Capitolo primo
Mr Verloc quando usciva la mattina lasciava nominalmente il negozio alle cure del cognato. Era possibile farlo, perché gli affari, molto scarsi a qualsiasi ora, erano praticamente inesistenti prima di sera. Mr Verloc non si curava che molto poco di questo suo commercio di facciata. E comunque a sorvegliare il cognato c’era anche sua moglie.
Il negozio era piccolo, come del resto la casa. Era una di quelle case squallide di mattoni, di cui c’era grande abbondanza prima che albeggiasse su Londra l’era della ricostruzione. Il negozio aveva la forma di uno scatolone, con una vetrata sul davanti a piccoli riquadri. Durante il giorno la porta rimaneva chiusa, la sera discretamente, ma sospettosamente accostata.
La vetrina conteneva fotografie di ballerine più o meno svestite; non ben identificati pacchetti in involucri che facevano pensare a confezioni medicinali; buste chiuse di carta gialla, molto sottili, e con il prezzo di due scellini e sei pence marcato in grosse cifre nere; qualche numero di vecchi fumetti francesi che penzolavano da una cordicella come fossero stati stesi ad asciugare; un bricco sbiadito di porcellana celeste, uno scrigno di legno nero, bottigliette di inchiostro e vecchi timbri; alcuni libri con titoli che alludevano indecenti; qualche copia di giornale sconosciuto stampato alla meglio, con titoli quali La Torcia, o Il Gong, titoli stimolanti. E i due lumetti a gas dietro i vetri erano sempre tenuti al minimo, che fosse per tutelare l’economia o per tutelare i clienti.
Questi clienti potevano essere o uomini molto giovani, che ciondolavano un po’ attorno alla vetrina prima di sgattaiolare dentro; o uomini di età più matura, ma dall’aria generalmente non molto in soldi. Vi era tra questi chi portava il bavero dell’impermeabile tirato su fino all’altezza dei baffi, con tracce di fango sul fondo dei pantaloni dozzinali che rivelavano di essere stati indossati molto a lungo. Ma nemmeno le gambe che contenevano dovevano essere di solito un granché. Con le mani infilate nelle tasche dei pantaloni, i clienti sgattaiolavano dentro di traverso, introducendo prima una spalla poi l’altra, come temessero di far suonare la campana.
Ma la campana, appesa alla porta con un fil di ferro ricurvo, era difficile da aggirare; irrimediabilmente fessa, ogni sera alla minima provocazione, vociava dietro al cliente con impudente virulenza.
Vociava; e a quel segnale, attraverso la porta di vetro polverosa al di là del bancone dipinto, Mr Verloc era solito emergere frettolosamente dal salottino del retro. Aveva occhi appesantiti di natura; e l’aspetto di chi si è rivoltato tutto il giorno, completamente vestito su un letto non rifatto. Un altro avrebbe considerato un’apparenza siffatta decisamente uno svantaggio. Nelle transazioni commerciali della vendita al minuto molto dipende dall’aspetto invitante e amabile del venditore. Ma Mr Verloc conosceva bene i suoi affari, e non si lasciava intimorire da alcun dubbio di carattere estetico circa la sua apparenza. Con negli occhi un’impudenza ferma e decisa, che sembrava tenere sotto controllo qualche spaventosa minaccia, procedeva da quel bancone alla vendita di oggetti che apertamente e scandalosamente mostravano di non valere il denaro scambiato: una piccola scatola di cartone apparentemente vuota, o una di quelle buste gialle di carta velina chiuse con molta cura, o un volume sporco dalla rilegatura economica e dal titolo allusivo. E di tanto in tanto capitava a una delle ballerine bionde e sbiadite di essere venduta a un amatore come fosse stata giovane e piena di vita.
Qualche volta era Mrs Verloc che appariva al richiamo della campana stonata. Winnie Verloc era una giovane donna dai fianchi abbondanti e dal busto generoso racchiuso in un corsetto. Portava i capelli molto in ordine. Lo sguardo fermo, come quello del marito, conservava, al di là della barriera del banco, un’aria di impenetrabile indifferenza. Ed ecco che il cliente relativamente giovane rimaneva improvvisamente sconcertato di dover trattare con una donna, e irritato chiedeva una bottiglietta di inchiostro, valore all’ingrosso di sei pence (prezzo nel negozio di Verloc uno e sei), che una volta fuori avrebbe furtivamente gettato in un rigagnolo.
I visitatori serali – quelli con il bavero tirato su e il berretto di lana calzato in testa – s’inchinavano a Mrs Verloc con familiarità, e borbottando un saluto, sollevavano la transenna al fondo del bancone per passare al salottino sul retro, che a sua volta dava accesso a un disimpegno e a una ripida rampa di scale. La porta del negozio era l’unico modo per entrare nella casa dove Mr Verloc portava avanti i suoi affari di venditore di strana mercanzia, esercitava la sua vocazione di protettore della società e coltivava le virtù domestiche. Virtù domestiche davvero notevoli. Egli poteva dirsi assolutamente addomesticato. Né le sue esigenze spirituali, né quelle mentali o fisiche erano tali da portarlo molto fuori. A casa ritrovava il benessere del corpo e la pace dell’anima, insieme alle attenzioni muliebri di Mrs Verloc, e al rispetto deferente della madre di Mrs Verloc.
La madre di Winnie era un donnone un po’ ansimante, con una faccia larga e olivastra. Indossava una parrucca nera sotto una cuffia bianca. Le gambe gonfie le impedivano di muoversi. Si considerava di discendenza francese, cosa che poteva anche essere vera; e dopo un buon numero di anni di vita matrimoniale con un rivenditore di generi alimentari, autorizzato anche alla vendita di alcolici a buon mercato, provvedeva da sola, all’epoca della sua vedovanza, affittando appartamenti mobiliati per gentiluomini dalle parti di Vauxhall Bridge Road, in una piazza ancora di un certo splendore e tuttora inclusa nel quartiere di Belgravia. Questo particolare topografico le tornava di un certo vantaggio nel reclamizzare le proprie camere; ma i suoi clienti abituali non erano esattamente del genere alla moda. Comunque fossero, sua figlia Winnie le dava una mano ad accudirli. Tracce della discendenza francese di cui la vedova andava tanto fiera erano evidenti anche in Winnie. Si rivelavano ad esempio in quell’artistico ed estremamente ordinato modo di acconciare i lucidi capelli neri. Winnie aveva anche altre qualità: la giovinezza; le forme fiorenti e arrotondate del corpo, la carnagione chiara; un che di provocante in quel suo contegno riservato e un po’ misterioso, che tuttavia non arrivava al punto da impedirle la conversazione, portate avanti con vivacità da parte degli inquilini e con altrettanta amabilità da parte di lei. Evidentemente Mr Verloc subiva questo tipo di fascino. Mr Verloc non era un cliente fisso. Arrivava e se ne andava senza un motivo apparente. Di solito arrivava a Londra (come l’influenza) dal continente, solo che arrivava senza essere annunziato dalla stampa; e le sue visite seguivano con grande severità una routine precisa. Faceva colazione a letto, e rimaneva a crogiolarsi con un’aria di tranquillo benessere ogni mattina fino a mezzogiorno – e talvolta anche fino a più tardi. Ma quando usciva sembrava trovare una gran difficoltà a rintracciare la via del ritorno alla sua abitazione temporanea nella piazza del quartiere di Belgravia. Si muoveva di lì tardi, e vi tornava di buon’ora – alle tre o alle quattro del mattino; e risvegliandosi alle dieci era solito rivolgersi a Winnie, che portava il vassoio della colazione, con una cortesia allegra e sfinita insieme, con la voce un po’ roca e a tratti mancante di chi ha parlato calorosamente per molte ore di seguito. Gli occhi un po’ bovini, sotto le sopracciglia pesanti, roteavano languidamente e con amore in direzione di lei, le coperte erano tirate fin sotto il mento, e i baffi neri e lisci ricoprivano labbra carnose capaci di dolcissime celie.
Nell’opinione della madre di Winnie, Mr Verloc era un signore molto simpatico. Dall’esperienza raccolta durante la sua vita nelle varie «case d’affari», la brava donna si era portata con sé nel suo ritiro un ideale di signorilità simile a quello esibito dai frequentatori dei séparé dei locali pubblici. Mr Verloc si avvicinava a quell’ideale, anzi lo raggiungeva in pieno.
«Naturalmente prenderemo i vostri mobili, mamma», aveva osservato Winnie.
Si doveva rinunciare alla casa e al subaffitto. Non sembrava opportuno portare avanti quell’attività. Avrebbe significato troppo fastidio per Mr Verloc. Non sarebbe stata conciliabile con gli altri suoi affari. Quali fossero questi affari lui non lo diceva, ma dopo il fidanzamento con Winnie, si prese la briga di alzarsi prima di mezzogiorno, scendendo le scale del seminterrato, e di rendersi gradevole con la madre di Winnie nella saletta della colazione al piano di sotto dove ella era solita intrattenere quel suo corpo invalido. Accarezzava il gatto, attizzava il fuoco, e si faceva servire là il pranzo. Abbandonava queste comodità un po’ opprimenti con evidente riluttanza, e tuttavia rimaneva fuori la sera fino a tarda notte. Non si offriva mai di portare Winnie a teatro, come ci si sarebbe aspettato da un signore così simpatico. Le sue sere erano occupate. Il suo lavoro era in un certo qual modo nella politica, come disse un giorno a Winnie. Avrebbe dovuto, lui l’avvertì, essere molto carina con i suoi amici della politica. E con quel suo sguardo diretto e impenetrabile lei rispose che certo lo sarebbe stata.
Cos’altro mai egli le disse circa il suo lavoro fu impossibile per la madre di Winnie da scoprire. Gli sposi la presero su con la mobilia. L’aspetto meschino del negozio la sorprese. Il cambiamento dalla piazza del quartiere Belgravia alle stradine strette di Soho ebbe conseguenze negative sulle sue gambe, che divennero enormi. D’altra parte sperimentò un totale alleggerimento da ogni cura materiale. Il carattere bonario del genero le ispirava una fiducia assoluta. Il futuro della figliola era ovviamente assicurato, e anche per quel che riguardava il figlio Stevie non aveva motivo di preoccuparsi. Non aveva mai potuto negare a se stessa che quel povero Stevie rappresentava un terribile peso. Ma considerando l’affetto di Winnie per quel fratello delicato e il carattere gentile e generoso di Mr Verloc, sentiva che il povero ragazzo era al sicuro in questo mondo difficile. E in fondo al cuore non si crucciava dopotutto che i Verloc non avessero figli. Considerando infatti che la circostanza sembrava essere perfettamente indifferente a Mr Verloc, e che, quanto a Winnie, ella trovava nel fratello un motivo di affetto quasi materno, forse era tanto meglio così per il povero Stevie.
Perché occuparsi di quel ragazzo era difficile. Delicato di salute, e anche bello in quel suo modo fragile, se non fosse stato per quel ciondolare del labbro inferiore. Grazie al nostro eccellente sistema di istruzione obbligatoria aveva imparato a leggere e a scrivere, nonostante l’aspetto sfavorevole del labbro. Ma come fattorino non si rivelò un successo. Dimenticava i messaggi; veniva facilmente deviato dal sentiero diritto del dovere, attratto da gatti e cani selvatici che seguiva in fondo a vicoli angusti, fin dentro cortili malsani; distratto lungo le strade dallo spettacolo dell’umana commedia che rimaneva a contemplare a bocca aperta, in danno degli interessi del suo padrone; altre volte a distrarlo era il dramma di cavalli caduti, e il patos e la violenza di quelle scene lo spingevano talvolta a grida laceranti tra una folla che non amava essere interrotta dal rumore della sofferenza mentre tranquillamente si godeva lo spettacolo tipico nazionale. E quando veniva portato via da un poliziotto serio e protettivo, si scopriva spesso che il povero Stevie aveva dimenticato l’indirizzo – almeno non lo ricordava in quel momento. Una domanda brusca gli causava una balbuzie fino a farlo soffocare. Quando era spaventato da qualcosa di strano era solito storcere gli occhi in modo orribile. Tuttavia non aveva mai crisi epilettiche (e questo era già qualcosa) e davanti ai consueti accessi di ira del padre poteva sempre, ai tempi della sua infanzia, correre a proteggersi dietro le gonnelle della sorella Winnie. D’altra parte si sarebbe potuto sospettare a volte che il ragazzo nascondesse un fondo di temeraria birbanteria. All’età di quattordici anni, infatti, un amico di suo padre, un rappresentante di una ditta straniera di latte conservato, gli aveva offerto una possibilità di lavorare come fattorino; e fu allora, durante un pomeriggio di nebbia, in assenza del suo principale, che egli fu scoperto intento a far scoppiare fuochi d’artificio per le scale. Fece partire in rapida successione una serie di razzi potenti, aggressive girandole, petardi che esplodevano con un gran frastuono – e la cosa poteva diventare molto seria. Per tutto l’edificio si era sparso un panico terribile. Impiegati semisoffocati, con lo spavento negli occhi, fuggivano precipitosamente per i corridoi pieni di fumo; mentre rotolavano insieme indipendentemente giù per le scale cappelli a cilindro e anziani gentiluomini. Né Stevie sembrò trarre alcun particolare godimento personale da quanto aveva fatto. Le motivazioni di questa bravata furono difficili a scoprirsi. Solo più tardi Winnie ottenne da lui una nebulosa e confusa confessione. Sembra che altri due fattorini nell’edificio avessero turbato la sua sensibilità con storie di ingiustizia e oppressione fino a far montare la sua compassione a un punto di follia. Ma l’amico del padre, naturalmente, lo licenziò senza molte storie, preoccupato solo della possibilità che nuocesse ai suoi affari. Dopo questa esibizione di altruismo Stevie fu messo come aiuto lavapiatti nella cucina del seminterrato, e a lucidare gli stivali dei gentiluomini che onoravano la residenza di Belgravia. Ovviamente non c’era futuro in questo lavoro. I gentiluomini gli davano di tanto in tanto uno scellino di mancia. Mr Verloc si mostrava il più generoso degli ospiti. Ma in ogni caso non si trattava di un granché, né come guadagno, né come prospettive; così che quando Winnie annunciò il suo fidanzamento a Mr Verloc, sua madre non poté fare a meno di domandarsi, con un sospiro e un’occhiata verso il retrocucina, cosa ne sarebbe stato del povero Stephen.
Ma Mr Verloc fu pronto a prenderlo con sé, assieme alla madre della moglie e alla mobilia, che era tutto quanto la famiglia possedeva. Mr Verloc accolse ogni cosa tra le sue grandi braccia generose. La mobilia fu disposta nel modo migliore per tutta la casa, ma la madre di Mrs Verloc fu confinata nelle due stanzette sul retro del primo piano. In una di queste dormiva lo sfortunato Stevie. In quest’epoca già una crescita di peli sottili di lanugine aveva iniziato a offuscare, come una nebbiolina dorata, la linea decisa della sua mascella inferiore. Stevie aiutava la sorella con cieca devozione e docilità nelle faccende domestiche. Mr Verloc pensò che una qualche occupazione sarebbe stata un bene per lui. Provvide così a occuparne il tempo libero facendogli tracciare cerchi con la matita e il compasso su di un pezzo di carta. Il ragazzo si applicava al passatempo con grande energia, i gomiti in fuori e la testa china sul tavolo della cucina. Attraverso la porta aperta del salottino dietro il negozio, Winnie, la sorella, gli gettava di tanto in tanto un’occhiata di materna sollecitudine.
Capitolo secondo
Questa era la casa, la famiglia e l’attività che Mr Verloc si lasciava dietro dirigendosi verso ovest, alle dieci e mezza quella mattina. Era insolitamente presto per lui; tutta la sua persona esalava lo charme di una freschezza quasi di rugiada; il soprabito blu che indossava era slacciato; gli stivali lucidi; le guance rasate di fresco avevano come una patina di smalto; e anche gli occhi sotto le palpebre appesantite, riposati da una notte di sonno tranquillo, mandavano lampi di relativa vivacità. Attraverso le cancellate del parco, questi lampi si posavano su uomini e donne che cavalcavano nel galoppatoio; coppie che procedevano armoniosamente al trotto, altri che venivano avanti tranquillamente, gruppetti in sosta di tre o quattro, cavalieri solitari dall’aria poco socievole, e signore sole seguite a lunga distanza da uno staffiere con una coccarda sul cappello e un cinturone di cuoio sul soprabito a redingote. Le carrozze passavano rotolando armoniosamente, vetture per lo più a due cavalli, e qua e là una Victoria con la pelliccia di qualche belva selvaggia che si intravedeva all’interno e un cappello o un volto di donna che emergevano dal mantice. E un caratteristico sole londinese – contro il quale nulla si poteva eccepire, se non quel suo apparire come striato di rosso – glorificava ogni cosa con il suo sguardo. Un sole sospeso a moderata altezza su Hide Park Corner con un’aria di benevola e attenta vigilanza. Lo stesso acciottolato sotto i piedi di Mr Verloc assumeva una colorazione di oro vecchio nella luce diffusa sotto la quale non v’era parete, albero, animale o uomo che proiettasse alcuna ombra. Mr Verloc andava verso occidente attraverso una città senza ombre, in un’atmosfera di oro vecchio polveroso. Barlumi di luce rossa, di un colore ramato, erano sui tetti delle case, sugli angoli dei muri, sui pannelli delle carrozze, sugli stessi manti dei cavalli, e sulle larghe spalle del soprabito di Mr Verloc, dove creavano un effetto opaco di ruggine. Ma Mr Verloc non era neanche lontanamente cosciente di aver assunto un’aria arrugginita. Egli passava in rivista attraverso le cancellate del parco quegli esemplari della ricchezza e del lusso della città con uno sguardo di approvazione. Tutte queste persone dovevano essere protette. La protezione era la prima esigenza della ricchezza e del lusso. Proteggerli bisognava; e anche la fonte della loro ricchezza doveva essere protetta, nel cuore della città, e nel cuore del paese; l’intero ordine sociale favorevole a questo loro ozio igienico doveva essere protetto contro la bassa invidia del lavoro antigienico. Doveva – e Mr Verloc si sarebbe volentieri strofinato le mani con soddisfazione, se non fosse stato costituzionalmente contrario a ogni sforzo superfluo. Il suo ozio non era proprio igienico, ma gli andava a pennello. Era in un certo qual modo devoto a esso con una sorta di inerte fanatismo o piuttosto forse con un’inerzia fanatica. Nato da genitori industriosi e dediti a una vita di lavoro, aveva abbracciato l’indolenza seguendo un impulso tanto profondo quanto inesplicabile e altrettanto imperioso quanto quello che determina la preferenza di un uomo per una particolare donna tra mille. Troppo pigro per essere anche soltanto un demagogo, un oratore della classe operaia, un capo delle masse lavoratrici. Troppi guai. Aveva bisogno di una forma di agio assai più completa; o forse semplicemente egli era la vittima di uno scetticismo filosofico nei confronti della validità di qualsiasi sforzo umano. Una simile forma di pigrizia richiede, comporta un certo livello di intelligenza. Mr Verloc non ne era privo – e di fronte all’idea di un ordine sociale minacciato, forse si sarebbe preso la pena di strizzare un occhio a se stesso, se non fosse che anche in quel gesto di scetticismo c’era un certo sforzo da fare. I suoi grossi occhi sporgenti non erano fatti per ammiccare. Piuttosto erano di quelli che si chiudono solennemente nel sonno con un effetto maestoso.
Corpulento e poco espansivo, con uno stile da porcellino grasso, Mr Verloc, senza strofinarsi le mani con soddisfazione, né ammiccare con scetticismo ai suoi pensieri, continuò per la sua strada. Camminava pesantemente sul selciato con gli stivali lucidi, e il suo atteggiamento generale era quello di un agiato lavoratore che andasse in giro per i propri affari. Avrebbe potuto essere qualsiasi cosa, da un corniciaio a un fabbro, ma in ogni caso un datore di lavoro, sia pur su modesta scala. C’era però in lui un’aria difficile a definirsi, un’aria che nessun lavoratore avrebbe potuto acquistare nella pratica del proprio mestiere per quanto disonestamente esercitato: l’aria comune agli uomini che vivono sui vizi, sulle follie o sulle paure più basse dell’umanità; quell’aria di nichilismo morale che hanno i gestori degli inferni delle sale d’azzardo e delle case di tolleranza, i detective privati e gli inquisitori; l’aria dei venditori di alcolici e aggiungerei dei venditori di cinture elettriche rinvigorenti, e degli inventori, infine, di ricette medicinali. Ma di questi ultimi non sarei tanto sicuro, non avendo spinto fino in fondo le mie indagini. Per quel che ne so l’espressione di questi ultimi può essere perfettamente diabolica. Non ne sarei sorpreso. Quello che devo dire è che l’espressione di Mr Verloc non aveva nulla di diabolico.
Prima di raggiungere Knightsbridge, Mr Verloc prese una strada a sinistra, uscendo dalla via principale movimentata e rumorosa a causa del traffico degli autobus che passavano veloci e dei carretti che avanzavano rumorosamente, accanto al quasi silenzioso e veloce procedere delle carrozze. Sotto il cappello, portato con una leggera inclinazione all’indietro, i capelli di Mr Verloc erano stati attentamente spazzolati fino a renderli rispettabilmente lisci; era in un’ambasciata infatti, che doveva andare per i suoi affari. E Mr Verloc, saldo come una roccia – un tipo di roccia alquanto morbida – camminava ora lungo una strada che avrebbe potuto con ogni diritto essere considerata privata. In quel suo essere larga, vuota e vasta aveva la maestà della natura inorganica, di una sostanza che non muore mai. L’unico richiamo alla mortalità era il carrozzino di un dottore fermo in quella solitudine solenne accanto al marciapiede. I pomelli lucidi delle porte brillavano in lontananza fin dove poteva giungere l’occhio, le finestre linde splendevano di una lucentezza cupa e opaca. E tutto era silenzioso. Solo un carretto del latte passò sferragliando rumorosamente, tagliando in distanza la prospettiva. Il garzone di un macellaio, guidando con la nobile temerarietà di un auriga ai giochi olimpici, sfrecciò dietro l’angolo, seduto alto su un paio di rosse ruote. Un gatto con l’aria colpevole, che era sbucato da sotto le pietre, corse per un po’ di fronte a Mr Verloc, per poi rituffarsi in fondo a un altro scantinato; un corpulento funzionario di polizia, con l’aria aliena da ogni emozione, quasi fosse anch’egli parte della natura inorganica, sembrò all’improvviso emergere da un lampione, né prestò la minima attenzione a Mr Verloc. Girando a sinistra, quest’ultimo continuò il suo cammino lungo una strada stretta, costeggiata da un muro giallo che per qualche misteriosa ragione portava scritto sopra, in lettere nere, n. 1 Chesham Square. Chesham Square era ad almeno una cinquantina di metri di distanza, e Mr Verloc, abbastanza cosmopolita per non essere ingannato dai misteri topografici di Londra, proseguì oltre con passo fermo, senza segni di indignazione o di sorpresa. Finalmente, con la determinazione dell’uomo d’affari, raggiunse la piazza, e si diresse diagonalmente verso il numero 10. Questo apparteneva a un imponente cancello per le carrozze inserito in un alto e levigato muro tra due case, delle quali una con una certa razionalità portava il numero 9 e l’altra il numero 37; ma il fatto che quest’ultima appartenesse a Porthill Street, una strada ben nota nella zona, era stato pubblicizzato con un’iscrizione posta sopra le finestre del pianterreno da qualche efficiente autorità, preposta al compito di censire le case londinesi non conteggiate. Perché poi non si chieda all’autorità del Parlamento (e basterebbere una breve legge) di costringere quegli edifici a rientrare nella zona di loro pertinenza, è uno dei misteri dell’amministrazione municipale. Mr Verloc non se ne preoccupava più di un tanto, la sua missione nella vita, infatti, era la protezione del meccanismo sociale, non il perfezionamento o la critica di esso.
L’ora era così mattutina che il portiere dell’Ambasciata uscì di corsa dalla sua abitazione ancora alle prese con la manica destra del soprabito della livrea. Aveva il panciotto rosso, e indossava calzoni al ginocchio, ma l’aspetto d’insieme era sconvolto. Mr Verloc, cosciente di quell’agitazione al suo fianco, tirò dritto porgendo semplicemente una busta affrancata con lo stemma dell’ambasciata, e passò oltre. Mostrò lo stesso talismano all’usciere che gli aprì la porta, e si fece indietro per lasciarlo entrare nella sala.
Un fuoco luminoso bruciava nell’alto caminetto; con le spalle rivolte a esso, in piedi, un signore anziano, in abito da sera, e con una catena ornamentale al collo, alzò appena gli occhi dal giornale che teneva aperto con ambedue le mani davanti al volto calmo e severo. Non si mosse; ma un altro lacchè, in calzoni e redingote marrone a coda di rondine rifinita con un cordoncino giallo, avvicinandosi a Mr Verloc lo ascoltò mormorare il suo nome, e in silenzio girando sui tacchi, si avviò senza guardarsi indietro nemmeno una volta. Mr Verloc, condotto così lungo un corridoio del pianterreno, a sinistra di una grande scala ricoperta da un tappeto, fu improvvisamente spinto a entrare in una stanza piuttosto piccola, ammobiliata con una pesante scrivania e poche sedie. Il servitore richiuse la porta, e Mr Verloc rimase solo. Non si sedette. Con cappello e bastone in una mano si diede un’occhiata attorno, mentre si passava l’altra mano grassoccia sulla testa lucida e senza cappello.
Un’altra porta si aprì senza far rumore, e Mr Verloc bloccando di colpo lo sguardo in quella direzione non vide all’inizio altro che degli abiti neri, la cima di una testa calva, e due baffi spioventi grigio scuri che sbucavano da dietro due mani rugose. La persona che era entrata teneva un fascio di carte davanti agli occhi e camminava verso la scrivania a passettini, girando contemporaneamente le pagine. Il Consigliere Privato Wurmt, Cancelliere d’Ambasciata, era piuttosto miope. Posando sulla scrivania le carte, il funzionario solerte rivelò un volto dalla carnagione smorta, di una bruttezza melanconica, incorniciato da una gran quantità di capelli robusti, lunghi e grigio scuri, e pesantemente barrato da due sopracciglia folte e cespugliose. Inforcò dei pince-nez profilati di scuro, e sembrò sorpreso dall’aspetto di Mr Verloc. Sotto le grosse sopracciglia gli occhi deboli sbattevano pateticamente dietro le lenti. Non accennò ad alcun segno di saluto; né lo fece Mr Verloc che certamente sapeva stare al suo posto; ma un sottile cambiamento della linea delle spalle e della schiena fece pensare a un leggero inchinarsi della spina dorsale sotto l’ampia superficie del soprabito. L’effetto era di deferenza discreta.
«Ho qui alcuni dei vostri rapporti», disse il burocrate con una voce sorprendentemente mite e stanca, mentre con forza spingeva sulle carte la punta dell’indice. Si fermò; e Mr Verloc, che aveva riconosciuto molto bene la propria scrittura, attese silenziosamente, quasi trattenendo il respiro. «Non siamo soddisfatti dell’atteggiamento della polizia da queste parti», continuò l’altro, con tutta l’aria di una grande stanchezza mentale.
Per un momento sembrò che Mr Verloc, pur senza effettivamente muoversi, si stringesse nelle spalle. E per la prima volta da quando quella mattina aveva lasciato casa, mosse le labbra.
«Ogni paese ha la sua polizia», disse filosoficamente. Ma poiché il funzionario dell’ambasciata continuava a fissarlo sbattendo gli occhi, si sentì costretto ad aggiungere: «Mi permetta di osservare che non ho alcun modo di influire sulla polizia da queste parti».
«Quello che si desidera», riprese l’uomo dei documenti, «è che accada qualcosa di preciso che serva a stimolare la loro vigilanza. Questo rientra nei vostri compiti – non è così?».
Mr Verloc non rispose se non con un sospiro, sfuggitogli del resto involontariamente, subito dopo cercò infatti di assumere un’espressione gioviale. Il funzionario sbatté ancora le palpebre perplesso, quasi infastidito dalla luce opaca della stanza. E ripeté vagamente:
«La vigilanza della polizia – e la severità dei magistrati. La generale clemenza della procedura giudiziaria in questo paese, e la mancanza totale di ogni misura repressiva, sono uno scandalo per l’Europa. Quello che si vuole subito è l’intensificazione del disagio – dell’inquietudine che senza dubbio esiste».
«Senza dubbio, senza dubbio», esclamò Mr Verloc con una deferente tonalità da basso di pregio oratorio, così completamente diversa dal tono con cui aveva parlato prima che il suo interlocutore ne rimase profondamente sorpreso. «Esiste a un livello di notevole pericolo. I miei rapporti degli ultimi dodici mesi lo mettono chiaramente in evidenza».
«I vostri rapporti degli ultimi dodici mesi», cominciò il Consigliere di Stato Wurmt con tono calmo e senza espressione, «sono stati letti da me. Non sono riuscito a scoprire perché mai li abbiate scritti».
Per un po’ regnò un silenzio triste. Sembrava che Mr Verloc avesse ingoiato la lingua, e l’altro contemplava fissamente le carte davanti a lui sulla scrivania. Finalmente respinse quei fogli con un leggero gesto della mano.
«Dello stato di cose che qui andate esponendo si presuppone già l’esistenza come prima condizione della vostra assunzione. Quello che serve in questo momento non è scrivere, ma portare alla luce un preciso fatto di un qualche significato – starei per dire un fatto allarmante».
«Non c’è bisogno che io dica che tutti i miei sforzi sono stati diretti a questo scopo», rispose Mr Verloc, con sicure modulazioni della voce su una tonalità un po’ roca, colloquiale. Ma la sensazione di essere fissato con molta attenzione da quegli occhietti che sbattevano dietro il luccichio rifratto delle lenti dall’altra parte del tavolo, lo sconcertava. Tacque subito con un gesto di devozione totale. Il funzionario, indispensabile e gran lavoratore, anche se oscuro, membro dell’ambasciata, aveva l’aria di essere stato colpito da un qualche pensiero appena formulato.
«Siete decisamente obeso», disse.
Questa osservazione, davvero più di tipo psicologico, e presentata con l’esitazione modesta di un uomo da tavolino, più abituato all’inchiostro e alla carta che alle esigenze della vita attiva, colpì Mr Verloc come una scortese osservazione personale. Indietreggiò di un passo.
«Eh? Cosa avete detto, di grazia?», esclamò roco, con risentimento.
Il Cancelliere d’Ambasciata incaricato di portare avanti questa intervista, sembrò decidere di averne avuto abbastanza.
«Io penso», disse, «che fareste meglio a vedere Mr Vladimir. Sì, decisamente penso che dovreste vedere Mr Vladimir. Siate gentile, aspettate qui», aggiunse, e uscì a piccoli passi.
Mr Verloc si passò subito la mano sui capelli. Goccioline di sudore leggero gli imperlavano la fronte. Lasciò che l’aria gli sfuggisse dalle labbra imbronciate come soffiasse su di un cucchiaio di minestra bollente. Ma quando il servitore in marrone apparve silenziosamente alla porta, Mr Verloc non si era mosso di un centimetro dal posto che aveva occupato durante tutto il colloquio. Era rimasto immobile, come se si sentisse circondato tutt’intorno da trabocchetti.
Si avviò per un passaggio illuminato da un lume a gas solitario, poi su per una rampa di scale a chiocciola, e infine attraverso un corridoio accogliente e pieno di luce del primo piano. L’usciere aprì una porta, e si fece da parte. I piedi di Mr Verloc ebbero la sensazione di trovarsi su di uno spesso tappeto. La stanza era grande e aveva tre finestre; e un giovanotto con un faccione sbarbato, seduto in un’ampia poltrona davanti a una spaziosa scrivania di mogano, disse in francese al Cancelliere d’Ambasciata, che stava uscendo con dei documenti in mano. «Hai proprio ragione, mon cher. È grasso – il bestione». Mr Vladimir, Primo Segretario godeva nei salotti della fama di uomo piacevole e divertente. Il suo spirito consisteva nello scoprire buffi punti di contatto tra idee incongrue; e quando parlava in questa vena si sporgeva tutto in avanti sulla poltrona, con la mano sinistra sollevata, come per mostrare le sue spiritose dimostrazioni racchiuse tra il pollice e l’indice, mentre il faccione rotondo e ben rasato assumeva un’espressione di divertito imbarazzo.
Ma non c’era traccia di divertimento o di imbarazzo nel modo in cui guardava Mr Verloc. Comodamente adagiato all’indietro sulla poltrona, con i gomiti allargati ad angolo retto, una gamba disinvoltamente accavallata sul ginocchio robusto, e quell’aspetto liscio e roseo, aveva l’aria di un bambinone cresciuto in modo abnorme che non ha la minima intenzione di tollerare sciocchezze da qualsiasi parte vengano. «Lei capisce il francese, suppongo?», disse. Mr Verloc mise in chiaro con voce rauca che sì, lo capiva. Tutta la gran mole del suo corpo era inclinata in avanti. Stava in piedi sul tappeto nel mezzo della stanza, tenendo ben saldi il cappello e il bastone in una mano; mentre l’altra pendeva inerte lungo il fianco. Borbottò con molta discrezione qualcosa dal profondo della gola circa l’aver fatto il servizio militare nell’artiglieria francese. Subito, con dispregiativa malvagità, Mr Vladimir cambiò lingua e cominciò a parlare in un inglese colloquiale senza la minima traccia di accento straniero.
«Ah! Sì. Naturalmente. Vediamo. Quanto vi hanno dato per aver sottratto il progetto del nuovo otturatore del loro cannone da campo?»
«Cinque anni di carcere duro in una fortezza». Rispose subito Mr Verloc, senza mostrare peraltro alcun segno d’emozione.
«Ve la siete cavata facilmente», fu il commento di Mr Vladimir. «E, comunque, tanto peggio per voi che vi siete fatto prendere. Che cosa vi ha spinto a mettervi in questo genere di cose – eh?»
Si udì la voce roca di Mr Verloc, quella col tono da conversazione, parlare di gioventù, di una infatuazione fatale per un’indegna…
«Ah! Cherchez la femme», Mr Vladimir si degnò di interrompere, rigido e senza cortesia; piuttosto c’era in quella sua condiscendenza un tono di malignità. «Quanto tempo è che siete alle dipendenze di questa ambasciata?», chiese.
«Dall’epoca dell’ultimo Barone Stott-Wartenheim», rispose Mr Verloc in tono sottomesso, atteggiando le labbra in segno di tristezza per il defunto diplomatico. Il Primo Segretario osservò freddamente questo gioco della fisionomia.
«Ah! Da allora… Bene! Cosa avete da dire?», chiese, bruscamente.
Mr Verloc rispose con una certa sorpresa che non gli risultava di avere da dire nulla in particolare. Era stato convocato con una lettera. E si affrettò a infilare la mano nella tasca laterale del soprabito, ma davanti allo sguardo cinico e pieno di scherno di Mr Vladimir, decise di lasciarla dove si trovava.
«Bah!», disse quest’ultimo. «Che senso ha uscire in questo modo dal vostro stato? Non avete nemmeno il fisico della vostra professione. Voi – un membro del proletariato morto di fame. Mai! Voi – un disperato socialista o anarchico – quale dei due?»
«Anarchico», precisò Mr Verloc in tono bassissimo.
«Fesserie!», continuò Mr Vladimir senza alzare la voce. «Avete spaventato perfino il vecchio Wurmt. Non ingannereste un idiota. E sì che capita di incontrarne ogni tanto, ma voi siete semplicemente impossibile. Così avete iniziato i vostri rapporti con noi rubando i progetti del fucile francese? E vi siete fatto prendere. Deve essere stato molto spiacevole per il nostro Governo. Non avete l’aria di essere molto intelligente».
Mr Verloc cercò di scusarsi a mezza voce.
«Come ho avuto modo di osservare prima, un’infatuazione fatale per un’indegna…».
Mr Vladimir sollevò una manona bianca e grassoccia.
«Ah, sì. La sfortunata passione… della vostra gioventù. Si è presa il vostro denaro, e poi vi ha rivenduto alla polizia… o sbaglio?».
Il doloroso mutarsi della fisionomia di Mr Verloc, l’abbandono per un attimo di tutta la sua persona, rivelarono che tale era stato il riprovevole caso. La mano di Mr Verloc afferrò la caviglia appoggiata sul ginocchio. Il calzino era di seta blu scuro.
«Vedete, non è stato molto intelligente da parte vostra. Forse vi commuovete troppo facilmente».
Mr Verloc con un mormorio soffocato della gola lasciò capire che non era più giovane.
«Oh! Quello è un difetto che l’età non guarisce», notò Mr Vladimir con maligna familiarità. «Ma no! Siete troppo grasso per questo genere di cose. Non avreste potuto arrivare ad avere questo aspetto se foste stato in qualche modo vulnerabile. Ve lo dico io quello che ritengo sia il problema; voi siete un pigro. Quanto tempo è che spillate lo stipendio all’Ambasciata?»
«Undici anni», fu la risposta dopo un momento di riflessione cupa. «Sono stato incaricato di molte missioni a Londra mentre Sua Eccellenza il Barone Stott-Wartenheim era ancora Ambasciatore a Parigi. Poi, secondo le istruzioni di Sua Eccellenza, mi sono stabilito a Londra. Io sono inglese». «Davvero! Siete inglese?»
«Suddito di cittadinanza britannica», ribadì ostinatamente Mr Verloc. «Ma mio padre era francese, e così…».
«Non c’è bisogno di spiegazioni», interruppe l’altro. «Foste stato un regolare Maresciallo di Francia o un Membro del Parlamento in Inghilterra… allora, sì che almeno sareste stato di qualche utilità per l’Ambasciata».
Quel volo di fantasia produsse sul volto di Mr Verloc qualcosa di molto simile a un debole sorriso. Ma Mr Vladimir mantenne la sua imperturbabile severità.
«Ma, come ho già detto, siete un pigro; non sfruttate le occasioni. Al tempo del Barone Stott-Wartenheim c’era una quantità di gente di poco cervello a dirigere l’Ambasciata. Sono stati loro a indurre la gente come voi a farsi un’opinione sbagliata della natura dei capitali del servizio segreto. È mio compito correggere questo equivoco dicendovi quello che il servizio segreto non è. Non è un’istituzione filantropica. Vi abbiamo fatto chiamare apposta per dirvelo molto chiaramente».
