Stories 93 / Random

Stories by joseph conrad

la linea d’ombra (italian)

Capitolo primo
…D’autres fois, calme plat, grand miroir / De mon désespoir
Baudelaire
Solo i giovani hanno momenti simili. Non penso ai giovanissimi. No, i giovanissimi, propriamente parlando, non hanno momenti. È privilegio della prima giovinezza vivere in anticipo sui propri giorni, in tutta la bella continuità di speranze che non conosce pause o introspezioni.
Si chiude dietro di noi il cancelletto della pura fanciullezza – e ci si addentra in un giardino incantato. Persino le ombre vi risplendono promettenti. Ogni svolta del sentiero è piena di seduzioni. E questo non perché sia una terra inesplorata. Si sa bene che tutta l’umanità ha già percorso questa strada. È il fascino dell’esperienza universale dalla quale ognuno si aspetta una sensazione particolare e personale – un po’ di noi stessi.
Si procede eccitati, divertiti, riconoscendo le orme di coloro che ci hanno preceduto, intrecciando la buona e la cattiva sorte – le rose e le spine, come dice il proverbio – quel pittoresco, comune destino che tiene in serbo tante possibilità di successo per chi le merita, o, forse, per chi è fortunato. Sì, si procede. Ed anche il tempo procede finché non si scorge dinanzi a noi una linea d’ombra che ci avverte che anche la regione della prima giovinezza deve essere lasciata alle spalle.
È questo il periodo della vita in cui si presentano i momenti di cui parlavo. Quali momenti? Diamine, i momenti di stanchezza, di tedio, di insoddisfazione. I momenti della sconsideratezza. Voglio dire i momenti in cui i giovani finiscono per commettere le azioni temerarie come sposarsi all’improvviso o lasciare il lavoro senza un motivo.
Questa non è la storia di un matrimonio. Non mi andò poi così male. Il mio atto, per quanto avventato, ebbe più il carattere di un divorzio – quasi una diserzione. Senza una ragione plausibile per un uomo di buon senso, abbandonai il mio lavoro – mollai l’ancora –, abbandonai la nave di cui al peggio si poteva dire che era un battello a vapore e quindi, forse, non del tutto meritevole di quella cieca fedeltà che… In ogni caso, non voglio cercare scuse per giustificare il mio atto: io stesso ho sempre sospettato che si trattasse di un semplice capriccio.
Tutto accadde in un porto d’Oriente. La nave era orientale, in quanto allora era immatricolata in quel porto. Trafficava tra oscure isole su un mare azzurro costellato da scogli con la rossa bandiera della marina mercantile britannica sul coronamento di poppa e sull’albero maestro il piccolo drappo della compagnia, dello stesso colore, ma con bordo verde e una mezzaluna bianca al centro. Infatti l’armatore era un arabo, anzi, un Syed: di qui quel bordo verde. Era il capo di una grande casa degli Stretti arabi, ma leale suddito del grande Impero britannico, come se ne possono trovare ad est del canale di Suez. La politica mondiale gli era assolutamente indifferente, ma godeva di un grande misterioso potere sulla sua gente.
Per noi era del tutto irrilevante chi fosse l’armatore. Era stato costretto ad assumere i bianchi per le incombenze della navigazione e molti di coloro che aveva assunto non lo videro mai, dall’inizio alla fine del loro lavoro. Io stesso lo avevo visto una volta sola sul pontile – un vecchietto nero, cieco da un occhio, con una tunica candida e le babbucce gialle. Una folla di pellegrini malesi, ai quali aveva fatto qualche regalo in viveri o in denaro, gli stava baciando la mano con riverenza. Avevo sentito dire che le sue opere di carità erano numerosissime e si estendevano quasi all’intero Arcipelago. Non è detto forse che «l’uomo caritatevole è l’amico di Allah»?
Un ottimo (e pittoresco) armatore arabo, di cui nessuno si dava troppo pensiero, e una gran bella nave scozzese – tale era in effetti dalla chiglia in su – di facile manutenzione, capace di tener bene il mare in ogni circostanza e, se non fosse stato per il sistema a propulsione interna, del tutto degna dell’amore di ogni marinaio. Ancora oggi nutro un grande rispetto per la sua memoria. Quanto poi al genere dei suoi traffici e al carattere dei miei compagni, non avrei potuto essere più fortunato nemmeno se me li fossi fatti creare appositamente da un mago benevolo.
Pure, all’improvviso, abbandonai tutto. Lo feci in quel modo illogico per noi, con cui un uccello vola via dal ramo confortevole di un albero. Come se inconsciamente avessi sentito o visto qualcosa. Be’ – forse! Un giorno tutto era perfettamente a posto e l’indomani tutto era scomparso – l’incantesimo, il piacere, l’interesse, la soddisfazione – proprio tutto. Era uno di quei momenti, sapete. Il nascente malessere della tarda giovinezza si impadronì di me e mi trascinò via. Mi trascinò via da quella nave, voglio dire.
Eravamo solo quattro uomini bianchi a bordo. La maggioranza dell’equipaggio era composta di calasci, due sottufficiali erano malesi. Il capitano mi squadrò a lungo, come cercando di capire che cosa mi fosse successo. Ma era un marinaio, e un tempo era stato giovane anche lui. Presto un sorriso comparve sotto i suoi grossi baffi brizzolati e osservò che, certo, se sentivo la necessità di dover lasciare la nave, non poteva trattenermi a forza. Si rimase intesi che sarei stato liquidato il mattino successivo. Ma, ad un tratto, mentre stavo uscendo dalla sala nautica, aggiunse in tono strano e meditabondo che mi augurava di trovare tutto quel che cercavo e per cui ero così ansioso di andarmene. Questo parlare enigmatico e non privo di dolcezza penetrò dentro di me più profondamente di una punta di diamante. Penso proprio che doveva aver capito il mio problema.
Il secondo ufficiale di macchina reagì invece in maniera diversa. Era un robusto ragazzo scozzese con la faccia liscia e gli occhi chiari. Dalla scaletta di boccaporto della sala macchine emerse prima il suo onesto faccione rubicondo, poi l’intera persona ben piantata. Aveva le maniche della camicia rimboccate mentre con degli strofinacci di cotone si asciugava i solidi avambracci. Nei suoi occhi chiari c’era un evidente disappunto per la fine della nostra amicizia. Disse in tono grave: «Benone, ho sempre pensato che prima o poi saresti tornato a casa per sposare una qualsiasi ragazzotta».
In tutto il porto si sapeva quanto John Niven fosse ferocemente misogino, e l’assurdità del suo scatto mi convinse che voleva essere sgradevole – molto sgradevole. Aveva voluto dire la cosa più offensiva che gli era venuta in mente. La mia risata risuonò come una disapprovazione: solo un vero amico poteva arrabbiarsi a quel punto. Mi sentii un po’ mortificato. Anche il primo ufficiale di macchina considerò in modo tutto suo il mio caso. Ma ebbe toni più benevoli.
Anche lui era giovane, ma d’aspetto fragile e con una scura barba lanuginosa che gli incorniciava il viso scavato. Tutto il giorno, fino a sera, in mare e in porto, lo si vedeva muoversi in fretta su e giù per il ponte di poppa, con un’espressione concentrata e estatica che aveva le sue radici in una costante percezione di spiacevoli sensazioni fisiche nel suo metabolismo. In effetti, era un dispeptico di vecchia data. La sua opinione sul mio caso era di estrema semplicità. Disse che alla base doveva esserci una disfunzione epatica. Certamente! Mi suggerì di fermarmi per un altro viaggio e di trangugiare nel frattempo una specialità in cui lui aveva una fiducia assoluta. «Ti dico subito cosa faccio. Te ne prendo due flaconi, di tasca mia. Vedrai. Più di questo non posso dirti, non ti sembra?».
Credo che, al minimo segno di debolezza da parte mia, avrebbe commesso quella efferatezza (o, se più vi piace, quell’atto generoso). Ma in quel momento ero più scontento, disgustato e intestardito che mai. Gli ultimi diciotto mesi, così ricchi di esperienze nuove e varie, mi apparivano come un deprimente, banale spreco di tempo. Avvertivo – come potrei dire? – che da quell’esperienza non si poteva trarre alcuna verità.
Quale verità? Per me era difficile farlo capire. È probabile che, se qualcuno mi avesse messo alle strette, avrei reagito mettendomi a piangere. Ero abbastanza giovane da farlo.
L’indomani col capitano sistemammo la mia pratica alla Capitaneria di porto. Era uno stanzone alto, fresco, imbiancato, dove la luce schermata del giorno balenava serenamente e dove tutti (funzionari e pubblico) erano vestiti di bianco. Solo nella parte centrale, la doppia fila delle massicce scrivanie ben lustrate e cosparse di cartelline azzurre, mandava scuri riflessi. Degli enormi punkah mandavano dall’alto una leggera corrente d’aria in quell’interno luminoso e sulle nostre teste sudate.
Il funzionario che era dietro la scrivania alla quale ci accostammo fece un risolino affabile fino a quando alla meccanica domanda di prammatica: «Sbarca per licenza?», il mio capitano rispose: «No, sbarco definitivo». Allora il suo risolino lasciò il posto a un atteggiamento e a un tono formale. Non mi rivolse più lo sguardo fino a quando mi consegnò con aria quasi addolorata i miei documenti, quasi fossero il lasciapassare per gli Inferi.
Mentre li stavo riponendo chiese qualcosa a bassa voce al capitano e udii che questi gli rispondeva con allegria:
«No. Ci lascia per tornare a casa».
«Oh!», esclamò l’altro, compiangendo con un gesto del capo la mia sorte infelice.
Non l’avevo mai incontrato fuori dell’ufficio, pure si sporse dalla scrivania per darmi una affettuosa stretta di mano, come si farebbe con un poveraccio destinato all’impiccagione; e io temo di aver recitato il mio ruolo con villania, con l’insensibilità di un delinquente incallito.
L’arrivo di un postale per l’Inghilterra non era annunciato prima di tre o quattro giorni. Ormai ero un marinaio senza imbarco e avevo, almeno temporaneamente, rotto i miei rapporti col mare. E visto che ero in effetti un semplice potenziale passeggero, mi sembrò più opportuno andare ad alloggiare in un albergo. Ce n’era uno proprio vicino alla capitaneria, un edificio basso, ma piuttosto fastoso, che ostentava i suoi padiglioni bianchi, a colonnati, circondati da aiuole ben ordinate. Una volta là dentro mi sarei sentito un vero passeggero! Gli lanciai un’occhiata diffidente e mi incamminai verso l’Officers’ Sailors’ Home.
Procedetti in pieno sole, senza farci troppa attenzione, e poi, all’ombra dei grandi alberi dell’Esplanade, senza godermela. Il caldo dell’Oriente tropicale calava attraverso i rami verdeggianti, soffocando il mio corpo sotto gli abiti leggeri e attaccandosi alla mia rabbia di ribelle, come a derubarla della sua libertà.
L’Officers’ Home era un grande bungalow con un’ampia veranda e un giardino, separato dalla strada, con cespugli e pochi alberi, bizzarramente simile a un piccolo parco di periferia. Aveva un po’ l’aria di un circolo residenziale privato, ma vi si avvertiva anche una certa atmosfera governativa, essendo amministrato dalla Capitaneria. La qualifica ufficiale del suo direttore era di “Capo cambusiere”: era un ometto melanconico, pieno di rughe, che se avesse indossato gli abiti di un fantino vi si sarebbe trovato alla perfezione. Era evidente, però, che a un certo punto della sua vita, in un modo o nell’altro, aveva avuto a che fare con il mare. Anche se probabilmente s’era trattato di un fallimento.
Avrei giudicato il suo compito molto facile se lui stesso non mi avesse detto che, per una ragione o per l’altra, quel posto lo avrebbe portato a morte. Tutto questo mi risultava abbastanza strano. Forse per lui qualsiasi cosa costituiva una seccatura, e quindi ogni arrivo di un cliente sembrava infastidirlo.
Io invece, entrando, pensavo che un nuovo ospite gli facesse piacere. C’era un silenzio di tomba. Nel soggiorno non si vedeva nessuno e anche la veranda era deserta, ad eccezione di un uomo sonnecchiante, in fondo, su una poltrona a sdraio, che al rumore dei miei passi aprì un solo orribile occhio da pesce fradicio. Non lo avevo mai visto prima. Tornai indietro e, attraversata la sala da pranzo – un locale squallido con un punkah che pendeva immobile sopra la tavola al centro – bussai a una porta dove, in lettere nere, era scritto “Capo cambusiere”.
Al mio bussare rispose un biascicare annoiato e querulo: «Oh Dio, oh Dio! Che cosa c’è ora?». Entrai senza esitare nella stanza.
Era per lo meno inusuale trovare una camera del genere ai tropici. Era immersa nella penombra e vi regnava un’aria pesante. L’amico aveva attaccato alle finestre tendine di pizzo molto ampie, piene di polvere e a buon mercato. Molte scatole di cartone, del tipo di quelle impiegate in Europa dalle modiste e dalle sarte, erano ammassate negli angoli; inoltre il nostro uomo si era procurato in qualche modo il tipo di mobilia che avrebbe potuto provenire da qualche rispettabile salotto dell’East End londinese – un divano imbottito di crine di cavallo e poltrone dello stesso tipo.
Osservai sulle spalliere di quei mobili di pessimo gusto delle sudice fodere: il tutto incuteva un certo rispetto in quanto non si poteva immaginare per quale misteriosa ragione, bisogno o fantasia, quelle cose fossero state messe insieme. Il loro proprietario si era tolto la giacca e in pantaloni bianchi e maglietta a maniche corte si aggirava dietro gli schienali delle poltrone, accarezzandosi i magri gomiti.
Quando seppe che ero venuto per fermarmi, emise un’esclamazione di disappunto, ma non poté negare che di stanze vuote ce n’erano in abbondanza.
«Benissimo. Può darmi quella dell’altra volta?».
Da dietro le scatole di cartone che erano sulla tavola e che forse un tempo avevano contenuto guanti o fazzoletti o cravatte, udii un flebile lamento. Mi chiedo ancora cosa tenesse dentro quelle scatole. Nella stanza c’era un tanfo di corallo in putrefazione, o di polvere orientale, e di esemplari zoologici. Potei solo intravvedere la sommità del suo capo e gli occhi melanconici piantati su di me oltre quella barriera.
«È solo questione di un paio di giorni», dissi nell’intento di tranquillizzarlo.
«Le dispiacerebbe pagare in anticipo?», propose con una certa ansia nella voce.
«Non ci penso nemmeno», esplosi, appena ritrovata la parola.
«Mai sentito una simile bestialità! Diavolo, che razza di faccia tosta…».
Si prese il capo fra le mani in un gesto di disperazione che attenuò la mia ira.
«Oh Dio, oh Dio! Non si arrabbi. È una richiesta che faccio a tutti».
«Ne dubito», dissi seccamente.
«Be’, d’ora innanzi lo farò. E se voi signori accettaste di pagarmi in anticipo riuscirei a far pagare il conto anche a Hamilton. Quando torna a terra è sempre senza un penny e quando ha qualche soldo si rifiuta sempre di saldare i conti. Proprio non so come comportarmi con lui. Mi insulta e dice che non posso buttare un bianco in mezzo alla strada. Così se solo volesse…».
Ero a dir poco senza parole, non volevo crederci. Pensai ad una gratuita impertinenza da parte di quell’ometto. Gli risposi che avrei preferito piuttosto vedere lui e Hamilton sulla forca e lo invitai ad accompagnarmi nella mia stanza senza ammannirmi altre sciocchezze. Allora estrasse da non so dove una chiave e mi fece strada, abbandonando la sua tana e lanciandomi nel passare un’occhiata diffidente.
«C’è qui qualcuno che conosco?», domandai prima che lasciasse la mia stanza.
Aveva riacquistato il suo tono lamentoso e stizzito, e mi informò che c’era il capitano Giles, appena tornato da un viaggio nel Mare di Sulu. C’erano poi altri due ospiti. Tacque per un attimo. E naturalmente Hamilton, aggiunse.
«Oh, già, Hamilton», dissi e il tapino si allontanò con un ultimo borbottio.
Quando, all’ora di colazione, entrai in sala da pranzo, ero ancora risentito per la sua sfacciataggine. Era lì al lavoro, a sorvegliare i domestici cinesi. La colazione era apparecchiata solo a un’estremità del lungo tavolo e il punkah smuoveva lentamente l’aria torrida, perlopiù sopra quella distesa di legno lustro. Eravamo in quattro a tavola. Uno era lo sconosciuto che avevo visto sonnecchiare sulla poltrona. Ora teneva semiaperti gli occhi che però sembravano non vedere nulla. Si dondolava. Accanto a lui c’era un personaggio dall’aria affettata, con le basette corte e il volto sbarbato. Naturalmente era Hamilton. Non ho mai visto nessuno così contegnoso e così compiaciuto per la posizione che la Provvidenza gli aveva concesso nella vita. Mi avevano detto che mi considerava solo un outsider. Al rumore che feci tirando la sedia per accomodarmi al tavolo non alzò, non dico gli occhi, ma nemmeno le sopracciglia.
Il capitano Giles era a capotavola. Scambiai con lui qualche convenevole e sedetti alla sua sinistra. Corpulento e pallido, con una calvizie che ricordava una cupola lucente e gli occhi scuri sporgenti, sembrava tutto meno che un uomo di mare. Se si fosse presentato come architetto nessuno avrebbe trovato da ridirvi. A me (so che può sembrare assurdo) sembrava un sacrestano. Aveva l’apparenza di un uomo dal quale sarebbe stato possibile avere giudiziosi consigli, pareri morali, magari con l’aggiunta di qualche luogo comune dettato non dalla voglia di far colpo ma da una sincera convinzione.
Malgrado fosse ben noto e stimato nell’ambiente marittimo non aveva un lavoro fisso. Non lo voleva. Aveva una sua posizione particolare. Era un vero professionista, un esperto – come dire? – in navigazioni difficili. Si riteneva che conoscesse meglio di qualsiasi altro le parti più remote dell’Arcipelago, appena segnate sulle carte nautiche. Il suo cervello conteneva un ordinato magazzino di diverse scogliere, di posizioni, rilevamenti, caratteristiche dei promontori, profili di coste sconosciute, di innumerevoli isole, deserte o no. Tutte le navi, per esempio, dirette a Palawan o in luoghi simili, avrebbero voluto avere a bordo il capitano Giles, o per un comando temporaneo o per «assistere il capitano». Correva voce che percepisse uno stipendio fisso da una grande compagnia cinese di navigazione per eventuali prestazioni di questo tipo. Inoltre era sempre pronto a dare il cambio a chi desiderasse prendersi qualche giorno di ferie a terra. Che io sappia nessun armatore aveva trovato a ridire su questi accomodamenti. Era infatti opinione molto diffusa che il capitano Giles valesse quanto i migliori del suo campo, se non di più. Ma per Hamilton, restava anche lui un «outsider». Penso che per lui, nella generica definizione di “outsider” rientrassimo tutti; anche se credo che nel suo intimo facesse qualche distinguo. Non tentai nemmeno di avviare una conversazione con il capitano Giles che non avevo visto più di due volte in vita mia. Naturalmente, sapeva chi ero. Dopo un po’, voltando il testone lucido dalla mia parte, attaccò discorso per primo, cordialmente, come era sua abitudine. Avendomi visto lì, mi disse, immaginava che fossi sbarcato a terra per un paio di giorni di licenza.
Parlava in toni bassi. Alzando un po’ il timbro della voce, gli risposi che no, avevo abbandonato la nave per sempre.
«Libero per un po’ di tempo», commentò lui.
«Proprio così… dalle undici di oggi», replicai.
Sentendoci parlare, Hamilton aveva interrotto la sua colazione. Depose lentamente il coltello e la forchetta, si alzò, borbottò qualche cosa su «questo caldo infernale che manda via l’appetito» ed uscì dalla stanza. Lo udimmo scendere i gradini della veranda e andar via quasi subito.
A questo punto il capitano Giles commentò che certamente l’amico era andato via per cercare di avere il posto che avevo lasciato. Il capo cambusiere, che se ne era stato sino ad allora appoggiato alla parete, si avvicinò al tavolo con la sua faccia da capra infelice, rivolgendosi a noi con il solito tono lamentoso. Continuava a lagnarsi di Hamilton. Proprio per i suoi conti mai saldati aveva continui guai con la Capitaneria del porto. Sperava proprio che potesse avere il mio posto, anche se non credeva che questo avrebbe cambiato la situazione. Nel migliore dei casi, un sollievo provvisorio.
Dissi: «Non ci pensi nemmeno. Il mio posto è già stato preso. Il mio successore è già a bordo».
Ne fu sorpreso e mi sembrò che a quella notizia si immusonisse di più. Il capitano Giles rise sommessamente. Ci alzammo e uscimmo sulla veranda, lasciando lo sconosciuto ciondolante alle cure dei domestici cinesi. Vidi, da ultimo, che gli avevano depositato davanti un piatto con una fetta di ananas e si erano allontanati di qualche passo, osservando con curiosità le sue reazioni. Ma l’esperimento non diede alcun risultato e il nostro uomo continuò a sonnecchiare.
Il capitano Giles mi informò a bassa voce che era un ufficiale del panfilo di qualche rajah ancorato nel nostro porto. Deve aver fatto “qualche baldoria” la notte scorsa, aggiunse arricciando il naso con un’aria confidenziale che apprezzai molto. Il capitano Giles aveva un gran fascino personale. Gli si attribuivano avventure straordinarie e qualche misteriosa tragedia, ma nessuno aveva niente da dire contro di lui. Continuò:
«Ricordo ancora la prima volta che sbarcò in questo porto. Era qualche anno fa e mi sembra ancora ieri. Era un bel ragazzo. Oh, questi bei ragazzi!».
Non potei fare a meno di ridere. Mi guardò con meraviglia, poi rise anche lui. «No, no! Non intendevo…», esclamò. «Intendevo che qui alcuni di loro si infiacchiscono troppo in fretta».
In tono scherzoso gli feci rilevare che la causa principale era il caldo infernale. Ma il capitano Giles mi diede una versione di una filosofia più profonda. In Oriente i bianchi avevano una vita facile. Ed era logico. La difficoltà stava per loro nel continuare a vivere da bianchi, e alcuni di questi ragazzi non ci riuscivano. Mi diede un’occhiata scrutatrice e con tono benevolo, quasi paterno mi chiese a bruciapelo:
«Perché ha abbandonato l’imbarco?».
Mi infuriai di colpo: capirete come fosse esasperante per me una domanda simile alla quale non sapevo come rispondere. Dissi a me stesso che avrei dovuto tappare la bocca a quel moralista; a lui, alzando la voce, risposi con insolente affabilità:
«Perché?… Non approva?».
Rimase interdetto. Mormorò solo un po’ incerto: «Io!… Generalmente…» e non mi chiese più nulla. Si ritirò in buon ordine, salvandosi con la battuta banalmente giocosa che anche lui stava rammollendosi e che, a quell’ora – quando era a terra – schiacciava un pisolino. «Pessima abitudine. Davvero pessima abitudine».
Il suo ingenuo candore avrebbe disarmato anche una permalosità più giovanile della mia. Perciò il giorno dopo a colazione, quando mi si avvicinò per dirmi che la sera prima aveva incontrato il mio capitano e aggiunse a bassa voce: «Gli dispiace molto che lei se ne sia andato. Non aveva mai trovato un secondo che gli andasse così a genio», gli risposi con sincerità, senza complimenti, che anch’io non ero mai stato tanto bene come su quella nave e con quel comandante in tutta la mia vita di marinaio.
«Ma, allora?», borbottò.
«Non ha ancora afferrato, capitano Giles, che voglio tornare a casa?»
«Sì», disse affabile, «cose del genere le ho sentite tante volte in passato».
«E con questo?», replicai. Lo giudicavo in quel momento l’uomo più ottuso, più privo di fantasia che avessi mai incontrato nella mia vita. Non so che altro gli avrei detto se allora non fosse entrato Hamilton. Era in ritardo e prese il suo solito posto. Borbottai a bassa voce:
«Questa volta, però, lo vedrà anche fare!».
Hamilton, perfettamente sbarbato, fece un rapido cenno di saluto al capitano Giles ma non degnò me nemmeno di uno sguardo; e quando aprì bocca fu solo per rimproverare il capo cambusiere: non era lecito servire a un gentiluomo una vivanda come quella che aveva servito nel suo piatto. L’infelice, apostrofato, non ebbe nemmeno la forza di rispondere. Si limitò ad alzare gli occhi al punkah e fu tutto. Il capitano Giles e io ci alzammo da tavola e lo sconosciuto che era seduto accanto a Hamilton fece lo stesso, manovrando con difficoltà per mantenere l’equilibrio. Povero diavolo, aveva fatto quanto era nelle sue possibilità per ingurgitare un po’ di quell’indegno cibo, non perché avesse appetito ma all’unico scopo di darsi un contegno. Ma, dopo aver lasciato cadere due volte la forchetta e sentendosi a disagio, era rimasto seduto immobile, con un’aria molto mortificata e uno sguardo vuoto, quasi attonito. A tavola, sia io che Giles evitammo di guardare verso di lui.
Arrivato sulla veranda si arrestò di colpo per rivolgerci in tono concitato un lungo discorso di cui non riuscii a capire una sola parola. Ma quando il capitano Giles, dopo qualche attimo di riflessione, gli rispose in tono affabile: «Sicuro, certamente. Ha perfettamente ragione», sembrò rasserenato e ci lasciò, camminando abbastanza dritto, per raggiungere una poltrona a sdraio un po’ appartata.
«Ma che voleva dire?», chiesi nauseato.
«Non lo so. Non bisogna mai essere spietati verso il prossimo. È già abbastanza infelice per conto suo, può esserne sicuro; e starà ancora peggio domani».
A giudicare da quello che vedevo, mi sembrava difficile. Mi chiesi quali contorti stravizi avessero ridotto quell’uomo in uno stato simile. L’atteggiamento benevolo del capitano Giles era rovinato da una strana aria di compiacimento che finì per infastidirmi. Dissi sorridendo:
«Be’, c’è sempre lei ad assisterlo».
Fece un gesto come per respingere quell’ipotesi, sedette e prese un giornale. Lo imitai. I giornali erano vecchi e senza interesse, pieni, per di più, di monotone e banali descrizioni delle celebrazioni per il primo giubileo della regina Vittoria. Ci saremmo probabilmente lasciati andare al solito dormiveglia dei pomeriggi tropicali, se la voce di Hamilton, che stava finendo di far colazione, non si fosse fatta sentire. Le grandi doppie porte rimanevano sempre completamente spalancate e Hamilton non poteva immaginare che eravamo seduti vicino all’entrata. Lo udimmo rispondere in tono sprezzante e arrogante a una richiesta avanzata dal capo cambusiere:
«Non mi piace essere forzato a fare qualcosa che non desidero. Saranno contenti di avere un gentiluomo, immagino. Non c’è fretta…».
Seguì un lungo bisbiglio da parte del capo cambusiere, poi udimmo ancora Hamilton che in tono ancora più sprezzante diceva:
«Cosa? Quel giovane somaro che si crede chissà chi per essere stato a lungo il secondo di Kent?… Assurdo…».
Giles e io ci guardammo. Kent era il nome del mio ex capitano. Giles mi bisbigliò: «Sta parlando di lei», ma la sua informazione mi sembrò fiato sprecato. Il capo cambusiere doveva essere rimasto sulle sue posizioni, quali che fossero gli argomenti di Hamilton, perché sentii quest’ultimo che diceva con sempre maggiore arroganza e, se possibile, con maggior calore:
«Sciocchezze, caro mio. Non ci si mette in concorrenza con un volgare outsider come quello. C’è sempre tempo».
Poi avvertimmo un trascinare di sedie, passi e lamentose proteste del capo cambusiere, che stava inseguendo Hamilton fino all’aperto oltre l’ingresso principale.
«È un gran maleducato», commentò il capitano Giles – “superfluo”, pensai. «Un gran maleducato. Le è capitato di offenderlo in qualche modo?»
«Mai parlato con lui in vita mia», risposi in tono burbero. «Non riesco nemmeno a capire cosa voglia dire quando parla di concorrenza. Ha cercato di farsi dare il posto che ho lasciato ma evidentemente non c’è riuscito. Ma che c’entra questo con la concorrenza?»
Il capitano Giles scosse meditabondo il suo cordiale testone. «No, non c’è riuscito», ripeté lentamente. «No, non sarà facile con Kent. Kent è ancora molto dispiaciuto che lei lo abbia lasciato. E la ritiene un buon marinaio».
Buttai il giornale che tenevo ancora in mano. Mi alzai di scatto e battei sul tavolino con la palma aperta. Volevo sapere perché il capitano insistesse tanto sull’argomento, che era una mia questione assolutamente personale. Finiva proprio per essere esasperante. Il capitano Giles mi indusse al silenzio con la tranquilla serenità del suo sguardo. «Non è il caso di arrabbiarsi», mormorò flemmatico con l’evidente desiderio di calmare l’esasperazione infantile che aveva suscitato con le sue chiacchiere. E infatti era un uomo dall’atteggiamento così innocuo che, appena potei, cercai di giustificarmi. Gli dissi che non desideravo più sentir parlare di quello che era accaduto e che per me era morto e sepolto. Il passato era stato bello, ma ora che lo avevo alle spalle preferivo non tornarci sopra e neppure pensarci. Ormai avevo deciso di rientrare a casa.
Ascoltò l’intera tirata in uno strano atteggiamento, quasi tendendo l’orecchio come a cercare di trovare qualche nota stonata nelle cose che dicevo: poi si alzò e sembrò meditare con attenzione sulla questione.
«Sì. Mi aveva detto che pensava di tornare a casa. Ha già qualcosa in vista là?».
Invece di rispondergli che questi non erano affari suoi dissi turbato:
«Niente che io sappia».
