Stories 93 / Random

Stories by joseph conrad

lord jim (italian)

Capitolo primo
Era due, forse quattro, centimetri sotto il metro e ottanta, robusto di corporatura, e vi veniva dritto incontro leggermente ricurvo di spalle, a testa avanti e con uno sguardo fisso da sotto in su che faceva pensare a un toro che carica. Aveva una voce profonda, e il suo atteggiamento mostrava una specie di ostinata autoaffermazione che non aveva niente di aggressivo. Sembrava una necessità e manifestamente si applicava in ugual misura a se stesso e agli altri. Era impeccabile, vestito di bianco candido dalla testa ai piedi, e nei vari porti d’Oriente, dove si guadagnava da vivere come commesso marittimo di fornitori navali, era molto conosciuto.
Un commesso marittimo non ha bisogno di superare esami di nessun genere al mondo, ma deve possedere l’Abilità in astratto e dimostrarla praticamente. Il suo lavoro consisteva nel gareggiare a vela, vapore o remi, con altri commessi marittimi per accaparrarsi ogni nave in procinto di venire alla fonda, nel salutarne festosamente il capitano, nel ficcargli in mano un biglietto da visita – quello della ditta del fornitore – e alla sua prima discesa a terra pilotarlo con fermezza ma senza ostentazione verso un vasto magazzino simile a una caverna, pieno di cose che si mangiano e si bevono a bordo della nave; dove ci si può procurare tutto ciò che la rende bella e atta a tenere il mare, da una serie completa di maniglioni per la catena dell’ancora a un libro di lamelle d’oro per gli intagli della poppa; e dove il comandante viene accolto come un fratello da un fornitore navale mai visto prima. C’è una sala fresca, poltrone, bottiglie, sigari, l’occorrente per scrivere, una copia del regolamento del porto, e un’accoglienza così calorosa da sciogliere e far defluire dal cuore di un marinaio la salsedine di tre mesi di navigazione. I rapporti così instaurati vengono tenuti vivi, per tutta la durata in cui la nave rimane in porto, dalle visite giornaliere del commesso marittimo. Al capitano egli è fedele come un amico e premuroso come un figlio, con la pazienza di Giobbe, la devozione altruistica di una donna, e l’allegria di un compagno di bagordi. Il conto viene mandato poi. È un lavoro bello e umano. È per questo che i buoni commessi marittimi sono rari. Quando un commesso marittimo oltre a possedere l’Abilità in astratto ha anche il vantaggio di esser venuto su come un buon marinaio, costa al suo datore di lavoro un bel po’ di soldi e ne merita una certa considerazione. Jim aveva sempre una buona paga e quanto a considerazione ne godeva tanta che sarebbe bastata a comprare la fedeltà di un demonio. Ciononostante, con nera ingratitudine era solito mollare improvvisamente il lavoro e andarsene. Le ragioni che adduceva ovviamente non reggevano agli occhi dei suoi datori di lavoro. «Maledetto stupido!», dicevano appena aveva voltato le spalle. Tale era il loro commento alla sua acuta sensibilità.
Per i bianchi dell’ambiente marittimo commerciale e per i capitani di nave era semplicemente Jim e niente più. Aveva, naturalmente, un altro nome, ma ci teneva che non venisse pronunciato. Il suo incognito, trasparente come un setaccio, non mirava a nascondere una personalità ma un fatto. Quando il fatto filtrava dall’incognito egli lasciava improvvisamente il posto dove gli capitava di essere in quel momento e se ne andava in un altro – di solito più a oriente. Restava attaccato ai porti perché era un marinaio esiliato dal mare, e possedeva l’Abilità in astratto, che non serve in nessun mestiere se non in quello di commesso marittimo. Si ritirava in buon ordine verso il sole nascente, e il fatto lo seguiva come per caso ma senza scampo. Così nel corso degli anni fu conosciuto successivamente a Bombay, Calcutta, Rangoon, Penang, Batavia – e in ciascuno di questi scali egli era Jim il commesso marittimo e basta. In seguito, quando la sua acuta sensibilità dell’Intollerabile lo allontanò per sempre dai porti di mare e dai bianchi, fin dentro la foresta vergine, i malesi del villaggio nella giungla, da lui scelto per nascondere la sua deplorevole attitudine, aggiunsero una parola al monosillabo del suo incognito. Lo chiamarono Tuan Jim: cioè come dire – Lord Jim.
Era originario di una canonica. Molti comandanti di belle navi mercantili provengono da tali luoghi di pietà e di pace. Il padre di Jim possedeva quella conoscenza sicura dell’Inconoscibile che è fatta per la rettitudine di chi abita in semplici casette e non disturba la tranquillità di spirito di coloro ai quali una Provvidenza infallibile consente di vivere in sontuosi palazzi. La chiesetta in collina aveva il grigiore muscoso di una roccia vista attraverso un’intricata cortina di foglie. Si trovava là da secoli, ma gli alberi intorno probabilmente ricordavano quando era stata posata la prima pietra. Più in basso, la rossa facciata del presbiterio risplendeva di una calda tonalità in mezzo a prati erbosi, aiuole e abeti, con un frutteto sul retro, un recinto lastricato per la scuderia a sinistra, e le vetrate oblique di serre fissate lungo un muro di mattoni. Il beneficio ecclesiastico apparteneva alla famiglia da generazioni; ma Jim era uno di cinque figli maschi, e quando, dopo una serie di letture amene durante le vacanze, si manifestò in lui la vocazione per il mare, fu mandato immediatamente su una «nave-scuola per ufficiali della marina mercantile».
Vi imparò un po’ di trigonometria e come si bracciano in croce i pennoni di velaccio. Piaceva a tutti. Si classificò terzo in navigazione ed era capovoga nella prima lancia. Poiché univa una testa salda a un fisico eccellente era molto in gamba nelle manovre a riva. Il suo posto era sull’albero di trinchetto, e spesso da lì, con lo sprezzo proprio di un uomo destinato a brillare in mezzo ai pericoli, guardava verso il basso la pacifica distesa di tetti tagliata in due dalla scura corrente del fiume, mentre sparsi alla periferia della pianura circostante si ergevano a perpendicolo contro un cielo sporco i camini delle fabbriche sottili come matite ed eruttanti fumo come vulcani. Poteva vedere le grandi navi in partenza, i traghetti dai larghi fianchi in continuo movimento, le piccole barche galleggianti laggiù lontano sotto i suoi piedi, avendo all’orizzonte lo splendore indistinto del mare, e la speranza di una vita emozionante nel mondo dell’avventura.
Sul ponte inferiore, nella babele di duecento voci, dimenticava se stesso e nella sua immaginazione pregustava la vita di mare delle sue letture amene. Vedeva se stesso nell’atto di salvare esseri umani da navi in procinto di affondare, tagliare gli alberi nel corso di un uragano, nuotare tra i marosi portando una cima; o come un naufrago solitario, mezzo nudo e scalzo, camminare su scogliere affioranti in cerca di frutti di mare per combattere la fame. Affrontava selvaggi su spiagge tropicali, domava ammutinamenti in alto mare, e in una piccola barca sull’oceano rincuorava uomini disperati – costante esempio di dedizione al dovere, intrepido come l’eroe di un romanzo.
«Sta succedendo qualcosa. Venite».
Balzò in piedi. Gli allievi si precipitavano su per le scale. Sopra si sentiva un gran tramestio e un gran gridare, e quando spuntò su dal boccaporto si arrestò – attonito.
Era il crepuscolo di una giornata d’inverno. Il vento era andato rinfrescando da mezzogiorno, fermando il traffico sul fiume e ora soffiava con la forza di un uragano a raffiche irregolari che rimbombavano come colpi di grossi cannoni sparati a salve sull’oceano. La pioggia veniva giù a scrosci obliqui ora sferzanti ora più calmi, e a tratti Jim aveva fugaci visioni minacciose del mare sconvolto, delle piccole imbarcazioni ammassate e sballottate lungo la riva, degli edifici immobili nella foschia incalzante, dei panciuti traghetti che beccheggiavano pesantemente all’ancora, dei grandi pontili ondeggianti e inondati di spruzzi. La raffica successiva sembrò spazzar via tutto ciò. L’aria era piena d’acqua trascinata dal vento. C’era una selvaggia determinazione nella burrasca, un ardore furibondo nell’urlo acuto del vento, nel tumulto brutale di cielo e terra, che parevano diretti contro di lui, e gli facevano trattenere il respiro in sgomenta soggezione. Rimase immobile. Gli sembrava di essere trascinato in un turbine.
Ricevette uno spintone. «Armate la lancia!». Alcuni compagni l’oltrepassarono correndo a precipizio. Una nave di piccolo cabotaggio entrando a gran velocità in cerca di ridosso aveva sfondato una goletta all’ancora, e uno degli istruttori della nave-scuola aveva seguito l’incidente. Una moltitudine di allievi si arrampicò sulle battagliole, si ammucchiò intorno ai paranchi. «Collisione. Proprio davanti a noi. Il signor Symons l’ha vista». Uno spintone lo fece barcollare contro l’albero di mezzana, ed egli agguantò una cima. La vecchia nave-scuola incatenata agli ormeggi vibrava tutta, inclinando lievemente la prua al vento, mentre la sua modesta attrezzatura intonava con un profondo e basso mormorio l’affannosa canzone della sua giovinezza sul mare. «Ammaina!». Vide la lancia, armata, calare velocemente al di sotto della battagliola, e si precipitò da quella parte. Udì un tonfo. «Molla; libera le cime!». Si sporse. Il fiume lungo la fiancata ribolliva in strisce schiumose. Nell’oscurità incipiente, sballottata al traverso della nave, si scorgeva la lancia soggiogata dalla corrente e dal vento, che per un momento parvero tenerla in loro balìa. Gli giunse debolmente all’orecchio una voce che urlava: «Vogate tutti insieme, mocciosi, se volete salvare qualcuno! Vogate tutti insieme!». Improvvisamente l’imbarcazione si sollevò di prua e, scavalcando a remi alzati un’onda, spezzò l’incantesimo in cui l’avevano tenuta il vento e la corrente.
Jim si sentì afferrare saldamente a una spalla. «Troppo tardi, giovanotto». Il comandante della nave trattenne con la mano il ragazzo, che sembrava sul punto di saltare in acqua, e Jim alzò gli occhi colmi di dolore per la coscienza della sconfitta. Il comandante sorrise con comprensione. «Sarai più fortunato la prossima volta. Questo ti insegnerà a essere più pronto».
Un acuto grido di evviva salutò la lancia. Tornava ballando mezza piena d’acqua, mentre due uomini sfiniti guazzavano sui paglioli. Il tumulto e la minaccia del vento e del mare ora apparivano a Jim del tutto disprezzabili, facendogli maggiormente rimpiangere lo sbigottimento provato di fronte alla loro vana minaccia. Ora sapeva cosa pensarne. Gli sembrava che non gliene importasse niente della burrasca. Poteva affrontare pericoli ben più grandi. L’avrebbe fatto – meglio di chiunque altro. Neanche un briciolo di paura era rimasto. Ciononostante quella sera se ne stette in disparte a rimuginare mentre il prodiere della lancia – un ragazzo con la faccia da bambina e grandi occhi grigi – era l’eroe del ponte inferiore. Compagni avidi di sapere gli si accalcavano intorno. E lui raccontava: «Ho visto solo la sua testa affiorare e scomparire, e ho lanciato in acqua la gaffa. Gli è rimasta impigliata nei calzoni e per poco non sono caduto in acqua, e pensavo proprio di finirci, se non era per il vecchio Symons che ha mollato la barra e mi ha afferrato per le gambe – la barca è stata lì lì per capovolgersi. Il vecchio Symons è una gran brava persona. Non me ne importa niente se con noi è un po’ bisbetico. Mentre mi teneva la gamba non ha mai smesso di imprecare contro di me, ma quello era il suo modo di dirmi di non mollare la gaffa. Si eccita con niente il vecchio Symons – vero? No – non il biondino – l’altro, quello grosso con la barba. Quando l’abbiamo tirato su gemeva. “Oh, la mia gamba! Oh, la mia gamba!” e poi è svenuto. Chi l’avrebbe creduto, così grande e grosso svenire come una signorina. Sverreste voi altri per un taglietto di gaffa? Io no. Gli si è conficcata nella gamba fin qui». Mostrò la gaffa che aveva portato sotto coperta apposta, e destò gran scalpore. «Macché, stupido! Non era la carne a reggerlo – erano i calzoni. Sangue in abbondanza, naturalmente».
Jim giudicò il tutto una penosa esibizione di vanità. La tempesta aveva magnificato un eroismo non meno falso del suo finto aspetto minaccioso. Si sentiva in rivolta contro quel brutale tumulto di terra e cielo che l’aveva colto alla sprovvista impedendogli slealmente il suo generoso slancio ad affrontare il pericolo. Per il resto era piuttosto soddisfatto di non essere andato sulla lancia, dal momento che un’impresa minore era bastata allo scopo. Aveva arricchito la sua conoscenza più di quelli che avevano fatto il lavoro. Quando tutti fossero indietreggiati, allora – ne era certo – egli solo avrebbe saputo affrontare la falsa minaccia del vento e delle onde. Sapeva cosa pensarne. Considerata con calma, sembrava disprezzabile. Non riusciva a intravvedere la minima traccia di emozione in se stesso, e l’effetto finale di quell’avvenimento sconcertante fu che, inosservato e in disparte dalla rumorosa folla dei compagni, egli gioì per la rinnovata certezza nella sua avidità di avventure, e in una sensazione di multiforme coraggio.
Capitolo secondo
Dopo due anni di addestramento prese il mare, ed entrando in quelle regioni così familiari alla sua immaginazione, le trovò stranamente vuote di avventure. Fece molti viaggi. Conobbe la magica monotonia dell’esistenza tra cielo e acqua: dovette sopportare le critiche degli uomini, le esigenze del mare, e la prosaica severità del dovere quotidiano che dà il pane – la cui sola vera ricompensa consiste tuttavia nell’amare totalmente il proprio lavoro. Tale ricompensa gli fu negata. Eppure non poteva tornare indietro, poiché non vi è niente di più seducente, di più deludente e di più avvincente della vita sul mare. Inoltre, aveva buone probabilità di riuscita. Era signorile di modi, equilibrato, docile, perfettamente conscio dei propri doveri; e in breve tempo, ancora giovanissimo, divenne primo ufficiale di una bella nave, senza essere mai stato messo alla prova da quegli eventi del mare che mostrano alla luce del sole l’intrinseco valore di un uomo, la natura della sua indole, e la fibra della sua materia prima; che rivelano la qualità della sua resistenza e la segreta verità delle sue false apparenze, non solo agli altri ma anche a se stesso.
Una volta soltanto in tutto quel tempo poté scorgere l’intensa gravità della rabbia del mare. Questa verità non viene rivelata tanto spesso quanto la gente è portata a credere. Vi sono molte gradazioni di pericolo nelle avventure e nelle burrasche, e solo di tanto in tanto appare alla superficie dei fatti una sinistra violenza intenzionale – quel qualcosa d’indefinibile che costringe la mente e il cuore di un uomo a rendersi conto che una tale concatenazione di avvenimenti o tali furie degli elementi lo assalgono con premeditata perfidia, con forza incontrollabile, con sfrenata crudeltà fermamente intenzionata a strappargli dall’anima speranza e timore, tormento della fatica e anelito al riposo: fermamente intenzionata a frantumare, distruggere, annientare tutto quanto da lui visto, conosciuto, amato, goduto, o odiato; tutto ciò che è necessario e non ha prezzo – la luce del sole, i ricordi, l’avvenire, – fermamente intenzionata a spazzar via totalmente dai suoi occhi tutto questo prezioso mondo col semplice e spaventoso atto di togliergli la vita.
Jim, invalido per la caduta di un pennone all’inizio di una settimana a proposito della quale in seguito il suo capitano scozzese era solito dire: «Ragazzi! È un vero miracolo che la nave ce l’abbia fatta!», passò molti giorni disteso sulla schiena, intontito, abbattuto, disperato, e tormentato come se si trovasse in fondo a un abisso d’inquietudine. Non gli importava come sarebbe stata la fine, e nei momenti di lucidità esagerava la sua indifferenza. Quando non lo si vede, il pericolo ha l’imperfezione e l’indeterminatezza del pensiero umano. La paura diventa indistinta; e l’Immaginazione, nemica dell’uomo, origine di tutti i terrori, quando non è stimolata, sprofonda nella monotonia dell’emozione esausta. Jim non vedeva altro che il disordine della sua cabina sballottata. Se ne stava là sdraiato e abbattuto in mezzo a una piccola devastazione, segretamente felice di non dover salire in coperta. Ma di tanto in tanto un incontrollabile attacco di angoscia lo invadeva tutto, lo faceva respirare affannosamente e contorcersi sotto le coperte, e allora l’ottusa brutalità di un’esistenza esposta all’agonia di tali sensazioni lo pervadeva di un disperato desiderio di scappare a ogni costo. Poi tornò il bel tempo, e non ci pensò più.
La sua debolezza però non passava, e quando la nave giunse in un porto dell’Oriente dovette andare all’ospedale. La guarigione era lenta, e fu lasciato a terra.
Nel reparto dei bianchi c’erano soltanto due altri pazienti: il commissario di una cannoniera, che si era rotto una gamba cadendo giù da un boccaporto; e una specie di appaltatore delle ferrovie di una provincia vicina, affetto da una non ben identificata malattia tropicale, che considerava il dottore un asino, e si lasciava andare a segrete orge di una specialità medicinale che il suo servo tamil gli procurava di contrabbando con instancabile devozione. Si raccontavano a vicenda la storia della loro vita, giocavano un po’ a carte, o, sbadigliando e in pigiama, se ne stavano in panciolle da mattina a sera seduti in poltrona senza dire una parola. L’ospedale era in collina, e una leggera brezza che entrava dalle finestre, sempre spalancate, portava nella nuda stanza la delicatezza del cielo, il languore della terra, il seducente mormorio delle acque orientali. C’erano in essa profumi, suggerimenti di riposo infinito, il dono di sogni senza fine. Ogni giorno Jim posava lo sguardo oltre i boschetti dei giardini, al di là dei tetti della città, oltre le fronde delle palme sulla spiaggia, su quella rada che è una via di grande traffico per l’Oriente – rada punteggiata di isolotti fioriti, illuminata da un sole splendente, con le sue navi che parevano giocattoli, e il suo traffico vivace simile a una parata festiva, con l’eterna serenità del cielo orientale in alto e la pace sorridente dei mari d’Oriente che si estendeva fino all’orizzonte.
Appena poté camminare senza bastone, scese in città per vedere se riusciva a trovare qualche occasione di rientrare in patria. Proprio allora non ce n’era nessuna, e, mentre aspettava, gli venne naturale frequentare gli uomini del suo stesso mestiere che si trovavano in porto. Questi erano di due tipi. Alcuni, pochissimi e che si vedevano solo di rado, conducevano vite misteriose, avevano conservato intatta la loro energia con un temperamento da bucanieri e occhi da sognatori. Sembravano vivere in un pazzo labirinto di progetti, speranze, pericoli, imprese, oltre la civiltà, negli oscuri meandri del mare; e la morte era l’unico avvenimento della loro fantasmagorica esistenza che presumibilmente aveva una logica certezza di realizzazione. La maggioranza erano uomini che, come lui, gettati là per qualche motivo, erano rimasti quali ufficiali di navi locali. Avevano orrore ormai di prestare servizio sulle navi dei loro paesi d’origine, con le condizioni più dure che ciò comportava, una più severa concezione del dovere, e il rischio di oceani tempestosi. Si erano intonati all’eterna pace del cielo e del mare d’Oriente. Amavano viaggi brevi, buone sedie a sdraio, grandi equipaggi indigeni, e il privilegio di essere bianchi. Rabbrividivano al pensiero di un lavoro faticoso, e conducevano esistenze precarie ma facili, sempre sul punto di essere licenziati, sempre sul punto di essere reclutati, al servizio di cinesi, arabi, meticci – avrebbero servito il diavolo in persona se egli avesse reso loro la vita sufficientemente facile. Parlavano incessantemente di colpi di fortuna; come al Tal dei Tali fosse stato affidato un piccolo bastimento sulle coste della Cina – un lavoro di tutto riposo; come taluno fosse tranquillamente sistemato da qualche parte in Giappone, e talaltro se la passasse bene nella marina siamese; e in tutto ciò che dicevano – nelle loro azioni, nei loro sguardi, nelle loro persone – si poteva scoprire il punto debole, il marcio, la determinazione di trascorrere la vita bighellonando senza il minimo rischio.
A Jim quella accozzaglia di pettegoli, considerati nella loro veste di marinai, sembrò a prima vista più irreale di altrettante ombre. Ma in seguito scoprì un certo fascino in quegli uomini, in quel loro sembrare di passarsela così bene con una così piccola razione di pericolo e fatica. Coll’andar del tempo, accanto al disprezzo iniziale si venne a formare a poco a poco un altro sentimento; e a un tratto, abbandonata l’idea di tornare in patria, prese imbarco come primo ufficiale sul Patna.
Il Patna era un vapore locale vecchio come i dolci pendii, sottile come un levriero, e divorato dalla ruggine peggio di un serbatoio che non serve più. L’armatore era un cinese, il noleggiatore un arabo, e il comandante una specie di rinnegato tedesco del Nuovo Galles del Sud, sempre bramoso di maledire in pubblico il paese natio, ma che, ispirandosi evidentemente alla vittoriosa politica di Bismark, trattava brutalmente tutti coloro dei quali non aveva paura, e aveva un aspetto tutto «ferro e fuoco» accompagnato da un naso paonazzo e da un bel paio di baffi rossi. Dopo che era stato ripitturato all’esterno e imbiancato all’interno, all’incirca ottocento pellegrini furono sospinti a bordo del vapore, attraccato a un pontile di legno.
Si riversarono sulla nave da tre passerelle, spinti dalla fede e dalla speranza del paradiso, entrarono a fiotti con passo strascicato e con uno scalpiccio continuo di piedi scalzi, senza una parola, un mormorio, e senza mai voltarsi indietro; e quando non furono più costretti in fila dai corrimano si sparpagliarono dovunque sul ponte, fluirono a prua e a poppa, inondarono i boccaporti spalancati, colmarono i più intimi recessi della nave – come acqua che colma una cisterna, come acqua che s’infiltra in crepacci e fessure, come acqua che sale silenziosamente fino all’orlo. Ottocento uomini e donne pieni di fede e di speranze, di affetti e di ricordi, tutti raccolti là, venuti da nord e da sud e dai limiti estremi dell’Oriente, dopo aver calpestato i sentieri della giungla, disceso i corsi dei fiumi, costeggiato a bordo di prau in acque poco profonde, dopo esser passati da un’isola all’altra in piccole canoe, sopportando sofferenze e disagi, incontrando strani spettacoli, assaliti da strane paure, sostenuti da un unico desiderio. Provenivano da capanne solitarie in lande desolate, da popolosi accampamenti, da villaggi sul mare. Chiamati da una sola idea avevano abbandonato le loro foreste, le loro radure, la protezione dei loro capi, la loro prosperità, la loro miseria, i luoghi della loro giovinezza, e le tombe dei padri. Venivano coperti di polvere, di sudore, di sudiciume, di stracci – gli uomini forti a capo di gruppi familiari, i vecchi scarni spingendosi avanti senza speranza di ritorno; ragazzi giovani dagli occhi senza paura che si guardavano intorno curiosi, timide bambine dai lunghi capelli scompigliati; timorose donne imbacuccate che si stringevano al seno, avvolti nelle estremità libere di sporchi fazzoletti da testa, i loro bimbi addormentati, inconsci pellegrini di un esigente credo.
«Guardi questo bestiame», disse il capitano tedesco al suo nuovo primo ufficiale.
Per ultimo venne un arabo, il capo di quella pia spedizione. Salì a bordo lentamente, bello e solenne nella sua tunica bianca e col suo grande turbante; lo seguiva una fila di servi, carichi del suo bagaglio; il Patna mollò gli ormeggi e si scostò dalla banchina a macchine indietro.
Diresse la prua tra due isolotti, attraversò obliquamente lo specchio d’acqua d’ancoraggio dei velieri, descrisse un semicerchio all’ombra di una collina, poi costeggiò una scogliera spumeggiante. L’arabo, ritto a poppa, recitò ad alta voce la preghiera dei naviganti. Invocò il favore dell’Altissimo su quel viaggio, implorò la Sua benedizione sulla fatica degli uomini e sulle segrete intenzioni dei loro cuori; nel crepuscolo il piroscafo solcò le calme acque dello Stretto; e lontano a poppa della nave di pellegrini un faro su un traliccio, piantato da miscredenti su una secca traditrice, sembrava ammiccarle col suo occhio lampeggiante, come per deridere la sua missione di fede.
La nave uscì dallo Stretto, attraversò la baia, continuando a far rotta attraverso il passaggio del «Primo grado». Puntò dritta sul Mar Rosso sotto un cielo sereno, sotto un cielo ardente e senza nubi, avvolto in un fulgore di sole che uccideva ogni pensiero, opprimeva il cuore, faceva appassire ogni impulso di forza ed energia. E sotto lo splendore sinistro di quel cielo il mare, blu e profondo, restava immobile, senza un segno di vita, senza un’increspatura, senza una piega – viscoso, stagnante, morto. Con un lieve sibilo, il Patna avanzava su quella superficie luminosa e liscia, snodando un nero nastro di fumo attraverso il cielo, lasciando dietro di sé sull’acqua un nastro bianco di spuma che subito svaniva, come una scia fantasma tracciata da un piroscafo fantasma su un mare senza vita.
Ogni mattina il sole, come se nelle sue rivoluzioni volesse procedere di pari passo con l’andatura dei pellegrini, sorgeva con un silenzioso scoppio di luce esattamente alla stessa distanza a poppa della nave, la raggiungeva a mezzogiorno, riversando il fuoco concentrato dei suoi raggi sui pii proponimenti degli uomini, le scivolava davanti al tramonto, e si immergeva misteriosamente in mare una sera dopo l’altra, mantenendo la stessa distanza dalla sua prua avanzante. I cinque bianchi a bordo vivevano al centro della nave, isolati dal carico umano. I tendoni coprivano il ponte di un bianco tetto da prua a poppa, e soltanto un fioco brusio, un basso mormorio di voci tristi, rivelava la presenza di una moltitudine di persone sull’immenso splendore dell’oceano. I giorni si susseguivano così, immobili, caldi, pesanti, scomparendo uno dopo l’altro nel passato, come cadessero in un abisso perennemente aperto nella scia della nave; ed essa, solitaria sotto un filo di fumo, proseguiva risoluta il suo cammino nera e fumeggiante in un’immensità luminosa, come riarsa da una fiamma scagliatale addosso da un cielo senza pietà.
Le notti le scendevano sopra come una benedizione.
Capitolo terzo
Una meravigliosa quiete pervadeva il mondo, e sembrava che le stelle diffondessero sulla terra, insieme alla serenità dei loro raggi, la garanzia di una sicurezza eterna. La falce della luna nuova, che brillava bassa a ponente, era simile a un truciolo sottile piallato da un lingotto d’oro, e il Mare Arabico, liscio e fresco all’occhio come una lastra di ghiaccio, stendeva la sua perfetta superficie fino alla perfetta curvatura di un orizzonte scuro. L’elica girava senza il minimo ostacolo, come se il suo ritmo fosse rientrato nello schema di un universo senza pericoli; e su entrambe le fiancate del Patna due profondi solchi d’acqua, costanti e cupi sull’intatto scintillio, racchiudevano entro i loro bordi rettilinei e divergenti alcuni bianchi vortici di schiuma che si frangevano con sibili sommessi, alcune ondicine, alcune increspature, alcune ondulazioni che, rimaste di poppa, agitavano la superficie del mare per un istante dopo il passaggio della nave, si appiattivano con un leggero sciabordio, si calmavano infine nell’immobilità circolare dell’acqua e del cielo con al centro sempre la macchia nera dello scafo in movimento.
Jim sul ponte di comando era pervaso dall’assoluta certezza di infinita incolumità e pace che si coglieva nell’aspetto silenzioso della natura come la certezza di un amore protettivo nella placida tenerezza di un viso di madre. Al riparo dei tendoni, abbandonatisi alla saggezza dei bianchi e al loro coraggio, confidando nel potere del loro scetticismo e nella carcassa di ferro della loro nave brulotto, i pellegrini di una fede esigente dormivano su stuoie, su coperte, sulle nude tavole, su ogni ponte, in tutti gli angoli bui, avvolti in panni tinti, imbacuccati in sudici stracci, con la testa appoggiata su piccoli fagotti e la faccia schiacciata sull’avambraccio ripiegato: gli uomini, le donne, i bambini; i vecchi insieme ai giovani, i decrepiti insieme ai vigorosi – tutti uguali di fronte al sonno, fratello della morte.
Una corrente d’aria, proveniente da prua dovuta alla velocità della nave, attraversava con regolarità il lungo tratto di penombra tra gli alti parapetti, spazzava le file dei corpi distesi; qualche debole fiamma entro lumi a globo oscillava bassa qua e là sotto le travi di sostegno del tendone, e negli incerti cerchi di luce che proiettava verso il basso, tremolante per l’incessante vibrazione della nave, apparivano un mento voltato all’insù, due palpebre chiuse, una mano scura inanellata d’argento, un arto scarno drappeggiato di stracci, una testa ripiegata all’indietro, un piede scalzo, una gola nuda e protesa come se si offrisse al coltello. I benestanti avevano costruito per le loro famiglie dei ripari con pesanti casse e stuoie polverose; i poveri riposavano fianco a fianco con tutto quello che possedevano al mondo saldamente legato in un cencio sotto la testa; i vecchi solitari dormivano, a gambe rannicchiate, sulle loro preghiere, con le mani sopra le orecchie e il viso fra i gomiti; un padre, con le spalle sollevate e la fronte sulle ginocchia, sonnecchiava con aria mesta accanto a un bambino dai capelli arruffati che dormiva supino con un braccio teso in avanti in gesto di comando; una donna coperta dalla testa ai piedi con un lembo di lenzuolo bianco, come un cadavere, teneva nell’arco delle braccia due bimbi nudi, uno per parte; la roba dell’arabo, ammassata all’estrema poppa, formava un pesante mucchio dai contorni irregolari, con una lampada da carico che vi dondolava sopra e una gran confusione di forme indistinte dietro: riflessi di panciuti recipienti d’ottone, l’appoggiapiedi di una sedia a sdraio, punte di lance, il fodero dritto di una vecchia spada appoggiato a una pila di cuscini, il beccuccio di una caffettiera di latta. Il log ben visibile sulla ringhiera di poppa emetteva periodicamente un solo rintocco tintinnante per ogni miglio percorso in quella missione di fede. Di tanto in tanto sulla massa dei dormienti aleggiava un lieve e paziente sospiro, esalazione di un sogno agitato; e brevi suoni metallici, l’aspro raschiare di una pala, il violento sbattere dello sportello di una caldaia, prorompendo improvvisi dalle profondità della nave, esplodevano brutalmente, come se gli uomini che maneggiavano quelle misteriose cose là sotto avessero il petto colmo di rabbia feroce: intanto lo scafo alto e sottile del piroscafo procedeva con regolarità, senza un’oscillazione dei suoi alberi spogli, fendendo incessantemente la grande calma delle acque sotto l’inaccessibile serenità del cielo.
Jim camminava da una parte all’altra del ponte, e i suoi passi nel vasto silenzio risuonavano alle sue stesse orecchie, come riecheggiati dalle vigili stelle: i suoi occhi vaganti lungo la linea dell’orizzonte sembravano scrutare con avidità l’irraggiungibile, e non vedevano l’ombra del fato imminente. L’unica ombra sul mare era quella del fumo nero che scaturiva denso dal fumaiolo in un nastro immenso, la cui estremità si dissolveva continuamente nell’aria. Silenziosi e quasi immobili, due malesi governavano ai due lati della ruota del timone, il cui cerchio d’ottone brillava a tratti nell’ovale di luce irradiato dalla chiesuola. Di tanto in tanto in quella parte illuminata appariva una mano, dalle nere dita che alternativamente afferravano e mollavano le caviglie della ruota; le maglie delle catene del timone sfregavano fortemente nelle scanalature del cilindro. Jim ora lanciava uno sguardo alla bussola, ora un altro in giro all’orizzonte irraggiungibile, ora si stirava fino a far scricchiolare le giunture con una lenta torsione del corpo, al colmo del benessere; e, come reso audace da quell’aspetto invincibile di pace, sentiva che non gli importava niente di quanto sarebbe potuto accadergli fino alla fine dei suoi giorni. Di tanto in tanto dava una pigra occhiata a una carta nautica fissata con quattro puntine su un basso tavolino a tre piedi a poppa della custodia del timone. Il foglio di carta con indicati i fondali marini presentava una superficie scintillante sotto la luce di una lanterna appesa a un sostegno, una superficie piana e liscia come la superficie luccicante delle acque. Vi posavano sopra delle parallele con un compasso a punte fisse; la posizione della nave a mezzogiorno era marcata con una crocetta nera, e la netta linea retta tracciata a matita fino a Perim rappresentava la rotta della nave – il sentiero delle anime verso il luogo santo, la promessa di salvezza, la ricompensa della vita eterna – mentre la matita, toccando con la sua punta affilata la costa somala, giaceva rotonda e immobile come un nudo pennone di nave galleggiante nello specchio d’acqua di un bacino riparato. «Come fila via liscia», pensò Jim con meraviglia, con una specie di gratitudine per quella profonda pace di calma piatta e di cielo. In momenti simili i suoi pensieri erano pieni di gesta valorose: amava quei sogni e il successo delle sue imprese immaginarie. Erano le parti migliori della vita, ne costituivano la verità segreta, la realtà nascosta. Possedevano una stupenda virilità, il fascino delle cose vaghe, gli passavano davanti con andatura eroica; si portavan via la sua anima e la inebriavano con il filtro divino di una illimitata fiducia in se stessa. Non c’era niente che non avrebbe potuto affrontare. Era così compiaciuto di questa idea che sorrise, continuando a fissare distrattamente davanti a sé; e quando gli capitò di dare un’occhiata indietro vide la bianca striscia della scia tracciata sul mare dalla chiglia della nave dritta come la linea nera segnata dalla matita sulla carta.
I buglioli della canere facevano un gran fracasso, rimbombando con suono metallico su e giù per le maniche a vento della sala macchine, e quello sbatacchiare di latta lo avvertì che il suo turno di guardia stava per finire. Emise un sospiro di soddisfazione, e allo stesso tempo di rammarico per doversi separare da quella serenità che stimolava la libertà avventurosa dei suoi pensieri. Era anche un po’ assonnato, e si sentiva un piacevole languore percorrergli le membra come se tutto il sangue nel suo corpo si fosse trasformato in latte caldo. Il capitano era venuto su silenziosamente, in pigiama con la giacca completamente sbottonata. Rosso in viso, ancora mezzo addormentato, con l’occhio sinistro semichiuso, il destro con uno sguardo fisso stupido e vitreo, abbassò il testone sulla carta e si grattò le costole con aria assonnata. C’era un che di osceno nella vista della sua carne nuda. Il petto scoperto luccicava molle e unto come se avesse trasudato grasso durante il sonno. Fece un’osservazione tecnica con voce aspra e secca, simile al suono stridente di una lima sullo spigolo di un’asse di legno; la piega del doppio mento pendeva come una borsa issata subito sotto la cerniera della mascella. Jim trasalì, e la sua risposta fu piena di deferenza; ma quella figura odiosa e flaccida, quasi la vedesse per la prima volta in un attimo rivelatore, gli si fissò nella memoria per sempre come l’incarnazione di tutto ciò che di vile e di basso è latente nel mondo che amiamo: in cuor nostro confidiamo per la nostra salvezza negli uomini che ci circondano, negli spettacoli che ci riempiono gli occhi, nei suoni che ci riempiono le orecchie, nell’aria che ci riempie i polmoni.
Il sottile truciolo d’oro della luna fluttuando lentamente verso il basso si era smarrito sulla superficie oscurata delle acque, e l’eternità oltre il cielo sembrava avvicinarsi maggiormente alla terra, col più intenso scintillio delle stelle, con il buio ora più profondo nella lucentezza della volta semitrasparente che copriva il disco piatto di un mare opaco. La nave procedeva così liscia che il suo moto in avanti era impercettibile ai sensi dell’uomo, come fosse stata un affollato pianeta che avanzava velocemente attraverso gli oscuri spazi dell’etere dietro a una miriade di soli, nelle spaventose e immobili solitudini in attesa del soffio di future creazioni. «È indescrivibile il caldo giù abbasso», disse una voce.
Jim sorrise senza voltarsi. L’ampia schiena del capitano non si mosse: era abitudine di quel rinnegato mostrarsi volutamente ignaro della vostra esistenza a meno che non gli facesse comodo voltarsi verso di voi con sguardo vorace prima di dar via libera a un torrente di parolacce schiumose e offensive che uscivano come un rigurgito da una fogna. Questa volta emise solo un cupo grugnito; il secondo macchinista in cima alla scaletta del ponte di comando, appallottolando con le mani umide un sudicio cencio per tergersi il sudore, continuò imperterrito l’elenco delle sue lamentele. I marinai se la spassavano lassù, e a cosa mai servissero al mondo che fosse dannato se riusciva a capirlo. Tanto quei poveri diavoli di macchinisti dovevano portare avanti la nave lo stesso, e potevano benissimo fare anche il resto; perbacco loro… «Piantala», ringhiò il tedesco imperturbabile. «Eh già! Piantala – ma quando qualcosa va storto lei si precipita da noi, vero?», proseguì l’altro. Doveva essere a un buon punto di cottura; comunque, ormai, non gliene importava niente dei propri peccati, perché negli ultimi tre giorni aveva fatto un bell’allenamento per quel posto dove vanno i ragazzacci quando muoiono – perdiana se l’aveva fatto – oltre a esser diventato mezzo sordo con quel maledetto fracasso là sotto. Quel putrido mucchio composito di rifiuti del diavolo, a condensazione superficiale, sferragliava e sbatacchiava laggiù come un vecchio argano di coperta, anzi peggio; e che cosa lo inducesse a rischiare la vita ogni santo giorno in mezzo a quel rifiuto di cantiere da demolizione che marciava vorticosamente a cinquantasette giri, era più di quanto lui potesse dire. Doveva essere un incosciente nato, perdinci. Lui… «Dove hai trovato da bere?», chiese il tedesco, inferocito, ma immobile nella luce della chiesuola, simile a una goffa figura d’uomo scolpita in un blocco di grasso. Jim continuava a sorridere all’orizzonte fuggente; aveva il cuore pieno di impulsi generosi, e mentalmente contemplava la propria superiorità. «Da bere!», ripeté il macchinista con amabile scherno: si aggrappava con entrambe le mani alla battagliola, indistinta figura dalle gambe flessibili. «Non certo da lei, capitano. È di gran lunga troppo tirchio, perdiana. Lo lascerebbe morire uno, lei, piuttosto che dargli un goccio di grappa. Questa voi tedeschi la chiamate economia. Taccagno nelle piccole, sprecone nelle grandi spese». Diventò sentimentale. Il capo macchinista gli aveva dato un bicchierino verso le dieci – «uno solo, per carità!» – brav’uomo il vecchio capo; ma quanto a tirar fuori quel vecchio imbroglione dalla cuccetta – non ce l’avrebbe fatta neanche una gru da cinque tonnellate. No di certo. Comunque non stanotte. Dormiva placido come un bambino, con una bottiglia di acquavite di prima qualità sotto il cuscino. Dalla grossa gola del comandante del Patna uscì un sommesso brontolio, sul quale il suono della parola schwein ondeggiava su e giù come una piuma capricciosa in un lieve alito di vento. Lui e il capo macchinista erano insieme da parecchi anni – al servizio dello stesso gioviale e astuto vecchio cinese con gli occhiali dalla montatura di corno e i fili di seta rossa intrecciati nei venerandi capelli grigi del codino. Era opinione diffusa sulle banchine del porto di origine del Patna che quei due, in materia di peculato senza scrupoli, «ne avessero combinate insieme più di quante se ne potessero immaginare». Esternamente erano male assortiti: l’uno con occhi inespressivi, malevolo, e tutto curve molli e carnose; l’altro smunto, tutto buchi, con una testa lunga e ossuta come quella di un cavallo vecchio, con guance infossate, tempie infossate, occhi infossati dallo sguardo indifferente e vitreo. Era rimasto incagliato da qualche parte in Oriente – a Canton, Shangai, o forse Yokohama; neanche a lui probabilmente importava ricordarsi l’esatta località, e neppure la causa del suo naufragio. Grazie alla sua giovane età, vent’anni prima o forse più, era stato buttato fuori a calci dalla sua nave senza far troppo rumore, e gli sarebbe potuta andare talmente peggio che il ricordo dell’episodio non racchiudeva in sé praticamente la minima traccia di disgrazia. Poi, con il diffondersi della navigazione a vapore in quei mari e l’iniziale scarsità di uomini del suo mestiere, aveva «tirato avanti» in qualche modo. Ci teneva moltissimo a far sapere ai forestieri con un cupo brontolio che era «una vecchia volpe laggiù». Quando si muoveva, sembrava che uno scheletro ondeggiasse liberamente nei suoi panni; il suo camminare non era altro che un vagare senza meta, ed era sua abitudine girovagare così intorno all’osteriggio della sala macchine, fumando, senza gusto, del tabacco trattato in una pipa d’ottone, all’estremità di un cannello di legno di ciliegio lungo più d’un metro, con la stupida gravità di un pensatore che sta sviluppando un sistema filosofico dalla nebulosa e fugace visione di una verità. Di solito era tutt’altro che prodigo della sua scorta privata di liquori; ma quella sera aveva fatto uno strappo ai suoi principi, così che il suo secondo, un ragazzino di Wapping corto di comprendonio, vuoi per l’offerta inaspettata vuoi per la potenza della bevanda, era diventato felicissimo, impertinente e chiacchierone. Il tedesco del Nuovo Galles del Sud era al colmo della rabbia; soffiava come un tubo di scarico, e Jim, non molto divertito dalla scena, non vedeva l’ora di potersene andare abbasso: gli ultimi dieci minuti di guardia erano irritanti come un cannone che indugia a sparare; quegli uomini non appartenevano al mondo delle imprese eroiche; erano dei buoni diavoli però. Perfino il capitano… Provò nausea alla vista di quella massa di carne ansimante dalla quale sgorgavano gorgoglianti brontolii, un torbido rivolo di espressioni sconce; ma era pervaso da un languore troppo piacevole per provare una viva avversione nei confronti di ciò o di qualsiasi altra cosa. La qualità di quegli uomini non era importante; viveva con loro spalla a spalla, ma essi non lo potevano toccare; respiravano la stessa aria, ma lui era diverso… Il capitano si sarebbe lanciato contro il macchinista? …La vita era facile ed egli era troppo sicuro di sé – troppo sicuro di sé per… La linea che divideva le sue meditazioni da uno stato di subdolo sonno che lo cogliesse in piedi era più sottile del filo di una ragnatela.
Il secondo macchinista stava arrivando per via di facili passaggi a considerare le proprie finanze e il proprio coraggio.
«Chi ubriaco? Io? No, no, capitano! Neanche per idea. A quest’ora dovrebbe sapere che il capo non è abbastanza generoso neanche da ubriacare un passero, perdiana. Non mi son mai sentito male per un liquore in vita mia; non è ancora stato inventato l’intruglio capace di ubriacare me. Potrei bere tanti bicchieri di fuoco liquido quanti lei di whisky, perdiana, e restare fresco come una rosa. Se mi accorgessi di essere ubriaco mi butterei in mare – la farei finita, perdiana. Eccome! Immediatamente! E non voglio andarmene dal ponte di comando. Dove suppone che possa prendere un po’ d’aria in una notte come questa, eh? In coperta tra quella feccia laggiù? Probabile – davvero! E lei non mi fa proprio nessuna paura».
Il tedesco alzò verso il cielo due grossi pugni e li agitò leggermente senza fiatare.
«Non so cosa sia la paura», proseguì il macchinista, con l’entusiasmo di una convinzione sincera. «Non mi spaventa tutto il maledetto lavoro che c’è da fare su questa putrida carcassa, perdiana! Ed è una gran bella cosa per lei che ci siano in giro per il mondo dei tipi come noi che non temono per la propria pelle, se no dove sarebbe lei – lei e questo vecchiume con le sue lamiere di cartone – cartone, che Dio mi aiuti? Per lei va tutto benissimo – in un modo o nell’altro lei ci guadagna un bel po’ di soldoni; ma io – che ci guadagno io? Centocinquanta miserabili dollari al mese e giudichi lei stesso. Vorrei domandarle rispettosamente – rispettosamente, badi – chi non pianterebbe un lavoro infame come questo? Non è sicuro, che Dio m’aiuti, non lo è affatto! Fortuna che io sono uno di quegli individui senza paura…».
Si staccò dalla battagliola e fece ampi gesti come per dimostrare in aria la forma e la dimensione del suo valore; la sua voce sottile volava sul mare con squittii prolungati, lui oscillava avanti e indietro in punta di piedi per sottolineare meglio le sue parole, e improvvisamente cadde a terra a capofitto come se fosse stato bastonato alle spalle. «Dannazione!», disse mentre ruzzolava; al suo grido seguì un attimo di silenzio: Jim e il capitano barcollarono in avanti di comune accordo, e ripreso l’equilibrio, rimasero fermi impalati a fissare, stupiti, la superficie indisturbata del mare. Poi alzarono gli occhi verso le stelle.
Cos’era successo? L’ansante pulsare delle macchine continuava. Si era forse arrestata la terra nel suo corso? Non riuscivano a capire; e a un tratto quel mare calmo, quel cielo senza una nuvola, apparivano spaventosamente insicuri nella loro immobilità, sospesa sull’orlo di un abisso di distruzione. Il macchinista rimbalzò verticalmente in tutta la sua lunghezza e si afflosciò di nuovo in un mucchio dai contorni indistinti. Quel mucchio diceva «cosa succede?» con tono velato di profonda angoscia. Un lieve rumore come di tuono, un tuono infinitamente lontano, meno di un suono, poco più di una vibrazione, passò lentamente, e la nave tremò di rimando, come se il tuono avesse brontolato laggiù nell’acqua profonda. Gli occhi dei due malesi al timone scintillarono in direzione dei bianchi, ma le loro mani scure rimasero serrate sulle caviglie della ruota. Lo scafo affilato proseguendo il suo corso parve sollevarsi via via di qualche centimetro in tutta la sua lunghezza, come se fosse diventato flessibile, e tornato rigido si rimise a solcare la liscia superficie del mare. Le vibrazioni scomparvero, e il debole brontolio di tuono cessò tutt’a un tratto, come se la nave avesse percorso una stretta fascia di acqua vibrante e di aria piena di ronzii.
Capitolo quarto
Un mese dopo o poco più, quando Jim, rispondendo a esplicite domande, cercò di raccontare onestamente la verità sull’accaduto, disse, parlando della nave: «Ci passò sopra qualunque cosa fosse con la stessa facilità con cui un serpente striscia su un bastone». L’immagine era buona: le domande miravano ai fatti, e l’inchiesta ufficiale si svolgeva nel tribunale di polizia di un porto orientale. Era in piedi in posizione soprelevata al banco dei testimoni, con guance infuocate, in un’aula fresca dall’alto soffitto: la grande intelaiatura dei punkah si muoveva dolcemente avanti e indietro lassù sopra il suo capo, e dal basso erano rivolti verso di lui tanti occhi di facce scure, di facce bianche, di facce rosse, di facce attente, incantate, come se tutta quella gente seduta in file ordinate su stretti banchi fosse stata soggiogata dal fascino della sua voce. Era molto alta, risuonava in modo impressionante alle sue stesse orecchie, era l’unico suono che si potesse udire al mondo, perché quelle domande terribilmente scandite che gli strappavano le risposte sembravano formularglisi con angoscia e dolore in petto – giungevano a lui cocenti e silenziose come il terribile interrogatorio della coscienza. Fuori del tribunale c’era un sole sfolgorante – all’interno c’era il vento dei grandi punkah che faceva tremare, la vergogna che scottava, gli occhi intenti il cui sguardo trafiggeva. La faccia, ben rasata e impassibile, del presidente lo guardava pallida come la morte tra le facce accese dei due assessori marittimi. La luce di un’ampia finestra sotto il soffitto cadeva dall’alto sopra le teste e le spalle dei tre uomini, che risaltavano crudelmente nella penombra della grande aula di tribunale dove l’uditorio sembrava composto di ombre dagli occhi sgranati. Volevano fatti. Fatti! Esigevano fatti da lui, come se i fatti potessero spiegare qualcosa!
«Dopo aver concluso che eravate venuti in collisione con qualcosa che affiorava in superficie, diciamo un relitto appesantito dall’acqua, il capitano le ordinò di andare a prua a constatare se si fosse prodotta qualche avaria. Lo ritenne probabile dalla forza dell’urto?», chiese il perito seduto a sinistra. Aveva una barba rada a ferro di cavallo, zigomi sporgenti e con entrambi i gomiti appoggiati sul banco teneva le ruvide mani giunte davanti al viso, guardando Jim con pensosi occhi azzurri; l’altro, un uomo grosso e sprezzante, riverso all’indietro nel suo seggio, col braccio sinistro completamente teso, tamburellava delicatamente con i polpastrelli su un tampone di carta assorbente: in mezzo il giudice eretto nell’ampia poltrona, con la testa leggermente inclinata sulla spalla, teneva le braccia incrociate sul petto; di fianco al calamaio in un vaso di vetro c’erano dei fiori.
«No», disse Jim. «Mi fu ordinato di non chiamare nessuno e di non fare assolutamente rumore per paura di creare del panico. Trovai la precauzione ragionevole. Presi una delle lampade appese sotto i tendoni e andai a prua. Aperto il portello del gavone sentii uno sciabordio là dentro. Allora abbassai la lampada per tutto il gioco della sua sagola, e vidi che il gavone era già pieno d’acqua per più di metà. Seppi così che ci doveva essere una grossa falla sotto la linea di galleggiamento». S’interruppe.
«Già», disse il massiccio perito, con un vago sorriso al tampone di carta assorbente; le sue dita giocherellavano senza sosta, toccando la carta senza rumore.
«Sul momento non pensai al pericolo. Forse ero un po’ sorpreso: tutto è accaduto in modo così silenzioso e così assolutamente inaspettato. Sapevo che nella nave non c’era nessun’altra paratia stagna oltre la paratia di collisione che separa il gavone dalla stiva di prua. Tornai indietro per dirlo al capitano. Mi imbattei nel secondo macchinista che si stava rialzando ai piedi della scaletta del ponte di comando: sembrava intontito, e mi disse che pensava di essersi rotto il braccio sinistro; era scivolato sul primo gradino scendendo mentre io ero a prua. “Mio Dio!”, esclamò, “quella paratia marcia cederà tra un minuto, e questa maledetta carcassa colerà a picco sotto di noi come un mucchio di piombo”. Mi spinse da parte col braccio destro e mi precedette di corsa su per la scala, urlando mentre saliva. Il braccio sinistro gli pendeva lungo il fianco. Lo seguii fino a vedere il capitano precipitarsi su di lui e stenderlo a terra con un pugno. Non lo colpì una seconda volta: rimase chino su di lui a parlargli in tono arrabbiato ma piuttosto basso. Immagino gli stesse chiedendo perché diavolo non andava a fermare le macchine, invece di fare tutto quel pandemonio in coperta. Lo sentii dire, “Alzati! Corri! Vola!”. Bestemmiò pure. Il macchinista scivolò giù dalla scaletta di dritta e si precipitò intorno all’osteriggio fino al boccaporto della sala macchine che era a sinistra. Correndo gemeva…».
Parlava adagio; i ricordi gli venivano alla mente con prontezza e con estrema lucidità; avrebbe potuto riprodurre come un’eco i gemiti del macchinista per informare meglio quegli uomini che volevano fatti. Dopo l’iniziale sentimento di rivolta era giunto alla conclusione che solo una meticolosa e precisa esposizione dei fatti avrebbe messo in evidenza il vero orrore che si nascondeva dietro la spaventosa faccia delle cose. I fatti che quegli uomini erano così avidi di conoscere erano stati visibili, tangibili, manifesti ai sensi; avevano occupato un loro posto nello spazio e nel tempo, richiedendo per sussistere un piroscafo di millequattrocento tonnellate e ventisette minuti d’orologio; costituivano un tutto unico che aveva caratteristiche proprie, sfumature d’espressione, un aspetto complesso che l’occhio poteva ricordare, e qualcos’altro ancora, qualcosa d’invisibile, uno spirito coordinatore di perdizione che si annidava all’interno, come un’anima malefica in un corpo abominevole. Era ansioso che ciò risultasse chiaro. Non era stata una faccenda qualunque, tutto in essa era stato della massima importanza, e fortunatamente ricordava tutto. Voleva continuare a parlare per amore della verità, forse anche per se stesso; e mentre le sue parole erano ponderate, la sua mente in realtà girava e rigirava intorno al cerchio serrato dei fatti che gli si erano sollevati tutt’intorno per tagliarlo fuori dal resto dei suoi simili: era come una creatura che, trovandosi imprigionata entro un recinto di alti pali, corre disperatamente in tondo, all’impazzata nella notte, cercando di trovare un punto debole, una fessura, un posto da poter scalare, qualche apertura attraverso la quale sgusciare e fuggire. Quella tormentosa attività della mente talvolta lo faceva esitare nel suo discorso…
«Il capitano continuava a muoversi qua e là sul ponte di comando; sembrava abbastanza calmo, solo inciampò varie volte; e a un certo punto, mentre stavo parlando con lui mi venne a sbattere addosso in pieno come se fosse stato completamente cieco. Non diede una risposta precisa a quanto avevo da dirgli. Borbottava tra sé; tutto ciò che afferrai furono alcune parole come “maledetto vapore!” e “vapore del diavolo” – qualcosa sul vapore. Pensai…».
Stava divagando; una domanda pertinente tagliò corto il suo discorso, come una fitta dolorosa, ed egli si sentì estremamente scoraggiato e stanco. Stava arrivandoci, stava arrivandoci – e ora, brutalmente interrotto, doveva rispondere solo con un sì o con un no. Rispose sinceramente con un secco «Sì»; e con la sua carnagione chiara, grosso di corporatura, gli occhi giovani, tristi, teneva le spalle dritte sopra il banco mentre nel suo intimo l’anima gli si contorceva. Fu costretto a rispondere a un’altra domanda altrettanto pertinente e altrettanto inutile, poi aspettò di nuovo. Si sentiva la bocca secca e senza alcun sapore come se avesse mangiato polvere, poi salata e amara come dopo una sorsata di acqua di mare. Si asciugò la fronte madida, passò la lingua sulle labbra riarse, sentì un brivido corrergli giù per la schiena. Il grosso perito aveva abbassato le palpebre, e continuava a tamburellare senza il minimo rumore, indifferente e tetro; gli occhi dell’altro sembravano brillare di benevolenza sopra le dita intrecciate, abbronzate dal sole; il giudice si era piegato in avanti; indugiò con la sua faccia pallida vicino ai fiori, e poi lasciandosi andare lateralmente sul bracciolo del seggio, appoggiò la tempia al palmo della mano. Il vento dei punkah turbinava sopra le teste, sui visi scuri degli indigeni avvolti in voluminosi drappeggi, sugli europei accaldati seduti in gruppo nei loro abiti di cotone che sembravano aderir loro come una pelle, e con i caschi rotondi appoggiati sulle ginocchia; intanto i piantoni indigeni del tribunale, attillati in lunghe tuniche bianche abbottonate, fusciacca rossa in vita, turbante rosso in testa, scivolando lungo le pareti, svolazzavano rapidi qua e là, correndo a piedi nudi, silenziosi come fantasmi, e all’erta come cani da caccia.
Gli occhi di Jim, vagando negli intervalli tra una risposta e l’altra, si posarono su un bianco seduto in disparte, con la faccia sfinita e rabbuiata, ma con occhi calmi dallo sguardo dritto, attento e limpido. Jim rispose a un’altra domanda ed ebbe la tentazione di gridare forte: «Che senso ha tutto questo! Che senso ha!». Batté leggermente un piede per terra, si morse il labbro, e guardò lontano sopra le teste. Incontrò gli occhi del bianco. Lo sguardo diretto a lui non aveva la fissità incantata degli altri. Era l’atto di una volontà raziocinante. Tra due domande Jim si distrasse tanto da trovare il tempo per una riflessione. Quell’individuo – pensava – mi guarda come se vedesse qualcuno o qualcosa dietro le mie spalle. Si era già imbattuto prima in quell’uomo – per la strada forse. Era sicuro di non avergli mai parlato. Per giorni e giorni non aveva parlato con nessuno, ma si era intrattenuto in un silenzioso, incoerente, e interminabile soliloquio, come un prigioniero solo nella sua cella o un viandante sperduto in un deserto. In quel momento stava rispondendo a domande inutili anche se dirette a uno scopo, ma si chiedeva se avrebbe mai più parlato a qualcuno in vita sua. Il suono delle sue stesse dichiarazioni veritiere rafforzava in lui la ferma opinione che la parola non gli serviva più a nulla. Quell’uomo laggiù sembrava consapevole di quella sua irrimediabile difficoltà. Jim lo guardò, poi si voltò risoluto, come dopo un distacco definitivo.
E molto spesso, in seguito, in lontane parti del mondo, Marlow si compiacque di ricordare Jim, ricordarlo a lungo, nei minimi particolari, e a voce alta.
Ciò poteva magari accadere dopo cena, su una veranda rivestita di fogliame immobile e coronata di fiori, nell’oscurità del crepuscolo avanzato punteggiata da mozziconi incandescenti di sigari. La massa oblunga di ogni poltrona di vimini accoglieva un ascoltatore silenzioso. Di tanto in tanto un piccolo bagliore rosso si muoveva all’improvviso, e ravvivandosi illuminava le dita di una mano languida, parte di un viso profondamente disteso, o accendeva un baluginio scarlatto in un paio d’occhi pensosi ombreggiati da un frammento di fronte serena; e appena pronunciata la prima parola il corpo di Marlow, rilassato sulla sdraio, si irrigidiva totalmente, come se il suo spirito fosse volato via a ritroso nell’arco di tempo e parlasse dal passato attraverso le sue labbra.
Capitolo quinto
«Oh sì. Presenziai all’inchiesta», soleva dire, «e ancora oggi non ho smesso di domandarmi perché ci andai. Sono portato a credere che ciascuno di noi ha un angelo custode, se da parte vostra mi concedete che ciascuno di noi ha anche un diavolo familiare. Voglio che lo riconosciate, perché non mi piace sentirmi fuori della norma in nulla, e io so di averlo – il diavolo, intendo. Naturalmente, non l’ho mai visto, ma mi baso su prove indiziarie. Esiste senza dubbio, e, siccome è maligno, mi incastra in faccende del genere. Quali faccende, chiederete voi? Be’, la faccenda dell’inchiesta, per esempio, la faccenda del cane giallo – voi non credereste che a un rognoso cane indigeno bastardo sia permesso di fare inciampare la gente nella veranda di un tribunale, vero? – quel genere di faccende che per vie tortuose, inaspettate, veramente diaboliche mi fa imbattere in uomini con punti deboli, con punti difficili, con punti piagati e nascosti, per Giove! E alla mia vista ne scioglie la lingua per le loro confidenze infernali; come se, veramente, non avessi confidenze da fare a me stesso, come se – Dio m’aiuti! – non avessi abbastanza informazioni confidenziali sul mio conto da tormentarmi l’anima fino alla fine del tempo concessomi. E cosa abbia fatto per essere così privilegiato vorrei proprio saperlo. Vi assicuro che sono pieno di preoccupazioni personali come il mio prossimo, e ho tanta memoria quanta in media il pellegrino di questa valle di lacrime, per cui vedete che non ho attitudini particolari per essere un ricettacolo di confessioni. E allora perché? Chissà – a meno che non sia per far passare il tempo dopo cena. Charley, mio caro, la tua cena è stata ottima, e di conseguenza i qui presenti considerano una tranquilla partita a carte un’occupazione faticosissima. Se ne stanno in panciolle nelle tue comode poltrone e pensano tra sé: “Al diavolo lo sforzo. Lasciamo che parli Marlow”.
«Parlare! E così sia. Del resto è abbastanza facile parlare del signorino Jim, dopo un buon banchetto, a sessanta metri sul livello del mare, con una scatola di sigari niente male a portata di mano, in una serata benedetta nella frescura e al chiarore delle stelle, che farebbe dimenticare al migliore di noi che siamo qui solo per soffrire e dobbiamo scegliere la nostra strada tra opposti segnali, stando attenti a ogni minuto prezioso e a ogni passo irrimediabile, fiduciosi tuttavia di riuscire a cavarcela discretamente alla fine – ma senza esserne così sicuri dopo tutto – e senza aspettarci che un aiuto maledettamente piccolo da chi ci vive a contatto di gomito. Naturalmente esistono qua e là uomini per i quali la vita intera è come un’ora trascorsa dopo cena con un sigaro; facile, piacevole, vuota, magari ravvivata da qualche immaginario racconto di conflitti da dimenticare ancor prima di averne sentita la conclusione – prima di averne sentita la conclusione – anche se per caso una conclusione c’è davvero.
I miei occhi incontrarono i suoi per la prima volta a quell’inchiesta. Dovete sapere che chiunque avesse a che fare in qualche modo col mare era là, perché la faccenda era tristemente famosa da giorni, da quando era arrivato da Aden quel misterioso cablogramma a dar via libera alle nostre chiacchiere. Dico misterioso, perché in un certo senso lo era benché contenesse un nudo fatto, nudo e crudo all’incirca quanto può esserlo un fatto. Sulla banchina non si parlava d’altro. Di primo mattino mentre mi vestivo in cabina, attraverso la paratia sentivo il mio dubash parsi ciarlare del Patna col cambusiere, mentre beveva una tazza di tè, per speciale concessione, in cambusa. A terra, appena incontrato qualche conoscente, la prima osservazione sarebbe stata: “Ne ha mai sentita una più grossa?” e a seconda della persona il tale sorrideva cinicamente, o aveva l’aria triste, o tirava un paio di bestemmie. Persone del tutto estranee si abbordavano familiarmente, solo per il gusto di sfogarsi sull’argomento: ogni miserabile fannullone della città riusciva a scroccare un mucchio di bicchierini su questa faccenda: se ne sentiva parlare alla capitaneria, da ogni mediatore marittimo, nell’ufficio del proprio agente, da bianchi, indigeni, meticci, perfino dal barcaiolo seminudo accucciato sui gradini di pietra dell’imbarcadero mentre si saliva a bordo – per Giove! Fu oggetto di una certa indignazione, di non pochi scherzi, e di discussioni interminabili su che fine avessero fatto, sapete come succede. Andò avanti così per un paio di settimane o più e cominciava a prevalere l’opinione che quanto c’era di misterioso nella faccenda avrebbe rivelato anche un lato tragico, quando un bel mattino, mentre me ne stavo in piedi all’ombra vicino ai gradini della capitaneria, notai quattro uomini venirmi incontro lungo la banchina. Per un po’ mi chiesi da dove fosse saltato fuori quello strano gruppetto, e all’improvviso, posso ben dirlo, gridai a me stesso: “Sono loro!”.
Erano proprio loro, senza dubbio, tre di grandezza naturale, e uno con una circonferenza molto più grande di quanto sia lecito a essere umano, appena sbarcati con una buona colazione in corpo da un piroscafo della Dale Line in viaggio d’andata, entrato in porto circa un’ora dopo l’alba. Impossibile sbagliarsi; riconobbi l’ameno capitano del Patna a prima vista: l’uomo più grasso di tutta la benedetta fascia tropicale che circonda questa nostra cara vecchia terra. Tanto più che, circa nove mesi prima, mi era capitato di incontrarlo a Samarang. Il suo piroscafo stava caricando in rada, e lui se ne stava a inveire contro le tiranniche istituzioni dell’impero germanico, e a gonfiarsi di birra come una spugna tutto il giorno e ogni giorno nel retrobottega di De Jongh, finché De Jongh, che faceva pagare un fiorino a bottiglia senza batter ciglio, mi chiamò in disparte con un cenno, e, con la sua faccetta coriacea tutta rughe, mi dichiarò in confidenza: “Gli affari sono affari, ma quest’uomo, capitano, mi fa proprio venir la nausea. Puah!”.
Lo osservavo dall’ombra. Camminava in fretta un po’ davanti agli altri, e la luce del sole che gli batteva addosso ne metteva in risalto la mole in modo impressionante. Mi faceva pensare a un piccolo elefante ammaestrato che camminasse sulle zampe posteriori. Per di più era vestito in modo sgargiante e pazzo – agghindato con un pigiama sudicio, a righe verticali verde brillante e arancione intenso, un paio di logore pantofole di paglia ai piedi nudi, e un casco di sughero smesso da qualcun altro, lurido e di due misure troppo piccolo per lui, legato in cima al suo testone con un filo di corda di manilla. Capirete che un uomo simile non ha la più pallida speranza quando si tratta di farsi prestare dei vestiti. Benissimo. Veniva avanti in gran fretta, senza guardare né a destra né a sinistra, mi passò accanto a meno d’un metro, e nell’innocenza del suo cuore si precipitò su per le scale della capitaneria a fare la sua deposizione, il suo rapporto, o comunque vi piaccia chiamarlo.
Sembra che in primo luogo si sia rivolto al primo commissario di bordo. Archie Ruthvel era appena arrivato e, a sentir lui, stava per cominciare la sua faticosa giornata dando una lavata di testa al suo capufficio. Forse qualcuno di voi l’ha conosciuto – un piccolo meticcio portoghese molto gentile con un collo terribilmente magro, e sempre in movimento per ottenere qualcosa di commestibile dai capitani delle navi – un pezzo di maiale salato, un pacco di biscotti, delle patate, o che so io. Mi ricordo che una volta, in un viaggio, gli diedi una pecora viva avanzata dalle provviste di bordo: non che volessi niente da lui – non avrebbe potuto, capite bene – ma perché la sua fede infantile nel sacrosanto diritto alle mance mi toccava davvero il cuore. Era così radicata da essere quasi bella. La razza – anzi le due razze – e il clima… Comunque, non importa. So dove ho un amico per la vita.
Dunque, Ruthvel dice che stava dandogli una severa lezione – sulla moralità pubblica, immagino – quando sentì alle proprie spalle una certa agitazione sommessa, e voltandosi vide, sue testuali parole, qualcosa di enorme e di tondo, che assomigliava a un barile di zucchero da otto quintali avvolto in flanella di cotone a righe, in piedi nel bel mezzo dell’ampio pavimento dell’ufficio. Fu preso così alla sprovvista, afferma, che per parecchio tempo non si rese conto che quella cosa era viva, e rimase seduto immobile a chiedersi per quale scopo e con che mezzo quell’oggetto fosse stato trasportato davanti alla sua scrivania. Sulla soglia dell’anticamera si accalcavano addetti ai punkah, spazzini, poliziotti indigeni, il comandante e l’equipaggio della motolancia del porto, tutti con i colli protesi e praticamente arrampicati gli uni sugli altri. Un vero tumulto. A questo punto quel tale era riuscito a togliersi con uno strattone il cappello di testa, e avanzava con leggeri inchini rivolti a Ruthvel; lui, a sua volta, mi disse che quello spettacolo era così sconcertante che per un po’ rimase ad ascoltare senza riuscire a capire cosa volesse quell’apparizione. Parlava con voce aspra e lugubre ma intrepida, e a poco a poco ad Archie balenò l’idea che si trattasse di un’appendice del caso Patna. Dice che appena capì chi gli stava davanti si sentì proprio a disagio – Archie è così sensibile e facile a turbarsi – ma si riprese e gridò: “Basta! Non posso darle ascolto. Deve andare dal comandante del porto. Non posso assolutamente darle ascolto. L’uomo a cui deve rivolgersi è il capitano Elliot. Da questa parte, da questa parte”. Balzò in piedi, fece di corsa il giro di quel lungo banco, tirò, spinse: l’altro, stupito ma remissivo all’inizio lo lasciava fare, e solo sulla porta dell’ufficio del comandante un qualche istinto animale lo fece esitare e sbuffare come un manzo spaventato. “Ehi! Cosa succede? Mi lasci andare! Ehi!”. Archie spalancò la porta senza bussare. “Il comandante del Patna, signore”, annuncia gridando. “Entri, capitano”. Vide il vecchio intento a scrivere alzar la testa dal foglio così bruscamente che le lenti gli caddero dal naso, chiuse sbattendo la porta, e volò alla sua scrivania, dove giacevano alcune carte in attesa di firma: ma dice che là dentro scoppiò un tale pandemonio da non riuscire a concentrarsi neanche quel tanto da ricordare come si scriveva il suo nome. Archie è il commissario di bordo più sensibile dei due emisferi. Dichiara di essersi sentito come se avesse gettato un uomo in pasto a un leone affamato. Senza dubbio il rumore fu grande. Lo udii io giù dabbasso, e ho buoni motivi di credere che lo si udisse distintamente dall’altra parte dell’Esplanade fino al palco della banda. Il vecchio papà Elliot aveva a sua disposizione una buona riserva di parole e sapeva gridare – né gli importava a chi gridava. Avrebbe gridato al viceré in persona. Infatti mi diceva sempre: “Più in alto di così non posso arrivare; la pensione è assicurata. Ho alcune sterline da parte, e se il mio concetto del dovere non li aggrada mi è del tutto indifferente ritirarmi subito. Sono vecchio, e ho sempre espresso chiaramente il mio pensiero. L’unica cosa che mi preme ora è vedere le mie ragazze sposate prima di morire”. Su questo punto era un po’ fissato. Le sue tre figlie erano estremamente carine, benché gli assomigliassero in modo sorprendente, e le mattine in cui si svegliava con nere previsioni sulle loro prospettive di matrimonio tutto l’ufficio glielo leggeva negli occhi e tremava, perché, dicevano, era certo che si sarebbe fatto qualcuno a colazione. Quella mattina, tuttavia, non si mangiò il rinnegato, ma, se mi è lecito insistere nella metafora, lo masticò a piccolissimi pezzettini, per così dire, e – ah! lo risputò.
Così nell’arco di pochi secondi vidi la sua mole mostruosa affrettarsi giù per le scale e arrestarsi sugli ultimi gradini. Si era fermato accanto a me immerso in profonda meditazione: le sue ampie guance paonazze tremavano. Si morsicava il pollice, e dopo un po’ si accorse di me lanciandomi con la coda dell’occhio uno sguardo contrariato. Gli altri tre che erano sbarcati con lui formavano un gruppetto in attesa un po’ in disparte. C’era un omiciattolo di carnagione olivastra con un braccio al collo, e un individuo lungo in paltò blu di flanella, asciutto come un truciolo e non più grosso di un manico di scopa, dai baffi grigi spioventi, che si guardava intorno con aria di baldanzosa imbecillità. Il terzo era un giovane eretto, largo di spalle, con le mani in tasca; voltava la schiena agli altri due che parevano immersi in animata conversazione, lo sguardo fisso oltre l’Esplanade deserta. Un gharry sgangherato, tutto polvere e veneziane, si fermò bruscamente di fronte al gruppo, e il cocchiere, accavallando il piede destro sul ginocchio, si mise a esaminarne criticamente le dita. Il giovane, senza muoversi affatto, senza neppure spostare la testa, si limitò a fissare la luce del sole. Quella fu la mia prima visione di Jim. Aveva un’aria indifferente e inaccessibile come solo i giovani riescono ad avere. Se ne stava lì, ben proporzionato, bello di viso, saldo sulle gambe, il ragazzo più promettente su cui mai abbia brillato la luce del sole; e, nel guardarlo, sapendo tutto quello che sapeva lui e anche un po’ di più, mi arrabbiai come se lo avessi scoperto mentre cercava di estorcermi qualcosa con l’inganno. Non aveva il diritto di sembrare così sano. Pensai tra me – be’, se un tipo simile può deviare così… ed ebbi la tentazione di scaraventare il cappello per terra e ballarci su per pura mortificazione, come una volta vidi fare al capitano di un brigantino a palo italiano perché quell’ignorante del suo secondo aveva combinato un pasticcio alle ancore nell’ormeggiarsi con l’abbrivo in una rada piena di navi. Al vederlo lì così evidentemente a suo agio, mi chiesi: È stupido? È insensibile? Sembrava che stesse per mettersi a fischiettare un motivo. E badate, di come si comportassero gli altri due non me ne importava un fico. Le loro persone in certo qual modo si intonavano perfettamente alla storia che era ormai di dominio pubblico, e che stava per diventare oggetto di un’inchiesta ufficiale. “Quel vecchio matto d’un furfante lassù mi ha dato del cane”, disse il capitano del Patna. Non so se mi avesse riconosciuto – propendo per il sì; ma ad ogni modo i nostri sguardi si incontrarono. Lui con occhio torvo, io sorridevo; cane era l’epiteto più blando che mi fosse giunto all’orecchio dalla finestra aperta. “Davvero?” dissi, stranamente incapace di tener ferma la lingua. Annuì, si morse nuovamente il pollice, bestemmiò sottovoce: poi, alzando la testa e guardandomi con astiosa e veemente impudenza: “Bah! Il Pacifico è grande, amico mio. Voi inglesi della malora potete fare tutto quel che volete. Io so dove c’è spazio a volontà per un uomo come me: conosco molta cente a Apia, a Honolulu, a…”. S’interruppe meditabondo, mentre io potevo figurarmi senza sforzo il tipo di “cente” che conosceva in quei luoghi. Non vi nasconderò che anch’io ho avuto non poche conoscenze di tal fatta. Vi sono momenti in cui un uomo deve comportarsi come se la vita fosse ugualmente dolce in qualsiasi compagnia. Conosco per esperienza tale condizione, e, dirò di più, non intendo ora atteggiarmi a triste vittima del mio destino inevitabile, perché una gran parte di quelle cattive compagnie grazie alla loro mancanza di – di – come dire? – impostazione morale, o per qualche altro motivo ugualmente profondo, erano doppiamente istruttive e venti volte più divertenti dei soliti rispettabili commercianti ladri che voialtri invitate alla vostra tavola senza una vera necessità – per abitudine, per vigliaccheria, per bonarietà, per cento ragioni inconfessate e inadeguate.
“Voi inglesi siete tutti dei furfanti”, proseguì il mio patriottico australiano di Flensborg o di Stettino, ora non ricordo proprio quale onesto porticciolo sulle rive del Baltico si fosse contaminato a far da nido a quel prezioso uccello. “Che ha da gridare? Eh? Me lo dice? Non è meglio degli altri lei, e quel vecchio furfante aver fatto un chiasso della malora con me”. La sua vecchia carcassa tremava sulle gambe simili a due colonne; tremava da capo a piedi. “È quello che fate sempre voialtri inglesi – un chiasso maledetto – per qualsiasi sciocchezza, perché non sono nato nel vostro maledetto paese. Toglietemi la patente. Toglietemela. Non ne ho bisogno, io, della patente. Un uomo come me non aver bisogno della vostra verfluchte patente. Io ci scputo su”. Sputò. “Io foglio difentare cittatino americano”, gridò, ansimando impaziente e strascicando i piedi come per liberare le caviglie da una qualche morsa invisibile e misteriosa che non gli permetteva di andarsene da quel punto. Si scaldò tanto che il cocuzzolo della sua testa a forma di pallottola fumava letteralmente. Niente di misterioso mi tratteneva dall’andarmene: la curiosità è il più ovvio dei sentimenti, e mi fece restar lì per vedere l’effetto prodotto da un resoconto dettagliato su quel giovanotto che, mani in tasca e schiena rivolta al marciapiede, fissava al di là dei prati dell’Esplanade il portico giallo dell’Hotel Malabar con l’aria di uno che stia per andare a fare una passeggiata appena pronto l’amico. Aveva proprio quell’aspetto, ed era odioso. Mi trattenni per vederlo sopraffatto, confuso, trafitto da parte a parte, contorcersi come uno scarafaggio infilzato – e nello stesso tempo avevo quasi paura di vedere tutto ciò – se capite cosa voglio dire. Non c’è niente di più terribile che osservare un uomo che sia stato smascherato, non da un crimine ma da una debolezza più che criminale. La forma più comune di forza d’animo ci impedisce di diventare criminali in senso legale; è dalla debolezza, sconosciuta, ma forse sospettata, come in certe parti del mondo si ha sospetto che in ogni cespuglio si annidi un serpente velenoso – dalla debolezza che forse giace nascosta dentro di noi, tenuta sotto controllo o meno, combattuta con preghiere o virilmente disprezzata, repressa o fors’anche ignorata per più di metà della vita, che nessuno di noi è al sicuro. Siamo costretti a far cose per le quali ci facciamo coprire d’ingiurie, e cose per le quali veniamo impiccati, e tuttavia può darsi che lo spirito sopravviva – sopravviva alle condanne, sopravviva al capestro, per Giove! E ci sono cose – a volte sembrano anche di nessuna importanza – dalle quali alcuni di noi sono totalmente e completamente rovinati. Osservavo là quel ragazzo. Il suo aspetto mi piaceva, mi era familiare; lui veniva dalla parte giusta; era uno di noi. Se ne stava lì in rappresentanza di tutta la stirpe della sua specie, di uomini e donne non certo intelligenti o divertenti, ma la cui esistenza stessa è fondata su una fede sincera e su un coraggio istintivo. Non intendo il coraggio militare, o il coraggio civile o qualsiasi tipo particolare di coraggio. Intendo semplicemente quella capacità innata di guardare le tentazioni dritte in faccia – una sollecitudine assai poco intellettuale, lo sa Iddio, ma senza affettazione – una forza di resistenza, capite, sgraziata quanto volete, ma impagabile – un’ostinazione istintiva e benedetta di fronte ai terrori esterni e interni, di fronte alla potenza della natura, e alla seducente corruzione degli uomini – sostenuta da una fede invulnerabile contro la forza dei fatti, il contagio dell’esempio, la sollecitazione delle idee. Al diavolo le idee! Sono vagabonde, nomadi, che bussano alla porta di servizio della vostra mente, e ognuna si prende un po’ della vostra sostanza, ognuna si porta via qualche briciola di quella fede in certe semplici nozioni alle quali bisogna restare attaccati se si vuol vivere decentemente e morire in pace!
Tutto ciò non ha niente a che fare con Jim, direttamente; solo che nell’aspetto esteriore lui era il prototipo di quel genere di persone buone e stupide, che ci fa piacere avere al fianco nel cammino della vita, di quel genere che non si lascia confondere dai capricci dell’intelligenza e dalle perversioni dei – dei nervi, diciamo. Era quel tipo d’individuo al quale, per il suo semplice aspetto, affidereste la sorveglianza del ponte – figurativamente e professionalmente parlando. Per conto mio, lo farei, e sì che dovrei saperlo. Non ho forse iniziato abbastanza giovani nel corso della mia vita, per servire la bandiera della nostra marina mercantile, al mestiere del mare, a quel mestiere il cui segreto si potrebbe esprimere tutto in una sola breve frase, e che tuttavia bisogna tornare a inculcare ogni giorno in quelle giovani teste finché non diventi la parte essenziale di ogni loro pensiero da svegli – finché non sia presente in ogni sogno del loro giovane sonno! Il mare è stato buono con me, ma quando ricordo tutti quei ragazzi che mi sono passati per le mani, alcuni ormai adulti e altri oggi annegati, ma tutti di buona stoffa per il mare, anch’io credo di poter reggere al confronto niente male. Dovessi andare a casa domani, scommetto che non passerebbero due giorni prima che qualche giovane primo ufficiale abbronzato mi raggiungesse al cancello di una darsena, e una fresca voce profonda al di sopra del mio cappello mi chiedesse: “Non si ricorda di me, signore? Come! Il piccolo Tal dei Tali. Nave così e così. Era il primo viaggio”. Allora mi tornerebbe in mente un ragazzino disorientato, non più alto dello schienale di questa sedia, con una madre e forse una sorella maggiore sulla banchina, molto silenziose ma troppo turbate per sventolare i fazzoletti alla nave che scivola via dolcemente tra le testate dei moli: o forse un bravo padre di mezza età, venuto di buon’ora ad accompagnare il suo ragazzo alla partenza, e che si ferma tutta la mattina perché a quanto pare l’argano lo interessa molto, e si attarda troppo, e alla fine deve calarsi a terra senza nemmeno il tempo di dire addio. Il pilota di porto sul cassero di poppa mi grida con una cantilena strascicata, “La tenga ferma per un momento sul cavo d’ormeggio, signor ufficiale. C’è un signore che deve scendere a terra… Su svelto, signore. Per poco non si faceva portare a Talcahuano, vero? Ora tocca a lei; piano… Benissimo. Molli di nuovo là a prua”. I rimorchiatori, fumando come l’abisso infernale, agguantano i cavi e fanno ribollire con furia il vecchio fiume; il signore a terra si spolvera le ginocchia – il benevolo cambusiere gli ha lanciato dietro l’ombrello. Tutto molto a modo. Lui ha offerto il suo piccolo sacrificio al mare, e ora può andarsene a casa fingendo che non gliene importi affatto; e la piccola vittima volontaria avrà un gran mal di mare prima che venga giorno. Col passare del tempo, quando avrà imparato tutti i piccoli misteri e l’unico grande segreto del mestiere, sarà pronto a vivere o morire, secondo l’eventuale decreto del mare; e l’uomo che ha giocato una mano in questa folle partita, in cui il mare vince ogni volta, avrà piacere di sentirsi battere sulla spalla da una mano giovane e piena di forza, e di sentire la voce gioiosa di un cucciolo di mare: “Si ricorda di me, signore? Il piccolo Tal dei Tali”.
Vi assicuro che è bello; è la prova che almeno una volta nella vita avete seguito la giusta strada nel lavoro. Ne ho ricevute di queste manate, e sono trasalito, perché erano pesanti, e ho brillato di gioia tutto il giorno e sono andato a letto sentendomi meno solo al mondo grazie a quella pacca cordiale. Come non ricordo i piccoli Tal dei Tali! Vi dico che dovrei sapere quando l’aspetto è quello giusto. Dopo una sola occhiata avrei affidato il ponte a quel ragazzo, e me ne sarei andato a dormire con tutti e due gli occhi chiusi – e, per Giove! non sarebbe stato prudente. Un orrore profondo è insito in questo pensiero. Sembrava genuino come una sterlina d’oro nuova di zecca, invece c’era una qualche lega infernale nel suo metallo. In che proporzione? Minima – un’infinitesima goccia di qualcosa di raro e di maledetto; infinitesima! – ma lui vi induceva – standosene là con quella sua aria menefreghista – vi induceva a chiedervi se per caso non fosse fatto di nient’altro che di ottone.
Non riuscivo a crederci. Vi dico che avrei voluto vederlo sulle spine per l’onore del mestiere. Gli altri due tizi di nessun conto scorsero il loro capitano, e cominciarono a muoversi lentamente verso di noi. Se ne venivano avanti chiacchierando, e non me ne importava più che fossero stati invisibili a occhio nudo. Sogghignavano – può darsi che si stessero scambiando barzellette, per quel che ne so io. Vidi che uno di loro aveva un braccio rotto; e quanto all’individuo lungo coi baffi grigi era il capo macchinista, un personaggio piuttosto famigerato per diversi motivi. Erano due nullità. Si avvicinarono. Il capitano fissava un punto tra i suoi piedi con uno sguardo privo di vita: sembrava essersi gonfiato a dismisura per qualche orribile malattia, per l’azione misteriosa di un veleno sconosciuto. Sollevò la testa, vide i due in attesa davanti a sé, aprì la bocca con una smorfia straordinaria che gli contorse la faccia rigonfia – per parlare con loro, suppongo – e poi un pensiero parve colpirlo.
Senza fiatare richiuse le tumide labbra violacee, con passo ondeggiante ma risoluto se ne andò verso il gharry e si diede a scuoterne la maniglia con tale cieca e impaziente brutalità che mi aspettavo di vedere l’intero arnese rovesciarsi sul fianco, cavallino compreso. Il cocchiere, distolto violentemente dalla sua meditazione sulla pianta del proprio piede, manifestò d’un tratto tutti i segni di un intenso terrore, e si tenne stretto con entrambe le mani, esaminando dal suo posto a cassetta quell’enorme carcassa che veniva avanti sfondando il suo mezzo. La vetturetta scuoteva e oscillava tumultuosamente, e la nuca rosso accesa di quel collo abbassato, la grandezza di quelle cosce in tensione; l’immensa mole di quella sudicia schiena a righe verdi e arancioni, tutto lo sforzo erompente di quella massa vistosa e sordida turbava il proprio senso della probabilità con un effetto ridicolo e pauroso, come una di quelle visioni nitide e grottesche che affascinano e spaventano a un tempo quando si ha la febbre. Scomparve. Mi aspettavo quasi che il tetto si spaccasse in due, che quella scatoletta su ruote scoppiasse come un baccello di cotone maturo – invece si abbassò semplicemente con un suono metallico di molle appiattite, e all’improvviso una delle veneziane si abbassò con fracasso. Le sue spalle riapparvero, pigiate nella piccola apertura; la testa sporgeva fuori, protesa e sballottata come un pallone frenato, sudata, furiosa, farfugliante. Tentò di afferrare il cocchiere del gharry roteando rabbiosamente un pugno massiccio e rosso come un pezzo di carne cruda. Gli ruggì di muoversi, di andare avanti. Dove? Nel bel mezzo del Pacifico, forse. Il conducente frustò il cavallino che sbuffò, s’impennò una volta, e si lanciò in avanti al galoppo. Dove? Ad Apia? A Honolulu? Aveva a sua disposizione 6.000 miglia di fascia tropicale per spassarsela, e io non ho udito l’indirizzo preciso. Un cavallino sbuffante lo fece svanire in un batter d’occhio nella ewigkeit, e non lo rividi mai più; né, tanto meno, so di qualcuno che l’abbia più scorto da quando si allontanò dalla mia presenza seduto in un piccolo gharry sgangherato che svoltò a precipizio dietro l’angolo in una bianca nuvola di polvere. Si allontanò, scomparve, svanì, si volatilizzò; e il colmo dell’assurdo è che parve si fosse portato via con sé anche quel gharry, perché da allora non mi è mai più capitato di imbattermi in un cavallino sauro con un orecchio spaccato né in un pigro cocchiere tamil con un’ulcera a un piede. Certo il Pacifico è grande, ma che lui vi abbia trovato un luogo per mettere in mostra le proprie doti o meno, resta il fatto che volò via nello spazio come una strega su un manico di scopa. Il piccolotto con il braccio al collo si mise a rincorrere la carrozza belando: “Capitano! Ehi, capitano! E-e-hi!” – ma dopo alcuni passi si fermò di botto, chinò il capo, e tornò indietro lentamente. All’acuto frastuono delle ruote il giovane fece un rapido dietro front. Ma non fece altro movimento, non un gesto, non un cenno, e rimase rivolto in quella direzione anche dopo che il gharry aveva svoltato l’angolo ed era scomparso.
Tutto questo accadde in molto meno tempo di quanto non richieda raccontarlo, poiché io sto cercando di interpretare per voi con un discorso al rallentatore l’effetto istantaneo di impressioni visive. Immediatamente dopo entrò in scena l’impiegato meticcio, mandato da Archie a occuparsi un po’ dei poveri naufraghi del Patna. Uscì correndo impaziente e a testa scoperta, guardando a destra e a manca, tutto compreso della missione affidatagli. Questa era destinata a risolversi in un fallimento per quanto riguardava il protagonista, ma lui accostò gli altri dandosi grandi arie d’importanza e si trovò, quasi subito, coinvolto in un violento alterco con quel tale che aveva il braccio al collo e che si rivelò estremamente ansioso di attaccar briga. Non si sarebbe lasciato dare ordini così – “lui certo no, perdiana”. Non si sarebbe lasciato impaurire da una sfilza di bugie dette da un piccolo impertinente scrittorucolo meticcio. Non si sarebbe lasciato maltrattare da “nessun coso del genere”, “neanche” se quella storia fosse stata vera! Proclamò urlando la sua voglia, il suo desiderio, la sua determinazione di andarsene a letto. “Se non fosse un portoghese dimenticato da Dio”, lo udii sbraitare, “saprebbe che il luogo adatto per me è l’ospedale”. Ficcò il pugno del braccio sano sotto il naso dell’altro; cominciò a formarsi della folla; il meticcio, confuso, ma facendo del suo meglio per avere un aspetto dignitoso, cercò di spiegare le proprie intenzioni. Io me ne andai senza aspettare la fine.
Ma guarda caso in quel periodo avevo uno dei miei uomini all’ospedale, e andandolo a trovare la vigilia dell’inchiesta, nella corsia dei bianchi vidi quel piccolotto steso sulla schiena che si dimenava, col braccio steccato, e in pieno delirio. Con mio gran stupore anche l’altro, lo spilungone dai baffi bianchi spioventi, era finito lì. Ricordai di averlo visto svignarsela durante la rissa, riuscendo ad allontanarsi tra un saltello e l’altro senza farsi notare, e sforzandosi al massimo di non aver l’aria impaurita. A quanto pare, non era uno sconosciuto in porto, e in quella difficile circostanza riuscì a dirigersi direttamente al bar con sala biliardi di Mariani vicino al bazar. Quell’inqualificabile lazzarone di Mariani, che lo conosceva e lo aveva assecondato nei suoi vizi in un paio di altri luoghi, baciò la terra, per così dire, davanti ai suoi piedi, e lo rinchiuse con una provvista di bottiglie in una stanza al primo piano del suo infame tugurio. Pare fosse in preda a una vaga apprensione per la propria sicurezza personale, e desiderasse nascondersi. Tuttavia, molto tempo dopo (quando un giorno venne a bordo per sollecitare dal mio cambusiere il pagamento di certi sigari) Mariani mi disse che per lui avrebbe fatto ben altro senza voler saper niente, in riconoscenza per non so quale lurido piacere ricevuto tantissimi anni prima – da quel che riuscii a capire. Si batté due volte il petto muscoloso, roteando enormi occhi bianchi e neri lucidi di lacrime: “Antonio non dimentica mai – Antonio non dimentica mai!”. Quale fosse la vera natura di quella losca riconoscenza non l’ho mai saputo, ma qualunque essa sia, lui se ne restò senza difficoltà chiuso a chiave, con una sedia, un tavolo, un materasso in un angolo, e un mucchio di calcinacci sul pavimento, in preda al panico, e facendosi coraggio con quel genere di tonici che Mariani gli somministrava. Questo stato di cose durò fino alla sera del terzo giorno, quando, emessi alcuni orribili urli, si trovò costretto a cercar scampo da una legione di millepiedi. Spalancò la porta con violenza, si precipitò giù alla disperata con un sol balzo dalla scaletta traballante, atterrò con tutto il suo peso sullo stomaco di Mariani, si rialzò, e fuggì via all’aperto come un coniglio. La polizia lo acciuffò all’alba sopra un mucchio d’immondizie. Dapprima lui ebbe l’impressione che lo stessero portando alla forca, e lottò per la libertà come un eroe, ma quando mi sedetti accanto al suo letto era ormai tranquillissimo da due giorni. La sua testa abbronzata e sottile, con quei baffi bianchi, adagiata sul cuscino aveva un aspetto nobile e calmo, come la testa di un soldato sfinito dalle guerre con un’anima di bimbo, se non fosse stato per un fantomatico indizio di allarme latente nel vacuo luccichio del suo sguardo, simile a una forma indistinta di terrore rannicchiata in silenzio dietro una lastra di vetro. Era così straordinariamente calmo, che cominciai a lasciarmi andare all’assurda speranza di avere una spiegazione chiarificatrice della famosa faccenda dal suo punto di vista. Perché poi desiderassi tanto andare a frugare nei deplorevoli dettagli di un avvenimento che, dopo tutto, non mi riguardava altro che come membro di un non ben identificato gruppo di uomini tenuti insieme da una comunanza di fatiche ingloriose e dalla fedeltà a una certa linea di condotta, non so proprio spiegarlo. Potete chiamarla curiosità malsana se volete; ma sono nettamente convinto che desideravo scoprire qualcosa. Forse, inconsciamente, speravo di scoprirla questa cosa, una causa profonda di redenzione, una spiegazione pietosa, l’ombra almeno di una scusa convincente. Ora vedo bene che speravo l’impossibile – abbattere il più ostinato fantasma che sia mai stato creato dall’uomo, il dubbio angoscioso che si leva come un velo di nebbia, rode segretamente come un tarlo, è più agghiacciante della certezza della morte – il dubbio del potere supremo insediato in una determinata linea di condotta. È la cosa più dura nella quale si possa inciampare; è la cosa che alimenta urla di panico e tante brave piccole infamie compiute in silenzio; è la vera ombra della calamità. Credevo forse in un miracolo? E perché lo desideravo così ardentemente? Era solo per il mio interesse che volevo trovare almeno l’ombra di una scusa per quel giovanotto che non avevo mai visto prima, ma il cui solo aspetto aggiungeva un pizzico di interessamento personale ai pensieri ispiratimi dall’esser venuto a conoscenza della sua debolezza – rendendola una cosa misteriosa e terrificante – come il presentimento di un fato rovinoso in agguato per noi tutti che – ai nostri tempi – abbiamo avuto una giovinezza simile alla sua? Temo che tale fosse il segreto motivo delle mie indagini. Cercavo un miracolo, senz’ombra di dubbio. Oggi, a distanza di tempo, l’unica cosa che mi sembri miracolosa è la misura della mia imbecillità. Da quell’infermo losco e malmesso speravo proprio di ottenere un esorcismo contro lo spettro del dubbio. Dovevo inoltre essere davvero disperato, perché, senza por tempo in mezzo, dopo alcune frasi amichevoli di nessuna importanza alle quali rispose con languida prontezza, proprio come farebbe qualsiasi malato che si rispetti, tirai fuori la parola Patna delicatamente avvolta in una domanda come in un bozzolo di bavella. Ero delicato per interesse; non volevo farlo trasalire; non era una premura nei suoi confronti; non provavo né rabbia né dispiacere per lui: la sua storia non aveva alcuna importanza, la sua redenzione futura mi era del tutto indifferente. Era diventato vecchio in mezzo a iniquità di poco conto, e non poteva più ispirare avversione o pietà. Ripeté Patna? con aria interrogativa, sembrò fare un breve sforzo di memoria e disse: “Eh già. Sono una vecchia volpe di questi luoghi, io. L’ho vista andar giù”. Ero pronto a dar sfogo alla mia indignazione per una bugia così stupida, quando lui soggiunse tranquillamente, “Era piena di rettili”. Quella frase mi bloccò. Che intendeva dire? L’inquieto fantasma di terrore celato dietro ai suoi occhi vitrei sembrò calmarsi e fissare intento i miei. “Mi han tirato giù dalla cuccetta durante il secondo turno di guardia per vederla affondare”, proseguì in tono pensoso. Tutt’a un tratto la sua voce aveva assunto un timbro allarmante. Mi pentii della mia follia. Nella corsia in lontananza neanche l’ombra di una cuffia di suora con le sue candide ali svolazzanti; ma là in fondo nel bel mezzo di una lunga fila di letti di ferro vuoti se ne stava seduto un infortunato di qualche nave in rada scarno e abbronzato con una benda bianca di sghimbescio sulla fronte. Improvvisamente il mio interessante infermo tirò fuori un braccio sottile come un tentacolo e mi attanagliò la spalla. “Solo i miei occhi erano in grado di vedere. Sono famoso per la mia vista. Perciò mi chiamarono, suppongo. Nessuno di loro fu abbastanza pronto da vederla affondare, ma videro bene che era affondata, e si misero a urlare tutti insieme – così”… Un ululato da lupi mi penetrò nei più intimi recessi dell’anima. “Oh, lo faccia smettere”, gemette l’infortunato con irritazione. “Lei, forse, non mi crede”, proseguì l’altro, con aria d’ineffabile presunzione. “Le dico che da questa parte del Golfo Persico non esistono occhi come i miei. Guardi sotto il letto”.
Naturalmente mi chinai all’istante. Sfido chiunque a non fare altrettanto. “Cosa vede?” chiese. “Niente”, dissi, vergognandomi terribilmente. Mi scrutò in viso con disprezzo selvaggio e annientante. “Proprio così”, disse, “ma se guardassi io vedrei – non ci sono occhi come i miei, le dico”. Mi attanagliò di nuovo, e mi tirò verso il basso nella sua ansia di sfogarsi facendomi una confidenza. “Milioni di rospi rosa. Non ci sono occhi come i miei. Milioni di rospi rosa. È peggio che vedere affondare una nave. Potrei guardare navi che affondano e fumare la pipa tutto il giorno. Perché non mi ridanno la mia pipa? Mi farei una fumatina osservando quei rospi. La nave ne era piena. Devono esser tenuti d’occhio, sa”. Ammiccò con aria arguta. Il sudore della mia fronte gli gocciolava addosso, la giacca di lino mi s’era incollata alla schiena fradicia: la brezza pomeridiana passò impetuosa sulla fila di letti, le pieghe rigide delle tende si agitarono in tutta la loro lunghezza, stridendo su aste d’ottone, le sopracoperte dei letti vuoti svolazzarono silenziose sfiorando il pavimento nudo lungo tutta la fila, e io rabbrividii fino al midollo. Il vento lieve dei tropici giocava in quella spoglia corsia, deprimente come una raffica invernale in un vecchio granaio inglese. “Non lo faccia ricominciare a sbraitare, signore”, invocò da lontano l’infortunato con un grido afflitto e rabbioso che avanzò risuonando tra le pareti come un fioco richiamo in un tunnel. La mano a tenaglia mi stringeva la spalla; lui mi guardava di traverso con aria d’intesa. “La nave ne era piena, lo sa, e si dovette abbandonarla alla chetichella”, sussurrò con estrema rapidità. “Tutti rosa. Tutti rosa – grossi come mastini, con un occhio in cima alla testa e tenaglie tutt’intorno alle loro bocche orribili. Uh! Uh!”. Rapidi spasmi come da scosse elettriche rivelarono sotto il copriletto ben steso i contorni di due gambe magre e agitate; mollò la mia spalla e cercò di afferrare qualcosa per aria; il suo corpo teso vibrava come una corda d’arpa appena lasciata andare; e mentre lo osservavo, l’orrore spettrale che aveva dentro si fece strada nel suo sguardo vitreo. Immediatamente quel suo viso di vecchio soldato, dai lineamenti nobili e calmi, mi si decompose davanti agli occhi come devastato da un’astuzia furtiva, da una circospezione abominevole e da una paura disperata. Trattenne un grido: “Ssss! Cosa stanno facendo adesso là sotto?”, domandò indicando il pavimento con fantastiche precauzioni di voce e di gesti, il cui significato mi fulminò la mente in un lampo sinistro, nauseandomi per la mia prontezza. “Dormono tutti”, risposi, osservandolo da vicino. Ecco. Era ciò che voleva sentirsi dire; erano proprio le parole capaci di calmarlo. Inspirò profondamente. “Ssss! Zitto, non ti muovere. Sono una vecchia volpe di questi luoghi. Li conosco quegli animali. Pacca in testa al primo che si muove. Sono troppi, e non resterà a galla più di dieci minuti”. Ansimò di nuovo. “Presto”, urlò improvvisamente, e proseguì in uno strillo continuo: “Sono tutti svegli, a milioni. Mi stanno calpestando! Aspetti! Oh, aspetti! Li schiaccerò a mucchi come mosche. Aiuto! Ai-uu-to!”. Un urlo prolungato e interminabile venne a completare il mio turbamento. Vidi in lontananza l’infortunato portarsi con disperazione entrambe le mani alla testa fasciata; un infermiere, chiuso in un camice fino al mento, si profilò sulla sfondo della corsia, come in un cannocchiale alla rovescia. Riconobbi obiettivamente la mia sconfitta, e senza altre complicazioni, uscendo da una delle porte-finestre, me la svignai nella loggia esterna. L’ululato mi tenne dietro come una vendetta. Svoltai in un pianerottolo deserto, e all’improvviso tutto tacque e si calmò intorno a me, e scesi le scale nude e scintillanti in un silenzio che mi permise di riordinare i pensieri turbati. Dabbasso incontrai uno dei medici interni che stava attraversando il cortile e mi fermò. “È stato a trovare il suo uomo, capitano? Penso che lo lasceremo uscire domani. Quegli sciocchi però non sanno assolutamente prendersi cura di sé. A proposito, abbiamo ricoverato qui il capo macchinista di quella nave di pellegrini. Un caso curioso. Delirium tremens della peggior specie. Ha bevuto molto in quell’osteria del greco o dell’italiano per tre giorni di fila. Cosa vuole aspettarsi. Quattro bottiglie di un simile brandy al giorno, mi si dice. Fantastico, se è vero. Foderato di lamiera da caldaia, oserei dire. La testa, ah! La testa, chiaramente, andata, ma quel ch’è più curioso è che c’è un certo metodo nel suo vaneggiare. Sto cercando di scoprirlo. Del tutto insolito – questo filo di logica in un delirio del genere. Stando alla tradizione dovrebbe vedere serpenti, e invece no. Le buone tradizioni dei tempi andati sono in ribasso oggi. Eh! Le sue – ehm – visioni sono di tipo batracico. Ah! Ah! No, dico sul serio, non mi ricordo di essermi mai tanto interessato a un caso di delirium tremens prima d’ora. Dovrebbe esser morto, sapete, dopo esser passato attraverso una simile euforia. Oh! Ha la pelle dura quello lì. E ventiquattro anni di tropici per di più. Dovrebbe proprio andare a dargli un’occhiatina. Un vecchio leone dall’aspetto nobile. L’uomo più straordinario che abbia mai incontrato – dal punto di vista medico naturalmente. Non vuole?”.