Mr Vladimir osservò l’espressione di forzato stupore sulla faccia di Verloc, e sorrise sarcasticamente.
«Vedo che mi capite molto bene. Comincio a credere che siate abbastanza intelligente per il vostro lavoro. Quello che ora vogliamo è attività – attività».
E mentre ripeteva quest’ultima parola, Mr Vladimir posò un lungo indice bianco sul bordo della scrivania. Ogni traccia di raucedine scomparve dalla voce di Verloc. La parte superiore del collo robusto divenne scarlatta dentro il bavero di velluto del soprabito. Le labbra tremarono prima di riuscire ad aprirsi con decisione.
«Se solo foste così gentili da guardare i miei precedenti», proruppe in quella sua voce oratoria da basso, imponente e chiara, «vi leggerete che solo tre mesi fa, in occasione della visita del Gran Duca Romualdo, ho inviato un avvertimento che è stato telegrafato da qui alla polizia francese, e…».
«Sciocchezze, sciocchezze! La polizia francese non aveva bisogno del vostro avvertimento. Non ruggite così. Che diavolo pensate di fare?».
Con una nota di orgogliosa umiltà Mr Verloc si scusò per essersi lasciato andare. La sua voce, disse, era stata famosa per anni nelle manifestazioni di folla e aveva contribuito nelle grandi sale delle assemblee sindacali alla sua reputazione di compagno corretto e affidabile. Anche la voce faceva parte delle sue possibilità di rendersi utile. Aveva infuso fiducia nei suoi messaggi. «I capi mi facevano sempre parlare nei momenti difficili», dichiarò Mr Verloc con naturale compiacimento. Non c’era clamore al di sopra del quale egli non riuscisse a far prevalere la propria voce, aggiunse, e improvvisamente decise di dare una dimostrazione.
«Permettete», disse. A fronte bassa, senza alzare gli occhi, rapidamente e pesantemente, attraversò la stanza verso una delle finestre a vetri. Come cedendo a un impulso incontrollabile, socchiuse i vetri. Mr Vladimir, balzando stupito dalle profondità della poltrona, guardò al di sopra delle spalle di Verloc; sotto, al di là del cortile dell’ambasciata, subito fuori del cancello, si scorgevano le spalle larghe di un poliziotto che svogliatamente sorvegliava la carrozzina lussuosa di un bimbo ricco, pomposamente scarrozzato per la piazza.
«Agente», chiamò Mr Verloc, con uno sforzo non superiore a quello di un bisbiglio; e Mr Vladimir scoppiò in una risata vedendo il poliziotto che si girava di scatto come toccato da una punta acuminata. Mr Verloc chiuse tranquillamente la finestra e se ne tornò nel centro della stanza.
«Con una voce come questa», disse, indossando di nuovo il tono un po’ rauco da conversazione, «mi credevano subito. E sapevo anche cosa dire».
Mr Vladimir, aggiustandosi la cravatta, lo osservava riflesso nello specchio sopra la mensola del camino.
«Avrete forse imparato abbastanza bene a memoria il gergo sociale rivoluzionario», disse sprezzantemente. «Vox et… Non avete certo mai studiato latino… immagino?»
«No», borbottò Mr Verloc. «Non ve lo potete aspettare da me. Appartengo ai milioni. Chi sa il latino? Solo poche centinaia di imbecilli che non sanno badare a loro stessi».
Per qualcosa come trenta secondi ancora Mr Vladimir studiò nello specchio il profilo grassoccio e la mole volgare dell’uomo dietro di lui. E nello stesso tempo aveva il vantaggio di vedere il proprio volto, rotondo e ben rasato, la pappagorgia rosea, le labbra sottili e nervose fatte apposta per pronunciare quelle spiritosaggini raffinate che avevano fatto di lui il beniamino della migliore società. Poi si volse, e avanzò nella stanza con tale decisione che le ali del papillon, volutamente démodé, sembrarono rizzarsi in segno di terribile minaccia.
Quel movimento fu così repentino e aggressivo che Mr Verloc, guardandosi obliquamente intorno, si sentì assalire dallo sgomento.
«Ah! Osate essere impudente», cominciò Mr Vladimir, con un incredibile accento gutturale che non solo non suonava affatto inglese, ma neanche europeo, un accento sorprendente anche per un esperto di bassifondi cosmopoliti come Mr Verloc. «Come osate! Bene, vi parlerò in inglese. La voce non serve a nulla. Non sappiamo che farcene della vostra voce. Non vogliamo voce. Vogliamo fatti – fatti che facciano colpo – dannazione», aggiunse guardando Mr Verloc dritto in volto con una ferocia che faceva pensare a quella di un despota.
«Non provate ad assalirmi con i vostri modi iperborei», si difese Mr Verloc, con l’aria cupa, e gli occhi fissi al tappeto. Al che il suo interlocutore, sorridendo sprezzante al di sopra del nodo arricciato verso l’alto del cravattino a farfalla, deviò la conversazione sul francese.
«Vi date arie da agent provocateur. Il vero compito di agent provocateur è provocare. Per quel che posso giudicare dalla vostra scheda qui, sono tre anni che non fate nulla per guadagnare il vostro stipendio».
«Nulla!», esclamò Verloc, senza muovere un muscolo, e senza alzare gli occhi, ma con una nota di risentimento sincero nel tono della voce. «Ho molte volte prevenuto quello che sarebbe potuto accadere…».
«C’è un proverbio in questo paese che dice che prevenire è meglio che curare», interruppe Mr Vladimir, sprofondando di nuovo nella poltrona. «È totalmente stupido. Non si finisce mai di prevenire. Ma è tipico. In questo paese detestano concludere. Non sia troppo inglese. E in questo particolare caso, non sia assurdo. Il male è già qua. Non vogliamo prevenire – vogliamo guarire».
Si fermò un attimo, e volgendosi verso la scrivania, sfogliò alcune carte che erano là, e parlò in un tono mutato, professionale, senza guardare Mr Verloc.
«Lei sa, naturalmente, della Conferenza Internazionale che si è tenuta a Milano?».
Mr Verloc fece notare sommessamente che aveva l’abitudine di leggere i quotidiani. E alla domanda successiva rispose che sì, certo, capiva quel che leggeva. Al che Mr Vladimir con un vago sorriso ai documenti che continuava ancora a sfogliare, mormorò: «Sempre che non sia scritto in latino, suppongo».
«O cinese», aggiunse Mr Verloc, imperturbabile.
«Uhm… Alcune delle fantasie dei vostri amici rivoluzionari sono scritte in charabia del tutto incomprensibili come il cinese…». Mr Vladimir lasciò cadere sdegnosamente un foglio grigio dattiloscritto. «Che cosa sono tutti questi volantini con un A.P., con un martello, una penna e una torcia incrociate? Che cosa significa questo A.P.?» Mr Verloc si avvicinò all’imponente scrivania.
«Avvenire del proletariato. È una società», spiegò, stando in piedi accanto alla poltrona con la sua poderosa mole, «non esclusivamente anarchica, ma aperta a tutte le sfumature del pensiero rivoluzionario».
«Ne fate parte?»
«Uno dei vicepresidenti», Mr Verloc respirò più in fretta, e il Primo Segretario dell’Ambasciata alzò la testa per guardarlo.
«Allora dovreste vergognarvi», disse tagliente. «Non è capace di nient’altro la vostra società oltre a stampare questa robaccia profetica, malamente dattiloscritta e su questa carta disgustosa? Perché non fate qualcosa? Ma, fate ben attenzione. Adesso di questa faccenda me ne occupo io, e vi dico chiaro e tondo che dovrete guadagnarvi i vostri soldi. I tempi del vecchio Stott-Wartenheim sono finiti. Niente lavoro, niente paga».
Mr Verloc sentì serpeggiare lungo le gambe robuste una strana sensazione di debolezza. Fece un passo indietro, e si soffiò rumorosamente il naso.
Era in effetti sorpreso e spaventato. Il sole arrugginito londinese, lottando per liberarsi dalla londinese nebbia, lasciava entrare nella stanza privata del Primo Segretario una luce tiepida: e nel silenzio Mr Verloc ascoltava il debole ronzio di un moscone contro il vetro di una finestra – il primo moscone dell’anno – messaggero migliore della primavera vicina di qualsiasi stormo di rondini. L’agitarsi inutile di quel piccolo, energico organismo colpì spiacevolmente quell’omone minacciato nella sua indolenza.
E in quella pausa Mr Vladimir metteva a fuoco altre osservazioni sprezzanti sulla faccia e la figura di Mr Verloc. Quel tipo era volgare al di là di ogni immaginazione, pesante e sfacciatamente stupido. Assomigliava in modo straordinario a un agiato idraulico al momento di presentare il conto. Il Primo Segretario dell’Ambasciata, basandosi su incursioni occasionali nell’umorismo americano, si era formata un’idea tutta sua di quella categoria di lavoratori come la quintessenza della pigrizia e incompetenza fraudolenta.
Questo era dunque l’agente segreto famoso e fidato, così segreto che non si designava se non con il simbolo Δ nella ufficiale, semiufficiale e confidenziale corrispondenza dell’ultimo Barone Stott-Wartenheim, il celebrato agente Δ, i cui avvertimenti avevano il potere di cambiare i programmi e le date dei viaggi reali, imperiali e granducali e qualche volta ne causavano addirittura la cancellazione! Quel tipo! e Mr Vladimir si lasciò andare mentalmente a un enorme e sprezzante attacco di allegria, in parte a causa del suo stesso stupore che considerava ingenuo, ma soprattutto a spese dell’universalmente rimpianto Barone Stott-Wartenheim. Lo scomparso Sua Eccellenza, che l’illustre favore del suo Signore Imperiale aveva imposto come ambasciatore su diversi riluttanti Ministri degli Esteri, aveva goduto in vita fama di essere un cupo credulone pessimista. Sua Eccellenza aveva l’idea fissa della rivoluzione sociale. Immaginava di essere un diplomatico designato con una speciale dispensa a vedere la fine della diplomazia, e molto vicina la fine del mondo, in un orrido sconvolgimento democratico. I suoi dispacci profetici e disperati erano stati per anni il divertimento del Ministero degli Esteri. Si diceva che sul letto di morte avesse esclamato (accanto a lui c’era il suo sovrano e amico imperiale): «Infelice Europa! Perirai per la follia morale dei tuoi figli!». Ed era destinato a essere lui la vittima di un qualunque delinquente e impostore, pensò Mr Vladimir, sorridendo vagamente a Mr Verloc.
«Dovreste venerare la memoria del Barone Stott-Wartenheim», esclamò all’improvviso.
La fisionomia imbronciata di Mr Verloc rivelò una stanchezza triste e malinconica.
«Permettetemi di osservare che sono venuto qui perché convocato da una lettera perentoria. Sono stato qui solo due volte negli ultimi undici anni, e certamente mai alle undici del mattino. Non è molto saggio convocarmi così. Ci sono buone probabilità di essere visti. E ci sarebbe poco da scherzare per me».
Mr Vladimir si strinse nelle spalle.
«Distruggerebbe ogni mia utilità», continuò l’altro con veemenza.
«Questo è un vostro problema», mormorò Mr Vladimir, con disinvolta brutalità. «Quando smetterete di essere utile smetterete di essere alle nostre dipendenze. Proprio così! Immediatamente. Via subito. Sarete…», Mr Vladimir, aggrottando le sopracciglia si fermò un momento, alla ricerca di un’espressione abbastanza pittoresca, e subito si illuminò, mostrando con un largo sorriso i bellissimi denti bianchi. «Sarete sbattuto fuori», proruppe infine con ferocia.
Di nuovo Mr Verloc dovette lottare contro quella sensazione di debolezza che accade talvolta di avvertire agli arti inferiori, e che una volta un povero diavolo definì come «il latte alle ginocchia». Mr Verloc, pur avvertendo questa sensazione, alzò coraggiosamente la testa.
Mr Vladimir sostenne, perfettamente sereno, quello sguardo grave e perplesso.
«Quello che vogliamo è dare un esempio di energia alla Conferenza di Milano. Le loro decisioni a proposito delle iniziative internazionali sulla soppressione del delitto politico non sembrano condurre in alcun posto. L’Inghilterra segna il passo. Questo paese è assurdo con i suoi scrupoli sentimentali per la libertà individuale. È intollerabile pensare che tutti i vostri amici non hanno che da muoversi…».
«Se è per questo li ho tutti sotto controllo», interruppe cupo Mr Verloc.
«Sarebbe molto più produttivo averli tutti sotto chiave. L’Inghilterra deve riallinearsi con gli altri. I borghesi imbecilli di questo paese si rendono complici proprio di coloro che hanno come scopo di buttarli fuori dalle loro case e lasciarli a morire di fame nelle fogne. E hanno ancora in mano il potere politico, se solo avessero il buonsenso di usarlo per la loro salvezza. Suppongo siate d’accordo che la classe media è stupida?».
Mr Verloc convenne a mezza voce.
«Certo».
«Non hanno immaginazione. Sono accecati da una vanità idiota. Quello di cui hanno bisogno proprio ora è di un bello spavento. Questo è il momento psicologicamente giusto per mettere al lavoro i vostri amici. Vi ho fatto chiamare qui per sviluppare la mia idea».
E Mr Vladimir sviluppò la sua idea dal suo Olimpo, con disprezzo e condiscendenza, facendo allo stesso tempo mostra di una quantità tale di ignoranza sugli effettivi scopi, sui pensieri e i metodi del mondo rivoluzionario da riempire il silenzioso Mr Verloc di intima costernazione. Confondeva le cause con gli effetti in un modo imperdonabile; i propagandisti più qualificati con impulsivi dinamitardi; dava per scontate organizzazioni laddove era contro ogni logica che esistessero; un momento parlava del partito social-rivoluzionario come di un esercito perfettamente disciplinato dove la parola dei capi era legge, e un altro momento come della più sconclusionata associazione di briganti disperati che mai si fossero accampati in una gola di montagna. A un certo punto Mr Verloc aveva aperto la bocca per protestare, ma una mano grande e curata si era levata a fermarlo. Ben presto fu troppo stravolto per provare anche a protestare. Ascoltava con l’immobilità della paura, del tutto simile all’immobilità della profonda attenzione.
«Una serie di attentati», continuò Mr Vladimir calmo, «portati a compimento qui in questo paese; non solo progettati qui – questo non basterebbe – loro non se ne preoccuperebbero. I vostri amici potrebbero mettere metà continente a ferro e fuoco senza influenzare in questo paese l’opinione pubblica a favore di una legislazione repressiva. Non alzerebbero gli occhi al di là del cortiletto sul retro della loro casa».
Mr Verloc si schiarì la gola, ma non trovò abbastanza coraggio.
«Sono attentati che non devono necessariamente essere sanguinari», Mr Vladimir continuò, con l’aria di chi tiene una conferenza scientifica, «ma devono essere sufficientemente sconvolgenti, a effetto. Si possono prender di mira gli edifici, per esempio. Qual è il feticcio del momento che tutta la borghesia venera? Eh, Mr Verloc?».
Mr Verloc allargò le braccia e scosse leggermente le spalle.
«Siete troppo pigro per pensare», fu il commento di Mr Vladimir al gesto. «Ascoltate bene quel che vi dico. Il feticcio di oggi non è né la monarchia, né la religione. Di conseguenza il palazzo reale e la chiesa dovrebbero essere lasciati stare. Capite quello che dico, Mr Verloc?».
Lo sgomento e il disprezzo di Mr Verloc si tradusse in un tentativo di alleggerire il tono della conversazione con una facezia:
«Perfettamente. Ma che dire delle Ambasciate? Una serie di attacchi alle varie Ambasciate», cominciò; ma non poté resistere davanti allo sguardo gelido e diffidente del Primo Segretario.
«Sapete essere spiritoso, vedo», osservò quest’ultimo con indifferenza. «E va bene. Può servire a rendere più vivaci i vostri discorsi ai congressi socialisti. Ma sarebbe infinitamente più sicuro per voi seguire attentamente quello che sto dicendo. E poiché siete chiamato a fornire fatti invece di panzane, fareste meglio a trarre profitto da quanto mi prendo la pena di dirvi. Il feticcio sacrosanto di oggi è la scienza. Perché non mandate qualcuno dei vostri amici contro questo colosso d’argilla… eh? Non fa parte di quelle istituzioni che devono essere spazzate via prima dell’avvento dell’A.P.?».
Mr Verloc non disse nulla. Aveva paura di aprir bocca per timore che gli sfuggisse un gemito.
«Questo è quanto dovete cercare di fare. Un attentato a una testa coronata o a un presidente è in un certo modo abbastanza sensazionale, ma non lo è più come una volta. È ormai entrato nell’idea generale che si ha dell’esistenza dei capi di Stato. È quasi convenzionale… specialmente da quando sono stati assassinati tanti presidenti. Ora prendiamo un attentato… diciamo a una chiesa. Abbastanza orrendo a prima vista, non c’è dubbio, e tuttavia non così d’effetto come potrebbe pensare una mente normale. Per quanto in nome della rivoluzione e dell’anarchia, ci sarebbe senza dubbio qualcuno abbastanza stupido da attribuire a un simile oltraggio il carattere di manifestazione religiosa. E questo significherebbe un’attenuazione dello speciale significato d’allarme che vorremmo dare al gesto. Un attentato omicida in un ristorante o in un teatro risentirebbe nello stesso modo della connessione con passioni non politiche; l’esasperazione di un uomo affamato, un atto di vendetta sociale. Tutto questo è sfruttato; non serve più a illustrare gli obiettivi nell’anarchismo rivoluzionario. Ogni giornale ha frasi preconfezionate per liquidare tali manifestazioni. Quello che vi sto per dare è il mio punto di vista sulla filosofia degli attentati dinamitardi; quel punto di vista che voi fate finta d’aver servito negli ultimi undici anni. Non proverò a parlare al di sopra delle vostre possibilità. La sensibilità della classe che attaccate si assopisce facilmente. La proprietà sembra rappresentare qualcosa di indistruttibile. Non si può contare a lungo sulle loro emozioni, che siano di pietà o di paura. Un attentato dinamitardo per avere influenza sulla pubblica opinione deve andare oltre un’intenzione di vendetta e terrorismo. Voi anarchici dovreste rendere chiara la vostra assoluta decisione di far piazza pulita dell’intera creazione sociale. Ma come mettere questa nozione spaventosamente assurda nella testa della classe media al di là di ogni equivoco? Questo è il problema. Ma la risposta consiste nell’indirizzare i vostri colpi a qualcosa al di fuori delle normali passioni dell’umanità. Naturalmente c’è l’arte. Una bomba nella National Gallery farebbe rumore. Ma non sarebbe abbastanza serio. L’arte non è mai stata un feticcio. È come rompere qualche finestra sul retro della casa di qualcuno; ma se veramente volete che si sconvolga, si deve arrivare almeno al tetto. Ci sarebbero un po’ di strilli, naturalmente, ma da parte di chi? Artisti – critici d’arte e simili – gente che non conta. Nessuno si interessa a quanto dicono. Ma c’è la cultura… c’è la scienza. Qualsiasi imbecille che ha un’entrata ci crede. Non sa perché, ma crede fermamente che in qualche modo conti. È il sacrosanto feticcio. Tutti quei professori dannati sono radicali in cuor loro. Fategli sapere che il loro grande idolo deve sparire per far posto all’Avvenire del Proletariato. Un urlo da tutti questi idioti intellettuali darà certamente impulso alle fatiche della Conferenza di Milano. Scriveranno ai giornali. La loro indignazione sarebbe al di sopra di ogni sospetto, non essendo in evidenza alcun interesse materiale, e allarmerebbe tutti gli egoismi della classe che deve essere colpita. Essi credono che in qualche modo misterioso la scienza sia la fonte della loro prosperità materiale. Lo credono. E la ferocia assurda di una simile dimostrazione li colpirà più profondamente della strage di un’intera strada – o teatro – pieni di loro simili. In quest’ultimo caso potrebbero sempre dire: “Oh! È semplice odio di classe”. Ma che cosa si può dire di fronte a un gesto di ferocia distruttiva così assurdo da essere incomprensibile, inspiegabile, quasi inimmaginabile, insomma folle? La pazzia da sola è qualcosa di veramente spaventoso, nella misura in cui non si riesce a tenerla sotto controllo o con le minacce, o con la persuasione o con la corruzione. In più io sono un uomo civile. Non mi sognerei mai di ordinarvi di organizzare una carneficina pura e semplice, anche se mi aspettassi da essa i migliori risultati. Ma no, non mi aspetterei da una carneficina i risultati che voglio ottenere. All’assassinio siamo abituati. È quasi un’istituzione. La dimostrazione deve essere contro la cultura – la scienza. Ma non andrà bene qualsiasi tipo di scienza. L’attacco deve avere tutta l’impressionante assurdità della bestemmia gratuita. Dal momento che le bombe sono i vostri mezzi di espressione, sarebbe veramente significativo poter gettare una bomba contro la matematica pura. Ma questo è impossibile. Ho cercato di istruirvi; vi ho esposto una filosofia più alta della vostra utilità, e vi ho suggerito alcuni argomenti utili. L’applicazione pratica del mio insegnamento riguarda soprattutto voi. Ma dal momento che ho accettato di intervistarvi ho anche posto attenzione all’aspetto pratico del problema. Che ne pensereste di tentare con l’astronomia?».
Già da un po’ l’immobilità di Mr Verloc in piedi accanto alla poltrona assomigliava a uno stato di coma profondo – una specie di passiva insensibilità interrotta da leggeri singulti convulsivi, simili a quelli che si possono osservare guardando un cane domestico che ha un incubo dormendo sul tappeto. E fu proprio con il gemito incerto di un cane che Verloc ripeté:
«Astronomia?».
Non si era ancora ripreso dallo stato di stupore generato in lui dallo sforzo di seguire il rapido e incisivo sproloquio di Mr Vladimir. Era andato al di là del suo potere di assimilazione. Lo aveva reso furioso. E questa rabbia era complicata dall’incredulità. E improvvisamente si fece strada in lui l’idea che tutto era un complicato scherzo. Mr Vladimir esibì i denti bianchi in un sorriso, mentre le fossette del suo faccione rotondo s’inclinavano compiacenti sulla farfalla rigida del cravattino. Il beniamino della società delle donne intelligenti aveva assunto l’atteggiamento salottiero che accompagnava solitamente la distribuzione di delicate spiritosaggini. Sporgendosi in avanti sulla poltrona, la mano bianca levata in alto, sembrava tenesse delicatamente tra pollice e indice la sottigliezza dei suoi suggerimenti.
«Non vi può essere nulla di meglio. Un attentato di questo genere unisce in sé il più gran riguardo possibile per l’umanità con la più allarmante esibizione di imbecillità feroce. Sfido l’ingenuità dei giornalisti a persuadere il loro pubblico che qualsiasi singolo membro del proletariato possa avere un rancore personale contro l’astronomia. Anche la fame potrebbe difficilmente essere portata in ballo in questo caso – eh? E ci sono altri vantaggi. L’intero mondo civilizzato ha sentito parlare di Greenwich. Perfino il lustrascarpe nel seminterrato della stazione di Charing Cross ne sa qualcosa. Vedete?».
La fisionomia di Mr Vladimir, così nota nella migliore società per la sua cortesia spiritosa, brillava di un cinico compiacimento che avrebbe meravigliato le donne intelligenti così squisitamente divertite dalla sua arguzia. «Sì», continuò, con un sorriso di disprezzo, «far saltare in aria il primo meridiano è fatto destinato a suscitare un urlo di esecrazione».
«Un affare difficile», mormorò MrVerloc, sentendo che questa era l’unica cosa sicura da dire.
«Che problema c’è? Non avete tutta la vostra banda a disposizione? Il meglio del meglio? Il vecchio terrorista Yundt è qua. Lo vedo passeggiare per Piccadilly nel suo mantello verde quasi ogni giorno. E Michaelis, l’apostolo in libertà provvisoria, non direte che non sapete dove sta? Perché se non lo sapete, ve lo dico io», Mr Vladimir continuò in tono minaccioso. «Se immaginate di essere il solo nella lista del servizio segreto, vi sbagliate di grosso».
Quest’allusione del tutto gratuita fece sì che Mr Verloc si agitasse inquieto.
«E tutto il gruppo di Losanna… che ne dite? Non si sono affollati tutti qua al primo cenno della Conferenza di Milano? Questo è un paese assurdo».
«Vi costerà denaro», disse Mr Verloc, per una sorta di istinto.
«Da quest’orecchio non ci sento», replicò Mr Vladimir, con un accento inglese incredibilmente autentico. «Avrete la vostra paga ogni giorno, niente di più finché non accadrà qualcosa. E se non succede niente, tra breve non prenderete nemmeno quella. Qual è la vostra occupazione di facciata? Su cosa si suppone che viviate?»
«Gestisco un negozio», rispose Mr Verloc.
«Un negozio! Che tipo di negozio?»
«Una cartoleria, giornali. Mia moglie…».
«Vostra che?», interruppe Mr Vladimir con l’accento gutturale dell’Asia Centrale.
«Mia moglie». Mr Verloc alzò un poco la voce rauca. «Sono sposato».
«Che diavolo di storia è questa?», esclamò l’altro con uno stupore genuino. «Sposato! Voi, un anarchico dichiarato, per giunta! Che cosa è questa sciocchezza assurda? Ma suppongo sia solo un modo di parlare. Gli anarchici non si sposano. Lo sanno tutti. Non possono. Sarebbe apostasia».
«Mia moglie non è anarchica», mormorò Mr Verloc cupamente. «E inoltre non è una cosa che vi riguardi».
«Oh sì che mi riguarda», azzannò di rimando l’altro. «Comincio a pensare che non siete affatto l’uomo giusto per il lavoro che siete stato ingaggiato a fare. Ebbene, dovete esservi completamente screditato nel vostro mondo con questo matrimonio. Non potevate farne a meno? Questo è il vostro attaccamento eroico… eh? Che cosa non andate sprecando della vostra utilità da un tipo di amore all’altro».
Mr Verloc, gonfiò le guance e ne lasciò uscire l’aria con violenza. E questo fu tutto. Si era armato di pazienza, ma non avrebbe resistito molto più a lungo. Il Primo Segretario divenne improvvisamente molto brusco, distaccato, definitivo.
«Potete andare ora», disse. «È necessario provocare un attentato dinamitardo. Vi do un mese di tempo. Le sedute della Conferenza sono sospese. Prima che si riunisca di nuovo, qualcosa deve essere accaduto qui, o i vostri rapporti con noi cesseranno».
Una volta ancora cambiò tono mostrando una versatilità senza precedenti. «Ripensate alla mia filosofia, Mr… Mr… Verloc», disse, con una certa condiscendenza sprezzante, agitando la mano verso la porta. «Pensate al primo meridiano. Non conoscete la classe media, come la conosco io; la loro sensibilità è intorpidita. Il primo meridiano. Niente di meglio e niente di più facile, direi».
Si era alzato, e stringendo sarcasticamente le labbra sottili e sensibili, osservò dallo specchio sopra il caminetto Mr Verloc che usciva dalla stanza, cappello e bastone in mano, indietreggiando pesantemente. La porta si richiuse.
L’usciere in livrea, apparso all’improvviso nel corridoio, condusse Mr Verloc per un’altra uscita e al di là di una porticina all’angolo del cortile. Il portiere che stava al cancello ignorò completamente la sua uscita; e Mr Verloc riprese a ritroso il sentiero del suo pellegrinaggio del mattino, come in un sogno – un sogno furioso. Questo distacco dal mondo materiale era così completo che, per quanto l’involucro mortale di Mr Verloc si fosse ben guardato dall’affrettarsi, quella parte alla quale sarebbe ingiustificatamente scortese rifiutare l’immortalità, si ritrovò subito alla porta del negozio, come portato da ovest a est sulle ali di un gran vento. Andò diretto dietro il bancone, e si sedette su di una sedia di legno che era là. Nessuno apparve a disturbare la sua solitudine. Stevie, infilato in un grembiulotto di panno verde, stava in quel momento spazzando e spolverando al piano di sopra, attento e coscienzioso, come si trattasse di un gioco; e Mrs Verloc, in cucina, avvertita dal suono della campana stonata, era venuta appena alla porta a vetri del salotto, e scansando un poco la tenda, aveva gettato un’occhiata nel negozio scarsamente illuminato.
Vedendo il marito, con il cappello calzato all’indietro, sprofondato pesantemente nella seggiola in penombra, se ne era tornata subito ai fornelli.
Più o meno un’ora dopo tolse al fratello Stevie il grembiule di panno verde, lo mandò a lavarsi mani e viso con lo stesso tono autoritario che per circa quindici anni aveva usato in questa circostanza – da quando praticamente aveva smesso di occuparsi delle mani e della faccia del ragazzo lei stessa. Distolse per un attimo gli occhi dal lavabo per ispezionare il viso e le mani che Stevie, avvicinandosi al tavolo della cucina, offriva alla sua approvazione con un’espressione disinvolta di sicurezza che tuttavia nascondeva un costante residuo di ansia. In altri tempi la sanzione terribile e temuta di questi riti era stata l’ira paterna, ma la placidità di Mr Verloc nella vita domestica rendeva qualsiasi accenno alla parola ira inverosimile anche per l’estrema sensibilità nervosa del povero Stevie. Si preferiva dire che Mr Verloc avrebbe sofferto in modo indicibile e sarebbe stato dolorosamente colpito da qualsiasi mancanza di pulizia alle ore dei pasti. Winnie dopo la morte del padre si confortava molto pensando che non avrebbe più avuto di che tremare per il povero Stevie. Non poteva sopportare di vederlo soffrire. Era qualcosa che la rendeva pazza di dolore. Ancora bimba si era trovata più di una volta ad affrontare con occhi di fuoco l’irascibile oste per difendere il fratello. Niente nell’aspetto di Mrs Verloc oggi avrebbe indotto a supporre che era stata capace di dimostrazioni tanto appassionate.
Finì di lavare i piatti. La tavola era apparecchiata nel salottino. Dal ballatoio Mrs Verloc chiamò: «Mamma!», poi, aprendo la porta a vetri che dava sul negozio: «Adolph!». Mr Verloc non aveva cambiato posizione, si poteva credere non avesse mosso un muscolo per quell’ora e mezza. Si alzò pesantemente, e si avviò a cena con il soprabito e il cappello, senza pronunciare una parola. Quel silenzio, preso in se stesso, non aveva nulla di incredibilmente insolito nella casa nascosta nell’ombra di quella strada squallida di rado sfiorata dal sole, dietro quel negozietto buio con la sua mercanzia di discutibile paccottiglia. Solo che quel giorno il silenzio di Mr Verloc era così evidentemente denso di preoccupazione che le due donne ne erano colpite. Sedevano silenziose anch’esse, senza perdere d’occhio il povero Stevie per timore che si lasciasse andare a uno dei suoi attacchi di loquacità. Il ragazzo, seduto di fronte a Mr Verloc dall’altra parte della tavola, rimaneva buono e silenzioso, e lasciava vagare lo sguardo nel vuoto. Lo sforzo di evitare che si rendesse in alcun modo molesto al padrone di casa era motivo di non poca preoccupazione nella vita delle due donne. «Il ragazzo» così si riferivano a lui parlando sottovoce tra loro, era stato fonte di questo genere di preoccupazioni quasi dal giorno della sua nascita. L’umiliazione del defunto oste di avere per figlio un ragazzo così diverso, si sfogava in una propensione alla brutalità; era infatti persona molto sensibile e la sua sofferenza di uomo e di padre era assolutamente genuina. In seguito si dovette impedire a Stevie di dare fastidio ai signori inquilini scapoli, razza anche questa strana, e facilmente irritabile. E c’era sempre il problema della sua esistenza vera e propria da affrontare. Visioni di ospizi per invalidi per la sua creatura avevano perseguitato la vecchia signora nella saletta della colazione al piano terra della casa malandata di Belgravia. «Se tu non avessi trovato un così bravo marito, mia cara», era solita dire alla figlia, «non so cosa ne sarebbe stato di quel povero ragazzo».
Mr Verloc si accorgeva di lui quanto un uomo non particolarmente amante degli animali può accorgersi del gatto idolatrato dalla moglie; né cambiava nulla che questo riconoscimento fosse dettato da buon cuore o indifferenza. Entrambe le donne convenivano con se stesse che non si poteva ragionevolmente aspettarsi nulla di più. Era abbastanza perché Mr Verloc si guadagnasse la reverente gratitudine della vecchia signora. All’inizio, resa scettica dalle esperienze dure di una vita di solitudine, le capitava talvolta di chiedere con ansia: «Non credi mia cara che Mr Verloc si stia stancando di vedersi intorno Stevie?». Al che Winnie rispondeva di solito scuotendo leggermente la testa. Una volta tuttavia, replicò con una petulanza un po’ cattiva: «Dovrà stancarsi di me prima». Seguì un lungo silenzio. La madre, i piedi sollevati su un panchetto, sembrò tentar di capire il senso di quella risposta, la cui ambiguità, tutta femminile, l’aveva lasciata stupefatta. Non aveva mai capito perché Winnie avesse sposato Mr Verloc. Era stato molto ragionevole da parte sua, ed era chiaro che si era rivelata un’ottima decisione, ma la ragazza avrebbe potuto naturalmente sperare di trovare qualcuno di età più adatta a lei. C’era stato un giovane corteggiatore fisso, figlio unico di un macellaio della strada accanto, che aiutava il padre nella sua attività, con il quale Winnie era uscita per qualche tempo con evidente piacere. Dipendeva da suo padre, è vero, ma gli affari andavano bene, e le prospettive eccellenti. Aveva portato la sua ragazza parecchie sere a teatro. Poi, proprio quando aveva cominciato a temere l’annuncio di questo fidanzamento (perché cosa avrebbe mai potuto fare da sola con quella grande casa e Stevie sulle braccia?) il romanzetto era finito bruscamente, e Winnie aveva cominciato a girare con un’espressione mesta. Ma poi, essendo provvidenzialmente spuntato Mr Verloc a occupare la stanza di fronte del primo piano, non s’era più parlato del giovane macellaio. Era stata davvero una provvidenza.
Capitolo terzo
«…Ogni idealizzazione rende più povera la vita. Abbellire quest’ultima vorrebbe dire toglierle ogni carattere di complessità – significherebbe distruggerla. Lascia questo ai moralisti, ragazzo mio. La storia è fatta dagli uomini, ma non è nelle loro teste che essi la creano. Le idee che nascono dalla coscienza giocano un ruolo insignificante nel corso degli eventi. La storia è dominata e determinata dagli strumenti e dalla produzione – dalla forza delle condizioni economiche. Il capitalismo ha creato il socialismo, e le leggi fatte dai capitalisti per la protezione della proprietà sono responsabili dell’anarchia. Nessuno può dire quale forma l’organizzazione sociale potrà prendere in futuro. Allora perché indulgere in fantasie profetiche? Al massimo si può solo interpretare la mente del profeta, senza poter contare su alcun valore obbiettivo. Lascia questo passatempo ai moralisti, ragazzo mio».
Michaelis, l’apostolo in libertà provvisoria, parlava con voce monotona, una voce che andava facendosi sempre più affannosa, come soffocata e oppressa dallo strato di adipe che gli avvolgeva il petto. Era uscito da una prigione modello, tondo come una botte, con lo stomaco enorme e le guance tirate su di un incarnato pallido e quasi trasparente, come se per quindici anni i servitori di una società offesa si fossero fatti un punto di rimpinzarlo di cibi ingrassanti, in una cella umida e senza luce. Da allora non era riuscito più ad abbassare il suo peso nemmeno di un grammo.
Si diceva che per tre stagioni di seguito una vecchia signora molto ricca lo avesse mandato a curarsi a Marienbad – dove una volta era stato sul punto di dividere la curiosità del pubblico con una testa coronata – ma la polizia in quell’occasione gli aveva ordinato di partire entro dodici ore. Il martirio era continuato con il divieto di ogni accesso alle acque curative. Ma a quel punto era ormai rassegnato.
Con il gomito appoggiato al bracciolo di una poltrona, un gomito che, più simile alla curva di un pupazzo, non lasciava intravedere alcun segno di giuntura ossea, egli si sporse leggermente in avanti sulle corte ed enormi cosce per sputare nella grata del camino.
«Ne ho avuto di tempo per riflettere un po’ sulle cose», aggiunse senza enfasi. «La società me ne ha dato in abbondanza di tempo per meditare».
All’altro lato del caminetto, sulla poltrona di crine, dove la madre di Mrs Verloc aveva di solito il privilegio di sedere, Karl Yundt sogghignò amaramente, con una vaga smorfia di tristezza sulla bocca sdentata. Il terrorista, come lui stesso era solito chiamarsi, era vecchio e calvo, con uno striminzito ciuffetto di barbetta candida che gli pendeva incerto dal mento. Una straordinaria espressione di segreta malevolenza sopravviveva in quegli occhi spenti. Quando faticosamente riuscì ad alzarsi, il gesto della mano che si tendeva in avanti, una mano scarna e incerta, resa deforme da gonfiori gottosi, fece pensare allo sforzo di un assassino moribondo teso a raccogliere ogni energia residua per infliggere l’ultima coltellata. Si appoggiò al robusto bastone che tremava nell’altra mano.
«Ho sempre sognato», esclamò con violenza, «un gruppo di uomini decisi ad accantonare ogni scrupolo nella scelta dei mezzi, forti abbastanza per definirsi apertamente dei distruttori, e liberi dalla peste di quel pessimismo rassegnato che manda il mondo in malora. Nessuna pietà per nulla, neanche per se stessi, e la morte arruolata per sempre al servizio dell’umanità – ecco quanto avrei voluto vedere».
E la piccola testa calva si agitava, impartendo una vibrazione comica al ciuffo di barbetta bianca. Un modo di parlare che sarebbe risultato del tutto incomprensibile a uno straniero. Una passione stanca, simile nella sua ferocia impotente all’eccitazione sensuale di un vecchio, mal servita dalla secchezza delle fauci e dalle gengive sdentate che sembravano intrappolare la punta della lingua. Mr Verloc, sistemato in un angolo del divano, all’estremo opposto della stanza, fece udire due pesanti grugniti d’assenso.
Il vecchio terrorista ruotò lentamente la testa sul collo magro da una parte all’altra.
«Non sono mai riuscito a mettere insieme neanche tre uomini di questo tipo. Tanto peggio per il tuo pessimismo marcio», gridò a Michaelis, che allungando le grosse gambe simili a colonne, strisciò nervosamente i piedi sotto la sedia in segno di esasperazione.