In effetti avevo già valutato questo aspetto piuttosto oscuro della situazione in cui mi ero cacciato e che io stesso avevo determinato lasciando all’improvviso il mio più che soddisfacente lavoro. E non ne ero troppo soddisfatto. Avevo una gran voglia di dire a Giles che il buon senso non aveva nulla a che vedere con quello che avevo fatto, e che quindi questa faccenda non era degna dell’interesse che gli attribuiva. Ma ora Giles stava fumando la sua pipetta di legno e sembrava così inoffensivo, ottuso e banale, che non valeva la pena di protestare nei suoi confronti, opponendogli la verità o il sarcasmo.
Emise una nuvola di fumo, poi mi colse di sorpresa con un pungente: «Ha già versato i soldi per il viaggio?».
Sopraffatto dall’impudente ostinazione di un uomo al quale era difficile rispondere sgarbatamente, risposi con amabilità esagerata di non averlo ancora fatto. Pensavo che avrei avuto il tempo necessario per farlo l’indomani.
E stavo per andarmene, sottraendo la mia privacy ai suoi futili e vani sforzi di cercare di conoscerne la sostanza quando Giles depose la pipa con un gesto molto significativo, capite, come se finalmente fossimo arrivati al punto centrale, e si sporse da un lato sulla tavola che ci separava.
«Ah, non ha ancora pagato!». Abbassò la voce con fare misterioso. «Bene, allora credo debba proprio sapere che qui sta accadendo qualcosa».
Mai in tutta la mia esistenza mi ero sentito così distaccato da tutti gli avvenimenti terreni. Il mare mi aveva appena restituito la libertà, ma conservavo la mentalità tipica del marinaio, di totale autonomia nei confronti di tutte le vicende di terra. In che modo potevano interessarmi? Osservavo l’animazione del capitano Giles più con alterigia che con curiosità.
Alla sua domanda, che voleva essere un’introduzione al discorso successivo, se il capo cambusiere quel giorno mi avesse raccontato qualcosa, risposi negativamente. E aggiunsi che, se lo avesse fatto, avrebbe trovato scarsi incoraggiamenti da parte mia. Non avevo alcuna intenzione di conversare con lui.
Insensibile al mio tono impertinente, il capitano Giles, con aria di grande saggezza, cominciò a raccontarmi nei minimi dettagli una storia su un piantone indigeno della Capitaneria. Una storia senza capo né coda. Quella mattina si era visto un piantone passare sulla veranda con una lettera in mano. Era una busta ufficiale. Come abitudine di quella gente, il piantone l’aveva mostrata al primo bianco che aveva incontrato. Era il nostro amico della poltrona a sdraio, il quale, lo sapevo, non era in grado di interessarsi a quel che avveniva sul nostro pianeta. Si era limitato a far cenno al piantone di andarsene. Quello allora aveva continuato ad aggirarsi lungo la veranda e aveva incrociato il capitano Giles, che si trovava lì per una straordinaria combinazione…
A questo punto Giles si interruppe indirizzandomi uno sguardo carico di significato. La lettera, continuò, era diretta al capo cambusiere. Ora, come mai il capitano Ellis, il comandante del porto, scriveva al capo cambusiere? Questi si recava ogni mattina alla Capitaneria a portare il suo rapporto, a prendere ordini e via dicendo. Era tornato da appena un’ora e già il piantone lo cercava per consegnargli la lettera. Come mai?
E cominciò a fare varie congetture. Non era per questo, non poteva essere per quello, l’altra ipotesi non aveva fondamento…
La vacuità di quel discorso mi lasciava sbalordito. Se quell’uomo non fosse stato, in qualche modo, una persona simpatica, la sua leggerezza mi avrebbe colpito come un insulto. Qualche cosa nel suo sguardo, estremamente serio, mi trattenne dallo scoppiare a ridergli in faccia. Riuscii persino a non sbadigliare. Rimasi solo a fissarlo stupito.
Il suo tono si fece sempre più misterioso. Non appena l’amico (intendeva il capo cambusiere) aveva avuto la lettera, si era precipitato a prendere il cappello e era corso via come un fulmine. Ma non perché la lettera lo chiamasse alla Capitaneria. Non si era recato lì. Non era rimasto via abbastanza per esserci andato. Era tornato presto tutto affannato, in un baleno aveva sbattuto via il cappello e si era messo ad andare su e giù per la sala da pranzo lamentandosi e battendosi la fronte. Il capitano Giles aveva osservato tutti questi fatti e queste strane circostanze. Da allora, a quanto pareva, ci stava riflettendo.
Cominciò a farmi pena. E con tono che cercai di rendere il meno sarcastico possibile, mi dissi lieto che avesse trovato il modo di impegnare così le sue ore della mattina.
Con la sua disarmante naturalezza mi fece rilevare, come se fosse cosa di grande interesse, quanto era strano che egli avesse trascorso la mattinata lì dentro. Generalmente prima della colazione era fuori, in giro per gli uffici, a vedere i suoi amici al porto, e via dicendo. Invece quel giorno, quando si era alzato si era sentito indisposto. Niente di grave. Quel tanto che bastava a renderlo pigro.
Tutto questo veniva detto mentre il suo sguardo diveniva sempre più serio e contegnoso; e ciò, aggiunto alla futilità del discorso, suggeriva l’impressione di una tranquilla e cupa follia. E quando spostò leggermente la sedia e abbassò il tono della voce dando al suo dire una profonda nota di mistero, mi balenò in mente che una buona reputazione professionale non è sempre garanzia di un intelletto equilibrato.
Non pensai allora che non sapevo in che cosa consistesse esattamente un vero equilibrio mentale e quanto questa questione fosse delicata, e, tutto sommato, d’importanza relativa. Cercando di non urtare la sua permalosità feci un cenno di assenso per mostrare il mio interesse. Ma quando mi chiese con fare misterioso se ricordavo quel che era accaduto tra il capo cambusiere e «quell’Hamilton», mi limitai a un borbottio affermativo girando la testa altrove.
«Sì, ma ha presente ogni parola?», insistette con garbo.
«Non so. Non erano affari miei», sbottai mentre dentro di me mandavo al diavolo sia il capo cambusiere che Hamilton.
Speravo di avergli fatto capire che ne avevo abbastanza di quella storia, ma il capitano Giles continuò a fissarmi pensieroso. Niente poteva farlo smettere. Continuò dicendo che in quella storia c’entravo anch’io. E poiché continuavo a mostrarmi indifferente, divenne addirittura spietato. Avevo sentito che cosa aveva detto quell’uomo? Sì? Che cosa ne pensavo? Voleva saperlo.
Poiché l’atteggiamento del capitano Giles sembrava escludere anche la più lontana malizia mi convinsi che era l’essere più stupido e indiscreto del mondo. Quasi mi disprezzai per la debolezza di aver cercato di aprirgli quella testa così dura. Tentai di spiegargli che non avevo alcuna opinione in proposito. Hamilton non meritava che qualcuno si soffermasse tanto su di lui. Quel che poteva pensare o dire un maleducato, fannullone come lui… «Oh, sì, certo», mi rispose interrompendomi il capitano Giles… non meritava neanche il disprezzo di una persona per bene, e io non intendevo pensarci più.
Mi sembrava tanto logico e ovvio di dovermi comportare così che rimasi stupito di non avere, da parte di Giles, nemmeno un cenno di approvazione. Una stupidità così assoluta diveniva persino interessante.
«Che dovrei fare secondo lei?», gli chiesi ridendo. «Non mi metterò ad attaccare lite con lui perché ha un’idea poco lusinghiera nei miei confronti. So che va sparlando di me. Ma non mi ha mai espresso direttamente la sua disistima. Anche un momento fa non sapeva che noi lo stavamo ascoltando. Finirei solo col rendermi ridicolo».
L’inesorabile capitano Giles continuava a fumare pensieroso la pipa. A un tratto si illuminò in volto e disse:
«Non ha capito il senso del mio discorso».
«Davvero? Sarei contento di sapere qual è?».
Sempre più animato ribadì che non avevo capito niente. E in tono molto compiaciuto mi disse che erano poche le cose che sfuggivano alla sua attenzione e che era una sua vecchia abitudine rifletterci a fondo, e che, data la sua esperienza di vita e di uomini, finiva, in generale, per arrivare alla conclusione giusta.
Questa manifesta presunzione si addiceva perfettamente alla futilità della nostra conversazione. Ciò aumentava in me la convinzione che la vita fosse un succedersi di giorni perduti. Non era stata proprio questa sensazione a farmi lasciare, quasi inconsciamente, un posto tranquillo, dei cari compagni? Proprio per la paura del vuoto… e ora questo vuoto lo ritrovavo alla prima svolta. Avevo dinanzi un uomo che tutti stimavano, ritenevano molto capace e che invece si rivelava, nei fatti, un parolaio noioso e incongruente. E così probabilmente era dovunque, in ogni parte della terra, da oriente a occidente, dalla cima al fondo della scala sociale.
Fui preso da un grande sconforto. Da una sorta di torpore spirituale. Le chiacchiere di Giles continuavano sempre in tono compiaciuto. Era la voce della vuota vanità universale. Ma non ero più in collera con lui. Oramai non ci si poteva aspettare dal mondo qualcosa di originale, di nuovo, di sorprendente, di significativo: nessuna possibilità di scoprire qualcosa di noi stessi, nessuna saggezza da conquistare, nessun piacere da apprezzare. Tutto era sciocco e sopravvalutato, proprio come il capitano Giles. E così sia.
Ad un tratto sentii il nome di Hamilton e mi scossi.
«Credevo che avessimo chiuso con lui», dissi con tutto il disgusto possibile.
«Sì. Ma considerando ciò che abbiamo ascoltato poco fa, dovrà farvi attenzione».
«Dovrei fare cosa?», e mi alzai sbalordito. «Fare che?».
Il capitano Giles mi guardò molto sorpreso.
«Cosa? Allora perché le sto parlando? Deve andare a chiedere al capo cambusiere che c’era scritto nella lettera della Capitaneria. Chiederglielo, senza tante storie».
Rimasi per un momento senza parole. La faccenda aveva assunto un corso così strano e inatteso da divenire incomprensibile. Mormorai sbalordito:
«Ma credevo che fosse Hamilton che lei…».
«Giusto. Occorre impedirglielo. Mi dia retta. Prenda il capo cambusiere alla sprovvista. Scommetto che farà un salto», insisté il capitano Giles agitando eloquentemente la pipa. Poi ne trasse tre rapidi sbuffi.
Aveva assunto un’aria di perspicacia trionfante indescrivibile, soddisfatto della propria sagacia. Malgrado tutto, era simpatico. La sua cordialità, che spirava da tutti i pori, era ridicola, ma anche commovente e perfino sconcertante. Però faceva saltare i nervi. Gli feci osservare, freddamente, come chi si trovi dinanzi una cosa incomprensibile, che non vedevo la ragione di espormi alle villanie di un simile individuo. Un meschino capo cambusiere e per di più uno sciagurato al quale avrei volentieri torto il collo.
«Torcergli il collo!», esclamò in tono scandalizzato il capitano Giles. «Bell’affare combinerebbe!».
Era un’osservazione così banale che si poteva non rispondergli. In effetti, a lungo andare, quel cumulo di assurdità finiva per influenzare anche me. Dovevo farlo tacere. Mi alzai, e dissi seccamente che per me lui era troppo complicato e non arrivavo a capirlo.
Ma non mi ero ancora mosso che il capitano aveva già ripreso il suo discorso in un tono che s’era fatto ostinato, e continuava a far sbuffare la pipa.
«Certo, è proprio un furfante senza importanza. Ma lei gli faccia quella domanda. E basta».
Quel tono mi colpì. Mi fermai un istante. Ma poiché il buon senso ebbe di nuovo la meglio, mi allontanai dalla veranda con un sorriso senza allegria. Fatto qualche passo mi trovai nella sala da pranzo, ormai sparecchiata e deserta. Ma erano stati sufficienti quei pochi momenti perché i pensieri più disparati si affollassero nella mia mente: che Giles si era burlato di me, divertendosi alle mie spalle, che forse avevo l’aria di uno sciocco o di un credulone, che sapevo ben poco della vita…
Con mia grande sorpresa, la porta dinanzi a me dall’altra parte della stanza si aprì di colpo. Era quella dove era scritto “Capo cambusiere”. E proprio il nostro uomo con la sua costante aria di bestia inseguita, sbucò fuori quasi correndo dalla sua maleodorante tana da filisteo, avviandosi verso la porta del giardino.
Nemmeno oggi so che cosa mi spinse a chiamarlo: «Ehi», dissi. «Aspetti un momento». Forse fu lo sguardo obliquo che mi aveva lanciato, forse ero ancora sotto l’influenza dell’espressione intensa e misteriosa del capitano Giles. Comunque fu un impulso inarrestabile, il risultato di quella forza che si nasconde nella nostra esistenza e in qualche modo la permea tutta. Se quelle parole non mi fossero mai uscite dalle labbra (la volontà non vi ebbe parte alcuna) la mia vita sarebbe ancora stata, certamente, una vita da marinaio, ma in direzioni che oggi non so nemmeno immaginare.
No. La mia volontà non c’entrò proprio. In verità, appena lanciato quel richiamo mi pentii, e molto. Se l’uomo si fosse fermato e mi avesse affrontato con durezza, mi sarei ritirato in fretta. Non avevo alcuna voglia di alimentare lo stupido gioco del capitano Giles a spese del cambusiere e di me stesso.
Ma, a un certo punto, entrò in ballo l’antico istinto umano della caccia. Il capo cambusiere fece finta di non sentire e io, senza riflettere, corsi lungo il tavolo e gli tagliai la strada proprio sulla porta.
«Perché non risponde quando la chiamano?», gli chiesi con durezza.
Si appoggiò allo stipite della porta. Sembrava distrutto. La natura umana, non è proprio gradevole. Ha molti brutti lati. Sentii l’ira impadronirsi di me, e questo, credo, soltanto perché la mia vittima sembrava così infelice, sciagurato cialtrone!
Lo misi subito alle strette. «So che stamattina ha ricevuto una comunicazione ufficiale dalla Capitaneria di porto. È vero?».
Invece di rispondermi che non erano affari miei, come sarebbe stato suo diritto, prese a lamentarsi in tono sommesso e impudente. Non era riuscito a trovarmi nella mattinata. Non poteva mica corrermi dietro per tutto il porto.
«Le ho forse chiesto questo?», lo aggredii. E fu allora che mi si aprirono gli occhi sulla vera natura dei discorsi e delle cose la cui futilità avevo trovato così noiosa e sconcertante.
Il tono e l’atteggiamento duri che avevo assunto nel pronunciare queste parole erano apparenti solo a metà. La curiosità può in alcuni casi diventare un sentimento violento.
Cercò di rifugiarsi in uno stupido e bizzoso balbettio. La cosa non mi doveva interessare, borbottò. Avevo detto che volevo tornare a casa. E visto che volevo tornare a casa, non vedeva perché avrebbe dovuto…
Si difendeva con questi argomenti che erano tanto banali da essere quasi offensivi. Offensivi per l’intelligenza, intendo dire.
In quella evanescente fase di transizione tra la gioventù e la maturità, in cui io mi trovavo allora, si è particolarmente sensibili a questo tipo di offese. Temo che la mia condotta verso il capo cambusiere fu molto rude. E lui non era certo il tipo da affrontare con coraggio uomini e circostanze. Probabilmente a causa della droga e delle sbronze solitarie alle quali si abbandonava. Così persi la testa fino a imprecare violentemente verso di lui: il nostro uomo non resse più e si mise a gridare.
Non che urlasse tanto forte. Fu piuttosto una sfrontata confessione gridata, ma in tono debole – debole da far pietà. Le sue grida erano incoerenti, tuttavia mi lasciò sconcertato. Distolsi lo sguardo da lui, sdegnato, e con ragione, e mi accorsi che sulla porta della veranda c’era il capitano Giles, che assisteva, perfettamente tranquillo, al nostro scontro che d’altronde era il risultato delle sue chiacchiere. La nera pipa accesa spiccava nella sua grossa mano paterna. E così pure la sua catena d’oro, che gli luccicava da una parte all’altra della giubba bianca. La sua persona emanava tanta virtù e saggezza che avrebbe stregato e reso fiduciosa ogni anima innocente. Mi precipitai da lui.
«Una cosa incredibile», gridai. «Era la richiesta di un capitano per una nave. C’è certamente un comando vacante. E questo bel tipo si nasconde la lettera in tasca!».
Il capo cambusiere urlò disperato: «Lei sarà la causa della mia morte!».
E si diede una sonora manata sulla fronte. Ma quando mi voltai a guardarlo, era già sparito. Era fuggito via dalla mia vista per finire chissà dove. A quell’improvvisa scomparsa scoppiai a ridere.
Per me l’incidente era chiuso. Il capitano Giles però, con lo sguardo fisso là dove prima si trovava il capo cambusiere, cominciò ad estrarre il suo luccicante catenone d’oro, finché alla fine esso venne fuori dalla profonda tasca, come la solida verità da un pozzo. Solennemente lo calò di nuovo nel suo abisso e solo allora disse:
«Le tre spaccate. Se si affretta farà ancora in tempo».
«In tempo per che cosa?», chiesi.
«Ma santo Iddio! Per la Capitaneria di porto. Questa faccenda va verificata».
A rigore, non aveva tutti i torti. Ma a me le inchieste per smascherare la gente e tutte le altre specie di indagini analoghe, tanto meritorie sul piano morale, non piacevano affatto. E il mio punto di vista su quella faccenda era strettamente morale. Se qualcuno doveva essere la causa della morte del capo cambusiere, era meglio che fosse il capitano Giles, uomo d’età, stimato e residente lì. Mentre io in quel porto mi sentivo come un uccello di passaggio. In effetti, si poteva dire che avevo già rotto ogni rapporto. Brontolai che non avevo intenzione… che quella storia non significava nulla per me.
«Nulla!», ripeté il capitano Giles calmo, ma con un pizzico di indignazione nella voce. «Kent mi aveva detto che lei era uno strano tipo. Ora vuol farmi credere che comandare una nave per lei non significhi nulla? Dopo che mi sono dato tanto da fare…».
«Da fare?», mormorai senza capire. «Da fare per che cosa?». Mi ricordavo solo che mi aveva sconcertato e imbottito delle sue chiacchiere per oltre un’ora dopo la colazione. E lo chiamava darsi da fare.
Il capitano Giles mi osservava con un’aria di tale profondo autocompiacimento che in ogni altro uomo sarebbe stato intollerabile. All’improvviso, come girando la pagina di un libro si arriva a una frase che spiega tutto quello che è stato detto prima, capii che quella faccenda aveva anche un altro aspetto oltre a quello morale.
Tuttavia, rimasi lì impalato. Il capitano Giles finì per perdere la pazienza nel vedermi esitare e, data una rabbiosa tirata alla pipa, mi voltò le spalle.
In effetti la mia non era incertezza. Il mio cervello si era come bloccato. Ma appena afferrai che in quel mondo tanto insidioso e noioso della mia insoddisfazione era capitata la possibilità di assumere il comando di una nave, ritrovai la capacità di muovermi.
Dalla Officers’ Home alla Capitaneria di porto c’è un buon tratto; ma con la parola magica “comando” nella testa mi ritrovai improvvisamente sulla banchina come se fossi stato trasportato lì in un batter d’occhio, davanti a un portale di pietra bianca, e levigata, al sommo di una bianca scalinata dai gradini bassi.
Tutto mi sembrava venire rapidamente verso di me. L’ampia rada alla mia destra mi sembrò appena un punto scintillante di azzurro, e il vestibolo oscuro e fresco mi inghiottì: solo allora mi resi conto del caldo e della intensa luce all’esterno.
L’ampia scalinata interna scivolava quasi da sola sotto i miei piedi. Un comando ha il fascino di un potente incantesimo. I primi esseri umani che incontrai dopo essermi accomiatato dalla schiena sdegnata del capitano Giles, furono quelli del vaporetto della Capitaneria, che se ne stavano in attesa sull’ampio pianerottolo, attorno all’arco di ingresso difeso da una tenda, che portava all’ufficio di navigazione.
Fu qui che la mia baldanza mi abbandonò. L’atmosfera delle istituzioni ufficiali sembra fatta apposta per smorzare ogni slancio umano, per troncare sotto il supremo potere della carta e della penna speranze e timori. Passai gravemente sotto la tenda sollevata dal nostromo malese. L’ufficio era deserto: c’erano solo gli impiegati allineati su due file intenti a scrivere. Ma il capo ufficio saltò giù dal suo banco rialzato e mi venne incontro in fretta sui pesanti tappeti dell’ampio passaggio centrale.
Aveva un nome scozzese, ma l’incarnato era scuro e olivastro, la barba nera come l’ala di un corvo e gli occhi, anch’essi neri, avevano un’espressione languida.
«Vuole vedere lui?», mi domandò in tono familiare.
Avendo smarrito ogni levità di spirito e di corpo al contatto con quel mondo così ufficiale, guardai lo scrivano con disinteresse e a mia volta chiesi in tono sfinito:
«Lei che dice? Ne vale la pena?»
«Dio santo! Lui ha chiesto di lei già due volte oggi!».
Quel “Lui” detto con tanta enfasi era l’autorità suprema, il Sovrintendente, il Comandante del porto: per tutti gli scrivani della sala un personaggio fondamentale. Ma ciò era ancora niente in confronto al concetto che “Lui” aveva di se stesso.
Il capitano Ellis si credeva una sorta di emanazione divina (pagana), l’emissario di Nettuno per i mari circostanti. Non potendo comandare i moti del mare, aveva la pretesa di dominare il destino dei mortali che vivevano sulle acque.
Questa illusione di grandezza lo rendeva petulante e autoritario. Aveva un carattere collerico e questo lo rendeva temibile per molti. Ed era in effetti temibile non tanto per l’incarico che ricopriva, ma a causa delle sue gratuite arroganze. Prima di allora, non avevo mai avuto a che fare con lui.
«Oh», dissi. «Ha chiesto due volte di me? Allora sarà meglio che ci vada subito».
«Certamente, certamente, deve farlo».
Il capo ufficio mi fece strada a piccoli passi attraverso quella congerie di tavoli sino ad arrivare ad una porta alta e imponente che aprì con un gesto ossequioso.
Varcò la soglia (ma senza abbandonare la maniglia) e, dopo essere rimasto un po’ a osservare con un’occhiata reverenziale la stanza, mi fece cenno di entrare. Poi scivolò subito fuori chiudendo con delicatezza la porta dietro di me.
Tre ampie finestre davano sul porto. Non si vedeva che l’azzurro intenso del mare scintillante e quello più pallido, anche se luminoso, del cielo. Nella profondità e nella distanza di quei toni azzurri il mio occhio intravide la macchiolina bianca di una grossa nave in arrivo e in procinto di gettare l’ancora nella rada. Una nave arrivata dall’Inghilterra, dopo forse novanta giorni di mare. C’è sempre qualcosa di emozionante in una nave che arriva da lontano e ripiega le sue ali bianche per riposare.
La cosa che notai subito dopo fu la ciocca d’argento del comandante Ellis, in cima alla sua faccia levigata e rossa, che, se non fosse stata così fresca, si sarebbe potuto pensare fosse di un apoplettico.
Il nostro emissario di Nettuno non aveva la barba e, al posto del tridente, in un angolo della stanza c’era un ombrello. Teneva invece in mano una penna, personificazione della burocrazia, molto più possente della spada nel fare e disfare i destini di noi miseri mortali. Mi gettò una rapida occhiata mentre mi avvicinavo.
Appena fui alla sua portata mi salutò con uno scatto nervoso: «Dove diavolo è stato finora?».
Poiché non era cosa che lo riguardasse, non me ne diedi per inteso. Mi limitai a dire di aver appreso che occorreva un capitano per una nave a vela e, avendo già una buona esperienza di navigazione a vela, avevo pensato di presentare domanda…
Mi interruppe: «Ma certo. Che diavolo! Lei è proprio la persona adatta per quel posto, anche se ci fossero altri venti aspiranti: ma non c’è pericolo. Tutti hanno una paura maledetta di un incarico come questo. Ecco come stanno le cose».
Era in collera. «Perché?», chiesi senza malizia. «Vorrei sapere perché mai?»
«Perché?», sbuffò. «Paura delle vele. Paura di un equipaggio bianco. Troppe grane. Troppo lavoro. Troppo lontano. Vita comoda e sedie a sdraio: ecco quello che si vuole oggi. Ho dinanzi a me il telegramma del console generale, e l’unico uomo idoneo a quel posto era introvabile. Cominciavo a pensare che anche lei volesse tirarsi da parte…».
«Non ho poi impiegato molto ad arrivare fin qui», dissi in tono tranquillo.
«Lei ha una buona reputazione da queste parti», grugnì senza guardarmi.
«Mi fa piacere sentirlo dire da lei, comandante».
«Sì! Ma quando si ha bisogno di lei non la si trova mai. Lo sa bene. Il suo capo cambusiere non si sarebbe azzardato a trascurare una comunicazione di questo ufficio. Dove diavolo è stato nascosto tutto il giorno?».
Mi limitai a sorridergli con cortesia, ed egli parve calmarsi. Mi invitò a sedere. Mi spiegò che il capitano di una nave inglese era morto a Bangkok e il console generale gli aveva chiesto per telegrafo di mandargli un uomo competente a sostituirlo.
Sembrava che avesse pensato subito a me, benché, per il rispetto dovuto alle norme ufficiali, la comunicazione diretta alla Sailors’ Home fosse generica. Aveva già preparato il contratto. Me lo fece leggere e quando glielo restituii dicendo che ne accettavo i termini, l’emissario di Nettuno firmò, lo timbrò con la sua mano augusta, lo piegò in quattro (era un foglio azzurro formato protocollo) e me lo consegnò: un dono di eccezionale importanza. Nel riporlo in tasca sentii per un attimo girarmi un po’ la testa.
«Questa è la sua nomina, comandante», disse con una certa solennità. «Una nomina ufficiale che impegna gli armatori a rispettare i termini che ha accettato. E ora, mi dica: quando può partire?»
Risposi che se era necessario, potevo partire il giorno stesso. Mi prese subito in parola. Il piroscafo Melita era in partenza per Bangkok alle sette di quella sera stessa. Avrebbe fatto avere al capitano la richiesta ufficiale di imbarcarmi, anzi di aspettarmi sino alle dieci.
Poi si alzò dalla sua solenne poltrona, e io mi congedai. Mi girava la testa, per la verità, e mi sentivo le membra pesanti come se si fossero ingrossate da quando mi ero seduto su quella sedia. Accomiatandomi feci un inchino.
Qualcosa era cambiato nei modi del comandante Ellis, come se avesse riposto il suo tridente di emissario di Nettuno. In realtà aveva solo deposto la penna.
Capitolo secondo
Mi strinse la mano: «Bene, eccola nominato ufficialmente capitano sotto la mia responsabilità».
Si incamminò verso la porta. Quanto mi sembrò lunga quella breve distanza! Camminavo come se avessi le catene ai piedi. Ma infine arrivammo sulla soglia. Aprii la porta con la sensazione di vivere in un sogno. All’ultimo momento prevalse, più forte di ogni differenza di età e di grado, il cameratismo marinaro. Lo avvertii nella voce del capitano Ellis.
«Arrivederci e buona fortuna», disse con tanta umana cordialità che non potei non rispondergli con uno sguardo di gratitudine. Poi mi voltai e uscii. Non dovevo rivederlo più in tutta la mia vita. Avevo fatto appena pochi passi verso l’ufficio vicino che alle mie spalle risuonò una voce burbera, forte e autoritaria, la voce del nostro emissario di Nettuno.
Stava apostrofando il capo ufficio che, dopo avermi fatto entrare, era rimasto fuori ad attendermi.
«Signor R., faccia mettere sotto pressione la motolancia del porto: dovrà accompagnare stasera alle nove e mezzo il capitano a bordo del Melita».
Mi stupì il tono di meraviglia di R., che si precipitò a farmi strada fino al pianerottolo. Avvertivo ancora così poco il peso della mia nuova dignità che non mi rendevo conto di essere io, il capitano, l’oggetto di tanto riguardo. Mi sembrava che ad un tratto mi fossero spuntate le ali: sfioravo appena il pavimento lucido.
Ma R. era rimasto impressionato.
«Accidenti», esclamò sul pianerottolo, mentre i marinai malesi della motolancia rimanevano di sasso a osservare l’uomo per colpa del quale sarebbero rimasti in servizio fino a tardi, senza poter giocare, andare a donne, o magari consacrarsi alle semplici gioie domestiche. «Diavolo, la sua lancia personale! Ma che cosa gli ha fatto?».
Mi osservava con curiosità mista a deferenza. Ero confuso.
«Davvero per me? Non lo sapevo», balbettai.
Egli annuì più volte: «Proprio. E l’ultima persona ad averla prima di lei è stato il duca. Davvero!».
Credo che si aspettasse di vedermi svenire di colpo. Ma avevo troppa fretta per potermi abbandonare all’emozione. Ero talmente in preda alla ridda dei miei sentimenti che questa sbalorditiva notizia non mi fece né caldo né freddo. Cadde in quel vulcano che era il mio cervello e la portai via con me dopo un breve ma caloroso commiato da R.
L’apprezzamento dei grandi determina un’aureola intorno al capo dei fortunati da loro prescelti. Quel brav’uomo si informò gentilmente se poteva essermi utile in qualche modo. Mi conosceva appena di vista e sapeva con certezza che non mi avrebbe più rivisto; al pari di qualsiasi altro marinaio del porto, ero per lui un semplice oggetto di scritture ufficiali e di compilazione di formulari, realizzati con tutta l’artificiosa superiorità degli uomini di penna e calamaio verso gli uomini che debbono scontrarsi con la realtà, fuori delle venerabili mura delle istituzioni burocratiche. Dovevamo sembrare loro dei veri e propri fantasmi! Meri simboli da incasellare per gioco in libri e pesanti registri: senza cervello, senza muscoli, senza dubbi rispetto alla realtà, qualcosa di scarsamente utile e certamente inferiore.
E proprio lui, – ora che l’ufficio era chiuso – mi chiedeva se poteva essermi utile. Utile a me!
In verità avrei dovuto essere commosso fino alle lacrime. Ma non mi sfiorò nemmeno il pensiero. Era solo un’altra manifestazione di quel giorno di miracoli. Mi congedai da lui come se il mero simbolo fosse stato lui. Veleggiai giù per la scala e poi fuori dall’imponente portone. Proseguii veleggiando.