Fino ad allora avevo manifestato i soliti segni di cortese interessamento, ma a quel punto assumendo un’aria dispiaciuta farfugliai che non avevo tempo, e gli strinsi la mano in fretta. “Senta”, mi gridò dietro, “non potrà presenziare all’inchiesta. Crede che la sua testimonianza sia probante?” “Assolutamente no”, ribattei dalla soglia del cancello».
Capitolo sesto
«Le autorità furono evidentemente della stessa opinione. L’inchiesta non venne rimandata. Ebbe luogo il giorno stabilito in conformità dei termini di legge, e fu seguita da un vasto pubblico a causa del suo interesse umano, senza dubbio. Non sussistevano incertezze circa i fatti – circa l’unico fatto materiale, intendo dire. Come il Patna fosse venuto a collisione fu impossibile scoprirlo; il tribunale non contava di scoprirlo e in tutto il pubblico non vi era un sol uomo a cui ciò importasse. Eppure, come già vi ho detto, in aula c’erano tutti i marinai del porto, e il commercio marittimo era rappresentato al completo. Che ne fossero consci o no, l’interesse che li attirava lì era puramente psicologico – l’attesa di qualche rivelazione sostanziale sulla forza, il potere, l’orrore delle emozioni umane. Naturalmente niente del genere poté essere rivelato. L’interrogatorio dell’unico uomo capace e disposto ad affrontare ciò si aggirava futilmente intorno al fatto risaputo, e la sfilza di domande in proposito era altrettanto illuminante quanto il batter con un martello su una scatola di ferro per scoprire cosa c’è dentro. Comunque, un’inchiesta ufficiale non avrebbe potuto essere niente di diverso. Suo fine non era il perché sostanziale, ma il come superficiale, di quella faccenda.
Il giovanotto avrebbe potuto dirlo e, sebbene proprio questo fosse ciò che interessava il pubblico, le domande rivoltegli non potevano non allontanarlo da quella che per me, ad esempio, sarebbe stata l’unica verità degna di essere conosciuta. Non ci si può aspettare dalle autorità costituite che indaghino sullo stato d’animo di un uomo – o forse semplicemente del suo fegato? Loro mestiere era arrivare alle conseguenze e, sinceramente, un occasionale giudice di corte di giustizia di primo grado e due periti nautici non possono fare niente di più. Non intendo insinuare che costoro fossero stupidi. Il giudice era molto paziente. Uno dei periti era un capitano di velieri, aveva una barba rossiccia e pie inclinazioni. L’altro era Brierly. Il Grande Brierly. Alcuni di voi devono aver sentito parlare del Grande Brierly – il capitano della nave ammiraglia della Blue Star Line. Proprio lui.
Sembrava estremamente contrariato dall’onore affibbiatogli. In vita sua non aveva mai fatto uno sbaglio, mai avuto un incidente, mai un contrattempo, mai un ostacolo nella sua costante ascesa, e aveva l’aria di essere uno di quegli individui fortunati che non sanno cosa vuol dire l’indecisione, né tanto meno la sfiducia in se stessi. A trentadue anni aveva uno dei migliori comandi delle linee commerciali d’Oriente e, cosa ben più importante, era molto soddisfatto della sua posizione. Non vi era niente al mondo che potesse reggere al confronto, e suppongo che se lo aveste interrogato a bruciapelo avrebbe confessato che secondo lui non vi era un altro comandante pari a lui. La scelta era caduta sull’uomo giusto. Il resto dell’umanità che non comandava l’Ossa, piroscafo d’acciaio da sedici nodi, era costituito di poveretti. Aveva salvato vite in mare, aveva soccorso navi in pericolo, aveva avuto in regalo dagli assicuratori un cronometro d’oro, e da qualche governo straniero un binocolo con un’apposita iscrizione, in riconoscimento di tali servizi. Era profondamente consapevole dei propri meriti e di quel che valeva. Mi era abbastanza simpatico benché alcuni di mia conoscenza – persone miti e cordiali se è per questo – non potessero sopportarlo in alcun modo. Non ho il minimo dubbio che si considerasse di gran lunga superiore a me – in verità, se anche tu fossi stato Imperatore d’Oriente e d’Occidente non avresti potuto non notare la tua inferiorità in sua presenza – ma non riuscivo a sentirmene veramente offeso. Non mi disprezzava per qualcosa che dipendesse da me in alcun modo, per come io fossi – capite? Io ero un’entità trascurabile per il semplice motivo che non ero l’unico uomo baciato dalla fortuna in terra, non ero Montague Brierly comandante dell’Ossa, non ero il proprietario di un cronometro d’oro con dedica incisa e di un binocolo con montatura d’argento a testimonianza delle mie eccellenti qualità di marinaio e del mio indomito coraggio; non ero pervaso da una profonda coscienza dei miei meriti e del mio valore, per non parlare dell’amore devoto di un cane da riporto nero, il più stupendo della sua razza – perché mai fu un uomo come lui tanto amato da un cane come quello. Senza dubbio, sentirsi contrapporre tutto ciò era abbastanza esasperante; ma quando riflettevo che a condividere quelle fatali privazioni ero in compagnia di mille e duecento milioni di altri esseri più o meno umani, trovavo di poter sopportare la mia parte di quella sua bonaria e sprezzante pietà grazie a un che di indefinibile e di attraente insito in lui. Non ho mai definito la natura di tale attrazione, ma ci sono stati momenti in cui l’ho invidiato. Sul suo animo soddisfatto di sé il pungolo della vita non lasciava maggior traccia del graffio di uno spillo sulla superficie levigata di una roccia. Era una cosa invidiabile. Mentre lo guardavo là seduto a fianco del pallido giudice senza pretese che presiedeva l’inchiesta, il suo autocompiacimento presentava a me e al mondo una superficie dura come il granito. Si suicidò subito dopo.
Non c’è da stupirsi che il caso di Jim lo infastidisse, e mentre pensavo quasi con paura all’immensità del suo disprezzo per il giovane sotto processo, lui stava probabilmente svolgendo una silenziosa inchiesta sul proprio caso. Il verdetto deve esser stato di colpevolezza senza attenuanti, e il segreto delle prove se lo portò con sé in quel tuffo in mare. Se mai capisco qualcosa di uomini, si trattò senza dubbio di una questione della massima importanza, una di quelle inezie che risvegliano le idee – mettono in moto pensieri con i quali un uomo non abituato a una simile compagnia trova impossibile vivere. So per certo che non si trattò di denaro, né di alcool, né di donne. Si buttò in mare dalla nave appena una settimana dopo la chiusura dell’inchiesta, e meno di tre giorni dopo aver lasciato il porto per il viaggio d’andata; come se proprio in quel punto in mezzo alle acque avesse improvvisamente scorto le porte dell’altro mondo spalancate ad accoglierlo.
Tuttavia non fu un impulso repentino. Il suo secondo dai capelli grigi, marinaio di prim’ordine e cordiale con gli estranei, ma nei rapporti col suo comandante il più arcigno prim’ufficiale ch’io abbia mai visto, raccontava la storia con le lacrime agli occhi. Pare che quando salì in coperta quella mattina Brierly stesse scrivendo in sala nautica. “Erano le quattro meno dieci”, mi disse “e il secondo turno di guardia naturalmente non era ancora smontato. Lui udì la mia voce parlare col secondo ufficiale in plancia e mi chiamò dentro. Ero riluttante ad andare, ed è la verità, capitano Marlow – non potevo sopportare il povero capitano Brierly, ve lo confesso con vergogna; non si sa mai di cosa sia fatto un uomo. Era stato promosso passando sopra troppe teste, senza contare la mia, e aveva il maledetto vizio di farvi sentire piccolo, anche solo per come diceva ‘Buon giorno’. Non gli rivolgevo mai la parola, signore, se non per questioni di servizio, e allora facevo del mio meglio per riuscire a parlare in modo civile”. (In questo era un presuntuoso. Mi sono chiesto spesso come Brierly potesse sopportare i suoi modi per più di mezzo viaggio.) “Ho moglie e figli”, proseguì, “ed ero nella Compagnia da dieci anni, sempre in attesa del primo comando vacante – bel deficiente che non sono altro. Lui mi dice, proprio così: ‘Entri, signor Jones’, con quel suo tono borioso – ‘Entri, signor Jones’. Entrai. ‘Facciamo il punto’, dice, chino sulla carta, con un compasso in mano. Stando al regolamento, questo avrebbe dovuto farlo l’ufficiale di guardia prima di smontare. Tuttavia, non dissi niente, e continuai a guardarlo mentre segnava la posizione della nave con una minuscola crocetta e scriveva la data e l’ora. Lo vedo come se fosse adesso scrivere quelle sue cifre nitide: diciassette, otto, quattro a.m. L’anno era scritto in inchiostro rosso in cima alla carta. Le sue carte non le usava mai per più di un anno, il capitano Brierly. Adesso quella carta l’ho io. Dopo aver fatto, se ne resta a guardare il segno tracciato, sorridendo tra sé, poi alza gli occhi su di me. ‘Altre trentadue miglia via così’, dice, ‘e ne saremo fuori, e potrà correggere la rotta di venti gradi a sud’.
In quella traversata passavamo a nord dell’Hector Bank. Dissi: ‘Va bene, signore’, domandandomi cosa mai stesse blaterando, dal momento che dovevo chiamarlo comunque prima di cambiare rotta. In quell’istante la campana batté quattro rintocchi doppi: uscimmo sul ponte di comando, e il secondo ufficiale prima di andarsene dichiara com’è sua abitudine: ‘Settantuno al log’. Il capitano Brierly guarda la bussola e poi tutt’intorno. Era buio e limpido, e tutte le stelle risaltavano nitide come in una notte gelida ad alte latitudini. D’un tratto dice con una specie di piccolo sospiro: ‘Vado a poppa, e il log glielo riporto a zero io, perché non ci sia possibilità di errore. Altre trentadue miglia su questa rotta e poi è al sicuro. Vediamo – la correzione da apportare al log è del sei per cento in più; diciamo, dunque, trenta miglia sul quadrante, e potrà venire subito a dritta di venti gradi. Non vai la pena allungare il cammino – no?’. Non l’avevo mai sentito parlare tanto tutto d’un fiato, e senza scopo dal mio punto di vista. Non dissi nulla. Scese la scaletta, e il cane, che gli stava sempre alle calcagna ogniqualvolta si spostava, giorno e notte, lo seguì scivolando a muso avanti. Udii i tacchi dei suoi stivali ticchettare, ticchettare sul cassero, poi si fermò e parlò al cane. ‘Torna indietro, Rover. Sul ponte di comando, su! Dai – va’’. Poi mi grida dall’oscurità: ‘Rinchiuda quel cane in sala nautica, signor Jones – mi faccia il piacere’.
Quella fu l’ultima volta che sentii la sua voce, capitano Marlow. Quelle sono le ultime parole che pronunciò udite da persona viva, signore”. A questo punto la voce del brav’uomo si fece alquanto incerta. “Temeva che quella povera bestia saltasse dietro a lui, capisce?”, proseguì con un tremito. “Sì, capitano Marlow. Mi azzerò il log; vi mise anche una goccia d’olio – ci credereste? L’oliatore era lì vicino dove l’aveva lasciato. Il secondo nostromo alle cinque e mezzo trascinò la manichetta a poppa per il lavaggio; dopo poco molla tutto e sale di corsa sul ponte di comando – ‘Vuol venire a poppa, signor Jones, per piacere’, dice. ‘C’è una cosa strana. Non mi va di toccarla’. Era il cronometro d’oro del capitano Brierly appeso con cura per la sua catena alla battagliola.
Non appena i miei occhi vi si posarono sopra qualcosa mi colpì, e tutto mi fu chiaro, signore. Le gambe mi si afflosciarono sotto. Era come se l’avessi visto buttarsi giù; e avrei anche saputo dire di quanto ce l’eravamo lasciato indietro. Il log presso il coronamento di poppa segnava diciotto miglia e tre quarti, e intorno all’albero di maestra mancavano quattro caviglie di ferro. Se le era messe in tasca per andar giù più facilmente, suppongo; ma, Dio mio! Cosa sono quattro caviglie per un uomo poderoso come il capitano Brierly. Forse alla fine la fiducia in se stesso era appena un tantino scossa. Fu l’unico segno di smarrimento che manifestò in vita sua, oserei dire; ma sono pronto a rispondere per lui, che una volta giù non ha cercato di fare neanche una bracciata, così come se fosse caduto in mare accidentalmente avrebbe avuto abbastanza fegato da resistere tutto il giorno aggrappato solo a un filo di speranza. Sì, signore. Non era inferiore a nessuno – se lo diceva da sé, io stesso l’ho sentito una volta. Durante la seconda comandata aveva scritto due lettere, una alla Compagnia e l’altra a me. Mi dava un mucchio di istruzioni circa la traversata – e dire che ero nella marina mercantile da prima che nascesse – e una lista interminabile di suggerimenti su come dovevo comportarmi con la nostra Compagnia a Shangai, in modo da mantenere il comando dell’Ossa. Scriveva come farebbe un padre a un figlio prediletto, capitano Marlow, e io ero di venticinque anni più vecchio di lui e avevo assaggiato acqua salata prima che gli mettessero stabilmente i calzoncini. Nella lettera agli armatori – lasciata aperta perché io la leggessi – diceva di aver sempre fatto il proprio dovere al loro servizio – fino a quel momento – e anche ora non tradiva la loro fiducia perché lasciava la nave nelle mani del marinaio più esperto che ci potesse essere – intendendo me, signore, intendendo me! Diceva loro che se l’ultimo atto della sua vita non lo privava di tutta la stima riposta in lui, avrebbero tenuto conto della mia fedeltà nel servirli e della sua calda raccomandazione, al momento di coprire il posto lasciato vacante dalla sua morte. E tante altre cose simili, signore. Non riuscivo a credere ai miei occhi. Mi sentivo tutto strano”, proseguì il brav’uomo profondamente turbato, e schiacciandosi qualcosa nell’angolo dell’occhio destro con la punta di un pollice largo come una spatola. “Si poteva pensare, signore, che fosse saltato in mare soltanto per dare a un uomo sfortunato un’ultima occasione di farsi strada. Tra il colpo della sua scomparsa così orribile e sconsiderata, e il pensiero di essere un uomo arrivato grazie a quell’avvenimento fortuito, quasi persi la testa per una settimana. Ma niente paura. Sull’Ossa fu trasferito il capitano del Pelion – salì a bordo a Shangai – un piccolo damerino, signore, con un completo grigio a scacchi e la riga nel bel mezzo della testa. ‘Ehm – sono – ehm – il nuovo capitano, signor – signor – ehm – Jones’. Era impregnato di profumo – ne puzzava tutto, capitano Marlow. Penso che fu la mia occhiata a farlo balbettare. Borbottò qualcosa sul mio comprensibile disappunto – era meglio che sapessi subito che la promozione al comando del Pelion l’aveva ottenuta il suo primo ufficiale – lui non c’entrava, naturalmente – l’ufficio doveva aver deciso per il meglio – spiacente… Io dico: ‘Non si preoccupi del vecchio Jones, signore; maledetta l’anima sua, ci ha fatto il callo’. Vidi immediatamente che avevo scandalizzato le sue orecchie delicate, e mentre eravamo seduti insieme a pranzo per la prima volta cominciò a trovar da ridire in modo sgradevole su questo e su quello a bordo. Non avevo mai sentito una voce da burattini come la sua. Strinsi i denti, tenni gli occhi incollati al piatto, e rimasi tranquillo finché mi fu possibile; ma alla fine dovetti dire qualcosa: lui salta su in punta di piedi, con le sue belle penne tutte arruffate, come un galletto da combattimento. ‘Si accorgerà di aver a che fare con una persona diversa dal defunto capitano Brierly’. ‘Me ne sono accorto’, dico io, molto tetro, ma fingendo di essere tutto preso dalla mia bistecca. ‘Lei è un vecchio furfante, signor – ehm – Jones; e quel ch’è peggio, è conosciuto come tale presso la Compagnia’, mi squittisce. Quei maledetti ragazzi di mensa se ne stavano lì ad ascoltare con le bocche spalancate da un’orecchia all’altra. ‘Può darsi ch’io sia un caso difficile’, rispondo, ‘ma non così disperato da tollerare di vederla seduto al posto del capitano Brierly’. Con ciò posai il coltello e la forchetta. ‘Le piacerebbe esserci seduto lei – ecco dove il dente duole’, sogghigna. Lasciai la saletta, raccolsi i miei stracci, e prima che gli stivatori si fossero rimessi a lavorare ero sulla banchina con tutti i miei bagagli tra i piedi. Sì. Alla deriva – a terra – dopo dieci anni di servizio – e con una povera donna e quattro bambini a carico a seimila miglia di distanza che contavano sulla mia mezza paga per ogni boccone che mettevano sotto i denti. Proprio così, signore! Piantai lì tutto piuttosto che sentire insultare il capitano Brierly. Mi ha lasciato il suo telescopio notturno – eccolo qui; e ha voluto che mi prendessi cura del cane – eccolo qui. Ciao, Rover, poverino. Dov’è il capitano, Rover?”. Il cane levò verso di noi i suoi occhi gialli colmi di tristezza, emise un unico latrato sconsolato, e strisciò sotto il tavolo. Tutto ciò si svolgeva, più di due anni dopo, a bordo di quel rudere marino del Fire-Queen di cui lo stesso Jones aveva ottenuto il comando – per una assai strana combinazione, per di più – da Matherson – Matherson il Matto lo chiamavano di solito – proprio quello che bazzicava sempre a Hai-phong, sapete, prima dell’occupazione. Il brav’uomo continuava a raccontare con quella sua voce nasale:
“Sissignore, il capitano Brierly sarà ricordato qui, anche se fosse l’unico posto al mondo. Scrissi dettagliatamente a suo padre e non ebbi neanche una parola in risposta – né Grazie, né Va’ al diavolo! – niente! Forse preferivano non sapere”.
La vista di quel vecchio Jones con gli occhi pieni di lacrime che si tergeva la testa calva con un fazzoletto di cotone rosso, il guaito lamentoso del cane, lo squallore di quella cabina infestata di mosche, unico sacrario della sua memoria, gettavano un velo indicibile di commozione di bassa lega sul ricordo della figura di Brierly, postuma vendetta del fato per quella fiducia nella propria grandezza che aveva quasi privato la sua vita dei suoi legittimi terrori. Quasi! Forse del tutto! Chi può dire quale lusinghiera visione abbia rivestito ai suoi occhi il proprio suicidio in forza dell’autosuggestione?
“Perché commise quell’atto inconsulto, capitano Marlow – riesce a spiegarselo?”, chiese Jones, congiungendo le mani. “Perché? Non arrivo a capacitarmi! Perché?”. Si batteva la fronte bassa e piena di rughe. “Fosse stato povero e vecchio e indebitato – mai un segno – oppure matto. Ma lui non era di quelli che diventan matti, lui no. Creda a me. Quello che un secondo di bordo ignora del proprio capitano non vale la pena saperlo. Giovane, in buona salute, agiato, nessuna preoccupazione di sorta… Delle volte me ne resto qui seduto a pensare, pensare, finché la testa comincia davvero a ronzarmi. Ci dev’esser stato un motivo”.
“Può essere certo, capitano Jones”, risposi, “che non è stato niente che avrebbe dato molto fastidio sia a lei che a me”, dissi; e allora, come se fosse balenata una luce nel suo cervello confuso, il povero vecchio Jones trovò una parola conclusiva di sorprendente profondità. Si soffiò il naso, assentendo dolorosamente: “Già, già! Né lei né io, signore, avevamo mai avuto una così alta considerazione di noi stessi”.
Il ricordo della mia ultima conversazione con Brierly è per forza influenzato dal fatto di sapere che morì immediatamente dopo. Parlai con lui per l’ultima volta durante il corso dell’inchiesta. Fu dopo la prima udienza, mi raggiunse per strada. Era in uno stato di irritazione, lo notai con sorpresa, perché il suo atteggiamento abituale quando accondiscendeva a conversare era del tutto distaccato, con una traccia di divertita tolleranza, quasi l’esistenza del suo interlocutore fosse uno scherzo piuttosto ben riuscito. “Mi hanno incastrato per quell’inchiesta”, esordì, e si dilungò per un po’ con tono lamentoso sugli inconvenienti di dover presenziare quotidianamente in tribunale. “E Dio solo sa quanto durerà. Tre giorni, suppongo”. Lo ascoltavo in silenzio; allora ritenevo che fosse un modo come un altro di assumere un atteggiamento. “Che utilità ha? È la messinscena più stupida che si possa immaginare”, proseguì, accalorandosi. Feci notare che non c’era altra scelta. Mi interruppe con una specie di violenza trattenuta. “Ho la sensazione continua di essere un imbecille”. Alzai lo sguardo verso di lui. Era uno spingersi molto in là questo – per Brierly – parlando di Brierly. Si bloccò di colpo, e afferratomi il risvolto della giacca, gli diede un leggero strattone. “Perché stiamo a tormentare quel ragazzo?”, chiese. La domanda si accordava così bene ai rintocchi di un certo mio pensiero che, con l’immagine del rinnegato latitante davanti agli occhi, risposi immediatamente. “M’impicchino se lo so, a meno che non sia perché ve lo lascia fare”. Fui stupito di vedere come lui si adattasse, per così dire, a quella mia affermazione, che avrebbe dovuto sembrargli discretamente enigmatica. Disse con rabbia: “Eh già. Non lo vede che quel disgraziato del suo capitano se l’è data a gambe levate? Cosa si aspetta che succeda? Niente può salvarlo. È rovinato”. Facemmo ancora alcuni passi in silenzio. “Perché ingoiare tutto quel sudiciume?”, esclamò con un’energia d’espressione tipicamente orientale – forse l’unica specie di energia di cui si possa trovar traccia a est del cinquantesimo meridiano. Mi meravigliavo molto per la direzione presa dai suoi pensieri, ma ora ho il forte sospetto che si adattasse rigorosamente alla situazione: in fondo il povero Brierly doveva star pensando a se stesso. Gli feci notare che il capitano del Patna si era ben ben imbottito le tasche, lo sapevano tutti, e poteva procacciarsi quasi dovunque i mezzi per farla franca. Nel caso di Jim era diverso: per il momento stava alla Casa del Marinaio a spese del Governo, e probabilmente in tasca non aveva nemmeno il becco d’un quattrino. Scappare costa. “Davvero? Non sempre”, disse, con una risata amara, e poi a seguito di qualche altra mia osservazione – “Be’, allora, che si rifugi sei metri sottoterra e che ci resti! Santi numi! Io lo farei”. Non so perché il suo tono mi provocò, e dissi: “C’è un che di coraggioso nell’affrontare la faccenda apertamente come fa lui, sapendo benissimo che se scappasse nessuno si prenderebbe la briga di corrergli dietro”. “Coraggio, un corno!”, grugnì Brierly. “Questo genere di coraggio non serve un fico a tenere un uomo sulla retta via e me ne frego di un coraggio simile, io. Se lei dicesse piuttosto che è una specie di vigliaccheria – di debolezza. Facciamo così, io ci metto duecento rupie se lei ne mette altre cento e si assume la responsabilità di far fuggire quel poveretto domattina presto. È un gentiluomo anche se va preso con le molle – capirà. Deve! Questa pubblicità infernale è troppo disgustosa: lui se ne sta là seduto mentre tutti quei dannati indigeni, serang, lascar, timonieri, fanno deposizioni tali da ridurre un uomo in cenere per la vergogna. È abominevole. Ma come, Marlow, non pensa, non sente, che è abominevole; non le sembra, via, da buon marinaio? Se lui se ne andasse, tutto questo cesserebbe di colpo”. Brierly pronunciò le ultime parole con un’animazione affatto insolita, e fece come per prendere il portafoglio. Lo trattenni, e dichiarai freddamente che la vigliaccheria di quei quattro individui non mi pareva rivestire tanta importanza. “E lei si autodefinisce un marinaio, immagino”, esclamò con rabbia. Risposi che mi definivo così, e speravo di esserlo anche. Mi stette ad ascoltare, e col suo grosso braccio fece un gesto che sembrava spogliarmi della mia individualità, ricacciarmi nella folla. “Il peggio è che nessuno di voialtri ha alcun senso di dignità; non tenete in sufficiente considerazione ciò che dovreste essere”.
Nel frattempo avevamo continuato a camminare lentamente, e ora ci fermammo di fronte alla capitaneria di porto, proprio in vista del punto esatto da dove l’immenso capitano del Patna si era volatilizzato come una piccola piuma spazzata via in un uragano. Sorrisi. Brierly proseguì: “È un’indecenza. Tra noi ce n’è di tutte le razze – anche dei delinquenti patentati; ma, dannazione, dobbiamo preservare il decoro professionale o ci ridurremo alla stregua di tanti stagnini ambulanti. Noi ispiriamo fiducia. Capisce? – fiducia! Francamente, non me ne importa un fico di tutti i pellegrini che mai siano usciti dall’Asia, ma un uomo come si deve non si sarebbe comportato così neanche con un carico completo di balle di stracci vecchi. Noi non siamo un corpo organizzato di individui, e l’unica cosa che ci tiene uniti è la reputazione di cui godiamo per questo nostro decoro. Una faccenda come questa distrugge la fiducia. Un uomo può passare tutta la sua vita di marinaio o quasi senza mai esser chiamato a mostrare fermezza di carattere. Ma quando viene chiamato… Ah!… Se io…”.
«S’interruppe bruscamente, e mutato tono, “Le darò duecento rupie ora, Marlow, e lei si limiti a parlare a quel ragazzo. Che vada al diavolo! Vorrei che non fosse mai arrivato fin qui. La verità è che sono quasi convinto che qualcuno dei miei conosca la sua famiglia. Il vecchio è un pastore anglicano e ricordo ora di averlo incontrato una volta quand’ero da mio cugino dell’Essex l’anno scorso. Se non vado errato, il vecchio sembrava avere un debole per il figlio marinaio. Terribile. Io non posso farlo, ma lei…”.
Così, a proposito di Jim, ebbi una fugace apparizione del vero Brierly pochi giorni prima che affidasse la sua realtà e la sua finzione alla custodia del mare. Naturalmente rifiutai d’immischiarmi. Il tono di quel “ma lei” in chiusura (povero Brierly, non poté farne a meno), che pareva insinuare che io non contassi più di un insetto, mi fece considerare la proposta con indignazione, e a causa di tale provocazione, o per qualche altro motivo, mi convinsi fermamente che l’inchiesta era un severo castigo per quel Jim, e che il fatto di affrontarla – praticamente di sua spontanea volontà – costituiva un elemento riscattante nel suo caso disgustoso. Prima non ne ero stato così convinto. Brierly se ne andò di cattivo umore. A quel tempo il suo stato d’animo era per me un mistero più grande di quanto non sia oggi.
«Il giorno dopo, arrivato in tribunale tardi, mi sedetti in disparte. Naturalmente non potevo dimenticare la conversazione avuta con Brierly, e ora li avevo entrambi sotto gli occhi. L’atteggiamento dell’uno esprimeva tetra impudenza e quello dell’altro una noia sprezzante; tuttavia non era possibile che un contegno fosse più veritiero dell’altro, e sapevo che uno dei due non era veritiero. Brierly non era annoiato – era esasperato; di conseguenza, allora poteva darsi che Jim non fosse impudente. Secondo la mia teoria non lo era. Io me lo figuravo disperato. Fu allora che i nostri sguardi si incontrarono. S’incontrarono, e l’occhiata che mi diede scoraggiava qualsiasi intenzione avessi avuto di parlargli. In entrambe le ipotesi – insolenza o disperazione – sentii di non poter essergli di nessun aiuto. Era il secondo giorno del processo. Quasi immediatamente dopo quello scambio di sguardi l’inchiesta fu di nuovo rinviata all’indomani. I bianchi si riversarono subito fuori in massa. Jim aveva avuto il permesso di lasciare il banco già da un po’, e poté uscire tra i primi. Vidi le sue ampie spalle e la sua testa profilarsi nella luce della porta, e mentre avanzavo lentamente verso l’uscita parlando con qualcuno – un estraneo che mi aveva rivolto la parola per caso – potevo vederlo dall’interno dell’aula con tutti e due i gomiti appoggiati alla balaustrata della veranda e la schiena rivolta al piccolo flusso di gente che defluiva giù dai pochi gradini. C’era un mormorio di voci e un tramestio di passi.
La causa successiva concerneva un’aggressione con vie di fatto commessa ai danni di un usuraio, credo; e l’imputato – un venerabile campagnolo dalla barba bianca e dritta – era seduto su una stuoia subito fuori dalla porta con figli, figlie, generi, nuore, e inoltre, direi, metà degli abitanti del villaggio, accovacciati o in piedi intorno a lui. Una donna slanciata di carnagione scura, con parte della schiena e una spalla nera scoperte, e un sottile anello d’oro al naso, d’un tratto si mise a parlare con un tono di voce altissimo e petulante. L’uomo che era con me istintivamente alzò gli occhi a guardarla. In quel momento avevamo appena varcato la soglia, passando dietro la grossa schiena di Jim.
Se fossero stati quei paesani a portarsi dietro il cane giallo, non lo so. Comunque, un cane c’era, e continuava a infilarsi tra le gambe della gente con quel fare silenzioso e furtivo proprio dei cani indigeni, e il mio compagno vi inciampò sopra. Il cane balzò via senza un guaito; l’uomo, alzando un po’ la voce, disse con una risata a scoppio ritardato: “Ma guardi un po’ quel cagnaccio rognoso della malora”, e subito dopo fummo separati da un mucchio di gente che spingeva per entrare. Mi tirai indietro per un momento addossato al muro mentre lo sconosciuto riuscì a scendere gli scalini e scomparve. Vidi Jim ruotare su se stesso. Fece un passo avanti e mi sbarrò la strada. Eravamo soli; mi guardò con occhio torvo e con un’aria di cocciuta determinazione. Mi resi conto di esser stato bloccato, come in un bosco per una rapina, per così dire. La veranda ormai era vuota, e il rumore e la confusione in aula erano cessati: un grande silenzio cadde sull’edificio, all’interno del quale da un punto remoto e imprecisato, una voce orientale attaccò la sua miserabile lagna. Il cane, nel bel mentre cercava di intrufolarsi dalla porta, si accucciò in gran fretta per dar la caccia alle sue pulci.
“Parlava a me?”, chiese Jim a voce bassissima, e piegandosi in avanti, non tanto verso ma contro di me, se capite cosa voglio dire. Dissi “No” immediatamente. Qualcosa in quel suo tono sommesso mi avvertiva di stare in guardia. Lo osservai. Era proprio come un incontro in un bosco, solo era meno chiaro come sarebbe andata a finire, perché lui non poteva certo volere da me né la borsa né la vita – niente che io potessi semplicemente cedere o difendere con la coscienza tranquilla. “Lei nega”, disse, molto tetro. “Ma io ho sentito”. “Sarà uno sbaglio”, protestai, completamente confuso, e senza mai togliergli gli occhi di dosso. Osservare il suo viso era come osservare un cielo che si abbuia prima del rombo del tuono, mentre impercettibili una dopo l’altra sopraggiungono le ombre, e l’oscurità si addensa misteriosamente nella calma della violenza che cresce.
“Per quel che ne so, non ho aperto bocca a portata del suo orecchio”, affermai con assoluta sincerità. Mi stavo anche un po’ arrabbiando, per l’assurdità di quell’incontro. Ho l’impressione adesso di non esser mai stato così vicino a fare a botte in vita mia – nel senso letterale del termine; fare a pugni. Suppongo di aver avuto un vago presentimento che ci fosse una simile probabilità nell’aria. Non che mi minacciasse materialmente. Al contrario, era stranamente passivo – capite vero? Ma si stava abbassando, e, benché non fosse eccezionalmente grosso, nel complesso pareva capacissimo di demolire un muro. L’indizio più rassicurante che notai fu una specie di lenta e ponderosa esitazione, che presi per un tributo all’evidente sincerità del mio atteggiamento e della mia voce. Eravamo uno di fronte all’altro. Nell’aula la causa per aggressione stava avendo corso. Afferrai le parole: “Pozzo – bufalo – bastone – al colmo della paura…”.
“Cosa voleva dire quel tenermi gli occhi incollati addosso tutta la mattina?”, disse infine Jim. Sollevò lo sguardo e lo riabbassò. “Si aspettava che ce ne stessimo tutti seduti a occhi bassi per un riguardo alla sua suscettibilità?”, replicai seccamente. Non mi sarei piegato docilmente a nessuna delle sue stramberie. Tornò a sollevare gli occhi, e questa volta continuò a guardarmi dritto in faccia. “No. Niente da ridire su questo”, esclamò con l’aria di ponderare tra sé la verità di tale affermazione – “niente da ridire. A questo ci passo sopra. Ma” – e qui il parlare si fece un po’ più concitato – non permetterò a nessuno di insultarmi fuori di quell’aula. C’era un individuo con lei. Lei gli parlava – oh, sì – lo so; non c’è niente di male. Parlava con lui, ma voleva che io sentissi…”.
Lo assicurai che aveva preso un abbaglio grande come una casa. Non avevo idea di come fosse successo. “Pensava che non avrei osato risentirmene”, disse, con una vaga sfumatura di amarezza. Il mio interesse era tale da distinguere le sia pur minime variazioni di espressione, ma non fui per niente illuminato; tuttavia non so cosa in quelle parole, o forse semplicemente l’intonazione della frase, mi indusse d’un tratto a concedergli tutte le attenuanti possibili. Cessai di essere infastidito per quell’impiccio inaspettato. L’errore veniva da parte sua; stava prendendo un abbaglio e intuivo che fosse di natura odiosa, disgraziata. Ero ansioso di por fine a quella scena per ragioni di pudore, così come si è ansiosi di tagliar corto una confidenza disgustosa e non richiesta. Il più buffo era che, nel bel mezzo di tutte quelle considerazioni d’ordine superiore mi rendevo conto di provare una certa trepidazione per la possibilità anzi, la probabilità – che l’incontro finisse in una rissa sconveniente senza motivazione alcuna e che mi avrebbe reso ridicolo. Non ambivo affatto a essere famoso per tre giorni come colui che aveva buscato un occhio nero o qualcosa di simile dal secondo del Patna. Con ogni probabilità, lui non si curava di ciò che faceva, o comunque si sarebbe sentito pienamente giustificato di fronte a se stesso. Non ci voleva un mago per vedere che era straordinariamente arrabbiato per qualcosa, nonostante quel suo contegno tranquillo e addirittura apatico. Non nego che ci tenevo moltissimo a calmarlo ad ogni costo, se solo avessi saputo cosa fare. Ma non lo sapevo, come potete ben immaginare. Buio completo senza il benché minimo barlume. Eravamo uno di fronte all’altro in silenzio. Sospese il fuoco per circa quindici secondi, poi fece un passo in avanti, e io mi preparai a schivare il colpo, senza però muovere muscolo, almeno credo. “Se anche lei fosse grosso come due uomini e forte come sei”, disse molto piano, “le direi ciò che penso di lei. Lei…”. “Alt!”, esclamai. Ciò lo fermò per un attimo. “Prima di dirmi cosa pensa di me”, proseguii, in fretta, “mi faccia la cortesia di dirmi che cosa ho detto o fatto”. Durante la pausa che seguì mi esaminò con indignazione, mentre facevo sforzi sovrumani di memoria, resi più difficili dalla voce orientale che all’interno dell’aula protestava con veemente volubilità contro un’accusa di falso. Poi parlammo quasi contemporaneamente. “Le dimostrerò presto che non lo sono”, disse, in un tono che faceva presentire una crisi. “Le giuro che non so nulla”, protestai con ardore nello stesso istante. Si provò ad annientarmi col disprezzo del suo sguardo. “Ora che vede che non ho paura cerca viscidamente di far marcia indietro”, disse. “Chi è un cagnaccio rognoso adesso – eh?”. Allora, finalmente, compresi.
Aveva continuato a scrutare i miei lineamenti come se cercasse un posto, dove assestare il suo pugno. “Non permetterò a nessuno…”, mormorò minaccioso. Era davvero un errore madornale; si era tradito completamente. Non riesco a farvi immaginare quanto fossi sconvolto. Suppongo mi abbia scorto sul viso un riflesso dei miei sentimenti, perché la sua espressione si modificò leggermente. “Dio buono!”, balbettai, “non penserà che io…”. “Ma sono sicuro d’aver sentito”, insistette, alzando la voce per la prima volta dall’inizio di quella scena deplorevole. Poi con un’ombra di disprezzo soggiunse: “Non è stato lei, dunque? Benissimo; troverò quell’altro”. “Non faccia lo stupido”, gridai esasperato; “non si trattava affatto di questo”. “Ho sentito bene”, ripeté con incrollabile e tetra ostinazione.
«Qualcuno forse avrebbe potuto ridere della sua pertinacia. Io no. Oh, no! Mai un uomo era stato così spietatamente smascherato dal suo impulso istintivo. Una sola parola l’aveva spogliato della sua discrezione – di quella discrezione che è più necessaria alla dignità del nostro intimo di quanto non lo sia il vestiario al decoro del nostro corpo. “Non faccia lo stupido”, ripetei. “Ma quell’altro l’ha detto, questo non lo nega?”, enunciò, chiaramente, guardandomi in faccia senza batter ciglio. “No, non lo nego”, dissi io, restituendo lo sguardo. Finalmente abbassò gli occhi per seguire la direzione indicata dal mio dito. Dapprima parve perplesso, poi confuso, e da ultimo stupito e spaventato come se un cane fosse stato un mostro e lui non ne avesse mai visto uno prima. “Nessuno si è sognato di insultarla”, dissi.
Contemplò il disgraziato animale, che era immobile come una statua: se ne stava seduto con le orecchie ritte e col muso affilato puntato verso la soglia, e di scatto tentò di acchiappare una mosca come un congegno meccanico.
Lo guardai. Il rosso della sua carnagione abbronzata di biondo si fece improvvisamente più intenso sotto la peluria delle guance, gli invase la fronte, si diffuse fino alla radice dei capelli ricci. Le orecchie gli diventarono scarlatte, e anche l’azzurro chiaro dei suoi occhi si scurì di parecchie sfumature per il flusso di sangue alla testa. Le labbra si sporsero leggermente, tremando come fosse stato sul punto di scoppiare in lacrime. Mi resi conto che dall’estrema umiliazione non riusciva a proferir parola. Dalla delusione anche – chissà? Forse pregustava quella scarica di pugni che stava per darmi per riabilitarsi, per ritrovar la pace? Chi può dire quale sollievo si riprometteva da quell’occasione di fare a botte? Era abbastanza ingenuo da aspettarsi di tutto; ma in questo caso si era tradito per niente. Era stato sincero con se stesso – lasciamo perdere con me – nella folle speranza di arrivare così a una effettiva confutazione, e per colmo d’ironia le stelle non gli erano state propizie. Emise un suono inarticolato, gutturale come un uomo parzialmente stordito da una botta in testa. Era penoso.
Non riuscii a raggiungerlo di nuovo fino a un bel pezzo fuori del cancello. Dovetti addirittura trottare un po’ alla fine, ma quando, senza fiato, gli fui al fianco e lo rimproverai di fuggire, disse, “Mai!” e si mise subito sulla difensiva. Gli spiegai che non mi ero mai sognato di dire che stesse scappando da me. “Da nessuno – da nessuno al mondo”, affermò con aria cocciuta. Mi guardai dal fargli notare quell’unica lampante eccezione che resterebbe valida anche per i più coraggiosi di noi; pensavo che l’avrebbe scoperta da solo molto presto. Mi guardò pazientemente mentre cercavo qualcosa da dire, ma lì per lì non trovai nulla, ed egli ricominciò a camminare. Gli tenni dietro, e ansioso di non perderlo, dissi di corsa che non potevo pensare di lasciarlo sotto una falsa impressione della mia – della mia – m’inceppai. La stupidità di quelle parole mi fece inorridire prima ancora di riuscire a completarle, ma il potere delle frasi non ha niente a che vedere con il loro senso o la logica del loro costrutto. Il mio balbettio idiota parve fargli piacere. Tagliò corto dicendo, con una cortese placidità che denotava un immenso potere di autocontrollo o una sorprendente elasticità di umore – “Lo sbaglio è tutto mio”. Tale espressione mi stupì grandemente: sembrava che alludesse a un episodio di nessuna importanza. Non ne aveva dunque capito il deplorevole significato? “Voglia scusarmi”, continuò, e soggiunse un po’ imbronciato: “Tutte quelle persone che mi fissavano in tribunale sembravano dei tali idioti che – che le mie supposizioni potevano benissimo corrispondere a realtà”.
Ciò aprì al mio stupore una nuova prospettiva su di lui. Lo guardai con curiosità e incontrai i suoi occhi impassibili e impenetrabili. “Non posso sopportare questo genere di cose”, disse molto semplicemente, “e non intendo farlo. In tribunale è diverso; debbo mandarlo giù – e ci riesco anche”.
Non mi vanto di averlo capito. Gli scorci che mi lasciava intravedere di se stesso erano come quegli sprazzi attraverso i mobili squarci di una fitta cortina di nebbia – frammenti di particolari vividi ed evanescenti, che non danno un’idea complessiva dell’aspetto generale di una terra. Alimentavano la curiosità senza soddisfarla; non servivano a nulla per l’orientamento. Tutto sommato era inafferrabile. In questi termini lo riassunsi a me stesso dopo che mi ebbe lasciato la sera tardi. Stavo al Malabar Hotel da alcuni giorni, e su mio insistente invito cenò là con me».
Capitolo settimo
«Un postale in viaggio d’andata era entrato in porto quel pomeriggio, e la grande sala da pranzo dell’albergo era piena per più di metà di gente con in tasca un biglietto da cento sterline per il giro del mondo. C’erano coppie di sposi il cui aspetto denotava l’abitudine e la noia reciproca nel corso dei loro viaggi; c’erano gruppi piccoli e grandi, e individui soli che cenavano con gran sussiego o banchettavano rumorosamente, ma tutti pensavano, conversavano, scherzavano o aggrottavano le ciglia esattamente come a casa loro; ed erano aperti a nuove impressioni con la stessa intelligenza dei loro bauli al piano superiore. D’ora in poi a conferma del loro passaggio da questo e quel luogo ne avrebbero portato addosso le corrispondenti etichette, come il loro bagaglio. Se lo sarebbero coccolato quel segno distintivo delle loro persone, e avrebbero gelosamente custodito i cartellini incollati sui loro bauli armadio come prova documentaria, come l’unica traccia duratura della loro iniziativa di perfezionamento. I camerieri di pelle scura volteggiavano leggeri senza far rumore sul vasto pavimento lucido; di tanto in tanto si udivano la risata di una giovinetta, vuota e innocente come il suo cervello, o, in un’improvvisa pausa dell’acciottolio dei piatti, alcune parole volutamente strascicate di qualche bello spirito che ricamava a beneficio di una tavolata sghignazzante sull’ultima storiella scandalistica di bordo. Due vecchie zitelle senza fissa dimora, tutte in ghingheri, studiavano acremente il menu, bisbigliando tra loro con labbra scolorite, due originali dal viso legnoso, come due spaventapasseri di lusso. Un po’ di vino aprì il cuore di Jim e gli sciolse la lingua. Anche l’appetito era buono, notai. Sembrava avesse sepolto da qualche parte l’episodio iniziale della nostra conoscenza. Era come una cosa di cui non si sarebbe mai più fatta menzione al mondo. Per tutto il tempo ebbi davanti a me quegli occhi azzurri da bambino che guardavano dritto nei miei, quella faccia giovane, quelle spalle robuste, la fronte spaziosa e abbronzata con una riga bianca alla radice dei folti capelli biondi, quell’aspetto che attirava a prima vista tutta la mia simpatia; quella fisionomia aperta, il sorriso ingenuo, la serietà giovanile. Era di razza buona; era uno di noi. Parlava pacatamente, con una specie di composta schiettezza, e con una tranquillità di atteggiamento che era forse dovuta a virile autocontrollo, a impudenza, a insensibilità, a una colossale incoscienza, a un gigantesco inganno. Chissà! Dal nostro tono potevamo benissimo star discutendo di una terza persona, di una partita di calcio, del tempo dell’anno scorso. La mia mente navigava in un mare di congetture finché la conversazione non prese una piega che mi consentì di osservare senza essere offensivo, quanto, nel complesso, quell’inchiesta dovesse averlo provato. Allungò improvvisamente il braccio sulla tovaglia, e afferrandomi la mano di fianco al piatto, mi fissò con occhio torvo. Trasalii. “Dev’essere terribile”, balbettai, confuso da quella muta dimostrazione di sentimento. “È – un inferno”, si lasciò sfuggire tutt’a un tratto con voce soffocata.
Quel gesto e quelle parole allarmarono due raffinati giramondo a un tavolo vicino facendo loro sollevare lo sguardo dal budino gelato. Mi alzai, e passammo nella veranda davanti a prendere il caffè e fumare il sigaro.
«Su tavolini ottagonali ardevano delle candele in globi di vetro; ciuffi di piante a foglia rigida dividevano gruppi di confortevoli poltrone di vimini; e tra le colonne binate, i cui scapi rossastri riflettevano in lunga fila la luce dei finestroni, la notte, scintillante e cupa, pareva sospesa come uno splendido drappeggio. Le luci delle navi alla fonda ammiccavano in lontananza come stelle al tramonto, e le colline sul lato opposto della rada sembravano nere masse tondeggianti di immobili nubi temporalesche.
“Non potevo squagliarmela”, esordì Jim. “Il capitano sì – tanto meglio per lui. Io non potevo, e non volevo. Se la sono cavata tutti in un modo o nell’altro, ma a me non andava bene”.
Ascoltavo con concentrata attenzione, non osando muovermi nella poltrona; volevo sapere – e a tutt’oggi non so, posso solo cercar di indovinare. Lui era insieme fiducioso e depresso, come se un’innata convinzione di innocenza tenesse a freno la verità che si dibatteva costantemente dentro di lui. Cominciò dicendo, col tono di chi ammetta di non essere capace di saltare un muro alto sei metri, che ora non sarebbe più potuto andare a casa; e la sua dichiarazione mi fece venire in mente le parole di Brierly, “che il vecchio pastore nell’Essex sembrava avere un debole spiccato per il figlio marinaio”.
Non so dirvi se Jim fosse a conoscenza di questa “predilezione” particolare, ma il tono con cui si riferiva al “mio babbo” mirava a farmi capire che quel buon vecchio decano di campagna era forse l’uomo migliore che dall’inizio del mondo avesse mai provato gli affanni di una famiglia numerosa. Sebbene ciò non venisse mai dichiarato apertamente, era sottinteso nell’ansia di non lasciare dubbi in proposito, che era sì molto vera e bella, ma che aggiungeva agli altri elementi della storia una sensazione pungente di esistenze lontane. “A quest’ora avrà letto tutta la faccenda sui giornali locali”, disse Jim. “Non posso più guardarlo in faccia quel povero vecchio”. Non osai alzare gli occhi a quelle parole finché non lo udii soggiungere: “Non potrei mai spiegargli. Non capirebbe”. Allora sollevai lo sguardo. Fumava con aria assorta, e dopo un attimo, riscuotendosi, riprese a parlare. Manifestò immediatamente il desiderio che io non lo confondessi con i suoi compagni di – crimine, chiamiamolo così. Non era uno di loro; era di tutt’altra razza. Non diedi alcun segno di dissenso. Per amore della nuda verità, non avevo assolutamente intenzione di defraudarlo del men che minimo frammento di grazia redentrice che si presentasse sulla sua strada. Non sapevo fino a qual punto ci credesse lui stesso. Non sapevo cosa si sforzasse di dimostrare – se mai cercava di dimostrare qualcosa – e sospetto che neppure lui lo sapesse; sono convinto infatti che nessuno arriva mai a capire pienamente i propri abili stratagemmi per evadere dall’ombra sinistra della conoscenza di se stesso. Non aprii bocca per tutto il tempo che lui passò a chiedersi cosa avrebbe dovuto fare “una volta conclusa quella stupida inchiesta”.
Evidentemente condivideva l’opinione sprezzante di Brierly su quelle procedure legali. Non avrebbe saputo da che parte girarsi, confessò, ovviamente pensando a voce alta più che rivolto a me. Patente perduta, carriera troncata, niente soldi per andarsene, nessuna possibilità di trovar lavoro per quanto gli era dato vedere. In patria forse avrebbe potuto ottenere qualcosa; ma significava andare a chiedere aiuto ai suoi, e non voleva farlo. Non vedeva altra via d’uscita che imbarcarsi come semplice marinaio – forse poteva essere arruolato come timoniere su un piroscafo. Come timoniere sarebbe andato bene… “Lo credete davvero?”, chiesi, spietatamente. Si alzò di scatto, e arrivato alla balaustrata di pietra si mise a guardar fuori nella notte. Dopo un attimo fu di ritorno, dominando la mia poltrona dall’alto della sua possente statura, il giovane volto ancora rannuvolato dalla sofferenza di un’emozione tenuta a freno. Aveva capito benissimo che non mettevo in dubbio la sua capacità a governare una nave. Con un leggero tremolio nella voce mi domandò perché avevo detto così. Ero stato “infinitamente gentile” con lui. Non avevo nemmeno riso di lui quando – e qui cominciò a balbettare – “quell’errore, sa – mi ha fatto fare una figura da imbecille patentato”. Lo interruppi per dire con un certo calore che a mio parere non c’era niente da ridere in un errore del genere. Si sedette e bevve il caffè con decisione, vuotando la tazzina fino all’ultima goccia. “Ciò non significa che io ammetta per un solo istante che l’osservazione fosse giusta”, dichiarò, risoluto. “No?”, dissi io. “No”, affermò con calma determinazione. “Lo sa cosa avrebbe fatto lei? Lo sa? E lei non si giudica…” mandò giù qualcosa… “non si giudica un – un – cagnaccio rognoso?”.
E a questo punto – parola d’onore! – mi esaminò con aria indagatrice. A quanto pare era una domanda – una domanda di bona-fide! Tuttavia, non attese la risposta. Prima che potessi riavermi riprese a parlare, con gli occhi fissi davanti a sé, come se leggesse qualcosa scritta sullo spessore della notte. “Tutto sta nell’esser pronti. Io non lo ero; non – non allora. Non voglio giustificarmi; ma vorrei spiegare – vorrei che qualcuno capisse – qualcuno – una persona almeno! Lei! Perché non lei?”.
«Era una scena solenne, e anche un po’ ridicola, come lo sono sempre le lotte di un individuo che cerca di salvare dal fuoco l’idea di quel che dovrebbe essere la propria identità morale, quel concetto prezioso di una convenzione, che è soltanto una delle regole del gioco e nulla più, ma ciononostante così terribilmente efficace per la presunzione che ha di dominare gli istinti naturali col suo sconfinato potere, per il prezzo spaventoso che si deve pagare, se sconfitta. Cominciò il suo racconto abbastanza tranquillamente. A bordo di quel piroscafo della Dale Line che aveva raccolto i quattro da una scialuppa galleggiante sullo scintillio meno intenso del mare al tramonto, passato il primo giorno si erano messi a guardarli con sospetto. Il grasso capitano aveva raccontato una storia, gli altri erano stati zitti, e all’inizio era stata presa per buona. Non si sottopongono a un interrogatorio di terzo grado dei poveri naufraghi che si è avuto la fortuna di salvare, se non da una morte crudele, perlomeno da crudeli sofferenze. In seguito, ripensandoci, gli ufficiali dell’Avondale erano forse stati colpiti dal sospetto che “qualcosa puzzava” nella faccenda; ma naturalmente si erano tenuti quei dubbi per sé. Avevano raccolto il capitano, il secondo, e due macchinisti del piroscafo Patna affondato, e, da veri gentiluomini, non volevano sapere altro. Non interrogai Jim sulla natura dei suoi sentimenti nel corso dei dieci giorni passati a bordo. Dal suo modo di raccontare questa parte della storia potei dedurre che fosse rimasto quasi stordito dalla scoperta fatta – la scoperta su se stesso – e che senza dubbio fosse intento a cercare di darne ragione all’unica persona capace di valutarne tutta la spaventosa importanza. Dovete capire che non tentò di minimizzarla. Di questo sono sicuro; e in ciò consiste la sua diversità. Quanto alle sensazioni provate quando scese a terra e venne a sapere dell’imprevista conclusione del racconto in cui aveva rivestito una parte così penosa, non me ne parlò affatto, ed è difficile immaginarle. Chissà se si sentì mancare il terreno sotto i piedi? Chissà? Ma senza dubbio riuscì a trovare molto presto un nuovo punto d’appoggio. Era a terra in attesa da quindici giorni buoni alla Casa del Marinaio, e siccome in quel momento vi alloggiavano sei o sette uomini, avevo un po’ sentito parlare di lui. Secondo il loro fiacco parere, a quanto sembra, oltre agli altri difetti, era un animale poco socievole. Aveva passato quei giorni sulla veranda, sepolto in una sedia a sdraio, da cui resuscitava soltanto all’ora dei pasti o la sera tardi, quando vagava sulle banchine tutto solo, completamente estraneo a quanto gli stava intorno, incerto e silenzioso, come un fantasma senza una casa in cui aggirarsi. “Non credo di aver detto tre parole ad anima viva in tutto quel tempo”, disse, ispirandomi una gran compassione; e subito aggiunse: “Uno di quegli individui si sarebbe certamente lasciato sfuggire qualcosa che ero ben deciso a non mandar giù, e non volevo scenate. No! Allora no. Ero troppo – troppo… Non me la sentivo proprio”. “Così dopo tutto quella paratia resistette”, osservai allegramente. “Sì”, mormorò, “resistette. E tuttavia le giuro che me la son sentita cedere sotto la mano”. “È incredibile a quali tensioni può talvolta sottostare il ferro vecchio”, dissi. Rovesciato all’indietro sulla poltrona, con le gambe rigidamente tese in avanti e le braccia penzoloni, annuì lievemente varie volte. Non si potrebbe immaginare uno spettacolo più triste. D’un tratto sollevò il capo; si rizzò a sedere; si diede una manata sulla coscia. “Ah! Che occasione perduta! Mio Dio! Che occasione perduta!” esclamò tutto infiammato, ma quell’ultima parola suonò come un grido strappato dal dolore.
Tornò a essere silenzioso con un’espressione assorta e distante di feroce struggimento per quell’occasione di gloria perduta, con le narici dilatate per un attimo, ad aspirare il soffio inebriante di quell’opportunità mancata. Se pensate che io fossi sorpreso o scandalizzato mi fate un molteplice torto! Ah, era un poveraccio pieno di immaginazione! Scopriva le sue carte; si costituiva spontaneamente. Nello sguardo proiettato nella notte vedevo il suo intimo tutto teso in avanti, lanciato a capofitto nel regno fantastico delle aspirazioni eroiche e temerarie. Non aveva tempo di rimpiangere ciò che aveva perduto, tanto era istintivamente immerso anima e corpo nel dolore di ciò che non era riuscito a ottenere. Era lontanissimo da me che lo osservavo da neanche un metro di distanza. Al passare di ogni attimo penetrava sempre più addentro nel mondo irreale delle imprese romantiche. Finalmente ne raggiunse il cuore! Una strana aria di beatitudine si diffuse sui suoi lineamenti, gli occhi gli brillarono al lume della candela che ardeva tra noi; senz’ombra di dubbio, sorrise! Era penetrato fino al cuore – proprio fino al cuore. Fu un sorriso estatico di cui né i vostri volti – né il mio – si vestiranno mai, cari ragazzi. Lo riportai di colpo alla realtà dicendo: “Se fosse rimasto sulla nave, cioè!”.
Si voltò verso di me, con occhi improvvisamente sbigottiti e pieni di dolore, e un viso disorientato, impaurito, sofferente, come se fosse ruzzolato giù da una stella. Né voi né io guarderemo mai nessuno così. Rabbrividì profondamente, come se la punta gelata di un dito gli avesse toccato il cuore. Infine sospirò.
Non ero incline a pietà. Era irritante con quelle sue confidenze contraddittorie. “Peccato lei non l’abbia saputo prima!”, dissi con la più cattiva delle intenzioni; ma la perfida frecciata andò a vuoto – cadde ai suoi piedi come un dardo esausto, per così dire, e lui non si diede pensiero di raccoglierla. Forse non se n’era nemmeno accorto. Subito dopo, adagiandosi comodamente, disse: “Maledizione! Le assicuro che cedeva. Tenevo sollevata la lampada lungo l’angolare sul ponte di corridoio quando una scaglia di ruggine grande come il palmo della mia mano si staccò dalla lamiera, da sola”. Si passò la mano sulla fronte. “Vibrò e saltò via sotto i miei occhi come fosse viva”. “Dev’esser stata una gran brutta sensazione”, osservai incidentalmente. “Crede forse”, disse, “che pensassi a me stesso, con centosessanta persone alle mie spalle, tutte che dormivano profondamente solo nel corridoio di prua – e altre a poppa; altre in coperta – addormentate – del tutto ignare – tre volte più numerose di quante ce ne potessero stare sulle scialuppe, ammesso che ci fosse stato tempo? Mi aspettavo di vedere il ferro spalancarsi davanti ai miei occhi e la massa d’acqua investirli a precipizio sdraiati com’erano… Cosa potevo fare – cosa?”.
Me lo figuro facilmente nell’oscurità affollata di quell’antro chiuso, mentre la luce della lampada illuminava dall’alto un piccolo tratto della paratia che dall’altro lato reggeva il peso dell’oceano, e lui aveva negli orecchi il respiro di quei dormienti ignari. Me lo vedo fissare inorridito il ferro, allarmato per lo staccarsi della ruggine, sopraffatto dalla consapevolezza di una morte imminente. Se ben capii, era la seconda volta che veniva mandato a prua da quel suo capitano, che, sono propenso a credere, voleva tenerlo lontano dal ponte di comando. Mi raccontò che il suo primo impulso fu quello di gridare e così far balzare di colpo tutti quegli esseri dal sonno al terrore; ma fu sopraffatto da un senso così schiacciante della propria impotenza che non riuscì a emettere suono. Penso si intenda questo quando si dice che la lingua è incollata al palato. “Troppo secca”, fu la concisa espressione da lui usata per riferirsi a tale stato. Allora, senza aprire bocca, salì precipitosamente in coperta dal boccaporto numero uno. Una manica a vento attrezzata laggiù gli sbatté contro per caso, e ricordava che il leggero tocco della tela sulla faccia per poco non l’aveva fatto ruzzolare giù dalla scaletta.
Confessò che le ginocchia gli tremavano non poco mentre era in piedi sopra coperta a prua con un’altra folla dormiente davanti agli occhi. Poiché le macchine erano ormai ferme, il vapore usciva sbuffando. Il suo cupo brontolio faceva vibrare la notte in tutta la sua immensità come una corda di contrabbasso. La nave tremava all’unisono.
Qua e là vide sollevarsi una testa dalla stuoia, una forma vaga alzarsi a sedere, stare in ascolto per un attimo con aria assonnata, e riaffondare nella confusa marea di casse, verricelli a vapore, prese d’aria. Si rendeva conto che tutta quella gente non ne sapeva abbastanza per capire chiaramente il motivo di quello strano rumore. Per quella moltitudine ignorante e pia la nave di ferro, gli uomini dalle facce bianche, ogni immagine, ogni suono, tutto a bordo era ugualmente strano, e tanto degno di fiducia quanto per sempre incomprensibile. Gli passò per la mente che era una fortuna. Ma solo a pensarci era terribile.
Dovete ricordarvi che era convinto, come lo sarebbe stato chiunque al suo posto, che la nave sarebbe affondata da un momento all’altro; le lamiere rigonfie e mangiate dalla ruggine che trattenevano l’oceano, dovevano fatalmente cedere, tutto d’un colpo come una diga minata, e lasciar entrare una marea improvvisa e travolgente. Rimase immobile a guardare quei corpi supini, un condannato conscio del proprio destino, che passava in rassegna la silenziosa compagnia dei morti. Perché erano morti! Niente poteva salvarli! Forse per metà di loro le scialuppe bastavano, ma non c’era tempo. Non c’era tempo! Non c’era tempo! Sembrava che non valesse la pena di aprir bocca, muovere mano o piede. Prima di riuscire a gridare tre parole, o fare tre passi, si sarebbe ritrovato in acqua a dibattersi in un mare trasformato in orribile schiuma dai contorcimenti disperati di esseri umani, risonante delle loro angosciose grida d’aiuto. Non esisteva aiuto. Si immaginava alla perfezione quel che sarebbe successo; immobile accanto al boccaporto con la lampada in mano visse tutta la scena, la visse in ogni minimo straziante particolare. E penso la rivivesse ancora mentre mi raccontava tutte queste cose che non poteva raccontare in tribunale.
“Con la stessa chiarezza con cui ora vedo lei vidi che non potevo far niente. Ciò sembrò succhiarmi dalle membra ogni linfa vitale. Pensai che tanto valeva stare dov’ero e aspettare. Non credevo di avere molti secondi…”. Improvvisamente il vapore cessò di sbuffare. Era stato, osservò, un rumore da fare impazzire, ma il silenzio divenne all’istante opprimente e insopportabile.
“Credetti che sarei soffocato prima ancora di annegare”, disse.
«Protestò di non aver pensato a salvare se stesso. L’unico pensiero nitido che si formava, si dissolveva, e tornava a formarsi nel suo cervello, era: ottocento persone e sette scialuppe; ottocento persone e sette scialuppe.
“Qualcuno parlava a voce alta dentro la mia testa”, disse con una certa violenza. “Ottocento persone e sette scialuppe – e non un minuto di tempo! Provi a pensarci”. Si protese verso di me sopra il tavolino e cercai di evitare il suo sguardo fisso. “Crede che la morte mi facesse paura?”, chiese con voce bassa estremamente aggressiva. Lasciò cadere la mano aperta con un tonfo che fece traballare le tazzine da caffè. “Sono pronto a giurare di no – di no… Per Dio – no!”. Si raddrizzò e incrociò le braccia; il mento gli cadde sul petto.
Il leggero acciottolio di stoviglie giungeva attutito fino a noi dai finestroni. Ci fu uno scoppio di voci, e diversi uomini di ottimo umore si riversarono nella veranda. Si scambiavano scherzosi ricordi sugli asinelli del Cairo. Un giovane pallido dall’aria preoccupata che avanzava sulle lunghe gambe senza far rumore veniva preso in giro da un giramondo rubicondo e impettito in merito ai suoi acquisti al bazar. “No, davvero – pensa che mi abbiano imbrogliato a tal punto?”, chiese molto serio e compreso. Il gruppo si spostò, lasciandosi man mano cadere nelle poltrone; si accesero fiammiferi, illuminando per un istante visi senz’ombra di espressione e bianchi sparati piatti nella loro lucida fissità; il brusio di molteplici conversazioni animate dall’ebbrezza delle libagioni mi suonò assurdo e infinitamente remoto.
“Parte dell’equipaggio dormiva sul boccaporto numero uno a portata del mio braccio”, riprese Jim.
Dovete sapere che su quella nave la guardia si faceva all’uso dei Calasti, tutti dormivano la notte, e venivano chiamati solo i cambi dei timonieri e delle vedette. Lui ebbe la tentazione di afferrare e scuotere la spalla del marinaio indigeno più vicino, ma non lo fece. Qualcosa gli tenne le braccia tese lungo i fianchi. Non era paura – oh no! Semplicemente non poteva – ecco tutto. Della morte forse non aveva paura, ma ve lo dico io, della situazione di emergenza aveva paura. La sua maledetta immaginazione gli aveva evocato tutti gli orrori del panico, la corsa precipitosa e travolgente, le urla pietose, le scialuppe colme d’acqua – tutti gli atroci episodi di un disastro in mare di cui avesse mai sentito parlare. Forse era anche rassegnato a morire ma sospetto che volesse morire senza altri terrori, tranquillamente, in una specie di pacifica incoscienza. Una certa disponibilità ad affrontare la morte non è poi così rara, ma è raro incontrare uomini dall’animo rivestito d’acciaio nell’impenetrabile armatura della fermezza, pronto a combattere fino all’ultimo una battaglia persa; col venir meno della speranza il desiderio di pace aumenta, arrivando infine a conquistare la stessa volontà di vivere. Chi tra i qui presenti non l’ha osservato, o forse provato di persona un tale sentimento – questa estrema stanchezza delle emozioni la vanità dello sforzo, l’anelito al riposo? Quelli che lottano contro forze irragionevoli lo conoscono bene, i naufraghi abbandonati nelle scialuppe, i viaggiatori sperduti in un deserto, gli uomini che combattono contro la cieca potenza della natura, o la stupida brutalità delle masse».
Capitolo ottavo
«Quanto tempo rimase impalato accanto al boccaporto aspettandosi da un momento all’altro di sentire la nave immergersi sotto i suoi piedi e l’irruenza dell’acqua investirlo alle spalle e sballottarlo dovunque come un fuscello, non so dire. Non molto a lungo – forse due minuti. Un paio di uomini che non riuscì a riconoscere si misero a conversare con aria assonnata, e percepì inoltre, senza potere localizzarlo, uno strano scalpiccio. Su quei deboli suoni sovrastava la calma orribile che precede la catastrofe, il silenzio insopportabile dell’istante prima dello schianto; poi gli venne in mente che forse aveva abbastanza tempo per precipitarsi a tagliare tutte le cime dei paranchi, in modo che le scialuppe fossero libere di galleggiare mentre la nave andava a fondo.
Il Patna aveva un lungo ponte di comando, e tutte le scialuppe erano lassù, quattro da una parte e tre dall’altra – la più piccola a babordo praticamente di fianco all’agghiaccio del timone. Mi assicurò, con l’evidente ansia di venir creduto, di essersi preso gran cura di tenerle pronte in caso di emergenza. Conosceva il proprio dovere. Direi anzi che da questo punto di vista era un bravo prim’ufficiale. “Ho sempre creduto che bisogna esser preparati al peggio”, commentò, fissandomi ansiosamente in viso. Annuii in segno d’approvazione per quel sano principio, distogliendo gli occhi di fronte alla sottile debolezza dell’uomo.
Cominciò a correre con passo irregolare. Doveva scavalcare gambe, evitare di inciampare nelle teste. Improvvisamente qualcuno gli afferrò la giacca dal basso, e una voce angustiata parlò sotto il suo gomito. La luce della lampada che portava nella mano destra cadde su una faccia scura rivolta verso l’alto che lo supplicava con gli occhi e con la voce. Aveva imparato abbastanza la lingua da capire la parola acqua, ripetuta più volte con un tono di insistenza, di preghiera, quasi di disperazione. Diede uno strattone per liberarsi, e si sentì un braccio intorno alla gamba.
“Quel poveretto si aggrappava a me come uno che sta affogando”, disse, solennemente. “Acqua, acqua! Di quale acqua parlava? Cosa sapeva? Con tutta la calma possibile gli ordinai di mollarmi. Mi tratteneva, il tempo incalzava, altri cominciavano a muoversi; io avevo bisogno di tempo – tempo per tagliare le cime e liberare le scialuppe. Ora mi aveva afferrato la mano, e sentii che si sarebbe messo a urlare. Mi balenò che ciò sarebbe stato sufficiente a scatenare il panico, mi svincolai col braccio libero e gli sbattei la lampada in faccia. Il vetro tintinnò, la luce si spense, ma il colpo gli fece lasciare la presa, e io corsi via – volevo raggiungere le scialuppe; volevo raggiungere le scialuppe. Quello mi si lanciò alle spalle. Mi voltai per affrontarlo. Non aveva la minima intenzione di star zitto; cercò di gridare; lo strangolai quasi prima di scoprire cosa voleva. Voleva dell’acqua – acqua da bere; erano tenuti a stretta razione, sa, e lui aveva con sé un bambino che avevo notato parecchie volte. Suo figlio era malato e aveva sete. Mi aveva scorto mentre passavo, e andava supplicando un po’ d’acqua. Tutto qua. Eravamo sotto il ponte di comando al buio. Continuava ad aggrapparmisi ai polsi; non c’era verso di sbarazzarsene. Mi precipitai in cabina, afferrai la borraccia, e gliela cacciai in mano. Si dileguò. Fino a quel momento non mi ero reso conto di quanto avessi bisogno di bere io stesso”. Si appoggiò a un gomito con una mano sugli occhi.
Una specie di brivido mi corse lungo tutta la spina dorsale; c’era qualcosa di strano in tutto ciò. Le dita della mano che gli nascondeva la fronte tremavano leggermente. Ruppe il breve silenzio.
“Cose simili capitano una volta sola a un uomo e… Ah! Già! Quando finalmente raggiunsi il ponte di comando quei miserabili stavano liberando una scialuppa dalle morse. Una scialuppa! Stavo correndo su per la scala quando una forte botta mi colpì sulla spalla, mancandomi la testa per un pelo. Non mi fermò, e il capo macchinista – l’avevano tirato fuori dalla cuccetta a quel punto – tornò ad alzare la pedagna. Non so come sia ma non riuscivo a stupirmi di nulla. Tutto ciò sembrava naturale – e orribile – e orribile. Scansai quel pazzo miserabile, lo sollevai su dal ponte come fosse stato un bimbetto, e mentre lo stringevo si mise a sussurrarmi: ‘Mi lasci! Mi lasci! L’avevo scambiato per uno di quei negri’. Lo scaraventai lontano, scivolò lungo il ponte e andò a sbattere contro le gambe di quello piccolo – il secondo macchinista, facendolo cadere. Il capitano, indaffarato intorno alla scialuppa, si voltò e mi caricò a testa bassa, ringhiando come una belva inferocita. Al pari di una pietra rimasi immobile. Stavo là ben saldo sui piedi così”. Batté leggermente con le nocche sul muro di fianco alla poltrona. “Era come se avessi già udito, visto, vissuto tutto ciò venti volte. Non avevo paura di loro. Tirai indietro il pugno e lui si bloccò, borbottando:
‘Ah! È lei. Mi dia una mano svelto’.
Disse proprio così. Svelto! Come se si potesse essere abbastanza svelti. ‘Non ha intenzione di fare qualcosa?’ chiesi. ‘Sì. Svignarmela’, ringhiò da sopra la spalla.
Non credo di aver capito allora cosa volesse dire. Gli altri due intanto si erano tirati su, e insieme si precipitarono alla scialuppa. Facevano un gran baccano coi piedi, ansavano, spingevano, maledivano la scialuppa, la nave, se stessi – maledivano me. Tutto borbottando. Io non mi muovevo, non aprivo bocca. Osservavo l’inclinazione della nave. Era immobile come appoggiata a secco sulle taccate in un bacino di carenaggio – solo che era così”. Alzò la mano a palmo in giù, con la punta delle dita inclinata verso il basso. “Così”, ripeté. “Davanti a me vedevo la linea dell’orizzonte, nitida come un tocco di campana, sopra la prua estrema; vedevo l’acqua laggiù nera e scintillante, e immobile – immobile come uno stagno, immobile come la morte, più immobile di quanto lo sia mai stato un mare – più immobile di quanto il mio sguardo potesse reggere. Ha mai visto una nave che galleggia appruata, che non affonda ancora grazie a una lastra di ferro vecchio troppo marcia per poter essere puntellata? L’ha mai vista? Eh già, puntellarla? Ci pensai – pensai a tutto ciò che un uomo può pensare; ma è capace di puntellare una paratia in cinque minuti – o anche in cinquanta, tant’è? Dove li trovavo gli uomini disposti ad andare giù? E il legname – il legname! Avrebbe avuto il coraggio di brandire la mazza per dare il primo colpo se avesse visto quella paratia? Non dica di sì: non l’ha vista lei; nessuno l’avrebbe avuto. All’inferno – per fare una cosa simile bisogna credere che ci sia una probabilità, una su mille, almeno, un’ombra di probabilità; e non ci avrebbe creduto. Nessuno ci avrebbe creduto. Mi giudichi un cagnaccio rognoso perché sono rimasto lì impalato, ma cosa avrebbe fatto lei? Ecco! Non può dirlo – nessuno può dirlo. Uno deve almeno avere il tempo di girarsi. Cosa voleva che facessi? Bel pensiero sarebbe stato far impazzire di paura tutta quella gente che non potevo salvare da solo – che niente poteva salvare! Senta! Com’è vero che sono seduto qui davanti a lei…”.
Ansimando prendeva fiato ogni due o tre parole e mi lanciava rapide occhiate in faccia, come se nella sua angoscia badasse all’effetto. Non stava parlando con me, stava soltanto parlando davanti a me, in una discussione con una personalità invisibile, un antagonista indissolubilmente legato alla sua esistenza – un altro padrone della sua anima. Questi erano problemi che esulavano dalla competenza di un tribunale d’inchiesta: era una controversia grave e sottile sulla vera essenza della vita, e non c’era bisogno di un giudice. Lui aveva bisogno di un alleato, di uno che lo aiutasse, di un complice. Intuii che correvo il rischio di essere circuito, accecato, abbindolato, costretto, forse, a prendere una posizione chiara in una discussione senza via d’uscita se si voleva essere obiettivi verso tutti gli indizi più impalpabili a disposizione – sia quelli onorevoli con i propri diritti che quelli disonorevoli con le proprie esigenze. A voi che non lo avete visto e che sentite le sue parole solo di seconda mano non riesco a spiegare la natura composita dei miei sentimenti. Era come se mi si costringesse a capire l’Inconcepibile – e non conosco niente che sia paragonabile al disagio di una sensazione simile. Mi si costringeva a guardare ciò che di convenzionale è latente in ogni verità e a considerare l’essenziale sincerità della menzogna. Lui faceva leva su tutti i lati allo stesso tempo – il lato rivolto perennemente alla luce del sole, e quel lato di noi che, come l’altro emisfero della luna, esiste nascosto in perenne oscurità, con a tratti soltanto una spaventosa luce cinerea che ne illumina il bordo. Esercitava un’influenza su di me. Lo ammetto. Lo ammetto pienamente. L’occasione era oscura, insignificante – quel che volete: un giovane perduto, come ce ne sono a migliaia – ma in fondo era uno di noi; un incidente del tutto privo di importanza quanto l’inondazione di un formicaio, e tuttavia il mistero del suo atteggiamento fece presa su di me come se lui fosse stato in prima linea nello schieramento della sua specie, come se l’oscura verità in ballo fosse così importante da influenzare il concetto che l’umanità ha di se stessa…».
Marlow s’interruppe per rianimare il sigaro morente, sembrò dimenticarsi completamente della storia, e all’improvviso ricominciò.
«Colpa mia naturalmente. Non c’è proprio motivo di lasciarsi coinvolgere così. È una mia debolezza. La sua era di tipo diverso. La mia debolezza sta nel non avere occhio critico per ciò che è accidentale – per le cose esteriori – totale incapacità di distinguere tra il fagotto del cenciaiolo e la biancheria fine del prossimo. Il prossimo – ecco il punto. Ho incontrato tanti uomini», proseguì, con fugace tristezza – «e, per di più, si è trattato di incontri di una certa – una certa – consistenza, diciamo; come questo ragazzo, per esempio – e ogni volta non sono riuscito a vedere che l’essere umano. Una capacità visiva maledettamente democratica che forse è meglio della cecità totale, ma che non mi è mai stata di nessun vantaggio, ve lo assicuro. Gli uomini si aspettano che teniate in considerazione la loro biancheria fine. Ma io non sono mai riuscito a mostrare neanche un po’ d’entusiasmo per queste cose. Oh! È una mancanza; e un bel giorno capita una serata rilassante; un gruppo di uomini troppo indolenti per fare un whist – e un racconto…».
S’interruppe di nuovo aspettando forse una parola d’incoraggiamento, ma nessuno parlò; solamente l’ospite, quasi adempiendo controvoglia a un dovere, mormorò: «Sei così acuto, Marlow».
«Chi? Io?», disse Marlow a bassa voce. «Oh, no! Ma lui sì; e per quanto mi sforzi di raccontare bene questa storia, mi accorgo di tralasciare innumerevoli sfumature – erano così impercettibili, così difficili da rendere con parole incolori. Perché, inoltre, con quella sua semplicità, lui complicava le cose – povero diavolo di una semplicità unica!… Per Giove! Era sorprendente. Se ne stava lì seduto a dirmi che com’era vero che m’era davanti agli occhi non avrebbe avuto paura di affrontare nulla – e convinto, per di più. Vi assicuro che era una cosa di un’innocenza favolosa, una cosa madornale, madornale! Lo osservavo di nascosto, proprio come se lo avessi sospettato di volersi prendere gioco di me alla grande. Era fiducioso che, ad armi pari, “ad armi pari”, badate! non c’era niente che non potesse affrontare. Da quando era “alto così” – “proprio un ragazzino”, si era andato preparando a tutte le difficoltà che possono assalire un uomo in terra e in mare. Ammetteva di essere orgoglioso di quella sua preveggenza. Aveva studiato pericoli e difese, aspettandosi il peggio, recitando la sua parte meglio che poteva. Doveva aver condotto un’esistenza di grande esaltazione. Potete immaginarvela? Un susseguirsi di avventure, tanta gloria, un cammino così disseminato di vittorie! E a coronamento di ogni giorno della sua vita interiore la profonda intuizione della propria sagacia. Era dimentico di se stesso; gli brillavano gli occhi; e ad ogni parola il cuore, sondato dalla luce della sua assurdità, mi si faceva più pesante in petto. Non avevo intenzione di ridere, e per timore di lasciarmi andare a un sorriso mi diedi un’espressione imperturbabile. Lui mostrò segni di irritazione.
“Succede sempre quel che meno ci si aspetta”, dissi in tono propiziatorio. La mia ottusità lo fece sbottare in uno sprezzante “Puah!”. Suppongo volesse dire che l’inaspettato non poteva toccarlo; nulla all’infuori dell’inconcepibile poteva averla vinta sul suo stato di preparazione perfetta. Era stato preso alla sprovvista – e bisbigliò tra sé una maledizione alle acque e al firmamento, alla nave, agli uomini. Tutto lo aveva tradito! Era stato indotto con l’inganno a quella specie di nobile rassegnazione che gli impediva di muovere perfino il mignolo, mentre quegli altri che avevano una chiarissima percezione dell’effettiva urgenza si precipitavano l’uno addosso all’altro e sudavano disperatamente alle prese con la scialuppa. Qui qualcosa era andato storto all’ultimo momento. Nel loro nervosismo dovevano essere riusciti non si sa come a bloccare il perno scorrevole della morsa più a prua, e di punto in bianco, davanti alla natura mortale di quell’incidente, avevano esaurito ogni residuo di senno. Dev’essere stato un bello spettacolo, il feroce affaccendarsi di quei miserabili che si affannavano su una nave immobile, galleggiante tranquilla nel silenzio di un mondo addormentato, in lotta contro il tempo per liberare quella scialuppa, strisciando a quattro zampe, rialzandosi in piedi disperati, tirando, spingendo, ringhiando velenosamente l’uno contro l’altro, pronti a uccidere, pronti a piangere, e trattenuti dallo scagliarsi reciprocamente alla gola solo dal timore della morte che stava silenziosa alle loro spalle come un sorvegliante inflessibile dagli occhi gelidi. Oh sì! Dev’essere stato un bello spettacolo. Lui lo aveva visto tutto, poteva parlarne con disprezzo e amarezza; ne aveva una conoscenza particolareggiata grazie a un sesto senso, ne deduco, poiché mi giurò che si era tenuto in disparte senza uno sguardo né verso di loro né alla scialuppa – neanche uno sguardo. E io gli credo. Probabilmente era troppo occupato a osservare la minacciosa inclinazione della nave, quella minaccia incombente scoperta nel bel mezzo della più perfetta sicurezza – affascinato dalla spada appesa a un capello sopra la sua testa fantasiosa.
Niente al mondo si muoveva davanti ai suoi occhi, lui si poteva figurare senza ostacoli l’improvviso balzo in alto della scura linea dell’orizzonte, l’improvviso sollevamento della vasta piana del mare, l’ascesa rapida e silenziosa, la brutale impennata, la stretta dell’abisso, la lotta senza speranza, la luce delle stelle chiudersi per sempre sopra la sua testa come la volta di una tomba – la ribellione della sua giovane vita – la nera fine. Eccome, se poteva! Per Giove! Chi non avrebbe potuto? E dovete ricordarvi che da questo punto di vista era un artista consumato, era un povero diavolo dotato della facoltà di una rapida preveggenza. Le visioni che questa gli presentava lo avevano trasformato in fredda pietra dalla pianta dei piedi alla nuca; ma nella sua testa c’era una ridda sfrenata di pensieri, una ridda di pensieri zoppicanti, ciechi, muti – un turbine di orribili sciancati. Non vi ho detto che si confessò davanti a me come se avessi il potere di legare e di sciogliere? Scavava sempre più giù, sempre più giù, nella speranza della mia assoluzione, che non gli sarebbe valsa a nulla. Era uno di quei casi che nessun inganno solenne può scusare, in cui nessuno può fare niente, in cui il Creatore in persona sembra abbandonare un peccatore alle sue risorse personali.
Stava sul lato di dritta del ponte di comando, il più lontano possibile dalla lotta per la scialuppa, che proseguiva con l’agitazione della follia e la cautela furtiva di una cospirazione. Nel frattempo i due malesi non avevano mollato la ruota del timone. Provate solo a figurarvi gli attori di quell’episodio, grazie a Dio!, unico, del mare; quattro fuori di sé per gli sforzi feroci e furtivi, e tre completamente immobili con lo sguardo fisso, sopra i tendoni che coprivano la profonda ignoranza di centinaia di esseri umani, con la loro stanchezza, le loro speranze, i loro sogni, bloccati, trattenuti da una mano invisibile sull’orlo dell’annientamento. Che lo fossero veramente, non sussiste per me alcun dubbio: dato lo stato della nave, era il più fatale tipo di avaria che si potesse verificare. Quei miserabili accanto alla scialuppa avevano tutte le ragioni di uscire di senno dalla fifa. Sinceramente, fossi stato là non avrei dato un soldo bucato per la probabilità che la nave restasse a galla fino allo scoccare del secondo successivo. Eppure galleggiava! Quei pellegrini addormentati erano destinati a portare a termine il loro pellegrinaggio in tutta l’amarezza di una fine diversa. Era come se l’Onnipotente di cui professavano la misericordia avesse avuto bisogno della loro umile testimonianza in terra per un altro po’, e avesse abbassato lo sguardo per fare un cenno imperioso all’oceano: “Non devi!”. La loro salvezza mi turberebbe come un fatto prodigioso e inspiegabile, se non sapessi quanto può essere resistente il ferro vecchio – resistente talvolta come lo spirito di certi uomini che incontriamo di tanto in tanto, ridotti a un’ombra e che pure affrontano il peso della vita. Tra gli avvenimenti miracolosi di quei venti minuti, il comportamento dei due timonieri non occupa, a mio avviso, l’ultimo posto. Facevano parte di quel gruppo assortito di indigeni fatti venire da Aden per testimoniare all’inchiesta. Uno di loro, oppresso da una intensa timidezza, era giovanissimo, e con la sua faccia liscia, gialla, dall’espressione gioiosa, sembrava ancora più giovane di quanto fosse. Mi ricordo perfettamente Brierly chiedergli, tramite l’interprete, cosa avesse pensato in quel momento, e l’interprete, dopo un breve colloquio, rivolgendosi alla corte con aria importante:
“Dice di non aver pensato niente”.
L’altro, dagli occhi pazienti e ammiccanti, con un fazzoletto di cotone azzurro, sbiadito dai molti lavaggi, avvolto ad arte su una massa di ciuffi grigi, il viso contratto e cupamente incavato, la pelle bruna resa più scura da una rete di rughe, spiegò di aver avuto coscienza che qualcosa di male sovrastava la nave, ma non aveva ricevuto ordini; non si ricordava di alcun ordine; perché avrebbe dovuto mollare il timone? A ulteriori domande scrollò le spalle smilze, e dichiarò che allora non gli era mai passato per la mente che i bianchi fossero sul punto di abbandonare la nave per paura della morte. Tuttora non lo credeva. Forse c’erano dei motivi segreti. Scosse il vecchio mento con aria saputa. Già! Motivi segreti. Lui era uomo di grande esperienza, e voleva far sapere a quel Tuan bianco lì – si voltò verso Brierly, il quale non alzò la testa – che aveva acquisito molteplici nozioni al servizio dei bianchi sul mare per tanti anni – e, d’un tratto, tremando dall’eccitazione riversò su di noi che ascoltavamo incantati una sfilza di nomi dai suoni strani, nomi di capitani morti e sepolti, nomi di navi metropolitane dimenticate, nomi familiari e storpiati, come se la mano muta del tempo fosse all’opera su di essi da secoli. Finalmente lo zittirono. Un silenzio cadde sull’aula – un silenzio che rimase intatto per almeno un minuto, e si dissolse a poco a poco in un profondo mormorio. Tale episodio fu l’avvenimento centrale della seconda giornata d’inchiesta – fece presa su tutti fuorché su Jim, il quale sedeva imbronciato all’estremità del primo banco, e non alzò mai gli occhi su quel teste straordinario e schiacciante che sembrava possedere un qualche misterioso sistema di difesa.
Così quei due marinai indigeni rimasero incollati al timone di quella nave senza abbrivo, dove li avrebbe trovati la morte se tale fosse stato il loro destino. I bianchi non li degnarono nemmeno di mezzo sguardo, probabilmente ne avevano dimenticato l’esistenza. È certo che Jim non se ne ricordava. Si ricordava che non poteva far niente; non poteva far niente, era solo ora. Non c’era altro da fare che andare a fondo con la nave. Inutile fare tanto chiasso. No? Rimase ritto ad aspettare, senza un suono, irrigidito nell’idea di un certo eroico riserbo. Il primo macchinista attraversò di corsa il ponte con circospezione e lo tirò per la manica.
“Venga ad aiutarci! Per amor di Dio, venga ad aiutarci!”.
Corse di nuovo alla scialuppa in punta di piedi, e ritornò immediatamente a tormentargli la manica, supplicando e bestemmiando allo stesso tempo.
“Credo mi avrebbe baciato le mani”, disse Jim, ferocemente, “e, subito dopo, si mette a sussurrarmi in faccia con la bava alla bocca: ‘Se ne avessi il tempo mi piacerebbe schiacciarle il cranio’. Lo mandai via con uno spintone. Improvvisamente mi afferrò intorno al collo. Maledetto! Lo colpii. Colpii senza guardare. ‘Non vuole salvarsi la vita – dannato vigliacco?’ mi fa singhiozzando. Vigliacco! Mi ha dato del dannato vigliacco! Ah! Ah! Ah! Ah! Mi ha dato del – ah! Ah! Ah!…”.
Si era riversato all’indietro scosso dalle risa. Mai in vita mia avevo udito un suono così amaro. Cadde come un veleno mortale su tutto il chiacchierio gioioso di asinelli, piramidi, bazar, o che so io. Lungo tutta la penombra della veranda le voci si spensero, le macchie pallide dei visi si voltarono dalla nostra parte in sintonia, e il silenzio si fece così profondo che il chiaro tintinnio di un cucchiaino caduto sul pavimento di mosaico della veranda riecheggiò come un minuscolo trillo argentino.
“Non deve ridere così, con tutta questa gente intorno”, obiettai. “Non è carino nei loro confronti, sa”.
Dapprima non diede segno di aver udito, ma dopo un po’, con uno sguardo fisso che, saltandomi a piè pari, pareva esplorare il cuore di un’orribile visione, mormorò distrattamente – “Oh, penseranno ch’io sia ubriaco”.
E dopo di ciò avreste dedotto dal suo aspetto che non avrebbe mai più fiatato. Ma – non temete! Ormai non poteva più smettere di raccontare allo stesso modo in cui non avrebbe potuto smettere di vivere semplicemente esercitando la volontà».
Capitolo nono
«“Dicevo tra me, ‘Affonda – maledetta! Affonda!’. Con tali parole riprese il racconto. Voleva farla finita. Completamente ignorato dagli altri, apostrofava così la nave nella sua testa in tono d’imprecazione, mentre allo stesso tempo si gustava il privilegio di assistere a scene – per quanto posso giudicare – da farsa. Erano sempre indaffarati intorno al perno. Il capitano dava ordini. “Mettetevi sotto e cercate di alzare”; e gli altri naturalmente tergiversavano. Capite bene che trovarsi distesi schiacciati sotto la chiglia di una scialuppa non era la posizione ideale nell’eventualità che la nave colasse a picco di botto. “Perché non lei – che è il più forte?”, piagnucolò il macchinista piccolo. “Gott-for-dam! Sono troppo grosso”, farfugliò il capitano disperato. Era abbastanza comico da far venir le lacrime agli angeli. Rimasero un attimo senza far niente, e all’improvviso il capo macchinista si precipitò di nuovo su Jim.
“Venga ad aiutarci, avanti! È pazzo a buttar via la sua unica probabilità? Venga ad aiutarci, avanti! Avanti! Guardi là – guardi!”.
E finalmente Jim guardò a poppa dove l’altro indicava con insistenza frenetica. Vide un gran nero, silenzioso apportatore di burrasca, che si era già divorato un terzo del cielo. Sapete come si formano lassù simili addensamenti burrascosi in quel periodo dell’anno. Dapprima vedete l’orizzonte oscurarsi – nient’altro; poi si leva una nuvola opaca come un muro. Un profilo rettilineo di vapore foderato di pallidi barlumi biancastri vien su a precipizio da sud-ovest, inghiottendo le stelle a intere costellazioni; la sua ombra vola sulle acque, e confonde cielo e mare in un unico abisso di oscurità. E tutto è immobile. Né tuoni, né vento, né il minimo rumore; non un guizzo di lampo. Poi nella tenebrosa immensità appare un livido arco; uno o due cavalloni rigonfi passano di corsa, simili a ondulazioni dell’oscurità stessa, e improvvisamente, pioggia e vento si abbattono insieme con impeto particolare come se fossero esplosi da un corpo solido. L’addensamento si era venuto formando mentre loro non guardavano. L’avevano appena notato, e avevano perfettamente ragione di sospettare che se nella calma assoluta c’era forse una probabilità per la nave di stare a galla qualche minuto ancora, il minimo moto ondoso l’avrebbe fatta sprofondare all’istante. La sua prima inclinazione al gonfiarsi del mare precedente lo scoppio di una simile burrasca sarebbe stata anche l’ultima, si sarebbe trasformata in un tuffo, si sarebbe, per così dire, prolungata in una lunga immersione, giù, giù, fino sul fondo. Da ciò quelle nuove stramberie dovute alla paura, quelle nuove farse in cui mettevano in scena la loro estrema riluttanza a morire.
“Era nero, nero”, proseguì Jim con cupa perseveranza. “Ci aveva colto di sorpresa alle spalle. Quel coso infernale! Penso che in fondo al cervello doveva ancora essermi rimasto un filo di speranza. Non so. Ma tanto ormai era tutto finito. Mi faceva impazzire vedermi incastrato così. Ero rabbioso, come fossi stato preso in trappola. E c’ero sul serio in trappola! La notte era calda, anche, ricordo. Non una bava di vento”.
Ricordava così bene che, ansimando nella poltrona, pareva sudare e soffocare davanti ai miei occhi. È certo che lo faceva impazzire; lo abbatteva di nuovo – per così dire – ma gli fece anche ricordare lo scopo importante che lo aveva spinto a precipitarsi sul ponte di comando, per poi sfuggirgli di mente. Voleva tagliare le cime e liberare le scialuppe di salvataggio. Estrasse il coltello e si mise a menar fendenti come se non avesse visto niente, non avesse udito niente, non avesse avuto coscienza di anima viva a bordo. Gli altri lo presero per un fissato, un pazzo incurabile, ma non osarono protestare ad alta voce contro quell’inutile perdita di tempo. Quando ebbe fatto ritornò esattamente nello stesso punto da cui si era mosso. Il capo macchinista era là, pronto ad afferrarlo per sussurrargli sarcasticamente vicino alla testa, quasi volesse mordergli l’orecchio:
“Stupido imbecille che non è altro! Pensa di avere un’ombra di probabilità con tutto quel branco di animali in acqua? Certo, la copriranno di botte in testa da quelle scialuppe”.
Si torceva le mani gomito a gomito con Jim, che lo ignorava. Il capitano continuava a strisciare nervosamente i piedi sempre nello stesso punto e borbottava: “Martello! Martello! Mein Gott! Prendete un martello”.
Il macchinista piccolo piagnucolava come un bambino ma, con tutto che aveva un braccio rotto, si dimostrò il meno pusillanime del mucchio a quanto pare, e, effettivamente, racimolò abbastanza coraggio da correre in sala macchine a fare la commissione. Bisogna onestamente ammettere che non fu cosa da poco. Jim mi raccontò che lanciava occhiate disperate come uno con le spalle al muro, e, emesso un gemito soffocato, era schizzato via. Fu di ritorno immediatamente carponi, col martello in mano, e senza fermarsi si precipitò sul perno. Gli altri lasciarono perdere Jim di colpo e corsero ad aiutare. Lui udì il picchiettio del martello, il suono della morsa allentata che cadeva. La scialuppa era libera. Solo allora si voltò a guardare – solo allora. Ma mantenne le distanze – mantenne le distanze. Voleva sapessi che aveva mantenuto le distanze; che non c’era niente in comune tra lui e quei tali col martello. Assolutamente niente. È più che probabile che si considerasse tagliato fuori da loro da uno spazio invalicabile, da un ostacolo insuperabile, da un abisso senza fondo. Si teneva lontano da loro quanto poteva – l’intera larghezza della nave.
Aveva i piedi incollati in quel punto distante e gli occhi su quel gruppo informe di individui chinati che ondeggiavano stranamente, associati nel tormento della paura. Una lampada portatile legata a un sostegno sopra un tavolino montato sul ponte di comando – il Patna non aveva sala nautica a mezza nave – gettava una luce sulle loro spalle operose, sulle loro schiene arcuate e oscillanti. Spingevano la prua della scialuppa; la spingevano fuori nella notte; spingevano e non si voltavano più indietro a guardarlo. L’avevano lasciato perdere come fosse stato troppo lontano davvero, troppo irrimediabilmente staccato da loro, da meritare una parola di richiamo, uno sguardo, o un cenno. Non avevano tempo per girarsi a considerare il suo passivo eroismo, per sentire il pungolo della sua astensione. La scialuppa era pesante; spingevano a prua e non avevano fiato da risparmiare per una parola d’incoraggiamento: ma l’agitazione dovuta al terrore che aveva disperso il loro autocontrollo come pula al vento, trasformava i loro sforzi disperati in una specie di pagliacciata adatta, parola mia, a una farsa di buffoni girovaghi. Spingevano con le mani, con la testa, spingevano per salvarsi con tutto il peso del corpo, spingevano con tutta la forza dell’anima – solo che appena riuscivano ad abbassare la prua e a scostarla dalla gru mollavano tutto come un sol uomo e si affannavano sfrenatamente ad arrampicarvisi dentro. Come naturale conseguenza la scialuppa rientrava di colpo, spingendoli indietro, impotenti e schiacciati l’uno contro l’altro. Per un po’ se ne stavano senza sapere che fare, scambiandosi con feroci bisbigli tutti gli epiteti infami che riuscivano a farsi venire in mente, e poi ricominciavano daccapo. La scena si ripeté tre volte. Lui me la descrisse con cupa concentrazione. Non aveva perso una sola mossa di quella comica faccenda. “Li detestavo. Li odiavo. Fui costretto a vedere tutto ciò”, disse senza enfasi, volgendo su di me uno sguardo attento e tetro. “Ci fu mai nessuno messo a più vergognosa prova!”.
Si prese la testa tra le mani per un attimo, come uno fuori di sé per un oltraggio indicibile. Quelle erano cose che non poteva spiegare alla commissione – e nemmeno a me; ma io sarei stato ben poco adatto a ricevere le sue confidenze se non fossi stato capace talvolta di capire le pause tra le parole. In quell’assalto contro la sua forza d’animo c’era la beffarda intenzione di una vendetta vile e malvagia; c’era una sfumatura di burlesco nella prova impostagli – una degradazione di smorfie comiche nell’avvicinarsi della morte o del disonore.