Lui un pessimista! Che assurdità! Gridò con impeto che l’accusa era oltraggiosa. Così lontano era da ogni pessimismo che già vedeva avanzare logica e inevitabile la fine di tutta la proprietà privata semplicemente come conseguenza della malvagità inerente a essa. I possessori della proprietà non soltanto avrebbero dovuto affrontare un proletariato ridesto, ma dovevano anche combattere tra di loro. Sì. Lotta, guerra, era condizione della proprietà privata. Era fatale. Ah! Lui non aveva bisogno di alcuna eccitazione emotiva per tenere in vita la propria fede, nessuna declamazione retorica, rabbia, visioni di bandiere sventolanti, rosse di sangue, o lividi soli metaforici di vendetta sull’orizzonte di una società condannata. Lui no! La fredda ragione – amava vantarsi – era alla base del suo ottimismo. Perché di ottimismo si trattava.
Arrestò per un attimo il suo faticoso ansimare, poi, ancora qualche respiro affannoso e proseguì:
«Non pensi che, se non fossi stato un ottimista, non avrei potuto fare a meno di trovare in quindici anni qualche sistema per tagliarmi la gola? E, alla peggio, c’erano sempre le pareti della cella contro cui sfracellarmi la testa».
La brevità del respiro toglieva alla voce ogni foga, ogni animazione; le grosse guance pallide pendevano simili a borse ricolme, immobili, senza un tremito; ma negli occhi azzurri, socchiusi come nel gesto di scrutare, c’era uno sguardo di astuzia fiduciosa, vagamente folle nella sua fissità, certamente lo stesso sguardo che l’indomabile ottimista doveva avere avuto durante le lunghe serate di riflessione in cella. Davanti a lui, Karl Yundt rimaneva dritto in piedi, un’ala del mantello verdastro e scolorito gettata con disinvoltura su di una spalla. Seduto davanti al caminetto acceso, il Compagno Ossipon, ex studente medico, il principale autore dei manifestini A.P., allungava le gambe robuste, mantenendo le suole degli stivali in direzione del bagliore della grata. Un ciuffo di capelli crespi e giallicci sovrastava il volto roseo e lentigginoso dal naso schiacciato e dalla bocca prominente intagliata in rozze fattezze di tipo negroide. Gli occhi a mandorla brillavano con languida compiacenza al di sopra degli alti zigomi. Indossava una camicia di flanella grigia, i capi slacciati di una cravatta di seta nera pendevano sul petto abbottonato della redingote di gabardine; con la testa appoggiata alla spalliera della seggiola, e la gola esposta in tutta la sua ampiezza, sollevava verso le labbra una sigaretta dal lungo bocchino in legno, inviando dritti al soffitto piccoli sbuffi di fumo.
Michaelis seguiva la sua idea – la stessa idea della sua prigionia solitaria – il pensiero benignamente concessogli durante la prigionia, e che era andato crescendo come una fede rivelata in visioni. Parlava per se stesso, indifferente alla simpatia o all’ostilità degli ascoltatori, indifferente addirittura alla loro presenza, forte dell’abitudine a farsi coraggio pensando a voce alta nella solitudine delle quattro pareti imbiancate della sua cella, nel sepolcrale silenzio di quella grande massa cieca di mattoni vicino al fiume, sinistra e brutta come un colossale monumento funebre dedicato a coloro che la società voleva annegati.
La discussione non era il suo forte, e non perché una qualche polemica avrebbe potuto scuotere la sua fede, ma perché il solo fatto di udire un’altra voce lo sconcertava dolorosamente confondendogli subito i pensieri – quei pensieri che per tanti anni, in una solitudine mentale più desolata di un arido deserto, nessuna voce vivente aveva mai confutato, commentato e approvato.
Ora nessuno lo interrompeva, e di nuovo egli rinnovò la sua confessione di fede, quella fede che, come un irresistibile e completo atto di grazia, dominava la sua esistenza: il segreto del destino scoperto nell’aspetto materiale della vita; la condizione economica del mondo, responsabile per il passato e pronta a foggiare il futuro; la fonte di ogni idea che guidava lo sviluppo dell’umanità e ogni impulso delle umane passioni.
Una risata aspra del Compagno Ossipon provocò la brusca fine di questa tirata che subito si trasformò in un incespicare improvviso della lingua e in un’inquietudine stupefatta degli occhi vagamente esaltati dell’apostolo. Li chiuse lentamente per un attimo come per raccogliere i pensieri in disordine. Cadde il silenzio; ma a causa dei due lumetti a gas sul tavolo e della grata infuocata il piccolo ambiente dietro il negozio di Mr Verloc era diventato spaventosamente caldo. Mr Verloc, alzandosi con pesante riluttanza dal divano, aprì la porta verso la cucina per lasciare entrare un po’ d’aria, rivelando così la presenza dell’innocente Stevie, seduto buono e tranquillo a un tavolo di legno, intento a disegnare circoli, circoli, innumerevoli circoli, concentrici, eccentrici, un vortice impazzito di circoli, che attraverso una molteplicità intricata o curve ripetute, uniformità di forme, e una confusione di linee intersecantesi tra loro, suggeriva una riproduzione del caos cosmico, il simbolismo di un’arte folle che tenta l’inconcepibile. L’artista non volse mai la testa; e in quell’impegno totale dell’animo al suo compito, la schiena gli tremava, e il collo sottile incassato nella cavità profonda alla base della nuca, sembrava sul punto di spezzarsi. Mr Verloc dopo un brontolio di sorpresa e di disapprovazione, tornò verso il divano. Alexander Ossipon si alzò, nella redingote blu di gabardine ormai consunta, alto sotto il basso soffitto, e scuotendosi di dosso la rigidità della lunga posizione immobile, si avviò lentamente verso la cucina (due passi soltanto) per guardare al di sopra della spalla di Stevie:
«Molto buono. Molto caratteristico, perfettamente tipico».
«Che cosa è molto buono?», brontolò interrogativo Mr Verloc, ormai risistemato nel suo angolo del divano. L’altro spiegò negligentemente, con un’ombra di condiscendenza, il senso delle sue parole, indicando la cucina con un cenno della testa:
«Tipico di questa forma di degenerazione – questi disegni, intendo».
«Definiresti quel ragazzo un degenerato, vuoi dire?», borbottò Mr Verloc.
Il Compagno Ossipon – soprannominato il Dottore, ex studente di medicina, senza laurea, in seguito conferenziere itinerante per le associazioni operaie sugli aspetti socialisti dell’igiene; autore di un popolare quasi medico studio (nella forma di un libello a buon mercato, subito confiscato dalla polizia) intitolato I vizi corrosivi della classe borghese; delegato speciale del più o meno misterioso Comitato Rosso, insieme a Karl Yundt e Michaelis, per il lavoro di propaganda letteraria – rivolse al confidente segreto di almeno due ambasciate, quello sguardo di sufficienza profonda, insofferente e senza speranza che niente come la familiarità con la scienza può dare all’ottusità dei comuni mortali.
«Questo è come scientificamente lo si può definire. Un ottimo esemplare, tuttavia, di quel tipo di degenerato. Basta guardargli i lobi delle orecchie. Se leggi Lombroso…».
Mr Verloc, alquanto di malumore, comodamente adagiato sul divano, continuò a guardarsi la fila dei bottoni del panciotto; ma le guance s’erano colorate di un vago rossore. Di recente anche il derivato più semplice della parola scienza (un termine di per sé innocuo e di significato indefinito) aveva il potere curioso di evocare una visione mentale decisamente offensiva di Mr Vladimir in carne e ossa, come fosse presente in persona, con una vividezza quasi sovrannaturale. E questo fenomeno, che giustamente meritava di essere classificato tra le meraviglie della scienza, riduceva Mr Verloc in uno stato emotivo di paura ed esasperazione che tendeva a esprimersi in imprecazioni violente. Ma non disse nulla. Fu Karl Yundt a parlare, implacabile, fino all’ultimo respiro.
«Lombroso è un asino».
Il Compagno Ossipon reagì allo sgomento provocato da quella bestemmia con una terribile occhiata nel vuoto. E l’altro, gli occhi spenti privi di qualsiasi lampo di luce, fonti oscure di ombre profonde sotto l’ampia fronte ossuta, borbottò, mentre ogni due parole la punta della lingua gli si intrappolava tra le labbra e sembrava lui la volesse masticare per l’ira.
«Hai mai visto un simile idiota? Per lui il criminale è il prigioniero. Semplice, non è vero? E che dire di quelli che lo hanno rinchiuso là… incatenato là? Proprio così. Incatenato là. E che cos’è il delitto? Lo sa questo, quell’imbecille che si è fatto strada in questo mondo di stupidi, rimpinzati di cibo, guardando le orecchie e i denti di una quantità di poveri diavoli sfortunati? I denti e le orecchie distinguono il criminale? Davvero? E che dire della legge che lo distingue ancora meglio… quel grazioso strumento per marchiare a fuoco inventato dai sovranutriti per proteggersi dagli affamati? Applicazioni di un rosso – incandescente sulle loro pelli vili… eh? Non riuscite a sentire anche da qui l’odore e udire il rumore della pelle umana, coriacea, che brucia e sfrigola? Questo è come sono fatti i criminali perché i vostri Lombroso possano scriverci sopra la loro stupida roba».
Il pomo del bastone e le gambe di lui si agitavano con foga, mentre la parte superiore del corpo, avvolta nei lembi del mantello, conservava il suo storico atteggiamento di sfida. Sembrava che annusasse l’aria malvagia della crudeltà sociale, che sforzasse l’orecchio per udirne i suoni atroci. C’era una straordinaria forza di suggestione in questo suo atteggiamento. Un veterano della dinamite, tale egli era, tutt’altro che moribondo, ai suoi tempi un grande attore – attore sulle strade, in riunioni segrete, in occasioni private. Il famoso terrorista non aveva mai nella sua vita alzato neanche un mignolo contro l’intero edificio sociale. Non era un uomo d’azione; non era nemmeno un oratore dall’eloquenza torrenziale, uno di quelli che trascina le masse in mezzo al frastuono assordante e allo spumeggiare dei grandi entusiasmi. Con un’intenzione assai più sottile egli assumeva la parte di insolente e velenoso evocatore di quegli impulsi che si annidano nell’invidia cieca e nell’esasperata vanità dell’ignoranza, nella sofferenza e nell’infelicità dei poveri, in tutte quelle nobili illusioni fiduciose di rabbia sacrosanta, di pietà, di ribellione.
L’ombra del suo talento malvagio gli rimaneva attaccata ancora come l’odore di una pozione mortale in una vecchia fiala di veleno ormai vuota e inutile, pronta per essere gettata via nel mucchio di rifiuti delle cose che ormai non servono più.
Michaelis, l’apostolo in libertà provvisoria, sorrise vagamente a labbra strette, la faccia pallida a forma di luna piena sembrava allungarsi sotto il peso di un’approvazione malinconica. Anche lui era stato in prigione. Anche la sua pelle aveva sfrigolato sotto il marchio incandescente, mormorò a bassa voce. Ma il Compagno Ossipon, soprannominato il dottore, aveva ormai superato lo choc.
«Voi non capite», cominciò sdegnosamente, ma si fermò subito, spaventato dall’oscurità mortale degli occhi cavernosi di quel volto che lentamente si volgeva verso di lui con uno sguardo cieco, quasi fosse guidato solo dal suono. Rinunciò alla discussione con una leggera alzata di spalle.
Stevie, abituato a gironzolare intorno senza essere notato, si era alzato dal tavolo della cucina, portando a letto con sé i suoi disegni. Aveva raggiunto la porta del salottino in tempo per ricevere in pieno lo choc delle immagini eloquenti di Karl Yundt. I fogli di carta coperti di cerchi gli caddero di mano, ed egli si fermò a fissare il vecchio terrorista come inchiodato improvvisamente sul posto da un orrore morboso e dalla paura del dolore fisico. Stevie sapeva molto bene che il ferro arroventato applicato sulla pelle faceva molto male. Gli occhi atterriti fiammeggiavano per l’indignazione: doveva aver fatto un male terribile. Lentamente la bocca gli si spalancò dallo stupore.
Michaelis, rimanendo a guardare fissamente il fuoco, aveva riconquistato quel senso di isolamento essenziale per la continuazione del suo pensiero. Ed ecco che dalle labbra di lui aveva cominciato a riversarsi un fiume di ottimismo. Vedeva il Capitalismo condannato in culla, nato già con il veleno del principio della competizione insito nel suo sistema. I grandi capitalisti che avrebbero divorato i piccoli capitalisti, concentrando il potere degli strumenti di produzione nelle grandi masse, perfezionando i sistemi industriali, e nella brama di ingrandirsi solo preparando, organizzando, arricchendo, portando a punto la legittima eredità del proletariato che soffriva. Michaelis pronunciò la grande parola «Pazienza» – e il suo sguardo azzurro e limpido, rivolto al basso soffitto del salotto di Mr Verloc, aveva un’espressione di angelica fiducia. Sulla porta Stevie, di nuovo calmo, sembrava immerso nel suo stato di ebetismo.
Il volto del Compagno Ossipon si contorse per l’esasperazione.
«Allora è inutile fare qualsiasi cosa… tutto è inutile».
«Non dico questo», protestò calmo Michaelis. La visione della verità si era fatta così intensa ai suoi occhi che il suono di una voce estranea questa volta non riuscì a fugarla. Continuò a guardare in basso verso i carboni accesi. Prepararsi al futuro era necessario, e lui era lieto di ammettere che il gran cambiamento avrebbe forse avuto luogo al culmine di una rivoluzione. Ma la propaganda rivoluzionaria, egli sosteneva, era un lavoro delicato e di alta responsabilità. Si trattava dell’istruzione dei maestri del mondo. Doveva essere attenta come l’istruzione che si dà ai re. Egli riteneva che si dovessero esporre le idee nuove con cautela, quasi timidamente, e questo perché ignoravamo gli effetti che si sarebbero potuti produrre con il verificarsi di ogni cambiamento economico, sulla felicità, sulla morale, sull’intelletto, sulla storia dell’umanità. Perché la storia è fatta con gli strumenti, non con le idee; e tutto viene mutato dalle condizioni economiche – l’arte, la filosofia, l’amore, la virtù, la stessa verità.
I carboni ardenti nella stufa si assestarono con un leggero rumore; e Michaelis, l’eremita delle visioni nel deserto di un penitenziario, si alzò con impeto. Rotondo come un pallone gonfiato allargò le braccia corte e tozze, quasi in un tentativo pateticamente senza speranza di abbracciare e stringere a sé un universo rinato a nuova vita. Ansimò con ardore.
«Il futuro è stabilito come il passato – schiavitù, feudalesimo, individualismo, collettivismo. Questo è il verificarsi di una legge, non una profezia vuota».
La smorfia di disprezzo delle grosse labbra del Compagno Ossipon ne accentuò l’aspetto negroide del viso.
«Sciocchezze», disse abbastanza calmo. «Non c’è legge, né certezza. Al diavolo la propaganda dell’istruzione. Quello che la gente sa e non sa ha poca importanza, e non importa quanto accurate siano le sue cognizioni. L’unica cosa che ci interessa è lo stato emozionale delle masse. Senza emozione non c’è azione».
Si fermò un attimo e aggiunse con modesta fermezza:
«Ora vi sto parlando scientificamente – scientificamente! Che cosa hai detto Verloc?»
«Niente», grugnì dal sofà Mr Verloc, che, provocato dal suono odioso di quella voce, aveva semplicemente mormorato un «Al diavolo!».
Si udì ancora il farfugliare velenoso del vecchio terrorista senza denti:
«Sapete come definirei la natura delle condizioni economiche attuali? La definirei cannibalistica. Questo è quello che è. Nutrono la loro ingordigia sulla carne tremante e sul sangue tiepido della gente – nient’altro».
Si udì Stevie ingoiare quella terrificante affermazione con un singulto, e immediatamente dopo come si fosse trattato di un rapido veleno crollò fino a sedersi barcollante sugli scalini della porta della cucina.
Michaelis non diede segno di aver sentito nulla. Sembrava che le labbra gli si fossero incollate per sempre; non un fremito percorreva quelle guance pesanti. Cercò con sguardo preoccupato il cappello rigido e rotondo e se lo mise sulla testa rotonda anch’essa. Quanto al corpo rotondo e obeso, sembrava galleggiare in basso tra le sedie, al di sotto del gomito angoloso di Karl Yundt. Il vecchio terrorista, sollevando una mano incerta simile a un artiglio, diede un’inclinazione spavalda al sombrero di feltro nero che ombreggiava i solchi e gli incavi di quel suo volto disfatto. Si mise lentamente in moto, colpendo il pavimento col bastone a ogni passo. Fu un bel problema farlo uscire dalla casa, perché ogni tanto si fermava come a riflettere, e non sembrava disposto a muoversi di nuovo finché Michaelis non lo spingeva avanti con forza. L’apostolo gentile gli afferrava il braccio con preoccupazione fraterna; e dietro di loro, le mani in tasca, il robusto Ossipon sbadigliava incerto. Un berretto blu con la visiera di pelle calzato all’indietro a scoprire un ciuffo di capelli gialli e arruffati, gli dava l’aspetto di un marinaio norvegese disgustato del mondo, dopo una gran baldoria. Mr Verloc scortò i suoi ospiti fuori, accompagnandoli a testa scoperta, il pesante soprabito gli ciondolava indosso slacciato, gli occhi erano fissi al suolo.
Chiuse la porta alle loro spalle con violenza trattenuta, girò la chiave, tirò il paletto. Non era soddisfatto dei suoi amici. Alla luce della filosofia dinamitarda di Mr Vladimir apparivano disperatamente futili. Poiché la parte di Mr Verloc nella politica rivoluzionaria era stata fino ad allora quella di osservare, non poteva tutto a un tratto, che fosse in casa propria o in più vaste riunioni, prendere l’iniziativa dell’azione. Doveva stare attento. Mosso dalla giusta indignazione di un uomo ben oltre i quaranta, minacciato in ciò che ha di più caro – la sua tranquillità e la sua sicurezza – si chiedeva sprezzantemente che cosa altro ci si potesse aspettare da quel gruppo, questo Karl Yundt, questo Michaelis – questo Ossipon.
Fermandosi un attimo a spegnere il lume a gas acceso nel centro della bottega, Mr Verloc ripiombò tra i meandri delle riflessioni morali. Con la perspicacia di un temperamento affine pronunciò rapidamente il verdetto: una banda di pigri – questo Karl Yundt, coccolato da una vecchia dalla vista annebbiata, una donna che aveva sedotto tanti anni prima portandola via a un amico, e che aveva in seguito cercato più volte di scaricare in una fogna. Una bella fortuna per lui che la donna avesse continuato a uscirne ogni volta, che altrimenti non ci sarebbe stato nessuno ora per aiutarlo a scendere dall’autobus nei pressi della cancellata di Green Park dove quello spettro faceva una specie di lenta passeggiata igienica ogni mattina di bel tempo. Quando quell’indomabile vecchia strega fosse morta, quello spettro vanaglorioso sarebbe dovuto svanire a sua volta – sarebbe stata la fine di Karl Yundt. E il senso morale di Mr Verloc si sentiva offeso anche dall’ottimismo di Michaelis appoggiato dalla sua vecchia ricca signora che di recente aveva cominciato a mandarlo in una villetta che possedeva in campagna. L’ex prigioniero poteva bighellonare per le stradine ombrose per giorni e giorni in un delizioso ozio umanitario. Quanto a Ossipon, certamente quell’accattone non avrebbe mai mancato di nulla fin tanto che al mondo esistevano ragazze sciocche con libretti di risparmio in banca. E Mr Verloc, dal temperamento identico a quello dei suoi colleghi, andava nella sua mente tracciando sottili distinzioni rispetto a questi ultimi, forte di differenze in realtà insignificanti. E le tracciava con una certa compiacenza poiché l’istinto della rispettabilità formale era forte in lui, superato soltanto dalla sua antipatia per ogni genere di lavoro ufficialmente riconosciuto – un difetto di temperamento che condivideva del resto con una gran parte dei riformatori rivoluzionari di un determinato sistema sociale. La ribellione, infatti, non è mai, ovviamente, contro i vantaggi e le opportunità di quel sistema, ma contro il prezzo che per tale sistema si deve pagare in moneta di moralità unanimemente approvata, di autodisciplina, e di duro lavoro. La maggioranza dei rivoluzionari sono per lo più nemici della disciplina e della fatica. Esistono nature, inoltre, contro il cui concetto di giustizia il prezzo richiesto si erge mostruosamente enorme, odioso, oppressivo, preoccupante, umiliante, estorcente, intollerabile. Costoro sono i fanatici. La parte che rimane dei ribelli della società è tale per quella vanità che è madre di tutte le illusioni nobili e vili, compagna dei poeti, dei riformatori, dei ciarlatani, dei profeti e degli incendiari.
Perso per un minuto intero nell’abisso della meditazione, Mr Verloc non giunse tuttavia a toccare il fondo di queste considerazioni astratte. Forse non era in grado. In ogni caso non ne ebbe il tempo. Ne venne sradicato dolorosamente dal ricordo improvviso di Mr Vladimir, un altro affine a lui del resto, che, grazie a sottili affinità di carattere morale, egli era in grado di giudicare correttamente. Lo considerava pericoloso. Un’ombra di invidia si insinuò nei suoi pensieri. Facile bighellonare per gli altri, che non conoscevano Mr Vladimir, e avevano donne su cui appoggiarsi, mentre lui una donna la aveva da mantenere…
Ed ecco che per una semplice associazione di idee, Mr Verloc si trovò faccia a faccia con la necessità di dover presto o tardi andare a dormire anche quella sera. Perché non andare ora… subito? Sospirò. Era una necessità che non si presentava normalmente gradevole, come sarebbe stato logico per un uomo della sua età e del suo temperamento. Era spaventato infatti dal demone dell’insonnia, cui sapeva ormai di non poter sfuggire. Alzò un braccio e spense il beccuccio a gas sopra la testa. Una striscia di luce luminosa attraverso la porta del salottino cadeva a illuminare la parte di negozio dietro il bancone; abbastanza per permettere a Mr Verloc di stabilire con un’occhiata il numero di monete d’argento nel cassetto. Non ve n’erano che poche, e per la prima volta da quando aveva aperto il negozio, egli fece un rapido calcolo commerciale del suo valore. Non fu un calcolo favorevole. Non si era messo in affari per motivi commerciali. Nella scelta di questo particolare settore era stato guidato da una propensione naturale per le piccole transazioni oscure, del tipo dove è facile rimediare qualche soldo. E inoltre, era un’attività che gli permetteva di non uscire dalla sua sfera – la sfera controllata dalla polizia. Che anzi gli conferiva una posizione pubblicamente rispettabile e chiara in quella stessa sfera, e poiché Mr Verloc aveva con la polizia rapporti inconfessati che lo rendevano contemporaneamente amico e tranquillo rispetto a essa, c’era in quella situazione un preciso vantaggio. Ma come mezzo di sostentamento in sé era un’attività insufficiente.
Tirò fuori dal cassetto la scatola dei denari, e voltandosi per uscire dal negozio, si rese conto che Stevie era ancora lì, al piano terra.
Che diavolo? si chiese Mr Verloc. Che scherzo era? Guardò perplesso il cognato, ma non chiese nulla. I rapporti con Stevie si limitavano per Mr Verloc a un casuale mugugno mattiniero, dopo colazione: «I miei stivali», e anche questo era più l’occasionale espressione di un bisogno, che non un ordine o una richiesta diretta. Mr Verloc si rese conto con una certa sorpresa di non sapere esattamente cosa dire a Stevie. Stava fermo in mezzo al salottino, guardando in silenzio verso la cucina. E neppure aveva idea di cosa sarebbe accaduto se avesse detto alcunché. E improvvisamente tutto ciò apparve a Mr Verloc assai strano in considerazione del fatto, rivelatoglisi improvvisamente, che doveva provvedere anche alla vita quotidiana di questo essere. Neanche per un momento aveva fino ad allora pensato a questo aspetto dell’esistenza di Stevie.
In effetti non sapeva proprio come parlare al ragazzo. Continuava a guardarlo gesticolare e parlare da solo in cucina. Stevie si trascinava carponi attorno al tavolo come un animale eccitato nella sua gabbia. «Non faresti meglio ad andare a letto a quest’ora?», azzardò, ma non produsse alcun effetto; e Mr Verloc, interrompendo la contemplazione attonita del comportamento del cognato, attraversò stancamente il salottino con in mano la scatola dei denari. Si allarmò, salendo le scale, per l’inspiegabilità di quella stanchezza generale che sentiva e la cui causa era in realtà solo mentale. Fermo sul pianerottolo buio, studiava le proprie sensazioni, sperando di non essersi preso qualche malanno. Ma un rumore leggero e continuo che si diffondeva nell’oscurità, come di qualcuno che russava, giunse a interferire con la lucidità di lui. Il suono proveniva dalla stanza di sua suocera. Un’altra bocca da mantenere, pensò – e con questo pensiero entrò in camera da letto.
Mrs Verloc si era addormentata con la lampada a olio accesa sul comodino; non vi era illuminazione a gas, infatti, al piano di sopra. La luce proiettata dal paralume ricadeva abbagliante sul guanciale bianco dove affondava il capo addormentato di lei, gli occhi erano chiusi e i capelli neri raccolti in varie trecce per la notte.
Si svegliò sentendo risuonare all’orecchio il suo nome, e vide il marito in piedi sopra di lei:
«Winnie! Winnie!».
In un primo momento non si mosse, e giacque silenziosa guardando la scatola dei denari in mano a Mr Verloc. Ma non appena ebbe afferrato che il fratello «era di sotto e saltava dappertutto» si ritrovò con un unico balzo improvviso sul bordo del letto. I piedi nudi che spuntavano dal fondo di una monacale camicia di cotone con le maniche lunghe, strettamente abbottonata al collo e ai polsi, tastavano il tappeto alla ricerca delle pantofole, mentre lei guardava in alto verso il volto del marito.
«Non so che fare», spiegò Mr Verloc irritato. «Non si può lasciarlo sotto da solo con i lumi accesi».
Lei non disse nulla, ma attraversò la stanza velocemente e la porta si richiuse sulla sua sagoma bianca.
Mr Verloc posò sul comodino la scatola dei denari, e iniziò a svestirsi gettando il soprabito su di una sedia lontano da sé; seguirono giacca e panciotto. Iniziò a camminare per la stanza con i soli calzini ai piedi, e la sua figura robusta, con le mani che nervosamente si tormentavano la gola, passava e ripassava riflessa sulla lunga striscia di specchio dello sportello dell’armadio della moglie. Dopo essersi fatte scivolare le bretelle dalle spalle alzò violentemente la tendina della finestra, appoggiando la fronte contro il vetro gelato – sottile strato trasparente, frapposto tra lui e l’immensità di quelle fredde, nere, bagnate, fangose masse di mattoni, di tegole e di pietre, cose di per sé già avverse e nemiche all’uomo.
Verloc sentiva l’ostilità latente dell’intero mondo di fuori con un’intensità molto vicina a una vera e propria angoscia fisica. Non c’è lavoro che tradisce un uomo più di quello di agente segreto della polizia. È come se improvvisamente il cavallo ti venisse a mancare di sotto la sella nel mezzo di una pianura desolata e arida. Il paragone era venuto alla mente di Mr Verloc ripensando ai numerosi cavalli dell’esercito che aveva cavalcato ai suoi tempi, e la sensazione ora era quella di una caduta imminente. La prospettiva era altrettanto nera quanto il vetro della finestra contro il quale teneva la fronte appoggiata. Ed ecco che all’improvviso il volto di Mr Vladimir, sbarbato e maligno, apparve circondato dall’alone luminoso della sua carnagione rosata, simile a un sigillo rosa impresso in quell’oscurità fatale.
Questa visione mutilata e luminosa a un tempo era così spaventosamente reale che Mr Verloc si allontanò in fretta dalla finestra lasciando cadere rumorosamente la tenda. Ammutolito e sconvolto dal timore di altre visioni simili, rimase a guardare sua moglie che rientrava in camera e si rimetteva a letto con un atteggiamento calmo e positivo che lo fece sentire disperatamente solo al mondo. Mrs Verloc si mostrò stupita di vederlo ancora alzato.
«Non mi sento molto bene», mormorò lui passandosi la mano sulla fronte madida.
«È la testa?»
«Sì, non va proprio bene».
Mrs Verloc, con tutta la tranquillità di una moglie esperta, espresse un’opinione sicura sulle cause, e suggerì i soliti rimedi, ma il marito, immobile in mezzo alla stanza, scosse con tristezza la testa china.
«Prenderai freddo stando lì fermo», osservò lei.
Mr Verloc fece appello a tutte le sue forze, finì di spogliarsi e si mise a letto. Di sotto, nella stradina tranquilla, dei passi cadenzati e decisi si avvicinavano, poi andavano svanendo, senza fretta, come se un viandante avesse iniziato a misurare a passi l’eternità intera, da lampione a lampione, in una notte senza fine. Il ticchettio sonnacchioso della vecchia sveglia nel ballatoio si udiva ora distintamente nella stanza da letto.
Mrs Verloc supina, contemplando il soffitto, osservò:
«Gli incassi sono stati molto scarsi oggi».
Mr Verloc appoggiato ai cuscini, si schiarì la gola come se stesse per dire qualcosa di importante, ma domandò solo:
«Hai spento il gas di sotto?»
«Sì», rispose Mrs Verloc coscienziosamente. «Quel povero ragazzo è in uno stato tale di eccitazione stasera», mormorò dopo una pausa della durata di tre ticchettii dell’orologio.
A Mr Verloc non importava niente dell’eccitazione di Stevie, ma si sentiva drammaticamente sveglio, e temeva di affrontare l’oscurità e il silenzio che avrebbe seguito lo spegnersi della luce. Fu questa paura a indurlo a osservare che Stevie non aveva dato ascolto al suo invito ad andare a letto. Mrs Verloc cadendo nel tranello, si dilungò a dimostrare dettagliatamente al marito che non si trattava di «impudenza» di qualsiasi tipo, ma semplicemente di «eccitazione». Non esisteva giovane della sua età a Londra più volenteroso e docile di Stephen, nessuno più affettuoso e pronto a compiacere, e perfino utile, fintanto che nessuno gli sconvolgeva quella sua povera testa. Mrs Verloc girandosi verso il marito adagiato accanto a lei, si sollevò su un gomito, e gli si fece sopra nella sua ansia che considerasse Stevie un utile componente della famiglia. Quell’ardore di compassione protettiva, morbosamente esaltato fin nell’infanzia dall’infelicità di un altro bimbo come lei, le colorava le guance smunte di un debole rossore cupo, e faceva scintillare quei grandi occhi sotto le ciglia scure. In quei casi Mrs Verloc sembrava più giovane; come la Winnie di un tempo, e assai più vivace di quanto la Winnie dei giorni della casa di Belgravia si fosse mai permessa di apparire ai signori inquilini. Le preoccupazioni di Mr Verloc gli avevano impedito di attribuire alcun senso a quanto la moglie gli veniva dicendo. Era come se la voce di lei gli giungesse dall’altra parte di una parete molto spessa. Fu il suo aspetto a richiamarlo in sé. Egli apprezzava questa donna, e questo sentimento, eccitato in quel momento dallo scorgere sul volto di lei qualcosa che assomigliava da vicino a un’emozione, inferse solo un altro colpo all’angoscia del suo animo. Quando ella tacque, si agitò imbarazzato, e mormorò:
«Sono un po’ di giorni che non mi sento bene».
Forse intendeva così dare il via a una confidenza completa; ma Mrs Verloc posando di nuovo la testa sul cuscino, e guardando ancora verso l’alto continuò:
«Quel ragazzo ascolta troppo i discorsi che si fanno in questa casa. Se avessi saputo che loro venivano oggi, avrei fatto in modo di farlo andare a letto alla mia stessa ora. Era fuori di sé per qualcosa che aveva udito come mangiare carne e bere sangue umano. A che serve parlare in questo modo?».
E nella sua voce c’era una nota indignata di disprezzo. Mr Verloc era ormai completamente presente a se stesso.
«Chiedilo a Karl Yundt».
Mrs Verloc definì senza mezzi termini Karl Yundt «un vecchio disgustoso». Dichiarò apertamente il suo affetto per Michaelis. Quanto al grosso Ossipon, la cui presenza le dava sempre un certo imbarazzo, sia pur celato dietro un impassibile riserbo, non lo nominò nemmeno. E continuando a parlare di quel fratello, che da tanti anni era l’oggetto della sua cura e dei suoi timori:
«Non è adatto ad ascoltare quanto viene detto qua. Crede che sia tutto vero. Non sente mai nient’altro. Ci si dispera sopra».
Mr Verloc non fece commenti.
«Mi ha guardato con occhi cattivi, come se non mi riconoscesse, quando sono scesa. Il cuore gli batteva forte, forte. Non riesce a non eccitarsi. Ho svegliato mia madre, e ho chiesto a lei di rimanergli vicino finché non si addormenta. Non è colpa sua; quando lo si lascia in pace non fa male a nessuno».
Mr Verloc non fece commenti.
«Vorrei non fosse mai andato a scuola». Ricominciò Mrs Verloc bruscamente.
«È sempre lì che toglie dalla vetrina quei giornali per leggerli. Diventa tutto rosso mentre li guarda senza mai alzare la testa. Non ne vendiamo nemmeno una dozzina di numeri al mese. Servono solo a occupare la vetrina. E Mr Ossipon ogni settimana porta un mucchio di quegli opuscoli A.P. da vendere a dieci centesimi la copia. Io non darei dieci centesimi per tutti quanti messi insieme. È una lettura stupida, ecco che cos’è. Non si vendono nemmeno. L’altro giorno Stevie se ne è preso uno dove c’era una storia di un ufficiale tedesco che strappava mezzo orecchio a una recluta senza che nessuno avesse alcunché da ridire. Che bestia! Non sapevo come fare con Stevie quel pomeriggio. Ce n’era abbastanza del resto per far ribollire il sangue. Ma a che serve stampare queste cose? Non siamo schiavi dei tedeschi da queste parti, ringraziando Dio. Non sono affari nostri, non ti pare?».
Mr Verloc non rispose.
«Gli ho dovuto levare di mano il coltello dell’arrosto a quel ragazzo», continuò Mrs Verloc, con una voce che tradiva il sonno. «Strillava, batteva i piedi e singhiozzava. Non riesce a sopportare l’idea di qualsiasi crudeltà. Avrebbe sgozzato quell’ufficiale come un maiale se lo avesse avuto davanti in quel momento. È anche vero che certa gente non merita molta pietà». La voce di Mrs Verloc si spense, e l’espressione degli occhi immobili divenne sempre più vaga e imbambolata durante la lunga pausa che seguì. «Stai bene caro?», chiese con un tono di voce sempre più debole e lontano. «Posso spegnere la luce ora?».
La convinzione cupa che non ci sarebbe stato riposo ad attenderlo rendeva Mr Verloc silenzioso e disperatamente inerte nell’attesa timorosa dell’oscurità. Fece un grande sforzo.
«Sì, spegni», rispose finalmente, e non c’era espressione nel tono della sua voce.
Capitolo quarto
Quasi tutti i trenta o poco più tavolinetti coperti da tovaglie bianche e rosse erano allineati lungo lo zoccolo di legno massiccio delle quattro pareti del salone del seminterrato. Candelieri di bronzo a più luci pendevano dal soffitto basso che s’inclinava a formare delle volte leggere, mentre piatte e monotone si susseguivano sulle pareti senza finestre scene affrescate di inseguimenti e feste all’aperto in costumi medioevali. Valletti in giustacuore verde brandivano coltelli da caccia e sollevavano in alto boccali di birra spumeggianti.
«A meno che io non mi sbagli di molto, voi siete l’uomo che dovrebbe essere al corrente dei segreti di questa confusa faccenda». Il grosso Ossipon parlava sporgendosi in avanti, con i gomiti appoggiati sulla tavola e i piedoni bloccati indietro sotto la seggiola. E intanto il suo sguardo era fisso sul compagno in spasmodica attesa.
Un pianoforte a semicoda, verticale, vicino alla porta, fiancheggiato da due grandi vasi di palme, eseguì improvvisamente senza alcun accompagnamento e con un virtuosismo aggressivo un motivo di valzer. Il rumore era assordante. Quando smise, improvvisamente come aveva iniziato, l’omino squallido e occhialuto, seduto dietro un poderoso boccale di birra di fronte a Ossipon, espresse con calma quella che aveva tutta l’aria di essere una proposizione di carattere generale.
«In via di principio quello che uno di noi può o non può sapere in merito a un determinato fatto non deve costituire materia di indagine per gli altri».
«Certamente no», il Compagno Ossipon convenne tranquillamente a voce bassa. «In via di principio».
E appoggiando tra le mani il volto largo e florido continuò a fissare intensamente l’interlocutore, mentre l’omino squallido e occhialuto beveva impassibile un sorso di birra, e riposava il boccale sulla tavola. Le orecchie piatte e grandi spuntavano larghe ai due lati di un teschio fragile abbastanza, secondo il giudizio di Ossipon, per essere schiacciato tra indice e pollice; la volta della fronte aveva l’aria di poggiare sull’orlo degli occhiali; le guance scavate, dall’incarnato untuoso e poco sano, erano appena macchiate dalla meschinità di misere basette scure. E tutta questa lamentevole inferiorità del fisico era resa ancor più ridicola dal contrasto con l’atteggiamento di sicurezza estrema dell’individuo. Le frasi che pronunciava erano brevi e il suo modo di stare in silenzio particolarmente solenne.
Dal volto racchiuso tra le palme delle mani giunse ancora la voce di Ossipon:
«Siete stato molto fuori oggi?»
«No, sono rimasto a letto tutta la mattina», rispose l’altro. «Perché?»
«Oh! Niente», disse Ossipon fissandolo apertamente in volto e fremendo dentro di sé dal desiderio di saperne di più, ma chiaramente intimidito dall’aria superiore di tranquillità dell’omino. Ogni volta che parlava con questo compagno – ciò che accadeva di rado – il grosso Ossipon soffriva di un senso di frustrazione non solo morale, ma persino fisica. Azzardò tuttavia un’altra domanda. «Siete venuto qui a piedi?»