Uso questo termine piuttosto che “volai” perché, pur se esaltato nel mio ridestato entusiasmo giovanile, avevo l’esatta sensazione che i miei movimenti fossero abbastanza controllati. Per quella parte di umanità bianca, nera, gialla, in giro per i propri affari, dovevo avere l’apparenza di un individuo non eccezionale, che camminava tranquillamente. Ero così assorto che nulla avrebbe potuto uguagliare il mio profondo, totale distacco dalle forme e dai colori del mondo. Che era veramente assoluto.
Pure, all’improvviso, riconobbi Hamilton. Lo riconobbi senza difficoltà, senza turbamenti, senza emozione. Eccolo là che si dirigeva verso la Capitaneria con la sua rigida, arrogante affettazione. La sua faccia rossa lo faceva notare anche a distanza. Già da lì fiammeggiava, dal lato in ombra della strada.
Anche lui mi aveva visto. Qualcosa (forse un’inconsapevole esuberanza) mi spinse a fargli, studiatamente, un cenno di saluto con la mano. Mi abbandonai a questo gesto, certamente di cattivo gusto, prima ancora di rendermi conto di esserne capace.
L’impatto con la mia impudenza lo bloccò come se fosse stato colpito da una pallottola. Ebbi proprio l’impressione che vacillasse, ma non cadde. In un attimo lo sorpassai e non voltai più la testa. Mi ero dimenticato della sua esistenza.
I dieci minuti che seguirono avrebbero potuto essere dieci secondi o dieci secoli, dato il mio stato di incoscienza. Intorno a me la gente avrebbe potuto crollare morta ai miei piedi, i palazzi avrebbero potuto schiantarsi a terra, i cannoni tuonare, non me ne sarei accorto. Pensavo: “Per Giove! L’ho avuto!”. Il lo si riferiva al comando. Era arrivato in modo totalmente imprevisto per i miei sogni modesti.
Mi resi conto come le mie fantasticherie avessero perseguito fino allora binari convenzionali, come le mie speranze fossero state squallide. Avevo sperato in un comando come il risultato di una lunga catena di promozioni alle dipendenze di qualche importante compagnia. Ricompensa di un fedele servizio. Di un servizio fedele che si fa per amore del lavoro, della nave o della vita che si è scelta, non per amore di un compenso.
C’è qualcosa di sgradevole nell’idea stessa del compenso.
Ed ecco che avevo il comando, lo avevo proprio in tasca, in modo indiscutibile ma inatteso, al di là di ogni immaginazione, di ogni ragionevole aspettativa e anche nonostante qualche oscuro intrigo per portarmelo via. Certo, l’intrigo era stato piuttosto fiacco, ma sufficiente ad aumentare il mio sentimento di meraviglia – come se fossi stato destinato a quella nave da una potenza molto più alta delle volgari agenzie del mondo commerciale.
Uno strano sentimento di vittoria cominciò a diffondersi dentro di me. Non avrei avvertito nulla di simile se, per ottenere quel comando, avessi lavorato per dieci anni o più. Ero un po’ spaventato.
«Stiamo calmi», mi dissi.
Fuori dalla porta della Sailors’ Home lo sciagurato capo cambusiere sembrava attendermi. Correva su e giù, in cima a una ampia scalinata di pochi gradini, come se fosse legato a una catena. Un maledetto mastino dalla gola troppo secca per poter abbaiare.
Confesso a malincuore che esitai prima di entrare. Il mio animo era sconvolto. Lo fissai per mezzo minuto mentre mi guardava, a bocca aperta, quasi senza respirare.
«E lei ha pensato di potermi sgraffignare l’incarico?», gli chiesi in tono provocatorio.
«Aveva detto di voler tornare a casa», belò miseramente. «Aveva detto esattamente così. Esattamente così».
«Sono curioso di sapere cosa penserà il capitano Ellis di queste giustificazioni».
La sua mascella inferiore tremava tutta e la sua voce ricordava il belato di una capra malata.
«Mi ha denunciato? Mi ha rovinato?».
Né la sua paura né l’assurdità di tutta la scena ottennero il risultato di disarmarmi. Era la prima volta che qualcuno cercava di farmi seriamente del male, comunque la prima volta che lo scoprivo. Ed ero ancora abbastanza giovane, ancora troppo al di qua della linea d’ombra, per non esserne sorpreso e indignato.
Lo fissai inesorabile. Che soffrisse pure quel miserabile! Si diede la solita manata sulla fronte e io entrai nella casa, seguito, sino alla sala da pranzo, dai suoi lamenti: «L’ho sempre detto che lei sarebbe stato la causa della mia morte».
Le sue grida, che non mi seguirono ma, per così dire, mi sopravanzarono fino alla veranda, fecero uscire il capitano Giles.
Si fermò dinanzi a me, sul vano della porta, in tutta la banale solidità del suo buon senso. Sul petto gli brillava la solita catena d’oro. Nel pugno stringeva la pipa accesa.
Gli stesi la mano con calore. Sembrò stupito ma alla fine rispose abbastanza cordialmente con un leggero sorriso di superiorità e tagliò corto ai miei ringraziamenti, come con un colpo di lama. Non credo di essere riuscito a spiccicare qualche parola. Ma anche così, a giudicare dal calore della mia faccia, arrossii come per una cattiva azione. Assunsi un tono indifferente e gli chiesi come diavolo fosse riuscito a smascherare quel gioco meschino che si andava tramando contro di me.
Mormorò compiaciuto che in quella città erano poche le cose che egli non riuscisse a scoprire. Quanto alla casa, la frequentava da quasi dieci anni! Niente di quanto accadeva poteva sfuggire alla sua grande esperienza. Non gli era costato alcuna fatica. No di certo.
Poi con la sua voce grave e tranquilla volle sapere se mi ero lagnato con Ellis per le trame del capo cambusiere.
Risposi di no, malgrado non me ne fosse mancata l’occasione. Il capitano Ellis mi aveva strapazzato in maniera davvero ridicola perché non mi ero fatto trovare quando era necessario.
«Quel vecchio bizzarro», disse il capitano Giles. «Che gli ha risposto?»
«Mi sono limitato a dirgli che ero andato da lui appena avevo saputo della sua comunicazione. Nient’altro. Non intendevo mettere nei guai il capo cambusiere. Non mi sarei mai lasciato andare a colpire un essere simile. No. Non ho avanzato alcuna protesta, ma lui crede di sì, e io voglio lasciarglielo credere. Si è presa una tale paura che si ricorderà per un pezzo di questa faccenda. Il capitano Ellis l’avrebbe fatto volare sino in fondo all’Asia…».
«Aspetti un momento», disse il capitano Giles, lasciandomi improvvisamente. Mi sedetti, ero stanchissimo, soprattutto mi faceva male la testa. Ma prima che potessi riprendere il filo dei miei pensieri, Giles mi riapparve dinanzi, borbottando scuse perché era dovuto andare a rassicurare quel povero diavolo.
Lo guardai sorpreso. Quella faccenda in fondo non mi interessava. Mi spiegò di aver trovato il capo cambusiere bocconi sul divano di crine. Ora stava bene.
«Di paura non sarebbe morto di certo», dissi con disprezzo.
«No, ma avrebbe potuto prendere una dose troppo forte di quegli intrugli che tiene in camera sua…», concluse serio il capitano Giles. «Già due anni fa quell’imbecille ha tentato di avvelenarsi».
«Sul serio?», chiesi senza commuovermi molto. «Non sarebbe stata comunque una gran perdita».
«Questo si potrebbe dire di molta gente».
«Non esageriamo!», replicai con una risata risentita. «Ma mi chiedo proprio, capitano, come farebbe la gente in questa città se lei smettesse di occuparsene. In un solo pomeriggio mi ha fatto avere un comando e ha salvato la vita al capo cambusiere. Come mai si interessa tanto a tutti noi? Non lo capisco».
Il capitano Giles rimase un momento in silenzio. Poi rispose in tono grave:
«In fondo, non è un cattivo cambusiere. Almeno è stato capace di trovare un buon cuoco. E poi, dopo averlo trovato ha saputo anche tenerselo. Se penso ai cuochi che c’erano prima che venisse lui…».
Dovetti avere un moto di insofferenza perché si interruppe chiedendomi scusa: non voleva farmi perdere tempo con le sue chiacchiere, mentre avevo bisogno del tempo necessario per prepararmi. Colsi al volo l’occasione. La mia stanza era un rifugio tranquillo situata com’era in un’ala deserta di quell’edificio. Non avevo niente da fare. Non avevo nemmeno disfatto i bagagli. Sedetti sul letto e mi abbandonai alle emozioni del momento. A quelle imprevedibili emozioni…
In primo luogo mi meravigliai del mio stato d’animo. Perché non ero stupito più di tanto? Perché? Ero lì investito di colpo di un comando che mi era capitato non già secondo l’ordine naturale delle cose, ma come per incanto. Avrei dovuto essere in preda allo stupore. Invece non lo ero. Ero come un personaggio dei racconti delle fate. Come quei personaggi non mi stupivo di nulla. Quando una carrozza dorata esce da una zucca per portarla al ballo, Cenerentola non si meraviglia. Ci sale tranquillamente e si lascia condurre verso la fortuna.
Il capitano Ellis (un burbero tipo di fata) aveva fatto uscire dal suo cassetto un comando quasi di sorpresa, come in una favola. Ma un comando è un concetto astratto e mi parve una sorta di prodigio da poco finché, riflettendo, mi venne in mente l’idea che esso implicava la realtà concreta di una nave.
Una nave! La mia nave! Era mia, completamente mia, da dominare e curare più di qualsiasi cosa al mondo: un “oggetto” di responsabilità e di devozione. Era lì ad aspettarmi, colpita da un maleficio, senza potersi muovere, vivere e andare per il mondo (fino al mio arrivo), come una principessa stregata. Il suo richiamo mi era arrivato quasi dal cielo. Non avevo mai sospettato la sua esistenza. Non sapevo che aspetto avesse, avevo appena sentito il suo nome, pure saremmo stati indissolubilmente uniti per buona parte del nostro futuro, per affondare o navigare insieme.
Un’ondata improvvisa di ansia e di impazienza mi corse per le vene, dandomi un tale senso di pienezza vitale, che non ho mai avvertito né prima né dopo di allora. Presi coscienza di quanto fossi marinaio, di cuore, di mente e addirittura fisicamente – un uomo soltanto di mare e di navi. Il mare, l’unico mondo che contava veramente, le navi banco di prova della virilità, del carattere, del coraggio, della fedeltà – e dell’amore.
Passai un momento magico. E unico. Balzai dal letto e incominciai a camminare su e giù per la stanza. Ma quando entrai nella sala da pranzo mi controllai abbastanza, anche se non riuscii a mandar giù neanche un boccone. Avendo detto che sarei andato a piedi al molo e non in carrozza, debbo riconoscere, ad essere giusti, che il povero capo cambusiere sì diede un gran da fare per trovarmi dei coolies che mi portassero il bagaglio. Questi si allontanarono portando tutto quello che possedevo (tranne un po’ di denaro che avevo in tasca), appeso ad una lunga pertica. Il capitano Giles si offrì di venire con me.
Ci incamminammo per il viale cupo e pieno di ombre che attraversa l’Esplanade. Sotto gli alberi era abbastanza fresco. Il capitano Giles, scoppiando a ridere, se ne uscì con questa osservazione: «C’è qualcuno che sta godendosela per la sua partenza!».
Capii che alludeva al capo cambusiere che fino all’ultimo aveva avuto un comportamento dettato dalla paura e dal dispetto. Confessai al capitano Giles che non avevo ancora capito perché il capo cambusiere avesse cercato di giocarmi quel brutto tiro.
«Ma non capisce che ciò che voleva era sbarazzarsi del nostro amico Hamilton, facendogli avere il suo posto? In questo modo se lo sarebbe finalmente tolto dai piedi una volta per tutte, capisce?»
«Oh, mio Dio», esclamai un po’ mortificato. «Possibile? Ma che sciocco! Quel fannullone sfacciato e arrogante! Perbacco! Non avrebbe potuto… eppure stava per farcela: perché la Capitaneria non poteva non mandare qualcuno».
«Già, uno stupido come il nostro cambusiere certe volte è un autentico pericolo», rispose sentenziosamente il capitano Giles. «Proprio perché è uno stupido», aggiunse a voce bassa, quasi a voler chiarire meglio il suo concetto. «Perché», e lo disse come se enunciasse una dimostrazione, «nessun individuo di buon senso avrebbe rischiato di essere buttato fuori a calci dall’unico lavoro che gli dà il pane solo per sbarazzarsi di una semplice seccatura, una sciocca contrarietà. Non le sembra?»
«Certo», ammisi e mi trattenni a stento dinanzi a quella serietà grave e misteriosa con cui esibiva le sue conclusioni sagge quali fossero il risultato di non so quali elucubrazioni. «Ma mi sembra che quell’uomo non abbia tutti i venerdì. Anzi, deve essere senz’altro così».
«Quanto a questo penso che tutti al mondo siano un po’ pazzi», sentenziò tranquillo.
«Senza eccezioni?», dissi solo per sentire la sua risposta.
Tacque per un po’, poi tornò sull’argomento cogliendo nel segno con molta efficacia:
«E perché? Kent lo dice anche di lei».
«Sul serio?», replicai, e a un tratto sentii montare la collera contro il mio ex capitano. «Ma questo non l’ha messo nel certificato che mi ha rilasciato e che ho in tasca. E a lei, quali esempi ha dato della mia pazzia?».
In tono conciliante Giles mi chiarì che era stata solo una frase bonaria relativa al modo improvviso con il quale avevo lasciato la nave senza motivi validi.
Di malumore, borbottai: «Ah, la mia partenza dalla nave», e ripresi a camminare. Giles mi accompagnò lungo la fitta oscurità del viale, come se fosse stato suo dovere assistere alla partenza fuori della colonia di un tipo indesiderabile come me. Ma non ne fui commosso. Anzi. Il suo affanno mi dava una specie di maligno piacere.
Ma presto rallentai il passo, rabbonito.
«Volevo solo cambiar vita», dissi. «Sentivo che era giunto il momento. Le sembra proprio una pazzia?».
Non rispose. Lasciammo il viale. Sul ponte sopra il canale una figura scura e incerta sembrava attendesse qualcosa o qualcuno.
Era un poliziotto malese scalzo, dall’uniforme azzurra. Sul piccolo berretto rotondo un gallone d’argento luccicava alla luce dei fanali. Guardò con apprensione dalla nostra parte.
Prima che potessimo avvicinarci a lui si voltò e ci precedette in direzione del molo che distava un centinaio di metri. E qui ritrovai i miei coolies accoccolati per terra. Avevano sempre in spalla la pertica e tutti i miei beni terreni, ancora legati ad essa, giacevano a terra tra loro. Almeno fin dove arrivava lo sguardo sulla banchina non c’era anima viva ad eccezione del poliziotto indigeno che ci salutò.
Il poliziotto aveva visto nei coolies dei “sospetti” e aveva vietato loro l’ingresso al molo. Ma a un mio cenno li lasciò passare. I due pazienti portatori, alzandosi insieme con un sospiro, trotterellarono sul tavolato, mentre io incominciavo ad accommiatarmi dal capitano Giles, che stava là nell’atteggiamento di chi è ormai al termine della sua missione. In effetti era così. E mentre esitavo cercando un’opportuna frase di circostanza, lo sentii affermare:
«Prevedo che si troverà a gestire un grosso pasticcio».
Gli chiesi da che cosa gli venisse questo presentimento: rispose che gli derivava dalla sua esperienza del mondo. Una nave da molto tempo lontana dal suo porto, armatori irraggiungibili per cablogramma e il capitano, l’unico uomo al corrente di tutto, morto e sepolto.
«E lei stesso, per certi aspetti, è nuovo del mestiere», concluse tagliando corto.
«Non insista», dissi, «lo so fin troppo bene. Vorrei solo che prima di partire potesse trasmettermi un po’ della sua esperienza. Ma, dato che non è possibile farlo in dieci minuti, preferisco lasciar perdere. E poi, la lancia è lì ad aspettarmi. Ma non mi sentirò davvero tranquillo finché non avrò portato la mia nave al largo, nell’Oceano indiano».
Commentò di sfuggita che da Bangkok all’Oceano indiano c’era una bella distanza. E al mormorio della sua voce, come al debole sprazzo di una lanterna cieca, mi apparve per un momento l’ampia cintura delle isole e degli scogli che separava quella nave ancora sconosciuta, la mia nave, dalla libertà di tutti i mari aperti del globo.
Tuttavia non potevo certo dire di essere preoccupato. Avevo una buona familiarità con l’Arcipelago. Un’estrema pazienza e un’estrema attenzione mi avrebbero aiutato, attraverso quelle terre frammentate, con brezze deboli e acque in bonaccia, ad arrivare fino al largo dove finalmente avrei sentito la mia nave avanzare tra grandi marosi, e inclinarsi al grande soffio dei venti regolari, che mi avrebbero dato quell’esaltante sensazione di una vita più ricca ed intensa. La strada sarebbe stata lunga. Tutte le strade che portano dove il cuore desidera sono lunghe. Ma questa strada l’occhio della mia mente poteva vederla su una carta, professionalmente, con tutte le difficoltà e le complicazioni tecniche. In fondo tutto si riduceva a questo. O si è marinai o non lo si è. Ed io non dubitavo di esserlo.
La sola parte che non conoscevo era il golfo del Siam. E lo feci rilevare al capitano Giles. Ma non me ne preoccupavo molto. Il Golfo del Siam apparteneva alla stessa regione di cui conoscevo la natura, di cui mi pareva di aver penetrato profondamente l’anima negli ultimi mesi di quell’esistenza interrotta all’improvviso, così come ci si separa da una compagnia ammaliatrice.
«Il Golfo… Già! Proprio un curioso tratto di mare…», disse il capitano Giles.
«Curioso», in questo caso, era un termine vago. Tutta la frase sembrava essere l’espressione di un uomo cauto, timoroso di subire denunce per calunnia.
Non potei chiedere una spiegazione su quel «curioso». Me ne mancò il tempo. Ma all’ultimo momento volle darmi un avvertimento.
«Si tenga sempre, a qualsiasi costo, sul lato del levante. La parte occidentale è pericolosa in questa stagione. Non si lasci tentare. Non troverebbe nient’altro che guai».
Non riuscivo a capire perché avrei dovuto essere tentato di ingolfare la mia nave tra le correnti e gli scogli della Malesia, ma lo ringraziai lo stesso per il consiglio.
Mi strinse calorosamente la mano e il nostro rapporto terminò con queste parole: «Buona notte».
Disse solo questo: «Buona notte». Nient’altro. Non so che cosa stavo per dirgli, ma la sorpresa mi ricacciò in gola le parole. Un po’ confuso e in fretta, nervosamente, esclamai: «Oh, buona notte, capitano Giles, buona notte».
Per quanto i suoi movimenti fossero sempre lenti, mi aveva già voltato le spalle e si era allontanato sulla banchina deserta prima che mi riavessi dalla sorpresa e seguissi il suo esempio facendo un mezzo giro in direzione del molo.
Ma i miei movimenti non erano altrettanto posati. Mi affrettai giù per i gradini e saltai sulla lancia. Non avevo fatto nemmeno in tempo a salire a poppa, che il piccolo e agile natante si allontanò come una freccia dal molo tra l’improvviso turbinio dell’elica e il rapido sbuffare del tubo di scarico, il cui condotto d’ottone riluceva debolmente in mezzo all’imbarcazione.
Il sordo sciacquio a poppa era il solo rumore al mondo. La riva era immersa nel silenzio di un sonno profondo. Guardavo la città allontanarsi tranquilla e silenziosa nella notte calda, finché il richiamo improvviso – «Lancia, ohé!» – mi fece voltare in fretta. Eravamo vicini a un piroscafo spettrale nel suo biancore. Le luci brillavano sul ponte dagli oblò. La stessa voce gridò dall’alto: «C’è il nostro passeggero?»
«Sono io», urlai.
L’equipaggio stava certamente aspettando ed era già pronto per la manovra. Udii i marinai muoversi di corsa. Lo spirito della fretta, così moderno, si esprimeva anche negli ordini impartiti con voce squillante: «Levate l’ancora», «calate la scaletta esterna» e nel pressante incitamento al mio indirizzo: «Su, forza, capitano, abbiamo già tre ore di ritardo a causa sua. Dovevamo partire alle sette».
Misi piede in coperta: «No», dissi, «non lo sapevo». Lo spirito della fretta si era incarnato in un individuo magro, dalle braccia e dalle gambe lunghe, con una barba grigia molto corta. La sua mano ossuta era calda e asciutta. Mi disse in tono eccitato:
«Che m’impicchino se l’avrei aspettato altri cinque minuti, alla barba di tutti i comandanti dei porti».
«Affar suo», risposi. «Non sono stato io a chiederle di aspettarmi».
«Non pretenderà mica di cenare», esplose. «Questo non è un albergo galleggiante. È il mio primo passeggero e mi auguro che sia anche l’ultimo».
Dinanzi a tanta scortesia non risposi, né lui se lo aspettava perché salì di corsa sul ponte di comando per impartire gli ordini per la partenza.
Per i quattro giorni che rimasi a bordo il capitano non abbandonò mai questo atteggiamento scortese. Non poteva perdonarmi che, per un personaggio di scarso rilievo, la sua nave avesse dovuto aspettare tre ore. Non lo disse apertamente, ma in ogni suo discorso affiorava un senso di sorpresa e di fastidio.
Era un tipo assurdo.
Ma era anche un uomo di notevole esperienza e gli piaceva ostentarla. Era l’esatto contrario del capitano Giles. In un diverso stato d’animo mi avrebbe divertito. Ma allora non ne avevo voglia. Ero come un innamorato in attesa di un convegno amoroso. L’ostilità degli altri mi era indifferente. Il mio pensiero era concentrato sulla nave sconosciuta. E questo mi rallegrava, mi affliggeva, mi occupava totalmente.
Resosi conto del mio stato d’animo – era abbastanza intelligente per capirlo – il capitano ironizzava maliziosamente sulla mia preoccupazione, con quell’atteggiamento che certi vecchi cinici e scontrosi assumono verso le illusioni e i sogni della gioventù. Da parte mia evitai di chiedergli informazioni sulla mia nave che doveva conoscere, perché faceva scalo a Bangkok quasi tutti i mesi. Non volevo esporre la nave, la mia nave, alle sue osservazioni spocchiose.
Era il primo uomo veramente antipatico con cui avessi a che fare. Certo, la mia esperienza era ancora limitata, ma allora non ne avevo coscienza. No! Proprio non l’avevo.
Sapevo solo che non gli ero simpatico e che provava per me un certo disprezzo. Perché? Evidentemente perché aveva dovuto aspettare tre ore per colpa mia. Chi ero io per meritare tante attenzioni? Lui non era mai stato trattato con tali riguardi. Era una specie di gelosa indignazione.
La mia impazienza, che si mescolava con una certa apprensione, aveva raggiunto il colmo. Com’erano lunghi i giorni della traversata, eppure come passarono presto! Una mattina, all’alba, mentre il sole si levava splendente sulle pianure, arrivammo all’imboccatura del fiume, passammo all’ombra della pagoda dorata, giungemmo ai sobborghi della città.
Là, distesa per un largo tratto delle due rive, c’era quella capitale d’Oriente che non era mai stata sottoposta al dominio dei bianchi: un’estensione di case scure fatte di bambù, di stuoie, di fogliami, in un’architettura vegetale, sorta sulle rive di un fiume limaccioso. Era stupefacente pensare che per tante miglia di abitazioni umane non fosse stato possibile trovare qualche libbra di chiodi. Alcune case, fatte di rami e erba intrecciati, come il nido di una razza acquatica, stavano aggrappate alle basse rive. Altre sembravano crescere sull’acqua; altre ancora galleggiavano ancorate in lunghe file in mezzo al fiume. Qua e là, in lontananza, sopra l’affollarsi di tetti bassi e scuri, torreggiavano grandi masse in muratura, il Palazzo reale, i templi, spaziosi e cadenti, che si sgretolavano sotto il sole a picco, un sole tremendo, opprimente, quasi palpabile, che sembrava infiltrarsi nel petto a ogni respiro, e, attraverso i pori della pelle, impregnare tutto il corpo.
Ad un tratto la mia ridicola vittima dell’invidia ordinò per qualche motivo di fermare le macchine. La nave risaliva lenta alla deriva trascinata dalla corrente. Incurante di tutte le novità che mi circondavano, passeggiavo sul ponte completamente smarrito, in uno stato di ansietà e di depressione, un complesso di sogni romantici e di valutazioni realistiche circa le mie capacità. Ormai era giunto il tempo di prendere il comando e di dimostrare le mie qualità nell’esame fondamentale della mia professione.
D’improvviso mi sentii chiamare da quell’imbecille, che mi invitò a cenni a raggiungerlo sul ponte.
Non ne avevo molta voglia ma, pensando che volesse dirmi qualcosa di importante, salii la scaletta.
Mi pose una mano sulla spalla e mi fece voltare leggermente. Al tempo stesso mi additò qualcosa con l’altra mano. «Laggiù c’è la sua nave, capitano!».
Avvertii un tuffo al cuore. Solo uno, come se il cuore avesse smesso di battere. C’erano una decina o più navi ormeggiate lungo la riva e quella che mi indicava era in parte nascosta dalla poppa di quella vicina. «Tra poco le saremo a fianco», disse.
Com’era l’intonazione della sua voce? Beffarda? Minacciosa? O solo indifferente? Non potrei dirlo. Sospettai che in questa improvvisa manifestazione d’interesse nei miei riguardi ci fosse una punta di malignità.
Mi lasciò, e io mi appoggiai al parapetto del ponte, guardando oltre la murata. Quasi non avevo il coraggio di alzare gli occhi. Ma dovevo farlo – e, in effetti, non avrei potuto farne a meno. Forse tremavo.
Ma non appena posai gli occhi sulla mia nave tutte le mie paure si dileguarono. Sparirono come un cattivo sogno. Solo che un sogno non lascia dietro di sé alcun senso di vergogna, mentre io provai un senso di momentanea vergogna per i miei infondati sospetti.
Era proprio là. I miei occhi si riempirono di gioia alla vista dello scafo e delle attrezzature. Quel senso di vacuità della vita, che mi aveva tanto tormentato durante gli ultimi mesi, perse ogni ragione d’essere, il suo malefico influsso cadde, dissolvendosi in un’onda di gioiosa emozione.
Mi resi conto, sin dalla prima occhiata, che era una nave di gran classe, una creatura armoniosa nelle linee gradevoli del suo corpo ben conformato nell’altezza e ben proporzionato nell’alberatura. Quali che fossero la sua età e le vicende attraversate, aveva conservato l’impronta della sua origine. Era una di quelle navi che, per il disegno e l’accurata rifinitura, non sembrano mai vecchie. Tra le sue compagne ormeggiate a riva, tutte più grandi di lei, sembrava essere di una specie pura, un destriero arabo accanto a cavalli da tiro.
Alle mie spalle una voce disse in tono sgradevole: «Spero che sia di sua soddisfazione, capitano». Non voltai nemmeno il capo. Era il comandante del piroscafo, e io sapevo che qualsiasi cosa intendesse e pensasse della mia nave, questa era, come certe donne di classe, una di quelle creature che, solo per il fatto di esistere, risvegliano nell’animo un piacere disinteressato. Si sente che è bello vivere nel mondo nel quale esse vivono.
Si irradiava da lei quell’illusione di vita e di carattere che è propria degli oggetti più belli creati dalla mano dell’uomo. Un massiccio carico di legno tek le oscillava sopra il boccaporto: materia bruta che sembrava più pesante e più grande di qualsiasi cosa a bordo. Quando cominciarono a calare il carico nella stiva mollando il paranco, la nave fu percorsa da un fremito, dalla linea d’acqua fino alla punta dell’albero maestro, attraverso le sottili nervature del sartiame, come fosse stata colta dai brividi per il troppo peso. Sembrava una crudeltà caricarla così…
Mezz’ora più tardi, mettendo piede sul ponte per la prima volta, provai un senso di profonda soddisfazione fisica. Non c’è niente che possa paragonarsi al totale appagamento di quel momento, alla compiutezza ideale di quell’emozione che mi era giunta senza la preliminare tribolazione e senza le delusioni di un’oscura carriera.
Con una rapida occhiata la percorsi, l’avvolsi tutta, conferendo una forma concreta al significato astratto del mio comando. In quel momento una quantità di particolari, di cui si accorge l’occhio esperto del marinaio, mi colpì intensamente. Per il resto, la vidi libera dalle condizioni materiali della sua esistenza. La riva alla quale era ormeggiata sembrava non esistere più. Che cos’erano ormai per me tutti i paesi del globo terrestre? In tutte le parti del mondo, bagnate da acque navigabili, il nostro rapporto sarebbe stato identico – e più intimo e stretto di quanto le parole non possano esprimere. Al di fuori di questo, qualsiasi scena, qualsiasi episodio sarebbero stati immagini meramente effimere. La squadra di coolies, gialli, indaffarata intorno al boccaporto principale, era meno reale della materia di cui erano fatti i miei sogni. Chi potrebbe infatti, in questo mondo, fare dei sogni sui cinesi?…
Mi recai a poppa, salii sul casseretto dove sotto la tenda brillavano, come su un panfilo, gli infissi di ottone, le linde superfici dei parapetti, i vetri dei lucernai. A poppa, due marinai intenti a pulire gli ingranaggi del timone (mentre riflessi ondulati correvano allegri sui loro dorsi curvi) continuavano il loro lavoro senza accorgersi di me e dello sguardo quasi affettuoso che lanciai loro mentre passavo diretto alla scaletta che portava alla cabina.
Le porte dai battenti scorrevoli erano spalancate. Il gomito della scaletta impediva la vista del vestibolo. Una cantilena sommessa saliva dal basso, ma cessò di colpo al rumore dei miei passi.
