un genere così efficace che dovette apparire a quegli uomini violenti rimasti quasi allo stato selvaggio, come il massimo della sagacia e della virtù. La tradizione popolare di tutte le nazioni attesta che la doppiezza e l’astuzia, insieme alla forza fisica, venivano considerate, ancor più del coraggio, virtù eroiche dagli uomini primitivi. Sopraffare il proprio avversario era il grande impegno della vita. Il coraggio veniva dato per scontato. Ma l’uso dell’intelligenza destava meraviglia e rispetto. Gli stratagemmi, purché riuscissero, erano onorevoli; il facile massacro di un nemico ignaro destava solo sentimenti di gioia, orgoglio e ammirazione. Non che gli uomini primitivi fossero più empi dei loro discendenti di oggi, ma andavano più diritti allo scopo ed erano più ingenui nel considerare il successo come l’unico metro di moralità.
Da allora siamo cambiati. L’uso dell’intelligenza suscita poca meraviglia e meno rispetto. Ma gli ignoranti e barbari llaneros impegnati in una guerra civile seguivano volentieri un capo che spesso riusciva a consegnare loro i nemici legati, per così dire, mani e piedi. Pedro Montero aveva l’abilità di cullare gli avversari con un falso senso di sicurezza. E siccome gli uomini apprendono la saggezza con estrema lentezza e sono sempre pronti a credere alle promesse che lusingano le loro segrete speranze, Pedro Montero era riuscito ripetutamente nel suo intento. Sia che fosse un semplice servitore o un piccolo funzionario della legazione del Costaguana a Parigi, era tornato di corsa in patria appena aveva saputo che suo fratello era emerso dall’oscurità della sua comandancia di frontiera. Era riuscito a ingannare con la sua credibilità i capi del movimento ribierista nella capitale e persino l’astuto agente della miniera di San Tomé non lo aveva compreso a fondo. Aveva subito acquistato un’enorme influenza su suo fratello. Erano molto simili di aspetto, entrambi calvi, con ciuffi di capelli crespi sopra gli orecchi, che facevano sospettare la presenza di sangue negro. Pedro era solo un poco più basso del generale, più delicato nell’insieme, con una capacità scimmiesca di imitare tutti i segni esteriori della raffinatezza e della distinzione e con un talento pappagallesco per le lingue. Entrambi i fratelli avevano ricevuto una certa istruzione elementare grazie alla munificenza di un grande viaggiatore europeo, che aveva assunto il loro padre come valletto durante i suoi viaggi nell’interno del paese. Nel caso del generale Montero gli aveva permesso di salire di grado. Pedrito, il minore, incorreggibilmente pigro e sciatto, aveva vagato senza meta da una città costiera all’altra, ciondolando negli uffici contabili, aggregandosi a forestieri come una sorta di valet de place, procurandosi da vivere in modo facile e disonorevole. Le sue azioni erano abitualmente determinate da motivi così improbabili di per sé da sfuggire alla comprensione di una persona razionale.
Perciò, a prima vista, l’agente della Concessione Gould a Santa Marta lo aveva giudicato un uomo sensato e anche capace di contenere la vanità perennemente insoddisfatta del generale. Non gli sarebbe mai passato per la mente che Pedrito Montero, lacchè o modesto scrivano, alloggiato nelle soffitte dei vari palazzi parigini dove la legazione del Costaguana usava alloggiare la sua dignità diplomatica, avesse divorato le opere storiche più leggere in lingua francese, quali, ad esempio, i libri di Imbert de Saint Amand sul Secondo Impero. Ma Pedrito era stato colpito dallo splendore di una corte brillante e aveva concepito per sé l’idea di un’esistenza in cui, come il duca di Morny, avrebbe unito il godimento di ogni piacere alla condotta degli affari politici e assaporato sommamente il potere in tutti i modi. Nessuno avrebbe potuto indovinarlo. Eppure questa fu una delle cause immediate della rivoluzione monterista. Ciò apparirà meno incredibile se si riflette che le cause fondamentali erano sempre le stesse, radicate nall’immaturità politica della popolazione, nell’indolenza delle classi superiori e nel buio mentale di quelle inferiori.
Pedrito Montero vedeva nell’elevazione del fratello la via aperta alle sue più folli fantasie. Fu questo che rese il pronunciamiento monterista così inevitabile. Il generale, forse, si sarebbe potuto comprare, ammansire con lusinghe, inviare in una missione diplomatica in Europa. Era stato suo fratello a istigarlo dal principio alla fine. Voleva diventare lo statista più brillante del Sud America. Non aspirava al potere supremo. Anzi, avrebbe avuto paura della fatica e del rischio che comportava. Prima di tutto, Pedrito Montero, istruito dall’esperienza europea, voleva raccogliere una grossa fortuna per sé. Con questo obiettivo in mente ottenne da suo fratello, l’indomani stesso della battaglia vittoriosa, il permesso di spingersi oltre le montagne e prendere possesso di Sulaco. Sulaco era la terra della prosperità futura, il luogo eletto del progresso materiale, la sola provincia della Repubblica che interessasse ai capitalisti europei. Pedrito Montero, seguendo l’esempio del duca di Morny, voleva avere la sua parte di questa prosperità nel senso letterale della parola. Ora che suo fratello era padrone del paese, sia come presidente, dittatore o magari imperatore – perché no? – intendeva di esigere una partecipazione in ogni impresa – nelle ferrovie, nelle miniere, nelle piantagioni di canna da zucchero, nelle filande, nelle società immobiliari, in tutte le iniziative – come prezzo della sua protezione. Il desiderio di trovarsi presto sul luogo era la vera causa della famosa galoppata oltre le montagne con un paio di centinaia di llaneros, un’impresa i cui pericoli, sulle prime, non erano apparsi chiari alla sua impazienza. Reduce da una serie di vittorie, era convinto che a un Montero bastasse apparire per essere padrone della situazione. Questa illusione lo aveva spinto ad agire con un’avventatezza di cui ora cominciava a rendersi conto. Mentre cavalcava alla testa dei suoi llaneros, rimpiangeva che fossero così pochi. L’entusiamo della plebe lo rassicurò. Urlava «Viva Montero! Viva Pedrito!». Per renderla ancora più entusiasta e per il piacere istintivo che gli dava la dissimulazione, lasciò le redini sul collo del cavallo e con un gesto di familiarità e confidenza di enorme effetto, infilò le mani sotto le braccia dei Señores Fuentes e Gamacho. In quella posa, con un mozo lacero che gli reggeva il cavallo per la briglia, attraversò trionfalmente la Plaza fino alla porta dell’Intendencia. I suoi vecchi muri tetri sembravano tremare alle acclamazioni che laceravano l’aria e coprivano i fragorosi rintocchi delle campane della cattedrale.
Pedro Montero, il fratello del generale, smontò da cavallo in mezzo a una folla urlante e scalmanata di entusiasti che i Nazionali straccioni respingevano con violenza. Salendo pochi gradini, contemplò la massa di gente che lo fissava e i muri crivellati di pallottole delle case di fronte, appena velati da una leggera nuvola di polvere fluttuante nel sole. La parola PORVENIR, scritta in gigantesche lettere maiuscole nere, alternate alle finestre rotte, lo fissava attraverso il vasto spazio; ed egli pensò con gioia all’ora della vendetta, perché era sicuro di mettere le mani su Decoud. Alla sua sinistra, Gamacho, grosso e accaldato, asciugandosi il volto peloso madido di sudore, scoprì una fila di denti gialli in un sorriso di stupida ilarità. Alla sua destra, il Señor Fuentes, piccolo e magro, stava a guardare con le labbra strette. La folla stava letteralmente a bocca aperta, immersa in un silenzio ansioso, come se si aspettasse che il grande guerrillero, il famoso Pedrito, iniziasse subito a distribuire qualche tangibile gratifica. Quello che iniziò fu un discorso. Esordì urlando la parola «Cittadini!» che arrivò fino a quelli al centro della Plaza. Poi la maggioranza dei cittadini rimase affascinata già dalla mimica dell’oratore, in punta di piedi, le braccia tese sopra la testa con i pugni chiusi, una mano aperta premuta sul cuore, il lampo argenteo degli occhi roteanti, gli ampi gesti di abbraccio, l’indice puntato, una mano posata familiarmente sulla spalla di Gamacho; una mano agitata formalmente verso la piccola figura vestita di nero del Señor Fuentes, avvocato, uomo politico e sincero amico del popolo. I «Vivas!» di quelli più vicini all’oratore, scoppiando all’improvviso, si propagarono irregolarmente fino ai bordi della folla, come fiamme nell’erba secca, e si spensero all’imbocco delle strade. Negli intervalli, sulla Plaza gremita calava un pesante silenzio, in cui la bocca dell’oratore continuava ad aprirsi e chiudersi e frasi staccate – «La felicità del popolo», «Figli della patria», «Il mondo intero», «el mundo intiero» – giungevano fino ai gradini affollati della cattedrale con un suono debole ma chiaro, sottile come il ronzio di una zanzara. Ma l’oratore prese a battersi il petto; parve impennarsi fra i suoi due sostenitori. Era il momento culminante della sua perorazione. Poi le due figure più piccole scomparvero dalla vista della folla e l’enorme Gamacho, rimasto solo, avanzò levando alto il cappello sul capo. Poi si coprì orgogliosamente e urlò: «Ciudadanos!». Un sordo boato salutò il Señor Gamacho, ex venditore ambulante del Campo, comandante della Guardia Nazionale.
Al piano superiore dell’Intendencia Pedrito Montero andava rapidamente da una stanza devastata all’altra, ringhiando incessantemente:
«Che stupidità! Che distruzione!».
Il Señor Fuentes, che lo seguiva, usciva dal suo mutismo per mormorare:
«È tutta opera di Gamacho e dei suoi Nazionali». Poi, inclinando la testa sulla spalla sinistra, stringeva le labbra con tanta forza che apparivano due fossette agli angoli. Aveva in tasca la nomina a Capo Politico della città ed era impaziente di assumere le sue funzioni.
Nella lunga sala delle udienze, con i suoi alti specchi tutti incrinati dalle sassate, le tappezzerie strappate e il baldacchino sopra la pedana in fondo alla stanza ridotto a brandelli, il vasto, profondo mormorio della folla e la voce roboante di Gamacho che parlava proprio sotto le finestre, giungevano fino a loro attraverso le imposte mentre stavano fermi nel buio e nella desolazione.
«Quel bestione!», osservò Sua Eccellenza Don Pedro Montero a denti stretti. «Dobbiamo riuscire il più presto possibile a mandare lui e i suoi Nazionali là fuori a combattere Hernandez».
Il nuovo Jefe Político si limitò a piegare la testa di scatto e ad aspirare una boccata di fumo della sigaretta per indicare che approvava questo sistema di liberare la città di Gamacho e della sua scomoda marmaglia.
Pedrito Montero guardò con disgusto il pavimento assolutamente nudo e la fila di massicce cornici dorate appese tutte intorno alla stanza, da cui pendevano come cenci sudici i resti delle tele tagliate e strappate.
«Non siamo barbari», disse.
Questo fu ciò che disse Sua Eccellenza, il popolare Pedrito, il guerrillero esperto nell’arte di tendere imboscate, incaricato dal fratello dietro sua richiesta di organizzare Sulaco secondo principi democratici. La notte precedente, durante la consultazione con i suoi partigiani, che erano venuti a incontrarlo a Rincón, aveva esposto le sue intenzioni al Señor Fuentes:
«Organizzeremo un voto popolare, da esprimersi con il sì e il no, affidando i destini del nostro amato paese alla saggezza e al valore del mio eroico fratello, l’invincibile generale. Un plebiscito. Capisce?».
E il Señor Fuentes, gonfiando le guance coriacee, aveva inclinato leggermente la testa a destra, esalando un sottile sbuffo di fumo azzurrognolo dalle labbra increspate. Aveva capito.
Sua Eccellenza era esasperato per la devastazione. Non una singola sedia, tavola, sofà, étagère o consolle era rimasta nelle sale di rappresentanza dell’Intendencia. Sua Eccellenza, benché tremasse di collera, era trattenuto dal dare in escandescenze da un senso di lontananza e di isolamento. Il suo eroico fratello era molto distante. Intanto, dove avrebbe fatto la siesta? Si era aspettato di trovare comodità e lusso nell’Intendencia dopo un anno di dura vita da campo, terminata con le avversità e le privazioni dell’audace corsa fino a Sulaco – fino alla provincia che valeva molto più per ricchezza e influenza di tutto il resto del territorio della Repubblica. Si sarebbe preso la rivincita su Gamacho fra breve. E l’orazione del Señor Gamacho, gradita agli orecchi della folla, continuava nel caldo e nella luce abbagliante della Plaza come i selvaggi ululati di un diavolo di razza inferiore gettato in una fornace incandescente. Ogni momento egli doveva asciugarsi il viso grondante con l’avambraccio nudo; si era tolto la giacca e si era rimboccato le maniche della camicia sopra i gomiti; ma aveva tenuto in testa la grande feluca con le piume bianche. La sua ingenuità amava questo segno del suo grado di comandante della Guardia Nazionale. Gravi mormorii di approvazione accoglievano le sue frasi. La sua opinione era che si doveva dichiarare subito guerra alla Francia, all’Inghilterra, alla Germania e agli Stati Uniti, che, introducendo nel paese la ferrovia, le imprese minerarie, la colonizzazione e altri sciocchi pretesti del genere, miravano a derubare i poveri delle loro terre, mentre, con l’aiuto di questi Goti e paralitici, gli aristocratici li avrebbero trasformati in miserabili schiavi costretti a lavorare duramente. E i leperos, agitando i lembi dei loro sudici mantelli bianchi, urlarono la loro approvazione. Il generale Montero, tuonò Gamacho con convizione, era l’unico uomo all’altezza di tale patriottico compito. La folla assentì anche a questo.
La mattinata stava passando; c’erano già segni di smembramento, correnti e mulinelli nella folla. Alcuni cercavano l’ombra accanto ai muri e sotto gli alberi dell’Alameda. Uomini a cavallo spronavano gli animali per farsi strada nella ressa, urlando; gruppi di sombreros calzati dritti sul capo per ripararsi dal sole a picco si disperdevano nelle vie dove le porte aperte delle pulperías rivelavano un’attraente penombra risuonante del dolce tintinnio delle chitarre. Le Guardie Nazionali pensavano alla siesta e l’eloquenza di Gamacho, il loro capo, era esaurita. Più tardi, quando, nelle ore più fresche del pomeriggio, tentarono di riunirsi di nuovo per un ulteriore esame dei pubblici affari, distaccamenti della cavalleria di Montero accampata nell’Alameda li caricarono senza preavviso, al galoppo, con le lunghe lance puntate contro le loro schiene in fuga verso l’imboccatura delle strade. La Guardia Nazionale di Sulaco fu sorpresa da questo modo di procedere, ma non indignata. Nessun costaguanero aveva mai imparato a discutere le eccentricità di una forza militare. Facevano parte dell’ordine naturale delle cose. Questa doveva essere, conclusero, una qualche misura amministrativa, senza dubbio. Ma il motivo sfuggiva alla loro intelligenza limitata e il loro capo e oratore, Gamacho, comandante della Guardia Nazionale, giaceva ubriaco e addormentato in seno alla sua famiglia. I suoi piedi nudi erano rivolti in alto nell’ombra, ripulsivamente, alla maniera di un cadavere. La bocca loquace si era aperta. La figlia minore, grattandosi la testa con una mano, con l’altra agitava un ramo verde sul suo viso bruciato e scorticato dal sole.
Capitolo sesto
Il sole cadente aveva spostato le ombre da ovest a est fra le case della città. Le aveva spostate sull’intera estensione dell’immenso Campo, con i muri bianchi delle sue haciendas sulle alture dominanti le verdi distese; con i suoi ranchos col tetto di paglia acquattati nelle pieghe del terreno sulle sponde di torrenti; con le isole scure di alberi raggruppati in un mare di erba chiara e la ripida catena della Cordillera, immobile e colossale, emergente dalle ondulate foreste sottostanti come la costa brulla di una terra di giganti. I raggi del sole al tramonto, battendo sul fianco nevoso dell’Higuerota, gli davano un’aria di rosea giovinezza, mentre la massa serrata di vette lontane restava nera, come calcinata nell’ardente radiosità. La superficie ondulata delle foreste sembrava cosparsa di una pallida polvere d’oro; e laggiù, oltre Rincón, nascoste alla vista della città da due speroni boscosi, le rocce della gola di San Tomé, con la parete piatta della montagna incoronata da felci gigantesche, assumevano calde sfumature di marrone e di giallo, striate di ruggine e inframezzate al verde scuro dei cespugli che crescevano nei crepacci. Dalla pianura i capannoni dei magli e gli edifici della miniera apparivano scuri e piccoli, su in alto, come nidi di uccelli ammassati sulle sporgenze di un costone. I sentieri zigzaganti somigliavano a sottili disegni tracciati sul muro di un fortino ciclopico. Ai due serenos della miniera in servizio di pattuglia, che passeggiavano, carabina in mano e occhio vigile, all’ombra degli alberi lungo il torrente vicino al ponte, Don Pepe, che scendeva lungo il sentiero dall’altopiano sovrastante, non sembrava più grande di un grosso scarafaggio.
Con l’aria di andare avanti e indietro senza meta, come un insetto, sulla superficie della roccia, la figura di Don Pepe continuò a scendere costantemente e, arrivata quasi in fondo, sparì finalmente dietro i tetti delle fucine, dei magazzini e delle officine. Per un poco i due serenos camminarono in su e in giù davanti al ponte, dove avevano fermato un cavaliere che teneva in mano una grande busta bianca. Poi Don Pepe, sbucando nella strada del villaggio da mezzo le case, si avvicinò a grandi passi, in ampi pantaloni scuri infilati negli stivali, giacchetta di lino bianco, sciabola al fianco e rivoltella alla cintura. In questi tempi torbidi niente avrebbe potuto sorprendere il Señor Gobernador senza gli stivali, come si suol dire.
A un leggero cenno di capo di uno dei serenos, l’uomo, un messaggero proveniente dalla città, smontò di sella e attraversò il ponte, conducendo il cavallo per la briglia.
Don Pepe prese la lettera che l’uomo gli porgeva con l’altra mano, si tastò il fianco sinistro e le anche in successione, cercando l’astuccio degli occhiali. Dopo aver appoggiato sul naso la pesante montatura d’argento e averla sistemata con cura dietro gli orecchi, aprì la busta, tenendola a circa un palmo dagli occhi. Il foglio che ne estrasse conteneva circa tre righe di scrittura. Le fissò a lungo. I baffi grigi si mossero leggermente in su e in giù e le rughette, che si irradiavano dagli angoli degli occhi, si riunirono. Annuì serenamente. «Bueno», disse. «Non c’è risposta».
Poi, nella sua maniera pacata, gentile, iniziò una cauta conversazione con l’uomo, che era propenso a parlare allegramente, come se gli fosse capitata di recente qualche fortuna. Aveva visto da lontano la fanteria di Sotillo accampata lungo il fronte del porto ai due lati della Dogana. Non avevano danneggiato gli edifici. Gli stranieri della ferrovia rimanevano chiusi nei depositi. Non erano più ansiosi di sparare ai poveracci. Imprecò contro di loro; poi descrisse l’ingresso di Montero e riferì le voci che correvano in città. Ora i poveri sarebbero diventati ricchi e questa era una buona cosa. Altro non sapeva e, effondendosi in sorrisi propiziatori, accennò di avere fame e sete. Il vecchio maggiore gli disse di andare dall’alcalde del primo villaggio. L’uomo cavalcò via e Don Pepe, incamminandosi lentamente verso un piccolo campanile di legno, guardò oltre la siepe in un giardinetto e vide Padre Román seduto in un’amaca bianca appesa fra due aranci di fronte al presbiterio.
Un enorme tamarindo ombreggiava con il folto fogliame tutta la casa di legno dipinto di bianco. Una ragazza indiana con lunghi capelli, grandi occhi e mani e piedi piccoli, portò fuori una sedia di legno, mentre una vecchia magra, arcigna e vigilante, la osservava tutto il tempo dalla veranda.
Don Pepe si sedette sulla sedia e accese un sigaro; il prete fiutò un’immensa quantità di tabacco dal cavo della mano. Nel viso bruno rossastro, consunto, incavato, gli occhi vivi e ingenui brillavano come due diamanti neri.
Don Pepe, con voce pacatamente divertita, informò Padre Román che Pedrito Montero, per mano del Señor Fuentes, gli aveva chiesto a quali condizioni avrebbe consegnato la miniera in perfetto stato di funzionamento a una commissione di cittadini patriottici legalmente costituita e scortata da una piccola forza militare. Il prete alzò gli occhi al cielo. Tuttavia, continuò Don Pepe, il mozo che aveva portato la lettera aveva detto che Don Carlos Gould era vivo e fino a quel momento non era stato molestato.
Padre Román espresse con poche parole la sua gratitudine al sentire che il Señor Administrador era sano e salvo.
L’ora della preghiera era passata nello scampanio argentino di una campana sul piccolo campanile. La striscia di foresta che chiudeva l’imboccature della valle faceva da schermo fra il sole basso e le strade del villaggio. All’altra estremità della gola rocciosa, fra le pareti di basalto e di granito, una montagna coperta di boschi, che nascondeva tutta la catena agli abitanti di San Tomé, sorgeva a picco, illuminata e verde fino alla cima. Tre nuvolette rosee stavano immobili sopra di essa nel profondo azzurro del cielo. Gruppi di persone erano seduti nella strada fra le capanne di giunchi. Davanti alla casa dell’alcalde, i capisquadra del turno di notte, già riuniti per condurre al lavoro i loro uomini, stavano accovacciati a terra in un cerchio di zucchetti di pelle e, curvando i dorsi bronzei, passavano in giro la zucca col matè. Il mozo arrivato dalla città, dopo aver legato il cavallo a un palo di legno davanti alla porta, stava raccontando loro le notizie di Sulaco mentre la zucca annerita con il decotto passava di mano in mano. L’alcalde, serio e dignitoso, in un perizoma bianco e una veste fiorata con le maniche, aperta sul suo corpo nudo e tozzo a mo’ di sgargiante accappatoio, stava nei pressi, con un rozzo cappello di castoro sulla nuca e un lungo bastone con il pomo d’argento in mano. Queste insegne della sua dignità gli erano state conferite dall’Amministrazione della miniera, la sorgente di onore, prosperità e pace. Era stato uno dei primi immigranti nella valle; i suoi figli e generi lavoravano dentro la montagna che sembrava versare sui lavoratori insieme ai suoi tesori, negli scivoli rombanti della mesa superiore, i doni del benessere, della sicurezza e della giustizia. Ascoltò le notizie dalla città con curiosità e indifferenza, come se riguardassero un mondo diverso dal suo. Ed era proprio così che gli apparivano. In pochissimi anni il senso di appartenere a una potente organizzazione si era sviluppato in questi indiani oppressi, semiselvaggi. Erano orgogliosi della miniera e attaccati a essa. Aveva rafforzato la loro fiducia in se stessi e la loro fede. Le attribuivano una virtù protettiva e invincibile come se fosse stato un feticcio fabbricato con le loro mani, giacché erano ignoranti e sotto altri aspetti non differivano molto dal resto dell’umanità che ripone un’infinita fiducia nelle proprie creazioni. All’alcalde non passava nemmeno per la testa che la protezione e la forza della miniera potessero venir meno. La politica andava bene per la gente della città e del Campo. Il suo viso giallo, rotondo, con le narici larghe e un’espressione immobile, somigliava a una truce luna piena. Ascoltava le eccitate millanterie del mozo senza apprensioni, senza sorpresa, senza nessun sentimento attivo.
Padre Román sedeva dondolandosi tristemente, con i piedi che sfioravano il terreno e le mani che stringevano il bordo dell’amaca. Meno sicuro, ma ignorante come il suo gregge, chiese al maggiore che cosa pensava che sarebbe successo ora.
Don Pepe, molto eretto sulla sedia, intrecciò le mani pacificamente sull’elsa della sciabola, che teneva perpendicolare fra le cosce, e rispose che non lo sapeva. La miniera poteva essere difesa contro qualunque forza venisse inviata a prenderne possesso. D’altro canto, per la natura arida della valle, se i rifornimenti regolari dal Campo fossero stati tagliati, la popolazione dei tre villaggi poteva essere costretta a sottomettersi per fame. Don Pepe espose serenamente queste eventualità a Padre Román, che, da vecchio combattente, era in grado di comprendere il ragionamento di un militare. Parlarono con semplicità e franchezza. Padre Román era rattristato all’idea che le sue pecorelle venissero disperse o ridotte in schiavitù. Non si faceva illusioni sulla loro sorte, non per acume, ma per una lunga esperienza di atrocità politiche, che gli sembravano fatali e inevitabili nella vita di uno Stato. L’opera delle solite istituzioni pubbliche si presentava con chiarezza alla sua mente come una serie di calamità che colpivano gli individui privati e derivavano logicamente l’una dall’altra per odio, vendetta, follia e rapacità, come se fossero state parte di una legge divina. La perspicacia di Padre Román era servita da un’intelligenza rozza; ma il suo cuore, che aveva conservato la sua tenerezza in mezzo a scene di carneficina, saccheggio e violenza, aborriva tanto più queste calamità quanto più il suo rapporto con le vittime era stretto. Egli nutriva verso gli indiani della valle sentimenti di paterno disprezzo. Aveva sposato, battezzato, confessato, assolto e sepolto i lavoratori della miniera di San Tomé con dignità e fervore per oltre cinque anni; e credeva nella sacralità di questo ministero, che li faceva suoi in senso spirituale. Erano cari alla sua supremazia sacerdotale. Il sincero interesse della signora Gould per i suoi fedeli accresceva la loro importanza agli occhi del prete, perché in realtà accresceva la sua. Quando parlava con lei delle innumerevoli Marie e Brigide dei villaggi, sentiva la propria umanità espandersi. Padre Román era incapace di fanatismo in misura quasi riprovevole. La señora inglese era evidentemente un’eretica; ma al tempo stesso gli sembrava meravigliosa e angelica. Ogni qualvolta veniva assalito da quei sentimenti confusi, mentre passeggiava, ad esempio, col breviario sotto il braccio, all’ombra del grande tamarindo, si fermava di colpo per inalare con una rumorosa sniffata un’abbondante presa di tabacco e scuotere profondamente il capo. Al pensiero di quello che poteva capitare fra breve all’illustre señora, fu invaso da uno sgomento crescente che espresse in un mormorio agitato. Persino Don Pepe perse la sua serenità per un momento. Si protese rigidamente avanti.
«Ascolti, padre. Il fatto stesso che quei macaques ladri a Sulaco cerchino di scoprire il prezzo del mio onore dimostra che il Señor Don Carlos e tutti in Casa Gould sono salvi. Quanto al mio onore, anch’esso è salvo, come sa ogni uomo, donna e bambino. Ma i liberali negri che hanno occupato la città di sorpresa non lo sanno. Bueno. Lasciamoli aspettare. Mentre aspettano, non possono nuocere».
E riprese la sua compostezza. La riprese facilmente perché, è qualunque cosa accadesse, il suo onore di vecchio ufficiale di Paez era salvo. Aveva promesso a Charles Gould che all’avvicinarsi di una forza armata, avrebbe difeso la gola solo il tempo necessario per distruggere scientificamente l’intero impianto, le costruzioni e le officine della miniera con massicce cariche di dinamite; bloccare con le macerie la galleria principale, sconvolgere i sentieri, far saltare la diga della centrale idroelettrica, ridurre la famosa Concessione Gould in briciole, scagliate su nel cielo fuori da un mondo inorridito. La miniera aveva afferrato Charles Gould in una stretta mortale come già suo padre. Ma questa estrema risoluzione era sembrata a Don Pepe la cosa più naturale del mondo. Le sue misure erano state prese con giudizio. Tutto era stato preparato con accuratezza. E Don Pepe intrecciò pacificamente le mani sull’elsa della sciabola e annuì al prete. Nella sua eccitazione Padre Román si era gettato manciate di tabacco in faccia e, tutto sporco, gli occhi sgranati, fuori di sé, si era alzato dall’amaca e si era messo a camminare in giro, lanciando esclamazioni.
Don Pepe si accarezzò i lunghi baffi grigi, le cui punte sottili arrivavano molto sotto la linea netta della mascella, e parlò in tono consapevolmente orgoglioso della sua reputazione.
«Perciò, Padre, non so che cosa succederà. Ma so che finché sono qui, Don Carlos può parlare con quel macaque di Pedrito Montero e minacciare di distruggere la miniera con l’assoluta certezza di essere preso sul serio. Perché la gente mi conosce».
Cominciò a rigirare il sigaro fra le labbra un po’ nervosamente e proseguì:
«Ma queste sono chiacchiere – buone per i politicos. Io sono un militare. Non so che cosa può accadere. Ma so quello che bisognerebbe fare – la miniera dovrebbe marciare sulla città con fucili, scuri, coltelli legati a bastoni – por Dios. Questo bisognerebbe fare. Soltanto…».
Le mani intrecciate si contrassero sull’elsa. Il sigaro girò più velocemente nell’angolo della bocca.
«E chi dovrebbe essere al comando, se non io? Sfortunatamente – osservi – ho dato la mia parola d’onore a Don Carlos di non lasciare che la miniera cada nelle mani di questi ladri. In guerra – lei lo sa, Padre – l’esito delle battaglie è incerto e chi potrei lasciare qui per agire al posto mio in caso di disfatta? Gli esplosivi sono pronti. Ma ci vorrebbe un uomo di grande onore, intelligenza, giudizio, coraggio, per compiere la distruzione preparata. Qualcuno a cui posso affidare il mio onore come a me stesso. Un altro ufficiale di Paez, ad esempio. O – o – forse uno dei vecchi cappellani di Paez potrebbe andare bene».
Si alzò, lungo, magro, eretto, duro, con i baffi marziali e il viso ossuto e lo sguardo dei suoi occhi infossati parve trafiggere il prete, che si fermò, una tabacchiera di legno vuota e capovolta in mano, e fissò ammutolito il governatore della miniera.
Capitolo settimo
Più o meno a quell’ora, nell’Intendencia di Sulaco, Charles Gould stava assicurando a Pedrito Montero, il quale aveva richiesto la sua presenza lì, che non avrebbero mai ceduto la miniera per il profitto di un governo che gliel’aveva sottratta. La Concessione Gould non poteva essere riesumata. Suo padre non l’aveva desiderata. Il figlio non l’avrebbe mai ceduta. Da vivo. E una volta morto, dov’era il potere capace di resuscitare una simile impresa in tutto il suo vigore e ricchezza dalle ceneri e dalle rovine della distruzione? Nel paese non esisteva un potere simile. E dov’erano l’abilità tecnica e i capitali esteri che avrebbero accettato di toccare un cadavere così perseguitato dalla malasorte?
Charles Gould parlava nel tono impassibile che per tanti anni era servito a nascondere la sua rabbia e il suo disprezzo. Soffriva. Era disgustato da ciò che doveva dire. Assomigliava troppo a un linguaggio pomposo, altisonante. In lui l’istinto strettamente pratico contrastava profondamente con il concetto quasi mistico che aveva del suo diritto. La Concessione Gould era il simbolo della giustizia astratta. Crollasse pure il cielo. Ma da quando la miniera di San Tomé era diventata famosa nel mondo, la sua minaccia aveva abbastanza forza ed efficacia per colpire l’intelligenza rudimentale di Pedro Montero, avviluppata com’era in futili aneddoti storici. La Concessione Gould era un bene importante per la finanza nazionale e, soprattutto, per i bilanci privati di molti funzionari. Era tradizionale. Era conosciuta. Era citata. Era credibile. Ogni ministro degli Interni attingeva un salario dalla miniera di San Tomé. Era naturale. E Pedrito intendeva essere ministro degli Interni e presidente del Consiglio nel governo di suo fratello. Il duca di Morny aveva occupato quelle alte cariche in Francia durante il Secondo Impero con notevole vantaggio personale.
Un tavolo, una sedia, un letto col telaio di legno erano stati procurati per Sua Eccellenza, che, dopo una breve siesta, resa assolutamente necessaria dalle fatiche e dalle pompe del suo ingresso a Sulaco, aveva cominciato a prendere possesso della macchina amministrativa fissando appuntamenti, dando ordini e firmando proclami. Solo con Charles Gould nella sala delle udienze, Sua Eccellenza riuscì con la sua ben nota abilità a nascondere la propria contrarietà e costernazione. Aveva iniziato dapprima a parlare altezzosamente di confisca, ma poi l’assenza di qualsiasi vero sentimento e mobilità nei lineamenti del Señor Administrador aveva avuto un effetto negativo sulla sua capacità di autorevole espressione. Charles Gould ripeté: «Il governo può sicuramente provocare la distruzione della miniera, se lo desidera; ma senza di me non può fare altro». Era una dichiarazione allarmante e calcolata apposta per ferire le sensibilità di un politico la cui mente è concentrata sulle spoglie della vittoria. E Charles Gould disse anche che la distruzione della miniera di San Tomé avrebbe causato la rovina di altre imprese, il ritiro del capitale europeo, molto probabilmente il blocco dell’ultima rata del prestito estero. Quel diavolo d’uomo, duro come un sasso, disse tutte queste cose (che erano alla portata dell’intelligenza di Sua Eccellenza) in un tono gelido che faceva rabbrividire.
Una lunga lettura di opere storiche, di tono leggero e pettegolo, a cui si era dedicato nelle soffitte dei palazzi parigini, disteso su un letto disfatto, trascurando i suoi doveri di servitore o altro, aveva influito sulle maniere di Pedro Montero. Se avesse visto intorno a sé lo splendore della vecchia Intendencia, le magnifiche tappezzerie, i mobili dorati disposti lungo le pareti; se fosse stato su una pedana ricoperta da un nobile tappeto rosso, probabilmente avrebbe provato un senso di trionfo e di elevazione che lo avrebbe reso molto pericoloso. Ma in questa residenza saccheggiata e devastata, con i tre pezzi di mobilio ordinario ammucchiati al centro del vasto appartamento, l’immaginazione di Pedrito venne sopraffatta da un sentimento di insicurezza e di precarietà. Tale sentimento e l’atteggiamento fermo di Charles Gould che, finora, non aveva pronunciato nemmeno una volta la parola «Eccellenza», lo sminuivano ai suoi stessi occhi. Assunse il tono di un illuminato uomo di mondo e pregò Charles Gould di scacciare dalla mente ogni motivo di allarme. Ora stava conversando, gli rammentò, con il fratello del padrone del paese, incaricato di una missione riorganizzatrice. Il fidato fratello del padrone del paese, ripeté. Nulla era più lontano dai pensieri di quell’eroe saggio e patriottico di un’idea di distruzione. «La supplico, Don Carlos, di non cedere ai suoi pregiudizi antidemocratici», esclamò in un impeto di effusione condiscendente.
Pedrito Montero sorprendeva a prima vista per l’estensione della fronte calva, uno vasto spazio giallo lucido fra i ciuffi di capelli neri crespi e opachi, la bocca ben delineata e una voce inaspettatamente educata. Ma gli occhi, molto brillanti come se fossero stati dipinti di fresco, ai due lati del naso adunco, avevano uno sguardo rotondo, disperato, da uccello quando erano completamente aperti. Ora, tuttavia, li strinse gradevolmente, alzando il mento quadrato e parlando a denti stretti attraverso il naso, in quella che considerava la maniera di un grand seigneur.
In quell’atteggiamento, dichiarò improvvisamente che la più alta espressione di democrazia era il cesarismo: il dominio imperiale basato sul voto popolare diretto. Il cesarismo era conservatore. Era forte. Riconosceva le legittime esigenze della democrazia che richiede ordini, titoli e distinzioni. Gli uomini meritevoli ne sarebbero stati coperti. Il cesarismo era pacifico. Era progressista. Assicurava la prosperità di un paese. Pedrito Montero si infervorava sempre più. Bastava guardare che cosa aveva fatto il Secondo Impero in Francia. Era un regime lieto di onorare uomini dello stampo di Don Carlos. Il Secondo Impero era caduto, ma questo perché il suo capo era privo di quel genio militare che aveva innalzato il generale Montero al culmine della fama e della gloria. Pedrito alzò nervosamente la mano per illustrare meglio l’idea del culmine, della fama. «Avremo molti altri colloqui. Ci comprenderemo a pieno, Don Carlos!», esclamò in tono amichevole. Il repubblicanesimo aveva fatto il suo tempo. La democrazia imperiale era il potere del futuro. Pedrito, il guerrillero, scoprendo le carte, abbassò energicamente la voce. Un uomo, scelto dai suoi concittadini per portare l’onorevole soprannome di El Rey di Sulaco, non poteva non ottenere un pieno riconoscimento da parte di una democrazia imperiale come un grande capitano d’industria e una persona di grande saggezza, la cui designazione popolare sarebbe stata ben presto rimpiazzata da un titolo più solido. «Eh, Don Carlos? No! Che cosa ne dice? Conde de Sulaco – eh? – o marchese…».
Tacque. L’aria era fresca nella Plaza, dove una pattuglia di cavalleria girava in tondo senza addentrarsi nelle vie, che risuonavano di grida e dello strimpellare di chitarre provenienti dalle porte aperte delle pulperías. Gli ordini erano di non interferire con i divertimenti del popolo. E sopra i tetti, accanto alle linee perpendicolari delle torri della cattedrale, la curva nevosa dell’Higuerota occupava un vasto tratto di cielo azzurro scuro di fronte alle finestre dell’Intendencia. Dopo un poco Pedrito Montero, ficcando una mano nel davanti della giubba, chinò la testa con lenta dignità. L’udienza era terminata.
Charles Gould uscendo si passò la mano sulla fronte come per disperdere le nebbie di un sogno opprimente, le cui grottesche stravaganze lasciano una sensazione sottile di pericolo fisico e di decadenza intellettuale. Nei corridoi e sulle scale del vecchio palazzo i cavalleggeri di Montero bighellonavano fumando con aria insolente, senza scansarsi per nessuno; il tintinnio di sciabole e di speroni echeggiava in tutto l’edificio. Tre gruppi silenziosi di borghesi vestiti severamente di nero aspettavano nella galleria principale, formali e impotenti, un po’ rannicchiati, ognuno separato dagli altri, come se nell’esercizio di un pubblico dovere fossero stati presi dal desiderio di sfuggire all’attenzione di tutti gli sguardi. Erano le deputazioni in attesa di essere ricevute in udienza. Quella dell’Assemblea provinciale, più irrequieta e imbarazzata nella sua espressione corporativa, era sovrastata dal grande viso di Don Juste Lopez, dolce e bianco, con le palpebre prominenti e avvolto in una impenetrabile solennità come in una densa nuvola. Il presidente dell’Assemblea provinciale, venuto bravamente a salvare l’ultimo brandello di istituzioni parlamentari (su modello inglese), distolse gli occhi dall’Administrador della miniera di San Tomé come dignitoso rimprovero per la sua scarsa fede nell’unico principio di salvezza.
La lugubre severità di quel biasimo non toccò Charles Gould, ma egli fu sensibile alle occhiate che gli altri gli rivolsero senza rimprovero, come se volessero soltanto leggergli in faccia il loro destino. Tutti quanti avevano parlato, gridato e declamato nella grande sala di Casa Gould. Il sentimento di compassione per quegli uomini, colpiti da una strana impotenza nei viluppi della degradazione morale, non lo indusse a fare alcun segno. Soffriva troppo per la sua connivenza con loro. Attraversò la Plaza indisturbato. Il Club Amarilla era pieno di straccioni festanti. Le loro teste arruffate sporgevano da ogni finestra, e dall’interno provenivano grida di ubriachi, battiti di piedi e un suono acuto di arpe. Il marciapiede sottostante era cosparso di bottiglie rotte. Charles Gould trovò il medico ancora in casa sua.
Il dottor Monygham si scostò dalla fessura nell’imposta attraverso cui stava osservando la strada.
«Ah! È tornato finalmente!», disse in tono di sollievo. «Ho detto alla signora Gould che lei non correva alcun pericolo, ma non ero affatto sicuro che quel tipo l’avrebbe lasciato andare».
«Neppure io», confessò Charles Gould, posando il cappello sul tavolo.
«Dovrà agire».
Il silenzio di Charles Gould sembrò ammettere che era l’unica alternativa. Questo era il massimo limite a cui era abituato a spingersi nell’esprimere le proprie intenzioni.
«Spero che non abbia informato Montero di ciò che intende fare», disse il dottore ansiosamente.
«Ho tentato di fargli capire che l’esistenza della miniera era legata alla mia sicurezza personale», continuò Charles Gould, volgendo gli occhi e fissandoli sull’acquarello appeso alla parete.
«Le ha creduto?», chiese il dottore con premura.