Mi riferì fatti che non ho dimenticato, ma a distanza di tanto tempo non potrei rammentare le sue testuali parole: ricordo solo che riuscì meravigliosamente a rendere nella nuda esposizione degli avvenimenti l’astioso rancore che si portava dentro. Due volte, mi raccontò, aveva chiuso gli occhi nella certezza che la fine lo sovrastasse già, e due volte dovette riaprirli. Ogni volta notò che la grande immobilità si era fatta più cupa. L’ombra della nuvola silenziosa era caduta sulla nave dallo zenit, e pareva aver spento ogni suono della sua vita brulicante. Non sentiva più le voci sotto i tendoni. Mi disse che ogni volta che chiudeva gli occhi gli balenava davanti, chiara come la luce del sole, quella folla di corpi, già composti per la morte. Quando li riapriva, non vedeva altro che la lotta indistinta di quattro uomini usciti di senno alle prese con una scialuppa cocciuta. “Ogni volta si ritiravano davanti a essa, si ingiuriavano vicendevolmente per un po’, e poi d’un tratto si riammucchiavano per un altro assalto… C’era di che morir dal ridere”, commentò a occhi bassi; poi levandomeli in faccia per un attimo con un sorriso triste: “Dovrebbe rallegrarmi la vita, per Dio! Perché quel buffo spettacolo tornerò a vederlo ancora tante volte prima di morire”. Riabbassò gli occhi. “A vedere e a sentire… A vedere e a sentire”, ripeté due volte, a lunghi intervalli, colmati da uno sguardo fisso e vacuo.
Si riscosse.
“Avevo deciso di tenere gli occhi chiusi”, disse, “e non ce la facevo. Non ce la facevo, e non m’importa che gli altri lo sappiano. Che passino attraverso una simile esperienza prima di parlare. Che ci passino – e facciano di meglio – ecco tutto. La seconda volta le palpebre mi si spalancarono con violenza e anche la bocca. Avevo sentito la nave muoversi. Essa aveva immerso appena i masconi – e li aveva risollevati delicatamente – piano! Infinitamente piano; un tantino alla volta. Non lo faceva da giorni. La nuvola era corsa in avanti, e la prima onda lunga sembrava procedere su un mare di piombo. Non c’era vita in quel moto. Riuscì, tuttavia, a capovolgermi qualcosa in testa. Cosa avrebbe fatto lei? Lei è sicuro di se stesso – no? Cosa farebbe se ora – in questo istante – sentisse la casa qui muoversi, muoversi appena appena sotto la sua sedia. Un balzo! Santo cielo! Scatterebbe come una molla da dove è seduto e atterrerebbe in quel gruppo di cespugli laggiù”.
Tese il braccio verso la notte al di là della balaustra di pietra. Non fiatai. Mi guardava con grande insistenza, con grande severità. Non c’era possibilità di errore: ero io che venivo sfidato ora, e mi conveniva non fare il minimo cenno per timore che un gesto o una parola mi estorcessero una fatale autoconfessione che avrebbe magari avuto qualche rapporto con quella faccenda. Non ero disposto ad affrontare rischi del genere. Non dimenticate che ce l’avevo davanti, lui era davvero troppo simile a uno di noi per non essere pericoloso. Ma se ci tenete a saperlo non stento a dirvi che in realtà valutai, con un rapido sguardo, la distanza fino a quella macchia compatta più scura nel bel mezzo del tappeto erboso di fronte alla veranda. Esagerava. Sarei atterrato più in qua di parecchi centimetri – e questa è l’unica cosa di cui sono discretamente sicuro.
Come pensava, l’ultimo istante era arrivato, e non si mosse. I piedi gli rimanevano incollati al fasciame del ponte nonostante i pensieri gli vagabondassero liberi per la testa. Fu in quell’istante, inoltre, che vide uno degli uomini intorno alla scialuppa indietreggiare improvvisamente, aggrapparsi all’aria a braccia alzate, barcollare e accasciarsi. Per essere precisi non cadde, si limitò a scivolare delicatamente a sedere, tutto rannicchiato e con le spalle appoggiate al fianco dell’osteriggio della sala macchine. “Era l’addetto alla calderina. Un tipo macilento, pallidissimo, dai baffi ispidi. Aveva la mansione di terzo macchinista”, spiegò.
“Morto”, dissi io. Se ne era accennato in tribunale.
“Così dicono”, esclamò con cupa indifferenza. “Naturalmente non l’ho mai saputo. Debole di cuore. Già da un po’ di tempo si andava lamentando di essere in cattive condizioni di salute. L’agitazione. Lo sforzo eccessivo. Lo sa il diavolo. Ah! Ah! Ah! Si vedeva benissimo che neanche lui voleva morire. Buffo, no? Che mi sparino se non era stato indotto con l’inganno a uccidersi! Indotto con l’inganno – né più né meno. Indottovi con l’inganno, santo cielo! Proprio come me… Ah! Se solo non si fosse mosso; se solo li avesse mandati al diavolo quando erano venuti a tirarlo giù dalla cuccetta in fretta e furia perché la nave stava affondando! Se solo se ne fosse rimasto lì accanto con le mani in tasca a coprirli di insulti!”.
Si alzò, agitò il pugno, mi guardò con occhio torvo, e tornò a sedersi.
“Un’occasione mancata, eh?”, mormorai.
“Perché non ride?”, disse. “Uno scherzo tramato all’inferno. Debole di cuore! …Talvolta vorrei esserlo stato io”.
Ciò mi irritò. “Davvero?”, esclamai con intrinseca ironia. “Sì! Non riesce a capirlo?”, gridò. “Non so cos’altro avrebbe potuto desiderare”, dissi, con rabbia. Mi guardò con aria assolutamente stupefatta. Anche questo strale aveva mancato il bersaglio, e lui non era uomo da preoccuparsi di frecce andate a vuoto. Parola mia, era troppo privo di diffidenza; non stava alle regole del gioco. Ero contento che il mio dardo si fosse sprecato, che lui non avesse neanche udito l’arco vibrare.
Naturalmente allora non poteva sapere che l’uomo era morto. Il minuto successivo – il suo ultimo a bordo – fu colmo di sensazioni e avvenimenti tumultuosi che gli si fransero addosso come il mare su uno scoglio. Ho usato la similitudine deliberatamente, perché dal suo resoconto debbo per forza dedurre che in tutto ciò lui avesse mantenuto una strana illusione di passività, come se non avesse agito ma si fosse lasciato manovrare dalle potenze infernali che lo avevano scelto come vittima del loro tiro birbone. La prima cosa che notò fu il cigolio delle pesanti gru che finalmente ruotavano in fuori – uno stridio che sembrava penetrargli in corpo dal ponte attraverso la pianta dei piedi, e risalirgli la spina dorsale fino all’estremità della testa. Poi, essendo vicinissimo ormai il nero ammasso burrascoso, una seconda e più grossa onda lunga sollevò lo scafo immobile paurosamente verso l’alto tanto da togliergli il respiro, mentre strilli di panico gli trapassavano cuore e cervello come pugnali. “Molla! Per amor di Dio, molla! Molla! Sta andando giù”. Successivamente i tiranti della scialuppa filarono in bando nei bozzelli, e molti uomini si misero a parlare in tono concitato sotto i tendoni. “Quando quei miserabili persero il controllo, le loro urla avrebbero svegliato i morti”, disse. Subito dopo il violento tonfo della scialuppa letteralmente mollata di peso in acqua, si udì il rumore sordo di corpi che vi si buttavano dentro alla rinfusa e di tramestio di piedi, inframmezzato a grida confuse: “Sgancia sgancia! Scosta! Sgancia! Scosta per amor di Dio! Ecco la burrasca che sta per riversarcisi addosso…”. Udì, alto sopra il capo, il lieve sussurro del vento; udì sotto i piedi un grido di dolore. Una voce sperduta da sottobordo si mise a imprecare contro un gancio a molinello. La nave cominciò a ronzare da prua a poppa come un alveare disturbato, e, con la stessa calma con cui mi stava raccontando tutto ciò – in quel momento infatti era calmissimo nell’atteggiamento, in volto, nella voce – proseguì praticamente senza preavviso: “Inciampai nelle sue gambe”.
Era la prima volta che udivo che si era spostato. Non potei trattenere un borbottio di sorpresa. Qualcosa finalmente l’aveva smosso, ma in quanto al momento esatto, alla causa che l’aveva strappato all’immobilità, lui non ne sapeva niente di più di quanto l’albero sradicato sappia del vento che l’ha fatto cadere. Tutto gli era capitato per caso: i suoni, le visioni, le gambe del morto – per Giove! Lo scherzo infernale gli veniva ficcato diabolicamente giù per il gozzo, ma – badate – non avrebbe mai ammesso il benché minimo movimento di deglutizione nella sua gola. È straordinario come riuscisse a proiettare su di voi lo spirito della sua illusione. Era come se fossi intento ad ascoltare un racconto di magia nera operata su un cadavere.
“Rotolò su un fianco, pian piano, ed è l’ultima cosa che ricordo dì aver visto a bordo”, proseguì. “Non mi importava cosa facesse. Sembrava volesse rimettersi in piedi, pensai che si stesse rimettendo in piedi, naturalmente: mi aspettavo che mi passasse davanti per buttarsi a precipizio oltre la battagliola e lasciarsi cadere nella scialuppa dietro agli altri. Li sentivo armeggiare, là sotto, e una voce come risonando su da un pozzo gridò ‘George’. Poi tre voci insieme levarono un urlo. Mi giunsero distinte: una belava, un’altra strillava, una ululava. Puah!”.
Tremava leggermente, e lo vidi alzarsi pian piano come se dall’alto una mano ferma lo stesse tirando per i capelli fuori dalla poltrona. Su, pian piano – quanto era lungo, e quando le ginocchia furono ben tese, bloccate, la mano lo lasciò andare, e lui oscillò sui piedi. C’era un che di paurosamente immobile nel suo viso, nei suoi movimenti, perfino nella voce quando disse “Gridavano” – e involontariamente rizzai le orecchie per ascoltare quell’urlo evanescente che si sarebbe udito subito in quell’illusorio effetto di silenzio. “C’erano ottocento persone su quella nave”, disse, inchiodandomi allo schienale della poltrona con quell’orribile sguardo fisso e vacuo. “Ottocento persone vive, ed essi urlavano all’unico morto di venir giù e mettersi in salvo. ‘Salta, George! Salta! Oh, salta!’. Io ero lì accanto, con la mano sulla gru. Ero molto tranquillo. Si era fatto buio pesto. Non si vedeva né cielo né mare. Udii la scialuppa sbatacchiare sottobordo, e per un po’ nessun altro suono laggiù, ma la nave sotto di me era tutt’un brusio. Improvvisamente il capitano ululò, ‘Mein Gott! Il nero! Il nero! Scosta!’. Col primo scroscio di pioggia, e la prima raffica di vento, gridarono: ‘Salta, George! Ti prendiamo noi! Salta!’. La nave iniziò una lenta immersione; la pioggia la spazzò da parte a parte come un frangente; il berretto mi volò via dalla testa; e il fiato mi venne risospinto in gola. Come se fossi stato in cima a una torre udii un altro strillo selvaggio, ‘Geo-o-o-orge! Oh, salta!’. Stava andando a picco, a picco, di prua sotto di me…”.
Si portò deliberatamente una mano al viso, pizzicottandosi con le dita come se lo molestassero delle ragnatele, e poi rimase per un lungo attimo a guardarsi la palma aperta prima di lasciarsi scappare:
“Ero saltato…”. Si bloccò, distolse lo sguardo… “Almeno pare”, soggiunse.
I suoi chiari occhi azzurri si volsero verso di me fissandomi miserevoli, e vedendomelo lì davanti in piedi, confuso e ferito, mi sentii oppresso da un senso triste di rassegnata saggezza, misto alla pietà divertita e profonda di un vecchio che non può far nulla di fronte a un dramma infantile.
“Così pare”, mormorai.
“Non me ne resi conto finché non guardai in su”, spiegò in fretta. E anche questo è possibile. Bisognava dargli retta come a un bambino piccolo nei pasticci. Non se ne era reso conto. Era successo chissà come. Non sarebbe mai più successo un’altra volta. Era piombato in parte addosso a qualcuno e poi caduto lungo disteso su un banco. Ebbe la sensazione di essersi rotto tutte le costole di sinistra; poi si rigirò, e vide vagamente la nave disertata incombergli sopra, con il fanale di via rosso che risplendeva ingrandito nella pioggia come un fuoco sul ciglio di una collina visto attraverso un velo di foschia. “Sembrava più alta di un muro; si ergeva indistintamente sopra la scialuppa come una scogliera… Desiderai di morire”, gridò. “Non c’era modo di tornare indietro. Era come fossi saltato in un pozzo – in un buco infinitamente profondo…”».
Capitolo decimo
«Intrecciò le dita e le disciolse con uno strappo. Niente poteva essere più vero: era proprio saltato in un buco infinitamente profondo. Era ruzzolato da un’altezza che non avrebbe mai più potuto risalire. Intanto la scialuppa era stata sospinta in avanti oltre la prua. Era troppo buio allora perché riuscissero reciprocamente a vedersi e, inoltre, erano accecati e mezzo sommersi dalla pioggia. Mi disse che era come esser trascinati da un’inondazione attraverso una caverna. Voltavano la schiena al nero; il capitano, pare, avesse messo fuori un remo a poppa per tenere la scialuppa in linea, e per due o tre minuti con un diluvio in un’oscurità di pece era venuto il finimondo. Il mare fischiava “come ventimila bricchi”. La similitudine è sua, non mia. Immagino non ci fosse più molto vento dopo la prima raffica; lui stesso aveva ammesso all’inchiesta che quella notte il mare non si era mai ingrossato troppo. Si rannicchiò a prua e lanciò un’occhiata furtiva indietro. Vide solo in alto uno sprazzo di luce gialla del fanale di testa d’albero offuscato come un’ultima stella pronta a estinguersi. “Vederlo ancora lì mi atterrì”, disse. Disse proprio così. Ciò che lo atterrì fu il pensiero che l’immersione non fosse ancora conclusa. Senza dubbio voleva farla finita al più presto con quell’infamia. Nessuno emetteva suono nella scialuppa. Nel buio pareva volare, ma non doveva aver certo fatto molta strada. Poi lo scroscio passò oltre, e il grande sibilo ossessionante seguì la pioggia che si allontanava e svanì. Allora non si sentì altro che il lieve sciabordio sui fianchi della scialuppa. Qualcuno batteva i denti violentemente. Una mano gli toccò la schiena. Una voce debole disse, “Sei lì?”. Un’altra esclamò, in un tremito, “È andata!” e tutti insieme si alzarono per guardare a poppa. Non videro luci. Tutto nero. Una fredda pioggerellina tamburellava sui loro visi. La scialuppa rollava leggermente. I denti si diedero a battere più in fretta, smisero, e ripresero altre due volte prima che l’uomo riuscisse a dominare il tremito tanto da dire: “Ap-pe-na in te-te-tempo… Brrrr!”. Riconobbe la voce del primo macchinista dire con tono arcigno: “L’ho vista affondare. Mi sono voltato per caso”. Il vento era caduto quasi del tutto.
Fissavano il buio con la testa mezza girata sopravento come aspettandosi di sentire delle grida.
Dapprima fu grato che la notte avesse celato la scena ai suoi occhi, ma poi il fatto di esserne a conoscenza e di non aver tuttavia udito o visto niente gli parve in un certo senso il punto culminante di un’orribile sventura. “Strano, vero?”, mormorò, interrompendosi nel suo resoconto sconnesso.
A me non sembrava così strano. Doveva aver avuto la convinzione inconscia che la realtà non potesse essere neanche lontanamente brutta, angosciosa, terribile, e vendicativa quanto il terrore creato dalla sua immaginazione. Sono convinto che, in quel primo momento, il cuore gli si contorcesse per tutta la sofferenza, che la sua anima provasse il sapore congiunto di tutta la paura, tutto l’orrore, tutta la disperazione di ottocento esseri umani assaliti nella notte da una morte improvvisa e violenta, se no perché avrebbe detto: “Mi sembrava di dover saltare giù da quella maledetta scialuppa e tornare a nuoto a vedere – mezzo miglio – di più – qualsiasi distanza – fino a quel punto…”? Perché questo impulso? Ne capite il senso? Perché tornare proprio fino a quel punto? Perché non annegare di fianco alla scialuppa – se quella era la sua intenzione? Perché tornare fino a quel punto, a vedere – come se la sua immaginazione dovesse esser placata dalla certezza che tutto era finito prima che la morte portasse con sé il sollievo? Sfido chiunque di voi a dare un’altra spiegazione. Fu uno di quegli scorci bizzarri ed esaltanti attraverso la nebbia. Fu una rivelazione straordinaria. Lui la espresse come la cosa più naturale da dire al mondo. Una volta vinto quell’impulso, si rese conto del silenzio. Me ne accennò. Silenzio del mare, del cielo, fusi in un’unica immensità indefinita, immobile come la morte intorno a quelle palpitanti vite scampate. “Si sarebbe sentito uno spillo cadere nella scialuppa”, disse con una strana contrazione delle labbra, come uno che cerchi di dominare la propria emotività nel riferire un fatto estremamente toccante. Silenzio! Dio solo, che lo aveva voluto così com’era, sa che reazione destasse nel suo cuore. “Non credevo che alcun posto al mondo potesse essere così immobile”, disse. “Non si riusciva a distinguere il mare dal cielo; non c’era niente da vedere o da udire. Non un barlume, non una forma, non un suono. Si sarebbe detto che ogni centimetro di terraferma fosse andato a fondo; che ogni persona al mondo salvo me e quei miserabili fosse annegata”. Si appoggiò sul tavolino con le nocche puntellate tra tazzine, bicchierini, mozziconi di sigaro. “Pareva che ci credessi. Tutto era scomparso e – tutto era finito…”, tirò un profondo sospiro… “per me”».
Marlow si drizzò bruscamente nella poltrona e gettò via con forza il sigaro, che tracciò una luminosa scia rossa come un razzo da bambini lanciato attraverso i festoni dei rampicanti. Nessuno si mosse.
«Ehi, che ne pensate?», gridò con improvvisa animazione. «Non era sincero con se stesso, forse? La sua vita risparmiata era finita perché gli mancava il terreno sotto i piedi, gli mancavano visioni per gli occhi, gli mancavano voci per le orecchie. Annientamento – eh!, eh! E sempre soltanto un cielo coperto, un mare intatto, l’aria immobile. Un’unica notte; un unico silenzio.
Andò avanti così per un po’, poi improvvisamente e all’unanimità si trovarono senza accorgersene a far rumorosi commenti sul loro salvataggio. “L’ho saputo fin dall’inizio che sarebbe affondata”. “Non un minuto di troppo”. “Per un pelo, perbacco!”. Lui non disse niente, ma la brezza che era caduta tornò, un’arietta leggera andò costantemente rinfrescando, e il mare unì il mormorio della sua voce a quella reazione loquace seguita ai muti momenti di sbigottito timore. Era affondata! Era affondata! Non c’era dubbio. Nessuno avrebbe potuto farci niente. Continuavano a ripetere le stesse parole come se non riuscissero a fermarsi. Mai dubitato che sarebbe affondata. Le luci erano scomparse. Senz’ombra di errore. Le luci erano scomparse. Non ci si poteva aspettare altro. Doveva affondare… Notò che parlavano come se non si fossero lasciati alle spalle altro che una nave vuota. Conclusero che non ci avrebbe messo molto una volta cominciato. Ciò sembrava procurar loro una certa soddisfazione. Si rassicuravano a vicenda che non poteva averci messo molto – “Giù sparata come un ferro da stiro”. Il capo macchinista dichiarò che il fanale di testa d’albero al momento di sprofondare pareva cadere “come un fiammifero acceso che si butta via”. Al che il secondo macchinista si mise a ridere istericamente. “Sono c-c-contento, sono cont-t-t-ento”. I denti gli continuavano a battere “come una raganella elettrica”, disse Jim, “e tutto d’un tratto si mise a piangere. Frignava e singhiozzava come un bambino, tirando su il fiato e dicendo tra i singhiozzi: ‘Oh, mio Dio! Oh, mio Dio! Oh, mio Dio!’. Stava zitto per un po’ e di botto ricominciava: ‘Oh, il mio povero braccio! Oh, il mio povero b-b-b-braccio!’. Gli avrei dato un pugno. Qualcuno era seduto a poppa. Riuscivo a malapena a distinguerne la sagoma. Mi giungevano delle voci, bla, bla, grunt, grunt. Tutto ciò pareva molto duro da sopportare. Per di più, avevo freddo. E non potevo far niente. Pensavo che se mi fossi mosso mi sarei dovuto buttare in acqua e…”.
Tastò furtivamente con la mano, venne a contatto con un bicchierino e la ritirò di colpo come avesse toccato un carbone ardente. Spinsi leggermente la bottiglia. “Non ne vuole un altro po’?”, chiesi. Mi guardò con rabbia. “Non crede che riesca a dirle quello che c’è da dire senza alzare il gomito?”, domandò. Il gruppo di giramondo era andato a letto. Eravamo soli, eccezion fatta per una vaga forma bianca ritta nell’ombra, che, vistasi osservata, si abbassò in un inchino, esitò, si ritirò indietreggiando in silenzio. Si stava facendo tardi, ma non feci fretta al mio ospite.
Immerso in quello stato di abbandono udì i suoi compagni mettersi a ingiuriare qualcuno. “Cosa ti tratteneva dal saltare, pazzo che non sei altro?”, disse una voce con tono di rimprovero. Il capo macchinista lasciò la poppa, e lo si sentì venire avanti carponi armato di intenzioni ostili contro “il più grande idiota che sia mai esistito”. Da dov’era seduto al posto di voga il capitano urlava epiteti offensivi con voce rauca dallo sforzo. A quel baccano alzò la testa, e sentì il nome “George”, mentre una mano nel buio lo colpì al petto. “Cos’hai da dire in tua difesa, pezzo di cretino?”, indagò qualcuno, con una specie di virtuosa collera. “Ce l’avevano con me”, disse. “Mi insultavano – insultavano… chiamandomi George”.
S’interruppe per fissarmi, cercò di sorridere, distolse gli occhi e proseguì. “Quel piccolotto del secondo macchinista mi caccia la testa proprio sotto il naso, ‘To’, ma è quel maledetto prim’ufficiale! Che!’, ulula il capitano dall’altro capo della scialuppa. ‘No!’ strilla il capo macchinista. E anche lui si fermò a guardarmi in faccia”.
Il vento aveva improvvisamente abbandonato la scialuppa. Ricominciò a piovere, e ovunque nella notte si levò il suono dolce, ininterrotto, un po’ misterioso del mare che accoglie uno scroscio. “In un primo momento erano troppo sbalorditi per dire altro”, continuò a raccontare, “e io cosa avevo da dir loro?”. Esitò per un attimo, e fece uno sforzo per proseguire. “Mi coprirono di ingiurie orribili”. La sua voce, affievolitasi in un bisbiglio, di tanto in tanto sussultava improvvisamente, indurita dall’ardore del disprezzo, come se parlasse di segrete infamie. “Non importa come mi definirono”, disse, tetro. “Sentivo odio nelle loro voci. Era un bene, anche. Non mi perdonavano di essere su quella scialuppa. Non lo mandavano giù. Li faceva impazzire…”. Fece una risatina… “Ma mi trattenne dal – Guardi! Ero seduto a braccia incrociate sul bordo!…”. Si appollaiò prontamente sull’orlo del tavolino e incrociò le braccia… “Così – vede? Una piccola oscillazione all’indietro e me ne sarei andato – a raggiungere gli altri. Una piccola oscillazione – minima – minima”. Aggrottò la fronte, e tamburellandovi sopra con la punta del dito medio, disse, solennemente: “Era sempre qui. Sempre – quell’idea. E la pioggia – fredda, fitta, fredda come neve sciolta – più fredda – sui miei vestiti leggeri di cotone – non avrò mai più tanto freddo in vita mia, lo so. E anche il cielo era nero – tutto nero. Non una stella, non una luce da nessuna parte. Nulla all’infuori di quella maledetta scialuppa e di quei due che mi abbaiavano davanti come una coppia di luridi cani bastardi a un ladro rifugiatosi su un albero. Bau! Bau! Che ci fa qui? Bella razza la sua! Troppo impeccabile il signorino per sporcarsi le mani. Uscito dallo stato di catalessi, eh? Per insinuarsi furtivamente? Eh? Bau! Bau! Non è degno di vivere! Bau! Bau! Due di loro insieme facevano a gara a chi abbaiava più forte. L’altro latrava da poppa attraverso la pioggia – non lo vedevo – non lo distinguevo – le sue luride parolacce. Bau! Bau! Bau-au-au-au-au! Bau! Bau! Era una gioia sentirli; mi tenne in vita, l’assicuro. Mi salvò la vita. Ce la mettevano tutta, come cercassero di buttarmi fuori bordo col baccano!… Mi meraviglio che abbia avuto abbastanza fegato da saltare. Non è gradito qui. Se avessi saputo di chi si trattava, l’avrei rovesciato di sotto – farabutto che non è altro. Che ne ha fatto di quell’altro? Dove ha trovato il fegato per saltare – vigliacco? Cosa ci tratterrà a noi tre dallo scaraventarla fuori bordo? …Erano senza fiato; lo scroscio si dileguò sul mare. Poi più nulla. Nulla intorno alla scialuppa, neanche un suono. Volevano vedermi fuoribordo, eh? Parola mia! Penso che il loro desiderio si sarebbe avverato se solo fossero stati zitti. Scaraventarmi fuori bordo! Davvero? ‘Provatevi’, dissi. ‘Per due soldi ci starei’. ‘Sempre troppo per lei’, strillarono insieme. Era così buio che solo quando l’uno o l’altro si muoveva avevo proprio la certezza di vederlo. Per Dio! Se solo ci avessero provato”.
«Non potei fare a meno di esclamare: “Che faccenda straordinaria!”.
“Non male – eh?”, disse, come stupito in un certo senso. “Fingevano di credere che avessi fatto fuori quello della calderina per un motivo o per l’altro. Perché avrei dovuto? E come diavolo facevo a sapere? Non ero forse piombato chissà come in quella scialuppa? In quella scialuppa – io…”.
I muscoli intorno alle labbra gli si contrassero in una smorfia inconscia che squarciò la maschera della sua espressione abituale – un che di violento, di fugace, e di illuminante come il serpeggiare di un fulmine che per un attimo lascia penetrare l’occhio nei segreti meandri di una nuvola. “Certo. Ero lì con loro, era un dato di fatto – no? Non è orribile che un uomo venga spinto a fare una cosa del genere – e ne debba rispondere? Che ne sapevo io di quel loro George per cui sbraitavano tanto? Mi ricordavo di averlo visto raggomitolato sul ponte. ‘Vigliacco assassino!’, non la smetteva di insultarmi il capo macchinista. Pareva incapace di ricordare altre due parole che non fossero quelle. Non me ne curavo, solo il baccano che faceva cominciava a darmi noia. ‘Piantatela’, dissi. Al che quello radunò tutte le sue forze per un maledetto urlo. ‘L’ha ucciso. L’ha ucciso’. ‘No’, gridai, ‘ma ucciderò voi ora’. Balzai in piedi, e lui cadde riverso su un banco con un tonfo paurosamente forte. Non so perché. Troppo buio. Cercò di indietreggiare, suppongo. Rimasi immobile rivolto a poppa, e quel miserabile piccoletto del secondo macchinista attaccò a frignare: ‘Non avrà intenzione di picchiare uno con un braccio rotto – e si definisce un gentiluomo, per di più’. Udii un passo pesante – uno – due – e un borbottio affannoso. L’altro bestione mi si stava scagliando contro, sbatacchiando il suo remo sulla poppa. Lo vidi muoversi, grande, grande – come si vede un uomo nella foschia, in un sogno. ‘Si faccia avanti’, gridai. L’avrei mandato a gambe all’aria come una balla di cascami. Lui si bloccò, borbottò tra sé, e tornò indietro. Forse aveva udito il vento. Io no. Fu l’ultima forte raffica che avemmo. Tornò al suo remo. Ne fui spiacente. Avrei cercato di – di…”.
Aprì e richiuse le dita piegate, e le sue mani ebbero una contrazione di crudele impazienza. “Calma, calma”, mormorai.
“Eh? Cosa? Non sono nervoso”, protestò, terribilmente risentito, e con uno scatto convulso del gomito ribaltò la bottiglia di cognac. Io mi proiettai in avanti, facendo strisciare la poltrona. Lui balzò giù dal tavolino come se una mina gli fosse esplosa alle spalle, e fece un mezzo giro prima di toccar terra, restando accucciato sui calcagni a rivolgermi un paio d’occhi spaventati e una faccia terrea intorno alle narici. Seguì uno sguardo di intenso fastidio. “Sono mortificato. Che goffaggine!”, borbottò molto stizzito, mentre l’odore pungente dell’alcool versato ci avviluppava improvvisamente in un’atmosfera di volgare ubriachezza nell’oscurità fresca e pura della notte. Le luci in sala da pranzo erano state spente; la nostra candela ardeva solitaria nella lunga veranda, e le colonne si erano fatte nere dal frontone al capitello. Contro le vivide stelle si stagliava nitido al di là dell’Esplanade l’alto spigolo della Capitaneria di Porto, come se l’oscuro edificio fosse scivolato in avanti per vedere e udire.
Assunse un’aria indifferente.
“Credo di essere meno calmo ora di allora. Ero pronto a tutto. Quelle erano bazzecole…”.
“Ha avuto una vita movimentata su quella scialuppa”, osservai.
“Ero pronto”, ripeté. “Scomparsi i fanali della nave, sarebbe potuta accadere qualunque cosa al mondo – senza che il mondo ne sapesse più di prima. Lo sentii, e ne provai piacere. Era proprio buio giusto, anche. Eravamo come uomini murati precocemente in una tomba spaziosa. Nessun rapporto con alcunché al mondo. Nessuno che esprimesse un’opinione. Niente che avesse importanza”. Per la terza volta nel corso della conversazione rise duramente, ma non c’era nessuno in giro a sospettarlo di essere ubriaco e basta. “Niente paura, niente legge, niente suoni, niente occhi – neanche i nostri, fino – fino al levar del sole almeno”.
Fui colpito dalla suggestiva verità delle sue parole. C’è qualcosa di particolare in una piccola scialuppa in mezzo alla vastità del mare. Sulle vite venute alla luce dall’ombra della morte sembra cadere l’ombra della follia. Quando vi viene a mancare la vostra nave, sembra venirvi a mancare il mondo intero; il mondo che vi ha generato, vi ha tenuto sotto controllo, si è preso cura di voi. È come se le anime di uomini galleggianti su un abisso e in contatto con l’immensità fossero state messe in libertà per commettere qualsiasi eccesso di eroismo, assurdità, o infamia. Naturalmente, come per la fede, il pensiero, l’amore, l’odio, la convinzione, o anche l’aspetto esteriore delle cose materiali, tanti sono i naufragi quanti sono gli uomini, e in quello lì c’era qualcosa di abietto che rendeva l’isolamento più totale – c’era una malignità delle circostanze che tagliava fuori ancor più nettamente quegli uomini dal resto dell’umanità, il cui ideale di condotta non era mai sottostato alla prova di uno scherzo diabolico e terribile. Erano esasperati con lui perché lo giudicavano un vile scansafatiche: e lui concentrava su di loro il suo odio per tutta quanta la faccenda; gli sarebbe piaciuto prendersi una vendetta esemplare per la disgustosa occasione che avevano messo sul suo cammino. Fidatevi di una scialuppa in alto mare per far venire in superficie l’Irrazionale che è latente in fondo a ogni pensiero, sentimento, sensazione, emozione. Il fatto che non vennero alle mani fu solo un elemento della piccineria da farsa che caratterizzò complessivamente quella particolare sciagura del mare. Furono soltanto minacce, una finta terribilmente efficace, una simulazione dall’inizio alla fine, ordita dal tremendo disprezzo delle Potenze Oscure i cui veri terrori, sempre sul punto di trionfare, sono perennemente sventati dalla tenacia degli uomini. Aspettai per un po’, poi chiesi, “Be’, che accadde?”. Domanda futile. Sapevo già troppo per sperare nella grazia di un solo tocco di salvezza, nel favore di un sospetto di pazzia, di un’ombra di orrore. “Nulla”, disse. “Io dicevo sul serio, ma loro soltanto per far chiasso. Non accadde nulla”.
E il sole nascente lo trovò esattamente come quando era saltato nella scialuppa a prua. Che costanza nello stare all’erta! Per di più, aveva continuato tutta notte a tenere in mano la barra. Avevano lasciato cadere in mare il timone nel tentativo di montarlo, e suppongo che la barra fosse in qualche modo finita a prua con un calcio mentre si precipitavano su e giù per la scialuppa cercando di fare contemporaneamente mille cose per scostare dalla nave. Era un lungo pezzo di legno duro e pesante, e lui aveva l’aria di averlo tenuto stretto per circa sei ore. Se per voi questo non è stare all’erta! Ve lo immaginate, in piedi e silenzioso per metà notte, con la faccia rivolta agli scrosci di pioggia, lo sguardo fisso a oscure forme, vigile a ogni vago movimento, con le orecchie tese ad afferrare occasionali mormorii sommessi a poppa! Fermezza di coraggio o sforzo di paura? Che ne pensate? E anche la resistenza è innegabile. Sei ore o giù di lì sulla difensiva; sei ore di vigile immobilità mentre la scialuppa procedeva lenta o galleggiava sul posto a seconda dei capricci del vento; mentre il mare, tornato calmo, finalmente riposava; mentre le nuvole gli passavano sopra la testa; mentre il cielo da una nera immensità opaca, si riduceva a una volta lucida e cupa, scintillava con accresciuta lucentezza, sbiadiva a oriente, impallidiva allo zenit; mentre le forme scure che a poppa cancellavano le stelle basse assumevano contorni, rilievo; diventavano spalle, teste, facce, lineamenti – lo mettevano di fronte a sguardi tetri, capelli scarmigliati, abiti strappati, palpebre arrossate che sbattevano al biancheggiare dell’alba. “Parevano ubriachi che avessero bazzicato per una settimana nei bassifondi”, descrisse pittorescamente; e poi borbottò qualcosa sul levar del sole: era di quelli che preannunciano bonaccia. Conoscete l’abitudine marinaresca di far riferimento al tempo a ogni piè sospinto. E da parte mia quelle poche parole farfugliate bastarono a farmi vedere l’orlo inferiore del sole staccarsi dalla linea dell’orizzonte, il tremolio di una increspatura gigante percorrere il mare in tutta la sua estensione visibile, come se le acque avessero avuto un brivido, nel dar vita al globo di luce, mentre l’ultimo soffio di brezza muoveva l’aria in un sospiro di sollievo.
“Erano seduti a poppa spalla contro spalla, col capitano al centro, come tre sporchi gufi, e mi fissavano”, lo sentii dire con odio intenzionale che stillava un potere corrosivo nelle parole banali come una goccia di potente veleno che cade in un bicchier d’acqua; ma i miei pensieri indugiavano su quell’alba. Mi figuravo sotto la traslucida vacuità del cielo quei quattro uomini prigionieri nell’isolamento del mare, la solitudine del sole che, incurante di quel granello di vita, ascendeva la chiara volta celeste come per osservare ardentemente da una grande altezza il suo stesso splendore riflesso nell’oceano immobile. “Mi chiamavano forte da poppa”, disse Jim, “come se fossimo stati vecchi camerati. Li sentivo. Mi pregavano di essere ragionevole e di lasciar andare quel ‘benedetto pezzo di legno’. Perché facevo tante scene? Non mi avevano fatto alcun male – no? Non c’era stato niente di male… Niente di male!”.
Diventò paonazzo in viso come se non riuscisse a mandar fuori l’aria dai polmoni.
“Niente di male!” esplose. “Lascio giudicare a lei. Lei può capire. No? E chiaro – no? Niente di male! Buon Dio! Che altro potevano fare? Oh sì, lo so benissimo – sono saltato. Certo. Sono saltato! Gliel’ho detto che sono saltato; ma le assicuro che erano troppo per chiunque. Fu opera loro, è un dato di fatto, come se mi fossero venuti a prendere con una gaffa e mi avessero tirato giù. Non le è chiaro? Le deve esser chiaro. Avanti. Parli – in tutta sincerità”.
I suoi occhi inquieti fissavano i miei, interrogativi, supplici, provocanti, insistenti. Nonostante ogni sforzo non potei fare a meno di mormorare, “È stato messo alla prova”. “Più del lecito”, ribatté prontamente. “Non mi è stata data neanche mezza probabilità – con una combriccola simile. E ora si mostravano amici – oh, così maledettamente amici! Camerati, compagni di bordo. Tutti nella stessa barca. Far di necessità virtù. Non avevano inteso dire niente. Non gliene importava un fico di George. George era tornato a prendere qualcosa in cabina all’ultimo minuto ed era rimasto in trappola. Quello era uno sciocco patentato. Certo, molto triste… I loro occhi mi guardavano; le loro labbra si muovevano; scuotevano la testa all’altro capo della scialuppa – tutti e tre; mi facevano cenno – a me. Perché no? Non ero saltato forse? Non dissi niente. Non esistono parole per il tipo di cose che volevo dire. Se avessi aperto bocca in quell’istante non avrei fatto altro che urlare come una bestia. Mi domandavo quando mi sarei svegliato. Mi incitavano a voce alta ad andare a poppa per ascoltare con calma cosa aveva da dire il capitano. Senza dubbio, ci avrebbero raccolti prima di sera – proprio sulla rotta di tutto il traffico del Canale; c’era fumo a nord-ovest già ora.
Mi fece un’impressione tremenda vedere quella macchia appena appena marcata, quella traccia bassa di caligine scura attraverso la quale si poteva scorgere il confine tra cielo e mare. Gridai loro che dov’ero sentivo benissimo. Il capitano si mise a imprecare, rauco come una cornacchia. Non aveva intenzione di restare senza fiato per il mio sporco comodo. ‘Ha paura che la sentano a terra?’ domandai. Mi fulminò come avesse voluto dilaniarmi. Il capo macchinista gli consigliò di assecondarmi. Disse che non ero ancora del tutto a posto. L’altro si levò ritto a poppa, come una massiccia colonna di carne – e attaccò a parlare – a parlare…”.
«Jim rimase pensieroso. “Ebbene?” dissi. “Cosa m’importava della versione che avevano messo insieme di comune accordo?”, gridò con indifferenza. “Raccontassero pure quel che gli pareva. Erano affari loro. Io conoscevo la storia. Niente di quanto riuscivano a far credere alla gente poteva alterarla per me. Lo lasciai parlare, ragionare – parlare, ragionare. E avanti, avanti, non la smetteva più. Improvvisamente mi sentii venir meno le gambe. Ero nauseato, stanco – stanco da morire. Lasciai andare la barra, voltai loro la schiena, e mi sedetti sul banco prodiero. Ne avevo abbastanza. Mi diedero una voce per sapere se capivo – non rispondeva a verità, parola per parola? Per Dio! Se rispondeva a verità, a modo loro. Non girai la testa. Li udii confabulare. ‘Quel pezzo d’asino non fiaterà. Oh, non è poi così scemo. Lasciatelo perdere; non creerà intoppi. Cosa può fare?’. Che potevo fare? Non eravamo tutti nella stessa barca? Cercavo di non sentire. Il fumo era scomparso a nord. C’era una calma piatta. Loro fecero una bevuta dal barilotto dell’acqua, e bevvi anch’io. Poi si diedero un gran daffare a stendere la vela sulla falchetta. Stavo io di guardia? Si infilarono sotto, fuori dagli occhi, se Dio vuole! Mi sentivo sfinito, sfinito, esausto, come se non avessi avuto neanche un’ora di sonno dal giorno in cui ero nato. Non riuscivo a veder l’acqua per lo scintillio del sole. Di tanto in tanto uno di loro sgattaiolava fuori, si alzava in piedi per dare un’occhiata circolare in giro, e tornava al riparo. Sentivo russare a tratti sotto la vela. Qualcuno di loro riusciva a dormire. Uno almeno. Io non potevo! C’era luce, luce dovunque, e la scialuppa pareva venirne inghiottita. Ogni tanto ero molto sorpreso di trovarmi lì seduto su un banco…”.
Si mise a camminare in su e in giù davanti alla mia poltrona a passi misurati, con una mano nella tasca dei pantaloni, la testa china con aria pensosa, e il braccio destro sollevato a lunghi intervalli in un gesto che pareva voler toglier di mezzo un seccatore invisibile.
“Immagino lei pensi che stessi impazzendo”, riprese con tono mutato. “Ed è più che lecito, se ricorda che avevo perso il berretto. Il sole compì tutto il suo corso da oriente a occidente sulla mia testa nuda, ma quel giorno niente mi poteva far male, suppongo. Il sole non poteva farmi impazzire”. Il braccio destro scansò l’idea della pazzia… “Né poteva uccidermi…”. Di nuovo il braccio respinse un’ombra… “Questo dipendeva da me”.
“Davvero?”, dissi, indicibilmente stupito a questa nuova svolta, e lo guardai con lo stesso tipo di impressione che avrei molto presumibilmente provato se, fatta una giravolta su se stesso, mi avesse mostrato una faccia completamente diversa.
“Non mi presi un colpo di sole, né caddi morto”, proseguì. “Non mi preoccupai minimamente del sole che mi picchiava in testa. Pensavo con la stessa calma di chiunque si sia mai seduto all’ombra a pensare. Quel bestione coperto di grasso del capitano cacciò fuori il suo testone rapato da sotto la tela e rivolse verso di me i suoi occhi di triglia semichiusi. ‘Donnerwetter! Morirà’, grugnì, e si ritirò dentro come una tartaruga. L’avevo visto. L’avevo sentito. Non m’interruppe. Proprio allora stavo pensando che non sarei morto”.
Cercò di sondare il mio pensiero gettandomi di passaggio uno sguardo scrutatore. “Vuole dire che stava dibattendo tra di sé se sarebbe morto?”, chiesi col tono più impenetrabile che mi fu possibile impormi. Annuì senza fermarsi. “Sì, ero giunto a quella conclusione mentre me ne stavo seduto là da solo”, disse. Fece alcuni passi fino al confine immaginario della sua zona di controllo, e quando si girò di scatto per tornare indietro aveva tutte e due le mani profondamente ficcate in tasca. Si bloccò davanti alla mia poltrona e abbassò lo sguardo. “Non ci crede?”, chiese con tesa curiosità. Fui spinto a fare una solenne dichiarazione che ero disposto a credere implicitamente a qualsiasi cosa ritenesse opportuno raccontarmi».
Capitolo undicesimo
«Mi stava ad ascoltare con la testa inclinata da una parte, ed ebbi un altro spiraglio attraverso uno squarcio nella nebbia in cui si muoveva ed esisteva. Il debole lume della candela palpitante nel globo di vetro, era tutto ciò che avevo per vederlo; alle sue spalle la notte scura con le stelle luminose, il cui lontano luccichio distribuito su piani in successione attirava l’occhio nell’abisso di un’oscurità più profonda; e tuttavia una luce misteriosa pareva mostrarmi la sua testa di ragazzo, come se in quell’istante la gioventù che era in lui avesse avuto uno sprazzo istantaneo e si fosse spenta. “È una gran brava persona, lei, ad ascoltare così”, disse. “Mi fa bene. Non ha idea di cosa vuol dire per me. Non…”, parvero venirgli meno le parole. Fu uno spiraglio nitido. Era un ragazzo di quelli che vi piace vedervi intorno; di quelli come vi piace immaginare di essere stati voi stessi; di quelli il cui aspetto è inevitabilmente associato alle illusioni che credevate scomparse, estinte, fredde, e che, come ravvivate dalla vicinanza di un’altra fiamma, mandano un guizzo giù, in fondo in fondo da qualche parte, mandano un guizzo di luce… di calore!… Sì; in quel momento ebbi uno spiraglio di com’era… e non fu l’ultimo del genere… “Non ha idea cosa significhi per uno nelle mie condizioni essere creduto – aprire totalmente la propria coscienza a uno più vecchio. È così difficile – così terribilmente ingiusto – così duro da capire”.
La nebbia ridiventava compatta. Non so quanto vecchio gli sembrassi – e quanto saggio. Assai meno vecchio di quanto mi sentivo io in quel momento; assai meno inutilmente saggio di quanto sapevo di essere. Sicuramente in nessun altro mestiere come in quello del mare i cuori di coloro che sono già stati varati per stare a galla o andare a fondo si proiettano tanto sul giovane ancora sul bordo, intento a fissare con occhi brillanti lo scintillio della vasta superficie che è solo un riflesso dei suoi stessi sguardi pieni di fuoco. C’è un che di così splendidamente vago nelle speranze che hanno condotto ciascuno di noi verso il mare, un che di così meravigliosamente indefinito, una così bella avidità di avventure che hanno in se stesse la loro unica ricompensa! Ciò che ne ricaviamo – be’, lasciamo perdere; ma può anche uno solo tra noi trattenere un sorriso? In nessun altro tipo di vita l’illusione è più lontana dalla realtà – in nessun altro l’inizio è tutta illusione – il disincanto più rapido – l’asservimento più totale. Non avevamo tutti cominciato con lo stesso desiderio, finito con la stessa consapevolezza, portato in noi attraverso i sordidi giorni dell’imprecazione il ricordo dello stesso fascino intatto nei nostri cuori? Che meraviglia allora se quando qualche intenso stimolo giunge a segno si scopre che il legame è stretto; che oltre al cameratismo del mestiere si sente la forza di un sentimento più grande – il sentimento che unisce un uomo a un bambino. Lui era lì, davanti a me, convinto che l’età e la saggezza possano trovare un rimedio contro il dolore della verità, mostrandomisi in uno spiraglio come un giovane in difficoltà, la quintessenza della difficoltà, quel tipo di difficoltà di fronte alla quale i vecchi dalla barba grigia scuotono solennemente il capo mentre mascherano un sorriso. E lui era stato a dibattere sulla morte – maledetto! Aveva trovato questo su cui meditare perché aveva pensato di essersi salvato la vita, mentre tutto il fascino che le è proprio era sparito con la nave nella notte. Cosa di più naturale? In tutta coscienza ciò era insieme abbastanza tragico e buffo da esigere un grido di compassione, e in che ero io migliore del resto di noi per rifiutargli la mia pietà? E proprio mentre lo guardavo le nebbie avvolsero lo spiraglio, e la sua voce disse:
“Ero così smarrito, sa. Era il genere di cosa che uno non si aspetta gli possa mai capitare. Non come una lotta, per esempio”.
“No certo”, ammisi. Sembrava diverso come se fosse maturato all’improvviso.
“Non si poteva essere sicuri”, mormorò.
“Ah! Non era sicuro”, dissi, ma fui placato dal suono di un debole sospiro che passò tra noi come il battito d’ali di un uccello nella notte.
“Be’, no, non lo ero”, disse, coraggiosamente. “Era qualcosa di simile a quella miserabile storia che avevano messo insieme. Non era una menzogna – ma non era verità lo stesso. Era qualcosa… Una menzogna vera e propria la si riconosce. In questa faccenda tra il torto e la ragione non c’era lo spessore di un foglio di carta”.
“Quanto voleva di più?”, domandai; ma credo di aver parlato così piano che non afferrò le mie parole. Aveva avanzato la sua tesi come se la vita fosse stata una rete di sentieri separati da abissi. La sua voce suonava ragionevole.
“Supponiamo che non avessi – cioè, voglio dire, supponiamo che non mi fossi mosso dalla nave? Bene. Per quanto ancora? Diciamo un minuto – mezzo minuto. E sia. In trenta secondi, come sembrava certo allora, sarei stato in mare; e crede forse che non avrei afferrato la prima cosa che mi fosse capitata a tiro – remo, salvagente, pagliolo – qualsiasi cosa? Non l’avrebbe fatto lei?”
“E salvarsi”, interloquii.
“Ne avrei avuto l’intenzione, ribatté. “E questo è più di quanto intendessi fare quando…” rabbrividì come stesse per inghiottire una medicina rivoltante… “saltai”, esclamò con uno sforzo convulso, la cui tensione, quasi si propagasse tramite le onde dell’aria, fece leggermente vibrare il mio corpo nella poltrona. Mi fissò con occhi abbattuti. “Non mi crede?”, gridò. “Lo giuro!… Maledizione! Mi ha fatto venir qui a parlare, e… Deve!… Ha detto che avrebbe creduto”.
“Certo che credo”, protestai con un tono scontato che ebbe un effetto calmante. “Mi perdoni”, disse. “Non le avrei certo parlato di tutto questo se non fosse stato un gentiluomo. Avrei dovuto saperlo… Anch’io sono – sono – un gentiluomo…”. “Sì, sì,”, dissi, in fretta. Mi guardava dritto in faccia e distolse lo sguardo lentamente. “Ora capisce perché dopo tutto io non… non la feci finita a quel modo. Non avevo intenzione di lasciarmi spaventare da quanto avevo fatto. E, comunque, se non mi fossi mosso dalla nave avrei fatto di tutto per salvarmi. È risaputo di uomini che sono rimasti a galla per ore – in alto mare – e sono stati raccolti senza per questo esser troppo malconci. Forse avrei potuto resistere meglio di tanti altri. Il mio cuore funziona a meraviglia”. Si levò di tasca il pugno destro, e il colpo che si assestò sul petto risuonò come una detonazione attutita nella notte.
“Già”, dissi. Rifletteva, a gambe leggermente divaricate e col mento abbassato. “Un pelo”, borbottò. “Neanche lo spessore di un pelo tra questo e quello. E in quel frangente…”.
“È difficile vedere un pelo a mezzanotte”, buttai là un po’ malignamente, temo. Non lo capite cosa intendo per solidarietà del mestiere? Ce l’avevo con lui, come se mi avesse defraudato – me! – di una splendida opportunità per tener viva l’illusione dei miei esordi, come se avesse privato la nostra vita comune dell’ultima scintilla di fascino. “E così è scappato – subito”.
“Saltato”, mi corresse in modo incisivo. “Saltato – badi!” ripeté, e mi domandai cosa avesse voluto dire con quelle parole palesi e oscure. “Be’, sì! Forse allora non ci vidi chiaro. Ma ebbi tempo in abbondanza e luce a volontà in quella scialuppa. E modo di pensare, anche. Nessuno avrebbe saputo, certo, ma ciò non mi rendeva assolutamente le cose più facili. Deve credere anche questo. Io non volevo tutta questa chiacchierata… No… Sì… Non mentirò… La volevo: è proprio quello che volevo – ecco. Crede che lei o chiunque altro mi avrebbe fatto parlare se io… Io non – non ho paura di parlare. E non avevo neanche paura di pensare. Guardai la faccenda in faccia. Non avevo intenzione di fuggire. All’inizio – di notte, se non fosse stato per quei tali forse avrei… No! Per Dio! Non avrei dato loro questa soddisfazione. Si erano già dati da fare abbastanza. Avevano messo insieme una storia, e ci credevano per quanto ne so io. Ma io conoscevo la verità, e da solo, con me stesso – sarei riuscito a farla dimenticare. Non mi sarei arreso a una così brutale ingiustizia. Cosa provava in fondo? Ero maledettamente a pezzi. Nauseato della vita – a essere sincero; ma che senso avrebbe avuto sottrarsi a essa – in – in – quel modo? Quello non era il modo. Credo – credo che non avrebbe – non avrebbe risolto – nulla”.
Aveva continuato a camminare avanti e indietro, ma all’ultima parola si girò di scatto verso di me.
“Che ne pensa lei?” chiese con violenza. Seguì una pausa, e improvvisamente mi sentii sopraffatto da una stanchezza profonda e disperata, quasi la sua voce mi avesse svegliato di soprassalto da un sogno di peregrinazioni attraverso spazi vuoti che con la loro immensità mi avevano tormentato l’anima e spossato il corpo.
“…Non avrebbe risolto nulla”, borbottò ostinato dopo un po’, dall’alto. “No! La cosa giusta era affrontare la faccenda – tutta da solo – aspettare un’altra occasione – cercare di scoprire…”».
Capitolo dodicesimo
«Intorno tutto era silenzio fin dove arrivava l’orecchio. La nebbia dei suoi sentimenti si spostava tra noi, come agitata dai suoi sforzi, e negli squarci di quel velo immateriale lui appariva ai miei occhi fissi perfettamente nitido e pieno di fascino indefinito come una figura simbolica in un quadro. L’aria fredda della notte sembrava adagiarsi sulle mie membra pesante come una lastra di marmo.
“Capisco”, mormorai, più per provare a me stesso che ero capace di rompere quello stato d’intorpidimento che per qualsiasi altro motivo.
“L’Avondale ci raccolse subito prima del tramonto”, osservò, cupo. “Veniva avanti in linea retta sulla nostra rotta. Non dovemmo far altro che star seduti ad aspettare”.
Dopo una lunga pausa, disse, “Essi raccontarono la loro storia”. Silenzio opprimente di nuovo. “Solo allora seppi quale decisione avevo preso”, aggiunse.
“Non disse niente”, sussurrai.
“Che potevo dire?”, chiese, a voce altrettanto bassa… “Collisione leggera. Fermata la nave. Accertata l’avaria. Prese le misure necessarie per mettere le scialuppe in mare senza creare panico. Calata la prima scialuppa la nave era sparita in una burrasca. Affondata come piombo… Cosa poteva esserci di più chiaro… abbassò la testa… “e di più orribile?”. Un tremito gli percorse le labbra mentre mi guardava dritto negli occhi. “Ero saltato – no?”, chiese, sgomento. “Questo dovevo far dimenticare. La storia non aveva importanza”. …Intrecciò le mani per un attimo, diede un’occhiata a destra e a sinistra nell’oscurità: “Era come imbrogliare i morti”, balbettò.
“E non c’erano morti”, dissi.
A queste parole si staccò da me. Non riesco a descriverlo altrimenti. In un attimo lo vidi di spalle vicino alla balaustra. Rimase lì per un po’, come intento ad ammirare la purezza e la pace della notte. Un cespuglio fiorito giù in giardino diffondeva il suo intenso profumo nell’aria umida. Tornò verso di me a passi affrettati.
“E ciò non aveva importanza”, disse, cocciuto quanto mai.
“Forse no”, ammisi. Cominciavo a sospettare di non farcela a stargli dietro. Dopo tutto, che ne sapevo io?
“Morti o non morti, non potevo fuggire”, disse. “Dovevo vivere, no?”
“Be’, sì – se la prende in questo modo”, mugugnai.
“Certo che fui contento”, buttò là senza pensarci con la mente fissa altrove. “La denuncia”, pronunciò, lentamente, e sollevò il capo. “Lo sa quale fu il mio primo pensiero quando fui al corrente? Un gran sollievo. Un gran sollievo nell’apprendere che quelle grida – gliel’ho detto che avevo sentito delle grida? No? Be’, è così. Grida di aiuto… portate dal vento con la pioggia. Immaginazione suppongo. E tuttavia riesco a stento… Che stupido… Gli altri no. Glielo chiesi in seguito. Dissero tutti di no. No? E io le sentivo anche allora! Avrei dovuto sapere – ma non pensavo – ascoltavo soltanto. Urla appena percettibili – un giorno dopo l’altro. Poi quel piccolo meticcio di qui si fece avanti per parlarmi. “Il Patna… cannoniera francese… rimorchiato felicemente fino ad Aden… Indagine… Ufficio Marittimo… Casa del Marinaio… date disposizioni per il suo vitto e alloggio!”. Lo seguii, e assaporai il silenzio. Non c’era dunque stato nessun gridare. Immaginazione. Dovevo credergli. Non sentivo più niente. Mi chiedo quanto avrei potuto resistere. Per di più, stava diventando sempre peggio… come dire – più forte”.
Si sprofondò nei suoi pensieri.
“E non avevo sentito nulla! Bene – sia pure. Ma i fanali. I fanali erano spariti! Non li avevamo più visti. Non c’erano. Se ci fossero stati, sarei tornato indietro a nuoto – sarei tornato sottobordo a gridare – li avrei supplicati di farmi salire… Avrei avuto la mia carta da giocare… Lo mette in dubbio?… Come fa a sapere come mi sentivo? Che diritto ha di dubitare? Per un pelo non lo feci già così – capisce?”. La voce gli si spense. “Non c’era neanche un riflesso – neanche un riflesso”, protestò, lugubre. “Non lo capisce che se ci fosse stato, non mi avrebbe visto qui? Mi vede – e dubita”.
Scossi il capo in segno di diniego. Questa faccenda dei fanali persi di vista quando la scialuppa non poteva esser stata a più di un quarto di miglio dalla nave sollevò grandi discussioni. Jim non si smuoveva dalla sua affermazione che una volta passato il primo scroscio non si era visto più niente; e gli altri avevano fatto la stessa dichiarazione agli ufficiali dell’Avondale. Certo la gente scrollava il capo e sorrideva. Un vecchio capitano che sedeva vicino a me in tribunale mi fece il solletico all’orecchio con la sua barba bianca per mormorare: “Era scontato che avrebbero mentito”. In realtà nessuno aveva mentito; nemmeno il capo macchinista con il suo resoconto del fanale di testa d’albero che era andato giù come un fiammifero buttato via. Perlomeno, non in modo consapevole. Un uomo col fegato in quello stato poteva benissimo aver visto nella fretta di dare un’occhiata furtiva alle spalle un bruscolo luminoso vagante nell’angolo dell’occhio. Non avevano scorto luci di sorta nonostante la distanza ravvicinata, e poterono spiegarselo solo in un modo: la nave era andata a fondo. Era ovvio e confortante. L’avverarsi così istantaneo della loro previsione aveva giustificato la loro fretta. Nessuna meraviglia che non si fossero dati da fare per cercare altre spiegazioni. Quella vera tuttavia era semplicissima, e non appena Brierly la suggerì, il tribunale cessò di preoccuparsi della questione. Se ricordate, le macchine erano state fermate e la nave si trovava con la prua in direzione della rotta seguita tutta la notte, la poppa sollevata e i masconi immersi nell’acqua per l’allagamento del compartimento di prora. Essendo così fuori assetto, quando la burrasca la colpì leggermente di traverso, essa di botto mise la prua al vento come fosse stata all’ancora. Grazie a questo cambiamento di posizione tutti i suoi fanali in pochissimi istanti si trovarono tagliati fuori dalla vista della scialuppa sottovento. Può darsi benissimo che, se visti, avrebbero avuto l’effetto di un muto appello – che il loro riflesso perso nell’oscurità della nube avrebbe avuto il potere misterioso dello sguardo umano, capace di risvegliare i sentimenti del rimorso e della pietà. Avrebbe detto: “Sono qui – ancora qui”… e cosa può dire di più l’occhio del più desolato degli esseri umani? Ma essa voltò loro le spalle come sprezzante del loro fato: aveva virato, appesantita, per fissare torva e cocciuta il nuovo pericolo del mare aperto al quale così impensabilmente sopravvisse per concludere i suoi giorni in un cantiere di demolizione, quasi nel suo destino fosse stato scritto che dovesse morire di morte oscura a martellate. Quali fini svariate la sorte di ciascuno avesse riservato ai pellegrini non so dire; ma il futuro immediato portò, alle nove circa del mattino successivo, una cannoniera francese diretta in patria da Réunion. Il rapporto del comandante era di dominio pubblico. Aveva dirottato leggermente per constatare cosa fosse successo a quel piroscafo che galleggiava paurosamente appruato su un mare immobile e coperto di foschia. C’era una bandiera non a segno, che sventolava sul picco della randa di maestra (all’alba il serang aveva avuto il buon senso di alzare un segnale di soccorso); ma i cuochi stavano preparando da mangiare nei calderoni a prua come al solito. I ponti erano gremiti come un recinto di pecore: c’era gente appollaiata lungo tutti i parapetti, stipata sul ponte di comando in massa compatta; centinaia di occhi puntati, ma non un suono quando la cannoniera si accostò, come se tutte quelle labbra fossero state sigillate da un incantesimo.
Il francese diede una voce, senza ottenere alcuna risposta intellegibile, e dopo essersi accertato col binocolo che la folla in coperta non aveva l’aria di essere appestata, decise di inviare una scialuppa. Due ufficiali salirono a bordo, ascoltarono il serang, cercarono di parlare con l’arabo, non ci si raccapezzarono: ma, comunque, la natura dell’emergenza era abbastanza ovvia. Furono anche assai colpiti nello scoprire un bianco morto, pacificamente raggomitolato sul ponte di comando. “Fort intrigués par ce cadavre”, come venni a sapere molto tempo dopo da un anziano tenente di vascello francese nel quale m’imbattei per puro caso un pomeriggio a Sydney, in una specie di caffè, e che ricordava la faccenda perfettamente. Davvero quella faccenda, val la pena di notarlo per inciso, aveva la straordinaria virtù di sfidare la brevità della memoria e la lunghezza del tempo: pareva vivere, con una specie di misteriosa vitalità, nella mente degli uomini, sulla punta della loro lingua. Ho avuto il discutibile piacere d’incontrarla spesso, a distanza di anni, lontano mille miglia, che trapelava dai discorsi più remoti, e affiorava dalle allusioni più vaghe. Non è forse saltata fuori stasera tra noi? E io sono l’unico marinaio qui. Sono l’unico per il quale essa costituisce un ricordo. Eppure è riuscita a venir fuori! Ma se due estranei, a conoscenza della faccenda s’incontrassero per caso in un punto qualsiasi della terra, essa, prima che si separassero, farebbe immediatamente capolino tra loro, inevitabile come il fato. Quel francese non l’avevo mai visto prima, e dopo un’ora avevamo chiuso per la vita: non sembrava neanche particolarmente ciarliero; era un tipo tranquillo, massiccio, con l’uniforme sgualcita, seduto con aria assonnata davanti a un boccale mezzo pieno di un liquido scuro. Aveva le spalline un po’ annerite, le guance ben rasate ampie e olivastre; sembrava tipo dedito a fiutar tabacco – avete presente? Non intendo dire che lo facesse; ma quell’abitudine si addiceva bene a un simile individuo. Tutto ebbe origine quando mi allungò attraverso il tavolino di marmo un numero di Home News, che non gli avevo chiesto. Dissi: “Merci”. Ci scambiammo alcune osservazioni apparentemente banali, e improvvisamente, prima ancora di rendermi conto come fosse successo, c’eravamo dentro fino al collo, e lui mi raccontava quanto fossero rimasti “perplessi per quel cadavere”. Venne fuori che era uno degli ufficiali saliti a bordo.
Nel locale dov’eravamo seduti c’era una scorta di bevande straniere di vario tipo per gli ufficiali di marina di passaggio, e lui prese un sorso di quella roba scura che pareva una medicina, ma che probabilmente non era niente di più innocuo di un cassis à l’eau, e buttando un occhio nel boccale, scosse leggermente il capo. “Impossible de comprendre – vous concevez”, disse, con un tono di distacco e di sollecitudine stranamente fusi insieme. Potevo figurarmi con la massima facilità come per loro fosse stato impossibile capire. Nessuno sulla cannoniera conosceva sufficientemente l’inglese per afferrare il significato del racconto dalle parole del serang. C’era anche un bel po’ di baccano, intorno ai due ufficiali. “Ci si ammassavano addosso. Facevano cerchio intorno a quel morto (autour de ce mort)”, descrisse. “Bisognava occuparsi delle cose più urgenti. Quella gente cominciava ad agitarsi – Parbleu! Una calca simile – non capisce?”, interloquì con filosofica indulgenza. Quanto alla paratia, aveva suggerito al suo comandante che la cosa più sicura era lasciarla stare, aveva un aspetto così infame. In tutta fretta (en toute hâte) issarono a bordo due gomene e rimorchiarono il Patna – a poppa in avanti per di più – il che, date le circostanze, non era mica stupido, essendo il timone troppo fuori dall’acqua per poter servire gran che a governare, e tale manovra alleggeriva la tensione sulla paratia, ridotta in uno stato che, mi spiegò con imperturbabile facilità di parola, esigeva le massime cautele (éxigeait les plus grands ménagements). Non potei trattenermi dal pensare che la mia nuova conoscenza doveva aver avuto voce in capitolo nella maggior parte di quelle disposizioni: aveva l’aspetto di uno stimabile ufficiale, non più molto attivo, e anche un’aria da uomo di mare, in un certo senso, sebbene, seduto lì, con le grosse dita appena intrecciate sullo stomaco, vi facesse pensare a uno di quei preti di campagna tranquilli e tabaccosi, nelle cui orecchie si riversano i peccati, le sofferenze, i rimorsi di generazioni di contadini, e sul cui viso l’espressione placida e semplice è come un velo gettato sul mistero del dolore e dell’angoscia. Avrebbe dovuto portare una logora soutane nera, ben abbottonata fino all’ampio mento, invece di una giubba con spalline e bottoni d’ottone. Il suo ampio petto si sollevava ritmicamente mentre continuava a raccontarmi che era stata una fatica del diavolo, come senza dubbio (sans doute) potevo ben figurarmi nella mia qualità di uomo di mare (en votre qualité de marin). Alla fine della frase si piegò leggermente verso di me, e, contraendo le labbra ben rasate, ne lasciò uscir fuori l’aria con un garbato sibilo. “Per fortuna”, proseguì, “il mare era piatto come questa tavola, e non c’era più vento di quanto ce ne sia qui”. Mi resi conto di colpo che in effetti in quel posto mancava l’aria, e si moriva dal caldo; la faccia mi bruciava come se fossi stato tanto giovane da arrossire d’imbarazzo. Avevano fatto rotta, proseguì, verso il porto inglese più vicino “naturellement”, dove ebbe fine la loro responsabilità “Dieu merci”. …Gonfiò un po’ le guance piatte… “Perché, badi (notez bien), per tutta la durata del rimorchio, due timonieri rimasero piazzati accanto alle gomene muniti di ascia, per liberarci del rimorchio in caso la nave…”. Abbassò in un battito le pesanti palpebre, chiarendo al massimo il significato delle sue parole… “Che vuole! Si fa quel che si può (on fait ce qu’on peut), e per un attimo riuscì a conferire un’aria rassegnata alla sua ponderosa immobilità. “Due timonieri – trenta ore – sempre là. Due!”, ripeté, sollevando leggermente la mano destra, e mostrando due dita. Era il primo gesto in assoluto che gli vedevo fare. Mi permise di “notargli” una cicatrice a forma di stella sul dorso della mano – dovuta evidentemente a un colpo di arma da fuoco; e, quasi la vista mi si fosse acuita grazie a tale scoperta, scorsi anche la sutura di una vecchia ferita, che partiva da un po’ sotto la tempia e scompariva sotto i corti capelli grigi di fianco alla testa – colpo di striscio di una lancia o di taglio di una sciabola. Tornò a intrecciare le mani sullo stomaco. “Rimasi a bordo di quel – quel – la memoria mi sfugge (s’en va). Ah! Pattnà. C’est bien ça. Pattnà. Merci. È buffo come si dimentica. Rimasi su quella nave trenta ore…”.
“Sul serio!” esclamai. Sempre guardandosi le mani, contrasse leggermente le labbra, ma senza alcun sibilo questa volta. “Si giudicò opportuno”, disse, alzando con calma le sopracciglia, “che uno degli ufficiali rimanesse a bordo a tener gli occhi aperti (pour ouvrir l’oeil)”…sospirò pigramente… “e per comunicare a segnali con la nave rimorchiante – capisce? – eccetera. In quanto al resto, anch’io ero d’accordo. Armammo le scialuppe pronte a essere ammainate – e presi provvedimenti anche su quella nave… Enfin! Si deve fare del proprio meglio. Era una posizione delicata. Trenta ore. Mi prepararono qualcosa da mangiare. Quanto al vino – col fischio – neanche una goccia”. Stranamente, senza alcun percettibile mutamento nella posa inerte e nella placida espressione del viso, riuscì a comunicare l’idea di un profondo disgusto. “Io – sa – quando si tratta di mangiare senza il mio bicchiere di vino – sono perso”.
Temevo si dilungasse su quella lamentela, poiché anche senza batter ciglio o contrarre muscolo, faceva chiaramente capire quanto il solo ricordo lo disturbasse. Ma parve scordarsene completamente. Consegnarono il loro carico alle “autorità portuali”, sue precise parole. Rimase colpito dalla calma con la quale l’avevano accolto. “Si sarebbe detto che gliene portassero tutti i giorni di questi strani ritrovamenti (drôle trouvaille). Siete straordinari – voialtri”, commentò con la schiena appoggiata al muro, e avendo l’aria lui stesso di essere capace di reazioni emotive quanto un sacco di farina. Si trovavano a essere in porto in quel momento una nave da guerra e un piroscafo della marina indiana, e lui non celò la sua ammirazione per l’efficienza con la quale le scialuppe delle due navi sgomberarono i passeggeri del Patna. In realtà il suo contegno apatico non teneva nascosto nulla: aveva quel potere misterioso, quasi miracoloso, di produrre straordinari effetti con mezzi assolutamente impercettibili, il che è l’espressione più alta della vera arte. “Venticinque minuti – orologio alla mano – venticinque, soltanto”. …Sciolse e tornò a intrecciare le dita senza togliere le mani dallo stomaco, e tale gesto riuscì infinitamente più efficace che se avesse alzato le braccia al cielo sgomento… Tutto quel mucchio di gente (tout ce monde) a terra – con i loro fagotti – a bordo, nessuno, all’infuori di una guardia di marinai (marins de l’Etat) e di quell’interessante cadavere (cet intéressant cadavre). Venticinque minuti”. …A occhi bassi e con la testa leggermente inclinata da una parte pareva assaporare con aria da intenditore il gusto di un gran bel lavoro. Senza ulteriori dimostrazioni riusciva a convincere che valesse assolutamente la pena di avere la sua approvazione, e riassunta la sua immobilità quasi mai interrotta, mi fece sapere che, avendo l’ordine di far rotta per Tolone al più presto, erano ripartiti meno di due ore dopo, “cosicché (de sorte que) molte cose in questo episodio della mia vita (dans cet épisode de ma vie) sono rimaste oscure”».
Capitolo tredicesimo
«Dopo tali parole, e senza cambiare atteggiamento, si lasciò andare, per così dire, passivamente a uno stato di silenzio. Gli tenni compagnia; e a un tratto, ma non bruscamente, come se fosse arrivato il momento giusto per far uscire dall’immobilità la sua voce misurata e roca, esclamò: “Mon Dieu! Come passa il tempo!”. Niente avrebbe potuto essere più banale di quell’osservazione; ma coincise con un mio momento di lucidità. È incredibile come passiamo attraverso la vita con occhi semichiusi, con orecchi turati, con mente assopita. Forse è meglio così; e può darsi che sia proprio questa ottusità a rendere la vita così sopportabile e così bene accetta alla stragrande maggioranza. Ciononostante, penso che solo pochi di noi non abbiano mai sperimentato uno di quei rari momenti di risveglio nei quali vediamo, udiamo, capiamo così tanto – tutto – in un lampo – prima di ricadere nel nostro gradevole torpore. Sollevai gli occhi alle sue parole, e lo vidi come se non l’avessi mai visto prima. Gli vidi il mento affondato sul petto, le goffe pieghe della giacca, le mani intrecciate, la posa immobile, che suggeriva la curiosa idea che l’avessero semplicemente abbandonato lì. Il tempo era passato sul serio: lo aveva superato e aveva proseguito, lasciandolo irrimediabilmente indietro con dei ben miseri doni: i capelli grigio ferro, la marcata stanchezza del viso abbronzato, due cicatrici, un paio di spalline annerite; uno di quegli uomini solidi, fidati che costituiscono la materia prima delle grandi reputazioni, una di quelle innumerevoli vite che vengono sepolte senza trombe e tamburi sotto le fondamenta di successi monumentali. “Sono adesso terzo tenente di vascello sulla Victorieuse” (era allora la nave ammiraglia della squadra francese del Pacifico), disse, staccando di cinque centimetri le spalle dal muro per presentarsi. Feci un leggero inchino da dov’ero seduto, e gli dissi che comandavo una nave mercantile attualmente ancorata a Rushcutters’ Bay. L’aveva “notata”, – un grazioso bastimento. Nel suo modo impassibile fu molto cortese con me su questo punto. Ho l’impressione che arrivasse perfino a fare un cenno di complimento con il capo mentre ripeteva, respirando visibilmente a un tempo: “Ah, sì. Un piccolo bastimento nero – graziosissimo – graziosissimo (très coquet)”. Dopo un po’ torse lentamente il corpo per guardare la porta a vetri sulla nostra destra. “Squallida città (triste ville)”, osservò, fissando la strada. Era una giornata fulgida; imperversava un gran vento di libeccio, e vedevamo i passanti, uomini e donne, sballottati dalle raffiche sui marciapiedi, e le facciate illuminate dal sole delle case di fronte offuscate dagli alti mulinelli di polvere. “Ero sceso a terra”, disse, “per sgranchirmi un po’ le gambe, ma…”. Non proseguì, e ripiombò nella sua profonda quiete. “Mi dica – la prego”, riprese tornando a emergere faticosamente, “cosa c’era di preciso (au juste) in fondo a quella faccenda? È curioso. Quel morto, per esempio – e tutto il resto”.
“C’erano anche dei vivi”, dissi; “molto più curioso”.
“Certo, certo”, convenne a mezza voce; poi, come dopo matura riflessione, mormorò: “Evidentemente”. Non ebbi difficoltà a comunicargli cosa mi aveva maggiormente interessato in quella faccenda. Mi pareva che avesse diritto di sapere: non aveva forse passato trenta ore a bordo del Patna – non ne aveva, per così dire, raccolto l’eredità, non aveva fatto “del suo meglio”? Mi ascoltava, sembrando più che mai un prete, con una parvenza di devota concentrazione – dovuta probabilmente ai suoi occhi bassi. Una volta o due inarcò le sopracciglia (senza però sollevare le palpebre), come uno che dicesse “Diavolo!”. Una volta sottovoce esclamò con calma: “Ah, ohibò!”, e quando ebbi finito contrasse di proposito le labbra ed emise una specie di sibilo di rincrescimento.
In chiunque altro avrebbe potuto essere una manifestazione di noia, un segno d’indifferenza; ma lui, nel suo modo misterioso, riusciva a far apparire la sua immobilità profondamente ricettiva, e piena di pensieri preziosi quanto un uovo lo è di sostanza. Alla fine non disse altro che un cortese “molto interessante”, quasi in un sussurro. Prima di riprendermi dalla delusione soggiunse, ma come parlando tra sé: “Eh già. È proprio così”. Il mento parve affondarglisi ancor più nel petto, il corpo farsi più pesante sulla sedia. Stavo per chiedergli cosa intendesse dire quando una specie di tremito premonitore lo percorse tutto, come la lieve increspatura che si scorge sull’acqua stagnante prima ancora che si avverta il vento. “E così quel povero ragazzo scappò con gli altri”, disse, con solenne tranquillità.
Non so cosa mi fece sorridere: è l’unico mio vero sorriso che ricordi in relazione alla faccenda di Jim. Ma non so come quella semplice dichiarazione di un dato di fatto suonava buffa in francese… “S’est enfui avec les autres”, aveva detto il tenente. E d’un tratto mi trovai ad ammirare il discernimento di quell’uomo. Aveva fatto centro subito: aveva afferrato l’unica cosa che m’importava. Mi sembrava di star ricevendo un parere professionale sul caso. Aveva la calma matura e imperturbabile di un esperto in possesso dei fatti, per il quale le perplessità altrui non sono che un gioco da bambini. “Ah! I giovani, i giovani”, disse, con indulgenza. “E in fin dei conti, di questo non si muore”. “Morire di che?”, domandai, prontamente. “Di paura”. Spiegò ciò che voleva dire e sorseggiò la sua bibita.
Notai che le ultime tre dita della sua mano ferita erano rigide e non si potevano muovere indipendentemente l’una dall’altra, di modo che sollevò il boccale con presa maldestra. “Si ha sempre paura. Si parla, si parla, ma…”. Posò il bicchiere goffamente… “La paura, la paura – badi – è sempre qui”… Si toccò il petto vicino a un bottone di ottone nello stesso punto preciso in cui Jim si era assestato un pugno protestando che il suo cuore funzionava a meraviglia. Evidentemente diedi qualche segno di dissenso, poiché egli insistette: “Sì! Sì! Si parla, si parla; e non c’è niente di male; ma alla resa dei conti non si è migliori del prossimo – né più coraggiosi. Coraggiosi! Sempre vedere per credere. Sono andato in giro dappertutto (roulé ma bosse)”, disse, usando quell’espressione gergale con imperturbabile serietà, “in tutte le parti del mondo; ho conosciuto uomini coraggiosi – celebri addirittura! Allez!”…Bevve con noncuranza… “Coraggiosi – vede – in Marina – bisogna esserlo – è un’esigenza del mestiere (le métier veut ça). Non è così?”, si appellò a me con moderazione. “Eh bien! Ciascuno di loro – dico ciascuno di loro, se fosse onesto – bien entendu – confesserebbe che c’è un punto – c’è un punto – anche per il migliore di noi – c’è un punto indeterminato in cui si molla tutto (vous lachez tout). E bisogna vivere con tale verità – capisce? Dato un certo concorso di circostanze, la paura non può non venire. Una fifa terribile (un trac épouvantable). E anche per coloro che non credono a questa verità la paura c’è ugualmente – la paura di se stessi. Non c’è verso. Mi dia retta. Sì. Sì… Alla mia età uno sa quel che si dice – que diable!”… Aveva partorito tutto ciò impassibile come fosse stato il portavoce della saggezza astratta, ma a questo punto intensificò l’effetto del distacco mettendosi a girare lentamente i pollici. “È evidente – parbleu!” proseguì; “poiché, prenda pure quante decisioni vuole, basta perfino un semplice mal di testa o uno scombussolamento di stomaco (un dérangement d’estomac) per… Prenda me, ad esempio – ho fatto le mie prove. Eh bien! Io, che ora sono qui a parlarle, una volta…”.
Scolò il bicchiere e riprese a girarsi i pollici. “No, no; di questo non si muore”, esclamò, infine, e quando mi accorsi che non intendeva continuare la storia del suo fatto personale, ne rimasi estremamente deluso; tanto più trattandosi di un racconto, capite bene, che non era possibile strappargli con l’insistenza. Stetti zitto, e lui pure, quasi nulla potesse fargli più piacere. Perfino i pollici erano immobili ora. D’un tratto le sue labbra cominciarono a muoversi. “Così è”, riprese, placido. “L’uomo nasce vigliacco (L’homme est né poltron). È un ostacolo – parbleu! Sarebbe troppo facile se no. Ma l’abitudine – l’abitudine – la necessità – capisce – l’occhio degli altri – voilà. Ci si adatta. E poi l’esempio degli altri che non valgon più di voi, eppure fanno buon viso…”.
La sua voce tacque.
“Quel ragazzo – la prego notare – non aveva nessuno di tali incentivi – almeno in quel momento”, osservai.
«Sollevò le sopracciglia comprensivo: “Non dico; non dico. Il ragazzo in questione può aver avuto le migliori intenzioni – le migliori intenzioni”, ripeté, ansimando leggermente.
“Sono lieto di vedere che lei è indulgente in merito”, dissi. “Lui stesso a questo proposito era – ah! – fiducioso, e…”.
Lo scalpiccio dei suoi piedi sotto il tavolino m’interruppe. Tirò su le palpebre pesanti. Tirò su, dico – nessun’altra espressione può descrivere la deliberata fermezza di quell’atto – e finalmente mi si svelò per intero. Mi trovai di fronte a due stretti cerchietti grigi, simili a due anellini d’acciaio intorno al nero intenso delle pupille. Lo sguardo acuto, che usciva da quel corpo massiccio, dava un’idea di estrema efficienza, come la lama affilatissima di un’ascia da guerra. “Scusi”, disse, cerimonioso. Sollevò la mano destra, e oscillò in avanti. “Mi conceda… Io sostenevo che si può tirare avanti sapendo benissimo che il coraggio non viene da solo (ne vient pas tout seul). Non c’è di che prendersela tanto. Una verità in più non dovrebbe rendere la vita impossibile… Ma l’onore – l’onore, monsieur!… L’onore… questo sì che è reale – questo! E che valore può avere la vita quando”… Si levò in piedi con ponderosa impetuosità, come può tirarsi su dall’erba un bue spaventato… “quando l’onore è perduto – ah ça par example – non posso dare un parere. Non posso dare un parere – perché – monsieur – non ne so proprio nulla”.
Anch’io mi ero alzato, e, cercando di riversare una gentilezza infinita nei nostri atteggiamenti, ci stavamo di fronte in silenzio, come due cani di porcellana su una mensola di caminetto. All’inferno anche lui! Aveva bucato la bolla. Il veleno della stupidità che attende in agguato i discorsi degli uomini era caduto sulla nostra conversazione, trasformandola in un vaniloquio. “Benissimo”, dissi, con un sorriso sbigottito, “ma non basterebbe forse non venir scoperti?”. Fece come per ribattere prontamente, ma quando parlò aveva cambiato parere. “Ciò, monsieur, è troppo sottile per me – troppo superiore alle mie capacità – non ci penso neanche”. S’inchinò pesantemente sopra il suo berretto, che teneva davanti a sé per la visiera, tra il pollice e l’indice della mano ferita. M’inchinai anch’io. Ci inchinammo insieme: ci fu un reciproco strisciar di piedi molto cerimonioso, mentre uno sporco esemplare di cameriere osservava con occhio critico, quasi avesse pagato per lo spettacolo. “Serviteur”, disse il francese. Altra strisciatina. “Monsieur”… “Monsieur”… La porta a vetri gli sbatté dietro la schiena voluminosa. Vidi il libeccio investirlo e spingerlo via col vento in poppa con una mano alla testa, le spalle in dentro, e le falde della giacca incollate alle gambe.
Mi sedetti di nuovo solo e scoraggiato – scoraggiato per il caso di Jim. Se vi meravigliate che fosse ancora d’attualità a distanza di più di tre anni, è bene sappiate che lo avevo visto proprio da pochissimo. Venivo direttamente da Samarang, dove avevo fatto un carico per Sydney: un lavoretto di nessun interesse, – ciò che Charley qui presente definirebbe una delle mie transazioni ragionevoli – e a Samarang avevo visto Jim di sfuggita. Lavorava allora per De Jongh, su mia raccomandazione. Commesso marittimo. “Il mio agente galleggiante”, come lo chiamava De Jongh. Non si può immaginare un tipo di vita più privo di consolazioni, meno suscettibile di essere illuminato da una scintilla di fascino – tranne forse il mestiere del produttore di assicurazioni. Il piccolo Bob Stanton – Charley lo conosceva bene – l’aveva provato. Quello stesso che poi annegò nel tentativo di salvare una cameriera nel disastro del Sephora. Forse ve lo ricordate: un caso di collisione al largo della costa spagnola in una mattina di nebbia. Tutti i passeggeri erano stati stipati ben bene nelle scialuppe già scostate dalla nave quando Bob accostò nuovamente e tornò ad arrampicarsi sul ponte per andare a prendere quella ragazza. Come mai fosse stata lasciata indietro non riesco a capirlo; fatto sta che era completamente impazzita – non ne voleva sapere di abbandonare la nave – restava aggrappata al parapetto irremovibile come la morte. Quell’incontro di lotta si seguì benissimo dalle scialuppe; ma il povero Bob era il prim’ufficiale più basso di tutta la marina mercantile, e la donna era una stanga di un metro e settantacinque e passa, forte come un cavallo, mi hanno detto. Andò avanti così, tira di qua, tira di là, quella disgraziata a strillare ininterrottamente e Bob a dare di tanto in tanto una voce alla sua scialuppa per raccomandare di tenersi ben scostata dalla nave. Uno dell’equipaggio mi raccontò, trattenendo un sorriso al ricordo: “Era tale e quale, signore, un monello alle prese con sua madre”. Quello stesso tipo disse che “Infine il signor Stanton aveva smesso di dar strattoni alla ragazza, e si limitava a star lì vicino, vigile, come a tenerla d’occhio. In seguito pensammo dovesse aver valutato che, forse, entro breve, l’irrompere dell’acqua l’avrebbe strappata via dal parapetto, dandogli così la possibilità di salvarla. Non osavamo assolutamente accostarci; e dopo un po’ la vecchia nave andò giù di colpo con una violenta e improvvisa sbandata a dritta – plop. Il risucchio fu tremendo. Non vedemmo più riaffiorare niente, vivo o morto che fosse. Il breve periodo a terra del povero Bob era stato una conseguenza di una relazione amorosa, credo. Sperava con tutto il cuore di averla fatta finita col mare per sempre, sicuro di aver raggiunto il settimo cielo, ma il risultato alla fine fu un lavoro di produttore. Glielo aveva procurato un suo cugino di Liverpool. Lui ci raccontava sempre le sue peripezie in quel mestiere. Ci faceva ridere fino alle lacrime, e, per niente dispiaciuto dell’effetto prodotto, di statura inferiore alla norma e con la barba che gli arrivava alla vita come uno gnomo, si alzava in punta di piedi tra noi e diceva: “Ridete pure, miserabili, ma la mia anima immortale dopo una settimana di quel lavoro era ridotta alla misura di un pisello raggrinzito”. Non so come l’anima di Jim si adattasse alle nuove condizioni di vita – ero già troppo indaffarato a trovargli qualcosa da fare che gli tenesse anima e corpo uniti – ma sono sicuro che la sua fantasia avventurosa soffrisse tutti i morsi della fame. Non aveva certo di che nutrirsi in quella nuova professione. Faceva male vedercelo alle prese, anche se l’affrontava con una serenità testarda di cui debbo dargli pienamente atto. Lo tenevo d’occhio nel suo tirare avanti faticoso e squallido avendo una vaga idea che si trattasse di una punizione per i voli della sua fantasia – un’espiazione per aver aspirato a un prestigio maggiore delle sue capacità. Gli era piaciuto troppo immaginarsi come un glorioso cavallo da corsa, e ora era condannato a faticare senza onore come il ciuco di un fruttivendolo ambulante. Lo faceva benissimo. Si chiudeva in se stesso, abbassava la testa, non fiatava mai. Benissimo; benissimo davvero – tranne per certe esplosioni bizzarre e violente, quando disgraziatamente l’irreprimibile caso del Patna saltava fuori. Purtroppo quello scandalo dei mari d’Oriente non si estingueva. È il motivo per cui non avevo mai la sensazione di aver chiuso con Jim una volta per tutte.
Rimasi seduto a pensare a lui dopo che il tenente francese se ne fu andato, senza tuttavia associarlo al retrobottega fresco e tetro di De Jongh, dove c’eravamo scambiati una veloce stretta di mano da non molto, ma come l’avevo visto anni addietro agli ultimi guizzi di candela, solo con me nella lunga veranda dell’Hotel Malabar, con alle spalle il freddo e l’oscurità della notte. La spada rispettabile della patria legge gli pendeva sul capo. Domani – o era oggi? (mezzanotte era scivolata via molto prima che ci separassimo) – il giudice della corte di giustizia di primo grado dalla faccia marmorea, finito di distribuire multe e pene detentive nel processo per aggressione con vie di fatto, avrebbe impugnato l’arma orrenda e gli avrebbe colpito il collo proteso. Il nostro stare insieme quella notte fu singolarmente simile a un’ultima veglia con un condannato a morte. Anche lui era colpevole – me l’ero ripetuto più volte, colpevole e rovinato; ciononostante, volevo risparmiargli il semplice particolare di un’esecuzione formale. Non ho le pretese di spiegare il perché del mio desiderio – penso non ne sarei capace; ma se a quest’ora non ne avete un’idea, devo certo esser stato molto oscuro nel mio racconto, o voi troppo assonnati per afferrare il senso delle mie parole. Non difendo la mia moralità. Non fu dettato da moralità alcuna l’impulso che m’indusse a esporgli in tutta la sua primitiva semplicità il piano d’evasione – definiamolo così – di Brierly. C’erano le rupie – a portata di mano nella mia tasca e assolutamente a sua disposizione. Oh! Un prestito; un prestito certo – e se una presentazione a un uomo (di Rangoon) in grado di aiutarlo a trovare un lavoro… Perbacco! Col massimo piacere. Avevo penna, inchiostro, e carta in camera mia al primo piano. E già mentre parlavo ero impaziente di cominciare la lettera: giorno, mese, anno, 2.30 del mattino… in nome della nostra vecchia amicizia ti prego di aiutare a trovare un lavoro il signor James Tal dei Tali, nel quale ecc. ecc… Ero perfino disposto a scrivere di lui in quel tono. Se non si era assicurato la mia simpatia aveva fatto anche di meglio per se stesso – era arrivato proprio alla fonte e all’origine di quel sentimento, aveva colpito nel segno la sensibilità segreta del mio egoismo. Non vi nascondo niente, poiché se lo facessi il mio modo di agire vi sembrerebbe più incomprensibile di quanto sia lecito a qualsiasi modo di agire umano, e – secondariamente – domani avrete scordato la mia sincerità insieme a tutte le altre lezioni del passato. In quella transazione, per dirla grossolanamente ma con esattezza, io facevo la parte dell’uomo irreprensibile; ma le sottili intenzioni della mia immoralità furono sconfitte dalla semplicità morale del colpevole. Senza dubbio era egoista anche lui, ma il suo egoismo aveva un’origine più elevata, e un fine più nobile. Scoprii che, qualunque cosa dicessi, era impaziente di vivere la cerimonia dell’esecuzione; e io non dissi molto, perché sentivo che in una discussione la sua giovane età avrebbe avuto senz’altro la meglio su di me: credeva ancora mentre io non dubitavo nemmeno più. C’era un che di bello nell’impetuosità della sua speranza inespressa, quasi neanche formulata. “Svignarmela! Nemmeno per idea”, disse, scuotendo il capo. “Le faccio un’offerta per la quale non esigo né mi aspetto la minima gratitudine”, dissi; “mi restituirà il denaro quando le tornerà comodo, e…”. “Lei è terribilmente sentile”, borbottò senza alzare gli occhi. Lo osservai da vicino: il futuro doveva apparirgli incerto da far paura; ma non ebbe un attimo d’esitazione, come se davvero il cuore gli funzionasse a meraviglia. M’innervosii – non era la prima volta quella notte. “Tutta questa miserabile faccenda”, dissi, “è già abbastanza amara, secondo me, per un uomo come lei…”. “Lo è, lo è”, bisbigliò due volte, con gli occhi fissi al pavimento. Spezzava il cuore. Si ergeva come una torre al di sopra del lume, e gli vedevo la peluria sulle guance, il colorito diffondersi caldo sotto la pelle liscia del viso. Credetemi o no, vi dico che spezzava atrocemente il cuore. Fui provocato a essere brutale. “Sì”, dissi; “e mi permetta di confessare la mia totale incapacità di immaginare quale vantaggio si aspetti dal voler scolare questo calice fino alla feccia”. “Vantaggio!”, mormorò dalla sua immobilità. “Che sia fulminato se ci riesco”, dissi arrabbiato. “Ho cercato di raccontarle tutto quello che c’è sotto”, proseguì lentamente, come stesse meditando un argomento incontestabile.
“Ma dopo tutto, è un problema mio”. Aprii la bocca per ribattere, e d’un tratto mi accorsi che avevo perso ogni fiducia in me stesso; e pareva che anche lui mi avesse lasciato perdere, perché borbottò come uno che pensi a mezza voce. “Scappati… finiti in ospedale… Nessuno di loro disposto ad affrontare la cosa… Loro!…”. Fece un lieve movimento con la mano in segno di disprezzo. “Ma io devo farcela, e non devo sottrarmi a nulla se no… Non mi sottrarrò a nulla”. Tacque. Fissava il vuoto come fosse perseguitato. A sua insaputa il viso rifletteva le fugaci espressioni del disprezzo, della disperazione, della determinazione, – le rifletteva a turno, come uno specchio magico rifletterebbe il passaggio impercettibile di forme ultraterrene. Viveva contornato da spettri ingannevoli, da ombre austere. “Oh! Sciocchezze, caro mio” esordii. Ebbe uno scatto d’impazienza. “Sembra che lei non capisca”, disse, tagliente; poi guardandomi senza batter ciglio: “Sono saltato, lo ammetto, ma non scappo”. “Non volevo minimamente offenderla”, dissi, e aggiunsi stupidamente: “Uomini migliori di lei, talvolta, hanno trovato vantaggioso scappare”. Arrossì tutto, mentre nel mio imbarazzo io per poco non mi soffocavo con la mia stessa lingua. “Può darsi”, disse infine, “io non sono così bravo; non me lo posso permettere. Devo lottare fino in fondo – sto lottando anche ora”. Mi alzai dalla poltrona e mi sentii tutto irrigidito. Il silenzio era imbarazzante, e per porvi fine non mi venne in mente nulla di meglio che osservare con tono indifferente: “Non avevo idea che fosse così tardi”… “Oserei dire che ne abbia avuto abbastanza”, disse, bruscamente; “e a dirle la verità” – cominciò a vagare in cerca del suo berretto – “anch’io”.
Bene! Aveva rifiutato quell’offerta unica. Aveva respinto l’aiuto portogli; era pronto ad andarsene ora, e al di là della balaustra la notte sembrava attenderlo immobile, come se lui ne fosse stata la vittima prescelta. Udii la sua voce. “Ah! eccolo”.
Aveva trovato il berretto. Per alcuni secondi rimanemmo in sospeso. “Cosa farà dopo – dopo…”, chiesi a voce bassissima. “Andrò in malora con tutta probabilità”, rispose con un rauco brontolio. Mi ero in parte ripreso, e preferii non prendermela troppo. “La prego di tener presente”, dissi, “che mi farebbe molto piacere rivederla prima che parta”. “Non so cosa glielo impedisca. Quella maledetta faccenda non mi renderà invisibile”, disse con profonda amarezza, – “troppo bello”. E poi, al momento di accomiatarsi, si esibì per me in una spaventosa confusione di balbettii e gesti incerti, in un’orribile messinscena di esitazioni. Dio lo perdoni – e anche me! Si era ficcato in quella sua testa fantasiosa che forse avrei avuto delle difficoltà a stringergli la mano. Fu tremendo oltre ogni dire. Credo di averlo improvvisamente aggredito urlando come si sbraiterebbe a un uomo vedendo che sta per precipitare giù da un dirupo; ricordo il tono delle nostre voci farsi più alto, la comparsa di una smorfia di dolore sul suo volto, una stretta da stritolarmi la mano, una risatina nervosa. La candela diede gli ultimi guizzi e si spense, e grazie al cielo fu tutto finito, con un gemito che fluttuò fino a me nel buio. In qualche modo era riuscito ad andarsene. La notte inghiottì la sua forma. Era un pauroso confusionario. Pauroso. Udii il suo passo rapido e la ghiaia scricchiolargli sotto le scarpe. Correva. Correva letteralmente, senza nessuna meta da raggiungere. E non aveva ancora ventiquattro anni».
Capitolo quattordicesimo
«Dormii poco, trangugiai la mia colazione, e dopo un attimo d’incertezza lasciai perdere la visita mattutina alla mia nave. Facevo malissimo, perché, sebbene il mio prim’ufficiale fosse un uomo eccellente da ogni punto di vista, era però vittima di visioni così nere che se non riceveva una lettera da sua moglie quando previsto andava fuori di sé dalla rabbia e dalla gelosia, perdeva ogni controllo sul lavoro, litigava con tutti i marinai, e o si metteva a piangere in cabina o diventava così feroce da spingere l’equipaggio sull’orlo dell’ammutinamento. Non me l’ero mai riuscito a spiegare: erano sposati da tredici anni; una volta mi capitò di vedere lei di sfuggita, e, sinceramente, non potevo concepire che un uomo si lasciasse andare fino al punto di piombare nel peccato per una persona così poco attraente. Non so se ho fatto male a non esporre questo punto di vista al povero Selvin: lui si rendeva la vita un inferno, e anch’io ne soffrivo di rimando, ma una certa, senza dubbio falsa, delicatezza mi trattenne. I rapporti coniugali degli uomini di mare costituirebbero un argomento interessante, e potrei farvi degli esempi… Non è questo il luogo, né il momento, tuttavia, e noi qui ci stiamo occupando di Jim – che non era sposato. Se la sua fantasiosa coscienza o il suo orgoglio; se tutti gli spettri stravaganti e le ombre austere, disastrosa compagnia della sua giovinezza, non gli permettevano di sfuggire al ceppo del boia, io, che naturalmente non posso essere sospettato di simili compagnie, fui irresistibilmente spinto ad andare a vedere la sua testa rotolar giù. M’incamminai verso il tribunale. Non m’illudevo di esser molto colpito o edificato, o interessato o addirittura spaventato – anche se, finché c’è vita da vivere, un bello spavento di tanto in tanto è una disciplina salutare. Non mi aspettavo neppure, però, che fosse così deprimente. L’amarezza del suo castigo era nell’atmosfera meschina e agghiacciante che vi si respirava. Il vero significato del delitto consiste nel fatto che esso infrange il patto di fiducia con la comunità umana, e da questo punto di vista lui non era un traditore da poco, ma la sua esecuzione fu una faccenda in sordina. Non c’era né alta impalcatura, né drappo rosso (ce l’avevano il drappo rosso a Tower Hill? Avrebbero dovuto), né moltitudine in preda a timore reverenziale, scandalizzata per la sua colpa e commossa fino alle lacrime per il suo destino – né aria di tetro castigo. C’erano invece, mentre camminavo, la luce brillante del sole, di uno splendore troppo vivo per essere consolante, le strade punteggiate da un miscuglio di frammenti colorati come un caleidoscopio rotto: giallo, verde, blu, bianco accecante, la bruna nudità di una spalla scoperta, un carro di buoi con un baldacchino rosso, il drappello grigiastro delle teste scure di una compagnia di fanteria indigena che marciava in polverosi stivali coi lacci, un poliziotto indigeno in una striminzita uniforme scura con cintura di vernice, che sollevò verso di me i suoi occhi accorati tipicamente orientali, quasi il suo spirito trasmigrante soffrisse enormemente per quell’imprevista – come la chiamano? – avatar – reincarnazione. Seduti in gruppo pittoresco all’ombra di un albero solitario nel cortile, i contadini coinvolti nel processo per aggressione, sembravano la cromolitografia di un accampamento in un libro di viaggi in Oriente. Si sentiva la mancanza dell’inevitabile filo di fumo in primo piano e delle bestie da soma al pascolo. Un muro giallo dalla superficie liscia che rifletteva la luce abbagliante si ergeva dietro l’albero sovrastandolo. L’aula del tribunale era scura, sembrava più ampia. Nella penombra in alto i punkah si muovevano rapidi avanti e indietro, avanti e indietro. Qua e là una figura drappeggiata, resa più piccola dalla nudità delle pareti, restava immobile tra le file di banchi vuoti, come assorta in pia meditazione. Il querelante, quello che era stato picchiato, un obeso color cioccolato con la testa rapata a zero, il grasso petto nudo da una parte e un segno di casta di un giallo vivo sopra il dorso del naso, era seduto in pomposa immobilità: solo gli occhi scintillavano, roteando nell’ombra, e le narici si dilatavano e riabbassavano violentemente al ritmo del suo respiro. Brierly sprofondò nel suo seggio con aria sfatta, come se avesse passato la notte a correre a tutta velocità su una pista di cenere. Il pio capitano di veliero pareva eccitato e si muoveva irrequieto, come trattenesse a fatica l’impulso di balzar su per esortarci con ardore alla preghiera e al pentimento. La testa del giudice, di un delicato pallore sotto i capelli ben ravviati, assomigliava a quella di un infermo incurabile che è stato lavato e pettinato e messo a sedere appoggiato ai cuscini. Spostò il vaso di fiori – un mazzo purpureo a gambo lungo con alcuni boccioli rosa – e afferrato con entrambe le mani un lungo foglio di carta bluastra, vi diede una scorsa, appoggiò gli avambracci sul bordo del tavolo, e si mise a leggere forte con voce uniforme, chiara e indifferente.