Capitolo terzo
Appena sceso, la prima cosa che vidi fu il busto di un uomo che mi sembrò arretrasse di scatto da una delle porte ai piedi della scaletta. Mi fissò con gli occhi sbarrati. In una mano aveva un piatto, in un’altra un tovagliolo.
«Sono il tuo nuovo capitano», dissi senza enfasi.
In un momento si sbarazzò del piatto e del tovagliolo e si precipitò ad aprirmi la porta della cabina. Appena entrato nella saletta il marinaio sparì per riapparire dopo un istante, con la rapidità di un trasformista, con la giacchetta abbottonata.
«Dov’è il secondo?», chiesi.
«Penso che sia nella stiva, capitano. L’ho visto scendere dal boccaporto di poppa dieci minuti fa».
«Avvertilo che sono a bordo».
La tavola di mogano sotto la lampada risplendeva nella penombra, come una scura pozza d’acqua. La credenza, sormontata da un grande specchio chiuso da una cornice dorata, aveva un ripiano di marmo con due lampade argentate e qualche altro oggetto, evidentemente tirato fuori durante la sosta nel porto. La saletta era ricoperta di pannelli di due specie di legno, nel gusto semplice e esemplare dell’epoca in cui la nave era stata costruita.
Mi sedetti sulla poltrona a braccioli a capotavola: la poltrona del comandante sulla quale era sospesa una piccola bussola, muto invito a una costante vigilanza.
Altri uomini, prima di me, si erano seduti su quella stessa poltrona. Questo pensiero mi assalì d’improvviso, vividamente, come se di ognuno di loro fosse rimasto qualcosa tra le quattro pareti addobbate della cabina, come se da questi elementi si fosse materializzata un’anima, l’anima del comando, e mi avesse sussurrato di lunghi giorni trascorsi in mare e di momenti drammatici.
«Anche tu!», sembrava dire, «anche tu assaporerai i momenti di questa pace e di questi drammi in un vigile contatto con il tuo io, oscuro come noi fummo oscuri, eppure sovrano assoluto dinanzi ai venti e ai mari in un’immensità che non accoglie impronte, che non serba memoria, che non si cura delle vite umane».
Al di là della cornice dorata un po’ annerita, nella luce soffocante filtrata dalla tenda, vidi il mio volto serrato tra le mani. E di rimando lo guardavo fisso col completo distacco della distanza, più con curiosità che con altri sentimenti, ad eccezione di un po’ di simpatia per quest’ultimo rappresentante di quella che era stata in tutto e per tutto una dinastia: non per continuità di sangue, certo, ma di esperienza, di preparazione, di concezione del dovere, di benedetta semplicità nel suo modo tradizionale di guardare alla vita.
Mi resi conto che quell’uomo che mi contemplava tranquillo, e che io contemplavo a mia volta, come se fosse ad un tempo me stesso e un altro, non era affatto una figura isolata. Si poteva annoverare tra un gruppo di uomini che non conosceva, dei quali non sapeva nulla, ma che erano stati formati dalle stesse influenze e le cui anime, in virtù delle azioni comuni svolte nelle loro umili esistenze, non avevano segreti per lui.
Ad un tratto ebbi la sensazione che nella cabina ci fosse qualcuno in piedi, un po’ in disparte, intento a scrutarmi. Era il mio secondo. I suoi lunghi baffi rossi ne caratterizzavano la fisionomia, una fisionomia che mi colpì subito per essere battagliera e (strano a dirsi) quasi da far paura.
Da quanto tempo era lì a scrutarmi, a soppesarmi, mentre io, indifeso, continuavo a sognare a occhi aperti? Il mio disappunto sarebbe stato ancora maggiore se, avendo visto l’orologio che era sulla cornice dello specchio dinanzi a me, non mi fossi accorto che la lancetta dei minuti si era appena mossa.
Non ero stato lì più di due o tre minuti in tutto. Diciamo tre… Di conseguenza, per fortuna, non era stato ad osservarmi che per qualche istante. Eppure la cosa mi seccava lo stesso.
Ma dissimulai bene il mio rincrescimento mentre mi alzavo lentamente (non dovevo far vedere di aver fretta) e lo salutai con cordialità.
Nel suo comportamento c’era qualcosa di diffidente e attento a un tempo. Si chiamava Burns. Lasciammo la cabina e facemmo insieme il giro della nave. Alla prima luce del giorno il suo viso appariva scarno, magro, quasi sofferente. Cercai, per delicatezza, di non guardarlo troppo. Lui invece mi tenne sempre gli occhi addosso. Erano verdognoli e con un’espressione di attesa.
Rispose abbastanza prontamente alle mie domande, ma il mio orecchio credette di cogliere una sfumatura di contrarietà. L’altro ufficiale, con tre o quattro uomini di equipaggio, era occupato a prua. Il secondo mi disse il suo nome ed io, passando, lo salutai con un cenno del capo. Era molto giovane. Mi sembrò piuttosto inesperto.
Tornati sotto, mi sedetti all’estremità di un profondo divanetto semicircolare, anzi semiovale, di felpa rossa che attraversava tutta la parte posteriore della stanza. Burns, che avevo invitato ad accomodarsi, si lasciò andare su una delle sedie girevoli che erano intorno al tavolo e continuò a fissarmi con immutata petulanza e con quella strana aria, come se fosse tutto un gioco e si aspettasse di vedermi alzare, scoppiare a ridere e, dopo avergli dato una pacca sulla spalla, sparire. In questa situazione c’era una strana atmosfera che cominciava ad infastidirrmi. Cercai di reagire a questa vaga sensazione.
“È solo colpa della mia inesperienza”, pensai.
Di fronte a quell’uomo più anziano di me di vari anni, percepii la sensazione della mia gioventù, che invece avevo già lasciato alle mie spalle. Non era davvero un gran conforto. La giovinezza è certo una bella cosa, una grande spinta propulsiva finché non ci si pensa. Sentivo che cominciavo ad acquistare piena consapevolezza di me stesso. Quasi contro la mia volontà assunsi un’aria grave. «Vedo che ha tenuto la nave molto bene, signor Burns», dissi.
Avevo appena pronunciato queste parole che mi adirai con me stesso per averle dette. Burns, per tutta risposta, ammiccò. Che cosa voleva dire con questo gesto?
Feci una domanda che mi stava fissa in mente da un bel po’ di tempo, la domanda più naturale sulle labbra di un marinaio che, a qualsiasi titolo, mette piede su una nave. La pronunciai (maledetta sicurezza di sé) in tono allegro e dégagé: «Mi pare che questa nave fili bene, ma a quanto?».
Ora, a una domanda simile si poteva rispondere, di regola, o in tono giustificatorio e mortificato o con fierezza evidentemente contenuta «Non per vantarmi, ma giudicherà lei stesso». Dei marinai avrebbero risposto esplicitamente: «È una vecchia carcassa», o con aperto entusiasmo: «È una freccia». Le alternative erano due, pur con quattro modi di fare.
Ma Burns ne trovò un’altra, tutta sua, che aveva il vantaggio di fargli risparmiare fiato.
Ancora una volta non rispose nulla. Aggrottò le sopracciglia. Era una mossa di rabbia. Aspettai. Ma rimase in silenzio.
«Che cosa c’è?… Non lo sa, dopo quasi due anni che è imbarcato su questa nave?», gli chiesi bruscamente.
Mi fissò un istante come se soltanto allora si fosse accorto della mia presenza. Ma si riprese subito e continuò ad ostentare la sua aria indifferente. Alla fine decise che era meglio parlare. Rispose che a una nave, come a ogni uomo, era necessaria l’occasione per mostrare le vere qualità, e che quella nave, fin da quando lui era a bordo, non ne aveva mai avuto l’opportunità. Almeno per quanto ricordava. L’ultimo capitano… e qui si interruppe.
«Possibile che abbia avuto tanta sfortuna?», chiesi francamente sconcertato. Burns distolse gli occhi da me. No, il defunto capitano non era stato poi tanto sfortunato. Non si poteva dire. Piuttosto non era stato capace di cogliere la buona fortuna quando gli si era presentata.
Il signor Burns – personaggio dagli umori enigmatici – fece questa affermazione con la solita faccia impassibile e con uno sguardo costantemente fisso alla timoniera. L’affermazione era oscuramente allusiva. Domandai tranquillamente:
«Dov’è morto?»
«In questa saletta, proprio dove è seduto lei ora», rispose Burns.
Controllai lo sciocco impulso di saltar su: ma dopo tutto mi si allargò il cuore al pensiero che non era morto nel letto che avrei dovuto occupare. Gli feci rilevare che con le mie parole intendevo chiedere dove era stato sepolto il suo ultimo capitano.
Burns mi disse che la sepoltura era avvenuta all’imboccatura del golfo. Tomba ampia, risposta sufficiente. Ma l’ufficiale sforzandosi palesemente di reprimere qualcosa dentro di sé, quasi una strana riluttanza a credere alla mia presa di comando (eppure il fatto era comunque irreversibile) non si fermò a questo – anche se, evidentemente, lo avrebbe preferito.
Realizzando un compromesso con i propri sentimenti – almeno credo – continuò con ostinazione a parlare, rivolto alla timoniera: sembrava uno che parlasse da solo, quasi inconsciamente.
Raccontò che ai sette colpi della guardia di mattino aveva raccolto gli uomini sul cassero di poppa e li aveva esortati a scendere abbasso per dare l’ultimo saluto al loro capitano.
Queste parole, pronunciate di malavoglia come estorte da un intruso, furono sufficienti ad evocare nella mia mente la strana cerimonia: i marinai scalzi e senza cappello che si affollavano impacciati in quella saletta – un gruppo di uomini più a disagio che commossi, che si pigiavano contro la credenza, camicie aperte, petti abbronzati, volti segnati dalle intemperie, con gli occhi fissi sul moribondo, con la medesima espressione angosciata di attesa. «Era ancora cosciente?», chiesi.
«Non parlò, ma mosse gli occhi e li guardò», rispose il secondo. Dopo un momento Burns aveva fatto cenno agli uomini di uscire dalla saletta: aveva ordinato di restare soltanto ai due più anziani perché fossero accanto al capitano mentre lui saliva sul ponte col sestante per “fare il punto”. Mezzogiorno era ormai vicino ed egli era preoccupato di calcolare esattamente la latitudine. Quando era ridisceso per riportare il sestante aveva trovato i due uomini nel corridoio. Attraverso la porta aperta aveva visto il capitano che giaceva tranquillo tra i guanciali. “Se ne era andato” mentre Burns prendeva la latitudine. Poco prima di mezzogiorno. Quasi non aveva cambiato posizione.
Burns sospirò e mi rivolse uno sguardo inquisitorio, come volesse dire «Ma è ancora qui?». Poi spostò i suoi pensieri dal nuovo al vecchio comandante che, essendo deceduto, non aveva ormai alcuna autorità, non dava più noia a nessuno ed era più facile da trattare. Continuò a parlare del vecchio capitano abbastanza a lungo. Era un uomo davvero strano – avrà avuto circa sessantacinque anni, un viso duro, ostinato e chiuso, capelli brizzolati grigio ferro. Per ragioni che non riuscivo a comprendere aveva l’abitudine di tenere la nave a oziare in mare. A volte di notte saliva sul ponte, e, Dio sa perché e a quale scopo, faceva serrare qualche vela, poi tornava giù, si chiudeva in cabina e suonava il violino per ore – quasi sino all’alba. Quando gliene saltava il ghiribizzo trascorreva parte del giorno e della notte a suonare il violino – a volte in toni molto alti.
Finché un giorno Burns aveva preso il coraggio a due mani e aveva protestato vivacemente con il comandante. Né lui, né l’altro ufficiale potevano chiudere occhio durante il loro turno di riposo per il rumore. Come potevano quindi rimanere svegli nelle ore di servizio? La risposta di quell’uomo intrattabile fu secca; se lui e l’altro ufficiale non apprezzavano la musica potevano far bagaglio e andarsene. E quando il capitano propose quest’alternativa la nave era a seicento miglia distante dalla costa più vicina.
A questo punto Burns mi guardò incuriosito. Io cominciavo a pensare che il mio predecessore fosse un vecchio piuttosto strano.
Ma dovevo sentire fatti ancora più strani. Saltò fuori che quell’intransigente, arcigno, duro, taciturno marinaio di sessantacinque anni, segnato dal vento e dal sale marino, aveva non soltanto un’anima da artista, ma era anche un appassionato amatore. A Haiphong, dove erano arrivati dopo una serie di inutili peregrinazioni (durante le quali per due volte avevano rischiato di perdere la nave), il capitano, secondo la definizione coniata dal signor Burns, si era “impegolato” con una donna. Di questa relazione Burns non aveva avuto sentore diretto, ma di quell’avventura era rimasta una prova inconfutabile, una fotografia scattata ad Haiphong. Il signor Burns l’aveva trovata in uno dei cassetti della cabina del capitano.
Più tardi vidi anch’io quel sorprendente documento umano (che in seguito gettai in mare). Il capitano era lì, seduto con le mani sulle ginocchia, quasi calvo, tarchiato, grigio, irsuto. Per certi aspetti ricordava vagamente un cinghiale. E al suo fianco troneggiava una matura donna bianca dall’aria terribile, dalle narici sensuali e dallo sguardo torvo e volgare. Indossava come travestimento un buffo e equivoco costume di fantasia orientaleggiante. Assomigliava ad una medium di infimo rango o a una cartomante da strapazzo. Malgrado ciò, colpiva l’immaginazione. Una maliarda da bassifondi. Tutto l’insieme appariva incomprensibile. Era terribile pensare che quella femmina avesse acceso l’ultimo bagliore di passione nello spirito fiero che ancora pareva aleggiare dallo sguardo beffardo e selvaggio del vecchio marinaio. Notai che aveva in mano uno strumento musicale – una chitarra o un mandolino. Là, forse, era il segreto della sua malia.
Per Burns quella fotografia era la chiave per capire perché la nave, senza carico, era rimasta ancorata a morire di caldo in quel porto dall’aria pestilenziale e soffocante. Erano rimasti lì a boccheggiare. Il capitano, che ogni tanto faceva qualche breve apparizione, borbottava a Burns delle giustificazioni inverosimili a proposito di alcune lettere che stava aspettando.
Un giorno, all’improvviso, dopo essere sparito per una settimana, il capitano era tornato a bordo nel pieno della notte e, ai primi bagliori dell’alba, aveva portato la nave fuori del porto. Alla luce del giorno era apparso a tutti stravolto e malato. Per arrivare al largo ci erano voluti due giorni e la nave, non si sa bene come, aveva urtato leggermente contro uno scoglio ma senza che si producessero falle.
Il capitano, brontolando «Non fa nulla», aveva informato Burns di aver deciso di portare la nave a Hong Kong e di lasciarla nel bacino di carenaggio.
Questa comunicazione aveva gettato Burns nella costernazione.
Infatti, veleggiare verso Hong Kong, contro il violento monsone, con uno scarso carico nella stiva, senza una scorta di acqua sufficiente, era un progetto pazzesco.
Ma il capitano, con tono che non ammetteva repliche, aveva ringhiato: «Prendete quella rotta!» e Burns, sgomento e furioso, aveva preso e mantenuto quella rotta, ammainando le vele, sforzando l’alberatura, fiaccando quell’equipaggio quasi impazzito per la piena convinzione che il tentativo era inutile e destinato a concludersi con una catastrofe.
Nel frattempo il capitano, chiuso in cabina, incastrato in un angolo del divano, per avvertire meno i furiosi movimento della nave, aveva continuato a suonare il violino o, comunque, a trarne continui suoni.
Quando era apparso in coperta, era rimasto silenzioso, senza nemmeno rispondere alle domande. Era evidentemente roso da un male misterioso che lo stava minando.
Con il passare dei giorni il suono del violino era divenuto sempre più fievole, fino a sembrare alle orecchie di Burns che lo ascoltava attraverso la porta della cabina del capitano, un debole brusio.
Un pomeriggio, al colmo della disperazione, Burns si era precipitato nella cabina del capitano e aveva fatto una scena tale, strappandosi i capelli e imprecando, che era riuscito ad avere la meglio sul carattere arrogante dell’ammalato. I cassoni dell’acqua erano ormai quasi vuoti, e in quindici giorni la nave non aveva fatto nemmeno cinquanta miglia. Non sarebbe mai stata in grado di raggiungere Hong Kong.
Era stata una lotta disperata che si poteva concludere con la distruzione della nave e degli uomini. Tutto questo era divenuto così evidente e chiaro che Burns, perso ogni controllo, aveva urlato in faccia al suo comandante: «Lei sta per andarsene all’altro mondo. Ma io non posso aspettare che lei sia morto per cambiare rotta. È lei che deve farlo. E farlo subito!».
L’uomo sdraiato aveva sogghignato sprezzantemente: «Dunque, dunque, sto per andarmene… È così?»
«Sì, capitano, lei ha i giorni contati», aveva risposto Burns con più calma. «Basta guardarla in faccia…».
«In faccia, eh?… Bene, cambi rotta, e Dio la maledica!».
Burns era tornato di corsa sul ponte, aveva governato la nave sopravvento, poi era tornato giù tranquillo ma risoluto.
«Ho fatto rotta su Pulo Condor, capitano», aveva detto. «Non appena lo avvisteremo, se sarà ancora tra noi, mi dirà in quale porto desidera che conduca la nave e io eseguirò».
Il vecchio gli aveva lanciato un’occhiata ferocemente astiosa e pronunciato queste atroci parole a voce bassa e spenta:
«Se i miei desideri dovessero realizzarsi, né la nave né nessuno di voi raggiungerebbe un solo porto. E spero proprio che non lo raggiungerete».
Burns era rimasto profondamente turbato. Penso davvero che in quel frangente fosse terrorizzato. Tuttavia era riuscito ad esplodere in una risata così fragorosa che questa volta era stato il vecchio a spaventarsi: si era raggomitolato su se stesso e gli aveva voltato le spalle.
«Ed era ancora pienamente cosciente», mi assicurò Burns con eccitazione. «Sapeva perfettamente ciò che diceva, dalla prima all’ultima parola».
Questo era stato in effetti l’ultimo discorso del capitano defunto. Dalle sue labbra erano poi uscite solo frasi senza senso. Quella notte aveva impiegato le sue ultime energie per buttare in mare il suo violino. In realtà, nessuno lo aveva visto compiere quell’atto, ma, dopo la sua morte, Burns non aveva trovato più lo strumento: era rimasta la custodia vuota, ma sulla nave il violino era irreperibile. Dove poteva essere finito se non in fondo al mare?
«Gettò il suo violino in mare?», esclamai.
«Certo», disse Burns ancora più eccitato, «e credo che, se avesse potuto, avrebbe tentato di trascinare con sé anche la nave. Non voleva che rivedesse mai più il suo porto. Non aveva mai voluto comunicare né con gli armatori né con la sua vecchia moglie. Non voleva più niente di niente. Aveva deciso di farla finita con tutto. Ecco come erano andate le cose. Non aveva più alcun interesse per gli affari, per i noli, per la traversata. Non gli importava di nulla. Voleva andarsene vagando per il mondo fino alla distruzione della nave e di tutto l’equipaggio».
Burns aveva tutta l’aria di uno uscito illeso da un grave pericolo. Mancava poco che gridasse, «se non ci fossi stato io!». E la cristallina innocenza dei suoi occhi indignati era stranamente evidenziata dall’arroganza dei suoi baffi che si era messo ad arricciare e a tirare di lato.
Avrei quasi sorriso se non fossi stato assorbito dalle mie stesse sensazioni, che erano molto diverse da quelle di Burns. Ero già un uomo che aveva il comando: le mie sensazioni non potevano essere uguali a quelle di ogni altro uomo a bordo. In quella comunità io facevo parte di una categoria a sé, come un sovrano nel proprio paese. Voglio dire un monarca assoluto, non un capo di Stato eletto dal popolo. Ero stato inviato là a governare quella nave da un’agenzia remota e imperscrutabile, come la grazia di Dio.
E, simile a un membro di una dinastia, sentendomi unito ai defunti da un legame quasi mistico, ero profondamente indignato per il comportamento del mio immediato predecessore.
Quell’uomo, ad eccezione dell’età, era stato, in tutti i suoi caratteri essenziali, un marinaio come me. Pure, alla fine della sua vita, aveva compiuto un atto di tradimento, era venuto meno ad una tradizione che mi sembrava più imperativa di qualsiasi altra norma sulla terra. Dunque, era evidente che anche in mare un uomo poteva essere vittima degli spiriti del male. Sentivo alitarmi sul volto il soffio delle potenze sconosciute che modellano la nostra sorte.
Non volevo prolungare troppo il silenzio. Domandai a Burns se aveva scritto alla moglie del capitano per informarla. Scosse il capo negativamente. Non aveva scritto a nessuno.
Di colpo si isolò in se stesso. Non aveva pensato a scrivere. Era sempre stato occupato a vigilare un furfante di stivatore cinese perché non rubasse il carico. In questo modo Burns m’illuminò per la prima volta sulla vera anima che albergava in lui con molta inquietudine.
Rimase un attimo assorto poi, con cupa, precipitosa foga riprese: «Sì, il capitano morì quasi a mezzogiorno preciso. Nel pomeriggio esaminai le sue carte e al tramonto lessi il servizio funebre. Poi orientai la prua verso nord e portai la nave qui in porto». Batté un pugno sul tavolo.
«In verità, sarebbe stato difficile che fosse arrivata in porto da sola», commentai. «Ma come mai non ha fatto rotta su Singapore?». Ebbe un attimo di esitazione nello sguardo. «Era il porto più vicino», borbottò quasi seccato.
Avevo fatto quella domanda in piena innocenza ma quella risposta (la lontananza era quasi la stessa) e il comportamento di Burns mi fecero intuire la pura verità. Aveva condotto la nave in un porto dove sperava, per mancanza di capitani qualificati che gli potessero essere preferiti, di conservare il comando temporaneamente assunto. Singapore, invece, doveva pullulare di comandanti qualificati. Ma nel suo ingenuo ragionamento non aveva pensato al cavo telegrafico che era posato proprio sul fondo del golfo stesso, dove aveva diretto la nave che pensava di aver salvato dalla rovina. Di qui l’asprezza e la sgradevolezza del tono del nostro incontro. Lo avvertivo sempre più ed era sempre meno di mio gusto.
«Mi ascolti, Burns», cominciai con molta fermezza. «Deve proprio capire che io questo incarico non l’ho cercato: mi è stato offerto e l’ho accettato. Sono qui in primo luogo per riportare in patria la nave, e può star certo che a questo fine vigilerò affinché tutti a bordo facciano il loro dovere. Per il momento, non ho altro da dire». A questo punto Burns si era alzato, ma invece di prendere commiato era rimasto lì con le labbra che gli tremavano per l’indignazione e fissandomi, come se davvero a me non restasse altro da fare, per uscire da quella situazione di disagio, che togliermi dal suo cospetto oltraggiato. Il suo stato d’animo, come tutti i semplici stati emotivi, aveva un non so che di patetico. Me ne dispiacque per lui: cominciava a destare in me quasi simpatia quando (visto che non mi decidevo a sparire) mi si rivolse con forzato controllo.
«Se a casa non avessi una moglie e un bambino, può star certo, capitano, che le avrei chiesto il permesso di andarmene nello stesso istante in cui lei ha messo piede a bordo».
Gli risposi con la calma più naturale, come se parlassimo di una terza persona, lontana da noi:
«E io, signor Burns, non l’avrei lasciata andar via. Lei ha sottoscritto un contratto che la impegna come secondo su questa nave e adesso è vincolato sino al rientro al porto di scalo. Sono certo che adempirà al suo dovere e collaborerà con me con tutta la sua esperienza e il massimo delle sue capacità». Nei suoi occhi indugiò una caparbia incredulità; ma, dinanzi al mio atteggiamento amichevole, la sua rigidità si sciolse. Agitando in aria le braccia in segno di saluto (gesto che avrei appreso poi a conoscere bene), uscì rapidamente.
In effetti, avremmo potuto risparmiarci quell’inutile schermaglia. Non sarebbero passati molti giorni che lo stesso Burns mi avrebbe scongiurato di non abbandonarlo a terra mentre io non avrei potuto dargli che risposte vaghe. L’intera faccenda assunse infatti una piega piuttosto tragica.
E questo dannato problema fu solo un episodio marginale, una semplice complicazione del problema più grande, di come portare al largo quella nave che mi apparteneva con i suoi uomini e le sue cose e che oziava ora, anima e corpo, sulle acque di quel fiume pestilenziale.
Burns, nel periodo in cui aveva assunto il comando della nave, aveva firmato con eccessiva fretta un contratto di noleggio che sarebbe stato ottimo se fosse stato firmato in un mondo ideale, senza malvagità. Mi fu sufficiente scorrerlo per accorgermi che andavamo incontro a guai seri, a meno che la controparte non fosse stata gente del tutto corretta e comprensiva.
Quando misi Burns al corrente dei miei dubbi, si adombrò. Mi gettò il solito sguardo diffidente e mi disse risentito:
«Immagino, capitano, che voglia dimostrare che ho agito da stupido?».
Gli risposi, con quella solita gentilezza che sembrava sempre meravigliarlo, che non volevo dimostrare un bel nulla. Il futuro sarebbe stato il miglior giudice.
Naturalmente, il futuro ci portò un mucchio di guai. Vennero dei giorni in cui non potevo pensare al capitano Giles senza un sentimento che rasentava l’odio. La sua dannata saggezza mi aveva messo a quel posto e l’avverarsi della sua profezia che «mi sarei trovato nei guai» sembrava un brutto tiro giocato alla mia giovanile ingenuità.
Già. Mi trovavo immerso in un mare di guai, di quei guai molto preziosi come “esperienza”. La gente parla sempre tanto bene dei vantaggi dell’esperienza, ma l’esperienza, nel nostro caso, equivaleva sempre a qualcosa di odioso, in contrasto con l’incanto e l’innocenza delle illusioni.
Debbo dire che le mie illusioni stavano rapidamente svanendo. E che tutte quelle difficoltà così formative si potevano alla fine riassumere in una sola parola: “ritardo”.
Chi ha inventato il proverbio «Il tempo è denaro», comprenderà la mia angoscia. La parola “ritardo” mi si era ficcata nella parte più segreta del cervello, mi risuonava come un rintocco di campana, assorbiva tutti i miei sensi, gettava su ogni cosa una tinta cupa, un sapore amaro, un presagio di morte.
«Mi spiace davvero di vederla così preoccupato. Davvero mi spiace…».
Era l’unica voce piena di umanità che sentii in quel periodo e, cosa abbastanza logica, veniva da un medico.
Un medico è umano per definizione. Ma quell’uomo lo era veramente. Le sue parole non erano frutto di un dovere professionale, non ero ammalato. Ma altri lo erano, per questo veniva a fare le sue visite sulla nave.
Era il medico della nostra Legazione e, naturalmente, anche del Consolato. Vigilava sulle condizioni sanitarie della nave che, nel complesso, non erano granché e che minacciavano continuamente di peggiorare. Sì, gli uomini soffrivano e così il tempo non era solo denaro, ma vita.
Non avevo mai visto un equipaggio tanto a posto. Lo osservò anche il dottore. «Sa, ha proprio dei bravi marinai». Non erano mai ubriachi e non domandavano neppure di scendere a terra. Mi preoccupai di non esporli troppo al sole. Durante il giorno li facevo lavorare sotto il tendone, e quel dottore così umano se ne compiacque. «Ottima precauzione, mio caro capitano».
È difficile dire quanto mi confortò quel riconoscimento. Il suo viso paffuto e rotondo, incorniciato da favoriti di un biondo chiaro, era la personificazione dell’affabilità. Era il solo essere umano al mondo che mi dimostrasse qualche interesse. Ad ogni visita era solito sedersi nella mia cabina intrattenendosi con me per una mezz’ora.
Un giorno gli dissi:
«Immagino che l’unica cosa da fare per il momento sia quella di aver cura di loro, come lei già fa, almeno fino a quando potrò portare la nave in mare, non le sembra?».
Chinò il capo, socchiudendo gli occhi dietro i grandi occhiali e mormorò:
«Il mare… Certamente».
Il primo membro dell’equipaggio ad essere colpito fu il cambusiere, il primo uomo col quale avevo parlato salendo a bordo. Trasportato a terra (con i sintomi del colera) morì lì nel giro di una settimana. Poi, mentre ero ancora sotto lo shock di quel primo colpo messo a segno dal clima, Burns cedette, e senza dir niente a nessuno, si allettò con una febbre altissima.
Credo che, almeno in parte, la malattia fosse dovuta al cattivo sangue che si faceva continuamente: il clima, con l’abilità di un mostro invisibile, sempre in agguato nell’aria, nell’acqua e nel fango delle rive, aveva fatto il resto. Burns era una vittima predestinata.
Lo trovai supino con lo sguardo cupo: emanava il calore di un piccolo forno. Alle mie domande rispose appena, mormorando: «Non può uno che ha un dannato mal di testa lasciare il servizio, una volta tanto?».
Quelle sere, dopo cena, mentre mi intrattenevo nel salottino, potevo udirlo borbottare senza interruzione nella sua cabina. Ransome, che stava sparecchiando, mi disse:
«Ho paura capitano, di non poter prestare al secondo tutte le cure necessarie. Debbo stare quasi sempre in cucina».
Ransome era il cuoco. Il secondo me l’aveva additato il primo giorno mentre era sul ponte con le braccia incrociate sul petto robusto guardando il fiume.
Anche da lontano impressionava per la figura ben proporzionata e qualcosa di assolutamente marinaro nel portamento. Da vicino gli ficchi intelligenti e calmi, il volto cordiale, i modi privi di servilismo, facevano di lui un personaggio molto interessante. Quando poi Burns mi disse che era il miglior marinaio a bordo mi stupii che, così giovane e con quell’aspetto, si fosse arruolato come cuoco.
«Colpa del cuore», mi aveva spiegato Burns, «ha qualcosa che non funziona. Uno sforzo troppo grande potrebbe essergli fatale».
Invece era il solo che non aveva sofferto del clima, forse perché, portandosi nel petto un mortale nemico, si era esercitato a una metodica moderazione di sentimenti e di atti. Questo dominio su se stesso era palese per chi conosceva il suo segreto. Dopo la morte del cambusiere, visto che in quel porto d’Oriente non si poteva rimpiazzarlo con un bianco, Ransome si era offerto di assumere il doppio lavoro.