«Lo sa Dio!», rispose Charles Gould. «Dovevo dirlo per riguardo a mia moglie. È abbastanza bene informato. Sa che c’è Don Pepe lassù. Deve averglielo detto Fuentes. Sanno che il vecchio maggiore è perfettamente capace di far saltare in aria la miniera di San Tomé senza esitazione o rimorso. Se non fosse stato per quello non credo che sarei uscito libero dall’Intendencia. Lui farebbe saltare tutto per lealtà e per odio – per odio contro questi liberali, come si definiscono. Liberali! Le parole note hanno un singificato incubatico in questo paese. Libertà, democratizia, patriottismo, governo – hanno tutte un sapore di follia e di omicidio. Non le pare, dottore?… Io solo posso trattenere Don Pepe. Se dovessero… eliminarmi, niente lo fermerebbe».
«Tenteranno di corromperlo», suggerì il medico, pensosamente.
«È molto probabile», disse Charles Gould a voce molto bassa, come se parlasse fra sé, sempre fissando lo schizzo della gola di San Tomé sulla parete. «Sì, immagino che ci proveranno». Charles Gould guardò per la prima volta il medico. «Mi darebbe tempo», soggiunse.
«Esattamente», disse il dottor Monygham, reprimendo la sua eccitazione. «Specialmente se Don Pepe si comporta in modo diplomatico. Perché non dovrebbe dare loro qualche speranza di successo? Eh? Altrimenti, lei non guadagnerebbe molto tempo. Non potrebbe dargli istruzioni di…».
Charles Gould, fissando fermamente il medico, scosse il capo, ma il dottor Monygham continuò con una certa veemenza:
«Sì, intavolare negoziati per la cessione della miniera. È una buona idea. Lei potrebbe perfezionare il suo piano. Naturalmente, non le chiedo qual è. Non voglio saperlo. Mi rifiuterei di ascoltare se lei tentasse di dirmelo. Non sono adatto alle confidenze».
«Che sciocchezze!», borbottò Charles Gould con fastidio.
Disapprovava la sensibilità del dottore riguardo a quel lontano episodio della sua vita. Un ricordo così tenace lo scandalizzava. Era morboso. E scosse di nuovo la testa. Si rifiutava di interferire nell’aperta rettitudine della condotta di Don Pepe, sia per buon gusto che per politica. Le istruzioni sarebbero dovute essere verbali o scritte. In entrambi i casi correvano il rischio di venire intercettate. Non era affatto sicuro che un messaggero riuscisse a raggiungere la miniera; e, inoltre, non c’era nessuno da mandare. Charles aveva sulla punta della lingua il nome del defunto Capataz de Cargadores come l’unico uomo che avrebbe potuto impiegare per quell’incarico con qualche possibilità di successo e la certezza della discrezione. Ma non lo disse. Fece notare al medico che sarebbe stata cattiva politica. Appena Don Pepe avrebbe lasciato supporre che poteva essere comprato, la sicurezza personale dell’Administrador e dei suoi amici sarebbe stata in pericolo. Giacché non ci sarebbe più stato motivo di usare moderazione. L’incorruttibilità di Don Pepe era il fatto essenziale e frenante. Il dottore chinò il capo e ammise che in un certo senso era così.
Non poteva negare che il ragionamento fosse valido. L’utilità di Don Pepe consisteva nella sua reputazione senza macchia. Anche la sua propria utilità, rifletté amaramente, era la sua reputazione. Dichiarò a Charles Gould che aveva modo di impedire a Sotillo di unirsi a Montero, almeno per il momento.
«Se avesse avuto qui tutto l’argento», disse, «o almeno se si fosse saputo che era alla miniera, avrebbe potuto corrompere Sotillo perché si spogliasse del suo recente monterismo. Avrebbe potuto indurlo a ripartire sul suo piroscafo o magari a unirsi a lei».
«Sicuramente non quest’ultima possibilità», dichiarò Charles Gould con fermezza. «Che cosa ce ne faremmo poi di un uomo come quello – mi dica, dottore? L’argento è perduto e ne sono lieto. Sarebbe stata una tentazione immediata e forte. La corsa a quel visibile bottino avrebbe precipitato una fine disastrosa. Avrei dovuto difendere anche quello. Sono felice di averlo tolto di mezzo – anche se è andato perduto. Sarebbe stato un pericolo e una maledizione».
«Forse ha ragione lui», disse frettolosamente il dottore alla signora Gould, che incontrò nel corridoio un’ora dopo. «La cosa è fatta e l’ombra del tesoro può andare bene come la sostanza. Lasci che tenti di rendermi utile sfruttando al massimo la mia cattiva reputazione. Vado a recitare la mia parte di traditore con Sotillo per tenerlo fuori dalla città».
Lei tese le mani impulsivamente. «Dottor Monygham, corre un rischio terribile», sussurrò, distogliendo dal suo viso gli occhi pieni di lacrime per lanciare una breve occhiata alla porta della stanza di suo marito. Gli strinse entrambe le mani e il medico rimase come inchiodato sul posto, guardandola e sforzandosi di piegare le labbra in un sorriso.
«Oh, so che difenderà la mia memoria», disse infine e corse zoppicando giù per le scale, attraverso il patio e fuori di casa. In strada proseguì arrancando a passo svelto, la borsa dei ferri sotto il braccio. Era noto per essere loco. Nessuno lo fermò. Da sotto la porta a mare, attraverso l’arida pianura polverosa, disseminata di cespugli bassi, vide, a oltre un miglio di distanza, la spoglia mostruosità della Dogana e gli altri due o tre edifici che a quel tempo costituivano il porto marittimo di Sulaco. Lontano a sud gruppi di palme bordavano la curva della riva. Le vette remote della Cordillera avevano perso la loro identità di sagome nitide nell’azzurro sempre più cupo del cielo orientale. Il dottore camminò in fretta. Un’ombra scura parve cadere su di lui dallo zenit. Il sole era tramontato. Per un poco le nevi dell’Higuerota continuarono a scintillare della gloria riflessa del tramonto. Il medico, puntando diritto verso la Dogana, sembrava molto solo, mentre zoppicava fra i cespugli scuri com e un grande uccello con un’ala spezzata.
Tinte di porpora, oro, e cremisi erano riflesse nelle acque limpide del porto. Una lunga lingua di terra, diritta come un muro, su cui le rovine del forte invase dalle erbacce formavano una sorta di cumulo verde rotondeggiante, chiaramente visibile dalla riva interna, chiudeva l’anello; mentre al di là, il Golfo Placido ripeteva gli splendidi colori su scala più vasta e con una magnificenza più sobria. La grande massa di nuvole addensate all’estremità del golfo era striata di rosso fra le sinuose pieghe grigie e nere, come un fluttuante mantello macchiato di sangue. Le tre Isabelle, scure e nitide nella luce sfumata in cui si confondevano cielo e mare, sembravano sospese nell’aria. Le piccole onde parevano gettare minuscole scintille rosse sulle spiagge sabbiose. Le strisce d’acqua limpida lungo l’orizzonte diffondevano un vivido bagliore rosso, come se il fuoco e l’acqua si fossero mescolati nell’immenso letto dell’oceano.
Infine la conflagrazione di cielo e mare, che giacevano abbracciati e ancora in fiammeggiante contatto al confine del mondo, si spense. Le scintille rosse nell’acqua scomparvero insieme alle macchie di sangue nel mantello nero che avvolgeva la punta scura del Golfo Placido; una brezza si levò all’improvviso e cessò del tutto dopo aver agitato pesantemente i cespugli che crescevano sul terrapieno del forte in rovina. Nostromo si svegliò dopo quattordici ore di sonno e si alzò dalla sua tana nell’erba alta. Affondando fino alle ginocchia fra le onde fruscianti di fili verdi, stette lì con l’aria smarrita di un uomo appena venuto al mondo. Bello, robusto e agile, rovesciò indietro la testa, spalancò le braccia e si stirò con una lenta torsione della vita e un pigro sbadiglio irto di denti bianchi, naturale e libero dal male nel momento del risveglio come un magnifico e inconsapevole animale selvaggio. Poi, nello sguardo subitamente fermo, fissato nel vuoto sotto un cipiglio pensieroso, apparve l’uomo.
Capitolo ottavo
Giunto a terra dopo la nuotata, Nostromo si arrampicò, tutto sgocciolante, nel cortile principale del vecchio forte; e lì, fra i pezzi di muri in rovina e i resti marciti di tetti e di tettoie, dormì per tutta la giornata. Dormì all’ombra delle montagne, alla luce abbagliante del mezzogiorno, nel silenzio e nella solitudine di quel lembo di terra abbandonato fra l’ovale del porto e lo spazioso semicerchio del golfo. Giacque come morto. Un rey zamuro, apparso come un minuscolo puntino nero nell’azzurro, si abbassò, roteando prudentemente con un volo furtivo, sorprendente in un uccello di quella mole. Silenzioso come l’ombra del suo corpo bianco perlaceo e delle ali con la punta nera che si proiettava sull’erba, si posò su un cumulo di macerie a meno di tre metri dall’uomo, che giaceva immobile come un cadavere. L’uccello allungò il collo nudo, protese la testa calva, ripugnante nella vivacità della colorazione variopinta, con aria di ansiosa voracità verso la promettente immobilità di quel corpo prostrato. Poi, affondando la testa nelle piume morbide, si dispose ad aspettare. La prima cosa che videro gli occhi di Nostromo al suo risveglio fu l’avvoltoio in paziente attesa dei segni della morte e della putrefazione. Quando l’uomo si alzò, l’uccello si allontanò a grandi balzi laterali svolazzanti. Indugiò un poco, cupo e riluttante, prima di levarsi in volo, girando in cerchio silenziosamente con il becco e gli artigli minacciosamente puntati in basso.
Molto tempo dopo che era scomparso, Nostromo, alzando gli occhi al cielo, borbottò: «Non sono ancora morto».
Il Capataz dei cargadores di Sulaco era vissuto nello splendore e nella pubblicità praticamente fino al momento in cui aveva preso in carico la chiatta contenente il tesoro di lingotti d’argento.
L’ultimo atto che aveva compiuto a Sulaco era in piena armonia con la sua vanità e quindi assolutamente genuino. Aveva dato il suo ultimo dollaro a una vecchia gemente per il dolore e per la fatica di una triste ricerca sotto l’arco dell’antica porta. Compiuto nell’oscurità e senza testimoni, conservava ugualmente le caratteristiche di splendore e di pubblicità ed era in perfetto accordo con la sua reputazione. Ma questo risveglio solitario, a parte il vigile avvoltoio, fra le rovine del forte, non aveva tali caratteristiche. Il suo primo sentimento confuso fu proprio questo – che il risveglio non era conforme ai suoi atti precedenti, ma somigliava piuttosto alla fine di tutto. La necessità di vivere nascosto in qualche modo, Dio sa per quanto tempo, che lo assalì quando riprese coscienza, faceva apparire inutile e sciocco tutto ciò che era andato avanti per anni, come un sogno lusinghiero terminato all’improvviso.
Si arrampicò sul fianco sgretolato del bastione e, scostando i cespugli, guardò verso il porto. Vide un paio di navi all’ancora nello specchio d’acqua che rifletteva gli ultimi raggi di luce e il piroscafo di Sotillo ormeggiato alla banchina. E dietro la lunga facciata chiara della Dogana, si stendeva la città come una macchia di alberi folti nella pianura con una porta davanti e le cupole, le torri e i mirador svettanti sopra gli alberi, tutti scuri, quasi fossero già prigionieri della notte. Il pensiero di non essere più libero di cavalcare per le vie, riconosciuto da tutti, nobili e plebei, come era solito fare ogni sera andando a giocare a monte nella posada di Domingo il messicano; o di sedersi al posto d’onore, ascoltando le canzoni e guardando le danze, la trasformò ai suoi occhi in una città fantasma.
La contemplò a lungo, poi lasciò che i cespugli si richiudessero di scatto e, andando dall’altro lato del forte, volse lo sguardo sulla distesa più ampia del grande golfo vuoto. Le Isabelle si stagliavano nitidamente contro la lunga striscia rossa a occidente, che splendeva bassa e sempre più sottile fra le loro sagome scure, e il Capataz pensò a Decoud solo laggiù con il tesoro. Quell’uomo era l’unico a cui importava se lui cadeva in mano ai monteristi o no, rifletté amaramente il Capataz. E l’unico che sarebbe stato in ansia per lui. Quanto agli altri, non sapevano e non se ne curavano. Ciò che aveva sentito dire una volta a Giorgio Viola era molto vero. I re, i ministri, gli aristocratici, i ricchi in generale, tenevano la gente in povertà e in soggezione; la tenevano come tenevano i cani, per combattere e cacciare a loro uso e consumo.
L’oscurità del cielo era scesa fino alla linea dell’orizzonte, avvolgendo l’intero golfo, le isolette e l’innamorato di Antonia solo con il tesoro nella Grande Isabella. Il Capataz, volgendo le spalle a queste cose invisibili ma esistenti, si sedette e si prese il volto fra le mani strette a pugno. Sentiva il morso della povertà per la prima volta in vita sua. Trovarsi senza soldi dopo una sequela sfortunata a monte nella bassa stanza fumosa della posada di Domingo, dove la confraternita dei cargadores giocava, cantava e ballava alla sera; rimanere con le tasche vuote dopo un accesso di generosità pubblica verso una ragazza peyne d’oro (che non gli piaceva) non era umiliante come la miseria. Rimaneva ricco di gloria e di fama. Ma dal momento che non era più possibile per lui pavoneggiarsi per le vie della città ed essere accolto con rispetto nei consueti luoghi di svago, questo marinaio si sentiva veramente povero.
Aveva la bocca arida per il sonno pesante e per il rovello mentale. Arida come non lo era mai stata. Si potrebbe dire che Nostromo assaporava la polvere e le ceneri del frutto della vita che aveva addentato avidamente nella sua brama di elogi. Senza sollevare la testa da mezzo alle mani, tentò di sputare davanti a sé – «Pfui» – e borbottò un’imprecazione contro l’egoismo di tutti i ricchi.
Dato che tutto sembrava perduto a Sulaco (e quello era il suo sentimento al risveglio), l’idea di lasciare definitivamente il paese gli si presentò alla mente. A quel pensiero, Nostromo vide, come l’inizio di un altro sogno, un panorama di coste ripide e senza maree, con pini scuri su in alto e case bianche giù in basso vicino a un cielo di un azzurro intenso. Vide i moli di un grande porto, dove le feluche cabotiere, con le vele latine spiegate come ali immobili, entravano scivolando silenziosamente fra le punte di lunghe dighe di blocchi quadrati che si protendevano ad angolo l’una verso l’altra, stringendo un grappolo di navi allo splendido seno di una collina coperta di palazzi. Ricordò questa veduta non senza commozione filiale, sebbene fosse stato abitualmente e duramente picchiato da ragazzo su una di queste feluche da un genovese sbarbato, dal collo tozzo e dai modi cauti e diffidenti, che (ne era fermamente convinto) lo aveva depredato della sua eredità di orfano. Ma misericordia vuole che i mali del passato appaiano attenuati a uno sguardo retrospettivo. Sotto l’influsso del sentimento di solitudine, di abbandono e di fallimento, l’idea di tornare a quelle cose appariva tollerabile. Ma come? Tornare? Scalzo e a testa nuda, con una camicia a quadretti e un paio di calzoneros di cotone come unici beni terreni?
Il famoso Capataz, i gomiti puntati sulle ginocchia e un pugno premuto su ogni guancia, rise beffardamente di se stesso, mentre sputava con disgusto, diritto davanti a lui nella notte. La confusa e intima impressione di dissoluzione universale, che assale una natura individualistica ogni qualvolta viene posto un forte freno alla sua passione dominante, aveva un’amarezza quasi uguale a quella della morte stessa.
Era in grado di valutare la sua situazione da persona con una notevole esperienza del paese. La vedeva chiaramente. Era come se fosse tornato sobrio dopo una lunga ubriacatura. Avevano approfittato della sua fedeltà. Aveva persuaso il gruppo dei cargadores a schierarsi con i Blancos contro il resto del popolo; aveva avuto interviste con Don José; era stato usato da Padre Corbélan per negoziare con Hernandez; era noto che Don Martin Decoud gli aveva concesso una certa intimità, per cui era stato libero di entrare e uscire dagli uffici del Porvenir. Tutte queste cose lo avevano lusingato come al solito. Che cosa gli importava della loro politica? Assolutamente niente. E dopo tutte quelle storie – Nostromo qui e Nostromo lì – dov’è Nostromo? Nostromo può fare questo e quello – lavorare tutto il giorno e cavalcare tutta la notte – ecco che si ritrovava marchiato come ribierista, bersaglio di ogni sorta di vendetta che Gamacho, ad esempio, avrebbe deciso di prendersi, ora che il partito di Montero aveva, dopo tutto, conquistato la città. Gli europei avevano rinunciato a lottare; i caballeros anche. Don Martin aveva in verità spiegato che era solo una rinuncia temporanea – che lui avrebbe chiamato in soccorso Barrios. Dov’era finito adesso quel progetto – con Don Martin (la cui ironica maniera di parlare aveva sempre messo vagamente a disagio il Capataz) bloccato nella Grande Isabella? Tutti avevano rinunciato. Persino Don Carlos. Il frettoloso invio del tesoro in mare non significava altro che quello. Il Capataz de Cargadores, in un accesso di individualismo, esasperato fino quasi alla follia, contemplò tutto il suo mondo senza più fede né coraggio. Era stato tradito!
Con le sconfinate ombre del mare alle spalle e di fronte a sé le altere sagome delle vette più basse raccolte intorno alla bianca lucentezza brumosa dell’Higuerota, uscendo dal suo silenzio e dalla sua immobilità, Nostromo rise di nuovo forte, balzò in piedi e stette immobile. Doveva andare. Ma dove?
«Proprio così. Ci mantengono e ci incoraggiano come se fossimo cani nati per combattere e cacciare per loro. Il vecchio ha ragione», disse con voce lenta e dura. Si rammentò di quando il vecchio Giorgio si era tolto la pipa di bocca per lanciare quelle parole sopra la spalla nel caffè, pieno di macchinisti e meccanici della ferrovia. Questa immagine lo fissò nel suo proposito. Avrebbe tentato di trovare il vecchio Giorgio, se possibile. Dio sa che cosa poteva essergli successo! Fece qualche passo, poi si fermò di nuovo e scosse il capo. A sinistra e a destra, davanti e dietro di lui, i cespugli ispidi frusciarono misteriosamente nell’oscurità.
«Anche Teresa aveva ragione», aggiunse in tono basso venato di meraviglia. Si chiese se fosse morta in collera con lui o fosse ancora viva. Come in risposta a questo pensiero, misto di rimorso e di speranza, con un volo morbido e obliquo, un grosso gufo, il cui grido terrificante Ya-acabo! Ya-acabo! – è finito, è finito – annuncia calamità e morte secondo la credenza popolare, gli passò davanti come una grande e indistinta palla scura. Nel crollo di tutte le realtà che facevano la sua forza, fu colpito dalla superstizione e rabbrividì leggermente. Allora la signora Teresa doveva essere morta. Non poteva significare altro. Il grido dell’uccello di malaugurio, il primo suono che aveva udito al suo ritorno, era un benvenuto adatto alla sua individualità tradita. Gli invisibili poteri che aveva offeso rifiutando di portare un prete al capezzale di una donna morente alzavano la voce contro di lui. Teresa era morta. Con ammirevole e umana coerenza riportava tutto a se stesso. Era sempre stata una donna saggia. E il povero vecchio Giorgio era sicuramente tramortito dal dolore proprio quando lui avrebbe avuto bisogno dei suoi sagaci consigli. Il colpo avrebbe istupidito per un poco il vecchio sognatore.
Quanto al capitano Mitchell, Nostromo, alla maniera dei fidi subalterni, lo considerava una persona adatta per educazione forse a firmare documenti in un ufficio e a dare ordini, ma altrimenti di nessuna utilità e piuttosto sciocco. Alla lunga la necessità di rigirarsi intorno al dito mignolo, quasi quotidianamente, il vecchio marinaio pomposo, ostinato e pieno di sé era diventata fastidiosa per Nostromo. Da principio gli aveva dato un’intima soddisfazione. Ma la necessità di superare piccoli ostacoli diventa irritante per una personalità sicura di sé, tanto per la certezza del successo quanto per la monotonia dello sforzo. Diffidava della tendenza del suo superiore ad agitarsi. Quel vecchio inglese non aveva giudizio, si disse. Era inutile immaginare che, messo al corrente del vero stato di cose, se lo sarebbe tenuto per sé. Avrebbe subito parlato di fare cose inattuabili. Nostromo lo temeva come uno teme di addossarsi una perpetua preoccupazione. Non aveva discrezione. Avrebbe tradito il tesoro. E Nostromo aveva deciso che il tesoro non doveva essere tradito.
La parola si era fissata tenacemente nella sua intelligenza. La sua immaginazione si era impadronita del chiaro e semplice concetto di tradimento per spiegare la sbalordita e lucida sensazione di essere spacciato, di essere inavvertitamente uscito dalla sua esistenza per una questione in cui la sua personalità non era stata presa in considerazione. Un uomo tradito è un uomo distrutto. La signora Teresa (Dio accolga la sua anima!) aveva avuto ragione. Non lo avevano mai preso in considerazione. Distrutto! La forma bianca della donna ricurva nel letto, i capelli neri sciolti, la fronte ampia, il viso sofferente rivolto verso di lui, la veemenza delle sue denunce ora gli apparivano maestosi nella solennità dell’ispirazione e della morte. Non per nulla l’uccello di malaugurio aveva lanciato il suo grido lamentoso sopra la sua testa. Ella era morta – Dio accolga la sua anima!
Condividendo il pensiero anticlericale delle masse, la sua mente usava la pia formula per la superficiale forza dell’abitudine, ma con profonda sincerità. La mente popolare è incapace di scetticismo; e tale incapacità consegna la sua forza impotente agli inganni dei truffatori e allo spietato entusiasmo di capi ispirati da visioni di un alto destino. Ella era morta. Ma Dio si sarebbe degnato di accogliere la sua anima? Era morta senza confessarsi e senza ricevere l’assoluzione, perché lui non aveva voluto dedicarle un altro momento del suo tempo. Il suo disprezzo per i preti come tali sussisteva; ma dopo tutto, era impossibile sapere con certezza se ciò che affermavano era falso. Potere, punizione, perdono sono concetti semplici e credibili. Il magnifico Capataz de Cargadores, privato di certe semplici realtà quali l’ammirazione delle donne, l’adulazione degli uomini, l’ammirata pubblicità della sua vita, era pronto a sentire il peso della colpa sacrilega sulle sue spalle.
A testa nuda, in una camicia leggera e pantaloni di cotone, sentiva il persistente calore della sabbia fina sotto le piante dei piedi. Lontano, dinanzi a lui, la sottile striscia di spiaggia brillava in una lunga curva che delineava questo lato selvaggio del porto. Si mise a correre lungo la riva come un’ombra inseguita fra i ciuffi di palme scure e lo specchio d’acqua immobile come la morte alla sua destra. Corse a rompicollo nel silenzio e nella solitudine come se avesse dimenticato ogni prudenza e cautela. Ma sapeva che da questa parte della rada non rischiava di essere scoperto. L’unico abitante era un indiano solitario, muto, apatico, a guardia delle palmarías, che talvolta portava un carico di noci di cocco da vendere in città. Viveva senza una donna sotto una tettoia, con un fuoco di sterpi perpetuamente acceso vicino a una vecchia canoa rovesciata sulla spiaggia. Era facile evitarlo.
I latrati dei cani intorno al rancho di quell’uomo furono la prima cosa che frenò la sua corsa. Li aveva dimenticati. Deviò bruscamente e si tuffò nel palmeto, simile a una selva di colonne in un immenso salone, la cui fitta oscurità pareva sussurrare e frusciare lievemente in alto sulla sua testa. Lo attraversò, entrò in una forra, si arrampicò in cima a un ripido costone libero da alberi e cespugli.
Da lì, aperta e indistinta alla luce delle stelle, scorse la pianura fra la città e il porto. Nei boschi sovrastanti un uccello notturno emetteva uno strano suono tambureggiante. In basso, oltre la palmaría sulla spiaggia, i cani dell’indiano continuavano ad abbaiare furiosamente. Si chiese che cosa li avesse disturbati tanto e, sbirciando giù dalla sua altura, notò con sorpresa che il terreno sottostante si muoveva come se parecchi tratti oblunghi della pianura fossero stati in movimento. Quelle chiazze scure e mobili, che apparivano e sparivano alternativamente, si spostavano sempre più lontano dal porto, in un apparente ordine consecutivo e con uno scopo. Ebbe un’illuminazione. Era una colonna di fanteria in marcia notturna verso il terreno accidentato ai piedi delle colline. Ma era troppo all’oscuro di tutto per fare supposizioni.
La pianura aveva ripreso la sua indistinta immobilità. Discese dal costone e si trovò nella solitudine aperta, fra il porto e la città. La sua spaziosità, estesa all’infinito per effetto dell’oscurità, accentuava il suo profondo isolamento. Rallentò il passo. Nessuno lo aspettava; nessuno pensava a lui; nessuno si attendeva o desiderava il suo ritorno. «Tradito! Tradito!», borbottò fra sé. A nessuno importava. Sarebbe potuto essere annegato e non sarebbe importato a nessuno – tranne, forse, alle bambine, pensò. Ma erano con la signora inglese e non pensavano affatto a lui.
Tentennò nel suo proposito di andare diritto a Casa Viola. A che scopo? Che cosa poteva aspettarsi di trovare lì? Sembrava che la sua vita gli venisse meno in tutti i dettagli, fino agli sprezzanti rimproveri di Teresa. Era penosamente conscio della sua riluttanza. Era questo il rimorso che lei aveva profetizzato con quello che, ora lo capiva, era il suo ultimo respiro?
Intanto aveva deviato dal percorso retto, piegando a sinistra per una sorta di istinto, verso la banchina e il porto, la scena delle sue fatiche quotidiane. Il lungo edificio della Dogana apparve tutto a un tratto come il muro di una fabbrica. Nessuno gli intimò di fermarsi e la sua curiosità fu risvegliata, mentre vi passava cautamente davanti, dalla vista inattesa di due finestre illuminate.
Avevano il fascino della veglia solitaria di un misterioso guardiano, quelle uniche due finestre illuminate in tutto il vasto edificio abbandonato, che spandevano un fioco chiarore sul porto. La solitudine era quasi tangibile. Un forte odore di fumo di legna aleggiava in una leggera foschia, appena visibile contro lo scintillio delle stelle. Mentre egli avanzava nel profondo silenzio, il frinire di innumerevoli cicale nell’erba secca sembrava assordante ai suoi orecchi tesi. Lentamente, passo dopo passo, si trovò nel grande androne, scuro e pieno di fumo acre.
Un falò acceso contro la scala era ridotto a un misero mucchietto di brace. Il legno duro non aveva preso fuoco; soltanto pochi scalini in fondo bruciavano senza fiamma, con un sfavillio rossastro di scintille che avanzava lentamente lungo i bordi carbonizzati. In cima alla scala egli vide un raggio di luce che proveniva da una porta aperta e cadeva sul vasto pianerottolo, tutto annebbiato da un lento affluire del fumo. Quella era la stanza. Salì le scale, poi si fermò perché aveva visto all’interno della stanza l’ombra di un uomo proiettata su una delle pareti. Era un’ombra informe, alta di spalle, di una persona che stava in piedi immobile, a capo chino, fuori dal suo campo visivo. Il Capataz, rammentando di essere totalmente disarmato, si fece da parte e, nascondendosi in un angolo buio, attese con gli occhi fissi sulla porta.
L’enorme baraccone devastato e mai finito di costruire, senza soffitti sotto il tetto alto, era invaso dal fumo fluttuante nelle leggere correnti d’aria che si intersecavano nel buio di molte grandi stanze e corridoi. Una delle imposte oscillanti sbatté contro il muro con un colpo secco, come spinta da una mano impaziente. Un pezzo di carta volò fuori da qualche angolo, frusciando sul pianerottolo. L’uomo, chiunque egli fosse, non venne mai sulla soglia della porta illuminata. Due volte il Capataz, avanzando cautamente di due passi, allungò il collo nella speranza di vedere che cosa stesse facendo, così silenziosamente, là dentro. Ma ogni volta vide soltanto l’ombra distorta di due spalle larghe e un capo chino. Apparentemente non faceva nulla e non si muoveva, come se stesse meditando – o, forse, leggendo un giornale. E dalla stanza non proveniva il minimo rumore.
Il Capataz si ritirò di nuovo nel suo angolo. Si chiese chi fosse – qualche monterista? Ma aveva paura di mostrarsi. Era convinto che scoprire la sua presenza a terra, se non dopo molti giorni, avrebbe messo in pericolo il tesoro. Tutto preso dal suo segreto, gli sembrava impossibile che chiunque a Sulaco non ne traesse subito la giusta conclusione. Dopo un paio di settimane sarebbe stato diverso. Chi avrebbe potuto dire che non era tornato via terra da qualche porto oltre i confini della Repubblica? L’esistenza del tesoro gli confondeva le idee mettendogli addosso una strana ansietà, come se la sua vita fosse ormai legata a esso. Lo rendeva timoroso davanti a quella enigmatica porta illuminata. Al diavolo quell’uomo! Non voleva vederlo. Non avrebbe appreso nulla dal suo viso, noto o ignoto. Era un idiota a perdere tempo lì ad aspettare.
Meno di cinque minuti dopo essere entrato nell’edificio il Capataz iniziò la sua ritirata. Sgattaiolò giù per le scale con pieno successo, gettò un’occhiata sopra la spalla alla luce sul pianerottolo e corse furtivamente attraverso l’atrio. Ma nel momento preciso in cui usciva dal portone, con la mente tutta tesa a non farsi sorprendere dall’uomo al piano di sopra, qualcuno che non aveva sentito arrivare a passo svelto lungo la facciata gli sbatté contro. Entrambi borbottarono un’esclamazione soffocata di sorpresa, balzarono indietro e rimasero immobili, intravedendosi appena nel buio. Nostromo tacque. L’altro parlò per primo, in tono sommesso e sbalordito.
«Chi sei?».
A Nostromo era già parso di riconoscere il dottor Monygham. Ora non ebbe più dubbi. Esitò per lo spazio di un secondo. L’idea di fuggire senza una parola gli si presentò alla mente. Inutile! Un’inspiegabile ripugnanza a pronunciare il nome con cui era noto lo fece tacere ancora un poco. Alla fine disse a voce bassa:
«Un cargador».
Si avvicinò all’altro. Il dottor Monygham ebbe uno choc. Alzò le braccia e lanciò un grido di meraviglia, dimenticando la prudenza di fronte al prodigio di questo incontro. Nostromo lo ammonì aspramente di abbassare la voce. La Dogana non era deserta come sembrava. C’era qualcuno su nella stanza illuminata.
Non c’è qualità più evanescente in un fatto compiuto della sua prodigiosità. Sollecitata incessantemente da considerazioni legate alle sue paure e ai suoi desideri, la mente umana si distoglie naturalmente dal lato meraviglioso degli eventi. E fu nel modo più naturale del mondo che il medico chiese a quest’uomo che fino a due minuti prima aveva creduto annegato nel golfo:
«Hai visto qualcuno lassù? Davvero?»
«No, non l’ho visto».
«Allora come lo sai?»
«Fuggivo dalla sua ombra quando ci siamo incontrati».
«La sua ombra?»
«Sì, la sua ombra nella stanza illuminata», disse Nostromo in tono sprezzante. Addossandosi con le braccia conserte alla base dell’immenso edificio, chinò il capo, mordicchiandosi le labbra e senza guardare il dottore. “Ora”, pensò fra sé, “comincerà a chiedermi del tesoro”.
Ma i pensieri del medico erano rivolti a un evento non prodigioso come la comparsa di Nostromo, ma molto meno chiaro. Perché Sotillo era partito con tutto il suo comando così all’improvviso e in gran segreto? Che cosa significava questa mossa? Tuttavia, al dottore venne in mente che l’uomo di sopra poteva essere uno degli ufficiali lasciati dal colonnello deluso per comunicare con lui.
«Credo che aspetti me».
«Può darsi».
«Devo vedere. Non andare ancora via, Capataz».
«Via dove?», borbottò Nostromo.
Il medico lo aveva già lasciato. Lui rimase appoggiato al muro, fissando l’acqua scura del porto; lo stridulo frinire delle cicale gli riempiva gli orecchi. Un’invincibile vaghezza invase i suoi pensieri privandoli del potere di governare la sua volontà.
«Capataz! Capataz!», lo chiamò urgentemente la voce del dottore dal piano di sopra.
Il senso di tradimento e di rovina galleggiò sulla sua cupa indifferenza come su un vischioso mare di pece. Ma egli si staccò dal muro e guardando in su, vide il dottor Monygham che si sporgeva dalla finestra illuminata.
«Vieni di sopra a vedere che cosa ha fatto Sotillo. Non hai nulla da temere dall’uomo quassù».
Egli rispose con una breve risata amara. Temere un uomo! Il Capataz dei cargadores di Sulaco intimorito da un uomo! Lo irritava che qualcuno suggerisse una cosa del genere. Lo irritava di essere disarmato e costretto a nascondersi e in pericolo a causa di quel maledetto tesoro, che contava tanto poco per le persone che glielo avevano legato al collo. Non riusciva scuotersi di dosso quell’assillo. Per Nostromo il dottore rappresentava tutte queste persone… E non gli aveva nemmeno chiesto nulla. Nemmeno una parola sull’esito dell’impresa più disperata della sua vita.
Con questi pensieri in mente, Nostromo attraversò di nuovo l’androne cavernoso, dove il fumo si era considerevolmente diradato, e salì le scale, non più tanto calde sotto i suoi piedi, verso il raggio di luce su in alto. Il medico apparve un attimo in quella luce, agitato e impaziente.
«Vieni su! Vieni su!».
Al momento di varcare la soglia il Capataz ebbe un moto di sorpresa. L’uomo non si era mosso. Vide l’ombra nello stesso posto. Entrò nella stanza con la sensazione di essere sul punto di risolvere un mistero.
Era molto semplice. Per un’infinitesima frazione di secondo, contro la luce tremolante di due candele sgocciolanti, attraverso una sottile nebbia azzurra e acre che gli fece pizzicare gli occhi, vide l’uomo in piedi con le spalle alla porta, come lo aveva immaginato, che gettava un’ombra enorme e distorta sulla parete. Più veloce di un lampo seguì l’impressione del suo atteggiamento forzato, cadente – le spalle proiettate avanti, il capo affondato nel petto. Poi distinse le braccia dietro la schiena, torte con tanta violenza che i pugni serrati, legati insieme, erano stati spinti più in alto delle scapole. Da lì i suoi occhi seguirono in un’occhiata istantanea la corda che saliva dai polsi legati fino a un pesante trave del tetto e scendeva giù fino a un gancio nel muro. Non ebbe bisogno di guardare le gambe rigide, i piedi che penzolavano inerti, con le dita nude a un palmo da terra, per capire che all’uomo era stata inflitta la strappata fino a che era svenuto. Il suo primo impulso fu quello di correre avanti e tagliare la corda. Cercò il suo coltello. Non lo aveva – non aveva nemmeno un coltello. Stette lì tremante e il dottore, appollaiato sul bordo del tavolo, guardando pensosamente quello spettacolo crudele e miserevole, il mento nella mano, mormorò senza muoversi:
«Torturato – e ucciso con un colpo di pistola al petto – sta già diventando freddo».
Questa informazione calmò il Capataz. Una delle candele tremolanti si spense. «Chi ha fatto questo?», domandò.
«Sotillo, ti dico. Chi altro? Torturato – certo. Ma perché gli hanno sparato?». Il medico guardò fissamente Nostromo, che scrollò leggermente le spalle. «E nota, gli hanno sparato all’improvviso, d’impulso. È evidente. Vorrei conoscere il suo segreto».
Nostromo venne avanti e si chinò un poco a guardare. «Mi pare di aver visto quella faccia da qualche parte», borbottò. «Chi è?».
Il dottore sì volse di nuovo a guardarlo. «Potrei ancora giungere a invidiare il suo destino. Che cosa ne pensi, Capataz, eh?».
Ma Nostromo non udì nemmeno queste parole. Afferrando la candela ancora accesa, la ficcò sotto la testa penzolante. Il medico rimase seduto, immemore, lo sguardo perduto nel vuoto. Poi il pesante candeliere di ferro, come strappato dalla mano di Nostromo, cadde a terra con fracasso.
«Ehilà!», esclamò il dottore, alzando gli occhi di scatto. Sentì il Capataz appoggiarsi barcollando contro il tavolo e rimanere senza fiato. La luce all’interno della stanza si spense all’improvviso e la fitta oscurità che sigillava i vani delle finestre si popolò di stelle.
«Certo, certo», borbottò il dottore fra sé in inglese. «Quanto basta per farlo rimanere a bocca aperta».
A Nostromo parve che il cuore gli salisse in gola. La testa gli girava. Hirsch! L’uomo era Hirsch! Si aggrappò forte al bordo del tavolo.
«Ma era nascosto nella chiatta», quasi gridò. Poi la sua voce si abbassò. «Nella chiatta e… e…».
«E Sotillo lo ha fatto prigioniero», disse il medico. «Vederti mi ha stupito quanto vedere lui ha stupito te. Quello che voglio sapere è come ha convinto qualche anima pietosa a sparargli».
«Così Sotillo sa…», cominciò Nostromo in tono più calmo.
«Tutto!», interruppe il dottore.
Si udì il Capataz battere il pugno sul tavolo. «Tutto? Che cosa sta dicendo? Tutto? Sa tutto? È impossibile! Tutto?»
«Certo. Che cosa intendi per impossibile? Ti dico che ho sentito interrogare Hirsch ieri notte, qui, in questa stanza. Sapeva il tuo nome, quello di Decoud e tutto sull’imbarco dell’argento… La chiatta si è spaccata di due. Tremava vigliaccamente di terrore davanti a Sotillo, ma ricordava almeno quello. Che cosa vuoi di più? Ne sapeva di meno su di sé. Lo hanno trovato aggrappato alla loro ancora. Deve essersi afferrato a essa proprio mentre la chiatta andava a fondo».
«Andava a fondo?», ripeté Nostromo lentamente. «Sotillo crede questo? Bueno!».
Il dottore, un po’ spazientito, non riusciva a immaginare che cos’altro si potesse credere. Sì, Sotillo credeva che la chiatta fosse affondata e che il Capataz de Cargadores, insieme a Martin Decoud e forse uno o due altri fuggitivi politici, fosse annegato.
«Le ho ben detto, Señor Doctor», rimarcò Nostromo a quel punto, «che Sotillo non sapeva tutto».
«Eh? Che vuoi dire?»
«Non sapeva che non ero morto».
«Neppure noi».
«E non v’importava – a nessuno di voi caballeros sulla banchina – di aver inviato un uomo di carne e ossa come voi in un’impresa che non poteva finire bene».
«Dimentichi, Capataz, che io non ero sulla banchina. E non approvavo la faccenda. Perciò non devi prendertela con me. Sai che ti dico, uomo, abbiamo poco tempo per pensare ai morti. La morte ci incalza tutti da presso. Te n’eri andato».
«Sono andato, infatti!», scattò Nostromo. «E a che pro – mi dica?»
«Ah! Quello è affare tuo», disse il dottore, ruvidamente. «Non chiederlo a me».
Il loro mormorio concitato si interruppe nell’oscurità. Appollaiati sul bordo del tavolo, i volti leggermente girati, sentivano le loro spalle toccarsi e gli occhi rimanevano fissi su una forma verticale, quasi perduta nel buio della parte più interna della stanza, che con la testa e le spalle protese, in una orrenda immobilità, sembrava intenta ad afferrare ogni loro parola.
«Muy bien!», borbottò infine Nostromo. «Così sia. Teresa aveva ragione. È affare mio».
«Teresa è morta», osservò il medico in tono assente, mentre la sua mente seguiva una nuova linea di pensiero suggerita da quello che si poteva chiamare il ritorno alla vita di Nostromo. «È morta, povera donna».
«Senza un prete?», chiese ansiosamente il Capataz.
«Che domanda! Chi sarebbe potuto andare a chiamare un prete la notte scorsa?»
«Dio accolga la sua anima!», esclamò Nostromo con un cupo e disperato fervore che non fece a tempo a stupire il dottor Monygham prima che, tornando alla conversazione precedente, egli continuasse in tono sinistro: «Sì, Señor Doctor. Come diceva lei, è affare mio. Un affare molto grave».
«Non ci sono due uomini in questa parte del mondo che si sarebbero potuti salvare a nuoto come hai fatto tu», disse il medico con ammirazione.