«No, con l’omnibus», la risposta giunse abbastanza pronta. L’omino viveva piuttosto lontano a Islington, in una casetta situata lungo una strada squallida, cosparsa di paglia e rifiuti, dove durante le ore non di scuola bande di ragazzetti di tutti i tipi si rincorrevano e altercavano con un chiasso stonato e turbolento, senza gioia. La sua unica stanzetta sul retro, notevole per la grossissima credenza, l’aveva affittata mobiliata da due vecchie zitelle, sarte di povera gente con una clientela soprattutto di servette. Aveva fatto mettere alla credenza un pesante lucchetto, ma per il resto era un inquilino modello, che non dava alcun fastidio e non richiedeva praticamente alcuna assistenza. Le sue stranezze si limitavano al fatto che insisteva per essere presente al momento in cui la sua stanza veniva spazzata, e che quando usciva chiudeva la porta e si portava via la chiave.
Ossipon ebbe la visione di quegli occhiali orlati di nero che avanzavano per le strade al secondo piano di un omnibus, di quel luccichio compiaciuto che si posava ora qua ora là sui muri delle case o si abbassava sulle teste di quella corrente di gente che si riversava sulle strade ignara. L’ombra di un debole sorriso alterò per un attimo la linea delle labbra carnose di Ossipon al pensiero dei muri che si inchinavano in segno di rispetto, della gente che fuggiva alla vista di quegli occhiali. Se solo avessero saputo! Che panico!
Mormorò interrogativamente: «È molto che siete seduto qua?»
«Un’ora o poco più», rispose l’altro distratto e allungò la mano verso la birra scura. Tutti i suoi movimenti – il modo in cui afferrava il boccale e beveva, il gesto con cui posava gli occhiali spessi e quello con cui incrociava le braccia – avevano una fermezza, una precisione assoluta che rendevano il grosso e muscoloso Ossipon, chino in avanti con lo sguardo fermo e le labbra protese, l’immagine stessa di un’indecisione inquieta.
«Un’ora», disse. «Allora può darsi che non abbiate ancora udito le notizie che ho appena appreso io – in strada. O forse le sapete?».
L’omino scosse la testa in segno di reciso diniego. Ma non dimostrando poi alcuna curiosità, Ossipon si azzardò ad andare oltre, aggiungendo che del fatto aveva sentito parlare poco prima, proprio lì fuori. Un ragazzo che vendeva i giornali gli aveva urlato la notizia sotto il naso, e lui, preso completamente alla sprovvista da un fatto di quel genere, ne era rimasto così impressionato e stravolto da essere costretto a entrare con la gola secca là dove si trovavano ora. «Non pensavo mai di trovarvi qui», aggiunse parlando sottovoce, ma decisamente questa volta, e con i gomiti puntati sulla tavola.
«È qui che vengo ogni tanto», rispose l’altro mantenendo un freddo e irritante contegno di distacco.
«È incredibile che proprio voi tra tutti non abbiate udito nulla», continuò il grosso Ossipon mentre le palpebre gli sbattevano nervosamente sulle pupille lucenti. «Proprio voi tra tutti», ripeté ancora con una certa esitazione. E quella evidente esitazione rivelava una reticenza assurda e non giustificata da parte di questo grosso omone verso quell’omino calmo, che di nuovo sollevò il boccale di vetro, bevve, e lo riposò sulla tavola con un movimento brusco e deciso. E questo fu tutto. Ossipon, dopo aver invano atteso qualcosa, parola o gesto, si sforzò di assumere un contegno indifferente.
«Siete solito», e qui la voce gli si smorzò più di prima, «dare la vostra roba a chiunque vi si presenti a chiederla?»
«È mia assoluta regola non dire mai di no a nessuno – fin tanto che me ne rimane un pizzico in tasca», rispose con decisione l’omino.
«E questo è un vostro principio?»
«È un mio principio».
«E pensate che sia giusto?».
I grandi occhiali rotondi che conferivano a quel volto giallastro uno sguardo di sicurezza arrogante, si volsero verso Ossipon simili a occhi sbarrati e insonni da cui sprizzavano lampi di fuoco gelido.
«Perfettamente. Sempre. In ogni circostanza. Cosa potrebbe fermarmi? Perché non dovrei? Perché dovrei pensarci due volte?».
Ossipon trattenne prudentemente il fiato.
«Volete dire che dareste la vostra merce anche a un poliziotto se venisse a chiedervela?».
L’altro sorrise appena.
«Che vengano e ci provino, e vedrete», disse. «Mi conoscono, ma io conosco loro, uno per uno. Non si avvicinerebbero, non loro».
E le labbra livide e sottili si serrarono decise. Ossipon non era d’accordo e riprese a discutere.
«Ma potrebbero mandare qualcuno – organizzarvi una trappola, non vi pare? Ottenere quella roba da voi in qualche modo, e poi arrestarvi con la prova in mano».
«Prova di che? Di commerciare in esplosivi senza una licenza, magari». Forse fu un ghigno di disprezzo ad accompagnare la frase, ma l’espressione di quell’uomo sottile e malaticcio non cambiò affatto, né si udì alcun suono. «Non credo che ci sia uno solo di loro ansioso di fare un arresto simile. Non credo che riuscirebbero a convincere nessuno a spiccare un mandato di cattura. Neanche il più coraggioso. Nessuno».
«Perché?», chiese Ossipon.
«Perché sanno perfettamente che io sto ben attento a non separarmi dell’ultima presa della mia merce. Ce l’ho sempre con me». Si toccò leggermente il petto della giacca. «In una spessa fiaschetta di vetro», aggiunse.
«Così mi avevano detto», disse Ossipon, con un’ombra di meraviglia nella voce, «ma non sapevo se…».
«Lo sanno», interruppe l’omino vivacemente appoggiandosi all’indietro sulla spalliera della seggiola assai più alta della testa fragile e minuscola.
«Non sarò mai arrestato. Il gioco non è all’altezza di nessuno di quei poliziotti. Affrontare un uomo come me, richiede del vero eroismo senza speranza di gloria alcuna».
E le sue labbra si richiusero di colpo con uno schiocco di presunzione. Ossipon soffocò un gesto di impazienza.
«Che sia per temerarietà o anche solo per ignoranza», replicò ancora, «basterà che incarichino qualcuno che non sa che vi portate in tasca abbastanza di quella roba da far saltare voi stesso e tutto quello che c’è intorno nel raggio di una sessantina di metri».
«Non ho mai detto di non poter essere eliminato», riprese l’altro, «ma in questo caso non si tratterebbe di un arresto. E comunque, non è così facile come sembra».
«Bah!», replicò ancora Ossipon. «Non siatene troppo sicuro. Che ci vuole a organizzare una mezza dozzina di quelli per saltarvi alle spalle? Con ambedue le braccia bloccate, non potreste far nulla, o sbaglio?»
«Sì che potrei. È raro che giri per le strade quando fa buio», disse l’omino impassibile, «e mai troppo tardi comunque. Cammino sempre con la mano destra chiusa attorno a una peretta di gomma che tengo nella tasca dei pantaloni. Stringere questa peretta mette in funzione un detonatore dentro la fiaschetta che tengo in tasca. È lo stesso principio dell’otturatore pneumatico delle macchine fotografiche. C’è un tubo che sale su…».
E con un veloce gesto rivelatore lasciò intravedere a Ossipon per un attimo il tubicino di gomma, simile a un sottile verme marrone, che usciva dal giro della manica del panciotto per rituffarsi nella tasca interna della giacca. I vestiti, di un miscuglio di colori indefinito tendente al marrone, erano logori e pieni di macchie, polverosi nelle pieghe, e con le asole sfilacciate. «Il detonatore è in parte meccanico e in parte chimico», spiegò con noncurante superiorità.
«È istantaneo naturalmente?», mormorò Ossipon con un leggero brivido.
«Tutt’altro», confessò l’altro con una riluttanza che per un attimo gli deformò la bocca in una dolorosa smorfia. «Devono passare buon venti secondi dal momento in cui stringo la peretta fino al momento dello scoppio».
«No! Volete dire che ce la fareste ad affrontare una cosa simile? Io impazzirei».
«Impazzire non cambierebbe nulla. Certo che è il punto debole di questo sistema speciale che adopero solo io. Il guaio è che il modo di esplodere è sempre il punto debole per tutti. Io sto cercando di inventare un detonatore che si adatti a tutte le condizioni del caso, e anche a mutamenti di situazione improvvisi. Un meccanismo variabile e tuttavia perfettamente preciso. Un detonatore che sia davvero intelligente».
«Venti secondi», borbottò ancora Ossipon. «No! e poi…».
L’altro volse leggermente il capo e il luccichio di quegli occhiali sembrò valutare in tutta la sua ampiezza la birreria del piano interrato del famoso ristorante Silenus.
«Nessuno in questa sala potrebbe aver la speranza di cavarsela», fu il risultato di quell’esame, «nemmeno quei due che stanno salendo ora le scale».
Il pianoforte ai piedi della scala aveva ora cambiato musica, lanciandosi con impeto sfacciato in una mazurca, quasi a esibirsi fosse sopraggiunto un fantasma volgare e impudente. I tasti si alzavano e si abbassavano misteriosamente. Poi tutto tacque di nuovo. Per un attimo Ossipon immaginò il luogo sovrailluminato mutato in un atroce buco nero ribollente di fumo orribile, uno spazio soffocato da orridi mucchi di mattoni in briciole e da cadaveri mutilati. La percezione di rovina e di morte che ne trasse fu così reale che rabbrividì di nuovo. L’altro l’osservava con un’aria di tranquilla sufficienza.
«Alla fine dei conti è soltanto il carattere che decide la salvezza di una persona. Esistono ben pochi esseri al mondo il cui carattere sia solido quanto il mio».
«Mi domando come abbiate fatto», gemette Ossipon.
«Forza di carattere», disse l’altro, senza alzare la voce; e l’affermazione venendo da quell’organismo così evidentemente miserabile, indusse il robusto Ossipon a mordersi il labbro inferiore. «Forza di carattere», ripeté con calma ostentata.
«Posseggo i mezzi per seminare la morte, ma questo in se stesso, capite, non rappresenta una protezione. Quello che effettivamente conta è la certezza che hanno quelle persone della mia determinazione a usare quei mezzi. Questa è la loro impressione. Assoluta. Ecco perché sono davvero un seminatore di morte».
«Anche tra loro ci sono individui di carattere», mormorò con aria sinistra Ossipon.
«Forse. Tutto è relativo naturalmente, tant’è, per fare un esempio, che io non sono affatto impressionato da loro. Ecco dunque che sono inferiori. Non può essere altrimenti. Il loro carattere è costruito su di una moralità convenzionale. Si appoggia sull’ordine della società. Il mio non è condizionato da nulla di ciò che è artificiale. Loro sono legati a ogni tipo di convenzioni. Dipendono dalla vita che, sotto questo aspetto, è un fatto storico accompagnato da ogni genere di limiti e di considerazioni, un fatto complesso e organizzato, esposto ad attacchi su ogni fronte; mentre io dipendo dalla morte che di limiti non ne conosce e non può essere attaccata da alcunché. La mia superiorità è evidente».
«Questo è un modo trascendentale di porre il problema», disse Ossipon, osservando il freddo luccichio di quegli occhiali rotondi. «Ho sentito Karl Yundt dire pressappoco la stessa cosa non molto tempo fa».
«Karl Yundt», mormorò con disprezzo l’altro, «il delegato del Comitato Rosso Internazionale, l’ombra di un commediante da una vita. Siete in tre delegati, non è vero? Non starò qui a definire gli altri due, dato che voi siete uno di loro. Ma quello che andate dicendo non significa nulla. Siete delegati degni della propaganda rivoluzionaria, ma il guaio non è solo che siete incapaci di pensare da soli come farebbe un negoziante o un giornalista qualsiasi che si rispetti, ma che non avete alcun carattere, nessuno».
Ossipon non riuscì a trattenere uno scatto di indignazione.
«Ma che cosa volete da noi?», esclamò con un tono di voce smorzato. «Che cosa andate cercando voi stesso?»
«Un detonatore perfetto», fu la risposta perentoria. «Perché fate quella faccia? Vedete, non riuscite nemmeno a sopportare di sentir parlare di qualcosa di conclusivo».
«Non faccio nessuna faccia», bofonchiò Ossipon irritato.
«Voi rivoluzionari», continuò l’altro, con placida sicurezza, «siete gli schiavi del conformismo della società, che a sua volta ha paura di voi; schiavi di esso né più, né meno della stessa polizia che si erge a difesa di quel conformismo. È evidente che lo siete dal momento che volete rivoluzionarlo. Guida i vostri pensieri, naturalmente, come le vostre azioni, ed ecco che né i vostri pensieri, né le vostre azioni arrivano mai a concludere nulla». Si fermò tranquillo con quell’aria di infinito e impenetrabile silenzio, poi quasi subito continuò: «Non siete affatto migliori delle forze organizzate contro di voi – della polizia, per esempio. Giorni fa mi sono trovato improvvisamente di fronte all’Ispettore Capo Heat all’angolo di Tottenham Court Road. Mi ha guardato a lungo. Ma io non lo guardavo. Perché avrei dovuto concedergli più di un’occhiata? Lui aveva molte cose in mente – i superiori, la sua reputazione, i tribunali, lo stipendio, i giornali – e centinaia di altre cose. Ma io avevo in mente solo il mio detonatore perfetto. Lui non esisteva per me. Era insignificante come – non riesco a pensare a nient’altro di altrettanto insignificante da paragonargli – eccetto Karl Yundt forse. Degni l’uno dell’altro. Il terrorista e il poliziotto tutti e due della stessa pasta. Rivoluzione – legalità – le due forze si annullano; forme di ozio identiche alla base. Lui fa il suo piccolo gioco – così come fate voi della propaganda. Ma per me non è un gioco; io lavoro quattordici ore al giorno, e qualche volta arrivo ad aver fame. I miei esperimenti costano denaro di tanto in tanto, e devo fare a meno di mangiare per un giorno o due. State guardando la mia birra. Sì, ne ho già presi due bicchieri, ne berrò un altro tra poco. È una piccola festa che celebro da solo. Perché no? Ho la grinta per lavorare da solo, completamente solo, assolutamente solo. Ho lavorato da solo per anni».
Il volto di Ossipon si era fatto rosso paonazzo.
«Un detonatore perfetto – eh?», sogghignò tra sé e sé.
«Sì», replicò l’altro. «È una buona definizione. Non riuscireste a trovare niente, neanche la metà così preciso per definire la natura della vostra attività con tutti i vostri comitati e le vostre delegazioni. Sono io il vero propagandista».
«Non ho intenzione di discutere questo punto con voi», disse Ossipon, con l’aria di voler prescindere da considerazioni personali. «Ho paura tuttavia che dovrò sciuparvi la festa. È saltato in aria un uomo a Greenwich Park questa mattina».
«Come lo sapete?»
«Lo stanno urlando per le strade sin dalle due. Ho comprato il giornale e sono corso qui. Poi vi ho visto seduto a questo tavolo. Ce l’ho in tasca ora».
Tirò fuori il giornale. Un gran foglio tendente al rosa, quasi avvampato dal calore delle convinzioni rosee e soddisfatte che divulgava.
Scorse rapidamente le pagine.
«Ah, eccolo. Bomba a Greenwich Park. Non c’è molto per ora. Undici e mezza. Mattinata di nebbia. Gli effetti dell’esplosione si sono sentiti fino a Romney Road e Park Place. Un enorme buco per terra sotto un albero pieno di radici rotte e rami spezzati. Tutt’intorno i frammenti del corpo di un uomo saltato in aria. E questo è tutto. Il resto sono le solite chiacchiere giornalistiche. Dicono che certamente è stato il tentativo malvagio di far saltare l’Osservatorio. Non saprei. Suona poco credibile».
Guardò ancora il giornale per un po’ in silenzio, poi lo passò all’altro, che, dopo averci gettato uno sguardo superficiale, lo riposò senza commenti.
Fu Ossipon a parlare per primo – ancora irritato.
«I frammenti di soltanto un uomo, notate bene. Ergo si è fatto saltare in aria da solo. Questo vi rovina la giornata, o sbaglio? Ve l’aspettavate una mossa simile? Io non avevo la minima idea – neanche l’ombra di un sospetto di una cosa del genere progettata perché scoppiasse qua – in questo paese. Nelle circostanze attuali non manca nulla per considerarlo un caso criminale».
L’omino sollevò le sopracciglia nere e sottili con freddo disprezzo.
«Criminale! Che roba è? Che cos’è un crimine? Che significato può avere un’affermazione come questa?»
«Come volete che mi esprima? Si deve pur ricorrere alle parole correnti», disse impazientemente Ossipon. «Quello che voglio dire è che quest’affare può influenzare la vostra posizione in modo molto negativo in questo paese. Non vi basta un delitto così? Sono più che convinto che avete dato in giro un po’ della vostra roba ultimamente».
E Ossipon lo fissò con durezza. L’altro non si ritrasse, ma abbassò e rialzò lentamente la testa.
«Certo che sì!». Se ne uscì con rabbia in un bisbiglio intenso l’editore dei volantini A.P. «Proprio! E così la dareste generosamente in giro in questo modo, a chi ve la chiede, al primo cretino che si presenta?»
«Proprio! L’ordine sociale che si condanna non è stato costruito con la penna e l’inchiostro, e non mi sogno di pensare che l’azione combinata della penna e dell’inchiostro riusciranno a distruggerlo, non importa quel che voi ne pensiate. Certo, darei la roba con ambedue le mani a ogni uomo, donna o pazzoide cui piaccia farsi avanti. So quel che pensate. Io non prendo ispirazione dal Comitato Rosso. Non muoverei un capello se vi vedessi inseguiti fuori di qui, arrestati o decapitati, per quel che me ne importa. Quello che succede a noi individui non è di nessunissima importanza».
Parlava con disinvoltura, senza accalorarsi, quasi senza alcun sentimento, e Ossipon, che internamente ne era colpito, cercò di imitare quel distacco.
«Se la polizia qui sapesse fare il proprio mestiere vi ridurrebbe un colabrodo a colpi di rivoltella, o dovrebbe colpirvi da dietro e farvi fuori a forza di botte alla piena luce del giorno».
Sembrava che l’omino avesse già preso in considerazione questa possibilità alla sua maniera indifferente e presuntuosa.
«Sì», annuì con prontezza immediata, «ma per fare questo dovrebbero fare i conti con le proprie istituzioni. Capite? E questo richiede una grinta non comune. Una grinta tutta speciale».
Ossipon ammiccò.
«Immagino sia proprio quello che accadrebbe se decideste di installare il vostro laboratorio negli Stati Uniti. Non fanno tante cerimonie con le proprie istituzioni da quelle parti».
«Non ci sono molte probabilità ch’io vada a costatarlo di persona. Peraltro avete fatto una giusta osservazione», ammise l’altro. «Hanno più carattere laggiù, ed è un carattere essenzialmente anarchico. Terreno fertile per noi, gli Stati Uniti – ottimo terreno. La grande Repubblica ha in sé i germi della distruzione. Il temperamento della collettività è ribelle a ogni legge. Eccellente. Possono finirci a fucilate, ma…».
«Siete troppo trascendentale per me», si lamentò Ossipon, alquanto depresso.
«Sono logico», protestò l’altro. «Ci sono molti tipi di logica. Questo è del tipo illuminato. L’America va bene. È questo paese che è pericoloso, con la sua concezione idealistica della legalità. Lo spirito sociale della gente è avvolto in pregiudizi scrupolosi, e ciò risulta fatale per il nostro lavoro. Parlate dell’Inghilterra come del nostro unico rifugio! Tanto peggio! E la nostra Capua! A cosa ci serve un rifugio? Da queste parti si parla, si stampa, si trama, e non si fa nulla. Oso dire che è molto comodo per i tipi come i Karl Yundt».
Scrollò leggermente le spalle, e aggiunse con la consueta aria di placida sicurezza: «Il nostro scopo dovrebbe essere quello di spezzare le superstizioni e gli idoli della legalità. Niente mi piacerebbe più che vedere l’ispettore Heat e i suoi simili che si mettono a fucilarci in pieno giorno con l’approvazione del pubblico. Metà della nostra battaglia sarebbe vinta allora: la disintegrazione della vecchia moralità avrebbe preso il via proprio dal suo stesso tempio. Questo è ciò cui dovreste mirare. Ma voi rivoluzionari non lo capirete mai. Programmate il futuro, vi perdete in sogni di sistemi economici che si dipartono dalla realtà che già esiste; mentre ciò che serve è un bel colpo di ramazza e un inizio chiaro di una nuova concezione della vita. Questo tipo di futuro si gestirà da solo se solo voi gli lascerete lo spazio. Ecco perché se ne avessi a sufficienza getterei la mia roba a palate in mucchi agli angoli delle strade; e poiché non ne ho, faccio tutto quello che posso cercando di perfezionare un detonatore sul quale si possa veramente fare affidamento, un detonatore davvero perfetto».
Ossipon, che mentalmente aveva fino ad allora navigato con difficoltà in acque profonde, si buttò sull’ultima frase come si fosse trattato di una tavola di salvezza a cui aggrapparsi.
«Sì, voi e i vostri detonatori. Non mi meraviglierei affatto che a far piazza pulita dell’uomo nel parco sia stato uno dei vostri detonatori».
Un’ombra di fastidio oscurò il volto cupo e determinato che era di fronte a Ossipon.
«Il mio problema consiste proprio nella prova pratica dei vari tipi. È necessario provarli dopotutto. Inoltre…».
Ossipon interruppe.
«Chi poteva essere quel tizio? Vi assicuro che noi qui a Londra non ne sapevamo niente. Non sareste in grado di descrivere la persona alla quale avete dato la roba?»
L’altro diresse gli occhiali su Ossipon come fossero un paio di riflettori.
«Descriverlo», ripeté lentamente. «Non credo ci possa essere la minima obiezione ora. Ve lo descriverò in una parola – Verloc».
Ossipon, che la curiosità aveva spinto qualche centimetro fuori dal suo sedile, ricadde all’indietro, come fosse stato colpito in pieno volto.
«Verloc! Impossibile».
L’omino del tutto padrone di sé annuì leggermente con un unico cenno del capo.
«Sì. È lui la persona. Non potrete dire che in questo caso avrei dato la roba al primo venuto. Si trattava di un membro importante del gruppo, per quel che ne so».
«Sì», disse Ossipon. «Importante. No, non esattamente. Era il centro del Servizio Segreto e riceveva di solito i compagni in arrivo. Più utile che importante. Uomo senza idee. Anni fa era solito parlare nelle riunioni – in Francia, credo. Non molto bene, tuttavia. Tipi come La Torre, Moser, e tutto quel vecchio gruppo si fidavano di lui. L’unico talento di cui effettivamente faceva sfoggio era l’abilità di eludere in qualche modo l’attenzione della polizia. In questo caso, per esempio, non sembra che fosse sorvegliato molto da vicino. Era regolarmente sposato, sapete. Suppongo sia stato con il denaro di lei che ha messo su quel negozio. Sembra che lo facesse anche rendere».
Ossipon si fermò bruscamente, e borbottò tra sé e sé: «Mi domando cosa farà la donna ora?». E rimase a pensare.
L’altro aspettava con ostentata indifferenza. Era costui un uomo di cui nessuno conosceva bene le origini ed era noto nell’ambiente con il soprannome di Professore. Il diritto a questo titolo gli veniva dall’essere stato un tempo assistente di laboratorio di chimica in qualche istituto tecnico. Aveva litigato con le autorità su un problema di trattamento salariale iniquo. In seguito aveva ottenuto un posto nel laboratorio di una fabbrica di tinture. Anche là era stato trattato con ributtante ingiustizia. Le lotte, le privazioni, il duro lavoro cui si era sottoposto per sollevarsi nella scala sociale, lo avevano riempito di una talmente esaltata convinzione dei propri meriti che era estremamente difficile che il mondo lo ripagasse con la giustizia dovuta – dove l’entità di questo concetto veniva soprattutto a dipendere dalla pazienza dell’individuo in questione. Il Professore aveva genio, ma mancava della grande virtù sociale della rassegnazione.
«Intellettualmente inesistente», Ossipon proferì a voce alta, abbandonando improvvisamente l’intima contemplazione della vedova Verloc e dei suoi affari. «Assolutamente una personalità mediocre. Sbagliate a non mantenervi in maggior contatto con i compagni, Professore», aggiunse con un tono di rimprovero, poi proseguì: «Vi ha detto niente – vi ha dato qualche idea delle sue intenzioni? Io non lo vedevo da un mese. Sembra impossibile che sia morto».
«Mi ha detto che ci sarebbe stata una dimostrazione ai danni di un edificio», disse il Professore. «Dovevo sapere almeno quel tanto per preparare l’ordigno. Gli feci notare che avevo appena una quantità sufficiente per un risultato di distruzione completa, ma lui insistette calorosamente perché facessi del mio meglio. Dato che voleva qualcosa che potesse essere tenuta apertamente in mano, gli proposi di usare una vecchia latta di vernice da cinque litri circa che per caso avevo presso di me. L’idea gli piacque. Mi ha dato dei problemi perché ho dovuto tagliare il fondo prima e poi risaldarlo dopo. Una volta pronto il contenitore conteneva un barattolo a bocca larga di vetro spesso, ben tappato, avvolto da argilla umida e contenente sedici once di polvere verde X2. Il detonatore era collegato con il coperchio avvitato del barattolo. Era ingegnoso – una combinazione di tempo e urto. Gli ho spiegato il sistema. Era un sottile tubo di latta che conteneva…».
L’attenzione di Ossipon vagava altrove.
«Cosa pensate sia accaduto?»
«Non posso dirlo. Ha avvitato più stretto il coperchio, stabilendo così il collegamento, e poi ha dimenticato il tempo. Era programmato per venti minuti. D’altra parte, una volta scattato il contatto, un urto violento avrebbe immediatamente fatto partire l’esplosione. Insomma, o ha agito troppo in fretta, o ha aspettato troppo o semplicemente ha lasciato cadere l’ordigno. Il contatto era studiato in modo giusto – su questo non ho dubbi. Il sistema funzionava perfettamente. E tuttavia c’era la possibilità che un pazzo qualsiasi nella fretta potesse con molta facilità dimenticarsi di stabilire il contatto. E questo tipo di insuccesso che mi ha sempre preoccupato più di tutto. Ma esistono tanti tipi di pazzoidi, più di quanti si possa prevedere. Non ci si può aspettare che un detonatore sia assolutamente a prova di pazzia».
Fece cenno a un cameriere. Ossipon sedeva rigido, con lo sguardo astratto di un interiore travaglio. Dopo che il cameriere se ne fu andato con i soldi, si scosse, e l’espressione era di disagio profondo.
«È estremamente spiacevole per me», mormorò tra sé e sé. «Karl è a letto con la bronchite da una settimana. C’è perfino la probabilità che non ce la faccia più a rialzarsi. Michaelis se la spassa in qualche parte del paese. Un editore alla moda gli ha offerto cinquecento sterline per un libro. Sarà un insuccesso mostruoso. Ha perso l’abitudine di pensare con conseguenza logica in prigione, sapete».
Il Professore in piedi, abbottonandosi il cappotto, lo guardò con indifferenza totale.
«Che avete intenzione di fare?», chiese Ossipon, stancamente. Temeva il biasimo del Comitato Rosso Centrale, un organismo che non aveva una sede permanente come dimora, e sui cui componenti non aveva informazioni precise. Se questo affare finiva con il blocco del modesto sussidio concesso alla pubblicazione dei volantini A.P., allora davvero avrebbe dovuto rimpiangere l’inspiegabile follia di Verloc.
«La solidarietà con le forme più estreme di azione è una cosa, e la temerarietà stupida è un’altra», e nel suo malumore c’era una sorta di brutalità. «Non capisco che gli è preso a Verloc. C’è qualche mistero in questa storia. Comunque, lui non c’è più ora. Prendetela come volete, ma date le circostanze l’unica politica per il gruppo militante rivoluzionario è sconfessare ogni relazione con questa vostra dannata sciocchezza. Come rendere abbastanza convincente questa sconfessione è quel che più mi preoccupa».
L’omino in piedi, con il cappotto abbottonato, pronto ad andarsene, non raggiungeva in altezza Ossipon ancora seduto. Diresse gli occhiali direttamente sul volto di quest’ultimo.
«Potreste chiedere alla polizia una prova testimoniale della vostra buona condotta. Loro sanno perfettamente dove ognuno di voi ha dormito la notte scorsa. Forse chiedendoglielo acconsentirebbero a pubblicare un qualche tipo di dichiarazione ufficiale».
«Certo è che sono assolutamente consapevoli del fatto che non abbiamo avuto nulla a che fare con questa storia», borbottò Ossipon con amarezza. «Quello poi che diranno è un’altra faccenda». Rimase pensieroso, dimenticando la bassa figura adunca e trasandata che stava in piedi al suo fianco… «Devo rintracciare Michaelis subito, e farlo parlare sinceramente a una delle nostre riunioni. Il pubblico ha un debole tutto suo di carattere sentimentale per quel tipo. Il suo nome è noto. E io sono in contatto con qualche reporter di grossi quotidiani. Non riuscirà a dire che sciocchezze, ma ha un modo di dirle che le fa funzionare lo stesso».
«Come la melassa», intervenne il Professore, a voce bassa, mantenendo un’espressione impassibile.
Ossipon perplesso andò avanti per conto proprio parlando a voce intelligibile solo a metà, come un uomo che si ferma a riflettere in perfetta solitudine.
«Maledetto somaro! Lasciarmi un affare così imbecille sulle spalle! E non so nemmeno se…».
Sedette con la bocca serrata. L’idea di andare come prima cosa al negozio per saperne di più non lo attirava. Aveva la convinzione che il negozio di Verloc poteva già rappresentare una trappola della polizia. Dovranno fare qualche arresto per forza, pensava, con qualcosa di simile a un’indignazione virtuosa; il tranquillo tenore della sua vita rivoluzionaria, infatti, era minacciato senza che ne avesse alcuna colpa. E tuttavia a meno di non andare là, correva il rischio di rimanere nell’ignoranza di ciò che magari gli era essenziale conoscere. Poi pensò che se davvero l’uomo nel parco era saltato in pezzi come i giornali della sera avevano detto, non avrebbe potuto essere identificato. E se le cose stavano così, la polizia non avrebbe avuto motivo di sorvegliare da vicino il negozio di Verloc più di qualsiasi altro posto noto per essere frequentato da anarchici schedati. Non più ragioni di quante ne avrebbero avute di sorvegliare le porte del Silenus. Ci sarebbe stata moltissima sorveglianza ovunque, da qualsiasi parte andasse. Tuttavia…
«Mi domando cosa è meglio che faccia ora?», mormorò cercando consiglio con se stesso.
Una voce stridente al suo fianco disse con disprezzo trattenuto:
«Buttati sulla donna, sempre che ne valga la pena».
E con queste parole il Professore si allontanò dalla tavola. Ossipon, preso alla sprovvista da quella dimostrazione di intuito psicologico, fece l’atto di balzare in avanti, ma rimase immobile, con un’espressione di scoramento dipinta sul volto, come fosse saldamente inchiodato al fondo della sedia. Il pianoforte solitario, senza che ad aiutarlo ci fosse neppure lo sgabello del pianista, attaccò coraggiosamente qualche nota, e iniziando con una selezione delle arie nazionali, chiuse infine con il motivo delle The Blue Bells of Scotland. E quelle note dolorosamente isolate si affievolirono alle sue spalle mentre lentamente risaliva al piano di sopra, traversava la sala ed era di nuovo in strada.
Di fronte alla grande entrata una fila lugubre di venditori di giornali, rimanendo fuori dal marciapiede, offriva la propria mercanzia dal rigagnolo ai bordi della strada. Era una giornata fredda e malinconica dell’inizio di primavera; il cielo grigio, il fango, gli stracci di quegli uomini sudici armonizzavano in modo eccellente con quell’inondazione di cartaccia umida e inutile, sporca d’inchiostro di stampa. I cartelloni affissi, maculati da schizzi di fango, guarnivano come una tappezzeria la parete a ridosso del marciapiede. Gli affari andavano bene per i giornali del pomeriggio, tuttavia, accanto al veloce e costante procedere del traffico pedonale, l’effetto era di indifferenza, di una distribuzione trascurata. Ossipon gettò in fretta uno sguardo in ambedue le direzioni prima di immergersi nelle correnti di traffico che si incrociavano; ma il Professore era già fuori vista.
Capitolo quinto
Il Professore aveva deviato per una strada a sinistra, continuando a camminare con il capo rigidamente eretto in mezzo a una folla dove quasi ogni individuo dominava dall’alto la sua statura meschina. Era inutile fingere con se stesso di non essere deluso. Ma questi non erano che sentimentalismi; lo stoicismo dei suoi pensieri non poteva essere disturbato da questo o da un altro fallimento. La prossima volta, o la volta dopo ancora, un colpo significativo sarebbe certamente stato inferto – qualcosa di veramente sconvolgente – un colpo in grado di aprire la prima breccia nel fronte imponente del grande edificio dei princìpi della legalità, là dove albergano le più atroci ingiustizie sociali. Di origini umili e di aspetto meschino al punto da intralciarlo al di là dei pur considerevoli altri suoi doni di natura, fin da ragazzo, il Professore aveva avuto l’immaginazione infiammata dai racconti delle esperienze di quanti erano rapidamente saliti dagli abissi della povertà a posizioni di autorità e ricchezza. L’estrema, quasi ascetica purezza dei suoi pensieri, insieme a un’impressionante ignoranza delle cose del mondo, gli avevano posto dinanzi un obiettivo di prestigio e di potere da raggiungersi senza l’intervento di alcuna arte, senza grazie, tatto o ricchezza – con l’unico apporto del merito personale. E in quanto a questo si considerava destinato a un indiscutibile successo. Il padre, un entusiasta, cupo e malaticcio dalla fronte sfuggente, era stato un predicatore itinerante e provocatore di qualche oscura, ma rigida setta cristiana – ed era uomo profondamente fiducioso nei privilegi della giustizia. Nel figlio, individualista per temperamento, una volta che la scienza dell’università ebbe sostituito completamente la fede delle conventicole, questo atteggiamento morale si tradusse in un puritanesimo frenetico di ambizione. Egli coltivò quest’aspirazione come qualcosa di laicamente santo. Vederla frustrata gli aprì gli occhi sulla vera natura del mondo, sulla sua moralità superficiale, corrotta e blasfema. La strada delle rivoluzioni, anche delle più giuste, è preparata da impulsi di carattere personale mascherati da ideologie. L’indignazione del Professore trovò in se stessa la ragione suprema che lo assolse, ai suoi occhi, dal peccato di volgersi alla distruzione come strumento per la realizzazione della sua vanità. Distruggere la fiducia del pubblico nella legalità era la formula sia pure imperfetta del suo fanatismo pedante, ma l’intima convinzione che la struttura di un ordine sociale consolidato non potesse essere veramente fatta a pezzi se non per tramite di una qualche forma di violenza collettiva o individuale era corretta e precisa. Egli era uno strumento di moralità – questo era ben chiaro nella sua mente. Facendo funzionare la sua organizzazione con temerario disprezzo forniva a se stesso un’immagine di potere e di prestigio personale. E queste erano certezze per il suo rancore vendicativo, balsamo per tanta inquietudine; a modo loro i rivoluzionari più accesi forse altro non fanno che cercar una qualche pace comune con il resto dell’umanità – la pace della vanità appagata, degli appetiti soddisfatti e forse di una coscienza tranquilla.
Perso tra la folla, corto e meschino, egli meditava fiducioso sul suo potere e intanto la mano nella tasca sinistra dei pantaloni teneva senza stringerla la peretta di gomma elastica, garanzia suprema della sua sinistra libertà; ben presto tuttavia cominciò a irritarsi alla vista della via ingombra di veicoli e di quei marciapiedi affollati da uomini e donne. Si trovava in una lunga strada dritta, popolata da quella che era solo una frazione minima dell’immensa folla; e tuttavia egli sentiva tutt’intorno, più avanti, più lontano, fino ai limiti dell’orizzonte nascosto alla sua vista dagli enormi agglomerati di mattoni, la potenza numerica della massa dell’umanità. Venivano avanti a sciami numerosi come locuste, industriosi come formiche, istintivi come una forza della natura, si spingevano l’un l’altro a tentoni, ordinati e assorti, inaccessibili al sentimento, a ogni logica e forse anche al terrore.
Ecco il tipo di dubbio che più di ogni altro lo spaventava. Inaccessibili alla paura! Spesso, passeggiando per le strade, quando gli accadeva – perché anche a lui accadeva qualche volta – di non essere del tutto in sé, si sentiva assalire da attimi come questi di razionale e paurosa sfiducia nel genere umano. E se nulla avesse potuto smuoverli? Momenti simili capitano a tutti gli uomini la cui ambizione mira a una presa diretta sull’umanità – agli artisti, ai politici, ai pensatori, ai riformatori, e persino ai santi. Uno stato emozionale da non augurarsi a nessuno, e contro questa solitudine aiuta a resistere un carattere superiore; e il Professore pensava con esultanza severa al rifugio della sua camera con la credenza chiusa a chiave, a quel luogo sperso nello squallore di povere case, eremitaggio perfetto per un anarchico. Per raggiungere prima il punto dove avrebbe potuto prendere l’autobus, lasciò bruscamente la strada affollata girando in un vicoletto buio, lastricato di pietre. Su uno dei due lati le case basse di mattoni avevano nelle finestre polverose lo sguardo cieco e moribondo dei malati incurabili – conchiglie vuote in attesa di demolizione. Dall’altra parte la vita non era ancora scomparsa del tutto. Dietro a un’unica lampada a gas sbadigliava la caverna di un mercante di mobilia di seconda mano, dove, dall’oscurità di una specie di stretto percorso che si snodava all’interno di una bizzarra foresta di armadi, tra un intricato sottobosco di gambe di tavolini, un’alta specchiera brillava come uno stagno d’acqua nel verde. Un divano infelice, senza fissa dimora, accanto a due poltrone scompagnate era rimasto ad aspettare di fuori. L’unico essere umano oltre al Professore che si serviva di quel vicolo, e che avanzava dritto e impavido dalla direzione opposta, arrestò di colpo la sua andatura elastica.
«Salve!», disse, e si fece leggermente da parte guardingo.
Il Professore si era già arrestato con una mezza giravolta rapida, sfiorando la parete opposta con le spalle. Posò con leggerezza la mano destra sulla spalliera del divano abbandonato, e intanto la sinistra rimaneva di proposito affondata nella tasca dei pantaloni; gli occhiali rotondi dalla montatura pesante impartivano a quel suo volto scuro e imperturbabile un’aria particolarmente arcigna.