«Posso farlo benissimo, comandante», mi aveva assicurato, «basta che faccia tutto con calma».
Tuttavia non potevo chiedergli di fare anche l’infermiere. Inoltre il dottore ordinò perentoriamente di sbarcare a terra il signor Burns.
Sostenuto sotto le braccia da due marinai, più ombroso del solito, il secondo varcò il barcarizzo. Cercammo con due cuscini di accomodarlo su una barella. Ma lui, sforzandosi, disse con voce stentata:
«Finalmente è riuscito nel suo intento – buttarmi fuori della nave».
«Si sbaglia Burns, si sbaglia proprio…», risposi con calma e con un sorriso di circostanza; e lo vidi allontanarsi con la carrozzella che lo portava in una specie di ambulatorio, un padiglione in muratura che il medico aveva fatto costruire nel giardino della sua residenza.
Mi recavo a far visita a Burns regolarmente. Nei primi giorni non riconosceva nessuno. In seguito mi ricevette facendomi capire di ritenere che lo andavo a vedere con la voluttà di chi osserva il nemico sconfitto, oppure per ingraziarsi chi era stato trattato molto ingiustamente. Si comportava nell’uno o nell’altro modo secondo il suo umore mutevole. Comunque, anche quando era troppo debilitato per parlare, cercava di comunicarmi queste sensazioni. Io mi sforzavo di trattarlo sempre con la stessa affabilità.
Finché un giorno, all’improvviso, la sua follia sfociò in un accesso di terrore.
Se lo avessi abbandonato in quel terribile paese, sarebbe morto. Lo sentiva, ne aveva la certezza. Io però non avrei mai avuto il coraggio di lasciarlo a terra. Aveva moglie e un bambino a Sidney.
Sporse dalle lenzuola le braccia smagrite, poi si torse le mani scarne. Sarebbe morto! Sarebbe morto lì…
Per un momento riuscì a sollevarsi sul letto, ma ricadde indietro e pensai che stesse per morire all’istante. Chiamai l’infermiere bengalese e mi allontanai rapidamente dalla sua stanza.
Il giorno seguente mi sconvolse ancora con le solite suppliche. Gli diedi una risposta vaga e me ne andai avendo negli occhi l’immagine della sua terribile disperazione. Il giorno dopo mi recai da lui malvolentieri. Appena entrato mi assalì con un tono di voce più fermo e con una stupefacente abbondanza di argomenti. Sosteneva le sue ragioni con una sorta di delirante vigore e infine mi chiese come avrei potuto sopportare di avere sulla coscienza la morte di un uomo. Dovevo promettergli che non sarei partito senza di lui.
Gli risposi che dovevo prima sentire il parere del medico. Al che si mise a gridare: Niente medico! Mai! Sarebbe stata la sua condanna a morte.
Lo sforzo l’aveva sfinito. Chiuse gli occhi ma continuò a farneticare a bassa voce. Disse che io l’avevo odiato sin dal primo momento. Anche il capitano defunto lo aveva odiato. Avrebbe voluto vederlo morto. Aveva desiderato veder morto tutto l’equipaggio…
«Capitano, perché vuole comportarsi come quel cadavere malefico? La sua influenza finirà per agire anche su di lei», concluse sgranando gli occhi, senza espressione. «Burns», gridai sconvolto. «Ma che sta dicendo?». Parve rientrare in sé, ma era troppo debole per ricominciare. «Non so», disse stancamente, «ma, la prego, non chieda nulla al dottore, capitano. Io e lei siamo marinai, non chieda niente a lui. Forse un giorno anche lei avrà moglie e un bambino».
E di nuovo mi supplicò di promettergli che non lo avrei lasciato a terra. Trovai la fermezza di non prometterglielo. In seguito questa fermezza mi sembrò criminale: ma ormai avevo preso la decisione. A quell’uomo prostrato, senza nemmeno il fiato sufficiente per respirare, divorato dal panico, era impossibile resistere. Inoltre, aveva proprio trovato le parole giuste. Lui ed io eravamo marinai. Era stato davvero un giusto richiamo, poiché io non avevo altra famiglia. L’argomento che avrei avuto – un giorno – una moglie e un bambino era invece inefficace, mi sembrava soltanto un po’ falso e retorico.
Nessun richiamo mi poteva invece sembrare più forte e persuasivo di quello della nave e dell’equipaggio immobilizzato sul fiume da futili complicazioni mercantili come in una trappola mortale.
Comunque, mi ero quasi conquistato il cammino verso il mare. Il mare era puro, sicuro e amico. Ancora tre giorni.
Questo pensiero mi sostenne e mi aiutò a tornare sulla nave. Nella saletta mi accolse la voce del dottore alla quale seguì l’apparizione del suo grosso corpo. Usciva dalla cabina di dritta dove si trovava l’armadietto dei medicinali di bordo, saldamente fissato alla cuccetta.
Il dottore mi disse che, in attesa di vedermi, era andato ad ispezionare la scorta dei medicinali, delle bende ecc. C’era tutto e in regola.
Lo ringraziai. Io stesso gli avrei domandato di fare quella verifica, perché come anche lui sapeva, fra due giorni avremmo preso il mare dove finalmente avrebbero avuto fine tutti i nostri guai.
Mi ascoltò gravemente e non rispose. Ma quando gli dissi ciò che pensavo di fare con Burns, mi si sedette vicino, e, posandomi la mano sul ginocchio con fare amichevole, mi pregò di riflettere bene sulle conseguenze alle quali andavo incontro.
Burns aveva appena le forze sufficienti per essere trasportato, niente di più. Non avrebbe potuto sopportare un nuovo attacco di febbre. Avevamo dinanzi una traversata di una settantina di giorni che sarebbe cominciata con una navigazione difficile e sarebbe finita probabilmente con una serie di tempeste. Potevo correre il rischio di fronteggiarla da solo, senza secondo, e con l’altro ufficiale che era quasi un ragazzo?…
Avrebbe potuto aggiungere che era il mio primo comando, probabilmente ci pensò ma si trattenne da dirlo. Ma io l’avevo bene in mente.
Mi suggerì di telegrafare a Singapore per richiedere un altro secondo, anche se, per questo, avessi dovuto rimandare la partenza di una settimana.
«Neppure un giorno», dissi. Al solo pensiero di rimandare la partenza mi sentivo rabbrividire. I miei uomini erano ancora in forze ed era tempo ormai di portarli via. Una volta in mare aperto, tutti i miei timori sarebbero scomparsi. Il mare era l’unica medicina per i miei affanni.
Gli occhiali del dottore sembravano due fasci di luce, puntati su di me, come a frugare l’autenticità della mia determinazione. Aprì le labbra come per continuare la discussione, ma le richiuse senza dire più nulla. Intanto l’immagine del povero Burns stremato, abbandonato, delirante, stava lì, davanti ai miei occhi e mi commuoveva più di quanto un’ora prima mi avesse commosso la realtà. Quella realtà mi si mostrava spoglia dei lati ombrosi del personaggio: non potevo farcela a resistere.
«Ascolti», dissi, «o lei mi dice ufficialmente che quell’uomo non può essere trasportato, o io lo farò riportare a bordo domani, e la mattina dopo porterò la nave fuori del fiume, a costo di tenerla all’ancora un paio di giorni fuori della barra prima che sia pronta ad affrontare il mare aperto».
«Oh! Allora a Burns penserò io», rispose subito il dottore. «Mi ero limitato a darle un consiglio amichevole, per il suo bene».
Si alzò con la sua composta e grave semplicità e mi strinse calorosamente la mano, con una certa solennità, mi parve. Però mantenne la parola. Quando Burns apparve sul barcarizzo trasportato in barella, lui era al suo fianco. Un solo mutamento rispetto al nostro programma: il trasporto dell’ammalato era avvenuto all’ultimo momento, la mattina stessa della partenza.
Fu appena un’ora dopo il levar del sole. Il dottore dalla riva mi fece un cenno di saluto col braccio e tornò subito al suo calesse che lo aveva seguito vuoto lungo la riva del fiume. Vidi Burns mentre lo trasportavano. Sembrava moribondo. Ransome lo accompagnò e lo sistemò nella sua cabina. Io dovevo restare sul ponte a sorvegliare la nave: il nostro cavo era già stato attaccato al rimorchiatore.
Gli spruzzi degli ormeggi mollati in acqua servirono a cambiare completamente i miei sentimenti. Provavo una vaga sensazione di rilassamento, come se finalmente mi fossi destato da un brutto sogno. Tuttavia, quando la nave, scivolando lungo il fiume, si allontanò da quella squallida città d’Oriente, non avvertii l’ebbrezza che mi aspettavo da quel momento, per il quale mi ero tanto battuto. Quello che invece sentivo era un allentamento della tensione, che si traduceva in un senso di stanchezza, come se uscissi da una lotta ingloriosa.
Verso mezzogiorno gettammo l’ancora a un miglio fuori della barra. Nel pomeriggio l’equipaggio lavorò davvero sodo. Osservando il lavoro dal cassero di prua, dove mi trattenni tutto il tempo, mi resi conto che i miei uomini risentivano della spossatezza, frutto delle sei settimane passate nella calura umida del fiume. La prima brezza l’avrebbe spazzata via. Al momento c’era una calma assoluta. Mi sembrò che il secondo ufficiale, un giovane sbarbatello dalla faccia non molto espressiva, non era (a dirla senza troppa severità) il tipo adatto a essere il braccio destro del capitano. Ma fui contento nel vedere, lungo il ponte, qualche sorriso nel volto dei marinai che finora avevo appena avuto il tempo di osservare. Ora che mi ero liberato delle pene e delle fatiche dei problemi di terra, mi sentivo come in famiglia, eppure un po’ estraneo, come chi, dopo un lungo peregrinare, ritorna tra i suoi.
Ransome era in costante movimento tra la cucina e la cabina. Era una soddisfazione osservarlo. Si muoveva con armonia. Era l’unico di tutto l’equipaggio che, mentre era in porto, non si era mai ammalato, nemmeno per un giorno. Ma sapendo che aveva in petto un cuore ammalato, capivo che poneva un freno alla sua naturale agilità di marinaio. L’impressione che dava era di un uomo cosciente di portare dentro di sé qualcosa di fragile e di esplosivo.
Mi accadde di parlargli una volta o due. Mi rispose sempre con calma e serenità, sorridendo appena, un po’ pensoso. Burns sembrava stesse riposando. E pareva che stesse abbastanza comodo.
Dopo il tramonto salii di nuovo in coperta dove tutto era solitudine e silenzio. Non si distingueva più la striscia sottile e piatta della costa. Intorno alla nave le tenebre si erano levate come un’emanazione misteriosa che proveniva dalle acque mute e deserte. Mi appoggiai al parapetto, come se stessi per perdere il senso dell’equilibrio. Che assurdità! Chiamai nervosamente: «Qualcuno in coperta!».
«Sì, capitano», – l’immediata risposta infranse l’incantesimo. L’uomo di guardia all’ancora salì agilmente in coperta. Gli dissi di avvertirmi subito al minimo accenno di brezza.
Mentre ritornavo in cabina vidi Burns. D’altronde non avrei potuto fare a meno di vederlo, dal momento che la porta della sua cabina era aperta. Era così stremato che, in quella cabina tutta bianca, sotto le lenzuola bianche, la testa quasi rimpicciolita affondata nei guanciali bianchi, lo sguardo veniva attirato dal rosso dei suoi baffi. Sembravano artificiali questi baffi, come in vetrina, esposti alla luce cruda, senza ombre, della lampada della paratia. Mentre lo osservavo con una sorta di stupore, diede segno di vita aprendo gli occhi e voltandosi verso di me. Il movimento di un attimo. «Calma assoluta, Burns», dissi con rassegnazione. Burns cominciò un discorso delirante con un timbro di voce chiaro e nuovo. Era uno strano tono, quasi fosse dovuto non alla malattia, ma a una causa d’altra natura. Una voce che sembrava venire da sotto terra. Quanto alle parole che pronunciava, mi sembrò di comprendere che tutto quel che accadeva era da attribuirsi all’influenza del “vecchio” – il defunto capitano – che era in agguato là, in fondo al mare, con qualche intenzione malvagia. Era la storia di un sortilegio.
Ascoltai fino all’ultimo; poi entrai nella cabina e gli misi una mano sulla fronte. Era fresca. Farneticava solo per l’estrema debolezza. Di colpo sembrò rendersi conto della mia presenza, e con voce normale, anche se molto debole, chiese con rammarico:
«Non c’è proprio modo di prendere il largo, comandante?»
«A che serve mollare gli ormeggi, Burns», risposi. «Solo per andare alla deriva?».
Emise un sospiro, e lo lasciai immobile. Era attaccato alla vita e alla ragione da un filo ugualmente sottile. Io invece, ero oppresso dal peso della responsabilità che era solo mia. Andai nella mia cabina per cercare un po’ di tranquillità in qualche ora di sonno. Non avevo ancora chiuso gli occhi che il marinaio di guardia venne ad avvertirmi che c’era una brezza leggera. Sufficiente per prendere il mare, disse.
Ed era infatti appena sufficiente. Disposi gli uomini agli argani, ordinai di mollare le vele e di bordare le vele di gabbia. Avevo appena finito di mettere a punto questi preparativi che cadde ogni soffio di vento. Orientai ugualmente i pennoni e feci tendere tutte le vele. Non volevo rinunciare a quella prova.
Capitolo quarto
La mia nave sembrava immobile, con l’ancora a prua e le vele spiegate, simile a un modellino di veliero poggiato su un marmo levigato tra luci e ombre. Era impossibile distinguere la terra dall’acqua nella misteriosa quiete delle forze immense dell’universo. Un’impazienza improvvisa si impadronì di me.
«Non risponde al timone per niente?», chiesi irritato all’uomo le cui robuste braccia scure aggrappate ai raggi della ruota emergevano luminose nell’oscurità – come un simbolo del diritto dell’umanità di dirigere il proprio destino.
Mi rispose:
«Sissignore. Ma si muove troppo lentamente».
«Cerca di indirizzare la prua a sud».
«Sì, sì, capitano».
Andavo su e giù per il cassero di poppa. Non c’era altro suono, solo il rumore dei miei passi, finché l’uomo parlò di nuovo:
«Ora è a sud, capitano».
Sentivo il respiro divenire affannoso all’idea di abbandonare la prima rotta del mio primo comando alla notte silenziosa, umida di rugiada e splendente di stelle. Vi era un fine in quell’atto che mi votava alla interminabile vigilanza del mio compito solitario.
«Tienila in questa direzione», ordinai alla fine, «la rotta è a sud».
«Sud, capitano», fece eco l’uomo.
Mandai di sotto l’ufficiale in seconda e la guardia e rimasi a vegliare, camminando sul ponte nelle fredde, sonnolenti ore che precedono l’alba.
Leggere folate di vento venivano e andavano e, ogni volta che erano abbastanza forti da risvegliare l’acqua scura, il mormorio lungo i fianchi della nave mi penetrava diritto nel cuore in un delicato crescendo di piacere, per morire subito dopo. Mi sentivo stanco da morire. Anche le immense stelle sembravano stanche di aspettare lo spuntare del giorno. Questo venne, infatti, con una lucentezza di madreperla allo zenit, come non l’avevo mai visto ai tropici, privo di incandescenza, quasi grigio, e con uno strano ricordo di più alte latitudini.
La voce dell’uomo di vedetta gridò dalla prora:
«Terra a babordo, capitano».
«Benissimo».
Poggiato al parapetto, non avevo nemmeno alzato gli occhi. Il movimento della nave era impercettibile. Ransome mi portò subito il caffè del mattino. Dopo averlo bevuto guardai in avanti e, nella chiara striscia di luce di un pallido arancione, vidi profilarsi la terra piatta, come ritagliata da una carta nera: sembrava galleggiare sull’acqua, leggera come sughero. Ma il sole che stava nascendo la trasformò in un semplice vapore scuro, in una greve e pesante ombra tremolante nella luce abbagliante.
Gli uomini di guardia finirono di lavare il ponte. Scesi di sotto e mi fermai davanti alla porta di Burns (che non sopportava di tenerla chiusa), ma esitai a rivolgergli la parola, finché non mosse gli occhi. Gli diedi la notizia. «All’alba abbiamo avvistato Capo Liant. Circa quindici miglia». Allora mosse le labbra ma non si avvertì alcun suono: dovetti chinarmi su di lui per cogliere il suo stizzoso commento: «Si va avanti troppo lentamente… non abbiamo fortuna».
«In ogni, caso, sempre meglio che star fermi», gli risposi in tono rassegnato, e lo lasciai a tutti i pensieri e le fantasie che lo ossessionavano nel suo stato di estrema prostrazione.
Più tardi, in mattinata, sostituito dal mio secondo ufficiale, mi buttai sul divano e per circa tre ore dimenticai tutto. Era così profondo il mio sonno che al risveglio stentai a capire dove mi trovavo. Provai un immenso sollievo al pensiero: ero a bordo della mia nave! Ero sul mare! Sul mare!
Attraverso l’oblò contemplai un orizzonte tranquillo, immerso nel sole: l’orizzonte di un giorno senza vento. Ma la sola vista di quelle ampie distese fu sufficiente a darmi un senso di felice evasione, una momentanea ebbrezza di libertà.
Entrai nella saletta col cuore più leggero, come non mi succedeva da giorni. Ransome era vicino alla credenza e stava apparecchiando il tavolo per il primo pranzo in mare. Girò la testa e qualcosa nei suoi occhi spense il mio modesto entusiasmo.
Gli domandai istintivamente: «Cosa c’è di nuovo?» ma non immaginavo neppure lontanamente la risposta che mi diede, con quella sorta di composta serenità caratteristica dell’uomo. «Ho paura che non ci siamo lasciati alle spalle tutti i malanni, capitano!».
«No? Come sarebbe a dire?».
Mi raccontò che durante la notte due dei nostri uomini si erano messi a letto con un febbrone. Uno tremava per la febbre, l’altro era scosso da brividi, ma Ransome credeva che si trattasse dello stesso male. Lo pensavo anch’io. Rimasi sconvolto dalla notizia. «Uno sta tremando dalla febbre e l’altro è scosso da brividi, dici? No, non abbiamo lasciato i guai alle nostre spalle. Sembrano molto gravi i due?»
«Abbastanza, capitano».
Gli occhi di Ransome erano fissi nei miei. Scambiammo un sorriso. Quello di Ransome era un po’ assorto, come sempre; il mio abbastanza accigliato in accordo con la mia segreta esasperazione.
Domandai:
«C’è un po’ di vento, stamattina?»
«Sarebbe difficile dirlo, capitano. Comunque ci stiamo muovendo. La terra davanti a noi sembra ora un po’ più vicina».
Era così. Un po’ più vicina. Se avessimo avuto solo un po’ di più di vento, solo un po’, avremmo potuto, avremmo dovuto a questa ora doppiare Capo Liant, aumentando la nostra distanza da quel porto ammorbato. E non si trattava solo della distanza. Mi sembrava che una brezza più forte avrebbe potuto spazzare via dalla nave anche l’infezione che le si era avvinghiata. Era chiaro che le si era avvinghiata. Due uomini. Uno che tremava di febbre e uno con i brividi. Provavo una vera riluttanza ad andare a trovarli. A che pro, poi? Il veleno è veleno. La febbre tropicale è la febbre tropicale. Ma che questa avesse steso i suoi artigli su di noi fin sul mare, mi sembrava un abuso straordinario e subdolo. Difficilmente riuscivo a credere che poteva essere qualcosa di più dell’ultimo, disperato sforzo del male da cui stavamo sfuggendo, rifugiandoci nel puro alito del mare. Se almeno quest’alito fosse stato un po’ più forte! Comunque, c’era del chinino contro la febbre. Scesi in cabina dove nell’armadietto si trovavano le medicine, per prepararne due dosi. Aprii l’armadietto con la stessa fede di un uomo che apre uno scrigno meraviglioso. La parte superiore era colma di bottiglie, tutte uguali e quadrate, che si assomigliavano come gocce d’acqua. Sotto questa fila ordinata si trovavano due cassetti zeppi fino all’orlo di un’infinità di cose inimmaginabili: c’erano pacchetti, fasce, scatole di cartone con strane etichette. Il terzo cassetto, più in basso degli altri due, conteneva la nostra provvista di chinino.
Ce n’erano cinque bottiglie, tutte tonde e della stessa misura. Una era mezza rotta. Le altre quattro erano ancora incartate e sigillate. Ma non mi aspettavo di vedere una busta posata su queste bottiglie, una busta quadrata che apparteneva in realtà alla cancelleria di bordo.
Da come era messa, si vedeva chiaramente che non era chiusa e, prendendola e girandola, mi accorsi che era indirizzata a me. Conteneva mezzo foglio di carta per appunti, che aprii con lo strano sospetto di schiudere qualcosa di misterioso, ma senza alcuna eccitazione, come in sogno, quando si fanno o si vedono cose straordinarie.
«Mio caro capitano», cominciava la lettera, ma io corsi subito con l’occhio alla firma. Lo scrivente era il dottore. Il giorno era quello in cui, tornando dalla mia visita a Burns in ospedale, lo avevo trovato ad aspettarmi nella mia cabina: mi aveva detto allora che aveva passato il tempo ispezionando per me i medicinali nell’armadietto. Che strano! Mentre mi aspettava, in quel poco tempo, si era divertito a scrivermi una lettera, e quando ero arrivato, si era affrettato a metterla nel cassetto delle medicine. Un comportamento davvero incredibile. Tornai alla lettera incuriosito.
Con una calligrafia piuttosto larga, frettolosa ma molto leggibile, quell’uomo bravo e simpatico, sia per gentilezza d’animo sia perché stimolato forse dall’irresistibile desiderio di esprimere la propria opinione, non volendo scoraggiare in anticipo le mie speranze, mi avvertiva di non porre troppa fiducia negli effetti benefici di un cambiamento dalla terra al mare. «Non volevo accrescere i suoi guai scoraggiandola», scriveva, «ma ho paura che da un punto di vista medico, la fine delle vostre disgrazie non è vicina». In breve, prevedeva che avrei dovuto lottare contro un nuovo attacco di febbre tropicale. Fortunatamente, avevo una buona provvista di chinino. Dovevo confidare in questo e amministrarla bene finché le condizioni sanitarie della nave non fossero migliorate.
Chiusi la lettera e la rimisi in tasca. Ransome prese due grosse dosi per gli uomini a prua. Quanto a me, non salii subito sul ponte. Mi affacciai prima sulla soglia della stanza di Burns e diedi anche a lui la notizia.
Era impossibile capire l’effetto che gli fece. All’inizio credetti che fosse ammutolito. La sua testa era affondata nei cuscini. Muoveva appena le labbra, per assicurarmi che le forze gli stavano tornando, ma bastava guardarlo in faccia per capire che questo era molto lontano dalla realtà.
Com’era naturale, quel pomeriggio montai la guardia. Una grande calma afosa avvolgeva la nave e sembrava tenerla immobile in una zona infuocata, fatta di due toni di azzurro. Calde e deboli folate di vento scendevano senza nerbo dall’alto delle vele. E nonostante tutto, la nave si muoveva. Doveva muoversi. Perché mentre il sole tramontava avevamo raggiunto e doppiato Capo Liant davanti a noi: un’ombra funesta che si ritraeva negli ultimi bagliori del crepuscolo.
La sera, sotto la cruda luce della lampada, Burns sembrò emergere dalla superficie del suo letto. Era come se la mano che lo aveva affondato si fosse sollevata da lui. Mi rispose con poche parole ma con un discorso relativamente lungo e comprensibile. Asserì di sentirsi molto più forte. Se fosse riuscito a sfuggire all’oppressione di quella calura stagnante, era sicuro che in pochi giorni sarebbe stato in grado di salire sul ponte e di aiutarmi.
Mentre parlava, tremavo al pensiero che l’estremo sforzo di energia, che impiegava per rivolgersi a me, avrebbe potuto costargli la vita. Ma non posso negare che ci fu qualcosa che mi confortò nella sua buona volontà. Gli diedi una risposta adeguata, ma gli dissi che una sola cosa poteva aiutarci sul serio: il vento, un vento favorevole.
Scosse con impazienza il capo sul cuscino. E non fu molto confortante sentirlo di nuovo farneticare sull’ultimo capitano, quel vecchio sepolto a 8°20’ di latitudine, proprio sulla nostra rotta e in agguato all’entrata del golfo.
«Ancora pensa al suo defunto capitano, Burns?», gli chiesi. «Immagino che i morti non serbino più rancore contro i vivi. Non si curano più di loro».
«Lei, quello, non lo conosce», sospirò Burns debolmente.
«No, io non l’ho conosciuto e lui non ha conosciuto me. Così, in ogni caso, non può avercela con me».
«Già», insistette, «ma ci siamo tutti noi altri a bordo».
Sentivo che l’inespugnabile forza del buon senso era minacciata insidiosamente da quella pazzesca, insana mania. Gli dissi:
«Non deve parlare troppo. Si stancherà!».
«E poi, c’è anche la stessa nave», riprese sospirando.
«Non voglio sentire una parola in più», dissi, e, alzandomi, gli posi la mano sulla fronte fresca. Questo mi confermava che l’atroce assurdità era radicata nell’uomo stesso e non nella sua malattia, che pareva lo avesse svuotato di ogni forza, mentale o fisica, eccetto quell’unica idea fissa. Nei giorni che seguirono evitai di dare a Burns motivo di continuare la discussione. Mi limitavo a rivolgergli qualche parola frettolosa e cordiale mentre passavo davanti alla sua porta. Penso che, se ne avesse avuto la forza, mi avrebbe chiamato spesso. Ma non l’aveva. Tuttavia, Ransome osservò un pomeriggio che l’ufficiale in seconda «sembrava riprendersi meravigliosamente». Gli domandai come per caso:
«Non le ha più fatto discorsi sconclusionati, ultimamente?»
«No, signore». Ransome fu sorpreso dalla domanda diretta; ma dopo una breve pausa aggiunse tranquillo: «Mi ha detto stamattina, signore, che era dispiaciuto per aver dovuto seppellire il nostro vecchio capitano proprio sulla rotta che la nave deve battere, se così si può dire, per uscire fuori dal golfo».
«E questa assurdità non le basta?», chiesi guardando con fiducia il volto calmo e intelligente sul quale il segreto male che l’uomo portava nel petto aveva steso un velo sottilissimo di preoccupazione. Ransome non lo sapeva. Non ci aveva mai pensato. E poi, con un debole sorriso, si congedò da me con i suoi infiniti dubbi, con la sua abituale, misurata energia.
Passarono altri due giorni. Avevamo avanzato un po’ – molto poco – nella superficie più ampia del Golfo del Siam. Continuavo ad aggrapparmi all’entusiasmo che avevo provato nel ricevere il mio primo comando che mi era caduto in grembo per l’intervento del capitano Giles, ma provavo tuttavia un sentimento d’inquietudine, come se dovessi in qualche modo scontare tanta fortuna. Avevo passato in rassegna, dal punto di vista professionale, tutte le mie possibilità. Conoscevo il mio mestiere. Per lo meno, lo pensavo. In complesso ero convinto di essere preparato come può esserlo solo un uomo che segue tenacemente il richiamo della carriera che ama. Questo sentimento mi sembrava la cosa più naturale del mondo. Naturale, come respirare. Immaginavo di non poter vivere senza.
Non sapevo cosa mi attendesse. Forse non mi aspettavo altro che quella speciale intensità di vita che rappresenta la quintessenza delle aspirazioni dei giovani. Comunque, qualunque cosa mi attendesse, non mi aspettavo di essere colto dai cicloni. La sapevo lunga su questo argomento. Nel Golfo del Siam non c’erano cicloni. Ma non mi aspettavo nemmeno di trovarmi legato mani e piedi in una situazione che appariva ogni giorno di più senza speranza.
Non che il diabolico incanto ci tenesse sempre immobili. Misteriose correnti ci trasportavano avanti e indietro con una forza subdola che si manifestava nel cambiamento dell’aspetto delle isole che costellavano la sponda orientale del golfo. E c’erano anche i venti, incostanti e ingannevoli. Facevano nascere speranze unicamente per precipitarle poi nelle più amare delusioni, promesse di buon cammino che finivano in una perdita di terreno e si esaurivano in sospiri, morivano in una muta calma in cui le correnti la facevano da padrone a modo loro, e quel modo era la nostra rotta nemica.
L’isola di Koh-ring, una grande, nera, alta montagna circondata da molti minuscoli isolotti, adagiata sopra l’acqua cristallina come un gigante tra i pigmei, sembrava il centro del cerchio fatale. Sembrava impossibile potersene allontanare. Giorno dopo giorno era l’unica visione. Più di una volta, nella brezza favorevole, nella breve luce del crepuscolo, avevo rilevato la sua posizione, sperando di vederla per l’ultima volta. Vana speranza. Una notte di venti incostanti spazzava via i vantaggi momentaneamente raggiunti in virtù di un caso favorevole, e l’alba ci riportava il nero rilievo del Koh-ring, più arido, inospitale e sinistro che mai.
«È come se fossimo stregati, al di là del mondo», dissi una volta a Burns mentre stavo, come al solito, sulla soglia della cabina.
Era seduto sul suo letto. Stava riemergendo a poco a poco verso il mondo dei vivi, ma non l’aveva ancora raggiunto. Annuì con un cenno della testa fragile ed ossuta in segno di un saggio e misterioso consenso.
«Sì, so cosa ne pensa», dissi io. «Ma non può aspettarsi che io creda che un uomo morto possa avere il potere di sovvertire le leggi meteorologiche in questa parte del mondo. Anche se tutto sembra andare nel peggiore dei modi. Le brezze di terra e di mare si sono come frantumate. Non possiamo contare su di loro più di cinque minuti di seguito».
«Non ci vorrà ancora molto prima che io possa salire in coperta», bisbigliò Burns, «allora vedremo».