E di nuovo vi fu silenzio fra i due. Stavano entrambi riflettendo e la diversità delle loro indoli faceva sì che i pensieri nati dal loro incontro prendessero strade molto diverse. Il medico, spinto a un’azione rischiosa dalla sua lealtà verso i Gould, pensava con grata meraviglia alla catena di eventi accidentali che aveva riportato quell’uomo proprio dove sarebbe stato di massima utilità nell’opera di salvezza della miniera di San Tomé. Il dottore era fedele alla miniera. Si presentava ai suoi occhi di cinquantenne sotto forma di una piccola donna in un abito morbido con un lungo strascico, il capo graziosamente appesantito da una grande massa di capelli biondi, che rivelava in ogni atteggiamento della sua persona la delicata preziosità del suo intimo valore, partecipe di una gemma e di un fiore. A mano a mano che i pericoli si infittivano intorno alla miniera di San Tomé questa illusione acquistava forza, stabilità e autorità. Finalmente era chiamato ad agire! Questo richiamo, esaltato da un distacco spirituale dai consueti incentivi della speranza e della ricompensa, rendeva l’individualismo di pensiero e di azione del dottor Monygham estremamente pericoloso per lui e per gli altri, giacché tutti i suoi scrupoli svanivano nell’orgoglioso sentimento che la sua devozione era l’unico ostacolo che si frapponeva tra una donna ammirevole e un terribile disastro.
Era una sorta di ebbrezza che lo rendeva totalmente indifferente alla sorte di Decoud, ma lasciava le sue facoltà mentali intatte e in grado di apprezzare l’idea politica del giornalista. Era un’idea valida – e Barrios era l’unico strumento per realizzarla. L’anima del dottore, inaridita e rimpicciolita dalla vergogna della disgrazia morale, divenne implacabile nell’espansione della sua tenerezza. Il ritorno di Nostromo era provvidenziale. Non pensava a lui umanamente, come a un suo simile appena sfuggito agli artigli della morte. Il Capataz per lui era l’unico possibile messaggero da inviare a Cayta. Proprio l’uomo adatto. La misantropica sfiducia del dottore verso l’umanità (tanto più amara in quanto basata sull’insuccesso personale) non lo sollevava abbastanza al di sopra delle comuni debolezze. Era sotto l’incantesimo di una reputazione ormai consolidata. Strombazzata dal capitano Mitchell, cresciuta nel passare di bocca in bocca e confermata dall’assenso generale, la fedeltà di Nostromo non era mai stata messa in discussione dal dottor Monygham. Era poco probabile che la discutesse ora che ne aveva un disperato bisogno. Il dottor Monygham era umano; accettava il concetto popolare dell’incorruttibilità del Capataz semplicemente perché nessuna parola o fatto aveva mai contraddetto una mera affermazione. Sembrava che facesse parte dell’uomo, come le basette o i denti. Era impossibile concepirlo altrimenti. La questione era se avrebbe accettato di tentare un’impresa così pericolosa e disperata. Il dottore era abbastanza osservatore per aver notato subito qualcosa di strano nell’umore di Nostromo. Era senza dubbio irritato per la perdita dell’argento.
Bisognerà che mi confidi pienamente con lui, si disse, analizzando con una certa acutezza la natura dell’uomo con cui aveva a che fare.
Dal canto suo, Nostromo aveva mantenuto un silenzio pieno di cupa esitazione, di rabbia e di diffidenza. Tuttavia, fu il primo a romperlo.
«La nuotata non è stata una gran cosa», disse. «È quello che è accaduto prima – e quello che viene dopo…».
Non terminò la frase, interrompendosi di botto, come se il suo pensiero avesse urtato contro un ostacolo solido. La mente del dottore inseguiva i suoi progetti con astuzia machiavellica. Disse nel tono più comprensivo che poté:
«È una disdetta, Capataz. Ma nessuno penserebbe di biasimarti. Una vera disdetta. Tanto per cominciare, il tesoro non avrebbe mai dovuto lasciare la montagna. Ma fu Decoud che – comunque, è morto. Non occorre parlare di lui».
«No», assentì Nostromo, quando il medico fece una pausa, «non occorre parlare dei morti. Ma io non sono ancora morto».
«Sei in gamba. Soltanto un uomo intrepido come te si sarebbe potuto salvare».
In questo il dottor Monygham era sincero. Ammirava molto il coraggio di quell’uomo, che stimava poco, non facendosi più illusioni sull’umanità in generale a causa della particolare occasione in cui la sua virilità era venuta meno. Avendo dovuto affrontare da solo durante il suo periodo di eclissi molti pericoli fisici, era ben consapevole dell’elemento più pericoloso comune a tutti: lo schiacciante, paralizzante senso della piccolezza umana, che è quello che sconfigge realmente un uomo in lotta contro le forze naturali, da solo, lontano dagli occhi dei suoi simili. Era perfettamente in grado di apprezzare l’immagine mentale che si era fatto del Capataz, precipitato improvvisamente, dopo ore di tensione e di ansietà, in un abisso di acqua e di tenebra, senza terra né cielo, che lui aveva saputo affrontare non soltanto con mente lucida, ma con notevole successo. Certo l’uomo era un magnifico nuotatore, questo si sapeva, ma il dottore giudicava che in questo caso aveva dimostrato una forza d’animo ancora maggiore. Questo gli faceva piacere perché ne traeva buoni auspici per il successo dell’ardua missione che si proponeva di affidare al Capataz così prodigiosamente restituito alla sua funzione di utilità. E in tono vagamente compiaciuto, osservò:
«Doveva essere terribilmente buio!».
«La notte più buia del golfo», assentì il Capataz, brevemente. Era ammansito da quello che sembrava un segno di leggero interesse nelle cose che gli erano capitate, e lasciò cadere poche frasi descrittive con voluta e brusca noncuranza. In quel momento era in vena di comunicare. Si aspettava che quell’interesse continuasse e gli restituisse, sia che venisse respinto o accettato, la sua personalità – l’unica cosa perduta in quella vicenda disperata. Ma il medico, tutto preso da una sua avventura disperata, inseguiva implacabilmente la sua idea. Si lasciò sfuggire un’esclamazione di rammarico.
«Vorrei quasi che avessi gridato e mostrato una luce».
Questa dichiarazione inattesa sbalordì il Capataz per la sua gelida atrocità. Equivaleva a dire: «Vorrei che ti fossi comportato da codardo; vorrei che ti avessero tagliato la gola in premio delle tue fatiche». Naturalmente pensò che si riferisse a lui, mentre la frase, pronunciata con semplicità e con molte riserve mentali, si riferiva soltanto all’argento. Ammutolì per la sorpresa e per la rabbia e il medico continuò, praticamente inascoltato da Nostromo, a cui il sangue ribollente di collera pulsava con violenza negli orecchi.
«Infatti sono convinto che Sotillo in possesso dell’argento avrebbe fatto dietrofront e sarebbe andato a rifugiarsi in qualche piccolo porto all’estero. Economicamente sarebbe stato uno spreco, ma sempre minore che finire in fondo al mare. La cosa migliore sarebbe stata di tenerlo a portata di mano in un luogo sicuro e usarne una parte per comprare Sotillo. Ma dubito che Don Carlos si sarebbe mai deciso a scegliere quella soluzione. Non è adatto per il Costaguana e questo è un fatto, Capataz».
Il Capataz aveva dominato la furia che gli rombava negli orecchi in tempo per udire il nome di Don Carlos. Sembrò uscire dalla tempesta di collera un uomo mutato – un uomo che parlava pensierosamente con voce sommessa e pacata.
«E Don Carlos sarebbe stato contento se avessi consegnato questo tesoro?»
«Non mi stupirei se fossero tutti di quel parere adesso», disse il medico cupamente. «Non venni mai consultato. Decoud riuscì a spuntarla. Ormai hanno aperto gli occhi, immagino. Io per me so che se quell’argento ricomparisse miracolosamente a terra in questo momento, lo darei a Sotillo. E, così come stanno le cose, mi approverebbero tutti».
«Ricomparisse miracolosamente», ripeté il Capataz pianissimo; poi alzò la voce. «Sarebbe un miracolo più grande di quello che potrebbe compiere qualsiasi santo, señor».
«Ti credo, Capataz», disse il medico, asciutto.
Passò a illustrare le sue vedute riguardo alla pericolosa influenza di Sotillo sulla situazione. E il Capataz, ascoltandolo come in sogno, si sentì altrettanto insignificante quanto la forma vaga, immobile del morto che vedeva pendere dal trave, con l’aria di ascoltare anche lui, ignorato, dimenticato, come un terribile esempio di negligenza.
«Allora sono venuti da me per un capriccio avventato e sciocco?», interruppe a un tratto. «Non avevo già fatto abbastanza per loro da meritarmi un po’ di considerazione, por Dios? Forse che gli hombres finos – i signori – non hanno bisogno di riflettere finché c’è un uomo del popolo pronto a rischiare il corpo e l’anima? O, forse, non abbiamo anima – come i cani?»
«C’era anche Decoud con il suo piano», gli rammentò di nuovo il dottore.
«Sì! E l’uomo ricco a San Francisco che aveva anche lui qualcosa a che fare con il tesoro – che ne so? No! Ho sentito troppe cose. Mi sembra che ai ricchi sia tutto permesso».
«Capisco, Capataz», cominciò il dottore.
«Quale Capataz?», interloquì Nostromo con voce decisa, ma pacata. «Il Capataz è finito, distrutto. Non c’è più Capataz. Oh, no! Non lo troverete più».
«Via, questo è puerile!», protestò il medico e l’altro si calmò di colpo.
«Sono stato proprio come un bambino», mormorò.
E mentre i suoi occhi si posavano di nuovo sulla forma dell’uomo assassinato, sospesa nella sua terribile immobilità, che sembrava la paziente immobilità dell’attenzione, chiese dolcemente:
«Perché Sotillo ha inflitto la tortura della strappata a questo povero disgraziato? Lo sa? Nessuna tortura poteva essere peggiore della sua paura. Ucciderlo, lo capisco. La sua angoscia era una vista intollerabile. Ma perché lo ha tormentato così? Non poteva dire altro».
«No, non poteva più dire altro. Qualsiasi persona ragionevole lo avrebbe capito. Gli aveva detto tutto. Ma sai cos’è, Capataz? Sotillo non voleva credere a ciò che gli diceva. Non tutto».
«Che cosa non voleva credere? Non capisco».
«Io sì perché ho visto l’uomo. Si rifiuta di credere che il tesoro sia andato perduto».
«Cosa?», esclamò il Capataz con voce alterata.
«Ti sorprende – eh?»
«Devo intendere, señor», proseguì Nostromo in tono deciso e, per così dire, guardingo, «che Sotillo crede che il tesoro sia stato salvato in qualche modo?»
«No! No! Quello sarebbe impossibile», rispose il medico con convinzione; e Nostromo emise un grugnito nel buio. «Sarebbe impossibile. Lui crede che l’argento non fosse più nella chiatta quando è affondata. Si è convinto che tutta la scena dell’imbarco fosse una finta ideata per ingannare Gamacho e i suoi Nazionali, Pedrito Montero, il Señor Fuentes, il nostro nuovo Jefe Político e anche lui. Soltanto, dice, lui non è così sciocco».
«Ma è privo di buon senso. È il più grande imbecille che mai si sia chiamato colonnello in questo paese del diavolo», ringhiò Nostromo.
«Non è più irragionevole di molti uomini assennati», replicò il dottore. «Si è convinto che il tesoro può essere trovato perché desidera appassionatamente di appropriarsene. E teme anche che i suoi ufficiali si ribellino e passino dalla parte di Pedrito, contro cui non ha il coraggio di combattere o di cui non osa fidarsi. Lo capisci, Capataz? Non deve temere diserzioni finché sussisterà qualche speranza di ritrovare quell’immenso bottino. Mi sono ripromesso di mantenere viva proprio questa speranza».
«Lei!», ripeté cautamente il Capataz de Cargadores. «Be’, è magnifico. E fino a quando pensa di mantenerla viva?»
«Finché posso».
«Che cosa significa?»
«Posso dirtelo con precisione. Finché vivrò», ribatté il dottore in tono caparbio. Poi, in poche parole, raccontò la storia del suo arresto e le circostanze del suo rilascio. «Stavo tornando da quello stupido furfante quando ci siamo incontrati», concluse.
Nostromo aveva ascoltato con profonda attenzione. «Allora è deciso a morire in fretta», borbottò a denti stretti.
«Forse, mio illustre Capataz», disse il dottore stizzosamente. «Non sei il solo qui che può guardare in faccia una brutta morte».
«Senza dubbio», mormorò Nostromo, a voce abbastanza alta per essere udito. «Possono esserci anche più di due sciocchi in questo posto. Chissà?»
«E quello è affare mio», disse il medico in tono breve.
«Come prendere il largo con quel maledetto argento era affare mio», ribatté Nostromo. «Capisco. Bueno. Ognuno di noi ha le sue ragioni. Ma lei è stato l’ultimo uomo con cui ho parlato prima di partire e mi ha trattato da stupido».
A Nostromo non piaceva affatto il modo sardonico con cui il dottore trattava la sua reputazione. Il riconoscimento vagamente ironico di Decoud usava metterlo a disagio; ma la familiarità con un uomo come Don Martin era lusinghiera, mentre il medico non era nessuno. Lo ricordava povero reietto, che sgattaiolava per le vie di Sulaco, senza un amico o un conoscente, finché Don Carlos non lo aveva preso al servizio della miniera.
«Lei può essere molto saggio», continuò, fissando l’oscurità della stanza, pervasa dal macabro enigma di Hirsch torturato e assassinato. «Ma non sono stupido come quando sono partito. Ho imparato una cosa da allora e cioè che lei è un uomo pericoloso».
Il dottor Monygham, sbalordito, poté soltanto esclamare:
«Che cosa dici?»
«Se lui potesse parlare, direbbe la stessa cosa», proseguì Nostromo con un cenno del capo che si profilava scuro contro la finestra illuminata dal chiarore delle stelle.
«Non ti capisco», disse debolmente il dottor Monygham.
«No? Forse, se lei non avesse confermato Sotillo nella sua follia, lui non avrebbe avuto tanta fretta di torturare quel povero Hirsch».
Il dottore sussultò a quell’ipotesi. Ma la sua devozione, assorbendo tutte le sue sensibilità, aveva indurito il suo cuore, chiudendolo al rimorso e alla pietà. Pure, per sentirsi completamente sollevato, egli provò il bisogno di respingerla con veemente disprezzo.
«Bah! Osi dirmi questo, di un uomo come Sotillo. Confesso di non aver proprio pensato a Hirsch. Se lo avessi fatto, sarebbe stato inutile. È chiaro che quel povero disgraziato era condannato dal momento che si aggrappò all’ancora. Era condannato, ti dico! Esattamente come lo sono io – molto probabilmente».
Questo fu ciò che disse il dottor Monygham in risposta al commento di Nostromo, che era abbastanza plausibile da pungergli la coscienza. Non era un uomo insensibile. Ma l’urgenza, la vastità, l’importanza del compito che si era assunto impicciolivano tutte le semplici considerazioni umanitarie. Lo aveva intrapreso con spirito fanatico. Non gli piaceva. Mentire, ingannare, circuire anche il più vile degli uomini gli era odioso. Odioso per educazione, istinto, tradizione. Fare queste cose nelle vesti di un traditore ripugnava alla sua natura e feriva i suoi sentimenti. Aveva fatto quel sacrificio con spirito di umiliazione. Si era detto amaramente: «Sono l’unica persona adatta per quel lavoro sporco». E lo credeva. Non era astuto. La sua semplicità era tale che, pur non avendo alcuna idea eroica di cercare la morte, il rischio mortale a cui si esponeva, aveva un effetto incoraggiante e confortante. In quello stato d’animo il destino di Hirsch gli appariva come parte dell’atrocità della situazione. Esaminò quell’episodio da un punto di vista pratico. Che cosa significava? Era il segno di qualche pericoloso cambiamento nell’illusione di Sotillo? Quello che non capiva era perché l’uomo fosse stato ucciso così.
«D’accordo, ma perché sparargli?», mormorò fra sé.
Nostromo rimase immobile e muto.
Capitolo nono
Combattuto fra i dubbi e le speranze, spaventato dal suono delle campane che annunciavano l’arrivo di Pedrito Montero, Sotillo aveva trascorso la mattinata a lottare con i suoi pensieri; una battaglia più grande di lui, per la vacuità della sua mente e la violenza della sua passione. Delusione, avidità, collera e paura si agitavano nel suo petto con un frastuono più forte di quello delle campane in città. Niente era andato secondo i suoi piani. Né Sulaco né l’argento della miniera erano caduti nelle sue mani. Non aveva compiuto alcuna brillante impresa militare per rafforzare la sua posizione e non aveva ottenuto alcun enorme bottino con cui svignarsela. Pedrito Montero, sia come amico che come nemico, lo colmava di paura. Il suono delle campane lo faceva impazzire.
Immaginando dapprima di poter essere attaccato subito, aveva schierato il suo battaglione in armi sulla riva. Camminava avanti e indietro nella stanza, fermandosi ogni tanto a rosicchiarsi le punte delle dita della mano destra fissando obliquamente il pavimento con occhi foschi; poi, volgendo intorno lo sguardo cupo, disgustato, riprendeva il suo andirivieni in feroce isolamento. Cappello, frustino, spada e rivoltella giacevano sul tavolo. I suoi ufficiali, assiepati davanti alla finestra da cui si vedeva la porta della città, si disputavano il suo binocolo comprato l’anno prima a lungo credito da Anzani. Passava di mano in mano e il possessore temporaneo veniva tempestato di ansiose domande.
«Non c’è niente; niente da vedere!», ripeteva con impazienza.
Non c’era nulla. E da quando il picchetto nascosto nei cespugli vicino a Casa Viola aveva ricevuto l’ordine di ricongiungersi al grosso delle truppe, non si vedeva alcun segno di vita nel tratto di terra arida e polverosa fra la città e le acque del porto. Ma nel tardo pomeriggio un cavaliere fu visto uscire dalla porta e avanzare impavidamente. Era un emissario del Señor Fuentes. Essendo solo, gli fu permesso di venire avanti. Smontando di sella davanti al portone, salutò gli spettatori silenziosi con allegra impudenza e chiese di essere condotto subito dal colonnello muy valiente.
Il Señor Fuentes, assumendo le funzioni di Jefe Político, aveva rivolto le sue abilità diplomatiche alla presa di possesso del porto e della miniera. L’uomo da lui scelto per negoziare con Sotillo era un notaio, che allo scoppio della rivoluzione languiva in galera perché accusato di aver falsificato dei documenti. Liberato dalla folla insieme alle altre «vittime della tirannia Blanco», si era affrettato a offrire i suoi servigi al nuovo governo.
Quel pomeriggio era partito deciso a fare sfoggio di grande zelo ed eloquenza nel tentativo di indurre Sotillo a venire in città da solo per conferire con Pedrito Montero. Niente era più lontano dalle intenzioni del colonnello. La sola fugace idea di mettersi nelle mani del famoso Pedrito lo aveva fatto stare male parecchie volte. Era fuori questione – era una follia. E anche mettersi in aperto contrasto con lui era una follia. Avrebbe reso impossibile una ricerca sistematica di quel tesoro, di quel carico d’argento di cui gli pareva di fiutare la presenza nei paraggi.
Ma dove? Dove? Santo cielo! Dove? Oh, perché aveva lasciato andare quel medico! Imbecille che era. Ma no! Era l’unica cosa giusta da fare, rifletté angosciato, mentre il messaggero aspettava dabbasso chiacchierando amichevolmente con gli ufficiali. Era nel diretto interesse di quel furfante di dottore tornare con informazioni precise. Ma se qualcosa lo avesse fermato? Un divieto generale di lasciare la città, ad esempio! Ci sarebbero state pattuglie!
Il colonnello, afferrandosi il capo fra le mani, voltò sui tacchi come preso da una vertigine. Un lampo di codarda ispirazione gli suggerì un espediente non ignoto agli statisti europei quando desiderano ritardare un negoziato difficile. Calzati gli stivali con gli speroni, si arrampicò nell’amaca con fretta poco dignitosa. Il suo bel viso era diventato giallo sotto il peso delle gravi preoccupazioni. Il dorso del naso ben fatto era diventato tagliente; le narici audaci apparivano meschine e strette. Lo sguardo vellutato, carezzevole dei begli occhi sembrava morto e persino putrefatto; giacché i languidi globi a mandorla erano antiesteticamente iniettati di sangue per la prolungata, nefasta insonnia. Apostrofò lo stupito inviato del Señor Fuentes con un patetico filo di voce opaca, esausta, proveniente da sotto una pila di ponchos che ricoprivano la sua figura elegante fino ai baffi neri, non arricciati, pendenti, in segno di prostrazione fisica e di incapacità mentale. Febbre, febbre – una forte febbre aveva colto il colonnello muy valiente. L’espressione vacillante e stravolta, causata dagli spasimi di una leggera colica che si era manifestata all’improvviso, e i denti che battevano per il panico represso, avevano una veridicità che colpì l’inviato. Era un attacco di convulsioni a freddo. Il colonnello spiegò che non riusciva a pensare, ad ascoltare, a parlare. Con un apparente sforzo sovrumano, mormorò ansimando che non era in condizione di dare una risposta adeguata né di eseguire alcuno degli ordini di Sua Eccellenza. Ma domani! Domani! Ah, domani! Sua Eccellenza Don Pedro poteva stare tranquillo. Il coraggioso reggimento di Esmeralda presidiava il porto, presidiava… E chiudendo gli occhi, roteò il capo dolorante come un malato semidelirante sotto lo sguardo inquisitore dell’inviato, che fu costretto a chinarsi sull’amaca per afferrare le parole pronunciate con voce rotta e stentata. Frattanto, il colonnello Sotillo confidava che l’umanità di Sua Eccellenza avrebbe consentito al medico, il medico inglese, di uscire dalla città con la sua borsa di rimedi stranieri per curarlo. Implorava ansiosamente sua signoria il caballero ora presente di avere la bontà di passare da Casa Gould e informare il medico inglese, che probabilmente era lì, che il colonnello Sotillo, ammalato di febbre alla Dogana, aveva immediato bisogno delle sue cure. Immediatamente. Con la massima urgenza. Lo attendeva con estrema impazienza. Mille grazie. Chiuse gli occhi stancamente e non li riaprì più; giacque perfettamente immobile, sordo, muto, insensibile, sopraffatto, vinto, schiacciato, annichilito dalla terribile malattia.
Ma non appena l’altro si fu chiuso alle spalle la porta del pianerottolo, il colonnello saltò a terra con uno scatto dei piedi in una valanga di coperte di lana. Gli speroni essendosi impigliati nell’ammasso di ponchos, per poco egli non cadde a capofitto sul pavimento e riprese l’equilibrio solo in mezzo alla stanza. Nascosto dietro le imposte socchiuse, ascoltò quello che succedeva dabbasso.
L’inviato era già montato in sella e volgendosi agli ufficiali imbronciati che occupavano il vano del portone, si levò formalmente il cappello.
«Caballeros», disse a voce molto alta, «consentitemi di raccomandarvi di avere molta cura del vostro colonnello. Sono stato molto lieto e onorato di vedervi tutti, un magnifico reparto di uomini che esercitano la marziale virtù della pazienza in questa situazione esposta, dove c’è molto sole e pochissima acqua, mentre una città piena di vino e di attrattive femminili è pronta ad accogliervi da quei coraggiosi che siete. Caballeros, ho l’onore di salutarvi. Si danzerà molto stasera a Sulaco. Addio!».
Ma trattenne il cavallo e piegò lateralmente il capo al vedere il vecchio maggiore farsi avanti, molto alto e magro, in uno stretto pastrano che gli arrivava alle caviglie come se fosse la custodia della bandiera del reggimento arrotolata intorno all’asta.
Il vecchio intelligente guerriero, dopo aver asserito in tono dogmatico che il «mondo era pieno di traditori», pronunciò deliberatamente un panegirico su Sotillo. Gli attribuì con misurata enfasi ogni virtù esistente sotto il cielo, riassumendo il tutto in un’assurda espressione familiare usata dalle classi basse degli occidentali (specialmente nella zona di Esmeralda). «E», concluse alzando improvvisamente la voce, «un uomo con molti denti – hombre de muchos dientes. Sì, señor. Quanto a noi», proseguì, grave e solenne, «vostra signoria ha dinanzi il miglior reparto di ufficiali della Repubblica, uomini ineguagliati per valore e sagacia, y hombres de muchos dientes».
«Come? Tutti quanti?», indagò il poco rispettabile inviato del Señor Fuentes con leggero sorriso beffardo.
«Todos. Sì, señor», affermò il maggiore, gravemente, con convinzione. «Uomini con molti denti».
L’altro girò il cavallo verso il portale somigliante al grande ingresso di uno squallido baraccone. Si alzò sulle staffe, tese un braccio. Era un furfante faceto, che nutriva per questi stupidi occidentali un sentimento di grande disprezzo naturale in un nativo delle province centrali. La follia degli esmeraldiani suscitava in particolar modo il suo divertito spregio. Iniziò un’orazione su Pedro Montero, mantenendo un’aria solenne. Agitò la mano come per presentarlo alla loro attenzione. E quando vide ogni viso attento, tutti gli occhi fissi sulle sue labbra, cominciò a gridare una specie di catalogo di perfezioni: «Generoso, valoroso, affabile, profondo» si strappò il cappello con entusiasmo «uno statista, un invicibile capo partigiano», abbassò di colpo la voce assumendo un tono profondo, cavernoso, «e un dentista».
Partì subito a un’andatura veloce; la rigida posizione delle gambe, i piedi rivolti in fuori, la schiena eretta, il sombrero disinvoltamente inclinato sulle spalle quadrate, immobili esprimevano un’infinita, maestosa impudenza.
Al piano di sopra, dietro le imposte, Sotillo rimase a lungo immobile. L’audacia di quell’uomo lo sbalordiva. Che cosa dicevano i suoi ufficiali giù, dabbasso? Non dicevano nulla. Silenzio completo. Tremò. Non era così che si era immaginato in quella fase della spedizione. Si era visto trionfante, indiscusso, placato, l’idolo dei soldati, che soppesava con segreta compiacenza le gradevoli alternative del potere e della ricchezza offerte alla sua scelta. Ahimè! Che differenza! Sconvolto, inquieto, passivo, bruciante di rabbia o agghiacciato dallo spavento, sentiva un terrore insondabile come il mare assalirlo da ogni parte. Quel mascalzone di dottore doveva venire da lui con la sua informazione. Questo era chiaro. Non sarebbe servita a nulla – a lui da solo. Non poteva utilizzarla. Maledizione! Il dottore non sarebbe mai venuto. Probabilmente era già stato arrestato, rinchiuso in prigione insieme a Don Carlos. Rise forte, come un folle. Ah! ah! ah! ah! Pedrito Montero avrebbe ottenuto l’informazione. Ah! ah! ah! ah! – e l’argento. Ah!
Tutto a un tratto, nel bel mezzo della risata, divenne immobile e silenzioso come impietrito. Anche lui aveva un prigioniero. Un prigioniero che doveva, doveva conoscere la verità. Bisognava farlo parlare. E Sotillo, che durante tutto quel tempo non aveva mai dimenticato completamente Hirsch, provò un’inspiegabile riluttanza all’idea di giungere agli estremi.
Provava riluttanza mista a quell’insondabile terrore che lo assaliva da tutti i lati. Ricordava, pure con riluttanza, gli occhi dilatati del mercante di pelli, le sue contorsioni, i singhiozzi e le grida di protesta. Non era compassione e nemmeno semplice sensibilità nervosa. Il fatto era che, pur non avendo mai creduto neppure per un momento alla storia di Hirsch – non poteva crederci; nessuno poteva credere a simili sciocchezze – quegli accenti di disperata verità lo avevano sgradevolmente impressionato. Lo facevano star male. E sospettava anche che l’uomo fosse impazzito per la paura. Da un pazzo non si può cavare nulla. Bah! Una finzione. Null’altro che una finzione. Avrebbe saputo come trattarla.
Si stava eccitando fino a raggiungere il giusto grado di ferocia. I suoi begli occhi erano diventati leggermente strabici; batté le mani; un attendente scalzo apparve silenziosamente; un caporale con la baionetta appesa al fianco e un bastone in mano.
Il colonnello impartì gli ordini e poco dopo il disgraziato Hirsch, spinto nella stanza da parecchi soldati, lo trovò seduto in una larga poltrona con un cipiglio minaccioso, il cappello in testa, ginocchia divaricate, gomiti in fuori, autoritario, imponente, irresistibile, altezzoso, sublime, terribile.
Hirsch, con le braccia legate dietro la schiena, era stato spinto con violenza in una delle stanze più piccole. Per molte ore giacque inerte sul pavimento, apparentemente dimenticato. Da quella solitudine, piena di terrore e di disperazione, venne strappato brutalmente a forza di calci e pugni, passivo, inebetito. Ascoltò le minacce e le ammonizioni e poi dette le solite risposte alle domande, con il mento affondato nel petto, le mani legate dietro la schiena, vacillando un poco davanti a Sotillo e senza mai alzare lo sguardo. Quando lo obbligarono a tenere la testa alta, puntandogli una baionetta sotto il mento, i suoi occhi avevano un’espressione vuota, assente e gocce di sudore grosse come piselli grandinavano sul viso pallido, sporco, pieno di lividi e di graffi. Poi cessarono di colpo.
Sotillo lo guardò in silenzio. «Insisti nella tua ostinazione, furfante?», chiese. Già una corda, legata ai polsi del Señor Hirsch, era stata gettata sopra un trave del tetto e tre soldati reggevano l’altro capo, in attesa. Lui non rispose. Il suo labbro inferiore pendeva stupidamente. Sotillo fece un cenno. Hirsch venne sollevato in aria con uno strappone e un grido di dolore e di disperazione echeggiò nella stanza, riempì i corridoi del grande edificio, lacerò l’aria all’esterno, indusse ogni soldato nell’accampamento sulla riva a guardare le finestre, mentre alcuni degli ufficiali nell’androne si mettevano a parlottare eccitati, gli occhi lucenti; altri, stringendo le labbra, fissavano cupamente il pavimento.
Sotillo, seguito dai soldati, uscì dalla stanza. La sentinella sul pianerottolo presentò le armi. Hirsch continuò a gridare tutto solo dietro le imposte socchiuse mentre il sole, riflesso sull’acqua del porto, disegnava sulla parete un gioco di onde luminose che si rincorrevano senza posa. Urlava con le sopracciglia inarcate e la bocca spalancata – incredibilmente larga, nera, enorme, piena di denti comica.
Nell’aria ancora bruciante del pomeriggio senza vento, gli spasimi della sua agonia giunsero fino agli uffici della O.S.N. Il capitano Mitchell sul balcone, sforzandosi di capire che cosa stava succedendo, lo udì debolmente, ma distintamente e l’eco fievole e terrificante delle sue grida gli rimase negli orecchi dopo che si fu ritirato in casa, pallido in volto. Fu costretto a rientrare dal balcone parecchie volte quel pomeriggio.
Sotillo, irritabile, accigliato, camminava nervosamente avanti e indietro, si consultava con i suoi ufficiali, impartiva ordini contraddittori in quell’acuto clamore che pervadeva l’intero edificio. A volte c’erano lunghi e terribili intervalli di silenzio. Parecchie volte era entrato nella camera di tortura dove la spada, il frustino, la rivoltella e il binocolo giacevano ancora sul tavolo, e aveva chiesto con calma forzata: «Dirai la verità ora? No? Posso aspettare». Ma non poteva permettersi di aspettare ancora molto. Era quello il punto. Ogni volta che entrava e usciva dalla stanza sbattendo la porta, la sentinella sul pianerottolo presentava le armi e riceveva in cambio uno sguardo cupo, velenoso, incerto, che, in realtà, non vedeva nulla, ma era semplicemente il riflesso dell’animo – un animo colmo di cupo odio, di incertezza, di avarizia e di collera.
Il sole era tramontato quando lui entrò ancora una volta. Un soldato portò due candele accese e sgattaiolò via, chiudendo la porta senza far rumore.
«Parla, ebreo figlio del demonio! L’argento! L’argento, ti chiedo? Dov’è? Dove lo hanno nascosto i furfanti stranieri amici tuoi? Confessa o…».
Un leggero tremito corse dalle membra torturate su per la corda tesa, ma il corpo del Señor Hirsch, intraprendente uomo d’affari di Esmeralda, penzolava orrendamente dal grosso trave, perpendicolare e silenzioso, di fronte al colonnello. Un soffio d’aria notturna, rinfrescata dalle nevi della Sierra, diffuse gradatamente una deliziosa frescura nella stanza afosa.
«Parla – ladro – furfante – pícaro – o…».
Sotillo aveva afferrato il frustino e stava col braccio alzato. Per una parola, una piccola parola, era pronto a mettersi in ginocchio, a farsi piccolo, a strisciare sul pavimento davanti allo sguardo torpido, cosciente di quegli occhi fissi sporgenti dalla testa sudicia, arruffata che pendeva immobile con la bocca chiusa storta. Il colonnello digrignò i denti per la rabbia e colpì. La corda vibrò lentamente sotto il colpo, come la lunga asticella di un pendolo che comincia a muoversi. Ma nessuna oscillazione venne impartita al corpo del Señor Hirsch, il ben noto mercante di pelli della costa. Con uno sforzo convulso delle braccia distorte si tirò su di pochi centimetri, curvandosi su se stesso come un pesce in cima a una lenza. La testa del Señor Hirsch si rovesciò indietro sul collo teso; il mento tremò. Per un momento il rumore dei denti che battevano pervase la grande stanza buia, dove le candele formavano una chiazza di luce intorno alle due fiamme che ardevano una accanto all’altra. E mentre Sotillo, trattenendo la mano alzata, attendeva che parlasse, con l’improvviso lampo di un sorriso e un disperato sforzo di protendere le spalle slogate, Hirsch gli sputò violentemente in faccia.
Il frustino sollevato si abbassò e il colonnello fece un balzo indietro con un sommesso grido di sgomento, come se fosse stato investito da uno schizzo di veleno mortale. Rapido come il pensiero, afferrò la rivoltella e fece fuoco due volte. Il rimbombo e l’impatto degli spari parvero gettarlo immediatamente da una rabbia furiosa in una stupefazione attonita. Stette lì con la mascella cadente e gli occhi impietriti. Che cosa aveva fatto, sangre de Dios! Che cosa aveva fatto! Era orripilato dal suo gesto impulsivo, che aveva sigillato per sempre queste labbra da cui si doveva estorcere tanto. Che cosa poteva dire? Come poteva spiegare? Idee di una fuga precipitosa in qualche posto, dovunque, gli passarono per la mente; la sua codardia gli suggerì persino la vile e assurda idea di nascondersi sotto il tavolo. Era troppo tardi; i suoi ufficiali erano accorsi tumultuosamente, con un grande tintinnio di sciabole e concitate esclamazioni di stupore e di meraviglia. Ma siccome che non gli conficcarono immediatamente le spade nel petto, il lato spavaldo del suo carattere prese il sopravvento. Passandosi la manica dell’uniforme sul viso, si ricompose. Il suo sguardo truculento si volse lentamente di qua e di là, imponendo il silenzio dove si posava; e il corpo rigido del defunto Señor Hirsch, mercante, dopo aver oscillato appena, fece un mezzo giro e si fermò fra mormorii intimoriti e uno scalpiccio imbarazzato.
Una voce disse forte: «Ecco un uomo che non parlerà più». E un’altra, dall’ultima fila di facce, timida e pressante, esclamò:
«Perché l’ha ucciso, mi coronel?»
«Perché ha confessato tutto», rispose Sotillo con il coraggio della disperazione. Si sentiva con le spalle al muro. Per uscirne fece sfacciatamente leva sulla forza della sua reputazione con discreto successo. I suoi ascoltatori lo ritenevano capacissimo di un atto simile. Erano disposti a credere alla sua storia lusinghiera. Non c’è credulità tanto avida e cieca quanto la credulità della cupidigia, che, nella sua estensione universale, misura la miseria morale e la povertà intellettuale del genere umano. Ah! Aveva confessato tutto, questo indocile ebreo, questo bribón. Bene! Allora non serviva più. Improvvisamente si udì l’ottusa risata fragorosa del capitano anziano – un uomo con un testone, piccoli occhi rotondi e guance mostruosamente grasse che non si muovevano mai. Il vecchio maggiore, alto e fantasiosamente vestito di stracci come uno spaventapasseri, girò intorno al corpo del defunto Señor Hirsch, borbottando fra sé con ineffabile soddisfazione che così non c’era più bisogno di guardarsi da futuri tradimenti di quel furfante. Gli altri fissavano il morto, appoggiandosi su un piede e poi sull’altro e scambiandosi brevi commenti sottovoce.
Sotillo cinse la spada e impartì bruschi ordini perentori di affrettare il ripiegamento deciso nel pomeriggio. Sinistro, imponente, il sombrero calato sugli occhi, uscì per primo dalla stanza in preda a una tale confusione mentale che si dimenticò completamente di dare disposizioni per il possibile ritorno del dottor Monygham. Mentre lo seguivano, uno o due degli ufficiali si girarono in fretta a guardare il defunto Señor Hirsch, mercante di Esmeralda, lasciato a penzolare rigidamente immobile, solo con le due candele accese. Nella stanza vuota l’ombra massiccia della testa e delle spalle sulla parete aveva un’aria viva.
Dabbasso, le truppe si allinearono in silenzio e si misero in marcia per compagnie senza rulli di tamburi o squilli di trombe. Il vecchio maggiore spaventapasseri comandava la retroguardia; ma la pattuglia che lasciò indietro con l’ordine di incendiare la Dogana (e «bruciare la carcassa del traditore ebreo lì dov’era»), non riuscì nella fretta ad appiccare bene il fuoco alla scala. Il corpo del defunto Señor Hirsch rimase solo per un poco nella cupa solitudine dell’edificio non finito, che risuonava sinistramente degli improvvisi sbatacchiamenti e cigolii di porte e di catenacci, del fruscio di carte strappate svolazzanti e dei tremuli sospiri che ad ogni soffio di vento passavano sotto l’alto tetto. La luce delle due candele accese davanti all’immobilità perpendicolare e senza vita del defunto Señor Hirsch proiettava un chiarore sulla terra e sull’acqua, come un segnale nella notte. Il morto rimase lì a soprendere Nostromo con la sua presenza e a incuriosire il dottor Monygham con il mistero della sua fine atroce.
«Ma perché sparargli?», si chiese di nuovo il medico, a voce alta. Questa volta gli rispose una risata secca di Nostromo.
«Sembra assai preoccupato da una cosa molto naturale, Señor Doctor. Mi domando perché? È molto probabile che fra non molto verremo tutti fucilati uno dopo l’altro, se non da Sotillo, allora da Pedrito, da Fuentes o da Gamacho. E possiamo anche subire la strappata o peggio – quién sabe? – con quella bella storia dell’argento che lei ha messo in testa a Sotillo».
«Ce l’aveva già in testa», protestò il dottore. «Io ho soltanto…».
«Sì. E lei l’ha solo ribadita in modo che il diavolo in persona…».
«Era proprio quella la mia intenzione», dichiarò il medico.
«Era quella la sua intenzione. Bueno. Ho ragione io. Lei è un uomo pericoloso».
Le loro voci, che senza alzarsi di tono erano diventate sempre più aspre, tacquero di colpo. Il defunto Señor Hirsch, eretto e scuro contro le stelle, pareva aspettare attento, in un silenzio imparziale.
Ma il dottor Monygham non voleva litigare con Nostromo. In questo momento estremamente critico per le sorti di Sulaco, aveva capito finalmente che quest’uomo era realmente indispensabile, più indispensabile di quanto potesse mai concepire nella sua infatuazione il capitano Mitchell, il suo orgoglioso scopritore; molto più di quanto avesse mai inteso Decoud con le sue caustiche frasi canzonatorie sul «mio illustre amico, l’eccezionale Capataz de Cargadores». Quell’uomo era eccezionale. Non era «uno fra mille». Era assolutamente unico. Il dottore si arrese. C’era qualcosa nel genio di quel marinaio genovese che reggeva i destini di grandi imprese e di molte persone, le fortune di Charles Gould, il fato di una donna ammirevole. A quest’ultimo pensiero il medico dovette schiarirsi la voce prima di parlare.
In tono completamente cambiato fece osservare al Capataz che, per cominciare, lui personalmente non correva grandi rischi. Tutti lo credevano morto. Era un enorme vantaggio. Doveva soltanto stare nascosto a Casa Viola, dove il vecchio garibaldino era rimasto solo – con la moglie morta. I servitori erano fuggiti tutti. Nessuno avrebbe pensato a cercarlo lì, o altrove, se per quello.
«Tutto ciò sarebbe vero», disse Nostromo, in tono amaro, «se non avessi incontrato lei».
Per un poco il medico tacque. «Intendi dire che temi che io ti tradisca?», chiese con voce malferma. «Perché? Perché dovrei farlo?»