Era come incontrarsi in un corridoio laterale di una residenza piena di vita. L’uomo impavido portava un soprabito nero abbottonato fino al bavero e aveva con sé un ombrello. Il cappello calzato all’indietro gli scopriva un buon tratto di fronte che nell’oscurità appariva bianchissima. In mezzo alle macchie oscure delle orbite brillavano penetranti le pupille. Aveva baffi lunghi e spioventi, del colore del grano maturo che scendevano a incorniciare la forma quadrata del mento ben rasato.
«Non sei tu che sto cercando», disse bruscamente.
Il Professore non si mosse di un millimetro. L’insieme dei rumori dell’immensa città sembrarono attutirsi fino a divenire un mormorio inintelligibile e confuso. Il Capo Ispettore Heat del Dipartimento Speciale Omicidi cambiò tono.
«Non hai fretta di rientrare a casa?», chiese semplicemente con tono vagamente beffardo.
Il piccolo e corrotto agente morale della distruzione, gioì silenziosamente del proprio prestigio personale che gli permetteva di tenere sotto controllo quest’uomo armato del mandato di difendere una società in pericolo. Più fortunato di Caligola il quale si augurava che il senato romano avesse un’unica testa per meglio soddisfare la sua brama di crudeltà, egli contemplava in quell’uomo tutte le forze che aveva sfidato, la forza della legge, della proprietà, dell’oppressione e dell’ingiustizia. Guardava tutti questi suoi nemici e senza paura li poneva l’uno accanto all’altro in un supremo compiacimento di vanità. Essi rimanevano perplessi a lui di fronte, come davanti a un prodigio spaventoso. Nel suo intimo si sentiva sadicamente compiaciuto che il caso gli avesse offerto quest’incontro per affermare la sua superiorità sull’intera folla umana.
Perché era davvero un incontro casuale. L’Ispettore Capo Heat aveva avuto un giornata sgradevolmente piena da quando il Dipartimento aveva ricevuto il primo telegramma da Greenwich, poco prima delle undici. Innanzi tutto il fatto che l’attentato fosse avvenuto neanche una settimana dopo che lui stesso in persona aveva assicurato a un alto funzionario di non temere alcun risveglio di attività anarchica, era di per sé molto spiacevole. Se mai si era sentito sicuro di una dichiarazione, era stato allora. E quella dichiarazione l’aveva fatta sentendosi infinitamente soddisfatto, perché era chiaro che l’alto funzionario desiderava moltissimo sentirsi dire proprio questo. Aveva affermato che niente del genere poteva anche solo essere concepito senza che il Dipartimento ne venisse a conoscenza in ventiquattro ore; e aveva parlato in questi termini nella consapevolezza di essere il grande esperto del dipartimento. Si era lasciato anche andare al punto di proferire parole che, volendo essere veramente saggi, sarebbe stato meglio tacere. Ma l’Ispettore Capo Heat non era poi molto saggio – o almeno non lo era in modo sincero. Un giudizio sincero, che in questo mondo di contraddizioni non vuole che si dia mai nulla per certo, gli avrebbe impedito di raggiungere la sua posizione attuale. Avrebbe allarmato i suoi superiori, e avrebbe eliminato ogni probabilità di promozione. E la sua promozione era stata rapida davvero.
«Non esiste uno di loro, signore, che non saremmo in grado di acciuffare a qualsiasi ora del giorno o della notte. Sappiamo ora per ora quello che stanno facendo». E l’alto funzionario s’era degnato di sorridere. Questa era così ovviamente la cosa giusta da dire per un funzionario della reputazione dell’Ispettore Capo Heat che tutto si era svolto nel migliore dei modi. L’alto funzionario credeva a quella dichiarazione, che coincideva con la sua idea della giustizia delle cose. Aveva una saggezza da funzionario, o altrimenti avrebbe potuto riflettere su un fatto che non la teoria ma l’esperienza insegna, che nel materiale, finemente tessuto, dei rapporti tra cospiratore e polizia avvengono inaspettate soluzioni di continuità, buchi improvvisi nello spazio e nel tempo. Un determinato anarchico può essere sorvegliato passo dopo passo e minuto per minuto, ma viene sempre il momento in cui, per un motivo o per l’altro, viene perso di vista, e non si ha contatto con lui per qualche ora, e durante questo tempo (generalmente il tempo per un’esplosione) qualcosa, più o meno grave, può accadere. Ma l’alto funzionario, trascinato lontano dal suo concetto delle cose giuste al momento giusto, aveva sorriso, e ora il ricordo di quel sorriso era quanto mai sgradevole per l’Ispettore Capo Heat, principale esperto nel trattamento degli anarchici.
Né questa era l’unica circostanza il cui ricordo deprimeva la consueta serenità dell’eminente specialista. Ce n’era un’altra che risaliva solo a quella stessa mattina. Il pensiero che, quando era stato urgentemente chiamato nella stanza privata del Vice Commissario egli non era stato in grado di mascherare il proprio stupore, era ancora bruciante.
Il suo istinto di uomo di successo gli aveva insegnato da lungo tempo che, come regola generale, la reputazione di una persona si basa altrettanto sui comportamenti che sui fatti veri e propri. Sentiva che la sua reazione di fronte al telegramma non era stata all’altezza della situazione. Aveva spalancato gli occhi e aveva esclamato «Impossibile!», esponendosi di conseguenza all’inoppugnabile replica di un dito puntato a forza sul telegramma che il Vice Commissario, dopo aver letto a voce alta, aveva gettato sulla scrivania. Sentirsi stritolato, per così dire, sotto la punta di un indice non era stata un’esperienza piacevole. Certamente anche dannosa. Oltretutto, il Capo Ispettore Heat era consapevole di non aver migliorato le cose permettendosi di esprimere una sua convinzione.
«Una cosa vi posso dire subito: nessuno del nostro gruppo ha avuto niente a che fare con questa storia».
Si sentiva forte nella sua superiorità di buon detective, ma si rendeva ora conto che un atteggiamento di riserva impenetrabile e attenta verso questo incidente avrebbe giovato meglio alla sua reputazione. D’altra parte ammetteva con se stesso che era difficile conservare la propria reputazione quando ci si mettevano di mezzo persone estranee all’ambiente. Gli estranei sono la rovina della polizia come di altre professioni. Il tono delle osservazioni del Vice Commissario era stato aspro abbastanza da allegare i denti.
E dall’ora di colazione l’Ispettore Capo Heat non era riuscito a mangiar nulla.
Subito partito per il luogo del delitto allo scopo di dare inizio alle indagini, aveva già dovuto ingoiare nel parco una buona dose di nebbia gelida e malsana. Poi era andato a piedi fino all’ospedale; e quando finalmente l’indagine di Greenwich era finita, aveva perso ogni desiderio di cibo. Non avvezzo, come lo sono i dottori, a esaminare da vicino i resti maciullati di esseri umani, era rimasto sconvolto dallo spettacolo che si era offerto ai suoi occhi quando un lenzuolo di cerata era stato sollevato da una tavola in un certo reparto dell’ospedale.
Un altro lenzuolo di cerata era steso, sotto il primo, su quella stessa tavola a modo di tovaglia con i quattro angoli ripiegati sopra un mucchietto informe – un mucchio di stracci bruciacchiati e macchiati di sangue che seminascondevano quella che avrebbe potuto essere una raccolta di materia prima per un festino di cannibali. Ci voleva una bella forza d’animo per non scappare davanti a quello spettacolo. L’Ispettore Capo Heat, efficiente funzionario del suo Dipartimento, rimase al suo posto, ma per un intero minuto non si fece avanti. Un agente della zona in uniforme gettò un’occhiata di traverso e osservò con flemmatica laconicità:
«È tutto là. Non manca niente. È stata una bella fatica».
Era stato lui il primo ad accorrere sul posto dopo l’esplosione. Ripeté il fatto un’altra volta. Aveva visto qualcosa come il forte chiarore di un lampo nella nebbia. In quel momento stava davanti alla porta della residenza di King William Street, e stava parlando con il custode. La deflagrazione lo aveva fatto saltar su di colpo. Era corso tra gli alberi verso l’Osservatorio. «Veloce come le gambe riuscivano a portarmi», ripeté per due volte.
L’Ispettore Capo Heat, chino sulla tavola in un atteggiamento prudente e disgustato, lo lasciava parlare. Il portantino dell’ospedale e un altro uomo abbassarono gli angoli del telo, e si fecero da parte. Gli occhi dell’Ispettore Capo frugarono per qualche macabro dettaglio in quel mucchio di roba tutta mischiata, che aveva l’aria di essere stata raccattata in un mattatoio e da uno straccivendolo.
«Avete usato una pala», notò, osservando la presenza sparsa di ghiaia, pezzetti minuscoli di corteccia marrone, e particelle di legno sminuzzato in frammenti sottili come aghi.
«Ho dovuto in un punto», rispose l’agente imperturbabile. «Ho mandato un custode a prendere una vanga. E quando ha sentito che ci grattavo per terra, ha appoggiato la fronte a un albero e ha vomitato l’anima sua».
L’Ispettore Capo, chinandosi discretamente sul tavolo, lottò per rimandare indietro la sensazione spiacevole che aveva in gola. La violenza devastante della distruzione che aveva fatto di quel corpo un mucchio di frammenti anonimi si rifletteva sui suoi sentimenti con un senso di crudeltà spietata; la ragione tuttavia gli diceva che l’effetto doveva essere stato veloce come il lampo di un fulmine. L’uomo, chiunque fosse, era morto all’istante; e tuttavia sembrava impossibile credere che un corpo umano poteva aver raggiunto quello stato di disintegrazione senza passare attraverso le sofferenze di un’agonia inimmaginabile. Senza essere un fisiologo e tanto meno un metafisico, l’Ispettore Capo Heat si elevava con la forza della compassione, che è anche una forma di paura, al di sopra della concezione comune del tempo. Istantaneo! Si ricordava di quanto aveva letto da sempre in pubblicazioni divulgative di sogni lunghi e terrificanti compresi in un attimo di coscienza; dell’intero passato rivissuto con intensità paurosa da un uomo in procinto di affogare, mentre la testa ormai condannata emerge dall’acqua, urlante, per l’ultima volta. Gli inesplicabili misteri dell’esistenza cosciente ossessionavano l’Ispettore Capo Heat fino a indurlo a sviluppare l’orribile idea che secoli di dolore atroce e di tortura mentale potevano essere contenuti tra due successivi battiti di ciglia. E intanto egli continuava a gettare occhiate al tavolo con il volto calmo e l’attenzione vagamente preoccupata di un cliente povero che si china su quelli che potrebbero definirsi i sottoprodotti di un negozio di macelleria, in vista di un pranzo domenicale a buon mercato. E durante tutto questo tempo le sue lungamente allenate facoltà di eccellente investigatore che non trascura alcuna possibilità di informazione, seguivano la compiaciuta e sconnessa loquacità dell’agente.
«Un uomo chiaro di capelli», osservò quest’ultimo in tono placido, e fece una breve pausa. «La vecchia con cui ha parlato il sergente ha detto di aver notato un tizio che usciva dalla stazione di Maze Hill», nuova pausa, «ed era uno con i capelli chiari. Ha visto due uomini che uscivano dalla stazione dopo che il treno della linea n. 1 se ne era andato», continuò con lentezza. «Non avrebbe potuto dire se erano insieme. Non ha fatto particolarmente attenzione a quello grosso, ma l’altro era un tipo magro e chiaro di capelli e portava un barattolo di vernice in mano». L’agente si fermò.
«Conosci la donna?», brontolò l’Ispettore Capo con gli occhi fissi sulla tavola e in mente il sentore vago di un’inchiesta destinata a condursi su un individuo che con ogni probabilità sarebbe rimasto ignoto per sempre.
«Sì, è la governante di un oste in pensione, e ogni tanto la si vede nella cappella di Park Place», l’agente parlava dandosi del tono, e si fermò con un’altra occhiata obliqua al tavolo. Poi improvvisamente: «Insomma, eccolo qua – tutto quello che sono riuscito a vedere di lui. Biondo. Magro – abbastanza magro. Guardi questo piede qui. Prima ho raccolto le gambe, una e poi l’altra. I pezzi erano sparsi dappertutto, non si sapeva da dove cominciare».
L’agente si interruppe; l’ombra rapidissima di un sorriso innocente e compiaciuto dava alla sua faccia tonda un’espressione infantile.
«Ha inciampato», annunciò decisamente. «Una volta sono inciampato anch’io, e ho dato pure una bella zuccata, mentre correvo. Quelle radici spuntano fuori ovunque in quella zona. Ha inciampato sulle radici di un albero ed è caduto, e quella cosa che portava deve essergli scoppiata proprio sotto il petto, credo».
L’eco delle parole «individuo ignoto» che continuavano a farsi sentire nell’intimo della sua coscienza, preoccupavano in modo considerevole l’Ispettore Capo. Avrebbe voluto risalire alle origini misteriose di questa storia anche per propria soddisfazione personale. Era professionalmente curioso. Gli sarebbe piaciuto rivendicare l’efficienza del proprio Dipartimento agli occhi del pubblico stabilendo l’identità di quell’uomo. Era un leale servitore dello Stato. Questo obiettivo, tuttavia appariva lontanissimo. La prima parte del problema era indecifrabile – non dava alcuna chiave di lettura se non quella della crudeltà più atroce.
Superando la ripugnanza fisica, l’Ispettore Capo Heat tese la mano senza convinzione quasi per scrupolo di coscienza e sollevò il meno sporco tra quegli stracci. Era una striscia sottile di velluto che finiva in un pezzo triangolare più largo di stoffa blu scuro. La sollevò fino all’altezza degli occhi; e si udì ancora l’agente di polizia:
«Un colletto di velluto. È buffo che la donna abbia notato il colletto di velluto. Un soprabito blu scuro con un colletto di velluto, ci ha detto. È lui quello che aveva visto, non c’è dubbio. Eccolo qua, tutto completo, colletto di velluto e tutto. Non credo di essermi fatto sfuggire neanche un pezzetto piccolo come un francobollo».
Fu a questo punto che l’intuito addestrato dell’Ispettore Capo smise di seguire la voce dell’agente. Si avvicinò a una delle finestre per aver più luce. Il volto, mentre dava le spalle al tavolo, esprimeva uno stupito, intenso interesse, e intanto esaminava più da vicino il pezzetto triangolare di tessuto fine. Con un gesto improvviso ne strappò una parte, e solo dopo che se l’ebbe ficcata in tasca, si rivolse di nuovo verso l’uditorio, e ributtò sul tavolo il collo di velluto.
«Coprite», ordinò agli inservienti, seccamente senza più guardare, e, ossequiato dall’agente, in fretta portò in salvo la sua preda.
Il treno giusto lo riportò rapidamente in città, solo e immerso in pensieri profondi, in uno scompartimento di terza classe. Quel pezzo di stoffa bruciacchiata aveva un valore incredibile, e non riusciva a fare a meno di stupirsi per la casualità del modo in cui ne era venuto in possesso. Era come se il destino gli avesse messo questa chiave in mano. E, al modo dell’uomo della strada, la cui ambizione è comandare agli eventi, cominciò a sottovalutare quel successo gratuito e accidentale – solo perché gli sembrava che in qualche modo gli fosse stato imposto. Il valore pratico del successo dipende non poco dal modo in cui lo si guarda. Ma il destino non guarda nulla. Non ha scelta. E così egli non considerava più principale e ambito obiettivo lo stabilire pubblicamente l’identità dell’uomo che quel mattino si era fatto saltare in aria con tanto successo. Ma non era certo dell’atteggiamento che avrebbe preso il suo Dipartimento. Un Dipartimento è per i propri dipendenti una personalità complessa con idee e anche capricci tutti suoi. Dipende dalla lealtà fedele dei propri sottoposti, e la lealtà devota dei dipendenti fedeli è associata a una certa dose di disprezzo affettuoso che serve, si potrebbe dire a rendere il giogo più leggero. Per una provvida scelta della natura nessun uomo è un eroe agli occhi del proprio maggiordomo, o altrimenti gli eroi sarebbero costretti a spazzolarsi i vestiti da soli. E allo stesso modo nessun Dipartimento appare privo di difetti nell’intimità della consuetudine con i propri impiegati. Un Dipartimento non sa quello che sanno alcuni dei suoi dipendenti. Essendo un organismo astratto, non può essere perfettamente informato. Non sarebbe bene del resto per la sua stessa efficienza sapere troppo. L’Ispettore Capo Heat scese dal treno in uno stato di perplessità assolutamente privo di qualsiasi sentimento sleale, ma non completamente libero da quella gelosa diffidenza che così spesso cresce sul terreno della devozione perfetta, sia essa rivolta alle donne o alle istituzioni.
Fu in questo stato d’animo, fisicamente svuotato, ma ancora nauseato da quanto aveva visto, che si era imbattuto nel Professore. In circostanze come queste che, da sole, giustificano uno stato di irascibilità in un uomo sano e normale, era naturale che questo incontro risultasse particolarmente sgradito all’Ispettore Capo Heat. Non aveva pensato fino a quel momento al Professore, non aveva pensato affatto ad alcun individuo anarchico. La complessità di quel caso lo aveva convinto dell’assurdità in generale delle cose umane, pensiero che in astratto è già abbastanza irritante per un temperamento alieno dalla filosofia, e diviene, in casi concreti, esasperante al di là di ogni livello di sopportazione. All’inizio della sua carriera il Capo Ispettore Heat, si era occupato delle ben più vitali attività di furto. Si era conquistato i galloni in quel campo, e, in modo molto naturale, aveva mantenuto per esso, dopo la sua promozione in un altro Dipartimento, un sentimento che non era molto lontano dall’affetto. Il furto non era assurdità pura. Era un aspetto dell’industriosità umana, perverso quanto si vuole, e tuttavia una forma di industria esercitata in un mondo industrioso; era lavoro intrapreso in modo analogo a quello affrontato nelle fabbriche di vasellame, nelle miniere di carbone, nei campi, nelle officine meccaniche. Era lavoro la cui differenza pratica da altre forme di lavoro consisteva nella natura del suo rischio, diverso dalle anchilosi varie o avvelenamenti da piombo, grisù o polvere di silice nei polmoni, ma un rischio che può essere brevemente definito nel linguaggio dell’ambiente, come «qualche anno di galera». L’Ispettore Capo Heat non era naturalmente insensibile alla entità delle differenze morali. Né lo erano i ladri che aveva passato la vita a inseguire. Essi si sottomettevano con una certa rassegnazione alla sanzione severa di quella moralità di cui l’Ispettore Capo Heat era il custode. Erano suoi concittadini che avevano fallito a causa di un’educazione sbagliata, pensava l’Ispettore Capo Heat; ma a parte questa differenza, egli riusciva a capire la mentalità di un rapinatore, perché, in effetti, la mentalità e gli istinti di un rapinatore assomigliano alla mentalità e agli istinti di un funzionario di polizia. Entrambi rispettano le stesse convenzioni, e posseggono una conoscenza operativa dei rispettivi metodi e della routine delle loro rispettive attività. Essi si capiscono l’un l’altro, e questo è un vantaggio per entrambi e stabiliscono qualcosa di quasi cordiale nei loro rapporti reciproci. Prodotti di una stessa fabbrica, gli uni definiti utili, gli altri dannosi, prendono in considerazione la fabbrica sotto aspetti diversi, ma con una serietà essenzialmente simile. La mentalità dell’Ispettore Capo Heat era inaccessibile a ogni idea di rivolta. Ma i suoi ladri non erano ribelli. La sua forza fisica, i suoi modi freddi e inflessibili, il suo coraggio e la sua correttezza gli avevano assicurato un gran rispetto e una certa adulazione nell’ambiente dei suoi primi successi. Si era sentito rispettato e ammirato. E l’Ispettore Capo Heat, fermatosi di scatto a meno di sei passi dall’anarchico soprannominato il Professore, pensò per un attimo con rimpianto al mondo dei ladri – sani, senza idee morbose, lavoratori regolari, rispettosi dell’autorità costituita, privi di ogni contaminazione di odio e infelicità.
E avendo appena pagato questo tributo a quanto vi è di normale nella struttura della società (l’idea del furto appariva infatti al suo istinto altrettanto normale quanto l’idea della proprietà), l’Ispettore Capo Heat si arrabbiò moltissimo con se stesso per essersi fermato, per aver parlato, anche solamente per aver scelto quella strada per risparmiar cammino dalla stazione ai quartier generali del Dipartimento. E parlò di nuovo con quella sua voce grossa e autoritaria che, volutamente tenuta bassa, assumeva un tono minaccioso.
«Non è voi che cerchiamo, vi dico», ripeté.
L’anarchico non si muoveva. Una risata interna di disprezzo non si limitava a scoprirgli i denti e addirittura le gengive, ma lo scuoteva tutto, senza che peraltro si udisse il minimo suono. L’Ispettore Capo Heat non poté fare a meno d’aggiungere, suo malgrado e contro ogni buon senso:
«Non ancora. Quando vi vorrò saprò dove trovarvi».
Erano parole perfettamente corrette, che rientravano nella tradizione ed erano coerenti con il ruolo di un funzionario di polizia che si rivolge a uno dei suoi delinquenti abituali. Ma l’accoglienza che ricevettero nulla aveva a che fare con la tradizione e la decenza, fu oltraggiosa. La figura meschina e malferma parlò finalmente:
«Non dubito che i giornali vi onorerebbero in quel caso di un necrologio. Voi sapete meglio di me quanto ciò significherebbe per voi. Penso che immaginiate facilmente il genere di cose che stamperebbero. Ma potreste essere esposto alla spiacevolezza di essere seppellito assieme a me, sebbene, ne sono certo, i vostri amici farebbero ogni sforzo per distinguere al meglio possibile i nostri rispettivi pezzi».
Nonostante tutto il suo grande disprezzo per lo spirito che suggeriva discorsi del genere, l’atroce allusività delle parole ebbe il suo effetto sull’Ispettore Capo Heat. Aveva troppo intuito, ed era anche troppo esattamente informato, per considerarle solo sciocchezze. La penombra del vicolo angusto assumeva una sfumatura ancor più sinistra per la presenza di quella figura minuscola, oscura e meschina, appoggiata con le spalle al muro e che parlava con voce debole e senza segni di insicurezza. Per la vitalità vigorosa e tenace dell’Ispettore Capo, lo squallore fisico di quell’essere, così chiaramente immeritevole di vivere, era di malaugurio; gli sembrava infatti che se fosse toccata a lui la disgrazia di essere un oggetto così miserevole, non si sarebbe di sicuro preoccupato dell’ora della sua morte. Al contrario, la vita aveva su di lui una presa così intensa che a questo pensiero un’ondata di nausea gli coprì la fronte di sudore leggero. Il rumore della città, il suono attutito delle ruote delle carrozze nelle due strade nascoste alla loro vista a destra e a sinistra, giungeva attraverso la curva del vicolo sordido fino alle orecchie dell’Ispettore Capo con una familiarità preziosa e una dolcezza irretente. Lui era un essere umano! Ma l’Ispettore Capo Heat era anche un uomo, e non poteva lasciar passare parole come quelle.
«Roba buona per spaventare i bambini», disse. «Vi prenderò comunque».
E il tono era quello giusto, senza scherno, con una tranquillità quasi austera.
«Senza dubbio», fu la risposta, «ma non c’è occasione migliore di questa, credete. Per un uomo di vera fede questa è un’occasione bellissima per sacrificarsi. Potreste non trovarne un’altra altrettanto favorevole, così umana. Non c’è nemmeno un gatto vicino a noi, e quanto a queste vecchie case già condannate, diventerebbero un bel mucchio di mattoni proprio là dove siete voi ora. Non vi capiterà più di avermi a un prezzo così basso in vite umane e in proprietà, che è poi ciò che siete pagato per proteggere».
«Non sapete con chi state parlando», disse con fermezza l’Ispettore Capo Heat. «Se dovessi mettere le mani su di voi ora, non prenderei nulla di meglio di voi».
«Ah! Il gioco!».
«Potete star tranquillo, alla fine sarà la nostra parte a vincere. Al massimo potrà essere necessario convincere la gente che alcuni di voi debbano essere uccisi a vista come cani arrabbiati. E la partita sarà chiusa. Ma che mi venga un accidente se capisco il vostro di gioco. Non credo che lo sappiate neanche voi. Non riuscirete mai a tirarci fuori nulla».
«Nel frattempo siete voi che ci guadagnate qualcosa – almeno per ora. E anche con facilità. Non parlo del vostro salario, ma non dovete la vostra posizione semplicemente al fatto di non riuscire a capire i nostri obiettivi».
«Che cosa inseguite allora?», chiese l’Ispettore Heat, con sprezzante impazienza, come un uomo che avendo fretta si accorga di stare sprecando il proprio tempo.
Il perfetto anarchico rispose con un sorriso che non riuscì a separargli le labbra livide e sottili, e il famoso Ispettore Capo sentì forte dentro di sé un senso di superiorità che lo indusse a levare un dito ammonitore.
«Rinunciateci, qualsiasi cosa sia», disse e il tono era quello di un ammonimento, ma non con la gentilezza di chi accondiscende a dare un buon consiglio a qualche ladro di fama. «Rinunciate, vi accorgerete che siamo in troppi per voi».
Il sorriso dipinto sulle labbra del Professore vacillò per un attimo, quasi lo spirito beffardo che si portava dentro avesse perso un po’ della sua sicurezza. L’Ispettore Capo Heat proseguì:
«Non mi credete, eh? Eppure, non avete che da guardarvi intorno. Noi siamo qui. E, comunque, non sapete fare il vostro lavoro come si deve. Sicuro, se i ladri non conoscessero meglio il proprio mestiere, morirebbero di fame».
L’idea suggerita di una moltitudine invincibile dietro le spalle dell’uomo che gli stava di fronte, scatenò una cupa indignazione nel petto al Professore. Non sorrideva più con quel suo sorriso tra l’enigmatico e il beffardo. Il potere di resistenza delle folle, la stolidità inattaccabile della grande moltitudine rappresentavano l’ossessionante paura della sua torbida solitudine. Le labbra ebbero un tremito prolungato prima di riuscire a dire con voce strozzata:
«Io faccio il mio lavoro meglio di quanto voi facciate il vostro».
«Basta così ora», lo interruppe in fretta l’Ispettore Capo; e il Professore rise sonoramente questa volta. E ancora ridendo riprese la sua strada; ma non continuò a ridere per molto. Era un piccolo, miserabile uomo dal volto infelice quello che emerse dallo stretto passaggio nel traffico dell’arteria principale. Avanzava con l’incedere dinoccolato di un vagabondo, avanti, e ancora avanti, indifferente alla pioggia o al sole, con un distacco cupo da ogni manifestazione celeste e terrena. E l’Ispettore Capo Heat, dal canto suo, dopo essere rimasto a guardarlo per un po’, riprese a camminare con la decisione mirata di chi incurante dell’inclemenza del tempo, è però ben consapevole di svolgere su questa terra una missione autorizzata e di godere dell’appoggio morale dei propri simili. Gli abitanti tutti di quella città immensa, la popolazione del paese intero, e persino i milioni di esseri che formicolavano in quel momento sul pianeta, erano con lui – persino i ladri, persino i mendicanti. Certo, anche i ladri erano sicuramente dalla sua parte in questo attuale incarico. E la consapevolezza dell’appoggio universale nella sua generale attività gli diedero il coraggio di affrontare il problema particolare del momento.
Il problema che l’Ispettore Capo Heat si trovava immediatamente di fronte era quello di affrontare il Vice Commissario del suo Dipartimento, suo superiore immediato. Questo è il sempiterno problema dei dipendenti fedeli e leali; gli anarchici davano i loro particolari problemi, ma niente di più. Per essere sinceri, l’Ispettore Capo Heat non pensava un granché dell’anarchia. Non gli attribuiva un’importanza straordinaria, e non era mai riuscito a prenderla seriamente in considerazione. Sembrava più avere ai suoi occhi le caratteristiche di una condotta disordinata, disordinata senza la scusa umana dell’ubriachezza, che almeno comporta la presenza di sentimenti genuini e un’amabile tendenza ai festeggiamenti. Come criminali, gli anarchici non costituivano una classe – assolutamente nessuna. E ripensando al Professore, l’Ispettore Capo Heat, senza rallentare l’elastica andatura, mormorò tra i denti:
«Un pazzo».
Inseguire i ladri era tutt’altra faccenda. Possedeva quel pregio di serietà che appartiene a ogni forma di sport leale dove vince il migliore in base a regole perfettamente comprensibili. Non esistevano regole nei rapporti con gli anarchici. E questo era insopportabile per l’Ispettore Capo Heat. Era solo stupidità, ma stupidità che eccitava le menti del pubblico, toccava da vicino personaggi altolocati, e riguardava persino le relazioni internazionali. Un disprezzo duro, impietoso si stabilì sul volto dell’Ispettore Capo mentre continuava a camminare. La mente gli correva a tutti gli anarchici del suo branco. Non uno di loro che possedesse neanche la metà del fegato di questo o di quel ladro che gli era capitato di incontrare. Ma che dire la metà… neanche un decimo!
Al quartier generale l’Ispettore Capo fu immediatamente ammesso nell’ufficio privato del Vice Commissario. Lo trovò con la penna in mano chino su di una grande scrivania completamente ricoperta di documenti, quasi in atteggiamento devoto davanti a un enorme calamaio doppio in bronzo e cristallo. Tubi portavoce simili a serpenti erano agganciati alle estremità dello schienale di legno della poltrona del Vice Commissario, e quelle bocche aperte sembravano pronte a mordergli i gomiti. Senza mutar posizione, alzò solo gli occhi le cui palpebre gonfie apparivano più scure rispetto al volto. Erano arrivati tutti i rapporti: ogni anarchico era stato perfettamente localizzato.
Ciò detto, abbassò gli occhi, firmò rapidamente due fogli, e solo allora, posò la penna, e si appoggiò alla spalliera della seggiola dirigendo lo sguardo indagatore verso il suo celebre subordinato. L’Ispettore Capo sostenne bene quello sguardo, deferente e impenetrabile.
«Direi che avevate ragione», disse il Vice Commissario, «dicendomi all’inizio che gli anarchici di Londra non avevano nulla a che fare con questa storia. Apprezzo molto l’eccellente sorveglianza che i vostri uomini conducono nei loro confronti. D’altra parte, agli occhi del pubblico, tutto questo non significa altro che una confessione di ignoranza».
Il Vice Commissario comunicava il suo messaggio con calma, con cautela quasi. Sembrava che il pensiero si fermasse su ogni parola prima di passare sull’altra, come se le parole fossero state pietre di un guado sulle quali l’intelletto si puntellasse per farsi strada tra i marosi dell’errore.
«A meno che non abbiate portato qualcosa di utile da Greenwich».
L’Ispettore Capo cominciò subito il resoconto delle sue indagini, in modo chiaro e aderente ai fatti. Il suo superiore girando di un poco la poltrona e accavallando le gambe magre, si appoggiò un po’ di lato, su di un gomito, mentre con una mano si riparava gli occhi. Il suo modo d’ascoltare aveva una compostezza aggraziata, obliqua e piena di tristezza. Strisce di argento luminoso giocavano sulle tempie di quella testa color dell’ebano quando alla fine della relazione la inclinò con mossa lenta.
L’Ispettore Capo Heat attese, apparentemente riesaminando quanto aveva appena detto, in realtà considerando l’opportunità di dire dell’altro. Il Vice Commissario troncò bruscamente questa esitazione.
«Credete che fossero in due?», chiese senza scoprirsi gli occhi.
L’Ispettore Capo riteneva ciò più che probabile. Secondo lui, i due si erano separati a un centinaio di metri dal muro dell’Osservatorio. Spiegò anche come l’altro fosse stato in grado di uscire velocemente dal parco senza essere osservato. La nebbia anche se non molto fitta, era a suo favore. Evidentemente aveva scortato l’altro sul posto e poi lo aveva lasciato là a sbrigare il lavoro da solo. Considerando l’ora in cui i due erano stati visti dalla vecchia uscire dalla stazione di Maze Hill, e l’ora in cui si era sentita l’esplosione, l’Ispettore Capo pensava che il secondo uomo avrebbe effettivamente potuto trovarsi alla stazione di Greenwich Park, pronto a prendere il successivo treno in senso contrario, al momento in cui il suo compagno saltava in aria, distruggendosi completamente.
«Proprio completamente, eh?», mormorò il Commissario Assistente da sotto lo schermo della mano.
L’Ispettore Capo in poche ed efficaci parole descrisse l’aspetto dei resti.
«La giuria del coroner avrà un bel compito», aggiunse cupo.
Il Commissario Assistente si scoprì gli occhi.
«Non avremo nulla da dir loro», osservò fiaccamente.
Alzò lo sguardo, e rimase per un po’ a contemplare l’atteggiamento volutamente vago dell’Ispettore Capo. Egli era per natura difficilmente accessibile alle illusioni. Sapeva bene che un Dipartimento è alla mercé dei suoi impiegati che hanno della lealtà un concetto tutto loro. La sua carriera era iniziata in una colonia dei tropici. Aveva amato il suo lavoro da quelle parti. Aveva anche avuto molto successo nel rintracciare e sconfiggere alcune scellerate sette segrete tra gli indigeni. Poi si era preso una lunga licenza, e si era sposato piuttosto impulsivamente. Era un buon matrimonio da un punto di vista mondano, ma sua moglie, sulla base di voci, si era formata un’opinione sfavorevole del clima coloniale. D’altra parte ella disponeva di influenti conoscenze. Era stato un ottimo matrimonio. Ma al Commissario non piaceva il lavoro che si trovava a dover fare ora. Sentiva di dipendere da troppa gente sotto e sopra di lui, troppi sottoposti, e troppi padroni. La presenza immediata di quello strano fenomeno emotivo noto col nome di opinione pubblica pesava sul suo stato d’animo, e a causa della sua natura irrazionale lo metteva continuamente in stato d’allarme. Non c’è dubbio che a motivo della sua stessa ignoranza egli ne esagerasse con se stesso il potere nel bene e nel male – specialmente nel male; e i forti venti che soffiavano da oriente durante la primavera inglese (che invece incontravano l’approvazione di sua moglie) contribuivano ad aumentare la sua sfiducia generale sulle motivazioni degli uomini e sull’efficienza della loro organizzazione. La futilità del lavoro d’ufficio era quel che soprattutto lo opprimeva durante quelle giornate così faticose per il suo fegato sensibile.
Si alzò in piedi, allungandosi in tutta la sua statura, e con un passo pesante, insolito in un uomo così slanciato, attraversò la stanza andando verso la finestra. Sui vetri la pioggia scendeva a rivoli, e il breve tratto di strada che i suoi occhi si chinarono a guardare, appariva bagnato e deserto, quasi fosse stato improvvisamente spazzato da un’ondata di piena. Una giornata dura davvero, soffocata prima nella nebbia gelida e ora sommersa nella fredda pioggia. Le fiammelle tremolanti, incerte dei lumi a gas sembravano disciogliersi in quell’atmosfera acquosa. E le pretese ambiziose di quell’umanità oppressa dalle miserabili provocazioni delle condizioni atmosferiche apparivano come una vanità gigantesca e senza speranza, meritevole solo di disprezzo, di stupore e di compassione.
“Orribile, orribile!”, pensò l’Assistente Commissario tra sé e sé, il volto vicino al vetro della finestra. «Va avanti così ormai da dieci giorni; no, due settimane… due settimane». Per un attimo interruppe del tutto di pensare. Quella totale immobilità del cervello durò per circa tre secondi. Poi, quasi casualmente si informò: «Avete dato il via alle ricerche per rintracciare l’altro uomo nelle due direzioni di quella linea?».
Non aveva alcun dubbio che tutto quello che era necessario fare era stato fatto. L’Ispettore Capo Heat conosceva naturalmente in modo perfetto il mestiere della caccia all’uomo. E questi erano passi di routine, oltretutto, che qualsiasi principiante avrebbe preso per scontati. Qualche indagine tra i controllori dei biglietti e del personale delle due piccole stazioni ferroviarie avrebbe fornito ulteriori particolari sulla presenza dei due uomini; l’esame dei biglietti ritirati avrebbe rivelato immediatamente da dove erano venuti quella mattina. Era elementare, e non poteva essere stato trascurato. E, come s’aspettava, l’Ispettore Capo rispose che tutto questo era immediatamente stato fatto non appena la vecchia si era fatta avanti con la sua deposizione. E citò una stazione. «È da là che provenivano, signore», continuò. «Il fattorino che ha preso i biglietti a Maze Hill ricorda due tipi che rispondono alla descrizione passati attraverso quella barriera. A lui erano sembrati due rispettabili lavoratori di un tipo alquanto elevato – pittori di insegne o di interni. L’uomo grosso era uscito a parte indietro da uno scompartimento di terza classe, con una vistosa scatola di latta in mano. Sul marciapiede l’ha passata al giovanotto biondo che lo seguiva perché la portasse lui. E tutto questo tornava perfettamente con quanto la vecchia aveva detto al sergente di polizia a Greenwich».
Il Vice Commissario, con il volto girato ancora in direzione della finestra, espresse dei dubbi sul fatto che questi due individui avessero effettivamente avuto qualcosa a che fare con l’attentato. Tutta questa ipotesi poggiava solo sulle dichiarazioni di una vecchia donna che quasi era stata investita da qualcuno che andava di fretta. Davvero non una grande autorità, se non sulla base di una sua ispirazione del momento che sarebbe stata difficilmente difendibile.
«Francamente dunque, pensate abbia avuto un’ispirazione autentica?», domandò con grave ironia, sempre con le spalle alla stanza, come stregato dalla contemplazione delle colossali sagome della città semisperdute nel buio della notte. Né si guardò intorno udendo pronunciare la parola «provvidenziale» dal principale dipendente del suo Dipartimento, il cui nome, di tanto in tanto riportato dai giornali, era familiare al gran pubblico come quello di uno dei suoi zelanti e attivi protettori. L’Ispettore Capo Heat alzò appena un po’ la voce.
«C’erano, perfettamente visibili, frammenti e pezzi di latta colorata», disse. «E questa direi che è una discreta prova».
«E questi uomini venivano da quella piccola stazione di paese», rifletté a voce alta il Vice Commissario, stupito.