Per Giove! Malgrado tutte le mie sciocchezze a proposito di patiboli e rotolar di teste – vi assicuro che era infinitamente peggio di una decapitazione. Su tutto ciò aleggiava la pesante sensazione di un che di definitivo, non alleviata dalla speranza di riposo e sicurezza che segue il cader della mannaia. Quel processo aveva tutta la freddezza vendicativa di una condanna a morte, tutta la crudeltà di una condanna all’esilio. Così mi parve quel mattino – e ancora adesso mi sembra di vedere un’innegabile traccia di verità in quel giudizio esagerato di un avvenimento comune. Potete figurarvi quanto forte fosse questa mia sensazione allora. Forse per questo motivo non riuscivo a convincermi che la cosa fosse definitivamente chiusa. Essa era sempre con me, ero sempre desideroso di raccogliere opinioni al riguardo, quasi non fosse stata definita in pratica: opinioni individuali – opinioni internazionali – per Giove! Quella del francese, per esempio. Il solenne giudizio del suo paese era stato emesso con la fraseologia spassionata e precisa di una macchina, se le macchine potessero parlare. La testa del giudice era seminascosta dal foglio, la sua fronte pareva alabastro.
Parecchi furono gli argomenti di discussione sottoposti alla Corte. Primo fra tutti se la nave fosse in buone condizioni da ogni punto di vista e atta a tenere il mare per la traversata. La Corte ritenne di no. Il secondo punto, ricordo, cercò di accertare se fino al momento dell’avaria essa fosse stata trattata in navigazione con la debita cura e perizia nautica. Questa volta, chissà perché, risposero di sì, e poi dichiararono che non c’erano prove che indicassero l’esatta causa dell’avaria. Probabilmente un relitto galleggiante. Io stesso ricordo che un brigantino a palo norvegese partito con un carico di pino rosso americano era stato dato per disperso circa in quel periodo, ed era proprio il genere d’imbarcazione da scuffiare durante una burrasca e galleggiare a chiglia in su per mesi – una specie di demone marino in agguato alla ricerca di navi da uccidere nell’oscurità. Tali cadaveri vaganti sono piuttosto comuni nell’Atlantico settentrionale, infestato di tutti i terrori del mare – nebbie, iceberg, carcasse micidiali di navi all’erta, e lunghe raffiche sinistre e burrascose che ti afferrano come un vampiro e non ti mollano fino a che la forza e l’animo e perfino la speranza sono completamente esauriti, e ti senti svuotato come un guscio. Ma lì – in quei mari – il caso era tanto raro da sembrare dovuto a disposizioni speciali di una provvidenza maligna, le quali, a meno che non mirassero a uccidere un addetto alla calderina e a imporre a Jim qualcosa di peggio della morte, avevano la parvenza di una diavoleria affatto gratuita. Il sopravvenire di tale considerazione distolse la mia attenzione. Per un po’ la voce del giudice non fu per me altro che un suono; ma subito riprese a formulare parole distinte… “trascurando totalmente ogni loro più elementare dovere”, diceva. La frase successiva non so come mi sfuggì, e poi… “abbandonando nel momento del pericolo le vite e le cose affidate alla loro sorveglianza”… proseguì la voce in tono uniforme, e tacque. Due occhi sotto la fronte candida lanciarono uno sguardo cupo sopra il bordo del foglio. Cercai in gran fretta Jim, quasi mi aspettassi che fosse scomparso. Era assolutamente immobile – ma c’era. Se ne stava là seduto biondo e roseo, attentissimo. “Pertanto…” riattaccò la voce in tono enfatico. Con lo sguardo fisso e le labbra semiaperte lui pendeva dalle parole dell’uomo dietro il tavolo. Esse cadevano nel silenzio sospese nel vento prodotto dai punkah, e io, attento a coglierne l’effetto su di lui, afferrai solo i frammenti delle formule giuridiche… “La Corte… Gustav Tal dei Tali capitano… nato in Germania… James Tal dei Tali… prim’ufficiale… ritiro della patente. Silenzio. Il giudice aveva lasciato cadere il foglio, e appoggiandosi di fianco al bracciolo della poltrona, si mise a parlare tranquillamente con Brierly. La gente cominciò a uscire; altri spingevano per entrare, e anch’io mi avviai alla porta. Fuori mi fermai, e quando Jim passò davanti diretto verso il cancello, lo presi per un braccio e lo trattenni. Il suo sguardo mi turbò, come fossi stato io il responsabile della sua condizione: mi guardò quasi fossi la personificazione del male della vita. “È tutto finito”, balbettai. “Sì”, disse, con voce roca. “E adesso che nessuno…”. Con uno strattone liberò il braccio dalla mia presa. Rimasi a osservargli la schiena mentre si allontanava. La strada era lunga, e continuai a vederlo per un po’. Camminava piuttosto piano, a gambe leggermente divaricate, come se gli tornasse difficile seguire una linea retta. Un attimo prima di perderlo di vista ebbi l’impressione che vacillasse un tantino.
“Uomo in mare”, disse una voce profonda dietro a me. Girandomi, vidi un tale che conoscevo appena, un australiano dell’Ovest; si chiamava Chester. Anche lui aveva tenuto d’occhio Jim. Era uno con un’immensa circonferenza toracica, un viso irregolare, ben rasato, color mogano, e due ciuffi spuntati di folti, ispidi peli grigio ferro sul labbro superiore. Aveva fatto il cercatore di perle, il recuperatore di relitti, il commerciante, anche il baleniere, credo; per dirla con le sue stesse parole – ogni e qualsiasi cosa un uomo possa fare in mare, fuorché il pirata. Il suo vero e proprio terreno di caccia era il Pacifico, settentrionale e australe; ma nei suoi giri si era spinto così lontano per cercare un bastimento a buon mercato da comprare. Recentemente aveva scoperto – così diceva – un’isola di guano da qualche parte, ma era pericoloso accostarvisi, e l’ancoraggio, allo stato attuale, non poteva certo definirsi sicuro, e ciò era dir poco. “È come una miniera d’oro”, esclamava. “Nel bel mezzo delle Walpole Reefs, e se anche è vero che non si trova da dar fondo in meno di quaranta braccia, che importa? Ci sono anche gli uragani. Ma è un affare di prim’ordine. È come una miniera d’oro – meglio! Eppure non ce n’è uno di questi fessi che lo voglia capire. Non riesco a trovare un capitano o un armatore disposti ad accostarvisi. Così ho deciso di trasportare quel ben di Dio da solo. Ecco perché aveva bisogno di un bastimento, ed ero a conoscenza che proprio allora aveva in corso entusiastiche trattative con una ditta parsi per un vecchio anacronismo marino da novanta cavalli, attrezzato a brigantino. Ci eravamo incontrati e avevamo scambiato qualche parola diverse volte. Guardò in direzione di Jim con l’aria di chi la sa lunga. “Se la prende a cuore?”, chiese, con disprezzo. “Moltissimo”, dissi. “Allora non vale una cicca”, sentenziò. “Perché tutte queste scene? Un pezzetto di pergamena. Non è mai bastato a fare un uomo. Le cose bisogna guardarle in faccia come sono – altrimenti, si può rinunciare in partenza. Non si combinerà mai niente a questo mondo. Prenda me. Mi son fatto una regola di non pigliarmela mai per nulla”. “Sì”, dissi, “lei vede le cose come sono”. “Vorrei veder arrivare il mio socio, ecco cosa vorrei vedere”, disse. “Conosce il mio socio? Il vecchio Robinson. Sì, proprio lui. Come, non lo conosce? Il famigerato Robinson. L’uomo che ha contrabbandato più oppio e catturato più foche ai suoi tempi di qualsiasi cinese a piede libero ora vivente. Dicono che fosse solito abbordare gli schooner dei cacciatori di foche su verso l’Alaska quando la nebbia era così fitta che il Signore, Lui solo, riusciva a distinguere un uomo da un altro. Robinson Sacro Terrore. Lui. È con me in quest’affare del guano. La più grande fortuna che gli sia mai capitata nella vita”. Mi avvicinò le labbra all’orecchio. “Cannibale? Be’, lo definivano così tanti e tanti anni fa. Ricorda la storia? Un naufragio sulla costa occidentale dell’isola Stewart; precisamente; sette di loro raggiunsero terra, e pare non andassero molto d’accordo. Ci sono uomini che s’infiammano per un nonnulla – non sanno far di necessità virtù – non vedono le cose come sono – come sono, caro mio! E quale ne è il risultato? Ovvio! Difficoltà, difficoltà; e molto probabilmente una botta in testa; e gli sta bene, anche. Quella categoria di persone è della massima utilità da morta. La storia racconta che una scialuppa della regia nave Wolverine lo trovò inginocchiato sulle alghe, nudo come sua madre l’aveva fatto, che cantava un salmo o qualcosa di simile; cadeva allora un leggero nevischio. Lui attese che la scialuppa fosse a un remo di distanza dalla riva, e poi si alzò e via. Lo inseguirono per un’ora su e giù per la scogliera, finché un marinaio non lanciò un sasso che lo prese provvidenzialmente dietro l’orecchio e lo stese a terra privo di sensi. Solo? Certo. Ma è come quell’altra storia degli schooner dei cacciatori di foche; solo il Signore sa cosa c’è in essa di vero o di falso. Quelli della lancia non stettero tanto a indagare. Lo avvolsero in un telone cerato e lo portarono via il più in fretta possibile, mentre cominciava a far buio, il tempo minacciava, e la nave sparava colpi di richiamo ogni cinque minuti. Tre settimane dopo stava bene come non mai. Non si lasciò turbare da nessuna chiacchiera fatta a terra; si limitò a tapparsi la bocca, e che gli altri sbraitassero pure. Era già abbastanza brutto aver perso la nave, e tutto ciò che possedeva per di più, senza dover anche far caso agli insulti che gli appioppavano. Eccolo il mio uomo”. Sollevò il braccio per far cenno a qualcuno per la strada. “Ha un po’ di soldi, perciò lo devo far entrare nel mio affare. Ho dovuto per forza! Sarebbe stato peccaminoso buttar via una scoperta del genere, e personalmente ero al verde. Mi bruciava sul vivo, ma vedevo la faccenda proprio come stava, e se devo necessariamente avere qualcuno come socio – mi son detto –, allora che sia Robinson. L’ho lasciato che faceva colazione in albergo per venire al tribunale, poiché ho un’idea… Ah! Buon giorno, capitano Robinson… Un mio amico, il capitano Robinson”.
Un patriarca emaciato con un vestito bianco di cotone, casco di fibra bordato di verde all’interno sul capo tremolante dalla vecchiaia, si unì a noi dopo aver attraversato la strada con passo strascicato e trotterellante, e rimase lì con entrambe le mani appoggiate sul manico di un ombrello. Una barba bianca con striature ambrate gli veniva giù penzoloni fino in cintura. Sbatté le palpebre grinzose rivolgendomi uno sguardo confuso. “Piacere, piacere”, cinguettò amabilmente, e barcollò. “Un po’ sordo”, mi fece Chester a parte. “Se lo è tirato dietro per seimila miglia per comprare un bastimento a buon mercato?”, chiesi. “Me lo sarei portato due volte intorno al mondo alla prima occhiata”, disse Chester con immensa energia. “Quel bastimento sarà la nostra fortuna, ragazzo mio. Che colpa ne ho io se l’intera categoria di capitani e armatori di tutta la benedetta Australasia si rivela composta di fessi patentati? Una volta ad Auckland ho parlato per tre ore con un tale. ‘Mandi una nave’, gli dissi, ‘mandi una nave. Si terrà la metà del primo carico tutta per sé, non una lira gratis per niente – solo per avviare bene la cosa’. Dice lui: ‘Non lo farei neanche se non ci fossero altri posti al mondo dove mandare una nave’. Un asino integrale, naturalmente. Scogli, correnti, ancoraggio impossibile, soltanto costa a picco per mettersi a ridosso, nessuna compagnia di assicurazioni disposta ad accettare il rischio, non vedeva come avrebbe potuto fare il carico in meno di tre anni. Asino! Per poco non mi son messo in ginocchio davanti a lui. ‘Ma guardi la cosa com’è’, dico io. ‘Alla malora scogli e uragani. La guardi com’è. C’è guano laggiù, i piantatori di zucchero del Queensland si batterebbero – si batterebbero sulla banchina, parola mia’… Cosa si può fare con un fesso?… ‘È uno dei suoi soliti scherzetti, Chester’, dice lui… Scherzo! Avrei pianto. Lo chieda qui al capitano Robinson… Ci fu anche un altro armatore – un tizio grasso in panciotto bianco, a Wellington, che aveva l’aria di credere che lo volessi imbrogliare in qualche modo. ‘Non so che razza di fesso vada cercando’, dice, ‘ma proprio ora non ho tempo. Buon giorno’. Non stavo nella pelle dalla voglia di afferrarlo a due mani e scaraventarlo dalla finestra del suo stesso ufficio. Ma non lo feci. Fui mite come un curato. ‘Ci pensi’, dico io. ‘Ci pensi sul serio. Ripasso domani’. Bofonchiò indistintamente che sarebbe stato ‘fuori tutto il giorno’. Per le scale avrei sbattuto la testa contro il muro dalla rabbia. Il capitano Robinson qui glielo può dire. Era terribile pensare a tutta quella grazia di Dio stesa sprecata al sole, che avrebbe proiettato la canna da zucchero fino al cielo. La manna del Queensland! La manna del Queensland! E a Brisbane, dove andai a fare un ultimo tentativo, mi diedero del pazzo. Idioti! L’unica persona di buon senso nella quale m’imbattei fu il vetturino che mi portò in giro. Doveva essere un pezzo grosso finito male. Ehi! Capitano Robinson? Si ricorda – no – che le ho raccontato del mio vetturino di Brisbane? Quell’uomo aveva un occhio incredibile. Lo capì in un baleno. Era un vero piacere parlarci. Una sera dopo una giornata infernale da un armatore all’altro ero ridotto così male che, dico io: ‘Devo prendermi una sbornia. Su; devo prendermi una sbornia, o divento pazzo’. ‘D’accordo’, dice; ‘andiamo’. Non so cosa avrei fatto senza di lui. Ehi! Capitano Robinson”.
Punzecchiò il socio alle costole. “Eh! Eh! Eh!”, rise il Vegliardo, percorse con sguardo distratto la strada, poi mi scrutò dubbioso con le sue pupille tristi, velate… “Eh! Eh! Eh!”… Si appoggiò con più forza sull’ombrello, e lasciò cadere gli occhi a terra.
Non sto a dirvi che avevo cercato diverse volte di andarmene, ma Chester aveva reso vano ogni mio tentativo limitandosi a tenermi stretto per la giacca. “Un minuto. Ho un’idea”. “Qual è quest’idea del diavolo?”, esplosi infine. “Se crede che mi aggreghi a voi…”. “No, no, ragazzo mio. Troppo tardi, anche se ci morisse dietro. Ce l’abbiamo un bastimento ormai”. “Avete l’ombra di un bastimento”, dissi. “Quanto basta per iniziare – non ci diamo stupide arie noi. Vero, capitano Robinson?” “No! No! No!”, gracchiò il vecchio senza sollevare gli occhi, con tale decisione che il tremolio senile del suo capo si fece quasi incontrollabile. “Se non sbaglio lei conosce quel ragazzo”, disse Chester, con un cenno del capo verso la strada da dove Jim era sparito molto prima. Ha mangiato con lei al Malabar ieri sera – così mi è stato detto”.
Dissi che era vero, e dopo aver osservato che, anche a lui, piaceva viver bene e da signore, solo che, per il momento, doveva risparmiare ogni centesimo – “non sono mai troppi per il nostro affare! Vero, capitano Robinson?” – raddrizzò le spalle e si lisciò i baffi spuntati, mentre il famigerato Robinson, tossendo al suo fianco, si aggrappava più che mai al manico dell’ombrello, e pareva che da un momento all’altro si sarebbe tramutato passivamente in un mucchietto di ossa vecchie. “Vede, è il vecchio che ha tutto il denaro”, sussurrò Chester, in confidenza. “Io sono rimasto al verde cercando di combinare quest’affare della malora. Ma aspetti un po’, aspetti un po’. I tempi buoni stanno per arrivare” … Improvvisamente parve stupirsi dei miei segni d’impazienza. “Oh, cavolo!”, gridò; “le sto parlando del più grosso affare di tutti i tempi, e lei…”. “Ho un appuntamento”, ribattei umilmente. “E allora?”, chiese sinceramente sorpreso; “che aspetti”. “È proprio ciò che sto facendo”, osservai; “non farebbe meglio a dirmi cos’è che vuole?” “Comprare venti alberghi come quello”, grugnì tra sé; “e anche tutti gli individui che vi alloggiano – venti volte di seguito”. Sollevò prontamente la testa. “Voglio quel giovanotto”. “Non capisco”, dissi. “Non vale una cicca, eh?”, disse Chester, brusco. “Non ne so nulla”, protestai. “Come, lei stesso mi ha detto che se la prendeva tanto a cuore”, ribatté Chester. “Be’, secondo me, un tipo che… Comunque, non deve valer molto; d’altra parte, capisce, sono in cerca di qualcuno, e ho proprio una cosa che fa per lui. Gli darò un lavoro sulla mia isola”. Annuì in modo significativo. “Intendo scaricarci quaranta coolies – dovessi rubarli. Qualcuno deve pur lavorare quella roba. Oh! Farò tutto per bene: capannone di legno, tetto di lamiera ondulata – conosco uno a Hobart che mi accetterà una cambiale a sei mesi per i materiali. Sul serio. Parola d’onore. Poi c’è l’approvvigionamento d’acqua. Dovrò precipitarmi in giro a trovare qualcuno che mi faccia credito per una mezza dozzina di serbatoi di ferro di seconda mano. Per la raccolta dell’acqua piovana, capisce? Che se ne occupi lui. Gli do il supremo comando sui coolies. Buon’idea, vero? Che ne dice?” “Per anni interi non cade una sola goccia a Walpole”, dissi, troppo sconcertato per ridere. Si morse il labbro con aria contrariata. “Oh, be’, escogiterò qualcosa per loro – o ci porterò una riserva. Al diavolo! Non è questo il problema”.
Non fiatai. Ebbi una rapida visione di Jim appollaiato su uno scoglio senz’ombra, immerso nel guano fino alle ginocchia, con nelle orecchie lo stridio di uccelli marini, sul capo la sfera incandescente del sole; a perdita d’occhio, il fremito ininterrotto del cielo e del mare, deserti, fusi insieme nella bollente calura. “Non augurerei al mio peggior nemico…”, cominciai.
“Che le prende?”, gridò Chester. “Intendo dargli una buona paga – voglio dire, appena la cosa si mette a funzionare, naturalmente. È facile come lasciar cadere in mare un log. Proprio niente da fare; due pistole a sei colpi in cintura… Non avrà mica paura delle eventuali cattive intenzioni di quaranta coolies – con due pistole a sei colpi e lui solo armato, per di più! È molto meglio di quel che sembra. Voglio che lei mi aiuti a convincerlo”. “No!”, gridai. Il vecchio Robinson sollevò tristemente gli occhi velati per un attimo, Chester mi guardò con infinito disprezzo. “Dunque non glielo raccomanderà?”, articolò, adagio. “No di certo”, risposi, indignato, quasi mi avesse chiesto di aiutarlo ad assassinare qualcuno; “inoltre, sono sicuro che non accetterebbe. È ridotto male, ma non è pazzo, per quanto ne so io”. “Non è assolutamente più buono a nulla”, rifletté Chester ad alta voce. “Avrebbe giusto fatto al caso mio. Se solo riuscisse a vedere una cosa com’è, capirebbe che è proprio quel che gli ci vuole. Inoltre… Diamine! È l’occasione più splendida, sicura…”. Improvvisamente si arrabbiò. “Mi serve un uomo a tutti i costi. Ecco!…”. Batté un piede in terra e sorrise in modo sgradevole. “Comunque, posso garantire che l’isola non sprofonderebbe sotto di lui – e credo sia piuttosto sensibile su questo punto”. “Buon giorno”, dissi, brusco. Mi guardò come se fossi stato uno scemo inaudito… “Bisogna muoversi, capitano Robinson”, strillò d’un tratto all’orecchio del vecchio. “Quelle facce gialle di parsi ci aspettano per concludere l’affare”. Prese il socio sotto braccio con una stretta energica, gli fece fare una brusca giravolta, e, inaspettatamente, mi guardò di traverso da sopra la spalla. “Cercavo solo di fargli un piacere”, asserì, con un’aria e un tono che mi fecero ribollire il sangue. “Grazie ugualmente – a nome suo,” ribattei. “Oh! Lei è pronto come il diavolo”, disse sogghignando; “ma è come tutti gli altri. Troppo nelle nuvole. Vedremo che ci combinerà lei”. “Non mi risulta di volerci combinare nulla”. “Davvero?” sputacchiò; i baffi grigi gli si rizzarono dalla rabbia, e in piedi al suo fianco il famigerato Robinson, appoggiato all’ombrello, mi voltava le spalle, paziente e immobile come un ronzino da carrozzella sfinito. “Io non ho scoperto un’isola di guano”, dissi. “Sono sicuro che non ne riconoscerebbe una se anche se la trovasse sotto il naso condottoci per mano”, replicò pronto; “e a questo mondo una cosa bisogna prima vederla, per poterla poi sfruttare. Vederla ripetutamente da cima a fondo, né più né meno”. “E farla vedere agli altri, anche”, insinuai, dando un’occhiata alla schiena ricurva al suo fianco. Chester mi sbuffò in faccia. “Ha gli occhi sufficientemente buoni – non tema. Non è un cucciolo”. “Oh, no di certo!”, dissi. “Andiamo, capitano Robinson”, gridò, con una sorta di deferenza sfrontata sotto la tesa del cappello del vecchio; il Sacro Terrore fece un saltino docile. L’ombra di un bastimento li attendeva, la Fortuna su quell’isola amica! Formavano una curiosa coppia di Argonauti. Chester procedeva a passi lunghi e calmi, ben piantato, imponente, con portamento da conquistatore; l’altro, allampanato, rifinito, cadente, e agganciato al suo braccio, strascicava le gambe raggrinzite con fretta disperata».
Capitolo quindicesimo
«Non mi misi in cerca di Jim subito, solo perché avevo un appuntamento che non potevo davvero tralasciare. Poi, scalogna nera, nell’ufficio del mio agente fui bloccato da un tizio appena arrivato dal Madagascar con un piccolo piano per un affare straordinario. Aveva qualcosa a che fare con bestiame e cartucce e un non ben identificato principe Ravonalo; ma il cardine dell’intera faccenda era la stupidità di un ammiraglio – ammiraglio Pierre, mi pare. Tutto faceva perno su quello, e il tipo non riusciva a trovar parole che esprimessero con abbastanza forza la sua fiducia. Aveva occhi tondi che gli sporgevano dalla testa con una lucentezza da pesce, fronte protuberante, capelli lunghi spazzolati all’indietro senza scriminatura. Continuava a ripetere trionfante quella che era la sua espressione preferita: “Il minimo rischio col massimo profitto è il mio motto. Eh?”. Mi fece venire il mal di testa, andar di traverso il pranzo, ma riuscì a scroccarmi il suo senza fare una piega; e appena me lo fui scrollato di dosso mi diressi difilato alla marina. Notai Jim appoggiato al parapetto del molo. Tre barcaioli indigeni che litigavano per cinque anna facevano un baccano infernale proprio accanto a lui. Non mi sentì avvicinare, ma si girò di scatto quasi che, sfiorandolo col dito, avessi tolto la sicura. “Stavo guardando”, balbettò. Non ricordo cosa dissi, non un gran che comunque, ma lui non ebbe difficoltà a seguirmi in albergo.
Mi seguì docile come un bambino, con aria ubbidiente, senza reazione di sorta, quasi se ne fosse stato lì ad aspettare che venissi a portarlo via. La sua arrendevolezza non avrebbe dovuto stupirmi tanto. Sull’intero globo terrestre, che ad alcuni sembra così grande e altri si danno arie di considerare alquanto più piccolo di un granello di senape, lui non aveva un luogo in cui potesse – come dire? – in cui potesse ritirarsi. Ecco sì! Ritirarsi – star solo con la propria solitudine. Camminava calmissimo al mio fianco, volgendo lo sguardo qua e là, e una volta girò il capo per seguire con gli occhi un pompiere Sidiboy in giacca a falde e pantaloni giallastri, con un viso nero dai riflessi di seta come un pezzo d’antracite. Dubito, però, che abbia visto qualcosa, o che addirittura sia sempre stato conscio della mia compagnia, perché se non lo avessi ora spostato a sinistra, ora tirato a destra, credo avrebbe continuato ad andar dritto davanti a sé fino a trovarsi la strada sbarrata da un muro o un altro ostacolo. Lo guidai fin dentro la mia camera, e subito mi sedetti a scrivere lettere. Quello era l’unico posto al mondo (tranne, forse, la Walpole Reef – ma non era così a portata di mano) in cui poteva stare in pace con se stesso senza essere disturbato dal resto dell’universo. Quella maledetta faccenda – come si era espresso lui – non lo aveva reso invisibile, ma io mi comportavo proprio come se lo fosse. Appena seduto mi chinai sulla scrivania come un amanuense medioevale, e, tranne il movimento della mano che reggeva la penna, rimasi ansiosamente zitto. Non dico che avessi paura; ma certo me ne stavo immobile quasi nella stanza ci fosse un pericolo in agguato, che al primo accenno di movimento da parte mia sarebbe scattato piombandomi addosso. Non c’era gran che nella stanza – sapete come sono queste camere d’albergo – una specie di letto a colonne sotto una zanzariera, due o tre sedie, il tavolo dov’ero seduto a scrivere, un pavimento nudo. Una porta a vetri dava sulla veranda del piano di sopra, lui ci stava davanti impalato, vivendo il suo momento difficile nel massimo isolamento consentitogli. Calò il crepuscolo; accesi una candela risparmiando ogni movimento possibile e con la stessa circospezione che se si fosse trattato di un atto illegale. Senza dubbio quello era per lui un momento difficilissimo, e anche per me, al punto addirittura, lo riconosco, di augurargli che andasse al diavolo, o quanto meno sulla Walpole Reef. Una volta o due mi venne in mente che, dopo tutto, forse Chester era l’uomo che ci voleva per prendere in mano efficacemente un simile disastro. Quello strano idealista aveva trovato subito il modo di sfruttarlo a scopo pratico – con intuito infallibile, per così dire. Quanto basta a far venire il sospetto che, forse, riusciva sul serio a cogliere il vero aspetto di cose che, a persone dotate di minore immaginazione, apparivano misteriose o assolutamente senza via di scampo. Non la smettevo di scrivere; evasi tutta la corrispondenza arretrata e poi continuai con le persone che non avevano il benché minimo motivo di aspettarsi da me una lettera piena di chiacchiere inconcludenti. Di tanto in tanto sbirciavo con la coda dell’occhio. Era inchiodato sul posto, ma brividi convulsi gli percorrevano la schiena; tutt’a un tratto gli si sollevavano le spalle. Lottava, lottava – per lo più per tirare il fiato, pareva. Le ombre massicce, proiettate tutte nella stessa direzione dalla fiamma dritta della candela, sembravano pervase di tetra consapevolezza; il mobilio nella sua fissità assumeva al mio occhio furtivo un’aria attenta. Nel bel mezzo del mio scribacchiare operoso cominciavo a lavorar di fantasia; e sebbene, quando il grattare della penna si arrestava per un attimo, regnassero nella stanza un silenzio e un’immobilità assoluti, soffrivo di quella profonda inquietudine e confusione mentale dovuta a un frastuono violento e minaccioso – come quello, per esempio, di una forte burrasca in mare. Forse alcuni di voi sanno cosa voglio dire, – quel misto di ansia, d’angoscia, e d’irritazione in cui s’insinua un vago senso di paura – spiacevole da ammettere, ma che conferisce un tacito riconoscimento alla propria capacità di resistenza. Non rivendico alcun merito per aver sopportato la tensione delle emozioni di Jim; potevo rifugiarmi nelle lettere; se necessario avrei anche potuto scrivere a degli estranei. D’un tratto, mentre stavo prendendo un altro foglio di carta, udii un suono sommesso, il primo che mi giungesse all’orecchio nell’immobile oscurità della stanza, da quando eravamo lì dentro insieme. Rimasi con la testa china, la mano bloccata. Chi ha vegliato vicino al letto di un infermo ha certo udito tali deboli suoni nel silenzio delle notti vigili, suoni estorti a un corpo tormentato, a un’anima sfinita. Lui spinse la porta a vetri con tanta forza che questi tintinnarono; uscì fuori, e io trattenni il respiro, tendendo le orecchie senza sapere cos’altro mi aspettassi di udire. Davvero si prendeva troppo a cuore una vuota formalità che secondo le intransigenti critiche di Chester non valeva l’attenzione di chi è capace di vedere le cose come sono. Una vuota formalità; un pezzo di pergamena. Già, già. Quanto all’inaccessibile deposito di guano, questa era tutt’altra storia. Uno poteva benissimo farsi venire un infarto per questo. Un debole scoppio di molte voci mescolate al tintinnio dell’argenteria e dei cristalli salì ondeggiando dalla sala da pranzo al piano di sotto; attraverso la porta aperta il bordo esterno del cerchio di luce irradiato dalla candela gli sfiorava la schiena; al di là, tutto nero; era al limite di una vasta oscurità, come una figura solitaria sulla spiaggia di un oceano cupo e senza speranza. In esso c’era – è vero – la Walpole Reef; un puntino nel vuoto tenebroso, una pagliuzza per l’uomo che annega. La mia compassione per lui si formulò nel pensiero che non mi sarebbe piaciuto che i suoi lo vedessero in quel momento. Io stesso lo trovavo penoso. La schiena non era più scossa dai sussulti; stava dritto come una freccia, appena visibile, e immobile; e il significato di quell’immobilità mi si immerse in fondo all’anima come il piombo nell’acqua, appesantendola tanto che per un attimo mi augurai cordialmente non mi restasse nient’altro da fare che pagargli il funerale. Perfino la legge non ne voleva più sapere di lui. Seppellirlo sarebbe stato un atto gentile che costava così poco! Si sarebbe intonato così bene alla saggezza della vita, che consiste nel far scomparire tutti i richiami alla nostra follia, alla nostra debolezza, alla nostra condizione mortale; tutti gli ostacoli che si frappongono alla nostra efficienza – il ricordo dei nostri fallimenti, i segni delle nostre indomabili paure, i corpi dei nostri amici morti. Forse se la prendeva troppo a cuore davvero. E in tal caso allora – l’offerta di Chester… A questo punto presi un altro foglio e mi misi a scrivere con decisione. Non c’ero che io tra lui e l’oceano scuro. Mi sentivo responsabile. Se parlavo, quel giovane immobile e sofferente sarebbe saltato nel buio – si sarebbe aggrappato alla pagliuzza? Scoprii come può essere difficile talvolta articolare un suono. La parola espressa ha un misterioso potere. E perché no, diamine? Mi chiedevo insistentemente tirando avanti a scrivere. Tutt’a un tratto, sulla pagina bianca, proprio sotto la punta della penna, le due figure di Chester e del suo antico socio, nettissime e perfette, balzarono in rilievo con andatura e gesti, come riprodotte nel campo di un giocattolo ottico. Decisi di osservarle per un po’. No! Erano troppo spettrali e stravaganti per intervenire nel destino di chiunque. E una parola porta lontano – molto lontano – diffonde distruzione nel tempo come le pallottole si proiettano nello spazio. Non fiatai; e lui, là fuori con le spalle alla luce, come legato e imbavagliato da tutti gli invisibili nemici dell’uomo, non mosse ciglio né emise suono».
Capitolo sedicesimo
«Si avvicinava il giorno in cui l’avrei visto amato, stimato, ammirato, col suo nome circonfuso di una fama leggendaria di forza e di valore quasi avesse avuto la stoffa dell’eroe. È vero – ve l’assicuro; com’è vero che sono qui seduto a parlare di lui a vuoto. Lui, da parte sua, aveva quella capacità di scorgere al minimo cenno il volto del suo desiderio e la forma del suo sogno, senza la quale il mondo non conoscerebbe neanche un amante o un avventuriero. Si conquistò molto onore e una beatitudine arcadica (non parlerò di innocenza) nella boscaglia, e ciò valeva per lui quanto per un altro l’onore e la beatitudine arcadica delle strade. La felicità, la felicità – come dire – si beve a grandi sorsi da una coppa d’oro a qualsiasi latitudine: l’aroma è in noi – in noi soltanto, e lo possiamo rendere inebriante a piacere. Lui era di quelli che bevono a fondo, come potete dedurre da quanto già raccontato. Lo trovai, se non proprio ubriaco, almeno eccitato per l’elisir che aveva sempre alle labbra. Non era stata una conquista immediata. Aveva passato, come sapete, un periodo di prova tra fornitori navali infernali, durante il quale lui aveva sofferto e io avevo temuto per – per – la mia fiducia – definiamola pure così. Non direi di essere perfettamente tranquillo neanche adesso, che l’ho osservato in tutto il suo splendore. Fu così che lo vidi l’ultima volta – bene in luce, dominatore, ma allo stesso tempo in totale accordo con l’ambiente circostante – con la vita delle foreste e con la vita degli uomini. Riconosco che ne fui impressionato, ma tra me e me devo ammettere che in fondo non è quella l’impressione duratura. Era protetto dal suo isolamento, unico campione di una razza superiore, in stretto contatto con la Natura, che resta fedele così facilmente a chi l’ama. Ma non riesco a fissarmi davanti agli occhi l’immagine della sua salvezza. Lo ricorderò sempre com’era quando lo vidi attraverso la porta aperta della mia stanza, che se la prendeva, forse, troppo a cuore per le mere conseguenze del suo fallimento. Naturalmente, mi fa piacere che dai miei sforzi sia derivato un po’ di bene – e addirittura un po’ di splendore; ma a volte ho l’impressione che sarebbe stato meglio per la mia tranquillità d’animo se non mi fossi messo in mezzo fra lui e l’offerta maledettamente generosa di Chester. Mi domando come la sua immaginazione esuberante avrebbe trasformato l’isolotto di Walpole – quel briciolo di terra abbandonato da Dio e dagli uomini sulla distesa delle acque. È improbabile che lo sarei mai venuto a sapere, perché vi dirò che Chester, dopo aver fatto scalo in un porto australiano per rattoppare il suo anacronismo marittimo attrezzato a brigantino, prese il largo nel Pacifico con un equipaggio di ventidue uomini in tutto, e l’unica notizia che possa avere una qualche attinenza col mistero del suo destino fu quella di un uragano che pare abbia spazzato nel suo percorso le secche di Walpole, un mese dopo o giù di lì. Nessuna traccia degli Argonauti venne mai a galla; nessun suono uscì da quella distesa desolata. Finis! Il Pacifico è il più discreto degli oceani vivi, impetuosi: anche il gelido Antartico sa tenere un segreto, ma più al modo di una tomba.
E vi è un che di sacro e di definitivo in tale discrezione, che è quanto noi tutti più o meno sinceramente siamo disposti ad ammettere – poiché cos’altro c’è che renda sopportabile l’idea della morte? Fine! Finis! La potente parola che esorcizza dalla casa della vita l’ombra ossessionante del fato. Ecco – nonostante la testimonianza dei miei occhi e le sue stesse calorose conferme – cosa mi manca quando mi metto a rievocare il successo di Jim. Finché c’è vita c’è speranza, senz’altro; ma anche paura. Non voglio dire che rimpiango quel che ho fatto, né dar da bere che per questo non dormo la notte; e tuttavia mi s’insinua costante l’idea che lui dava tanta importanza al suo disonore mentre solo la colpa è importante. Lui non mi era chiaro – se così posso dire. Non era chiaro. E c’è da sospettare che non fosse chiaro nemmeno a se stesso. Con quella sua nobile suscettibilità, quei suoi nobili sentimenti, quelle sue nobili aspirazioni – una specie di egoismo sublimato, idealizzato. Era – se mi consentite di dirlo – molto nobile; molto nobile – e molto disgraziato. Una natura appena un po’ più grezza non avrebbe sopportato quella tensione; sarebbe dovuta scendere a patti con se stessa – sospirando, grugnendo, o anche ridendo fragorosamente; un’altra ancora più grezza sarebbe rimasta di un’ignoranza invulnerabile e del tutto priva di interesse.
Ma era troppo interessante o troppo disgraziato perché lo si buttasse in pasto ai cani, o anche solo a Chester. Lo avvertii mentre me ne stavo seduto con la faccia sul foglio e lui si dibatteva e ansimava, lottando in quel modo terribilmente furtivo per cercare di riprendere fiato, nella mia stanza; lo avvertii quando si precipitò fuori sulla veranda come per buttarsi di sotto – e non lo fece; lo avvertii sempre più tutto il tempo che rimase fuori, debolmente illuminato sullo sfondo della notte, quasi fosse in piedi in riva a un mare cupo e senza speranza.
Un rombo forte e improvviso mi fece alzar la testa. Il rumore parve rotolar via, e di botto una luce violenta e abbagliante illuminò il volto cieco della notte. Il bagliore prolungato e accecante sembrò durare per un tempo assurdo. Il brontolio del tuono continuò a crescere mentre io lo guardavo, nitido e nero, solidamente piantato sulle rive di un mare di luce. Al culmine del fulgore ripiombò l’oscurità con uno scoppio supremo, e lui mi si dissolse completamente davanti agli occhi accecati come disintegrato in atomi. Passò un sibilo furioso; mani inferocite parvero strappare gli arbusti con tutte le proprie forze, scuotere le cime degli alberi là sotto, sbattere porte, rompere vetri, lungo tutta la facciata dell’edificio. Rientrò, chiudendosi dietro la porta, e mi trovò chino sul tavolo: l’ansia improvvisa che mi colse per cosa avrebbe detto fu enorme, simile alla paura. “Posso avere una sigaretta?”, chiese. Diedi una spinta alla scatola senza alzare il capo. “Ho bisogno – ho bisogno – di tabacco”, borbottò. Mi sentii estremamente leggero. “Un attimo solo”, brontolai, affabilmente. Fece alcuni passi ora qui ora là. “È passata”, gli udii dire. Un colpo di tuono isolato e lontano venne su dal mare come il segnale di soccorso sparato da un cannone. “Il monsone comincia presto quest’anno”, osservò, in tono discorsivo, da non so dove dietro le mie spalle. Ciò m’incoraggiò a voltarmi, cosa che feci non appena ebbi finito di scrivere l’indirizzo sull’ultima busta. Stava fumando avidamente al centro della stanza, e per quanto avesse avvertito il mio movimento, continuò a voltarmi la schiena per un po’.
“Via – me la sono cavata abbastanza bene”, disse, ruotando improvvisamente su se stesso. “Il conto è stato in parte pagato – non molto. Chissà cosa deve ancora venire”. Il suo viso non mostrava traccia di emozione, appariva solo un po’ più scuro e gonfio, come se avesse trattenuto il respiro. Sorrise a malincuore, per così dire, e proseguì mentre me ne stavo zitto a guardarlo… “Grazie, però – la sua stanza – proprio quel che ci vuole – per uno – maledettamente giù”… La pioggia tamburellava e scrosciava in giardino; una grondaia (doveva esserci un buco) subito fuori della finestra si esibiva nella parodia di un pianto dirotto di sventure tra buffi singhiozzi e lamenti gorgoglianti, interrotti da spasmodici sussulti di silenzio… “Un po’ di riparo”, borbottò e tacque.
Il bagliore attutito di un lampo balenò attraverso la nera intelaiatura delle finestre e rifluì via senza il minimo rumore. Pensavo al modo migliore di rivolgermi a lui (non volevo si sbarazzasse di me un’altra volta) quando fece una risatina. “Proprio come un vagabondo ora”… il mozzicone della sigaretta gli si andava spegnendo tra le dita… “senza neanche un – neanche un”, pronunciò lentamente; “e tuttavia…”. S’interruppe; la pioggia cadeva con violenza raddoppiata. “Un giorno deve per forza capitare un’occasione di riavere tutto. Deve!”, sussurrò, distintamente, fissando corrucciato le mie scarpe.
Non sapevo neppure cosa fosse ciò che desiderava così ardentemente riconquistare, cosa fosse ciò che aveva così irrimediabilmente perduto. Forse tanto che era impossibile esprimerlo a parole. Un pezzo di pergamena, secondo Chester… Sollevò verso di me uno sguardo indagatore. “Forse. Se la vita è abbastanza lunga”, borbottai tra i denti con animosità immotivata. “Non ci conti troppo”.
“Per Giove! Mi sento come se nulla potesse più toccarmi”, disse, in tono di cupa convinzione. “Se quest’affare non è riuscito a stendermi a terra, allora non c’è da temere che non basti il tempo per – arrampicarsi fuori, e…”. Guardò in su.
D’un tratto mi venne in mente che è tra gente come lui che si recluta il grande esercito di derelitti e sbandati, l’esercito che marciando scende sempre più giù in tutti i bassifondi del mondo. Appena uscito dalla mia stanza, quel “po’ di riparo”, si sarebbe schierato nei ranghi, e messo in cammino verso l’abisso senza fondo. Io almeno non m’illudevo; ma ero ancora io, che fino a un momento prima ero stato così convinto del potere delle parole, e ora avevo paura di parlare, proprio come chi non osa muoversi per timore di lasciare andare una presa scivolosa. È quando cerchiamo di venire a contatto con le più intime esigenze di un altro che ci rendiamo conto di come siano incomprensibili, mutevoli, e vaghi gli esseri che condividono con noi la vista delle stelle e il calore del sole. È come se la solitudine fosse una condizione dura e assoluta dell’esistenza; l’involucro di carne e sangue sul quale fissiamo gli occhi svanisce davanti alla mano tesa, e resta soltanto lo spirito capriccioso, inconsolabile, e sfuggente che nessuno sguardo può seguire, nessuna mano afferrare. La paura di perderlo mi faceva tacere, poiché d’un tratto e con forza inaudita mi si ficcò in testa che se l’avessi lasciato scivolar via nel buio non me lo sarei mai perdonato.
“Be’. Grazie – ancora. Lei è stato – ehm – straordinariamente – davvero non ci sono parole per… Straordinariamente! Non capisco proprio perché. Temo di non sentirmi grato come sarei se tutta questa faccenda non mi fosse piombata addosso così brutalmente. Perché in fondo… lei stesso…”. Balbettò.
“Può darsi”, feci di rimando. Aggrottò le sopracciglia.
“In ogni caso, si è responsabili”. Mi scrutava come un falco.
“E anche questo è vero”, dissi.
“Be’. L’ho vissuta fino in fondo, e non intendo permettere che nessuno me lo rinfacci senza – senza – prendermela”. Serrò rabbiosamente il pugno.
“C’è sempre lei stesso”, dissi con un sorriso – assai poco allegro, lo sa il cielo – ma lui mi guardò minaccioso. “Questi sono affari miei”, disse. Un’aria di indomita determinazione si diffuse sul suo viso, poi svanì come un’ombra vana e passeggera. Subito dopo tornò a sembrare il caro e buon ragazzo nei guai di prima. Gettò via la sigaretta. “Addio”, disse, con la fretta improvvisa di uno che ha indugiato troppo dato il lavoro urgente che l’aspetta; e poi per circa un secondo non si mosse minimamente. L’acquazzone veniva giù con il flusso pesante e ininterrotto di un diluvio impetuoso, con uno scroscio furibondo, incontrollato, e travolgente che rievocava immagini di ponti che crollano, di alberi sradicati, di montagne minate. Nessuno avrebbe pensato di affrontare la fiumana torrenziale e precipitosa che pareva frangersi e turbinare vorticosamente contro l’immobile penombra che come un’isola ci faceva da precario riparo. La grondaia bucata gorgogliava, soffocava, sputacchiava, e spruzzava, odiosa presa in giro di un nuotatore in lotta per la vita. “Piove”, protestai, “e io…”. “Che piova o ci sia il sole”, cominciò a dire, bruscamente, s’interruppe, e si avviò alla finestra. “Un diluvio in piena regola”, borbottò poco dopo; appoggiò la fronte al vetro. “È anche buio”.
“Sì, molto buio”, dissi.
Fece perno sui talloni, attraversò la stanza, e aveva già aperto la porta che dava sul corridoio prima che io balzassi su dalla sedia. “Aspetti”, gridai, “voglio che lei…”. “Non posso cenare con lei anche stasera”, inveì, con un piede già fuori della camera. “Non ho la minima intenzione d’invitarla”, gridai. Al che ritrasse il piede, ma rimase diffidente nel bel mezzo della soglia. Non persi tempo e lo supplicai con calore di non essere assurdo; di venire dentro e chiudere la porta».
Capitolo diciassettesimo
«Finalmente rientrò; ma credo che fu soprattutto a causa della pioggia; proprio allora veniva giù con una violenza rovinosa che si acquietò a poco a poco mentre parlavamo. Il suo atteggiamento era calmo e risoluto; il suo contegno quello di un uomo taciturno per natura ossessionato da un’idea. Il mio discorso verteva sull’aspetto materiale della sua posizione; aveva l’unico scopo di salvarlo dall’abbrutimento, dalla rovina, e dalla disperazione che là fuori ci mettono così poco a sommergere un uomo senza amici e senza casa; lo scongiurai di accettare il mio aiuto; portai in ballo argomenti sensati: e ogni volta che alzavo gli occhi verso quella faccia liscia e assorta, così seria e giovane, provavo la spiacevole sensazione di non essere di nessun aiuto ma anzi di ostacolo a non so quale conflitto misterioso, inesplicabile, impalpabile del suo animo ferito.
“Suppongo intenda mangiare, bere e dormire al riparo come fanno tutti”, ricordo di aver detto irritato. “Dice che non ha intenzione di toccare il denaro che le è dovuto”… Arrivò quasi a fare un gesto d’orrore, per quanto è possibile a individui della sua razza. (Come prim’ufficiale del Patna gli spettavano tre settimane e cinque giorni di paga.) “Be’, tanto è troppo poco comunque; ma che farà domani? Dove andrà a sbattere? Deve pur vivere…”. “Non è questo il punto”, fu il commento che gli sfuggì in un sussurro. Feci finta di niente, e continuai a confutare quelli che, secondo me, non erano che scrupoli di un’eccessiva delicatezza. “Sotto ogni punto di vista possibile e immaginabile”, conclusi, “deve permettermi di aiutarla”. “Non può”, disse con gran semplicità e dolcezza, e restando saldamente aggrappato a una qualche idea profonda, simile a uno specchio d’acqua nel buio, di cui riuscivo a intravedere il riflesso, ma che disperavo di poter mai avvicinare al punto di arrivare a misurarne la profondità. Esaminai la sua corporatura ben proporzionata. “Ad ogni modo”, dissi, “posso aiutare solo la parte di lei che vedo. Non pretendo di fare altro”. Scosse la testa, scettico, senza guardarmi. Mi scaldai molto. “Sì che posso”, insistetti. “Posso fare anche di più. Sto facendo di più. Le do fiducia…”. “Il denaro…”, attaccò. “Parola mia non li meriterebbe, altro che esser mandato al diavolo”, gridai calcando la nota d’indignazione. Trasalì, sorrise, e io portai in porto il mio attacco. “Non è affatto una questione di denaro. Lei è troppo superficiale”, dissi (e intanto pensavo tra me: Bel colpo! E dopo tutto forse lo è sul serio). “Guardi la lettera che voglio porti via. Scrivo a un uomo al quale non ho mai chiesto un piacere, e gli scrivo di lei in termini che ci si azzarda a usare solo parlando di un amico intimo. Mi assumo incondizionata responsabilità a suo riguardo. Ecco cosa sto facendo. E davvero se solo riflettesse un attimo a ciò che significa…”.
Alzò la testa. Aveva smesso di piovere; solo la grondaia continuava a versar lacrime con uno sgocciolio assurdo fuori della finestra. C’era un gran silenzio nella stanza, le cui ombre si addensavano negli angoli, lontano dalla fiamma immobile della candela che ardeva dritta a forma di pugnale; dopo un po’ il suo viso parve soffuso del riflesso di una luce fioca come se già cominciasse a spuntare l’alba. “Per Giove!” esclamò ansimando. “Com’è nobile da parte sua!”. Se improvvisamente mi avesse mostrato la lingua per schernirmi, non mi sarei certo sentito più umiliato. Pensai tra me – Ben mi sta per il mio vile inganno… Mi guardava dritto in faccia con occhi accesi, ma mi accorsi che non vi era traccia di ironia in quella luminosità. Tutt’a un tratto si mise a saltellare in preda a un’agitazione convulsa, come una di quelle marionette di legno piatto manovrate da un filo. Le braccia gli andarono in alto, poi ricaddero giù di botto. Non sembrava più lui. “E io non l’avevo capito”, gridò; poi all’improvviso si morse il labbro e aggrottò le sopracciglia. “Che maledetto asino sono stato”, disse molto lentamente in tono sbigottito… “Lei è un vero amico”, gridò poi con voce smorzata. Mi afferrò la mano come se l’avesse vista in quell’istante per la prima volta, e la lasciò cadere subito. “Accidenti! È proprio questo che io – lei – io…”, balbettò, e poi ritornando all’atteggiamento testardo, potrei dire da mulo, di prima, attaccò con difficoltà: “Sarei una bestia ora se…”, e a questo punto parve spezzargli la voce. “Certo, certo”, dissi. Ero quasi allarmato da quella dimostrazione di sentimento, nella quale s’insinuava una strana esaltazione. Avevo tirato il filo a caso, per così dire, senza capire a fondo il funzionamento del giocattolo. “Ora devo andare”, disse. “Per Giove! Se mi ha aiutato. Non riesco a star fermo. Proprio quello…”. Mi guardò con sbigottita ammirazione. “Proprio quello…”.
Proprio quel che ci voleva, certo. Dieci contro uno che l’avevo salvato dall’inedia – quel tipo particolare d’inedia che quasi invariabilmente s’accompagna al bere. Ecco tutto. Non mi facevo la minima illusione in merito, ma guardandolo, mi lasciai andare a fantasticare sulla natura della sua illusione, quella che, nell’arco degli ultimi tre minuti, si era così evidentemente messa in petto. Gli avevo cacciato in mano a forza il mezzo per tirare avanti in modo decente in quella faccenda seria che è la vita, per procurarsi di che mangiare, bere, e dormire normalmente mentre il suo animo ferito, come un uccello con un’ala spezzata, a furia di saltelli e svolazzi si sarebbe infilato in qualche buco a morirvi in pace d’inedia. Ecco cosa l’avevo costretto ad accettare: una cosa piccolissima; e – meraviglia! – per come era stata ricevuta essa appariva al tenue lume della candela come un’ombra grande, indistinta, forse pericolosa. “Non se la prenda se non trovo le parole giuste”, esplose. “Non ci sono parole per esprimersi. Già ieri sera mi ha fatto un mare di bene. Standomi ad ascoltare – sa. Le do la mia parola che ho creduto più d’una volta di perdere la testa…”. Si lanciò – lanciò letteralmente – ora qui ora là, si infilò le mani in tasca, le ritirò fuori con uno strattone, si buttò il berretto in testa. Non avevo la più pallida idea che potesse essere così gaio e vivace. Mi venne in mente una foglia secca imprigionata in un turbine, mentre un’apprensione misteriosa, un peso di dubbio imprecisato, mi schiacciava giù sulla sedia. Rimase fermo impalato, come paralizzato da una scoperta. “Mi ha dato fiducia”, dichiarò, calmo. “Oh! Per amor di Dio, caro ragazzo – basta!”, lo scongiurai, quasi mi avesse offeso. “D’accordo. Mi tapperò la bocca ora e in avvenire. Non può impedirmi di pensare tuttavia… Pazienza!… Però le farò vedere…”. Si diresse alla porta in fretta, si fermò un attimo a testa bassa, e tornò indietro, a passi cadenzati. “Ho sempre pensato che se un individuo potesse cominciare tutto daccapo… E adesso lei… in un certo senso… sì… tutto daccapo”. Agitai la mano in segno di saluto, lui uscì con andatura decisa senza voltarsi a guardare; il suono dei suoi passi svanì a poco a poco dietro la porta chiusa – la camminata risoluta di un uomo che avanza in pieno giorno.
Ma in quanto a me, rimasto solo con quell’unica candela, mi ritrovai stranamente al buio. Non ero più così giovane da riuscire a scorgere ogni volta la magnificenza che circonda i nostri passi insignificanti nel bene e nel male. Sorrisi al pensiero che, in fondo, era pur sempre lui, di noi due, ad avere la luce. E mi sentii triste. Tutto daccapo, aveva detto? Come se la parola iniziale di ogni nostro destino non fosse incisa a caratteri indelebili sulla superficie di una roccia».
Capitolo diciottesimo
«Sei mesi dopo mi scrisse il mio amico (uno scapolo cinico che aveva passato la mezza età, famoso per essere eccentrico, e proprietario di una pileria di riso) e, giudicando dal calore della mia raccomandazione, che mi avrebbe fatto piacere, si dilungava alquanto sulle straordinarie qualità di Jim, manifestamente poco appariscenti ma efficaci. “Non essendo finora riuscito a trovare nel mio cuore altro che una rassegnata tolleranza nei confronti di qualsiasi rappresentante della mia specie, ho vissuto a tutt’oggi solo in una casa che perfino in questo clima torrido verrebbe considerata troppo grande per un’unica persona. Da qualche tempo l’ho fatto venire a stare con me. Pare non sia stata una cattiva idea”. Leggendo quella lettera avevo l’impressione che il mio amico nel suo cuore avesse trovato qualcosa di più della tolleranza nei confronti di Jim – che ci fossero i sintomi di una viva simpatia. Naturalmente esprimeva le proprie opinioni in un modo tutto suo. Tanto per cominciare, Jim manteneva la sua freschezza nonostante il clima. Fosse stato una ragazza – scriveva il mio amico – si sarebbe potuto dire che sbocciava – sbocciava timidamente – come una violetta, non come quei chiassosi fiori tropicali. Era in casa da sei settimane, e non si era ancora attentato a dargli una manata sulla schiena, o a rivolgersi a lui con “vecchio mio”, o a darsi da fare perché si sentisse un decrepito fossile. Non aveva niente della chiacchiera esasperante dei giovani. Era di indole buona, di non molte parole, ben lungi dall’essere troppo intelligente, grazie al cielo – scriveva il mio amico. Abbastanza tuttavia, pareva, da apprezzare senza chiasso il suo spirito, mentre, d’altra parte lo divertiva per quella sua ingenuità. “Su di lui c’è ancora la rugiada, e da quando ho avuto la brillante idea di dargli una camera in casa e di tenerlo a mangiare con me mi sento meno appassito anch’io. L’altro giorno gli è saltato in testa di attraversare la stanza senz’altro scopo che quello di aprirmi la porta; e mi sono sentito più vicino all’umanità di quanto non lo fossi da anni. Ridicolo, no? Naturalmente intuisco che debba esserci sotto qualcosa – qualche tremendo pasticcio – a te perfettamente noto – ma se anche sono sicuro che si tratta di cosa terribilmente odiosa, mi figuro che si possa riuscire a perdonarla. Da parte mia, mi dichiaro incapace di immaginarlo colpevole di un reato molto più grave di un furto in un orto. Lo è molto più grave? Forse avresti fatto bene a dirmelo; ma è da tanto che tutti e due siamo ormai diventati santi che magari ti sei dimenticato che, anche noi, abbiamo peccato ai nostri tempi? Può darsi che un giorno debba chiedertelo, e allora pretenderò una risposta. Non ci tengo a interrogarlo personalmente finché non ho una qualche idea di cosa si tratta. Inoltre, è ancora prematuro. Aspettiamo che mi apra la porta qualche altra volta…”. Così il mio amico. Ero tre volte compiaciuto – perché Jim prometteva così bene, per il tono della lettera, per il mio stesso intuito. Provava che avevo agito con cognizione di causa. Avevo visto giusto nei caratteri delle persone, e via di seguito. Perché stupirsi se ne fosse saltato fuori qualcosa d’imprevisto e di meraviglioso? Quella sera, disteso su una sedia a sdraio all’ombra del tendone del cassero di poppa (in porto a Hong Kong), posi a favore di Jim la prima pietra di un castello in aria.
Feci un viaggio verso il nord, e di ritorno trovai ad attendermi un’altra lettera del mio amico. Fu la busta che strappai per prima. “Cucchiai non ne mancano, ch’io sappia”, esordiva la prima riga; “mi interessava troppo poco accertarmene. Se n’è andato, lasciando sul tavolo della prima colazione un formale bigliettino di scuse, che delle due una, o è stupido o è senza cuore. Probabilmente entrambe le cose – e per me non fa nessuna differenza. Permettimi di dirti, in caso tu avessi in serbo qualche altro giovanotto misterioso, che ho chiuso bottega, definitivamente e per sempre. Questa è l’ultima eccentricità della quale mi si potrà accusare. Non pensare neanche per un attimo che me ne importi un fico; ma sui campi da tennis è molto rimpianto, e nel mio stesso interesse al circolo ho raccontato una frottola plausibile…”. Buttai la lettera da parte e mi misi a esaminare attentamente il mucchio sul tavolo, finché non m’imbattei nella calligrafia di Jim. Ci credereste? Una probabilità su cento! Ma è sempre quella centesima a verificarsi! Il secondo macchinista del Patna, quello piccolotto, un bel giorno si era presentato alla pileria in condizioni più o meno pietose, e aveva ottenuto un lavoro temporaneo come sorvegliante del macchinario. “Non potevo sopportare la familiarità di quella bestiola”, scriveva Jim da un porto di mare settecento miglia a sud del luogo ove avrebbe dovuto stare da papa. “Adesso per il momento sono con Egström & Blake, fornitori navali, in qualità di – be’ – galoppino, per dir le cose come sono. Per le referenze ho fatto il suo nome, che naturalmente conoscono, e se potesse scrivere una buona parola su di me diventerebbe un impiego fisso”. Ero letteralmente schiacciato sotto le rovine del mio castello, ma va da sé che scrissi secondo la sua richiesta. Prima della fine dell’anno il mio nuovo nolo mi portò da quelle parti, ed ebbi così modo di vederlo.
Era ancora con Egström & Blake, e ci incontrammo in quello che essi definivano “il nostro salottino”, attiguo al magazzino. Era appena rientrato dall’aver abbordato una nave, e mi affrontò a testa bassa, pronto allo scontro. “Cosa ha da dire in sua difesa?”, cominciai, subito dopo esserci stretti la mano. “Quel che le ho scritto – non una parola di più”, disse con aria cocciuta. “Quel tizio ha spifferato tutto – o cosa?”, domandai. Alzò lo sguardo verso di me con un sorriso turbato. “Oh, no! Assolutamente. Ne aveva fatto una specie di patto segreto tra noi due. Era maledettissimamente misterioso tutte le volte che arrivavo alla pileria; mi ammiccava in modo rispettoso – come per dire, ‘Noi sappiamo ciò che sappiamo’. Diabolicamente strisciante e amicone – e altre cose del genere”. Si buttò su una sedia e rimase a fissarmi le gambe. “Un giorno per caso ci trovavamo soli e quello ebbe la sfacciataggine di dire: ‘Be’, signor James’ – mi chiamavano signor James là come fossi stato il figlio del padrone – ‘eccoci di nuovo insieme. Si sta meglio qui – vero – che su quella vecchia nave?’… Non era spaventoso, eh? Lo guardai e lui assunse un’aria saputa. ‘Stia tranquillo, signore’, dice. ‘Riconosco un gentiluomo quando ne vedo uno, e so cosa prova un gentiluomo. Spero, tuttavia, che mi aiuterà a conservare questo lavoro. Non ho avuto vita facile neanch’io, in seguito a tutto quel chiasso a proposito di quel vecchio rottame del Patna’. Per Giove! Era orribile. Non so cosa avrei detto o fatto se proprio in quel momento non avessi udito nel corridoio il signor Denver chiamarmi. Era ora di pranzo, e ci avviammo insieme per il cortile e attraverso il giardino al bungalow. Cominciò a prendermi in giro con quel suo modo gentile… Credo mi volesse bene…”.
Jim tacque per un po’.
“Lo so che mi voleva bene. Per quello era tanto difficile. Una persona così straordinaria! Quella mattina mi fece scivolare la mano sotto il braccio… Anche lui mi trattava con familiarità”. Scoppiò in una risatina, e lasciò cadere il mento sul petto. “Bah! Quando mi tornava in mente come mi aveva parlato quella lurida bestiola”, riattaccò d’un tratto con voce vibrante, “non riuscivo a mandar giù l’idea che io… Immagino capisca…”. Annuii… “Quasi come un padre”, gridò; la voce gli si abbassò. Avrei dovuto raccontargli tutto. Non poteva continuare così – no?” “Allora?” mormorai, dopo aver aspettato un po’. “Ho preferito andarmene”, disse, lentamente; “questa faccenda dev’essere sepolta”.
Sentivamo nel negozio Blake che ingiuriava Egström con voce aggressiva, sforzata. Erano soci da molti anni, e ogni giorno dal momento in cui si aprivano le porte fino all’ultimo minuto prima della chiusura, si poteva udire Blake, un ometto dai capelli lustri e neri come il carbone e dagli occhietti piccoli e tristi, strapazzare senza sosta il socio con una specie di furia lamentosa e mordace. L’accompagnamento di quelle eterne scenate faceva parte del luogo come gli altri infissi; perfino gli estranei finivano per ignorarlo completamente se non per borbottare forse “Che scocciatura”, o scattare in piedi per andare a chiudere la porta del “salottino”. Lo stesso Egström, uno scandinavo pesante, tutt’ossa, con un’aria affaccendata e due immensi favoriti biondi, continuava a dirigere il personale, controllare pacchi, emettere fatture o scrivere lettere a un tavolo rialzato nel negozio, comportandosi in quel fracasso esattamente allo stesso modo che se fosse stato sordo come una campana. Di tanto in tanto emetteva uno “Ssssh” annoiato e meccanico, che non produceva né mirava a produrre il minimo effetto. “Non mi trattano affatto male qui”, disse Jim. “Blake è un mascalzoncello, ma su Egström nulla da dire”. Si alzò rapido, e avvicinatosi con passi misurati a un telescopio a treppiede situato nel vano della finestra e puntato sulla rada, vi adattò l’occhio. “Ecco la nave che è rimasta in panna là fuori tutta la mattina, ha preso una bava di vento ora e sta entrando”, osservò, pazientemente; “devo andare ad abbordarla”. Ci stringemmo la mano in silenzio, e si voltò per andarsene. “Jim!”, gridai. Si girò con la mano sulla maniglia. “Ha, ha buttato via qualcosa come una fortuna”. Rifece tutto il percorso dalla porta fino a me. “Un vecchio così straordinario”, disse. “Come potevo? Come potevo?”. Ebbe una contrazione alle labbra. “Qui non ha importanza”. “Oh! lei – lei” – cominciai, ma dovetti andare in cerca della parola giusta, e prima di rendermi conto che non c’era un sostantivo che si attagliasse alla perfezione, era sparito. Sentii fuori la voce dolce e profonda di Egström dire gioiosa: “È la Sarah W. Granger, Jimmy. Devi farcela a essere a bordo per primo”; e all’istante s’intromise Blake, sbraitando come un pappagallo offeso: “Di’ al capitano che abbiamo posta per lui qui. Ciò lo farà venire. Capito, signor Vattelappesca?”. Ed ecco Jim rispondere a Egström con una sfumatura infantile nel tono. “Va bene. Farò una volata”. In quelle regate a vela sembrava sfuggire alla miseria del mestiere.
Per quella volta non lo vidi più, ma il viaggio successivo (avevo un nolo di sei mesi) mi ripresentai al negozio. Già a una decina di metri dalla porta fui raggiunto dalle grida ingiuriose di Blake che, al mio entrare, mi diede un’occhiata estremamente depressa; Egström, tutto sorrisi, si fece avanti, tendendo una grande mano ossuta. “Lieto di vederla, capitano… Sssh… Ci pensavo proprio che doveva star per tornare da queste parti. Come ha detto, signore?… Sssh… Oh! Quello! Ci ha lasciati. Venga nel salottino”. …La porta si chiuse sbattendo e la voce sforzata di Blake si fece fioca, come la voce di uno che sbraiti disperatamente in un deserto… “Ci ha messo anche in gran difficoltà. Ci ha proprio trattati male – devo dire…”. “Dov’è andato? Lo sa?” domandai. “No. Non vale neanche la pena chiederlo”, disse Egström, in piedi compiacente davanti a me con i suoi favoriti, le goffe braccia ciondoloni lungo i fianchi e una sottile catena d’orologio d’argento agganciata molto in basso su un panciotto spiegazzato di lana pettinata blu. “Un uomo simile non va da nessuna parte in particolare”. Ero troppo preso dalla notizia per chiedergli di spiegarmi quella solenne dichiarazione, e lui proseguì. “Ci ha lasciati – vediamo – proprio lo stesso giorno in cui un piroscafo carico di pellegrini di ritorno dal Mar Rosso è riparato qui con due pale dell’elica andate. Tre settimane fa ormai”. “Si sono forse fatte delle chiacchiere sul caso del Patna?”, chiesi, temendo il peggio. Trasalì, e mi guardò come fossi stato uno stregone. “Sì, diamine! Come fa a saperlo? Alcuni di loro ne parlavano proprio qui. C’erano un capitano o due, il direttore dell’officina meccanica Vanlo al porto, altri due o tre e io. C’era anche Jim, che si faceva un panino con un bicchiere di birra; quando c’è molto lavoro – vede, capitano – non abbiamo tempo per un vero e proprio pasto. Se ne stava in piedi di fianco a questo tavolo a mangiar panini, mentre noialtri tutti intorno al telescopio osservavamo quel piroscafo entrare; e quasi subito il direttore di Vanlo si mise a parlare del capo macchinista del Patna; una volta gli aveva fatto delle riparazioni, e da questo venne a raccontarci che vecchio catorcio era la nave, e quanti soldi ci avevano fatto su. Accennò di passaggio alla sua ultima traversata, e allora intervenimmo tutti. Chi disse una cosa, chi un’altra – niente di che – quello che avrebbe potuto dire lei o chiunque; ci fu qualche risata. Il capitano O’Brien della Sarah W. Granger, un vecchio grande e grosso, rumoroso, col bastone – stava ad ascoltarci seduto qui in questa poltrona – puntato improvvisamente con forza il bastone per terra, esclama ruggendo: ‘Farabutti!’… Ci fece sobbalzare tutti quanti. Il direttore di Vanlo ci ammicca in segno d’intesa e chiede: ‘Che c’è, capitano O’Brien?’, ‘C’è!, c’è!’, si mise a gridare il vecchio; ‘cosa ridete, trogloditi? Non c’è niente da ridere. È un disonore dell’umanità – ecco cos’è. Mi vergognerei a farmi vedere nella stessa stanza con uno di quegli uomini. Sissignore!’, mi fissava quasi a voler attrarre la mia attenzione, e dovetti aprir bocca per pura cortesia. ‘Farabutti!’, dico, ‘certo, capitano O’Brien, e neanch’io ci terrei affatto ad averli qui, perciò è proprio al sicuro in questa stanza, capitano O’Brien. Prenda qualcosa di fresco da bere. Al diavolo il vostro bere, Egström’, fa lui, con un balenio nell’occhio; ‘quando vorrò da bere griderò per averlo. Io sloggio. C’è puzza adesso qui dentro’. Al che tutti gli altri scoppiano a ridere, e via anche loro dietro al vecchio. E allora, signore, quel dannato di Jim mette giù il panino che aveva in mano e girando intorno al tavolo arriva da me; c’era lì il suo bicchiere di birra colmo appena riempito. ‘Me ne vado’, dice – proprio così. ‘Non è ancora l’una e mezzo’, faccio io; ‘ti ci sta una fumatina prima’. Credevo volesse dire che per lui era ora di tornar giù al lavoro. Quando ho capito le sue vere intenzioni, mi sono cascate le braccia – così! Non si trova un uomo del genere tutti i giorni, sa, signore; un vero diavolo per portare una barca a vela; pronto a uscire con qualsiasi tempo miglia e miglia in mare aperto per andare incontro alle navi. È capitato più d’una volta che un capitano entrasse qui tutto sorpreso, e appena aperto bocca diceva: ‘Bel pazzo incosciente quel vostro commesso marittimo, Egström. Procedevo con cautela alle prime luci del giorno a velatura ridotta quando mi sfreccia fuori della nebbia proprio sotto l’estrema prua una barca per metà sott’acqua, con spruzzi che arrivavano fin sopra la testa d’albero, due negri spaventati sui paglioli, un demonio urlante alla barra. Ehi! Ehi! Olà della nave! Olà! Capitano! Ehi! Ehi! L’uomo di Egström & Blake è il primo a passarle parola! Ehi! Ehi! Egström & Blake! Salve ehi! uuuh! Un calcio ai negri – molla i terzaruoli – c’era una raffica in quel momento – si proietta in avanti sbraitando e mi urla di sciogliere le vele che mi avrebbe pilotato in porto – simile più a un demonio che a un uomo. Mai visto portare una barca così in vita mia. Non era mica ubriaco per caso – vero? Un tipo così tranquillo, così a modo nel parlare, anche – arrossiva come una fanciulla quando è venuto a bordo…’. Parola mia, capitano Marlow, quando Jim era fuori nessuno aveva speranze contro di noi con una nave nuova. Gli altri fornitori si limitavano a tenersi i loro vecchi clienti, e…”.
Egström parve sopraffatto dall’emozione.
“Ebbene, signore – proprio come se non gli importasse di andare anche cento miglia al largo su una vecchia scarpa pur di accaparrarsi una nave per la ditta. Se l’impresa fosse stata sua e ancora tutta da mettere in piedi, non avrebbe potuto fare di più a questo proposito. E adesso… di botto… così! Penso io tra me: ‘Oh! Oh! Un aumento di paga – è questo il problema – vero? Va bene’, faccio io, ‘con me non c’è bisogno di tutte queste storie, Jimmy. Basta tu mi dica la tua cifra. Qualunque essa sia purché ragionevole’. Mi guarda come se volesse mandar giù qualcosa che gli si era incollato in gola. ‘Non posso restare da voi’. ‘Che razza di scherzo è mai questo?’, domando. Scuote il capo, e gli ho letto negli occhi che se n’era già bell’e andato, signore. Allora mi sono voltato verso di lui e l’ho ricoperto di male parole. ‘Da cosa stai scappando?’, chiedo. ‘Chi ce l’ha con te? Cosa ti ha fatto paura? Sei più insensato di un topo; essi non fuggono da una buona nave. Dove credi di trovare un posto migliore? – questo che non sei altro e quello che non sei altro’. L’ho fatto diventar pallido come uno straccio, le assicuro. ‘Questa ditta non andrà a fondo’, dico io. Diede un gran balzo. ‘Addio’, dice, facendomi un cenno col capo da vero gentiluomo; ‘lei è una brava persona, Egström. Le do la mia parola che se conoscesse le mie ragioni non spenderebbe tanto fiato per tenermi’. ‘È la bugia più grossa che tu abbia mai detto in vita tua’, dico io; ‘so quel che faccio’. Mi aveva così imbestialito che dovetti mettermi a ridere. ‘Non puoi neanche fermarti il tempo di bere questo bicchiere di birra qui, poverino?’. Non so cosa gli abbia preso; sembrava non riuscisse più a trovar la porta; una scena comica, le assicuro, capitano. Me la sono bevuta io la birra. ‘Be’ se hai tanta fretta, lo bevo io il tuo bicchiere alla tua fortuna’, dico; ‘solo, bada alle mie parole, se continui con questo gioco ti accorgerai presto che la terra non è abbastanza grande da contenerti – ecco tutto’. Mi lanciò uno sguardo tetro, e via a precipizio con una faccia da far paura ai bambini”.
Egström sbuffò con amarezza, lisciandosi un favorito dai riflessi ramati con le dita nodose. “Mai più sono riuscito a trovare un uomo che valesse qualcosa. Nient’altro che preoccupazioni, preoccupazioni, preoccupazioni nel lavoro. E dove mai le è capitato di imbattersi in lui, capitano, se è lecito chiederlo?”
“Era il prim’ufficiale del Patna in quella famosa traversata”, dissi, sentendo di dovergli una qualche spiegazione. Per un po’ Egström rimase immobile, con le dita affondate nei capelli a lato del viso, e poi esplose. “E chi diavolo se ne cura?”
“Oserei dire nessuno”, cominciai… “E chi diavolo è lui – comunque – per agire così?”. Si ficcò improvvisamente in bocca il favorito di sinistra e rimase lì confuso. “Perdiana!”, esclamò, “gliel’ho detto io che la terra non sarebbe stata abbastanza grande da contenere le sue giravolte”».
Capitolo diciannovesimo
«Vi ho raccontato questi due episodi dettagliatamente per mostrare il suo modo di comportarsi nelle nuove condizioni di vita. Ce ne furono molti altri del genere, più di quanti ne potrei contare sulle dita delle due mani.
Avevano tutti la stessa sfumatura di assurda elevatezza d’intenti che rendeva la loro futilità profonda e commovente. Buttar via il pane quotidiano tanto per aver le mani libere per un corpo a corpo con un fantasma può essere un atto di prosaico eroismo. Altri l’avevano fatto prima di lui (ma noi che abbiamo vissuto sappiamo proprio bene che non è l’anima ossessionata ma il corpo affamato a creare un reietto), e quella follia che tornava a loro onore era stata applaudita da uomini a stomaco pieno e ben intenzionati a riempirlo ogni giorno. Era davvero disgraziato, perché tutta la sua temerarietà non riuscì a sottrarlo a quell’ombra. Un dubbio sempre gravava sul suo coraggio. La verità sembra essere che è impossibile seppellire il fantasma di un fatto. Lo si può affrontare o evitare – e io mi sono imbattuto in una o due persone in grado di far l’occhiolino alle loro ombre familiari. Ovviamente Jim non era di quest’ultimo tipo; ma non riuscivo mai a decidere se il suo modo di comportarsi mirasse a evitare il suo fantasma o ad affrontarlo apertamente.
Sforzai le mie facoltà mentali solo per scoprire che, come sempre quando si tratta dell’apparenza delle nostre azioni, la diversità di sfumatura era così lieve da non riuscire a distinguerla. Poteva essere una fuga o poteva essere un modo di battersi. Dall’opinione comune venne a essere conosciuto come un sasso che rotola, poiché questo era l’aspetto più buffo; dopo un certo tempo divenne notissimo, famigerato perfino, entro la cerchia dei suoi spostamenti (che aveva un diametro di, diciamo, tremila miglia), allo stesso modo in cui un tipo eccentrico è conosciuto da un’intera regione. Per esempio, a Bangkok, dove trovò impiego presso la ditta dei Fratelli Yucker, noleggiatori e commercianti di tek, era quasi patetico vederlo andare in giro sotto il sole tenendosi stretto il suo segreto, che perfino i più sperduti tronchi all’interno sul fiume conoscevano. Schomberg, gestore dell’albergo dove lui era alloggiato, un irsuto alsaziano dal portamento virile e un irrefrenabile divulgatore di tutti i pettegolezzi piccanti del luogo, soleva, entrambi i gomiti sul tavolo, propinare una fiorita versione della storia a qualsiasi cliente propenso a sorbire sapere insieme con i liquori più costosi. “E, badi, l’individuo migliore che si possa incontrare”, era la sua generosa conclusione; “un essere superiore”. Torna tutto a onore dell’eterogenea clientela che frequentava il locale di Schomberg il fatto che Jim sia riuscito a resistere a Bangkok per sei mesi filati. Notai che la gente, affatto estranea, si affezionava a lui come ci si affeziona a un bambino carino. Era di modi riservati, ma pareva che fossero il suo aspetto fisico, i capelli, gli occhi, il sorriso, a stringere amicizia per lui dovunque andasse. Per di più, non era certo uno sciocco. Udii Siegmund Yucker (originario della Svizzera), un essere dolce devastato da una terribile dispepsia, e così spaventosamente zoppo che a ogni suo passo la testa aveva un’oscillazione di un quarto di cerchio, dichiarare con stima che per essere così giovane egli era “di grande gabasidà”, quasi si fosse trattato di una semplice questione di centimetri cubici. “Perché non mandarlo all’interno?”, suggerii ansioso. (La ditta Fratelli Yucker aveva concessioni e foreste di tek nell’entroterra.) “Se ha la capacità, come lei dice, s’impratichirà presto al lavoro. E fisicamente è molto robusto. Gode sempre di ottima salute”. “Ach! È una gran gosa in quesdo baese non sovvrire di tispepscia”, sospirò il povero Yucker con invidia, gettando uno sguardo furtivo alla bocca del suo stomaco distrutto. Lo lasciai che tamburellava pensoso sulla scrivania borbottando: “Es ist eine idee. Es ist eine idee”. Sfortunatamente, proprio la sera stessa in albergo si verificò un fatto spiacevole.
Non ne do troppo la colpa a Jim, ma fu un incidente veramente increscioso. Apparteneva alla deplorevole serie delle risse da osteria, e la controparte era costituita da uno strabico danese non ben identificato il cui biglietto da visita, sotto il nome strampalato, recava la pomposa dicitura: primo tenente di vascello della Regia Marina Siamese. Costui, neanche a dirlo, era veramente negato al biliardo, ma non amava essere battuto, suppongo. Aveva già bevuto abbastanza da diventare sgradevole dopo la sesta partita, e fare osservazioni sprezzanti alle spalle di Jim. La maggioranza dei presenti non udì ciò che fu detto, e quanto a quelli che avevano udito, sembrò che la natura spaventosa delle immediate conseguenze che ne derivarono avesse fatto loro dimenticare dalla paura ogni ricordo preciso. Fu una vera fortuna per il danese che sapesse nuotare, perché la stanza dava su una veranda e il Menam, nero e larghissimo, vi scorreva sotto. Una barca piena di cinesi, diretti, con tutta probabilità, a una qualche spedizione ladresca, ripescò l’ufficiale del re del Siam, e Jim si presentò verso mezzanotte a bordo della mia nave senza cappello. “Tutti nella stanza sembravano essere a conoscenza”, disse, quasi ansimando ancora per la lite. Era piuttosto spiacente, in linea di massima, per l’accaduto, sebbene in quel caso non ci fosse stata, disse “altra scelta”. Ma ciò che lo costernava fu l’aver scoperto che la natura del suo fardello era ben nota a chiunque come se in tutto quel tempo fosse andato in giro portandoselo sulle spalle. Naturalmente dopo di ciò non poteva continuare a star lì. Fu condannato all’unisono per quella violenza brutale, così sconveniente per un uomo nella sua delicata posizione; chi sosteneva che in quel momento fosse stato vergognosamente ubriaco; chi criticava la sua mancanza di tatto. Perfino Schomberg era seccatissimo. “È un giovanotto molto carino”, mi disse, polemico, “ma anche il tenente è un individuo di prim’ordine. Cena ogni sera alla mia table d’hôte, sapete. E una stecca da biliardo è andata rotta. Non posso permetterlo. Stamattina per prima cosa sono andato a porgere le mie scuse al tenente, e credo che tutto sia a posto per quanto mi riguarda; ma provi solo a pensare, capitano, se tutti si dessero a simili passatempi! Che diamine, quello sarebbe potuto affogare! E qui non è questione di fare una scappata nella strada accanto per comprare una stecca nuova. Devo scrivere in Europa perché me la mandino. No, no! Un carattere così non va!”… Era estremamente addolorato in proposito.
Fu quello il peggiore incidente in assoluto nel corso della sua – della sua ritirata. Nessuno se ne rammaricava più di me; poiché se qualcuno diceva, come capitava, sentendolo nominare: “Oh, sì! Lo conosco. Ha vagabondato parecchio da queste parti”, tuttavia era sempre riuscito non so come a evitare di venirne fuori malconcio e scalfitto. Quell’ultima faccenda, però, mi mise seriamente a disagio, poiché se la sua acuta suscettibilità arrivava al punto di coinvolgerlo in tafferugli da osteria, avrebbe perso quella sua nomea di sciocco, forse insopportabile, ma innocuo, per acquistare quella di fannullone di bassa lega. Nonostante tutta la mia fiducia in lui non potevo fare a meno di riflettere che in casi simili dal nome al fatto non vi è che un passo. Immagino capirete che a quel punto non potevo pensare di lavarmene le mani. Lo portai via da Bangkok sulla mia nave, in una traversata alquanto lunga. Era penoso vedere come si ritirasse in se stesso. Un marinaio, anche da semplice passeggero, s’interessa alla nave, e osserva la vita di bordo intorno a sé con l’apprezzamento critico di un pittore, per esempio, che osserva il lavoro di un altro. È “in coperta” in ogni senso dell’espressione; ma il mio Jim, per lo più, se ne stava imboscato dabbasso quasi fosse stato un clandestino. Mi contagiò al punto che evitavo di parlare di argomenti professionali, che di solito saltan fuori spontaneamente tra due marinai durante una traversata. Per giorni interi non scambiammo una parola; io ero estremamente restio a dare ordini ai miei ufficiali in sua presenza. Spesso, quand’ero solo con lui in coperta o in cabina, non sapevamo da che parte guardare.
Lo sistemai da De Jongh, come sapete, ben contento di liberarmi di lui in qualche modo, eppure convinto che la sua posizione si andava facendo insostenibile. Aveva perso parte dell’elasticità che dopo ogni lancio all’indietro gli aveva permesso di rimbalzare nella sua posizione intransigente. Un giorno, scendendo a terra, lo vidi in piedi sulla banchina; l’acqua della rada e il mare al largo formavano un’unica superficie liscia e ascendente, e le navi all’ancora più lontane parevano galleggiare immobili nel cielo. Era in attesa della sua barca, sulla quale stavano caricando ai nostri piedi pacchi di minute provviste per qualche piroscafo pronto a salpare. Dopo esserci salutati, rimanemmo in silenzio – fianco a fianco. “Per Giove!” disse, di colpo, “questo è un lavoro micidiale”.
Mi sorrise; debbo dire che in genere un sorriso riusciva a farlo. Non risposi. Sapevo benissimo che non alludeva alle sue mansioni; aveva la vita facile da De Jongh. Ciononostante, appena ebbe finito di pronunciare quella frase mi convinsi appieno che il lavoro era micidiale. Non lo guardai neppure. “Le piacerebbe”, dico, “lasciare una volta per tutte questa parte del mondo; provare la California o la costa occidentale? Vedrò cosa posso fare…”. M’interruppe leggermente sprezzante; “Che differenza ci sarebbe?”… Ebbi l’immediata convinzione che avesse ragione; non ci sarebbe stata alcuna differenza; non sollievo cercava; mi sembrò di intravvedere confusamente che quel che cercava, quel che, per così dire, stava aspettando, era qualcosa di difficile da definire – qualcosa di simile a un’occasione. Gli avevo dato molte occasioni, ma non erano state altro che occasioni di guadagnarsi il pane. Eppure cosa mai si poteva fare di più? La situazione mi parve senza speranza, e mi tornarono in mente le parole del povero Brierly: “Che si rifugi sei metri sottoterra e ci resti”. Meglio così, pensai, che quest’attesa dell’impossibile in superficie. Tuttavia non si poteva esser sicuri neanche di questo. All’istante, prima che la sua barca si fosse allontanata tre lunghezze di remo dalla banchina, avevo deciso di andare la sera stessa a consultare Stein.
Questo Stein era un commerciante ricco e rispettato. La sua “ditta” (era una ditta infatti, la Stein & C., ed esisteva anche una specie di socio che, come diceva Stein, “si occupava delle Molucche”) aveva una vasta rete interinsulare di affari, con molte stazioni commerciali piazzate nei posti più remoti per la raccolta dei prodotti. La sua ricchezza e la sua rispettabilità non erano però certo le ragioni per le quali ero ansioso di ricorrere al suo consiglio. Desideravo confidargli il mio problema perché era uno degli uomini più degni di fiducia che avessi mai conosciuto. La luce nobile di una bontà semplice, instancabile, per così dire, e intelligente illuminava il suo lungo viso glabro, profondamente solcato dall’alto in basso, e pallido come quello di un uomo che avesse sempre condotto vita sedentaria – il che in realtà era ben lungi dall’esser vero. Aveva capelli sottili, e spazzolati all’indietro a partire dalla fronte alta e spaziosa. Veniva fatto di pensare che a vent’anni il suo aspetto dovesse essere stato molto simile a ora che ne aveva tre volte tanti. Era un viso da studioso; solo le sopracciglia quasi completamente bianche, folte e cespugliose, insieme allo sguardo risoluto e penetrante che usciva di sotto di esse, non si accordavano con il suo aspetto, se così posso dire, da erudito. Era alto e dinoccolato; il corpo leggermente inclinato in avanti, e il sorriso innocente, lo facevano apparire pronto a prestarvi caritatevole ascolto; le lunghe braccia dalle grandi mani pallide avevano gesti ponderati e rari volti a mettere in risalto, a spiegare. Mi dilungo a parlare di lui, poiché sotto tale aspetto esteriore, e insieme a una natura retta e benevola, quell’uomo possedeva un’intrepidità d’animo e un coraggio fisico che si sarebbe potuto definire temerario se non fosse stato allo stesso modo di una funzione naturale del corpo – come, per esempio, la buona digestione – del tutto inconsapevole. Si dice talvolta di un uomo che si porta la vita in mano. Un simile detto sarebbe stato inadeguato se applicato a lui; durante la prima parte della sua esistenza in Oriente aveva giocato a palla con la sua vita. Tutto ciò apparteneva al passato, ma io ne conoscevo la storia e conoscevo l’origine della sua fortuna. Era anche un naturalista di un certo rilievo, o dovrei piuttosto dire un collezionista erudito. Il suo campo di specializzazione era l’entomologia. La sua collezione di Buprestidae e Longicorni – tutti coleotteri – orribili mostri in miniatura, dall’aspetto malevolo pur nell’immobilità della morte, e la sua esposizione di farfalle, belle e sospese sotto vetro nelle custodie di ali senza vita, avevano diffuso la sua fama in lungo e in largo per il mondo. Il nome di questo mercante, avventuriero, un tempo consigliere di un sultano malese (al quale non alludeva mai se non come al “mio povero Mohammed Bonso”), grazie ad alcune staia di insetti morti, era diventato famoso in Europa tra persone colte, che non avevano la più pallida idea, né certo si sarebbero data pena di averla, della sua vita o della sua personalità. Io, che sapevo, lo giudicavo persona adatta per eccellenza a ricevere le mie confidenze sui problemi di Jim come pure sui miei».
Capitolo ventesimo
«La sera tardi entrai nel suo studio, dopo aver attraversato una sala da pranzo molto poco illuminata, imponente ma vuota. La casa era immersa nel silenzio. Fui preceduto da un servo giavanese anziano e severo in una specie di livrea composta di sarong giallo e giacca bianca, il quale, spalancata la porta, esclamò piano: “Oh padrone!” e scostandosi, svanì in modo misterioso come un fantasma che avesse preso corpo solo momentaneamente per quel particolare servizio. Stein si girò con la poltrona, e nel corso del movimento sembrò che gli occhiali gli venissero spinti in alto sulla fronte. Mi diede il benvenuto con la sua voce calma e arguta. Solo un angolo dell’ampia stanza, quello dove si trovava la sua scrivania, era intensamente illuminato da una lampada da tavolo con paralume, e il resto del vasto ambiente sfumava in un’oscurità senza forme come una caverna. Stretti scaffali pieni di scatole scure della stessa dimensione e dello stesso colore correvano tutt’intorno alle pareti, non dal pavimento al soffitto, ma a formare una fascia cupa larga circa un metro e venti. Catacombe di coleotteri. Tavolette di legno vi stavano appese sopra a intervalli regolari. La luce ne raggiungeva una, e la parola Coleoptera scritta a caratteri d’oro scintillava misteriosamente in una diffusa penombra. Le custodie di vetro con la collezione di farfalle erano sistemate in tre lunghe file su tavolini dalle gambe sottili. Una di esse era stata tolta dal suo posto e si trovava sulla scrivania, disseminata di strisce di carta oblunghe coperte da una calligrafia minuta.
“Così mi viene a trovare – così”, disse. La sua mano era sospesa sulla custodia nella quale una farfalla in solitaria maestà spiegava, in tutta la loro apertura di diciotto o più centimetri, le ali color bronzo scuro, con squisite venature bianche e uno splendido bordo di puntini gialli. “Un solo esemplare come questo hanno nella sua Londra, e poi – nessun altro. Questa mia collezione la lascerò in eredità alla mia piccola città natale. Qualcosa di me. Il meglio”.
Si piegò in avanti nella poltrona e rimase intento a guardare, col mento sulla parte anteriore della custodia. Io ero in piedi alle sue spalle. “Meravigliosa”, mormorò, e parve dimenticarsi della mia presenza. La sua storia era singolare. Nato in Baviera, alla giovane età di ventidue anni aveva preso parte attiva ai moti rivoluzionari del 1848. Seriamente compromesso, riuscì a cavarsela, e dapprima si rifugiò presso un povero orologiaio repubblicano a Trieste. Di lì si diresse a Tripoli con una serie di orologi a poco prezzo da smerciare in giro – prospettiva non molto brillante a dire il vero, ma che si rivelò una notevole fortuna, perché fu così che s’imbatté in un esploratore olandese – un uomo piuttosto famoso, credo, ma non ne ricordo il nome. Fu quel naturalista che, assuntolo in qualità di assistente o qualcosa di simile, lo portò in Oriente. Viaggiarono per l’Arcipelago insieme e separati, raccogliendo insetti e uccelli, per quattro anni o più. Poi il naturalista tornò in patria, e Stein, non avendo patria ove tornare, rimase con un vecchio mercante incontrato durante le sue spedizioni nell’interno di Celebes – sempre che Celebes abbia un interno. Questo vecchio scozzese, l’unico bianco autorizzato a risiedere nel paese a quel tempo, godeva il privilegio di essere amico del sommo sovrano degli Stati di Wajo, che era una donna. Ho udito spesso Stein raccontare come quel tale, leggermente paralizzato da una parte, lo avesse presentato alla corte indigena poco prima che un altro colpo se lo portasse via. Era un uomo ben piantato con una barba bianca patriarcale, e di statura imponente. Entrò nella sala del consiglio ove tutti i ragià, pangeran, e capi tribù erano riuniti, insieme alla regina, una donna grassa piena di rughe (molto libera nel parlare, diceva Stein), adagiata su un alto canapè sotto un baldacchino. Lui trascinava la gamba, battendo pesantemente il bastone per terra, e teneva stretto Stein per un braccio, mentre lo conduceva fino ai piedi del canapè. “Guardate, regina, e voi ragià, questo è mio figlio”, annunciò con voce stentorea. “Io ho commerciato con i vostri padri, e alla mia morte egli commercerà con voi e i vostri figli”.
In virtù di quella semplice formalità Stein ereditò la posizione privilegiata e tutta l’attività commerciale dello scozzese, oltre a una casa fortificata sulle rive dell’unico fiume navigabile del paese. Poco dopo la vecchia regina, che era così libera nel parlare, morì, e il paese venne a essere turbato da varie lotte per la successione al trono. Stein si unì al partito del figlio minore, quello al quale trent’anni più tardi non si riferiva mai se non come al “mio povero Mohammed Bonso”. Divennero entrambi gli eroi di innumerevoli imprese; ebbero avventure strabilianti, e una volta sostennero per un mese difilato un assedio nella casa dello scozzese, con solo una ventina di seguaci contro un intero esercito. Credo che gli indigeni parlino di quella guerra a tutt’oggi. Nel frattempo, così sembra, Stein non mancava mai per proprio conto di far suoi ogni farfalla o coleottero su cui riuscisse a posare le mani. Dopo qualcosa come otto anni di guerra, negoziati, falsi armistizi, insurrezioni improvvise, riconciliazioni, tradimenti, e via di questo passo, proprio quando la pace sembrava finalmente e permanentemente sancita, il suo “povero Mohammed Bonso” fu assassinato sul cancello della sua stessa residenza regale mentre smontava da cavallo di ottimo umore al ritorno da una caccia al cervo coronata da successo. Tale fatto rese la posizione di Stein estremamente precaria, ma forse si sarebbe anche fermato se poco dopo non avesse perso la sorella di Mohammed (“la mia cara moglie principessa”, soleva dire con solennità), dalla quale aveva avuto una figlia – madre e bimba morte entrambe a distanza di tre giorni l’una dall’altra per una febbre infettiva. Lasciò il paese, resogli insopportabile da quella crudele perdita. Terminò così la prima e avventurosa parte della sua esistenza. Ciò che seguì fu talmente diverso che, se non fosse stato per la costante realtà del dolore che si portava dentro, quella parte strana non si sarebbe potuta paragonare altro che a un sogno. Aveva un po’ di soldi; ricominciò la vita daccapo, e nel corso degli anni mise insieme una considerevole fortuna. In un primo tempo aveva viaggiato parecchio tra le isole, ma con l’avanzare furtivo degli anni, ultimamente solo di rado lasciava la sua casa spaziosa a tre miglia dalla città, con un vasto giardino, e circondata di stalle, uffici, e piccole abitazioni di bambù per i numerosi servi e domestici alle sue dipendenze. Ogni mattina sul suo carrozzino scoperto si recava in città, dove aveva un ufficio con impiegati bianchi e cinesi. Possedeva una piccola flotta di schooner e imbarcazioni indigene, e commerciava prodotti agricoli delle isole su larga scala. Quanto al resto, viveva solitario, senza però essere un misantropo, con i suoi libri e la sua collezione, classificando e ordinando esemplari, tenendo corrispondenza con entomologi in Europa, compilando un catalogo descrittivo dei suoi tesori. Ecco la storia dell’uomo che ero venuto a consultare sul caso di Jim senza alcuna speranza precisa. Solo ascoltare cosa avrebbe avuto da dire sarebbe già stato un sollievo. Ero molto ansioso, ma rispettai la concentrazione intensa, quasi appassionata, con la quale egli osservava una farfalla, come se nella bronzea lucentezza di quelle fragili ali, in quelle bianche venature, in quelle splendide macchie, vedesse qualcos’altro, un’immagine di cose che pur destinate a perire sfidavano la distruzione così come quei delicati tessuti senza vita mostravano uno splendore non sciupato dalla morte.
“Meravigliosa!” ripeté, alzando gli occhi verso di me. “Guardi! La bellezza – ma questo è niente – guardi la perfezione, l’armonia. E così fragile! E così resistente! E così esatta! Questa è la Natura – il bilanciarsi di forze colossali. Ogni stella è così – e ogni filo d’erba sta su così– e il potente Kosmos in perfetto equilibrio produce – questo. Questa meraviglia; questo capolavoro della Natura – la grande artista”.
“Mai sentito un entomologo esprimersi così”, osservai, allegro. “Capolavoro! E l’uomo allora?”
“L’uomo è sorprendente, ma non è un capolavoro”, disse, continuando a fissare lo sguardo sulla custodia di vetro. “Forse l’artista era un po’ matto. Eh? Che ne pensa? A volte mi sembra che l’uomo sia venuto dove non è bene accetto, dove non c’è posto per lui; altrimenti, perché mai vorrebbe tutto il posto? Perché mai correrebbe qua e là facendo un gran chiasso intorno a sé, parlando delle stelle, disturbando i fili d’erba?…”.
“Acchiappando farfalle”, intervenni.
Sorrise, si buttò indietro nella poltrona, e allungò le gambe. “Si accomodi”, disse. “Io stesso ho catturato questo raro esemplare una gran bella mattina. Provai un’emozione enorme. Lei non sa cosa sia per un collezionista catturare un esemplare così raro. Non può saperlo”.
Sorrisi perfettamente rilassato nella mia sedia a dondolo. I suoi occhi parevano guardare molto al di là della parete sulla quale erano puntati; e raccontò come, una notte, fosse arrivato un messaggero da parte del suo “povero Mohammed”, a richiedere la sua presenza alla “residenz” – come la chiamava – distante circa nove o dieci miglia su una mulattiera che attraversava una pianura coltivata, con tratti di bosco qua e là. Partì dalla sua casa fortificata, dopo aver abbracciato la sua piccola Emma, e lasciato il comando a sua moglie, la “principessa”. Descrisse come lei lo avesse accompagnato fino al cancello, camminando con una mano sul collo del cavallo; aveva una giacca bianca, spilloni d’oro nei capelli, e una bandoliera di cuoio marrone con una rivoltella sulla spalla sinistra. “Parlava come parlano le donne”, disse, “raccomandandomi di essere prudente, e di cercare di essere di ritorno prima di buio, e che era una gran cattiveria che me ne andassi da solo. Eravamo in guerra, e il paese non era sicuro; i miei uomini stavano sistemando sulla casa delle imposte a prova di proiettile e caricando i fucili, e lei mi supplicò di non stare in pensiero per lei. Poteva difendere la casa contro chiunque fino al mio ritorno. E io, compiaciuto, risi un po’. Mi piaceva vederla così coraggiosa e giovane e forte. Anch’io ero giovane allora. Al cancello mi prese la mano e me la strinse e si ritirò. Una volta fuori tenni il cavallo immobile finché non udii sprangare nuovamente il cancello alle mie spalle. Un mio grande nemico, un gran nobile – e anche un gran furfante – si aggirava nella zona con una banda. Andai al piccolo galoppo per quattro o cinque miglia; aveva piovuto durante la notte, ma le nebbie erano salite sempre più in alto – e la faccia della terra era pulita; mi sorrideva distesa, così fresca e innocente – come un bimbo. Improvvisamente qualcuno spara una raffica di colpi – mi sembrarono almeno venti. Odo pallottole fischiarmi all’orecchio, e il cappello mi balza sulla nuca. Era un piccolo imbroglio, capisce. Mi avevano mandato a chiamare dal mio povero Mohammed e poi avevano teso quell’imboscata. In un attimo tutto mi è chiaro, e penso – Qui bisogna aguzzare l’ingegno. Il mio cavallino sbuffa, salta, e s’impenna e io mi piego lentamente in avanti con la testa sulla sua criniera. Si mette al passo, e con un occhio al di sopra del suo collo potevo vedere una nuvola di fumo appena percettibile sospesa davanti a un ciuffo di bambù alla mia sinistra. Penso – Ah! Amici miei, perché avete tanta fretta di sparare? Non vi è ancora gelungen. Oh, no! Impugno la rivoltella con la mano destra – zitto – zitto. Dopo tutto, quei furfanti erano solo in sette. Si alzano dall’erba e si mettono a correre con i sarong tirati su, agitando lance sopra la testa, e urlandosi a vicenda di stare attenti ad afferrare il cavallo, perché io ero morto. Li lascio avvicinare quanto di qui alla porta, e poi bang, bang, bang – prendendo la mira ogni volta, anche. Sparo ancora un colpo dietro a un uomo in fuga, ma lo manco. Troppo lontano ormai. E allora me ne resto solo seduto sul cavallo mentre la terra pulita mi sorride, e i corpi di tre uomini giacciono stesi al suolo. Uno era raggomitolato come un cane, un altro a schiena in giù con un braccio sugli occhi come per ripararsi dal sole, e il terzo tira su una gamba molto lentamente e la stende di nuovo con un calcio. Lo osservo con grande attenzione da cavallo, ma non c’è altro – bleibt ganz ruhig – rimane immobile, così.