«Che ne so? Perché no? Per guadagnare un giorno, forse. Sotillo impiegherebbe una giornata per infliggermi la strappata e magari tentare qualche altra cosa, prima di piantarmi una pallottola nel cuore – come ha fatto con questo povero disgraziato. Perché no?».
Il dottore inghiottì con sforzo. La sua gola si era seccata all’improvviso. Non per l’indignazione. Pateticamente, egli credeva di aver perduto il diritto di indignarsi con chiunque – per qualsiasi cosa. La sua era pura e semplice paura. Quell’uomo aveva per caso appreso la sua storia? Se così, la sua utilità in quella direzione era finita. L’uomo indispensabile sfuggiva alla sua influenza, a causa di quella macchia indelebile che lo rendeva adatto alle azioni disonorevoli. Un senso come di nausea lo assalì. Avrebbe dato qualsiasi cosa per sapere, ma non osava chiarire la faccenda. Il fanatismo della sua devozione, alimentato dal senso della sua degradazione, gli induriva il cuore, rendendolo triste e sprezzante.
«Perché no, infatti?», ripeté sardonicamente. «Allora la cosa più sicura per te è uccidermi subito. Mi difenderei. Ma tanto vale che tu sappia che giro disarmato».
«Por Dios!», disse il Capataz con veemenza. «Voi signori siete tutti uguali. Tutti pericolosi. Tutti traditori dei poveri che sono i vostri cani».
«Non capisci», cominciò lentamente il dottore.
«Vi capisco tutti!», gridò l’altro con un movimento brusco, indistinto agli occhi del medico come la persistente immobilità del defunto Señor Hirsch. «Un povero fra voi deve stare molto attento. Io dico che non vi importa nulla di quelli che sono al vostro servizio. Guardi me! Dopo tutti questi anni, all’improvviso, ecco che mi ritrovo come uno di quei cani randagi che abbaiano fuori dalle mura – senza un canile o un osso rinsecchito da addentare. Caramba!». Ma poi si addolcì con sprezzante equità. «Naturalmente», proseguì in tono pacato, «non penso che lei si affretterebbe a consegnarmi a Sotillo, per esempio. Non è quello. È che io non sono niente! A un tratto…». Abbassò le braccia. «Non sono più niente per nessuno», ripeté.
Il dottore respirò liberamente. «Ascolta, Capataz», disse, allungando il braccio quasi con affetto verso la spalla di Nostromo. «Ora ti dirò una cosa molto semplice. Non corri pericolo perché c’è bisogno di te. Non ti tradirei per alcuna ragione perché mi servi».
Nel buio Nostromo si morse il labbro. Ne aveva abbastanza di quel ritornello. Sapeva che cosa significava. Non voleva più sentirselo ripetere. Ma ora doveva badare a se stesso, pensò. E pensò anche che non sarebbe stato prudente separarsi dal suo compagno in cattivi termini. Il dottore, stimato nella sua professione, aveva fama, fra la gente del popolo a Sulaco, di essere un uomo malvagio. Tale fama era basata soprattutto sul suo aspetto esteriore, che era strano, e sui suoi modi aspri e ironici – prove visibili, tangibili e incontrovertibili della sua indole malevola. E Nostromo era un uomo del popolo. Perciò si limitò a grugnire con aria incredula.
«Tu, per dirla schietta, sei l’unico», proseguì il dottore, «che abbia la possibilità di salvare questa città e… tutti dalla rapacità distruttiva di uomini che…».
«No, señor», replicò accigliato Nostromo. «Non è in mio potere riportarvi il tesoro per darlo a Sotillo, o a Pedrito, o a Gamacho. Che ne so?»
«Nessuno pretende l’impossibile», fu la risposta.
«L’ha detto lei stesso – nessuno», borbottò Nostromo in tono cupo, minaccioso.
Ma il dottor Monygham, pieno di speranza, ignorò le parole enigmatiche e il tono minaccioso. Ai loro occhi, abituati all’oscurità, il defunto Señor Hirsch, diventando più nitido, pareva anche più vicino. E il dottore abbassò la voce nell’esporre il suo piano come se temesse di essere udito.
Si confidò senza riserve con l’uomo indispensabile. L’implicita lusinga e l’accenno a grandi rischi avevano un suono familiare per il Capataz. La sua mente, ondeggiando nell’incertezza e nell’insoddisfazione, lo riconobbe con amarezza. Capiva benissimo che il dottore fosse ansioso di salvare la miniera di San Tomé dalla distruzione. Senza di essa non sarebbe stato nulla. Era suo interesse. Esattamente come era stato interesse del Señor Decoud, dei Blancos e degli europei attirare i suoi cargadores dalla loro parte. I suoi pensieri si fermarono su Decoud. Che cosa gli sarebbe successo?
Il prolungato silenzio di Nostromo innervosì il dottore. Gli fece notare – osservazione del tutto superflua – che sebbene per il momento fosse al sicuro, non avrebbe potuto vivere nascosto in eterno. La scelta era fra accettare di recarsi da Barrios, con tutti i pericoli e le difficoltà che la missione comportava, e lasciare Sulaco di nascosto, ingloriosamente, come un poveraccio.
«Nessuno dei tuoi amici potrebbe ricompensarti e proteggerti in questo momento, Capataz. Nemmeno Don Carlos in persona».
«Non accetterei né la vostra protezione né le vostre ricompense. Vorrei soltanto potermi fidare del vostro coraggio e del vostro buon senso. Quando ritornerò in trionfo, come dice lei, potrei trovarvi tutti annientati. Avete il coltello alla gola».
Questa volta toccò al dottore rimanere in silenzio a contemplare le orribili eventualità.
«Be’, noi abbiamo fiducia nel tuo coraggio e nel tuo buon senso. E anche tu hai un coltello alla gola».
«Ah! E chi devo ringraziare per questo? Che importa a me della vostra politica e della vostra miniera – del vostro argento e delle vostre costituzioni – del vostro Don Carlos questo e Don José quello».
«Non lo so», sbottò il medico esasperato. «Ci sono persone innocenti in pericolo il cui dito mignolo vale più di te o di me e di tutti i ribieristi messi insieme. Non lo so. Te lo saresti dovuto chiedere prima di lasciarti trascinare da Decoud in questa avventura. Avevi il dovere di riflettere da uomo; ma se non lo hai fatto, allora cerca di agire da uomo adesso. Immaginavi che a Decoud importasse molto di ciò che ti sarebbe successo?»
«Non più di quanto importi a lei», borbottò l’altro.
«No; a me importa ugualmente poco di quello che succederà a te come a me».
«E tutto questo perché è un ribierista convinto?», disse Nostromo in tono incredulo.
«Tutto questo perché sono un ribierista convinto», ripeté cupamente il dottor Monygham.
Ancora una volta Nostromo, fissando con sguardo assente il corpo del defunto Señor Hirsch, rimase in silenzio pensando che il dottore era una persona pericolosa in molti sensi. Era impossibile fidarsi di lui.
«Parla in nome di Don Carlos?», chiese infine.
«Sì», affermò il medico a voce alta, senza esitazione. «Ora deve farsi avanti. Deve», soggiunse in un bisbiglio che Nostromo non afferrò.
«Che cosa ha detto, señor?».
Il dottore sussultò. «Dico che devi essere fedele a te stesso, Capataz. Sarebbe peggio di una follia venire meno adesso».
«Fedele a me stesso», ripeté Nostromo. «Che ne sa lei che non sarei fedele a me stesso se le dicessi di andare al diavolo con le sue proposte?»
«Non lo so. Forse è così», disse il medico con un’asprezza di tono intesa a mascherare la stretta al cuore e il tremito della voce. «Tutto quello che so è che faresti meglio ad andartene di qui. Alcuni uomini di Sotillo potrebbero venire a cercarmi».
Scivolò giù dal tavolo e tese l’orecchio. Anche il Capataz si alzò.
«Supponendo che andassi a Cayta, lei che cosa farebbe nel frattempo?», chiese.
«Andrei da Sotillo non appena tu fossi partito – nel modo che dico io».
«Un ottimo modo – se soltanto l’ingegnere capo è d’accordo. Gli ricordi, señor, che ho scortato il vecchio e ricco inglese che paga per la ferrovia, e che ho salvato la vita di alcuni dei suoi dipendenti la volta in cui una banda di ladroni venne dal Sud per rapinare uno dei suoi treni con le paghe. Fui io a scoprire tutto a rischio della vita, fingendo di associarmi a loro. Proprio come lei sta facendo con Sotillo».
«Sì. Sì, certo. Ma posso addurre argomenti migliori», disse il medico in fretta. «Lascia fare a me».
«Ah, sì! È vero. Io non sono nulla».
«Niente affatto. Tu sei tutto».
Fecero qualche passo verso la porta. Dietro di loro il defunto Señor Hirsch conservò l’immobilità di un uomo ignorato.
«Andrà tutto bene. So che cosa dire all’ingegnere», proseguì il dottore a voce bassa. «La difficoltà sarà trattare con Sotillo».
E il dottor Monygham si fermò bruscamente sulla soglia della porta come intimorito dalla difficoltà. Aveva fatto il sacrificio della sua vita. Considerava questa una giusta opportunità. Ma non voleva gettare via la sua vita troppo presto. Nella sua qualità di traditore della fiducia di Don Carlos, avrebbe dovuto indicare in conclusione il nascondiglio del tesoro. Quella sarebbe stata la fine del suo inganno e anche la sua fine, per mano dell’infuriato colonnello. Voleva rimandare il più possibile quel momento; e si era arrovellato il cervello per inventare un nascondiglio al tempo stesso plausibile e di difficile accesso.
Espose il suo problema a Nostromo e concluse:
«Sai cosa, Capataz? Credo che quando verrà il momento di fornire qualche informazione, indicherò la Grande Isabella. È il luogo migliore che mi viene in mente. Che cosa succede?».
Nostromo si era lasciato sfuggire un’esclamazione sorda. Il dottore attese, sorpreso, e dopo un momento di profondo silenzio, udì una voce spessa balbettare «Follia pura» e interrompersi con un sussulto.
«Perché follia?»
«Ah! Non capisce», cominciò Nostromo, in tono sarcastico e sempre più sprezzante a mano a mano che continuava. «Tre uomini in mezz’ora scoprirebbero che il terreno non è stato smosso in alcun punto dell’isola. Crede che un tesoro simile possa essere sepolto senza lasciare traccia – eh! Señor Doctor? Non guadagnerebbe neppure mezza giornata prima che Sotillo le tagli la gola. L’Isabella! Che idiozia! Che misera invenzione! Ah! Siete tutti uguali, voi uomini tanto intelligenti. Siete capaci soltanto di convincere con l’inganno gli uomini del popolo a correre rischi mortali per scopi di cui non siete nemmeno sicuri. Se va bene, ci guadagnate voi. Se va male, non ha importanza. È soltanto un cane. Ah! Madre de Dios, vorrei…». Scosse i pugni sopra la testa.
Sulle prime il dottore fu sopraffatto da questa feroce, astiosa veemenza.
«Bene! Mi sembri la migliore dimostrazione che anche gli uomini del popolo non sono affatto stupidi», disse, accigliato. «Su, andiamo. Sei così astuto. Puoi suggerirmi un luogo migliore?».
Nostromo si era calmato in fretta come si era adirato.
«Fino a lì ci arrivo», disse pacatamente, quasi con indifferenza. «Deve indicargli un nascondiglio abbastanza grande perché ci vogliano parecchi giorni per frugarlo tutto – un luogo dove un carico di lingotti d’argento possa essere sepolto senza lasciare traccia in superficie».
«E a portata di mano», interloquì il medico.
«Proprio così, señor. Gli dica che è affondato».
«Questa ha il merito di essere la verità», disse il dottore in tono sprezzante. «Non ci crederà».
«Gli dica che è affondato dove può sperare di metterci le mani sopra e le crederà subito. Gli dica che è stato affondato nel porto per poter essere poi recuperato da palombari. Gli dica che ha scoperto che avevo ricevuto ordine da Don Carlos Gould di calare silenziosamente le casse fuoribordo in un punto qualunque fra la punta del molo e l’entrata del porto. Lì l’acqua non è molto profonda. Lui non ha palombari, ma ha una nave, barche, cime, catene, marinai – di qualche tipo. Lo lasci andare a pesca dell’argento. Lo lasci ordinare ai suoi imbecilli di dragare il fondo avanti e indietro e per traverso mentre lui sta seduto a guardare finché gli escono gli occhi dalle orbite».
«È davvero un’idea geniale», mormorò il dottore.
«Sì. Gli dica così e vedrà se non le crede! Passerà giornate in preda alla rabbia e al tormento – e continuerà a crederle. Non penserà ad altro. Non si arrenderà finché non verrà cacciato via a forza – potrebbe persino dimenticarsi di ucciderla. Non mangerà e non dormirà più. Lui…».
«Perfetto! Perfetto!», ripeté il medico in un sussurro eccitato. «Capataz, comincio a credere che a tuo modo sei un grande genio».
Nostromo aveva fatto una pausa: poi riprese in tono diverso, tetro, parlando a se stesso come se si fosse dimenticato dell’esistenza del dottore.
«C’è qualcosa in un tesoro che si fissa nella mente di un uomo. Lui prega e bestemmia eppure persevera e maledice il giorno che ne ha sentito parlare e si lascia soprendere dalla morte, sempre convinto di averlo mancato solo per un palmo. Lo vede ogni volta che chiude gli occhi. Non lo dimentica mai fino a che muore – e anche dopo – Dottore, ha mai sentito parlare degli infelici gringos di Azuera che non possono morire? Aha! Aha! Marinai come me. Non puoi sfuggire a un tesoro quando ti si è fissato in mente».
«Sei un furbacchione, Capataz. È la cosa più plausibile».
Nostromo gli strinse il braccio.
«Per lui sarà peggio che soffrire la sete in mare o la fame in una città piena di gente. Sa che cosa significa? Lui patirà tormenti peggiori di quelli che ha inflitto a quel poveraccio terrorizzato che non aveva inventiva. Nessuna! Nessuna! Al contrario di me. Io avrei potuto raccontare a Sotillo una storia micidiale con pochissima fatica».
Rise fragorosamente e si girò sulla soglia verso il corpo del defunto Señor Hirsch, un lunga macchia opaca nell’oscurità semitrasparente della stanza fra i due alti rettangoli delle finestre piene di stelle.
«Tu uomo pauroso!», gridò. «Sarai vendicato da me – Nostromo. Si levi di mezzo, dottore! Si faccia da parte – o, per l’anima sofferente di una donna morta senza confessarsi, la strangolerò con le mie mani».
Si precipitò giù nell’atrio nero, fumoso. Con un grugnito di stupore, il dottor Monygham si lanciò al suo inseguimento. In fondo alle scale bruciacchiate fece un capitombolo e batté la faccia a terra con una forza che avrebbe tramortito uno spirito meno impegnato in un compito di amore e devozione. Si rialzò in un attimo, scosso, stordito, con la strana impressione che il globo terrestre lo avesse colpito alla testa nel buio. Ma ci voleva ben altro per fermare il corpo del dottor Monygham, in preda all’esaltante febbre dell’abnegazione; un’esaltazione ragionevole, decisa a non perdere qualsiasi vantaggio il caso gli offrisse. Si mise a correre a perdifiato, zoppicando, roteando le braccia come un mulino a vento nello sforzo di restare in equilibrio sui piedi storpiati. Perse il cappello; i lembi della sua palandrana sbottonata svolazzavano dietro di lui. Non voleva perdere di vista l’uomo indispensabile. Ma fu dopo molto tempo e a molta distanza dalla Dogana che riuscì ad afferrargli violentemente le braccia da dietro, ansimando.
«Fermati! Sei ammattito?».
Nostromo camminava già lentamente, il capo ciondoloni, quasi fosse stato frenato nella sua corsa dalla stanchezza dell’indecisione.
«Che cosa gliene importa? Ah! Dimenticavo che ha bisogno di me per qualcosa. Sempre. Siempre Nostromo».
«Che cosa intendi quando parli di strangolarmi?», ansimò il dottore.
«Che cosa intendo? Intendo dire che il re dei diavoli in persona l’ha mandato fuori da questa città di codardi e di chiacchieroni per incontrarmi proprio stanotte fra tutte le notti della mia vita».
Sotto il cielo stellato l’Albergo d’Italia Una emerse, nero e basso, spezzando l’uniformità della pianura buia. Nostromo si fermò del tutto.
«I preti dicono che è un tentatore, no?», aggiunse a denti stretti.
«Mio brav’uomo, dici un sacco di sciocchezze. Il diavolo non ha nulla a che fare con tutto questo. E neppure la città, che puoi chiamare col nome che più ti aggrada. Ma Don Carlos non è un codardo né uno che parla a vanvera. Lo ammetti?». Attese. «Be’?»
«Potrei vedere Don Carlos?»
«Giusto cielo! No! Perché?», esclamò il medico, agitato. «Ti ripeto che è una follia. Non ti lascerò entrare in città per nessuna ragione al mondo».
«Devo».
«Non devi!», sibilò il dottore con asprezza, terrorizzato all’idea che l’uomo annullasse la sua utilità per uno stupido capriccio. «Ti dico che non ci andrai. Piuttosto io…».
Si interruppe non trovando le parole, esausto, impotente, aggrappandosi alla manica di Nostromo, unicamente per sostenersi dopo la corsa.
«Sono tradito!», mormorò il Capataz; e il dottore, che udì l’ultima parola, si sforzò di parlare con calma.
«È esattamente quello che ti succederebbe. Saresti tradito».
Pensò con angoscioso terrore che l’uomo era così noto che sarebbe stato sicuramente riconosciuto. Senza dubbio, la casa del Señor Administrador era circondata di spie. E non ci si poteva fidare nemmeno dei servitori della Casa. «Rifletti, Capataz», disse in tono grave. «Perché ridi?»
«Rido al pensiero che se qualcuno non approvasse la mia presenza in città, ad esempio – capisce, Señor Doctor – se qualcuno mi consegnasse a Pedrito, avrei la possibilità di fare amicizia persino con lui. È vero. Che cosa ne pensa?»
«Sei un uomo di infinite risorse, Capataz», replicò il dottor Monygham, tristemente. «Lo riconosco. Ma in città tutti parlano di te; e i pochi cargadores che non stanno nascosti con quelli della ferrovia, hanno gridato “Viva Montero!” nella Plaza tutto il giorno».
«I miei poveri cargadores!», mormorò Nostromo. «Tradito! Tradito!».
«Mi risulta che sulla banchina non lesinassi le bastonate ai tuoi poveri cargadores», disse il dottore in tono arcigno, prova evidente che si stava riprendendo dai suoi sforzi. «Non illuderti. Pedrito è furioso per il salvataggio del Señor Ribiera e per essere stato privato del piacere di fucilare Decoud. Già corre voce in città che il tesoro sia stato fatto sparire. Averlo mancato è un altro motivo di irritazione per Pedrito; ma lascia che ti dica che anche se potessi dargli tutto l’argento del mondo come riscatto, non ti salveresti».
Girandosi velocemente e afferrando il dottore per le spalle, Nostromo avvicinò il viso al suo.
«Maledetto! Mi segue parlandomi del tesoro. Ha giurato di rovinarmi. Lei è l’ultima persona che mi ha guardato prima che prendessi il mare con l’argento. E Sidoni, il macchinista, dice che lei dà il malocchio».
«Lui dovrebbe saperlo. Gli ho salvato la gamba rotta l’anno scorso», disse il dottore stoicamente. Sentiva sulle spalle il peso di quelle mani famose fra il popolino per spezzare grosse cime e curvare ferri di cavallo. «E a te offro il modo migliore per salvarti – lasciami andare – e recuperare la tua grande reputazione. Ti sei vantato di rendere famoso il Capataz de Cargadores da un capo all’altro dell’America con questo dannato argento. Ma io ti offro un’opportunità migliore – lasciami andare, hombre!».
Nostromo lo lasciò bruscamente e il medico temette che l’uomo indispensabile fuggisse di nuovo. Ma non lo fece. Riprese a camminare piano. Il dottore gli zoppicò accanto finché, a un tiro di sasso da Casa Viola, Nostromo si fermò di nuovo.
Silenziosa nel buio inospitale, Casa Viola sembrava aver mutato natura; quella che era stata la sua casa sembrava respingerlo con un’aria di mistero impenetrabile e ostile. Il dottore disse:
«Lì sarai al sicuro. Entra, Capataz».
«Come posso entrare?», parve chiedersi Nostromo fra sé. «Ella non può ritirare quello che ha detto e io non posso disfare quello che ho fatto».
«Ti dico che va bene. Viola è tutto solo in casa. Ho dato un’occhiata uscendo dalla città. Sarai perfettamente al sicuro in quella casa finché non partirai per rendere il tuo nome famoso nel Campo. Ora andrò a organizzare la tua partenza con l’ingegnere capo e ti porterò notizie molto prima dell’alba».
Il dottor Monygham, incurante, o forse timoroso di interpretare il silenzio di Nostromo, gli batté leggermente sulla spalla e incamminandosi con il suo rapido passo zoppicante, scomparve del tutto al terzo o quarto saltello in direzione dei binari della ferrovia. Fermo fra i due pali di legno a cui si legavano i cavalli, Nostromo non si mosse, come se anche lui fosse saldamente piantato nel terreno. Dopo mezz’ora alzò il capo all’udire i cupi latrati dei cani nei depositi della ferrovia, che erano echeggiati all’improvviso, tumultuosi e attutiti come se provenissero da sottoterra. Quel medico zoppo con il malocchio aveva fatto molto presto ad arrivare fino là.
Passo passo, Nostromo si avvicinò all’Albergo d’Italia Una, che non aveva mai visto così buio e silenzioso. La porta, tutta nera nel muro chiaro, era aperta come lui l’aveva lasciata ventiquattr’ore prima, quando non aveva motivo di nascondersi dal mondo. Vi rimase davanti, incerto, come un fuggitivo, come un uomo tradito. Povertà, miseria, fame! Dove aveva udito queste parole? La collera di una donna morente aveva profetizzato quel destino per la sua follia. Sembrava che la profezia si sarebbe avverata molto presto. E i leperos avrebbero riso – aveva detto lei. Sì, avrebbero riso sapendo che il Capataz de Cargadores era alla mercé del medico pazzo che solo pochi anni prima, lo ricordavano bene, comprava pochi centesimi di cibo cotto da un banchetto nella Plaza – come uno di loro.
In quel momento l’idea di cercare il capitano Mitchell gli passò per la mente. Gettò un’occhiata verso la banchina e vide un piccolo raggio di luce nell’edificio della O.S.N. Il pensiero di finestre illuminate era poco allettante. Proprio due finestre illuminate lo avevano attirato nella Dogana vuota, soltanto per cadere nelle grinfie del dottore. No! Quella notte non si sarebbe più avvicinato a finestre illuminate. Il capitano Mitchell era lì. E che cosa avrebbe potuto dirgli? Quel medico gli avrebbe cavato fuori tutto come se fosse stato un bambino.
Sulla soglia chiamò «Giorgio!» a bassa voce. Nessuno rispose. Entrò in casa. «Olà! Viejo! Dove sei?…». Nell’oscurità impenetrabile gli girò la testa per l’illusione che la cucina buia fosse vasta come il Golfo Placido e che il pavimento pendesse in avanti come una chiatta che stava affondando. «Olà! Viejo!», ripeté con esitazione, ondeggiando sulle gambe. La mano, tesa per cercare un sostegno, incontrò il tavolo. Facendo un passo avanti, la spostò e sentì sotto le dita una scatola di fiammiferi. Gli parve di udire un sospiro sommesso. Ascoltò un momento, trattenendo il fiato; poi, con mani tremanti, cercò di accendere un fiammifero.
Il minuscolo pezzetto di legno si infiammò in cima alle sue dita, alzate al di sopra degli occhi che battevano, feriti dalla luce improvvisa. Un bagliore illuminò la candida testa leonina del vecchio Giorgio contro il focolare nero – lo mostrò piegato su una sedia in un’attonita immobilità, circondato, sovrastato da grandi masse d’ombra, le gambe incrociate, la guancia nella mano e la pipa vuota nell’angolo della bocca. Parvero ore prima che tentasse di girare la faccia; proprio in quel momento il fiammifero si spense e lui scomparve, inghiottito dal buio, come se le pareti e il tetto della casa desolata fossero crollati sulla sua testa bianca in un silenzio spettrale.
Nostromo lo udì agitarsi e pronunciare stancamente le parole:
«Forse è stata una visione».
«No», disse piano. «Non è una visione, vecchio mio».
Una forte voce profonda chiese nel buio:
«Sei tu che hai parlato, Gian Battista?»
«Sì, viejo. Calmo. Abbassa la voce».
Dopo essere stato rilasciato da Sotillo, Giorgio Viola, accompagnato fino alla porta dal buon ingegnere capo, era rientrato nella sua casa, che era stato costretto a lasciare quasi nel momento della morte di sua moglie. Tutto taceva. Il lume di sopra era ancora acceso. Lui ebbe l’impulso di chiamarla per nome; e al pensiero che nessun richiamo avrebbe più evocato la risposta della sua voce, si lasciò cadere pesantemente sulla sedia con un gemito alto, strappato dal dolore come se una lama acuminata gli trapassasse il petto.
Durante il resto della notte, non emise alcun suono. Il buio diventò grigio e nell’alba incolore, limpida, trasparente la Sierra dentellata si profilava piatta e opaca, come ritagliata nella carta.
L’anima entusiasta e severa di Giorgio Viola, marinaio, campione dell’umanità oppressa, nemico dei re e, per grazia della signora Gould, albergatore nel porto di Sulaco, discese nell’abisso spalancato della desolazione fra le vestigia infrante del suo passato. Ricordò il suo corteggiamento durato appena una settimana nella stagione della raccolta delle olive, fra due campagne militari. Niente si avvicinava all’intensa passione di allora se non il profondo, appassionato senso del suo lutto. Scoprì quanto fosse grande la sua dipendenza dalla voce ormai muta di quella donna. Era della sua voce che sentiva la mancanza. Distratto, occupato, perduto in intima contemplazione, aveva guardato raramente sua moglie negli ultimi anni. Il pensiero delle sue bambine era motivo di preoccupazione, non di conforto. Era la voce della moglie che gli sarebbe mancata. E ricordò l’altro figlio – il bambino morto in mare. Ah! Un uomo gli sarebbe stato di appoggio. E ahimè! Anche Gian Battista – l’uomo di cui sua moglie, associandolo a Linda, gli aveva parlato così ansiosamente prima di sprofondare nel suo ultimo sonno in terra, colui che aveva chiamato a salvare le sue figliole, poco prima di morire – anche lui era morto!
E il vecchio, curvo, il capo fra le mani, sedette immobile tutto il giorno in solitudine. Non udì l’assordante frastuono delle campane in città. Quando cessò, il filtro di terracotta nell’angolo della cucina continuò il suo rapido gocciolio musicale nella grande giara porosa sottostante.
Verso il tramonto si alzò e con movimenti lenti sparì su per la scala stretta. La sua figura massiccia riempiva tutto lo spazio e lo strofinio delle spalle contro le pareti produceva un suono leggero come quello di un topo che correva dietro l’intonaco. Mentre lui era di sopra, la casa era muta come una tomba.
Poi, con lo stesso strofinio leggero, scese di nuovo giù. Dovette aggrapparsi ai tavoli e alle sedie per tornare nel suo angolo. Prese la pipa dall’alta mensola del camino – ma non cercò nemmeno di arrivare al tabacco – se la ficcò, vuota, nell’angolo della bocca e si sedette di nuovo nella stessa posa attonita. Il sole che aveva visto l’ingresso di Pedrito a Sulaco, l’ultimo sole della vita del Señor Hirsch, il primo della solitudine di Decoud nella Grande Isabella, passò sopra l’Albergo d’Italia Una nel suo cammino verso occidente. Il gocciolio tintinnante del filtro era cessato, il lume al piano di sopra si era spento e la notte circondò Giorgio Viola e la moglie morta con la sua oscurità e il suo silenzio che sembravano invincibili finché il Capataz de Cargadores, risuscitato, li mise in fuga con la fiammella crepitante di un fiammifero.
«Sì, viejo. Sono io. Aspetta».
Nostromo, dopo aver sprangato la porta e chiuso accuratamente le imposte, cercò a tastoni una candela su uno scaffale e la accese.
Il vecchio Viola si era alzato. Seguì con gli occhi nell’oscurità i suoni che faceva Nostromo. La luce lo rivelò eretto senza alcun sostegno, come se la semplice presenza di quell’uomo coraggioso, leale, incorruttibile, che era tutto ciò che sarebbe stato suo figlio, fosse sufficiente a sorreggere le sue forze declinanti.
Tese la mano per afferrare la pipa di erica bianca, con il fornello bruciacchiato ai bordi, e aggrottò le sopracciglia cespose alla luce.
«Sei tornato», disse con tremula dignità. «Ah! Molto bene! Io…».
Si interruppe. Nostromo, addossandosi al tavolo, le braccia conserte, annuì leggermente.
«Credevi che fossi annegato! No! Il cane preferito dei ricchi, degli aristocratici, di quelle distinte persone che sono capaci soltanto di parlare e di tradire il popolo, non è ancora morto».
Il garibaldino, immobile, sembrava ascoltare rapito il suono della voce ben nota. Mosse appena la testa una volta come in segno di approvazione; ma Nostromo vide chiaramente che il vecchio non capiva affatto le parole. Non c’era nessuno che capisse; nessuno a cui potesse confidare la sorte di Decoud, la propria, il segreto dell’argento. Quel medico era un nemico del popolo – un tentatore…
La figura massiccia del vecchio Giorgio tremava da capo a piedi per lo sforzo di dominare la commozione alla vista di quell’uomo, che aveva condiviso l’intimità della sua vita domestica come se fosse stato un figlio adulto.
«Lei era sicura che saresti tornato», disse solennemente.
Nostromo alzò il capo.
«Era una donna saggia. Come avrei potuto non ritornare?».
Terminò mentalmente il pensiero: «Dal momento che lei aveva profetizzato per me un destino di povertà, di miseria e di fame». Queste parole irose di Teresa, per le circostanze in cui erano state pronunciate, come il grido di un’anima alla quale era stato impedito di fare la pace con Dio, risvegliavano in lui l’oscuro timore superstizioso per il proprio destino personale da cui anche il più geniale degli uomini d’avventura e d’azione è raramente immune. Esse dominavano la mente di Nostromo con la forza di una potente maledizione. E che maledizione era quella che le parole della morente gli avevano scagliato addosso! Era rimasto orfano così giovane che non ricordava di aver chiamato madre alcun’altra donna. D’ora innanzi, non ci sarebbe stata impresa in cui non avrebbe fallito. Il maleficio funzionava già. Ora la morte stessa lo avrebbe evitato… Disse con violenza:
«Suvvia, viejo! Dammi qualcosa da mangiare. Ho fame! Sangre de Dios! Lo stomaco vuoto mi fa girare la testa».
Con il mento affondato nel petto nudo sopra le braccia conserte, guardando da sotto la fronte aggrottata i movimenti del vecchio Viola che frugava negli armadietti, sembrava veramente la vittima di un maleficio – un Capataz rovinato e sinistro.
Il vecchio Viola uscì da un angolo buio e, senza una parola, versò sul tavolo dalle mani a coppa alcune croste di pane secco e mezza cipolla cruda.
Mentre il Capataz cominciava a divorare il misero pasto, ficcandosi in bocca con fredda voracità un pezzetto dopo l’altro, il garibaldino andò in un altro angolo e accovacciandosi vicino a una damigiana impagliata riempì di vino rosso un boccale di terracotta. Con gesto familiare, come se servisse dei clienti nel caffè, si era ficcato la pipa fra i denti per avere le mani libere.
Il Capataz bevve avidamente. Un leggero rossore gli colorò le guance abbronzate. Davanti a lui, Viola, girando la bianca testa massiccia verso la scala, si tolse di bocca la pipa vuota e disse lentamente:
«Dopo il colpo sparato qui giù, che l’ha uccisa di sicuro come se la pallottola avesse colpito il suo cuore oppresso, ha invocato te per salvare le bambine. Te, Gian Battista».
Il Capataz alzò gli occhi.
«Davvero, padrone? Per salvare le bambine! Sono con la señora inglese, la loro ricca benefattrice. Ehi! vecchio popolano. La tua benefattrice…».
«Sono vecchio», mormorò Giorgio Viola. «Una donna inglese ebbe il permesso di dare un letto a Garibaldi che giaceva ferito in prigione. Il più grande uomo mai vissuto. Un uomo del popolo, anche – un marinaio. Potrei lasciare che un’altra persona mi assicuri un tetto. Sì… Sono vecchio. Potrei lasciar fare a lei. La vita dura troppo a volte».
«E lei stessa potrebbe non avere più un tetto prima che passino molti giorni, a meno che io… Che cosa dici? Devo assicurarle un tetto? Devo tentare – e salvare tutti i Blancos insieme a lei?»
«Lo farai», disse il vecchio Viola con voce forte. «Lo farai come avrebbe fatto mio figlio…».
«Tuo figlio, viejo!… Non c’è mai stato un uomo come tuo figlio. Ah, devo tentare… Ma se fosse soltanto una parte del maleficio a spingermi ad agire?… E così mi ha chiamato in soccorso – e poi?»
«Non ha più parlato». L’eroico seguace di Garibaldi, al pensiero dell’eterna immobilità e dell’eterno silenzio discesi sulla forma avvolta nel lenzuolo funebre e distesa sul letto al piano di sopra, distolse il viso e si portò una mano alla fronte aggrottata. «È morta prima che potessi prenderle le mani», balbettò pietosamente.
Davanti agli occhi sgranati del Capataz, fissi sul vano della scala buia, passò la sagoma della Grande Isabella, come una strana nave in difficoltà, carica di un’enorme ricchezza e della vita solitaria di un uomo. Non poteva fare nulla. Soltanto tenere a freno la lingua, dal momento che non poteva fidarsi di nessuno. Probabilmente il tesoro sarebbe andato perduto – a meno che Decoud… E il suo pensiero si interruppe bruscamente. Si rese conto di non poter assolutamente immaginare che cosa avrebbe fatto Decoud.
Il vecchio Viola non si era mosso. E l’immobile Capataz abbassò le lunghe ciglia morbide, che davano un tocco di ingenuità femminile alla parte superiore del viso fiero, incorniciato dalle basette nere. Il silenzio era durato a lungo.
«Che la sua anima riposi nella pace del Signore!», mormorò cupamente.
Capitolo decimo
La mattina seguente fu tranquilla, a parte un debole rumore di spari verso nord, in direzione di Los Hatos. Il capitano Mitchell lo aveva ascoltato ansiosamente dal balcone. La frase «Nella mia delicata posizione di unico agente consolare allora nel porto, tutto, signore, tutto era giusto motivo di ansietà», figurava nel resoconto più o meno stereotipato degli «storici eventi» che negli anni successivi era a disposizione dei distinti visitatori stranieri a Sulaco. L’accenno alla dignità e alla neutralità della bandiera, così difficili da preservare nella sua posizione, «nel bel mezzo di questi eventi fra l’illegalità di uno scellerato pirata come Sotillo e la tirannia instaurata più regolarmente, ma quasi altrettanto atroce di Sua Eccellenza Don Pedro Montero», veniva subito dopo. Il capitano Mitchell non era tipo da dilungarsi molto sui pericoli puri e semplici. Ma insisteva che era stata una giornata memorabile. Quel giorno, verso l’imbrunire, aveva visto «quel mio povero uomo di fiducia – Nostromo. Il marinaio scoperto e, posso dire, fatto da me. L’uomo della famosa corsa a Cayta, signore. Un evento storico, signore».
Considerato dalla O.S.N. come un vecchio e fedele servitore, il capitano Mitchell poté giungere al termine del suo impiego in pace e dignità a capo del servizio che si era enormemente esteso. L’espansione dell’azienda, con la sua folla di impiegati, un ufficio in città, il vecchio ufficio nel porto, la divisione in dipartimenti – passeggeri, merci, trasporti su chiatte e così via – gli assicurò più tempo libero nei suoi ultimi anni di lavoro nella Sulaco rigenerata, capitale della Repubblica occidentale. Amato dai nativi per il suo buon carattere e per il formalismo delle sue maniere, ingenuo e sussiegoso, conosciuto da anni come «un amico del paese», si sentiva un personaggio di spicco in città. Abituato ad alzarsi presto per fare un giro nella piazza del mercato quando la gigantesca ombra dell’Higuerota si stendeva ancora sui banchi di frutta e di fiori ammonticchiati in cataste multicolori, sbrigati facilmente gli affari correnti, accolto nelle case, salutato dalle signore nell’Alameda, ammesso in tutti i circoli e ricevuto in Casa Gould, conduceva la sua vita privilegiata di vecchio scapolo mondano con grande agio e solennità. Ma nei giorni in cui arrivava il battello postale andava in ufficio giù al porto di prima mattina, con la sua lancia, armata da un elegante equipaggio in uniforme bianca e azzurra, pronto a salire a bordo della nave appena mostrava la prua all’entrata del porto.
Conduceva in ufficio qualche passeggero privilegiato che aveva portato a terra nella sua lancia e lo invitava ad accomodarsi un momento mentre lui firmava alcune carte. E il capitano Mitchell, sedendosi alla scrivania, continuava a conversare affabilmente:
«Non c’è molto tempo se deve vedere tutto in un giorno. Ci muoveremo fra un attimo. Pranzeremo al Club Amarilla – sebbene io sia membro anche dell’Anglo-Americano – ingegneri minerari e uomini d’affari, sa – e anche del Mirliflores, un nuovo circolo – inglesi, francesi, italiani, di tutto – più che altro giovani vivaci che desideravano fare una cortesia a un vecchio residente, signore. Ma pranzeremo all’Amarilla. La interesserà, immagino. Tipico del paese. Uomini delle migliori famiglie. Il presidente della Repubblica occidentale in persona è membro di quel circolo, signore. Una bella statua di un antico vescovo con il naso rotto nel patio. Pregevole scultura, credo. Il cavalier Parrochetti – conosce Parrochetti, il famoso scultore italiano – ha lavorato qui per due anni – ammirava molto il nostro vecchio vescovo… Ecco! Ora sono a sua completa disposizione».
Orgoglioso della sua esperienza, intriso del senso dell’importanza storica degli uomini, degli eventi e degli edifici, parlava pomposamente in frasi tronche, con leggeri gesti del braccio corto e grosso, badando che nulla «sfuggisse all’attenzione» del suo prigioniero privilegiato.
«Stanno costruendo molto, come vede. Prima della separazione era una pianura di erba bruciata avvolta in nuvole di polvere, con una pista per carri di buoi fino alla banchina. Niente altro. Questa è la Porta del Porto. Pittoresca, vero? Un tempo la città finiva lì. Ora entriamo nella Calle de la Constitución. Osservi le vecchie case spagnole. Grande dignità. Eh? Immagino che sia rimasto tutto com’era al tempo dei viceré, eccetto la pavimentazione. Ora sono blocchi di legno. Quella è la Banca Nazionale di Sulaco, con le garitte delle sentinelle ai due lati del cancello. Da questa parte Casa Avellanos, con tutte le finestre del pianterreno sbarrate. Vi abita una donna meravigliosa – la signorina Avellanos – la bellissima Antonia. Che personalità, signore! Una donna storica! Di fronte – Casa Gould. Nobile ingresso. Sì, “i” Gould dell’originale Concessione Gould, che ora tutto il mondo conosce. Possiedo diciassette azioni da mille dollari delle Miniere Riunite di San Tomé. Tutti i modesti risparmi di una vita, signore, e basteranno per farmi vivere agiatamente fino alla fine dei miei giorni in patria quando mi ritirerò. Sono stato ammesso nella società, capisce. Don Carlos, grande amico mio. Diciassette azioni – una piccola fortuna da lasciare in eredità. Ho una nipote – sposata con un parroco – un uomo degnissimo, titolare di una parrocchia nel Sussex; un’infinità di figli. Io non mi sono mai sposato. Un marinaio deve sapersi sacrificare. Proprio sotto quell’arco, signore, con alcuni giovani ingegneri, pronti a difendere quella casa dove avevamo ricevuta tanta gentilezza e ospitalità, vidi la prima e ultima carica dei cavalleggeri di Pedrito contro le truppe di Barrios, che avevano appena preso la Porta del Porto. Non poterono resistere ai nuovi fucili portati qui da quel povero Decoud. Fu una sparatoria micidiale. In un momento la strada fu bloccata da una massa di uomini e cavalli morti. Non tornarono più alla carica».
E per tutto il giorno il capitano Mitchell parlava così alla sua vittima più o meno compiacente:
«La Plaza. Io la trovo magnifica. Due volte la superficie di Trafalgar Square».