Gli era stato detto che c’era quel nome su due dei tre biglietti consegnati all’arrivo del treno a Maze Hill. La terza persona che era scesa era un venditore ambulante da Gravesend ben noto al personale della stazione. L’Ispettore Capo diede l’informazione con l’aria di voler concludere, alquanto di cattivo umore, come farebbe un servitore leale nella piena coscienza della propria fedeltà e con il senso del valore dei propri sforzi sinceri. E ancora il Vice Commissario non smetteva di guardare l’oscurità del mondo di fuori, buia e immensa come un immenso mare.
«Due anarchici stranieri provenienti da quella parte», disse, in apparenza rivolgendosi al vetro della finestra. «È piuttosto strano».
«Sì signore, ma sarebbe ancora più strano se quel Michaelis non se ne stesse in una villetta nei dintorni di Londra».
Al suono di quel nome, come ricadendo all’improvviso in quella noiosa faccenda, il Vice Commissario respinse bruscamente il ricordo vago della sua partita quotidiana di whist al club. Era l’abitudine più confortevole della sua vita, in uno sfoggio di abilità per lo più coronata dal successo, senza che alcun dipendente d’ufficio gli fosse d’aiuto. Varcava il club per giocare dalle cinque alle sette, prima di andare a casa a cena, dimenticando per quelle due ore tutto quello che di spiacevole c’era nella sua vita, quasi il gioco fosse una droga benefica per alleviare le fitte di un’intima scontentezza. I suoi compagni erano l’editore sarcastico di una popolare rivista; un taciturno e anziano avvocato dai piccoli occhi furbi; e un vecchio colonnello sprovveduto con mani nervose e abbronzate. Erano unicamente conoscenze da club. Non li incontrava mai in altro luogo che non fosse al tavolo da gioco. Ma tutti avevano l’aria di accostarsi al gioco nello spirito di una sofferenza comune, come se veramente si trattasse di una droga contro i segreti mali dell’esistenza; e così ogni giorno mentre il sole calava dietro gli innumerevoli tetti della città, una dolce, piacevole impazienza, come l’impulso di un’amicizia sicura e profonda, rischiarava le sue fatiche professionali. E ora questa sensazione piacevole gli era sfuggita all’improvviso come per una violenta scossa fisica, sostituita da un genere tutto particolare di interesse in questo suo compito di protezione sociale – un tipo di interesse improprio, meglio definibile come una diffidenza vigile e improvvisa per il genere di arma che aveva in mano.
Capitolo sesto
La protettrice di Michaelis, l’apostolo in libertà provvisoria delle speranze dell’umanità bisognosa, era una delle conoscenze più influenti e distinte della moglie del Vice Commissario, che ella chiamava Annie, e trattava ancora come una fanciulla sventata e totalmente inesperta. Ma la dama aveva anche acconsentito ad accettarlo tra i suoi amici, e non si può dire certo che ciò si fosse verificato con tutte le amicizie influenti di sua moglie. Sposata giovane e splendidamente in una qualche epoca remota del passato, la protettrice di Michaelis aveva avuto per un certo periodo di tempo agio di osservare da vicino il mondo dei grandi affari, così come alcuni dei grandi personaggi. Era lei stessa una gran signora. Ormai vecchia come numero di anni, possedeva quel tipo di temperamento eccezionale che sfida il tempo con sprezzo irriguardoso, quasi si trattasse di una convenzione un po’ volgare cui solo la massa dell’umanità inferiore s’inchina. Ed erano state molte altre le convenzioni, più facili da accantonare, che non erano riuscite, ahimè, a ottenere il suo riconoscimento, anche a motivo del suo temperamento capriccioso – o perché l’annoiavano, o perché venivano a trovarsi sulla strada delle sue intolleranze e delle sue simpatie. L’ammirazione era un sentimento che le era sconosciuto (e questo era uno dei segreti rimproveri che gli rivolgeva il suo nobilissimo marito) – prima di tutto perché quasi sempre più o meno sciupata dalla mediocrità altrui, o forse perché rappresentava, in qualche modo, un’ammissione di inferiorità. E ambedue le cose erano francamente inconcepibili per la sua natura. E certo le veniva facile esprimere le proprie opinioni con coraggiosa franchezza, dal momento che giudicava unicamente dalla posizione di vantaggio della sua posizione sociale. Nelle sue azioni era altrettanto libera; e così, dinanzi a un tipo di tatto che nasceva da un sentimento di autentica umanità, a una pregevole vitalità fisica e a una superiorità serena e cordiale, tre generazioni si erano inchinate con un’ammirazione senza riserve, mentre la generazione che verosimilmente l’avrebbe vista per ultima, la giudicava a sua volta donna meravigliosa. E intanto, intelligente e dotata di un tipo particolare di semplicità altera, curiosa in cuor suo, ma non come molte donne semplicemente di pettegolezzi da salotto, ella rallegrava la sua vecchiaia, forte del potere che le dava il suo considerevole, quasi storico prestigio sociale, attraendo nella sua cerchia tutto quanto s’innalzava, dentro e fuori la legge, al di sopra del livello mediocre dell’umanità per posizione, talento, audacia, fortuna o sfortuna. Altezze Reali, artisti, uomini di scienza, giovani burocrati, e ciarlatani di ogni età e condizione, quest’ultimi fatui e privi di sostanza, pronti a schizzare come tappi di sughero dalle bottiglie, buoni a indicare la direzione delle correnti di superficie, tutti erano stati ben accolti nella sua casa, ascoltati, studiati, compresi e valutati, per la gioia di lei. Per usare le sue parole, lei amava osservare come stava cambiando il mondo. E poiché aveva una mente eminentemente pratica, il suo giudizio sugli uomini e sulle cose, sebbene basato su pregiudizi specialissimi, di rado era completamente sbagliato e quasi mai mal diretto. Il suo salotto era forse l’unico posto nel vasto mondo dove un Vice Commissario di Polizia poteva incontrare un condannato in libertà provvisoria in un’occasione che non fosse professionale o d’ufficio. Chi avesse portato Michaelis là una sera, il Vice Commissario non riusciva a ricordarlo. Aveva l’impressione che fosse stato un certo membro del Parlamento di illustre famiglia e simpatie poco convenzionali, bersaglio costante di pubblicazioni satiriche. Le celebrità e anche semplicemente i personaggi del giorno si accompagnavano liberamente l’un l’altro a quel tempio di rispettabile curiosità dell’anziana signora. Non si poteva mai indovinare in chi ci si sarebbe imbattuti, accolti in un’atmosfera quasi intima, tra tendaggi di sete pallide azzurrine, paraventi dalle cornici dorate che formavano dei confortevoli rifugi per gruppi di divani e poltrone in quel gran salotto percorso da brusii di voci e dove gruppi di persone sostavano sedute o in piedi sotto la luce che proveniva da sei grandi finestre.
Michaelis era stato oggetto di un’improvvisa inversione di tendenza del sentimento popolare, di quello stesso sentimento che anni prima aveva applaudito alla ferocia della sua condanna a vita inflittagli per complicità in un tentativo abbastanza folle di salvare alcuni prigionieri da un convoglio della polizia. Il piano dei cospiratori era stato di abbattere i cavalli a fucilate e sopraffare la scorta. Sfortunatamente anche uno degli agenti di polizia era rimasto ucciso. Lasciava moglie e tre bambini piccoli. La morte di quell’uomo suscitò in ogni direzione di quel regno, per la cui difesa, gloria e benessere quegli agenti morivano ogni giorno nel compimento del proprio dovere, un’ondata di indignazione e di pietà implacabile e rabbiosa per la vittima. Tre dei capi vennero impiccati. Michaelis, giovane e slanciato a quei tempi, fabbro di mestiere e grande frequentatore di scuole serali, non sapeva nemmeno che qualcuno fosse rimasto ucciso; il suo ruolo infatti, assieme ad alcuni altri, era stato di forzare la porta sul retro del convoglio speciale. Al momento dell’arresto aveva un mazzo di chiavi in una tasca, un pesante scalpello e un corto grimaldello in mano; né più, né meno di un ladro. Ma nessun ladro avrebbe ricevuto una condanna pesante come venne inflitta a lui.
La morte dell’agente lo aveva addolorato nel profondo del cuore, così come il fallimento del progetto. Non nascose nessuno di quei due sentimenti ai suoi compatrioti giurati, e quel tipo di pentimento apparve colpevole e impressionò il tribunale gremito. Il giudice nel condannarlo fece dei commenti toccanti sulla malvagità incallita del giovane prigioniero.
Tutto questo contribuì alla pubblicità fuor di luogo che si creò attorno alla sua condanna; quanto al chiasso della sua liberazione, gli fu creato attorno su basi altrettanto ingiustificate da gente che voleva sfruttare l’aspetto sentimentale della sua prigionia o per loro scopi o per scopi non del tutto comprensibili. Lui li lasciò fare in perfetta innocenza di cuore e semplicità di mente. Niente di ciò che gli accadeva personalmente sembrava avere alcuna importanza. Assomigliava a uno di quei santi uomini la cui personalità si annulla totalmente nella contemplazione della propria fede. Le sue idee non sembravano presentarsi come convinzioni logiche. Erano inaccessibili alla ragione. Formavano con tutte le loro contraddizioni e oscurità un credo invincibile e umanitario, che più che predicare egli professava, con una calma ostinata, un sorriso piacevolmente rassicurante sulle labbra, e gli occhi innocenti e azzurri rivolti abitualmente verso il basso poiché la vista dei volti altrui turbava la sua ispirazione formatasi in solitudine. Fu in quell’atteggiamento caratteristico, patetico nell’obesità incurabile e grottesca che avrebbe dovuto trascinarsi fino alla fine dei suoi giorni come uno schiavo delle galere la sua palla di ferro, che il Vice Commissario di Polizia vide l’apostolo amnistiato, in una poltrona privilegiata dietro al séparé del salotto. Sedeva tranquillo a uno dei capi del divano della sua protettrice, parlando con un tono di voce mansueto, non più consapevole di quanto possa esserlo un bimbo molto piccolo, e del bimbo aveva un po’ anche il fascino – il fascino accattivante della fiducia. Fiducioso nei confronti del futuro, le cui strade misteriose gli erano state svelate entro le quattro mura di un famoso penitenziario, non aveva motivo di guardare alcuno con sospetto. Seppure non riusciva a dare alla sua dama nobile e curiosa un’idea ben precisa sulla direzione che il mondo andava prendendo, tuttavia era riuscito senza sforzo a impressionarla con la sua fede priva di amarezza e con la qualità genuina del suo ottimismo.
Una certa semplicità di pensiero è comune alle anime serene ad ambedue gli estremi della scala sociale. La nobile dama era a suo modo semplice. Le credenze e i punti di vista di lui non avevano nulla in sé che la colpissero e la sorprendessero, dal momento che ella li giudicava dal piedistallo di una posizione di privilegio. E veramente era una donna che poteva facilmente simpatizzare con un uomo di quel tipo. Non era personalmente una capitalista sfruttatrice; era, per così dire, al di sopra del gioco delle condizioni economiche. Ed era capace di grande pietà per le forme più comuni delle sofferenze umane, proprio perché nei confronti di queste ultime ella era completamente estranea al punto da doverne trasferire il concetto in termini di sofferenza mentale prima di essere in grado di afferrare la nozione della loro crudeltà. Il Vice Commissario ricordava molto bene la conversazione tra quei due. Aveva ascoltato in silenzio. In un certo modo era stato qualcosa di altrettanto eccitante e commovente nella sua futilità scontata, quanto può esserlo un tentativo di comunicazione tra abitanti di lontani pianeti. Ma questa incarnazione grottesca di passione umanitaria, non poteva, in un certo qual modo, non colpire l’immaginazione. Infine Michaelis si era levato in piedi, e afferrando la mano tesa della nobile dama, l’aveva stretta e trattenuta per un attimo nella sua gran palma a cuscinetto con un’amicizia priva di qualsiasi imbarazzo, volgendo poi a quell’angolo intimo del salotto le spalle larghe e robuste, che sembravano dilatarsi al di sotto della giacca di tweed troppo corta. Guardandosi intorno sereno e benevolo, si era diretto con un’andatura dondolante verso la porta dall’altra parte della sala facendosi strada tra i gruppi degli altri visitatori, il mormorio della conversazione tendeva a spegnersi al suo passaggio. Sorridendo innocentemente a una ragazza alta e vistosa i cui occhi si erano incontrati per caso con i suoi, se ne era uscito inconsapevole degli sguardi che lo seguivano attraverso la sala. La prima apparizione di Michaelis nel gran mondo era stata un successo – un successo di apprezzamento che non un solo bisbiglio di derisione era intervenuto a guastare. Le conversazioni interrotte furono riprese nel tono consueto, grave o leggero che fosse. Soltanto un tipo ben piantato, dalle braccia e gambe lunghe e l’aria energica che parlava con due signore vicino alla finestra osservò a voce alta, facendo sfoggio di una sorprendente profondità di sentimento: «Centoventi chili, direi, e neanche un metro e sessanta. Poveraccio, è terribile, è terribile!».
La padrona di casa, fissando con sguardo assente il Vice Commissario, che era rimasto solo accanto a lei dalla parte intima del séparé, aveva l’aria di riordinare le impressioni della sua mente dietro l’immobilità del suo non più giovane bel volto. Uomini dai baffi grigi, e un atteggiamento aperto ed energico, si avvicinarono con un sorriso vago sulle labbra, facendo cerchio attorno a quell’angolo; insieme a loro erano due signore mature con un’aria matronale di cortese determinazione; un individuo ben rasato con le guance piuttosto magre e cadenti, e al collo un monocolo con la montatura d’oro appeso a un largo nastro nero con un effetto da vecchio dandy. Un silenzio rispettoso, e tuttavia denso di riserve regnò per un momento, e subito dopo la gran dama esclamò, non con risentimento, ma con un tono molto vicino a quello di un’indignata protesta:
«E costui è ufficialmente considerato un rivoluzionario! Che assurdità».
Guardò con durezza il Vice Commissario il quale si affrettò a mormorare in tono di scusa:
«Non tra i più pericolosi probabilmente».
«Non pericoloso… Davvero direi proprio di no. È semplicemente un uomo di fede. Ha il temperamento di un santo», dichiarò la gran dama in tono deciso. «E lo hanno tenuto in carcere per vent’anni. Vengono i brividi a tanta stupidità. E ora che lo hanno liberato tutti quelli che gli appartenevano o sono altrove o sono morti. I suoi genitori sono morti, la ragazza che doveva sposare è morta mentre lui era in carcere; ha perso la capacità manuale per qualsiasi mestiere. Mi ha detto lui tutte queste cose con la più dolce delle rassegnazioni; comunque, mi ha detto, ha avuto tanto tempo per pensare tutto solo a tante cose. Una bella consolazione! Se i rivoluzionari sono fatti di questa stoffa, molti di noi possono inginocchiarglisi davanti», continuò con un tono di voce scherzoso, mentre attorno a lei i sorrisi della società banale induriti su quei volti mondani si volgevano con convenzionale ossequio. «Povera creatura, chiaramente non è più in grado di badare a se stessa. Qualcuno dovrà un po’ occuparsi di lui».
«Bisognerebbe raccomandargli di fare un qualche tipo di cura», si udì la voce marziale dell’individuo dall’aria energica che dava da lontano i suoi consigli in buona fede. Aveva un’ottima forma per la sua età, e persino il tessuto della coda della lunga redingote che indossava riusciva a dare un’impressione di sana elasticità quasi si trattasse di una materia viva. «L’uomo è praticamente un invalido», aggiunse con sincera partecipazione.
Altre voci, come liete che l’argomento fosse stato affrontato, si unirono al coro delle espressioni di compassione frettolosa. «Davvero impressionante», «Mostruoso», «Uno spettacolo doloroso». L’uomo magro, con il monocolo attaccato al nastro nero, pronunciò affettatamente la parola «Grottesco», la cui puntualità fu apprezzata da quanti gli stavano intorno. Si guardavano sorridendo.
Il Vice Commissario non aveva espresso alcuna opinione né lo fece in seguito, la sua posizione infatti gli rendeva impossibile divulgare alcuna opinione personale su un carcerato amnistiato. Ma onestamente, condivideva l’opinione dell’amica e protettrice di sua moglie, che Michaelis cioè fosse un filantropo sentimentale, un po’ matto, ma nel complesso incapace di far male a una mosca di proposito. Ed ecco che quando quel nome venne fuori all’improvviso in quella irritante storia di bombe, egli si rese conto del pericolo per l’apostolo in libertà provvisoria, e la mente gli corse subito all’infatuazione ormai nota della anziana dama. La sua cortesia alquanto arbitraria non avrebbe tollerato alcuna interferenza nella libertà di Michaelis. Si trattava di un’infatuazione profonda, calma e convinta. Non solo lei lo aveva giudicato un essere inoffensivo, ma lo aveva anche proclamato, e per una sorta di confusione della sua mente assolutista ciò equivaleva a una dimostrazione incontrovertibile. Era come se l’aspetto mostruoso di quell’uomo, con i suoi occhi candidi di bambino e il sorriso angelico e grassoccio, l’avessero completamente affascinata. Ella era quasi arrivata al punto di credere ciecamente le di lui teorie sul futuro dal momento che non erano in contrasto con i suoi pregiudizi. Detestava il nuovo elemento di plutocrazia nella società, e l’industrializzazione come sistema di sviluppo umano le appariva particolarmente repellente nei suoi aspetti meccanicistici e vuoti di sentimento. Le speranze filantropiche del moderato Michaelis non tendevano verso la distruzione totale, ma semplicemente alla completa rovina economica del sistema. Né ella riusciva a vedere dove fosse il male morale di tutto ciò. Avrebbe voluto dire liberarsi di tutta la folla di parvenu, che ella detestava e per i quali aveva una particolare diffidenza, non perché essi fossero arrivati in qualsiasi luogo (ella lo negava), ma a causa della loro ottusità profonda verso il mondo, ottusità che era la prima causa della rigidità delle loro intuizioni e dell’aridità dei loro cuori. Eliminando il capitale tutti costoro sarebbero scomparsi; ma la rovina universale (sempre che universale fosse, come appariva a Michaelis) avrebbe lasciato i valori sociali intatti. La scomparsa dell’ultima moneta non avrebbe avuto alcuna influenza sull’alta società. Non immaginava per esempio come avrebbe potuto influire sulla sua posizione. Aveva illustrato queste sue scoperte al Vice Commissario con il sereno coraggio di una donna di età che era riuscita a evitare la peste dell’indifferenza. Il Vice Commissario si faceva un punto di accogliere ogni cosa del genere in un silenzio che per motivi diplomatici e personali cercava di non rendere offensivo. Era affezionato all’anziana discepola di Michaelis, un sentimento complesso che in parte dipendeva dal prestigio di lei, dalla sua personalità, ma soprattutto da un istinto di lusingata gratitudine. Egli sentiva di essere davvero gradito in quella casa. Ella era la gentilezza in persona. Ed era anche dotata di pratica saggezza come tutte le donne ricche di esperienza. Aveva reso la sua vita coniugale molto più facile di quanto sarebbe stata senza il suo riconoscimento totale e generoso dei suoi diritti come marito di Annie. La sua influenza su sua moglie, una donna divorata da ogni tipo di piccoli egoismi, piccole invidie, piccole gelosie, era eccezionale. Purtroppo sia la sua gentilezza che la sua saggezza erano di carattere irrazionale, distintamente femminile e difficile da gestire. Lei rimaneva profondamente donna pur attraverso lo scorrere degli anni, e non come diventano alcune, vecchi maschi infidi e pestiferi in gonnelle. E a lei pensava come a una donna – l’incarnazione vera e propria della femminilità, rappresentante di una categoria dalle cui file è reclutata la tenera, ingenua e fiera guardia del corpo di tutti i tipi di uomini che parlano sotto l’influenza di una emozione, vera o falsa che sia; dei predicatori, dei veggenti, dei profeti o dei riformatori.
Ripensando alla distinta e buona amica di sua moglie, e pensando in un certo modo anche a se stesso, il Vice Commissario si allarmò di fronte al possibile destino del prigioniero Michaelis. Qualora fosse stato arrestato con il sospetto di essere in qualche modo, sia pure un lontano complice in questo attentato, l’uomo avrebbe potuto difficilmente evitare di essere rimandato se non altro a completare la sua condanna. E questo lo avrebbe ucciso, non ne sarebbe uscito vivo certamente. Il Vice Commissario fu indotto a una riflessione estremamente disdicente per la sua posizione ufficiale senza peraltro che la si potesse ascrivere al merito della sua umanità: “Se acchiappano quell’uomo un’altra volta”, pensò, “lei non me lo perdonerà mai”.
La franchezza di un tale pensiero espresso segretamente, ma in termini ben chiari, non poteva sfuggire alla sua ironica autocritica. Nessun uomo dedito a un lavoro che non ama riesce a salvare molte illusioni su se stesso. Il disgusto, la mancanza di fascino si estendono dall’occupazione alla personalità del soggetto. È solo quando le attività che ci vengono assegnate sembrano per fortunata coincidenza obbedire alla vera sostanza del nostro temperamento che riusciamo ad assaporare il conforto di un autoinganno completo. Il Vice Commissario non amava il suo lavoro in patria. Il lavoro di polizia che lo aveva visto impegnato in una lontana parte del globo aveva il carattere confortante di un tipo di combattimento irregolare o almeno il rischio e l’eccitazione di uno sport all’aria aperta. Le sue capacità effettive, che erano soprattutto di tipo amministrativo, si combinavano con una disposizione di carattere avventurosa. Incatenato a una scrivania tra una folla di quattro milioni di uomini, si considerava la vittima di un ironico destino – lo stesso destino, senza alcun dubbio, che aveva fatto sì che si sposasse con una donna eccezionalmente sensibile in fatto di clima coloniale, per non parlare degli altri suoi limiti in quanto a gusti e delicatezza di natura. Sebbene, dunque, il Commissario considerasse la sua paura con una certa ironia, tuttavia non riusciva a escludere quel pensiero sconveniente dalla mente. L’istinto di autoconservazione era molto forte in lui. Che anzi, ripeté mentalmente a se stesso con enfasi profana e con più puntuale decisione: «Dannazione! Se quell’infernale Heat riesce nel suo intento, quel poveretto finirà i suoi giorni in prigione soffocato nel suo stesso grasso, e lei non me lo perdonerà mai».
E intanto la sua figura allungata e scura, con il candido collare sotto i lampi argentei dei capelli rasati alla nuca, rimaneva immobile.
Il silenzio era durato così a lungo che l’Ispettore Capo Heat azzardò a schiarirsi la gola. Il rumore produsse l’effetto desiderato. L’abile e zelante funzionario venne di nuovo interrogato dal suo superiore, che intanto rimaneva immobile e di spalle:
«Lei mette in relazione Michaelis con questa faccenda?».
L’Ispettore Capo Heat fu cauto, ma molto deciso.
«Direi signore», disse, «che abbiamo sufficienti elementi per intervenire. Comunque non c’è motivo che un uomo come quello giri libero».
«Avrete bisogno di qualche prova definitiva», l’osservazione fu appena mormorata.
L’Ispettore Capo Heat alzò le sopracciglia verso quella schiena magra e scura che continuava con ostinazione a ergersi davanti al suo zelo e alla sua intelligenza.
«Non sarà difficile raccogliere prove sufficienti contro di lui», disse con lodevole desiderio di compiacere. «Potete contare su di me per questo, signore», aggiunse senza che ce ne fosse veramente bisogno, e tuttavia profondamente convinto; gli sembrava infatti ottima cosa avere in mano quell’uomo da gettare in pasto al pubblico caso mai questi volesse ruggire di particolare indignazione per quel caso. Ancora era impossibile prevedere se la folla avrebbe ruggito o meno. Ciò sarebbe dipeso, in ultima analisi, dalla stampa. Ma in ogni caso l’Ispettore Capo Heat, per mestiere abituato a riempire le carceri, uomo istintivamente fedele alla legalità, riteneva logicamente che l’incarcerazione fosse il destino giusto per ogni nemico dichiarato della legge. E forte di questa convinzione commise un errore di tatto; lasciandosi andare a una breve risatina presuntuosa, ripeté ancora una volta:
«Contate su di me per questo, signore».
Questo fu troppo per la calma forzata sotto la quale il Vice Commissario da oltre diciotto mesi nascondeva la sua irritazione nei confronti e del sistema e dei dipendenti del suo ufficio. Simile a un bullone quadrato messo a forza dentro un foro circolare, aveva vissuto come un’offesa quotidiana quella rotondità levigata dal tempo, entro la quale un uomo dalle forme meno angolose si sarebbe adattato dopo uno scatto o due con voluttuosa acquiescenza. Quello che gli dava più fastidio era soprattutto la necessità di doversi fidare ciecamente di altri per tanta parte del suo lavoro. Alla risatina dell’Ispettore Capo Heat, egli ruotò velocemente sui tacchi, come sbalzato, a seguito di una scossa elettrica, lontano dal vetro della finestra. Sul volto del suo dipendente scorse non solo il compiacimento dell’occasione celato sotto i baffi, ma quel che restava in quegli occhi rotondi di uno sguardo vigile ed esperto che, di sicuro, si era a lungo inchiodato sulle di lui spalle; ed ecco che per un secondo colse quel lampo prima che il carattere intento di quello sguardo avesse il tempo di cambiare in una innocente apparenza di sorpresa.
Il Vice Commissario di Polizia possedeva effettivamente delle qualità all’altezza delle sue mansioni. Ed ecco che all’improvviso gli sorsero dei sospetti. Veramente, sarebbe corretto dire che non ci voleva molto a risvegliare i suoi sospetti sui metodi della polizia (a meno che non accadesse che la polizia fosse un corpo semimilitare organizzato da lui stesso). Se talvolta questi sospetti rimanevano assopiti era per semplice stanchezza, e comunque solo in superficie: e il suo apprezzamento dello zelo e dell’abilità dell’Ispettore Capo Heat, già di per sé abbastanza moderato, escludeva ogni nozione di fiducia morale. «Ha qualcosa in mente», esclamò mentalmente, e subito sentì montare un’ondata d’ira. Attraversò la stanza precipitosamente a grandi passi, e si sedette con una certa violenza. «Eccomi qua incollato a un mucchio abominevole di documenti», rifletteva con un risentimento un po’ irragionevole, «considerato da tutti quello che regge le fila di ogni cosa, e invece non riesco a gestire che quello che altri mi mettono in mano, e niente altro. E loro possono annodare l’altro capo del bandolo dove meglio credono». Alzò la testa e volse verso il suo sottoposto un volto lungo e magro con i lineamenti marcati di un energico Don Chisciotte.
«Insomma qual è l’asso che avete nella manica?».
L’altro lo fissò. E continuò a fissarlo senza battere ciglio, mantenendo gli occhi tondi nell’immobilità più perfetta, così come era solito fissare i vari esponenti delle categorie criminali quando, dopo essere stati opportunamente preavvertiti, si ostinavano a reiterare le loro affermazioni in tono di offesa innocenza, o falsa semplicità, o cupa rassegnazione. Ma al di là di quella fissità gelida e professionale, c’era anche della sorpresa; l’Ispettore Capo Heat, uomo chiave del Dipartimento infatti, non era abituato a essere trattato con quel tono tra il disprezzo e l’impazienza. Cominciò tentando di guadagnar tempo, come chi è preso alla sprovvista di fronte a un’esperienza nuova e inaspettata.
«Che cosa ho contro Michaelis dite?».
Il Vice Commissario guardò quella testa tonda come una palla di cannone, le punte dei baffi da marinaio norvegese, spioventi fin sotto la linea della mandibola robusta; contemplò l’intera fisionomia pienotta e pallida, il cui carattere deciso era sciupato dal troppo grasso, le astute rughe di espressione che irraggiavano dagli angoli superiori degli occhi – e da quell’esame deliberato del suo efficiente e fidato funzionario derivò una convinzione così improvvisa che lo sconvolse come un’ispirazione.
«Ho buone ragioni di pensare che quando siete entrato in questa stanza», disse in tono misurato, «non era Michaelis che avevate in mente; non principalmente lui – forse non pensavate affatto a lui».
«Avete ragione di pensare, signore?», mormorò l’Ispettore Capo Heat, mostrando uno stupore che fino a un certo punto sembrava abbastanza sincero. Aveva scoperto in questa faccenda un lato delicato che lo disorientava e che imponeva a lui che ne era consapevole una certa dose di falsità, quella falsità che, sotto il nome di abilità, prudenza o discrezione, vien fuori in una fase o nell’altra della maggior parte delle cose umane. Egli si sentiva in quel momento come potrebbe sentirsi un acrobata se improvvisamente, nel bel mezzo dello spettacolo, il direttore del teatro fosse uscito dal suo ufficio manageriale e avesse cominciato a scuotere la fune. L’indignazione, il senso di morale insicurezza causati da un simile tradimento insieme alla paura immediata di rompersi il collo, sarebbero bastati, per così dire, a metterlo fuori di sé. E ci sarebbe stata anche la preoccupazione per uno scandalo nei confronti della sua arte, dal momento che un uomo deve identificarsi con qualcosa di più tangibile della propria personalità e mettere il proprio orgoglio in qualcosa, o nella sua posizione sociale, o nella qualità del lavoro che è obbligato a fare, o semplicemente nella superiorità dell’ozio che può essere abbastanza fortunato da godere.
«Sì, ho le mie buone ragioni per pensare questo. Non voglio dire che non abbiate pensato affatto a Michaelis. Ma state dando a un dato particolare una priorità che non mi sembra completamente obiettiva, Ispettore Heat. Se veramente è questo il percorso che porta alla soluzione, perché non lo avete seguito subito, o personalmente o mandando uno dei vostri uomini al villaggio dove egli vive?»
«Credete signore che io sia venuto meno al mio dovere?», chiese l’Ispettore Capo, in un tono che cercò di rendere innocentemente interrogativo. Costretto inaspettatamente a concentrare tutte le facoltà nel tentativo di conservare il proprio equilibrio, si era attaccato a quel punto, esponendosi così a un rimprovero; il Vice Commissario, infatti, vagamente scuro in volto, osservò che quella era un’osservazione molto inopportuna da fare.
«Ma dal momento che l’avete fatta», continuò con freddezza, «vi dirò che non era questo che intendevo dire».
Si fermò, con uno sguardo diretto degli occhi infossati, che equivaleva a dire: «E voi lo sapete bene». Il capo del cosiddetto Ufficio Crimini Speciali, impedito dal suo grado dall’andare in giro e mettersi personalmente alla ricerca dei segreti custoditi in animi colpevoli, tendeva a esercitare i suoi considerevoli doni ricercando verità incriminanti nei propri dipendenti. Questo particolare istinto difficilmente si sarebbe potuto chiamare una debolezza. Era naturale. Egli era un detective nato. Era stato ciò a guidare, sia pure inconsciamente, la scelta della sua carriera, e se mai nella vita questo dono gli era venuto meno, ciò era forse accaduto nell’eccezionale circostanza del suo matrimonio – e anche questo rientrava nell’ordine naturale delle cose. E l’uomo si nutriva, dal momento che non poteva avventurarsi nel mondo di fuori, del materiale umano che gli veniva posto dinanzi nell’isolamento del suo ufficio. Non possiamo mai smettere di essere noi stessi.
Il gomito appoggiato alla scrivania, le magre gambe accavallate, la guancia appoggiata sul palmo della mano scarna, il Vice Commissario responsabile del Dipartimento Crimini Speciali, andava sempre più impadronendosi del caso con interesse crescente. Il suo Capo Ispettore, se non un nemico assolutamente degno della sua penetrazione introspettiva, era in ogni caso il più degno di quanti aveva di fronte. La mancanza di fiducia nelle reputazioni troppo consolidate era strettamente in carattere con l’abilità investigativa del Vice Commissario. Ricordava lui stesso un certo capo indigeno vecchio, grasso e ricco nella lontana colonia; uomo di cui tradizionalmente i vari Governatori Coloniali erano soliti fidarsi e utilizzare come amico sicuro e come sostenitore dell’ordine e della legalità instaurata dai bianchi; in realtà una volta giudicato senza illusioni, si scoprì che costui era soprattutto un grande amico di se stesso e di nessun altro. Non precisamente un traditore, ma certo un uomo sulla cui fedeltà c’erano da fare molte e pericolose riserve, e ciò a causa del riguardo che considerava prioritario per il proprio utile, la propria comodità e sicurezza. E c’era nell’individuo anche una certa innocenza in quella sua duplicità ingenua, ma non era meno pericoloso per questo. Ed ecco che il Vice Commissario fece una scoperta: anche il vecchio capo indigeno era fisicamente un uomo imponente (a parte la differenza di colore, naturalmente), e l’aspetto dell’Ispettore Capo Heat richiamava proprio quell’uomo alla memoria del suo superiore. Non erano esattamente gli occhi o le labbra. Era strano. Ma non è Alfred Wallace nel suo famoso libro sull’Arcipelago Malese che racconta come tra gli abitanti delle isole Aru, egli avesse scoperto in un vecchio selvaggio nudo con la pelle fuligginosa una somiglianza tutta particolare a un caro amico in patria?
Per la prima volta da quando aveva assunto il suo incarico, il Vice Commissario si sentì in procinto di compiere un vero lavoro in cambio del suo stipendio. E questa era una sensazione piacevole. “Lo rivolterò come un vecchio guanto”, pensò il Vice Commissario mentre lo sguardo sostava pensoso sull’Ispettore Capo Heat.
«Non che non ci avessi pensato anch’io», riprese, «non c’è dubbio che voi conosciate il vostro mestiere – nessun dubbio; e questo è precisamente il motivo per cui…». Si fermò all’improvviso cambiando tono, «che cosa di preciso vi ha messo sulle tracce di Michaelis? A parte il fatto che i due uomini sospettati – e voi siete certo che fossero due – avevano come ultima tappa una stazione a tre miglia dal villaggio dove Michaelis vive ora».
«Questo basterebbe di per sé ad andare avanti, signore, con quell’individuo», disse l’Ispettore Heat, di nuovo impassibile. Il leggero cenno di approvazione del Vice Commissario contribuì molto a calmare lo stupore risentito del celebre funzionario. Perché l’Ispettore Capo Heat era un uomo cortese, un marito eccellente e un padre devoto; e la fiducia pubblica e dipartimentale di cui godeva, agendo in modo positivo su una natura di per sé conciliante, lo aveva disposto a sentimenti di amicizia nei confronti dei vari Vice Commissari che egli aveva visto passare proprio per quella stanza. Ce ne erano stati tre nella sua epoca. Il primo dall’aria marziale, brusco di modi, rubizzo in volto, con sopracciglia bianche e un temperamento esplosivo, si manovrava con un filo di seta. Se ne andò per raggiunti limiti di età. Il secondo, un perfetto gentleman, che conosceva a perfezione il suo ruolo e quello di quanti gli erano accanto, al momento di dare le dimissioni per assumere un più importante incarico fuori d’Inghilterra, ottenne di essere decorato per i servigi resi (in realtà) dall’Ispettore Heat. Lavorare con lui era stato un motivo di orgoglio e di piacere. Il terzo, un’acqua cheta, alquanto misterioso fin dall’inizio, era alla fine di diciotto mesi ancora abbastanza misterioso per il Dipartimento. Tutto sommato l’Ispettore Capo Heat lo considerava abbastanza innocuo – dall’apparenza strana, ma innocuo. In quel momento stava parlando e l’Ispettore Capo Heat ascoltava con apparente deferenza (che non significava nulla essendo il suo un dovere d’ufficio) e internamente con benevola tolleranza.
«Michaelis si è presentato prima di lasciare Londra per la campagna?»
«Sì, signore. Lo ha fatto».
«E che cosa starà facendo là?», continuò il Vice Commissario, che del resto era perfettamente informato sull’argomento. Incastrato dolorosamente in una vecchia poltrona di legno, davanti a un tavolo di quercia corroso dalle tarme, in una stanza del primo piano di una villetta di quattro camere con il tetto di tegole coperte di muschio, Michaelis scriveva giorno e notte con grafia obliqua e tremolante quella Autobiografia di un Prigioniero che avrebbe dovuto rappresentare un libro della Rivelazione sulla storia dell’umanità. La condizione di uno spazio ristretto, l’isolamento e la solitudine in una villetta di quattro stanze giovavano alla sua ispirazione. Era come essere in prigione, se non per il fatto che non si veniva disturbati con l’odioso pretesto di prendere aria, secondo le abitudini tiranniche della sua casa precedente, il penitenziario. Non avrebbe potuto dire se il sole ancora splendesse sulla terra o no. Il sudore della fatica letteraria gli colava dalla fronte. Un entusiasmo felice lo spingeva ad andare avanti. Era finalmente la liberazione della sua vita intima, voleva dire lasciare andare l’animo suo nel mondo immenso. E lo zelo della sua vanità innocente (risvegliata all’inizio dall’offerta di cinquecento sterline di un editore) assumeva l’aspetto di qualcosa di sacro e voluto dal destino.
«Sarebbe certo quanto mai desiderabile essere informati esattamente», insisté il Vice Commissario con una certa ipocrisia.
L’Ispettore Capo Heat avvertendo un ritorno di irritazione davanti a questa esibizione di scrupoli, osservò che la polizia della contea era stata avvertita dall’inizio dell’arrivo di Michaelis, e che si sarebbe potuto ottenere un rapporto completo in poche ore. Un telegramma al sovrintendente…
Così disse, parlando piuttosto lentamente, mentre la sua mente sembrava già soppesare le conseguenze. Un leggero corrugarsi della fronte ne era il segno esteriore. Ma fu interrotto da una domanda.
«Avete già mandato quel telegramma?»
«No, signore», rispose come sorpreso. Il Vice Commissario liberò le gambe di scatto. E il movimento brusco stonò con il modo apparentemente casuale con cui il funzionario parve buttar là un suggerimento.
«Pensate forse che Michaelis abbia avuto qualcosa a che fare con, poniamo, la preparazione di quella bomba?».
L’Ispettore Capo assunse un atteggiamento pensoso.
«Non direi. Non c’è necessità di stabilire questo, ora. Si accompagna a uomini che sono classificati come pericolosi. È stato eletto membro del Comitato Rosso meno di un anno dopo la sua liberazione su licenza. Un genere di riconoscimento, suppongo».