E mentre lo guardavo in faccia in cerca di un segno di vita notai come un’ombra impercettibile passargli sulla fronte. Era l’ombra di questa farfalla. Guardi la forma dell’ala. Questa specie ha un volo alto e robusto. Alzai gli occhi e la vidi batter le ali e volar via. Penso – Possibile? E poi la persi di vista. Smontai e proseguii molto piano, conducendo il cavallo per la briglia e tenendo in mano la rivoltella mentre lanciavo occhiate in alto e in basso, a destra e a sinistra, dovunque! Finalmente la vidi posata su un mucchietto di terra a tre metri di distanza. D’un tratto il cuore si mise a battermi in fretta. Lascio andare il cavallo, tenendo sempre la rivoltella in una mano, e con l’altra mi tiro via di testa il cappello floscio di feltro. Un passo. Immobile. Un altro passo. Flop! Presa! Quando mi alzai tremavo come una foglia dall’eccitazione, e quando, aperte queste belle ali, mi resi conto di quale raro esemplare eccezionalmente perfetto fosse in mio possesso, mi girò la testa e le gambe mi si afflosciarono tanto dall’emozione che dovetti sedermi per terra. Quando raccoglievo esemplari per il professore avevo desiderato profondamente di possederne uno di questa specie. Avevo fatto lunghe escursioni e sopportato grandi privazioni; l’avevo sognata di notte, ed ecco che d’un tratto me la trovavo tra le dita – tutta per me! Come dice il poeta (lui pronunciava “boeta”):
So halt’ich’s endlich denn in meinen Händen, / Und nenn’es in gewissem Sinne mein.
[Finalmente è tra le mie mani, / Posso dire che è mia.]
Diede particolare risalto all’ultima parola abbassando improvvisamente il tono di voce, e pian piano distolse gli occhi dal mio viso. Cominciò a caricare alacremente e in silenzio una pipa dal lungo cannello, poi, indugiando col pollice sull’apertura del fornello, tornò a guardarmi con aria d’intesa.
“Sì, mio buon amico. Quel giorno non avevo più nulla da desiderare; avevo grandemente contrariato il mio principale nemico; ero giovane, forte; avevo l’amicizia; avevo l’amore di una donna” (lui diceva “tonna”), “una bimba avevo, per colmarmi il cuore – e per di più, adesso mi trovavo in mano perfino ciò che una volta avevo sognato di notte!”.
Sfregò un fiammifero, che s’accese violentemente. Il suo viso assorto e sereno ebbe una contrazione.
“Amico, moglie, bimba”, disse, lentamente, fissando la fiammella – “pfff!” – Al suo soffio il fiammifero si spense. Sospirò e tornò a voltarsi verso la custodia di vetro. Le ali belle e fragili ebbero un lieve tremito, come se il suo fiato avesse per un attimo richiamato in vita quello stupendo oggetto dei suoi sogni.
“Il lavoro”, riattaccò, d’un tratto, indicando i foglietti sparpagliati, e col suo solito tono dolce e gioioso, “fa grandi progressi. Ho descritto questo raro esemplare… Na! E qual buon vento la porta?”
“A dirle la verità, Stein,” dissi con uno sforzo che mi sorprese, “sono venuto qui a descrivere un esemplare…”.
“Farfalla?”, chiese, con premura incredula e arguta.
“Niente di così perfetto”, risposi, sentendomi improvvisamente scoraggiato per mille dubbi di ogni genere. “Un uomo!”.
“Ach so!”, mormorò, e l’espressione sorridente del suo viso, rivolto verso di me, si fece grave. Poi dopo avermi guardato per un po’ disse adagio: “Be’ – sono un uomo anch’io”.
Ciò vi può dare un’idea di come fosse; nella sua generosità sapeva essere così incoraggiante da far esitare una persona scrupolosa sul punto di confidarsi; ma se anche esitai non fu per molto.
Stette ad ascoltarmi fino alla fine, seduto a gambe accavallate. A volte la sua testa scompariva del tutto in una grande eruzione di fumo, e da quella nuvola usciva un borbottio di consenso. Quand’ebbi finito distese le gambe, posò la pipa, si protese serio verso di me con i gomiti sui braccioli della poltrona, e le punte delle dita unite. “Capisco benissimo. È romantico”.
Mi aveva fatto la diagnosi del caso, e in un primo momento fui sorpreso di scoprire com’era semplice; certo il nostro colloquio sembrava proprio un consulto medico – Stein, dall’aspetto dotto, seduto in una poltrona davanti alla scrivania; io, ansioso, in un’altra, di fronte a lui, ma leggermente spostato da una parte – tanto che venne fatto naturale di chiedere:
“Come si può curare?”.
Sollevò un lungo indice.
“C’è un solo rimedio! Una sola cosa può guarirci dall’esser noi stessi!”. Il dito tornò a posarsi sulla scrivania con un colpo secco. Il caso che prima aveva fatto sembrare così semplice divenne se possibile ancora più semplice – e del tutto senza rimedio. Ci fu una pausa. “Sì”, feci io, “a rigor di termini, il problema non è come guarire, ma come vivere”.
Annuì in segno di approvazione, un po’ triste, mi parve.
“Ja! Ja! In generale, usando le parole del vostro grande poeta: Questo è il problema…”. Seguitava ad annuire in segno di consenso… “Come essere! Ach! Come essere”. Si alzò in piedi con le punte delle dita posate sulla scrivania. “Noi vogliamo in tanti modi essere diversi”, riprese. “Questa meravigliosa farfalla trova un mucchietto di terra e vi si posa sopra immobile; ma l’uomo mai resterà immobile sul suo mucchio di fango. Vuole essere così, e un’altra volta vuole essere così…”. Voltò la mano in su, poi in giù… “Vuole essere un santo, e vuole essere un diavolo – e ogni volta che chiude gli occhi si vede come un individuo straordinario – tanto straordinario come non sarà mai… In sogno…”.
Abbassò il coperchio di vetro, la serratura automatica scattò con un suono secco e nitido, e sollevata la custodia con entrambe le mani la riportò religiosamente al suo posto, uscendo dal cerchio ben illuminato della lampada per entrare nell’anello di luce più debole – e infine nella penombra informe. L’effetto fu strano – come se quei pochi passi l’avessero trasportato fuori da questo mondo concreto e confuso. La sua alta figura, come privata della propria sostanza, aleggiava silenziosa sopra cose invisibili protendendosi indistintamente in avanti; la sua voce, udita da quella lontananza ove lo si scorgeva misteriosamente intento in cure immateriali, non aveva più nulla d’incisivo, sembrava snodarsi voluminosa e grave – attutita dalla distanza.
“E siccome non si possono tener sempre gli occhi chiusi ecco arrivare i veri problemi – il dolore del cuore – il dolore del mondo. Le assicuro, amico, fa male scoprire che è impossibile realizzare il proprio sogno, perché non si è abbastanza forti, o non abbastanza intelligenti. Ja! … E, per di più, intanto ci si continua a credere un individuo straordinario! Wie? Was? Gott in Himmel! Com’è possibile? Ah! Ah! Ah!”.
L’ombra vagante tra quelle tombe di farfalla rise rumorosamente.
“Già! Molto buffa questa cosa terribile è. Un uomo quando nasce cade in un sogno come un uomo che cade in mare. Se cerca di risalire all’aria come si sforzano di fare gli inesperti, annega – nicht wahr? … No! Glielo dico io! L’unico modo è sottomettersi all’elemento distruttivo, e annaspando con mani e piedi nell’acqua far sì che il profondo, profondo mare ci tenga a galla. Perciò se mi chiede – come essere?”.
La sua voce si fece di botto straordinariamente forte, quasi laggiù nella penombra fosse stato ispirato da un suggerimento di saggezza giuntogli in un soffio. “Glielo dirò io! Anche per questo, c’è un unico modo”.
Con uno scalpiccio frettoloso di pantofole si delineò indistintamente nell’anello di luce debole, poi d’un tratto apparve nel cerchio ben illuminato della lampada. La mano protesa era puntata al mio petto come una pistola; gli occhi infossati sembravano trapassarmi, ma le labbra contratte non emisero suono, e l’austera esaltazione di quell’attimo di certezza scorta nella penombra gli svanì dal viso. Lasciò cadere la mano puntata al mio petto, e subito dopo, avvicinatosi di un passo, me la posò delicatamente sulla spalla. C’erano cose, affermò con tristezza, che forse non si dovrebbero mai dire, ma lui era vissuto tanto da solo che a volte se ne dimenticava. La luce aveva distrutto la sicurezza che lo aveva ispirato nell’ombra appartata. Sedette e, con entrambi i gomiti sulla scrivania, si strofinò la fronte. “Eppure è vero – è vero. Nell’elemento distruttivo immergersi”… Parlava in tono sommesso, senza guardarmi, con la faccia tra le mani. “Quello era il modo. Seguire il sogno, e tornare a seguire il sogno – e così – ewig – usque ad finem…”. Quel sussurro convinto pareva aprirmi davanti una distesa ampia e indistinta, come quella delimitata da un orizzonte crepuscolare su una pianura all’alba – o era, forse, al calar della notte? Non si aveva il coraggio di decidere; ma era una luce ingannevole e affascinante, che proiettava l’impalpabile poesia del suo debole chiarore su tranelli – su tombe. La sua vita era cominciata nel sacrificio, nell’entusiasmo per generosi ideali; aveva viaggiato fino a molto lontano, per vari percorsi, per strani sentieri, e qualunque essi fossero li aveva seguiti senza tentennamenti, e perciò senza vergogna e senza rimpianti. Fin qui aveva ragione lui. Quello era il modo, senz’altro. Ma nonostante tutto ciò la grande pianura sulla quale tra tombe e tranelli vagano gli uomini continuava a essere molto desolata sotto l’impalpabile poesia della sua luce crepuscolare, offuscata al centro, circondata da un orlo luminoso quasi si trovasse in mezzo a un abisso pieno di fiamme. Quando infine ruppi il silenzio fu per esprimere l’opinione che nessuno poteva essere più romantico di lui.
Scosse la testa lentamente, e poi mi rivolse uno sguardo paziente e interrogativo. Era una vergogna, disse. Ce ne stavamo lì seduti a chiacchierare come due ragazzi, invece di concentrarci per trovare qualcosa di pratico – un rimedio pratico – per il male – per il grande male – ripeté, con un sorriso arguto e indulgente. Ciononostante, la nostra conversazione non si fece più pratica. Evitavamo di pronunciare il nome di Jim quasi avessimo cercato di non farlo entrare in carne e ossa nella nostra discussione, o lui non fosse altro che uno spirito errante, un’ombra sofferente e senza nome. “Na!” disse Stein, alzandosi. “Stanotte dorma qui, e domattina faremo qualcosa di pratico – di pratico…”. Accese un candelabro a due bracci e mi fece strada. Attraversammo buie stanze vuote, scortati dal chiarore dei lumi in mano a Stein. Scivolava lungo i pavimenti tirati a cera, sfiorando qua e là la superficie lustra del tavolo, saltava sulla linea sagomata di un mobile, o balenava dentro e fuori specchi lontani, mentre per un attimo si scorgevano le figure di due uomini e il guizzo di due fiammelle attraversare furtive e silenziose le profondità di un vuoto cristallino. Procedeva adagio un passo avanti a me con deferente cortesia; c’era sul suo viso una calma profonda, per così dire vigile, le lunghe e rade ciocche bionde miste a fili bianchi gli ricadevano sparse sul collo leggermente piegato.
“È romantico – romantico”, ripeté. “E ciò è un gran male – un gran male… Un gran bene, anche”, soggiunse. “Ma lo è sul serio?” domandai.
“Gewiss”, disse, e rimase immobile sempre con il candelabro in mano, ma senza guardarmi. “Lampante! Cos’è che per mezzo di un’intima sofferenza gli fa conoscere se stesso? Cos’è che per lei e per me lo fa – esistere?”.
In quel momento era difficile credere all’esistenza di Jim – originario di una parrocchia di campagna, offuscato da moltitudini di uomini come da nugoli di polvere, messo a tacere dalle esigenze clamorosamente contrastanti di vita e di morte in un mondo materiale – ma la sua realtà indistruttibile mi si presentò con una convincente, irresistibile forza! La vidi in tutta la sua vivezza, come se avanzando per quelle alte stanze silenziose tra fuggenti raggi di luce e le improvvise apparizioni di figure umane che passavano furtive con tremolanti fiammelle entro profondità traslucide e insondabili, ci fossimo maggiormente avvicinati alla Verità assoluta, che, come la Bellezza stessa, galleggia elusiva, oscura, semisommersa, nelle acque silenziose e immobili del mistero. “Può darsi che lui lo sia”, ammisi con un riso leggero, che inaspettatamente risuonò così forte da farmi subito abbassar la voce; “ma sono certo che lei lo sia”. Con la testa china sul petto e il lume alto in mano riprese a camminare. “Be’ – anch’io esisto”, disse.
Mi precedeva. Ne seguivo i movimenti con gli occhi, ma ciò che vedevo non era il capo della ditta, l’ospite bene accolto ai ricevimenti pomeridiani, il corrispondente di erudite società, l’anfitrione dei naturalisti di passaggio; vedevo solo la realtà del suo destino, che lui aveva saputo percorrere senza esitazioni, quella vita iniziata in un ambiente umile, ricca di generosi entusiasmi, d’amicizia, d’amore, di guerra – di tutti gli elementi idealizzati del romanzo cavalleresco.
Sulla porta della mia stanza si voltò verso di me. “Già”, dissi, come continuando una discussione, “e tra le altre cose lei sognava pazzamente di una certa farfalla; ma quando un bel mattino il suo sogno le apparve davanti non si lasciò scappare quella splendida occasione. Vero? Mentre lui…”. Stein sollevò la mano. “Ma sa lei quante occasioni mi sono lasciato scappare; quanti sogni ho perduto che mi erano apparsi davanti?”. Scosse la testa con rimpianto. “Ho idea che alcuni sarebbero stati bellissimi – se li avessi realizzati. Sa quanti? Forse io stesso non lo so”. “Belli o non belli che fossero i suoi”, dissi, “lui sa che uno gli è certamente sfuggito”. “Chiunque sa di uno o due del genere”, disse Stein; “e proprio questo è il problema – il grande problema…”.
Mi strinse la mano sulla soglia, buttando un occhio nella mia stanza da sotto il braccio alzato. “Dorma bene. E domani dobbiamo fare qualcosa di pratico – di pratico…”.
Sebbene la sua camera fosse oltre la mia lo vidi tornare per dove eravamo venuti. Tornava alle sue farfalle».
Capitolo ventunesimo
«Suppongo che nessuno di voi abbia mai sentito parlare di Patusan?», riprese Marlow, dopo un’interruzione dedicata ad accendere con cura un sigaro. «Non importa; tra le miriadi di corpi celesti che ogni notte si ammassano sopra di noi ce ne sono molti di cui gli uomini non hanno mai sentito parlare, essendo al di fuori della propria sfera d’azione e assolutamente privi di interesse per chiunque eccetto per gli astronomi che sono pagati per disquisire sulla loro composizione, peso, traiettoria – le irregolarità del loro comportamento, le aberrazioni della loro luce – una specie di pettegolezzo scientifico. Lo stesso per Patusan. Vi si alludeva con aria saputa nei ristretti circoli governativi di Batavia, con particolare riferimento alle sue irregolarità e aberrazioni, e, nel mondo mercantile, pochi, pochissimi, lo conoscevano di nome. Nessuno, tuttavia, c’era stato, e sospetto che nessuno desiderasse andarci di persona, proprio come un astronomo, immagino, avrebbe forti obiezioni a lasciarsi trasportare in un remoto corpo celeste, ove, staccato dai suoi emolumenti terrestri, resterebbe sgomento alla vista di un cielo a lui sconosciuto. Comunque, né corpi celesti né astronomi hanno niente a che fare con Patusan. Fu Jim ad andarci. Volevo solo farvi capire che se Stein avesse stabilito di mandarlo su una stella di quinta grandezza il cambiamento non avrebbe potuto essere maggiore. Lui si lasciò dietro le sue debolezze terrene e la reputazione fattasi, e la sua facoltà immaginativa si trovò di fronte a una serie di condizioni completamente nuove sulle quali esercitarsi. Del tutto nuove, del tutto notevoli e in modo notevole le fece sue.
Stein era l’uomo che su Patusan ne sapeva più di chiunque altro. Più di quanto si sapesse nei circoli governativi, sospetto. Non ho dubbi che ci fosse stato, o ai tempi delle sue cacce alle farfalle o in seguito, quando cercava secondo la sua incorreggibile abitudine di condire con un pizzico di romanzesco i piatti pesanti della sua cucina commerciale. Pochissimi erano i luoghi dell’Arcipelago che non avesse visto nell’originaria oscurità della loro esistenza, prima che vi avessero introdotto la luce (e perfino la luce elettrica) per migliorare la moralità e – e – be’ – anche per avere maggiori introiti. Fu a colazione il mattino successivo al nostro colloquio su Jim che menzionò quel luogo, dopo che gli ebbi riferito il commento del povero Brierly: “Che si rifugi sei metri sotto terra e ci resti”. Alzò verso di me uno sguardo attento, pieno d’interesse, quasi fossi stato un insetto raro. “Lo si potrebbe anche fare”, osservò, sorseggiando il caffè. “Seppellirlo in qualche modo”, spiegai. “Non lo si fa certo con piacere, ma sarebbe la cosa migliore, visto com’è”. “Già; è giovane”, mormorò Stein tra sé. “Il più giovane essere umano attualmente esistente”, affermai. “Schön. C’è Patusan”, proseguì nello stesso tono… “E la donna è morta ormai”, soggiunse in modo misterioso.
Ovviamente questa storia non la conosco; posso solo intuire che già un’altra volta Patusan fosse servita da tomba per un qualche peccato, trasgressione, o disgrazia. È inconcepibile sospettare di Stein. L’unica donna che fosse mai esistita per lui era la ragazza malese che chiamava “mia moglie la principessa”, o, più raramente nei momenti espansivi, “la madre della mia Emma”. Chi fosse la donna da lui menzionata in riferimento a Patusan non so dire; ma dalle sue allusioni capii che doveva esser stata una ragazza olandese-malese istruita e bellissima, con una storia tragica o forse semplicemente pietosa, il cui episodio più doloroso fu il matrimonio con un portoghese della Malacca un tempo impiegato in una ditta commerciale delle colonie olandesi. Dedussi da quanto diceva Stein che fosse una persona manchevole da vari punti di vista, tutti più o meno vaghi e ripugnanti. Unicamente per riguardo verso la moglie, Stein lo aveva nominato direttore della stazione commerciale della Stein & C. a Patusan; ma in termini d’affari quella combinazione non era stata un successo, almeno per la ditta, e ora che la donna era morta, Stein era disposto a mettere alla prova un altro agente laggiù. Il portoghese, di nome Cornelius, si riteneva una persona molto meritevole ma maltrattata, avente diritto grazie alle sue capacità a una posizione migliore. Jim avrebbe dovuto dargli il cambio. “Ma non credo che se ne andrà di lì”, osservò Stein. “Ciò non mi tocca minimamente. Fu solo per riguardo alla donna che io… Ma siccome credo che ci sia anche una figlia, se vuol restare, gli lascerò tenere la vecchia casa”.
Il Patusan è un remoto distretto di uno Stato governato da indigeni, il cui principale insediamento porta lo stesso nome. In un punto sul fiume a circa quaranta miglia dal mare, ove cominciano a scorgersi le prime case, si possono vedere sopra il profilo delle foreste le cime di due colline scoscese, l’una vicinissima all’altra, separate da una specie di profonda fenditura, pari allo squarcio di un poderoso colpo. In realtà, la valle in mezzo non è che una stretta gola; l’impressione che se ne ha dall’insediamento è di una collina a forma di cono irregolare divisa in due, e con le due metà leggermente divergenti. Il terzo giorno dopo il plenilunio, la luna, vista dallo spiazzo davanti alla casa di Jim (aveva una bellissima casa in stile indigeno quando lo andai a trovare), sorse esattamente dietro quelle colline, e la sua luce diffusa dapprima fece balzare in rilievo le due masse di un nero intenso, e poi il disco quasi perfetto, splendente di luce rossastra, apparve scivolando verso l’alto tra i fianchi della spaccatura, finché si allontanò fluttuando sopra le cime, quasi scappasse da una tomba spalancata in dolce trionfo. “Effetto meraviglioso”, disse Jim al mio fianco. “Vale la pena vederlo. No?”.
E nella domanda rivoltami c’era una nota di personale fierezza che mi fece sorridere, come se lui avesse collaborato a regolare quello spettacolo unico. Aveva regolato tante cose a Patusan! Cose che sarebbero potute sembrare tanto al di fuori del suo controllo quanto il moto della luna e delle stelle.
Era straordinario. Proprio questa era la caratteristica distintiva della parte nella quale Stein e io lo avevamo buttato involontariamente, senz’altra intenzione che di allontanarlo; allontanarlo dalla sua stessa strada, sia chiaro. Questo era stato il nostro scopo principale, sebbene, lo riconosco, un altro motivo mi aveva forse influenzato leggermente. Stavo per tornare in patria per un po’; e può darsi che desiderassi, più di quanto io stesso riuscissi a rendermi conto, sistemarlo – sistemarlo, capite – prima di partire. Tornavo in patria, da dove lui mi era arrivato, con il suo penoso fardello e la sua illusoria rivendicazione, come un uomo ansimante sotto un peso nella nebbia. Non posso dire di averlo mai visto distintamente – neppure a tutt’oggi, dopo l’ultima volta che l’ho avuto davanti; ma mi pareva che quanto meno capivo tanto più ero legato a lui in nome di quel dubbio che è parte integrante del nostro sapere. Non sapevo poi molto di più di me stesso. E inoltre, ripeto, stavo per tornare in patria – quella patria così lontana da far parere tutti i suoi focolari come un unico focolare, a lato del quale il più umile di noi ha il diritto di sedersi. A migliaia vaghiamo sulla superficie della terra, illustri e ignoti, guadagnandoci oltremare fama, denaro, o anche solo una crosta di pane; ma mi sembra che per ciascuno di noi tornare in patria sia come andare a una resa dei conti. Ci ritroviamo di fronte ai nostri superiori, ai nostri parenti, ai nostri amici – quelli ai quali ubbidiamo, e quelli che amiamo; ma anche coloro che non hanno nessuno, i più liberi, soli, senza responsabilità e privi di legami, – anche quelli per i quali la patria non contiene nessun viso caro, nessuna voce nota, – anch’essi debbono far fronte allo spirito che dimora nella loro terra, sotto il suo cielo, nella sua aria, nelle sue valli, e nelle sue alture, nei suoi campi, nelle sue acque e nei suoi alberi – amico, giudice, e ispiratore muto. Checché ne diciate, per assaporarne la gioia, per respirarne la pace, per affrontarne la verità, bisogna tornare con la coscienza pulita. Tutto ciò vi potrà sembrare puro sentimentalismo; e in realtà pochissimi di noi hanno la volontà o la capacità di guardare consapevolmente sotto la superficie di emozioni abituali. Ci sono le ragazze che amiamo, gli uomini che stimiamo, la tenerezza, le amicizie, le occasioni, i piaceri! Ma sta di fatto che bisogna ricevere la propria ricompensa con mani pulite, affinché nella presa non si trasformi in foglie secche, in spine. Penso che i solitari, senza un focolare o un affetto da poter definir proprio, coloro che ritornano non a un’abitazione ma alla terra in sé, a incontrarne lo spirito incorporeo, eterno, e immutabile – siano proprio coloro che ne capiscono meglio la severità, il potere di redenzione, la grazia del suo secolare diritto alla nostra fedeltà, alla nostra obbedienza. Sì! Pochi di noi capiscono, ma tutti lo sentiamo, e dico tutti senza eccezione, perché chi non sente non conta. Ogni filo d’erba ha il suo posto sulla terra dal quale attinge la vita, la forza; così pure l’uomo è radicato al luogo d’origine dal quale attinge la fede insieme alla vita. Non so fino a che punto Jim capisse; ma so che sentiva, sentiva confusamente ma potentemente, l’esigenza di una tale verità o di una tale illusione – il nome non ha importanza, c’è così poca differenza, e la differenza significa così poco. Sta di fatto che in virtù di quel sentire lui contava. Non sarebbe mai tornato in patria ora. Lui no. Mai. Se fosse stato capace di manifestazioni pittoresche avrebbe rabbrividito al pensiero e avrebbe fatto rabbrividire anche voi. Ma non era tipo da farlo, benché a suo modo fosse sufficientemente espressivo. All’idea di tornare in patria si irrigidiva disperatamente in un’immobilità totale, mento chino e labbra imbronciate, con quei suoi schietti occhi azzurri che splendevano cupi sotto le sopracciglia aggrottate, come davanti a una cosa insopportabile, come davanti a una cosa disgustosa. C’era dell’immaginazione in quella testa dura, sulla quale i capelli folti e ricci calzavano come un berretto. Quanto a me, io non ho immaginazione (oggi sarei più sicuro su di lui, se ne avessi), e con questo non voglio insinuare che mi figurassi lo spirito della terra d’origine levarsi sopra le bianche scogliere di Dover, per chiedere a me – che tornavo senza ossa rotte, per così dire – cosa ne avessi fatto del mio giovanissimo fratello. Non potevo fare un simile errore. Sapevo benissimo che lui era di quelli sui quali non si chiede mai niente; avevo visto uomini migliori andarsene, scomparire, dissolversi nel nulla, senza provocare la benché minima curiosità o il benché minimo rimpianto. Lo spirito della terra, come si addice a un capo di grandi imprese, non si cura di innumerevoli vite. Guai agli sbandati! Esistiamo solo finché restiamo uniti. Lui in un certo senso si era sbandato; non era rimasto unito; ma ne era consapevole con un’intensità che lo rendeva commovente, proprio come la maggior intensità di vita di un uomo rende la sua morte più commovente di quella di un albero. Per caso mi ero trovato a portata di mano, e per caso mi ero commosso. Ecco tutto. Mi interessava sapere come sarebbe andato a finire. Ci sarei rimasto molto male se, per esempio, si fosse dato al bere. Il mondo è così piccolo che temevo, un giorno, di essere abbordato da un vagabondo sudicio, dal viso gonfio e dagli occhi cisposi, con scarpe di tela senza suole, e brandelli svolazzanti ai gomiti, il quale, in nome della conoscenza di vecchia data, mi avrebbe chiesto cinque dollari in prestito. Avete certo presente l’orribile disinvoltura di questi spaventapasseri che ti si avvicinano da un passato decoroso, la voce rauca e inespressiva, le occhiate oblique e impudenti – incontri che mettono alla prova un uomo che creda alla solidarietà umana più di un prete alla vista di un peccatore impenitente sul letto di morte. Questo, a dire il vero, era l’unico pericolo che riuscissi a scorgere per lui e per me; ma in aggiunta non mi fidavo della mia mancanza d’immaginazione. Poteva anche andare a finire peggio, in un modo che le facoltà della mia fantasia non erano in grado di prevedere. Lui non mi permetteva di dimenticare di quanta immaginazione fosse dotato, e chi è dotato d’immaginazione compie più ampi giri in ogni direzione, come se disponesse di un tratto maggiore di cavo nel disagevole ancoraggio della vita. Proprio così. E si dà anche al bere. Forse lo sottovalutavo con quelle mie paure. Come potevo saperlo? Perfino Stein non riusciva a dire altro se non che era romantico. Sapevo solo che era uno di noi. E a che scopo essere romantico? Mi dilungo tanto a descrivervi i miei sentimenti istintivi e le mie confuse riflessioni perché resta così poco da dire sul suo conto. Egli esisteva per me, e in fondo se esiste per voi è solo per mio tramite. L’ho condotto fuori per mano; l’ho fatto sfilare davanti a voi. Erano fuori luogo le mie stupide paure? Non saprei dirlo – neanche ora. Forse voi potete vederci più chiaro, perché, come dice il proverbio, gli spettatori hanno una visione più ampia del gioco. Comunque, si rivelarono superflue. Lui non andò a finir male, nient’affatto; al contrario, avanzò in modo prodigioso, avanzò dritto come un fuso e in ottima forma, dimostrando con ciò di essere dotato non solo di resistenza ma anche di scatto. Dovrei esserne felicissimo, perché avevo avuto parte in quella vittoria; ma non sono così soddisfatto come mi sarei aspettato. Mi chiedo se la sua corsa precipitosa lo avesse davvero portato fuori da quella nebbia in cui si profilava in lontananza, dai contorni fluttuanti, la sua figura non molto grande ma interessante – uno sbandato inconsolabile che anela a riavere il suo umile posto nei ranghi. E poi, non è detta l’ultima parola – non verrà mai detta probabilmente. La nostra vita non è forse troppo corta per arrivare a esprimersi compiutamente, seppure attraverso tutti i nostri balbettii sia questa certo la nostra unica e costante intenzione? Ho rinunciato alla speranza di udire tali parole definitive, il cui suono, se mai venissero pronunciate, scuoterebbe cielo e terra. Ci manca sempre il tempo di dire la parola definitiva – la parola definitiva del nostro amore, del nostro desiderio, fede, rimorso, sottomissione, rivolta. Cielo e terra non devono essere scossi, suppongo – almeno non da noi che su entrambi sappiamo tante verità. Le mie parole definitive sul conto di Jim saranno poche. Affermo che era riuscito a raggiungere la grandezza; ma la cosa risulterebbe sminuita a dirla, o piuttosto ad ascoltarla. Francamente non delle mie parole diffido ma delle vostre menti. Potrei essere eloquente se non temessi che voialtri abbiate fatto morir di fame l’immaginazione per rimpinzarvi il corpo. Non intendo offendere; è cosa rispettabile non avere illusioni – e sicura – e vantaggiosa – e monotona. Eppure anche voi, ai vostri tempi dovete aver conosciuto l’intensità della vita, quella luce magica che si accende nello scontro di sciocchezze, sorprendente quanto le vive scintille prodotte sfregando una fredda pietra – e altrettanto effimera, ahimè!».
Capitolo ventiduesimo
«La conquista dell’amore, dell’onore, della fiducia degli uomini – l’orgoglio che ne deriva, la forza che se ne ricava, sono materia idonea a un racconto epico; ma la nostra mente si lascia impressionare solo dall’esteriorità di un tale successo, e nei successi di Jim non ci fu esteriorità. Trenta miglia di foreste li nascondevano alla vista di un mondo indifferente, e il rumore prodotto dal frangersi delle onde bianche di schiuma lungo la costa soverchiava la voce della fama. La corrente della civiltà, quasi sdoppiandosi contro un promontorio cento miglia a nord di Patusan, si dirama a est e sud-est, lasciandone le pianure e le valli, i vecchi alberi e i vecchi uomini, trascurati e isolati, come un isolotto insignificante roso a poco a poco tra i due rami di un fiume impetuoso e divoratore. Il nome del paese è citato abbastanza spesso in raccolte di antichi viaggi. I mercanti del Diciassettesimo secolo vi si recavano in cerca di pepe, poiché la passione per il pepe sembrava bruciare come una vampa d’amore nel petto degli avventurieri olandesi e inglesi all’epoca circa di Giacomo I. Dove non sarebbero andati in cerca di pepe! Per un sacco di pepe si sarebbero scannati a vicenda senza esitazione, e avrebbero dato via l’anima, della quale altrimenti si prendevano tanta cura: la bizzarra ostinazione di quella brama li induceva a sfidare la morte sotto mille forme; i mari sconosciuti, le malattie disgustose e strane; ferite, prigionia, fame, pestilenza, e disperazione. Li rendeva grandi! Santo cielo! Li rendeva eroici; e li rendeva patetici, anche, in quella loro avidità di commerci mentre la morte inflessibile faceva pagare a giovani e vecchi il suo tributo. Pare impossibile credere che la sola cupidigia potesse tener legati degli uomini a una tale fermezza di propositi, a una tale cieca ostinazione nello sforzo e nel sacrificio. E davvero coloro che ponevano a repentaglio vita e persona rischiavano tutto il loro avere per una sparuta ricompensa. Lasciavano le loro ossa a sbiancare adagiate su spiagge lontane, per far affluire ricchezza ai vivi rimasti in patria. Ai nostri occhi di eredi meno provati di loro, appaiono ingranditi, non come agenti di commercio ma come strumenti di un destino segnato, avventuratisi nell’ignoto per obbedire a una voce interiore, a un moto impulsivo del sangue, a un sogno del futuro. Erano prodigiosi; e bisogna riconoscere che erano preparati al prodigio. Lo riscontravano compiaciuti nelle loro sofferenze, nell’aspetto dei mari, nei costumi di paesi sconosciuti, nella gloria di splendidi sovrani.
A Patusan avevano trovato moltissimo pepe, ed erano rimasti colpiti dalla magnificenza e dalla saggezza del Sultano; ma per un qualche motivo, dopo un secolo di movimentati rapporti, il paese sembra ritirarsi a poco a poco dagli scambi commerciali. Forse si era esaurito il pepe. Comunque sia, nessuno se ne cura ora; la gloria si è spenta, il Sultano è un giovane deficiente con due pollici sulla mano sinistra e un reddito sparuto e incerto estorto a una popolazione di poveracci e a sua volta rubatogli dai numerosi zii.
Questo naturalmente lo sono venuto a sapere da Stein. Mi diede i loro nomi e un breve schizzo della vita e del carattere di ciascuno. Era pieno di informazioni sugli Stati indigeni come un rapporto ufficiale, ma infinitamente più divertente. Lui doveva sapere. Commerciava in tanti di essi, e in certi distretti – come a Patusan, per esempio – la sua ditta era l’unica ad avere un’agenzia per speciale autorizzazione rilasciata dalle autorità olandesi. Il governo si fidava della sua discrezione, ed era inteso che lui si sobbarcava tutti i rischi. Ciò era chiaro anche ai suoi impiegati, ma lui evidentemente faceva sì che ne vedessero il loro vantaggio. Fu assolutamente sincero con me quella mattina a colazione. Per quanto ne sapeva (le ultime notizie risalivano a tredici mesi prima, riferì con precisione), la totale insicurezza della vita e della proprietà era lo stato normale delle cose. Vi erano a Patusan forze in opposizione, e una di esse era personificata dal rajah Allang, il peggiore tra gli zii del Sultano, governatore del fiume, il quale estorceva e rubava, e spremeva fino all’osso i malesi originari del luogo, che, del tutto indifesi, non avevano nemmeno la risorsa di emigrare – “perché invero”, come osservò Stein, “dove potrebbero andare, e come potrebbero allontanarsi?”. Senza dubbio non desideravano nemmeno allontanarsi. Il mondo (circoscritto da alte montagne invalicabili) è stato dato in mano a chi è di alto lignaggio, e quel rajah lo conoscevano: era della loro stessa casa reale. In seguito ebbi il piacere di incontrare codesto signore. Era un vecchietto sporco, sfinito, dagli occhi cattivi e una bocca da debole, che ingoiava una pillola d’oppio ogni due ore, e a dispetto della più comune decenza portava i capelli scoperti che gli ricadevano in ciocche incolte e filacciose intorno al viso sudicio e avvizzito. Quando dava udienza si arrampicava su una specie di stretto palco eretto in una sala simile a un granaio in rovina con un pavimento marcio di bambù, attraverso le cui fessure si vedevano, quattro o cinque metri più in basso, i mucchi di rifiuti e d’immondizie di ogni genere che si trovavano sotto la casa. Fu lì e così che ci ricevette quando, accompagnato da Jim, gli resi una visita di cortesia. Nella stanza c’erano circa quaranta persone, e forse tre volte tante nell’ampio cortile di sotto. Alle nostre spalle era un continuo andirivieni, spintoni e mormorii senza sosta. Alcuni giovani avvolti in sete sgargianti splendevano luminosi da lontano; la maggioranza, schiavi e umili dipendenti, erano seminudi, nei loro sarong logori, sporchi di cenere e macchiati di fango. Non avevo mai visto Jim con un’aria così seria, così padrone di sé, impenetrabile e toccante. In mezzo a quegli uomini dai volti scuri, la sua aitante figura vestita di bianco, i ricci folti e lucenti dei suoi capelli biondi, sembravano assorbire tutti i raggi del sole che filtravano attraverso le fessure delle imposte chiuse in quella sala in penombra, con le pareti di stuoia e il tetto di paglia. Pareva una creatura non solo di un’altra specie ma anche di un’altra essenza. Se non l’avessero visto comparire in canoa avrebbero potuto credere che fosse disceso su di loro dalle nuvole. Era, però, davvero arrivato in una piroga sconquassata, seduto (immobile e a ginocchia unite, per paura di rovesciare quel trabiccolo) – seduto su una cassetta di latta – prestatagli da me – tenendo amorosamente in grembo una rivoltella di dotazione della Marina – mio regalo d’addio – che, per intervento della Provvidenza, o per qualche idea bislacca, del tutto consona a lui, oppure semplicemente per istintiva sagacia, aveva deciso di portarsi dietro scarica. Fu così che aveva risalito il fiume Patusan. Nulla avrebbe potuto essere più prosaico e malsicuro, più assurdamente casuale, più solitario. Strana fatalità quella, che faceva assumere a tutti i suoi atti l’aspetto di una fuga, di diserzione impulsiva e sventata – di un salto nell’ignoto.
È precisamente questo senso di casualità che mi colpisce di più. Né Stein né io avevamo un’idea chiara di cosa potesse esserci dall’altra parte quando, metaforicamente parlando, lo avevamo sollevato e buttato al di là del muro senza tanti complimenti. Allora non desideravo altro che farlo sparire. Stein aveva invece un motivo sentimentale, il che è tipico della sua natura. Aveva intenzione di ripagare (nella stessa moneta, immagino) quel vecchio debito mai dimenticato. È un dato di fatto che in tutta la sua vita si era dimostrato particolarmente bendisposto verso chiunque fosse delle isole britanniche. Il suo antico benefattore, veramente, era scozzese – addirittura fino al punto di chiamarsi Alexander McNeil – e Jim proveniva da un luogo molto più a sud del Tweed; ma a sei o settemila miglia di distanza la Gran Bretagna, pur sempre di uguale grandezza, appare agli occhi dei suoi stessi figli sufficientemente in prospettiva da rendere tali particolari privi d’importanza. Stein era scusabile, e le intenzioni cui fece allusione erano così generose che lo scongiurai vivamente di tenerle segrete per un po’. Avevo la sensazione che non si dovesse permettere ad alcuna considerazione di tornaconto personale di influenzare Jim; che non si doveva correre nemmeno il rischio di una simile influenza. Avevamo a che fare con un altro genere di realtà. Lui aveva bisogno di un rifugio, e un rifugio anche a costo del pericolo avrebbe avuto – niente di più.
Su ogni altro punto fui assolutamente sincero con lui, ed esagerai perfino (così almeno credetti allora) i pericoli dell’impresa. In realtà non fui obiettivo nel giudicarli; poco ci mancò che il suo primo giorno a Patusan fosse anche l’ultimo – e lo sarebbe stato se non si fosse dimostrato così incosciente o così duro con se stesso e avesse accondisceso a caricare la rivoltella. Ricordo, mentre gli spiegavo il nostro piano perfetto per la sua ritirata, la sua testarda ma stanca rassegnazione lasciare a poco a poco il posto alla sorpresa, l’interesse, lo stupore, e all’impazienza infantile. Quella era l’occasione che sognava da tempo. Non riusciva a capacitarsi perché mai si meritasse che io… Morisse sul colpo se arrivava a capire a che doveva… Ed era Stein, Stein il mercante, che… ma naturalmente era me ch’egli doveva… Lo feci smettere. Era disarticolato nel parlare, e la sua gratitudine mi causava un’impiegabile sofferenza. Gli dissi che se mai doveva quell’occasione a qualcuno in particolare, era a un vecchio scozzese, morto molti anni prima, che lui non aveva mai sentito nominare, e di cui ben poco ci si ricordava oltre a una voce stentorea e a una certa rozza onestà. Non c’era proprio nessuno da ringraziare. Stein trasmetteva a un giovane l’aiuto a sua volta ricevuto in gioventù, e io non avevo fatto altro che menzionargli il suo nome. A questo punto arrossì, e, attorcigliando un pezzetto di carta tra le dita, osservò timidamente che avevo sempre avuto fiducia in lui.
Riconobbi che era vero, e dopo una pausa aggiunsi che mi auguravo potesse seguire il mio esempio. “Crede che non lo faccia?”, chiese imbarazzato, e balbettando commentò che uno doveva prima dimostrarlo in qualche modo; poi illuminandosi improvvisamente, e a voce alta protestò che non mi avrebbe dato occasione di pentirmi della mia fiducia, che – che…
“Non mi fraintenda”, lo interruppi. “Non sta in lei farmi pentire di nulla”. Non ci sarebbero stati pentimenti di sorta; ma se anche ci fossero stati, avrebbero riguardato solo ed esclusivamente me: d’altra parte, desideravo capisse chiaramente che quella soluzione – quel – quell’esperimento, era opera sua; lui ne era responsabile e nessun altro. “Diamine! Diamine”, balbettò, “è proprio ciò che io…”. Lo supplicai di non fare lo stupido, e lui sembrò più confuso che mai. Era sulla buona strada per rendersi la vita insopportabile… “Lo crede davvero?”, chiese, turbato; ma subito aggiunse in tono confidenziale: “Eppure tiravo avanti. No?”. Era impossibile arrabbiarsi con lui: non potei fare a meno di sorridere, e gli dissi che in passato coloro che tiravano avanti così erano sulla buona strada per diventare eremiti nel deserto. “Che s’impicchino gli eremiti!”, commentò con avvincente impulsività. Naturalmente non aveva niente in contrario al deserto… “Meno male”, dissi. Proprio lì sarebbe andato a finire. L’avrebbe trovato abbastanza movimentato, mi arrischiai a promettergli. “Sì, sì”, disse, con ardore. Aveva espresso il desiderio, proseguii inflessibile, di andarsene e chiudersi la porta alle spalle… “Davvero?”, s’intromise in uno strano accesso di malinconia che parve avvolgerlo dalla testa ai piedi come l’ombra di una nuvola passeggera. Era incredibilmente espressivo in fondo. Incredibilmente! “Davvero?” ripeté, con amarezza. “Non può dire che io abbia fatto tante scene. E posso anche resistere – solo che, maledizione! Mi indichi una porta”… “Benissimo. La varchi”, intervenni. Potevo promettergli solennemente che gli si sarebbe richiusa ben bene alle spalle. La sua sorte, qualunque essa fosse, sarebbe stata ignorata, perché il paese, nonostante il suo stato di sfacelo, non veniva giudicato maturo per ingerenze esterne. Una volta dentro, per il mondo di fuori sarebbe stato come se lui non fosse mai esistito. Non avrebbe avuto altro su cui appoggiarsi che le piante dei piedi, e anche solo per questo avrebbe dovuto prima trovarsi il terreno. “Mai esistito – proprio così, per Giove!”, mormorò tra sé. Gli occhi, che non si staccavano dalle mie labbra, gli scintillavano. Se aveva capito fino in fondo le condizioni, conclusi, faceva meglio a saltare sul primo gharry che gli capitava a tiro e farsi portare a casa di Stein per le ultime istruzioni. Si precipitò fuori della stanza quasi prima che avessi finito di parlare».
Capitolo ventitreesimo
«Non tornò fino al mattino seguente. Era stato trattenuto a cena e a dormire. Mai era esistito un uomo così straordinario come il signor Stein. Aveva in tasca una lettera per Cornelius (“quel tale che verrà licenziato”, spiegò con un momentaneo calo di euforia), ed esibì gioioso un anello d’argento, come quelli che portano gli indigeni, diventato sottilissimo per l’uso e con lievi tracce di cesellatura.
Era quella la sua presentazione per un vecchio di nome Doramin – uno degli uomini più importanti di laggiù – un pezzo grosso – già amico del signor Stein in quel paese ov’egli aveva avuto tutte quelle avventure. Il signor Stein lo chiamava “compagno d’armi”. Bello “compagno d’armi”, no? E non parlava forse meravigliosamente bene l’inglese il signor Stein? Diceva d’averlo imparato a Celebes – figurarsi! Era buffissimo, no? Parlava sì con una certa cadenza – nasale – me n’ero accorto? Era stato quel tale Doramin a dargli l’anello. Si erano scambiati regali al momento di separarsi l’ultima volta. Come per promettersi eterna amicizia. Secondo lui era bello – no? Si erano dovuti precipitare fuori del paese per mettersi in salvo quando quel Mohammed – Mohammed – Vattelappesca era stato ucciso. Io certo ero al corrente della storia. Fu un vero peccato, no?…
Non la smetteva di parlare, dimentico del piatto che aveva davanti, con in mano forchetta e coltello (mi aveva trovato che pranzavo), il viso lievemente arrossato, e gli occhi di una sfumatura molto più scura del solito, che in lui era indice di esaltazione. L’anello era una specie di credenziale – (“È qualcosa di simile a ciò che si legge nei libri”, buttò là con ammirazione) e Doramin avrebbe fatto del suo meglio per lui. Il signor Stein una volta gli aveva salvato la vita; per puro caso, aveva detto il signor Stein, ma lui – Jim – aveva la sua personale opinione in proposito. Il signor Stein era fatto su misura per andarseli a cercare simili casi. Che importanza aveva? Caso o intenzione, gli sarebbe tornato utilissimo. Sperava proprio che nel frattempo l’ameno vecchietto non avesse tirato le cuoia. Il signor Stein non lo sapeva. Non aveva ricevuto notizie da più di un anno; laggiù era in pieno svolgimento tra loro un putiferio infernale, e il fiume era chiuso. Bel guaio, quello; ma, niente paura; sarebbe riuscito a scovare una fessura per entrare.
Mi impressionò, quasi mi spaventò, con quella sua scarica di parole esaltate. Era loquace come un ragazzo alla vigilia di una lunga vacanza con la prospettiva di esilaranti avventure, e uno stato d’animo del genere in un adulto e nella fattispecie aveva in sé un che di fenomenale, un po’ folle, pericoloso, rischioso. Stavo per pregarlo di prendere le cose seriamente quando lasciò cadere forchetta e coltello (aveva cominciato a mangiare, o meglio a mandar giù cibo, per così dire, inconsciamente), e si diede a cercare in lungo e in largo attorno al piatto. L’anello! L’anello! Dove diavolo… Ah! Eccolo… Lo rinchiuse nella sua grande mano, e una dopo l’altra provò tutte le tasche che aveva. Per Giove! Mai e poi mai perderlo. Se ne stette tutto serio a riflettere sul pugno chiuso. Indovinato? Appeso al collo se lo sarebbe quel benedetto coso! Detto fatto, tirò fuori all’uopo uno spago (che sembrava un pezzo di stringa da scarpe). Ecco! Quella sì era una bella trovata! Ci voleva lo zampino del diavolo per… Parve accorgersi della mia faccia per la prima volta, e ciò lo calmò un po’. Probabilmente non mi rendevo conto, disse con ingenua gravità, dell’importanza che egli annetteva a quel simbolo. Significava un amico; ed è bello avere un amico. Ne sapeva qualcosa lui. Annuì verso di me con aria d’intesa, ma prima ancora ch’io facessi un gesto di diniego appoggiò la testa sulla mano e per un po’ se ne stette in silenzio, giocherellando assorto con le briciole sulla tovaglia… “Sbattersi dietro la porta – era proprio un bel modo di dirlo”, gridò, e balzato in piedi, si mise ad andare su e giù per la stanza, ricordandomi per la posizione delle spalle, il portamento del capo, il passo precipitoso e irregolare, quell’altra notte in cui era andato su e giù così, confessandosi, spiegando – come preferite – ma, in ultima analisi, vivendo – vivendo davanti a me, screditato ai suoi stessi occhi, con tutte le sue inconsce sottigliezze che riuscivano ad attingere consolazione proprio alla fonte del dolore. Era lo stesso umore, lo stesso e diverso, come un compagno volubile che oggi ti guida sul retto sentiero, e, con gli stessi occhi, lo stesso passo, lo stesso impeto, domani ti condurrà irrimediabilmente fuori strada. L’andatura era sicura, gli occhi persi, oscurati parevano vagare per la stanza in cerca di qualcosa. Un passo non so perché risuonava più dell’altro – colpa delle scarpe probabilmente – dando la curiosa impressione di un’invisibile sosta nel suo camminare. Si era infilato una mano in fondo alla tasca dei calzoni, e l’altra cominciò d’un tratto a sventolarsela sopra la testa. “Sbattersi dietro la porta!” gridò. “È proprio ciò che aspettavo. Ma farò vedere io… farò… sono pronto a qualsiasi cosa, maledizione… È ciò che sognavo… per Giove! Tirarsene fuori. Per Giove! Questa sì che è fortuna finalmente… Vedrà. Io…”.
Scosse il capo con aria sicura, e confesso che per la prima e ultima volta nel corso della nostra conoscenza mi accorsi a un tratto di essere assolutamente nauseato di lui. Perché tante scene? Andava avanti e indietro per la stanza con la leggerezza di un elefante agitando il braccio in modo assurdo, e tastandosi il petto di tanto in tanto per sentire l’anello sotto i vestiti. Che senso aveva quell’esaltazione in un uomo designato a fare il rappresentante di commercio, in un luogo, per di più, dove non c’era commercio? Perché lanciare sfide all’universo? Non era quella la giusta disposizione d’animo per iniziare qualsiasi impresa; disposizione sbagliata non solo per lui, dissi, ma per chiunque. Si fermò sovrastandomi dall’alto. “Sul serio?” chiese, per nulla sgonfiato, e con un sorriso in cui d’un tratto mi parve di intravvedere una sfumatura d’insolenza. Ma in fondo ho vent’anni più di lui. La gioventù è insolente; lo è di diritto – di necessità; deve affermarsi, e qualsiasi affermazione in questo mondo di dubbi è una sfida, un’insolenza. Si diresse fino all’angolo dall’altra parte, e tornando indietro, si diede, metaforicamente parlando, a dilaniarmi. Parlavo così perché io – perfino io, che ero stato con lui di una bontà infinita – perfino io ricordavo – ricordavo – contro di lui – ciò – ciò che era successo. E gli altri allora – il – il mondo? Cosa c’era da meravigliarsi se voleva tirarsi fuori, se intendeva tirarsi fuori, se intendeva restare fuori – santo cielo! E io gli parlavo di giuste disposizioni d’animo!
“Non siamo io o il mondo a ricordare”, gridai. “È lei – lei, a ricordare”.
Non fece una piega, e proseguì con calore: “Dimenticare tutto, tutti, tutti”… La sua voce ebbe un calo… “Tranne lei”, soggiunse.
“Sì – anche me – se fosse di qualche utilità”, dissi, a voce bassa a mia volta. Dopo di che restammo silenziosi e fiacchi per un po’ come esausti. Poi riprese, tranquillamente, a parlare, e mi disse che il signor Stein gli aveva raccomandato di aspettare circa un mese, per vedere se gli era possibile fermarsi, prima di cominciare a costruirsi una nuova casa, in modo da evitare una “spesa inutile”. Usava proprio espressioni buffe – Stein. “Spesa inutile” era buona davvero… Fermarsi? Diamine! Certo. Avrebbe resistito. Se solo riusciva a entrare – ecco tutto; quanto a fermarsi ne rispondeva lui stesso. Non ne sarebbe più uscito. Fermarsi non era difficile.
“Non sia avventato”, dissi, messo a disagio da quel tono minaccioso. “Se solo vivrà abbastanza vorrà tornare”.
“Tornare dove?”, chiese, assente, senza staccare gli occhi dal quadrante di un orologio appeso al muro.
Rimasi zitto per un po’. “Ha da essere mai, dunque?” dissi. “Mai”, ripeté, con aria stranita, senza guardarmi, e poi passò di botto a darsi da fare. “Per Giove! Le due, e si salpa alle quattro?”.
Era vero. Un brigantino di Stein partiva quel pomeriggio diretto a occidente, e lui aveva ricevuto istruzioni d’imbarcarvisi, ma non era stato dato nessun ordine di ritardare la partenza. Suppongo Stein se ne fosse scordato. Si precipitò a prendere la sua roba mentre io mi recai a bordo della mia nave, dove promise di fermarsi a salutarmi andando al brigantino ancorato più al largo. Infatti arrivò in fretta e furia, con in mano una valigetta di cuoio. Non era adatta, e gli offrii una mia vecchia cassa di latta che si supponeva fosse a prova d’acqua, o almeno d’umidità. Effettuò il travaso limitandosi a rovesciare il contenuto della valigia come si svuota un sacco di grano. Vidi tre libri venir giù in mezzo al resto; due piccoli, dalla copertina scura, e un grosso volume rilegato in verde e oro – le opere complete di Shakespeare in un’edizione da mezza corona. “Legge questo?”, chiesi. “Sì. Niente di meglio per tirar su il morale a un individuo”, disse a precipizio. Fui colpito da tale apprezzamento, ma non c’era tempo per mettersi a discutere di Shakespeare. Sul tavolo in cabina c’era una pesante rivoltella con due scatolette di cartucce. “La prego la prenda”, dissi. “La può aiutare a fermarsi”. Appena finito di pronunciare quelle parole mi resi conto del macabro significato che potevano implicare. “La può aiutare a entrare”, mi corressi, pieno di rimorso. Lui, tuttavia, non si lasciava scomporre da significati reconditi; mi ringraziò con effusione e via come una saetta, gridandomi arrivederci da sopra la spalla. Udii la sua voce dal fianco della nave incitare i barcaioli a dar di remo, e guardando dal portello di poppa vidi la barca doppiarne la poppa. Vi era seduto dentro piegato in avanti, spronando i suoi uomini con la voce e coi gesti; e siccome aveva tenuto in mano la rivoltella e sembrava puntarla verso le loro teste, non dimenticherò mai le facce sgomente dei quattro giavanesi, e la cadenza frenetica della loro remata che mi strappò dagli occhi quella visione. Poi voltandomi, la prima cosa che notai furono le due scatole di cartucce sul tavolo. S’era dimenticato di prenderle.
Feci armare immediatamente la mia iole; ma i vogatori di Jim, sotto l’impressione che la loro vita fosse appesa a un filo finché avevano a bordo quel pazzo, fecero un tempo da primato, tanto che non avevano ancora percorso metà della distanza tra le due navi quando scorsi Jim scavalcare la battagliola, e la sua cassa venir issata a bordo. Il brigantino aveva già sciolto tutte le vele, la maestra era spiegata, e l’argano cominciava a cigolare proprio nel momento in cui misi piede in coperta: il capitano, un meticcio piccolotto e vispo sulla quarantina, vestito di flanella blu, con occhi vivi, faccia tonda color buccia di limone, e baffetti neri e sottili spioventi sui due lati delle labbra carnose e scure, si fece avanti tutto ridente e ossequioso. Nonostante l’apparenza compiaciuta e gioconda, si rivelò poi di carattere ansioso. In risposta a una mia osservazione (mentre Jim era sceso abbasso un momento) disse: “Oh, sì. Patusan”. Avrebbe portato il signore fino alla foce del fiume, ma non lo avrebbe “mai asceso”. Il suo inglese fluente pareva uscir fuori da un dizionario compilato da un pazzo. Se il signor Stein gli avesse richiesto di “ascendere”, lui “riverenzialmente” – (penso volesse dire rispettosamente – ma lo sa il diavolo) – “riverenzialmente avrebbe fatto obiezioni per la sicurezza delle proprietà”. Se ignorato, avrebbe presentato “la rassegnazione delle dimissioni”. La sua ultima traversata fin là risaliva a dodici mesi prima, e sebbene il signor Cornelius avesse “propiziato molti offertori” al signor rajah Allang e alle “principali popolazioni”, a condizioni tali da rendere il commercio “un danno oltre alle beffe”, ciononostante lungo tutto il fiume “gruppi insensibili” avevano fatto fuoco dai boschi sulla sua nave; ragion per cui avendo costretto l’equipaggio “a non fiatare in nascondigli per protezione delle membra”, poco ci mancò che il brigantino si arenasse sulla barra, dove “sarebbe stato soggetto a deterioramento a dispetto di ogni azione umana”. La rabbia e il disgusto al ricordo, l’orgoglio per il suo eloquio scorrevole, al quale porgeva attento orecchio, si contendevano il possesso del suo viso largo e semplice. Mi lanciava occhiate minacciose e mi sorrideva radioso, e osservava soddisfatto l’innegabile effetto della sua fraseologia. Oscure pieghe percorrevano veloci la placida superficie del mare, e il brigantino, con la vela di parrocchetto a collo e il boma di maestra nella mezzeria della nave, pareva disorientato nella brezza. Seguitò a raccontarmi, digrignando i denti, che il rajah era una “iena ridicola” (non riesco a figurarmi il perché di tanta familiarità con le iene); un altro invece era di gran lunga più falso delle “armi di un coccodrillo”. Continuando a tener d’occhio le manovre dell’equipaggio a prua, diede via libera alla sua loquacità – paragonando quel luogo a una “gabbia di belve rese voraci da lunga impenitenza”. Suppongo volesse dire impunità. Non aveva alcuna intenzione, gridò, di “mettersi in mostra per farsi espressamente rapinare”. La cantilena strascicata, che dava la cadenza agli uomini che issavano l’ancora per caponarla, tacque, e lui abbassò la voce. “Ne ho avuto abbastanza e anche di gran lunga troppo di Patusan”, concluse, con energia.
Venni a sapere in seguito che era stato così incauto da farsi legare per il collo con un capestro di malacca a un palo piantato al centro di una buca di rifiuti davanti all’abitazione del rajah. Aveva passato gran parte del giorno e un’intera notte in quel luogo malsano, ma tutto induce a credere che l’intenzione fosse stata di fargli una sorta di scherzo. Rimuginò per un po’, suppongo, su quell’orribile ricordo, e poi si rivolse con tono litigioso all’uomo che veniva a poppa al timone. Quando tornò a voltarsi verso di me fu imparziale, spassionato nel parlare. Avrebbe portato il signore fino alla foce del fiume a Batu Kring (“essendo”, osservò, la città di Patusan “situata trenta miglia all’interno”). Ma secondo lui, proseguì – sostituendo alla loquace parlantina di prima un tono di stanca, annoiata convinzione – il signore era già “nella similitudine di un cadavere”. “Eh? Che ha detto?” chiesi. Assunse un contegno spaventosamente feroce, e imitò alla perfezione l’atto di una pugnalata alle spalle. “Già come il corpo di un deportato”, chiarì, assumendo quell’aria insopportabile di compiacenza tipica dei pari suoi quando credono di essersi mostrati particolarmente intelligenti. Alle sue spalle notai Jim che mi sorrideva in silenzio, e con la mano alzata tratteneva l’esclamazione che mi era salita alle labbra.
Poi, mentre il meticcio, pieno di sé da scoppiare, gridava i comandi, mentre i pennoni oscillando cigolavano e il pesante boma mollato cambiava posizione, Jim e io, praticamente soli, sottovento alla vela maestra, ci demmo una lunga stretta di mano e ci scambiammo le ultime frettolose parole. Nel mio cuore era scomparso quel sordo risentimento che aveva sempre affiancato l’interesse per la sua sorte. Le assurde chiacchiere del meticcio avevano dato maggior rilievo ai pericoli spiacevoli sul suo cammino più di quanto non avessero fatto le precise affermazioni di Stein. In tale circostanza quel che di convenzionale, sempre presente nei nostri rapporti, svanì dai nostri discorsi; mi pare d’averlo chiamato “caro ragazzo”, e lui a sua volta attaccò le parole “vecchio mio” a un’espressione di gratitudine rimastagli a metà, come se il rischio che si apprestava ad affrontare compensasse i miei anni rendendoci più vicini d’età e di sentire. Ci fu un attimo di reale e profonda intimità, inaspettato e fugace come una visione di eterna, redentrice verità. Cercò di calmarmi quasi fosse stato lui il più maturo dei due. “Va bene, va bene”, disse, rapido, e commosso. “Prometto di aver cura di me. Sì; non correrò rischi. Non il benché minimo rischio. Certo che no. Intendo fermarmici. Non stia in pensiero. Per Giove! Ho la sensazione che nulla possa toccarmi. Diamine! Questo è il Via alla fortuna. Non vorrei guastare una così magnifica occasione!”… Una magnifica occasione! Be’, lo fu magnifica, ma le occasioni sono quali le rendono gli uomini, e come potevo io allora sapere? Come lui aveva detto, perfino io – perfino io ricordavo – le sue – le sue disgrazie contro di lui. Era vero. E la cosa migliore per lui era andarsene. La mia iole era rimasta indietro nella scia del brigantino, e lo vidi a poppa stagliarsi contro la luce del sole al tramonto, che sollevava il berretto alto sopra il capo. Udii un grido indistinto: “Le – daranno – mie – notizie”. Le daranno, o le darò, non so bene. Dev’essere stato le daranno, credo. Avevo gli occhi troppo accecati dal luccichio del mare sotto i suoi piedi per riuscire a vederlo chiaramente; è destino che non riesca mai a vederlo chiaramente; ma vi assicuro che nessuno poteva apparire meno di lui “nella similitudine di un cadavere”, a dirla con le parole di quel meticcio del malaugurio. Riuscii a scorgere la faccia di quel piccolo miserabile, tale e quale una zucca matura per forma e colore, spuntare da non so dove sotto il gomito di Jim. Anche lui alzò il braccio come per una pugnalata dall’alto in basso. Absit omen!».
Capitolo ventiquattresimo
«La costa di Patusan (la vidi circa due anni dopo) è dritta e scura, di fronte a un oceano coperto di foschia. Sotto il fogliame verde cupo di cespugli e rampicanti che rivestono la bassa scogliera si vedono scorrere rosse strisce come cataratte di ruggine. Paludose pianure si stendono alla foce dei fiumi, con una vista di azzurre cime frastagliate oltre lo sfondo delle immense foreste. Al largo una catena di isole, dalle forme scure e friabili, spicca nell’eterna nebbia irradiata dal sole come i resti di una muraglia sbrecciata dal mare.
C’è un villaggio di pescatori alla foce del ramo dell’estuario di Batu Kring. Il fiume, rimasto chiuso per tanto tempo, adesso era riaperto, e il piccolo schooner di Stein, a bordo del quale feci la traversata, riuscì a risalirlo nell’arco di tre maree senza essere bersagliato dalle sparatorie di “gruppi insensibili”. Un tale stato di cose faceva già parte della storia antica, se dovevo dar credito all’anziano capo del villaggio, che salì a bordo per fungere in un certo senso da pilota. Mi parlò (ero il secondo bianco che avesse mai visto) con fiducia, e per lo più sul conto del primo bianco che avesse mai visto. Lo chiamava Tuan Jim, e il tono con cui vi si riferiva si faceva notare per uno strano misto di familiarità e soggezione. Loro, nel villaggio, erano sotto la speciale protezione di quel signore, prova che Jim non serbava alcun rancore. Se mi aveva avvertito che mi avrebbero dato sue notizie era l’assoluta verità. Me le stavano dando. Si era già creata la leggenda che la marea era montata due ore prima del solito per aiutarlo a risalire il fiume. Il vecchio ciarliero in persona aveva governato la canoa, restando stupefatto di fronte a quel fenomeno. Per di più, era un vanto tutto di famiglia. Alle pagaie c’erano suo figlio e suo genero; ma loro erano solo due giovani senz’esperienza, che non si erano accorti della velocità della canoa finché non gli aveva fatto notare quel fatto straordinario.
L’arrivo di Jim nel villaggio di pescatori era stato una benedizione; ma per loro, come per molti di noi, la benedizione giunse preannunciata da terrori. Talmente tante generazioni avevano visto la luce da quando l’ultimo bianco era venuto sul fiume che la tradizione stessa ne era andata perduta. La comparsa di quell’essere che, piovuto loro addosso dal cielo, esigeva inflessibile di essere portato a Patusan era sconcertante; la sua insistenza allarmante; la sua generosità più che sospetta. Era una richiesta inaudita. Senza precedenti. Come avrebbe reagito il rajah? Che avrebbe fatto loro? La maggior parte della notte passò in consultazioni; ma il rischio immediato dell’ira di quello sconosciuto sembrò così grande che alla fine fu approntata una piroga malmessa. Quando si staccò dalla riva le donne strillarono dal dolore. Una vecchia megera temeraria maledisse lo straniero.
Lui vi stava seduto dentro, come vi ho detto, sulla sua cassetta di latta, tenendo amorosamente in grembo la rivoltella scarica. Sedeva con cautela – e non c’è niente di più stancante – ed entrò così nel paese che era destinato a riempire della fama delle proprie virtù, dalle azzurre cime dell’entroterra fino al bianco nastro di schiuma sulla costa. Alla prima curva perse di vista il mare e le sue onde nel loro incessante travaglio che le porta a sollevarsi, abbassarsi, e scomparire per risollevarsi – perfetta immagine dell’umanità che lotta –, e in faccia si trovò le foreste immobili, profondamente radicate nella terra, slanciate verso la luce del sole, eterne nella misteriosa potenza della loro tradizione, come la vita stessa. E la sua occasione gli sedeva velata al fianco come una sposa orientale in attesa che la mano del padrone le scopra il viso. Anche lui era l’erede di una tradizione potente e misteriosa! Mi disse, tuttavia, che mai in vita sua si era sentito così depresso e stanco come su quella canoa. L’unico movimento che osava concedersi era allungar la mano, quasi di nascosto, fino al mezzo guscio di noce di cocco che gli galleggiava tra i piedi, per estrarne un po’ d’acqua con gesti accuratamente controllati. Scoprì quanto può essere duro il coperchio di una cassetta di lamiera stagnata per sedercisi sopra. Godeva di un’eroica salute; ma a varie riprese durante il viaggio fu preda di capogiri, e negli intervalli faceva confuse congetture sulle dimensioni della bolla che il sole gli andava gonfiando sulla schiena. Come passatempo spingeva lo sguardo in avanti cercando di stabilire se quell’oggetto fangoso che vedeva adagiato a fior d’acqua era un tronco d’albero o un alligatore. Solo che dovette smettere molto presto. Non c’era gusto. Alligatore immancabilmente. Uno di essi s’immerse di peso nel fiume e per poco non rovesciò la canoa. Ma quell’emozione fu subito superata. Poi in un lungo tratto dritto e vuoto fu molto grato a una schiera di scimmie che scesero fin proprio sulla riva a fare un gran chiasso levando insulti al suo passaggio. In tal modo si avvicinava alla più genuina grandezza che mai sia stata raggiunta da uomo alcuno. Soprattutto, anelava il tramonto; e intanto i tre alle pagaie si preparavano ad attuare il loro piano di consegnarlo al rajah.
“Suppongo dovessi essere istupidito dalla stanchezza, o forse mi assopii davvero per un po’”, disse. La prima cosa di cui ebbe coscienza fu la canoa che si accostava alla riva. In un attimo si rese conto che la foresta era rimasta indietro, che più in alto erano in vista le prime case, che alla sua sinistra si ergeva una palizzata, e che i suoi barcaioli spiccato insieme un balzo dalla piroga su una bassa punta di terra se la davano a gambe. Istintivamente balzò giù dietro a loro. Dapprima credette d’esser stato abbandonato per qualche strano motivo, ma poi udì grida eccitate, un cancello si spalancò, e una marea di gente si riversò fuori, puntando verso di lui. Contemporaneamente una barca piena di uomini armati apparve sul fiume e si accostò alla canoa vuota, impedendogli così la ritirata.
“Ero troppo spaventato per non perdere il mio sangue freddo – capisce? E se la rivoltella fosse stata carica avrei ucciso qualcuno – magari due, tre persone, e sarebbe stata la mia fine. Ma non lo era…”. “Come mai?”, chiesi. “Be’, mica potevo combattere contro l’intera popolazione, e non me ne venivo da loro come se temessi per la mia vita”, disse, rivolgendomi uno sguardo in cui faceva appena capolino quella sua aria di risentita testardaggine. Mi trattenni dal fargli notare che non potevano sapere che il caricatore era effettivamente vuoto. Doveva pur appagarsi a modo suo… “Comunque non lo era, ripeté, di buon umore, “perciò mi limitai a restare immobile e a chieder loro cosa fosse successo. Ciò parve farli ammutolire. Vidi alcuni di quei ladri filarsela con la mia cassetta. Quel vecchio furfante di Kassim dalle gambe lunghe (glielo mostrerò domani) mi venne incontro di corsa facendo grandi scene sul fatto che il rajah voleva vedermi. Dissi: ‘Va bene’; anch’io volevo vedere il rajah, perciò mi limitai a varcare il cancello e – e – eccomi qua”. Rise, e poi con enfasi imprevista: “E sa qual è il colmo in tutto ciò?” chiese. “Glielo dico io. È la consapevolezza che se mi avessero fatto fuori è questo posto che ci avrebbe rimesso”.
Mi parlava così davanti a casa sua quella sera che vi ho già menzionato – dopo aver insieme osservato la luna innalzarsi fluttuando sopra la spaccatura tra le due colline come uno spirito che si leva da una tomba; il suo chiarore si propagava verso il basso, pallido e freddo, come il fantasma di un sole smorto. C’è un che di spettrale nella luce della luna; ha tutto il distacco di un’anima disincarnata, e parte del suo incredibile mistero. Sta alla luce del sole, unica nostra fonte di vita – checché ne diciate – come l’eco sta al suono: ingannevole e disorientante, beffarda o triste che ne sia la tonalità. Priva ogni forma di materia – che, dopo tutto, è il nostro regno – della propria sostanza, e conferisce una sinistra realtà solo alle ombre. E le ombre intorno a noi erano molto reali, ma Jim al mio fianco aveva un’aria di gran forza, come se nulla – nemmeno il potere occulto del chiarore lunare – potesse privarlo della sua realtà ai miei occhi. Forse, davvero, nulla poteva toccarlo poiché era sopravvissuto all’assalto delle potenze oscure. Tutto taceva, tutto era immobile; perfino sul fiume i raggi della luna dormivano come su uno stagno. Era il momento dell’alta marea, un momento di fissità che accentuava il totale isolamento di quell’angolo sperduto della terra. Le case raggruppate lungo l’ampia ansa luminosa pur senza increspature o scintillii, immergendosi nell’acqua in un susseguirsi lineare di forme sovrapposte, vaghe, grigie, argentee miste a nere masse d’ombra, erano simili a una mandria spettrale di creature senza forma che avanzassero tutte insieme per abbeverarsi a un corso d’acqua spettrale e senza vita. Qua e là un rosso luccichio ammiccava dietro le pareti di bambù, caldo, come una scintilla di vita, indice di affetti umani, di riparo sicuro, di quiete.
Mi confessò che stava spesso a osservare lo spegnersi a uno a uno di quei lumini caldi, che gli piaceva vedere la gente andare a dormire sotto i suoi occhi, fiduciosa nella certezza del domani. “Che pace qui, eh?” chiese. Non era eloquente, ma nelle parole che seguirono c’era un profondo significato. “Guardi queste case; non ce n’è una ove non si abbia fiducia in me. Per Giove! Glielo avevo detto che avrei tenuto duro. Lo chieda a chiunque, uomo, donna, o bambino…”. S’interruppe. “Be’, in ogni caso sono a posto”.
Osservai senza indugio che finalmente se n’era accorto anche lui. Io ne ero sempre stato sicuro, soggiunsi. Scrollò il capo. “Davvero?”. Mi strinse leggermente il braccio sopra il gomito. “Be’, allora – aveva ragione”.
C’era esaltazione e orgoglio, c’era sgomento quasi, in quell’esclamazione sommessa. “Per Giove!”, gridò, “si provi solo a pensare cosa vuol dire per me”. Tornò a stringermi il braccio. “E mi ha chiesto se pensavo d’andarmene. Buon Dio! Io! Voglia d’andarmene! Specialmente adesso dopo quanto m’ha detto del signor Stein… Andarmene! Come! È proprio ciò di cui avevo più paura. Sarebbe stato – sarebbe stato peggio della morte. No – parola mia. Non rida. Ho assoluto bisogno di sentire – ogni giorno, ogni volta che apro gli occhi – che si ha fiducia in me – che nessuno ha il diritto – capite? Andarmene! Dove? A che pro? In cerca di che?”.
Gli avevo detto (in verità era questo lo scopo principale della mia visita) che Stein aveva intenzione di dargli immediatamente in dono la casa e la riserva di merci, a certe facili condizioni che avrebbero reso la transazione del tutto regolare e valida. In un primo momento si mise a sbuffare e a impennarsi. “Al diavolo la sua delicatezza!”, gridai. “Stein non c’entra assolutamente. È darle quel che lei si è costruito colle sue mani. E comunque serbi le sue osservazioni per McNeil – quando lo incontrerà all’altro mondo. Spero non sia troppo presto…”. Dovette arrendersi ai miei ragionamenti, perché tutte le sue conquiste, fiducia, fama, amicizie, amore – tutte queste cose che facevano di lui un padrone l’avevano anche reso schiavo. Guardava come fossero suoi la pace della sera, il fiume, le case, la vita eterna delle foreste, la vita dell’umanità del passato, i segreti della terra, l’orgoglio del suo cuore: ma erano loro a possederlo avendolo fatto proprio fino al più recondito pensiero, fino al più impercettibile moto del sangue, fino al suo ultimo respiro.
C’era di che esserne fieri. Anch’io ero fiero – per lui, anche se non altrettanto sicuro del prezzo favoloso dell’affare. Era meraviglioso. Non pensavo tanto al suo coraggio. È strano quanto poco conto ne tenessi: quasi fosse stato qualcosa di troppo convenzionale per stare alla base della faccenda. No. Ero più impressionato dagli altri talenti che aveva messo in luce. Aveva dimostrato di saper prendere in mano una situazione a lui sconosciuta, di esser dotato di un intelletto sveglio in quel campo di pensiero. E poi c’era la sua prontezza! Sorprendente. E tutto ciò gli era venuto come il buon fiuto a un bravo cane da caccia. Non era eloquente, ma c’era una certa dignità nella sua connaturata reticenza, c’era una profonda serietà nei suoi balbettii. Non aveva perso il suo vecchio vizio di arrossire ostinatamente. Di tanto in tanto, però, gli sfuggiva una parola, una frase, che stavano a indicare quale profonda, solenne considerazione provasse per quel lavoro che gli aveva dato la certezza della riabilitazione. Ecco perché pareva amare quella terra e quella gente con una specie di feroce egoismo, con una sprezzante tenerezza».
Capitolo venticinquesimo
«“Ecco dove sono rimasto prigioniero per tre giorni”, mi sussurrò (fu in occasione della nostra visita al rajah), mentre attraversavamo il cortile di Tunku Allang facendoci largo lentamente tra una profusione di domestici sbigottiti. “Lurido posto, vero? E per giunta non riuscivo a farmi dare niente da mangiare, se non protestando a gran voce, col magro risultato poi di un piattino di riso con un pesce fritto non molto più grande di uno spinarello – che il diavolo se li porti! Per Giove! Che fame ho avuto aggirandomi bramoso di cibo in questo recinto nauseante mentre qualcuno di questi vagabondi mi ficcava il muso fin proprio sotto il naso. La sua famosa rivoltella l’avevo consegnata alla prima richiesta. Contento di sbarazzarmi di quel maledetto aggeggio. Facevo la figura dello scemo ad andarmene in giro con un’arma da fuoco scarica in mano. In quel momento giungemmo alla presenza di Sua Signoria, e lui assunse un’aria complimentosa d’imperturbabile serietà col suo ex carceriere. Oh! Stupendo! Mi viene da ridere se ci ripenso. Ma ne fui anche impressionato. Quel vecchio indegno di Tunku Allang non riusciva a nascondere la sua paura (non era affatto un eroe, malgrado tutte le storie che gli piaceva raccontare sulla sua avventurosa gioventù); e allo stesso tempo il suo modo di fare nei confronti del suo ex prigioniero era improntato a un’assorta fiducia. Notate! Perfino dov’era più odiato continuavano a fidarsi di lui”. Jim – per quanto riuscii a seguire della conversazione – coglieva l’opportunità per fare un discorso. Dei poveri abitanti del villaggio erano stati assaliti e rapinati mentre si recavano alla casa di Doramin con un po’ di gomma o di cera vergine che desideravano barattare con riso. “Era Doramin a essere un ladro”, scoppiò a dire il rajah. Un tremito convulso parve impossessarsi di quel corpo vecchio e debole. Si contorceva sulla stuoia in modo assurdo, gesticolando con mani e piedi, agitando i ciuffi filacciosi e arruffati della sua zazzera – tangibile incarnazione di rabbia. Intorno a noi non c’erano che occhi sgranati e bocche aperte. Jim iniziò a parlare. Risolutamente, freddamente, e per un certo tempo si dilungò sul tema che non si dovrebbe impedire a nessuno di procurarsi onestamente il cibo per sé e per i propri figli. L’altro stava seduto come un sarto al suo tavolo di lavoro, con le palme sulle ginocchia, a testa bassa, e fissando Jim attraverso i capelli grigi che gli ricadevano fin proprio sugli occhi. Quando Jim ebbe terminato ci fu un gran silenzio. Pareva addirittura che nessuno respirasse; nessuno fiatò finché il vecchio rajah non emise un leggero sospiro, e alzati gli occhi, scuotendo il capo, disse in fretta: “Sta’ bene a sentire, popolo mio! Basta con questi scherzetti”. Il decreto fu accolto da un profondo silenzio. Un uomo piuttosto pesante, persona evidentemente fidata, dagli occhi intelligenti, un viso ossuto, largo, scurissimo, e un modo di fare gioviale e premuroso (venni a sapere in seguito che era il boia), ci offrì due tazzine di caffè su un vassoio d’ottone, prelevato dalle mani di un sottoposto. “Non è necessario che beva”, borbottò Jim rapidissimo. In un primo momento non colsi il significato, e mi limitai a guardarlo. Egli prese un buon sorso e rimase compostamente seduto, tenendo il piattino nella sinistra. Quasi subito mi sentii estremamente seccato. “Perché diavolo”, sussurrai, sorridendogli amabilmente, “mi espone a un rischio così stupido?”. Bevvi, è ovvio, non c’era altro da fare, mentre lui non batteva ciglio, e praticamente subito dopo ci congedammo. Nel percorrere il cortile per andare alla nostra barca, scortati dal boia intelligente e gioviale, Jim disse che era molto spiacente. La probabilità era minima, s’intende. Personalmente non dava nessuna importanza al veleno. L’ultima delle probabilità. Lui era considerato – mi assicurò – infinitamente più utile che pericoloso, e perciò… “Ma il rajah ha una paura folle di lei. Lo vede chiunque”, ribattei, lo ammetto, con una certa stizza, e sempre in ansiosa attesa del primo spasimo di una qualche spaventosa colica. Ero tremendamente disgustato. “Se voglio essere di qualche utilità qui e mantenere la mia posizione”, disse, mettendosi a sedere di fianco a me nella barca, “debbo affrontare il rischio: lo corro almeno una volta al mese. Molti ci contano che io lo faccia – per loro. Paura di me! Proprio così. Con tutta probabilità ha paura di me perché io non ho paura del suo caffè”. Poi indicandomi un tratto sul lato della palizzata rivolta a nord in cui diversi pali avevano la punta spezzata: “Ecco dove ho scavalcato con un salto il terzo giorno che ero a Patusan. Non ci hanno ancora messo dei pali nuovi. Bel salto, eh?”. Un attimo dopo oltrepassammo l’imboccatura di un canale fangoso. “Ecco il mio secondo salto. Presi un po’ di rincorsa e tentai di superarlo al volo, ma non ci riuscii. Credetti di lasciarci la pelle. Dibattendomi persi le scarpe. E non la smettevo di pensare tra me come sarebbe stato orribile essere infilzato da una di quelle lunghe lance della malora invischiato com’ero nel fango. Ricordo la nausea che provai divincolandomi in quella melma. Nausea vera e propria voglio dire – come se avessi addentato qualcosa di marcio”.
Ecco com’era andata – e l’occasione corse al suo fianco, scavalcò la breccia con un salto, si agitò nel fango… ancora velata. La sorpresa causata dal suo arrivo era stata l’unica cosa, capite, a salvarlo dall’esser fatto fuori lì per lì a colpi di kriss e gettato nel fiume. L’avevano preso, ma era come aver afferrato un’apparizione, uno spettro, un prodigio. Che significato aveva? Che farne? Non era troppo tardi per accattivarselo? Non era meglio ucciderlo senz’indugio? Ma poi cosa sarebbe successo? Quel vecchio miserabile di Allang era quasi uscito pazzo per l’agitazione e per la difficoltà di prendere una decisione. Diverse volte la seduta del consiglio era stata interrotta, e i consiglieri avevano infilato la porta alla rinfusa e poi fuori sulla veranda. Uno – a quanto si dice – arrivò perfino a saltar giù – quattro metri e mezzo, così a occhio – e si ruppe una gamba. Il regio governatore di Patusan aveva strane manie, come quella di introdurre in ogni ardua discussione certe sue rapsodie vanagloriose, al punto che, esaltandosi sempre più, finiva col lanciarsi giù dal suo piedistallo con un kriss in mano. Ma, escluse tali interruzioni, il dibattito sulla sorte di Jim proseguì giorno e notte.
Nel frattempo lui vagava per il cortile, evitato da alcuni, fissato con occhio torvo da altri, ma osservato da tutti, e praticamente alla mercé del primo occasionale pezzente in possesso di un coltellaccio, là dentro. Aveva occupato una piccola tettoia in rovina per dormirci; gli effluvi di immondizie e di roba marcia gli davano molto fastidio: pare però che l’appetito non l’avesse perso, perché – mi disse – aveva avuto fame per tutto quel benedetto tempo. Ogni tanto “qualche asino in grande agitazione” delegato dalla sala del consiglio arrivava di corsa da lui, e in tono mellifluo gli propinava stupefacenti interrogatori: “Gli olandesi stavano venendo a impadronirsi del paese? Sarebbe piaciuto all’uomo bianco ridiscendere il fiume? A che scopo venire in un paese così miserabile? Il rajah voleva sapere se l’uomo bianco era in grado di aggiustare un orologio?”. Gli portarono sul serio una sveglia di nichel fabbricata nella Nuova Inghilterra, e spinto solo dalla noia insopportabile si mise a trafficare cercando di far funzionare la suoneria. Evidentemente fu proprio mentre era intento a quell’occupazione sotto la sua tettoia che fece capolino in lui l’esatta percezione dell’estremo pericolo in cui si trovava. Lasciò cadere quell’aggeggio – dice – “come una patata bollente”, e si affrettò a uscire, senza la minima idea di quel che avrebbe voluto, o invero potuto, fare. Sapeva soltanto che era una situazione insopportabile. Si mise a girovagare senza meta oltre una specie di piccolo granaio sgangherato su palafitte, e gli occhi gli caddero sulle punte spezzate della palizzata; e allora – dice – di botto, senza come dire nessun processo mentale, senza la benché minima emozione, si apprestò a fuggire quasi eseguisse un piano maturato da un mese. Se ne andò alla chetichella per darsi una buona rincorsa, e quando si voltò si trovò gomito a gomito con un dignitario, scortato da due lancieri, con una domanda a fior di labbra. Spiccò la corsa “proprio lì sotto il suo naso”, sorvolò l’ostacolo “come un uccello”, e atterrò dall’altra parte con una caduta che gli fracassò tutte le ossa e parve spaccargli la testa in due. Si tirò su all’istante. Sul momento non pensò assolutamente a nulla; non ricordava altro – disse – che un grande urlo; davanti a lui le prime case di Patusan a poco meno di quattrocento metri di distanza; vide il canale, e quasi automaticamente affrettò il passo. La terra sembrava proprio volargli via sotto i piedi in direzione opposta. Si slanciò verso l’alto dall’ultimo lembo asciutto, si rese conto di attraversare l’aria in volo, si rese conto d’essersi piantato ritto, senza il minimo urto, in un banco di fango estremamente molle e appiccicaticcio. Fu solo quando cercò di muovere le gambe e scoprì di non farcela che, sue testuali parole, “tornò in sé”. Si mise a pensare a quelle “lunghe lance della malora”. In realtà, tenendo conto che la gente all’interno dello steccato doveva correre al cancello, quindi scendere all’imbarcadero, salire sulle barche, e doppiare a remi una punta di terra, aveva più vantaggio di quanto non immaginasse. Inoltre, essendo bassa marea, il canale era senz’acqua – non si potrebbe definirlo asciutto – e praticamente lui per un po’ non correva altro rischio se non forse quello di un tiro a lunga distanza. Il terreno compatto più in alto era a circa due metri davanti a lui. “Pensai che avrei dovuto morirci lo stesso lì”, disse. Allungò le mani e gesticolò disperatamente, con l’unico risultato di ammassare contro il petto – fin proprio sotto il mento – un mucchio ripugnante, freddo e lustro di melma. Ebbe l’impressione di starsi seppellendo vivo, e allora cercò furiosamente di aprirsi un varco, liberandosi dal fango a forza di pugni. Gliene ricadde in testa, in viso, sugli occhi, in bocca. Mi disse che tutt’a un tratto si ricordò del cortile, come ci si ricorda di un luogo in cui si è stati molto felici in passato. Anelava – così disse – d’essere di nuovo là, ad aggiustare la sveglia. Aggiustare la sveglia – ecco a cosa pensava. Faceva sforzi, sforzi tremendi, singhiozzando e ansimando, sforzi che pareva gli facessero scoppiare gli occhi nelle orbite rendendolo cieco, e che culminarono in uno sforzo possente e supremo al buio di spaccare la terra in due, di togliersela dalle membra – e si accorse che stava arrampicandosi privo di forze sull’argine. Rimase lungo disteso sul terreno compatto e vide la luce, il cielo. Poi chissà per quale felice trovata gli venne in mente di mettersi a dormire. Sostiene di essersi addormentato sul serio, – di aver dormito – magari un minuto, magari venti secondi, o un secondo soltanto, ma ricorda chiaramente lo scossone violento e convulso del risveglio. Rimase steso immobile per un po’, quindi si alzò ricoperto di fango dalla testa ai piedi e se ne stette lì, a pensare che era l’unico esemplare della sua razza per centinaia di miglia, solo, senza potersi aspettare aiuto, comprensione, pietà da nessuno, come un animale braccato. Le prime case erano a non più di circa venti metri da lui; e furono gli strilli disperati di una donna impaurita che cercava di trascinare via un bambino a rimetterlo in moto. Si lanciò dritto in avanti senza scarpe, tutto impiastricciato di sudiciume fuori da ogni sembianza umana. Attraversò per il lungo oltre metà dell’abitato. Le donne più agili scappavano a destra e a sinistra, gli uomini più lenti si limitavano a lasciar cadere quanto avevano in mano, e restavano impietriti a bocca aperta. Era un terrore volante. Dice di aver notato dei bimbetti nel tentativo di mettersi in salvo di corsa, cadere pancino a terra e scalciare. Tra due case deviò su per un pendio, scavalcò alla disperata una barricata di tronchi d’albero (in quell’epoca non passava settimana a Patusan senza qualche tafferuglio), piombò attraverso un recinto su un appezzamento di granturco, ove un ragazzo atterrito gli scaraventò contro un bastone, trovò a caso un sentiero e finì dritto nelle braccia di un gruppetto di uomini sbigottiti. Ebbe appena il fiato sufficiente per mormorare ansimando: “Doramin! Doramin!”. Ricorda di esser stato mezzo portato, mezzo trascinato fino in cima alla salita, e condotto di peso in un vasto recinto con palme e alberi da frutto alla presenza di un uomo grande e grosso solidamente seduto su una poltrona nel bel mezzo del massimo scompiglio e agitazione possibili. Cercò a tastoni tra fango e vesti per far saltar fuori l’anello, e trovatosi improvvisamente a schiena a terra, si domandò chi mai l’avesse steso. L’avevano semplicemente lasciato andare – capite? – ma non si reggeva in piedi. Alla base della salita si sparavano dei colpi a casaccio, e sopra i tetti dell’abitato si levava un cupo brontolio di sbigottimento. Ma lui era in salvo. Gli uomini di Doramin stavano barricando il cancello e versandogli acqua giù per la gola; la vecchia moglie di Doramin, tutta indaffarata e compassionevole, impartiva con voce stridula ordini alle sue ragazze. “La vecchia”, disse, con tenerezza, “si diede un gran daffare per me quasi fossi stato suo figlio. Mi misero in un letto immenso – il suo letto regale – e lei correva dentro e fuori asciugandosi gli occhi per darmi dei colpetti affettuosi sulla schiena. Dovevo proprio far pietà. Rimasi lì steso come un pezzo di legno per non so quanto tempo”.
Pareva avere una gran simpatia per la vecchia moglie di Doramin. Lei da parte sua nutriva un affetto materno nei suoi confronti. Aveva un viso tondo, dolce, color nocciola, pieno di rughe sottili, labbra grandi, di un rosso vivo (masticava assiduamente betel), e occhi a fessura, ammiccanti, benevoli. Era sempre in movimento, indaffarata a riprendere e a dare ordini senza sosta a una schiera di giovani donne dal viso leggermente brunito e dai grandi occhi neri, sue figlie, sue serve, sue schiave. Sapete com’è in simili gruppi familiari: in genere è impossibile riuscire a distinguere. Era molto sobria, e perfino l’ampio abito, allacciato davanti con fibbie ingemmate, aveva non so come un’aria misera. I piedi nudi e scuri erano infilati in pantofole di paglia gialla di fabbricazione cinese. L’ho vista coi miei occhi volteggiare qua e là con quella sua chioma foltissima di lunghi capelli grigi sparsi sulle spalle. Enunciava argute massime alla buona, era di nobili natali, ed era eccentrica e assolutista. Di pomeriggio soleva sedersi in una spaziosissima poltrona, di fronte al marito, senza mai distogliere lo sguardo da una larga apertura nella parete attraverso la quale si aveva un’ampia vista dell’abitato e del fiume.
Non mancava mai di rannicchiare i piedi sotto di sé, mentre il vecchio Doramin sedeva tutto impettito, sedeva imponente come una montagna su una pianura. Apparteneva soltanto alla classe mercantile dei nakhoda, ma il rispetto di cui era oggetto e la dignità del suo portamento erano davvero singolari. Era il capo del secondo potere a Patusan. Gli immigrati venuti da Celebes (una sessantina di famiglie che, tra dipendenti eccetera, riuscivano a mettere insieme qualcosa come duecento uomini “portatori di kriss”) l’avevano eletto loro capo anni prima. Gli uomini di tale razza sono intelligenti, intraprendenti, vendicativi, ma dotati di un coraggio più schietto degli altri malesi, e insofferenti di ogni oppressione. Costituivano il partito d’opposizione al rajah. Gli scontri s’intende erano motivati dai traffici. Era questa la causa prima delle lotte di parte, delle improvvise sommosse che riempivano di fumo, fuoco, rumore di spari e urla questa o quella parte dell’abitato. Villaggi dati alle fiamme, uomini trascinati dentro il recinto del rajah a subire la pena di morte o la tortura per il delitto di aver commerciato con altri che con lui. Appena un giorno o due prima dell’arrivo di Jim diversi capi famiglia proprio nel villaggio di pescatori che in seguito passò sotto la sua speciale protezione erano stati spinti giù dalla scogliera da un drappello di lancieri del rajah, perché sospettati di aver fatto incetta di nidi di uccelli commestibili per un commerciante di Celebes. Rajah Allang pretendeva di essere l’unico commerciante sul suo territorio, e la violazione di tale monopolio veniva pagata con la morte; ma la sua concezione del commercio non si distingueva affatto dalle più comuni forme di ladrocinio. La sua crudeltà e rapacità non avevano altro limite che la sua vigliaccheria, e temeva il potere organizzato degli uomini di Celebes, ma – fino all’arrivo di Jim – non abbastanza da starsene tranquillo. Li colpiva tramite i propri sudditi, ed era patetico nella sua convinzione di essere nel giusto. La situazione era ulteriormente complicata dalla presenza di uno sconosciuto errante, un arabo mezzosangue, il quale, ritengo, per motivi esclusivamente religiosi, aveva incitato le tribù dell’interno (i guerriglieri, come li chiamava Jim) alla sommossa, e si era stabilito in un campo fortificato sulla cima di una delle due colline gemelle. Stava sospeso sulla città di Patusan come un falco sul cortile di un pollaio, solo che devastava l’aperta campagna. Interi villaggi, abbandonati, marcivano sulle palafitte annerite in riva a limpidi corsi d’acqua, ove lasciavano cadere pezzo a pezzo l’erba delle pareti, le foglie dei tetti, con uno strano effetto di disfacimento naturale quasi si fosse trattato di una specie di vegetazione colpita da malattia proprio alla radice. Ai due partiti di Patusan non era chiaro quale di essi quel partigiano desiderasse maggiormente saccheggiare. Il rajah aveva con lui qualche vago intrallazzo. Alcuni della colonia dei bugis, stanchi di quello stato di perenne insicurezza, erano semi-intenzionati a farlo entrare. I più vivaci tra loro, scherzando, consigliavano di “assicurarsi l’appoggio dello sceriffo Alì e dei suoi barbari per buttar fuori dal paese il rajah Allang”. Doramin li teneva a freno con difficoltà. Stava diventando vecchio, e, sebbene il suo ascendente non fosse diminuito cominciava a perdere il controllo della situazione. Tale era lo stato di cose quando Jim, svignatosela dalla palizzata del rajah, comparve davanti al capo dei bugis, esibì l’anello, e venne accolto, per così dire, in seno alla comunità».
Capitolo ventiseiesimo
«Doramin era uno degli uomini più notevoli della sua razza che io abbia mai visto. La sua mole per un malese era immensa, ma non sembrava unicamente grasso; sembrava imponente, monumentale. Quel corpo immobile, avvolto in ricche stoffe, sete colorate, ricami d’oro; quella testa enorme, avviluppata in un copricapo rosso e oro; la faccia piatta, grande, tonda, rugosa, solcata, con due profonde pieghe semicircolari che partivano una per parte dai lati di due narici ampie e feroci, e andavano a incorniciare una bocca dalle labbra carnose; la gola di un toro; la spaziosa fronte corrugata sovrastante gli occhi inquisitori e fieri – costituivano un tutto che, una volta visto, è impossibile dimenticare. La sua quiete impassibile (di solito non muoveva ciglio una volta seduto) era come una dimostrazione di dignità. Non risultava che avesse mai alzato la voce, un mormorio rauco e potente, leggermente velato quasi provenisse da lontano. Quando camminava, due giovanotti bassi e tarchiati, nudi fino alla vita, in sarong bianco e papalina nera sulla nuca, lo sorreggevano per i gomiti; l’adagiavano giù e restavano in piedi dietro alla sua poltrona finché non voleva alzarsi, e allora girava lentamente la testa, quasi con difficoltà, a destra e a sinistra, e loro lo afferravano sotto le ascelle e l’aiutavano ad alzarsi. Con tutto ciò, non aveva nulla dell’invalido; anzi, tutti i suoi movimenti così misurati e lenti erano come l’espressione di una forza potente e risoluta. Era opinione diffusa che consultasse la moglie per gli affari pubblici; ma nessuno, ch’io sappia, li aveva mai uditi scambiarsi una parola. Quando in gran solennità sedevano vicino alla grande apertura regnava il silenzio. Sotto di loro nel declinare del giorno scorgevano la vasta distesa delle foreste, il verde cupo del mare scuro e assopito che si propagava con le sue ondulazioni fino alla catena viola e purpurea dei monti; la lucentezza sinuosa del fiume simile a un’immensa S d’argento battuto; la fascia bruna delle case che profilava l’andamento curvilineo dei due argini, sovrastati dalle colline gemelle che spuntavano al di sopra delle cime degli alberi più vicini. Insieme formavano un sorprendente contrasto: lei, leggera, delicata, sparuta, svelta, un po’ strega, con un’ombra di agitazione materna anche durante il riposo; lui, di fronte, immenso e pesante, come la figura di un uomo appena sbozzata nella pietra, con un che di magnanimo e di spietato nella sua immobilità. Il figlio di quei due vecchi era un giovane davvero insigne.
L’avevano avuto tardi. Forse non era proprio così giovane come sembrava. Ventiquattro o venticinque anni non sono poi così pochi quando un uomo è già padre di famiglia a diciotto. Entrando nella grande sala, con le pareti e il pavimento tappezzati di fini stuoie, e l’alto soffitto rivestito di tela bianca, ove la coppia sedeva solennemente circondata da una rispettosissima corte, egli si recava dritto da Doramin a baciargli la mano – che quegli gli abbandonava con gesto maestoso – e quindi proseguiva dall’altra parte e si fermava in piedi accanto alla poltrona della madre. Suppongo di poter dire che l’idolatravano, ma non li ho mai sorpresi a rivolgergli neanche un’occhiata in pubblico. Si trattava, è vero, di cerimonie ufficiali. La sala di solito era gremita. La solenne formalità delle accoglienze e dei commiati, il profondo rispetto espresso nei gesti, sui volti, nei bisbigli sommessi, è semplicemente indescrivibile. “Vale proprio la pena vederlo”, mi aveva assicurato Jim mentre attraversavamo il fiume, sulla via del ritorno. “Sono come personaggi di un libro, no?”, disse trionfante. “E Dain Waris – il figlio – è il migliore amico (escluso lei) che abbia mai avuto. Quello che il signor Stein definirebbe un buon ‘compagno d’armi’. Ho avuto fortuna. Per Giove! Ho avuto fortuna a piombare in mezzo a loro all’ultimo respiro”. Rimase pensieroso a testa bassa, poi riscuotendosi soggiunse:
“Certo, non ci ho dormito su, ma…”. S’interruppe di nuovo. “È stata come un’ispirazione”, mormorò. “D’un tratto ho visto cosa dovevo fare…”.