Proprio dal centro, nel sole abbagliante, indicava gli edifici:
«L’Intendencia, ora palazzo del presidente – Cabildo, dove ha sede la Camera Bassa del Parlamento. Vede le case nuove da quel lato della Plaza? Compañia Anzani, un grande magazzino, come quelle cooperative da noi. Il vecchio Anzani fu assassinato dalle Guardie Nazionali davanti alla sua cassaforte. Fu anche per quello specifico delitto che il deputato Gamacho, comandante dei Nazionali, un bruto sanguinario e feroce, venne giustiziato pubblicamente con la garrotta su sentenza di una corte marziale ordinata da Barrios. Il nipote di Anzani trasformò l’azienda in una società. Tutto quel lato della Plaza era stato bruciato; prima c’era un portico. Un incendio terribile, alla cui luce vidi gli ultimi combattimenti, i llaneros in fuga, i Nazionali che gettavano le armi e i minatori di San Tomé, tutti indiani della Sierra, dilagare come un torrente al suono di pifferi e cembali, bandiere verdi al vento, una massa confusa di uomini con ponchos bianchi e cappelli verdi, a piedi, a cavallo di muli, di asini. Non si vedrà più uno spettacolo simile, signore. I minatori, signore, avevano marciato sulla città, Don Pepe in testa sul suo cavallo nero e le loro mogli in coda sui burros, che li incoraggiavano gridando e suonando tamburelli, signore. Ricordo che una di quelle donne aveva un pappagallo verde appollaiato sulla spalla, immobile come se fosse stato di pietra. Avevano appena salvato il loro Señor Administrador; infatti Barrios, pur avendo ordinato subito l’attacco la notte stessa, sarebbe arrivato troppo tardi. Pedrito Montero aveva condotto fuori Don Carlos per fucilarlo – come suo zio molti anni fa – e poi, come disse Barrios in seguito, “non sarebbe più valsa la pena di combattere per Sulaco”. Sulaco senza la Concessione non era niente; e c’erano tonnellate e tonnellate di dinamite sparse su tutta la montagna con i detonatori innescati, e un vecchio prete, Padre Román, era pronto a distruggere la miniera di San Tomé alla prima notizia di sconfitta. Don Carlos aveva deciso di non lasciarsi dietro niente e aveva anche gli uomini giusti per quell’incarico».
Il capitano Mitchell parlava così in mezzo alla Plaza, riparandosi il capo con un ombrello bianco foderato di verde; ma dentro la cattedrale, nella penombra, con un leggero profumo d’incenso fluttuante nella frescura e qua e là una figura femminile inginocchiata, nera o tutta bianca, con la testa velata, la sua voce bassa diventava seria e solenne.
«Qui», diceva indicando una nicchia nella parete della navata scura, «può vedere il busto di Don José Avellanos, “Patriota e Statista”, come dice l’iscrizione, “Ministro presso le Corti di Spagna e d’Inghilterra ecc. ecc., morì nei boschi di Los Hatos logorato dalla lunga lotta per il Diritto e la Giustizia all’alba della Nuova Era”. Una buona somiglianza. Opera di Parrochetti sulla base di vecchie fotografie e di uno schizzo a matita della signora Gould. Io conoscevo bene quel distinto ispano-americano della vecchia scuola, un vero hidalgo, amato da tutti coloro che lo conoscevano. Il medaglione marmoreo sulla parete, in stile antico, rappresentante una donna velata seduta con le mani intrecciate sulle ginocchia, commemora quello sfortunato giovane che salpò con Nostromo in quella notte fatale, signore. Vede, “In memoria di Martin Decoud, la sua fidanzata Antonia Avellanos”. Schietto, semplice, nobile. Quella signora è proprio così, signore. Una donna eccezionale. Chi pensava che si sarebbe abbandonata alla disperazione sbagliava, signore. È stata criticata in molti ambienti per non aver preso il velo. Tutti se lo aspettavano. Ma Doña Antonia non ha la stoffa della monaca. Il vescovo Corbélan, suo zio, vive con lei nella casa di città dei Corbélan. È un prete molto fiero, che assilla sempre il governo riguardo ai vecchi terreni e conventi della Chiesa. Credo che a Roma sia molto stimato. Ora andiamo al Club Amarilla, qui di fronte, a pranzare».
Appena fuori dalla cattedrale in cima alla nobile scalinata, la sua voce saliva pomposamente, il braccio ritrovava l’ampio gesto circolare.
«Il Porvenir, lì a quel primo piano, sopra quelle grandi vetrine alla francese; il nostro quotidiano più importante. Conservatore, o dovrei dire piuttosto, parlamentare. Qui abbiamo il partito parlamentare capeggiato dall’attuale Capo di Stato, Don Juste Lopez; un uomo molto sagace, a mio avviso. Un intelletto di grande valore, signore. Il partito democratico all’opposizione poggia soprattutto, mi duole dirlo, su questi socialisti italiani, signore, con le loro società segrete, camorre e simili. Ci sono molti italiani stabiliti qui nelle terre della ferrovia, sterratori licenziati, meccanici e così via, lungo tutta la linea ferroviaria. Vi sono interi villaggi di italiani nel Campo. E anche i nativi vengono trascinati in questi ambienti… Bar americano? Sì. E laggiù ce n’è un altro. I newyorkesi frequentano quasi tutti quello – Eccoci all’Amarilla. Osservi il vescovo ai piedi della scala a destra entrando».
E il ricco pranzo iniziava e finiva senza fretta a un piccolo tavolo nella galleria, mentre il capitano Mitchell salutava col capo, si inchinava, si alzava per parlare un momento con vari funzionari vestiti di nero, mercanti in giacca, ufficiali in uniforme, maturi caballeros del Campo – uomini piccoli, pallidi, nervosi e uomini grassi, placidi, scuri di pelle, ed europei o nordamericani di condizione elevata, le cui facce apparivano molto bianche in mezzo a tutte quelle carnagioni scure e a quegli occhi neri, lucidi.
Il capitano Mitchell si appoggiava alla spalliera della sedia, volgendo intorno sguardi soddisfatti e porgeva attraverso il tavolo una scatola piena di grossi sigari.
«Prenda un sigaro con il caffè. Tabacco locale. Il caffè nero che le servono all’Amarilla, signore, non lo trova in nessun altro posto al mondo. Prendiamo i grani da una famosa piantagione ai piedi delle montagne; il proprietario ne manda tre sacchi in omaggio ogni anno ai colleghi del circolo in ricordo della lotta contro i Nazionali di Gamacho, condotta da queste finestre dai caballeros. Era in città all’epoca e partecipò alla battaglia a oltranza, signore. I sacchi arrivano su tre muli – non nella maniera ordinaria, per ferrovia; quando mai! – fino nel patio, scortati da peones a cavallo e affidati al Mayoral della tenuta, che sale di sopra, con tanto di stivali e speroni, e li consegna formalmente al nostro comitato con le parole “Per amore dei caduti del tre di maggio”. Lo chiamiamo il caffè “Tres de Mayo”. Lo assaggi».
Il capitano Mitchell, con l’aria di prepararsi ad ascoltare un sermone in chiesa, si portava la minuscola tazzina alle labbra. E il nettare veniva sorbito fino all’ultima goccia durante un riposante silenzio in una nuvola di fumo di sigaro.
«Guardi quell’uomo in nero che sta uscendo», mormorava protendendosi in fretta. «È il famoso Hernandez, ministro della Guerra. L’inviato speciale del Times, che scrisse quella straordinaria serie di lettere chiamando la Repubblica occidentale la “Tesoreria del Mondo”, ha dedicato un intero articolo a lui e alla forza che ha organizzato – i famosi carabinieri del Campo».
L’ospite del capitano Mitchell, guardando incuriosito, vedeva una figura in redingote nera che camminava gravemente, con le palpebre abbassate, un viso lungo, composto, una fronte solcata da rughe orizzontali, una testa appuntita, capelli grigi, radi sulla sommità del cranio, pettinati accuratamente in giù sui lati e arricciati alle punte, che ricadevano sul collo e sulle spalle. Questo, dunque, era il famoso bandito di cui l’Europa aveva sentito parlare con interesse. Uscendo l’uomo si metteva un sombrero con la cupola alta e la tesa larga e piatta; un rosario con i grani di legno era avvolto intorno al suo polso destro. E il capitano Mitchell continuava:
«Fu lui che protesse i rifugiati di Sulaco dalla rabbia di Pedrito. Come generale di cavalleria agli ordini di Barrios si distinse nell’assalto a Tonoro, dove il Señor Fuentes fu ucciso con gli ultimi monteristi rimasti. È amico e umile servitore del vescovo Corbélan. Ascolta tre messe al giorno. Scommetto che entrerà nella cattedrale a dire una preghiera o due tornando a casa per la siesta».
Il capitano aspirava più volte il sigaro in silenzio; poi, in tono d’importanza, dichiarava:
«La razza spagnola, signore, è feconda di personalità notevoli in ogni classe sociale… Propongo di andare adesso nella sala del biliardo, che è fresca, a chiacchierare in pace. Lì non c’è mai nessuno fin dopo le cinque. Potrei raccontarle episodi della rivoluzione separatista che la sbalordirebbero. Quando l’afa diminuisce, faremo un giro nell’Alameda».
Il programma proseguiva inesorabile, come una legge di natura. Il giro nell’Alameda veniva compiuto a passo lento fra commenti solenni.
«Qui c’è tutto il gran mondo di Sulaco, signore». Il capitano Mitchell si inchinava a destra e a sinistra con grande formalità; poi con animazione: «Doña Emilia, la carrozza della signora Gould. Guardi. Sempre muli bianchi. La donna più gentile e buona mai esistita sotto il sole. Una posizione importante, signore. Molto importante. La prima signora di Sulaco – viene molto prima della moglie del presidente. E lo merita». Si toglieva il cappello; poi, con uno studiato cambiamento di tono, aggiungeva negligentemente che l’uomo in nero accanto a lei, con un alto colletto bianco e un viso stizzoso, segnato da cicatrici, era il dottor Monygham, ispettore degli ospedali di Stato, direttore sanitario delle Miniere Riunite di San Tomé. «Un intimo di casa. Sempre presente. Non c’è da stupirsi. Lo hanno fatto i Gould. Molto intelligente e via discorrendo, ma non mi è mai piaciuto. Non piace a nessuno. Lo ricordo che zoppicava per le strade in camicia a quadretti e sandali indigeni con un cocomero sotto il braccio – tutto il suo cibo per la giornata. Ora è un personaggio importante, signore, e più antipatico che mai. Tuttavia… non c’è dubbio che abbia recitato assai bene la sua parte all’epoca. Ci salvò tutti dall’incubo mortale di Sotillo, quando un uomo più rigoroso avrebbe fallito…».
Alzava le braccia.
«La statua equestre che un tempo stava su quel piedestallo, è stata rimossa. Era un anacronismo», commentava oscuramente il capitano Mitchell. «Si parla di rimpiazzarla con una stele di marmo commemorativa della Separazione, con quattro angeli della pace agli angoli e una Giustizia di bronzo che regge una bilancia in equilibrio, tutta dorata, in cima. Il cavalier Parrochetti era stato incaricato di fare un disegno, che può vedere incorniciato sotto vetro nella sala municipale. Tutto intorno alla base verranno incisi dei nomi. Be’! Farebbero bene a cominciare con il nome di Nostromo. Ha contribuito alla Separazione quanto chiunque altro e», aggiungeva il capitano Mitchell, «ha ricevuto in cambio meno di chiunque altro – in ultima analisi». Si lasciava cadere su una panchina di pietra sotto un albero e batteva sul sedile accanto a lui con gesto invitante. «Portò a Barrios le lettere da Sulaco che convinsero il generale ad abbandonare momentaneamente Cayta e tornare qui via mare per aiutarci. Fortunatamente le navi trasporto erano ancora in porto. Signore, non sapevo nemmeno che il mio Capataz de Cargadores fosse ancora vivo. Non avevo idea. Fu il dottor Monygham a incontrarlo per caso nella Dogana, evacuata circa un’ora prima dal miserabile Sotillo. Non mi dissero nulla; nemmeno un accenno, niente – come se non fossi degno di fiducia. Organizzò tutto Monygham. Andò nei depositi della ferrovia e si fece condurre dall’ingegnere capo che, anche per amore dei Gould, acconsentì che una lomocotiva facesse una corsa lungo la linea, centottanta miglia, con Nostromo a bordo. Era l’unica maniera di farlo uscire dalla città. Nel cantiere di costruzione in fondo alla linea, gli dettero un cavallo, armi, qualche indumento e lui partì da solo per quella meravigliosa cavalcata – quattrocento miglia in sei giorni, attraverso un paese in subbuglio, concludendo l’impresa con il passaggio delle linee monteriste alla periferia di Cayta. La storia di quel viaggio, signore, potrebbe essere l’argomento di un libro molto avvincente. Portava in tasca tutte le nostre vite. Devozione, coraggio, fedeltà, intelligenza non bastavano. Naturalmente, lui era intrepido e assolutamente incorruttibile. Ma ci voleva un uomo capace di riuscire nell’impresa e lui era quell’uomo, signore. Il cinque maggio, mentre ero praticamente prigioniero nell’ufficio della mia compagnia giù al porto, udii improvvisamente il fischio di una locomotiva nel deposito della ferrovia, a un quarto di miglio di distanza. Non riuscivo a credere ai miei orecchi. Mi precipitai sul balcone e scorsi una locomotiva sotto un grande getto di vapore saettare fuori dai cancelli del deposito, fischiando all’impazzata, avvolta in una nuvola bianca e poi, all’altezza della locanda del vecchio Viola, fermarsi quasi del tutto. Intravidi un uomo – che non riuscii a identificare – correre fuori dall’Albergo d’Italia Una, salire nella cabina e poi, signore, la locomotiva sembrò balzare avanti, oltre la casa, e scomparve in un batter d’occhio. Come si spegne una candela, signore! C’era un ottimo macchinista ai comandi, signore, creda a me. Furono sottoposti a un intenso fuoco di fucileria da parte delle Guardie Nazionali a Rincón e in un altro posto. Fortunatamente i binari erano intatti. In quattro ore arrivarono al cantiere di costruzione. Nostromo partì per la sua missione… Il resto lo sa. Basta che si guardi intorno. Ci sono persone qui nell’Alameda che girano in carrozza o addirittura sono vive oggi perché anni fa assunsi un marinaio italiano fuggiasco come sorvegliante della nostra banchina basandomi semplicemente sul suo aspetto. Questo è un fatto certo e nessuno lo può contestare, signore. Il diciassette maggio, appena dodici giorni dopo che avevo visto l’uomo uscire da Casa Viola e salire sulla locomotiva e mi ero chiesto che cosa significasse, le navi trasporto di Barrios entravano in questo porto, e la “Tesoreria del Mondo”, come l’inviato del Times chiama Sulaco nel suo libro, fu conservata intatta per la civilizzazione – per un grande avvenire, signore. Pedrito, con Hernandez a ovest e i minatori di San Tomé che premevano dal lato di terra, non poté impedire lo sbarco. Aveva inviato messaggi a Sotillo per una settimana, sollecitandolo a unirsi a lui. Se Sotillo lo avesse fatto, ci sarebbero stati massacri e proscrizioni che non avrebbero lasciato in vita nessun uomo o donna di rango. Ma è qui che entra in scena il dottor Monygham. Sotillo, cieco e sordo a tutto, rimase a bordo del suo piroscafo a sorvegliare il dragaggio per l’argento, convinto che fosse colato a fondo nel porto. Dicono che negli ultimi tre giorni fosse fuori di sé e schiumasse di rabbia perché non avevano trovato niente; correva in giro per la coperta, urlava improperi alle barche con le draghe, ordinava loro di rientrare e poi a un tratto batteva il piede e gridava: “Eppure è lì! Lo vedo! Lo sento!”.
Si stava preparando a impiccare il dottor Monygham (che aveva portato a bordo) al picco di carico, quando la prima delle navi da trasporto di Barrios, che poi era una delle nostre, entrò nel porto e affiancandosi al piroscafo aprì il fuoco con le armi leggere senza alcun preavviso. Li colse assolutamente di sorpresa, signore. Sulle prime erano troppo sbalorditi per rifugiarsi sottocoperta. Gli uomini cadevano a destra e a sinistra come birilli. È un miracolo che Monygham, in piedi sul boccaporto di poppa già con la corda intorno al collo, non venisse crivellato di pallottole e ridotto a un colabrodo. Mi disse poi che si era dato per spacciato e continuava a urlare con tutta la forza dei suoi polmoni: “Alzate bandiera bianca! Alzate bandiera bianca!”. Improvvisamente un vecchio maggiore del reggimento di Esmeralda, vicino a lui, sguainò la spada gridando: “Muori, traditore spergiuro!” e trapassò Sotillo da parte a parte, un attimo prima di cadere a sua volta colpito alla testa».
A questo punto il capitano faceva una pausa.
«Perdio, signore! Potrei continuare a raccontare per ore. Ma è tempo che partiamo per Rincón. Non può passare da Sulaco senza vedere le luci della miniera di San Tomé, un’intera montagna illuminata come un palazzo sopra il Campo buio. È una passeggiata alla moda… Ma lasci che le racconti un piccolo aneddoto, signore; solo per farle capire meglio. Una quindicina di giorni dopo, quando Barrios, dichiarato Generalissimo, si era lanciato all’inseguimento di Pedrito giù a sud, quando la Junta provvisoria, capeggiata da Don Juste Lopez, aveva promulgato la nuova costituzione e il nostro Don Carlos Gould si stava preparando a partire per una missione a San Francisco e a Washington (gli Stati Uniti, signore, furono la prima grande potenza a riconoscere la Repubblica occidentale) – quindici giorni dopo, dico, quando cominciavamo a sentire le nostre teste al sicuro sul collo, se così posso esprimermi, un uomo importante, un grosso spedizioniere marittimo nostro cliente, venne a parlarmi di affari e mi disse per prima cosa: “Senta, capitano Mitchell, quel tale” (riferendosi a Nostromo) “è ancora il Capataz dei vostri cargadores o no?”. “Perché?”, dico io. “Perché, se lo è, allora non ha importanza; ricevo e spedisco grossi quantitativi di merce con le vostre navi; ma l’ho osservato parecchie volte oziare sulla banchina e poco fa mi ha fermato, fresco come una rosa, e mi ha chiesto un sigaro. Ora, sa, i miei sigari sono piuttosto speciali e non me li procuro tanto facilmente”. “Spero che abbia fatto un’eccezione”, dissi molto garbatamente. “Be’, sì. Ma è molto fastidioso. Quell’uomo mendica sempre da fumare”. Signore, girai gli occhi e poi chiesi: “Lei non era uno dei prigionieri nel cabildo?”. “Sa benissimo che lo ero e anche in catene”, risponde lui. “E condannato a pagare una multa di quindicimila dollari?”. Arrossì, signore, perché si era saputo che era svenuto per la paura quando erano venuti ad arrestarlo e poi si era comportato davanti a Fuentes in modo così vigliacco da far sorridere gli stessi policianos, che lo avevano trascinato lì per i capelli. “Sì”, dice lui in tono un po’ timido. “Perché?”. “Oh, niente. Rischiava di perdere una bella sommetta”, dico io, “anche se salvava la pelle… Ma che cosa posso fare per lei?”. Non capì neppure il senso del mio discorso. Così va il mondo, signore».
Si alzava un po’ rigidamente e la passeggiata in carrozza fino a Rincón si svolgeva in silenzio, a parte un solo commento filosofico pronunciato dallo spietato cicerone, gli occhi fissi sulle luci di San Tomé che sembravano sospese nella notte buia fra cielo e terra.
«Un grande potere, questo, nel bene e nel male, signore. Un grande potere».
E la squisita cena al Mirliflores lasciava nella mente del viaggiatore l’impressione che a Sulaco vi fossero molti giovanotti simpatici e brillanti con stipendi apparentemente troppo alti per la loro discrezione e fra di loro alcuni, soprattutto anglosassoni, esperti nell’arte di far uscire, come si suol dire, dai gangheri il suo cortese ospite.
Con una rapida, tintinnante corsa fino al porto in una vettura a due ruote (che il capitano Mitchell chiamava calessino) tirata da un veloce e scarno mulo, frustato continuamente da un conducente ovviamente napoletano, il ciclo si concludeva, ma non del tutto, davanti agli uffici illuminati della O.S.N., ancora aperti a quell’ora tarda per via del piroscafo.
«Le dieci. La sua nave non sarà pronta a partire prima delle dodici e mezza, seppure. Venga dentro a bere un brandy e soda e a fumare un altro sigaro».
E nell’ufficio privato del sovrintendente il passeggero privilegiato della Cerere, o Giunone, o Pallade, stordito e per così dire annientato mentalmente da un’improvvisa indigestione di suoni, di immagini, di nomi, di fatti e di complicate informazioni mal digerite, ascoltava come un bambino stanco ascolta una favola; udiva una voce, familiare e sorprendentemente enfatica, raccontargli, come se provenisse da un altro mondo, che «proprio in questo porto» c’era stata un’azione navale dimostrativa internazionale, che aveva posto fine alla guerra fra il Costaguana e Sulaco. Che l’incrociatore statunitense Powhattan era stato il primo a salutare la bandiera occidentale – bianca, con al centro un fiore giallo di amarilla circondato da una corona di alloro. Che il generale Montero, meno di un mese dopo essersi proclamato imperatore del Costaguana, era stato ucciso a rivoltellate (durante una pubblica e solenne distribuzione di ordini e di croci) da un giovane ufficiale di artiglieria, fratello della sua amante del momento.
«L’abominevole Pedrito, signore, fuggì dal paese», diceva la voce. E continuava: «Il comandante di una delle nostre navi mi ha detto recentemente di aver riconosciuto Pedrito il guerrigliero, abbigliato in pantofole rosse e berretto da fumatore di velluto rosso con una nappa dorata, che gestiva una casa di malaffare in uno dei porti meridionali».
«L’abominevole Pedrito! Chi diavolo era?», si domandava il distinto uccello migratore ondeggiando al confine fra la veglia e il sonno con gli occhi risolutamente aperti e un lieve ma affabile sorriso sulle labbra, da cui spuntava il diciottesimo o ventesimo sigaro di quella memorabile giornata.
«Mi apparve davanti proprio in questa stanza come un fantasma, signore», il capitano Mitchell parlava del suo Nostromo con sincero calore e con una punta di orgoglio nostalgico. «Può immaginare, signore, che effetto mi fece. Era arrivato per mare con Barrios, naturalmente. E la prima cosa che mi disse quando fui in grado di ascoltarlo, fu che aveva trovato il battellino della chiatta alla deriva nel golfo! Sembrava molto turbato da quella circostanza. E infatti era veramente strana, se lei pensa che erano passati sedici giorni dall’affondamento dell’argento. Mi accorsi subito che era un uomo cambiato. Fissava la parete, signore, come se ci fosse stato un ragno o qualcos’altro. La perdita dell’argento lo assillava. La prima cosa che mi chiese fu se Doña Antonia avesse già saputo della morte di Decoud. Gli tremava la voce. Dovetti dirgli che Doña Antonia, in verità, non era ancora tornata in città. Povera ragazza! E proprio quando mi disponevo a rivolgergli mille domande, con un brusco “Scusi, señor”, scappò dall’ufficio. Non lo vidi più per tre giorni. Ero terribilmente occupato, sa. Pare che vagasse dentro e fuori città e per due notti fosse andato a dormire nelle baracche degli operai della ferrovia. Sembrava assolutamente indifferente a ciò che succedeva. Gli domandai sulla banchina: “Quando riprenderai il tuo posto, Nostromo? Ci sarà molto lavoro per i cargadores fra poco”.
“Señor”, mi fa, rivolgendomi un lento sguardo interrogativo, “si stupirebbe se le dicessi che al momento sono troppo stanco per lavorare? E che lavoro potrei fare ora? Come posso guardare in faccia i miei cargadores dopo aver perduto la chiatta?”.
Lo pregai di non pensare più all’argento e lui sorrise. Un sorriso che mi andò diritto al cuore, signore. “Non è stato uno sbaglio”, dissi. “È stata una fatalità. Una cosa inevitabile”. “Sì, sì!”, disse e si girò. Ritenni meglio lasciarlo in pace per un poco per dargli il tempo di riprendersi. Signore, in realtà gli ci vollero anni per riprendersi. Ero presente al suo colloquio con Don Carlos. Devo dire che Gould è un uomo piuttosto freddo. Aveva dovuto dominare i suoi sentimenti per tanti anni, avendo a che fare con ladri e mascalzoni, rischiando sempre di finire rovinato insieme a sua moglie, che l’autocontrollo era diventata una seconda natura. Si fissarono lungamente a vicenda. Don Carlos chiese che cosa poteva fare per lui, nella sua maniera calma, riservata.
“Il mio nome è conosciuto da un capo all’altro di Sulaco”, egli disse con lo stesso tono calmo. “Che cos’altro può fare per me?”. Fu tutto ciò che si dissero in quella occasione. In seguito, tuttavia, fu messa in vendita una bellissima goletta da cabotaggio e la signora Gould e io ci accordammo per comprarla e regalargliela. Così fu fatto, ma lui ci restituì l’intero prezzo nel giro di tre anni. Gli affari andavano a gonfie vele lungo tutta questa costa, signore. D’altronde, quell’uomo era riuscito sempre in tutto, tranne che a salvare l’argento. Anche la povera Doña Antonia, reduce dalle sue terribili esperienze nei boschi di Los Hatos, ebbe un colloquio con lui. Voleva sapere di Decoud: quello che si erano detti, quello che avevano fatto, che cosa avevano pensato fino all’ultimo in quella notte fatale. La signora Gould mi disse che lui si era espresso con la massima calma e comprensione. La signorina Avellanos era scoppiata in lacrime soltanto quando lui le aveva raccontato come Decoud si fosse trovato a dire che il suo piano sarebbe stato un grande successo… E non c’è dubbio, signore: lo è stato».
Finalmente il ciclo stava per chiudersi. E mentre il passeggero privilegiato, fremendo di piacevole aspettativa al pensiero della sua cuccetta, dimenticava di chiedersi quale mai potesse essere il piano di Decoud, il capitano Mitchell diceva: «Mi dispiace che dobbiamo separarci così presto. Il suo intelligente interesse ha reso questa giornata molto piacevole per me. Ora la accompagno a bordo. Ha avuto fugace visione della “Tesoreria del Mondo”. Un nome molto appropriato». E la voce del padrone della lancia sulla porta, che annunciava che l’imbarcazione era pronta, chiudeva il ciclo.
Nostromo aveva, effettivamente, trovato il battellino della chiatta, da lui lasciato sulla Grande Isabella con Decoud, che andava alla deriva in mezzo al golfo senza nessuno a bordo. In quel momento si trovava sulla plancia della prima delle navi trasporto di Barrios e a un’ora di navigazione da Sulaco. Barrios, sempre incantato da un’impresa audace e buon giudice del coraggio individuale, aveva preso il Capataz in grande simpatia. Durante il giro intorno alla costa il generale aveva sempre tenuto Nostromo vicino a sé, apostrofandolo spesso in quel modo brusco e chiassoso che era il segno del suo alto favore.
Gli occhi di Nostromo furono i primi a scorgere, al mascone, il minuscolo, sfuggevole puntino nero che, unico insieme alle sagome delle Tre Isabelle, appariva sulla distesa luccicante del golfo vuoto. Ci sono momenti in cui nessun fatto deve essere considerato trascurabile e insignificante; un battellino così lontano da terra poteva avere un significato meritevole di approfondimento. A un cenno di assenso di Barrios la nave deviò dalla sua rotta, passando abbastanza vicino da accertare che nel piccolo guscio di noce non c’era nessuno. Era semplicemente una barchetta qualsiasi alla deriva con i remi tirati a bordo. Ma Nostromo, che aveva sempre avuto in mente Decoud durante tutti quei giorni, aveva già riconosciuto da un pezzo con grande eccitazione il dinghi della chiatta.
Non era assolutamente il caso di fermarsi a recuperarlo. Ogni minuto era prezioso per le vite e le sorti di un’intera città. La prua della nave capofila, con il generale Barrios a bordo, accostò per rimettersi in rotta. Dietro di lei, la flotta di navi trasporto, sparpagliate a casaccio su un miglio o due, come nel finale di una regata oceanica, incalzava, tutta nera e fumante contro il cielo occidentale.
«Mi General», la voce di Nostromo risuonò alta, ma pacata da dietro un gruppo di ufficiali, «vorrei recuperare quella barchetta. Por Dios, la conosco. Appartiene alla mia compagnia».
«E, por Dios», sghignazzò Barrios con voce sonora e allegra, «tu appartieni a me. Ti nominerò capitano di cavalleria appena rivedremo un cavallo».
«Nuoto molto meglio di quanto non cavalchi, mi General», esclamò Nostromo, avvicinandosi alla battagliola con uno sguardo deciso negli occhi. «Lasci che…».
«Lasciarti? Che uomo presuntuoso», lo canzonò il generale, con giovialità, senza nemmeno guardarlo. «Lasciarlo andare! Ah! Ah! Ah! Vuole farmi ammettere che non possiamo prendere Sulaco senza di lui! Ah! Ah! Ah! Vorresti andare a nuoto fino alla barca, figlio mio?».
Un urlo tremendo da un capo all’altro della nave interruppe la sua risata. Nostromo era saltato fuoribordo; e la sua testa nera riemerse già molto lontana dalla nave. Il generale borbottò un attonito «Cielo! Che il diavolo mi porti!» in tono sbigottito. Un’occhiata ansiosa bastò a convincerlo che Nostromo nuotava con assoluta sicurezza; e poi tuonò infuriato: «No! No! Non ci fermeremo a raccogliere quell’impertinente. Lasciamolo annegare – quel folle Capataz».
Soltanto l’uso della forza avrebbe potuto impedire a Nostromo di saltare fuoribordo. Quel battello vuoto, che gli veniva incontro così misteriosamente, come se ai remi ci fosse stato uno spettro invisibile, aveva il fascino di un segno, di un avvertimento, sembrava rispondere in modo sorprendente ed enigmatico al pensiero fisso del tesoro e della sorte di Decoud. Sarebbe saltato in mare anche se ci fosse stata la morte in agguato in quel mezzo miglio d’acqua. Era calmo come uno stagno e per qualche motivo gli squali sono sconosciuti nel Golfo Placido, sebbene dall’altra parte di Punta Mala la costa pulluli di quelle bestiacce.
Il Capataz si aggrappò alla poppa del battellino e soffiò con forza. Uno strano senso di mancamento lo aveva assalito mentre nuotava. Si era tolto gli stivali e la giacca nell’acqua. Rimase aggrappato per un poco, riprendendo fiato. In lontananza le navi, ora più raggruppate, proseguivano diritte verso Sulaco, con la loro aria di amichevole competizione, di sport nautico, di regata; e il fumo dei loro fumaioli fluttuava come un sottile banco di nebbia solforosa sopra la sua testa. Erano stati la sua audacia, il suo coraggio, il suo gesto a spingere queste navi in mare per correre a salvare le vite e le sorti dei Blancos, i maestri del popolo; a salvare la miniera di San Tomé; a salvare i bambini.
Con uno sforzo agile e vigoroso si arrampicò sopra la poppa. La barca era proprio quella! Non c’era il minimo dubbio. Era il dinghi della chiatta n. 3 – il dinghi lasciato sulla Grande Isabella in modo che Martin Decoud avesse un mezzo per salvarsi se non fosse stato possibile soccorrerlo da terra. E ora la barca gli era venuta incontro, inspiegabilmente vuota. Che fine aveva fatto Decoud? Il Capataz esaminò accuramente il dinghi, cercando qualche graffio, qualche scalfittura, qualche segno. Scoprì soltanto una macchia marrone sulla falchetta all’altezza del banco. Si chinò e vi strofinò sopra il dito con forza. Poi si sedette a poppa, inerte, con le ginocchia strette e le gambe di traverso.
Grondante acqua da capo a piedi, con i capelli e le basette flosci e sgocciolanti e lo sguardo opaco fisso sul fondo della barca, il Capataz dei cargadores di Sulaco somigliava al cadavere di un annegato emerso dal mare per trascorrere l’ora del tramonto oziando in una barchetta. L’eccitazione dell’avventurosa cavalcata, del ritorno in tempo, della missione compiuta, del successo, tutta centrata sull’idea del grande tesoro associata a quella dell’unico altro uomo che sapeva della sua esistenza, lo aveva abbandonato. Fino all’ultimo si era arrovellato il cervello per trovare un modo di raggiungere la Grande Isabella senza perdere tempo e senza farsi notare. Giacché ormai l’idea della segretezza era così strettamente legata al tesoro che non aveva rivelato nemmeno a Barrios l’esistenza di Decoud e dell’argento sull’isola. Le lettere che aveva portato al generale, tuttavia, accennavano brevemente alla perdita della chiatta in quanto attinente alla situazione di Sulaco. Date le circostanze, l’orbo uccisore di tigri, fiutando la battaglia da lontano, non aveva perso tempo a domandare chiarimenti al messaggero. In effetti, Barrios, parlando con Nostromo, aveva dato per scontato che sia Don Martin Decoud sia i lingotti di San Tomé fossero irrimediabilmente perduti e Nostromo, non essendo stato interrogato direttamente, aveva taciuto, sotto l’influsso di un’indefinibile forma di risentimento e di sfiducia. Meglio lasciare che fosse Don Martin a raccontare tutto di persona – fu ciò che si disse mentalmente.
E ora che gli era capitato fra le mani il mezzo per raggiungere la Grande Isabella nel più breve tempo possibile, la sua eccitazione era svanita, come quando l’anima vola via lasciando il corpo inerte su una terra che non conosce più.
Nostromo sembrava non conoscere più il golfo. Per lungo tempo nemmeno le palpebre batterono sui suoi occhi vitrei e vuoti. Poi lentamente, senza il minimo movimento delle membra, senza una contrazione dei muscoli o un battito di ciglia, un’espressione, un’espressione viva apparve sui lineamenti immobili, un pensiero profondo si insinuò nello sguardo vacuo – come se un’anima reietta, un’anima quieta, meditabonda, trovando sulla sua strada quel corpo disabitato, vi fosse entrata furtivamente per prenderne possesso.
Il Capataz aggrottò la fronte: e nell’immensa quiete del mare, delle isole e della costa, delle formazioni nuvolose nel cielo e delle scie di luce sull’acqua, quella fronte aggrottata aveva l’enfasi di un gesto possente. Niente altro si mosse per molto tempo; poi il Capataz scosse la testa e si abbandonò di nuovo al riposo universale di tutte le cose visibili. Improvvisamente afferrò i remi e con un unico movimento girò la prua del dinghi verso la Grande Isabella. Ma prima di cominciare a vogare, si chinò di nuovo sulla macchia bruna sopra la falchetta.
«Conosco quella roba», mormorò fra sé con un sagace cenno di capo. «Quello è sangue».
La sua voga era lunga, vigorosa e regolare. Ogni tanto lanciava un’occhiata sopra la spalla alla Grande Isabella, che presentava la sua bassa scogliera al suo sguardo ansioso come una faccia impenetrabile. Finalmente la prua toccò la sponda. Lanciò più che trascinò la barca sulla piccola spiaggia. Subito, volgendo le spalle al tramonto, si addentrò a grandi passi nella forra, facendo schizzare l’acqua del torrente ad ogni pedata come se prendesse sprezzantemente a calci il suo spirito limpido, leggero, mormorante. Voleva sfruttare ogni momento di luce.
Una massa di terra, erba e cespugli spezzati era caduta molto naturalmente dall’alto sopra la cavità ai piedi dell’albero inclinato. Decoud aveva provveduto a nascondere l’argento secondo le istruzioni, usando la vanga con una certa intelligenza. Ma il mezzo sorriso di approvazione di Nostromo si trasformò in una piega sprezzante delle labbra alla vista della vanga stessa buttata lì allo scoperto, come per una totale noncuranza o un panico improvviso, rivelando ogni cosa. Ah! Erano tutti uguali nella loro follia, questi hombres finos che inventavano leggi e governi e compiti ingrati per il popolo.
Il Capataz raccolse la vanga e al contatto del manico contro il palmo della mano gli venne improvvisamente il desiderio di dare un’occhiata alle cassette del tesoro. Con pochi colpi di vanga scoprì i bordi e gli angoli di parecchie casse; poi, levando altra terra, si accorse che una di esse era stata tagliata con un coltello.
A quella scoperta lanciò un’esclamazione soffocata e si mise in ginocchio gettando uno sguardo di timore irrazionale sopra una spalla, poi sopra l’altra. Il cuoio rigido si era richiuso ed egli esitò prima di infilare la mano nella lunga fessura e tastare i lingotti.
Uno, due, tre. Sì, ne mancavano quattro. Portati via. Quattro lingotti. Ma chi? Decoud? Nessun altro. E perché? A quale scopo? Per quale maledetto capriccio? Toccava a lui spiegarlo. Quattro lingotti portati via in una barca e – sangue!
Di fronte al golfo aperto, il sole, chiaro, limpido, inalterato, si tuffò nelle acque in un solenne e sereno mistero di auto-immolazione consumato lontano da tutti gli occhi mortali, in un’infinita maestà di silenzio e di pace. Quattro lingotti di meno!
Il Capataz si alzò lentamente.
«Potrebbe essersi tagliato semplicemente la mano», borbottò. «Ma, allora…».
Si sedette sulla terra morbida, cedevole, come se fosse stato incatenato al tesoro, le gambe piegate strette fra le mani con un’aria di impotente sottomissione, come uno schiavo messo di guardia. Soltanto una volta alzò bruscamente la testa: il fracasso di un intenso fuoco di fucileria gli era giunto agli orecchi, come se qualcuno versasse dall’alto un fiume di piselli secchi su un tamburo. Dopo aver ascoltato per un po’, disse a mezza voce:
«Non tornerà mai a spiegare».
E abbassò di nuovo il capo.
«Impossibile!», mormorò cupamente.
L’eco della sparatoria si spense. Il bagliore rosso di una grande conflagrazione a Sulaco balenò sopra la costa, giocò sulle nuvole in fondo al golfo, sembrò tingere di un sinistro riflesso rossastro le sagome delle Tre Isabelle. Egli non lo vide, tuttavia sollevò il capo.
«Ma, d’altronde, non posso saperlo», pronunciò distintamente e rimase in silenzio per ore a fissare il vuoto.
Non poteva saperlo. Nessuno lo avrebbe saputo. Come era prevedibile, la fine di Don Martin Decoud non divenne mai oggetto di congetture per nessuno eccetto Nostromo. Anche se si fosse saputo com’erano andate realmente le cose, sarebbe rimasta sempre la domanda, «perché?». Mentre la versione della sua morte nell’affondamento della chiatta non lasciava incertezze sul movente. Il giovane apostolo della Separazione era morto lottando per la sua idea in un sempre deplorato incidente. Ma in realtà era morto di solitudine, il nemico noto solo a pochi su questa terra e che soltanto i più semplici di noi sono in grado di sopportare. Il brillante costaguanero dei boulevard era morto di solitudine e mancanza di fede in se stesso e negli altri.
Per alcune buone e valide ragioni che sfuggono all’umana comprensione, gli uccelli marini del golfo evitano le Isabelle. La punta rocciosa di Azuera è il loro rifugio e le spianate e i burroni rocciosi risuonano del loro selvaggio e tumultuoso clamore come si contendessero perennemente il leggendario tesoro.
Alla fine del suo primo giorno nella Grande Isabella, Decoud, rivoltandosi nel suo giaciglio di erba ruvida, all’ombra di un albero, si disse:
«Non ho visto un solo uccello in tutta la giornata».
E non aveva neppure udito un suono in tutto il giorno, se non il mormorio della sua voce. Era stata una giornata di assoluto silenzio – la prima che avesse conosciuto in vita sua. E non aveva chiuso occhio. Malgrado tutte le notti insonni e i giorni passati a lottare, a pianificare, a parlare; malgrado quell’ultima notte di pericolo e di dura fatica fisica nel golfo, non era riuscito a chiudere gli occhi un momento. Eppure dall’alba al tramonto era rimasto disteso a terra, supino o bocconi.
Si stiracchiò e a passi lenti scese nella forra per trascorrere la notte vicino all’argento. Se Nostromo fosse tornato – come poteva accadere da un momento all’altro – lo avrebbe cercato innanzi tutto lì; e la notte, naturalmente, sarebbe stato il momento giusto per tentare di comunicare con lui. Si ricordò con profonda indifferenza che non aveva mangiato nulla da quando era rimasto solo nell’isola.