Non avrei potuto dire se quella frase fosse una promessa di combattere la malvagità soprannaturale. In ogni caso non era il genere d’aiuto di cui avevo bisogno. Ormai vivevo sul ponte giorno e notte, approfittando di ogni occasione per portare la mia nave un po’ più a sud. Ma il secondo, me ne rendevo conto, era ancora estremamente debole e non si era liberato dalla sua mania che a me sembrava un puro sintomo della sua malattia. Comunque, la speranza di un infermo non doveva essere scoraggiata, e io dissi:
«Sarà veramente il benvenuto sul ponte, Burns, sono sicuro. Se continua a migliorare di questo passo, sarà presto uno degli uomini più sani della nave».
Ciò che sentì gli piacque, ma la sua estrema magrezza mutò il suo sorriso autocompiaciuto in un’esibizione spettrale dei suoi lunghi denti sotto i baffi rossi.
«I marinai non migliorano, signore?», chiese con calma, con un’espressione visibile di ansietà sul volto.
Gli risposi solo con un vago gesto e uscii. Il problema era che la malattia giocava con noi allo stesso modo capriccioso del vento. Andava da un uomo all’altro con mano più leggera o più pesante, ma sempre lasciando ovunque una traccia, facendo vacillare alcuni, mettendo altri per un certo periodo fuori combattimento; lasciando l’uno, tornando sull’altro, così che adesso tutti avevano un aspetto malato e uno sguardo spaurito, smarrito negli occhi. Intanto Ransome ed io, i soli non toccati, giravamo assiduamente tra loro distribuendo chinino. Era una duplice lotta. Il tempo avverso ci tratteneva dal proseguire in avanti, e la malattia ci premeva alle spalle. Debbo ammettere, comunque, che l’equipaggio era eccellente. Il costante duro lavoro di bracciare i pennoni era affrontato di buona lena, ma i marinai avevano ormai perduto l’elasticità delle membra e quando li osservavo dal cassero della poppa non potevo togliermi dalla mente l’atroce impressione di vederli muoversi in un’atmosfera avvelenata. Laggiù, nella sua cabina, Burns aveva migliorato a tal punto da riuscire non solo a stare seduto nel letto, ma anche a piegare le gambe. Si stringeva le ginocchia con le deboli braccia ossute, come uno scheletro animato, mentre emetteva profondi sospiri d’impazienza.
«La cosa più importante, signore», mi diceva in ogni occasione, «la cosa più importante che io dovrò fare appena possibile, è portare la nave oltre gli 8°20’ di latitudine. Passati quelli, saremo salvi».
All’inizio cercavo di sorridergli anche se, lo sa Iddio, non avevo tanta voglia di sorridere. Ma alla fine persi la pazienza:
«Ah, sì. La latitudine 8°20’. È dove ha sepolto il suo capitano morto, non è così?». E poi aggiunsi severo: «Non pensa, Burns che sia giunto il momento di smetterla con queste assurdità?».
Girò verso di me i suoi occhi infossati con uno sguardo di invincibile ostinazione. Ma si limitò a bisbigliare qualcosa, in modo sufficientemente forte perché io lo potessi sentire, come: «Non sarei sorpreso… vedrà… ci giocherà qualche brutto tiro…».
Chiacchiere simili non erano proprio quello che ci voleva per tirarmi su. Il peso delle avversità cominciava a sentirsi. Nello stesso tempo avvertivo il disprezzo per la mia debolezza. Mi ripetevo con sdegno che ci voleva ben altro per intaccare la mia fermezza d’animo.
Non sapevo ancora quando e da quale inaspettata direzione sarei stato attaccato.
Accadde proprio l’indomani. Il sole si era alzato chiaro dietro la punta sud del Koh-ring che ancora continuava ad accompagnarci lungo il nostro fianco sinistro come una malefica scorta. La sua visione mi era ormai odiosissima. Per tutta la notte avevamo tentato nuove rotte, lungo tutto il giro dell’orizzonte, bracciando i pennoni senza posa, per cercare di cogliere quegli aliti di vento che, temevo ormai, per la maggior parte, immaginari. Poi, proprio al sorgere del sole, per un’ora ci sfiorò un’impiegabile e piuttosto violenta brezza, una brezza che non aveva senso. Non si accordava né alla stagione, né alla secolare esperienza dei marinai, come si ricorda nei libri, né all’aspetto del cielo. Unica spiegazione, una premeditata malignità del destino. Ci fece allontanare rapidamente dalla nostra rotta: se avessimo navigato per diporto, la brezza sarebbe stata gradevole, con quello splendore del mare che si ridestava, con la sensazione del movimento e dell’inaspettato fresco. Poi, improvvisamente, come se si fosse sdegnata di proseguire quello scherzo crudele, svanì e morì del tutto in meno di cinque minuti. La nave accostò verso il lato da cui inclinava, il mare, acquietandosi, assunse nella sua rinnovata tranquillità la lucentezza di una lastra d’acciaio.
Scesi di sotto, non perché volessi riposarmi, ma semplicemente perché non sopportavo più quella vista. L’infaticabile Ransome trafficava già nel salone. Era diventata una prassi regolare, per lui, riferirmi puntualmente la salute degli uomini ogni mattina. Si voltò verso di me dalla credenza a cui era appoggiato con il suo solito sguardo cordiale e calmo. Non vi era ombra sul suo volto intelligente.
«Molti di loro se la passano piuttosto male, stamattina, capitano», disse in tono tranquillo.
«Cosa, tutti fuori combattimento?»
«Solo due per ora, signore, sono rimasti nelle loro cuccette, però…».
«È la notte scorsa che lo ha provocato. Abbiamo dovuto spingere a forza di remi tutto il dannato tempo».
«Ho sentito signore. Avrei voluto venire ed aiutare, solo, lei sa…».
«Per carità, non puoi… gli uomini vengono a sdraiarsi anche di notte in coperta e questo non gli fa bene».
Ransome mi diede ragione. Ma gli uomini non si potevano controllare come bambini. E, d’altronde, non si poteva biasimarli se cercavano di trovare un po’ d’aria e di frescura che non potevano avere coricati giù nelle loro cuccette. Quanto a lui, naturalmente, la sapeva più lunga.
Era, infatti, un uomo di buon senso. Anche se era difficile dire che gli altri non lo fossero. Quei pochi giorni trascorsi, erano stati per noi quasi una prova del fuoco. Non si poteva certo far questione con quegli uomini comuni che cercavano imprudentemente di trarre il meglio dai momenti di respiro che la notte portava con sé nell’illusione di un po’ di fresco, quando la luce delle stelle scintillava nell’atmosfera afosa e pesante di rugiada. Inoltre, gran parte di loro era così indebolita che, per qualsiasi manovra, era necessario radunare chiunque si reggesse ancora in piedi. No, non serviva rimproverarli. Ma credevo fermamente che il chinino fosse molto efficace.
Ci credevo davvero. Vi riponevo la mia totale fiducia. Avrebbe salvato gli uomini, la nave, rotto l’incantesimo con le sue virtù medicinali, sfidando il tempo e rendendo il clima una preoccupazione passeggera: come una polvere magica operante contro i malefici misteriosi, avrebbe protetto il mio primo viaggio come comandante contro i diabolici poteri delle bonacce e delle pestilenze. Lo consideravo ancora più prezioso dell’oro, ma, al contrario dell’oro che non sembra esserci in abbondanza, la nave aveva scorte sufficienti di chinino. Scesi con il proposito di prepararne le dosi. Allungai la mano con il sentimento di un uomo che si impadronisce di una panacea infallibile, presi una bottiglia intatta e svolsi l’involucro rotondo notando che, mentre lo facevo, le estremità, il fondo e la cima, erano aperte…
Ma perché ricordare le rapide tappe che mi portarono alla terribile scoperta? Avrete già immaginato la verità. C’era l’involucro, c’era la bottiglia e una polvere bianca dentro; una specie di polvere! Ma non era il chinino! Era sufficiente uno sguardo. Mi ricordo che nello stesso momento in cui presi in mano la bottiglia, ancora prima di scartarla, dal solo peso, mi sorse il dubbio. Il chinino era leggero come piuma e i miei nervi esasperati dovevano essere straordinariamente sensibili. Lasciai che la bottiglia si frantumasse sul pavimento. La sostanza, qualunque essa fosse scricchiolò sotto le suole delle mie scarpe. Presi la bottiglia più vicina, poi un’altra e un’altra ancora. Lo stesso peso rivelava tutto. Una dopo l’altra caddero frantumandosi ai miei piedi, non perché le buttassi via costernato io stesso, ma perché mi scivolavano tra le dita, come se quella rivelazione mi avesse tolto tutte le forze.
È un fatto provato che la stessa violenza di certe scosse mentali aiuti a sopportarle producendo una sorta di temporanea insensibilità. Uscii stordito dalla cabina dove stava l’armadietto dei medicinali come se avessi ricevuto una mazzata in testa. Dall’altra parte della saletta, al di là della tavola, Ransome, con uno strofinaccio in mano, mi guardava a bocca aperta. Non credo di aver avuto l’aspetto di un pazzo. Sicuramente sembravo uno che ha molta fretta dato che, instintivamente, mi precipitai verso la scaletta per salire sul ponte. Un esempio di come un gesto abitudinario possa diventare istinto. In mare le difficoltà, i pericoli, i problemi della nave vanno affrontati sempre sul ponte.
A quel fatto, come se fosse un fatto naturale, avevo reagito istintivamente; e questa era la prova che per un momento, avevo perso l’uso della ragione.
Certo, non avevo più il mio controllo, ero preda degli impulsi se, ai piedi della scaletta, mi voltai e corsi verso la cabina di Burns. Il suo aspetto smarrito mi fece riacquistare il controllo sul mio disordine mentale. Era seduto nella sua cuccetta, il suo corpo sembrava smisuratamente lungo, la testa gli pendeva un po’ da un Iato sulla spalla, in un gesto di affettato compiacimento. Agitava con la mano tremante, all’estremità di un avambraccio non più grosso di un solido bastone di passeggio, un lucente paio di forbici e sembrava che cercasse, proprio davanti ai miei occhi, di conficcarsele in gola.
Ebbi un senso di orrore, ma si trattava di una reazione secondaria, non abbastanza forte da farmi urlare qualcosa come: «Fermo… Per Dio… Cosa sta facendo?…».
In realtà lui stava semplicemente abusando delle forze che gli erano tornate in un maldestro tentativo di tagliare il folto cespuglio della sua barba rossa. Un grande asciugamano era steso sotto il suo petto su cui, ad ogni colpo di forbici, lasciava cadere una pioggia di peli ispidi come frammenti di fil di rame.
Voltò verso di me il viso più grottesco di ogni pazza fantasia notturna: una gota tutta cespugliosa e in fiamme, l’altra nuda e infossata. E mentre mi guardava come folgorato con le forbici aperte in mano, io gli gridai la mia scoperta diabolicamente, in poche parole, senza commento.
Capitolo quinto
Sentii il rumore delle forbici che gli cadevano di mano, notai il pericoloso allungarsi di tutta la sua persona dalla cuccetta per raccoglierle; poi, seguendo il mio primo istinto, ricominciai a correre verso il ponte. Rimasi affascinato dal luccichio del mare, splendido e deserto, monotono e senza speranza sotto l’arco vuoto del cielo. Le vele penzolavano immote e cascanti; persino le pieghe delle loro superfici allentate restavano ferme, come scolpite nel granito. Arrivai con tanto impeto da far trasalire l’uomo al timone. In alto una puleggia cigolava inesplicabilmente; che cosa mai aveva potuto farla cigolare? Era una nota stridula, come quella di un uccello. Rimasi a contemplare a lungo, molto a lungo, un mondo vuoto, sprofondato in un infinito silenzio, che la luce del sole inondava e penetrava per un fine misterioso. Poi accanto a me risuonò la voce di Ransome. «Ho rimesso a letto il signor Burns, capitano».
«Ah, sì?»
«Sì, capitano. A un tratto si era alzato, ma quando ha lasciato la sponda della cuccetta è caduto. Non mi sembra però che deliri ancora».
«No», dissi con voce sorda senza guardarlo. Attese un momento, poi cautamente, come per non mancare di rispetto: «Non mi pare che sia il caso di buttar via tutta quella roba, capitano. Posso raccoglierla quasi tutta e poi setacciare il vetro. Me ne occupo subito. Non le farò ritardare la colazione più di dieci minuti», asserì.
«Certo, d’accordo», esclamai con amarezza. «La colazione può attendere. Raccogli tutta quella dannata roba e gettala in mare».
Di nuovo un silenzio profondo. Quando girai la testa, Ransome, l’intelligente, sereno Ransome, si era già dileguato. La profonda solitudine del mare agiva come un veleno sul mio cervello. La nave, ogni volta che la guardavo, mi sembrava, per un senso morboso, una bara galleggiante. Chi non ha sentito parlare nella sua vita di navi ritrovate vaganti alla deriva con tutto l’equipaggio morto? Volsi lo sguardo al timoniere. Stavo per rivolgergli la parola, tanto che egli assunse un’espressione attenta, come se avesse intuito la mia intenzione. Ma, alla fine, decisi di scendere, pensando che per un po’ sarei stato solo con tutto il peso delle mie pene. Dalla porta aperta Burns mi vide e mi apostrofò bruscamente: «Come va, capitano?». Entrai. «Per niente bene», risposi.
Burns, che Ransome aveva rimesso in cuccetta, nascondeva con la palma della mano la guancia non rasata.
«Quel dannato ragazzo mi ha portato via le forbici», furono le sue prime parole.
La tensione alla quale ero sottoposto era tale che forse fu un bene che Burns avesse cominciato con le sue lagnanze in quel momento. Sembrava molto seccato e continuava a borbottare: «Ma mi crede matto o cosa?»
«Ma niente affatto, Burns», dissi io. In quel momento lo vidi sicuro di sé, quasi un modello di equilibrio. Provai persino una certa ammirazione per quell’uomo che (eccezion fatta per quel residuo di barba che era una nota del tutto materiale) era quasi diventato uno spirito incorporeo, almeno quanto può esserlo un individuo vivente. Osservai il suo naso, profilato con anormale acutezza, le tempie profondamente incavate e lo invidiai. Era così messo male che non poteva avere ancora molto da vivere. Beato lui, ormai era vicino alla fine, mentre io dovevo portare dentro di me il tumulto di una dolorosa vitalità, di indecisioni, di disorientamenti, di rimorsi, e una vaga ritrosia ad affrontare l’orrenda logica della situazione. Non potei fare a meno di mormorare: «Mi sembra di impazzire».
Burns mi gettò uno sguardo sinistro, pur mantenendosi mirabilmente calmo.
«Ho sempre pensato che lui ci avrebbe giocato qualche brutto tiro», disse sottolineando con la voce la parola lui.
Rimasi scosso da questi ragionamenti ma non avevo né mente né cuore né spirito per obiettare. La mia malattia era l’indifferenza, un’apatia sempre crescente, che nasceva da quella situazione senza speranze. Mi limitai quindi a guardarlo. Burns ruppe in nuove esclamazioni:
«Eh, come, non ci crede? E allora come se lo spiega? Come pensa che possa essere accaduto?»
«Accaduto?», ripetei con voce sorda. «Già, come diavolo può essere accaduto?»
In realtà, a rifletterci, tutto sembrava davvero non avere senso: le bottiglie vuotate, riempite, avvolte di nuovo nella carta e rimesse a posto. Una specie di piano prestabilito, un tentativo sinistro d’inganno. Qualcosa di simile a una bassa vendetta. Ma lo scopo? O era solo un diabolico scherzo? Ma Burns aveva una sua teoria. Era elementare e la enunciò con la voce cavernosa:
«Credo che ad Haiphong per quel chinino gli avranno dato una quindicina di sterline».
«Burns!», esclamai.
Annuì muovendo il capo in modo grottesco al di sopra delle gambe ripiegate sul petto. Quelle gambe sotto il pigiama parevano due manici di scopa con due enormi piedi nudi sul fondo.
«E perché no? Quella roba costa cara in questa parte del mondo e nel Tonchino se ne trova poca. E a lui cosa gliene importava? Lei non l’ha conosciuto. Io sì. E l’ho anche sfidato. Non aveva paura né di Dio né del diavolo, né degli uomini, né del vento né del mare e neanche della propria coscienza. Odiava tutto e tutti, però probabilmente aveva paura della morte. Penso di essere stato l’unico a tenergli testa. L’ho affrontato mentre era malato, là, nella cabina che ora è la sua, e l’ho piegato. Credeva che stessi per torcergli il collo. Se avessimo fatto a suo modo, ci avrebbe lasciato sbattere contro il monsone del nord-est, fino alla sua morte ed anche dopo, per secoli e secoli. Saremmo diventati il “Vascello fantasma” del mar della Cina, Ah, ah…».
«Ma perché mettere poi le bottiglie a posto così?…», incominciai.
«Perché non avrebbe dovuto farlo? Perché gettarle via? Il loro posto era lì. Facevano parte dell’armadietto dei medicinali».
«Ma erano perfino avvolte nella carta!», gridai.
«Be’, la carta era lì. Forza dell’abitudine, immagino, e quanto al fatto di colmarle, c’era sempre tanta roba che ci inviano in pacchi di carta che dopo un po’ si spaccano. E poi, chi sa? Immagino che non l’avrà assaggiata, capitano? Anzi, è sicuro…».
«No», dissi, «non l’ho assaggiata. Ho dato ordine di buttarla in mare».
Alle mie spalle una voce tranquilla e ben educata disse: «L’ho assaggiata io. Sembrava un miscuglio di salato e di dolce molto disgustoso».
Ransome, uscendo dalla dispensa, si era fermato da un po’ ad ascoltare. Curiosità più che giustificata.
«Un brutto tiro», disse Burns, «ho sempre detto che ce lo avrebbe giocato».
Ero fuori di me dall’indignazione. E anche quel dottore gentile, simpatico, l’unico simpatico che avessi conosciuto, anche lui… Perché invece di scrivermi una lettera piena di buoni consigli, non aveva fatto un controllo come si deve?
Ma, in realtà, al dottore non era poi giusto rimproverare qualcosa. Tutto era in perfetto ordine e la cassetta dei medicinali era una faccenda che riguardava le autorità della nave. Non c’era nulla che poteva autorizzare qualche sospetto.
L’imperdonabile ero io… Non bisogna in una nave mai dare nulla per scontato. Il germe di un perenne rimorso mi era sceso nel cuore.
«Sento che la responsabilità è tutta mia», esclamai. «Mia e di nessun altro. Questo è quello che sento. Non me lo perdonerò mai».
«Ma è assurdo, capitano», disse Burns con impeto.
E per lo sforzo ricadde stremato sul letto. Chiuse gli occhi, ansimando. Questa storia, questa odiosa scoperta, aveva esacerbato anche lui. Mi voltai per andarmene e vidi Ransome che mi osservava sconcertato. Si rendeva conto della gravità della questione ma cercava di sorridere con la sua aria cordiale e melanconica. Poi tornò alla sua dispensa mentre io mi precipitavo di nuovo sul ponte per
vedere se si fosse alzato un po’ di vento, se fosse sorta un po’ di brezza sotto la volta del cielo, se ci fosse un fremito nell’aria, appena un segno di speranza. Trovai invece solo una calma di morte. Niente era cambiato ad eccezione del timoniere. Sembrava malato. Aveva un aspetto sofferente, sembrava appoggiarsi alla ruota, piuttosto che tenerla con mano ferma per governarla. Gli dissi: «Non sei in condizioni di restare qui».
«Posso farcela, capitano», disse fievolmente.
Del resto, non aveva nulla da fare. La nave non prendeva l’abbrivo. Era immobile, con la prua verso occidente, con l’eterno Koh-ring visibile da poppa, mentre alcune isolette, macchie brune nel grande chiarore, tremolavano dinanzi ai miei occhi abbagliati. Tranne questi lembi di terra, non c’era una macchia nel cielo, né sull’acqua, né l’ombra di una nave, né un fil di fumo, né un’isola vera, non imbarcazioni, non moto umano, nessun segno di vita, nulla!
Il primo interrogativo ora: cosa fare? Che cosa si poteva fare concretamente? La prima cosa, naturalmente, era, dirlo agli uomini. Lo feci quel giorno stesso. Non volevo che la notizia circolasse da sola. Li avrei affrontati. Ordinai che l’equipaggio fosse radunato sul cassero di poppa. Nel momento di uscire a parlare con loro, avvertii in pieno quali terribili istanti può serbare la vita. Nessun reo confesso si sentì mai così schiacciato dal senso della colpa. Ecco perché, forse, la mia faccia era irrigidita e la mia voce fredda e tagliente quando comunicai loro di non poter fare niente più per gli ammalati con le medicine. Quanto alle altre cure, si era già fatto tutto il possibile.
Se mi avessero sbranato pezzo per pezzo li avrei giustificati. Il silenzio che seguì le mie parole fu quasi più duro da sopportare del più violento scoppio d’ira. Ero distrutto dal profondo incalcolabile rimprovero che quel silenzio significava; ma in realtà mi sbagliavo. Con un tono che conservavo fermo con grande fatica, continuai: «Immagino, ragazzi, che abbiate capito bene ciò che vi ho detto e vi rendiate conto di quello che significa».
Si udì una voce o due: «Sì, capitano… abbiamo capito».
Erano rimasti in silenzio semplicemente perché pensavano di non essere stati chiamati a dire qualcosa; e quando li informai che pensavo di far rotta su Singapore e che la migliore probabilità per la nave e per gli uomini risiedeva nello sforzo comune, dei sani e dei malati, ebbi il conforto di udire un sommesso mormorio di consenso e una voce che, più forte delle altre gridava: «Ci sarà pure un modo di uscire da questo dannato buco».
Ecco alcune pagine delle annotazioni scritte in quel periodo.
Finalmente abbiamo perso di vista Koh-ring. Credo di non essere rimasto sotto coperta per due ore di seguito da molti giorni. Rimango sul ponte, notte e giorno, e le notti e i giorni, non so se lunghi o brevi, si susseguono sopra di noi. Ogni senso del tempo è scomparso nella monotonia dell’attesa, della speranza e del desiderio che è soltanto uno: portare la nave a sud! portarla a sud! L’impressione è di una strana sequenza meccanica; il sole sale e scende, le notti scorrono sopra la nostra testa come se qualcuno al di là dell’orizzonte, ruotasse una manovella. È la cosa più meschina, più inutile!… e in questa miserabile commedia continuo ad andare su e giù, su e giù in coperta. Quante miglia avrò percorso sul cassero di questa nave! Un vagare ostinato, fatto di pura inquietudine, interrotto da brevi visite di sotto, per sorvegliare Burns. Non so se sia un’illusione, ma sembra rafforzarsi ogni giorno di più. Non parla molto e d’altronde la situazione non sembra prestarsi a discorsi oziosi. L’ho notato anche nei miei uomini che vedo lavorare o riposarsi in coperta. Non parlano tra loro. Se esistesse un orecchio invisibile, pronto a cogliere i sussurri della terra sono certo che non troverebbe un luogo più silenzioso di questa nave…
No, Burns non ha molte cose da dirmi. Sta seduto sulla cuccetta con la barba tagliata, i suoi baffi color fiamma, e l’aria di una ferma determinazione sul volto spettrale. Ransome mi ha detto che divora tutto quello che gli porta, fino all’ultima briciola, ma che dorme pochissimo. Anche la notte, quando scendo a riempirmi la pipa, mi accorgo che, pur dormicchiando disteso sul dorso, mantiene un atteggiamento deciso. Se è sveglio, mi getta un’occhiata di traverso e sembra seccato dall’essere interrotto nelle sue elucubrazioni mentali. Quando torno sul ponte i miei occhi scorgono l’ordinata distesa delle stelle, non velate da nuvole, infinitamente scoraggianti. Sempre le stesse cose: stelle, sole, giorno e notte, alto mare; il grandioso lavoro della creazione nel quale l’umanità pare essere precipitata per errore, oppure attirata in trappola. Come è capitato a me, d’altronde, di essere caduto nella trappola di questo terribile comando, di questo comando perseguitato dalla morte…
Di notte, sulla nave, la sola luce era quella della lampada della chiesuola che illuminava il volto dei marinai di turno al timone. A parte questa luce, eravamo perduti nel buio, io avanti e indietro a poppa e gli uomini stesi in giro per i ponti. Erano tutti in tali cattive condizioni che non si riusciva più a coprire i turni di guardia. Quelli che potevano camminare restavano in servizio senza sosta, sdraiati nell’oscurità del ponte di coperta, fino a quando si alzava la mia voce per impartire qualche ordine: ed allora si rimettevano in piedi sulle povere gambe infiacchite, formando un piccolo gruppo che si reggeva a stento e che andava e veniva paziente da un punto all’altro della nave, senza quasi un mormorio, senza un sospiro. Ogni volta che dovevo impartire un ordine sentivo dentro di me una fitta di rimorso e di pietà.
Verso le quattro del mattino si vedeva brillare una luce in cucina. Era il solito Ransome che, sempre in gamba, sereno e attivo, malgrado il suo cuore malato, finiva di preparare il caffè per l’equipaggio. Me ne portava subito una tazza sul casseretto. Allora mi concedevo due ore di vero sonno, sdraiato sulla mia poltrona. Certo, ogni tanto, sfinito dalla stanchezza, avevo già schiacciato qualche sonnellino appoggiandomi al parapetto; ma a dire il vero, non me ne rendevo conto, se non sotto forma di sussulti nervosi che mi ridestavano e che, a volte, mi coglievano anche nell’andare su e giù per il ponte. Comunque, dalle cinque alle sette, dormivo tranquillo sotto le stelle che impallidivano.
In genere dicevo al timoniere: «Se è necessario, chiamami», e mi buttavo sulla poltrona chiudendo gli occhi, convinto che per me sulla terra non poteva esistere più il sonno. Poi perdevo conoscenza fino a quando, tra le sette e le otto, sentivo qualcuno battermi sulla spalla e vedevo su di me il volto di Ransome che, col suo solito sorriso melanconico e i suoi cordiali occhi grigi, pareva vegliasse divertito sui miei sogni. A volte, il secondo ufficiale saliva per darmi il cambio all’ora del primo caffè. Ma non ce n’era davvero bisogno. O la bonaccia assoluta, o c’erano lievi aliti di vento così fugaci e mutevoli, che non valeva la pena di toccare i bracci delle antenne. Ero sicuro che se il vento si fosse appena rafforzato potevo contare sul grido di avvertimento del timoniere: «Nave con le vele al collo, capitano». Un grido che mi avrebbe fatto saltare in piedi come se avessi udito uno squillo di tromba. Un grido del genere mi avrebbe ridestato dal sonno eterno. Ma non accadeva spesso. Non ho più incontrato da allora albe così prive di brezza. Se il secondo ufficiale per caso era lì (in genere era senza febbre un giorno su due), lo trovavo seduto sull’osteriggio in stato di semincoscienza, con uno sguardo ebete, fisso su qualche oggetto vicino, un cavo, un gancio, una caviglia, un anello.
Quel ragazzo era piuttosto irritante. Rimaneva infantile anche nella sofferenza. Sembrava assolutamente istupidito; e quando un nuovo attacco di febbre lo rimandava giù nella sua cabina, ci si accorgeva solo poco dopo che era sparito. Quando questo accadde per la prima volta Ransome e io ci preoccupammo. Cominciammo a cercarlo con metodo e alla fine Ransome lo scoprì raggomitolato nel deposito delle vele che, tramite una porta scorrevole, dava sul corridoio. Quando lo rimproverammo borbottò imbronciato: «Lì dentro fa fresco». Non era vero, lì dentro era soltanto buio.
I difetti principali del suo viso non erano migliorati con il colorito uniformemente livido. Al contrario di quanto accadeva a molti altri dell’equipaggio. Il deperimento causato dalla malattia aveva quasi idealizzato il carattere complessivo delle fisionomie, facendo risaltare in alcuni una finezza insospettata, in altri un senso di energia e, in un solo caso, rivelando un aspetto essenzialmente comico. Era un uomo piccolo, pieno di pepe, attivo, con un naso e un mento sul tipo di Pulcinella che i compagni chiamavano il “francesino”. Non sapevo la ragione di questo soprannome. Sarà stato francese ma non l’udii pronunciare mai una sola parola in quella lingua.
Bastava vederlo arrivare al timone e già ci si sentiva incoraggiati. I pantaloni di cotone azzurro arrotolati al polpaccio, un po’ più lunghi da una gamba che dall’altra, la camicia a scacchi sempre linda, il berrettino bianco di tela, fatto certamente da lui, gli davano un insieme di particolare ricercatezza; e l’indomabile vivacità del suo portamento (anche quando, povero diavolo, non poteva fare a meno di vacillare) rivelava la fermezza del suo spirito. C’era poi un certo Gambril, l’unico uomo brizzolato della nave. Aveva un viso austero. Ma se ancora ricordo i loro volti che andavano tragicamente consumandosi per la malattia sotto i miei occhi, quasi tutti i loro nomi sono eclissati dalla mia memoria.
Tenuto conto della situazione, si scambiavano poche e puerili parole. Per guardarli in faccia, dovevo fare uno sforzo su me stesso.
Avevo sempre paura di incontrare il loro sguardo di rimprovero. In effetti, non lo incrociavo mai. Era già duro sopportare l’espressione di sofferenza che era nei loro occhi. Ma di questo non potevano fare a meno. Mi chiedo se era la tempra del loro animo o l’equilibrio delle loro menti a renderli così meravigliosi, così degni della mia eterna stima.
Quanto a me, non avevo né l’animo sufficientemente temprato, né la mente sufficientemente equilibrata. Vi erano momenti in cui non solo avevo l’impressione di impazzire, ma di essere già impazzito; e non osavo di conseguenza aprire bocca per paura di tradirmi con un grido di follia. Per fortuna, avevo solo da impartire ordini, e un ordine determina sempre in chi deve farlo un senso di equilibrio. Inoltre, lo spirito del marinaio, dell’ufficiale di guardia, restava in me quasi intatto. Ero come un falegname pazzo che costruisce una cassa: anche se pensa di essere re di Gerusalemme continua a fare la cassa secondo le regole del mestiere. Avevo tuttavia sempre paura che mi sfuggisse un grido capace di farmi perdere l’equilibrio. Grazie al cielo non era necessario alzare la voce. Quella fissità dell’universo sembrava sensibile al più piccolo suono come una volta acustica. Una parola, anche se pronunciata in tono normale, risuonava quasi da una parte all’altra della nave. Il fatto di non udire altra voce che la mia, era terribile. Soprattutto la notte rimbombava solitaria tra le superfici delle vele immobili.