Non c’era alcun dubbio che era stata un’ispirazione; e per di più gli era venuta attraverso la guerra, com’è naturale, dal momento che questa forza che gli sopraggiunse improvvisa era la forza di essere artefice di pace. È in questo senso soltanto che la ragione così spesso è del più forte. Non dovete pensare che avesse visto subito la via da seguire. Al suo arrivo la comunità dei bugis si trovava in uno stato estremamente critico. “Avevano paura tutti”, mi disse – “ciascuno temeva per sé; mentre io capivo molto chiaramente che dovevano darsi da fare e subito, se non volevano soccombere uno dopo l’altro, tra il rajah da una parte e quel vagabondo di uno sceriffo dall’altra”. Ma capirlo non bastava. Una volta avuta l’idea doveva ficcarla in quelle teste refrattarie, facendo breccia nei baluardi alzati dalla paura, dall’egoismo. Ce la ficcò alla fine. E non bastava neanche questo. Doveva escogitare i mezzi. Li escogitò – un piano audace; ed era solo a metà strada. Doveva infondere la propria fiducia a un mucchio di persone che avevano nascoste e assurde ragioni di tirarsi indietro; doveva conciliare sciocche gelosie, e smantellare a forza di ragionamenti insensate diffidenze di ogni genere. Senza il peso dell’autorità di Doramin, e l’ardente entusiasmo di suo figlio, non ce l’avrebbe fatta. Dain Waris, il giovane insigne, fu il primo a credere in lui; la loro fu una di quelle strane, profonde, rare amicizie tra uomo di colore e uomo bianco, nelle quali pare sia proprio la differenza di razza ad avvicinare due esseri umani in virtù di qualche misterioso elemento di affinità. Di Dain Waris, la sua stessa gente diceva con orgoglio che sapeva combattere come un bianco. Ed era vero; era dotato di quel tipo di coraggio – coraggio allo scoperto, potrei dire – ma aveva anche una mentalità europea. Se ne incontrano talvolta di persone così, e ci si sorprende di scoprire tutt’a un tratto un modo di pensare che ci è familiare, una visione non offuscata, una tenacia di propositi, un pizzico d’altruismo. Piccolo di statura, ma mirabilmente ben proporzionato, Dain Waris aveva un portamento fiero, un contegno raffinato e disinvolto, un temperamento simile a una limpida fiamma. Il viso bruno, dai grandi occhi neri, era espressivo nell’azione, e assorto nel riposo. Taciturno di carattere; lo sguardo fermo, il sorriso ironico, i modi cortesi e risoluti parevano suggerire grandi riserve d’intelligenza e di forza. Esseri simili scoprono agli occhi degli occidentali, che così spesso si fermano solo alla superficie delle cose, le potenzialità nascoste di razze e terre sulle quali è sospeso il mistero di età senza traccia. Lui non solo aveva fiducia in Jim, ma lo capiva, ne sono decisamente convinto. Parlo di lui perché mi aveva conquistato. La sua – se così posso chiamarla – caustica placidità e, insieme, la sua intelligente partecipazione alle aspirazioni di Jim, mi piacevano. Mi pareva di scorgere l’origine stessa dell’amicizia. Se Jim aveva preso il comando, l’altro aveva conquistato il suo leader. In effetti, Jim il leader era stato conquistato in tutti i sensi. Il paese, la gente, l’amicizia, l’amore, erano come i gelosi custodi del suo corpo. Ogni giorno aggiungeva una maglia alla catena di quella strana libertà. Me ne andai convincendo man mano che venivo a conoscere più a fondo la storia.
La storia! Non l’ho forse sentita la storia? L’ho sentita in marcia, e mentre eravamo accampati (mi faceva perlustrare la campagna a caccia d’invisibile selvaggina); ne ho ascoltata una buona parte in cima a una delle colline gemelle dopo essermi arrampicato carponi per gli ultimi trenta metri o giù di lì.
La nostra scorta (avevamo dei volontari che ci seguivano di villaggio in villaggio) si era intanto accampata su un tratto pianeggiante a mezza costa, e nell’immobilità senza un alito della sera ci giungeva alle narici dal basso l’odore del fumo di legna con la delicatezza penetrante di un profumo di prima qualità. Salivano anche le voci, incredibilmente nitide e immateriali nella loro chiarezza. Jim si era seduto su un tronco d’albero abbattuto, e tirata fuori la pipa si era messo a fumare. Rigogliosi stavano spuntando il prato e i cespugli novelli; c’erano tracce di un terrapieno sotto un groviglio di rametti spinosi. “Tutto ha avuto origine qui”, disse, dopo un lungo e assorto silenzio. Sull’altra collina, duecento metri circa al di là di un cupo precipizio, vidi una fila di alti pali anneriti, che apparivano qua e là allo stato di ruderi – i resti del campo inespugnabile dello sceriffo Alì.
«Ciononostante era stato espugnato. Ecco qual era stata la sua idea. Aveva messo in posizione in cima alla collina la vecchia artiglieria di Doramin; due arrugginiti pezzi da 7 di ferro, un gran numero di cannoncini d’ottone – cannoni da moneta di scambio. Ma se è vero che i cannoni d’ottone rappresentano ricchezza, essi, temerariamente caricati fino alla bocca, possono anche sparare a distanza ravvicinata un buon colpo. Il problema era farli arrivare lassù. Mi mostrò dove aveva assicurato i cavi, spiegò come avesse improvvisato un rudimentale argano da un tronco vuoto ruotante su un palo appuntito, indicò col fornello della pipa il profilo del terrapieno. I più difficili erano stati gli ultimi trenta metri di salita. Si era reso garante della riuscita sulla propria testa. Aveva indotto il partito fautore della guerra a lavorar sodo tutta la notte. Grossi fuochi accesi a intervalli ardevano lungo tutta la salita, “ma quassù”, spiegò, “la squadra di alaggio doveva darsi da torno al buio”. Dalla cima vedeva lungo il pendio un brulichio di uomini simili a formiche affaccendate. Lui stesso quella notte non aveva fatto che precipitarsi giù e arrampicarsi su come uno scoiattolo, dirigendo, incoraggiando, sorvegliando lungo tutta la linea. Il vecchio Doramin si era fatto portare sulla collina nella sua poltrona. Lo deposero sul tratto pianeggiante a mezza costa, ed egli rimase seduto lì nella luce di uno dei grandi fuochi – “vecchio straordinario – un vero vecchio capotribù”, disse Jim, “con quegli occhietti fieri – e un paio di immense pistole a pietra focaia sulle ginocchia. Oggetti magnifici, d’ebano, con montatura in argento, bellissimi otturatori e un calibro da vecchio trombone. Regalo di Stein, pare – in cambio di quell’anello, sa. Appartenevano un tempo al buon vecchio McNeil. Dio solo sa lui come fosse riuscito a trovarle. Se ne stava seduto là, senza muovere né una mano né un piede, con dietro un gran falò di arbusti secchi, e intorno un mucchio di gente che correva alla rinfusa, gridando e spingendo – il vecchio più solenne e imponente che si possa immaginare. Non avrebbe certo avuto gran possibilità di scampo lui se lo sceriffo Alì ci avesse sguinzagliato contro la sua infernale masnada causando un fuggi fuggi generale tra i miei uomini. Eh? Comunque, se qualcosa andava storto era venuto lassù a morire. Senz’altro! Per Giove! Mi entusiasmava vederlo lì – come una roccia. Ma lo sceriffo dovette pensare che ci avesse dato di volta il cervello, e non si è mai preoccupato di venire a vedere come ce la cavassimo. Nessuno credeva che ci si potesse fare. Che diamine! Penso che nemmeno quelli che tiravano e spingevano e ci sudavano sopra lo credessero possibile! Parola mia penso proprio di no…”.
Stava ritto, tenendo ben stretta la pipa d’erica bianca che si consumava lentamente, col sorriso sulle labbra e un luccichio negli occhi infantili. Io ero seduto su un ceppo d’albero ai suoi piedi, e sotto di noi si allungava il paese, la grande distesa delle foreste, cupa sotto il sole, ondeggiante come il mare, con baluginii di fiumi sinuosi, le macchie grigie dei villaggi, e qua e là una radura, come un isolotto di luce in mezzo alle onde scure e ininterrotte delle cime degli alberi. Su quel paesaggio vasto e monotono incombeva l’oscurità pronta a calare; la luce vi cadeva sopra come in un abisso. La terra divorava il sole; soltanto lontano, lungo la costa, l’oceano deserto, liscio e lucido nella debole foschia, sembrava levarsi verso il cielo come un muro d’acciaio.
E io ero là con lui, alto nel sole in cima a quella sua storica collina. Lui dominava la foresta, l’oscurità secolare, la vecchia umanità. Era come una figura fissata su un piedistallo, a rappresentare con la sua persistente giovinezza la forza, e magari le virtù, di razze che non invecchiano mai, che sono emerse dall’oscurità. Non so perché lui abbia sempre dovuto avere per me un valore simbolico. Forse questa è la vera ragione del mio interesse per la sua sorte. Non so se fosse proprio leale nei suoi confronti ricordare l’incidente che aveva dato un nuovo corso alla sua vita, ma in quel preciso momento lo ricordai con estrema chiarezza. Fu come un’ombra nella luce».
Capitolo ventisettesimo
«Già la leggenda lo faceva dotato di facoltà soprannaturali. Sì, dicevano, c’erano state molte corde disposte con abilità, e uno strano congegno che girava grazie agli sforzi di molti uomini, e ogni cannone era salito facendo lentamente breccia tra i cespugli, come un cinghiale che si fa strada grufolando nel sottobosco, ma… e i più saggi scrollavano il capo. C’era un che di misterioso in tutto ciò, senza dubbio; poiché cos’è in fondo la forza di corde e di braccia umane? Vi è nelle cose un’anima ribelle che va domata con potenti sortilegi e incantesimi. Così il vecchio Sura – un rispettabilissimo capofamiglia di Patusan – col quale m’intrattenni tranquillamente a chiacchierare una sera. Sura, tuttavia, era anche uno stregone di professione, che presenziava a ogni semina e raccolta del riso nel raggio di miglia all’intorno con lo scopo di sottomettere l’anima testarda delle cose. Egli pareva considerare tale occupazione assai ardua, e forse l’anima delle cose è più testarda dell’anima degli uomini. Quanto alla gente semplice dei villaggi fuori mano, era convinta e diceva (come fosse la cosa più naturale del mondo) che Jim avesse portato i cannoni in cima alla collina sulla schiena – a due alla volta.
Ciò faceva battere a Jim i piedi per terra dalla rabbia e gli faceva esclamare con una risatina esasperata: “Che ci vuol fare con degli stupidi poveracci del genere? Sono capaci di stare alzati metà notte a parlare a vanvera, e più la frottola è grossa più hanno l’aria di apprezzarla”. Tale irritazione lasciava trapelare la sottile influenza dell’ambiente. Faceva parte di quel suo stato di cattività. Il suo zelo nel negare era comico, e alla fine dissi: “Mio caro, non penserà che io ci creda”. Mi guardò tutto stupito. “Be’, no! Penso di no”, disse, e scoppiò in un’omerica risata. “Be’, ad ogni modo, i cannoni c’erano, e spararono contemporaneamente allo spuntar del sole. Per Giove! Avrebbe dovuto vedere come volavano le schegge”, esclamò. Al suo fianco Dain Waris, che lo ascoltava sorridendo in silenzio, abbassò le palpebre e stropicciò leggermente i piedi. Pare che il successo della messa in posizione dei cannoni avesse infuso nei seguaci di Jim un tal senso di fiducia che lui si arrischiò a lasciare la batteria sotto la sorveglianza di due anziani bugis che ai loro tempi avevano visto un po’ di guerra, e andò a raggiungere Dain Waris e il gruppo d’assalto nascosti nel burrone. Alle ore piccole cominciarono a salire furtivamente, e a due terzi del pendio, si stesero sull’erba bagnata ad aspettare lo spuntar del sole, che era il segnale convenuto. Mi raccontò con che impazienza, fatta di angosciosa emozione, scrutasse il rapido avvicinarsi dell’alba; come, accaldato dal lavoro e dallo sforzo della salita, sentisse il freddo della rugiada gelargli le ossa fino al midollo; come temesse di essere preso dai brividi e di mettersi a tremare come una foglia prima che scoccasse il momento dell’avanzata. “Fu la mezz’ora più lunga della mia vita”, dichiarò. A poco a poco sullo sfondo del cielo sopra di lui cominciò a profilarsi la palizzata silenziosa. Uomini sparpagliati lungo tutto il pendio erano accovacciati tra i sassi scuri e i cespugli gocciolanti. Dain Waris era appiattito per terra al suo fianco. “Ci scambiammo un’occhiata”, disse Jim, posando delicatamente una mano sulla spalla dell’amico. “Mi sorrise allegro quanto mai, ma io non osai muovere le labbra per timore di essere assalito da un accesso di brividi. Parola d’onore, proprio così! Grondavo di sudore quando ci appiattammo – perciò può immaginare…” dichiarò, e io gli credo, che quanto al risultato non aveva timori. Era solo preoccupato di non riuscire a frenare quei brividi. Del risultato non si dava pensiero. Doveva assolutamente arrivare in cima a quella collina e restarci, a ogni costo. Non poteva tornare indietro. Quella gente si era implicitamente fidata di lui. Di lui solo! Della sua parola nuda e cruda…
Ricordo come, a questo punto, s’interrompesse tenendomi gli occhi fissi addosso. A quanto ne sapeva, non avevano ancora avuto motivo di rammaricarsene, disse. Mai. Sperava in Dio non ne avrebbero mai avuto. Intanto – sfortunatamente! – avevano preso l’abitudine di seguire la sua parola in tutto e per tutto. Non ne avevo idea! Perché? Appena l’altro giorno un vecchio imbecille mai visto in vita sua era venuto da un villaggio distante miglia e miglia per cercare di sapere se doveva divorziare dalla moglie. Veramente. Parola d’onore. Ecco il tipo di cose… Non l’avrebbe creduto possibile. Io sì? “Rannicchiato in veranda a masticare noce di betel, sospirando e sputacchiando dappertutto per oltre un’ora, e triste come un funerale prima di uscirsene con quel maledetto busillis. Ecco il genere di cose meno buffe di quanto non sembrino. Che poteva mai dire un povero diavolo? – Buona moglie? Sì. Buona moglie – vecchia però; attaccò una storia lunga come la fame su certi vasi d’ottone. Vivevano insieme da quindici anni – vent’anni – non ricordava. Da molto, molto tempo. Buona moglie. Picchiata un po’ – non molto – solo un po’, da giovane. Aveva dovuto – per salvare l’onore. Tutt’a un tratto da vecchia va a prestare tre vasi d’ottone alla moglie del figlio di sua sorella, e comincia a insultarlo quotidianamente a voce alta. I suoi nemici lo schernivano; la sua reputazione era completamente rovinata. I vasi irrimediabilmente perduti. C’ero rimasto malissimo. Impossibile riuscire a vederci chiaro in una storia simile; dettogli di tornarsene a casa, con la promessa che sarei andato io di persona a sistemare tutto quanto. Sogghigni pure, ma che maledettissima seccatura era stata! Un giorno di viaggio attraverso la foresta, un altro perso a coltivarmi a suon di moine un mucchio di stupidi abitanti del villaggio per sbrogliare la faccenda. C’era in essa il necessario per scatenare un putiferio a sangue. Ogni idiota della malora si schierava con una famiglia o con l’altra, e metà villaggio era pronta a scagliarsi sull’altra metà con tutto ciò che capitava a portata di mano Parola d’onore! Senza scherzi!… Invece di star dietro ai loro maledetti raccolti. Fattigli riavere quei vasi del diavolo naturalmente – e messo tutti in pace. Nessuna difficoltà per sistemare la faccenda. S’intende”. Poteva sistemare la contesa più ostinata del paese limitandosi a piegare il dito mignolo. Il difficile era arrivare alla verità delle cose. Ancora oggi non era sicuro di esser stato imparziale con tutti. Ciò lo tormentava. E le chiacchiere! Per Giove! Sembrava non avessero né capo né coda. Meglio prendere d’assalto ogni giorno una vecchia palizzata di sei metri. Di gran lunga! Un gioco da bambini al confronto. E non richiedeva nemmeno tanto tempo. Be’, sì; una scena buffa, tutto sommato – quell’imbecille pareva tanto vecchio da poter essere suo nonno. Da un altro punto di vista però non era uno scherzo. La sua parola era risolutiva in qualsiasi occasione – da quando aveva abbattuto lo sceriffo Alì. “Una responsabilità tremenda”, ripeté. “No, sul serio – scherzi a parte, se invece di tre putridi vasi d’ottone si fosse trattato di tre vite sarebbe stato lo stesso…”.
Così illustrava l’effetto morale della vittoria riportata in guerra. Davvero enorme. L’aveva condotto dalla lotta alla pace, e attraverso la morte nell’intimità più profonda di quella gente; ma l’oscurità della terra diffusa sotto la luce del sole conservava il suo aspetto di quiete inscrutabile, secolare. Il suono della sua voce giovane e fresca – è straordinario come fossero quasi inesistenti in lui i segni di logoramento – fluttuava leggero, e svaniva sulla faccia immutata delle foreste come il rombo delle cannonate in quel freddo mattino asperso di rugiada in cui di null’altro gli importava al mondo se non di riuscire a controllare i brividi del suo corpo. All’apparire dei primi obliqui raggi di sole lungo le cime immobili di quegli alberi la vetta di una collina si avvolse, tra forti detonazioni, in bianche nuvole di fumo, e l’altra esplose in un baccano incredibile di urla, gridi di guerra, imprecazioni di rabbia, di sorpresa, di sgomento. Jim e Dain Waris furono i primi a metter le mani sulla palizzata. Stando alla versione popolare Jim aveva buttato giù il cancello col semplice tocco di un dito. Ovviamente, ci teneva a smentire tale impresa. L’intera palizzata – non la smetteva di spiegare – era una ben misera cosa (lo sceriffo Alì faceva soprattutto affidamento sulla posizione inaccessibile); e, comunque, quell’aggeggio era già ridotto a pezzi e stava insieme per vero miracolo. Da povero stupido vi aveva dato una spallata ed era piombato dentro a gambe all’aria. Per Giove! Se non fosse stato per Dain Waris, un butterato vagabondo pieno di tatuaggi l’avrebbe inchiodato con la lancia a una trave di legno come uno dei coleotteri di Stein. Il terzo a entrare era stato, pare, Tamb’Itam, il servo di Jim. Era un malese del Nord, uno sconosciuto capitato per caso a Patusan, ch’era stato trattenuto con la forza da rajah Allang in qualità di vogatore di una delle imbarcazioni di corte. Se l’era svignata alla prima occasione, e trovato asilo precario (e in compenso pochissimo da mangiare) tra la colonia dei bugis, si era messo al servizio di Jim. Aveva una carnagione scurissima, un viso schiacciato, occhi sporgenti e iniettati di bile. C’era un che di eccessivo, di fanatico quasi, nella sua devozione al suo “signore bianco”. Era inseparabile da Jim come un’ombra cupa. Nelle ricorrenze ufficiali camminava alle calcagna del padrone, con una mano sull’impugnatura del kriss, tenendo a distanza la massa con le sue torve occhiate truculente. Jim l’aveva nominato capo dei suoi domestici, e tutta Patusan lo rispettava e lo trattava con riguardo come persona molto influente. Nella presa della palizzata si era grandemente distinto per la metodica ferocia del suo modo di combattere. Il gruppo d’assalto era avanzato così in fretta – disse Jim – che nonostante il panico della guarnigione, ci furono all’interno della palizzata un “cinque minuti roventi di corpo a corpo, finché un asino maledetto non dette alle fiamme i ripari di rami e d’erba secca, e fummo tutti costretti a darcela a gambe per aver salva la pelle”.
La rotta, pare, era stata completa. Doramin che aspettava immobile nella sua poltrona a mezza costa, col fumo dei cannoni che gli si spiegava pian piano sopra la grossa testa, accolse la notizia con un profondo grugnito. Venuto a sapere che il figlio era salvo e guidava l’inseguimento, senza più fiatare, fece un potente sforzo per alzarsi; gli uomini addetti al suo servizio si precipitarono in suo aiuto, e, rispettosamente sorretto, si trascinò con gran dignità fino a un angolino d’ombra dove si coricò a dormire coperto da capo a piedi con un pezzo di tela bianca. A Patusan c’era una profonda agitazione. Jim mi disse che dalla collina, voltando la schiena alla palizzata e alle sue braci, alle sue nere ceneri, ai suoi cadaveri semi-bruciati, scorse a più riprese gli spiazzi tra le case su entrambe le sponde del fiume riempirsi tutt’a un tratto di una marea di gente in fermento e poi risvuotarsi in un attimo. Dal basso arrivava attenuato al suo orecchio il tremendo frastuono di gong e tamburi; le grida selvagge della folla gli giungevano come scoppi di tuoni lontani. Una quantità di bandierine svolazzavano rapide come tanti uccellini bianchi, rossi, gialli tra gli spigoli scuri dei tetti. “Le deve aver fatto un gran piacere”, mormorai, sentendomi animato di partecipe emozione.
“È stato… è stato immenso! Immenso!”, gridò forte, spalancando le braccia. Quel movimento improvviso mi fece trasalire quasi l’avessi visto mettere a nudo i segreti del suo animo agli occhi del sole, delle cupe foreste, del mare d’acciaio. Sotto di noi la città si stendeva in morbide curve sulle rive di un fiume la cui corrente pareva dormire. “Immenso”, ripeté per la terza volta, in un sussurro, per sé solo.
Immenso! Certo che era immenso; il successo venuto a suggellare le sue parole, la conquista del terreno su cui posare i piedi, la cieca fiducia degli uomini, la fede in se stesso strappata al fuoco, la solitudine della sua impresa. Tutto ciò, come vi ho preavvisato, risulta sminuito a raccontarlo. Non riesco con le sole parole a comunicarvi l’impressione del suo totale e assoluto isolamento. So, ovviamente, che sotto ogni punto di vista era l’unico lì della sua razza, ma le qualità insospettate della sua natura l’avevano messo così strettamente a contatto con l’ambiente circostante che tale isolamento pareva esclusivamente effetto della sua forza. La solitudine lo faceva crescere di statura. Non c’era niente in vista che gli si potesse paragonare, quasi fosse stato uno di quegli uomini eccezionali che si misurano solo dalla grandezza della loro fama; e la sua fama, badate, era la cosa più grande all’intorno nell’arco di giorni e giorni di viaggio. Bisognava dar di pagaia, di pertica o battere un lungo e faticoso cammino attraverso la giungla prima di essere fuori portata della sua voce. Una voce che non s’identificava con lo strombazzare della spregevole dea che tutti conosciamo – non assordante – non sfacciata. S’intonava alla quiete e all’oscurità di quella terra senza passato, ove la parola di Jim era l’unica verità di ogni fugace giorno. Aveva qualcosa della natura di quel silenzio attraverso il quale vi accompagnava dentro a profondità inesplorate, sempre chiara al vostro fianco, penetrante, di lunga portata – con una sfumatura di meraviglia e di mistero nel sussurro a fior di labbra degli uomini».
Capitolo ventottesimo
«Lo sconfitto sceriffo Alì abbandonò il paese senza opporre altra resistenza, e quando i poveri perseguitati abitanti dei villaggi cominciarono a sgattaiolar fuori dalla giungla per far ritorno alle loro case in rovina, fu Jim, consultandosi con Dain Waris, a nominare i capi. Così diventò in pratica il sovrano del paese. Quanto al vecchio Tunku Allang, i suoi territori dapprincipio non avevano conosciuto limiti. Si racconta che alla notizia dell’assalto riuscito alla collina si gettasse, faccia a terra, sul pavimento di bambù della sala delle udienze, e restasse steso lì immobile per una notte e un giorno interi, emettendo suoni soffocati di una così spaventosa natura che nessuno osava avvicinarsi a meno di una lunghezza di lancia a quella figura prostrata. Si vedeva già cacciato con ignominia da Patusan, ramingo, abbandonato, denudato, senza oppio, senza le sue donne, senza seguaci, facile preda del primo venuto che volesse farlo fuori. Dopo lo sceriffo Alì sarebbe stato il suo turno, e chi poteva opporre resistenza a un attacco sferrato da un simile diavolo? E invero doveva la vita e quel po’ d’autorità che ancora godeva all’epoca della mia visita unicamente al concetto di giustizia di Jim. I bugis erano stati estremamente ansiosi di regolare i vecchi conti, e l’impassibile vecchio Doramin nutriva la speranza di riuscire un giorno a vedere suo figlio sovrano di Patusan. Durante uno dei nostri colloqui mi lasciò volutamente trapelare quella sua segreta ambizione. A suo modo nulla potrebbe essere più raffinato della dignitosa circospezione dei suoi approcci. Lui stesso – cominciò col dichiarare – aveva dispensato la sua forza in gioventù, ma ora era diventato vecchio e stanco. Con la sua mole imponente e gli occhietti arroganti che lanciavano sguardi sagaci e indagatori, non poteva non far pensare a un vecchio elefante astuto; il lento sollevarsi e abbassarsi dell’ampio petto aveva un ritmo potente e regolare, come l’ondeggiare di un mare calmo. Anche lui, sostenne, aveva una fiducia illimitata nella saggezza di Tuan Jim. Se solo avesse potuto avere una promessa! Bastava una parola!… I silenzi pieni del suo respiro, il sommesso brontolio della sua voce, ricordavano gli ultimi sussulti di un temporale ormai sfogato.
Cercai di cambiar discorso. Cosa difficile, poiché era fuor di dubbio che Jim aveva il potere; nella sua nuova condizione pareva non esserci nulla che non fosse nelle sue facoltà di tenere o di dare. Ma ciò, ripeto, non era niente in confronto all’idea, balenatami mentre facevo finta di ascoltare attentamente, che sembrava infine essere arrivato molto vicino a dominare il proprio destino. Doramin era in pensiero per il futuro del paese, e mi colpì la svolta che diede al discorso. La terra rimane dove Dio un tempo l’ha messa; ma i bianchi – disse – loro vengono da noi e dopo un po’ se ne vanno. Vanno via. Quelli che si lasciano dietro non sanno quando aspettarne il ritorno. Vanno nel loro paese, tra la loro gente, e così anche questo bianco… Non so cosa mi spinse a quel punto a compromettermi con un vigoroso “No, no”. Tale indiscrezione si manifestò in tutta la sua portata allorché Doramin, volgendo completamente verso di me il viso, dall’espressione immutabile, fissata in una ruvida rete di rughe profonde, come un’enorme maschera bruna, disse con aria assorta che quella era senz’altro una buona notizia; e poi volle sapere perché.
Quella piccola e materna strega di sua moglie era seduta di fianco a me dall’altra parte, con il capo coperto e i piedi rannicchiati sotto di sé, e guardava fisso attraverso la grande apertura delle imposte. Ne scorgevo soltanto una ciocca ribelle di capelli grigi, uno zigomo alto, il lieve movimento del mento appuntito nel masticare. Senza distogliere gli occhi dall’immensa prospettiva di foreste che si stendeva fino alle colline, mi chiese con voce compassionevole come mai lui così giovane se n’era andato via ramingo da casa, venendo così lontano, attraverso tanti pericoli? Non aveva famiglia laggiù, non aveva parenti nel suo paese? Non aveva una vecchia madre, che avrebbe sempre ricordato il suo viso?…
Ero del tutto impreparato a questo. Riuscii solo a borbottare e a scrollare vagamente il capo. Successivamente mi resi perfettamente conto di aver fatto una ben magra figura, nel tentativo di districarmi da quella situazione imbarazzante. Da quel momento, tuttavia, il vecchio nakhoda si fece taciturno. Non era molto soddisfatto, temo, ed evidentemente gli avevo dato di che pensare. Per quanto possa sembrar strano, la sera di quello stesso giorno (il mio ultimo a Patusan) mi trovai nuovamente di fronte alla medesima domanda, al perché, al quale era impossibile dare una risposta, del destino di Jim. E ciò mi porta alla storia del suo amore.
Suppongo pensiate si tratti di una storia che potreste immaginarvi da soli. Ne abbiamo sentite tante di storie simili, e la maggior parte di noi non le ritiene affatto storie d’amore. Per lo più le consideriamo storie di combinazioni fortuite: al massimo episodi di passione, o forse soltanto di giovinezza e tentazione, destinati a finire nell’oblio, anche se passano attraverso la realtà della tenerezza e del rimpianto. In linea generale tale giudizio è giusto, e forse anche in questo caso… Eppure non so. Raccontare questa storia non è assolutamente facile come dovrebbe essere – se valesse il solito punto di vista. In apparenza è una storia quasi uguale alle altre: tuttavia sullo sfondo io ci vedo la figura malinconica di una donna, l’ombra di una crudele saggezza sepolta in una tomba solitaria, che guarda ansiosa, derelitta, a labbra sigillate. La tomba in sé, che mi capitò davanti durante un giretto mattutino, era un tumulo scuro piuttosto informe, con in rilievo alla base un armonioso bordo di bianchi coralli incastonati, racchiuso entro un recinto circolare fatto di arboscelli tagliati, con anche la corteccia. Una ghirlanda di foglie e fiori era intrecciata intorno alle punte degli esili pilastri – e i fiori erano freschi.
Così, sia o no un’ombra frutto della mia immaginazione, posso comunque sottolineare il fatto significativo che era una tomba non dimenticata. Se poi vi dico che Jim con le sue proprie mani aveva lavorato a quel rustico recinto, noterete subito la differenza, il lato singolare della storia. È un aspetto tipico della sua serietà quel suo far propri memoria e affetto appartenenti a un altro essere umano. Lui aveva una coscienza, ed era una coscienza romantica. Durante l’intero corso della sua vita la moglie dell’ineffabile Cornelius non aveva avuto altra compagna, confidente, e amica all’infuori della figlia. Come la povera donna fosse arrivata a sposare quell’orribile portoghese della Malacca – dopo la separazione dal padre della ragazza – e se tale separazione fosse stata causata dalla morte, che talvolta può essere pietosa, o dalla pressione spietata delle convenzioni, resta per me un mistero. Da quel poco che Stein (che sapeva tante storie) mi aveva fatto capire, sono convinto che si trattasse di una donna fuori dall’ordinario. Il padre era un bianco; un alto funzionario; uno di quegli uomini dotati di brillanti qualità che non sono abbastanza stupidi da coltivare il successo, e che molto spesso concludono la propria carriera in discredito. Suppongo che, anch’essa, fosse priva di quella provvidenziale stupidità – e la sua carriera si concluse a Patusan. La nostra comune sorte… giacché qual è l’uomo – intendo un uomo veramente sensibile – che non abbia il vago ricordo di essere stato abbandonato nella pienezza del possesso da qualcuno o qualcosa di più prezioso della vita?… la nostra comune sorte infierisce sulle donne con crudeltà particolare. Non castiga come un padrone, ma infligge una lenta tortura, come per appagare un rancore segreto e implacabile. Si potrebbe pensare che, destinata a governare la terra, cerchi di vendicarsi sugli esseri che sono più prossimi a elevarsi sopra gli irretimenti della circospezione terrestre; giacché solo le donne riescono talvolta a mettere nel loro amore un elemento percettibile appena quel tanto da far spavento – un pizzico di soprannaturale. Mi chiedo con meraviglia – come può sembrar loro il mondo – se ha la forma e la sostanza che noi conosciamo, l’aria che noi respiriamo! A volte immagino che debba essere una regione di sublimi assurdità in fermento per l’eccitazione delle loro anime avventurose, illuminata dalla gloria di tutti i rischi e le rinunce possibili. Sospetto, comunque, che ci siano pochissime donne al mondo, anche se naturalmente ho ben presenti le moltitudini che compongono il genere umano e l’uguaglianza dei sessi – numericamente parlando, intendo. Ma sono certo che la madre era altrettanto donna quanto pareva esserlo la figlia. Non posso fare a meno di figurarmele tutte e due, prima la donna giovane e la bambina, poi la vecchia e la ragazza, la terribile monotonia nel rapido trascorrere del tempo, la barriera della foresta, l’isolamento e l’agitazione intorno a quelle due vite solitarie, e ogni parola pronunciata tra loro permeata di triste significato. Si devono essere scambiate confidenze, non tanto su fatti, suppongo, quanto sui sentimenti più intimi – rimpianti – paure – avvertimenti, senza dubbio: avvertimenti che la più giovane non comprese pienamente finché la più vecchia non fu morta – e non comparve Jim. Allora sono sicuro che capì molto – non tutto – specialmente la paura direi. Jim la chiamava con un nome che significa prezioso, nel senso di una pietra preziosa – gioiello. Carino, vero? Ma lui era capace di tutto. Era all’altezza della sua buona sorte, come – in fondo – doveva esserlo stato della sua sventura. Gioiello la chiamava; e lo diceva come avrebbe potuto dire “Jane”, sapete – quasi da marito, con una sfumatura di serena familiarità. Udii quel nome per la prima volta dieci minuti dopo essere approdato nel suo cortile, quando, dopo avermi quasi staccato il braccio a furia di scuotermelo, si precipitò su per i gradini e davanti alla porta sotto la massiccia grondaia si mise allegramente a far baccano, come un ragazzo. “Gioiello! O Gioiello! Presto! È arrivato un amico”,… e d’un tratto guardandomi attentamente nella penombra della veranda, borbottò con ardore: “Sa – questa – non è una maledetta sciocchezza – non so dirle quanto io le sia debitore – e così – capisce – io – proprio come se…”. I suoi bisbigli ansiosi e affrettati vennero interrotti di colpo dal rapido passaggio di una forma bianca dentro casa; una timida esclamazione, e un faccino infantile ma energico dai lineamenti delicati e dallo sguardo profondo e attento spuntò dall’oscurità dell’interno, come un uccellino dal fondo di un nido. Il nome mi colpì, s’intende; ma solo in seguito lo ricollegai a una sorprendente diceria che mi era capitato di sentire durante il viaggio, in una piccola località sulla costa a circa 230 miglia a sud del fiume Patusan. Lo schooner di Stein, sul quale ero imbarcato, vi fece scalo, per caricare dei prodotti, e sceso a terra, scoprii con mia grande sorpresa che quel luogo della malora poteva vantare la presenza stabile di un vice-assistente di terza classe, un individuo grande e grosso, unto, di sangue misto, dagli occhi ammiccanti e dalle labbra lucide e protuberanti. Lo trovai steso su una sedia a sdraio di vimini, disgustosamente sbottonato, con una grande foglia verde di non so quale pianta sul cucuzzolo sudato, e un’altra in mano che usava pigramente a mo’ di ventaglio… Diretto a Patusan? Oh, già. Società Commerciale Stein. Era al corrente. Aveva una licenza. Non erano affari suoi. Le cose ora non andavano più tanto male laggiù, osservò distrattamente, e proseguì con voce strascicata: “C’è finito un certo vagabondo bianco, ho sentito dire… Eh? Come? Amico suo? Così!… Allora era vero che c’era uno di quei verdammte – Cosa stava tramando? Riuscito a entrare, il furfante. Eh? Non ci avevo creduto. Patusan – tagliano la gola laggiù – non sono affari nostri”. S’interruppe per brontolare. “Uffa! Dio onnipotente! Che caldo! Che caldo! Be’, allora, anche in quella storia ci può essere qualcosa di vero, dopo tutto, e…”. Chiuse uno dei suoi schifosi occhi vitrei (la palpebra continuò a tremolare), mentre con l’altro mi guardava di traverso con aria truce. “Senta un po’”, mi fa, misterioso, “se – capisce? – se si è impossessato sul serio di qualcosa di veramente buono – non uno dei vostri soliti pezzettini di vetro verde – capisce? – io sono funzionario governativo – dica a quel furfante…Eh? Come? Amico suo?”… Proseguì dondolandosi fiaccamente sulla sdraio… “L’ha detto lei; proprio così; e sono lieto di fargliene cenno. Suppongo che anche a lei farebbe piacere di ricavarne qualcosa? Non interrompa. Gli dica soltanto che mi è giunta voce della faccenda, ma che non ho fatto rapporto al mio governo. Non ancora. Capito? Perché fare rapporto? Eh? Gli dica di venire da me se lo lasciano uscire vivo dal paese. Farebbe bene a stare in guardia se vuol aver salva la pelle. Eh? Prometto di non fare domande. In gran segreto – capisce? Anche lei – otterrà qualcosa da me. Una piccola commissione per il disturbo. Non interrompa. Sono funzionario governativo, e non faccio rapporto. È un affare. Capito? Conosco della brava gente disposta a comprare qualsiasi cosa che valga la pena, e che può dargli più quattrini di quanti quel furfante ne abbia mai visti in vita sua. La conosco la sua razza”. Mi fissava senza distogliere lo sguardo con tutti e due gli occhi aperti, mentre io in piedi lo sovrastavo totalmente sbalordito, chiedendomi se fosse matto o ubriaco. Sudava, sbuffava, con gemiti sommessi, e grattandosi con una flemma così disgustosa che non potei reggerne la vista abbastanza a lungo da scoprirlo. L’indomani, parlando per caso con la gente del piccolo tribunale indigeno del luogo, venni a sapere che lungo la costa si andava lentamente diffondendo la storia di un misterioso bianco che a Patusan si era impossessato di una straordinaria gemma – e precisamente, uno smeraldo di enormi dimensioni, assolutamente inestimabile. Sembra che lo smeraldo colpisca la fantasia orientale più di qualsiasi altra pietra preziosa. Il bianco l’aveva ottenuto, mi dissero, in parte con l’uso della sua forza portentosa e in parte con l’astuzia, dal sovrano di un paese lontano, donde era fuggito subito, arrivando a Patusan in condizioni penosissime, ma terrorizzando la gente con la sua estrema ferocia, che nulla sembrava poter ammansire. La maggior parte dei miei informatori riteneva che la pietra probabilmente portasse sfortuna – come la famosa pietra del sultano di Succadana, che nei tempi andati era stata la fonte per quel paese di guerre e di inaudite calamità. Forse si trattava della stessa pietra – chissà. A dire il vero la storia di uno smeraldo di favolosa grandezza risale all’arrivo del primo bianco nell’Arcipelago; ed è credenza così persistente che meno di quarant’anni fa in Olanda ci fu un’inchiesta ufficiale per indagarne la fondatezza. Tale gioiello – mi spiegò il vecchio dal quale venni a sapere la maggior parte di questo sorprendente mito creatosi intorno a Jim – una specie di scriba del misero piccolo rajah del luogo; tale gioiello, disse, sollevando verso di me i suoi poveri occhi quasi ciechi (per rispetto stava seduto sul pavimento della capanna), si custodisce meglio nascondendolo addosso a una donna. Però non qualsiasi donna va bene. Deve essere giovane – emise un profondo sospiro – e insensibile alle seduzioni d’amore. Scrollò il capo con aria scettica. Eppure sembrava che una donna simile esistesse davvero. Gli avevano parlato di una ragazza alta, che il bianco trattava con gran rispetto e sollecitudine, e che non usciva mai sola di casa. La gente diceva che quasi ogni giorno si poteva vedere il bianco in sua compagnia; camminavano fianco a fianco, apertamente, lui tenendosela sottobraccio – stretta al suo fianco – così – in un modo assai poco comune. Può darsi che ciò non fosse vero, ammise, perché era proprio strano per chiunque comportarsi così: d’altra parte non c’era dubbio che lei portava il gioiello del bianco nascosto sul seno».
Capitolo ventinovesimo
«Tale era l’opinione a proposito delle passeggiate maritali di Jim alla sera. Più d’una volta feci da terzo incomodo, sempre spiacevolmente conscio di Cornelius, che covava il sentimento offeso della sua paternità legale, muovendosi furtivo nei paraggi con quella sua tipica smorfia quasi fosse perennemente in procinto di digrignare i denti. Ma avete fatto caso come, a trecento miglia dal punto terminale dei cavi telegrafici e delle linee marittime dei postali, le meschine bugie materialiste della nostra civiltà appassiscono e muoiono, sostituite da puri esercizi di fantasia, che hanno l’inconsistenza, spesso il fascino, e talvolta la verità profonda e nascosta, delle opere d’arte? Il romanzo cavalleresco aveva scelto Jim a suo protagonista – e questa era l’unica parte vera della storia, per il resto tutta inesatta. Lui non nascondeva il suo gioiello. Infatti, ne era estremamente orgoglioso.
Mi rendo conto ora che, nel complesso, lei l’avevo vista molto poco. Quel che ricordo meglio è il pallore uniforme e olivastro della sua carnagione, e i riflessi blu intenso dei suoi capelli corvini, che ricadevano folti di sotto a un berrettino scarlatto portato molto indietro sulla testa ben fatta. Era spigliata e sicura nei movimenti, e quando arrossiva un cupo rossore le saliva al viso. Mentre Jim e io conversavamo, lei andava e veniva gettandoci rapidi sguardi, e lasciando al suo passaggio un’impressione di grazia e di fascino e una netta sensazione di vigile presenza. Il suo contegno mostrava una curiosa mescolanza di timidezza e audacia. Ogni suo grazioso sorriso era seguito a ruota da un’occhiata colma d’ansia silenziosa e repressa, come messo in fuga dal ricordo di un pericolo costante. A volte si sedeva in nostra compagnia e, con la morbida guancia stampata di fossette dalle nocche della sua manina, ascoltava la nostra conversazione; non ci staccava gli occhioni chiari dalle labbra, come se ogni parola pronunciata avesse forma visibile. La madre le aveva insegnato a leggere e a scrivere; da Jim aveva imparato un bel po’ d’inglese, che parlava in modo buffissimo, con la stessa cadenza brusca e fanciullesca. La sua tenerezza si librava su di lui come un battito d’ali. Viveva così immersa nella sua contemplazione da averne assorbito in parte l’aspetto esteriore, qualcosa che faceva pensare a lui nel modo di muoversi, di allungare il braccio, di girare la testa, di volgere lo sguardo. Il suo affetto vigile aveva una tale intensità da essere quasi percettibile ai sensi; sembrava esistere tangibilmente nella materia dello spazio circostante, avvilupparlo come una fragranza particolare, star sospeso nel sole come una nota tremula, sommessa, e appassionata. Suppongo crediate che anch’io sia romantico, ma vi sbagliate. Mi limito a riferirvi le impressioni di un frammento di giovinezza, di un romanzo cavalleresco strano e travagliato in cui mi sono imbattuto per caso. Ho osservato con interesse l’opera della sua – diciamo – buona sorte. Era gelosamente amato, ma perché mai lei fosse gelosa, e di cosa, non saprei dire. Le erano complici la terra, la gente, le foreste, concordi e vigili nel custodirlo, con un’aria di segregazione, di mistero, di possesso esclusivo. Non v’era possibilità d’appello, per così dire; era prigioniero della libertà stessa del suo potere, e lei, pur pronta a fargli con la testa da sgabello per i piedi, custodiva inflessibile la propria conquista – quasi fosse difficile tenerlo stretto. Perfino Tamb’Itam, marciando durante le nostre escursioni alle calcagna del suo signore bianco, testa all’indietro, truculento e armato da capo a piedi come un giannizzero, con kriss, ascia, e lancia (oltre a portare il fucile di Jim); perfino Tamb’Itam si permetteva di assumere arie da custode intransigente, come un carceriere burbero e devoto pronto a dar la vita per il suo prigioniero. Le sere che stavamo alzati fino a tardi la sua figura silenziosa e indistinta passava e ripassava sotto la veranda, a passi felpati, o sollevando il capo mi capitava d’un tratto di scorgerlo ritto impalato nell’ombra. Di solito dopo un po’ si dileguava, senza il minimo rumore; ma quando ci alzavamo ce lo trovavamo vicino di scatto come spuntato dal pavimento, pronto a qualsiasi eventuale ordine di Jim. Anche la ragazza, credo, non andava mai a dormire finché non ci eravamo separati per la notte. Più d’una volta dalla finestra di camera mia vidi lei e Jim uscire insieme in silenzio e appoggiarsi alla rozza balaustra – due figure bianche vicinissime, lui tenendole un braccio intorno alla vita, lei col capo posato sulla sua spalla. Mi giungeva il loro sommesso mormorio, penetrante, tenero, con una nota calma e triste nel silenzio della notte, come una meditazione intima a due voci. Più tardi, rigirandomi nel letto sotto la zanzariera, ero sicuro di udire lievi scricchiolii, un respiro appena percettibile, il cauto schiarirsi di una gola – a conferma che Tamb’Itam era ancora in giro, vigile. Sebbene (per grazia del signore bianco) avesse una casa dentro il recinto, avesse “preso moglie”, e di recente avesse avuto la benedizione di un figlio, credo che, almeno durante la mia permanenza, dormisse sempre in veranda. Era molto difficile far aprir bocca a quel servitore fedele e sinistro. Perfino a Jim rispondeva a frasi brevi e smozzicate, come con riserva. Parlare, sembrava voler dire, non era affar suo. Il discorso più lungo che gli ho udito fare di sua spontanea volontà fu una mattina in cui, stendendo di colpo la mano verso il cortile, additò Cornelius dicendo: “Ecco il Nazzareno che arriva”. Non credo si rivolgesse a me, sebbene gli fossi accanto; sembrava piuttosto voler risvegliare la sdegnata attenzione dell’universo. Certe allusioni, che seguirono, borbottate tra i denti, a proposito di cani e odor di carne arrostita, mi parvero sorprendentemente singolari e azzeccate. Il cortile, un quadrato ampio e spazioso, era un’unica torrida vampata di sole, e, immerso in quella luce intensa, Cornelius si faceva avanti bene in vista a passi lenti e striscianti con un’aria indicibilmente furtiva, misteriosa e segreta. Richiamava alla mente quanto vi è di più disgustoso. La sua andatura lenta e faticosa assomigliava allo strisciare di uno scarafaggio ripugnante, solo le gambe si muovevano con spaventosa alacrità mentre il corpo avanzava scivolando con movimento uniforme. Suppongo si dirigesse dritto verso la sua meta, ma con quella spalla in avanti sembrava procedere in linea obliqua. Lo si vedeva spesso aggirarsi lento tra le tettoie, come seguendo una traccia; passare davanti alla veranda lanciando sguardi furtivi all’insù; sparire senza fretta dietro l’angolo di una capanna. Che egli potesse circolare liberamente là dentro dimostrava l’assurda indifferenza di Jim oppure il suo immenso disprezzo, poiché Cornelius aveva avuto una parte assai dubbia (per non dire altro) in un certo episodio che si sarebbe potuto concludere in modo fatale per Jim. In realtà, era tornato a suo onore. Ma tutto tornava a suo onore; l’ironia della sua buona sorte era che quella vita, alla quale una volta aveva tenuto troppo, pareva sottostare a un magico influsso.
Dovete sapere che aveva lasciato la casa di Doramin poco dopo il suo arrivo – troppo poco, in effetti, per la sua sicurezza, e naturalmente molto prima della guerra. In ciò era mosso dal senso del dovere; doveva badare agli affari di Stein, disse. Non era vero forse? A tale scopo, con assoluta noncuranza della propria sicurezza personale, attraversò il fiume e prese alloggio da Cornelius. Come costui fosse riuscito a sopravvivere in quei tempi travagliati non so dirlo. In qualità di agente di Stein, dopo tutto, aveva dovuto godere in parte della protezione di Doramin; e in un modo o nell’altro era riuscito a cavarsela attraverso tutte quelle tremende complicazioni, e del resto non ho dubbi che la sua condotta, qualunque linea fosse costretto a seguire, dovesse essere improntata a quell’abiezione che era come il marchio dell’uomo. Essa era la sua caratteristica; era abietto di dentro e di fuori, così come altri uomini sono segnatamente d’aspetto generoso, distinto, o venerabile. Era il fattore costitutivo della sua natura che permeava tutti i suoi atti, passioni ed emozioni; era abietto nella rabbia, nel sorriso, nella tristezza; parimenti abiette le sue buone maniere e le sue reazioni sdegnate. Sono certo che il suo amore doveva essere il più abietto dei sentimenti – ma si può immaginare un insetto nauseabondo innamorato? E anche la nausea che ispirava era abietta, tanto che una persona semplicemente disgustosa sarebbe apparsa nobile al suo confronto. Nella storia non occupa un posto né di sfondo né di primo piano; ne è soltanto una comparsa che si aggira furtivamente ai margini, enigmatica e sporca, appestandone la caratteristica fragranza di giovinezza e d’ingenuità.
«La sua posizione non avrebbe comunque potuto essere che estremamente misera, eppure può darsi benissimo che ci trovasse dei vantaggi. Jim mi raccontò di esser stato ricevuto all’inizio con un’abietta ostentazione dei più amichevoli sentimenti. “Costui sembrava non stare in sé dalla gioia”, disse Jim disgustato. “Si precipitava da me ogni mattina a stringermi tutt’e due le mani – maledetto! Ma non capivo mai se ci sarebbe stato uno straccio di colazione. Mi consideravo davvero fortunato se riuscivo ad avere tre pasti in due giorni, e lui mi faceva firmare un buono da dieci dollari alla settimana. Era sicuro, diceva, che il signor Stein non intendeva che mi mantenesse per niente. Be’ – mi ha mantenuto praticamente con niente. Dava la colpa allo stato di disordine del paese, e faceva finta di strapparsi i capelli, chiedendomi scusa venti volte al giorno, tanto che alla fine dovetti supplicarlo di non preoccuparsi. Mi dava il voltastomaco. Mezzo tetto della sua casa era crollato, e tutto l’insieme aveva un aspetto malmesso, con ciuffi d’erba secca che spuntavano dovunque e gli angoli di stuoie lacere che ricadevano penzoloni sulle pareti. Fece del suo meglio per sottolineare che il signor Stein gli doveva dei soldi sui traffici degli ultimi tre anni, ma i suoi libri erano tutti strappati, e alcuni non c’erano proprio. Cercò d’insinuare che era colpa della moglie defunta. Lurido farabutto! Alla fine dovetti proibirgli addirittura di nominare la moglie defunta. Ciò faceva piangere Gioiello. Non riuscii a scoprire dov’era finita tutta la merce; nel magazzino non c’erano che topi, che se la spassavano bellamente in quel sudiciume di carta da pacchi e di sacchi vecchi. Da tutte le parti mi assicuravano che aveva un bel gruzzolo sepolto chissà dove, ma a lui s’intende non riuscii a cavar fuori nulla. In quella casa della malora trascorsi una penosissima esistenza. Cercavo di fare il mio dovere per Stein, ma avevo anche altro da pensare. Quand’ero scappato da Doramin il vecchio Tunku Allang si era spaventato e mi aveva restituito tutta la mia roba. Ciò avvenne per via indiretta, e con un’infinità di misteri, tramite un cinese gestore di un negozietto qui; ma non appena ebbi lasciato il quartiere dei bugis per andare a stare da Cornelius si cominciò a vociferare che il rajah aveva deciso di farmi uccidere quanto prima. Piacevole, no? E non vedevo cosa lo potesse trattenere se aveva davvero deciso. Il peggio era che non potevo fare a meno di sentire che non stavo facendo niente di buono né per Stein né per me stesso. Oh! Fu terribile – per l’intera durata di quelle sei settimane”».
Capitolo trentesimo
«Mi raccontò inoltre che non sapeva cosa lo avesse indotto a fermarsi – ma certo si può indovinare. Provava una gran compassione per quella ragazza indifesa, in balia di quel “farabutto spregevole e vile”. Pare che Cornelius le facesse fare una vita infernale, astenendosi solo da veri e propri maltrattamenti, perché non ne aveva il coraggio, suppongo. Insisteva perché lo chiamasse padre “e con rispetto, anche – con rispetto”, strillava, agitandole il piccolo pugno giallo sotto il naso. “Io sono un uomo rispettabile, e tu cosa sei? Dimmi – cosa sei tu? Credi che abbia intenzione di tirar su la figlia di un altro senza esser trattato con rispetto? Dovresti esser felice dell’onore che ti faccio. Su – di’: Sì, padre… No?… Aspetta un po’”. Al che si metteva a ingiuriare la morta, finché la ragazza non correva via con le mani nei capelli. Lui la inseguiva, precipitandosi dentro e fuori e intorno alla casa e tra le tettoie, la spingeva in un angolo, dove lei cadeva in ginocchio tappandosi le orecchie, e lui allora le si piazzava dietro a una certa distanza e le sciorinava una sfilza di luride accuse per mezz’ora di fila. “Tua madre era un demonio, un demonio ingannatore – e anche tu sei un demonio”, strillava in un ultimo scoppio d’ira, poi raccoglieva un po’ di terra secca o una manciata di fango (c’era fango in abbondanza intorno alla casa), e gliela tirava nei capelli. A volte, però, lei resisteva piena di sprezzo, standogli di fronte in silenzio, con la faccia scura e contratta, e solo ogni tanto pronunciando una parola o due così pungenti da farlo sobbalzare e contorcersi dal male. Jim mi disse che erano scene terribili. Che strano imbattersi in cose simili in una landa sperduta. Il protrarsi in eterno di tale situazione così sottilmente crudele faceva venire i brividi – al solo pensarci. Il rispettabile Cornelius (Inchi’Nelyus lo chiamavano i malesi, con una smorfia dai molti significati) era un uomo molto amareggiato. Non so cosa si fosse aspettato che gli facessero in considerazione del suo matrimonio; ma evidentemente la licenza di rubare, e appropriarsi indebitamente, e incamerare per molti anni a suo capriccio, le merci della Società Commerciale di Stein (Stein non aveva esitato a continuare i rifornimenti finché era riuscito a convincere i suoi capitani a portarli fin là) non gli sembrava una giusta contropartita per il sacrificio del suo onorato nome. Jim avrebbe enormemente gioito a ridurre Cornelius in fin di vita a suon di botte; d’altra parte, quelle scenate erano così penose, così abominevoli, che aveva l’impulso di andarsene fuori portata d’orecchio, per non urtare la suscettibilità della ragazza. Esse la lasciavano agitata, senza parole, a stringersi convulsamente il petto di tanto in tanto con viso impietrito, disperato, e allora Jim si accostava furtivo e diceva rattristato: “Su – via – davvero – a che serve – deve cercare di mangiare un po’”, o le manifestava la sua simpatia in pari modo. Cornelius continuava a sgattaiolare dentro e fuori dalle porte, attraverso la veranda e poi di nuovo al punto di partenza, muto come un pesce, e lanciando di soppiatto sguardi malevoli e sospettosi. “Posso farlo smettere con questi scherzi”, le disse Jim una volta. “Basta una sua parola”. E sapete come rispose? Disse – mi raccontò Jim con solennità – che se non avesse avuto la certezza che lui a sua volta era profondamente infelice, avrebbe trovato il coraggio di ucciderlo con le sue stesse mani. “Immagini un po’! Quella povera disgraziata di ragazza, poco più che una bambina, ridotta a parlare così”, esclamò inorridito. Sembrava impossibile salvarla non solo da quel meschino farabutto ma perfino da se stessa! Non era tanto che gli facesse compassione, affermò; era più che compassione; era come se avesse qualcosa sulla coscienza, finché continuava quella vita. Lasciare la casa sarebbe parsa una vile diserzione. Aveva finalmente capito che non c’era niente da aspettarsi se restava più a lungo, né vantaggi né soldi, né una traccia di verità, eppure continuava a restare, trascinando Cornelius per esasperazione sull’orlo, non dico della pazzia, ma quasi del coraggio. Intanto avvertiva ogni sorta di pericoli ammassarglisi oscuramente intorno. Doramin gli aveva inviato due volte un servitore fidato ad avvertirlo seriamente di non poter fare nulla per la sua sicurezza se lui non tornava ad attraversare il fiume e ad abitare di nuovo tra i bugis. Gente di ogni condizione si presentava da lui, spesso nel cuore della notte, per svelargli complotti diretti ad assassinarlo. L’avrebbero avvelenato. L’avrebbero pugnalato nella cabina da bagno. Si stavano facendo preparativi per sparargli da una barca sul fiume. Ciascuno di tali informatori si professava suo grande amico. Ce n’era – mi disse – di che turbare per sempre il sonno di un povero diavolo. Qualcosa del genere era senz’altro possibile – anzi, probabile – ma quegli avvertimenti menzogneri gli davano soltanto la sensazione di mortali congiure che gli si stavano tramando tutt’intorno, da ogni parte, nel buio. Niente di più azzeccato per scuotere i nervi più saldi. Infine, una notte, Cornelius in persona, con un grande sfoggio d’agitazione e di mistero, svelò con accenti solenni e carezzevoli un piccolo piano in base al quale per cento dollari – o anche per ottanta; diciamo ottanta – lui, Cornelius, avrebbe procurato un uomo di fiducia per far ridiscendere di nascosto il fiume a Jim, senza alcun pericolo. Non c’era altra soluzione possibile a questo punto – se a Jim stava un minimo a cuore la vita. Cosa sono ottanta dollari? Un’inezia. Una somma insignificante. Mentre lui, Cornelius, dovendo rimanere lì, andava senza dubbio incontro alla morte per quella sua prova di devozione al giovane amico del signor Stein. La vista di tutte quelle abiette smancerie – mi disse Jim – era quasi insopportabile: si strappava i capelli, si batteva il petto, si dondolava avanti e indietro con le mani pigiate sullo stomaco, facendo perfino finta di versar lacrime. “Il suo sangue ricada sul suo stesso capo”, squittì da ultimo, e uscì a precipizio. Ci si domanda con curiosità fino a che punto Cornelius fosse sincero in quella messinscena. Jim mi confessò di non esser riuscito a chiuder occhio dopo che quell’individuo se ne fu andato. Rimase supino su una stuoia sottile stesa sull’impiantito di bambù, oziosamente impegnato a cercar d’individuare le travi a vista del soffitto, e con l’orecchio teso ai fruscii nella copertura di paglia a brandelli. D’un tratto una stella ammiccò attraverso un buco nel tetto. Il cervello gli turbinava; ma, ciononostante, proprio quella notte maturò il suo piano per abbattere lo sceriffo Alì. Era stato il pensiero fisso di tutti i momenti che era riuscito a sottrarre alle vane indagini sull’andamento degli affari di Stein, ma l’idea – dice – gli balenò allora tutt’a un tratto. Ebbe come l’impressione di vedere i cannoni issati in cima alla collina. Gli venne un gran caldo e una grande agitazione a starsene lì sdraiato; di dormire neanche parlarne, ora meno che mai. Balzò su, e uscì a piedi nudi sulla veranda. Camminando senza far rumore, s’imbatté nella ragazza, immobile contro il muro, come all’erta. In quel suo stato di confusione mentale non fu sorpreso di vederla alzata, e neanche di sentirsi chiedere in un sussurro pieno d’ansia dove potesse essere Cornelius. Si limitò a dire che non lo sapeva. Essa emise un piccolo gemito, e scrutò attentamente nel campong. C’era una gran quiete dovunque. Lui era così interamente preso dalla sua nuova idea che non poté fare a meno di parlarne subito alla ragazza. Lei ascoltò, batté leggermente le mani, manifestò la sua ammirazione in un dolce sussurro, ma chiaramente senza mai smettere di stare all’erta. Pare che lui si fosse abituato fin dall’inizio a farne la sua confidente – e non c’è dubbio che lei a sua volta fosse in grado di dargli e in effetti gli desse molte utili informazioni su come andavano le cose a Patusan. Mi assicurò ripetutamente di non essersi mai trovato a malpartito per i suoi consigli. Ad ogni modo, stava proprio per esporle i dettagli del suo piano, quando lei gli diede una stretta al braccio, e svanì dal suo fianco. In quel momento comparve da chissà dove Cornelius, il quale, scorgendo Jim, si scansò di lato, come se gli avessero sparato addosso, per poi restare immobile nell’oscurità. Alla fine si fece avanti con cautela, come un gatto sospettoso. “C’erano dei pescatori laggiù – con del pesce”, disse con voce tremula. A vender pesce – capisce… Dovevano essere circa le due del mattino – proprio l’ora giusta per andare in giro a vender pesce!
Jim, comunque, la prese per buona, e non ci fece minimamente caso. Aveva ben altro a cui pensare, e per di più non aveva né visto né sentito niente. Si limitò a dire un distratto “Oh!”, bevve un po’ d’acqua da una brocca che si trovava lì, e lasciando Cornelius in preda a un’inspiegabile agitazione – che lo indusse ad aggrapparsi con tutt’e due le braccia alla ringhiera tarlata della veranda quasi gli fossero venute meno le gambe – rientrò e si stese sulla stuoia a pensare. Dopo poco udì dei passi furtivi. Si fermarono. Una voce tremula sussurrò dall’altra parte della parete: “Dorme?” “No! Cosa c’è?” rispose, svelto; fuori ci fu un movimento brusco, e poi più nulla, come se chi aveva sussurrato quelle parole si fosse spaventato. Estremamente infastidito da tutto ciò, Jim si precipitò fuori, e Cornelius con un grido soffocato fuggì correndo per la veranda fino ai gradini, dove si appoggiò alla balaustra rotta. Molto perplesso, Jim lo chiamò ad alta voce da lontano per sapere che diavolo gli avesse preso. “Ha fatto mente locale su quanto le ho detto?”, chiese Cornelius, esprimendosi con difficoltà, come chi è in preda a brividi di febbre. “No!”, gridò Jim fuori di sé dalla collera. “Non l’ho fatto, e non intendo farlo. Ho intenzione di vivere qui, a Patusan”. “Lei ci m-m-morirà q-q-qui”, rispose Cornelius, sempre scosso da un tremito convulso, e con voce strozzata. Tutta la scena era così assurda e irritante che Jim non sapeva se esserne divertito o seccato. “Non prima di averla visto ben sistemato, può scommetterci”, gridò, esasperato ma sul punto di ridere. Mezzo sul serio (eccitato com’era dai suoi stessi pensieri, capite) continuò a sbraitare: “Niente mi può toccare! Si sbizzarrisca pure come meglio le aggrada”. In certo qual modo quella figura indistinta di Cornelius laggiù sembrava l’odiosa incarnazione di tutte le noie e le difficoltà incontrate sul suo cammino. Si lasciò andare – aveva i nervi sovreccitati da giorni e giorni – e lo investì con una bella sfilza di epiteti – imbroglione, bugiardo, lurido farabutto: in effetti, una scena dell’altro mondo. Ammette di aver passato ogni limite, era proprio fuori di sé – aveva sfidato l’intera Patusan a farlo scappare per paura – aveva dichiarato che ciononostante li avrebbe fatti ballare tutti al suono della sua musica, e via di questo passo, in tono minaccioso e pieno di boria. Assolutamente ridicolo e altisonante, disse. Al solo ricordo gli bruciavano le orecchie. Doveva aver perso la testa chissà come… La ragazza, seduta in nostra compagnia, mi fece un rapido cenno d’assenso con la sua testolina, aggrottando leggermente le sopracciglia, e disse: “L’ho sentito io”, con solennità tutta infantile. Lui rise e arrossì. Ciò che infine l’aveva fatto smettere, disse, fu il silenzio, il silenzio assoluto, mortale, di quella figura indistinta laggiù, che sembrava essersi accasciata penzoloni, piegata in due sulla balaustra in una sinistra immobilità. Tornato in sé, s’interruppe di botto, e si meravigliò molto di se stesso. Per un po’ rimase a guardare. Non un movimento, non un suono. “Proprio come se costui fosse morto mentre facevo tutto quel baccano”, disse. Si vergognava a tal punto di sé che rientrò di corsa senza più fiatare, e si buttò giù di nuovo. La scenata doveva avergli fatto bene però, perché per il resto della notte aveva dormito come un bambino. Non dormiva così da settimane. “Io invece non dormii”, intervenne la ragazza, con un gomito sul tavolo e la guancia appoggiata sulla mano. “Rimasi di guardia”. Volse un po’ intorno quei suoi occhioni scintillanti, per poi fissarli intensamente su di me».
Capitolo trentunesimo
«Potete immaginare con quanto interesse io ascoltassi. Tutti quei dettagli si rivelarono di una certa importanza ventiquattr’ore dopo. Al mattino Cornelius non fece allusione alcuna agli avvenimenti della notte. “Suppongo tornerà nella mia povera casa”, borbottò, sgarbatamente, comparendo furtivo nel bel mentre Jim stava salendo in canoa per recarsi al campong di Doramin. Jim si limitò ad annuire, senza guardarlo. “Ci prova gusto, senza dubbio”, borbottò l’altro in tono acido. Jim passò la giornata col vecchio nakhoda, a predicare la necessità di un’azione vigorosa ai principali esponenti della comunità dei bugis, convocati a gran consiglio. Ricordava con piacere com’era stato davvero eloquente e persuasivo. “Senz’altro, in quell’occasione sono riuscito a infondere in loro un po’ di spina dorsale”, disse. L’ultima scorreria dello sceriffo Alì aveva spazzato la periferia dell’abitato, e alcune donne del villaggio erano state trascinate nella palizzata. Il giorno prima gli emissari dello sceriffo Alì erano stati visti in piazza del mercato pavoneggiarsi altezzosi nei loro bianchi mantelli, vantandosi dell’amicizia del rajah per il loro padrone. Uno di essi stava davanti all’ombra di un albero, e, appoggiato alla lunga canna di un fucile, esortava la popolazione alla preghiera e al pentimento, consigliando di ammazzare tutti gli estranei che si erano introdotti nel paese, alcuni dei quali, disse, erano infedeli e altri ancora peggio – figli di Satana in abito di musulmani. Si riferiva che tra i presenti diversi uomini del rajah avessero espresso la loro approvazione a viva voce. Tra il popolo il terrore era grande. Jim, compiaciutissimo del suo lavoro di quel giorno, riattraversò il fiume prima del tramonto.
Essendo riuscito a far impegnare inderogabilmente i bugis all’azione e garantendo il successo sulla propria testa, era così esultante che in quella leggerezza di spirito cercò in tutto e per tutto di essere gentile nei confronti di Cornelius. Ma Cornelius a sua volta divenne sfrenatamente gioviale, ed era quasi superiore alla propria capacità di sopportazione, dice, udire gli striduli squittii di quelle sue false risate, vederlo dimenarsi e ammiccare, e d’un tratto afferrarsi il mento e appiattirsi sulla tavola con sguardo fisso e stralunato. La ragazza non si fece vedere, e Jim si ritirò presto. Quando si alzò per dare la buona notte, Cornelius balzò in piedi, rovesciando la sedia, e si abbassò di scatto scomparendo alla vista come per tirar su qualcosa che avesse lasciato cadere. La sua buona notte giunse fioca da sotto la tavola. Jim fu stupito di vederlo riemergere a bocca spalancata e con lo sguardo fisso, ottuso e terrorizzato. Stringeva convulsamente il bordo della tavola. “Che c’è? Si sente male?”, chiese Jim. “Sì, sì, sì. Una colica tremenda allo stomaco”, dice l’altro; e secondo Jim era la pura verità. In tal caso, data l’azione che andava premeditando, quello era un segno abietto di un’insensibilità ancora imperfetta della quale gli si deve dare pienamente atto.
Comunque sia, i leggeri sonni di Jim furono disturbati da un sogno di cieli come d’ottone echeggianti una gran voce, che gli intimava Sveglia! Sveglia! Così forte che, nonostante la sua disperata determinazione di continuare a dormire, si svegliò davvero. Il bagliore di un’improvvisa fiammata rossa e crepitante a mezz’aria gli colpì gli occhi. Volute di fumo nero e denso ruotavano intorno alla testa di un’apparizione, un essere soprannaturale, tutto vestito di bianco, dal viso severo, teso, ansioso. Dopo circa un secondo, riconobbe la ragazza. Teneva in alto a braccio teso una torcia di resina, e con tono uniforme, insistente e pressante andava ripetendo: “Si alzi! Si alzi! Si alzi!”.
Di colpo balzò in piedi; subito lei gli mise in mano una rivoltella, la sua rivoltella, che teneva appesa a un chiodo, ma carica questa volta. L’afferrò in silenzio, confuso, sbattendo gli occhi per la luce. Si domandò cosa poteva fare per lei.
In gran fretta e a voce bassissima lei chiese: “Può affrontare quattro uomini con questa?”. Nel raccontarmi l’episodio rideva al ricordo della sua solerte cortesia. Pare ne abbia fatto grande ostentazione. “Certamente – s’intende – certamente – ai suoi ordini”. Non era del tutto sveglio, e aveva la sensazione di essere molto educato in quelle straordinarie circostanze, e di mostrare la sua incondizionata e devota prontezza. Lei lasciò la stanza, e lui la seguì; in corridoio disturbarono una vecchia megera che faceva da mangiare per la casa quando capitava, sebbene fosse così decrepita da capire a stento l’umana parola. Si alzò e li seguì zoppicando e biascicando tra le gengive sdentate. Sulla veranda un’amaca di tela di olona, appartenente a Cornelius, al tocco del gomito di Jim oscillò leggermente. Era vuota.
Lo stabilimento di Patusan, come tutte le stazioni commerciali della Società Stein, in origine era costituito di quattro edifici. Di questi due erano rappresentati da due mucchi di stecchi, bambù spezzati, paglia marcita, sui quali con inclinazioni diverse poggiavano tristemente i quattro montanti angolari di legno duro: il magazzino principale, però, stava ancora in piedi, dirimpetto alla casa dell’agente. Era una capanna oblunga, fatta di creta e fango; a un’estremità aveva un’ampia porta di assi robuste, non ancora scardinata, e in una delle pareti laterali c’era un’apertura quadrata, una specie di finestra, con tre sbarre di legno. Prima di scendere i pochi gradini la ragazza volse il capo e di sopra la spalla disse in gran fretta: “Doveva essere assalito nel sonno”. Jim mi dice di aver provato un senso di delusione. La solita storia. Era stanco di quegli attentati alla sua vita. Ne aveva avuto abbastanza di quegli allarmi. Fino alla nausea. Mi assicurò di essersi arrabbiato con la ragazza per averlo ingannato. L’aveva seguita con l’impressione che fosse lei ad avere bisogno del suo aiuto, e ora disgustato aveva una mezza idea di girare i tacchi e tornare indietro. “Sa”, commentò, con aria profonda: “Ho l’impressione di non essere stato del tutto me stesso per settimane e settimane in quel periodo”. “Oh, sì. Eppure lo era”, non potei fare a meno di contraddirlo.
Ma la ragazza procedeva rapida, e lui la seguì nel cortile. Lo steccato tutt’intorno era caduto da un pezzo; i bufali dei vicini al mattino andavano avanti e indietro nello spiazzo, sbuffando profondamente, senza fretta; una vera e propria giungla lo stava già invadendo. Jim e la ragazza si fermarono tra l’erba alta e incolta. Il cerchio di luce in cui si trovavano dava vita tutt’intorno a un’oscurità compatta, e soltanto sopra il loro capo c’era un opulento scintillio di stelle. Mi disse che era una bella notte – proprio fresca, con un soffio di brezza dal fiume. Pare ne avesse colto la bellezza amica. Tenete presente che questa che vi sto raccontando ora è una storia d’amore. Una notte estremamente gradevole che pareva alitare su di loro una dolce carezza. La fiamma della torcia ogni tanto ondeggiava con un fruscio come di bandiera che sbatte, e per un po’ quello fu l’unico suono. “Sono nel magazzino in attesa”, sussurrò la ragazza; “in attesa del segnale”. “Chi deve darlo?” chiese lui. Lei scosse la torcia, che avvampò con più forza dopo una pioggia di scintille. “Solo che lei era così agitato nel sonno”, proseguì in un sussurro. “Ho anche vegliato sul suo sonno”. “Lei!”, esclamò lui, allungando il collo per guardarsi intorno. “E crede che abbia vegliato solo questa notte!” disse la ragazza, con una specie di disperata indignazione.
Lui dice che fu come se avesse ricevuto un colpo al petto. Rimase senza fiato. Pensò di essersi comportato praticamente come un grande animale, e si sentì pieno di rimorso, commosso, felice, esultante. Questa, lasciate che torni a ricordarvelo, è una storia d’amore; lo si può dedurre dall’imbecillità, non un’imbecillità distaccata, ma da esaltati, di un simile comportamento, quel sostare al lume della torcia, quasi fossero venuti lì apposta per discutere a edificazione di assassini nascosti. Se gli emissari dello sceriffo Alì avessero avuto – come osservò Jim – un briciolo di fegato, era quello il momento di sferrare l’attacco. Il cuore gli batteva tumultuosamente – non di paura – ma gli parve di sentire un fruscio nell’erba, e fu pronto a uscire dal cerchio di luce. Qualcosa di scuro, d’indistinto, sfrecciò rapido e svanì. Chiamò forte con voce stentorea: “Cornelius! O Cornelius!”. Seguì un profondo silenzio: sembrava che la sua voce non fosse arrivata neanche a sei metri. Di nuovo la ragazza gli fu accanto. “Fugga!”, disse. La vecchia si stava avvicinando; la sua figura sbilenca oscillava a saltelli zoppicanti sull’alone della luce; ne udirono il borbottio, e insieme un sospiro lieve, lamentoso. “Fugga!”, ripeté la ragazza, con tono concitato. “Ora sono spaventati – questa luce – le voci. Ora sanno che lei è sveglio – sanno che è grande, forte, coraggioso…”. “Se sono tutto questo”, prese a dire, ma lei lo interruppe. “Sì – stanotte! Ma domani notte? E la notte successiva? E quella dopo ancora – tutte le notti che verranno, che sono tante? Posso star sempre all’erta?”. Un singhiozzo che la fece sussultare lo commosse indicibilmente.
Mi disse di non essersi mai sentito così piccolo, così impotente – e quanto al coraggio, a che serviva?, pensò. Era così derelitto che perfino la fuga pareva inutile: e malgrado lei, con insistenza febbrile, non la smettesse di sussurrargli: “Vada da Doramin, vada da Doramin”, si rese conto che per lui non vi era scampo da quella solitudine che centuplicava tutti i suoi pericoli se non – in lei. “Pensai”, mi disse, “che se mi allontanavo da lei sarebbe stato come la fine di tutto”. Ma siccome non potevano restare lì impalati in mezzo a quel cortile per sempre, decise di andare a buttare un occhio nel magazzino. Lasciò che lei lo seguisse senza neanche esser sfiorato dall’idea di protestare, quasi fossero stati indissolubilmente uniti. “Sono senza paura io – vero?”, borbottò a denti stretti. Lei lo trattenne per un braccio. “Aspetti finché non udrà la mia voce”, disse, e, torcia in mano, sparì leggera di corsa dietro l’angolo. Lui rimase solo nell’oscurità, rivolto verso la porta: non un suono, non un respiro giungevano dall’altra parte. Da un punto indefinito alle sue spalle la vecchia megera si lasciò sfuggire un lugubre lamento. Udì un richiamo acuto, quasi un urlo venire dalla ragazza. “Ora! Spinga!”. Spinse con violenza; la porta ruotò sui cardini con stridente fracasso schiudendo al suo profondo stupore un interno basso come una prigione, rischiarato da una luce spettrale e oscillante. Un turbine di fumo si dissolveva in basso su una cassa di legno vuota in mezzo al pavimento, un mucchio di stracci e paglia accennò a sollevarsi, ma si limitò a muoversi appena nella corrente d’aria. Lei aveva fatto passare la torcia tra le sbarre della finestra. Ne vide il nudo braccio tornito rigidamente proteso, che la reggeva con la fermezza di un sostegno di ferro. Un mucchio a forma di cono di vecchie stuoie sfilacciate ingombrava praticamente fino al soffitto un angolo lontano, e questo era tutto.
Mi spiegò di esserne rimasto amaramente deluso. La sua forza d’animo era stata messa alla prova da tanti avvertimenti, da intere settimane viveva attorniato da tanti segni di pericolo, che aveva bisogno del sollievo di una qualche realtà, qualcosa di tangibile con cui potersi confrontare. “Avrebbe rasserenato l’aria almeno per un paio d’ore, se capisce cosa intendo”, mi disse. “Per Giove! Da giorni e giorni vivevo con un peso sullo stomaco”. Ora finalmente aveva creduto di stringere in pugno qualcosa, e invece – niente! Non una traccia, non un segno di chicchessia. Mentre la porta si spalancava aveva alzato l’arma, ma ora lasciò ricadere il braccio. “Spari! Si difenda”, gridò la ragazza da fuori con voce angosciata. Al buio e col braccio infilato fino alla spalla nella piccola apertura, non poteva vedere cosa stesse succedendo, e non osava più ritirare la torcia per correre dall’altra parte. “Non c’è nessuno qui!”, urlò Jim con voce sprezzante, ma l’impulso a scoppiare in una risata di esasperato risentimento gli rimase strozzata in gola: nel bel mentre si voltava si era accorto di stare incrociando lo sguardo con un paio d’occhi nel mucchio di stuoie. Ne vide il bianco in un mobile baluginio. “Vieni fuori!”, gridò su tutte le furie, un po’ esitante, e una testa dal volto scuro, una testa senza corpo, si delineò tra quel cumulo di rifiuti, una strana testa mozza, che lo fissava con sguardo minaccioso. Subito dopo tutto il mucchio si agitò, e con un basso grugnito un uomo ne emerse rapido, e si diresse d’un balzo su Jim. Dietro a lui si può dire che le stuoie saltassero e volassero; aveva il braccio destro alzato col gomito piegato, e dal pugno tenuto a distanza, un po’ sopra il capo, spuntava la lama smussata di un kriss. La stretta fascia che gli cingeva i fianchi sembrava di un bianco abbagliante sulla pelle color bronzo; il corpo nudo luccicava come bagnato.
Jim notò tutto questo. Mi raccontò di aver provato una sensazione d’indicibile sollievo, di esultanza vendicativa. Aspettò a sparare, dice, deliberatamente. Aspettò per la decima parte di un secondo, per tre passi dell’uomo – un tempo incalcolabile. Aspettò per il piacere di dire a se stesso: Ecco un uomo morto! Ne era matematicamente sicuro. Lo lasciò venire avanti perché tanto non importava. Un uomo morto, comunque. Ne osservò le narici dilatate, gli occhi sbarrati, l’espressione avida e intenta del viso, quindi sparò.
L’esplosione in quello spazio limitato fu assordante. Jim indietreggiò di un passo. Vide l’uomo raddrizzare il capo di scatto, lanciare le braccia avanti, e lasciar cadere il kriss. Constatò in seguito di avergli sparato in bocca, un po’ all’insù, essendo la pallottola uscita alta dalla parte posteriore del cranio. Grazie allo slancio della sua spinta l’uomo continuò a venire dritto avanti, a bocca spalancata con il viso improvvisamente sfigurato, procedendo a tastoni con le mani aperte davanti a sé, come accecato, e piombando a terra con spaventosa violenza sulla fronte, proprio accanto ai piedi nudi di Jim. Jim dice di non averne perso il minimo particolare. Si ritrovò calmo, pacificato, senza rancore, senza inquietudine, come se la morte di quell’uomo avesse riparato a tutto. Il luogo stava diventando saturo del fumo fuligginoso della torcia, la cui fiamma rosso sangue ardeva immobile senza ondeggiamenti. Lui avanzò deciso, scavalcando il cadavere, e tenne a bada con la pistola un’altra figura nuda delineatasi vagamente all’altra estremità. Mentre stava per premere il grilletto, l’uomo scagliò con forza una lancia corta e pesante, e si accucciò sulle gambe con aria sottomessa, la schiena contro il muro e le mani giunte tra le gambe. “Ci tieni alla vita?”, disse Jim. L’altro non fiatò. “Quanti siete ancora?”, chiese di nuovo Jim. “Ancora due, Tuan”, disse l’uomo pianissimo, fissando con grandi occhi incantati la bocca della rivoltella. Difatti altri due uscirono carponi di sotto le stuoie, tenendo bene in vista le mani vuote».
Capitolo trentaduesimo
«Jim si mise in posizione favorevole e li guidò fuori in branco attraverso la porta: per tutto quel tempo la torcia era rimasta verticale stretta da una piccola mano, senza il benché minimo tremito. I tre uomini gli ubbidirono, in assoluto silenzio, muovendosi come automi. Li dispose in riga. “Datevi il braccio!”, ordinò. Così fecero. “Il primo che sfila il braccio o gira la testa è un uomo morto”, disse. “Marsch!”. Si mossero all’unisono, rigidi; lui li seguiva, e al suo fianco la ragazza, in una veste bianca che strusciava per terra, con i capelli neri che le ricadevano fino in vita, reggeva la fiaccola. Eretta e flessuosa, pareva scivolar via senza toccare il suolo; non si udiva altro che il fruscio come di seta e lo stormire dell’erba alta. “Alt”, gridò Jim.
L’argine del fiume era ripido; veniva su una grande frescura, la luce colpiva radente la superficie liscia e cupa dell’acqua schiumeggiante senza increspature; a destra e a sinistra le sagome delle case correvano parallele sotto i nitidi profili dei tetti. “Portate i miei saluti allo sceriffo Alì – finché non verrò io di persona”, disse Jim. Nessuna delle tre teste si mosse. “Saltate!”, tuonò. I tre tonfi fecero un unico tonfo, un grande spruzzo si sollevò, teste nere apparvero e scomparvero con moto disordinato, fino a dileguarsi; ma si udì ancora un gran soffiare e sbruffare, sempre più fievole, poiché cercavano d’immergersi sott’acqua, per la gran paura di uno sparo d’addio. Jim si voltò verso la ragazza, che era stata a osservare attenta e silenziosa. Ebbe l’impressione che d’un tratto il cuore non gli stesse più nel petto e lo strozzasse ostruendogli la gola. Per questo probabilmente rimase così a lungo senza parlare, e lei dopo avergli restituito lo sguardo lanciò la torcia accesa nel fiume con un ampio movimento del braccio. Il bagliore rosso infuocato, fatto un lungo volo nella notte, s’immerse con un sibilo stridente, e la luce calma e dolce delle stelle discese su di loro, incontrastata.
Non mi raccontò cosa disse quando finalmente ritrovò la voce. Non credo possa essere stato molto eloquente. Il mondo era immobile, la notte alitava su di loro, una di quelle notti che sembrano create per proteggere la tenerezza, e vi sono momenti in cui le nostre anime, come liberate dal loro oscuro involucro, rifulgono di una sensibilità squisita che rende certi silenzi più espressivi delle parole.
Quanto alla ragazza, mi disse, “Ebbe un momento di debolezza. Agitazione – capisce. Reazione. Maledettamente stanca doveva essere – e altre cose del genere. E – e – accidenti – mi voleva bene, capisce… Anch’io… non lo sapevo, naturalmente… mai passato per la testa…”.
A questo punto si alzò e si mise ad andare su e giù in preda a una certa agitazione. “Io – io l’amo teneramente. Più di quanto non possa dire. Ovvio che non si può dire. Si ha un’altra visuale delle proprie azioni quando si arriva a capire, quando vi vien fatto capire ogni giorno che la vostra esistenza è necessaria – assolutamente necessaria, capisce – a un’altra persona. A me si fa sentire questo. Meraviglioso. Ma provi solo a figurarsi cos’era stata la sua vita. È spaventosamente assurdo! No? E io che la trovo qui così – come se uscendo a fare un giretto tutt’a un tratto ci si imbattesse in qualcuno che annega in un posto solitario e buio. Per Giove! Non c’è tempo da perdere. Be’, è anche un fatto di fiducia… Io credo di esserne all’altezza…”.
«Debbo dirvi che da un po’ la ragazza ci aveva lasciati soli. Lui si batté il petto. “Sì! Ho questa sensazione, ma credo di essere all’altezza di tutta la mia fortuna!”. Aveva il dono di trovare un significato speciale in tutto ciò che gli succedeva. Sotto tale prospettiva considerava la sua storia d’amore; una visione idillica, un po’ solenne, e anche vera, dato che la sua convinzione aveva tutta l’incrollabile serietà della giovinezza. Un po’ di tempo dopo, in altra circostanza, mi disse: “Sono qui da soli due anni, e ora, parola mia, non riesco a figurarmi di poter vivere da nessun’altra parte. Il solo pensiero del mondo al di fuori è sufficiente a spaventarmi; perché vede”, proseguì, a occhi bassi osservando i movimenti della sua scarpa intenta a spiaccicare ben bene un pezzettino di fango secco (stavamo passeggiando sulla riva del fiume), “perché non ho dimenticato la causa della mia venuta qui. Non ancora!”.
Mi trattenni dal guardarlo, ma mi pare di aver udito un breve sospiro; andammo su e giù una o due volte in silenzio. “Sull’anima mia e in tutta coscienza”, riprese, “se una cosa simile può essere dimenticata, allora penso di aver diritto di scacciarla dalla mia mente. Chieda a chiunque qui”… La sua voce cambiò. “Non è strano”, proseguì con tono mite, quasi struggente, “che tutte queste persone, tutte queste persone che farebbero qualunque cosa per me, non possano mai essere indotte a capire? Mai! Se lei non mi credesse non potrei chiamarle in causa. Sembra duro, in certo qual modo. Sono stupido, vero? Cosa posso desiderare di più? Se si prova a chieder loro chi è coraggioso – chi è leale – chi è giusto – a chi affiderebbero la vita? – diranno: Tuan Jim. Eppure non potranno mai sapere la verità, quella vera…”.
Questo è quanto mi disse l’ultimo giorno che passai con lui. Non mi lasciai sfuggir di bocca neanche un mormorio: sentivo che avrebbe parlato ancora, senza però avvicinarsi di più alla radice della questione. Il sole, che con l’intensità del suo abbagliante riverbero riduce la terra a un granellino di polvere in perpetuo moto, era calato dietro la foresta, e la luce diffusa da un cielo di opale sembrava proiettare su un mondo senza ombre e senza splendore l’illusione di una calma e assorta grandezza. Non so perché, ascoltandolo, non abbia potuto fare a meno di notare così chiaramente il progressivo oscurarsi del fiume, dell’aria; l’irresistibile lavorio della notte nel suo silenzioso posarsi su tutte le parvenze visibili, cancellando i contorni, seppellendo le forme sempre più giù, come una caduta ininterrotta di nera polvere impalpabile.
“Per Giove!”, esordì, a un tratto, “vi sono giorni in cui si è troppo assurdi per tutto; ma so che a lei posso dire quel che mi pare. Parlo di farla finita con quella cosa – con quella maledetta faccenda che ho sempre in fondo al cervello… Dimenticare… che mi venga un accidente se ci riesco! Ma posso pensarci con calma. Dopo tutto, cos’ha provato? Niente. Suppongo lei non la pensi così…”.
Borbottai in segno di protesta.
“Non ha importanza”, disse. “Sono soddisfatto… quasi. Mi basta guardare in faccia il primo che capita, per riacquistare fiducia. Non si può fargli capire cosa succede dentro di me. E allora? Andiamo! Non mi sono poi comportato tanto male”.
“Non tanto male”, dissi.
“Ciononostante, non le piacerebbe avermi a bordo della sua nave – eh?”
“Vada al diavolo!” gridai. “La pianti”.
“Ah! Vede?”, gridò a sua volta, cantando, per così dire, placidamente vittoria su di me. “Ma”, proseguì, “si provi soltanto a dirlo a uno qualsiasi di loro qui. La prenderebbero per pazzo, bugiardo, o peggio. Perciò posso resistere. Io ho fatto una cosa o due per loro, ma questo è ciò che loro hanno fatto per me”.
“Mio caro ragazzo”, esclamai, “lei per loro resterà sempre un mistero insolubile”. Dopodiché rimanemmo in silenzio.
“Mistero”, ripeté, prima di alzare lo sguardo. “Be’, allora che io possa restar qui sempre”.
Tramontato il sole, l’oscurità sembrò investirci, portata da ogni lieve soffio di brezza. Nel mezzo di un sentiero fiancheggiato da siepi vidi la figura immobile, scarna, vigile, e apparentemente con una gamba sola di Tamb’Itam, e attraverso il buio il mio occhio distinse qualcosa di bianco che andava su e giù dietro i sostegni del tetto. Non appena Jim, seguito alle calcagna da Tamb’Itam, si fu allontanato per i suoi giri serali, mi diressi solo verso la casa, e, all’improvviso mi trovai bloccato dalla ragazza, che chiaramente era stata ad aspettare tale occasione.
È difficile dirvi che cosa precisamente volesse tirar fuori da me. Doveva certo trattarsi di una cosa elementare – la più elementare impossibilità del mondo; come, per esempio, l’esatta descrizione della forma di una nuvola. Voleva un’assicurazione, una dichiarazione, una promessa, una spiegazione – non so come chiamarla: la cosa non ha nome. Era buio sotto il tetto spiovente, e non riuscivo a vedere altro che le linee fluenti della sua veste, il pallido ovale del suo visino, col bianco splendore dei denti, e, rivolte verso di me, le grandi orbite scure degli occhi, in cui pareva esserci un fremito leggero, quale ci si può immaginare di intravvedere tuffando lo sguardo in fondo a un pozzo di smisurata profondità. Cos’è che si muove laggiù?, ci si chiede. Un mostro cieco o soltanto un barlume smarrito dell’universo? Mi venne in mente – non ridete – che a parte la totale diversità, lei nella sua puerile ignoranza era più indecifrabile della Sfinge nel proporre enigmi puerili ai viandanti. Era stata portata a Patusan prima di aprire gli occhi. Era cresciuta lì; non aveva visto nulla, conosciuto nulla, non aveva la minima idea di nulla. Mi domando se fosse davvero sicura che esistesse qualcos’altro. Che idea potesse essersi fatta del mondo esterno è per me inconcepibile: dei suoi abitanti non conosceva che una donna tradita e un sinistro pagliaccio. Anche il suo amore le era venuto di là, dotato di seduzioni irresistibili; ma che ne sarebbe stato di lei se lui fosse tornato a quelle regioni inconcepibili che parevano sempre esigere la restituzione dei propri figli? Sua madre l’aveva messa in guardia contro questo tra le lacrime, prima di morire…
Mi aveva tenuto stretto per un braccio, e appena mi ero fermato aveva ritirato la mano in fretta. Era audace e ritrosa. Non aveva paura di niente, ma era trattenuta dalla profonda incertezza e dall’estrema singolarità della cosa – una persona coraggiosa brancolante nel buio. Io facevo parte di quell’Ignoto che poteva da un momento all’altro esigere la restituzione di Jim. Ne conoscevo intimamente, per così dire, la natura e le intenzioni recondite – confidente di un mistero pieno di minacce – forse armato del suo stesso potere! Credo supponesse che con una parola potessi spazzar via Jim perfino dalle sue braccia; sono obiettivamente convinto che durante le mie lunghe conversazioni con Jim essa doveva aver patito i tormenti dell’apprensione; un’angoscia vera e intollerabile che avrebbe potuto benissimo portarla a tramare la mia morte, se la ferocia del suo animo fosse stata all’altezza della tremenda situazione cui aveva dato vita. Questa è la mia impressione, e non ho altro da dirvi: l’intera faccenda cominciò ad apparirmi a poco a poco, e man mano che si faceva più chiara ero lentamente sommerso da uno stupore incredulo. Riuscì a convincermi, ma non vi è parola sulle mie labbra capace di rendere l’impressione di quel bisbigliare precipitoso e veemente, dei toni dolci, appassionati, dell’improvviso silenzio affannoso e del gesto supplice di quelle bianche braccia subito tese. Ricaddero; la figura evanescente oscillò come un esile albero al vento, il pallido ovale del viso si chinò; era impossibile distinguerne i lineamenti, l’oscurità degli occhi era insondabile; due ampie maniche si levarono nel buio come ali che si schiudono, ed essa rimase ferma in silenzio, tenendosi il capo fra le mani».
Capitolo trentatreesimo
«Ero estremamente commosso: la sua giovinezza, la sua ignoranza, la sua leggiadra bellezza, che aveva il fascino semplice e il delicato vigore di un fiore selvatico, il suo patetico supplicare, il suo abbandono, mi attraevano quasi con la stessa forza della sua paura irragionevole e naturale. Aveva paura dell’ignoto come tutti, e la sua ignoranza estendeva l’ignoto all’infinito. Io lo rappresentavo, per me stesso, per voialtri, per il mondo intero che né si curava di Jim né aveva alcun bisogno di lui. Sarei stato senz’altro disposto a rispondere dell’indifferenza della brulicante terra se non mi avesse trattenuto il pensiero che anche lui apparteneva a quell’ignoto misterioso delle sue paure, e che, per quanto io potessi rappresentare, non potevo rappresentare lui. Ciò mi fece esitare. Un mormorio di disperato dolore mi dissigillò le labbra. Esordii protestando che io per lo meno non ero venuto con alcuna intenzione di portar via Jim.
Perché ero venuto, allora? Fatto un lieve movimento rimase immobile come una statua di marmo nella notte. Cercai di spiegare brevemente: amicizia, affari; se mai avevo qualche desiderio in proposito era piuttosto quello di vederlo fermarsi… “Ci lasciano sempre”, mormorò. Il soffio di triste saggezza uscito dalla tomba che la sua pietà ornava di ghirlande di fiori sembrò alitare in un lieve sospiro… Nulla, dissi, poteva separare Jim da lei.
Ne sono fermamente convinto ora; ne ero convinto allora; era l’unica conclusione possibile stando alla realtà dei fatti. E non la rendevano più inconfutabile le parole che lei sussurrò come parlando tra sé: “Me lo ha giurato”. “Glielo ha chiesto?” dissi.
Si avvicinò di un passo. “No. Mai!”. Gli aveva chiesto solo di andarsene. Fu quella notte in riva al fiume, dopo che lui aveva ucciso quell’uomo – dopo aver gettato la torcia in acqua perché lui la guardava in quel modo. C’era troppa luce, e il pericolo era passato ormai – per un po’ – per un po’. Lui allora disse che non l’avrebbe lasciata in balia di Cornelius. Lei aveva insistito. Voleva che la lasciasse. Lui disse che non poteva – che era impossibile. Tremava mentre lo diceva. Lo aveva sentito tremare… Non c’era bisogno di molta fantasia per immaginarsi la scena, per udire quasi i loro sussurri. Aveva anche paura per lui. Credo che allora non lo vedesse che come la vittima predestinata di pericoli che intuiva meglio di lui. Benché con la sua pura e sola presenza avesse conquistato il suo cuore, avesse riempito tutti i suoi pensieri, si fosse impadronito di tutti i suoi affetti, ne sottovalutava le probabilità di successo. È ovvio che in quel periodo tutti erano portati a sottovalutarne le probabilità. A rigor di termini, sembrava non averne affatto. So che tale era l’opinione di Cornelius. Me lo confessò come attenuante della losca parte che aveva avuto nel complotto dello sceriffo Alì per togliere di mezzo l’infedele. Anche lo stesso sceriffo Alì, come ormai pare assodato, nutriva solo disprezzo per l’uomo bianco. Jim doveva essere assassinato soprattutto per motivi religiosi, credo. Un semplice atto di devozione (e in quanto tale infinitamente meritorio), ma altrimenti senza grande importanza. Su quest’ultimo punto Cornelius era d’accordo. “Onorevole signore”, protestò col suo fare abietto nell’unica occasione in cui riuscì a parlarmi a quattr’occhi – “Onorevole signore, come potevo sapere? Chi era lui? Cosa poteva fare per indurre la gente a credergli? Che intenzioni aveva il signor Stein mandando un ragazzo così a darsi delle arie con un vecchio servitore? Ero pronto a salvarlo per ottanta dollari. Ottanta dollari soltanto. Perché quello sciocco non se n’è andato? Dovevo farmi pugnalare per i begli occhi di uno sconosciuto?”. Si prosternava moralmente ai miei piedi, il capo piegato in due con fare insinuante e le mani svolazzanti intorno alle mie ginocchia, quasi stesse per abbracciarmi le gambe. “Cosa sono ottanta dollari? Una somma insignificante da dare a un vecchio indifeso rovinato per sempre da un diavolo di donna defunta”. Qui pianse. Ma sto anticipando i tempi. Io quella notte non m’imbattei in Cornelius se non dopo aver finito di parlare con la ragazza.
Lei non pensava a sé quando esortava Jim a lasciarla, e anche a lasciare il paese. Era il pericolo corso da lui a dominare i suoi pensieri – pur desiderando anch’essa salvarsi – magari inconsciamente; ma dovete considerare l’ammonimento avuto, considerare la lezione che si poteva trarre da ogni istante di quella vita finita da poco in cui s’incentravano tutti i suoi ricordi. Gli si buttò ai piedi – me lo disse lei – là vicino al fiume, alla luce discreta delle stelle che non lasciavano vedere altro che grandi masse di ombre silenziose, ampi spazi indefiniti, e che col loro debole tremolio sul largo corso d’acqua lo facevano sembrare vasto come il mare. L’aveva tirata su. La tirò su, e lei allora smise di lottare. Naturale. Braccia forti, una voce tenera, una spalla robusta su cui appoggiare la sua povera testolina solitaria. Il bisogno – il bisogno infinito di tutto questo per il cuore sofferente, per l’animo smarrito – gli impulsi della gioventù – la necessità del momento. Che vorreste? Si capisce – a meno di non essere capaci di capire niente sotto il sole. E così fu contenta di esser tirata su – e tenuta stretta. “Sa – per Giove! È una cosa seria – non è affatto una stupidaggine!”, come aveva sussurrato in fretta Jim con viso turbato e ansioso sulla soglia di casa sua. Non m’intendo gran che di stupidaggini, ma non c’era niente di gaio nella loro storia d’amore: si erano incontrati all’ombra della sciagura di una vita, come un cavaliere e una donzella che si trovano per scambiarsi giuramenti tra rovine visitate da fantasmi. La luce delle stelle si addiceva a quella storia, una luce così debole e remota da non riuscire a dar forma alle ombre, né a rivelare l’altra riva di un fiume. Io lo guardai il fiume quella notte e dallo stesso punto; scorreva nero e silenzioso come lo Stige: il giorno dopo me ne andai, ma non scorderò facilmente da cosa voleva essere salvata quando supplicava Jim di lasciarla finché era in tempo. Mi disse di che si trattava, dopo essersi calmata – era coinvolta con troppa passione ora per esser preda di una semplice agitazione – con una voce tenue nell’oscurità come la sua bianca figura sfumata. Mi disse, “Non volevo morire piangendo”. Credetti di non aver sentito bene.