Passò la notte a occhi aperti e quando venne il giorno, mangiò qualcosa con la stessa indifferenza. Il brillante «Decoud figlio», il viziato beniamino della famiglia, l’innamorato di Antonia e il giornalista di Sulaco, non era in grado di lottare con se stesso da solo. La solitudine da una semplice condizione esterna di vita diventa molto rapidamente uno stato d’animo in cui le pose ironiche e scettiche non trovano posto. Si impossessa della mente e sospinge il pensiero nell’esilio della totale incredulità. Dopo aver atteso per tre giorni di vedere un volto umano, Decoud si trovò a dubitare della propria individualità. Si era fusa con il mondo di nuvole e d’acqua, di forze naturali e di forme della natura. Soltanto nella nostra attività noi troviamo l’incoraggiante illusione di un’esistenza indipendente dall’intero schema di cose di cui formiamo una parte impotente. Decoud perse ogni fede nella realtà delle sue azioni passate e future. Il quinto giorno un’immensa malinconia lo avvolse tangibilmente. Decise di non consegnarsi a quelle persone a Sulaco, che lo avevano circondato, terribili e irreali, come spettri osceni e beffardi. Si vide lottare debolmente in mezzo a loro, mentre Antonia, gigantesca e bellissima come una statua allegorica, lo guardava con occhi colmi di disprezzo per la sua debolezza.
Non un essere vivente, non l’ombra di una vela lontana, apparve nel suo campo visivo; e, come per sfuggire alla solitudine, egli si immerse nella sua melanconia. La vaga consapevolezza di una vita sbagliata e dominata da impulsi il cui ricordo gli lasciava l’amaro in bocca, era il suo primo sentimento morale di uomo. Ma al tempo stesso non provava rimorso. Che cosa avrebbe dovuto rimpiangere? Non aveva riconosciuto altra virtù che l’intelligenza e aveva innalzato le passioni a doveri. Sia la sua intelligenza che la sua passione vennero inghiottite facilmente da questa grande ininterrotta solitudine di attesa senza fede. L’insonnia gli aveva tolto ogni forza di volontà, giacché non aveva dormito nemmeno sette ore in sette giorni. La sua tristezza era la tristezza di una mente scettica. Guardava l’universo come una successione di immagini incomprensibili. Nostromo era morto. Tutto era fallito ignominiosamente. Non osava più pensare ad Antonia. Non era sopravvissuta. Ma anche se lo fosse, lui non avrebbe potuto affrontarla. E ogni sforzo sembrava privo di senso.
Il decimo giorno, dopo una notte trascorsa senza assopirsi neppure un momento (gli era venuto in mente che Antonia non poteva assolutamente avere amato un essere inconsistente come lui), la solitudine gli apparve come un grande vuoto e il silenzio del golfo come una sottile corda tesa a cui stava appeso con entrambe le mani, senza paura, senza sorpresa, senza alcun tipo di sentimento. Solo verso sera, nel relativo sollievo della frescura, cominciò a desiderare che quella corda si spezzasse. Immaginò che spezzandosi producesse un rumore simile a una pistolettata – uno schianto secco, violento. E quella sarebbe stata la sua fine. Contemplò quell’eventualità con piacere, poiché temeva le notti insonni in cui il silenzio, rimanendo intatto sotto forma di una corda a cui lui si aggrappava con entrambe le mani, vibrava di frasi senza senso, sempre le stesse ma del tutto incomprensibili, su Nostromo, Antonia, Barrios e di proclami confusi in un ironico ronzio privo di significato. Durante il giorno poteva guardare al silenzio come a una corda immobile e tesa fino al punto di rottura, da cui la sua vita, la sua inutile vita, pendeva come un peso morto.
«Chissà se la sentirei spezzarsi prima di cadere», si chiese.
Il sole era già da due ore sopra l’orizzonte quando egli si alzò, sparuto, sporco, pallido in volto e lo guardo con occhi orlati di rosso. Le membra gli obbedivano lentamente, come se fossero state di piombo, ma senza tremori; e l’effetto di quella condizione fisica dava ai suoi movimenti una ferma, deliberata dignità. Agiva come se compisse una sorta di rito. Discese nella forra; giacché il fascino di tutto quell’argento, con il suo potere latente, sopravviveva da solo al di fuori di lui. Raccolse la cintura con la rivoltella, che giaceva per terra, e se la allacciò alla vita. La corda del silenzio non si poteva spezzare sull’isola. Doveva lasciarlo cadere e affondare in mare, pensò. E affondare! Guardava la terra smossa che copriva il tesoro. In mare! Il suo aspetto era quello di un sonnambulo. Si mise lentamente in ginocchio e scavò con le dita con industriosa pazienza finché scoprì una delle cassette. Senza una pausa, come se lo avesse già fatto molte altre volte, la incise con il coltello e ne estrasse quattro lingotti che si ficcò in tasca. Ricoprì la cassetta e passo passo, uscì dalla forra. I cespugli si richiusero alle sue spalle con un fruscio.
Nel terzo giorno di solitudine aveva trascinato il dinghi vicino all’acqua con l’idea di andare in qualche posto, ma aveva desistito in parte perché un residuo di speranza gli sussurrava che Nostromo sarebbe tornato, in parte perché era convinto dell’assoluta inutilità di ogni sforzo. Ora bastò una leggera spinta per mettere la barca in acqua. Aveva mangiato sempre qualcosa dopo il primo giorno e gli rimaneva ancora un po’ di forza muscolare. Impugnando lentamente i remi, si allontanò dalla scogliera della Grande Isabella, che si ergeva dietro di lui calda di sole, quasi che il calore della vita la immergesse in una luce smagliante come in un fulgore di speranza e di gioia. Vogò diritto verso il sole cadente. Quando il golfo divenne buio, smise di vogare e tirò i remi in barca. Il rumore sordo che fecero cadendo fu il più forte che avesse mai udito in vita sua. Fu una rivelazione. Parve richiamarlo da lontano. In realtà il pensiero «Forse stanotte riuscirò a dormire» gli passò per la mente. Ma non vi credette. Non credeva più in nulla; e rimase seduto sul banco.
L’alba sorgente dietro le montagne illuminò i suoi occhi sbarrati. Dopo un’aurora limpida il sole apparve radioso sopra le vette della catena di monti. Il grande golfo scintillò tutto intorno alla barca; e in questa gloria di spietata solitudine, il silenzio gli apparve di nuovo davanti, teso come una sottile corda scura.
I suoi occhi lo fissarono mentre egli si spostava, senza fretta, dal centro del banco verso la falchetta. Continuarono a fissarlo mentre la sua mano tastava la cintura, sbottonava la patta della fondina di pelle, estraeva la pistola, la armava, la puntava contro il petto, tirava il grilletto e, con forza convulsa, scagliava in aria l’arma ancora fumante. I suoi occhi lo fissarono ancora mentre egli cadeva in avanti e penzolava fuori col petto appoggiato sulla falchetta e le dita della mano destra aggrappate al banco. Lo fissarono…
«È finita», balbettò, in un improvviso fiotto di sangue. Il suo ultimo pensiero fu: «Chissà com’è morto il Capataz». Le dita rigide si rilassarono e l’innamorato di Antonia Avellanos rotolò fuoribordo senza aver udito la corda del silenzio spezzarsi nella solitudine del Golfo Placido e senza che il suo corpo, cadendo, ne agitasse la superficie calma e luccicante.
Vittima della disincantata stanchezza che è il castigo assegnato all’audacia intellettuale, il brillante Don Martin Decoud, appesantito dai lingotti d’argento di San Tomé, scomparve senza lasciare traccia, inghiottito dall’immensa indifferenza delle cose. La sua figura insonne, raggomitolata, non stava più accanto all’argento di San Tomé; e per un poco gli spiriti del bene e del male che aleggiano vicino a ogni tesoro nascosto della terra avrebbero potuto pensare che questo fosse stato dimenticato da tutto il genere umano. Poi, dopo qualche giorno, un’altra figura giunse a grandi passi, volgendo le spalle al sole cadente, e sedette immobile e vigile nella stretta forra buia, per tutta la notte, più o meno nella stessa posa e nello stesso luogo in cui era stato seduto l’altro uomo insonne che era andato via per sempre così quietamente in una piccola barca, verso l’ora del tramonto. E gli spiriti del bene e del male che aleggiano intorno a un tesoro proibito compresero bene che ora l’argento di San Tomé aveva uno schiavo fedele per tutta la vita.
Il magnifico Capataz de Cargadores, vittima della disincantata vanità che è la ricompensa di un’azione audace, sedette nella posa stanca di un proscritto braccato durante una notte di veglia tormentosa come quelle che aveva conosciuto Decoud, suo compagno nell’impresa più disperata della sua vita. E si chiese come fosse morto. Ma sapeva quale ruolo aveva recitato lui. Prima una donna, poi un uomo, abbandonati entrambi nel momento estremo, per amore di questo maledetto tesoro. Era stato pagato con un’anima perduta e una vita scomparsa. L’attonita immobilità della meraviglia fu seguita da un impeto di immenso orgoglio. Nessuno al mondo avrebbe pagato quel prezzo se non Gian Battista Fidanza, Capataz de Cargadores, l’incorruttibile e fedele Nostromo.
Aveva deciso che ora nulla doveva privarlo del suo guadagno. Nulla. Decoud era morto. Ma come? Che fosse morto non aveva il minimo dubbio. Ma quattro lingotti?… Perché? Era stata sua intenzione tornare a prenderne altri – in seguito?
Il tesoro stava mettendo in opera il suo potere latente. Confondeva la mente lucida dell’uomo che aveva pagato il prezzo. Era sicuro che Decoud fosse morto. Tutta l’isola sembrava sussurrarlo. Morto? Sparito! E si sorprese a tendere l’orecchio, aspettandosi di udire da un momento all’altro il fruscio dei cespugli e il tonfo dei passi nel letto del torrente. Morto! Il parlatore, il novio di Doña Antonia!
«Ah!», mormorò con la testa sulle ginocchia, nella livida alba nuvolosa che sorgeva su Sulaco liberata e sul golfo grigio come la cenere. «È da lei che volerà. Da lei che volerà!».
E quattro lingotti! Li aveva presi per vendetta, per gettare un incantesimo come la donna irata che gli aveva profetizzato rimorso e insuccesso, eppure gli aveva affidato il compito di salvare le sue bambine? Bene, le aveva salvate. Aveva vinto l’incantesimo della povertà e della fame. C’era riuscito tutto da solo – o forse con l’aiuto del demonio. Che importava? C’era riuscito, anche se lo avevano tradito, e aveva salvato al tempo stesso la miniera di San Tomé, che gli appariva odiosa e immensa, in grado di dominare con la sua grande ricchezza il valore, la fatica, la fedeltà dei poveri, la guerra e la pace, i lavoratori della città, del mare e del Campo.
Il sole illuminò il cielo dietro le vette della Cordillera. Il Capataz fissò per un poco la massa di terra smossa, di sassi e di cespugli spezzati che copriva il nascondiglio del tesoro.
«Devo diventare ricco molto lentamente», rifletté a voce alta.
Capitolo undicesimo
Sulaco superò la prudenza di Nostromo, arricchendosi velocemente grazie ai tesori nascosti nella terra, vigilati dagli spiriti ansiosi del bene e del male, estratti dalle mani operose del popolo. Fu come una seconda giovinezza, come una nuova vita, colma di promesse, di fermenti, di lavoro, che spargeva generosamente la sua ricchezza ai quattro angoli di un mondo eccitato. I cambiamenti materiali si susseguivano impetuosi sulla scia degli interessi materiali. E altri mutamenti più sottili, invisibili all’esterno, avvenivano nelle menti e nei cuori dei lavoratori. Il capitano Mitchell era tornato a vivere in patria con i risparmi investiti nella miniera di San Tomé; e il dottor Monygham era invecchiato, il capo brizzolato e il volto dall’espressione immutata, sempre attingendo all’inesauribile tesoro della sua devozione racchiuso nel segreto del suo cuore come una riserva di ricchezza illecita.
L’ispettore generale degli ospedali di Stato (il cui mantenimento è a carico della Concessione Gould), consigliere ufficiale del Municipio per la Sanità, direttore sanitario delle Miniere Riunite di San Tomé (il cui territorio, contenente oro, argento, rame, piombo, cobalto, si estende per miglia alle pendici della Cordillera), si era sentito povero, infelice e affamato durante la seconda, prolungata visita dei Gould in Europa e negli Stati Uniti d’America. Intimo di casa, provato amico, scapolo senza legami e senza una sistemazione stabile (se non di tipo professionale), era stato invitato a installarsi in casa Gould. Negli undici mesi della loro assenza le stanze familiari, che gli rammentavano continuamente la donna a cui aveva dato tutta la sua lealtà, gli erano diventate intollerabili. A mano a mano che si avvicinava il giorno dell’arrivo del battello postale Ermes (il più recente apporto alla splendida flotta della O.S.N.), il medico si muoveva zoppicando con più speditezza, rispondeva in tono più sardonico alle persone semplici e gentili per puro nervosismo.
Riempì il suo modesto baule rapidamente, con furia, con entusiasmo e guardò con gioia, con ebbrezza mentre lo portavano fuori dal cancello di Casa Gould, passando davanti al vecchio portiere; poi, quando si avvicinò l’ora dell’arrivo, seduto da solo nel grande landò tirato dai muli bianchi, un po’ di sghembo, il volto teso e cattivo per lo sforzo di dominarsi, un paio di guanti nuovi stretti nella mano sinistra, andò giù al porto.
Gli si allargò talmente il cuore, quando vide i Gould sul ponte dell’Ermes, che il suo saluto si ridusse a un mormorio distratto. Tornando in città, tutti e tre tacquero. E nel patio il dottore disse con più naturalezza:
«Ora vi lascio soli. Verrò a trovarvi domani, se posso?»
«Venga a pranzo, caro dottor Monygham, e venga presto», disse la signora Gould, in abito da viaggio e col velo calato sul viso, volgendosi a guardarlo in fondo alle scale; mentre, in alto, la Madonna, in veste azzurra e col Bambino in braccio, sembrava accoglierla con un’espressione di pietosa tenerezza.
«Non si aspetti di trovarmi a casa», lo avvertì Charles Gould. «Andrò alla miniera di buon’ora».
Dopo pranzo, Doña Emilia e il SeñorDoctor passarono lentamente il cancello interno del patio. I vasti giardini di Casa Gould, circondati da alti muri e dalle falde di tegole rosse dei tetti vicini, si aprivano dinanzi a loro, con masse di ombra sotto gli alberi e distese di sole sui prati. Una triplice fila di vecchi alberi di aranci circondava il tutto. Giardinieri bruni, scalzi, in candide camicie bianche e ampi calzoneras, sparpagliati nel parco, stavano accovacciati nelle aiole, o passavano fra gli alberi, o trascinavano sottili tubi di caucciù attraverso i viali coperti di ghiaia; e i leggeri getti d’acqua si incrociavano in curve eleganti, scintillando al sole e ricadevano con un lieve picchiettio sui cespugli e un effetto come di una cascata di diamanti sull’erba.
Doña Emilia, reggendo lo strascico dell’abito chiaro, camminava accanto al dottor Monygham, in giacca nera piuttosto lunga e severa cravatta nera a farfalla su una camicia inamidata di un bianco immacolato. Sotto un gruppo di alberi ombrosi, dov’erano sparse piccole tavole e poltrone di vimini, la signora Gould si sedette in un sedile basso e ampio.
«Non vada ancora via», disse al dottor Monygham, che era incapace di strapparsi da quel luogo. Il mento affondato fra le punte del colletto, la divorava furtivamente con gli occhi, che, fortunatamente, erano tondi e duri come palline di vetro variegato e non potevano rivelare i suoi sentimenti. I segni del tempo che vedeva sul volto della donna, l’aria di fragilità e di stanchezza che gravava sugli occhi e sulle tempie della «Señora infaticabile» (come Don Pepe usava chiamarla con ammirazione anni prima), lo commuovevano fino alle lacrime. «Non se ne vada. Oggi è tutto per me», insisté gentilmente la signora Gould. «Non siamo ancora tornati ufficialmente. Non verrà nessuno. Solo domani le finestre di Casa Gould si illumineranno per un ricevimento».
Il dottore si lasciò cadere in una poltrona.
«Dà una tertulia?», chiese con aria distaccata.
«Un semplice benvenuto a tutti i gentili amici che vorranno venire».
«Solo domani?»
«Sì. Charles sarà stanco morto dopo una giornata in miniera e così – Sarà bello averlo una sera tutto per me al nostro ritorno in questa casa che amo. È stata testimone di tutta la mia vita».
«E già!», ringhiò il medico, a un tratto. «Le donne contano il tempo dal ricevimento di matrimonio. Non ha vissuto un po’ anche prima?»
«Sì, ma che cosa c’è da ricordare? Non c’erano responsabilità».
La signora Gould sospirò. E come due amici, dopo una lunga separazione, amano rievocare il periodo più agitato delle loro vite, cominciarono a parlare della rivoluzione di Sulaco. Alla signora Gould sembrava strano che le persone che vi avevano preso parte ne avessero cancellato il ricordo e la lezione.
«Eppure», interloquì il dottore, «noi che abbiamo recitato il nostro ruolo in quegli eventi, abbiamo avuto la nostra ricompensa. Don Pepe, benché a riposo, può ancora montare a cavallo. Barrios si sta ammazzando a forza di bere in allegra compagnia da qualche parte nella sua fundación oltre il Bolson de Tonoro. E l’eroico Padre Román – immagino il vecchio prete che fa saltare per aria sistematicamente la miniera di San Tomé, pronunciando una pia esclamazione ad ogni scoppio e fiutando manciate di tabacco fra le esplosioni – l’eroico Padre Román dice di non temere il male che i missionari di Holroyd possono fare al suo gregge, finché lui è vivo».
La signora Gould rabbrividì un poco all’accenno alla distruzione che aveva minacciato così da vicino la miniera di San Tomé.
«Ah, ma lei, caro amico?»
«Io feci quello per cui ero tagliato».
«Lei affrontò i pericoli più crudeli di tutti. Qualcosa di peggio della morte».
«No, signora Gould! Soltanto la morte – per impiccagione. E sono stato ricompensato oltre i miei meriti».
Notando lo sguardo della signora Gould fisso su di lui, abbassò gli occhi.
«Ho fatto carriera – come vede», disse l’ispettore generale degli ospedali di Stato, sollevando appena i risvolti della sua raffinata giacca nera. Il rispetto di se stesso, contrassegnato interiormente dalla quasi totale scomparsa di Padre Berón dai suoi sogni, si manifestava esteriormente in quello che, per contrasto con l’antica sciatteria, sembrava un culto smodato del proprio aspetto. Contenuto entro severi limiti di foggia e di colore e sempre fresco di bucato, questo nuovo modo di vestire dava al dottor Monygham un’aria al tempo stesso professionale e di festa; mentre la sua andatura e l’espressione immutata del volto arcigno ne traevano una straordinaria forza di incoerenza.
«Sì», continuò. «Abbiamo avuto tutti le nostre ricompense – l’ingegnere capo, il capitano Mitchell…».
«Lo abbiamo visto», interruppe la signora Gould, con la sua voce incantevole. «Quel caro uomo è venuto dalla campagna apposta per farci visita nel nostro albergo a Londra. Si è comportato con grande dignità, ma penso che rimpianga Sulaco. Ha vaneggiato debolmente di “eventi storici” finché mi è venuta voglia di piangere».
«Hmm», grugnì il dottore, «sta diventando vecchio, suppongo. Anche Nostromo sta invecchiando – benché non sia cambiato. E, a proposito di quell’uomo, volevo dirle qualcosa…».
Da un poco la casa era piena di sussurri, di agitazione. Improvvisamente i due giardinieri, occupati a curare le piante di rose ai lati dell’arco del giardino, caddero in ginocchio con il capo chino al passaggio di Antonia Avellanos, che veniva avanti a fianco dello zio. Insignito del cappello cardinalizio dopo una breve visita a Roma, dove era stato invitato dalla Propaganda, Padre Corbélan, missionario presso gli indiani selvaggi, cospiratore, amico e patrono di Hernandez il brigante, avanzava a grandi passi lenti, magro e curvo, con le mani possenti intrecciate dietro la schiena. Il primo cardinale-arcivescovo di Sulaco aveva conservato la sua aria fanatica e cupa; l’aspetto di un cappellano di banditi. Si riteneva che la sua inattesa elevazione alla porpora fosse una contromossa all’invasione protestante di Sulaco organizzata dal Fondo Missionario Holroyd. Antonia, la bellezza del viso come un po’ offuscata, la figura un po’ appesantita, avanzava con il suo passo leggero e la sua nobile serenità, sorridendo da lontano alla signora Gould. Aveva portato lo zio a fare visita alla cara Emilia, senza cerimonie, solo per un momento prima della siesta.
Quando furono di nuovo tutti seduti, il dottor Monygham, che aveva sviluppato una forte antipatia per chiunque accostasse la signora Gould con una certa intimità, si tenne in disparte, fingendo di essere immerso in profonda meditazione. Una frase pronunciata a voce più alta da Antonia gli fece alzare la testa.
«Come possiamo abbandonare, gementi sotto l’oppressione, quelli che erano nostri compatrioti fino a pochi anni fa, che “sono” nostri compatrioti adesso?», stava dicendo la signorina Avellanos. «Come possiamo rimanere ciechi e sordi e insensibili ai crudeli torti subiti dai nostri fratelli? Un rimedio c’è».
«Annettere il resto del Costaguana all’ordine e alla prosperità di Sulaco», scattò il dottore. «Non esiste altro rimedio».
«Sono convinta, Señor Doctor», disse Antonia con la seria pacatezza dell’invincibile determinazione, «che questa fosse fin dall’inizio l’intenzione del povero Martin».
«Sì, ma gli interessi materiali non vi lasceranno mettere a repentaglio il loro sviluppo per una semplice idea di pietà e di giustizia», borbottò il dottore, ruvidamente. «E forse è meglio così».
Il cardinale-arcivescovo raddrizzò la sua figura scarna, ossuta.
«Abbiamo lavorato per loro; li abbiamo fatti, questi interessi materiali degli stranieri», replicò l’ultimo dei Corbélan in tono profondo, accusatore.
«E senza di loro non siete niente», esclamò il medico da lontano. «Non ve lo permetteranno».
«Stiano attenti, allora, che il popolo, ostacolato nelle sue aspirazioni, non si ribelli e reclami la sua parte di ricchezza e di potere», dichiarò l’amato cardinale-arcivescovo di Sulaco, in tono eloquente, minaccioso.
Nel silenzio che seguì Sua Eminenza fissò accigliato il terreno, mentre Antonia, elegante e rigida nella sua poltrona, respirava tranquillamente, forte delle sue convinzioni. Poi la conversazione prese una svolta mondana e si parlò della visita dei Gould in Europa. Il cardinale-arcivescovo, durante il suo soggiorno a Roma, aveva sofferto continuamente di nevralgia alla testa. Colpa del clima – dell’aria cattiva.
Quando zio e nipote se ne furono andati, con i servitori di nuovo inginocchiati mentre il vecchio portiere, che aveva conosciuto Henry Gould, ormai quasi completamente cieco e invalido, si faceva timidamente avanti per baciare la mano tesa di Sua Eminenza, il dottor Monygham, seguendoli con lo sguardo, pronunciò una sola parola:
«Incorreggibili!».
La signora Gould, alzando gli occhi, posò stancamente in grembo le mani bianche risplendenti dell’oro e delle pietre di molti anelli.
«Cospirano. Sì!», proseguì il medico. «L’ultima degli Avellanos e l’ultimo dei Corbélan cospirano con i profughi di Santa Marta che affluiscono qui dopo ogni rivoluzione. Il Café Lambroso all’angolo della Plaza è pieno di quella gente; si possono udire le loro chiacchiere attraverso la strada come lo strepito di una gabbia di pappagalli. Cospirano per invadere il Costaguana. E sa a chi si rivolgono per trovare il sostegno, la forza necessaria? Alle società segrete formate da immigranti e indigeni, dove Nostromo – dovrei dire il capitano Fidanza – è il grand’uomo. Che cosa gli dà quella posizione? Chi può dirlo? Il genio? È geniale. È più grande agli occhi del popolino di quanto non lo sia mai stato. È come se avesse qualche segreto potere; qualche mezzo misterioso per mantenere la sua influenza. Si consulta con l’arcivescovo, come ai vecchi tempi che lei e io ricordiamo. Barrios è inutile. Ma come capo militare hanno il pio Hernandez. E possono sollevare il paese al nuovo grido di “Ricchezza per il popolo!”».
«Non ci sarà mai pace? Non ci sarà mai riposo?», mormorò la signora Gould. «Credevo che avessimo…».
«No!», interruppe il dottore. «Non c’è pace, né riposo nello sviluppo degli interessi materiali. Hanno la loro legge e la loro giustizia. Ma è fondata sulla convenienza ed è inumana; è senza rettitudine, senza la continuità e la forza che si possono trovare soltanto in un principio morale. Signora Gould, si avvicina il momento in cui tutto ciò che la Concessione Gould rappresenta peserà sul popolo come la barbarie, la crudeltà e il malgoverno di qualche anno fa».
«Come può dire una cosa simile, dottor Monygham?», ella esclamò, come ferita nel punto più sensibile del suo animo.
«Posso dirlo perché è vero», insisté il dottore, ostinatamente. «Peserà altrettanto e provocherà risentimento, spargimento di sangue e vendetta, perché gli uomini sono cambiati. Crede che ora i minatori marcerebbero sulla città per salvare il loro Señor Administrador? Lo crede davvero?».
Ella si premette i dorsi delle mani intrecciate sugli occhi e mormorò avvilita:
«È per questo che abbiamo lavorato, allora?».
Il medico abbassò il capo. Poteva seguire il suo muto pensiero. Era per questo che la sua vita era stata privata di tutte le intime gioie dell’affetto quotidiano di cui la sua tenerezza aveva bisogno come il corpo umano ha bisogno dell’aria per respirare? E il dottore, indignato per la cecità di Charles Gould, si affrettò a cambiare argomento.
«È di Nostromo che volevo parlarle. Ah! Quell’uomo sì che ha continuità e forza. Niente lo distruggerà. Ma lasciamo andare. Sta accadendo qualcosa di inspiegabile – o forse anche troppo facile da spiegare. Sa, Linda è praticamente la guardiana del faro della Grande Isabella. Ormai il garibaldino è troppo vecchio. Il suo compito è quello di pulire i fanali e di cucinare; ma non può più salire le scale. Linda dagli occhi neri dorme tutto il giorno e sorveglia il faro tutta la notte. Ma non durante il giorno. Si alza verso le cinque del pomeriggio, quando il nostro Nostromo, ogni qualvolta è in porto con la sua goletta, prende una barchetta a remi e va a farle la corte».
«Non sono ancora sposati?», chiese la signora Gould. «La madre lo desiderava, a quanto mi risulta, allorché Linda era ancora una bambina. Quando tenni le ragazze con me per un anno o due durante la guerra di Separazione, quella straordinaria Linda soleva dichiarare con tutta semplicità che sarebbe divenuta la moglie di Gian Battista».
«Non sono ancora sposati», confermò il dottore, brevemente. «Mi sono occupato un poco di loro».
«Grazie, caro dottor Monygham», disse la signora Gould; e all’ombra dei grandi alberi i suoi denti piccoli, regolari brillarono in un sorriso giovanile di dolce malizia. «La gente non sa quanto lei sia veramente buono. Lei non vuole farlo sapere, quasi per dispetto a me, che ho riposto la mia fede nel suo buon cuore molto tempo fa».
Il dottore, sollevando il labbro superiore, come se volesse mordere, si inchinò rigidamente nella sua poltrona. Con la totale dedizione di un uomo che ha conosciuto l’amore tardi, non come la più splendida delle illusioni, ma come una sventura illuminante e preziosa, la vista di quella donna (di cui era stato privato per quasi un anno) gli suscitava il desiderio di adorarla, di baciare l’orlo della sua gonna. E questo eccesso di sentimento si traduceva naturalmente in una maggiore ruvidezza di parola.
«Temo di essere sopraffatto da troppa gratitudine. Tuttavia, queste persone mi interessano. Sono andato parecchie volte al faro della Grande Isabella per curare il vecchio Giorgio».
Non disse alla signora Gould che vi era andato perché trovava lì, in sua assenza, il sollievo di un’atmosfera di sentimenti congeniali nell’austera ammirazione del vecchio Giorgio per la «signora inglese – la benefattrice»; nel loquace, torrenziale, appassionato affetto della bruna Linda per «la nostra Doña Emilia – quell’angelo»; negli occhi adoranti della bionda Giselle rivolti al cielo, che poi scivolavano verso di lui con uno sguardo obliquo fra il malizioso e l’ingenuo, che gli faceva esclamare mentalmente: «Se non fossi quello che sono, vecchio e brutto, penserei che quella civetta mi sta facendo gli occhi dolci. E forse è così. Suppongo che farebbe gli occhi dolci a chiunque». Il dottor Monygham non disse nulla di tutto questo alla signora Gould, la provvidenza della famiglia Viola, ma tornò a quello che chiamava «il nostro grande Nostromo».
«Ciò che volevo dirle è questo: il nostro grande Nostromo non si curò molto del vecchio e delle figlie per alcuni anni. È anche vero che era sicuramente in viaggio dieci mesi su dodici. Stava facendo fortuna, come disse una volta al capitano Mitchell. Sembra che gli sia andata straordinariamente bene. Ma c’era da aspettarselo. È un uomo pieno di risorse, di fiducia in se stesso, pronto a correre rischi e azzardi di ogni sorta. Ricordo che un giorno ero nell’ufficio di Mitchell quando lui entrò con quell’aria calma, grave che ha sempre. Era stato via a trafficare nel golfo della California, disse, fissando la parete alle nostre spalle, com’è suo costume, ed era contento di vedere al suo ritorno che stavano costruendo un faro sulla scogliera della Grande Isabella. Molto contento, ripeté. Mitchell spiegò che lo stava costruendo la O.S.N. per comodità del servizio postale, dietro suo suggerimento. Il capitano Fidanza ebbe la bontà di dire che era un ottimo suggerimento. Ricordo che si attorcigliò i baffi e volse lo sguardo tutto intorno alla cornice della stanza prima di proporre il vecchio Giorgio come guardiano del faro».
«Lo so. Venni consultata a suo tempo», disse la signora Gould. «Espressi il dubbio che fosse un bene per quelle ragazze di essere rinchiuse in quell’isola come in una prigione».
«La proposta ben si accordava con l’umore del garibaldino. Quanto a Linda, qualsiasi luogo le sarebbe parso bello e gradevole purché venisse suggerito da Nostromo. Poteva aspettare che il suo Gian Battista si compiacesse di farle visita lì come altrove. Secondo me, è sempre stata innamorata dell’incorruttibile Capataz. Inoltre, il padre e la sorella erano ansiosi di allontanare Giselle dalle attenzioni di un certo Ramirez».
«Ah!», disse la signora Gould, interessata. «Ramirez? Che tipo di uomo è?»
«Un semplice mozo di città. Suo padre era un cargador. Da bambino correva per la banchina, lacero e sparuto, finché Nostromo lo prese sotto la sua protezione e ne fece un uomo. Quando fu un po’ più grande, lo imbarcò su una chiatta e ben presto gli affidò la responsabilità della barca n. 3 – quella che portò via l’argento, signora Gould. Nostromo scelse quella chiatta per quel lavoro perché era la più solida e la miglior veliera di tutta la flotta della compagnia. Il giovane Ramirez fu uno dei cinque cargadores incaricati di rimuovere l’argento dalla Dogana quella famosa notte. Dato che la barca a lui affidata era colata a picco, Nostromo, nel lasciare il servizio della compagnia, lo raccomandò al capitano Mitchell come suo successore. Lo aveva addestrato perfettamente a svolgere il suo lavoro e così il signor Ramirez, da trovatello affamato, è diventato un uomo e il Capataz dei cargadores di Sulaco».
«Grazie a Nostromo», disse la signora Gould in tono di calorosa approvazione.
«Grazie a Nostromo», ripeté il dottor Monygham. «Parola mia, il potere di quell’uomo mi spaventa quando ci penso. Non c’è da meravigliarsi che il povero vecchio Mitchell fosse ben lieto di affidare quell’incarico a una persona esperta, che non gli avrebbe dato grattacapi. Il fatto straordinario è che i cargadores di Sulaco accettassero Ramirez come loro capo, semplicemente perché così voleva Nostromo. Naturalmente, non è un secondo Nostromo, come lui si illudeva di essere; tuttavia, la sua era una buona posizione. Gli dette il coraggio di corteggiare Giselle Viola, che è considerata la più bella della città. Ma il vecchio garibaldino lo prese in violenta antipatia. Non so per quale motivo. Forse perché non era un modello di perfezione come il suo Gian Battista, l’incarnazione del coraggio, della fedeltà, dell’onore del “popolo”. Il signor Viola non ha molta stima dei nativi di Sulaco. Tutti e due, il vecchio spartano e la pallida Linda, con la sua bocca rossa e i suoi occhi neri come il carbone, vegliavano quasi con ferocia sulla bella bionda. Ramirez venne invitato a stare lontano. Mi hanno detto che papà Viola una volta lo minacciò col fucile».
«Ma che faceva Giselle in tutto questo?», chiese la signora Gould.
«È un po’ civetta, credo», rispose il dottore. «Non credo che le importasse molto. Certo le piace essere corteggiata. Ramirez non era l’unico, me lo lasci dire, signora Gould. Ci fu almeno un ingegnere delle ferrovie che venne minacciato anche lui con il fucile. Il vecchio Viola non permette che si scherzi con il suo onore. È diventato inquieto e sospettoso dopo la morte di sua moglie. Era molto contento di portare via la figlia minore dalla città. Ma senta che cosa succede, signora Gould. A Ramirez, l’onesto corteggiatore che si strugge d’amore, è proibito recarsi nell’isola. Benissimo. Rispetta la proibizione, ma naturalmente rivolge spesso gli occhi alla Grande Isabella. Pare che avesse l’abitudine di fissare il faro a notte tarda. E durante queste veglie sentimentali scopre che Nostromo, cioè il capitano Fidanza, ritorna molto tardi dalle sue visite ai Viola. Talvolta, addirittura a mezzanotte».
Il medico fece una pausa e fissò significativamente la signora Gould.
«Sì, ma non capisco», fece lei, perplessa.
«Ora viene la parte strana», proseguì il dottor Monygham. «Viola, che è re della sua isola, non permette a nessuno di restarci a buio fatto. Persino il capitano Fidanza deve andarsene dopo il tramonto, quando Linda è salita a sorvegliare il faro. E Nostromo se ne va obbedientemente. Ma che cosa accade poi? Che cosa fa nel golfo fra le sei e mezza e mezzanotte? È stato visto più di una volta a quell’ora tarda rientrare silenziosamente nel porto. Ramirez è divorato dalla gelosia. Non osa affrontare il vecchio Viola; ma trovò il coraggio di fare una sfuriata a Linda una domenica mattina quando lei venne in terraferma per ascoltare la messa e fare visita alla tomba della madre. Vi fu una scenata sulla banchina, a cui, per la verità, assistei io stesso. Era di mattina presto. Lui doveva averla aspettata apposta. Mi trovavo lì per puro caso, essendo stato chiamato per un consulto urgente dal medico della cannoniera tedesca in porto. Lei rovesciò indignazione, collera e disprezzo addosso a Ramirez, che sembrava fuori di sé. Era uno strano spettacolo, signora Gould: in fondo al lungo molo, questo cargador pazzo di rabbia, avvolto nella sua fascia rossa, e la ragazza tutta vestita di nero; il porto immerso nella quiete della domenica mattina all’ombra delle montagne; soltanto una canoa e due che si muovevano fra le navi all’ancora; e la lancia della cannoniera tedesca che veniva a prelevarmi. Linda passò a un palmo di distanza da me. Notai i suoi occhi spiritati. La chiamai, ma non mi udì. Non mi vide nemmeno, ma io guardai il suo viso. Era contorto dalla collera e dalla disperazione».
La signora Gould si drizzò nella poltrona, sgranando gli occhi.
«Che cosa intende dire, dottor Monygham? Intende dire che sospetta della sorella minore?»
«Quién sabe! Chi può dirlo?», fece il dottore, scrollando le spalle come un vero costaguanero. «Ramirez venne verso di me sul molo. Barcollava – sembrava pazzo. Si prese la testa fra le mani. Doveva parlare con qualcuno – assolutamente. Naturalmente, pur essendo stravolto, mi riconobbe. Qui la gente mi conosce bene. Ho vissuto così a lungo fra loro che non posso essere altro se non il medico iettatore, che può curare tutti i mali della carne e portare sfortuna con un’occhiata. Mi si avvicinò. Si sforzò di essere calmo. Tentò di farmi capire che voleva semplicemente mettermi in guardia contro Nostromo. Pare che il capitano Fidanza in qualche incontro segreto mi avesse citato come il massimo dispregiatore di tutti i poveri – del popolo. È possibilissimo. Mi onora della sua eterna antipatia. E una parola del grande Fidanza potrebbe essere più che sufficiente per indurre qualche imbecille a piantarmi un coltello nella schiena. La commissione sanitaria che presiedo non gode del favore del popolino. “Si guardi da lui, Señor Doctor. Lo distrugga, Señor Doctor”, mi sibilò in faccia Ramirez. Poi perse il controllo. “Quell’uomo”, farfugliò, “ha gettato un incantesimo su entrambe le ragazze”. Quanto a lui, aveva detto troppo. Ora doveva fuggire – correre a nascondersi da qualche parte. Mormorò parole tenere su Giselle, poi la chiamò con epiteti che non posso ripetere. Se avesse pensato di poterla costringere ad amarlo in qualche maniera, l’avrebbe portata via dall’isola. Nei boschi. Ma era inutile… Si allontanò agitando le braccia sopra la testa. Poi notai un vecchio negro, che stava seduto dietro una pila di casse e pescava dal molo. Riavvolse la lenza e sgusciò subito via. Ma doveva aver udito qualcosa e poi doveva anche aver parlato, perché alcuni dei ferrovieri amici del vecchio garibaldino, immagino, lo misero in guardia contro Ramirez. Comunque, il padre era stato avvertito. Ma Ramirez scomparve dalla città».
«Sento di avere un obbligo nei confronti di queste ragazze», disse la signora Gould, agitata. «Nostromo si trova a Sulaco attualmente?»
«Sì, da domenica scorsa».
«Bisognerebbe parlargli – subito».
«Chi oserà farlo? Persino un uomo pazzo d’amore come Ramirez scappa di fronte alla semplice ombra del capitano Fidanza».
«Io posso farlo e lo farò», dichiarò la signora Gould. «Una parola sarà sufficiente per un uomo come Nostromo».
Il medico sorrise acidamente.
«Deve porre fine a questa situazione che si presta a – non posso credere una cosa simile di quella bambina», proseguì la signora Gould.
«Lui è molto attraente», borbottò il dottore cupamente.
«Lo capirà, ne sono sicura. Deve porre fine a tutto questo sposando subito Linda», affermò la prima signora di Sulaco con grande decisione.
Dal cancello del giardino emerse Basilio, diventato grasso e liscio, con un volto glabro da vecchio, rughe agli angoli degli occhi e i ruvidi capelli corvini appiccicati al cranio. Curvandosi cautamente dietro un ciuffo di arbusti ornamentali, depose a terra con precauzione un bimbetto che portava sulla spalla – l’ultimo nato suo e di Leonarda. La camerista scontrosa e viziata e il maggiordomo di Casa Gould erano sposati già da qualche anno.
Rimase accovacciato sui talloni per un poco, fissando teneramente il suo rampollo, che sostenne il suo sguardo con imperturbabile gravità; poi, solenne e rispettabile, venne avanti sul vialetto.
«Che cosa c’è, Basilio?», chiese la signora Gould.
«Hanno telefonato dall’ufficio della miniera. Il padrone rimane a dormire sulla montagna stanotte».
Il dottor Monygham si era alzato e guardava lontano. Un profondo silenzio regnò per un poco all’ombra dei grandi alberi nei magnifici giardini di Casa Gould.
«Molto bene, Basilio», disse la signora Gould. Lo guardò allontanarsi sul viale, andare dietro il cespuglio fiorito e riapparire con il bambino seduto sulla spalla. Attraversò il cancello fra il giardino e il patio a passo misurato, attento al suo leggero fardello.
Il dottore, volgendo le spalle alla signora Gould, contemplò un’aiola lontana nel sole. La gente lo credeva sprezzante e inasprito. La sua vera natura consisteva nella sua capacità di provare passione e nella delicatezza del suo temperamento. Ciò che gli mancava era la raffinata insensibilità degli uomini di mondo, l’insensibilità da cui scaturisce una facile tolleranza per se stessi e per gli altri; la tolleranza che è tutto l’opposto della vera comprensione e della compassione umana. Questa mancanza di insensibilità spiegava il suo modo sardonico di vedere le cose e i suoi discorsi mordaci.
In profondo silenzio e fissando trucemente l’aiola variopinta, il dottor Monygham scagliò imprecazioni mentali contro Charles Gould. Dietro di lui, l’immobilità della signora Gould aggiungeva alla grazia della sua figura seduta il fascino dell’arte, di un atteggiamento colto e fissato per sempre. Girandosi bruscamente, il dottore prese congedo.