E l’Ispettore Capo rise un po’ con rabbia, un po’ con disprezzo. Con un uomo come quello la scrupolosità era sentimento mal riposto e perfino illegittimo. La celebrità creata attorno a Michaelis due anni prima al momento della sua liberazione da qualche giornalista a caccia di emozioni e di argomenti per edizioni speciali, gli bruciava ancora. Era perfettamente legale arrestare quell’uomo al minimo sospetto. Ed era opportuno e legale in quel caso. I suoi due superiori precedenti avrebbero immediatamente capito il problema; mentre questo, senza peraltro dire sì o no, sedeva là come perso in un sogno. Tra l’altro, oltre a essere opportuno e legale l’arresto di Michaelis risolveva una piccola difficoltà personale che in qualche modo preoccupava l’Ispettore Capo Heat. Questa difficoltà portava conseguenze sulla sua reputazione, sulla sua tranquillità, e anche sull’efficiente compimento dei suoi doveri. Perché, seppure Michaelis senza alcun dubbio sapeva qualcosa circa l’attentato, l’Ispettore Capo era abbastanza certo che non ne sapeva troppo. Ma non faceva differenza. Ne sapeva molto meno – l’Ispettore Capo ne era certo – di certi altri individui che aveva lui in mente, ma il cui arresto sembrava a lui inopportuno, oltre a essere molto più complicato a causa delle regole del gioco. Le regole del gioco invece non proteggevano altrettanto Michaelis, trattandosi di un ex carcerato. Sarebbe stato stupido non sfruttare le agevolazioni della legge, e i giornalisti che lo avevano celebrato nei loro scritti con grande sfoggio di emozioni, sarebbero stati pronti a distruggerlo nei loro scritti con un’indignazione altrettanto viscerale.
Questa prospettiva, contemplata con fiducia, attraeva l’Ispettore Capo Heat come un trionfo personale. E nel profondo del suo cuore innocente di cittadino comune con famiglia, il disgusto, quasi inconscio e tuttavia potente, di essere costretto dagli eventi a trovarsi a contatto con la disperata ferocia del professore aveva il suo peso. Questo disgusto si era ulteriormente rafforzato dopo l’incontro casuale nel vicolo; incontro che non si era lasciato dietro, per l’Ispettore Capo Heat, quel senso soddisfacente di superiorità che i componenti delle forze di polizia ricavano dall’aspetto intimo e ufficioso dei loro rapporti con le classi criminali, grazie al quale la vanità del potere è lusingata, e la volgare brama di dominio sui nostri simili è ricompensata con gli onori che merita.
L’Ispettore Heat non vedeva nell’anarchico perfetto un proprio simile. Era un essere impossibile – un cane arrabbiato da lasciar solo. Non che l’Ispettore Capo avesse paura di lui; al contrario pensava di acchiapparlo un giorno o l’altro. Ma non era ancora il momento: pensava di impadronirsene a suo tempo, in modo corretto e definitivo, secondo le regole del gioco. Quello presente non era il momento opportuno per tentare quel gesto, non era il momento opportuno per molte ragioni, personali e professionali. E poiché questa era una convinzione assoluta per l’Ispettore Heat, era logico che gli apparisse giusto e corretto che questa faccenda venisse deviata dal suo sentiero oscuro e sconveniente, che portava chissà dove, verso un tranquillo (e legale) binario morto, chiamato Michaelis. E ripeté, come riconsiderando il suggerimento con coscienza:
«La bomba. No, non direi esattamente. Potremmo non scoprirlo mai. Ma è chiaro che lui ha qualcosa a che fare con questa storia in qualche modo, e questo possiamo scoprirlo senza troppa fatica».
Il suo atteggiamento aveva quell’aria di indifferenza grave e autoritaria ben nota e molto temuta un tempo dai più abili tra i ladri. L’Ispettore Capo Heat, sebbene uomo, non era un animale capace di sorridere. Ma internamente il suo stato d’animo era di soddisfazione di fronte all’atteggiamento di ricettività passiva del Vice Commissario che mormorò a fior di labbra:
«E credete davvero che l’indagine debba essere condotta in quella direzione?»
«Sì, signore».
«Ne siete proprio convinto?»
«Sì, signore. Questa è la direzione che dobbiamo prendere».
Il Vice Commissario ritirò così di scatto la mano che sosteneva la testa reclinata che, considerato il suo atteggiamento languido, l’intera sua persona sembrò minacciare un collasso. Al contrario, egli si sedette diritto, estremamente vigile, dietro la grande scrivania sulla quale aveva lasciato cadere il pugno con un colpo secco.
«Quello che voglio sapere è quel che siete andato rimuginando finora».
«Cosa sono andato rimuginando?», ripeté l’Ispettore Capo molto lentamente.
«Sì. Prima di entrare in questa stanza – mi capite».
L’Ispettore Capo si sentiva come se lo strato d’aria tra la pelle e i suoi vestiti fosse divenuto rovente. Era una sensazione incredibilmente spiacevole e senza precedenti.
«Naturalmente», e l’Ispettore esagerò di proposito al massimo il tono deciso delle sue parole. «Se c’è un motivo del quale non so nulla, per non interferire con il prigioniero Michaelis, sarà meglio allora che io non gli sguinzagli dietro la polizia della contea».
Ci volle talmente tanto tempo a dire questa frase che l’attenzione costante del Vice Commissario parve comportare uno sforzo di incredibile sopportazione. La replica giunse immediata.
«Nessuna ragione che io sappia. Andiamo, Ispettore Capo, queste sottigliezze con me sono del tutto fuori luogo da parte vostra – assolutamente fuori luogo. Ed è anche scorretto, sapete. Non dovreste permettere che io sia qui a cercare di comporre da solo il mosaico delle congetture. Davvero sono sorpreso».
Si fermò un attimo, poi aggiunse soavemente: «Non c’è bisogno che io vi dica che questa conversazione è del tutto privata».
Parole simili erano ben lontane dal tranquillizzare l’Ispettore Capo. L’indignazione dell’acrobata tradito era in lui più forte che mai. Nel suo orgoglio di servitore fidato egli si sentiva ferito dalla certezza che la fune non veniva scossa con lo scopo di fargli rompere il collo, bensì per un’esibizione di impudenza. Come se qualcuno avesse paura! I Vice Commissari vanno e vengono, ma un Ispettore Capo non è un effimero fenomeno da ufficio. Lui non temeva di certo di rompersi il collo! Che lo spettacolo venisse sciupato era più che abbastanza per spiegare l’ondata di onesta indignazione che sentiva ardergli in petto. E poiché il pensiero non conosce riguardi per nessuno, il pensiero del Capo Ispettore prese una forma minacciosa e profetica. «Ragazzo mio», diceva a se stesso, tenendo gli occhi rotondi e abitualmente indagatori, attaccati alla faccia del Vice Commissario. «Ragazzo mio», diceva a se stesso, «tu non conosci il tuo posto, e il tuo posto non conoscerà a lungo te, ci scommetto».
E come se quel pensiero avesse provocato una risposta, qualcosa di simile al fantasma di un amabile sorriso passò sulle labbra del Vice Commissario. I suoi modi erano disinvolti e professionali mentre insisteva a dare un altro scossone alla fune tesa.
«Veniamo adesso a quel che avete scoperto sul posto, Ispettore Capo», disse.
«Uno sciocco e il suo posto fanno presto a separarsi», la serie di pensieri profetici andava avanti nella testa dell’Ispettore Capo Heat. Ma seguì immediata la riflessione che un alto funzionario anche quando è «silurato» (e questa era l’immagine precisa), trova il tempo, mentre vola oltre la porta, di tirare un brutto calcio negli stinchi di un dipendente. Senza addolcire molto la natura basilisca del suo sguardo, dichiarò impassibile:
«Stiamo arrivando a quella parte della mia indagine, signore».
«Bene. Che cosa ne avete ricavato?».
L’Ispettore Capo, che aveva deciso di buttarsi dalla fune, toccò terra con imbronciata disinvoltura.
«Ho portato via un indirizzo», disse, tirando fuori dalla tasca senza fretta un brandello di stoffa scura bruciacchiata. «Questo appartiene al soprabito che indossava quell’individuo che si è fatto saltare in aria. Naturalmente il soprabito poteva non essere il suo, e poteva anche essere stato rubato. Ma guardando questo non sembra molto probabile».
L’Ispettore Capo, avvicinandosi alla scrivania, vi stese sopra con cura il brandello di stoffa blu. Lo aveva raccolto da quel mucchio repellente nell’obitorio, perché accade spesso che si trovi il nome di un sarto sotto il colletto. Di rado serve a qualcosa, tuttavia… Non si aspettava molto di trovare qualcosa di utile, ma certamente non si aspettava di trovare… e non sotto il colletto, ma cucito con attenzione sul risvolto del bavero – un pezzo di cotone quadrato con un indirizzo scritto sopra con inchiostro indelebile. L’Ispettore Capo tolse la mano che lisciava la stoffa. «Me la sono portata via senza che nessuno ci facesse caso», disse. «Ho pensato che fosse meglio così. Su richiesta si potrà sempre produrla se ce ne sarà bisogno».
Il Vice Commissario, sollevandosi un po’ sulla sedia, tirò la stoffa dalla sua parte del tavolo. Sedette guardandolo in silenzio. Solo il numero 32 e il nome di Brett Street erano scritti in inchiostro indelebile su un pezzo di stoffa non più largo di una normale cartina di sigaretta. Fu genuinamente sorpreso.
«Non riesco a capire perché avrebbe dovuto andare in giro così targato», disse, guardando in alto verso l’Ispettore Capo Heat. «È qualcosa di veramente straordinario».
«Una volta ho incontrato nella sala fumatori di un albergo un anziano signore che andava in giro con nome e indirizzo cucito su tutte le giacche in caso di un incidente o di un malore improvviso», disse il Vice Commissario. «Egli dichiarava di avere ottantaquattro anni, ma sembrava più giovane della sua età. Mi disse anche che aveva paura di perdere improvvisamente la memoria, come quella gente di cui si legge qualche volta nei giornali».
Una domanda del Vice Commissario, che voleva sapere cosa fosse il n. 32 di Brett Street, interruppe bruscamente questo ricordo. L’Ispettore Capo Heat trascinato a terra con trucchi tutt’altro che corretti, aveva scelto di seguire la via di una franchezza senza riserve. Seppure rimanesse della ferma opinione che al Dipartimento non avrebbe giovato sapere troppo, tuttavia l’oculata custodia dell’informazione era il massimo che la sua lealtà gli consentiva di fare per il bene del servizio. Se il Vice Commissario voleva condurre a modo suo, sbagliando, questa faccenda, niente, naturalmente poteva impedirglielo. Ma quanto a lui, egli non vedeva alcuna ragione per uno sfoggio di zelo. Rispose dunque laconicamente: «È un negozio signore».
Il Vice Commissario, gli occhi chinati verso il brandello di stoffa blu, aspettava ulteriori informazioni. E poiché non sembravano arrivare egli cercò di ottenerle con una serie di domande formulate con garbata pazienza. Fu così che udì per la prima volta il nome di Verloc, giunse a farsi un’idea del genere di affari che trattava e del suo aspetto esteriore. In una pausa del discorso il Vice Commissario alzò gli occhi e scoprì una certa animazione sul volto dell’Ispettore Capo. Si guardarono in silenzio.
«Naturalmente», disse quest’ultimo, «il Dipartimento non ha alcun dato registrato su quell’uomo».
«Nessuno dei miei predecessori sapeva qualcosa di quanto mi avete appena detto?», chiese il Vice Commissario, appoggiando i gomiti sul tavolo e sollevando le mani unite davanti al volto, come se stesse pregando, solo che gli occhi non avevano certo un’espressione pia.
«No signore; certamente no. A quale scopo? Quel tipo d’uomo non poteva essere prodotto pubblicamente per nessun buon motivo. Era sufficiente per me sapere chi era e utilizzarlo in modo da poterne fare un uso pubblico».
«E ritenete che questo tipo di conoscenza privata sia compatibile con la posizione ufficiale che occupate?»
«Perfettamente, signore. Penso che sia assolutamente corretto. Mi prenderò la libertà di dirvi, signore, che è questo a fare di me quello che sono – e sono considerato un uomo che conosce il proprio mestiere. È un mio affare riservato. Un mio amico personale nella polizia francese mi suggerì che l’uomo era una spia dell’Ambasciata. Amicizia riservata, informazione riservata, e un uso riservato di essa – questo è come la vedo io».
Il Vice Commissario, osservò tra sé e sé, che lo stato d’animo del celebre Ispettore Capo aveva l’aria di riflettersi sulla linea della mascella inferiore, come se la viva consapevolezza della sua alta distinzione professionale si fosse fermata in quella sua parte anatomica; quindi si limitò a liquidare quel punto per il momento con un calmo «vedo, vedo». E appoggiando la guancia sulle mani giunte:
«Bene, allora – detto tra noi, se preferite – per quanto tempo siete stato in contatto con questa spia d’Ambasciata?».
La risposta riservata dell’Ispettore Capo a questa domanda, tanto riservata che non venne mai formulata in termini udibili, sarebbe stata:
«Molto tempo prima che voi vi sognaste di essere anche solo preso in considerazione per questo posto».
Ma la versione, diciamo pubblica, della dichiarazione fu molto più precisa:
«Lo vidi per la prima volta nella mia vita poco più di sette anni fa, quando vennero qui in visita due Altezze Imperiali e il Cancelliere Imperiale. Ero incaricato di tutta l’organizzazione per proteggerli. Il Barone Stott-Wartenheim era allora Ambasciatore. Era un vecchio signore molto ansioso. Una sera, tre giorni prima del ricevimento di Guildhall, mi mandò a dire che voleva vedermi un momento. Ero al piano di sotto, e le carrozze erano alla porta per portare le Altezze Imperiali e il Cancelliere all’opera. Salii subito e trovai il Barone che camminava su e giù per la sua camera da letto, torcendosi le mani in uno stato pietoso di ansia. Mi assicurò che aveva la più completa fiducia nella nostra polizia e nelle nostre capacità, ma c’era lì un uomo che era appena arrivato da Parigi e delle cui informazioni ci si poteva fidare completamente. Voleva che ascoltassi quello che quest’uomo aveva da dire. Mi portò subito in uno spogliatoio attiguo, dove vidi un tipo piuttosto grosso con un pesante soprabito che sedeva su una sedia tutto solo, tenendo in una mano cappello e bastone. Il Barone gli disse in francese: “Parla, amico mio”. Non c’era molta luce in quella stanza. Parlai con lui per qualcosa forse come cinque minuti. Certo è che mi diede una notizia davvero imprevedibile. Poi il Barone mi prese nervosamente da parte per raccomandarmi l’individuo, e quando mi volsi, scopersi che quel tizio si era dileguato come un fantasma. Si era alzato e se ne era andato credo furtivamente per qualche scala sul retro. Non c’era tempo di corrergli dietro, dato che dovevo correre dietro all’Ambasciatore giù per la scalone principale, e preoccuparmi che il gruppo partisse sano e salvo per l’Opera. Tuttavia, quella stessa notte agii secondo l’informazione ricevuta; che fosse perfettamente corretta o meno, certo sembrava una voce abbastanza seria. Molto probabilmente ci salvò da un brutto guaio il giorno della visita imperiale alla City.
Qualche tempo dopo, un mese o due dopo la mia promozione a Ispettore Capo, la mia attenzione fu attratta da un grosso uomo robusto, che mi sembrava di aver già visto in qualche posto prima, che usciva in fretta da un negozio di gioielleria nello Strand. Lo seguii, e siccome faceva il mio stesso cammino verso Charing Cross, vedendo uno dei nostri uomini al di là della strada, gli feci un cenno, e gli indicai l’uomo ordinandogli di controllarne i movimenti per un paio di giorni e di riferire poi a me in merito. Non più tardi del pomeriggio successivo il mio uomo si fece vivo per dirmi che quel tipo aveva sposato la figlia della sua padrona di casa all’ufficio del registro, proprio quel giorno alle 11.30 del mattino, e se ne era andato a Margate per una settimana. Il nostro incaricato aveva visto che caricava i bagagli su una carrozza. C’erano delle vecchie targhette di Parigi su una delle borse. Non so perché non riuscivo a togliermi quell’uomo dalla testa, e subito, la prima volta che mi dovetti recare a Parigi per servizio, parlai di lui a quel mio amico della polizia francese, che mi disse: “Da quel che mi dici penso che ti riferisci a un noto parassita ed emissario del Comitato Rosso Rivoluzionario. Dice di essere inglese per nascita. Abbiamo idea che sia già da un bel po’ di anni un agente segreto delle Ambasciate straniere a Londra”. Questo bastò a rischiararmi completamente la memoria. Era il tipo che avevo visto seduto su una seggiola nel bagno del Barone Stott-Wartenheim, che si era dileguato quel giorno. Dissi al mio amico che aveva ragione. Quell’uomo era un agente segreto, ne ero certo. In seguito il mio amico si prese la briga di indagarne per me i precedenti completi. Pensai che era meglio sapere tutto quel che c’era da sapere; ma suppongo non vogliate sentire la sua storia ora, signore?».
Il Vice Commissario scosse la testa che teneva ancora appoggiata alle mani.
«La storia dei vostri rapporti con quell’utile personaggio è la sola cosa che importa in questo momento», disse, chiudendo lentamente gli occhi infossati e stanchi, e riaprendoli poi subito con uno sguardo di gran lunga più vivace.
«Non c’è nulla di ufficiale in questi rapporti», disse l’Ispettore Capo con asprezza. «Andai una sera al suo negozio, gli dissi chi ero, e gli ricordai del nostro primo incontro. Non batté ciglio. Mi disse che ora si era sposato e sistemato, e tutto quello che voleva era di non essere ostacolato nel suo piccolo commercio. Mi presi la responsabilità di assicurargli che, fintanto che non avesse commesso nulla di apertamente contrario alla legge, sarebbe stato lasciato in pace dalla polizia. E questo valeva ben qualcosa per lui, una sola parola infatti da parte nostra a quelli degli uffici della dogana sarebbe bastata a far sì che a Dover gli aprissero qualcuno dei pacchi che lui faceva arrivare da Parigi e da Bruxelles, con sicura confisca successiva, e forse un arresto come risultato finale».
«È un tipo di commercio molto precario», mormorò il Vice Commissario. «Perché mai ci si sarà messo?».
L’Ispettore Capo inarcò con freddezza le sopracciglia sprezzanti.
«Di certo aveva qualche conoscenza – amici sul continente – tra gente che commercia con questo genere di mercanzia. Sarebbe proprio il tipo di persone adatto a lui. È un fannullone, anche lui – come tutti gli altri».
«Che cosa ne ricavate in cambio della protezione?».
L’Ispettore Capo non era incline a esaltare il valore dei servigi di Mr Verloc.
«Non servirebbe molto a nessun altro all’infuori di me. È necessario saperne parecchio prima di poter utilizzare un uomo come quello. Io riesco a capire il tipo di suggerimento che è in grado di dare. E quando ho bisogno di una traccia, di solito riesce a darmela».
L’Ispettore Capo si perse all’improvviso in uno stato d’animo di caute riflessioni; e il Vice Commissario represse un sorriso: gli attraversava la mente il pensiero che la reputazione dell’Ispettore Capo si era probabilmente creata in gran parte per merito dell’agente segreto Verloc.
«In quanto a essere utile in senso più generale, tutti i nostri uomini della Sezione Crimini Speciali di turno a Charing Cross e Vittoria hanno ordine di prendere attenta nota di chiunque vedano assieme a lui. Egli incontra spesso i nuovi arrivati, e poi non ne perde traccia. Sembra essere incaricato di questo tipo di compito. Quando voglio un indirizzo in fretta, posso sempre chiederlo a lui. Naturalmente io so come gestire i nostri rapporti. Non ho avuto modo di parlare con lui più di tre volte negli ultimi due anni. Io gli lascio una riga scritta, non firmata, e lui mi risponde allo stesso modo al mio indirizzo privato».
Di tanto in tanto il Vice Commissario dava un segno lievissimo di assenso. L’Ispettore Capo aggiunse che non credeva che Mr Verloc godesse profonda stima da parte dei membri del Consiglio Rivoluzionario Internazionale, ma che in linea di massima si fidavano di lui, su questo non ci potevano essere dubbi. «Ogni volta che ho avuto ragione di pensare che c’era qualcosa nell’aria», concluse, «ho sempre trovato che egli era in grado di dirmi qualcosa che valeva la pena di sapere».
Il Vice Commissario fece un’osservazione significativa.
«Questa volta ha mancato».
«Né peraltro in alcun modo io avevo la sensazione di qualcosa nell’aria», aggiunse l’Ispettore Capo Heat. «Non gli ho chiesto nulla, così non mi ha potuto dire nulla. Non è uno dei nostri. Non è come se lo pagassimo».
«No», borbottò il Vice Commissario. «È una spia pagata da uno Stato straniero. Non ci si può fidare di lui».
«Io devo andare avanti con il lavoro a modo mio. E se è necessario accetterei di collaborare anche con il diavolo, e di sopportarne le conseguenze. Ci sono cose che non è da tutti sapere».
«La vostra idea della riservatezza sembra consistere nel tenere all’oscuro il capo del vostro Dipartimento. Questo vuol dire spingersi un po’ troppo oltre, non vi pare? E lui vive sopra al negozio?»
«Chi… Verloc? Oh, sì. Vive sopra al negozio. La madre della moglie, mi sembra, vive con loro».
«La casa è sorvegliata?»
«Oh, santo cielo. Non servirebbe. Sono sorvegliate alcune delle persone che vi si recano. La mia opinione è che non sappia nulla di questa faccenda».
«E come vi spiegate questo?». Il Vice Commissario accennò al brandello di stoffa che stava posato sul tavolo.
«Non me lo spiego affatto, signore. È semplicemente incomprensibile. Non ha spiegazioni stando a quel che ne sappiamo». L’Ispettore Capo fece quelle ammissioni con la franchezza di un uomo la cui reputazione è solida come una roccia. «In ogni caso non in questo momento. Ritengo che si scoprirà che l’uomo che ha avuto maggiormente a che fare con questa faccenda è Michaelis».
«Davvero?»
«Sì, signore; perché rispondo di tutti gli altri».
«E che mi dite dell’altro uomo che sarebbe fuggito dal parco?»
«Direi che a quest’ora è ben lontano», fu l’opinione dell’Ispettore Capo.
Il Vice Commissario lo guardò duramente, e di colpo si alzò, come se avesse deciso una certa linea d’azione. In effetti, egli proprio in quel momento stava cedendo a una tentazione affascinante. L’Ispettore Capo si sentì congedare con l’ordine di incontrare il suo superiore la mattina dopo di buonora per ulteriori consultazioni sul caso. Lo ascoltò con volto impenetrabile, e uscì dalla stanza a passi misurati.
Quali che fossero i piani del Vice Commissario non avevano nulla a che fare con il suo lavoro d’ufficio che gli avvelenava l’esistenza per l’isolamento che comportava e l’evidente mancanza di contatti con ogni realtà. Se così non fosse stato l’aria improvvisamente attiva e solerte del Vice Commissario, non avrebbe trovato spiegazioni. Non appena fu lasciato solo, cercò istintivamente il cappello, e se lo mise in testa. Poi si sedette di nuovo per riconsiderare l’intera storia. Ma poiché aveva già deciso, non si fermò a lungo. E prima che l’Ispettore Capo Heat fosse andato molto lontano sulla via di casa, anch’egli abbandonò l’edificio.
Capitolo settimo
Il Vice Commissario si avviò per una strada angusta, quasi un fosso invaso da acqua e fango, poi, superato un largo incrocio, entrò in un edificio pubblico, e cercò di parlare con il giovane segretario privato (volontario e quindi non pagato) di un gran personaggio.
Il giovanotto bello e liscio in volto, al quale la pettinatura simmetrica dava l’aria di un grosso scolaretto tutto lindo, accolse la richiesta del Vice Commissario con uno sguardo perplesso, e parlò con ansia trattenuta:
«Vorrà vedervi? Non ne sono sicuro. Se ne è venuto a piedi dal Parlamento un’ora fa per parlare con il Sottosegretario permanente, e ora è pronto a tornare indietro di nuovo. Avrebbe potuto mandare a chiamare il Sottosegretario, ma credo preferisca fare un po’ di esercizio. È tutto il moto che ancora riesce a trovare il tempo di fare, finché dura questa sessione. Io non me ne lamento; anzi mi piacciono queste brevi passeggiate. Si appoggia al mio braccio, e non apre bocca. Ma, ve lo dico io, è molto stanco, e – francamente – non nel migliore degli umori in questo momento».
«È in relazione con quell’affare di Greenwich».
«Oh! Ce l’ha su con tutti voi a questo proposito. Ma andrò a vedere, se insistete».
«Andate, da bravo», gli disse il Vice Commissario.
Il segretario volontario ammirava quest’ardire. Assumendo un’espressione innocente per l’occasione, aprì la porta, ed entrò con la sicurezza di un bimbo bello e privilegiato. E subito riapparve, con un cenno di assenso al Vice Commissario che, passando attraverso la stessa porta lasciata aperta per lui, si trovò in una grande sala, a tu per tu con il grande personaggio.
Imponente come mole e come statura, con un lungo volto pallido che a causa del doppio mento abbondante andava allargandosi alla base, assumendo la forma di un uovo incorniciato da baffi grigiastri, il gran personaggio dava l’impressione di dilatarsi a vista. Una disgrazia per i sarti che dovevano vestirlo, bastava guardare le grinze che attraversavano nel senso della larghezza il soprabito abbottonato, come se le cuciture fossero tese al di là di ogni possibilità di resistenza. Il capo spuntava dritto dal collo robusto, gli occhi, con le borse gonfie, guardavano dall’alto in basso con alterigia, ai due lati di un naso adunco e aggressivo, nobile e importante nella vasta circonferenza pallida del volto. Un cappello lucido di seta e un paio di guanti sgualciti, pronti su una delle estremità del lungo tavolo, sembravano enormi e dilatati a loro volta.
In piedi davanti al caminetto, nei grossi e larghi stivali, non si dilungò in espressioni di saluto.
«Vorrei sapere se questo è l’inizio di un’altra campagna dinamitarda», chiese subito con voce calma e profonda. «Non vi perdete in dettagli. Non ho tempo».
La figura del Vice Commissario di fronte a quella presenza rozza e massiccia aveva l’agilità fragile e slanciata di una canna che si rivolge alla quercia. E veramente la discendenza ininterrotta dei suoi avi superava come numero di secoli l’età della più vecchia quercia del paese.
«Nei limiti in cui si può essere sicuri di qualche cosa, vi posso assicurare che non lo è».
«Sì, ma la vostra idea circa questo tipo di assicurazioni», disse il grand’uomo con uno sprezzante gesto della mano verso la finestra che dava sulla grande arteria cittadina, «sembra consistere principalmente nel far fare la figura dello scemo al Segretario di Stato. Mi è stato detto con certezza in questa stessa stanza, meno di un mese fa, che nulla del genere sarebbe stato nemmeno possibile».
Il Vice Commissario imperturbabile gettò un’occhiata in direzione della finestra.
«Mi permetterete di farvi notare, Sir Ethelred, che fino a questo momento non ho avuto alcuna opportunità di darvi assicurazioni di nessun genere».
Lo sguardo di alterigia si concentrò sul Vice Commissario.
«Vero», ammise la voce calma e profonda. «È Heat che ho mandato a chiamare. Voi siete ancora un novizio nella cella nuova. E come vanno le cose laggiù?»
«Credo di imparare qualcosa ogni giorno».
«Certo, certo, spero che vi troverete bene».
«Grazie, Sir Ethelred. Ho imparato qualcosa anche oggi, e anche in quest’ultima ora, più o meno. C’è molto in questa faccenda che non fa pensare al solito attentato anarchico, anche a guardarlo il più possibile da vicino. Ed è questo il motivo per cui sono qui».
Il grand’uomo appoggiò il dorso delle sue grosse mani sui fianchi, e spinse i gomiti in fuori, a mo’ di anfora.
«Molto bene. Andate avanti. Solo, niente dettagli, per cortesia. Risparmiatemi i dettagli».
«Non sarete importunato con dettagli, Sir Ethelred», il Vice Commissario cominciò calmo, con tranquilla sicurezza. Mentre parlava, alle spalle del grand’uomo le lancette sul quadrante dell’orologio – un oggetto pesante, dal ticchettio lugubre ed evanescente, che rifulgeva di fregi massicci nello stesso marmo scuro della mensola del caminetto, – percorsero lo spazio di sette minuti. Egli esponeva i fatti studiandosi di mantenersi fedele a uno stile parentetico, dove ogni piccolo elemento – ossia ogni dettaglio – si incastrava nel tutto con deliziosa facilità. Non ci fu accenno di interruzione, non un mormorio, non un movimento. Il grande personaggio avrebbe potuto essere la statua di uno dei suoi antenati principeschi spogliato dell’armatura da guerriero crociato e messo dentro una finanziera di cattivo taglio. Il Vice Commissario sentì che gli sarebbe stata data la libertà di parlare anche per un’ora intera. Ma mantenne il controllo, e alla fine del tempo indicato sopra, si interruppe con una conclusione brusca che, riallacciandosi all’affermazione di apertura, sorprese favorevolmente Sir Ethelred per l’evidente prontezza e la vivacità che dimostrava.
«Quel che s’impone alla nostra attenzione al di sotto della superficie dei fatti, fatti peraltro senza alcuna consistenza, è insolito – in questa forma precisa almeno – e richiede un trattamento speciale».
Il tono della risposta di Sir Ethelred giunse dal profondo, pieno di convinzione:
«Direi proprio di sì – con il coinvolgimento di un Ambasciatore di uno Stato straniero!».
«Oh! L’Ambasciatore!», protestò l’altro, dritto e slanciato, concedendosi un mezzo sorriso. «Sarebbe stupido da parte mia insinuare qualcosa del genere. Ed è assolutamente inutile, poiché se le mie premesse sono giuste, che si tratti di un Ambasciatore o di un usciere è semplice dettaglio».
Sir Ethelred spalancò una bocca grande, simile a una caverna dentro la quale il naso adunco sembrava ansioso di andare a curiosare; e da essa giunse un rumore soffocato e vibrante, come di organo lontano, subito interrotto con sprezzante indignazione:
«No! Questa gente è davvero impossibile. Che cosa pensano di fare importando i loro sistemi crimeo-tartarici da queste parti? Un turco avrebbe più decenza».
«Dimenticate, Sir Ethelred, che per essere sinceri, non sappiamo nulla di certo – non ancora».
«No! Ma come definireste tutto questo? In breve?»
«Audacia impudente, addirittura un genere di infantilismo tutto particolare».
«Non possiamo sopportare l’innocenza di questi bambini cattivi», disse il grosso personaggio dilatato, che dava l’impressione di dilatarsi ancora di più mentre lo si guardava. Dall’alto lo sguardo altero sembrò scendere a colpire rumorosamente il tappeto ai piedi del Vice Commissario. «Bisognerà dargli una lezione come si deve. Dobbiamo essere messi in condizione di… Qual è la vostra idea generale, espressa in breve? Non c’è bisogno di dilungarsi in dettagli».
«No, Sir Ethelred. In linea di principio io stabilirei che l’esistenza di agenti segreti non dovrebbe essere tollerata, essi servono infatti solo ad aumentare i pericoli reali del male per combattere il quale vengono utilizzati. Che la spia fabbrichi da sola le proprie informazioni è un semplice luogo comune. Ma nella sfera dell’azione politica e rivoluzionaria, che in parte si regge anche sulla violenza, la spia professionale ha ogni facilità di fabbricare i fatti medesimi, e diffonderà il doppio male dell’antagonismo in una direzione, e del panico, legislazione affrettata, odio dissennato nell’altra. Comunque questo è un mondo imperfetto…».
La presenza dotata di voce profonda, immobile davanti al caminetto, con i grossi gomiti sporgenti in fuori, si affrettò a dire: «Siate lucido, per favore».
«Sì, Sir Ethelred – un mondo imperfetto. Ed ecco che appena mi si è rivelato il senso di questa faccenda, ho pensato che andava necessariamente trattata con una speciale segretezza, e mi sono azzardato a venire da voi».
«Ben fatto», approvò il gran personaggio, guardando con compiacenza verso il basso al di sopra dell’abbondante pappagorgia. «Sono contento ci sia qualcuno nella vostra bottega che pensa che ogni tanto ci si possa fidare del Segretario di Stato».
Il Vice Commissario sorrise divertito: «Stavo pensando effettivamente che sarebbe conveniente a questo stadio che Heat fosse rimpiazzato da…».
«Cosa! Heat? Un somaro – eh?», esclamò il grand’uomo con particolare animosità.
«Niente del genere Vi prego Sir Ethelred, non dia questa interpretazione ingiusta alle mie parole».
«E allora? Troppo bravo?»
«Nessuna delle due cose – almeno come regola. La base di ogni mia ipotesi mi viene da lui. L’unica cosa che ho scoperto da solo è che Heat si sta servendo privatamente di quell’uomo. E come dargli torto? È un vecchio strumento della polizia. Egli mi ha detto effettivamente chiaro e tondo che deve avere strumenti con cui lavorare. Mi è parso, tuttavia, che questo strumento avrebbe dovuto essere consegnato a tutta la Divisione Crimini Speciali invece di rimanere proprietà privata dell’Ispettore Capo Heat. Ho esteso questa concezione dei miei doveri dipartimentali giungendo alla conclusione della necessità della soppressione dell’agente segreto. Ma l’Ispettore Capo Heat è una vecchia colonna del Dipartimento. Mi accuserebbe di sciuparne la moralità e di intaccarne l’efficienza. Definirebbe ciò senza mezzi termini come protezione estesa alla classe criminale dei rivoluzionari. Questo sarebbe il significato che lui darebbe a tutto questo».
«Sì. Ma che intendete dire con ciò?»
«Intendo dire, prima di tutto, che è troppo comodo dichiarare che ogni dato atto di violenza – danneggiare la proprietà o distruggere la vita – sia necessariamente opera di movimenti anarchici, anche quando è qualcosa di tutto diverso – vari generi di delinquenza autorizzata. Questo, immagino, che sia molto più frequente di quel che supponiamo. Inoltre, è ovvio che l’esistenza di questa gente pagata da Stati stranieri vanifica in una certa misura l’efficacia del nostro controllo. Simili spie possono permettersi di essere più spericolate del più spericolato dei cospiratori. La loro opera è libera da qualsiasi forma di controllo. Non posseggono abbastanza fede, quanta ne servirebbe per la negazione totale, né quel tanto di legge implicito nella negazione di ogni legalità. In terzo luogo, l’esistenza di queste spie tra i gruppi rivoluzionari, cui ci si rimprovera di dare ospitalità, finisce per togliere ogni certezza. Avevate ricevuto una dichiarazione rassicurante dall’Ispettore Capo Heat un po’ di tempo fa. Non era di certo senza fondamento – e tuttavia questo episodio si è verificato. Lo chiamo un episodio, perché questa faccenda, mi permetto di dire è episodica; essa non fa parte di uno schema generale, per violenta che possa essere. Le stesse peculiarità del caso che sorprendono e rendono perplesso l’Ispettore Capo Heat, ne definiscono ai miei occhi le caratteristiche. Sto evitando dettagli, Sir Ethelred».
Dritto davanti al focolare, il gran personaggio aveva ascoltato con attenzione profonda.
«Proprio così. Siate più conciso possibile».
Il Vice Commissario ribadì ancora, con un gesto deciso e rispettoso, che egli era ansioso di esserlo.
«C’è una stupidità particolare e una debolezza nel modo in cui questa faccenda è condotta, che mi dà eccellenti speranze di riuscire a vedere cosa c’è dietro e di trovare qualcosa di più di un ghiribizzo individuale di fanatismo. Perché si tratta di qualcosa di premeditato, indubbiamente. Il vero esecutore sembrerebbe essere stato portato sul posto e poi abbandonato frettolosamente ai suoi congegni. L’ipotesi è che costui sia stato importato dall’estero allo scopo di perpetrare questo attentato. E inoltre si è forzati ad arrivare alla conclusione che non conosceva abbastanza inglese per chiedere informazioni sulla strada da percorrere, a meno che non si voglia accettare la fantastica teoria che si sia trattato di un sordomuto. Mi domando ora… Ma questa è una perdita di tempo. Si è distrutto per un incidente, evidentemente. Un incidente non straordinario. Ma rimane un piccolo fatto straordinario: l’indirizzo sul pezzo d’indumento scoperto tra l’altro assolutamente per caso. È un piccolo fatto incredibile, così incredibile che la spiegazione che lo risolverà è destinata a toccare il fondo di questa storia. Invece di ordinare a Heat di andare avanti con questo caso, è mia intenzione cercare una spiegazione personalmente – da solo, voglio dire – là dove può essere trovata. E questo è in un certo posto, e sulle labbra di un certo agente segreto, un tempo spia affidabile e leale del defunto Barone Stott-Wartenheim, Ambasciatore della Grande Potenza alla Corte di St James».
Il Vice Commissario si fermò un attimo, e aggiunse: «Tipi come quelli sono una vera calamità». Per poter dirigere lo sguardo dall’alto verso il volto del suo interlocutore, il personaggio che troneggiava davanti al caminetto aveva gradualmente inclinato la testa il più possibile all’indietro, assumendo un aspetto di straordinaria alterigia:
«Perché non lasciare la cosa a Heat?»
«Perché è un vecchio ingranaggio del Dipartimento. Gente come lui ha una moralità tutta propria. La mia linea di inchiesta gli apparirebbe come una abominevole perversione d’ufficio. Per lui il dovere puro e semplice è quello di addossare la colpa su tutti gli anarchici più in vista che riesce a trovare, basandosi su alcune vaghe indicazioni che avrebbe raccolto nel corso della sua inchiesta sul luogo; mentre io, direbbe lui, sono portato a rivendicare la loro innocenza. Cerco di essere quanto più possibile lucido nel presentarvi una materia piuttosto oscura senza entrare in dettagli».
«Si comporterebbe così, davvero?», mormorò la testa orgogliosa di Sir Ethelred dalla sua sdegnosa altezza.
«Ho paura di sì – e con un’indignazione e disgusto del quale voi o io non abbiamo l’idea. È un eccellente servitore. Non dobbiamo mettere troppo duramente alla prova la sua lealtà. Questo è sempre un errore. E inoltre io voglio mano libera – una mano più libera di quanto sarebbe forse consigliabile dare all’Ispettore Capo Heat. Non ho la minima intenzione di risparmiare questo Verloc. Heat sarà, suppongo, estremamente sorpreso di trovarsi innanzi bella e pronta la connessione di Verloc con questa storia, quale essa sia. Spaventare quella spia non sarà molto difficile. Ma il nostro vero obiettivo è altrove. Ho bisogno della vostra autorità per dargli tutte quelle garanzie di sicurezza personale che riterrò opportuno dargli».