“Non voleva morire piangendo?”, ripetei dopo di lei. “Come mia madre”, aggiunse pronta. Il profilo della sua sagoma bianca non fece il minimo movimento. “Mia madre pianse amaramente prima di morire”, spiegò. Una calma indicibile sembrava essersi levata dal terreno intorno a noi, impercettibilmente, come il silenzioso montare di una piena nella notte, cancellando i noti punti di riferimento delle emozioni. Fui preso, come se mi fossi sentito mancare il terreno sotto i piedi in mezzo alle acque, da un improvviso terrore, il terrore delle profondità sconosciute. Lei continuò a spiegare che, durante gli ultimi istanti, trovandosi sola con sua madre, aveva dovuto staccarsi dal suo capezzale e andare a puntellare la porta con la schiena, per tener fuori Cornelius. Voleva entrare a ogni costo e non la smetteva di picchiare con tutti e due i pugni, se non per urlare a intervalli con voce roca, “Fammi entrare! Fammi entrare! Fammi entrare!”. In un angolo lontano su delle stuoie la moribonda, già senza parole e incapace di alzare il braccio, ruotava il capo da una parte all’altra, e con un debole movimento della mano pareva ordinare – “No! No!”, e lei figlia ubbidiente, puntellando la porta con tutta la forza delle sue spalle, non le staccava lo sguardo di dosso. “Le lacrime le caddero dagli occhi – e poi morì”, concluse la ragazza con un tono di voce imperturbabile e uniforme, che più di qualsiasi altra cosa, più della bianca immobilità statuaria della sua persona, più delle parole stesse, mi turbò profondamente l’animo con il passivo, irreparabile orrore di quella scena. Ebbe il potere di strapparmi dalla mia concezione dell’esistenza, da quel rifugio che ciascuno di noi si costruisce per infilarcisi dentro nei momenti di pericolo, come una tartaruga si ritira nel suo guscio. Per un attimo ebbi la visione di un mondo che mostrava un aspetto vasto e tetro di disordine, mentre, in realtà, grazie ai nostri sforzi instancabili, è la più luminosa combinazione di piccole comodità che la mente umana possa concepire. Ma tuttavia – fu solo un attimo: rientrai nel mio guscio immediatamente. Si deve farlo – non è così? – sebbene mi sembrasse di aver perso tutte le parole nel caos di oscuri pensieri che avevo contemplato per uno o due secondi al di là della barriera. Anch’esse tornarono ben presto, poiché le parole a loro volta, fanno parte di quella concezione protettiva di luce e ordine che è il nostro rifugio. Le avevo pronte a mia disposizione prima che sussurrasse dolcemente, “Ha giurato che non mi avrebbe mai lasciato, quando eravamo là soli! Me l’ha giurato!”… “Ed è possibile che lei – lei! Non gli creda?”, chiesi, con tono di sincero rimprovero, di genuino stupore. Perché non riusciva a credere? Da ciò quell’andare all’incertezza, quell’aggrapparsi alla paura, come se incertezza e paura fossero state le sentinelle del suo amore. Era mostruoso. Avrebbe dovuto farsene un rifugio di pace inespugnabile di quell’affetto onesto. Non ne aveva la cognizione – non la capacità forse. La notte era sopraggiunta velocemente; dov’eravamo noi si era fatto buio pesto, cosicché senza muoversi lei era svanita come la forma impalpabile di uno spirito inquieto e capriccioso. E improvvisamente udii di nuovo il suo calmo mormorio, “Altri uomini hanno giurato la stessa cosa”. Era come un commento pensoso a considerazioni piene di tristezza, di terrore. E soggiunse, ancora più piano se possibile, “Mio padre l’ha fatto”. S’interruppe il tempo di trarre un impercettibile respiro. “Il padre di lei anche”… Questo dunque sapeva! Subito dissi, “Ah! Ma lui non è così”. Non intendeva contestarlo, a quanto sembrava; ma dopo un po’ quello strano e tranquillo mormorio vagante come in sogno nell’aria mi si insinuò all’orecchio. “Perché è diverso? È migliore? È…?” “Sulla mia parola d’onore”, la interruppi, “credo di sì”. Abbassammo la voce fino a una tonalità di mistero. Tra le capanne degli operai di Jim (per lo più schiavi liberati dalla palizzata dello sceriffo) qualcuno attaccò un canto acuto, strascicato. Dall’altra parte del fiume un gran fuoco (da Doramin, credo) formava una palla incandescente, del tutto isolata nella notte. “È più leale?”, mormorò. “Sì”, dissi. “Più leale di chiunque altro”, ripeté con tono indugiante. “Nessuno qui, dissi, “si sognerebbe di mettere in dubbio la sua parola – nessuno oserebbe – all’infuori di lei”.
Credo si sia mossa a questo punto. “Più coraggioso”, proseguì con voce mutata. “La paura non lo spingerà mai via da lei”, dissi con un leggero nervosismo. Il canto cessò di colpo su una nota acuta, e fu seguito da diverse voci che parlavano in lontananza. Anche la voce di Jim. Mi colpiva il suo silenzio. “Che le ha detto? Le ha detto qualcosa?”, domandai. Nessuna risposta. “Cos’è che le ha detto?”, insistetti.
“Crede che glielo possa dire? Come faccio a sapere? Come faccio a capire?, gridò infine. Ci fu un movimento. Credo si torcesse le mani. “C’è qualcosa che non riesce a dimenticare mai”.
“Tanto meglio per lei”, dissi, cupo.
“Cos’è? Cos’è?”. Mise una straordinaria forza d’invocazione nel suo tono implorante. “Dice di aver avuto paura. Come posso crederci? Sono pazza da crederci? Tutti ricordate qualcosa! Tutti ci riandate col pensiero. Cos’è? Me lo dica lei! Cos’è questa cosa? È viva – è morta? La odio. È crudele. Ha una faccia e una voce – questa calamità? La vedrà lui – la sentirà? Magari nel sonno quando non può vedermi – e allora si alzerà e se ne andrà. Ah! Non lo perdonerò mai. Mia madre aveva perdonato – ma io, mai! Sarà un segno – una chiamata?”.
Era un’esperienza sorprendente. Sospettava perfino dei suoi sonni – e aveva l’aria di pensare che io potessi dirle il perché! Allo stesso modo in cui un povero mortale sedotto dal fascino di un’apparizione avrebbe potuto cercare di estorcere a un altro fantasma il tremendo segreto del diritto esercitato dall’altro mondo su un’anima incorporea sviatasi tra le passioni di questa terra. Il terreno stesso su cui poggiavo parve venirmi meno sotto i piedi. Eppure era così semplice; ma se gli spiriti evocati dalle nostre paure e dalla nostra inquietudine devono mai farsi reciprocamente garanti della loro costanza al cospetto dei miseri maghi che siamo noi, allora io – io solo tra quanti dimoriamo nella carne – ho rabbrividito al disperato gelo di un simile compito. Un segno, una chiamata! Com’era espressiva la sua ignoranza. Poche parole! Come le avesse imparate, come le avesse pronunciate, non riesco a immaginarlo. Le donne trovano ispirazione nell’impulso di momenti che per noi sono soltanto orribili, assurdi, o futili. La mera scoperta che lei avesse una voce bastava a incutere timore al cuore. Se una pietra calciata dal piede avesse gridato dal dolore il miracolo non sarebbe sembrato più grande né più compassionevole. Quei pochi suoni vaganti nel buio resero tragiche alla mia mente le loro due vite private della luce. Era impossibile farle capire. Mi irritai interiormente per la mia impotenza. E anche Jim – poveraccio! Chi poteva aver bisogno di lui? Chi poteva ricordarlo? Aveva ciò che voleva. A quest’ora la sua stessa esistenza era stata probabilmente dimenticata. Entrambi avevano dominato i propri destini. Erano tragici.
Immobile davanti a me lei era chiaramente in attesa, e il mio ruolo ora era di parlare per quel mio fratello evocato dal regno delle ombre immemori. Ero profondamente turbato per la mia responsabilità e per la sua angoscia. Avrei dato qualunque cosa per poter calmare la sua anima fragile che si tormentava nella sua invincibile ignoranza come un uccellino che si dibatte tra le sbarre crudeli di una gabbia. Niente di più facile che dire: Non aver paura! Niente di più difficile. Come si fa a uccidere la paura, mi domando? Come si fa a tirare al cuore di uno spettro, decapitargli la testa spettrale, prenderlo per la sua gola spettrale? È un’impresa in cui ci si butta solo in sogno, contenti di uscirne con i capelli madidi e tremando da capo a piedi. Quella pallottola non è ancora fusa, quella lama non forgiata, quell’uomo non ancora nato; perfino le parole alate della verità cadono ai nostri piedi come pezzi di piombo. Per uno scontro così disperato ci vuole una freccia incantata e avvelenata intinta in una menzogna troppo sottile da potersi trovare sulla terra. Un’impresa da sogno, signori miei!
Cominciai il mio esorcismo con il cuore pesante, e pieno di una specie di accidia. Portata attraverso il cortile, ecco levarsi severa la voce di Jim, che rimproverava la sbadataggine di un muto colpevole sulla riva del fiume. Niente – dissi, parlando in un chiaro sussurro – non poteva esserci niente, in quel mondo ignoto che nella sua immaginazione era così bramoso di derubarla della sua felicità, non c’era niente né vivo né morto, nessun volto, né voce, né forza, che potessero strappare Jim dal suo fianco. Presi fiato e lei sussurrò lievemente, “Me lo ha detto”. “Le ha detto la verità”, risposi. “Niente”, emise in un sospiro, e d’un tratto m’investì con un tono appena percettibile: “Perché è venuto tra noi da laggiù? Parla di lei troppo spesso. Lei mi fa paura. Ha – ha bisogno di lui?”. Una specie di furtiva ferocia si era insinuata nel nostro concitato mormorio. “Non tornerò mai più”, dissi, con amarezza. “E non ho bisogno di lui. Nessuno ha bisogno di lui”. “Nessuno”, ripeté con tono dubbioso. “Nessuno”, affermai, sentendomi in preda a una strana eccitazione. “Lei lo ritiene forte, saggio, coraggioso, grande – perché non crederlo anche sincero? Io me ne andrò domani – e così è chiusa. Non sarà mai più tormentata da una voce di laggiù. Quel mondo a lei sconosciuto è troppo grande per avvertire la sua mancanza. Capisce? Troppo grande. Lei ha il suo cuore in mano. Deve sentirlo. Deve saperlo”. “Sì, lo so”, disse in un soffio, rigida e immobile, come potrebbe sussurrare una statua.
Sentii di non aver fatto nulla. Ma cos’è che avevo desiderato fare? Adesso non mi è chiaro. Allora ero animato da un ardore inspiegabile, come davanti a un compito grande e necessario – influsso del momento sul mio stato mentale ed emotivo. Nella vita di tutti noi ci sono di tali momenti, di tali influssi, provenienti dall’esterno, per così dire, irresistibili, incomprensibili – quasi causati dalle congiunzioni misteriose dei pianeti. Possedeva, come le avevo esposto, il cuore di Jim. Aveva quello e tutto il resto – se solo avesse potuto crederci. Ciò che dovevo dirle era che nel mondo intero non esisteva nessuno che avrebbe avuto bisogno del suo cuore, della sua mente, della sua mano. Era un destino comune, eppure sembrava una cosa orribile da dire di chiunque. Ascoltò senza fiatare, e la sua immobilità ora era come la protesta di un’invincibile incredulità. Perché preoccuparsi del mondo al di là delle foreste?, domandai. Da tutte le moltitudini che popolavano la vastità di quell’ignoto, l’assicurai, non sarebbero mai giunti per lui, finché viveva, né una chiamata né un segno. Mai. Mi lasciai trasportare. Mai! Mai! Ricordo con meraviglia quell’ardore ostinato che ostentavo. Avevo l’illusione di avere finalmente afferrato lo spettro per la gola. Invero la realtà di tutto l’insieme mi ha lasciato l’impressione dettagliata e stupefacente di un sogno. Perché doveva aver paura? Sapeva che era forte, leale, saggio, coraggioso. Lui era tutto ciò. Certo. Era di più. Era grande – invincibile – e il mondo non aveva bisogno di lui, l’aveva dimenticato, non l’avrebbe nemmeno riconosciuto.
Tacqui; il silenzio su Patusan era profondo, e il tocco lieve e secco di una pagaia sul fianco di una canoa in un punto in mezzo al fiume pareva renderlo infinito. “Perché?”, mormorò. Provai quella specie di rabbia che si prova in una rissa spietata. Lo spettro cercava di sfuggire alla mia stretta. “Perché?”, ripeté più forte, “me lo dica!”. E siccome me ne stavo lì attonito, pestò i piedi come un bambino viziato. “Perché? Parli”. “Vuole saperlo?”, chiesi furibondo. “Sì!”, gridò. “Perché non vale abbastanza”, dissi, brutalmente. Durante quell’attimo di pausa notai il fuoco sull’altra riva divampare, dilatando il cerchio del suo bagliore come uno sguardo attonito, e subito contrarsi in una rossa punta di spillo. Solo quando sentii la stretta delle sue dita sull’avambraccio seppi quanto mi fosse stata vicina. Senza alzare la voce, vi mise dentro un disprezzo mordace, un’amarezza e una disperazione infiniti.
“Proprio quello che ha detto lui… Lei mente!”.
Le ultime due parole me le gridò nel dialetto indigeno. “Ascolti!”, supplicai; trattenne il respiro scossa da tremiti, respinse con forza il mio braccio. “Nessuno, nessuno vale abbastanza”, cominciai con la massima serietà. Sentivo il suo respiro affannoso rotto dai singhiozzi e paurosamente accelerato. Chinai la testa. A che scopo? Si avvicinavano dei passi; scivolai via senza aggiungere parola…».
Capitolo trentaquattresimo
Marlow buttò giù le gambe, balzò in piedi, e barcollò leggermente, come appena toccato terra dopo una corsa nello spazio. Appoggiò la schiena contro la balaustra di fronte alla fila disordinata di sedie a sdraio di vimini. Il suo movimento parve scuotere dal torpore i corpi che vi erano adagiati. Uno o due si drizzarono a sedere spaventati; qua e là ardeva ancora qualche sigaro; Marlow li guardò tutti con gli occhi di chi torna dall’estrema lontananza di un sogno. Uno si schiarì la gola; una voce calma incitò con indifferenza: «Ebbene».
«Niente», disse Marlow sobbalzando lievemente. «Glielo aveva detto – ecco tutto. Lei non gli credeva – nient’altro. Quanto a me, non so se sia giusto, conveniente, corretto rallegrarmi o rammaricarmi. Per quel che mi riguarda, non sono in grado di dire cosa credessi io – in realtà non lo so neanche adesso, e probabilmente non lo saprò mai. Ma quel povero diavolo cosa credeva lui? La verità trionferà – sapete, no? Magna est veritas et… Sì, quando ci riesce. C’è una legge, certo – e allo stesso modo una legge regola la sorte ai dadi. Serva dell’uomo non è la Giustizia, ma il caso, l’azzardo, la Fortuna – alleata del Tempo paziente – che mantiene un equilibrio costante e scrupoloso. Entrambi avevamo detto esattamente la stessa cosa. Abbiamo entrambi detto la verità – o uno solo di noi – o nessuno dei due?…».
Marlow tacque, incrociò le braccia sul petto e con tono mutato: «Lei disse che mentivamo. Povera creatura. Be’ – lasciamo la decisione al caso, che ha per alleato il Tempo, che non si può accelerare, e per nemica la Morte, che non aspetta. Avevo battuto in ritirata – un po’ intimorito, lo ammetto. Mi ero provato a lottare con la paura in persona ed ero finito a terra – naturalmente. Ero solo riuscito ad aggiungere alla sua angoscia il sospetto di una collusione misteriosa, di una cospirazione inspiegabile e incomprensibile per tenerla per sempre all’oscuro. E tutto era filato via liscio, spontaneo, inevitabile, grazie a lui, grazie a lei stessa! Era come se mi avessero mostrato il funzionamento dell’implacabile destino di cui siamo le vittime – e gli strumenti. Era spaventoso pensare alla ragazza lasciata là impalata; i pesanti passi di Jim avevano un suono fatale mentre mi passava accanto, senza vedermi, con le sue grosse scarpe allacciate. “Come? Niente luci!”, disse a voce alta, stupito. “Che fate al buio – voi due?”. Subito dopo si dovette accorgere di lei. “Ciao, bambina!”, esclamò, allegramente. “Ciao, ragazzo!”, disse lei di rimando, con sorprendente coraggio.
Era il loro modo abituale di salutarsi, e il pizzico di spavalderia che metteva nella sua voce piuttosto acuta ma dolce era molto buffo, grazioso, e infantile. Piaceva tantissimo a Jim. Fu quella l’ultima volta che li udii scambiarsi quel saluto familiare, e mi raggelò il cuore. C’era la voce acuta e dolce, la graziosa sforzatura, la spavalderia; ma tutto sembrò svanire prematuramente, e il richiamo giocoso suonò come un lamento. Era maledettamente insopportabile. “Che ne hai fatto di Marlow?”, stava chiedendo Jim; e poi: “È sceso – vero? Strano che non l’abbia incontrato… È lì, Marlow?”.
Non risposi. Non avevo intenzione di rientrare – non ancora comunque. Non potevo proprio. Mentre mi chiamava ero impegnato a svignarmela attraverso un cancelletto che dava su un appezzamento di terreno appena diboscato. No; non potevo ancora trovarmi faccia a faccia con loro. M’incamminai in fretta a testa bassa per una traccia di sentiero. Il terreno saliva leggermente, i pochi alberi grandi erano stati abbattuti, il sottobosco tagliato e l’erba bruciata. Jim aveva intenzione di tentare lì una piantagione di caffè. La grande collina, ergendo la doppia cima nera come il carbone contro il luminoso chiarore giallo della luna nascente, sembrava gettare la sua ombra sul terreno preparato per quell’esperimento. Tanti altri esperimenti ancora intendeva tentare; io avevo ammirato la sua energia, la sua intraprendenza, e la sua perspicacia. Nulla al mondo pareva meno reale ora dei suoi piani, della sua energia, e del suo entusiasmo; sollevando gli occhi, vidi uno spicchio di luna risplendere attraverso i cespugli in fondo alla spaccatura. Per un attimo fu come se il disco liscio, cadendo dal suo posto in cielo sulla terra, fosse rotolato sul fondo di quel precipizio: il movimento ascendente era simile a un lento rimbalzo; si liberò dall’intrico di ramoscelli; il nudo ramo nodoso di un albero, che cresceva sul pendio, disegnò un’incrinatura nera lungo tutta la sua faccia. Proiettava i suoi raggi orizzontali da lontano come da una caverna, e in quella luce lugubre da eclisse i ceppi degli alberi abbattuti si levavano scurissimi, le loro ombre massicce mi cadevano ai piedi da ogni parte, con la mia stessa ombra in movimento, e l’ombra della tomba solitaria perpetuamente inghirlandata di fiori che mi attraversava il sentiero. Nella luce oscurata della luna le corolle intrecciate assumevano forme estranee alla memoria e colori indefinibili per l’occhio, quasi fossero stati fiori speciali non raccolti da uomo, non cresciuti in questo mondo, e destinati solo ai morti. Il loro profumo penetrante era sospeso nell’aria calda, rendendola densa e greve come i fumi dell’incenso. I rilievi di corallo bianco brillavano intorno al tumulo scuro come una corona di crani imbiancati, e tutto intorno era così tranquillo che quando mi fermai ogni suono e ogni movimento del mondo parvero spegnersi.
Era una gran pace, quasi la terra fosse stata un’unica tomba, e per un po’ me ne stetti lì a pensare particolarmente ai vivi che, sepolti in posti remoti sconosciuti all’umanità, sono tuttavia destinati a condividerne le tragiche o grottesche miserie. Anche le nobili lotte – chissà? Il cuore umano è abbastanza grande da contenere tutto il mondo. È abbastanza valoroso da sopportarne il peso, ma dov’è il coraggio di scuotersene il giogo di dosso?
Dovevo esser caduto in uno stato d’animo sentimentale; so soltanto che rimasi lì abbastanza da lasciarmi prendere così totalmente dalla sensazione di assoluta solitudine che tutto ciò che avevo appena visto, tutto ciò che avevo udito, e perfino la stessa parola umana, sembravano esser morti, sopravvivendo ancora solo per un attimo nella mia memoria, quasi fossi stato l’ultimo esemplare della razza umana. Era un’illusione strana e malinconica, sviluppatasi quasi inconsciamente come tutte le nostre illusioni, che sospetto non essere altro che visioni di una verità remota, irraggiungibile, vista in modo confuso. Quello era, davvero, uno dei luoghi sperduti, dimenticati, sconosciuti della terra; avevo guardato sotto la sua superficie oscura; e sentivo che quando l’indomani l’avessi lasciato per sempre, sarebbe scivolato fuori dell’esistenza, per vivere solo nella mia memoria finché non fossi a mia volta caduto nell’oblio. Ora mi sento addosso la medesima sensazione; quella forse che mi ha spinto a raccontarvi la storia, per cercare di trasmettervene, per così dire, l’esistenza stessa, la realtà – la verità rivelata in un momento d’illusione.
Cornelius venne a disperderla. Sbucò fuori, come un insetto nocivo, dall’erba alta che cresceva in un avvallamento del terreno. Credo che la sua casa andasse in malora da qualche parte nelle vicinanze, anche se non l’ho mai vista, non essendomi mai inoltrato tanto in quella direzione. Mi corse incontro sul sentiero; i suoi piedi, calzati di sudice scarpe bianche, zampettavano frettolosi sulla terra scura; si fermò, e si mise a piagnucolare tutto ossequioso sotto un alto cappello a cilindro. La sua piccola carcassa rinsecchita era inghiottita, assolutamente sperduta, in un completo di panno nero. Era l’abito da festa e da cerimonia, e mi ricordò che era la quarta domenica che passavo a Patusan. Durante tutto il mio soggiorno mi ero vagamente reso conto del suo desiderio di confidarsi con me, se solo fosse riuscito ad avermi tutto per sé. Mi ciondolava intorno con uno sguardo avido e implorante sulla faccetta gialla e acida; ma l’avevano trattenuto sia la paura che la mia riluttanza istintiva ad aver niente a che fare con un essere così disgustoso. Ciononostante, ci sarebbe riuscito, se non fosse stato così lesto a svignarsela appena lo si guardava. Se la svignava davanti allo sguardo severo di Jim, davanti al mio, che cercavo di rendere indifferente, perfino davanti alle occhiate di burbera superiorità di Tamb’Itam. Se la svignava di continuo; appena visto ogni volta lo si scorgeva allontanarsi a sghimbescio, il viso rigirato sopra la spalla, ora con un ghigno di diffidenza ora con un aspetto desolato, pietoso, taciturno; ma nessuna espressione studiata riusciva a nascondere quell’abiezione innata, irrimediabile della sua natura, non più di quanto un vestito fatto su misura riesca a nascondere una deformità mostruosa del corpo.
Non so se fu per lo scoraggiamento della totale sconfitta nel mio scontro con uno spettro della paura meno di un’ora prima, ma mi lasciai catturare da lui senz’ombra di resistenza. Ero destinato a essere il beneficiario di confidenze, e a trovarmi di fronte a domande senza risposta. Era una pena; ma il disprezzo, il disprezzo istintivo, che l’aspetto stesso di quell’uomo suscitava, la rendeva più facilmente sopportabile. Costui non aveva assolutamente importanza. Niente aveva importanza, giacché mi ero convinto che Jim, l’unico che mi stesse a cuore, aveva finalmente dominato il suo destino. Mi aveva detto di essere sicuro… quasi. Questo è andare oltre quanto non osi la maggior parte di noi. Io – che ho il diritto di ritenermi abbastanza in gamba –non oso. E neppure nessuno di voi, suppongo?…».
Marlow tacque, come aspettando una risposta. Nessuno fiatò.
«Benissimo», riprese. «Che non lo sappia anima viva, poiché la verità può esserci estorta solo da qualche catastrofe crudele, piccola, terribile. Ma lui è uno di noi, e ha potuto dire di essere sicuro… quasi. Figurarsi! Quasi sicuro. Ci sarebbe forse di che invidiargli la sua catastrofe. Quasi sicuro. Dopo di ciò nulla poteva avere importanza. Non importava chi lo sospettasse, chi si fidasse, chi lo amasse, chi lo odiasse – tanto più che era Cornelius a odiarlo.
Eppure in fondo si trattava di una specie d’identificazione. Si giudica un uomo dai nemici non meno che dagli amici, e questo nemico di Jim era di quelli che nessun uomo perbene si vergognerebbe di ammettere, senza, tuttavia, dargli troppa importanza. Tale era il punto di vista di Jim, e io lo condividevo; ma Jim lo ignorava per ragioni di carattere generale. “Mio caro Marlow”, “sento che se vado dritto niente può toccarmi. Davvero. Lei è stato qui abbastanza per guardarsi bene intorno – e, onestamente, non pensa che sia discretamente al sicuro? Tutto dipende da me, e, per Giove! Di fiducia in me stesso ne ho a bizzeffe. Il peggio che potrebbe fare sarebbe uccidermi, immagino. Neanche per un attimo penso che lo farebbe. Non potrebbe, sa – nemmeno se fossi io stesso a porgergli un fucile caricato a questo scopo, e poi gli voltassi le spalle. Ecco di che pasta è. E ammettiamo che volesse – ammettiamo che potesse? Be’ – e allora? Non sono venuto qui per mettere in salvo la pelle – no? Sono venuto qui per mettermi con le spalle al muro, e ho intenzione di starci…”. “Finché sarà pienamente sicuro”, interruppi. Allora eravamo seduti al coperto a poppa della sua barca; venti pagaie balenavano come una sola, dieci per parte, battendo l’acqua in un unico tonfo, mentre dietro a noi Tamb’Itam immergeva silenziosamente la sua pala a dritta e a sinistra, senza staccare lo sguardo dal fiume, intento a tenere la lunga canoa nel filo della massima corrente. Jim chinò il capo, e la nostra ultima conversazione parve spegnersi per sempre in un guizzo. Mi accompagnava fino alla foce del fiume. Lo schooner era partito il giorno prima, seguendo il corso della corrente e lasciandosi trasportare dal riflusso, mentre io avevo prolungato il mio soggiorno di una notte. E ora lui mi accompagnava.
Jim si era un po’ arrabbiato con me per aver anche solo accennato a Cornelius. In realtà, non avevo detto gran che. Era un uomo troppo insignificante per essere pericoloso, sebbene fosse pieno di odio da scoppiare. Mi aveva chiamato “onorevole signore” a ogni piè sospinto, e mi aveva piagnucolato accanto venendomi dietro dalla tomba della sua “defunta moglie” al cancello del recinto di Jim. Si dichiarava il più infelice degli uomini, una vittima, schiacciato come un verme; mi supplicava di guardarlo. Non volli voltarmi per questo; ma con la coda dell’occhio vedevo la sua ombra ossequiosa strisciare dietro la mia, mentre la luna, sospesa alla nostra destra, pareva godersi serenamente lo spettacolo. Cercò di spiegare – come vi ho detto – la parte avuta negli avvenimenti di quella notte memorabile. Era una questione di opportunismo. Come poteva sapere chi avrebbe avuto la meglio? “L’avrei salvato, onorevole signore! L’avrei salvato per ottanta dollari”, protestò con accenti melliflui, tenendosi a un passo dietro di me. “Si è salvato da solo”, dissi, “e le ha perdonato”. Udii come una risatina, e mi voltai di scatto; parve subito pronto a darsela a gambe. “Cosa ha da ridere?”, chiesi, fermandomi. “Non si lasci ingannare, onorevole signore!”, strillò, perdendo apparentemente ogni controllo dei propri sentimenti. “Lui salvarsi da solo! Lui non sa niente, onorevole signore – niente di niente. Chi è lui? Cosa vuole qui – quel ladrone? Cosa vuole qui? Butta polvere negli occhi a tutti; butta polvere nei suoi occhi, onorevole signore; ma non può buttar polvere nei miei occhi. È un gran fesso, onorevole signore”. Risi sprezzante, e, girando sui tacchi, ripresi a camminare. Mi corse accanto e sussurrò con forza: “Non è altro che un bimbetto qui – come un bimbetto – un bimbetto”. Non me ne curai certo, e vedendo che il tempo stringeva, essendo ormai vicini alla palizzata di bambù che riluceva sul terreno annerito della radura, venne al punto. Esordì lacrimando abiettamente. Le sue grandi disgrazie gli avevano intaccato il cervello. Sperava che avrei gentilmente dimenticato ciò che solo i suoi guai gli facevano dire. Con questo non intendeva dir niente; solo che l’onorevole signore non sapeva cosa significasse essere rovinati, a pezzi, calpestati. Dopo tale esordio, si avvicinò all’argomento che gli stava a cuore, ma in modo così tortuoso, declamatorio, vile, che mi ci volle molto a capire dove volesse andare a parare. Voleva che intercedessi in suo favore presso Jim. Pareva, anche, che si trattasse di una questione di soldi. Udii molto spesso le parole: “Compenso modico – regalo adeguato”. Sembrava reclamare il rimborso di qualcosa, e arrivò perfino a dire con un certo calore che non valeva la pena di vivere se si doveva essere derubati di tutto. Io non fiatavo, certo, ma neanche mi tappavo le orecchie. Il nocciolo della questione, che a poco a poco mi si chiarì, stava nel fatto che si riteneva in diritto di avere dei soldi in cambio della ragazza. L’aveva tirata su. La figlia di un altro. Gran pena e disturbo – ormai vecchio – regalo adeguato. Se l’onorevole signore volesse dire una buona parola… Mi fermai a guardarlo con curiosità, e temendo, credo, che lo giudicassi esoso, si affrettò a fare una concessione. In cambio di un “regalo adeguato” subito, sarebbe stato disposto, dichiarò, a prendersi cura della ragazza, “senz’altro compenso – quando fosse giunto il momento per quel signore di tornare in patria”. La sua faccia gialla, tutta grinze come se l’avessero spremuta, esprimeva la più avida e ansiosa cupidigia. La sua voce piagnucolava carezzevole: “Niente più fastidi – tutore naturale – una somma di denaro…”.
Io stavo lì pieno di meraviglia. Evidentemente quel genere di cose era per lui una vocazione. D’un tratto scoprii in quel suo atteggiamento servile una specie di sicurezza, come se per tutta la vita si fosse occupato di certezze. Dovette pensare che stessi considerando spassionatamente la sua proposta, perché si fece dolce come il miele. “Tutti i signori davano un compenso al momento di tornare in patria”, esordì, con fare insinuante. Sbattei il cancelletto. “In questo caso, signor Cornelius”, dissi,” quel momento non verrà mai”. Gli ci vollero alcuni secondi per capirlo. “Eh!”, strillò a piena gola. “Perché”, continuai dal mio lato del cancello, “non l’ha sentito dire a lui stesso? Non tornerà mai in patria”. “Oh! Questo è troppo”, gridò. Non mi chiamava più “onorevole signore”. Rimase immobile per un po’, e poi senza un briciolo di umiltà prese a parlare a voce bassa. “Mai tornare – ah! Lui – lui – lui arriva qui sa il diavolo da dove – arriva qui – sa il diavolo perché – a calpestarmi fino alla morte – ah – calpestare (batté piano tutti e due i piedi), calpestare così – nessuno sa perché – fino alla mia morte…”. La sua voce si spense del tutto; fu scosso da qualche colpo di tosse; si avvicinò alla palizzata e mi disse, in tono confidenziale e pietoso, che non si sarebbe lasciato calpestare. “Pazienza – pazienza”, borbottò, battendosi il petto. Avevo smesso di ridere di lui, ma improvvisamente mi offrì un violento scoppio di risa fragorose. “Ah! Ah! Ah! Staremo a vedere! Staremo a vedere! Eh! Rubarmi? Rubarmi tutto! Tutto! Tutto!”. La testa reclinata su una spalla, le mani penzoloni davanti a lui appena intrecciate. Si poteva pensare che avesse amato la ragazza con affetto incomparabile, che il suo spirito fosse stato schiacciato e il suo cuore spezzato dalla più crudele delle spoliazioni. Improvvisamente sollevò il capo e sbottò in una parolaccia. “Come sua madre – è come quella falsa di sua madre. Identica. Anche di viso. Di viso. Quel demonio!”. Appoggiò la fronte alla palizzata e in quella posizione pronunciò impercettibili giaculatorie di minacce e orribili bestemmie in portoghese, miste a lamenti e gemiti miserevoli, emessi con uno scossone delle spalle come se fosse stato colto da un mortale conato di vomito. Era uno spettacolo indicibile, grottesco e vile, e mi affrettai ad andarmene. Cercò di gridarmi dietro qualcosa. Un insulto a discredito di Jim, credo – non troppo forte però, eravamo troppo vicini alla casa. Distintamente udii solo: “Non altro che un bimbetto – un bimbetto”».
Capitolo trentacinquesimo
«Ma l’indomani mattina, alla prima ansa del fiume che precludeva la vista delle case di Patusan, tutto questo mi si dileguò materialmente davanti, con il suo colore, il suo disegno, e il suo significato, come un quadro creato dall’immaginazione su una tela, al quale, dopo averlo a lungo contemplato, si voltano le spalle per l’ultima volta. Rimane nella memoria immobile, intatto nel colore, bloccato nel suo istante di vita, in una luce senza variazioni. Ci sono le ambizioni, le paure, l’odio, le speranze, che mi restano in mente proprio quali li avevo visti – intensi e come sospesi per sempre nella loro espressione. Avevo voltato le spalle al quadro e tornavo al mondo in cui gli avvenimenti si muovono, gli uomini cambiano, la luce guizza, il corso della vita scorre limpido, non importa se su un fondo di fango o di sassi. Non avevo intenzione di tuffarmici; avrei avuto già abbastanza da fare per tenere la testa fuori. Ma per quanto mi lasciai alle spalle, non riesco a immaginarmi alterazione di sorta. L’immenso e magnanimo Doramin e quella materna streghetta di sua moglie, intenti a fissare insieme la campagna nutrendo in segreto i loro sogni di genitori ambiziosi; Tunku Allang, raggrinzito e molto perplesso; Dain Waris, intelligente e coraggioso, con la sua fede in Jim, con il suo sguardo fermo, e la sua ironica cordialità; la ragazza, tutta presa nella sua adorazione fatta di paura e di sospetti; Tamb’Itam, burbero e fedele; Cornelius, con la fronte appoggiata alla palizzata al chiaro di luna – di loro sono certo. Esistono come sotto l’incanto di una bacchetta magica. Ma la figura intorno a cui sono tutti raggruppati – è l’unica viva, e di lui non sono certo. Nessuna bacchetta magica può immobilizzarmelo sotto gli occhi. È uno di noi.
Jim, come vi ho detto, mi accompagnò nella prima tappa del mio viaggio di ritorno nel mondo al quale lui aveva rinunciato, e il nostro tragitto a volte pareva proprio attraversare il cuore di una landa inviolata. I tratti liberi del fiume scintillavano sotto il sole alto; tra le alte pareti di vegetazione la canicola sonnecchiava sull’acqua, e la barca, spinta vigorosamente, si faceva strada fendendo l’aria che pareva essersi depositata densa e calda al riparo di alberi altissimi.
L’ombra della separazione imminente aveva già posto uno spazio immenso fra noi, e parlavamo con sforzo, quasi per costringere le nostre voci basse a superare una distanza enorme e crescente. La barca volava proprio; soffocavamo uno accanto all’altro nell’aria stagnante e surriscaldata; l’odore di fango, di palude, l’odore primordiale di terra feconda, sembrava pungerci il viso; finché d’un tratto a un’ansa fu come se una gran mano in lontananza avesse sollevato una pesante tenda, avesse spalancato un portale immenso. La luce stessa parve animarsi, il cielo sopra di noi si allargò, un mormorio distante ci giunse all’orecchio, una fresca brezza ci avvolse, ci riempì i polmoni, ci ravvivò i pensieri, il sangue, i rimpianti – e, dritto davanti a noi, le foreste si livellarono contro il bordo azzurro cupo del mare.
Respirai profondamente, esultai per la vastità dell’orizzonte aperto, per l’atmosfera diversa che pareva vibrare di un travaglio di vita, dell’energia di un mondo impeccabile. Quel cielo e quel mare mi erano accessibili. La ragazza aveva ragione – c’era in essi un segno, una chiamata – qualcosa a cui rispondevo con ogni fibra del mio essere. Lasciai vagare gli occhi nello spazio, come un uomo non più prigioniero che stira le membra contratte, corre, salta, risponde all’esaltante ebbrezza della libertà. “È meraviglioso!”, gridai, e poi guardai il peccatore al mio fianco. Sedeva con la testa affondata sul petto e disse: “Sì”, senza alzare gli occhi, quasi temesse di veder scritto in grande sul cielo limpido al largo il rimprovero della sua coscienza romantica.
Ricordo quel pomeriggio nei minimi particolari. Approdammo su una spiaggettina bianca, a ridosso di una bassa scogliera dal ciglio boscoso, rivestita di rampicanti fino proprio alla base. Sotto di noi la distesa del mare, di un azzurro sereno e intenso, che saliva leggermente fino al filo dell’orizzonte teso all’altezza dei nostri occhi. Grandi ondate luccicanti percorrevano leggere la scura superficie increspata, veloci come piume inseguite dalla brezza. Una catena di isole massicce in ordine sparso si ergeva di fronte all’ampio estuario, in uno specchio di pallida acqua cristallina che rifletteva fedelmente il contorno della costa. Alto nella luce sbiadita del sole un uccello solitario, tutto nero, si librava a volo, calando e innalzandosi sullo stesso punto con un lieve battito d’ali. Un grappolo di tuguri sgangherati e fuligginosi fatti di stuoia trasparente era appollaiato sulla propria immagine capovolta in cima a una contorta moltitudine di alte palafitte color ebano. Se ne staccò una minuscola canoa nera con due minuscoli uomini, tutti neri, che battevano l’acqua pallida con estremo sforzo: e la canoa sembrava scivolare faticosamente su uno specchio. Quel grappolo di miseri tuguri era il villaggio di pescatori che vantava la speciale protezione del signore bianco, e i due uomini che incrociavano laggiù erano il vecchio capo e suo genero. Approdarono e si avvicinarono a noi sulla sabbia bianca, magri, color marrone scuro, come affumicati, con chiazze cineree sulla pelle nuda delle spalle e del petto. Avevano il capo avvolto in fazzoletti sporchi ma sistemati con cura, e subito il vecchio si mise a esporre un reclamo, spedito, allungando un braccio scarno, strizzando con fiducia verso Jim i vecchi occhi cisposi. La gente del rajah non li lasciava in pace; c’erano state delle grane per una certa quantità di uova di tartaruga che i suoi avevano raccolto su quegli isolotti là – e appoggiandosi alla pagaia a braccio teso, indicò il mare con una mano scura, magrissima. Jim ascoltò per un po’ senza alzare gli occhi, e infine gli disse gentilmente di aspettare. Gli avrebbe dato retta fra breve. I due si tirarono un po’ in disparte, e si accovacciarono sui talloni, con le pagaie stese davanti sulla sabbia; i bagliori argentei dei loro occhi seguivano pazienti i nostri movimenti; e l’immensa distesa del mare, l’immobilità della costa che si spiegava a nord e a sud a perdita d’occhio, formavano un’unica colossale Presenza che osservava quei quattro nani isolati su una striscia di sabbia luccicante.
“Il guaio è”, osservò Jim, imbronciato, “che da generazioni i poveri pescatori di quel villaggio erano considerati schiavi personali del rajah – e quel vecchio buono a nulla non si vuol ficcare in testa che…”.
Tacque. “Che lei ha cambiato tutto questo”, dissi.
“Sì. Ho cambiato tutto questo”, borbottò con voce tetra.
“Ha avuto la sua occasione”, proseguii.
“Davvero?” disse. “Be’, sì, suppongo di sì. Sì. Ho ritrovato la fiducia in me stesso – una buona reputazione – eppure talvolta vorrei… No! Terrò stretto quello che ho. Non posso aspettarmi nient’altro”. Stese il braccio verso il mare. “Non laggiù, comunque”. Batté il piede sulla sabbia. “Questo è il mio limite, perché anche un’inezia di meno non basta”.
Continuammo a passeggiare lentamente sulla spiaggia. “Sì, ho cambiato tutto questo”, proseguì, dando un’occhiata di traverso ai due pescatori accovacciati e pazienti; “ma provi solo a pensare cosa succederebbe se me ne andassi. Per Giove! Non se lo figura? Si scatena l’inferno. No! Domani tenterò la sorte e andrò a bere il caffè di quel vecchio stupido di Tunku Allang, e farò un gran baccano per quelle uova di tartaruga della malora. No. Non posso dire – basta. Mai. Devo continuare, continuare per sempre a insistere nel mio scopo, per sentirmi sicuro che niente può toccarmi. Devo basarmi sulla fede che hanno in me per sentirmi salvo e per – per…”. Vagò con lo sguardo per trovare una parola, parve cercarla sul mare… “per restare in contatto con…”. La voce si abbassò d’un tratto fino a ridursi un mormorio… con quello che, forse, non vedrò mai più. Con – con – lei, per esempio”.
Fui profondamente umiliato dalle sue parole. “Per amor di Dio”, dissi, “non mi sopravvaluti, caro ragazzo, badi solo a se stesso”. Provavo gratitudine, affetto, per quello sbandato i cui occhi mi avevano isolato tra le fila di una moltitudine insignificante dov’era il mio posto. Come c’era poco da vantarsene, dopo tutto! Mi voltai con il viso in fiamme; sotto il sole basso, incandescente, di un rosso cupo, come un tizzone strappato dal fuoco, la vasta piana del mare offriva tutta la sua immensa immobilità all’avvicinarsi del disco igneo. Due volte fu lì lì per parlare, ma si trattenne; infine, come se avesse trovato una formula:
“Sarò fedele”, disse, piano. “Sarò fedele”, ripeté, senza guardarmi, ma lasciando per la prima volta vagare gli occhi sulle acque, che da azzurre si erano fatte profondamente purpuree sotto le fiamme del tramonto. Ah! Era romantico, romantico. Mi vennero in mente alcune parole di Stein… “Nell’elemento distruttivo immergersi!… Seguire il sogno, e tornare a seguire il sogno – e così – sempre – usque ad finem…”. Era romantico, ma ciononostante sincero. Chi poteva dire quali forme, quali visioni, quali facce, quale perdono vedesse nel fulgore dell’occidente!… Una piccola barca, con il battito scandito di due remi, dal fianco dello schooner si mosse adagio verso il banco di sabbia per venirmi a prendere. “E poi c’è Gioiello”, disse in quel grande silenzio di terra, cielo, e mare, che aveva sopraffatto i miei stessi pensieri cosicché la sua voce mi fece trasalire. “C’è Gioiello”. “Sì”, mormorai. “Non ho bisogno di dirle cosa significhi per me”, proseguì. “L’ha visto. Col tempo arriverà a capire…”. “Lo spero”, interruppi. “Anche lei si fida di me”, soggiunse con aria assorta, e poi cambiò tono. “Chissà quando ci rivedremo”, disse.
“Mai – a meno che non venga via lei”, risposi, evitando il suo sguardo. Non parve sorpreso; rimase in silenzio per un po’.
“Addio, allora”, disse, dopo una pausa. “Forse è meglio così”.
Ci stringemmo la mano, e mi diressi alla barca, che aspettava con la prua sulla spiaggia. Lo schooner, con la maestra issata e il fiocco sopravvento, oscillava sul mare purpureo; c’era una sfumatura rosa sulle vele. “Tornerà presto a casa?”, chiese Jim, proprio mentre scavalcavo la falchetta. “Fra un anno circa se sarò vivo”, dissi. La chiglia grattò sulla sabbia, la barca galleggiò, i remi bagnati balenarono e s’immersero una volta, due volte. Jim, sul bordo dell’acqua, alzò la voce. “Dica loro…”, cominciò. Feci segno agli uomini di smettere di remare, e aspettai meravigliato. Dire a chi? Il sole mezzo sommerso gli stava di fronte; ne vedevo il rosso bagliore nei suoi occhi che mi guardavano muti… “No – niente”, disse, e con un lieve gesto della mano fece cenno alla barca di allontanarsi. Non guardai più a terra finché non mi fui arrampicato a bordo dello schooner.
Ormai il sole era tramontato. Il crepuscolo si stendeva a oriente, e la costa, diventata nera, prolungava all’infinito il suo muro cupo che sembrava il vero baluardo della notte; l’orizzonte a occidente era un’unica immensa vampa d’oro e cremisi ove stava sospesa scura e immobile una grande nuvola isolata, gettando un’ombra color ardesia sull’acqua sottostante, e vidi Jim sulla spiaggia che osservava lo schooner deviare sottovento e prendere l’abbrivo.
I due pescatori seminudi si erano alzati appena me n’ero andato; senza dubbio stavano riversando le lamentele delle loro vite insignificanti, miserabili, e oppresse nelle orecchie del signore bianco e lui senza dubbio le stava ascoltando, facendole proprie: ciò non era forse parte della sua fortuna – la fortuna iniziata “dalla parola Via” – la fortuna di cui mi aveva assicurato di essere così completamente all’altezza? Anche loro, direi, avevano fortuna, ed ero sicuro che la loro pertinacia ne sarebbe stata all’altezza. I loro corpi dalla pelle scura svanirono sullo sfondo scuro molto prima che avessi perso di vista il loro protettore. Era bianco da capo a piedi, e continuava a spiccare col baluardo della notte alle spalle, il mare ai piedi, l’occasione al fianco – ancora velata. Che dite? Era ancora velata? Non so. Per me quella figura bianca nell’immobilità di costa e mare pareva ergersi nel cuore di un immenso enigma. La luce del crepuscolo si ritirava veloce dal cielo sopra il suo capo, la striscia di sabbia era già sprofondata sotto i suoi piedi, egli stesso non sembrava più grande di un bambino – poi solo un punto, un minuscolo puntino bianco, che pareva attrarre tutta la luce rimasta in un mondo oscurato… E, d’un tratto, lo persi…».
Capitolo trentaseiesimo
Con tali parole Marlow aveva terminato il suo racconto, e il suo uditorio si era subito disperso, sotto il suo sguardo intento e assente. Gli uomini defluirono dalla veranda soli o a coppie senza perdere tempo, senza fare osservazioni, come se l’ultima immagine di quella storia incompiuta, la sua stessa incompiutezza, e il tono stesso dell’oratore, avessero reso vana la discussione e impossibile il commento. Ciascuno di loro sembrava portarsi via la propria impressione, portarsela via con sé come un segreto; ma tra tutti quegli ascoltatori c’era un solo uomo destinato a venire a sapere l’ultima parola su quella storia. Gli capitò in casa, più di due anni dopo, e gli capitò dentro un grosso pacco con l’indirizzo scritto dalla calligrafia dritta e angolosa di Marlow.
Il privilegiato aprì il pacco, guardò dentro, poi, rimessolo giù, andò alla finestra. Stava all’ultimo piano di un alto edificio, e il suo sguardo poteva spingersi lontano oltre i vetri nitidi della finestra, come se stesse guardando dalla lanterna di un faro. Gli spioventi dei tetti luccicavano, i colmi scuri e spezzati si susseguivano all’infinito come onde cupe, senza cresta, e dal più profondo della città sotto i suoi piedi saliva un confuso e incessante brusio. I campanili delle chiese, numerosi, sparsi alla rinfusa, si ergevano come segnali su un labirinto di secche senza sbocco; la pioggia battente si mescolava al calar del crepuscolo di una sera d’inverno; e i rintocchi cupi e altisonanti di un grande orologio su una torre, passarono scrosciando voluminosi e austeri, con un grido di fondo acuto e vibrante. Tirò le tende pesanti.
La luce velata del suo lume dormiva come uno specchio d’acqua riparato, i suoi passi non facevano rumore sul tappeto, i suoi giorni di vagabondaggio erano trascorsi. Non più orizzonti illimitati come la speranza, non più crepuscoli nelle foreste solenni come templi, all’ardente ricerca del Paese Inesplorato oltre la collina, dall’altra parte del fiume, al di là dell’onda. Stava battendo l’ora! Non più! Non più! – ma il pacco aperto sotto il lume riportava i suoni, le visioni, il sapore stesso del passato – una moltitudine di visi evanescenti, un tumulto di voci sommesse, che svanivano sulle coste di mari lontani sotto un sole infuocato e sconfortante. Sospirò e si sedette a leggere.
Dapprima vide tre allegati separati. Un bel po’ di pagine appuntate insieme scritte fitte fitte; un foglio sciolto, quadrato, di carta grigina con poche parole tracciate in una calligrafia mai vista prima, e una lettera accompagnatoria di Marlow. Da quest’ultima cadde un’altra lettera, ingiallita dal tempo e consumata sulle pieghe. La raccolse e, messala da parte, si rivolse al messaggio di Marlow, scorse rapidamente le righe iniziali, e poi, trattenendosi, continuò a leggere con attenzione, come chi a passi lenti e occhi vigili stia per scorgere un paese inesplorato.
«…Non credo lei abbia dimenticato», proseguiva la lettera. «Lei solo ha mostrato per lui un interesse sopravvissuto al racconto della sua storia, anche se ricordo bene che non riconosceva che avesse dominato il suo destino. Gli pronosticava la sventura di trovarsi annoiato e disgustato dagli onori acquisiti, dal compito impostosi, dall’amore sbocciato dalla pietà e dalla giovinezza. Diceva di conoscere così bene “questo genere di cose”, la soddisfazione illusoria, l’inganno inevitabile che racchiudevano in sé. Disse anche – ricordo – che “dedicare loro la propria vita” (intendendo per loro tutta l’umanità di colore, dalla pelle bruna, gialla, o nera) “era come vendere l’anima a un bruto”. Affermava che “questo genere di cose” era tollerabile e duraturo solo se basato su una ferma convinzione nella verità di idee che ci appartengono per razza, in nome delle quali vengono stabiliti l’ordine e la moralità di un progresso etico. “Abbiamo bisogno di questa forza che ci sostenga”, diceva. “Abbiamo bisogno di credere nella sua necessità e nella sua giustizia, per sacrificare degnamente e consapevolmente le nostre vite. Altrimenti il sacrificio è solo oblio, la via dell’offerta non è migliore della via alla perdizione”. In altre parole, sosteneva che dobbiamo lottare nei ranghi o le nostre vite non contano. Può darsi! Lei dovrebbe saperlo – sia detto senza malizia – lei che da solo si è cacciato in un paio di situazioni, venendone fuori con abilità, senza bruciarsi le ali. Il punto, tuttavia, è che Jim era il solo di tutta l’umanità ad avere a che fare solo con se stesso, e il problema è sapere se all’ultimo non avesse riconosciuto una fede più grande delle leggi dell’ordine e del progresso.
Non affermo nulla. Forse potrà giudicare – dopo aver letto. Dopo tutto, l’espressione corrente “in cattiva luce” è molto vera. È impossibile vederlo chiaramente – tanto più che è attraverso gli occhi altrui che ci appare per l’ultima volta. Non esito a comunicarle quanto so dell’ultimo episodio che, come soleva dire, gli era “capitato”. Ci si domanda se non fu forse quella la suprema occasione, la prova ultima e convincente di cui avevo sempre sospettato egli fosse in attesa, prima di poter formulare un messaggio al mondo impeccabile. Ricordi che mentre mi stavo separando da lui per l’ultima volta aveva chiesto se sarei andato a casa presto, e d’un tratto mi aveva gridato dietro: “Dica loro!”… Avevo aspettato – curioso lo ammetto, e anche speranzoso – per sentirgli poi solo gridare: “No. Niente”. Questo fu tutto allora – e non ci sarà nient’altro; non ci sarà nessun messaggio, se non quello che ciascuno di noi può ricavare da sé dal linguaggio dei fatti, che così spesso sono più enigmatici dei più abili giri di parole. Fece, è vero, un altro tentativo per aprirsi; ma anch’esso fallì, come potrà constatare se guarda il foglio protocollo grigino qui allegato. Aveva cercato di scrivere; noti la comunissima calligrafia? È intestato “Il Forte, Patusan”. Suppongo avesse messo in atto la sua intenzione di trasformare la sua casa in un luogo di difesa. Era un progetto eccellente: un profondo fossato, un terrapieno sormontato da una palizzata, e agli angoli cannoni montati su piattaforme per tenere sotto tiro tutti i lati del quadrato. Doramin aveva acconsentito a fornirgli i cannoni; e così tutti gli uomini del suo partito avrebbero saputo che esisteva un luogo sicuro, ove ogni fido partigiano poteva radunarsi in caso di improvviso pericolo. Tutto ciò dimostrava la sua accorta previdenza, la sua fede nel futuro. Quelli che chiamava “la mia gente” – i prigionieri dello sceriffo liberati – dovevano formare un quartiere separato di Patusan, con le loro capanne e i loro piccoli appezzamenti di terreno sotto le mura della cittadella. Lì dentro lui sarebbe stato da solo un esercito invincibile. “Il Forte, Patusan”. Niente data, come osserverà. Cosa vogliono dire un numero e un nome per un giorno fra tanti? È anche impossibile dire chi avesse in mente quando prese in mano la penna: Stein – me – il mondo in generale – o non era che il grido spaventato e vano di un uomo solo messo davanti al suo destino? “È accaduta una cosa orribile”, scrisse prima di sbattere giù la penna una prima volta; guardi la macchia d’inchiostro simile alla punta di una freccia sotto quelle parole. Dopo un po’ aveva riprovato, scarabocchiando con mano pesante, come fosse di piombo, un’altra riga. “Ora devo immediatamente…”. La penna aveva schizzato, e questa volta ci rinunciò. Non c’è altro; aveva visto un abisso immenso che né occhio né voce potevano varcare. Posso capirlo. Era sopraffatto dall’inesplicabile; era sopraffatto dalla sua stessa personalità – dono di quel destino che aveva fatto di tutto per dominare.
Le mando anche una vecchia lettera – una vecchissima lettera. Venne ritrovata conservata con cura nel suo nécessaire da scrivere. È di suo padre, e dalla data capirà che deve averla ricevuta alcuni giorni prima di imbarcarsi sul Patna. Dev’essere perciò l’ultima lettera avuta da casa. L’aveva custodita gelosamente per tutti quegli anni. Il buon vecchio pastore aveva un debole per il figlio marinaio. Ho dato una scorsa a qualche frase qua e là. Nient’altro che affetto e basta. Dice al suo “caro James” che l’ultima sua lunga lettera era molto “onesta e piacevole”. Non voleva che “giudicasse gli uomini con durezza o troppo in fretta”. Va avanti così per quattro pagine, moralità spicciola e notizie di famiglia. Tom aveva “preso gli ordini”. Il marito di Carrie aveva dei “rovesci finanziari”. Il buon vecchio prosegue confidando allo stesso modo nella provvidenza e nell’ordine stabilito dell’universo, ma sensibile ai suoi piccoli pericoli e ai suoi piccoli benefici. Par quasi di vederlo, coi capelli grigi e sereno nel rifugio inviolabile del suo studio foderato di libri, scolorito, e confortevole, ove per quarant’anni aveva coscienziosamente fatto e rifatto il giro dei suoi piccoli pensieri sulla fede e la virtù, sulla condotta di vita e il solo modo decoroso di morire; ove aveva scritto tanti sermoni, ove se ne stava seduto a parlare al suo ragazzo, laggiù, dall’altra parte della terra. Ma la distanza che importa? La virtù è una sola in tutto il mondo, e c’è una sola fede, una sola condotta di vita concepibile, un solo modo di morire. Spera che il suo “caro James” non dimenticherà mai che “chi cede alla tentazione una volta, in quello stesso istante rischia la propria depravazione totale e la rovina eterna. Perciò non vacillare nella decisione di non fare mai, per nessun motivo possibile, cosa che tu reputi sbagliata”. C’è anche qualche notizia su un cane prediletto; e un puledrino, “che tutti voi ragazzi solevate cavalcare”, era rimasto cieco per vecchiaia e doveva essere ucciso. Il buon vecchio invoca la benedizione del cielo; la madre e tutte le ragazze allora in casa mandano affettuosi saluti… No, non c’è gran che in quella lettera ingiallita e consunta sfuggita alla gelosa custodia di Jim dopo tanti anni. Non ricevette mai risposta, ma chi può dire quale intesa egli avrà stabilito con tutte quelle immagini placide e sbiadite di uomini e donne che popolavano quel tranquillo angolo di mondo esente da pericoli e lotte come una tomba, e che respiravano senza affanno l’aria della rettitudine imperturbata. Sembra incredibile che vi appartenesse, lui, al quale “erano capitate” tante cose. A loro non capitava mai niente; non sarebbero mai stati presi alla sprovvista, né mai chiamati a lottare col destino. Eccoli tutti lì, evocati dal dolce chiacchierio del padre, tutti quei fratelli e sorelle, ossa delle sue ossa e carne della sua carne, che guardano con occhi limpidi e ignari, mentre mi par di vederlo, finalmente tornato, non più un semplice puntino bianco al centro di un mistero immenso, ma ergendosi in tutta la sua statura, ignorato in mezzo alle loro immagini imperturbate, con un aspetto severo e romantico, ma sempre muto, scuro – in cattiva luce.
La storia degli ultimi avvenimenti la troverà nelle poche pagine qui allegate. Deve ammettere che è più romantica delle più sfrenate fantasticherie della sua fanciullezza, eppure vi è in essa secondo me una specie di logica profonda e spaventosa, come se solo la nostra immaginazione potesse scatenarci addosso la potenza di un destino schiacciante. L’imprudenza dei nostri pensieri ricade sul nostro capo; chi di spada ferisce di spada perisce. Questa avventura stupefacente, l’aspetto più stupefacente della quale è quello di essere vera, si presenta come una conseguenza inevitabile. Qualcosa del genere doveva succedere. Ce lo ripetiamo nel meravigliarci che una cosa simile sia potuta succedere in quell’anno di grazia di due anni fa. Ma è successa – e la sua logica è inconfutabile.
La metto qui per iscritto per lei come se fossi stato un testimone oculare. Avevo delle informazioni frammentarie, ma ho combinato i vari pezzi, e ce n’è abbastanza per creare un quadro intelligibile. Chissà come l’avrebbe riferita lui. Si è tanto confidato con me che a volte sembra quasi debba comparire da un momento all’altro a raccontare la storia con le sue parole, con la sua voce indifferente eppure sentita, con quel suo modo disinvolto, un po’ perplesso, un po’ infastidito, un po’ offeso, ma dando ogni tanto con una parola o una frase uno di quei barlumi del suo vero io che non servivano assolutamente a scopo d’orientamento. È difficile credere che non comparirà mai. Non udrò mai più la sua voce, né vedrò la sua faccia liscia tutta abbronzata e rosea con una riga bianca sulla fronte, e gli occhi giovanili resi più scuri dall’eccitazione fino a farsi di un azzurro intenso, insondabile».
Capitolo trentasettesimo
«Tutto comincia con una notevole impresa di un uomo di nome Brown, che rubò con successo uno schooner spagnolo da una piccola baia vicino a Zamboanga. Finché non scoprii quel tale le mie informazioni erano incomplete, ma m’imbattei in lui in modo del tutto inaspettato qualche ora prima che esalasse il suo spirito arrogante. Per fortuna era ben disposto e in grado di parlare nell’intervallo tra due attacchi d’asma che gli toglievano il respiro, e il suo corpo devastato fremeva di maligna esultanza al solo pensiero di Jim. Esultava così all’idea di aver “finalmente regolato i conti con quel villano presuntuoso”. Gioiva per la sua azione. Dovevo sopportare lo sguardo minaccioso e crudele dei suoi occhi incavati e coronati di rughe se volevo sapere; e così lo sopportai, riflettendo quanto siano simili alla pazzia certe forme di malvagità, derivate da profondo egoismo, accese dall’opposizione, che dilaniano l’anima, e danno al corpo un vigore fittizio. Il racconto rivela anche insospettate profondità di astuzia in quel miserabile di Cornelius, il cui odio abietto e intenso agisce come una sottile ispirazione, indicando una via infallibile verso la vendetta.
“Appena ho posato gli occhi su di lui ho capito che razza d’imbecille era”, ansimava il moribondo Brown. “Un uomo lui! Che diavolo! Era un ciarlatano ipocrita. Come se non avesse potuto dire chiaro e tondo: ‘Giù le mani dal mio malloppo!’. Accidenti a lui! Questo sì sarebbe stato comportarsi da uomo! Alla malora quella sua anima superiore! Mi aveva in pugno laggiù – ma non era abbastanza indemoniato per farla finita con me. No davvero! Un coso così lasciarmi andare come se non valessi neanche una pedata!…”. Brown si dibatteva convulsamente per prendere fiato… “Impostore… Lasciarmi andare… E così dopo tutto l’ho fatta finita io con lui…”. Soffocava di nuovo… “Suppongo che questo accidente mi ucciderà, ma morirò in pace ora. Lei… senta lei… non so come si chiami – le darei un biglietto da cinque sterline se – se l’avessi – per le notizie – o non mi chiamo Brown…”. Fece un orribile sogghigno… “Il gentiluomo Brown”.
Disse tutto ciò ansimando profondamente, mentre i suoi occhi gialli mi fissavano da una faccia devastata, lunga e scura; agitò il braccio sinistro; una barba arruffata pepe e sale gli pendeva fin quasi in grembo; una coperta sudicia e logora gli copriva le gambe. L’avevo scovato a Bangkok tramite quell’intrigante di Schomberg, l’albergatore, che, in tutta confidenza, mi aveva indicato dove cercarlo. Sembra che una specie di vagabondo sfaticato e ubriacone – un bianco che viveva tra gli indigeni con una donna siamese – avesse ritenuto un grande privilegio dare asilo agli ultimi giorni del famoso Gentiluomo Brown. Mentre mi parlava in quello squallido tugurio, e, per così dire, lottava per ogni istante di vita, la donna siamese, dalle grosse gambe nude e dalla faccia stupida e volgare, era seduta in un angolo buio a masticare betel imperturbabile. Ogni tanto si alzava per scacciare una gallina dalla porta. Tutta la capanna tremava ai suoi passi. Un brutto bambino giallo, nudo e panciuto, come una piccola divinità pagana, stava ai piedi del giaciglio, col dito in bocca, tutto assorto in una profonda e calma contemplazione del moribondo.
Questi parlava febbrilmente; ma nel bel mezzo di una parola, magari, una mano invisibile lo prendeva per la gola, e lui mi guardava in silenzio con un’espressione di dubbio e d’angoscia. Sembrava temere che mi stancassi di aspettare e me ne andassi, lasciandolo con la sua storia non raccontata, con la sua esultanza inespressa. Morì durante la notte, credo, ma ormai non avevo nient’altro da apprendere.
E per quanto riguarda Brown è tutto, per ora.
Otto mesi prima, arrivando a Samarang, andai come al solito a trovare Stein. Dal lato della casa che guarda il giardino un malese sulla veranda mi salutò timidamente, e ricordai di averlo visto a Patusan, in casa di Jim, tra altri bugis che venivano la sera a fare interminabili discorsi sulle loro reminiscenze di guerra e a discutere di affari di Stato. Jim me lo aveva indicato una volta come un rispettabile e modesto commerciante proprietario di una piccola imbarcazione d’altura indigena, che si era dimostrato “uno dei migliori nella presa della palizzata”. Non fui molto sorpreso di vederlo, poiché era naturale che ogni commerciante di Patusan avventurandosi fino a Samarang andasse a finire a casa di Stein. Gli restituii il saluto e passai oltre. Sulla porta della camera di Stein m’imbattei in un altro malese nel quale riconobbi Tamb’Itam.
Gli chiesi subito cosa facesse lì; mi passò per la testa che forse Jim era venuto in visita. Confesso che all’idea mi sentii commosso e pieno di gioia. Tamb’Itam aveva l’aria di non saper che dire. “Tuan Jim è dentro?” chiesi, e poi con fervore improvviso: “Non ha voluto combattere. Non ha voluto combattere”, ripeté due volte. Siccome non sembrava capace di dire altro, lo spinsi da parte e entrai.
Stein, alto e curvo, era in piedi solo in mezzo alla stanza tra le file di custodie di farfalle. “Ach! È lei, amico mio?”, disse, scrutando con sguardo triste attraverso gli occhiali. Un ampio giaccone di alpaca grigio spento gli pendeva, sbottonato, fino alle ginocchia. Aveva un panama in testa, e profonde rughe gli solcavano le guance pallide. “Che succede ora?” chiesi, nervoso. “C’è Tamb’Itam di là…”. “Venga a vedere la ragazza. Venga a vedere la ragazza. È qui”, disse, con una tiepida parvenza di slancio. Cercai di trattenerlo, ma con cortese ostinazione non si dava cura delle mie domande impazienti. “È qui, è qui”, ripeteva, tutto sconvolto. “Sono arrivati due giorni fa. Un vecchio come me, un estraneo – sehen sie – non può fare gran che… Venga da questa parte… I cuori giovani sono senza pietà…”. Lo vedevo in preda a un’indicibile angoscia… “La forza vitale in essi, la crudele forza vitale…”, borbottava, conducendomi in giro per la casa; io lo seguivo, assorto in lugubri e rabbiose congetture. Sulla porta del salotto mi sbarrò il passo. “L’amava moltissimo”, disse, con tono interrogativo, e io mi limitai ad annuire, provando una così amara delusione che non mi fidavo a parlare. “Proprio tremendo”, mormorò. “Lei non può capirmi. Io sono solo un vecchio sconosciuto. Forse lei… lei la conosce. Le parli. Non possiamo lasciare le cose così. Le dica di perdonarlo. È stato proprio tremendo”. “Certo”, dissi, esasperato di essere all’oscuro; “ma lei l’ha perdonato?”. Mi guardò in modo strano. “Sentirà”, disse, e aperta la porta, mi spinse senz’altro dentro.
Lei conosce la grande casa di Stein e le due immense sale da ricevimento, disabitate e inabitabili, pulite, piene di solitudine e di cose scintillanti che sembrano non esser mai state sfiorate da occhio umano? Sono fresche nei giorni più caldi, e si ha l’impressione di entrare in una caverna sotterranea lucidata a olio di gomito. Ne attraversai una, e nell’altra vidi la ragazza seduta all’estremità di un grande tavolo di mogano, sul quale appoggiava la testa, col viso nascosto tra le braccia. Il pavimento tirato a cera ne mandava un debole riflesso come fosse stato una lastra d’acqua gelata. Le cortine di malacca erano abbassate, e attraverso la strana penombra verdognola creata dalle foglie degli alberi all’esterno, un forte vento soffiava a raffiche, facendo oscillare i lunghi tendaggi di porte e finestre. La sua figura bianca sembrava plasmata nella neve; i pendenti di cristallo di un grande lampadario tintinnavano sopra il suo capo come ghiaccioli luccicanti. Alzò gli occhi e mi osservò venire avanti. Ero gelato come se quelle vaste sale fossero state la fredda dimora della disperazione.
Mi riconobbe subito, e appena mi fui fermato, abbassando lo sguardo verso di lei: “Mi ha lasciato”, disse, calma; “voi ci lasciate sempre – per i vostri scopi”. Il suo viso era immobile. Ogni calore vitale sembrava essersi ritirato in un punto inaccessibile dentro il suo petto. “Sarebbe stato facile morire con lui”, proseguì, e accennò un gesto stanco come rassegnandosi all’incomprensibile. “Non ha voluto! Era come accecato – eppure ero io che gli parlavo; ero io che gli stavo davanti agli occhi; era me che lui guardava tutto il tempo! Ah! Siete duri, traditori, senza verità, senza compassione. Cosa vi rende così crudeli? O è che siete tutti pazzi?”.
Le presi la mano; rimase inerte, e quando la lasciai andare, ricadde penzoloni verso il pavimento. Quell’indifferenza, più spaventosa delle lacrime, delle grida, e dei rimproveri, pareva sfidare il tempo e la consolazione. Si sentiva che nessuna parola mai avrebbe raggiunto la sede di quel dolore muto e paralizzante.
Stein aveva detto: “Sentirà”. Sentii infatti. Sentii tutto, ascoltando con stupore, con soggezione, gli accenti della sua stanchezza implacabile. Non riusciva ad afferrare il vero significato di ciò che mi raccontava, e il suo risentimento mi riempì di pietà per lei – per lui, anche. Rimasi inchiodato sul posto dopo che ebbe finito. Appoggiata al braccio, fissava il vuoto con occhi duri, e il vento passava a raffiche, i cristalli tintinnavano sempre nella penombra verdognola. Continuava a bisbigliare tra sé: “Eppure mi guardava! Vedeva il mio viso, sentiva la mia voce, sentiva il mio dolore! Quando stavo seduta ai suoi piedi, con la guancia contro le sue ginocchia e la sua mano sulla testa, la maledizione della crudeltà e della pazzia era già dentro di lui, in attesa del giorno. Il giorno è venuto!… e prima che il sole fosse tramontato già non mi vedeva più – s’era fatto cieco e sordo e spietato, come tutti voi. Non avrà lacrime da me. Mai, mai. Neanche una lacrima. Non voglio! Se ne è andato da me quasi fossi stata peggio della morte. È fuggito come trascinato da una cosa maledetta udita o vista nel sonno…”.
I suoi occhi fissi sembravano sforzarsi di inseguire la figura di un uomo strappatole dalle braccia dalla forza di un sogno. Non fece il minimo cenno al mio inchino silenzioso. Fui lieto di scappare.
La vidi un’altra volta, lo stesso pomeriggio. Subito dopo averla lasciata ero andato in cerca di Stein, che non riuscii a trovare in casa; e, perseguitato da pensieri dolorosi, mi misi a vagare per i giardini, i famosi giardini di Stein, dove si possono trovare tutti gli alberi e le piante delle pianure tropicali. Seguii il corso del ruscello incanalato, e sedetti a lungo su una panchina ombreggiata vicino allo stagno ornamentale, ove uccelli acquatici dalle ali tarpate si tuffavano e sguazzavano rumorosamente. I rami degli equiseti alle mie spalle ondeggiavano lievi, senza posa, ricordandomi il sussurro degli abeti di casa.
Quel suono lugubre e incessante era un accompagnamento adatto alle mie meditazioni. Aveva detto che lui le era stato strappato da un sogno – e non c’era niente da ribattere – non sembrava esserci perdono per una simile colpa. Eppure non è l’umanità stessa, che arranca alla cieca, trascinata da un suo sogno di grandezza e di potere sugli oscuri sentieri dell’eccessiva crudeltà e dell’eccessiva dedizione? E cos’è la ricerca della verità, dopo tutto?
Quando mi alzai per tornare alla casa scorsi il giaccone grigio spento di Stein attraverso uno squarcio nel fogliame, e subito dopo a una svolta del sentiero m’imbattei in lui a passeggio con la ragazza. La manina di lei era posata sul suo avambraccio, lui sotto la tesa larga e piatta del panama chinava su di lei la testa grigia, paterno, con deferenza compassionevole e cavalleresca. Mi feci da parte, ma si fermarono, davanti a me. Lui con lo sguardo rivolto a terra ai suoi piedi; la ragazza, dritta ed esile al suo braccio, fissava cupa oltre la mia spalla con occhi neri, limpidi, immobili. “Schrecklich”, mormorò lui. “Terribile! Terribile! Che si può fare?”. Sembrava supplicarmi, ma la gioventù di lei, i lunghi giorni sospesi sul suo capo, mi rivolgevano una supplica più grande; e improvvisamente, pur rendendomi conto che non c’era niente da dire, per riguardo a lei mi trovai a perorare la causa di Jim. “Dovete perdonarlo”, conclusi, e la mia stessa voce mi pareva soffocata, persa in un’immensità sorda e insensibile. “Tutti abbiamo bisogno di perdono”, aggiunsi dopo un po’.
“Cos’ho fatto?”, chiese a fior di labbra.
“Lei ha sempre diffidato di lui”, dissi.
“Era come gli altri”, dichiarò lentamente.
“Non come gli altri”, protestai, ma lei continuò con voce uniforme senza la minima partecipazione.
“Era falso”. E d’un tratto Stein s’intromise. “No! No! No! Mia povera bambina!…”. Le diede qualche colpetto sulla mano abbandonata passivamente sulla sua manica. “No! No! Non falso! Vero! Vero! Vero!”. Cercò di penetrare quel viso impietrito. “Non capisce. Ach! Perché non capisce?… Terribile”, mi disse. “Un giorno dovrà capire”.
“Vuole spiegarmi lei?”, domandai, guardandolo fisso. Ripresero a camminare.
Li osservai. La veste di lei strascicava sul sentiero, i capelli neri le ricadevano sciolti. Camminava dritta e leggera al fianco di quell’uomo alto, con quel giaccone informe che gli pendeva dalle spalle curve in pieghe perpendicolari, con quel suo passo lento. Scomparvero dietro quel boschetto (forse lo ricorda) ove crescono insieme sedici diverse specie di bambù, tutte riconoscibili all’occhio esperto. Per parte mia ero affascinato dalla grazia e dalla bellezza squisite di quel vivaio di flauti, incoronato di foglie appuntite e cime piumose, dalla leggerezza, dal vigore, dall’incanto caratteristico come una voce di quella vita lussureggiante e senza incertezze. Ricordo di essere rimasto a guardarlo a lungo, come si indugerebbe ad ascoltare un vicino mormorio consolatore. Il cielo era grigio perla. Era una di quelle giornate coperte così rare ai tropici, in cui si affollano addosso i ricordi, ricordi di altri lidi, di altre facce.
Rientrai in città lo stesso pomeriggio, portando con me Tamb’Itam e l’altro malese, a bordo della cui imbarcazione d’altura erano scappati tra lo sbigottimento, la paura, e la tristezza della disgrazia. L’impressione avutane pareva aver cambiato la loro natura. Aveva trasformato in pietra la passione di lei, e reso quasi loquace il burbero e taciturno Tamb’Itam. Anche la sua scontrosità si era attenuata in una confusa umiltà, quasi avesse visto il fallimento di un potente incantesimo in un attimo supremo. Il commerciante bugis, timido ed esitante, fu molto chiaro in quel poco che aveva da dire. Entrambi erano evidentemente sopraffatti da un senso di profonda e ineffabile meraviglia, dal tocco di un mistero imperscrutabile».
Qui con la firma di Marlow terminava la lettera vera e propria. Il privilegiato lettore ravvivò il lume, e solitario sopra i tetti ondulati della città, come il guardiano di un faro sopra il mare, si rivolse alle pagine del racconto.
Capitolo trentottesimo
«Tutto comincia, come le ho detto, con quell’uomo di nome Brown», esordiva la frase iniziale del racconto di Marlow. «Lei che ha vagabondato per il Pacifico occidentale ne avrà certo sentito parlare. Era il ribaldo per antonomasia sulla costa australiana – non che lo si vedesse spesso lì, ma veniva sempre tirato in ballo nelle storie sui fuorilegge ammannite ai viaggiatori di passaggio in arrivo dalla madre patria; e la più innocua di queste storie che si raccontavano di lui da Cape York a Eden Bay era più che sufficiente a far impiccare un uomo se raccontata nel luogo giusto. Non mancavano mai di farvi sapere, inoltre, che lo si presumeva figlio di un baronetto. Sia come sia, è certo che aveva disertato da una nave metropolitana ai tempi delle prime miniere d’oro, e che in pochi anni fu sulla bocca di tutti come il terrore di questo o quel gruppo di isole della Polinesia. Rapiva indigeni, spogliava qualche solitario mercante bianco perfino del pigiama che aveva indosso, e dopo aver derubato il poveraccio, era anche capace di sfidarlo a un duello a fucilate sulla spiaggia – il che sarebbe stato abbastanza leale nel suo genere, se l’altro a questo punto non fosse già stato mezzo morto di paura. Brown era un bucaniere in ritardo, altrettanto miserabile, come i suoi più celebri prototipi; ma ciò che lo distingueva dai compagni di ribalderie suoi contemporanei, come Bully Hayes o il mellifluo Pease, o quel mascalzone profumato, affettato, con le fedine, noto come Dick lo Sporco, era il carattere arrogante dei suoi misfatti e un violento disprezzo per l’umanità in generale e per le sue vittime in particolare. Gli altri non erano che bruti volgari e avidi, ma lui sembrava mosso da un’intenzione complessa. Derubava un uomo quasi solo per dimostrare la bassa opinione che ne aveva, e nell’uccidere o mutilare qualche tranquillo e innocuo sconosciuto metteva un ardore selvaggio e vendicativo tale da terrorizzare il più temerario dei filibustieri. Nei giorni del suo massimo splendore possedeva un brigantino a palo armato, con un equipaggio misto di isolani del Pacifico meridionale e di balenieri fuggiaschi, e si vantava, non so con quale verità, di essere finanziato di nascosto da una rispettabilissima ditta di commercianti di copra. In seguito scappò – si raccontava – con la moglie di un missionario, una ragazza giovanissima delle parti di Clapham, che aveva sposato quell’individuo mite, dai piedi piatti in un momento di entusiasmo, e trapiantata di botto in Melanesia, aveva in certo qual modo perso la bussola. Fu una storia triste. Era malata quando lui la portò via, e gli morì a bordo. Si dice – è la parte più straordinaria del racconto – che sul suo corpo si sia lasciato andare a un accesso di dolore cupo e violento. Anche la fortuna lo abbandonò, subito dopo. Perse la nave su certi scogli al largo di Malaita, e per un po’ scomparve come se fosse andato a fondo con essa. Si risente parlare di lui per la prima volta a Nuka-Hiva, dove comprò un vecchio schooner francese, non più al servizio del governo. Quale degna impresa avesse in mente quando fece quell’acquisto, non saprei dire, ma è evidente che fra alti commissari, consoli, navi da guerra, e sorveglianza internazionale, i Mari del Sud stavano diventando troppo caldi per ospitare gentiluomini del suo stampo. È chiaro che doveva aver spostato più a occidente il teatro delle sue operazioni, perché un anno dopo ha un ruolo d’incredibile audacia, se non di grande profitto, in una faccenda tragicomica, ove sono protagonisti un governatore reo di peculato e un tesoriere latitante; dopodiché sembra esser rimasto a girovagare nei dintorni delle Filippine col suo putrido schooner, sempre alle prese con l’avversa fortuna, finché da ultimo, seguendo la rotta designata, entra a piene vele nella storia di Jim, complice cieco delle Potenze Oscure.
Stando al suo racconto, quando fu catturato da un cutter da perlustrazione spagnolo stava semplicemente cercando di passare dei fucili agli insorti. Se è così, allora non riesco a capire cosa ci facesse al largo della costa meridionale di Mindanao. Sono convinto, però, che stesse ricattando i villaggi indigeni lungo la costa. La cosa più importante è che il cutter, messagli una guardia a bordo, lo fece navigare di conserva verso Zamboanga. Durante il tragitto, per una ragione o per l’altra, le due navi dovettero far scalo in uno di quei nuovi insediamenti spagnoli – che in definitiva non approdarono a nulla – dove in carica a terra c’era non solo un funzionario civile, ma anche un bello schooner robusto da cabotaggio ancorato nella piccola baia; e quel veliero, così migliore del suo da tutti i punti di vista, Brown decise di rubarlo.
La fortuna gli era avversa – come mi disse lui stesso. Il mondo che aveva tiranneggiato per vent’anni con aggressivo, feroce disprezzo, non gli aveva reso quanto a vantaggi materiali altro che un sacchetto di dollari d’argento, nascosto nella sua cabina in modo che “neanche il diavolo l’avrebbe potuto scovare”. E ciò era tutto – assolutamente tutto. Era stanco della sua vita, e non aveva paura della morte. Ma quest’uomo, che si sarebbe giocato la pelle per un capriccio con amara e sarcastica noncuranza, temeva mortalmente la prigione. Aveva una specie di terrore irragionevole, da sudar freddo, scuotergli i nervi, volgergli il sangue in acqua alla sola eventualità di essere messo dentro – la specie di terrore che un superstizioso proverebbe al pensiero di essere abbracciato da uno spettro. Pertanto il funzionario civile salito a bordo per un’indagine preliminare sulla cattura, indagò energicamente per l’intera giornata, e scese a terra solo a buio fatto, tutto imbacuccato in un mantello, e stando bene attento a non far tintinnare il piccolo gruzzolo di Brown nel sacchetto. In seguito, essendo un uomo di parola, escogitò il modo (proprio la sera dopo, credo) di inviare il cutter governativo in una qualche missione speciale urgentissima. Siccome il comandante non poteva privarsi di uomini da lasciare sulla nave catturata, si accontentò di portar via prima di partire tutte le vele dello schooner di Brown fino all’ultimo lembo di tela, e si premurò di rimorchiarne le due scialuppe fino sulla spiaggia a un paio di miglia di distanza.
Ma nell’equipaggio di Brown c’era un isolano delle Salomone, rapito in gioventù e devoto a Brown, che era il meglio di tutta la banda. Costui arrivò a nuoto al veliero da cabotaggio – cinquecento metri circa – con l’estremità di un tonneggio fatto di tutte le manovre correnti sfilate allo scopo. L’acqua era liscia, e la baia scura, “come l’interno di una vacca”, secondo la descrizione di Brown. L’isolano delle Salomone scavalcò la murata con l’estremità del cavo tra i denti. L’equipaggio del veliero – tutti tagal – era a terra a far baldoria nel villaggio indigeno. I due guardiani rimasti a bordo si svegliarono di soprassalto e videro il diavolo. Aveva occhi luccicanti e saltellava qua e là per il ponte veloce come il lampo. Caddero in ginocchio, paralizzati dalla paura, facendosi il segno della croce e biascicando preghiere. Con un coltellaccio trovato in cambusa l’isolano delle Salomone, senza interrompere le loro orazioni, pugnalò prima uno, poi l’altro; con lo stesso coltello si mise a segare pazientemente il cavo di fibre di cocco dell’ancora finché d’un tratto non si spezzò sotto la lama ricadendo con un tonfo. Allora nel silenzio della baia si lasciò sfuggire un cauto grido, e la banda di Brown, che nel frattempo era stata ad aguzzare lo sguardo e a tendere speranzosa le orecchie nell’oscurità, si mise a tirare delicatamente alla sua estremità del tonneggio. In meno di cinque minuti i due schooner si accostarono con un lieve urto e uno scricchiolio dell’alberatura.
La ciurma di Brown trasbordò senza perdere un attimo, portando con sé le armi da fuoco e una larga scorta di munizioni. Erano sedici in tutto: due marinai fuggiaschi, uno spilungone disertore da una nave da guerra yankee, un paio di scandinavi biondi e ingenui, una specie di mulatto, un cinese mite che faceva il cuoco – e il resto di quell’accozzaglia di razze dei Mari del Sud. Nessuno si preoccupava; Brown li piegava al suo volere, e Brown, indifferente alla forca, stava scappando dallo spettro di una prigione spagnola. Non diede loro il tempo di trasbordare provviste sufficienti; c’era bonaccia, l’aria era satura di guazza, e quando mollarono gli ormeggi e spiegarono le vele a una leggera brezza di terra la tela bagnata non fileggiò affatto; il loro vecchio schooner sembrò scostarsi gradualmente dal veliero rubato e scivolare via silenzioso, insieme alla massa nera della costa, nella notte.
Fuggirono senza ostacoli. Brown mi descrisse dettagliatamente il loro passaggio per lo Stretto di Macassar. È una storia straziante e disperata. Erano a corto di cibo e d’acqua; abbordarono parecchie imbarcazioni indigene e presero qualcosa da ciascuna. Con una nave rubata Brown non osava fare scalo in nessun porto, naturalmente. Non aveva denaro per comprare alcunché, né documenti da mostrare, né una bugia abbastanza plausibile da consentirgli di ripartire. Un brigantino a palo arabo, battente bandiera olandese, sorpreso una notte all’ancora al largo di Poulo Laut, fruttò un po’ di riso sudicio, un casco di banane, e un barile d’acqua; tre giorni di foschia e di burrasca da nord-est fecero filare lo schooner attraverso il Mar di Giava. Le onde gialle e fangose inzupparono quella raccolta di ribaldi affamati. Avvistarono postali procedere sulle loro rotte stabilite; passarono navi metropolitane ben carenate dai fianchi arrugginiti all’ancora su un bassofondo in attesa di un cambiamento di tempo o del flusso della marea; una cannoniera inglese, bianca e in perfetto assetto, con due alberi sottili, li incrociò un giorno in lontananza; e un’altra volta una corvetta olandese, nera e dall’alberatura pesante, apparve indistintamente a poppa, avanzando pianissimo nella nebbia. Sgusciarono via non visti o ignorati, banda di rinnegati a oltranza dalle facce smunte, giallastre, allupati dalla fame e incalzati dalla paura. L’idea di Brown era di far rotta per il Madagascar, ove sperava, su basi non del tutto infondate, di vendere lo schooner a Tamatve, senza che gli facessero domande, o magari di ottenere carte di bordo più o meno contraffatte. Tuttavia prima di affrontare la lunga traversata dell’Oceano Indiano occorrevano viveri – e acqua.
Forse aveva sentito parlare di Patusan – o forse gli capitò solo di vederne il nome scritto in piccoli caratteri sulla carta – probabilmente quello di un villaggio di discrete dimensioni a monte di un fiume in uno stato indigeno, assolutamente indifeso, lontano dalle vie battute del mare e dai terminali dei cavi sottomarini. Aveva già fatto cose del genere – nel suo mestiere; e questa di adesso era una necessità assoluta, una questione di vita o di morte – o piuttosto di libertà. Di libertà! Era sicuro di trovare provviste – bovini – riso – patate dolci. Quella banda di miserabili si leccava già i baffi. Forse si poteva arraffare un carico di prodotti per lo schooner – e, chissà? – qualche buona moneta sonante! Alcuni di quei capi e i maggiorenti del villaggio è facile indurli a pagare. Mi disse che avrebbe loro arrostito le dita dei piedi piuttosto che restare a mani vuote. Gli credo. Anche i suoi uomini gli credettero. Non applaudirono a gran voce, trattandosi di una masnada taciturna, ma si prepararono rapaci come lupi.
Quanto al tempo la fortuna lo aiutò. Alcuni giorni di bonaccia avrebbero scatenato orrori innominabili a bordo di quello schooner, ma col favore della brezza di terra e di mare, meno di una settimana dopo il passaggio dello Stretto della Sonda, si ancorò al largo della foce di Batu Kring a un tiro di schioppo dal villaggio di pescatori.
Quattordici di loro si stiparono nella lancia dello schooner (che era grande, essendo stata usata per operazioni di carico) e cominciarono a risalire il fiume, mentre due rimasero a bordo di guardia con viveri sufficienti per non morire di fame per dieci giorni. La marea e il vento erano favorevoli, e un pomeriggio presto la grande imbarcazione bianca sotto una vela tutta logora imboccò con la brezza in poppa il tratto rettilineo di Patusan, col suo equipaggio di quattordici spauracchi assortiti che guardavano avanti con occhi torvi e famelici, e tastavano gli otturatori dei loro scadenti fucili. Brown contava sulla terrificante sorpresa della sua apparizione. Entrarono col finire del flusso; la palizzata del rajah non diede segno di vita; le prime case su entrambe le rive del fiume parevano abbandonate. A monte del tratto rettilineo si vedevano alcune canoe filarsela a tutta velocità. Brown era meravigliato delle dimensioni del luogo. Regnava un profondo silenzio. Il vento cadde tra le case; vennero messi giù due remi e l’imbarcazione tenuta contro corrente, avendo progettato di attestarsi nel centro della città prima che gli abitanti potessero pensare di opporre resistenza.
Sembra, tuttavia, che il capo del villaggio di pescatori di Batu Kring ce l’avesse fatta a inviare tempestivamente un avviso d’allarme. Quando la lancia giunse all’altezza della moschea (costruita da Doramin: un edificio con frontoni e pinnacoli ornati di corallo intagliato) lo spiazzo antistante era pieno di gente. Si levò un grido, seguito dal clangore di gong lungo tutto il fiume. Da un punto più in alto partì la scarica di due piccoli pezzi di ottone da sei, e il colpo venne rimbalzando per il tratto rettilineo e deserto, sollevando spruzzi d’acqua che scintillavano al sole. Davanti alla moschea un gruppo di uomini sbraitanti cominciò a sparare a raffiche che frustavano di traverso la corrente del fiume; una sparatoria irregolare, a più riprese fu aperta sull’imbarcazione da entrambe le rive, e gli uomini di Brown risposero con un fuoco istantaneo e incontrollato. I remi erano stati tirati su.
Il riflusso che succede all’alta marea sopraggiunge molto rapidamente in quel fiume, e l’imbarcazione in mezzo alla corrente, seminascosta nel fumo, cominciò ad andare alla deriva di poppa. Anche lungo le due sponde il fumo si faceva più fitto, stendendosi sotto i tetti in una striscia orizzontale come a volte si vede una lunga nube tagliare il pendio di una montagna. Un tumulto di grida di guerra, il sonoro clangore dei gong, il profondo ronfare dei tamburi, urla di rabbia, scoppi di fucileria, facevano un baccano infernale, in mezzo al quale Brown sedeva confuso ma saldo al timone, montando a poco a poco in una furia di odio e di rabbia contro quella gente che osava difendersi. Due dei suoi uomini erano stati feriti, e si vide tagliare la ritirata a valle della città da alcune barche partite dalla palizzata di Tunku Allang. Ce n’erano sei, piene di uomini. Mentre era così accerchiato scorse l’imboccatura del piccolo canale (lo stesso che Jim aveva saltato con la bassa marea). In quel momento era pieno fino all’orlo. Vi diressero la lancia, sbarcarono, e, per farla breve, si stabilirono su una collinetta a circa 900 metri dalla palizzata, che, in effetti, da quella posizione dominavano. I fianchi della collinetta erano spogli, ma sulla cima c’erano degli alberi. Si misero ad abbatterli per farne un riparo, e prima di buio erano discretamente trincerati; intanto le barche del rajah rimanevano sul fiume stranamente neutrali. Al tramonto il bagliore di molti fuochi di legna si accese lungo il fiume, e tra la doppia fila di case verso terra faceva risaltare il nero dei tetti, i gruppi di palme sottili, i folti insiemi di alberi da frutto. Brown ordinò di bruciare l’erba intorno alla sua posizione; un anello radente di fiamme sottili sotto il fumo che saliva lento serpeggiò rapido lungo i fianchi della collinetta; qua e là un cespuglio secco attecchiva con uno scoppio forte e rabbioso. La conflagrazione formò un’area di tiro sgombra per i fucili del piccolo drappello, e si estinse lentamente sotto la cenere ai margini della foresta e lungo la riva fangosa del canale. Una striscia di giungla che prosperava rigogliosa in un umido avvallamento tra la collinetta e la palizzata del rajah arrestò il fuoco da quella parte con un grande crepitio e scoppi di steli di bambù che esplodevano. Il cielo era cupo, vellutato, e brulicante di stelle. Il terreno annerito fumava tranquillo con basse volute striscianti, finché si levò una brezza leggera che soffiò via tutto. Brown si aspettava che venisse sferrato un attacco non appena la marea fosse risalita abbastanza da permettere alle barche da guerra che gli avevano tagliato la ritirata di entrare nel canale. Comunque era sicuro che ci sarebbe stato un tentativo di portargli via la lancia, che abbandonata ai piedi della collina, formava un’alta massa scura sulla pallida lucentezza di un piano di fango bagnato. Ma le barche sul fiume non accennarono al benché minimo movimento. Oltre la palizzata e gli edifici del rajah, Brown ne vedeva le luci sull’acqua. Sembravano ancorate trasversalmente alla corrente. Altre luci galleggianti si muovevano nel tratto rettilineo del fiume, passando e ripassando da sponda a sponda. C’erano anche luci che brillavano immobili sui lunghi muri delle case a monte di quel tratto, fino alla curva, e alcune ancora più in là, altre isolate nell’entroterra. Il vago chiarore dei grandi fuochi schiudeva alla vista edifici, tetti, palafitte nere a perdita d’occhio. Era un luogo immenso. I quattordici invasori pronti a tutto stesi a terra dietro gli alberi abbattuti alzarono il mento per osservare l’animazione di quella città che pareva estendersi a monte del fiume per miglia e brulicare di migliaia di uomini furibondi. Non si scambiavano parola. Ogni tanto udivano un urlo, o riecheggiava un colpo isolato, sparato a grande distanza, chissà dove. Ma intorno alla loro posizione tutto era immobile, buio, quieto. Sembravano dimenticati, come se l’orgasmo che teneva sveglia tutta la popolazione non avesse niente a che fare con loro, come se fossero già morti».
Capitolo trentanovesimo
«Tutti gli avvenimenti di quella notte hanno una grande importanza, poiché crearono una situazione che rimase inalterata fino al ritorno di Jim. Jim era via nell’interno da più di una settimana, ed era stato Dain Waris a dirigere la prima azione difensiva. Quel giovane coraggioso e intelligente (“che sapeva combattere alla maniera dei bianchi”) desiderava sistemare la faccenda seduta stante, ma non era all’altezza delle aspettative dei suoi. Non aveva il prestigio razziale di Jim e la reputazione di un potere invincibile, soprannaturale. Non era l’incarnazione visibile, tangibile, della verità certa e della vittoria certa. Per quanto fosse amato, creduto, e ammirato, era pur sempre uno di loro, mentre Jim era uno di noi. Inoltre, l’uomo bianco, una vera colonna di per se stesso, era invulnerabile, mentre Dain Waris poteva essere ucciso. Questi pensieri inespressi guidarono l’opinione dei capi della città, che decisero di radunarsi nel forte di Jim per deliberare sul caso di emergenza, quasi sperassero di trovare saggezza e coraggio nella dimora dell’uomo bianco assente. Il tiro dei ribaldi di Brown si era rivelato così esperto, o fortunato, che c’era stata una mezza dozzina di caduti tra i difensori. I feriti giacevano sulla veranda assistiti dalle loro donne. Le donne e i bambini della città bassa erano stati fatti entrare nel forte al primo allarme. Qui aveva il comando Gioiello, molto efficiente ed energica, obbedita da quelli che Jim chiamava “la sua gente”, i quali, abbandonato in blocco il loro piccolo insediamento sotto la palizzata, erano venuti dentro a formare la guarnigione. I rifugiati le si affollavano intorno; e nel corso di tutta la vicenda, fino all’ultimo disastroso istante, essa dimostrò uno straordinario spirito combattivo. A lei Dain Waris si era rivolto subito al primo sentore di pericolo, perché deve sapere che Jim era il solo a Patusan a possedere una scorta di polvere da sparo. Stein, col quale era rimasto in stretto contatto epistolare, aveva ottenuto dal governo olandese un’autorizzazione speciale a esportarne cinquecento barilotti a Patusan. La polveriera era una piccola capanna di legno grezzo ricoperta interamente di terra, e in assenza di Jim la ragazza ne aveva la chiave. Al consiglio, riunitosi alle undici di sera nella sala da pranzo di Jim, lei sostenne il parere di Waris per un’azione vigorosa e immediata. Mi si dice che rimase in piedi accanto alla sedia vuota di Jim a capo della lunga tavola e fece un discorso veemente e battagliero, che sul momento strappò mormorii di approvazione ai capi ivi riuniti. Il vecchio Doramin, che da oltre un anno non metteva il naso fuori del suo cancello, era stato trasportato lì con grande difficoltà. Naturalmente, era l’uomo più importante. La disposizione del consiglio era inesorabile, e la parola del vecchio sarebbe stata decisiva; ma è mio parere che lui, ben conscio dell’ardente coraggio del figlio, non abbia osato pronunciarla. Consigli più dilatori prevalsero. Un certo Haji Saman fu molto esauriente nel far rilevare che “quegli uomini tirannici e feroci erano in ogni caso destinati a una morte certa. Avrebbero tenuto duro sulla loro collina morendo di fame, o avrebbero cercato di riguadagnare l’imbarcazione facendosi sparare da tiratori imboscati di là dal canale, o avrebbero rotto le file fuggendo nella foresta perendovi a uno a uno”. Sostenne che usando opportuni stratagemmi si potevano distruggere quegli stranieri male intenzionati senza il rischio di una battaglia, e le sue parole ebbero un grande peso, specialmente su quelli di Patusan propriamente detta. Ciò che turbava le menti della popolazione era la mancata azione delle barche del rajah al momento decisivo. A rappresentare il rajah al consiglio era il diplomatico Kassim. Parlava pochissimo, ascoltava sorridendo, molto cordiale e impenetrabile. Durante la seduta continuavano ad arrivare messaggi quasi ogni minuto, con notizie sulle mosse degli invasori. Correvano dicerie incontrollate ed esagerate: c’era una grande nave alla foce del fiume con grossi cannoni e molti altri uomini – alcuni bianchi, altri di pelle nera e all’aspetto assetati di sangue. Stavano venendo con molte altre imbarcazioni per sterminare ogni forma di vita. Il popolo si sentiva incombere addosso un pericolo incomprensibile. A un dato momento ci fu panico nel cortile tra le donne; strilli; un fuggi fuggi; bambini che piangevano – Haji Saman uscì a tranquillizzarli. Poi una sentinella del forte sparò contro qualcosa che si muoveva sul fiume, e per poco non uccise un abitante del villaggio che veniva a portare dentro le sue donne su una canoa insieme al meglio delle sue masserizie e una dozzina di polli. Ciò aumentò la confusione. Intanto la discussione in casa di Jim continuava in presenza della ragazza. Doramin sedeva corrucciato, pesante, guardando gli oratori uno alla volta, e prendendo fiato adagio come un toro. Non parlò fino all’ultimo, dopo la dichiarazione di Kassim che le barche del rajah sarebbero rientrate perché c’era bisogno degli uomini per difendere la palizzata del suo padrone. Dain Waris non prese posizione in presenza del padre, nonostante la ragazza lo supplicasse in nome di Jim di dire la sua. Nell’ansia che quegli intrusi venissero cacciati via subito gli offrì gli uomini stessi di Jim. Lui si limitò a scuotere la testa, dopo un paio di occhiate a Doramin. Alla fine, quando il consiglio si sciolse era stato deciso di dover occupare in forze le case più vicine al canale per tenere sotto controllo l’imbarcazione del nemico, occupandosene però senza dare nell’occhio, in modo che quei predoni sulla collina fossero tentati d’imbarcarsi, e allora un tiro ben aggiustato ne avrebbe certamente ucciso la maggior parte. Per tagliare la ritirata agli eventuali superstiti, e per impedire che ne comparissero altri, Dain Waris ebbe ordine da Doramin di ridiscendere il fiume con un drappello armato di bugis fino a un punto stabilito dieci miglia a valle di Patusan, ove accamparsi sulla riva e bloccare il fiume con le canoe. Neanche mi sfiora il pensiero che Doramin temesse l’arrivo di rinforzi. Secondo me, il suo comportamento era dettato unicamente dal desiderio di tenere il figlio fuori pericolo. Onde impedire un’irruzione all’interno della città sul far del giorno si doveva iniziare la costruzione di una palizzata in fondo alla strada sulla riva sinistra. Il vecchio nakhoda si dichiarò intenzionato a prenderne il comando lui stesso. Fu subito fatta una distribuzione di polvere, pallottole, e capsule sotto la sorveglianza della ragazza. Si sarebbero inviati diversi messaggeri in varie direzioni alla ricerca di Jim, di cui si ignorava l’esatta posizione. Costoro partirono all’alba, ma già prima Kassim era riuscito a mettersi in contatto con Brown assediato.