La signora Gould si rilassò all’ombra dei grandi alberi piantati in cerchio. Si appoggiò alla spalliera della poltrona con gli occhi chiusi e le mani bianche abbandonate sui braccioli. La mezza luce sotto il denso fogliame metteva in risalto la giovanile bellezza del suo viso; faceva apparire luminosi il tessuto chiaro, leggero e il pizzo bianco dell’abito. Minuta e graziosa, sembrava che brillasse di luce propria nella densa ombra dei rami intrecciati e somigliava a una fata buona, affaticata da una lunga carriera benefica, sfiorata dall’angoscioso sospetto dell’inutilità delle sue fatiche, dell’impotenza della sua magia.
Se qualcuno le avesse chiesto a che cosa stava pensando, sola nel suo giardino, con il marito su alla miniera e la casa chiusa sulla strada come un edificio vuoto, la sua indole franca avrebbe dovuto eludere la domanda. Le era venuto in mente che perché la vita sia vasta e piena, deve curarsi del passato e del futuro in ogni momento del presente. Il nostro lavoro quotidiano deve essere fatto per la gloria dei morti e per il bene di coloro che verranno. Lo pensò e sospirò senza aprire gli occhi – senza muoversi affatto. Il suo viso divenne rigido e teso per un secondo, come per affrontare, senza tirarsi indietro, una grande ondata di solitudine che la sommerse. E le venne in mente anche che nessuno le avrebbe mai chiesto con premura a che cosa stava pensando. Nessuno. Nessuno, eccetto forse l’uomo che era appena andato via. No; nessuno a cui avrebbe potuto rispondere con tranquilla sincerità nella più perfetta confidenza.
La parola «incorreggibili» – pronunciata di recente dal dottor Monygham – fluttuava nella sua muta e triste immobilità. Incorreggibile nella sua devozione alla grande miniera d’argento era il Señor Administrador! Incorreggibile nel suo arduo, risoluto servizio degli interessi materiali su cui aveva basato la sua fede nel trionfo dell’ordine e della giustizia. Povero ragazzo! Vedeva chiaramente le sue tempie grigie. Era perfetto – perfetto. Che cosa si sarebbe potuta aspettare di più? Era un successo colossale e duraturo; e l’amore era solo un breve momento di oblio, una breve ebbrezza, di cui si ricordava la delizia con un senso di tristezza, come se fosse stato un profondo dolore ormai superato. C’era qualcosa di intrinseco nelle necessità di un’impresa riuscita che comportava la degradazione morale dell’idea. Lei vedeva la montagna di San Tomé incombere sul Campo, sopra l’intero paese, temuta, odiata, ricca; più insensibile di qualsiasi tiranno, più spietata e autocratica del peggiore governo; pronta a schiacciare innumerevoli vite nell’espansione della sua grandezza. Lui non la vedeva. Non poteva vederla. Non era colpa sua. Lui era perfetto, perfetto; ma lei non lo avrebbe mai avuto per sé. Mai; nemmeno per una breve ora tutto per sé in questa vecchia casa spagnola che amava tanto! Incorreggibili, l’ultimo dei Corbélan, l’ultima degli Avellanos, aveva detto il dottore; ma lei vedeva chiaramente la miniera di San Tomé che invadeva, consumava, bruciava la vita dell’ultimo dei Gould di Costaguana; dominava lo spirito energico del figlio come aveva dominato la deplorevole debolezza del padre. Un terribile successo per l’ultimo dei Gould. L’ultimo! Aveva sperato per tanto, tanto tempo che forse – Ma no! Non ce ne sarebbero stati altri. Un’immensa desolazione, il timore di una vita lunga, invasero la prima signora di Sulaco. Con una visione profetica si vide sopravvivere da sola alla degradazione del suo ideale giovanile di vita, d’amore, di lavoro – tutta sola nella “Tesoreria del Mondo”. La profonda, cieca, sofferente espressione di un sogno doloroso si incise sul suo viso con gli occhi chiusi. Con la voce indistinta di uno sfortunato dormiente, che giace passivo nella morsa di un incubo implacabile, balbettò vanamente le parole:
«Interesse materiale».
Capitolo dodicesimo
Nostromo si era arricchito molto lentamente. Era un effetto della sua prudenza. Sapeva dominarsi anche quando veniva preso alla sprovvista. E diventare schiavo di un tesoro in piena coscienza è un evento raro e sconvolgente. Ma era anche in gran parte un effetto della difficoltà di convertirlo in una forma che lo rendesse facilmente disponibile. Il semplice atto di portarlo via dall’isola, pezzo per pezzo, un po’ alla volta, era irto di difficoltà, di imminenti pericoli di venire scoperto. Doveva recarsi nella Grande Isabella di nascosto, fra uno e l’altro dei suoi viaggi lungo la costa, che erano la fonte ostensibile della sua fortuna. I marinai della sua goletta erano da temere come se fossero stati incaricati di spiare il loro temuto comandante. Non osava stare troppo a lungo in porto. Appena la sua nave veniva scaricata, ripartiva subito per un altro viaggio, giacché temeva di destare sospetti se ritardava anche di un solo giorno. A volte, durante una sosta di una settimana e più, riusciva a fare una sola visita al tesoro. Tutto lì. Un paio di lingotti. Soffriva per i suoi timori quanto per la sua prudenza. Fare le cose di nascosto lo umiliava. E soffriva soprattutto perché il suo pensiero era concentrato sempre sul tesoro.
Una trasgressione, un crimine, entrando nell’esistenza di un uomo, la divora come un tumore maligno, la consuma come una febbre. Nostromo aveva perso la pace; la genuinità di tutte le sue doti era stata distrutta. Se ne accorgeva anche lui e spesso malediva l’argento di San Tomé. Il suo coraggio, la sua magnificenza, il suo tempo libero, il suo lavoro, tutto era come prima, soltanto che era tutta una finzione. Ma il tesoro era reale. Si aggrappava a esso con una stretta mentale, più tenace. Ma odiava toccare i lingotti. Talvolta, dopo averne nascosto un paio nella sua cabina – frutto di una segreta spedizione notturna nella Grande Isabella – si guardava fissamente le dita come sorpreso che non gli avessero macchiato la pelle.
Aveva trovato il modo di smerciare i lingotti d’argento in porti lontani. La necessità di allontanarsi molto allungava i suoi viaggi e faceva sì che le sue visite alla famiglia Viola fossero rare e distanziate nel tempo. Era stabilito che si sarebbe ammogliato lì. Lo aveva detto una volta allo stesso Giorgio. Ma il garibaldino aveva messo da parte l’argomento con un maestoso gesto della mano, che stringeva una fumante pipa di radica annerita. C’era tutto il tempo di pensarci; non era uomo da imporre le sue ragazze a nessuno.
Col passare del tempo, Nostromo scoprì di preferire la più giovane delle due. Fra loro c’erano alcune profonde somiglianze di natura, necessarie per una completa fiducia e intesa, a prescindere dalle eventuali differenze esteriori di carattere che possono avere il fascino del contrasto. Sua moglie avrebbe dovuto conoscere il suo segreto, altrimenti la vita sarebbe stata impossibile. Era attratto da Giselle, con il suo sguardo candido e la sua gola bianca, duttile, silenziosa, amante dell’eccitazione sotto la sua quieta indolenza; mentre Linda, con il suo viso pallido, intenso, passionale, energica, tutta fuoco e parole, con un pizzico di malinconia e di disprezzo, tanto simile al padre, vera figlia dell’austero repubblicano, ma con la voce di Teresa, gli ispirava una profonda diffidenza. Per di più, la povera ragazza non riusciva a nascondere il suo amore per Gian Battista. Egli capiva che sarebbe stato violento, esigente, sospettoso, inflessibile – come la sua anima. Giselle, con la sua bellezza bionda ma calda, con la placidità superficiale della sua natura che racchiudeva una promessa di sottomissione, con il fascino del suo mistero di fanciulla, eccitava la sua passione e dissipava i suoi timori per l’avvenire.
Le sue assenze da Sulaco erano lunghe. Al suo ritorno dalla più lunga di tutte, scorse delle chiatte cariche di blocchi di pietra ancorate sotto la scogliera della Grande Isabella; sopra c’erano gru, impalcature, figure di operai al lavoro e un piccolo faro stava già sorgendo dalle sue fondamenta sull’orlo della scogliera.
A questa vista inattesa, impensata, sorprendente, si sentì irrimediabilmente perduto. Ormai che cosa poteva impedire che venisse scoperto? Niente! Fu assalito da un terrore attonito a questa svolta del destino che aveva voluto proiettare una luce intensa sull’unico luogo segreto della sua vita; quella vita la cui essenza stessa, come il suo valore e la sua realtà, consisteva nel suo riflesso negli occhi ammirati degli uomini. Tutto, tranne quella cosa che superava la comprensione comune; che stava fra lui e il potere che percepisce e mette in atto l’intenzione malvagia delle maledizioni. Era buio. Non tutti gli uomini avevano un simile buio. E vi avrebbero messo un faro. Un faro! Lo vide splendere sulla vergogna, la povertà, il disprezzo. Qualcuno avrebbe sicuramente… Forse qualcuno aveva già…
L’impareggiabile Nostromo, il Capataz, il rispettato e temuto capitano Fidanza, l’indiscusso patrono delle società segrete, repubblicano come il vecchio Giorgio e rivoluzionario nell’intimo del cuore (ma in un altro modo), fu sul punto di saltare in mare dal ponte della sua goletta. Quell’uomo, individualista fino quasi alla follia, contemplò deliberatamente il suicidio. Ma non perse la testa. Fu trattenuto dal pensiero che quella non era una soluzione. Si immaginò morto e la vergogna, lo scandalo che ci sarebbe stato. O piuttosto, propriamente parlando, non riusciva a immaginarsi morto. Era troppo dominato dal senso della sua esistenza, una cosa di infinita durata nei suoi mutamenti, per afferrare il concetto di finalità. La terra dura in eterno.
Ed era coraggioso. Era un coraggio corrotto, ma si adattava al suo scopo come l’altro genere di coraggio. Passò vicino alla scogliera della Grande Isabella, gettando un’occhiata penetrante dalla coperta della goletta verso l’imboccatura della forra, chiusa da un intrico di cespugli intatti. Passò abbastanza vicino da scambiare saluti con gli operai, che si riparavano gli occhi sul bordo della scogliera a picco sovrastata dal braccio di una possente gru. Si rese conto che nessuno di loro aveva occasione di avvicinarsi alla forra dov’era nascosto l’argento; e meno che mai di entrarci. In porto apprese che nessuno dormiva sull’isola. Le squadre di lavoro rientravano in porto ogni sera, cantando in coro sulle chiatte vuote trainate da un rimorchiatore. Per il momento non aveva nulla da temere.
Ma poi?, si chiese. Più tardi, quando un guardiano sarebbe andato a vivere nella casetta che stavano costruendo a circa centocinquanta metri dalla bassa torre del faro e a circa quattrocento metri dalla forra buia, ombreggiata, invasa dalla vegetazione, che conteneva il segreto della sua sicurezza, della sua influenza, della sua magnificenza, del suo potere sull’avvenire, della sua sfida alla sfortuna, ad ogni possibile tradimento di ricchi e di poveri – allora cosa? Non si sarebbe mai potuto liberare del tesoro. La sua audacia, superiore a quella degli altri uomini, aveva saldato quella vena d’argento alla sua vita. E il sentimento di una terribile e ardente soggezione, il sentimento della sua schiavitù – così irrimediabile e profonda che spesso, nei suoi pensieri, si paragonava ai leggendari gringos di Azuera, né vivi né morti, legati alla loro ricchezza conquistata illegalmente – opprimeva l’indipendente capitano Fidanza, proprietario e comandante di una goletta cabotiera, le cui linee eleganti (e incredibile fortuna nel commercio) erano ben note lungo la costa occidentale di un vasto continente.
Il viso grave incorniciato da folte basette, appena un po’ meno agile nel camminare, il vigore e la simmetria delle membra possenti perduti nella volgarità di un abito di tweed marrone, confezionato da ebrei nelle catapecchie di Londra e venduto nel reparto abbigliamento della Compañia Anzani, il capitano Fidanza fu visto girare per le vie di Sulaco, intento a sbrigare i suoi affari come al solito. E, come al solito, fece sapere in giro che aveva ricavato un ottimo guadagno dal suo carico. Era un carico di pesce salato e si avvicinava la Quaresima. Fu visto sui tram che facevano la spola fra la città e il porto; parlò con varie persone in un caffè o due con la sua voce ferma, misurata. Insomma il capitano Fidanza fu «visto». La generazione che non sapeva nulla della famosa missione a Cayta non era ancora nata.
Nostromo, come veniva chiamato erroneamente il Capataz de Cargadores, si era costruito, sotto il suo vero nome, un’altra esistenza pubblica, ma modificata dalle nuove condizioni, meno pittoresca, più difficile da mantenere in una città sempre più estesa e variamente popolata come Sulaco, capitale progressista della Repubblica occidentale.
Il capitano Fidanza, poco pittoresco, ma sempre un po’ misterioso, venne riconosciuto a sufficienza sotto l’alto tetto di ferro e vetro della stazione ferroviaria di Sulaco. Prese un treno locale e scese a Rincón, dove fece visita alla vedova del cargador morto per le ferite (all’alba della Nuova Era, come Don José Avellanos) nel patio di Casa Gould. Accettò di sedersi e bere un bicchiere di limonata fresca nella capanna, mentre la donna, in piedi, versava un torrente di parole che lui non ascoltava. Le lasciò un po’ di denaro, come al solito. I figli orfani, cresciuti e ben istruiti, invocarono a gran voce la sua benedizione, chiamandolo zio. Egli diede anche quella; e sulla soglia della porta si soffermò un momento a guardare la parete liscia della montagna di San Tomé con un leggero cipiglio. Questa lieve contrazione della fronte abbronzata, che gettava una marcata ombra di severità sulla sua abituale espressione rigida, fu osservata nella Loggia a cui intervenne – ma se ne andò prima del banchetto. L’aveva anche all’assemblea di alcuni bravi compagni, italiani e occidentali, riuniti in suo onore sotto la presidenza di un piccolo fotografo indigente, malaticcio, un po’ gobbo, con il volto bianco e un animo magnanimo tinto di rosso da un odio sanguinario per tutti i capitalisti, oppressori dei due emisferi. L’eroico Giorgio Viola, vecchio rivoluzionario, non avrebbe capito una parola del suo discorso di apertura; e il capitano Fidanza, largamente generoso come al solito verso alcuni compagni poveri, non parlò affatto. Aveva ascoltato, accigliato e con la mente altrove, e se ne andò inavvicinabile, silenzioso, come un uomo pieno di preoccupazioni.
Il suo cipiglio si incupì quando, la mattina presto, assisté alla partenza dei muratori per la Grande Isabella, in chiatte cariche di blocchi di pietra, sufficienti per aggiungere un altro corso alla tozza torre del faro. Era quello il ritmo del lavoro. Un corso al giorno.
E il capitano Fidanza meditò. La presenza di estranei sull’isola lo avrebbe tagliato completamente fuori dal tesoro. Era stato già abbastanza difficile e pericoloso prima. Aveva paura ed era irritato. Rifletté con la risolutezza di un maestro e con l’astuzia di uno schiavo impaurito. Poi scese a terra.
Era un uomo pieno di risorse e d’ingegno; e, come al solito, l’espediente che trovò in un momento critico fu abbastanza efficace da mutare completamente la situazione. Aveva il dono di trasformare un pericolo in una maggiore sicurezza, questo impareggiabile Nostromo, quest’uomo «unico fra mille». Con Giorgio installato nella Grande Isabella non avrebbe più avuto bisogno di nascondersi. Sarebbe potuto andare lì apertamente, alla luce del giorno, a trovare le figlie – una delle sue figlie – e rimanere fino a tardi a parlare con il vecchio garibaldino. Poi nel buio… Una notte dopo l’altra… Ora avrebbe osato di arricchire più in fretta. Era ansioso di stringere, abbracciare, assorbire, avere in suo indiscusso possesso questo tesoro, che aveva oppresso la sua mente, le sue azioni, persino il sonno con la sua tirannia.
Andò a trovare il suo amico capitano Mitchell – e le cose si svolsero come il dottor Monygham aveva raccontato alla signora Gould. Quando il progetto venne sottoposto al garibaldino, qualcosa come il debole riflesso, la vaga ombra di un antico sorriso, affiorò sotto gli enormi baffi bianchi del vecchio nemico dei re e dei ministri. Le figlie erano l’oggetto della sua ansiosa cura. La più giovane, in particolare. Linda, con la voce della madre, aveva preso di più il suo posto. Il suo profondo, vibrante «Eh, padre?» sembrava, tranne che per l’appellativo diverso, l’eco esatta dell’appassionato, riprovatorio «Eh, Giorgio?» della povera signora Teresa. Era convinto che la città non fosse un luogo adatto per le sue ragazze. L’infatuato ma ingenuo Ramirez era l’oggetto della sua profonda avversione, quasi che riassumesse in sé i peccati del paese i cui abitanti erano ciechi, miserabili esclavos.
Al suo ritorno dal viaggio successivo, il capitano Fidanza trovò i Viola installati nella casetta del guardiano del faro. La sua conoscenza delle idiosincrasie di Giorgio non lo aveva tradito. Il garibaldino si era rifiutato di considerare la possibilità di avere altri compagni, se non le figlie. E il capitano Mitchell, ansioso di compiacere il suo povero Nostromo, con quella felicità di ispirazione che soltanto l’affetto può dare, aveva nominato ufficialmente Linda Viola aiuto-guardiano del faro dell’Isabella.
«Il faro è proprietà privata», soleva spiegare. «Appartiene alla mia compagnia. Ho il potere di nominare chi mi pare e allora vada per Viola. E praticamente l’unica cosa che Nostromo – un uomo che vale tanto oro quanto pesa, badi – mi abbia mai chiesto di fare per lui».
Non appena la sua goletta ebbe gettato l’ancora di fronte alla Dogana, con il suo aspetto di finto tempio greco, col tetto piatto e un colonnato, il capitano Fidanza uscì dal porto nella sua barchetta a remi, diretto alla Grande Isabella, alla luce del crepuscolo, davanti agli occhi di tutti, con il senso di aver dominato il destino. Doveva instaurare una situazione regolare. Gli avrebbe chiesto subito la mano della figlia. Pensava a Giselle, mentre vogava. Linda lo amava, forse, ma il vecchio sarebbe stato contento di tenere con sé la figlia maggiore, che aveva la voce della moglie.
Non si diresse verso la stretta lingua di sabbia dove era sbarcato prima con Decoud e poi solo nella sua prima visita al tesoro. Puntò verso la spiaggia dall’altro lato e s’incamminò su per il dolce pendio regolare dell’isola a forma di cuneo. Giorgio Viola, che scorse da lontano, seduto su una panca sotto il muro anteriore della casetta, sollevò leggermente le braccia al suo grido di saluto. Si avvicinò. Nessuna delle ragazze comparve.
«Si sta bene qui», disse il vecchio nella sua maniera austera, distante.
Nostromo annuì; poi, dopo un breve silenzio:
«Hai visto la mia goletta passare meno di due ore fa? Sai perché sono venuto qui prima, per così dire, che la mia ancora abbia fatto presa sul fondo del porto di Sulaco?»
«Sei benvenuto come un figlio», dichiarò il vecchio, pacatamente, lo sguardo fisso sul mare.
«Ah! Tuo figlio, lo so. Io sono quello che tuo figlio sarebbe stato. Bene, viejo. È un’ottima accoglienza. Ascolta, sono venuto a chiederti…».
Un timore improvviso assalì l’intrepido e incorruttibile Nostromo. Non osò pronunciare il nome che aveva in mente. La lieve pausa conferì semplicemente un peso e una solennità maggiori alla fine della frase cambiata lì per lì.
«La mia sposa!»… Il cuore gli batteva forte. «È tempo che tu…».
Il garibaldino lo fermò con il braccio teso. «Questo stava a te stabilirlo».
Si alzò lentamente. La barba, mai più tagliata dalla morte di Teresa, folta, candida come la neve, gli copriva il torace possente. Girò la testa verso la porta e chiamò con la sua voce robusta:
«Linda».
La risposta giunse netta e smorzata dall’interno della casa; e Nostromo, sgomento, si alzò anche lui, ma rimase muto a fissare la porta. Aveva paura. Non temeva che gli venisse rifiutata la ragazza che amava – un semplice rifiuto non poteva frapporsi fra lui e la donna desiderata – ma lo spettro luccicante del tesoro si levò dinanzi a lui, reclamando la sua complicità in un silenzio che non poteva essere discusso. Aveva paura perché, né morto né vivo, come i gringos di Azuera, apparteneva corpo e anima all’illegalità della sua audacia. Aveva paura di essere bandito dall’isola. Aveva paura e non disse nulla.
Vedendo i due uomini in piedi l’uno accanto all’altro che la aspettavano, Linda si fermò sulla soglia. Niente poteva alterare l’appassionato biancore del suo viso; ma gli occhi neri parvero raccogliere e concentrare tutta la luce del sole cadente in una scintilla fiammeggiante nella loro cupa profondità, subito celata dalla lenta discesa delle palpebre pesanti.
«Ecco il tuo sposo, padrone e benefattore». La voce del vecchio Viola risuonò con una forza che parve riempire l’intero golfo.
Lei avanzò con gli occhi quasi chiusi, come una sonnambula in un sogno beato.
Nostromo fece uno sforzo sovrumano. «È tempo, Linda, che noi due ci fidanziamo», disse, fermamente, nel suo tono calmo, imperturbabile.
Lei mise la mano nel suo palmo proteso, abbassando il capo bruno dai riflessi bronzei, su cui il padre poggiò un momento la mano.
«E così l’anima della defunta è soddisfatta».
Questa frase venne da Giorgio Viola che continuò a parlare per un poco della moglie morta; mentre i due, seduti fianco a fianco, evitavano di guardarsi. Poi il vecchio tacque; e Linda, immobile, cominciò a parlare.
«Da quando ho capito di stare al mondo, ho vissuto solo per te, Gian Battista. E tu lo sapevi! Lo sapevi… Battistino».
Pronunciò il nome con la stessa esatta intonazione di sua madre. Un buio di tomba coprì il cuore di Nostromo.
«Sì, lo sapevo», disse.
L’eroico garibaldino si sedette sulla panca, chinando la testa bianca, mentre la sua vecchia anima indugiava sui suoi ricordi, teneri e violenti, terribili e squallidi – solitaria sulla terra piena di uomini.
E Linda, la sua figlia preferita, stava dicendo: «Sono stata tua da quando ho memoria. Bastava che pensassi a te perché la terra diventasse vuota ai miei occhi. Quando c’eri, non vedevo nessun altro. Ero tua. Niente è cambiato. Il mondo ti appartiene e tu mi permetti di viverci…». Abbassò ancora di più la voce bassa, vibrante e trovò altre cose da dire – una tortura per l’uomo al suo fianco. Il suo mormorio continuò ardente e concitato. Parve non vedere sua sorella che uscì di casa con in mano una tovaglia d’altare che stava ricamando, passò di fronte a loro, silenziosa, fresca, bionda, con un rapido sguardo e un leggero sorriso e andò a sedersi un po’ in disparte, dall’altro lato di Nostromo.
La sera era quieta. Il sole sfiorava il limite dell’oceano purpureo; e sul faro bianco, livido contro lo sfondo di nuvole ammassate sul golfo, splendeva il fanale rosso e lucente come brace viva accesa dal fuoco del cielo. Giselle, indolente e contegnosa, sollevava di tanto in tanto la tovaglia d’altare per nascondere sbadigli nervosi, da giovane pantera.
Improvvisamente Linda corse dalla sorella e afferrandole il capo, le coprì il viso di baci. Il cervello di Nostromo turbinò. Quando Linda la lasciò, come stordita dalle violente carezze, con le mani abbandonate in grembo, lo schiavo del tesoro ebbe l’impulso di sparare a quella donna. Il vecchio Giorgio sollevò la testa leonina.
«Dove vai, Linda?»
«Al faro, padre mio».
«Sì, sì – a fare il tuo dovere».
Si alzò a sua volta, seguendo con lo sguardo la figlia maggiore; poi, in un tono la cui nota festosa sembrava l’eco di un’animazione perduta nella notte dei tempi:
«Vado a cucinare qualcosa. Aha! Figliolo! Il vecchio sa anche dove trovare una bottiglia di vino».
Si volse a Giselle, con un rapido passaggio a un’austera tenerezza.
«E tu, piccola, non pregare il Dio dei preti e degli schiavi, ma il Dio degli orfani, degli oppressi, dei poveri, dei bambini, di darti un uomo come questo per marito».
La sua mano si appoggiò pesantemente per un momento sulla spalla di Nostromo, poi egli entrò in casa. A queste parole l’impotente schiavo dell’argento di San Tomé sentì i denti velenosi della gelosia mordergli il cuore. Era sbigottito dalla novità dell’esperienza, dalla sua forza, dalla sua intimità fisica. Un marito! Un marito per lei! Eppure era naturale che Giselle prendesse marito prima o poi. Non se n’era mai reso conto prima. Nello scoprire che la sua bellezza poteva appartenere a un altro, gli veniva voglia di uccidere anche questa figlia del vecchio Giorgio. Mormorò cupamente:
«Dicono che ami Ramirez».
Scosse la testa senza guardarlo. Riflessi ramati corsero nella folta chioma dorata. La fronte liscia aveva la lucentezza morbida e pura di una perla preziosa nello splendore del tramonto, che mescolava il buio degli spazi stellati, il rosso purpureo del mare e il cremisi del cielo in una magnifica quiete.
«No», ella disse lentamente. «Non l’ho mai amato. Credo che mai… Lui mi ama – forse».
La seduzione della sua voce lenta svanì nell’aria e i suoi occhi sollevati continuarono a fissare il nulla, indifferenti e vacui.
«Ramirez ha detto che ti amava?», chiese Nostromo, dominandosi.
«Ah, una volta – una sera…».
«Miserabile… Ah!».
Saltò in piedi come punto da un tafano e stette davanti a lei, muto di collera.
«Misericordia divina! Anche tu, Gian Battista! Povera me!», ella gemette in tono ingenuo. «L’ho detto a Linda e lei mi ha sgridata – sgridata. Devo forse vivere cieca, muta e sorda in questo mondo? E lo ha detto al babbo, che ha preso il fucile e lo ha pulito. Povero Ramirez! Poi sei venuto tu e te lo ha detto».
Lui la guardò. Fissò gli occhi sull’incavo della gola bianca, che aveva l’invincibile fascino delle cose giovani, palpitanti, delicate e vive. Era questa la bambina che conosceva? Era possibile? Gli balenò in mente che in questi ultimi anni l’aveva vista molto poco – anzi affatto. Era una sconosciuta. Lo aveva preso alla sprovvista. Era un pericolo. Un pericolo terribile. L’istintivo moto di feroce determinazione che aveva sempre provato di fronte ai pericoli di questa vita aggiunse la sua forza calma alla violenza della sua passione. Lei, con una voce che gli ricordava la musica dell’acqua corrente, il tintinnio di un campanello d’argento, continuò:
«E fra voi tre mi avete portato qui in questa prigione di cielo e di acqua. Niente altro. Cielo e acqua. Oh, santissima Madre. Mi verranno i capelli grigi in questa noiosa isola. Potrei odiarti, Gian Battista!».
Lui rise forte. La sua voce lo avvolgeva come una carezza. Lei lamentava il suo destino, spandendo inconsapevolmente, come un fiore il suo profumo nella frescura della sera, l’indefinibile seduzione della sua persona. Era colpa sua se nessuno aveva mai ammirato Linda? Anche quando erano piccole e andavano a messa con la mamma, ricordava che le persone ignoravano Linda, che era coraggiosa, e invece spaventavano lei, che era timida, con la loro attenzione. Forse perché aveva i capelli biondi come l’oro.
Lui esclamò:
«I capelli come l’oro e gli occhi come violette e le labbra come rose; le braccia rotonde, la gola bianca…».
Immobile nell’indolenza della sua posa, lei avvampò fino alla radici dei capelli. Non era presuntuosa. Non era più pudica di un fiore. Ma era contenta. E forse anche un fiore ama sentirsi lodare. Lui guardò in basso e aggiunse impetuosamente:
«I tuoi piedini!».
Appoggiata al ruvido muro di pietra del cottage, lei parve cullarsi languidamente nel calore della rosea vampa che le colorava il viso. Soltanto gli occhi abbassati gettarono un rapido sguardo ai piedini. «E così sposerai finalmente la nostra Linda. Lei è terribile. Ah! Forse ora sarà più comprensiva dopo che le hai detto di amarla. Non sarà più così aspra».
«Chica!», fece Nostromo, «non le ho detto nulla».
«Allora affrettati. Vieni domani. Vieni a dirglielo, in modo che smetta di rimproverarmi e io possa avere un po’ di pace e – forse – chissà…».
«Ti permettano di ascoltare il tuo Ramirez, eh? È questo che vuoi? Tu…».
«Bontà divina! Come sei violento, Giovanni», disse lei, senza scomporsi. «Chi è Ramirez… Ramirez… Chi è?», ripeté con voce sognante, nella cupa luce crepuscolare del golfo nuvoloso, con una striscia rossa in basso a occidente come una sbarra di ferro incandescente posata attraverso l’ingresso di un mondo buio come una caverna, dove il magnifico Capataz de Cargadores aveva nascosto le sue conquiste d’amore e di ricchezza.
«Ascolta, Giselle», egli disse in toni misurati, «non dirò parole d’amore a tua sorella. Vuoi sapere perché?»
«Ahimè! Forse non posso capirlo, Giovanni. Il babbo dice che non sei come gli altri uomini; che nessuno ti ha mai capito a pieno; che i ricchi avranno ancora delle sorprese…! Oh! Santi del cielo! Sono stanca».
Sollevò il ricamo per nascondere la parte inferiore del viso, poi lo lasciò ricadere in grembo. Il fanale era schermato dal lato di terra, ma, proiettato in obliquo dalla colonna scura del faro, potevano vedere il lungo fascio di luce, acceso da Linda, allungarsi fino a colpire lo splendore morente all’orizzonte tinto di rosso e di porpora.
Giselle Viola, con la testa appoggiata al muro della casa, gli occhi socchiusi e i piedini, in calze bianche e pianelle nere, accavallati uno sull’altro, parve arrendersi, tranquilla e rassegnata, all’oscurità crescente. Il fascino del suo corpo, il promettente mistero della sua indolenza, si spandevano nella notte del Golfo Placido come una fragranza fresca e inebriante che scaturiva dall’ombra, impregnando l’aria. L’incorruttibile Nostromo aspirava la sua avvolgente seduzione nell’ansimare tumultuoso del suo petto. Prima di lasciare il porto, si era spogliato dei panni cittadini del capitano Fidanza per vogare più comodamente fino all’isola. Ora stava dinanzi a lei nella camicia a quadretti e fascia rossa che soleva indossare quando lavorava sulla banchina della compagnia – un marinaio mediterraneo sceso a terra per cercare fortuna in Costaguana. Il crepuscolo rosso e porpora avvolgeva anche lui – denso, morbido, profondo, come a non più di cinquanta metri da lì, si era addensato una sera dopo l’altra intorno alla passione autodistruttiva del totale scetticismo di Don Martin Decoud, divampata fino alla morte in solitudine.
«Devi ascoltare», egli cominciò infine, con perfetto autocontrollo. «Non dirò una parola d’amore a tua sorella, con cui sono fidanzato da questa sera, perché sei tu che amo. Sei tu!…».
La luce cadente gli permise ancora di vedere il sorriso tenero e voluttuoso, che le venne istintivamente sulle labbra fatte per l’amore e per i baci, irrigidirsi nelle linee tese, angosciate della paura. Non riuscì più a trattenersi. Mentre lei si ritraeva al suo avvicinarsi, le sue braccia si tesero verso di lui, abbandonate e regali nella dignità della sua languida resa. Le prese la testa fra le mani e tempestò di rapidi baci il volto sollevato che riluceva nel crepuscolo purpureo. Imperioso e tenero, entrava lentamente nella pienezza del possesso. E si accorse che lei stava piangendo. Allora l’impareggiabile Capataz, l’uomo degli amori distratti, divenne dolce e carezzevole, come una donna di fronte al dolore di un bambino. Le mormorò dolci parole. Si sedette accanto a lei e si strinse al petto la sua testa bionda. La chiamò la sua stella e il suo piccolo fiore.
Si era fatto buio. Dalla stanza di soggiorno della casa del guardiano, dove il vecchio Giorgio, uno degli immortali Mille, chinava l’eroica testa leonina su un fuoco di carbone, venne uno sfrigolio e l’aroma di un’artistica frittura. Nell’oscuro scompiglio di quella cosa, accaduta all’improvviso come un cataclisma, fu nella testa della ragazza che sopravvisse qualche barlume di ragione. Lui era perduto al mondo nell’immobilità del loro abbraccio. Ma lei gli sussurrò all’orecchio:
«Dio misericordioso! Che cosa sarà di me – qui – ora – fra questo cielo e quest’acqua che odio? Linda, Linda – la vedo!…». Tentò di svincolarsi dalle sue braccia, improvvisamente rilassate al suono di quel nome. Ma nessuno si avvicinava alle loro sagome nere allacciate, che lottavano sullo sfondo del muro bianco. «Linda! Povera Linda! Tremo! Morirò di paura davanti alla mia povera sorella Linda, fidanzata oggi con Giovanni – il mio amante! Giovanni, devi essere impazzito! Non ti capisco! Non sei come gli altri uomini! Non ti cederò mai a nessuno – mai – soltanto a Dio! Ma perché hai fatto questa cosa assurda, folle, crudele, terribile?».
Libera dalla stretta, chinò il capo, abbassò le mani. La tovaglia d’altare, come trascinata da un forte vento, giaceva lontano da loro e splendeva bianca sulla terra nera.
«Per timore di perdere la speranza di averti», disse Nostromo.
«Sapevi di avere la mia anima! Sai tutto! Sono fatta per te! Ma che cosa poteva frapporsi fra te e me? Che cosa? Dimmelo!», ella ripeté senza impazienza, con superba sicurezza.
«Tua madre morta», rispose lui, a voce molto bassa,
«Ah!… Povera mamma! Ha sempre… Ora è una santa in paradiso e non posso cederti a lei. No, Giovanni. Soltanto a Dio. Sei stato un pazzo – ma ormai è fatta. Oh! Che cosa hai fatto! Giovanni, diletto mio, vita mia, mio padrone, non lasciarmi qui in questa tomba di nuvole. Non puoi lasciarmi adesso. Devi portarmi via – subito – in questo istante – nella barchetta. Giovanni, portami via stanotte, via dalla paura degli occhi di Linda, prima che debba guardarla di nuovo in faccia».
Si rannicchiò più vicino a lui. Lo schiavo dell’argento di San Tomé sentì come un peso di catene sulle membra, come la pressione di una mano fredda sulle labbra. Lottò contro l’incantesimo.
«Non posso», disse. «Non ancora. C’è qualcosa che sta fra noi e la libertà del mondo».
Ella premette il suo corpo più vicino a lui con un sottile, ingenuo istinto di seduzione.
«Tu vaneggi, Giovanni – amato mio!», sussurrò in tono suadente. «Che cosa può esserci? Portami via – fra le tue braccia – da Doña Emilia – via di qui. Non peso molto».
Sembrava quasi che si aspettasse che lui la sollevasse subito nelle sue mani aperte. Aveva perduto ogni nozione di impossibilità. Poteva accadere qualsiasi cosa in questa notte meravigliosa. Quando lui non si mosse, lei quasi gridò:
«Ti ripeto che ho paura di Linda!». E lui ancora non si mosse. Lei diventò calma e astuta. «Che cosa può esserci?», chiese in tono persuasivo.
Egli la sentì calda, ansante, viva, fremente nel cavo del suo braccio. Nell’esultante consapevolezza della sua forza, e nella trionfante eccitazione della sua mente, mosse alla conquista della libertà.
«Un tesoro», disse. Tutto tacque. Lei non capiva. «Un tesoro. Un tesoro d’argento per comprare una corona d’oro per la tua fronte».
«Un tesoro?», ella ripeté con voce flebile, come dalla profondità di un sogno. «Che cosa dici?».
Si svincolò dolcemente. Egli si alzò e contemplò il suo viso, i suoi capelli, le sue labbra, le fossette nelle guance – vide il fascino della sua persona nella notte del golfo come nella luce abbagliante di mezzogiorno. La sua voce noncurante e seducente tremava per l’eccitazione dell’ammirata meraviglia e dell’incontenibile curiosità.
«Un tesoro d’argento!», balbettò. Poi incalzò in fretta: «Come? Dove? Come lo hai avuto, Giovanni?».
Egli lottò contro la magia della schiavitù. Fu come sferrando un pugno eroico che esclamò: «Come un ladro!».
Il buio più fitto del Golfo Placido parve calare sulla sua testa. Non riusciva più a vederla. Era scomparsa in un lungo, oscuro, abissale silenzio, donde la sua voce giunse fino a lui dopo un poco insieme a un tenue chiarore, che era il suo viso.
«Ti amo! Ti amo!».
Queste parole gli dettero un insolito senso di libertà; gettarono un incantesimo più forte di quello maledetto del tesoro; mutarono la sua stanca soggezione a quella cosa morta in un’esultante certezza del suo potere. L’avrebbe amata, disse, in uno splendore pari a quello di Doña Emilia. I ricchi vivevano della ricchezza rubata al popolo, ma lui non aveva preso nulla ai ricchi – nulla che non avessero già perduto per la loro follia e il loro tradimento. Giacché era stato tradito – disse – ingannato, tentato. Ella gli credette… Aveva tenuto il tesoro a scopo di vendetta; ma ora non gliene importava più nulla. Gli importava solo lei. Avrebbe posto la sua bellezza in un palazzo su una collina coronata di ulivi – un palazzo bianco sopra un mare azzurro. L’avrebbe tenuta lì come un gioiello in uno scrigno. Avrebbe comprato della terra per lei – la sua terra fertile di viti e di grano – perché vi posasse i piedini. Li baciò… Aveva già pagato per tutto questo con l’anima di una donna e la vita di un uomo… Il Capataz de Cargadores assaporò la suprema ebbrezza della propria generosità. Gettò grandiosamente ai suoi piedi il tesoro conquistato, nell’impenetrabile oscurità del golfo, nell’oscurità che sfidava – come dicevano gli uomini – la sapienza di Dio e l’astuzia del diavolo. Ma prima lei doveva lasciare che diventasse ricco – la avvertì.
Ella lo ascoltò come in trance. Il suo dito si mosse fra i capelli dell’uomo inginocchiato. Egli si alzò barcollando, debole, svuotato, come se avesse gettato via la sua anima.
«Affrettati, allora», gli disse. «Affrettati, Giovanni, mio amato, mio padrone, perché non ti cederò a nessuno se non a Dio. E ho paura di Linda».
Lui intuì il suo brivido e giurò di fare del suo meglio. Fidava nel coraggio del suo amore. Lei promise di essere coraggiosa per essere amata sempre – lontano, in un palazzo bianco su una collina sopra un mare azzurro. Poi con timida, esitante curiosità mormorò:
«Dov’è? Dove? Dimmelo, Giovanni».
Lui aprì la bocca e rimase muto – fulminato.
«Questo no! Questo no!», ansimò, sbigottito dalla forza magica della segretezza che lo aveva indotto a tacere davanti a tanta gente e ora gli chiudeva di nuovo le labbra. Non lo avrebbe rivelato neppure a lei. Neppure a lei. Era troppo pericoloso. «Ti probisco di chiedermelo», le disse, abbassando prudentemente il tono irato della voce.
Non aveva riconquistato la libertà. Lo spettro del tesoro illecito si eresse accanto a lei come una figura d’argento, spietata e segreta, con un dito sulle labbra pallide. L’anima gli morì dentro all’immagine di se stesso che strisciava fra poco nella forra, con l’odore della terra, del fogliame umido nelle narici – entrava strisciando, fermo nel proposito che gli opprimeva il petto, e usciva sempre strisciando, carico d’argento, con gli orecchi attenti ad ogni suono. Doveva essere fatto stanotte stessa – quel lavoro da miserabile schiavo!
Si chinò e si portò l’orlo della sua gonna alle labbra, mormorando un ordine:
«Digli che non potevo restare», e si allontanò all’improvviso, in silenzio, senza il minimo rumore di passi nella notte buia.
Ella rimase immobile, la testa appoggiata indolentemente al muro e i piedini nelle calze bianche e pianelle nere accavallati uno sull’altro. Il vecchio Giorgio, uscendo fuori, non parve sorpreso dalla notizia come lei aveva vagamente temuto. Giacché adesso era piena d’inspiegabile paura – paura di tutto e di tutti tranne del suo Giovanni e del suo tesoro. Ma quello era incredibile.
L’eroico garibaldino accettò la brusca partenza di Nostromo con sagace indulgenza. Rammentava i suoi sentimenti e dimostrò di comprendere il vero stato di cose con perspicacia mascolina.