Burns, che era ancora a letto con la sua aria di misteriosa determinazione, aveva sempre di che lagnarsi. I nostri colloqui non duravano più di cinque minuti, ma erano abbastanza frequenti. Scendevo spesso sotto coperta per accendere la pipa, anche se non consumavo molto tabacco. La pipa si spegneva continuamente: in realtà ero troppo ansioso per riuscire a fumarla con regolarità. Avrei potuto passare gran parte della giornata a fregare zolfanelli sul ponte, tenendoli accesi fino a bruciarmi le dita. Ma correvo sempre sotto coperta. Bene o male era un diversivo, l’unica interruzione in quella continua tensione. Burns, dalla porta aperta, poteva vedermi passare ogni momento.
Con le ginocchia raccolte sotto il mento e con gli occhi verdastri, sembrava una figura misteriosa, poco attraente per me che sapevo della sua fissazione. Pure, ogni tanto, non potevo esimermi dal parlargli. Un giorno si lamentò con me perché la nave era troppo silenziosa. Per ore e ore giaceva steso sul letto, senza udire un solo rumore: non riusciva più a resistere.
«Quando Ransome è nella sua cucina a prua, c’è tanta quiete su questa nave che si direbbe che l’intero equipaggio è morto. Sento solo la sua voce, capitano, e non basta a tenermi su», brontolò. «Ma che diavolo accade, non è rimasto più nessuno che canti qualcosa, fuori, al posto di manovra?»
«Nessuno, Burns», dissi. «Non c’è più fiato da sprecare a bordo di questa nave. Sa che in certi giorni non riesco nemmeno a mettere insieme tre marinai per le manovre?».
Chiese precipitosamente col timore nella voce:
«Nessun morto ancora, capitano?»
«No».
«Non bisogna», disse con forza, «non dobbiamo consentirglielo; se quello riesce a prenderne uno finirà per prendere tutti».
Nel sentire questi discorsi mi infuriai. Le sue parole mi avevano talmente sconvolto che credo di aver perfino bestemmiato. Compromettevano quel po’ di sangue freddo che mi era ancora rimasto. Nelle mie veglie interminabili di fronte al nemico ero già stato perseguitato abbastanza da terribili ossessioni! Spesso nella mia immaginazione avevo visto navi andare alla deriva nelle bonacce, cullate da brezze leggere, con l’equipaggio che soccombeva a poco a poco sui ponti. In fondo, cose come queste erano già accadute nella realtà.
Burns oppose al mio scatto un silenzio ermetico.
«Senta», dissi. «Lei stesso non crede a quello che dice. Non può crederci. È impossibile. Ho il diritto di aspettarmi altro da lei. La mia condizione è già abbastanza difficile anche senza le sue stupide fissazioni».
Rimase impassibile. La luce che scendeva sul suo capo non era tale da permettermi di capire se sorrideva debolmente oppure no. Cambiai il tono della voce.
«Senta», dissi. «La situazione sta diventando così rovinosa che, non riuscendo a procedere verso sud, per un istante ho persino pensato di dirigerci ad ovest e tentare di raggiungere la rotta del postale. Almeno potremmo avere un po’ di chinino. Che ne pensa?»
«No, no», gridò. «Non lo faccia, capitano! Non deve cedere neanche un istante dinanzi a quel vecchio farabutto, altrimenti avrà la meglio su di noi».
Lo lasciai. Non riuscivo più a sopportarlo. Era come invasato. La sua protesta tuttavia aveva una base logica. In effetti, la mia idea di far rotta verso ovest, nel tentativo di avvistare un improbabile piroscafo, non reggeva a un esame equilibrato. Là dove eravamo avevamo almeno a tratti vento sufficiente per muoverci faticosamente verso sud. Almeno sufficiente a tenere vive le speranze. Se invece avessi utilizzato quelle volubili raffiche di vento per navigare verso ovest, sarei, con molta probabilità, capitato in una zona per giorni e giorni senza vento. Che cosa sarebbe accaduto? Forse la mia spaventosa visione di una nave alla deriva con un equipaggio di morti si sarebbe trasformata in una realtà che poi altri marinai inorriditi avrebbero scoperto solo molte settimane dopo.
Quel pomeriggio Ransome mi portò una tazza di tè e, mentre aspettava con il vassoio in mano, disse con tono affettuoso:
«Sta resistendo, capitano».
«Certo, certo», dissi, «noi due, a quanto sembra, siamo stati dimenticati».
«Dimenticati, capitano?»
«Sì, dal demone della febbre che si è impadronito della nostra nave», dissi.
Ransome mi diede una delle sue rapide occhiate cordiali, intelligenti e si allontanò col vassoio. Mi resi conto di aver parlato quasi come Burns e la cosa mi irritò. Pure spesso, nei momenti neri, mi lasciavo andare fino ad assumere contro le nostre difficoltà un atteggiamento di chi combatte contro un nemico in carne ed ossa, e non contro le avversità.
Sì. Il demone della febbre non aveva steso ancora la sua mano su di me e su Ransome. Ma lo poteva fare in qualsiasi istante. Era uno di quei pensieri che occorreva combattere e allontanare in ogni modo. L’idea che anche Ransome, l’uomo che sulla nave aveva cura di tutto e di tutti, potesse ammalarsi, mi risultò insopportabile. E che cosa sarebbe accaduto della mia nave se fossi stato colpito anch’io dalla febbre, con Burns impossibilitato a reggersi in piedi senza aggrapparsi alla sponda del letto e l’altro ufficiale ridotto in uno stato quasi ebete? Era impossibile immaginarlo, o piuttosto, si poteva immaginare sin troppo bene.
Ero solo sul cassero. Dato che la nave non aveva abbrivo sufficiente per governare, avevo mandato il timoniere a riposarsi da qualche parte all’ombra. Le forze degli uomini erano così esaurite che bisognava evitare di chiedere qualsiasi cosa che non fosse strettamente necessaria. Il timoniere era Gambril, quello dalla faccia austera e dalla barba brizzolata. Si allontanò in fretta, ma, poveretto, era così debilitato dai continui accessi di febbre che, invece di scendere diritto per la scaletta del cassero, dovette mettersi di fianco e tenersi con entrambe le mani alla ringhiera di ottone. Vedere queste cose faceva male al cuore. Eppure Gambril non stava né meglio né peggio di quei pochi esseri smagriti che ancora potevo riunire in coperta.
Era un pomeriggio terribile, completamente inanimato. Da parecchi giorni erano apparse in lontananza delle nuvole basse, bianche masse dalle volute oscure che riposavano sull’acqua, quasi solide, pur mutando di poco aspetto ogni momento. Verso sera generalmente si dileguavano. Ma quel giorno le nuvole aspettarono il tramonto del sole che, prima di sparire, rutilò in mezzo a loro, come una brace tenebrosa. Puntuali e moleste ritornarono le stelle sopra gli alberi della nave, mentre l’aria rimaneva ferma e pesante.
L’immancabile Ransome accese le luci della chiesuola e scivolò come un’ombra verso di me.
«Perché, capitano, non scende e cerca di buttar giù un boccone?», mi suggerì.
La sua voce smorzata mi fece sobbalzare. Ero in piedi a guardare fuori dal parapetto senza dir nulla, senza sentir nulla, neanche la stanchezza delle membra, sopraffatto da quel malefico incanto.
«Ransome», dissi ad un tratto, «quanti giorni sono che mi trovo sul ponte? Ormai ho perso ogni nozione del tempo».
«Da quattordici giorni, capitano», rispose. «Lunedì scorso abbiamo compiuto due settimane da quando abbiamo levato l’ancora».
Il suo tono, sempre uguale e tranquillo, aveva un accento triste. Tacque un istante poi soggiunse: «È la prima volta che sembra debba piovere».
Mi accorsi allora che la grande ombra sull’orizzonte stava spegnendo le stelle più basse, mentre le più alte, che splendevano sopra la nostra testa, sembravano, quando alzai gli occhi, come velate di fumo.
Come questo velo di fumo si fosse formato, come quelle nuvole arrivassero fin là, non lo sapevo. Avevano un aspetto di malaugurio. Non c’era un alito di vento. Al ripetuto invito di Ransome scesi in saletta per cercare – come egli diceva – «di buttar giù un boccone». Non ricordo se il tentativo fu molto felice. Credo che in quel periodo riuscii a sopravvivere nutrendomi come al solito; ma adesso ho l’impressione che in quei giorni sopravvissi sostentandomi solo di un’indicibile angoscia, come una sorta di droga infernale che mi eccitava e consumava al tempo stesso.
Fu l’unico periodo della mia vita in cui provai a tenere un diario. No, non proprio il solo. Anni dopo, in condizione di grande solitudine morale, cercai di mettere sulla carta i pensieri e gli avvenimenti di una serie di giorni. Ma allora fu la prima volta. Non ricordo come accadde né come mi capitarono in mano taccuino e matita. Non posso credere di averli cercati deliberatamente. Penso solo che mi salvassero dall’artificio insano di mettermi a parlare da solo.
Lo strano è che entrambe le volte in cui cominciai a scrivere il diario, lo feci in circostanze in cui non sapevo, come si usa dire, di “salvare la pelle”. D’altra parte, non contavo che le mie notazioni mi sopravvivessero. Questo dimostra che furono dettate solo dal bisogno di un intimo conforto e non da un eccesso di vanità.
Debbo citarne qui un altro saggio, poche righe isolate, che oggi mi sembrano quasi irreali, tratte dal diario che scarabocchiai quella sera.
«Vi è qualcosa nel cielo, come una decomposizione, una corruzione dell’aria, che rimane sempre più ferma. Eppure, non sono che semplici nuvole che potrebbero portare vento o pioggia. Strano che possano sconvolgermi tanto. Mi sento schiacciato dal carico pesante dei miei peccati. Ma forse il mio turbamento sta solo nel fatto che la nave giace ancora immobile e si sottrae ai miei comandi; e che non posso far nulla per impedire alla mia fantasia di correre come pazza tra i disastrosi scenari di quel che può capitarci di peggio. Che sta per succedere? Nulla. O qualcosa. Forse un furioso colpo di vento che ci investirà in pieno. E sul ponte ci sono solo cinque uomini, e tutti insieme hanno appena la forza e l’energia di due. Tutte le nostre vele possono venire spazzate via. E tutte sono state spiegate fin da quando salpammo dalla foce del Menam quindici giorni fa… o quindici secoli fa. Mi pare che tutta la vita trascorsa prima di quel giorno fatidico sia infinitamente lontana, un ricordo sbiadito di una gioventù senza pensieri, qualcosa che sta dall’altra parte di un’ombra. Sì, le vele possono venire spazzate via. Sarebbe una condanna a morte per i miei uomini… Non abbiamo forze sufficienti a bordo per alzarne altre… È incredibile, ma vero. Ma possiamo anche essere disalberati. Già in altre navi gli alberi sono stati schiantati da colpi di vento perché le manovre non erano state eseguite con la necessaria rapidità, e noi non abbiamo la forza di bracciare le vele. È come se si aspettasse, mani e piedi legati, di farsi tagliare la gola. E ciò che più mi spaventa è che rifuggo dall’idea di andare sul ponte ad affrontare la realtà. Eppure debbo farlo, è un dovere verso la nave, verso gli uomini che sono in coperta e tra i quali molti sono pronti a sacrificare le loro ultime forze. Ed io mi tiro indietro dinanzi a questa semplice prospettiva. Il mio primo comando. Ora capisco quello strano senso di irresolutezza che serpeggiava nel mio passato. Ho avuto sempre paura di non esserne degno. Ed ecco la prova concreta, mi tiro indietro. Non sono degno».
In quel momento, o forse immediatamente dopo, mi resi conto che Ransome era entrato nella saletta. Qualcosa nella sua espressione mi colpì. Un’espressione che non sapevo spiegarmi. «È morto qualcuno!», esclamai. Fu lui questa volta a trasalire.
«Morto? No, che io sappia, capitano. Sono stato sul castello di prua una diecina di minuti fa e allora erano tutti vivi».
«Mi hai messo un bello spavento», dissi.
Ascoltare la sua voce era un piacere. Mi spiegò che era sceso per chiudere l’oblò di Burns, a volte piovesse. Non sapeva che io fossi in cabina, aggiunse.
«Che tempo fa fuori?», chiesi.
«È molto nero, capitano. Certamente si prepara qualcosa».
«Da che parte?»
«Tutt’intorno, capitano».
«Tutt’intorno», ripetei meccanicamente.
«Certo».
Rimasi con i gomiti appoggiati sulla tavola.
Ransome indugiava nella saletta come se vi dovesse fare qualcosa. Ma ora era esitante. Gli chiesi all’improvviso: «Credi che dovrei salire sul ponte?».
Rispose pronto ma senza enfasi o toni particolari: «Credo proprio di sì, capitano».
Mi alzai in piedi di scatto ed egli si mise da parte per lasciarmi passare. Mentre percorrevo il corridoio udii la voce di Burns che diceva:
«Chiudi la porta della mia cabina, cambusiere?».
E Ransome che rispondeva abbastanza sorpreso: «Sissignore».
Credevo che i miei sentimenti si fossero trasformati in un’indifferenza totale. In realtà scoprii la solita pena che mi prendeva quando dovevo trovarmi in coperta. La nave era circondata tutt’intorno da un’oscurità impenetrabile, tanto che, a stendere la mano fuori dalle murate, pareva di toccare una sostanza ultraterrena. L’impressione che se ne ricavava era di assurdo terrore e di indescrivibile mistero.
Allo zenit poche stelle, senza riflettersi nell’acqua, si limitavano a diffondere sulla nave una luce fievole, mandando raggi isolati che perforavano l’atmosfera divenuta quasi fuliggine. Una cosa mai vista prima, che non ci forniva alcun indizio sulla direzione dalla quale sarebbe venuto il cambiamento. La minaccia si approssimava da tutti i lati.
Non c’era nessuno al timone. Tutto era assolutamente immobile. Se l’aria si era fatta nera, il mare sembrava diventato solido. Inutile guardarsi intorno o cercare di cogliere un segno, prevedere l’avvicinarsi del momento fatale. Tra poco le tenebre avrebbero sopraffatto silenziosamente quella poca luce stellare che ancora illuminava la nave, e la fine di tutte le cose sarebbe arrivata senza un sospiro, un alito o un mormorio di sorta e tutti i nostri cuori avrebbero cessato di battere come orologi senza carica.
Impossibile scuotersi di dosso quel senso di fine, la quiete che mi sovrastava aveva già il sapore del nulla. Mi dava una specie di sollievo, come se la mia anima si fosse all’improvviso riconciliata con un’eterna, cieca staticità.
Solo l’istinto del marinaio continuava a sopravvivere, intatto nel mio crollo morale. Scesi per la scaletta del cassero di poppa. Prima che fossi in basso, la luce delle stelle svanì, ma quando chiesi piano «chi va là?», i miei occhi distinsero forme scure alzarsi intorno a me, molto poche, molto indistinte. Una voce si levò: «Siamo tutti qui, capitano», e un’altra voce tenne subito a precisare:
«Tutti quelli che ancora possono essere utili, capitano».
Le due voci erano tranquille, distese, senza traccia di eccitazione o di scoraggiamento. Voci sicure di sé.
«Dobbiamo cercare di bracciare stretta la vela maestra», dissi.
Le ombre si dileguarono in silenzio. I miei uomini erano ormai dei fantasmi di se stessi e sul cavo che tiravano non dovevano pesare più di quanto pesi un pugno di spettri. Se mai una vela fu bracciata da una pura forza spirituale, questa fu certo la nostra, perché, ad essere realisti, in tutta la nave non esistevano più muscoli sufficienti a quella manovra, fatta eccezione per noi che formavamo sul ponte un gruppo sparuto. Naturalmente, presi anch’io parte attiva alla manovra. Gli altri mi tennero dietro debolmente, di cavo in cavo, inciampando e boccheggiando. Faticavano come Titani. Ci volle almeno un’ora e per tutto quel tempo l’universo di tenebre continuava a non emettere alcun suono. Quando l’ultima caricabolina fu fermata, i miei occhi abituati all’oscurità scorsero forme di uomini esausti che si abbattevano quasi sgomenti sulle coperture dei boccaporti. Uno era ripiegato sull’albero di poppa, boccheggiante; e io stavo fra loro come una fortezza inaccessibile al male, sentendomi malato soltanto nell’animo. Aspettai un po’, lottando contro il peso delle mie colpe, contro il peso della mia indegnità e, infine, dissi:
«Adesso, ragazzi, andiamo a poppa a bracciare il pennone di maestra; è più o meno tutto quello che possiamo fare per la nostra nave. Per il resto, dovremo affidarci al destino».
Capitolo sesto
Salendo, mi ricordai che era necessario mettere un uomo al timone. Diedi il comando quasi bisbigliando e subito, nel chiarore a poppa vidi apparire silenziosa una figura, così stremata dalla febbre da sembrare un fantasma. Una testa, dalle occhiaie infossate, spiccò illuminata fra le tenebre che avevano avviluppato il nostro mondo e l’intero universo. II braccio nudo, teso sui raggi del timone, sembrava brillare di luce propria.
Quasi mormorando dissi a quell’apparizione luccicante: «Barra al centro».
Rispose con tono di dolore rassegnato:
«Barra al centro, capitano».
Poi discesi sul cassero. Era difficile prevedere da che parte sarebbe venuto il colpo. Guardare intorno alla nave era come guardare in un precipizio senza fondo. L’occhio si perdeva in una profondità inimmaginabile.
Volli accertarmi che i cavi sul ponte fossero in ordine. Ma per farlo dovevo procedere a tentoni tastando col piede. Mentre avanzavo con precauzione, urtai un uomo nel quale riconobbi Ransome. AI solo contatto ne avvertii la straordinaria solidità fisica. Era appoggiato all’argano di poppa e non disse una parola. Per me fu una rivelazione. Era lui la sagoma accasciata che ansimava per riprendere fiato che avevo notato prima di andare sul cassero.
«Hai aiutato a manovrare la vela maestra!», esclamai a bassa voce.
«Sì, capitano», rispose con tranquillità.
«Ma, Ransome, che diavolo ti ha preso? Non sai che non lo devi fare?».
Dopo una pausa ammise: «Sì, lo so». E dopo un momento: «Ora sto bene».
Non riuscivo a vedere né a sentire nulla, ma appena alzai il tono della voce un dolente mormorio di risposta risuonò nel cassero di poppa e mi sembrò di scorgere delle ombre che si muovevano qua e là. Comandai di stendere tutte le drizze sul ponte, pronte per la manovra.
«Ci starò attento io, capitano», si offrì Ransome con quel tono spontaneo, simpatico che era un conforto e una preoccupazione al tempo stesso.
Quell’uomo avrebbe dovuto essere a letto a riposare e il mio dovere sarebbe stato quello di spedirvelo di corsa. Ma probabilmente non mi avrebbe ubbidito. Né io avevo la forza per cercare di farlo. Mi limitai a dire: «Fallo con calma, Ransome».
Tornato sul cassero mi avvicinai a Gambril. Il suo volto, i cui solchi profondi erano accentuati dalla luce, aveva un che di spaventoso: sembrava definitivamente ammutolito. Gli chiesi come si sentisse ma quasi non mi aspettavo una risposta. Restai quindi un po’ meravigliato dalla sua relativa loquacità.
«Questi attacchi di febbre mi lasciano debole come un pulcino, capitano», disse, mantenendo quell’aria di imperturbabilità che un timoniere deve sempre avere per badare bene al proprio lavoro. «E prima che io possa riprendere le forze, questa maledetta febbre ritorna e mi mette di nuovo fuori combattimento».
Sospirò. Nella sua voce non c’era ombra di rimprovero ma le sue parole furono sufficienti a determinare dentro di me una fitta di rimorso. Per qualche istante rimasi ammutolito. Svanita quella tormentosa sensazione, domandai:
«Ti senti abbastanza forte per non farti prendere la mano dal timone se la nave dovesse sbandare? Non vorrei proprio adesso avere problemi col timone. Ne abbiamo fin troppi!».
Rispose, con un tono velato di stanchezza, che aveva la forza sufficiente per controllarlo. Di più non poté dire.
In quel momento mi trovai al fianco Ransome, emerso dall’oscurità alla luce, come se fosse stato creato in quell’istante, con la sua faccia tranquilla e la sua voce gradevole.
In coperta, disse, ogni cavo era pronto per la manovra, almeno per quanto era possibile rendersi conto provando col piede. Era impossibile vedere qualcosa. Il francesino si era piazzato a prua. Diceva di sentirsi ancora abbastanza in forze.
A questo punto un debole sorriso mutò per un momento il disegno chiaro e fermo delle labbra di Ransome. Con i suoi occhi grigi, seri, limpidi, con quel suo temperamento tranquillo, era senz’altro un uomo impagabile. Saldo di cuore come di corpo.
Era l’unico uomo a bordo (all’infuori di me, ma io dovevo mantenere la mia libertà di movimento) che potesse far ancora conto sulla sua forza muscolare. Per un istante pensai che avrei fatto meglio a chiedere a lui di tenere la ruota del timone. Ma, conoscendo il terribile nemico che gli covava dentro, esitai. Ignorante com’ero di fisiologia, ritenni che in un momento critico, sotto l’eccitazione e la fatica, il suo cuore avrebbe potuto cedere di colpo.
Mentre questo orribile timore fermava le parole che avevo sulla punta della lingua, Ransome fece due passi indietro e svanì dalla mia vista.
Provai subito un senso di turbamento come se mi fosse mancato un punto di appoggio. Anch’io avanzai fuori del cerchio di luce verso le tenebre, che si alzavano compatte dinanzi a me come un muro. Un solo passo e vi penetrai. Così dovevano essere le tenebre prima della creazione. Si richiusero dietro di me. Ormai per l’uomo al timone ero invisibile. Io stesso non vedevo nulla. Egli era solo. Io ero solo, ogni uomo, dovunque si trovasse sulla nave, era solo. Ogni forma era svanita: alberi, vele, attrezzi, murate. Tutto era annullato nella terribile uniformità di quella notte assoluta.
Il bagliore di un lampo sarebbe stato un sollievo, un sollievo fisico intendo. L’avrei invocato se non avessi avuto un pusillanime terrore del tuono. La tensione di quel silenzio oppressivo era tale che pensavo sarei stato ridotto in polvere dal primo schianto del tuono.
E il tuono era quasi sicuramente prossimo. Irrigidito da capo a piedi, respirando appena, stavo lì in attesa con un’ansia disperata, terribile. Non accadeva nulla. C’era da diventare pazzi. Ma nell’avvertire un dolore sordo e crescente alla mascella inferiore, m’accorsi che stavo digrignando i denti come un pazzo, Dio sa da quanto tempo.
Strano, ma non me n’ero accorto. Con uno sforzo di tutte le mie facoltà, cercai di tener ferma la mascella. Mi occorse molta concentrazione. Mentre ero così impegnato, fui distratto da uno strano rumore, come un debole picchiettio sul ponte. Qualche volta uno solo, a volte due, poi tanti insieme. Stavo appunto chiedendomi che cosa fosse quest’altra diavoleria, quando sentii qualcosa sotto l’occhio sinistro e mi resi conto che una grossa lacrima mi scorreva giù per la guancia. Gocce di pioggia. Enormi. Preannunciavano qualcosa. Tac, tac, tac…
Mi voltai e, rivolgendomi di colpo a Gambril, gli suggerii di stare saldamente attaccato alla barra. Tuttavia mi riusciva assai difficile parlare a causa dell’emozione. Il momento fatale era venuto. Trattenni il respiro. Il battito era finito di colpo, così com’era cominciato. Seguì un altro istante di spasmodica attesa, qualcosa come un ennesimo giro di vite dato allo strumento di tortura. Suppongo di non aver mai urlato, ma ricordo la mia convinzione che non ci fosse altro da fare che urlare.
All’improvviso – come spiegarlo? ebbene all’improvviso le tenebre si mutarono in acqua. Questa è l’unica immagine che può dare l’idea. Una pioggia torrenziale, un diluvio spaventoso che si scatenò con un gran rumore. In genere si avverte il suo avvicinarsi sul mare o anche nell’aria. Ma questo fu diverso. Senza un fruscio o un mormorio che lo preannunciasse, senza uno schizzo, senza il minimo urto, in un baleno mi trovai zuppo fino alle ossa. In effetti, non ci voleva molto: avevo indosso solo il pigiama. In un attimo i miei capelli furono bagnati, l’acqua mi scorreva sulla pelle, mi riempiva il naso, le orecchie, gli occhi. In un attimo ne inghiottii non so quanta. Gambril ne era letteralmente soffocato. Tossiva da far pietà, con la tosse secca del malato; e lo scorsi come un pesce in un acquario alla luce di una lampada elettrica, una forma evanescente, fosforescente. Solo che lui non guizzava via. Accadde invece qualcos’altro. Entrambe le lampade della chiesuola si spensero. Dovevano essere state invase dall’acqua, anche se poteva sembrare impossibile dato che erano ermeticamente chiuse. L’ultimo barlume della luce dell’universo se n’era andato, inseguito da una sommessa imprecazione da parte di Gambril. Avanzai a tentoni fino a lui e lo afferrai per un braccio. Com’era magro!
«Non fa niente», dissi. «Non hai bisogno di luce. Devi solo tenere il vento alle spalle. Hai capito?»
«Certo, certo, capitano… Ma preferirei vederci», soggiunse nervosamente.
La nave, intanto, era rimasta ferma come una roccia. Il rumore dell’acqua che scrosciava a fiotti giù dalle vele e dagli alberi, e che si rovesciava sul boccaporto di poppa, era cessato di colpo. Gli ombrinali gorgogliarono ancora per poco con suoni strangolati come singulti, poi fu il silenzio totale, unito alla immobilità assoluta, che ci fece capire che il sortilegio non era ancora rotto: eravamo ancora impotenti sull’orlo di una catastrofe, in agguato nel buio. Balzai avanti, pieno di ansia. Non avevo bisogno degli occhi per avanzare sicuro sulla nave di quel primo disgraziato comando. Ormai ogni centimetro quadrato di quel ponte, persino le venature e nodi del tavolato, erano scolpiti nel mio cervello in modo indelebile. Pure, ad un tratto, inciampai in qualcosa e caddi lungo disteso con faccia e mani in avanti.
Era qualcosa di grosso e di vivo. Certo non un cane, somigliava piuttosto ad una pecora. Ma non c’erano animali sulla nave. Come poteva essere un animale… L’orrore di questo fatto nuovo e misterioso mi sembrò insopportabile. Mi si rizzarono i capelli in testa, mentre mi rialzavo atterrito: non come è atterrito un uomo quando la sua capacità di giudizio o la sua ragione cercano ancora di resistere, ma atterrito del tutto, completamente, spaventato ingenuamente come un bambino.
La vedevo, quella Cosa! Le tenebre che in parte si erano trasformate in pioggia, si erano in parte rarefatte. La Cosa era sempre là. Soltanto quando accennò ad alzarsi, mi venne il dubbio che potesse trattarsi di Burns che si trascinava carponi fuori della scaletta. In un primo momento l’avevo preso addirittura per un orso.
E infatti, mugghiò come un orso quando lo afferrai per la vita. Era infagottato in un enorme cappotto invernale di lana che, per le sue condizioni debilitate, doveva pesargli enormemente. Sotto la stoffa spessa sentivo a malapena quello stecco assurdamente sottile che era il suo corpo, ma il suo brontolio aveva profondità e consistenza: dannata nave muta, carica di codardi che camminavano in punta di piedi. Non erano capaci di pestarli con energia per terra? Ma non c’era nessuno di loro, in tutto quel branco, che avesse il fegato di cantare durante la manovra?
«È inutile nascondersi dietro un dito, capitano», mi assalì direttamente. «Non è possibile liberarsi di quel vecchio farabutto di un assassino. Non è questo il modo giusto. Bisogna affrontarlo con coraggio, come ho fatto io. Coraggio ci vuole. Gli faccia vedere che non ha paura dei suoi maledetti trucchi. Lo mandi apertamente al diavolo».
«Santo Dio, Burns», dissi furibondo. «Con chi ce l’ha? Che cosa le salta in mente di venire in coperta in questo stato?»
«Proprio così, coraggio ci vuole! È l’unico modo per mettere paura a quel vecchio briccone prepotente!».
Lo spinsi senza che smettesse di brontolare contro il parapetto: «Si tenga qui», gli dissi brusco. Non sapevo che fare di lui. Lo lasciai in fretta per andare da Gambril che mi chiamava con voce fioca per avvertirmi che gli sembrava esserci un po’ di vento in alto. In effetti, anche le mie orecchie avevano colto un debole fruscio di vele bagnate, molto in alto, il tintinnio di una catena allentata…
Questi rumori erano sinistri, sgradevoli, allarmanti nella calma assoluta che ci circondava. Mi vennero in mente tutti gli esempi che avevo udito di alberi di gabbia spazzati via dalla nave quando sul ponte non c’era un alito di vento sufficiente per spegnere un fiammifero.
«Non riesco a vedere le vele superiori, capitano», mi disse Gambril con voce incerta.
«Tieni fermo il timone, tutto andrà bene», risposi in tono di incoraggiamento.
I nervi del pover’uomo erano partiti. Né i miei erano in uno stato migliore. Dopo tanta tensione era finalmente giunto il momento decisivo. Ebbi un senso di sollievo, sentendo all’improvviso la nave muoversi. Sembrava scivolasse sotto i miei piedi. Udii chiaro dall’alto il sibilo del vento e il sordo cigolio dell’alberatura mossa sotto sforzo, molto prima che un soffio d’aria sfiorasse la mia faccia angosciosamente rivolta a poppa, nel buio, come quella di un cieco.