Quel perfetto diplomatico e confidente del rajah, nel lasciare il forte per tornare dal suo padrone, prese in barca con sé Cornelius, scoperto a sgattaiolare quatto tra la gente nel cortile. Kassim aveva un suo piccolo piano e lo voleva come interprete. Così accadde che sul far del mattino Brown, mentre rifletteva sullo stato disperato della sua posizione, udì levarsi dalla depressione paludosa tutta coperta di vegetazione una voce amichevole, tremula, innaturale che chiedeva gridando – in inglese – il permesso di salire, sotto garanzia d’incolumità personale e per una commissione importantissima. Egli era pazzo di gioia. Se gli si parlava non era più una bestia feroce braccata. Quei suoni amichevoli cancellarono di colpo la terribile tensione di dover stare all’erta come tanti ciechi all’oscuro di dove arriverà il colpo mortale. Finse una grande riluttanza. La voce si dichiarò “un bianco. Un povero vecchio rovinato che viveva lì da anni”. Una nebbia, bagnata e fredda, si stendeva sui fianchi della collina, e dopo qualche altro scambio di grida, Brown esclamò: “Vieni su, allora, ma da solo, bada!”. In effetti – mi disse, contorcendosi dalla rabbia al ricordo della sua impotenza – non cambiava nulla. Non vedevano più in là di qualche metro davanti a sé, e nessun tradimento poteva peggiorare la loro posizione. Dopo poco scorsero vagamente Cornelius, nella sua tenuta di tutti i giorni, pantaloni e camicia sudicia a brandelli, scalzo, con in testa un cappello di tessuto spugnoso dalla tesa rotta, che, esitante, si avvicinava di sghembo alla barricata, fermandosi in ascolto con atteggiamento guardingo. “Vieni avanti! Sei al sicuro”, urlò Brown, mentre i suoi uomini sgranavano gli occhi. Tutte le loro speranze di vita si concentrarono improvvisamente su quel nuovo venuto, meschino e miserabile, che in profondo silenzio scavalcava goffo un tronco abbattuto, e tutto tremante, con la sua faccia arcigna e sospettosa, volgeva lo sguardo su quel gruppo di furfanti barbuti, ansiosi, insonni.
«Mezz’ora di colloquio confidenziale con Cornelius aprì gli occhi a Brown sugli affari interni di Patusan. Drizzò subito le orecchie. C’erano delle possibilità, possibilità immense; ma prima di discutere le proposte di Cornelius pretese che gli si mandassero su dei viveri a garanzia di buona fede. Cornelius si allontanò, strisciando cauto e lento giù per la collina dalla parte del palazzo del rajah, e dopo un po’ vennero su alcuni uomini di Tunku Allang, a portare una magra scorta di riso, peperoncino, e pesce secco. Era infinitamente meglio di niente. Più tardi Cornelius tornò accompagnato da Kassim, che si fece avanti con un’aria di assoluta e gioviale fiducia, in sandali, e tutto avvolto dal collo alle caviglie in un lenzuolo blu scuro. Strinse la mano a Brown con discrezione, e i tre si appartarono per conferire. Gli uomini di Brown, ripresa fiducia, si scambiavano manate sulla schiena, e gettavano occhiate d’intesa al loro capitano mentre erano occupati coi preparativi culinari.
Kassim non poteva vedere Doramin e i suoi bugis, ma ancor più detestava il nuovo ordine di cose. Gli era venuto in mente che quei bianchi, insieme ai seguaci del rajah, avrebbero potuto attaccare e sconfiggere i bugis prima del ritorno di Jim. Allora, in base al suo ragionamento, ne sarebbe certo seguita la defezione in massa della popolazione, e il regno dell’uomo bianco che proteggeva la povera gente sarebbe venuto meno. In seguito ci si sarebbe occupati dei nuovi alleati. Costoro sarebbero stati senza amici. L’uomo era perfettamente in grado di percepire le differenze di carattere, e conosceva abbastanza i bianchi per sapere che quei nuovi venuti erano reietti, uomini senza patria. Brown manteneva un contegno severo e imperscrutabile. Al primo udire la voce di Cornelius che richiedeva di essere ricevuto, gli era balenata solo la speranza di una scappatoia. In meno di un’ora altri pensieri gli ribollivano in testa. Premuto da un’assoluta necessità, era venuto lì a rubare dei viveri, forse qualche tonnellata di caucciù o di gomma, magari una manciata di dollari, e si era trovato invischiato in una rete di pericoli mortali. Ora a causa di quelle proposte di Kassim cominciava a pensare di rubare l’intero paese. Era evidente che un maledetto individuo aveva già realizzato qualcosa del genere – e tutto da solo. Non poteva esserci riuscito molto bene, però. Forse avrebbero potuto lavorare insieme – spremere tutto fino all’ultima goccia e poi andarsene tranquilli. Nel corso dei negoziati con Kassim gli risultò chiaro che, secondo le loro supposizioni, egli doveva avere al largo una grossa nave con abbondanza di uomini. Kassim lo pregò ardentemente di far risalire senza indugio il fiume a quella grossa nave con i suoi molti cannoni e uomini per metterla al servizio del rajah. Brown si dichiarò disposto, e su questa base il negoziato fu portato avanti con reciproca diffidenza. Tre volte nel corso della mattinata il cortese e attivo Kassim scese a consultare il rajah e tornò su alacremente a grandi passi. Brown, durante le trattative, provava una specie di piacere sadico al pensiero del suo schooner malandato, con la stiva piena solo di un mucchio di sporcizia, che passava per una nave armata, e della presenza a bordo di un cinese e di uno zoppo ex accatta rifiuti sulla spiaggia di Levuka, che rappresentavano tutta la sua moltitudine di uomini. Il pomeriggio ottenne altre distribuzioni di viveri, una promessa di denaro, e una provvista di stuoie per i suoi uomini che se ne facessero dei ripari. Costoro si sdraiarono e russavano, protetti dal sole cocente; ma Brown, seduto completamente allo scoperto su uno degli alberi abbattuti, si rallegrava gli occhi alla vista della città e del fiume. C’era molto bottino lì. Cornelius che all’accampamento si sentiva come a casa sua, gli parlava accanto, indicando località, impartendo consigli, dando la sua versione personale del carattere di Jim, e commentando a suo modo gli avvenimenti degli ultimi tre anni. Brown, che, in apparenza indifferente e con lo sguardo altrove, ascoltava attento ogni parola, non riusciva a farsi un’idea chiara di che tipo d’uomo fosse quel Jim. “Come si chiama? Jim! Jim! Non basta per un nome d’uomo”. “Lo chiamano”, disse Cornelius, sprezzante, “Tuan Jim qui. Come dire Lord Jim”. “Che fa? Di dov’è?” chiese Brown. “Che razza d’uomo è? È inglese?” “Sì, sì, è inglese. Anch’io sono inglese. Di Malacca. È uno stupido. Non ha che da ucciderlo e poi sarà re qui. Tutto gli appartiene”, spiegò Cornelius. “ Ho l’impressione che forse tra non molto sarà costretto a spartire con qualcuno”, commentò Brown a mezza voce. “No, no. La cosa giusta è ucciderlo alla prima occasione, e poi potrà fare ciò che le pare”, insisteva caldamente Cornelius. “Vivo qui da molti anni, e le do un consiglio da amico”.
In tali conversari e nell’assaporarsi la vista di Patusan, deciso in cuor suo a farla diventare sua preda, Brown trascorse gran parte del pomeriggio, mentre i suoi uomini, nel frattempo, riposavano. Lo stesso giorno le canoe della flottiglia di Dain Waris sfilarono a una a una a ridosso della sponda opposta al canale, e scesero a sbarrare il fiume per impedirgli la ritirata. Brown non se ne accorse, e Kassim, salito sulla collinetta un’ora prima del tramonto, si guardò bene dall’informarlo. Voleva che la nave del bianco risalisse il fiume, e temeva che quella notizia lo dissuadesse. Fu molto insistente con Brown perché mandasse l’“ordine”, offrendogli nello stesso tempo un messaggero di fiducia, che per maggior segretezza (come egli spiegò) avrebbe raggiunto la foce del fiume via terra e trasmesso l’“ordine” a bordo. Dopo una breve riflessione Brown giudicò opportuno strappare un foglio dal suo taccuino, ove si limitò a scrivere: “Tutto procede bene. Grosso affare. Trattenete l’uomo”. Il giovane flemmatico scelto da Kassim per tale compito lo eseguì fedelmente, e come ricompensa venne subito scaraventato, a testa in giù, nella stiva vuota dello schooner dall’ex accatta rifiuti da spiaggia e dal cinese, che si affrettarono subito a chiudere i boccaporti. Che ne sia stato poi di lui Brown non lo disse».
Capitolo quarantesimo
«Scopo di Brown era guadagnare tempo prendendosi gioco della diplomazia di Kassim. Per combinare un vero affare non riusciva a togliersi dalla testa che l’uomo bianco era la persona con la quale si doveva lavorare. Non poteva figurarsi che un tipo simile (il quale dopo tutto doveva essere maledettamente in gamba per riuscire a far presa sugli indigeni a quel modo) rifiutasse un aiuto che aboliva la necessità del raggiro lento, cauto, rischioso, che s’imponeva come unica possibile linea di condotta per un uomo solo. Lui, Brown, gli offriva la forza. Nessuno avrebbe esitato. Tutto era arrivare a un’intesa chiara. Certo poi avrebbero fatto a metà. L’idea che ci fosse un forte – tutto pronto, a portata di mano – un vero forte, con tanto di artiglieria (l’aveva saputo da Cornelius), lo eccitava. Solo che fosse riuscito a entrarci una volta e… Avrebbe imposto condizioni modeste. Non troppo basse, però. L’uomo non era stupido, a quanto sembrava. Avrebbero lavorato come fratelli finché… finché non fosse giunto il momento di una lite e una pallottola che avrebbe sistemato tutti i conti. Nella sua feroce impazienza di saccheggio desiderava già star parlando con quell’uomo. Gli pareva ormai che il paese fosse suo, da fare a pezzi, spremere, e buttar via. Intanto bisognava prendersi gioco di Kassim per i viveri – e come seconda carta. Ma l’essenziale era ottenere qualcosa da mangiare giorno per giorno. D’altronde, non aveva niente in contrario a mettersi a combattere per conto del rajah, e dare una lezione a quella gente che l’aveva ricevuto a colpi d’arma da fuoco. Era assetato di battaglia.
«Mi dispiace non poterle riferire questa parte della storia, che naturalmente ho saputo soprattutto da Brown, con le sue stesse parole. C’era nel modo di parlare violento e spezzato di quell’uomo, che metteva a nudo davanti a me i suoi pensieri con la mano stessa della Morte alla gola, una palese crudeltà di intenzione, uno strano atteggiamento vendicativo nei confronti del proprio passato, e una fede cieca nella giustizia della sua volontà contro tutto il genere umano, in parte lo stesso sentimento che poté indurre il capo di un’orda di tagliagole erranti a chiamarsi orgogliosamente il Flagello di Dio. Senza dubbio la naturale ferocia insensata che è alla base di una simile personalità era esasperata dal fallimento, la sfortuna, e le recenti privazioni, non meno che dalla posizione disperata in cui si trovava; ma la cosa più di ogni altra degna di nota era che, mentre progettava alleanze sleali, e aveva già deciso in cuor suo il destino dell’uomo bianco, e ordiva con fare arrogante estemporanei intrighi con Kassim, si sentiva che il suo vero desiderio, quasi suo malgrado, era far piazza pulita di quella città della giungla che lo aveva sfidato, per vederla coperta di cadaveri e avvolta nelle fiamme. Ascoltando la sua voce spietata e ansimante, mi figuravo come doveva averla guardata dalla collinetta, popolandola di visioni di strage e di rapina. La parte più vicina al canale aveva l’aria abbandonata, anche se in realtà ogni casa nascondeva degli uomini armati e all’erta. Improvvisamente oltre il tratto di terreno incolto, disseminato a macchie di vegetazione fitta e bassa, di buche, di mucchi di rifiuti, e tagliato da sentieri battuti, un uomo, solo e d’aspetto piccolissimo, sbucò fuori all’inizio della strada deserta che finiva tra gli edifici sbarrati, bui, e senza vita. Forse uno degli abitanti, fuggito sull’altra riva del fiume, che tornava in cerca di qualche oggetto di uso domestico. Evidentemente si riteneva del tutto sicuro a quella distanza dalla collina sull’altro lato del canale. Una palizzata leggera, tirata su in fretta, si ergeva subito dietro la curva della strada, piena di amici suoi. Si muoveva con calma. Brown lo vide, e chiamò immediatamente accanto a sé il disertore yankee, che fungeva in un certo senso da comandante in seconda. Quello spilungone dinoccolato, dalla faccia di legno, si fece avanti, trascinando pigramente il fucile. Quando capì cosa si voleva da lui un sorriso omicida e presuntuoso gli scoprì i denti, formando due solchi profondi lungo le guance olivastre e coriacee. Si vantava di essere un tiratore infallibile. Mise un ginocchio a terra, e presa la mira su un appoggio fisso attraverso i rami non ancora sfrondati di un albero abbattuto, sparò, e subito si alzò a guardare. L’uomo, laggiù, alla detonazione girò il capo, fece un altro passo avanti, parve esitare, e si accasciò sulle ginocchia e sulle mani. Nel silenzio che seguì di colpo alla chiara esplosione del fucile, il tiratore infallibile, tenendo gli occhi fissi sulla preda, ipotizzò che “la salute di quell’individuo lì non sarebbe mai più stata fonte di preoccupazione per i suoi amici”. Si videro gli arti dell’uomo agitarsi sotto il corpo nel tentativo di fuggire carponi. In quello spiazzo si levò un grido corale di sgomento e di sorpresa. L’uomo si abbatté, bocconi, e non si mosse più. “Questo ha fatto loro vedere cos’eravamo capaci di fare”, mi disse Brown. “Inculcargli la paura di una morte improvvisa. Ne avevamo bisogno. Erano duecento contro uno, e ciò dava loro qualcosa su cui riflettere durante la notte. Nessuno di loro si era mai figurato un tiro così lungo. Quel miserabile dipendente del rajah venne giù dalla collina con gli occhi fuori dalla testa”.
Mentre mi raccontava ciò cercava con mano tremante di asciugarsi la bava sottile dalle labbra livide. Duecento a uno. Duecento a uno… inculcare il terrore… il terrore, il terrore, ve lo dico io…”. Anche lui aveva gli occhi fuori dalle orbite. Ricadde all’indietro, annaspando l’aria con dita scarne, si ritirò su, curvo e peloso, mi guardò di traverso come un mostro delle leggende popolari, a bocca aperta nella sua miseranda e terribile agonia prima di ritrovare la parola dopo quell’attacco. Vi sono spettacoli che non si dimenticano mai.
Inoltre, per attirare il fuoco nemico e individuare eventuali drappelli nascosti tra i cespugli lungo il canale, Brown ordinò all’isolano delle Salomone di scendere fino all’imbarcazione a prendere un remo, come si manda uno spaniel a recuperare un bastone nell’acqua. L’espediente fallì, e costui ritornò senza che gli fosse stato sparato un colpo da nessuna parte. “Non c’è anima viva”, opinarono alcuni degli uomini. “È strano”, osservò lo yankee. Kassim ormai se n’era andato, impressionatissimo, compiaciuto, altresì, ma anche agitato. Seguendo la sua politica tortuosa, aveva inviato un messaggio a Dain Waris avvertendolo di tener d’occhio la nave dei bianchi, che, secondo le informazioni avute, stava per risalire il fiume. Ne minimizzò la forza e lo esortò a impedirne il passaggio. Quel doppio gioco faceva al caso suo, tenere divise cioè le forze bugis e indebolirle combattendo. D’altra parte, nel corso della giornata aveva passato parola ai capi bugis adunati in città, assicurandoli che stava cercando di indurre gli invasori a ritirarsi; con messaggi al forte chiedeva ardentemente polvere da sparo per gli uomini del rajah. Era da molto tempo che Tunku Allang non aveva più munizioni per quella ventina circa di vecchi moschetti che si arrugginivano nelle rastrelliere della sala delle udienze. Gli scambi palesi tra la collina e il palazzo turbavano gli animi di tutti. Era venuto il momento per gli uomini di prendere partito, si cominciava a dire. Presto ci sarebbe stato gran spargimento di sangue, e quindi guai grossi per molta gente. La struttura sociale di vita ordinata, pacifica, in cui ciascuno era sicuro del domani, l’edificio innalzato dalle mani di Jim, quella sera sembrava sul punto di crollare in rovina esalante sangue. I più poveri già si davano alla macchia o fuggivano su per il fiume. Molti esponenti della classe più elevata giudicarono doveroso andare a far la corte al rajah. I giovani del rajah li presero violentemente a spintoni. Il vecchio Tunku Allang, quasi fuori di sé dalla paura e dall’indecisione, o si chiudeva in un astioso silenzio oppure li investiva di insolenze per aver osato presentarsi a mani vuote: se ne andarono spaventatissimi; solo il vecchio Doramin tenne uniti i suoi compatrioti e perseverò inflessibile nella sua tattica. Insediato in una grande poltrona dietro la palizzata improvvisata, impartiva ordini con un brontolio indistinto e profondo, impassibile, come un sordo, nel turbinio delle dicerie.
Calò il crepuscolo, nascondendo per prima cosa il corpo del morto, lasciato a giacere a braccia aperte come inchiodato al suolo, e poi la sfera rotante della notte rotolò lieve su Patusan e si arrestò, riversando sulla terra lo scintillio di innumerevoli mondi. Di nuovo, nella parte esposta della città grandi fuochi arsero lungo l’unica strada, facendo risaltare a intervalli contro il loro bagliore le linee dritte e spioventi dei tetti, i frammenti di muri a cannicciata mescolati alla rinfusa, qua e là una capanna tutta intera che si levava nella vampa luminosa sulle nere strisce verticali di un gruppo di alte palafitte; e tutta questa fila di abitazioni, rivelata a macchie dalle fiamme ondeggianti, pareva guizzare tortuosa fino a svanire nell’oscurità a monte del fiume nel cuore del paese. Un grande silenzio, nel quale il riverbero dei fuochi in successione palpitava senza rumore, si estendeva nelle tenebre ai piedi della collina; ma dall’altra sponda del fiume, tutta buia tranne per un falò isolato in riva all’acqua davanti al forte, si levava in aria un fremito crescente che avrebbe potuto essere lo scalpiccio di una moltitudine di piedi, il brusio di molte voci, o lo scroscio di una cascata a immensa distanza. Fu allora, mi confessò Brown, mentre, voltando le spalle ai suoi uomini, era seduto a guardare tutto ciò, che nonostante il suo disprezzo, la sua fede spietata in se stesso, l’assalì la sensazione di aver sbattuto infine la testa contro un muro di pietra. Se in quel momento la sua imbarcazione fosse stata in acqua, avrebbe cercato senza dubbio di svignarsela, affrontando il rischio di un lungo inseguimento giù per il fiume e di morire di fame in mare. Era molto incerto se ce l’avrebbe fatta a scappare. Comunque, non ci provò. Per un attimo gli balenò anche il pensiero di tentare un’irruzione in città, ma si rese conto benissimo che avrebbe finito col trovarsi nella strada illuminata, dove dalle case avrebbero sparato loro addosso come cani. Erano duecento contro uno – pensava, mentre i suoi uomini, assiepati intorno a due mucchi di brace semispenta, biascicavano l’ultima banana e arrostivano quel po’ di patate dolci che dovevano alla diplomazia di Kassim. Cornelius sedeva in mezzo a loro sonnecchiando imbronciato.
Poi uno dei bianchi si ricordò che nell’imbarcazione era rimasto del tabacco, e, incoraggiato dall’impunità dell’isolano delle Salomone, disse che sarebbe andato a prenderlo. Al che tutti gli altri si riscossero dallo scoramento. Alla richiesta del permesso, Brown disse sprezzante: “Va’, accidenti a te”. Non pensava ci fosse pericolo alcuno ad andare al canale a buio. L’uomo scavalcò il tronco e scomparve. Subito dopo lo udirono montare sulla barca e poi scenderne. “Trovato”, gridò. Seguirono un lampo e una detonazione proprio ai piedi della collina. “Mi hanno colpito”, urlò l’uomo. “Attenti, attenti – mi hanno colpito”, e all’istante tutti i fucili si misero a sparare. La collina riversò nella notte fuoco e fragore come un piccolo vulcano, e quando Brown e lo yankee a furia di bestemmie e di pugni arrestarono quella sparatoria scatenata dal panico, un gemito stanco e profondo si levò dal canale, seguito da un lamento di una tristezza lacerante simile a un veleno che raggeli il sangue nelle vene. Poi una voce forte pronunciò diverse parole distinte e incomprensibili da un punto oltre il canale. “Nessuno spari”, urlò Brown. “Che significa?”… “Udite voi sulla collina? Udite? Udite?” ripeté la voce tre volte. Cornelius tradusse, e poi suggerì la risposta. “Parlate”, gridò Brown, “siamo in ascolto”. La voce allora, declamando con il tono altisonante e ampolloso di un araldo, e spostandosi senza sosta ai margini del terreno incolto, quasi invisibile, dichiarò che tra gli uomini di nazionalità bugis abitanti a Patusan e gli uomini bianchi sulla collina e i loro seguaci, non ci sarebbe mai stata fiducia, né pietà, né parola, né pace. Un cespuglio stormì; riecheggiò un colpo a casaccio. “Maledetta sciocchezza”, borbottò lo yankee, battendo a terra seccato il calcio del fucile. Cornelius tradusse. Il ferito ai piedi della collina, dopo aver gridato due volte: “Portatemi su! Portatemi su!” riprese a gemere e a lamentarsi. Finché era rimasto sulla terra annerita del pendio e poi rannicchiato dentro la barca, era stato abbastanza al sicuro. Ma sembra che nella gioia di aver trovato il tabacco avesse perso la testa e fosse saltato fuori sul lato esterno, per così dire. L’imbarcazione bianca, alta e in secco, l’aveva fatto notare; il canale in quel punto non era largo più di sette metri, e si dava il caso che sull’altra sponda ci fosse un uomo accucciato nella macchia.
Era un bugis di Tondano venuto a Patusan solo di recente, e parente dell’uomo ucciso nel pomeriggio. Quel famoso tiro lungo aveva davvero sbalordito i presenti. L’uomo perfettamente al sicuro era stato abbattuto, sotto gli occhi dei suoi amici, cadendo con una facezia sulle labbra, e in quell’azione a essi pareva di scorgere un’atrocità che aveva scatenato una rabbia accanita. Quel suo parente, di nome Si-Lapa, era allora poco lontano con Doramin dentro la palizzata. Voi che conoscete simili tipi dovete ammettere che costui dimostrò un singolare coraggio offrendosi volontariamente di portare il messaggio, da solo, nell’oscurità. Strisciando attraverso lo spiazzo, aveva deviato a sinistra e si era trovato di fronte all’imbarcazione. Aveva trasalito al grido dell’uomo di Brown. Si mise a sedere col fucile in spalla, e quando l’altro sbucò fuori alla luce, premette il grilletto e piantò a bruciapelo tre pallottole dentate in pieno stomaco a quel povero disgraziato. Poi, steso bocconi, si diede per morto, mentre una sottile grandine di piombo fendeva e frustava i cespugli lì accanto alla sua destra; quindi pronunciò il suo discorso gridando, piegato in due, spostandosi continuamente in cerca di riparo. All’ultima parola fece un balzo di fianco, si tenne nascosto per un po’, e quindi ritornò alle case illeso, essendosi acquistato quella notte una tale fama che i suoi figli non lasceranno morire facilmente.
E sulla collina quella banda di disperati lasciò spegnere i due mucchietti di brace sotto le teste chine. Sedevano demoralizzati per terra a labbra serrate e occhi bassi, ascoltando il loro compagno laggiù. Era un uomo forte e lottava con la morte, tra gemiti ora alti, ora ridotti a una nota strana e sommessa di dolore. Talvolta urlava, e di nuovo, dopo una pausa di silenzio, lo si sentiva mormorare in delirio una lunga e incomprensibile lamentela. Non la smetteva neanche un istante.
“A che serve?”, aveva detto una volta Brown impassibile, vedendo lo yankee, che bestemmiava sotto voce, in procinto di scendere. “Già”, assentì il disertore, desistendo riluttante. “I feriti qui non si incoraggiano. Solo che questa lagna sembra fatta apposta per indurre gli altri a pensare troppo all’Aldilà, capitano”. “Acqua!” gridò il ferito con voce straordinariamente chiara e vigorosa, che poi si affievolì in un gemito confuso. “Già, acqua. Basta dell’acqua”, borbottò l’altro tra sé, rassegnato. “Tanta fra poco. La marea sale”.
Infine la marea salì, facendo tacere il lamento e le grida di dolore, e l’alba era vicina quando Brown, seduto col mento nella palma della mano di fronte a Patusan, come chi fissa il fianco impervio di una montagna, udì riecheggiare il breve latrato di un mortaio d’ottone da sei in un punto lontano della città. “Cos’è?” chiese a Cornelius, che gli ciondolava intorno. Cornelius si mise in ascolto. Un boato attutito si riversò lungo il fiume sulla città; un grande tamburo cominciò a rullare, e altri gli fecero eco, ripetuti e assillanti. Tante lucine sparse si accesero tremule nella metà buia della città, mentre la parte illuminata dal riverbero dei fuochi era pervasa da un brusio profondo e prolungato. “È arrivato”, disse Cornelius. “Come? Già? Sei sicuro?” domandò Brown. “Sì! Sì! Sicuro. Ascoltate il rumore”. “Perché fanno tanto baccano?” insistette Brown. “Per la gioia”, sbuffò Cornelius; “è davvero un grand’uomo, ma ciononostante, ha la testa di un bambino, e così fanno un gran chiasso per compiacergli, perché sono degli ingenui”. “Senti”, disse Brown, “come si fa ad arrivare da lui?” “Verrà a parlarle”, dichiarò Cornelius. “Che intendi dire? Che verrà come a fare un giro da queste parti?”. Cornelius annuì vigorosamente nell’oscurità. “Sì. Verrà diretto qui a parlarle. È proprio uno sciocco. Vedrà quant’è sciocco”. Brown era incredulo. “Vedrà; vedrà”, ripeteva Cornelius. Non ha paura – non ha paura di niente. Verrà a ordinarle di lasciare in pace la sua gente. Tutti devono lasciare in pace la sua gente. È come un bimbetto. Verrà diretto da lei”. Ahimè! Conosceva bene Jim – quel “volgare farabuttello”, come lo definiva Brown parlando con me. “Sì, certamente”, proseguì con ardore, “e allora, capitano, lei dice a quell’uomo alto col fucile di sparargli. Basta che lo ammazziate, e spaventerete talmente tutti che poi potrete farne ciò che volete – ottenere ciò che volete – andarvene quando volete. Ah! Ah! Ah! Benissimo…”. Quasi ballava per l’impazienza e la smania; e Brown, guardandolo di sopra la spalla, vedeva spiccare alla luce spietata dell’alba i suoi uomini fradici di rugiada, seduti tra le ceneri fredde e i rifiuti del campo, disfatti, avviliti, e a brandelli».
Capitolo quarantunesimo
«Proprio fino all’ultimo, finché su di loro non spuntò il giorno pieno, i fuochi sulla sponda occidentale arsero vivaci e brillanti; e poi Brown vide in un gruppo di figure variopinte immobili tra le case in prima linea un uomo vestito all’europea, col casco, tutto bianco. “È lui; Guardi! guardi!”, disse Cornelius eccitato. Tutti gli uomini di Brown erano balzati in piedi e gli si erano accalcati alle spalle con occhi spenti. Il gruppo di vivaci colori e facce scure con la bianca figura nel mezzo stava osservando la collinetta. Brown vedeva braccia nude levarsi a riparo degli occhi e altre braccia brune tese a indicare. Che doveva fare? Si guardò intorno, e le foreste che gli stavano di fronte da tutte le parti cintavano l’arena di uno scontro ineguale. Tornò a guardare i suoi uomini. Gli si dibattevano in petto un senso di disprezzo, di stanchezza, la voglia di vivere, il desiderio di tentare ancora una volta la sorte – per ottenere un’altra sepoltura. Dal profilo della figura gli sembrava che l’uomo bianco laggiù, spalleggiato da tutto il paese in forze, stesse esaminando la sua posizione col binocolo. Brown saltò in piedi sul tronco, levando in alto le braccia, con le palme in fuori. Due volte il gruppo variopinto si strinse intorno all’uomo bianco, e tornò ad allargarsi, prima che lui se ne liberasse, avanzando lentamente da solo. Brown rimase in piedi sul tronco finché Jim, apparendo e scomparendo tra le macchie di cespugli spinosi, non ebbe quasi raggiunto il canale; allora Brown saltò giù e scese a incontrarlo dalla propria parte.
Si incontrarono, direi, non molto lontano dal luogo, forse proprio nel punto, in cui Jim aveva fatto il secondo salto disperato della sua vita – quel salto che lo fece approdare nella vita di Patusan, nella fiducia, l’amore, la confidenza della popolazione. Si trovarono uno di fronte all’altro di qua e di là dal canale, e senza distogliere lo sguardo cercarono di capirsi a vicenda prima di aprire bocca. Il loro antagonismo doveva esprimersi negli occhi; so che Brown odiò Jim a prima vista. Qualsiasi speranza avesse nutrito svanì di colpo. Non era quello l’uomo che si aspettava di vedere. Lo odiò per questo – e in camicia di flanella a scacchi con le maniche tagliate al gomito, la barba grigia, la faccia scavata, annerita dal sole – maledisse in cuor suo la gioventù e la sicurezza dell’altro, i suoi occhi chiari e il suo portamento imperturbabile. Costui era arrivato di gran lunga prima di lui! Non aveva l’aspetto di chi è disposto a dare niente in cambio di aiuto. Aveva tutti i vantaggi dalla sua – possesso, sicurezza, potere; stava dalla parte di una forza schiacciante! Non era ridotto alla fame e alla disperazione, e non sembrava avere la minima paura. E c’era qualcosa nell’accuratezza stessa dell’abbigliamento di Jim, dal casco bianco ai gambali di tela e alle scarpe imbiancate, che agli occhi tetri e irritati di Brown sembrava appartenesse a cose che egli aveva sprezzato e beffeggiato col suo stesso tenore di vita.
“Chi è lei?”, domandò infine Jim, parlando con il suo solito tono di voce. “Mi chiamo Brown”, rispose l’altro, forte; “Capitano Brown. E lei?”.
Ma Jim dopo una breve pausa proseguì tranquillamente, come se non avesse sentito: “Cosa l’ha spinto a venire qui?” “Vuole saperlo”, disse Brown, aspro. “È presto detto. La fame. E a lei cosa l’ha spinto?”
“Al che costui trasalì”, disse Brown, riferendomi l’esordio di quella strana conversazione tra i due uomini, separati solo dal letto fangoso di un canale, ma agli antipodi di una concezione di vita che comprende tutta l’umanità – “Al che costui trasalì e si fece tutto rosso in viso. Troppo grande per lasciarsi interrogare, suppongo. Gli dissi che se mi considerava un uomo morto con il quale permettersi delle libertà, lui certo non stava affatto meglio. Avevo un tizio lassù che lo teneva costantemente sotto mira, e non aspettava che un mio cenno. E non c’era niente da scandalizzarsi. Era venuto lì di sua spontanea volontà. ‘Ammettiamo’, dissi io, ‘di essere morti entrambi, e parliamo su questa base di parità. Siamo tutti pari davanti alla morte’, dissi. Riconoscevo di essere lì come un topo in trappola, ma vi eravamo stati trascinati, e anche un topo in trappola può dare un morso. M’interruppe subito. ‘No, se non ci si avvicina alla trappola finché il topo non è morto’. Gli dissi che uno scherzo simile andava bene per quegli indigeni amici suoi, ma che lo ritenevo troppo bianco per trattare in quel modo perfino un topo. Sì, avevo voluto parlargli. Non per scongiurarlo di aver salva la vita, però. I miei compagni erano – be’ – quel che erano – uomini come lui, comunque. Tutto ciò che volevamo da lui era di farsi avanti in nome del diavolo e farla finita. ‘Maledizione’, dissi, mentre se ne stava lì impalato come un pezzo di legno, ‘non vorrà venire ogni giorno fin quaggiù col binocolo a contare quanti di noi sono ancora in piedi. Via. O si porta dietro il suo seguito infernale o ci lascia uscire a morir di fame in mare aperto, per Dio! Una volta è stato bianco, nonostante tutte le sue chiacchiere che questa sia la sua gente e che lei sia tutt’uno con loro. Lo è davvero? E che diavolo ne ricava; cosa ha trovato qui di così maledettamente prezioso? Eh? Forse non vuole che veniamo quaggiù – vero? Siete duecento contro uno. Non volete che scendiamo in campo aperto. Ah! Le prometto che prima che abbia finito la faremo divertire. Lei va dicendo che ho commesso una vigliaccata ad attaccare della gente inoffensiva. Che m’importa che sia inoffensiva se sto morendo di fame per un nonnulla? Ma io non sono un vigliacco. Non lo sia lei. Se li porti dietro o, per tutti i demoni, riusciremo comunque a mandare in cielo metà della sua inoffensiva città con noi in fumo!’”.
Era spaventoso – nel riferirmi ciò – quel torturato scheletro d’uomo tutto raggomitolato col viso sulle ginocchia, sopra un letto misero in quel lurido tugurio, che alzava la testa per guardarmi con aria maligna di trionfo.
“Questo è quanto gli dissi – sapevo cosa dire”, riprese, fievole all’inizio, ma scaldandosi via via con incredibile rapidità fino a dar sfogo al suo ardente disprezzo. “‘Non abbiamo intenzione di vagare nella foresta come una fila di scheletri viventi lasciandoci cadere uno dopo l’altro perché le formiche si mettano all’opera su di noi prima di essere morti del tutto. Oh, no!…’. ‘Non meritate un destino migliore’, disse. ‘E cosa merita lei?’ gli gridai, ‘lei che trovo qui imboscato a riempirsi la bocca della sua responsabilità, di vite innocenti, del suo maledetto dovere? Che sa di me più di quanto io non sappia di lei? Sono venuto qui in cerca di cibo. Capito? – cibo da riempirci la pancia. E lei perché è venuto? Cosa cercava quando è venuto qui? Noi non vi chiediamo altro che di darci battaglia oppure via libera per tornarcene dove siamo venuti…’. ‘Io mi batterei con lei subito’, fa lui, tirandosi i baffetti. ‘E io la lascerei spararmi, e tanti saluti’, dissi. ‘Questo punto di partenza mi va bene come un altro. Sono stufo della mia dannata sorte. Ma sarebbe troppo facile. Ci sono i miei uomini nella stessa barca – e, per Dio, non sono il tipo da togliermi dai guai lasciandoli nelle peste, maledizione’, dissi. Rimase un po’ a pensare e poi volle sapere cosa avevo fatto (‘laggiù’, dice, scuotendo il capo in direzione della corrente) per essere punito a quel modo. ‘Ci siamo incontrati per raccontarci la storia delle nostre vite?’ gli domandai. ‘Facciamo che cominci lei. No? Be’, le assicuro che non ho voglia di sentirla. Se la tenga. So che non vale più della mia. Ho vissuto – e anche voi benché parliate come se foste uno di quelli che dovrebbero avere le ali per andare in giro senza toccare questa sporca terra. Be’, lo è sporca. Io non ho ali. Sono qui perché ho avuto paura una volta in vita mia. Vuole sapere di che? Di una prigione. Mi spaventa, e lo sappia pure – se l’interessa. Non le chiederò cos’abbia spinto lei a rintanarvi in questo buco infernale, ove a quanto pare ha trovato un buon raccolto. Tale è la sua sorte e questa è la mia – il privilegio di implorare la grazia di esser fatto fuori subito, o di essere sbattuto via a calci libero di andare a morire di fame a modo mio…’”.
Il suo corpo debilitato era scosso da un’esultanza così veemente, così sicura, e così maligna che pareva aver scacciato la morte in agguato in quella capanna. Il cadavere del suo folle egoismo si levava dagli stracci e dalla miseria come dai tenebrosi orrori di una tomba. È impossibile dire quanto avesse mentito a Jim allora, quanto mentisse a me ora – e a se stesso sempre. La vanità gioca dei tiri mancini alla memoria, e la verità di ogni passione ha bisogno di un po’ di finzione per sopravvivere. Trovandosi alla porta dell’altro mondo sotto l’aspetto di un pezzente, aveva preso a schiaffi questo mondo, vi aveva sputato su, vi aveva rovesciato addosso un’infinità di disprezzo e di rivolta a conclusione dei suoi misfatti. Aveva prevalso su tutti – uomini, donne, selvaggi, mercanti, ribaldi, missionari – e Jim, – quel pezzente dal muso duro. Io non lo privavo di quel suo trionfo in articulo mortis, dell’illusione quasi postuma di aver calpestato tutta la terra sotto i suoi piedi. Mentre si vantava con me, nella sua sordida e ripugnante agonia, non potevo fare a meno di pensare alle chiacchiere inframmezzate a risatine relative all’epoca del suo massimo splendore quando, per un anno o più, era dato di vedere, per molti giorni di fila, la nave del Gentiluomo Brown, gironzolare al largo di un isolotto orlato di verde in mezzo all’azzurro, con il puntino nero della missione su una spiaggia bianca; mentre il Gentiluomo Brown, a terra, gettava i suoi incantesimi su una fanciulla romantica che non aveva resistito alla Melanesia, e dava speranze di una conversione straordinaria al marito di lei. In diverse occasioni, si era udito il pover’uomo manifestare l’intenzione di indurre “il Capitano Brown a una migliore condotta di vita”… “Dirottare il Gentiluomo Brown verso la gloria celeste” – per dirla con le parole usate una volta da un fannullone dallo sguardo malizioso – “tanto perché lassù vedano com’è un capitano mercantile del Pacifico occidentale”. Ed era anche l’uomo, che era fuggito con una donna moribonda, e aveva versato lacrime sul suo cadavere. “Testardo come un gran bambino”, non si stancava mai di raccontare il suo secondo di allora, “e che gusto ci provasse ch’io possa morire a suon di calci di canachi impazziti se lo so. Diamine, signori! Quando la portò a bordo era già troppo in là per riconoscerlo; se ne stava lì sdraiata supina nella sua cuccetta a fissare il baglio con occhi tremendamente lucidi – e poi morì. Una qualche maledetta febbre nociva, suppongo…”. Ricordavo tutte quelle storie mentre, asciugandosi la massa incolta della barba con mano livida, mi raccontava dal suo fetido giaciglio come aveva aggirato, penetrato, centrato il cuore di quella dannata specie d’individuo immacolato e guai a chi mi tocca. Ammise che non lo si riusciva a spaventare, ma c’era una via, “larga come una strada maestra, per arrivare a scuotere da tutte le parti quell’anima da due soldi e a rovesciarla e a capovolgerla – per Dio!”».
Capitolo quarantaduesimo
«Non credo che potesse far altro se non forse dare uno sguardo a quel sentiero dritto. Sembrò restare perplesso di ciò che vide, poiché s’interruppe più volte nel corso della narrazione per esclamare: “Quasi quasi mi sfuggì di mano a questo punto. Non riuscivo a capirlo. Chi era?”. E dopo avermi fissato con occhi torvi e feroci riprendeva, pieno di giubilo e scherno. A me la conversazione di quei due di qua e di là dal canale appare ora come la più mortale specie di duello cui il Fato avesse assistito con sguardo gelido e cosciente della fine. No, non rivoltò l’anima di Jim, ma mi sbaglio di grosso se quello spirito così totalmente fuori della sua portata non era stato costretto ad assaporare fino in fondo l’amarezza di quello scontro. Per mezzo di quegli emissari il mondo cui aveva rinunciato lo inseguiva nel suo ritiro. Bianchi di “laggiù”, ove non si riteneva degno di vivere. Questo era quanto gliene veniva – una minaccia, un colpo, un pericolo per il suo lavoro. Immagino fosse questo sentimento di tristezza, misto in parte a rancore e a rassegnazione, che traspariva dalle poche parole dette da Jim ogni tanto, a lasciare così perplesso Brown nel tentativo di decifrarne il carattere. Alcuni grandi uomini devono la loro grandezza in massima parte all’abilità di riconoscere in coloro di cui intendono servirsi l’esatta qualità di forza occorrente al loro lavoro, e Brown, quasi fosse stato davvero grande, aveva il satanico dono di scoprire nelle sue vittime il punto più forte e il più debole. Mi confessò che Jim non era di quelli che si possono conquistare strisciando, e perciò ebbe cura di mostrarsi come un uomo che affronta senza sgomento la cattiva sorte, il biasimo, e la sciagura. Non era poi un gran crimine contrabbandare qualche fucile, fece notare. Quanto a venire a Patusan, chi aveva il diritto di affermare che non era venuto a chiedere l’elemosina? Quella gente diabolica gli si era scatenata contro da entrambe le rive senza stare a far domande. Sostenne il suo punto con sfacciataggine, poiché, a dire il vero, l’energica azione di Dain Waris aveva impedito le peggiori calamità; difatti Brown mi aveva detto chiaramente che, viste le dimensioni del luogo, aveva deciso all’istante in cuor suo che appena messo piede a terra avrebbe appiccato il fuoco a destra e a manca, cominciando intanto con lo sparare su ogni essere vivente che gli fosse capitato sott’occhio, per intimidire e terrorizzare la popolazione. La sproporzione di forze era tale che quello era l’unico modo che gli desse una minima probabilità di raggiungere i suoi fini – aveva sostenuto in un attacco di tosse. Ma a Jim questo non lo disse. Quanto alle privazioni e alla fame patite, quelle erano state verissime; bastava guardare la sua banda. Al suono di un fischio acuto fece apparire tutti i suoi uomini ritti in fila sui tronchi bene in mostra, perché Jim li vedesse. Riguardo all’uccisione di quell’uomo poi, essa c’era stata – be’, sì – ma non era quella una guerra, guerra cruenta – con le spalle al muro? E il tizio era stato ucciso in modo pulito, preso in pieno nel petto, non come quel povero diavolo del suo uomo steso ora nel canale. Avevano dovuto stare a sentirlo morire per sei ore, con le viscere lacerate dai proiettili. In ogni caso era una vita in cambio di un’altra… E tutto ciò era stato detto con la stanchezza, l’indifferenza di un uomo sempre sotto gli speroni della sfortuna finché non gli importa più dove andare a finire. Quando chiese a Jim, con una specie di rude e disperata franchezza, se anche lui – sinceramente – non capiva che quando “si trattava di salvarsi la vita al buio, non ci si curava di chi altro ci andava di mezzo – tre, trenta, trecento persone” – fu come se un demonio gli avesse sussurrato dei consigli nell’orecchio. “Lo feci trasalire”, si vantò con me Brown. “Smise subito di farmi il virtuoso. Se ne restò lì ritto senza parole nero come un temporale a guardare – non me – ma per terra”. Chiese a Jim se non si ricordava niente di equivoco in vita sua, per essere così maledettamente duro con un uomo che cercava di uscire da una trappola mortale col primo mezzo che gli era capitato sotto mano – eccetera, eccetera. E in tutto questo rozzo discorso scorreva una vena di sottile riferimento alla loro comunanza di sangue, una supposizione di esperienza comune; un rivoltante sottinteso di complicità, di conoscenza di un segreto che teneva come uniti i loro animi e i loro cuori.
Infine Brown si gettò lungo disteso a terra e osservò Jim con la coda dell’occhio. Jim dalla sua parte del canale se ne stava ritto a pensare battendosi il frustino sulla gamba. Le case in vista erano silenziose, come se una pestilenza vi avesse fatto piazza pulita di ogni alito di vita; ma molti occhi invisibili erano rivolti, dall’interno, sui due uomini separati dal canale, da una barca bianca arenata, e dal corpo del terzo uomo mezzo affondato nel fango. Sul fiume tornavano a muoversi delle canoe, poiché Patusan stava riprendendo fiducia nella stabilità delle istituzioni terrene da quando era tornato il signore bianco. La sponda destra, le piattaforme delle case, le zattere ormeggiate lungo le rive, perfino i tetti delle cabine da bagno, erano coperti di gente che, laggiù lontano fuori portata d’orecchio e quasi di vista, aguzzava gli occhi verso la collinetta oltre la palizzata del rajah. Entro il vasto cerchio irregolare di foreste interrotto in due punti dalla lucentezza del fiume tutto taceva. “Promette di lasciare la costa?”, chiese Jim. Brown alzò e lasciò ricadere la mano, come rinunciando a ogni cosa – accettando l’inevitabile. “E cedere le armi?” proseguì Jim. Brown si rizzò a sedere e lo guardò torvo attraverso il canale. “Cedere le armi! Non fino a quando non verrà a togliercele dalle mani irrigidite. Pensa che sia ammattito dalla fifa? Oh, no! Quelle e gli stracci che ho indosso sono tutto ciò che possiedo al mondo, oltre a qualche altro fucile a retrocarica a bordo; e spero di vendere tutto quanto in Madagascar, se mai ci arriverò – mendicandomi il passaggio di nave in nave”.
Jim non ribatté nulla. Infine, gettando via il frustino che teneva in mano, disse, quasi parlando tra sé: “Non so se ne ho il potere”… “Non lo sa! E proprio ora voleva che cedessi le armi! Anche questa è bella”, gridò Brown. “Supponga che le dicano una cosa, e con me ne facciano un’altra”. Si calmò notevolmente. “Credo che il potere l’abbia, se no che senso ha tutta questa chiacchierata?”, continuò. “Perché è venuto quaggiù? Per passare il tempo?”
“Benissimo”, disse Jim alzando improvvisamente il capo dopo un lungo silenzio. “Avrà via libera o aperta battaglia. Girò sui tacchi e si allontanò.
Brown si alzò all’istante, ma non risalì la collina finché non ebbe visto Jim sparire tra le prime case. Non posò mai più gli occhi su di lui. Rientrando incontrò Cornelius che veniva giù ciondoloni con la testa tra le spalle. Si fermò davanti a Brown. “Perché non l’ha ucciso?”, chiese con voce acida e insoddisfatta. “Perché ho fatto di meglio”, disse Brown con un sorriso divertito. “Non può essere! Non può essere!”, protestò energicamente Cornelius. “Impossibile. Vivo qui da molti anni”. Brown alzò curioso lo sguardo su di lui. C’erano molti aspetti nella vita di quel paese in armi contro di lui; cose che non sarebbe mai venuto a sapere. Cornelius se ne andò furtivo con aria avvilita in direzione del fiume. Abbandonava ora i suoi nuovi amici; accettava il deludente corso degli avvenimenti con un broncio ostinato che pareva raggrinzirgli vieppiù la piccola faccia gialla di vecchio; e mentre scendeva lanciava sguardi sospetti di qua e di là, senza mai abbandonare la sua idea fissa.
Da qui in avanti gli avvenimenti si svolgono rapidi senza interruzione, sgorgando dai cuori stessi degli uomini come un corso d’acqua da un’oscura sorgente, e in mezzo a essi vediamo Jim, per lo più attraverso gli occhi di Tamb’Itam. L’avevano osservato anche gli occhi della ragazza, ma la sua vita è troppo intrecciata a quella di lui: ci sono la sua passione, la sua meraviglia, la sua collera, e, soprattutto, la sua paura e il suo amore intransigente. Del servo fedele, incapace di capire come gli altri, entra in gioco solo la fedeltà; una fedeltà e una fiducia nel suo signore così forti che perfino lo stupore si riduce a una specie di triste accettazione di un insuccesso misterioso. Non ha occhi che per uno solo, e attraverso tutte le perplessità dello smarrimento conserva la sua ansia di protezione, di obbedienza, di sollecitudine.
Il suo padrone tornò dal colloquio con i bianchi, avanzando lentamente per la strada verso la palizzata. Tutti si rallegrarono di vederlo tornare, perché mentre era via ognuno aveva temuto non solo che egli venisse ucciso, ma anche le conseguenze per se stesso. Jim entrò in una delle case, ove si era ritirato il vecchio Doramin, e rimase a lungo da solo con il capo dei coloni bugis. Senza dubbio discusse allora con lui sul da farsi, ma nessuno fu presente al colloquio. Solo Tamb’Itam, tenendosi il più possibile vicino alla porta, udì il suo padrone dire: “Sì. Farò sapere a tutto il popolo che tale è il mio desiderio; ma ho parlato a te, o Doramin, prima che a tutti gli altri, e da solo; poiché tu conosci il mio cuore come io conosco il tuo e il suo massimo desiderio. E sai certo anche che non ho altro pensiero se non il bene del popolo”. Poi il suo padrone, sollevando la tenda alla porta, uscì, e lui, Tamb’Itam, ebbe una fugace apparizione del vecchio Doramin all’interno, seduto in poltrona con le mani sulle ginocchia, e lo sguardo rivolto a un punto in mezzo ai piedi. Dopo seguì il suo padrone al forte, ove erano stati convocati per un colloquio tutti i bugis e gli abitanti di Patusan più importanti. Tamb’Itam dal canto suo sperava che ci sarebbe stata un po’ di battaglia. “Cos’era se non la conquista di un’altra collina?”, esclamò con rimpianto. Tuttavia, in città molti speravano che gli stranieri rapaci, alla vista di tanti coraggiosi pronti a combattere, sarebbero stati indotti ad andarsene. Sarebbe stata una bella cosa se se ne fossero andati. Da quando prima dell’alba l’arrivo di Jim era stato annunciato dal colpo di cannone sparato dal forte e dal rullare del tamburo grande lassù, la paura che incombeva su Patusan si era infranta e ritirata come un’onda su uno scoglio, lasciando la ribollente schiuma dell’eccitazione, della curiosità, e delle congetture senza fine. Metà della popolazione era stata evacuata dalle case a scopi difensivi, e viveva per la strada sulla riva sinistra del fiume, assiepandosi intorno al forte, in attesa di vedere divampare da un momento all’altro le dimore abbandonate sulla sponda minacciata. Era preoccupazione generale vedere la faccenda sistemata al più presto. Grazie alla sollecitudine di Gioiello, si erano distribuiti viveri ai profughi. Nessuno sapeva cosa avrebbe fatto il loro uomo bianco. Certi osservarono che era peggio della guerra dello sceriffo Alì. Allora molti non si preoccupavano; ora tutti avevano qualcosa da perdere. Con interesse si seguivano gli spostamenti delle canoe che facevano la spola tra le due parti della città. Un paio di imbarcazioni da guerra bugis erano all’ancora in mezzo alla corrente per proteggere il fiume, e un filo di fumo si levava a prua di ciascuna; dentro gli uomini stavano cuocendosi il riso di mezzogiorno quando Jim, dopo i colloqui con Brown e Doramin, attraversò il fiume e entrò nel forte dal cancello sull’acqua. All’interno la gente gli si affollò intorno al punto che riuscì faticosamente ad avanzare verso la casa. Non l’avevano ancora visto, perché arrivando durante la notte aveva solo scambiato qualche parola con la ragazza, che era scesa apposta al pontile, e poi era subito andato a raggiungere i capi e i combattenti sull’altra sponda. La gente salutava il suo passaggio con acclamazioni. Una vecchia destò l’ilarità facendosi largo fino in prima fila come una pazza e ingiungendogli con tono di rimprovero di badare che ai suoi figli, che erano con Doramin, non venisse fatto alcun male per mano di quei briganti. Diversi tra i presenti cercarono di trascinarla via, ma lei si dibatteva gridando: “Lasciatemi andare. Che c’è, o musulmani? Queste risate sono sconvenienti. Non sono forse briganti crudeli, assetati di sangue, risoluti a uccidere?” “Lasciatela stare”, disse Jim, e nell’istantaneo silenzio che seguì, disse lentamente: “Tutti saranno al sicuro”. Entrò in casa prima che il grande sospiro, e gli alti mormorii di soddisfazione, si fossero dileguati.
«Aveva senza dubbio preso la decisione che Brown dovesse avere via libera al mare. Il suo destino, ribellatosi, gli forzava la mano. Si trovava per la prima volta a dover affermare la sua volontà di fronte a un’opposizione aperta. “Ci fu un gran parlare, e dapprima il mio padrone stette zitto,” disse Tamb’Itam. “Scese l’oscurità, e allora accesi le candele sul lungo tavolo. I capi sedevano ai due lati, e la signora stava alla destra del mio padrone”.
«Quand’egli cominciò a parlare l’insolita difficoltà parve solo rafforzare in modo più irremovibile la sua decisione. I bianchi erano ora in attesa della sua risposta sulla collina. Il loro capo gli aveva parlato nella lingua della sua stessa gente, chiarendo molte cose difficili da spiegare in qualsiasi altro linguaggio. Erano uomini traviati che la sofferenza aveva reso sordi al bene e al male. Vero che si erano già perse delle vite, ma perché perderne ancora? Dichiarò ai suoi ascoltatori, i capi del popolo lì riuniti, che il loro benessere era il suo benessere, le loro perdite le sue perdite, il loro lutto il suo lutto. Volse lo sguardo su quei visi seri e intenti e disse loro di ricordarsi che avevano combattuto e lavorato fianco a fianco. Conoscevano il suo coraggio… Qui un mormorio lo interruppe… E sapevano che non li aveva mai ingannati. Abitavano insieme da molti anni. Amava il paese e la gente che ci viveva di un grandissimo amore. Era pronto a rispondere con la vita di qualsiasi danno dovesse derivar loro per aver autorizzato i bianchi barbuti a ritirarsi. Erano dei malfattori, ma anche il loro destino era stato malvagio. Aveva mai dato loro cattivi consigli? Avevano mai le sue parole causato sofferenza alla gente?, chiese. Era convinto che fosse meglio lasciare andar via incolumi quei bianchi e i loro seguaci. Era un piccolo dono. “Io che voi avete messo alla prova e trovato sempre sincero vi chiedo di lasciarli andare”. Si voltò verso Doramin. Il vecchio nakhoda non si mosse. “Allora”, disse Jim, “fate entrare Dain Waris, tuo figlio, mio amico, perché questa faccenda non la condurrò io”».
Capitolo quarantatreesimo
«Tamb’Itam dietro la sua seggiola rimase folgorato. La dichiarazione produsse un effetto sensazionale. “Lasciarli andare perché è la soluzione migliore secondo il mio giudizio che non vi ha mai ingannato”, insisté Jim. Ci fu silenzio. Nel buio del cortile si udiva il mormorio sommesso, lo scalpiccio di molta gente. Doramin sollevò il capo pesante e disse che leggere nei cuori era come toccare il cielo con la mano, ma – acconsentiva. Gli altri espressero a turno il loro parere. “È la soluzione migliore”, “Lasciarli andare”, e così via. Ma per lo più dissero semplicemente che “credevano in Tuan Jim”.
In questa semplice forma di consenso alla sua volontà sta tutto il nocciolo della situazione; la loro fede, la sua sincerità; e la testimonianza di quella fedeltà che lo rendeva ai suoi stessi occhi pari agli uomini impeccabili che non escono mai dai ranghi. Le parole di Stein, “Romantico! – Romantico!” sembrano risuonare su quelle distanze che ora non lo restituiranno più a un mondo indifferente alle sue debolezze e alle sue virtù, né a quell’affetto ardente e radicato che nello smarrimento di un grande dolore e della separazione eterna gli rifiuta l’elemosina delle lacrime. Dal momento in cui l’assoluta sincerità dei suoi ultimi tre anni di vita ha la meglio sull’ignoranza, la paura, e la collera degli uomini, egli non mi appare più come lo vidi l’ultima volta – un puntino bianco che assorbe tutta la pallida luce rimasta su una costa cupa e sul mare oscurato – ma più grande e degno di pietà nella solitudine della sua anima, che rimane perfino per colei che più lo amò un mistero crudele e insolubile.
È evidente che egli non diffidava di Brown; non c’era motivo di dubitare di quella storia, la cui verità pareva garantita dalla sua rude franchezza, da una specie di virile sincerità nell’accettare la morale e le conseguenze dei suoi atti. Ma Jim non conosceva l’egotismo quasi inconcepibile di quell’uomo che lo rendeva, se contrariato e deluso nel suo volere, pazzo di rabbia indignata e vendicativa come un autocrate contrastato. Ma se Jim non diffidava di Brown, era evidentemente ansioso che non sopravvenissero dei fraintesi, che avrebbero potuto risolversi in un conflitto con spargimento di sangue. Fu per questo motivo che appena partiti i capi malesi domandò a Gioiello di dargli qualcosa da mangiare, poiché intendeva lasciare il forte per assumere il comando della città. Al suo dichiararsi contraria dato che doveva essere stanco, disse che poteva accadere qualcosa che non si sarebbe mai perdonato. “Sono responsabile di ogni vita nel paese”, disse. All’inizio era malinconico; lei lo servì con le sue mani, prendendo piatti e vassoi (del servizio regalatogli da Stein) da Tamb’Itam. Dopo un po’ si rasserenò; le disse di tener lei il comando del forte ancora per una notte. “Non c’è sonno per noi, ragazza mia”, disse, “finché la nostra gente è in pericolo”. Poi scherzando le disse che tra tutti lei era l’uomo migliore. “Se tu e Dain Waris aveste fatto ciò che volevate, non uno di quei poveri diavoli sarebbe vivo oggi”. “Sono molto cattivi?”, domandò lei, chinandosi sulla seggiola di Jim. “Gli uomini a volte agiscono male senza essere molto peggiori di altri”, disse egli dopo qualche esitazione.
Tamb’Itam seguì il suo padrone fino al pontile fuori del forte. La notte era chiara, ma senza luna, e il fiume al centro era buio, mentre l’acqua sotto le due sponde rifletteva la luce di molti fuochi “come nella notte del Ramadan”, disse Tamb’Itam. Imbarcazioni da guerra seguivano silenziose la corrente nel tratto scuro o, ancorate, galleggiavano immobili con un forte sciabordio. Quella notte Tamb’Itam ebbe molto da dar di pagaia nella canoa e da camminare alle calcagna del suo padrone: su e giù percorsero la strada, ove ardevano i fuochi, e l’entroterra ai margini della città ove piccoli drappelli di uomini erano di guardia nei campi. Tuan Jim dava ordini ed era obbedito. Da ultimo andarono alla palizzata del rajah, presidiata quella notte da un distaccamento degli uomini di Jim. Il vecchio rajah era fuggito di buon mattino con la maggior parte delle sue donne in una casetta di sua proprietà vicino a un villaggio nella giungla su un corso d’acqua secondario. Kassim, rimasto lì, aveva presenziato al consiglio con la sua aria di solerte attività per giustificare la diplomazia del giorno prima. Fu accolto con considerevole freddezza, ma riuscì a conservare la sua vivacità sorridente e tranquilla, e si dichiarò felicissimo quando Jim gli disse seccamente che quella notte si prefiggeva di occupare la palizzata con i suoi uomini. Dopo lo scioglimento del consiglio lo si udì di fuori abbordare questo e quel capo sul piede di partenza, parlando a voce alta e soddisfatta della proprietà del rajah che in assenza del rajah era ben difesa.
Gli uomini di Jim si presentarono verso le dieci. La palizzata dominava l’imbocco del canale, e Jim intendeva restare lì finché Brown non l’avesse oltrepassato a valle. Fu acceso un piccolo falò sulla punta piatta e erbosa fuori dalla cinta di pali, e Tamb’Itam sistemò un seggiolino pieghevole per il suo padrone. Jim gli disse di cercar di dormire. Tamb’Itam prese una stuoia e si sdraiò un po’ più in là; ma non riusciva a dormire, pur sapendo di dover affrontare un viaggio importante prima del finir della notte. Il suo padrone passeggiava avanti e indietro davanti al fuoco a capo chino e con le mani dietro la schiena. Aveva un viso triste. Tutte le volte che il suo padrone si avvicinava Tamb’Itam faceva finta di dormire, non volendo che il suo padrone sapesse di essere osservato. Infine il suo padrone si fermò, guardandolo dall’alto lì sdraiato, e disse piano: “È ora”.
Tamb’Itam si alzò all’istante e fece i preparativi. La sua missione era di scendere il fiume, in anticipo di un’ora o più sull’imbarcazione di Brown, per dire formalmente e una volta per tutte a Dain Waris di lasciar passare indisturbati i bianchi. Jim non avrebbe affidato a nessun altro un tale compito. Prima di muoversi Tamb’Itam, più per questione di forma (dato che per la sua posizione presso Jim era notissimo), domandò un segno di riconoscimento. “Perché, Tuan”, disse, “il messaggio è importante, e sono le tue stesse parole che io porto”. Il suo padrone mise dapprima la mano in una tasca, poi nell’altra, e infine si sfilò dall’indice l’anello d’argento di Stein, che portava di solito, e lo diede a Tamb’Itam. Quando Tamb’Itam partì per la sua missione, il campo di Brown sulla collinetta era tutto buio tranne per un unico piccolo bagliore che riluceva attraverso i rami di uno degli alberi abbattuti dai bianchi.
Appena calata la sera Brown aveva ricevuto da Jim un pezzo di carta piegato sul quale c’era scritto: “Ha via libera. Parta appena la sua imbarcazione galleggia con la marea del mattino. Che i suoi uomini siano prudenti. I cespugli su entrambi i lati e la palizzata all’imbocco del canale sono pieni di uomini bene armati. Non avrebbe via d’uscita, ma non credo voglia spargimento di sangue”. Brown lo lesse, strappò il foglio a pezzettini, e, rivolto a Cornelius, che l’aveva portato, disse in tono di scherno: “Addio, mio ottimo amico”. Cornelius era stato al forte, e aveva passato il pomeriggio ad aggirarsi furtivo intorno alla casa di Jim. Jim aveva scelto lui per portare il biglietto perché sapeva l’inglese, era noto a Brown, e non rischiava che nel nervosismo uno degli uomini gli sparasse per sbaglio come sarebbe potuto accadere a un malese, che venisse avanti nel crepuscolo.
Cornelius non se ne andò dopo aver consegnato il foglio. Brown vegliava seduto davanti a un po’ di fuoco; tutti gli altri erano sdraiati a terra. “Potrei dirle qualcosa che le piacerebbe sapere”, borbottò Cornelius bruscamente. Brown non lo stette a sentire. “Non l’ha ucciso”, proseguì l’altro, “e cosa gliene viene? Avrebbe potuto avere denaro dal rajah, oltre al bottino di tutte le case bugis, e ora non avete un bel niente”. “Faresti meglio a toglierti di mezzo”, ringhiò Brown, senza nemmeno guardarlo. Ma Cornelius gli si lasciò cadere accanto e cominciò a bisbigliare rapidissimo, toccandogli il gomito di tanto in tanto. Quel che aveva da dire fece dapprima rizzar su Brown, con una bestemmia. Si era limitato a informarlo del drappello armato di Dain Waris a valle del fiume. All’inizio Brown si vide completamente venduto e tradito, ma dopo un attimo di riflessione si convinse che non ci poteva essere nessuna intenzione di tradimento. Non fiatò, e poco dopo, Cornelius osservò, in tono di totale indifferenza, che esisteva per uscire dal fiume un’altra via a lui ben nota. “Buono a sapersi”, disse Brown, drizzando le orecchie; e Cornelius attaccò a parlare di quanto accadeva in città e ripeté tutto quello che era stato detto in consiglio, sussurrando all’orecchio di Brown con tono uniforme come quando si parla in mezzo a gente che dorme e che non si vuole svegliare. “Crede di avermi reso inoffensivo, eh?” borbottò Brown pianissimo… “Sì. È uno stupido. Un bambino. È venuto qui e mi ha derubato”, non la smetteva di biascicare Cornelius, “e ha costretto tutti a credergli. Ma se succedesse qualcosa per cui non gli credessero più, che ne sarebbe di lui? E quel bugis Dain che vi sta aspettando laggiù a valle del fiume, capitano, è lo stesso uomo che vi ha cacciato fin quassù al vostro arrivo”. Brown osservò con noncuranza che tanto valeva evitarlo, e con la stessa aria distaccata e assorta Cornelius si dichiarò a conoscenza di una via d’acqua secondaria abbastanza larga da condurre l’imbarcazione di Brown oltre il campo di Waris. “Dovrete starvene zitti”, disse avendo un ripensamento, “poiché in un punto passiamo proprio dietro il suo campo. Vicinissimo. Sono accampati sulla riva con l’imbarcazione alata in secco”. “Oh, sappiamo star zitti come topi; niente paura”, disse Brown. Cornelius concordò che se doveva pilotare fuori Brown, si dovesse rimorchiare la sua canoa. “Dovrò tornare indietro alla svelta”, spiegò.
Mancavano due ore all’alba quando sentinelle isolate passarono parola alla palizzata che i ladroni bianchi stavano scendendo alla loro imbarcazione. In brevissimo tempo da un capo all’altro di Patusan ogni uomo armato fu all’erta, eppure le rive del fiume rimasero così silenziose che eccezion fatta per i fuochi che ardevano con deboli guizzi improvvisi la città poteva sembrare addormentata come in tempo di pace. Una pesante foschia stagnava bassissima sull’acqua, formando una specie di ingannevole luce grigia che non lasciava vedere nulla. Quando la lancia di Brown scivolò dal canale nel fiume, Jim era ritto sulla bassa punta di terra davanti alla palizzata del rajah – esattamente nello stesso punto in cui aveva messo piede sul suolo di Patusan per la prima volta. Un’ombra si mosse indistinta in quel grigiore, solitaria, molto massiccia, che pure si sottraeva costantemente alla vista. Ne veniva fuori un mormorio di parlottare sommesso. Brown al timone udì Jim dire calmo: “Via libera. Fareste meglio ad affidarvi alla corrente finché dura la nebbia; ma si alzerà tra poco”. “Sì, tra poco ci vedremo chiaro”, rispose Brown.
I trenta o quaranta uomini in piedi fuori della palizzata con i moschetti imbracciati trattenevano il respiro. Il bugis proprietario del prau, che vidi sulla veranda di Stein, e che era tra loro, mi disse che l’imbarcazione, passando rasente la bassa punta, sembrò per un momento ingrandirsi e sovrastarla come una montagna. “Se pensa che le valga la pena aspettare un giorno alla fonda”, gridò Jim, “cercherò di mandarle giù qualcosa – del manzo, delle patate dolci – quel che posso”. L’ombra continuava a muoversi. “Sì. Fatelo”, disse una voce, uscendo dalla nebbia rarefatta e attutita. Non uno tra i molti ascoltatori attenti capì il significato di quelle parole; e poi Brown e i suoi uomini nell’imbarcazione scivolarono via con la corrente, dileguandosi come spettri senza il minimo rumore.
Così Brown, invisibile nella foschia, esce da Patusan gomito a gomito con Cornelius a poppa della lancia. “Forse avrà un piccolo manzo”, disse Cornelius. “Oh, sì. Manzo. Patate dolci. Li avrà se lui dice così. Dice sempre la verità. Ha rubato tutto quel che possedevo. Suppongo le piaccia di più un piccolo manzo del bottino di molte case”. “Ti consiglio di tener a bada la lingua, o qualcuno qui potrebbe scaraventarti fuori bordo in questa nebbia della malora”, disse Brown. L’imbarcazione sembrava immobile; non si riusciva a veder niente, nemmeno il fiume lungo i bordi, solo il pulviscolo bagnato volava e gocciolava, condensandosi, giù per le barbe e i visi. Era strano, mi disse Brown. Ciascuno di loro preso individualmente aveva la sensazione di essere solo alla deriva in una barca, perseguitato dal sospetto quasi impercettibile di sospiri e mormorii di fantasmi. “Buttarmi fuori, eh? Ma io saprei orizzontarmi”, borbottò Cornelius, scontroso. “Vivo qui da molti anni”. “Non abbastanza da vedere attraverso una nebbia come questa”, disse Brown, stendendosi all’indietro col braccio che oscillava da una parte all’altra sulla barra inoperosa. “Sì. Abbastanza anche per questo”, ringhiò Cornelius. “È molto utile”, commentò Brown. “Debbo credere che riusciresti a trovare quella via secondaria di cui parlavi così, alla cieca?”. Cornelius grugnì. “Siete troppo stanchi per remare?” chiese dopo un silenzio. “No, per Dio!”, urlò Brown d’un tratto. “Fuori i remi laggiù”. Ci fu un gran tramestio nella nebbia, che dopo un po’ si risolse in un regolare cigolio di remi invisibili contro scalmi invisibili. Per il resto non cambiò nulla, e non fosse che per il lieve tonfo di una pala tuffata nell’acqua era come remare la navicella di un pallone in una nuvola, disse Brown. Dopo di ciò Cornelius non aprì bocca se non per domandare in tono lamentoso che qualcuno gli sgottasse la canoa, a rimorchio dietro la lancia. A poco a poco la nebbia si fece bianca e luminosa a prua. A sinistra Brown vide una massa scura come se stesse guardando alle spalle la notte che se ne andava. Tutt’a un tratto un grosso ramo coperto di foglie gli apparve sopra il capo, ed estremità di ramoscelli, immobili e gocciolanti, s’incurvarono sottili vicino ai bordi. Cornelius, senza fiatare, gli prese la barra di mano».
Capitolo quarantaquattresimo
«Non credo si siano più parlati. L’imbarcazione imboccò uno stretto canale secondario, sotto la spinta delle pale dei remi puntate contro sponde franose, su cui regnava un’oscurità come se enormi ali nere si fossero spiegate sopra la foschia che ne riempiva il fondo fino alla cima degli alberi. I rami sovrastanti lasciavano cadere grosse gocce attraverso la nebbia oscura. A un borbottio di Cornelius, Brown ordinò ai suoi uomini di caricare le armi. “Vi darò l’occasione di prendervi la rivincita su di loro prima che la partita sia chiusa, miseri disgraziati che non siete altro”, disse alla sua banda. “Badate di non buttarla via – razza di cani”. Brontolii sommessi fecero eco a queste parole. Cornelius ostentò una grande inquietudine per la sicurezza della sua canoa.
Intanto Tamb’Itam era arrivato a destinazione. La nebbia l’aveva un po’ ritardato, ma aveva vogato regolarmente, tenendosi rasente la sponda meridionale. Poco dopo sopraggiunse la luce del giorno come un bagliore in un globo di vetro smerigliato. Le sponde ai due lati del fiume formavano una macchia scura, in cui si intravvedevano profili sagomati a colonna e ombre di rami intrecciati su in alto. La foschia sull’acqua era ancora fitta, ma al campo si faceva buona guardia, poiché all’avvicinarsi di Tamb’Itam le figure di due uomini emersero dal vapore bianco, e delle voci si rivolsero a lui con violenza. Rispose, e subito una canoa gli si accostò, ed egli scambiò notizie con i vogatori. Tutto bene. Finiti i guai. Allora gli uomini nella canoa mollarono la presa dal bordo della sua piroga e immediatamente si dileguarono alla vista. Egli proseguì per la sua strada finché udì delle voci che gli giungevano calme sull’acqua, e vide, sotto la foschia che ora si alzava a volute, il bagliore di tanti piccoli fuochi accesi su una striscia di sabbia, contro uno sfondo di alberi alti e sottili e di cespugli. Anche lì si stava di guardia, e gli si intimò l’altolà. Gridò il suo nome mentre le due ultime palate di pagaia portarono di slancio la sua canoa ad arenarsi. Era un accampamento grande. Uomini stavano accovacciati in tanti gruppetti nel cicaleccio sommesso delle chiacchiere mattutine. Molti sottili fili di fumo si alzavano in lente spire sulla bianca foschia. Sopraelevati sul terreno, erano stati costruiti per i capi dei piccoli ripari. I moschetti erano ammucchiati in piccole piramidi, e lunghe lance erano conficcate a una a una nella sabbia vicino ai fuochi.
Tamb’Itam, assumendo un’aria d’importanza, domandò di essere condotto da Dain Waris. Trovò l’amico del suo signore bianco disteso su un giaciglio sollevato da terra fatto di bambù, e riparato da una specie di tettoia di stecchi ricoperti di stuoie. Dain Waris era sveglio, e un fuoco vivace ardeva davanti al suo giaciglio, simile a un rustico tempietto. L’unico figlio del nakhoda Doramin rispose gentilmente al suo saluto. Tamb’Itam per prima cosa gli consegnò l’anello che garantiva la verità delle parole del messaggero. Dain Waris, appoggiato sul gomito, gli ordinò di parlare e di riferire tutte le notizie. Esordendo con la formula consacrata: “Le notizie sono buone”, Tamb’Itam riportò le parole stesse di Jim. I bianchi, partiti con il consenso di tutti i capi, dovevano essere liberi di passare a valle del fiume. In risposta a un paio di domande Tamb’Itam riferì poi sulle deliberazioni dell’ultimo consiglio. Dain Waris ascoltò attentamente fino in fondo, giocherellando con l’anello che alla fine s’infilò nell’indice della mano destra. Dopo aver sentito quanto Tamb’Itam aveva da dire lo congedò perché andasse a mangiare e a riposarsi. Immediatamente furono dati ordini per il ritorno nel pomeriggio. Poi Dain Waris si sdraiò di nuovo, a occhi aperti, mentre i servi addetti alla sua persona gli preparavano da mangiare sul fuoco, accanto al quale era seduto anche Tamb’Itam a parlare con gli uomini che nei loro giri si soffermavano ad ascoltare le ultime notizie dalla città. Il sole andava divorando la foschia. Si faceva buona guardia sul tratto rettilineo del ramo principale del fiume ove da un momento all’altro si aspettava di veder apparire l’imbarcazione dei bianchi.
«Fu allora che Brown si prese la rivincita sul mondo che, dopo vent’anni di insolente e temeraria arroganza, gli rifiutava il tributo di successo di un comune brigante. Fu un atto di ferocia a sangue freddo, che sul letto di morte lo consolava come il ricordo di un’indomita sfida. Furtivamente sbarcò i suoi uomini sul lato opposto dell’isola di fronte all’accampamento bugis, e li guidò dall’altra parte. Dopo un breve ma silenziosissimo tafferuglio, Cornelius che aveva tentato di svignarsela al momento dello sbarco, si rassegnò a indicare la via ove il sottobosco era più rado, Brown gli teneva strette nel suo grande pugno le due mani scarne unite dietro la schiena, e di tanto in tanto lo costringeva ad avanzare con un robusto spintone. Cornelius restava muto come un pesce, abietto ma fedele al suo scopo, la cui realizzazione egli intravvedeva oscuramente davanti a sé. Ai margini del tratto boschivo gli uomini di Brown si sparpagliarono al riparo e attesero. Il campo si apriva da un capo all’altro sotto i loro occhi, e nessuno guardava dalla loro parte. E neanche ci si sognava che i bianchi potessero essere a conoscenza dello stretto canale sul dietro dell’isola. Quando stimò giunto il momento, Brown urlò: “Conciateli per le feste”, e quattordici colpi riecheggiarono come uno solo.
Tamb’Itam mi disse che la sorpresa fu così grande che, tranne per coloro i quali caddero morti o feriti, dopo la prima scarica non un’anima si mosse per un bel pezzo. Poi un uomo gridò, e dopo quel grido un grande urlo di sgomento e di paura si levò da tutte le gole. Un cieco panico spinse quegli uomini in calca agitata e ondeggiante su e giù per la spiaggia come una mandria di buoi atterrita dall’acqua. Qualcuno saltò nel fiume allora, ma i più li seguirono solo dopo l’ultima scarica. Tre volte gli uomini di Brown spararono nel mucchio, mentre Brown, l’unico in vista, imprecava e sbraitava: “Mirate basso! Mirate basso!”.
Tamb’Itam dice che, quanto a lui, capì alla prima raffica cos’era successo. Benché illeso cadde a terra disteso come morto, ma a occhi aperti. Al riecheggiare dei primi colpi Dain Waris, coricato sul giaciglio, balzò in piedi e corse fuori allo scoperto sulla spiaggia, appena in tempo per ricevere una pallottola in fronte alla seconda scarica. Tamb’Itam gli vide spalancare le braccia prima di cadere. Allora, dice, una grande paura lo assalì – non prima. I bianchi si ritirarono com’erano venuti – non visti.
Così Brown pareggiò il suo conto con l’avversa fortuna. Notate che perfino nella spaventosa violenza di tale reazione c’è come la superiorità di un uomo che nell’involucro dei suoi desideri comuni implica il concetto astratto di giustizia. Non era un volgare massacro a tradimento; era una lezione, un castigo – la dimostrazione di un qualche attributo oscuro e spaventoso della nostra natura che, temo, non è poi così distante dalla superficie come ci piace credere.
In seguito i bianchi si allontanano non visti da Tamb’Itam, e sembrano addirittura dileguarsi dall’occhio umano; e anche lo schooner svanisce al modo della merce rubata. Ma si racconta una storia di una lancia bianca raccolta un mese dopo nell’Oceano Indiano da un piroscafo da carico. A bordo due scheletri rinsecchiti, gialli, dagli occhi vitrei, ridotti a un fil di voce, riconoscevano l’autorità di un terzo, che dichiarò di chiamarsi Brown. Il suo schooner, riferì, diretto a sud con un carico di zucchero di Giava, aveva avuto una brutta falla e gli era colato a picco sotto i piedi. Lui e i suoi compagni erano i superstiti di un equipaggio di sei. Quei due morirono a bordo del piroscafo che li trasse in salvo. Brown rimase in vita tanto che io lo vedessi, e posso testimoniare che recitò la sua parte fino all’ultimo.
Pare, tuttavia, che nell’andarsene si fossero dimenticati di mollare la canoa di Cornelius. Cornelius personalmente Brown l’aveva lasciato andare all’inizio della sparatoria, con un calcio come benedizione d’addio. Tamb’Itam, alzatosi di tra i morti, vide il Nazareno correre su e giù per la spiaggia tra i cadaveri e i fuochi quasi estinti. Emetteva piccole grida. D’un tratto si precipitò verso il fiume, e con sforzi frenetici cercò di mettere in acqua una delle imbarcazioni bugis. “Poi, finché non mi ebbe visto”, riferì Tamb’Itam, “rimase ritto a guardare la pesante canoa grattandosi la testa”. “Che ne è stato di lui?”, domandai. Tamb’Itam, fissandomi, fece un gesto espressivo col braccio destro. “Due volte ho colpito, Tuan,” disse. “Quando mi vide avanzare si gettò violentemente a terra e fece un gran chiasso, scalciando. Strillò come una gallina terrorizzata finché non sentì la punta; poi tacque, e rimase disteso a fissarmi mentre la vita gli usciva dagli occhi”.
Fatto questo, Tamb’Itam non indugiò. Capiva l’importanza di essere il primo a portare le orrende notizie al forte. C’erano, naturalmente, molti superstiti della pattuglia di Dain Waris; ma nell’orgasmo del panico alcuni avevano attraversato a nuoto il fiume, altri si erano dati alla macchia. Il fatto è che non sapevano in realtà chi avesse inferto quel colpo – se non stessero per giungere altri predoni bianchi, se non si fossero già impadroniti dell’intero paese. Si figuravano vittime di un tradimento alla grande, e destinati alla distruzione totale. Si dice che alcuni gruppetti non rientrarono se non tre giorni dopo. Certi, però, tentarono la via del ritorno a Patusan subito, e una delle canoe che pattugliavano il fiume al mattino era in vista del campo proprio al momento dell’attacco. È vero che da principio gli uomini a bordo si buttarono giù e nuotarono fino alla riva opposta, ma poi tornarono alla loro imbarcazione e si misero timorosi a risalire il fiume. Su di loro Tamb’Itam aveva un’ora di vantaggio».
Capitolo quarantacinquesimo
«Quando Tamb’Itam, vogando come un pazzo, imboccò il tratto di fiume della città, le donne, stipate sulle piattaforme davanti alle case, aspettavano ansiose il ritorno della flottiglia d’imbarcazioni di Dain Waris. La città aveva un’aria di festa; qua e là si scorgevano uomini, ancora con lance o fucili in mano, muoversi o star ritti a gruppi sulla riva. I negozi cinesi avevano aperto presto; ma la piazza del mercato era vuota, e una sentinella, ancora di guardia all’angolo del forte, scorse Tamb’Itam, e gridò a quelli all’interno. Il cancello era spalancato. Tamb’Itam saltò a terra e si precipitò dentro. Prima di tutti incontrò la ragazza che scendeva dalla casa.
Tamb’Itam, scompigliato, ansante, con labbra tremanti e occhi stralunati, rimase per un po’ davanti a lei come colpito da un improvviso incantesimo. Poi proruppe a gran velocità: “Hanno ucciso Dain Waris e molti altri”. Essa si serrò le mani, e le sue prime parole furono: “Chiudete i cancelli”. La maggior parte degli uomini del forte erano tornati alle loro case, ma Tamb’Itam sollecitò quei pochi che restavano per il loro turno di servizio all’interno. La ragazza rimase immobile al centro del cortile mentre gli altri correvano qua e là. “Doramin”, gridò disperata, mentre Tamb’Itam le passava accanto. Quando ripassò egli rispose rapidamente al suo pensiero: “Sì. Ma noi abbiamo tutta la polvere di Patusan”. Essa lo afferrò per un braccio, e, indicando la casa: “Vallo a chiamare”, sussurrò, tremante.
Tamb’Itam corse su per i gradini. Il suo padrone dormiva. “Sono io, Tamb’Itam”, gridò dalla porta, “con notizie che non possono attendere”. Vide Jim rigirarsi sul cuscino e aprire gli occhi, ed egli esclamò all’istante: “Questo, Tuan, è un giorno di sventura, un giorno maledetto”. Il suo padrone si sollevò sul gomito ad ascoltare – proprio come aveva fatto Dain Waris. E allora Tamb’Itam cominciò il suo racconto, cercando di riferire la storia con ordine, chiamando Dain Waris Panglima, e dicendo: “Il Panglima allora gridò al capo dei suoi barcaioli, ‘Da’ qualcosa da mangiare a Tamb’Itam’ – quando il suo padrone posò i piedi a terra e lo guardò con una faccia così sconvolta che le parole gli rimasero in gola.
“Parla”, disse Jim. “È morto?” “Possa tu vivere a lungo”, esclamò Tamb’Itam. “È stato un crudelissimo tradimento. È corso fuori ai primi spari ed è caduto”… Il suo padrone raggiunse la finestra e col pugno spalancò l’imposta. La stanza s’illuminò; e allora con voce calma, ma parlando rapidamente cominciò a dargli ordini di radunare una flotta di imbarcazioni per l’immediato inseguimento, andare da questo, da quello – inviare messaggeri; e mentre parlava si sedette sul letto, chinandosi per allacciarsi le scarpe in fretta, e d’un tratto alzò gli occhi. “Perché stai lì impalato?”, domandò, molto acceso in viso. “Non perdere tempo”. Tamb’Itam non si mosse. “Perdonami, Tuan, ma… ma”, si mise a balbettare. “Eh?” gridò forte il suo padrone, con un’aria terribile, piegandosi in avanti con le mani che stringevano il bordo del letto. “Non è prudente per il tuo servo uscire in mezzo alla gente”, disse Tamb’Itam dopo un attimo di esitazione.
Allora Jim capì. Si era ritirato da un mondo, per una cosa da poco, un salto istintivo, e ora l’altro, opera delle sue mani, gli era crollato in testa. Non era prudente per il suo servo uscire in mezzo alla sua gente! Credo che in quello stesso momento egli avesse deciso di sfidare il disastro nell’unico modo in cui gli sembrò che un tale disastro si potesse sfidare; ma so soltanto che, senza fiatare, uscì dalla stanza e si sedette alla lunga tavola, a capo della quale era solito regolare gli affari del suo mondo, proclamando quotidianamente la verità che certamente gli viveva in cuore. Le potenze oscure non gli avrebbero rubato due volte la pace. Sedeva come una statua di pietra. Tamb’Itam, deferente, accennò a preparativi di difesa. La ragazza che amava entrò a parlargli, ma egli fece un gesto con la mano, ed essa restò sgomenta di fronte al muto appello al silenzio che conteneva. Uscì sulla veranda e si sedette sulla soglia, quasi per difenderlo col suo corpo dai pericoli esterni.
Quali pensieri gli passarono per la testa – quali ricordi? Chi può dirlo? Tutto era perduto, ed egli che una volta aveva mancato fede al suo dovere aveva perso di nuovo ogni fiducia degli uomini. Fu allora, credo, che tentò di scrivere – a qualcuno – e vi rinunciò. La solitudine si chiudeva su di lui. Della gente gli aveva affidato la propria vita – solo per questo; eppure non sarebbe mai stata in grado, come egli aveva detto, mai stata in grado di capirlo. Quelli di fuori non gli udirono emettere un suono. Più tardi, verso sera, venne sulla porta e chiamò Tamb’Itam. “Ebbene?”, domandò. “C’è molto pianto. Molta rabbia, anche”, disse Tamb’Itam. Jim alzò gli occhi su di lui. “Tu sai?” mormorò. “Sì, Tuan”, disse Tamb’Itam. “Il tuo servo sa, e i cancelli sono chiusi. Dovremo combattere”. “Combattere! Per che cosa?”, chiese. “Per le nostre vite”. “Io non ho vita”, disse. Tamb’Itam udì levarsi un grido dalla ragazza sulla porta. “Chissà?”, disse Tamb’Itam. “Con audacia e astuzia potremmo anche farcela. C’è anche molta paura nei cuori degli uomini”. Uscì, riflettendo vagamente di barche e mare aperto, e lasciò soli Jim e la ragazza.
«Non mi basta l’animo di buttar giù qui per iscritto quel tanto che lei mi ha fatto intravvedere dell’ora o più passata là dentro a lottare con lui per il possesso della propria felicità. Se egli avesse qualche speranza – cosa si aspettasse, cosa immaginasse – è impossibile dirlo. Fu inflessibile, e nell’isolamento crescente della sua ostinazione il suo spirito parve sollevarsi sopra le rovine della sua esistenza. Essa gli gridò all’orecchio: “Combatti!”. Non poteva capire. Non c’era niente per cui combattere. Egli intendeva dimostrare in un altro modo il suo potere soggiogando la fatalità stessa del destino. Uscì nel cortile, e dietro a lui, coi capelli al vento, il viso stravolto, ansimante, essa avanzò barcollando e si appoggiò allo stipite della porta. “Aprite i cancelli”, egli ordinò. Poi, rivolto a quelli dei suoi uomini che erano all’interno, diede loro il permesso di tornarsene a casa. “Per quanto, Tuan?”, chiese timidamente uno di loro. “Per tutta la vita”, rispose, in tono cupo. Un profondo silenzio era calato sulla città dopo lo scoppio di gemiti e lamenti trascorsi sul fiume, come una raffica liberatasi dall’aperta dimora del dolore. Ma volavano dicerie sussurrate, riempiendo i cuori di costernazione e di atroci dubbi. I predoni stavano tornando, portandosene dietro molti altri, su una grande nave, e non ci sarebbe stato scampo per nessuno in paese. Un senso di assoluta insicurezza come durante un terremoto pervadeva l’animo degli uomini, che sottovoce si scambiavano i loro sospetti, guardandosi l’un l’altro come in presenza di un terribile presagio.
Il sole declinava verso le foreste quando il corpo di Dain Waris fu portato nel campong di Doramin. Quattro uomini lo trasportarono dentro, decorosamente coperto di un lenzuolo bianco mandato dalla vecchia madre giù al cancello incontro al figlio che tornava. Lo posarono ai piedi di Doramin, e il vecchio rimase a lungo immobile, con le mani sulle ginocchia e lo sguardo a terra. Le fronde delle palme ondeggiavano lievemente, e il fogliame degli alberi da frutto si agitava sopra il suo capo. Non mancava assolutamente nessuno del suo popolo, armati di tutto punto, quando il vecchio nakhoda infine alzò gli occhi. Li volse lentamente sulla folla, come cercando un viso che mancava. Lasciò ricadere il mento sul petto. Il mormorio di molti uomini si confondeva con il lieve fruscio delle foglie.
C’era anche il malese che aveva portato Tamb’Itam e la ragazza a Samarang. “Non così arrabbiato come tanti altri”, mi disse, ma colpito da grande sgomento e stupore per la “subitaneità del destino degli uomini, che ne sovrasta il capo come una nuvola satura di tempesta”. Mi raccontò che quando il corpo di Dain Waris fu scoperto a un cenno di Doramin, colui che erano soliti chiamare l’amico del signore bianco apparve immutato, steso con le palpebre socchiuse come stesse per svegliarsi. Duramin si chinò un po’ in avanti, come chi cerchi qualcosa caduta per terra. I suoi occhi esaminarono il corpo da capo a piedi, forse per individuare la ferita. Era in fronte e piccola; e non si fiatò mentre uno dei presenti, abbassatosi, sfilò l’anello d’argento dalla mano rigida e fredda. In silenzio lo tenne alzato davanti a Doramin. Un mormorio di sgomento e d’orrore percorse la folla alla vista di quel pegno ben noto. Il vecchio nakhoda lo fissò, e improvvisamente, dal profondo del petto, emise un urlo feroce, un ruggito di dolore e di rabbia, potente come il muggito di un toro ferito, causando grande paura nel cuore degli uomini, per la collera e la pena smisurate che risultavano evidenti senza parole. Per un po’ seguì un gran silenzio, mentre quattro uomini spostavano il corpo. Lo deposero sotto un albero, e all’istante, con un unico lungo urlo, tutte le donne della casa presero contemporaneamente a lamentarsi; piangevano con penetranti strida; il sole tramontava, e nelle pause di quel coro di urla lamentevoli si levavano staccate le acute voci cantilenanti di due vecchi che intonavano il Corano.
Circa nello stesso momento Jim, appoggiato a un affusto di cannone, guardava il fiume, volgendo la schiena alla casa; e la ragazza, sulla soglia, ansimando come se si fosse arrestata lì dopo una corsa, lo guardava attraverso il cortile. Tamb’Itam era in piedi poco lontano dal suo padrone, in paziente attesa degli eventi. Tutt’a un tratto Jim, che pareva immerso in tranquilla riflessione, si rivolse a lui dicendo: “Ora di finirla”.
“Tuan?”, disse Tamb’Itam, avvicinandosi premuroso. Non sapeva cosa volesse dire il suo padrone, ma al primo movimento di Jim anche la ragazza si mosse, uscendo all’aperto. Pare che nessun altro di quelli di casa fosse in vista. Barcollava lievemente, e circa a metà strada chiamò forte Jim, che sembrava aver ripreso a contemplare tranquillamente il fiume. Lui si voltò, appoggiando la schiena al cannone. “Combatterai?” essa gridò. “Non c’è niente per cui combattere”, rispose; “niente è perduto”. Così dicendo fece un passo verso di lei. “Fuggirai?” essa gridò di nuovo. “Non c’è scampo”, disse, fermandosi sul posto, e anche lei rimase immobile, silenziosa, divorandolo con gli occhi. “E andrai?” disse, lentamente. Lui chinò il capo. “Ah!” esclamò, come scrutandolo, “sei pazzo o falso. Ricordi la notte che ti pregai di lasciarmi, e tu dicesti che non potevi? Che era impossibile! Impossibile! Ricordi che dicesti che non mi avresti mai lasciata? Perché? Non ti chiedevo nessuna promessa. Tu promettesti spontaneamente – ricorda”. “Basta, poverina”, disse. “Non varrebbe la pena avermi”.
Tamb’Itam disse che mentre parlavano essa si mise a ridere forte e insensatamente, come una visitata da Dio. Il suo padrone levò le mani alla testa. Era vestito di tutto punto come ogni giorno, ma senza cappello. Lei smise di ridere di colpo. “Per l’ultima volta”, gridò, minacciosa, “ti difenderai?” “Niente può toccarmi”, rispose in un ultimo guizzo di superbo egoismo. Tamb’Itam la vide protendersi in avanti sul posto, aprire le braccia, e correre veloce da lui. Gli si gettò sul petto e gli si strinse al collo.
“Ah! Ma io ti terrò così”, gridò… “Tu sei mio!”.
Singhiozzava sulla sua spalla. Il cielo sopra Patusan era rosso sangue, immenso, fluido come una vena aperta. Un sole enorme si annidava cremisi tra le cime degli alberi, e la foresta sottostante aveva un volto nero e minaccioso.
A detta di Tamb’Itam quella sera il firmamento aveva un aspetto crucciato e terribile. Posso ben crederlo, perché so che proprio quel giorno un ciclone passò entro sessanta miglia dalla costa, anche se lì non si avvertiva altro che un languido alito di vento.
Improvvisamente Tamb’Itam vide Jim afferrarle le braccia, cercando di allentare la stretta. Lei stava appesa alle mani con la testa abbandonata all’indietro; i capelli toccavano terra. “Vieni qui!”, gli gridò il padrone, e Tamb’Itam aiutò a metterla giù. Fu difficile scioglierle le dita. Jim, chino su di lei, la guardò ardentemente in viso, e tutt’a un tratto corse al pontile. Tamb’Itam lo seguì, ma girandosi indietro, vide che si era faticosamente rimessa in piedi. Li rincorse per qualche passo, poi ricadde pesantemente sulle ginocchia. “Tuan! Tuan!” chiamò Tamb’Itam, “voltati”; ma Jim era già su una canoa, in piedi con la pagaia in mano. Non si voltò. Tamb’Itam ebbe appena il tempo di saltar dentro dopo di lui che la canoa scostò. La ragazza era sempre in ginocchio, a mani giunte, al cancello sul fiume. Rimase così per un po’ in atteggiamento supplice prima di balzar su. “Sei falso!” urlò dietro a Jim. “Perdonami”, le gridò. “Mai! Mai!”, esclamò lei di rimando.
Tamb’Itam tolse la pagaia di mano a Jim, essendo sconveniente che egli se ne stesse seduto mentre il suo signore vogava. Quando raggiunsero l’altra sponda il suo padrone gli proibì di procedere oltre; ma Tamb’Itam lo seguì a distanza, salendo il pendio fino al campong di Doramin.
Cominciava a imbrunire. Delle torce rilucevano qua e là. Quelli che incontravano sembravano in preda a sgomento, e si affrettavano a farsi da parte per lasciar passare Jim. Dall’alto giungeva il lamento delle donne. Il cortile era pieno di bugis armati con i loro seguaci, e di gente di Patusan.
«Non so che scopo avesse in realtà quell’assembramento. Erano quelli preparativi di guerra, o di vendetta, o intesi a respingere una minaccia d’invasione? Molti giorni trascorsero prima che la gente avesse smesso di stare all’erta, trepidante, per il ritorno dei bianchi laceri dalle lunghe barbe, di cui non erano mai riusciti a capire il vero rapporto con il loro uomo bianco. Anche per quelle menti semplici il povero Jim rimane all’ombra del sospetto.
Doramin, solo, immenso e desolato, sedeva in poltrona con le due pistole a pietra focaia sulle ginocchia, di fronte a una moltitudine armata. Quando Jim apparve, all’esclamazione di qualcuno, tutte le teste si voltarono simultaneamente, e poi la massa si aprì a destra e a sinistra, ed egli avanzò tra due ali di sguardi rivolti altrove. Sussurri lo seguivano; mormorii: “È stato lui la causa di tutto il male”. “Possiede un sortilegio”… Lui li udì – forse!
Quando entrò nella luce delle torce il lamento delle donne cessò all’improvviso. Doramin non alzò il capo, e per un po’ Jim rimase in silenzio ritto davanti a lui. Poi guardò a sinistra, e si mosse in quella direzione a passi misurati. La madre di Dain Waris era rannicchiata alla testa del cadavere, con il viso nascosto dai grigi capelli scarmigliati. Jim si avvicinò lentamente, guardò l’amico morto, sollevando il lenzuolo, poi lo lasciò ricadere senza una parola. Lentamente tornò indietro.
“È venuto! È venuto!”, correva di bocca in bocca, creando un mormorio che scandiva i suoi passi. “Si è preso la responsabilità di tutto questo sulla sua testa”, disse forte una voce. Lui sentì e si rivolse alla folla. “Sì. Sulla mia testa”. Alcuni indietreggiarono. Jim aspettò un po’ davanti a Doramin, e poi disse con dolcezza: “Sono venuto nel dolore”. Aspettò ancora. “Sono venuto pronto e disarmato”, ripeté.
Il pesante vecchio, abbassando la grossa fronte come un bue sotto il giogo, fece uno sforzo per alzarsi, aggrappandosi alle pistole a pietra focaia che aveva sulle ginocchia. Dalla gola gli uscirono gorgogliando, strozzati, suoni inumani, e i suoi due servitori lo aiutarono da dietro. La gente notò che l’anello, che si era lasciato cadere in grembo, rotolò giù fino ai piedi dell’uomo bianco, e il povero Jim abbassò gli occhi su quel talismano che gli aveva aperto la porta della fama, dell’amore, e del successo entro il recinto di foreste orlate di bianca spuma, entro la costa che al calar del sole sembra il vero baluardo della notte. Doramin, lottando per tenersi in piedi, formava con i suoi due sostegni un gruppo ondeggiante, barcollante; i suoi piccoli occhi erano sbarrati con un’espressione di dolore folle, di rabbia, con un barbaglio feroce, che i presenti notarono; e poi, mentre Jim stava in piedi irrigidito e a testa nuda nella luce delle torce, a guardarlo dritto in viso, lui si aggrappò pesantemente col braccio sinistro intorno al collo di un giovane chinato, e alzando deliberatamente il destro, sparò all’amico di suo figlio in pieno petto.
La folla, che si era aperta alle spalle di Jim appena Doramin aveva alzato la mano, si precipitò tumultuosamente in avanti dopo lo sparo. Dicono che l’uomo bianco rivolse a destra e a sinistra su tutti quei visi uno sguardo altero e fermo. Poi con la mano sulle labbra cadde in avanti, morto.
E questa è la fine. Egli scompare all’ombra del sospetto, inscrutabile nel cuore, dimenticato, senza perdono, e smoderatamente romantico. Nemmeno nei giorni delle sue più sbrigliate fantasticherie infantili avrebbe potuto figurarsi l’immagine seducente di un successo così straordinario! Poiché può darsi benissimo che nel breve istante di quel suo ultimo sguardo altero e fermo, avesse scorto il volto di quell’occasione che, come una sposa orientale, era giunta velata al suo fianco.
Ma noi possiamo vederlo, oscuro conquistatore di fama, strapparsi dalle braccia di un amore geloso al cenno, al richiamo del suo esaltato egoismo. Si separa da una donna viva per celebrare le sue spietate nozze con un chimerico ideale di condotta. È sicuro – pienamente, adesso, mi chiedo? Dovremmo saperlo. È uno di noi – e non ho forse una volta preso le sue difese, come uno spettro evocato, per garantire la sua eterna costanza? Mi sono sbagliato di tanto in fondo? Ora che lui non è più, vi sono giorni in cui la realtà della sua esistenza mi giunge con una forza immensa, schiacciante; eppure, sul mio onore, vi sono anche momenti in cui si allontana dai miei occhi come uno spirito disincarnato smarrito tra le passioni di questa terra, pronto ad arrendersi fedelmente alla rivendicazione del suo mondo di ombre.
Chissà? Se ne è andato, inscrutabile nel cuore, e la povera ragazza conduce una specie di vita muta, inerte nella casa di Stein. Stein è invecchiato molto ultimamente. Se ne accorge da solo, e dice spesso che si sta “preparando a lasciare tutto questo; preparando a lasciare…” mentre fa un triste cenno con la mano alle sue farfalle».