«Va bene. Lasciamolo andare. Ah! Ah! Per quanto bella sia la donna, rode un po’. Libertà, libertà. Ce n’è più di un tipo! Ha detto la grande parola e il giovane Gian Battista non è docile». Sembrava che istruisse l’immobile e spaventata Giselle. «Un uomo non dovrebbe essere docile», aggiunse dogmaticamente dalla soglia della porta. L’immobilità e il silenzio della figlia parvero dispiacergli. «Non cedere all’invidia per la fortuna toccata a tua sorella», la ammonì, molto serio, con la sua voce profonda.
Dopo un poco tornò sulla porta per chiamare la figlia minore. Era tardi. Gridò il suo nome tre volte prima che lei muovesse la testa. Rimasta sola, si era lasciata prendere dallo sbalordimento. Entrò nella stanza da letto che divideva con Linda come una persona profondamente addormentata. Quell’atteggiamento era così marcato che persino il vecchio Giorgio, gli occhiali sul naso, alzò gli occhi dalla Bibbia e scosse il capo mentre lei si chiudeva la porta alle spalle.
Entrò nella stanza senza guardare nulla e si sedette subito davanti alla finestra aperta. Linda, scendendo quatta quatta dalla torre nell’esuberanza della sua felicità, la trovò con una candela accesa alle spalle, rivolta verso la notte buia, piena di folate sibilanti di vento e degli scrosci di lontani piovaschi – una vera notte del golfo, troppo fitta per l’occhio di Dio e per le astuzie del diavolo. Non girò la testa quando la porta si aprì.
C’era qualcosa in quella immobilità che giunse fino a Linda nella profondità del suo paradiso. La sorella maggiore immaginò irritata: la piccola sta pensando a quello sciagurato Ramirez. Linda aveva voglia di parlare. Disse con la sua voce imperiosa «Giselle!» e non le rispose neppure il più lieve movimento.
La ragazza che sarebbe andata a vivere in un palazzo e avrebbe camminato su terra di sua proprietà, stava morendo di paura. Per nulla al mondo avrebbe girato la testa verso la sorella. Il cuore le batteva all’impazzata. Disse con fretta sommessa:
«Non mi parlare. Sto pregando».
Linda, delusa, uscì silenziosamente; e Giselle rimase seduta lì, incredula, smarrita, attonita, paziente, come se attendesse la conferma dell’incredibile. Il nero assoluto delle nuvole sembrava anch’esso parte di un sogno. Attese.
Non attese invano. L’uomo la cui anima era morta dentro di lui, strisciando fuori dalla forra carico d’argento, aveva visto il bagliore della finestra illuminata e non poté fare a meno di tornare indietro dalla spiaggia.
Su quello sfondo impenetrabile, che cancellava la vista delle alte montagne dalla riva del mare, ella scorse lo schiavo dell’argento di San Tomé come per uno straordinario potere miracoloso. Accettò il suo ritorno come se d’ora in poi il mondo non potesse riserbarle più sorprese per tutta l’eternità.
Si alzò, costretta e rigida, e cominciò a parlare molto prima che la luce della stanza cadesse sul volto dell’uomo che si avvicinava.
«Sei tornato a prendermi. Bene! Apri le braccia, Giovanni, mio amato. Sto venendo».
I passi prudenti si arrestarono e con un bagliore di follia negli occhi, egli disse in tono aspro:
«Non ancora. Devo arricchire lentamente»… Una nota minacciosa affiorò nella sua voce. «Non dimenticare che hai un ladro per amante».
«Sì! Sì!», sussurrò lei, in fretta. «Vieni più vicino! Ascolta! Non rinunciare a me, Giovanni! Mai, mai!… Sarò paziente!…».
La sua forma si protese sopra il davanzale basso per confortare lo schiavo del tesoro illegale. La luce nella stanza si spense e carico d’argento, il magnifico Capataz le afferrò il collo bianco nel buio del golfo come un uomo che sta annegando si aggrappa a un filo di paglia.
Capitolo tredicesimo
Il giorno in cui la signora Gould, per usare le parole del dottor Monygham, avrebbe «dato una tertulia», il capitano Fidanza scese dalla sua goletta all’ancora nel porto di Sulaco, calmo, inflessibile, deciso nel modo come si sedette nel suo dinghi e prese i remi. Era in ritardo sul consueto. Il pomeriggio era molto inoltrato quando sbarcò sulla spiaggia della Grande Isabella e salì a passo sicuro il pendio dell’isola.
Da lontano distinse Giselle seduta in una sedia inclinata all’indietro contro il muro della casa, sotto la finestra della stanza delle ragazze. Aveva in mano il ricamo e lo teneva alto dinanzi agli occhi. La tranquillità di quella figura di fanciulla esasperò il sentimento di perenne lotta e conflitto che egli recava in petto. Si arrabbiò. Gli sembrava che lei avrebbe dovuto udire da lontano il tintinnio delle sue catene – catene d’argento. E mentre era sceso a terra quel giorno, aveva incontrato il medico iettatore, che lo aveva fissato molto intensamente.
Si ammansì vedendola alzare gli occhi. Il loro sorriso fresco come un fiore gli andò diritto al cuore. Poi lei aggrottò la fronte. Era un avvertimento di essere prudente. Si fermò a una certa distanza e in tono alto, indifferente, disse:
«Buon giorno, Giselle. Linda si è già alzata?»
«Sì. È nella stanza grande con il babbo».
Allora lui si avvicinò e guardando dalla finestra nella stanza per timore che Linda tornasse lì per qualche ragione e lo scoprisse, disse, muovendo solo le labbra:
«Mi ami?»
«Più della mia vita». Ella continuò a ricamare sotto il suo sguardo contemplativo e continuò a parlare, tenendo gli occhi sul lavoro. «O non potrei vivere. Non potrei, Giovanni. Giacché questa vita è come la morte. Oh, Giovanni, morirò se non mi porti via».
Lui sorrise con noncuranza. «Verrò alla finestra quando è buio», disse.
«No, Giovanni, non farlo. Non stanotte. Linda e il babbo hanno parlato lungamente insieme oggi».
«Di che cosa?»
«Ramirez, mi pare di aver sentito. Non lo so. Ho paura. Ho sempre paura. È come morire mille volte al giorno. Il tuo amore è per me come il tesoro per te. C’è, ma non mi basta mai».
Egli la guardò, immobile. Era bellissima. Il desiderio era cresciuto dentro di lui. Ora aveva due padroni. Ma lei era incapace di una prolungata emozione. Era sincera in ciò che aveva detto, ma dormiva placidamente la notte. Quando lo vedeva, si infiammava sempre. Poi, solo un’accresciuta taciturnità segnava il mutamento in lei. Aveva paura di tradirsi. Aveva paura della sofferenza, del dolore fisico, delle parole aspre, di affrontare la collera e di assistere alla violenza. Giacché il suo animo era leggero e dolce con una sincerità pagana nei suoi impulsi. Mormorò:
«Rinuncia al palazzo, Giovanni, e ai vigneti sulle colline, per i quali stiamo facendo morire d’inedia il nostro amore».
Tacque, vedendo Linda ferma in silenzio all’angolo della casa.
Nostromo si girò a salutare la sua fidanzata e fu sorpreso dai suoi occhi infossati, dalle sue guance scarne, dall’aspetto smunto e angosciato del suo viso.
«Sei stata male?», chiese sforzandosi di mettere un po’ di sollecitudine nella domanda.
I suoi occhi neri lo fulminarono. «Sono dimagrita?», chiese.
«Sì – forse – un poco».
«E invecchiata?»
«Ogni giorno conta – per tutti noi».
«Mi verranno i capelli grigi, temo, prima di avere l’anello al dito», ella disse lentamente, tenendo lo sguardo fisso su di lui.
Attese la sua risposta, tirando giù le maniche rimboccate.
«Non c’è pericolo», disse lui, distrattamente.
Ella si volse come se il discorso fosse chiuso e si mise a sbrigare le faccende di casa mentre Nostromo parlava con suo padre. La conversazione con il vecchio garibaldino non era facile. L’età aveva lasciate intatte le sue facoltà, soltanto sembrava che si fossero ritirate nel profondo del suo essere. Le sue risposte erano lente a venire, con un effetto di solenne gravità. Ma quel giorno era più animato, più pronto; sembrava che ci fosse più vitalità nel vecchio leone. Era preoccupato per l’integrità del suo onore. Credeva all’avvertimento di Sidoni circa le mire di Ramirez sulla sua figlia minore. E non si fidava di lei. Era frivola, incostante. Non parlò delle sue preoccupazioni al «figlio Gian Battista». La sua era una punta di vanità senile. Voleva dimostrare di essere ancora in grado di difendere da solo l’onore della sua casa.
Nostromo andò via presto. Non appena fu scomparso in direzione della spiaggia, Linda passò la soglia e, con un sorriso stentato, si sedette accanto al padre.
Da quella domenica, in cui l’infatuato e disperato Ramirez l’aveva attesa sul molo, non aveva più dubbi. I gelosi vaneggiamenti di quell’uomo non erano una rivelazione. Avevano semplicemente fissato con precisione, come un chiodo conficcato nel suo cuore, quel senso di irrealtà e di inganno che, invece di felicità e sicurezza, aveva avvertito nel rapporto con il suo promesso sposo. Aveva proseguito, coprendo Ramirez di sdegno e di disprezzo; ma, quella domenica, era quasi morta di disperazione e di vergogna, distesa sulla pietra tombale di Teresa con l’iscrizione scolpita, che era stata offerta dai macchinisti e dai meccanici della ferrovia, in segno di rispetto per l’eroe dell’unità d’Italia. Il vecchio Viola non aveva potuto attuare il suo desiderio di seppellire la moglie in mare; e Linda pianse sopra la pietra.
L’oltraggio gratuito la indignava. Se voleva spezzarle il cuore – d’accordo. A Gian Battista era tutto permesso. Ma perché calpestare i pezzi; perché cercare di umiliare il suo spirito? Aha! Quello non lo poteva spezzare. Si asciugò le lacrime. E Giselle! Giselle! La piccola che, da quando aveva imparato a camminare, si era sempre aggrappata alle sue vesti per protezione. Che doppiezza! Ma probabilmente era più forte di lei. Quando c’era di mezzo un uomo, la povera farfallina non riusciva a trattenersi.
Linda possedeva una buona dose dello stoicismo dei Viola. Risolvette di non dire nulla. Ma in quanto donna, mise passione nel suo stoicismo. Le brevi risposte di Giselle, ispirate da una timorosa prudenza, la esasperavano per la loro sgarberia che rasentava il disprezzo. Un giorno si gettò sulla sedia in cui giaceva la sua indolente sorella e impresse il segno dei denti alla base del collo più bianco di Sulaco. Giselle lanciò un grido. Ma anche lei possedeva la sua dose di eroismo dei Viola. Sul punto di svenire di paura, disse soltanto con voce pigra: «Madre de Dios! Vuoi mangiarmi viva, Linda?». E questo sfogo violento passò senza modificare la situazione. «Non sa nulla. Non può sapere nulla», rifletté Giselle. «Forse non è vero. Non può essere vero», tentò di persuadersi Linda.
Ma la prima volta che vide il capitano Fidanza dopo il suo incontro con il disperato Ramirez, la certezza della sua disgrazia tornò. Dalla porta lo guardò avviarsi verso la barca e si chiese stoicamente: «Si incontreranno stasera?». Decise di non lasciare la torre neppure per un attimo. Quando lui fu scomparso, uscì fuori e si sedette accanto al padre.
Il venerabile garibaldino si sentiva ancora «un giovanotto», come diceva lui. In un modo o nell’altro parecchie chiacchiere su Ramirez gli erano giunte recentemente all’orecchio; e il suo disprezzo e la sua antipatia per quell’uomo che ovviamente non era ciò che suo figlio sarebbe stato, lo rendevano irrequieto. Ora dormiva molto poco; ma per parecchie notti, invece di leggere – o semplicemente stare seduto con gli occhiali d’argento della signora Gould sul naso, davanti alla Bibbia aperta – era andato in giro per tutta l’isola con il suo vecchio fucile, a vigilare sul suo onore.
Linda, posando la sottile mano bruna sul suo ginocchio, tentò di calmare la sua eccitazione. Ramirez non era a Sulaco. Nessuno sapeva dove fosse. Era andato via. Tutti i suoi discorsi su quello che avrebbe fatto non significavano nulla.
«No», interruppe il vecchio. «Ma figlio Gian Battista mi ha detto – di sua iniziativa – che il vile esclavo beveva e giocava con le canaglie di Zapiga, nella parte nord del golfo. Può convincere alcuni dei peggiori delinquenti di quella infame città di negri ad aiutarlo nel suo tentativo di sedurre la piccola… Ma io non sono così vecchio. No!».
Lei obbiettò con veemenza contro la probabilità di un simile tentativo; e alla fine il vecchio tacque, mordicchiandosi i baffi bianchi. Le donne avevano le loro idee ostinate che bisognava assecondare – la sua povera moglie era così e Linda somigliava alla madre. Non era decoroso per un uomo mettersi a discutere. «Forse, forse», borbottò.
Lei non era affatto tranquilla. Amava Nostromo. Volse gli occhi a Giselle, seduta in disparte, con una sorta di tenerezza materna e l’angosciosa gelosia di una rivale offesa nella sua sconfitta. Poi si alzò e le andò vicino.
«Senti – tu», disse ruvidamente.
L’invincibile candore dello sguardo levato, tutto violette e rugiada, destò la sua rabbia e la sua ammirazione. Aveva occhi magnifici – la chica – questa abietta cosa di carne bianca e di nero inganno. Non sapeva se avrebbe voluto cavarglieli con gridi di vendetta o coprire di baci d’amore e di pietà la loro misteriosa e sfacciata innocenza. E a un tratto divennero vuoti e la fissarono senza espressione, eccetto un piccolo barlume di paura sepolto non abbastanza in fondo con tutti gli altri sentimenti nel cuore di Giselle.
Linda disse: «Ramirez va in giro per la città vantandosi che ti porterà via dall’isola».
«Che follia!», rispose l’altra e con una perversità nata dal lungo ritegno, aggiunse: «Non è un uomo», in tono scherzoso con pari audacia.
«No?», disse Linda a denti stretti. «Non lo è? Bene, allora, stai attenta; perché di notte il babbo è andato in giro con un fucile carico».
«Non gli fa bene. Devi dirgli di non farlo, Linda. A me non dà retta».
«Non dirò nulla – mai più – a nessuno», esclamò Linda con passione.
Questo non poteva durare, pensò Giselle. Giovanni doveva portarla via presto – la prossima volta che veniva. Non era disposta a patire simili paure nemmeno per una montagna d’argento. Parlare con la sorella la faceva star male. Ma non era preoccupata dalla vigilanza del padre. Aveva pregato Nostromo di non venire alla finestra quella notte. Lui aveva promesso di stare lontano per questa volta. E lei non sapeva, non poteva immaginare, che aveva un altro motivo per venire sull’isola.
Linda era andata diritta alla torre. Era ora di accendere il faro. Aprì la porticina e salì pesantemente la scala a chiocciola, portando il suo amore per il magnifico Capataz de Cargadores come un fardello sempre crescente di vergognose catene. No; non poteva liberarsene. No; il Cielo avrebbe fatto giustizia di quei due. E muovendosi nella lanterna, piena di penombra e di chiarore lunare, con gesti accurati accese il fanale. Poi lasciò ricadere le braccia lungo i fianchi.
«E sotto lo sguardo di nostra madre», mormorò. «Mia sorella – la chica!».
L’intero apparato rifrangente, con le guarnizioni di ottone e gli anelli di prismi, brillava e scintillava come uno scrigno di diamanti a forma di cupola, contenente non un fanale, ma una sacra fiamma che dominava il mare. E Linda, la guardiana vestita di nero, pallida in volto, si accasciò su una sedia di legno, sola con la sua gelosia, molto al di sopra delle passioni e delle vergogne terrene. Una strana tiratura dolorosa, come se qualcuno la trascinasse brutalmente per i capelli scuri dai riflessi bronzei, la indusse a portarsi le mani alle tempie. Si sarebbero incontrati. E lei sapeva anche dove. Alla finestra. Il sudore della tortura le gocciolò sulle guance, mentre il chiaro di luna al largo chiudeva come una colossale sbarra d’argento l’entrata del Golfo Placido – la buia caverna di nuvole e di silenzio sulla costa battuta dalla risacca.
Linda Viola si alzò bruscamente con un dito sulle labbra. Lui non amava né lei né sua sorella. Tutta la cosa sembrava così priva di senso da spaventarla e al tempo stesso infonderle un po’ di speranza. Perché non la portava via? Che cosa glielo impediva? Era incomprensibile. Che cosa aspettavano? A quale scopo questi due mentivano e ingannavano? Non ai fini del loro amore. Non esisteva nulla del genere. La speranza di riconquistarlo le fece infrangere il voto di non lasciare la torre quella notte. Doveva parlare subito con suo padre, che era saggio e avrebbe compreso. Scese di corsa la scala a chiocciola. Al momento di aprire la porta in fondo, udì il rumore del primo colpo di fucile mai sparato sulla Grande Isabella.
Ebbe uno choc, come se la pallottola l’avesse colpita al petto. Continuò a correre senza fermarsi. Il cottage era buio. Sulla porta gridò: «Giselle! Giselle!», poi girò di corsa l’angolo e chiamò la sorella dalla finestra aperta senza ottenere risposta; ma mentre correva, sconvolta, intorno alla casa, Giselle uscì dalla porta e le sfrecciò accanto, correndo in silenzio, i capelli sciolti e gli occhi fissi dinanzi a sé. Parve sfiorare l’erba, come in punta di piedi, e sparì.
Linda proseguì lentamente, le braccia tese davanti a lei. Nell’isola tutto taceva; non sapeva dove stesse andando. L’albero sotto cui Martin Decoud aveva trascorso i suoi ultimi giorni, rivedendo la sua vita come una serie di immagini senza senso, gettava una vasta chiazza d’ombra nera sull’erba. Improvvisamente ella vide il padre, muto e immobile nel chiaro di luna.
Il garibaldino – grande, eretto, con la barba e i capelli candidi – aveva una monumentale compostezza nella sua immobilità, appoggiato al fucile. Lei gli mise una mano leggera sul braccio. Lui non si mosse.
«Che cosa hai fatto?», chiese con la sua voce abituale.
«Ho sparato a Ramirez – infame!», egli rispose, gli occhi rivolti al punto dove l’ombra era più fitta. «È venuto come un ladro e come un ladro è caduto. La bambina doveva essere protetta».
Non accennò a muoversi di un centimetro, a fare un solo passo avanti. Rimase lì, austero e immobile, come la statua di un vecchio a guardia dell’onore della casa. Linda tolse la mano tremante dal suo braccio, duro e rigido come un braccio di pietra, e senza una parola, entrò nel buio dell’ombra. Vide un movimento di sagome informi sul terreno e si fermò di botto. I suoi orecchi tesi udirono un mormorio di disperazione e di lacrime.
«Ti avevo scongiurato di non venire stanotte. Oh, mio Giovanni! E tu avevi promesso. Oh! Perché – perché sei venuto, Giovanni?».
Era la voce di sua sorella. Si spezzò in un singhiozzo straziante. E la voce dell’intraprendente Capataz de Cargadores, padrone e schiavo del tesoro di San Tomé, che era stato sorpreso dal vecchio Giorgio mentre strisciava allo scoperto verso la forra per prendere dell’altro argento, rispose da terra, noncurante e fredda, ma stranamente debole.
«Mi sembrava di non poter passare la notte senza vederti ancora una volta – mia stella, mio piccolo fiore».
La brillante tertulia era appena terminata, gli ultimi ospiti erano andati via e il Señor Administrador si era già ritirato nella sua stanza, quando il dottor Monygham, che era atteso in serata ma non era comparso, arrivò in carrozza, passando sotto i lampioni elettrici della Calle de la Constitución deserta, e trovò il grande portone della casa ancora aperto.
Entrò zoppicando, salì faticosamente le scale e trovò il grasso e liscio Basilio sul punto di spegnere le luci nella sala. Il prosperoso maggiordomo rimase a bocca aperta di fronte a questa tardiva invasione.
«Non spegnere le luci», ordinò il medico. «Voglio vedere la señora».
«La señora è nella cancillaría del Señor Administrador», disse Basilio con voce melliflua. «Il Señor Administrador parte per la montagna fra un’ora. Si temono guai con gli operai, pare. Gente svergognata senza cervello e senza decenza. E oziosa, señor, oziosa».
«Tu sei indecentemente pigro e imbecille», disse il dottore con quella capacità di esasperazione che lo rendeva tanto simpatico a tutti. «Non spegnere le luci».
Basilio si ritirò con dignità. Il dottor Monygham, aspettando nella sala sfarzosamente illuminata, udì dopo un poco una porta chiudersi all’altro capo della casa. Un tintinnio di speroni si spense in lontananza. Il Señor Administrador partiva per la montagna.
Con un fruscio misurato del lungo strascico, sfavillante di gioielli e rilucente di seta, il capo delicato chino sotto il peso della massa di capelli biondi, in cui i fili d’argento scomparivano, la «prima signora di Sulaco», come soleva definirla il capitano Mitchell, percorse il corridoio illuminato, ricca al di là dei più grandi sogni di ricchezza, stimata, amata, rispettata, onorata e sola come mai, forse, essere umano era stato su questa terra.
L’esclamazione del dottore «Signora Gould! Un minuto!» la fermò con un sussulto di sorpresa sulla porta della sala deserta e illuminata. Per l’analogia di umore e di circostanze, la vista del medico, tutto solo fra i gruppi di mobili, richiamò alla sua memoria impressionabile il suo inatteso incontro con Martin Decoud; le parve di udire nel silenzio la voce di quell’uomo, morto miseramente tanti anni prima, pronunciare le parole: «Antonia ha lasciato qui il suo ventaglio». Ma fu la voce del dottore a parlare, un po’ alterata per l’eccitazione. Ella notò i suoi occhi lucenti.
«Signora Gould, è desiderata. Sa che cosa è successo? Ricorda ciò che le ho detto ieri riguardo a Nostromo. Be’, sembra che una lancha, una barca pontata, proveniente da Zapiga, con quattro negri a bordo, passando vicino alla Grande Isabella, sia stata chiamata dall’alto della scogliera da una voce di donna – di Linda, nella fattispecie – che le ha ordinato (stanotte c’era la luna) di andare alla spiaggia per prendere a bordo un uomo ferito e portarlo in città. Il patron (da cui ho appreso tutto questo), naturalmente, ha obbedito subito. Mi ha detto che quando sono arrivati nella parte bassa della Grande Isabella, hanno trovato Linda Viola ad aspettarli. L’hanno seguita; lei li ha condotti sotto un albero non lontano dal cottage. Lì hanno trovato Nostromo disteso a terra con la testa poggiata nel grembo della ragazza più giovane e il padre Viola in piedi a una certa distanza, appoggiato al fucile. Sotto la direzione di Linda hanno portato fuori un tavolo dal cottage per usarlo come barella, dopo avergli staccato le gambe. Sono qui, signora Gould. Voglio dire, Nostromo e – e Giselle. I negri lo hanno portato al pronto soccorso vicino al porto. Lui mi ha fatto chiamare dall’infermiere. Ma non era me che voleva vedere – era lei, signora Gould! Era lei».
«Me?», sussurrò la signora Gould, ritraendosi un poco.
«Sì, lei!», esclamò il dottore. «Ha implorato me – che considera il suo nemico – di condurla subito da lui. Sembra che abbia qualcosa da dire a lei sola».
«Impossibile!», mormorò la signora Gould.
«Mi ha detto: “Le rammenti che ho fatto qualcosa perché avesse sempre un tetto sulla testa”… signora Gould», proseguì il medico, tutto eccitato, «rammenta l’argento? L’argento nella chiatta – che andò perduto!».
La signora Gould ricordava. Ma non disse che odiava la semplice menzione di quell’argento. La franchezza personificata, ricordava con esagerato orrore che per la prima e ultima volta in vita sua aveva nascosto la verità a suo marito proprio riguardo a quell’argento. Allora era stata corrotta dai suoi timori e non se l’era mai perdonato. Inoltre, quell’argento, che non sarebbe mai stato trasportato giù dalla montagna se suo marito fosse stato messo al corrente delle notizie recate da Decoud, indirettamente aveva quasi causato la morte del dottor Monygham. E tutte queste cose le apparivano terribili.
«Ma era davvero perduto?», esclamò il medico. «Ho sempre avuto la sensazione che ci fosse un mistero intorno al nostro Nostromo da allora. Credo che voglia ora, in punto di morte…».
«In punto di morte», ripeté la signora Gould.
«Sì. Sì… Vuole forse dirle qualcosa riguardo a quell’argento che…».
«Oh, no! No!», esclamò la signora Gould a bassa voce. «Non è perduto, finito? Non c’è abbastanza ricchezza senza di esso per rendere tutti infelici in questo mondo?».
Il dottore rimase chiuso in un silenzio umile, deluso. Infine osò dire a voce molto bassa:
«E c’è la ragazza Viola, Giselle. Che cosa dobbiamo fare? Sembra che il padre e la sorella abbiano…».
La signora Gould ammise di sentirsi in dovere di fare tutto il possibile per queste ragazze.
«Ho una “volante” qui alla porta», disse il medico. «Se non le dispiace montare in quella…».
Attese, tutto impazienza, finché la signora Gould riapparve dopo aver indossato una mantella grigia con il cappuccio sopra l’abito da sera.
Fu così che, ammantata e incappucciata come una monaca, questa donna, piena di tolleranza e di compassione, stette al capezzale del letto in cui lo splendido Capataz de Cargadores giaceva immobile, supino. Il candore delle lenzuola e dei guanciali dava un risalto cupo ed energico al suo viso abbronzato, alle mani scure, nervose, così abili a reggere la barra di un timone o una briglia, a premere un grilletto, che ora giacevano aperte e oziose sul copriletto bianco.
«Lei è innocente», stava dicendo il Capataz, con voce calma e profonda, come se temesse che una parola più forte spezzasse il sottile filo che legava ancora il suo spirito al corpo. «È innocente. La colpa è solo mia. Ma non ha importanza. Per queste cose non devo rispondere ad anima viva».
Fece una pausa. Il volto della signora Gould, molto bianco nell’ombra del cappuccio, si chinò su di lui con un’invincibile e cupa tristezza. E i singhiozzi sommessi di Giselle Viola, inginocchiata in fondo al letto, i capelli d’oro dai riflessi ramati sciolti e sparsi sui piedi del Capataz, turbavano appena il silenzio della stanza.
«Aha! Il vecchio Giorgio – il guardiano del tuo onore! Immagina il vecchio che mi attacca di sorpresa, con un passo così lieve e una mira così sicura. Io stesso non avrei potuto fare meglio. Ma avrebbe potuto risparmiare il prezzo di una carica di polvere. L’onore era salvo… Señora, lei avrebbe seguito in capo al mondo Nostromo il ladro… Ho pronunciato la parola. L’incantesimo è rotto!».
Un gemito sommesso della ragazza gli fece abbassare gli occhi.
«Non riesco a vederla… Non importa», continuò con l’ombra dell’antica splendida indifferenza nella voce. «Un bacio basta, se non c’è tempo per altri. Un’anima ariosa, señora! Splendente e calda come la luce del sole – presto annuvolata e presto serena. La schiaccerebbero lì, fra tutti e due. Señora, volga su di lei il suo occhio compassionevole, famoso da un capo all’altro del paese come il coraggio e l’audacia dell’uomo che le parla. Si consolerà col tempo. E anche Ramirez non è un cattivo diavolo. Non sono in collera. No! Non è stato Ramirez a sopraffare il Capataz dei cargadores di Sulaco». Tacque, raccolse le forze e a voce più alta, un po’ eccitata, dichiarò:
«Muoio tradito… tradito da…».
Ma non disse da chi o da che cosa.
«Lei non mi avrebbe tradito», ricominciò, sgranando gli occhi. «Era fedele. Saremmo andati molto lontano – molto presto. Per lei mi sarei strappato dal quel maledetto tesoro. Per quella bambina avrei lasciato casse e casse piene – E Decoud ne prese quattro. Quattro lingotti. Perché? Picardía! Per tradirmi? Come potevo restituire il tesoro con quattro lingotti mancanti? Avrebbero detto che li avevo rubati. Il dottore avrebbe detto questo. Ahimè! Mi tiene ancora prigioniero!».
La signora Gould si chinò, affascinata – fredda di apprensione.
«Che cosa accadde a Don Martin quella notte, Nostromo?»
«Chi lo sa! Mi chiesi che fine avrei fatto io. Ora lo so. La morte mi avrebbe colto di sorpresa. Lui andò via! Mi tradì! E lei pensa che l’abbia ucciso! Siete tutti uguali, voi signori. L’argento mi ha ucciso. Mi ha tenuto prigioniero. Mi tiene ancora. Nessuno sa dov’è. Ma lei è la moglie di Don Carlos, che lo mise nelle mie mani e disse: “Salvalo a costo della vita”. E quando tornai e voi tutti lo credeste perduto, che cosa sento? Non era importante. Lascia andare. Su, nostro fedele Nostromo, balza in sella e salvaci da morte sicura!».
«Nostromo!», bisbigliò la signora Gould, chinandosi molto in basso. «Anch’io ho odiato l’idea di quell’argento dal profondo del cuore».
«Splendido! – che uno di voi debba odiare la ricchezza che sapete prendere tanto bene dalle mani dei poveri. Il mondo poggia sui poveri, come dice il vecchio Giorgio. Lei è stata sempre buona con loro. Ma c’è qualcosa di maledetto nella ricchezza. Señora, vuole che le dica dov’è il tesoro? A lei sola… Lucente! Incorruttibile!».
Una penosa, involontaria riluttanza indugiava ancora nel suo tono, nei suoi occhi, evidente alla donna con il genio della comprensione intuitiva. Ella distolse gli occhi dalla miserevole sottomissione dell’uomo morente, sgomenta, desiderosa di non sentir più parlare dell’argento.
«No, Capataz», disse. «Nessuno sente la sua mancanza ormai. Lasciamo che sia perduto per sempre».
Dopo aver udito quelle parole, Nostromo chiuse gli occhi, non pronunciò parola, non fece alcun movimento. Fuori dalla porta della stanza, il dottor Monygham, al culmine dell’eccitazione, gli occhi sfavillanti di curiosità, andò incontro alle due donne.
«Allora, signora Gould», disse, quasi brutale nella sua impazienza, «mi dica, avevo ragione? C’è un mistero. Lo ha scoperto, vero? Lui le ha detto…».
«Non mi ha detto nulla», rispose la signora Gould con fermezza.
Il lampo d’impulsiva ostilità per Nostromo si spense negli occhi del dottor Monygham. Si ritirò umilmente. Non credeva alla signora Gould. Ma la sua parola era legge. Accettò il suo diniego come un’inesplicabile fatalità che affermava la vittoria del genio di Nostromo sul suo. Anche davanti a quella donna, che amava con segreta devozione, era stato sconfitto dal magnifico Capataz de Cargadores, l’uomo che aveva vissuto tutta la vita sul presupposto di intatta fedeltà, rettitudine e coraggio!
«La prego, faccia venire subito la mia carrozza», disse la signora Gould da sotto il cappuccio. Poi, volgendosi a Giselle Viola: «Vieni più vicino a me, bambina; più vicino. Aspetteremo qui».
Giselle Viola, affranta e infantile, il viso velato dai capelli sciolti, le si avvicinò timidamente. La signora Gould infilò la mano sotto il braccio dell’indegna figlia del vecchio Viola, l’immacolato repubblicano, l’eroe senza macchia. Lentamente, poco per volta, piegandosi come un fiore avvizzito, la testa della ragazza, che avrebbe seguito un ladro in capo al mondo, si appoggiò sulla spalla di Doña Emilia, la prima signora di Sulaco, la moglie del Señor Administrador della miniera di San Tomé. E la signora Gould, sentendo i suoi singhiozzi soffocati, nervosi ed eccitati, ebbe i primi e unici momenti di amarezza della sua vita. Un’amarezza degna dello stesso dottor Monygham.
«Consolati, bambina. Ben presto ti avrebbe dimenticata per il suo tesoro».
«Señora, lui mi amava. Mi amava», bisbigliò Giselle, disperata. «Mi amava come nessuno era mai stato amato prima».
«Anch’io sono stata amata», disse la signora Gould in tono severo.
Giselle si aggrappò convulsamente a lei. «Oh, señora, ma lei sarà adorata per tutta la vita», singhiozzò.
La signora Gould rimase in silenzio fino all’arrivo della carrozza. Aiutò la ragazza semisvenuta a salire. Dopo che il dottore ebbe chiuso lo sportello del landò, si sporse verso di lui.
«Può fare nulla?», sussurrò.
«No, signora Gould. Inoltre, lui non si lascia toccare. Non ha importanza. Gli ho dato un’occhiata… Inutile».
Ma promise di andare a trovare il vecchio Viola e l’altra ragazza quella notte stessa. Poteva farsi portare sull’isola dal battello della polizia. Rimase nella strada, seguendo con lo sguardo il landò che si allontanava lentamente, tirato dai muli bianchi.
La voce di un incidente – un incidente occorso al capitano Fidanza – si era sparsa lungo i nuovi moli con le loro file di lampioni e le sagome scure delle grandi gru. Un crocchio di vagabondi notturni – i più poveri dei poveri – sostava davanti al pronto soccorso, bisbigliando nella strada deserta al chiaro di luna.
Non c’era nessuno con il moribondo, eccetto il pallido fotografo, piccolo, fragile, sanguinario, il nemico dei capitalisti, appollaiato su un alto sgabello vicino al capezzale con le ginocchia piegate e il mento fra le mani. Era stato chiamato da un compagno che, lavorando fino a tardi sulla banchina, aveva saputo da un negro di una lancha che il capitano Fidanza era stato portato a terra mortalmente ferito.
«Hai qualche disposizione da dare, compagno?», chiese ansiosamente. «Non dimenticare che ci servono soldi per il nostro lavoro. I ricchi vanno combattuti con le loro stesse armi».
Nostromo non rispose. L’altro non insisté e rimase rannicchiato sullo sgabello, scapigliato, peloso come una scimmia gobba. Poi, dopo un lungo silenzio:
«Compagno Fidanza», cominciò solennemente, «hai rifiutato le cure di quel medico. È davvero un pericoloso nemico del popolo?».
Nella stanza scarsamente illuminata Nostromo girò lentamente la testa sul guanciale e aprì gli occhi, rivolgendo uno sguardo interrogativo, profondo ed enigmatico, alla bizzarra figura appollaiata al suo capezzale. Poi la testa ricadde, le palpebre si abbassarono e il Capataz de Cargadores morì senza una parola o un gemito dopo un’ora di immobilità, interrotta da brevi tremiti che testimoniavano le sue atroci sofferenze.
Il dottor Monygham, andando all’isola nella barca della polizia, contemplò il chiaro di luna sul golfo e l’alta sagoma nera della Grande Isabella che proiettava lontano un fascio di luce, sotto la coltre di nubi.
«Vogate piano», disse, chiedendosi che cosa avrebbe trovato laggiù. Tentò di immaginare Linda e suo padre e scoprì dentro di sé una strana riluttanza. «Vogate piano», ripeté.
Dal momento che aveva sparato al ladro del suo onore, Giorgio Viola non si era mosso. Stava lì, il vecchio fucile poggiato a terra, la mano stretta intorno alla canna vicino all’imboccatura. Dopo che la lancha che portava via per sempre Nostromo aveva lasciato la riva, Linda, tornando indietro, si fermò davanti a lui. Egli non parve accorgersi della sua presenza, ma quando, perdendo la sua calma forzata, lei gridò: «Sai chi hai ucciso?», lui rispose: «Ramirez il vagabondo».
Pallida, fissando il padre con uno sguardo da folle, Linda gli rise in faccia. Dopo un poco egli si unì a lei in un’eco profonda e distante dei suoi scrosci di risa. Poi lei smise e il vecchio disse come sorpreso:
«Ha gridato con la voce del figlio Gian Battista».
Il fucile gli cadde di mano, ma il braccio rimase teso per un momento come se lo reggesse ancora. Linda lo afferrò bruscamente.
«Sei troppo vecchio per capire. Vieni in casa».
Egli si lasciò condurre. Sulla soglia incespicò pesantemente, cadendo quasi a terra insieme alla figlia. La sua eccitazione, la sua attività dei giorni precedenti, erano state come l’ultima fiammata di una lampada morente. Si aggrappò alla spalliera della sedia.
«Con la voce del figlio Gian Battista», ripeté in tono severo. «L’ho udito – Ramirez – quel miserabile…».
Linda lo aiutò a sedersi e, chinandosi, gli sibilò all’orecchio:
«Hai ucciso Gian Battista».
Il vecchio sorrise sotto i baffi folti. Le donne avevano strane fantasie.
«Dov’è la piccola?», chiese, notando con stupore il freddo penetrante dell’aria e la luce insolitamente debole della lampada accanto a cui soleva vegliare per metà della notte con la Bibbia aperta davanti.
Linda esitò un momento, poi distolse gli occhi.
«Dorme», disse. «Parleremo di lei domani».
Non aveva la forza di guardarlo. La colmava di terrore e di un sentimento quasi insopportabile di pietà. Aveva osservato il mutamento avvenuto in lui. Non avrebbe mai capito che cosa aveva fatto; e anche per lei tutta la vicenda rimaneva incomprensibile. Egli disse con difficoltà:
«Dammi quel libro».
Linda posò sul tavolo il volume chiuso con la copertina di pelle logora, la Bibbia donatagli da un inglese a Palermo tanto tempo prima.
«La piccola dev’essere protetta», egli disse con una strana voce lugubre.
Dietro la sua sedia, Linda si torse le mani, piangendo silenziosamente. Improvvisamente si avviò alla porta. Lui la sentì muoversi.
«Dove vai?», chiese.
«Al faro», rispose, volgendosi a guardarlo con ostilità.
«Il faro! Sì – il dovere».
Molto eretto, canuto, leonino, eroico nella sua quiete assorta, cercò nella tasca della camicia rossa gli occhiali che gli aveva dato Doña Emilia. Li inforcò. Dopo un lungo periodo d’immobilità aprì il libro e dall’alto guardò attraverso le lenti la stampa minuta su due colonne. Un’espressione rigida, severa si impresse sui suoi lineamenti con un leggero cipiglio, come in risposta a qualche triste pensiero o sensazione spiacevole. Ma non staccò mai gli occhi dal libro mentre si piegava in avanti, dolcemente, per gradi, fino a che la testa candida si posò sulle pagine aperte. Un orologio di legno ticchettava regolarmente sulla parete imbiancata a calce e diventando sempre più freddo, il garibaldino rimase solo, austero, intatto, come una vecchia quercia sradicata da una raffica di vento traditore.
Il faro della Grande Isabella splendeva sul tesoro perduto della miniera di San Tomé. Nel chiarore azzurrino di una notte senza stelle la lanterna proiettava un raggio giallo verso l’orizzonte lontano. Come un puntolino nero sui vetri lucenti, Linda, accovacciata nella galleria esterna, appoggiava il capo sulla ringhiera. La luna, calando a occidente, la fissava radiosa.
Giù, ai piedi della scogliera, il tonfo regolare dei remi di una barca di passaggio cessò e il dottor Monygham si alzò in piedi a poppa.
«Linda!», gridò, rovesciando indietro il capo. «Linda!».
Linda si alzò. Aveva riconosciuto la voce.
«È morto?», gridò sporgendosi sulla ringhiera.
«Sì, mia povera ragazza. Sto venendo da voi», rispose il dottore da giù. «Andate alla spiaggia», disse ai rematori.
La figura nera di Linda si stagliò eretta contro la luce della lanterna con le braccia sollevate sul capo come se stesse per buttarsi di sotto.
«Ero io che ti amavo», sussurrò con il viso rigido e bianco come il marmo al chiaro di luna. «Io! Soltanto io! Lei si scorderà di te, ucciso miseramente per il suo bel visino. Non capisco. Non capisco. Ma non ti dimenticherò mai. Mai!».
Stette immobile e silenziosa, raccogliendo le forze per riversare tutta la sua fedeltà, la sua pena, il suo sgomento e la sua disperazione in un unico grande grido.
«Mai! Gian Battista!».
Il dottor Monygham, girando intorno alla scogliera nella barca della polizia, udì il nome passargli sul capo. Era un altro trionfo di Nostromo, il più grande, il più invidiabile, il più sinistro di tutti. In quel vero grido di passione immortale che parve echeggiare da Punta Mala a Azuera, fino alla linea luminosa dell’orizzonte, sovrastata da una grande nuvola bianca lucente come un blocco d’argento, il genio del magnifico Capataz de Cargadores dominò il golfo buio che conteneva le sue conquiste d’amore e di ricchezza.