Ad un tratto le mie orecchie avvertirono un rumore più forte e quell’aria cupa cominciò ad avvolgere i nostri corpi facendoli rabbrividire. Sia Gambril che io tremavamo negli abiti leggeri di cotone, che erano zuppi d’acqua e appiccicati sulla pelle.
«Adesso va bene, ragazzo mio», gli dissi. «Devi solo tenerti il vento alle spalle».
«Puoi farcela tranquillamente. Anche un bambino potrebbe governare questa nave con un mare così calmo».
«Sì, un bambino sano», mormorò. Ed io provai un senso di vergogna per aver dimenticato che la febbre aveva portato via le forze a tutti gli uomini di bordo, salvo me, forse proprio perché il mio rimorso fosse più amaro, il sentimento della mia indegnità più acuto, e più pesante da sopportare il mio senso di responsabilità.
La nave aveva preso subito un buon abbrivo sulle acque calme. La sentivo scivolare senza altro rumore che un misterioso sciacquio lungo i fianchi. Non aveva altro movimento che la scuotesse, né beccheggio, né rollio. Era una staticità deprimente che durava ormai da diciotto giorni; non avevamo mai avuto vento sufficiente per muovere appena il mare. Il venticello rinfrescò all’improvviso. Pensai che era arrivato il momento di liberarsi di Burns. Sul ponte mi infastidiva. Lo ritenevo un pazzo che, se si fosse messo a vagare per la nave, avrebbe finito per rompersi una gamba o cadere in mare.
Ero contento del fatto che, abbastanza assennatamente, fosse rimasto dove l’avevo lasciato. Stava tuttavia mormorando qualcosa tra sé con un’aria che non prometteva nulla di buono. Era scoraggiante. Notai con tono naturale:
«Non abbiamo mai avuto tanto vento da quando abbiamo lasciato la baia».
«È un vento abbastanza forte», mormorò assennatamente. Era un’osservazione da marinaio perfettamente a posto, ma subito aggiunse: «Era ora che salissi in coperta. Ho cercato di riprendere le forze proprio per questo. Lo capisce, capitano?».
Gli risposi affermativamente e continuai osservando che sarebbe stato però meglio per lui ora andar giù in cabina a riposare.
La sua risposta fu piena di risentimento: «Scendere! Non ci penso affatto».
Benissimo! Era una terribile seccatura. E d’improvviso, cominciò a sragionare. Nel buio avvertivo la sua ansia folle.
«Lei non sa, capitano, come quello va trattato. E d’altronde, come potrebbe saperlo? Tutto questo bisbigliare, tutto questo camminare in punta di piedi, non serve a nulla. Lei non può sperare di evitare una brutta bestia matricolata e furba come quella. Bisognava sentirlo parlare. Da farvi drizzare i capelli. No no! Non era pazzo! Non era più pazzo di me! Era malvagio. Malvagio da far paura alla maggior parte delle persone. Glielo dirò io cos’era; solo un ladro e un assassino. E adesso, perché è morto, crede possa essere diverso? No, non cambierà mai. La sua carogna è a cento braccia di profondità, in fondo al mare, ma lui è sempre lo stesso… a 8°20’ di latitudine nord».
Sbuffò con l’aria di sfida. Stanco e rassegnato notai che, mentre Burns continuava a farneticare, la brezza era un po’ calata. Lui riprese:
«Avrei dovuto gettare quel farabutto giù dalla nave come un cane. Non l’ho fatto solo per i miei uomini. Che stupidaggine leggere il servizio dei defunti per quella canaglia… “Il fratello che ci ha lasciati”… Mi sarei messo a ridere. Proprio la cosa che lui non poteva tollerare. Io solo ho avuto il fegato di ridergli in faccia. Quando cadde ammalato, il mio riso lo spaventava, quel fratello… Fratello… che ci ha lasciati… Meglio chiamare fratello un pescecane».
La brezza era cessata così di colpo che, per la velocità a cui andava la nave, le vele bagnate sbatterono pesantemente contro l’albero. Il maleficio di quella mortale staticità continuava ad operare. Sembrava davvero che per noi non ci fosse via di salvezza. «Come?», esclamò Burns un po’ allarmato. «Ancora calma!». Mi rivolsi a lui come se fosse sano di mente. «Questo è quel che accade da diciassette giorni, Burns», dissi con profonda amarezza. «Un colpo di vento, poi calma. Tra un po’ vedrà la nave girare su se stessa, con la prora fuori della rotta, il diavolo sa verso che parte».
Approfittò subito delle mie parole. «Quel vecchio diavolo maligno», gridò con voce stridula e improvvisamente scoppiò a ridere come mai avevo sentito prima. Era una risata di provocazione beffarda, con una nota acuta di sfida che faceva drizzare i capelli. Indietreggiai profondamente turbato.
Sul cassero udii all’improvviso del movimento tra i marinai e esclamazioni soffocate di spavento. Una voce, sotto di noi, gridò angosciata nell’oscurità. «Chi è diventato matto, adesso?»
Forse pensavano che fosse il loro comandante! Precipitarsi non è forse la parola giusta per indicare il passo col quale quei poveri diavoli si spostarono, ma è certo che, in un tempo sorprendentemente breve, tutti coloro che potevano ancora reggersi in piedi arrivarono a poppa.
«È il secondo», gridai, «prendetelo in due…».
Mi aspettavo che questa tragica farsa finisse in una sorta di lotta di spettri. Ma Burns troncò di colpo la sua risata stridula e si voltò furibondo verso i marinai, gridando:
«Ah! Ah, cani! adesso avete ritrovato la lingua? Vi credevo tutti muti. Bene. E ora ridete! Ridete, vi dico! Su, tutti insieme! Un, due, tre… ridete!».
Seguì un istante di silenzio, ma un silenzio così profondo che sarebbe stato possibile sentire cadere uno spillo. Poi la voce imperturbabile di Ransome proferì con calma queste parole:
«Deve essere svenuto, capitano». Il piccolo gruppo dei marinai, che aveva assistito immobile alla scena, si allontanò con un mormorio di sollievo. «L’ho preso per le ascelle… qualcuno lo prenda per le gambe».
Sì. Fu un sollievo. Per un po’ era ridotto al silenzio. Per un po’. Non avrei potuto sopportare un altro scoppio di quel riso folle, ne ero sicuro. Proprio allora Gambril, l’austero Gambril, ci offrì un’altra esibizione vocale. Cominciò a cantilenare che voleva essere sostituito. La sua voce si alzò lamentosa nel buio: «A poppa, qualcuno! Non ce la faccio più. La nave sta per muoversi ed io non ce la faccio più…».
Balzai io stesso a poppa e fui investito da una violenta raffica di vento che l’orecchio fine di Gambril aveva udito avvicinarsi da lontano e che gonfiò le vele dell’albero di maestra facendole sbattere ripetutamente con un rumore soffocato, confuso al gemito sordo dei pennoni. Feci appena in tempo ad afferrare il timone, mentre il francesino che mi aveva seguito sosteneva Gambril che stava per cedere. Lo tirò in disparte, gli raccomandò di rimanere fermo dov’era, e poi venne a darmi il cambio chiedendo con voce tranquilla: «Come debbo governare, capitano?»
«Dritto a fil di ruota per il momento. Ti porterò subito una lampada».
Mi mossi per andare a prenderla e incontrai Ransome che portava su una lampada di ricambio per la chiesuola. Quell’uomo notava sempre tutto, era sempre attento a ogni cosa, dovunque si muovesse emanava intorno a sé sicurezza e tranquillità. Mentre mi passava accanto osservò, col suo tono calmo, che stavano spuntando le stelle. Era vero. La brezza stava spazzando via la fuliggine dal cielo rompendo il pigro silenzio del mare.
Nella terribile barriera di immobilità che ci aveva tenuti prigionieri per tanti giorni, come se fossimo dannati, si era aperta una breccia. Lo sentivo. Mi lasciai cadere sul sedile accanto all’osteriggio. Un tenue orlo bianco di spuma, sottile, molto sottile, venne ad infrangersi contro la fiancata della nave. Il primo da secoli e secoli.
Mi sarei messo a gridare vittoria se non avessi avuto dentro di me un senso di colpa che avvolgeva segretamente tutti i miei pensieri. Ransome era davanti a me.
«Che ne è del secondo?», chiesi con ansia. «Ha ripreso i sensi?»
«Be’, comandante, è strano», Ransome evidentemente era imbarazzato. «Non ha detto una parola e ha gli occhi chiusi. Sembra in uno stato di sonno profondo».
Accettai questa ipotesi come la meno sgradevole, o comunque la meno inquietante. Svenuto e profondamente assopito, Burns per il momento doveva essere abbandonato a se stesso. Ransome improvvisamente osservò:
«Penso che lei abbia bisogno di un cappotto, comandante».
«Lo penso anch’io», sospirai.
Ma non mi mossi. Avvertivo piuttosto il bisogno di muovere le membra. Non sentivo più né gambe né braccia, erano come appesantite. Neppure dolevano. Mi alzai in piedi per indossare il cappotto che Ransome mi aveva portato. E quando questi mi suggerì che era meglio trasportare Gambril a prora, dissi:
«Va bene, ti darò una mano per portarlo giù in coperta».
Mi accorsi che ero ancora capace di aiutare. Lo rialzammo, tenendolo in mezzo a noi. Gambril tentò virilmente di aiutarsi da solo, ma per tutto il tempo continuò a raccomandarsi:
«Non mi mollerete arrivati alla scaletta? Non mi mollerete arrivati alla scaletta?».
La brezza continuava a rinfrescare e a soffiare, soffiava forte, veramente forte. All’alba, manovrando attentamente il timone, riuscimmo a fare in modo che i pennoni del trinchetto si bracciassero in croce da soli (il mare restava calmo) e poi provvedemmo a tendere i cavi. Dei quattro uomini che erano con me durante la notte, ne vedevo solo due. Non chiesi neppure che ne era degli altri. Avevano certo ceduto. Per un po’ soltanto, sperai.
Il nostro lavoro ci tenne occupati a prua per ore; i due uomini rimasti si muovevano con lentezza e dovevano riposarsi ogni momento. Uno di loro mi fece notare che «la maledizione era che ogni cosa su quella dannata nave diventava cento volte più pesante». Questa fu l’unica lagnanza. Non so come ce la saremmo cavata senza Ransome. Lavorava con noi, sempre in silenzio, col sorriso sulle labbra. Ogni tanto gli mormoravo: «Vacci piano, Ransome, calma Ransome» e ne ricevevo in risposta un rapido sguardo.
Appena fatto tutto il possibile per la sicurezza della nave, si eclissò in cucina. Dopo un po’, mentre ero a prua per un giro di controllo, lo scorsi attraverso la porta aperta. Era seduto sul cassone accanto ai fornelli col busto eretto e con la testa appoggiata all’indietro contro la paratia. Aveva gli occhi chiusi; le sue abili mani tenevano aperta la leggera camicia di cotone scoprendo drammaticamente il petto robusto che si sollevava con pena e affanno ad ogni respiro. Non si avvide di me.
Me ne andai senza far rumore e mi recai direttamente al cassero per dare il cambio al francesino che aveva tutta l’aria di sentirsi davvero male. Mi diede la rotta con tutte le dovute regole e cercò di filarsela con passo sciolto, ma prima che fosse fuori dalla mia vista, lo vidi barcollare due volte.
Rimasi a poppa da solo, a governare la mia nave che correva sotto il vento beccheggiando ogni tanto vivacemente e persino rollando un po’. Ransome comparve presto con un vassoio. Alla vista del cibo avvertii i morsi della fame. Egli prese il timone mentre mi sedevo sul carabottino di poppa a far colazione.
«Questo vento ha finito per mettere a terra il nostro equipaggio», mormorò. «Li ha stesi tutti».
«Davvero», dissi. «Credo che tu e io siamo i soli due uomini ancora sani su questa nave».
«Il francesino dice che ha ancora qualche cartuccia da spendere. Non so. Non può averne molte», continuò Ransome con il suo sorriso riflessivo. «Un buon ometto, quello. Ma supponiamo che il vento cambi direzione mentre siamo vicini a terra, che faremo, capitano?»
«Se il vento girasse mentre siamo vicino a terra, andremmo a sbattere contro la costa o la nave sarebbe disalberata, o forse si verificherebbero tutte e due le eventualità. Non possiamo farci nulla. Siamo in balia della nave. Noi possiamo solo governare il timone. È una nave senza equipaggio».
«Sì, tutti sfiniti», ripeté tranquillamente Ransome. «Ogni tanto vado a dar loro un’occhiata, ma non posso fare di più».
«Tutti a bordo, io, la nave stessa abbiamo un grosso debito con te, Ransome», dissi con slancio.
Sembrò non sentire e continuò a pilotare in silenzio finché non fui pronto a sostituirlo. Mi cedette il timone, prese il vassoio, alla fine mi informò che Burns si era svegliato e pretendeva di salire sul ponte.
«Non so come impedirglielo, capitano. Non posso stare sempre giù a controllarlo».
Era evidente che non poteva stare sempre giù, e infatti presto Burns comparve in coperta trascinandosi a stento nel suo enorme cappotto. Lo vidi arrivare con legittimo timore. Averlo tra i piedi a farneticare sui tiri di un morto, mentre dovevo governare una nave lanciata in velocità e carica di moribondi, costituiva una prospettiva agghiacciante.
Ma le prime osservazioni che Burns fece furono davvero assennate, tanto nei contenuti quanto nel tono. Sembrava non avesse più alcun ricordo della scena della notte. E se comunque se ne ricordava non lo diede certo a vedere. Non parlava nemmeno molto. Si mise seduto sull’osteriggio con aria molto sofferente ma ad ogni folata di quel vento che aveva distrutto i pochi uomini dell’equipaggio ancora rimasti in piedi, sembrava riacquistare forza. Un miglioramento quasi a vista d’occhio.
Per mettere alla prova il suo stato mentale feci deliberatamente allusione al defunto capitano. Mi resi conto con molto piacere che Burns non dimostrava troppo interesse per l’argomento. Parlò di sfuggita della vecchia storia delle malvagità di quel vecchio mascalzone con un certo gusto di vendetta, concludendo all’improvviso:
«Credo veramente, capitano, che il suo cervello avesse cominciato ad andare in fumo almeno un anno prima che morisse».
Una guarigione miracolosa. Potei a stento tributarle l’ammirazione che meritava dovendo rivolgere tutta la mia attenzione al timone.
Rispetto all’inerzia disperante dei giorni precedenti, la velocità attuale era vertiginosa. Due creste di schiuma si sollevavano a prua; il vento cantava con un accento vigoroso che in altre circostanze avrei accolto come un inno alla gioia di vivere. Ogni volta che la vela di maestra, tesata com’era, si metteva a sbattere fin quasi a strapparsi tra i legnami, Burns mi fissava con ansietà.
«Che vuole che faccia, Burns? Non possiamo né ammainarla, né fissarla. Vorrei soltanto che andasse a pezzi da solo, questo vecchio arnese, e la facesse finita. Questo strepito bestiale mi dà sui nervi». Burns si torse le mani e all’improvviso chiese: «Come riuscirà a far entrare la nave in porto, capitano, senza uomini per manovrarla?». E come avrei potuto dirglielo?
Eppure, circa quaranta ore dopo ce la facemmo. Grazie alla terribile risata di Burns, lo spettro maligno era stato spazzato via, rotto l’incanto malefico, allontanato il malaugurio, quasi da un esorcismo. Eravamo ora nelle mani di una Provvidenza energica e benevola che ci spingeva avanti…
Non dimenticherò mai l’ultima notte, una notte buia, ventosa e piena di stelle. Ero al timone. Burns, dopo essersi fatto promettere che l’avrei svegliato con un calcio se fosse accaduto qualcosa, si era profondamente addormentato sul ponte, vicino alla chiesuola. I convalescenti hanno bisogno di dormire. Ransome, con la schiena appoggiata contro l’albero di mezzana e con una coperta sulle gambe, stava perfettamente immobile, anche se non credo avesse mai chiuso l’occhio. Il francesino, autentica personificazione della vivacità, ancora illudendosi di avere delle «riserve», aveva insistito per unirsi a noi; ma ligio alla disciplina, si era sdraiato più lontano possibile, all’estremità del cassero, lungo la rastrelliera dei buglioli.
Ed io continuavo a stare al timone, troppo stanco per provare angoscia, troppo stanco per poter formulare un pensiero coerente. Avevo momenti di folle esultanza che si alternavano a momenti di depressione al pensiero che il castello di prua, all’altra estremità di quel ponte oscuro, era pieno di uomini febbricitanti, alcuni quasi morenti. Per colpa mia. Ma non importava. Il rimorso poteva aspettare. Dovevo governare la nave.
Nelle ore piccole la brezza divenne fiacca, poi cadde completamente. Alle cinque riprese abbastanza forte per permetterci di entrare nella baia. L’alba trovò Burns che sedeva, appoggiato alle ruote dei cavi, sul carabottino di poppa, infagottato nel suo cappotto, che governava la nave con le sue mani bianchissime e scarne, mentre Ransome ed io volavamo sul ponte a mollare le drizze e le scotte. Poi ci precipitammo al castello di prua. Il sudore, per la fatica e la tensione nervosa, ci colava sulla fronte mentre lavoravamo a mettere le ancore a pennello. Non avevo il coraggio di guardare Ransome col quale lavoravo fianco a fianco. Ci scambiavamo solo qualche parola. Potevo udirlo ansimare vicino a me ed evitavo di osservarlo nel timore di vederlo crollare morto durante quei suoi grandi sforzi.
Perché si esponeva così? Certo, per qualche chiaro ideale. In lui si era ridestato il marinaio esperto. Non aveva bisogno di ordini. Sapeva quel che doveva fare. Ogni sforzo, ogni gesto era un atto di coraggio. Non stava a me tener d’occhio un uomo talmente appassionato.
Alla fine lo udii dire: «Non sarebbe meglio, capitano, che scendessi giù a manovrare i compressori?»
«D’accordo, vai», risposi. E anche questa volta non guardai dalla sua parte. Dopo un po’ sentii la sua voce che veniva dalla coperta: «Ai vostri ordini, capitano; tutto a posto agli argani». Feci cenno a Burns di portare la barra sotto vento, poi mollai le ancore una dopo l’altra lasciando che la nave prendesse tutta la gomena che voleva. Ne prese un bel po’ prima di fermarsi. Le vele allentate, ormai a collo, misero fine al loro esasperante frastuono sopra la mia testa. Una quiete assoluta regnò allora sulla nave. E, mentre me ne stavo in piedi, a prua, un po’ stordito da quella improvvisa tranquillità, mi giunsero qualche debole lamento e le parole incoerenti degli ammalati.
Sull’albero di mezzana avevamo issato il segnale per chiedere immediata assistenza medica, e infatti, prima ancora che la nave fosse del tutto ferma, tre lance a vapore di alcune navi da guerra si avvicinarono alle fiancate della nave e almeno cinque ufficiali medici della marina salirono a bordo. Rimasero in gruppo guardando su e giù per il ponte principale, poi rivolsero lo sguardo in alto dove non c’era anima viva.
Mossi incontro a loro, solo, con indosso un pigiama azzurro a righe grigie, con in testa un casco di sughero imbiancato di calce. Rimasero molto seccati. Avevano portato i ferri del mestiere, pensando di dover intervenire chirurgicamente. Ma non tardarono a superare quella piccola delusione. Dopo nemmeno cinque minuti una delle lance a vapore stava già correndo velocemente verso terra per far venire una grande scialuppa e infermieri per il trasporto dell’equipaggio. Intanto la grande pinaccia a vapore tornò alla sua nave a prendere dei marinai per ammainare le mie vele.
Uno dei medici era rimasto a bordo. Uscì dal castello di prua con aria impenetrabile e, vedendo l’ansietà nel mio sguardo, mi disse pronto:
«Nessun morto a bordo. È questo quel che voleva sapere?». Poi soggiunse con intonazione stupita: «L’equipaggio al completo!».
«Sono gravi?»
«Sì, sono gravi», ripeté e, guardandosi intorno, chiese: «Dio mio! Chi è quello?»
«È Burns, il mio secondo», risposi rivolgendo lo sguardo verso poppa.
Burns con la sua testa di moribondo ciondolante sul collo smagrito era uno spettacolo che avrebbe colpito chiunque. «Va anche lui all’ospedale?», chiese il dottore.
«Oh, no!», risposi in tono scherzoso. «Burns sbarcherà spio quando andrà a terra l’albero maestro. Sono orgoglioso di lui. È il mio unico convalescente».
«Anche lei ha un aspetto…», cominciò il dottore fissandomi. Ma io lo interruppi con fastidio:
«Non sto male».
«Sarà… ma l’aspetto è strano».
«Be’ sa, sono rimasto diciassette giorni in coperta».
«Diciassette! Ma avrà pur dormito…».
«Penso di sì. Non so. Ma sono certo di non aver dormito nelle ultime quaranta ore».
«No!… Andrà subito a terra ora, immagino?»
«Appena potrò. Ho ancora da risolvere un mucchio di cose».
Il medico abbandonò la mia mano che aveva preso parlando, estrasse un taccuino, scrisse in fretta su un foglio, lo strappò e me lo diede.
«Mi raccomando, appena sbarcato fatevi preparare il medicinale che vi ho prescritto in questa ricetta. Credo che stasera vi farà comodo».
«Ma che cos’è?», chiesi con diffidenza.
«Un sonnifero», rispose secco il medico e si diresse, con una certa curiosità, verso Burns col quale cominciò a discutere.
Mentre scendevo sottocoperta per vestirmi e andare a terra, Ransome mi seguì. Mi pregava di scusarlo ma voleva essere sbarcato anche lui e liquidato.
Lo guardai sorpreso. Attendeva la mia risposta con una certa ansia.
«Non vorrai lasciare la nave!», gridai.
«Sì, capitano. Voglio andar via e stare in pace da qualche parte. L’ospedale andrà benissimo».
«Ma, Ransome», dissi?»
«Non posso accettare che tu vada via».
«Debbo andare», esplose, «ne ho diritto». Ansimava e aveva un’espressione di un’ostinazione quasi selvaggia. Per un momento fu come un’altra persona. E io scorsi sotto i pregi e la prestanza di quell’uomo l’umile realtà delle cose. Per lui la vita – quella vita così dura e precaria – era un dono prezioso, e lui era seriamente preoccupato per la sua salute.
«Certo, ti sbarco e ti pagherò se lo vuoi», mi affrettai a dire.
«Debbo solo chiederti di restare a bordo fino a questo pomeriggio. Non posso lasciare solo Burns per tante ore».
Si addolcì subito e, col suo sorriso e la sua gradevole voce, mi assicurò che si rendeva conto della situazione.
Quando tornai sul ponte tutto era pronto per il trasporto dell’equipaggio. Fu l’ultima dura prova di una vicenda che – anche se inconsapevolmente – mi aveva maturato e temprato il carattere.
Fu terribile. Passarono davanti ai miei occhi uno dopo l’altro. Ognuno di loro mi sembrava un rimprovero vivente, così amaro da risvegliare in me un senso di rivolta. Il povero francesino si era improvvisamente aggravato. Mi passò vicino mentre lo trasportavano privo di sensi, con quella sua comica faccia terribilmente arrossata e come gonfia, con il respiro ansimante. Sembrava sempre più Pulcinella, un Pulcinella oscenamente ubriaco.
L’austero Gambril, invece, stava meglio, almeno per il momento. Volle per forza camminare con le sue gambe fino alla murata, naturalmente sostenuto da due marinai. Ma, al momento di essere calato giù, si fece prendere dal panico e cominciò a lamentarsi in modo patetico:
«Comandante, non gli permetta di mollarmi, non gli permetta di farmi cadere». Io gli gridai di avere coraggio: «Non c’è pericolo, Gambril, non c’è pericolo!».
Era indubbiamente una scena quasi comica. I marinai della nave da guerra, che erano sul ponte, ridacchiavano sommessamente e lo stesso Ransome (che era venuto a dare una mano) fu costretto ad accentuare fugacemente il suo paziente sorriso.
Me ne andai a terra con la lancia a vapore e, voltandomi indietro, scorsi, all’estremità della poppa, Burns sempre infagottato nel suo enorme cappotto di lana. La risplendente luce del sole evidenziava quel che c’era in lui di strano e di misterioso. Sembrava uno spaventapasseri terribile, posto a poppa di una nave carica di morti, per tener lontani dai cadaveri gli uccelli marini.
In città, già tutti sapevano della nostra storia, e tutti furono molto gentili con noi. La Capitaneria mi dispensò dal pagamento dei diritti portuali e, poiché alla Casa del marinaio era alloggiato un equipaggio naufragato, non ebbi difficoltà a trovare quanti marinai erano necessari. Ma, quando chiesi di vedere il capitano Ellis, mi fu risposto, con tono indulgente per la mia ignoranza, che l’emissario di Nettuno era andato in pensione e che era tornato a casa tre settimane dopo la mia partenza. Di conseguenza, la mia nomina, eccettuate le pratiche della routine quotidiana, poteva considerarsi l’ultimo atto della sua carriera.
Era strano come sbarcando fossi colpito dall’andatura svelta, dagli sguardi vivaci, dalla forte vitalità di tutti coloro che incontravo. La cosa mi fece una grande impressione. E tra coloro che incontrai ci fu naturalmente il capitano Giles. Sarebbe stato difficile non incontrarlo. Quando era a terra passava tutte le mattine a gironzolare per il quartiere commerciale.
Fin da lontano notai la catena d’oro che gli luccicava sul petto. Irradiava cordialità.
«Cosa sento?», chiese con quel suo sorriso paterno, mentre mi stringeva la mano. «Ventun giorni da Bangkok?»
«È tutto quello che ha saputo?», dissi. «Venga a colazione, voglio farle conoscere per filo e per segno in quale pasticcio mi ha cacciato».
Ebbe un istante di incertezza, poi accettò.
«Bene, verrò!».
Ci recammo all’albergo. Mi stupii del mio stesso appetito. Quando la tavola fu sparecchiata e il capitano Giles accese il sigaro che gli avevo offerto, gli raccontai tutta la mia avventura, fin dal principio, in ogni suo aspetto professionale e sentimentale.
Osservò giudiziosamente:
«Lei si deve sentire davvero molto stanco».
«No, non stanco. Ma ora le dico io, capitano Giles, come mi sento: mi sento vecchio. E debbo esserlo diventato davvero. Tutti voi a terra mi sembrate giovincelli spensierati che non hanno mai avuto preoccupazioni in vita loro».
Non sorrise. Aveva un’aria grave, insopportabile. Disse:
«Le passerà. Tuttavia è vero, lei mi sembra più vecchio».
«Ah», feci io.
«No, no, la verità è che nella vita non bisogna dare troppo peso a nulla, né al bene, né al male».
«Una vita a mezza forza», mormorai maliziosamente. «Non tutti possono riuscirci».
«Eppure, sarà già soddisfatto se riuscirà ad andare avanti sempre a quella velocità», rispose con la sua aria saggia e trasudante esperienza. «Ho ancora una cosa da dirle: un uomo deve affrontare la sua cattiva sorte, i propri errori, la propria coscienza. D’altronde, con che cosa si dovrebbe lottare, altrimenti?».
Tacqui. Non so che cosa avesse letto sulla mia faccia perché all’improvviso disse:
«Via… non si scoraggerà mica…».
«Dio solo lo sa», risposi sinceramente.
«Va bene, va bene», disse in tono tranquillo. «Presto imparerà a non essere scoraggiato. Un uomo deve imparare tutto. Ed è questo che tanti giovanotti non capiscono».
«Be’, non sono più un giovanotto».
«No», acconsentì, «partirà presto?»
«Andrò subito a bordo», risposi. «Appena il nuovo equipaggio sarà sulla nave, tireremo su una delle ancore e alzeremo mezzo cavo dall’altra: domattina all’alba partiremo».
«Partirà?», mormorò acconsentendo il capitano Giles: «Così mi piace».
«Ma cosa credeva? Che mi sarei preso una settimana di riposo a terra?», dissi irritato dal suo tono. «Non ci sarà riposo per me finché la nave non sarà al largo dell’Oceano Indiano, e probabilmente neanche allora».
Fumava il sigaro soprappensiero, come se fosse cambiato.
«Sì, questo è fondamentale», disse in tono distratto. Sembrava che a un tratto si fosse alzato il sipario lasciando intravedere un capitano Giles totalmente diverso. Solo per un momento, solo il tempo per aggiungere: «Mai un minuto di riposo nella vita, per nessuno. Meglio non pensarci».
Dopo esserci alzati uscimmo e, arrivati in strada, ci separammo con una calorosa stretta di mano, proprio quando per la prima volta cominciava ad interessarmi, da che ci eravamo conosciuti.
Tornato a bordo, per prima cosa vidi Ransome sul ponte che se ne stava tranquillamente seduto sulla sua cassetta di marinaio legata con cura.
Lo invitai a seguirmi nel salottino, dove mi sedetti per scrivergli una lettera di raccomandazione indirizzata a un mio conoscente di città.
Una volta terminata, spinsi la lettera sulla tavola verso di lui.
«Ti potrà essere utile, una volta dimesso dall’ospedale».
La prese e la depose in tasca. Evitava di guardarmi, i suoi occhi erano fissi nel vuoto. L’ansia era dipinta sul suo volto.
«Come ti senti adesso?», chiesi.
«Adesso non sto male, capitano», rispose un po’ rigido. «Ma ho paura di quel che può accadere…». E per un momento sulle sue labbra riapparve il solito sorriso riflessivo… «Ho una paura tremenda per il mio cuore, capitano».
Mi avvicinai a lui con la mano tesa. I suoi occhi, che sembravano evitarmi, avevano un’espressione assorta. Era come un uomo che tende l’orecchio, pronto a cogliere ogni segnale di allarme.
«Non vuoi stringermi la mano, Ransome?», gli chiesi con gentilezza.
Ebbe un’esclamazione di sorpresa, arrossì, mi strinse con forza la mano. Un momento dopo, rimasto solo nella saletta, lo udii che saliva a piccoli passi la scaletta, gradino per gradino, con la paura di destare l’ira della nostra comune nemica, che era suo spietato destino portare consapevolmente nel petto fedele.