«Certo», disse il personaggio davanti al caminetto. «Scoprite tutto quello che potete scoprire; e scopritelo a modo vostro».
«Devo mettermi al lavoro senza perdere tempo, questa sera stessa», disse il Vice Commissario.
Sir Ethelred tirò fuori una mano da sotto le falde della redingote e, gettando indietro la testa, lo guardò dritto in volto.
«Avremo una riunione fino a tardi questa sera. Venite al Parlamento con le vostre scoperte, se ancora non siamo andati a casa. Avviserò Toodles di star pronto a farvi entrare, vi condurrà nella mia stanza».
I molti parenti e le numerose conoscenze accarezzavano per il Segretario Privato di giovanili sembianze un destino severo ed esaltante. Nell’attesa, la società che egli adornava della sua presenza nelle ore di svago aveva scelto di vezzeggiarlo con quel soprannome: “Toodles”. E Sir Ethelred, udendo il nomignolo ogni giorno sulla bocca della moglie e delle ragazze (soprattutto all’ora di colazione), aveva conferito a questo nome, senza sorridere, dignità di adozione.
Il Vice Commissario fu estremamente sorpreso e gratificato.
«Senza alcun dubbio porterò al Palazzo del Parlamento le mie scoperte nel fortunato caso che voi abbiate il tempo di…».
«Non ne avrò il tempo», lo interruppe il gran personaggio, «ma vi vedrò lo stesso. Non ho tempo neanche ora… e, insomma, volete andare personalmente?»
«Sì, Sir Ethelred. Credo sia la cosa migliore».
Il personaggio aveva gettato la testa tanto indietro che, per mantenere il Vice Commissario sotto osservazione, doveva quasi chiudere gli occhi.
«Bene. E cosa vi proponete di fare? Vi travestirete?»
«Non direi un travestimento! Mi cambierò di abito naturalmente».
«Naturalmente», ripeté il grand’uomo, con una certa alterigia distratta.
Volse la grossa testa lentamente, e da sopra la spalla gettò uno sguardo altero e obliquo al pesante orologio in marmo dal debole ticchettio furtivo. Le lancette dorate alle sue spalle avevano colto l’occasione per sottrargli ancora altri venticinque minuti.
Il Vice Commissario, che non poteva vederle, s’innervosì alquanto in quella pausa. Ma il grand’uomo volse verso di lui un volto calmo e impassibile.
«Molto bene», disse, poi fece una pausa, volutamente ignorando l’orologio ufficiale. «Ma cosa è stato all’inizio che vi ha fatto muovere in questa direzione?»
«Sono sempre stato dell’opinione…», cominciò il Vice Commissario.
«Ah, sì! Opinioni? Naturalmente. Ma il motivo immediato?»
«Cosa volete che vi dica, Sir Ethelred? L’opposizione di un uomo nuovo a metodi vecchi. Un desiderio di sapere qualcosa di prima mano. Un po’ d’impazienza. È sempre il mio lavoro, ma la bardatura è diversa. È un po’ che mi sento punzecchiare in un paio di punti sensibili».
«Spero che ce la farete laggiù», il grand’uomo parlò con gentilezza, tendendogli una mano morbida al tatto, ma grande e forte come la mano di un contadino idealizzato. Il Vice Commissario la strinse e si ritirò.
Nella stanza attigua Toodles che aveva atteso appollaiato sul bordo di una scrivania, gli si fece incontro, frenando la sua natura gioviale.
«Allora? Soddisfacente?», chiese, dandosi una certa aria di importanza.
«Perfettamente. Vi siete guadagnato la mia gratitudine eterna», rispose il Vice Commissario, la cui faccia oblunga sembrava scolpita nel legno confrontata con il carattere tutto particolare della gravità dell’altro, sempre sul punto di frangersi in gorgoglii e risatine.
«Va bene. Ma davvero non potete immaginare quanto egli sia irritato per gli attacchi al suo progetto di legge per la nazionalizzazione delle pescherie. Lo chiamano l’inizio della rivoluzione sociale. Certamente è una misura rivoluzionaria. Ma questa gente non ha decenza. Gli attacchi personali…».
«Li leggo i giornali», fece notare il Vice Commissario.
«Terribili vero? E non avete idea che massa di lavoro lui debba affrontare ogni giorno. E fa tutto da solo. Sembra che non si possa fidare di nessuno con queste pescherie».
«E tuttavia ha dedicato una buona mezz’ora a esaminare il mio pesciolino», intervenne il Vice Commissario.
«Pesciolino? Dite davvero? Ne sono lieto. Ma è un peccato allora che lei non si sia tenuto a distanza. La lotta lo sfinisce in un modo incredibile. L’uomo sta esaurendosi. Riesco ad accorgermene dal modo in cui si appoggia al mio braccio mentre camminiamo. E mi domando, correrà nessun rischio girando per le strade? Mullins ha sguinzagliato tutti i suoi uomini in questa direzione, questo pomeriggio. C’è un poliziotto attaccato a ogni lampione, e una persona su due che incontriamo tra qua e il cortile del Palazzo è ovviamente un detective. Finirà per dargli sui nervi. Dico io, questi delinquenti stranieri non finiranno per tirare qualcosa anche su di lui? Sarebbe una calamità per la nazione. Il paese non può fare a meno della sua opera».
«Senza pensare alla vostra persona. È a voi che è appoggiato», suggerì il Vice Commissario, giudiziosamente. «Ve ne andreste insieme».
«Sarebbe un modo facile per un giovane di passare alla storia. Non sono stati in tanti i Ministri Britannici assassinati, e non verrebbe considerato un incidente minore di certo. Ma seriamente ora…».
«Ho paura che se volete entrare nella storia dovrete darvi da fare. Onestamente, non c’è il minimo pericolo per nessuno dei due, se non a causa del superlavoro».
Il cordiale Toodles accolse volentieri l’invito a farsi una risatina.
«Le pescherie non mi uccideranno. Sono abituato a far le ore piccole», dichiarò con leggerezza innocente, ma pentendosene subito e, come si trattasse di infilarsi un guanto, fu pronto ad assumere un cipiglio da uomo di Stato. «Il suo poderoso intelletto sopporterà qualsiasi mole di lavoro. È del suo stato nervoso che sono preoccupato. La banda reazionaria, con quel bruto violento di Cheeseman alla testa. Lo insulta ogni sera».
«Se lui insiste a promuovere una rivoluzione!», mormorò il Vice Commissario.
«È giunta l’ora, e lui è l’unico all’altezza del compito», protestò il rivoluzionario Toodles, infiammandosi sotto il calmo sguardo speculativo del Vice Commissario. Da qualche parte nel corridoio un campanello lontano suonava impellente, e con vigilanza devota il giovane tese le orecchie a quel suono. «È pronto per andare ora», esclamò in un sussurro, afferrò il cappello e svanì dalla stanza.
Con un’andatura un po’ meno elastica, il Vice Commmissario uscì da un’altra porta. Attraversò di nuovo la vasta arteria cittadina, percorse una strada stretta e rientrò di corsa nella zona del suo ufficio. Mantenne quest’andatura celere fino alla sua stanza privata, e, prima ancora di essersi richiuso la porta alle sue spalle, cercò con gli occhi la scrivania. Rimase immobile per un attimo, fece alcuni passi, contemplò il pavimento tutt’intorno, si sedette sulla sedia, suonò un campanello e attese.
«È già andato via l’Ispettore Capo Heat?»
«Sì, signore, se ne è andato circa un’ora fa».
Annuì con il capo. «Va bene così». E mentre rimaneva seduto immobile, con il cappello spinto all’indietro, gli venne in mente che ci voleva proprio la dannata sfacciataggine di Heat per portarsi tranquillamente via l’unico elemento di prova materiale. Ma era un pensiero privo di animosità. I vecchi e preziosi servitori amano prendersi delle libertà. Il pezzo di soprabito con l’indirizzo cucito sopra non era certo cosa da lasciarsi in giro. Scacciando dalla mente ogni senso di sfiducia nei confronti dell’Ispettore Capo Heat, scrisse e fece recapitare un biglietto per sua moglie, incaricandola di fare le sue scuse alla gran dama di Michaelis, con la quale avevano un impegno per pranzare insieme quella sera.
In una specie di alcova circondata da tende, attrezzata con un lavabo, una fila di stampelle di legno e una mensola, il Vice Commissario indossò una giacchetta e un berretto tondo e piatto che metteva straordinariamente in evidenza il volto bruno e serio. Rientrò nella piena luce della sua stanza, simile a un Don Chisciotte gelido e pensoso, dagli occhi intensi e profondi e dai modi determinati di tenebroso entusiasta.
Veloce, si allontanò come un’ombra discreta dalla scena della fatica quotidiana. Scendere in strada fu come scendere in un acquario fangoso da cui fosse stata fatta defluire l’acqua. Lo avvolse un’umidità lugubre e tenebrosa. I muri delle case erano bagnati, il fango del piano stradale luccicava con un effetto di fosforescenza, e quando il Vice Commissario emerse sullo Strand da una strada angusta, accanto alla stazione di Charing Cross, il genio del luogo lo assimilò a sé. Avrebbe potuto essere uno dei tanti tipi strani del continente che verso sera possono vedersi aggirare furtivi dietro gli angoli oscuri. Si fermò proprio sull’orlo del marciapiede e attese. Gli occhi esercitati erano riusciti a distinguere nel movimento confuso di forme e di luci che affollavano la strada l’avvicinarsi lento di una carrozza. Non fece alcun richiamo, ma quando il basso predellino che avanzava scivolando lungo il marciapiede giunse a portata dei suoi piedi, saltò abilmente davanti alla grossa ruota in movimento, e gridò attraverso il finestrino al conducente, prima che questi, che dal suo trespolo guardava imbambolato dinanzi a sé, si rendesse conto di essere stato abbordato da un passeggero.
Non fu una lunga corsa. Finì con un segnale brusco, in nessun posto in particolare, tra due lampioni, davanti a una fabbrica di tessuti – una lunga fila di negozi, già chiusi per la notte, dietro lenzuola di lamiera ondulata. Porgendo una moneta attraverso il finestrino il passeggero sgusciò fuori e scomparve, lasciando nella mente del conducente qualcosa di simile al senso di un’apparizione di fantasmi misteriosi, venuti da lontano. Ma, al tatto, la misura della moneta sembrava soddisfacente, e l’uomo, che non aveva un’educazione letteraria, non rimase turbato dalla paura di trovarsela in tasca improvvisamente mutata in foglia secca. Abituato per mestiere a sfiorare dall’alto il mondo dei passeggeri, contemplava le loro azioni con interesse limitato. La brusca tirata di briglie che impresse al cavallo una virata verso destra, parve il commento alla sua filosofia.
Nel frattempo, il Vice Commissario stava già dando ordini a un cameriere in un piccolo ristorante italiano dietro l’angolo, una di quelle trappole per individui affamati, lunghe e strette, che lusingano con prospettive di specchi e tovaglie bianche, senz’aria, ma con un’atmosfera tutta propria – un’atmosfera di cucina truffaldina buona a beffare un’umanità abietta nella più urgente delle sue miserabili necessità. In questa atmosfera equivoca il Vice Commissario, riflettendo sulla sua impresa, sembrava perdere ancora un po’ della sua identità. Provava un senso di solitudine, di libertà perversa. Era abbastanza piacevole dopotutto. Quando, dopo aver pagato per il suo breve pasto, si alzò aspettando che gli portassero il resto, si vide riflesso nello specchio e rimase colpito dal suo aspetto estraneo. Contemplò la propria immagine con uno sguardo melanconico e perplesso, poi, come per un’ispirazione improvvisa, rialzò il bavero della giacca. L’insieme gli apparve accettabile e lo completò con un tocco finale, rigirando verso l’alto le punte dei baffi neri. Si sentì soddisfatto del lieve cambiamento dell’aspetto della sua persona a seguito di queste piccole innovazioni. “Così andrà bene”, pensò, “dovrò solo bagnarmi un po’, schizzarmi un po’ di fango…”.
Si rese conto del cameriere vicino a lui, e di un mucchietto di monete d’argento sul bordo del tavolo. Il cameriere guardava i soldi con la coda dell’occhio, mentre con l’altro occhio seguiva di spalle una ragazza alta, non giovanissima, che andava verso un tavolo più lontano, con l’aria di non vedere nessuno e di essere assolutamente inavvicinabile; sembrava una cliente abituale.
Uscendo il Vice Commissario rifletteva tra sé e sé che i padroni del locale, a forza di cucinare in modo truffaldino, erano andati perdendo ogni caratteristica nazionale e personale. E questo era strano, dal momento che il ristorante italiano rappresentava una caratteristica istituzione britannica. Ma anche i clienti erano denazionalizzati come i piatti che gli venivano messi davanti, sia pure con ogni caratteristica di anonima rispettabilità. Né del resto, la loro stessa personalità portava impresso alcun segno di distinzione, né personale, e tantomeno sociale o di razza. Sembravano creati per il ristorante italiano, a meno che il ristorante italiano non fosse stato per caso creato per loro. Ma quest’ultima ipotesi era impensabile, dal momento che non si sarebbero potuti collocare in nessun posto che non fosse tra quelle strutture. Personaggi enigmatici, che non si incontravano altrove. Era impossibile farsi un’idea precisa su quali fossero le loro professioni durante il giorno e dove andassero a dormire la sera. Egli stesso era del resto completamente fuori posto. Sarebbe stato impossibile per chiunque indovinare la sua occupazione. Quanto all’andare a dormire, anche nella sua mente vi erano dei dubbi. Non riguardo al domicilio, ma piuttosto per quel che riguardava l’ora in cui sarebbe stato in grado di tornarci. Una piacevole sensazione di indipendenza lo invase quando udì la porta a vetri che si rinchiudeva alle spalle con un tonfo imperfetto, sconcertante. S’inoltrò subito in un’immensa, viscida palude, dentro un sudiciume d’intonaco umido, disseminata qua e là da lampioni, e avviluppata, oppressa, penetrata, strangolata, soffocata dall’oscurità totale di una serata di pioggia londinese, che è fatta di fuliggine mista a gocce di acqua.
Brett Street non era molto lontana. Era una strada stretta che si diramava da uno spazio triangolare aperto, circondata da case scure e misteriose, templi di commerci meschini, privi, a causa dell’ora notturna, dei loro gestori. Solo il banchetto di un fruttivendolo all’angolo creava una chiazza violenta di luce e di colore. Oltre quel punto tutto era scuro, e le poche persone che passavano in quella direzione svanivano pochi metri più in là, oltre i mucchi vivaci di arance e di limoni. Non si udiva il rumore dei loro passi; né si sarebbe mai più udito. L’avventuroso capo del Dipartimento Crimini Speciali guardava da una certa distanza, con occhio interessato, queste sparizioni. Si sentiva sereno, come se stesse conducendo tutto solo un agguato nella giungla a miglia e miglia di distanza dalle scrivanie del Dipartimento e dai calamai ufficiali. La gioiosità e la facilità con cui il pensiero riesce a liberarsi prima di un compito di una qualche importanza, sembrano provare che questo nostro mondo non è dopotutto un affare molto serio. Il Vice Commissario, oltretutto, non era di sua natura portato alla spensieratezza.
La forma scura e in movimento del poliziotto di ronda si profilò sullo sfondo, contro la gloria luminosa delle arance e dei limoni, ed entrò senza fretta a Brett Street. Il Vice Commissario, quasi fosse egli stesso un esponente della classe criminale, indugiò non visto, aspettando che l’agente ritornasse indietro. Ma quest’ultimo sembrava definitivamente perso per la forza pubblica, non ritornava mai: doveva evidentemente essere uscito dall’altro capo di Brett Street.
Il Vice Commissario, giunto a questa conclusione, entrò a sua volta in Brett Street, e si trovò di fronte un grosso convoglio fermo davanti alle finestre a vetri, scarsamente illuminate, di un posto di ristoro per carrettieri. L’uomo stava rifocillandosi all’interno, e i cavalli, i grossi musi chini verso terra, si nutrivano tranquilli dai sacchi che portavano appesi al collo. Più in là, sul lato opposto della strada, un’altra macchia sospetta di luce fioca usciva dalla vetrina della bottega di Verloc, con i suoi giornali appesi, piena di cataste non meglio identificate di scatole di cartone e di libri vari. Il Vice Commissario si fermò a osservare tutto ciò dall’altra parte della strada. Non ci potevano essere errori. A lato della vetrina di fronte, ingombra di cose di ogni genere, la porta, che rimaneva socchiusa, lasciava uscire, disegnata in terra, una sottile striscia luminosa proveniente dal lume a gas all’interno.
Dietro il Vice Commissario il convoglio e i cavalli si fondevano come in un’unica massa, essi apparivano come qualcosa di vivo – un mostro nero dal dorso squadrato, che bloccava per metà il passaggio, tra scalpitii improvvisi di zoccoli ferrati, scampanellii feroci, e soffi e sbuffi grevi. La luce abbagliante, forzatamente allegra, quasi di cattivo augurio, di una prosperosa locanda illuminava l’altro estremo di Brett Street che dava su di una grande strada. Questa barriera di luci sfolgoranti, a contrasto con le ombre che si addensavano attorno all’umile dimora della felicità domestica di Mr Verloc, sembravano richiudersi sull’oscurità della strada, renderla più tetra, più minacciosa, più sinistra.
Capitolo ottavo
Essendo riuscita a infondere, grazie a molte insistenze, un qualche calore nel freddo interessamento di diversi fornitori di generi alimentari (conoscenze di un tempo del suo defunto marito), la madre di Mrs Verloc si era finalmente assicurata l’ammissione a un certo ospizio di carità fondato da un ricco proprietario per le vedove bisognose dei commercianti.
In segreto e con determinazione, la vedova aveva perseguito tale fine con tutta l’astuzia di un animo infelice. Era stato in quei giorni che sua figlia Winnie non aveva potuto fare a meno di commentare con Mr Verloc come «la madre avesse speso quasi mezza corona e cinque scellini al giorno in quell’ultima settimana in mezzi di trasporto». Ma l’osservazione era fatta senza malanimo; Winnie aveva molta considerazione per l’infermità materna. Era solo un poco sorpresa di fronte a questa improvvisa smania di farsi scorrazzare. Mr Verloc, che a modo suo era abbastanza magnifico, aveva liquidato con un grugnito impaziente l’osservazione che veniva a interrompere i suoi pensieri. Ed erano pensieri ricorrenti i suoi, gravi e prolungati; vertevano su un problema più importante di cinque scellini. Di gran lunga più importante, e al di là di ogni paragone più difficile ad affrontarsi in ogni suo aspetto con filosofia e con serenità.
Ottenuto il suo scopo in astuta segretezza, l’eroica vecchia signora si era confidata con la figliola; trionfante nell’animo, ma trepida nel cuore. Dentro di lei tremava, poiché ammirava il carattere calmo e controllato di sua figlia Winnie, ma lo temeva anche, ne temeva soprattutto il dolore, capace di imporsi con la stranezza di silenzi paurosi. Ma l’anziana signora non permise ai timori del suo animo di madre di sottrarle il vantaggio della placidità ammirevole che conferivano al suo aspetto il mento triplo, l’ampiezza fluente della sua forma antica e l’impotente condizione delle gambe.
Il colpo che Mrs Verloc ebbe a questa notizia fu così improvviso che, contrariamente a quanto era solita fare quando le rivolgevano la parola, interruppe le sue incombenze domestiche che consistevano, in quel momento, nello spolverare la mobilia nel salottino dietro il negozio. Volse la testa verso la madre:
«Perché mai avete voluto fare una cosa simile?», esclamò attonita e scandalizzata.
Davvero il colpo doveva essere stato duro per indurla ad allontanarsi dalla sua abituale accettazione distaccata, senza domande, dei fatti, che era insieme la sua forza e la sua ancora di salvezza nella vita.
«Non stavate abbastanza comoda qui?».
Si era lasciata andare a queste domande, ma subito dopo recuperava la propria coerenza di comportamento riprendendo a spolverare, mentre l’anziana donna sedeva muta e spaventata in volto, sotto la sciatta cuffia bianca non perfettamente pulita e la parrucca nera divenuta opaca.
Winnie finì di spolverare la seggiola e passò il piumino lungo la spalliera di mogano del sofà imbottito di crine, sul quale Mr Verloc amava rilassarsi senza levarsi cappello e soprabito. Era intenta al suo lavoro, ma non passò molto che si permise un’altra domanda.
«Come diamine ci siete riuscita, mamma?».
Poiché non riguardava l’aspetto intimo delle cose, che era nei princìpi di Mrs Verloc ignorare, questa era una curiosità scusabile; riguardava semplicemente i metodi. L’anziana donna l’accolse con gioia poiché le offriva l’occasione di un argomento di cui poter parlare con tutta sincerità.
Accontentò la figliola con una risposta piena di nomi e arricchita da commenti qua e là sui danni del tempo osservati nel mutarsi delle fisionomie. I nomi erano soprattutto nomi di fornitori. «Poveri amici del papà, cara», e si divulgò con particolare gratitudine sulla gentilezza e la cortesia di un importante birraio, baronetto, membro del Parlamento e Presidente degli Amministratori della Carità. Ebbe nei confronti di questi parole piene di entusiasmo, egli le aveva concesso infatti di incontrare dietro appuntamento il suo Segretario Privato – «Un signore molto cortese, tutto vestito di nero, con una voce triste e gentile, ma così magro e tranquillo; sembrava un’ombra, mia cara».
Winnie dopo aver continuato a spolverare fino al racconto completo della storia, uscì dal salottino verso la cucina (scese cioè due scalini) al suo solito modo, senza il minimo commento.
Versando qualche lacrima in segno di sollievo per la mansuetudine della figliola in questa faccenda così triste, la madre di Mrs Verloc passò a impegnare la sua astuzia a proposito della mobilia, che apparteneva a lei, anche se qualche volta avrebbe voluto che così non fosse. Va bene l’eroismo, ma vi sono circostanze in cui la disponibilità di qualche tavolo e seggiola, spalliere del letto in ottone, e così via, può essere foriera di lontane e disastrose conseguenze. Lei stessa aveva bisogno di qualche pezzo, la Fondazione che, dopo tante insistenze l’aveva accolta nel suo generoso seno, non dava infatti altro che qualche tavola nuda e mattoni ricoperti di carte dozzinali ai destinatari della sua sollecitudine. La delicatezza che guidò la scelta dell’anziana signora verso gli oggetti di meno valore e più che mai usati, passò inosservata; la filosofia di Winnie, infatti, che consisteva nel non far caso all’aspetto intimo delle cose, dava per scontato che la madre prendesse quello che le conveniva meglio. Quanto a Mr Verloc, i suoi gravi pensieri, quasi fossero una parete cinese, lo isolavano completamente dai fenomeni di questo mondo di sforzi vani e di apparenze illusorie.
Fatta la scelta, la disponibilità del resto divenne un problema a suo modo complicato. Lasciava i mobili a Brett Street naturalmente. Ma aveva due figli. Winnie era sistemata grazie alla sua ragionevole unione con quell’eccellente marito, Mr Verloc. Stevie era senza mezzi e… particolare. Bisognava giudicare la sua posizione al di là di ogni diritto legale, e rimanendo liberi da ogni tentazione di parzialità. La proprietà della mobilia non avrebbe costituito una sicurezza in nessun senso. Era giusto che l’avesse… povero ragazzo. Ma dargliela sarebbe stato come interferire con la sua posizione di dipendenza completa. Era una specie di diritto che ella temeva di indebolire. E inoltre la suscettibilità di Mr Verloc non avrebbe forse sopportato di essere obbligato a suo cognato per le sedie sulle quali sedeva. Nella sua lunga esperienza di signori pensionanti, la madre di Mrs Verloc aveva derivato un concetto triste, ma rassegnato dell’aspetto fantastico della natura umana. Cosa sarebbe accaduto se all’improvviso a Mr Verloc fosse passato per la testa di dire a Stevie «prenditi i tuoi maledetti pezzi di legno e vattene altrove»? Una divisione, d’altra parte, per quanto fatta con attenzione, avrebbe potuto dare motivo a Winnie di offendersi. No. Stevie doveva rimanere dipendente e senza mezzi. E al momento di lasciare Brett Street aveva detto a sua figlia: «È inutile aspettare fino alla mia morte, non ti pare? Tutto quello che lascio qui è completamente tuo ora, cara».
Winnie, con in testa il cappello, silenziosa dietro sua madre, continuava a sistemare il collo del soprabito della vecchia signora; poi, con un volto senza espressione, prese borsa e ombrello. Era venuto il momento di spendere i tre scellini e sei pence per quello che poteva ben essere l’ultimo viaggio in carrozza nella vita di Mrs Verloc. Si fermarono fuori della porta del negozio.
Il mezzo che li aspettava poteva essere la perfetta illustrazione del proverbio che «la realtà può essere più crudele della caricatura», se davvero esistesse un proverbio come questo. Arrancando dietro un cavallo infermo, una vettura di piazza si trascinava su ruote traballanti, e in cassetta c’era un vetturino deforme. Quest’ultima stranezza causò dell’imbarazzo. Notando un arnese di ferro a uncino che usciva dalla manica sinistra del soprabito dell’uomo, la madre di Mrs Verloc perse improvvisamente l’eroico coraggio di quei giorni. Davvero non era certa di potersi fidare. «Che dici Winnie?». E rimase indietro. Le rimostranze appassionate del vetturino dalla grossa faccia, sembravano uscire a forza da una gola strozzata. Sporgendosi dalla cassetta, borbottò qualcosa con misteriosa indignazione. Che stava succedendo ora? Si poteva trattare così un pover’uomo? E quel volto largo e non lavato mandava rossi lampi d’ira verso il tratto fangoso della strada. Possibile che gli avrebbero data la licenza, chiedeva disperatamente, se…
L’agente di polizia della zona lo tranquillizzò con un’occhiata amichevole; poi rivolgendosi alle due donne senza dar loro troppa importanza, disse:
«Sono vent’anni che guida una vettura di piazza. Non mi risulta che abbia mai avuto un incidente».
«Altro che incidente!», sbottò il vetturino con un sibilo di sprezzo.
La testimonianza del poliziotto mise fine al problema. Il modesto assembramento di sette persone, per lo più minorenni, si disperse. Winnie seguì sua madre nella vettura. Stevie si arrampicò a cassetta. La bocca aperta e gli occhi stravolti erano l’immagine eloquente del suo stato d’animo di fronte a tanti cambiamenti.
Lungo le strade anguste il progredire del viaggio si annunziava agli occupanti della vettura con la visione lenta e tremolante delle facciate delle case vicine che lentamente si susseguivano l’una dopo l’altra, mentre il gran scricchiolio e tintinnio di vetri faceva pensare che questi ultimi fossero sul punto di crollare immediatamente dietro al convoglio; e intanto, il povero cavallo infermo, con i finimenti appesi alla scheletrica spina dorsale che sbattevano molli attorno ai fianchi, sembrava danzare con grazia sulle parti anteriori degli zoccoli, con una pazienza infinita. Più tardi, nello spazio più ampio di Whitehall, ogni impressione di movimento divenne impercettibile. Lo scricchiolio e il tintinnio dei vetri continuò indefinitivamente davanti al lungo palazzo del Tesoro – e intanto il tempo stesso sembrava essersi fermato.
Finalmente Winnie parlò: «Questo cavallo non vale molto».
Teneva gli occhi lucidi fissi davanti a sé, nel buio della vettura. Seduto in cassetta, Stevie, chiuse la bocca che teneva sempre aperta, e gridò disperato: «No!».
Il vetturino, tenendo alte le redini arrotolate attorno al suo gancio, non ci fece caso. Forse non aveva nemmeno sentito. Stevie ansimava.
«Non frustatelo!».
L’uomo girò lentamente il volto fuligginoso e avvinazzato, un volto variopinto e irsuto di bianco pelame. Gli occhi rossi e cisposi lacrimavano. Le grosse labbra viola rimanevano serrate. Con il rovescio lercio del manico della frusta si grattò la barba ispida che gli spuntava sul mento enorme.
«Non dovete», balbettò Stevie con violenza. «Fa male».
«Non devo frustare?», protestò l’altro con un borbottio stupito, e subito frustò. Non lo faceva perché avesse un animo crudele e un cuore malvagio, ma perché doveva guadagnarsi la corsa. Per un po’ le mura di Santo Stefano, con le sue torri e i suoi pinnacoli, immobili e silenziose, contemplarono la vettura che passava tintinnando e che intanto continuava a rotolare. Ma sul ponte ci fu un po’ di agitazione, Stevie stava per buttarsi giù di cassetta, ci furono urla giù dalla strada, la gente accorse, il vetturino tirò le redini per bloccare la vettura, e intanto imprecava sbalordito e rabbioso. Winnie abbassò il finestrino, e tirò fuori la testa, pallida come uno spettro. Dal profondo della vettura sua madre intanto gridava disperatamente: «Si è fatto male il ragazzo? Si è fatto male il ragazzo?».
Stevie non si era fatto nulla, non era nemmeno caduto, ma l’eccitazione, come sempre accadeva, gli aveva tolto la capacità di esprimersi in modo intelligibile. Riuscì solo a balbettare verso il finestrino: «Troppo forte. Troppo forte». Winnie gli mise una mano sulla spalla.
«Stevie! Sali in cassetta subito, e non provare ancora a scendere!».
«No, no, cammino. Devo camminare».
Tentando di spiegare il perché di questa esigenza il ragazzo si perdeva in un balbettio incoerente. Non c’era un’impossibilità fisica vera e propria che gli impedisse di attuare il suo capriccio. Stevie sarebbe riuscito facilmente a tenere il passo con il cavallo malato e ballerino, senza per questo rimanere senza fiato. Ma la sorella negò decisamente il consenso. «Che idea! Chi ha mai sentito una cosa simile! Correre dietro una carrozza!». La madre, spaventata e impotente dall’interno del convoglio supplicava:
«Oh, non lo lasciare andare, Winnie. Si perderà. Non lo lasciare andare!».
«Certamente no. Ci mancherebbe! Mr Verloc sarà dispiaciuto di sentire queste sciocchezze, Stevie – te lo dico io. Non ne sarà davvero contento».
L’idea del dispiacere e dello sconforto di Mr Verloc, agendo come al solito in modo determinante sulla natura fondamentalmente docile di Stevie, lo convinse ad abbandonare ogni resistenza e si arrampicò in cassetta, con un’espressione disperata in volto.
Il vetturino girò su di lui la facciona irosa e truculenta. «Non provarci più a fare uno scherzo del genere, giovanotto».
E dopo essersi sfogato con qualche altra imprecazione, rabbioso e sfinito, continuò a guidare, ruminando con aria solenne. Per la sua mentalità l’incidente rimaneva in qualche modo inspiegabile. Ma il cervello del vetturino, sebbene avesse perso l’antica vivacità in tutti quegli anni intirizziti di esposizione sedentaria alle intemperie, non mancava di indipendenza e di buon senso. Respinse pertanto con serietà l’ipotesi che Stevie fosse un ragazzetto ubriaco.
All’interno della vettura la magia del silenzio, durante il quale le due donne avevano sopportato l’una accanto all’altra lo sballottamento, il rotolare e il tintinnio del viaggio, era stata interrotta ormai dalla bravata di Stevie. Winnie alzò la voce per farsi sentire:
«Avete fatto quel che volevate, madre. Potete ringraziare solo voi stessa se non sarete felice in futuro. E io non credo che lo sarete. Davvero non lo credo. Non vi trovavate abbastanza bene a casa vostra? Cosa mai penserà la gente di noi… con voi che vi siete gettata in questo modo alla mercé della pubblica carità?»
«Mia cara», gridava l’anziana signora con tutta la forza per sovrastare il rumore, «sei stata per me la migliore delle figlie. Quanto a Mr Verloc – ecco», e volse i vecchi occhi lacrimosi al tetto della vettura. Poi girò la testa con la scusa di guardare fuori dal finestrino, come per giudicare il percorso fatto. Lo spettacolo non era degno di particolare attenzione; la vettura procedeva regolarmente accanto al marciapiede. La notte precoce e infida, la notte sinistra, rumorosa e senza speranza, la notte turbolenta del sud di Londra, aveva sorpreso la povera donna nel suo ultimo tragitto in carrozza. Nel chiarore delle luci a gas delle vetrine delle botteghe, le guance grassocce brillavano di un riflesso arancione sotto il cappello nero e malva.
La carnagione della madre di Mrs Verloc si era ingiallita a causa dell’età e di una predisposizione naturale ai disturbi biliari, resi più gravi dalle dure prove di un’esistenza difficile e piena di preoccupazioni, prima come moglie, poi come vedova. Era una carnagione che sotto l’effetto del rossore, prendeva una colorazione di arancio. E questa donna davvero modesta, ma resa forte dalle avversità della vita, e giunta in più a un’età in cui non è più previsto arrossire, era effettivamente arrossita davanti alla sua figliola. Nell’intimità dell’interno della carrozza, in viaggio verso la casetta che le avrebbe assegnato l’ospizio (una delle tante), che per l’esiguità delle dimensioni e per la semplicità dell’arredo poteva ben dirsi progettata in buona fede come luogo di preparazione alle ancor più scomode condizioni della tomba, la vecchia signora era costretta a nascondere alla propria figlia il rossore di rimorso e vergogna.
Cosa avrebbe mai pensato la gente? Lei sapeva benissimo che cosa pensavano le persone che aveva in mente Winnie, i vecchi amici del marito e altri ancora, il cui appoggio aveva sollecitato con un successo così lusinghiero. Non si era mai resa conto prima di che abile mendicante sapesse essere. Ma capiva molto bene quale fosse il significato che gli altri deducevano dalla sua supplica. Grazie a quella delicatezza restia, che convive fianco a fianco con la brutalità aggressiva nella natura maschile, le indagini sulle circostanze che la spingevano a quel passo, non erano state spinte molto lontano. Ella le aveva tenute sotto controllo con un evidente serrare delle labbra e l’espressione di una commozione decisa a rimanere eloquentemente silenziosa. E quegli uomini perdevano improvvisamente ogni curiosità, come di solito accade in questi casi. Si congratulò più di una volta con se stessa per non aver dovuto aver a che fare con donne, che, per natura più insensibili e avide di particolari, sarebbero state ansiose di essere informate esattamente sul genere di condotta ingrata con cui la figlia e il genero l’avevano spinta a questo triste estremo. Solo davanti al segretario del grande birraio, membro del Parlamento e Presidente della confraternita della Carità, che, agendo in nome del suo principale, si era sentito in dovere di indagare coscienziosamente sulle effettive circostanze di vita della postulante, la donna era scoppiata rumorosamente in lacrime, proprio come avrebbe pianto una donna gettata in un canto. Il signore magro e gentile, dopo averla guardata per un po’ con l’aria di chi non sa come cavarsela, abbandonò l’argomento riparando dietro qualche pietosa espressione. Non doveva disperarsi. Lo statuto dell’Opera della Carità non specificava espressamente «vedove senza figli». Questo non la escludeva assolutamente. Ma il giudizio del Comitato doveva essere un giudizio informato. Si poteva capire benissimo la sua volontà di non rappresentare un peso, ecc., ecc. Al che, con suo gran sconcerto, la madre di Mrs Verloc pianse con disperazione ancora più grande.
Le lacrime di quella femmina di proporzioni generose, con la bruna e polverosa parrucca, in un antiquato vestito di seta rifinito con un merlettino bianco e civettuolo, erano lacrime di disperazione vera. A farla piangere erano il suo eroismo, la sua mancanza di scrupoli e il grande amore che portava ad ambedue i suoi figli. Accade spesso che le ragazze vengano sacrificate per il bene dei maschi. In questo caso era Winnie che stava sacrificando. Stava calunniandola per mascherare la verità. Naturalmente, Winnie era indipendente, e non aveva bisogno di preoccuparsi dell’opinione di persone che non avrebbe mai visto, né che avrebbero visto lei; mentre il povero Stevie non aveva nulla al mondo che potesse chiamar suo eccetto l’eroismo e la mancanza di scrupoli di sua madre.
Il senso di sicurezza iniziale infatti, conseguente alle nozze di Winnie, era andato attenuandosi con il tempo (ché nulla è eterno nella vita), e la madre di Mrs Verloc, nella solitudine della sua stanzetta sul retro, aveva ripensato a tutto quanto le aveva insegnato l’esperienza cui il mondo da sempre è solito sottoporre una vedova. Ma ci aveva ripensato senza alcun senso di amarezza inutile; che la rassegnazione accumulata in quegli anni era assurta in lei quasi a una forma di dignità. Rifletteva stoicamente che tutto si deteriora, tutto si consuma in questo mondo; che la strada della bontà doveva essere resa più agevole per i ben disposti; che sua figlia Winnie era una sorella devotissima, e una moglie davvero affidabile. Sulla devozione fraterna di Winnie, il suo scetticismo stoico vacillava. Ella escludeva questo sentimento dalla regola che vuole tutte le cose umane e anche alcune delle divine destinate a scadere. Non poteva impedirselo; non farlo l’avrebbe spaventata troppo. Ma considerando le condizioni dello stato coniugale della figliola, rifiutava decisamente di lasciarsi troppo illudere. Freddamente e ragionevolmente ella riteneva che meno si chiedeva alla bontà di Mr Verloc, più a lungo ne sarebbero durati gli effetti. Quell’ottimo uomo amava certamente sua moglie, ma senza alcun dubbio avrebbe preferito avere a proprio carico il minor numero possibile di componenti della famiglia, compatibilmente con la buona volontà che gli imponevano i suoi sentimenti. Sarebbe stato meglio se l’intero effetto di questi ultimi si fosse concentrato sul povero Stevie. E l’anziana, eroica donna aveva preso la decisione di lasciare i suoi figli, e il suo era stato un gesto d’amore nei loro confronti così come una mossa di politica sottile.
Il «valore» di questa politica consisteva nel fatto (a Mrs Verloc non mancava una certa astuzia), che i diritti morali di Stevie ne sarebbero usciti rafforzati. Il povero ragazzo – un buon ragazzo, utile, anche se un po’ strano – non aveva una posizione abbastanza solida. Era stato preso su assieme a sua madre, un po’ come era stata presa la mobilia della casa del quartiere Belgravia, con l’idea che fossero cose appartenenti a lei esclusivamente. Cosa sarebbe accaduto, ella si chiedeva (Mrs Verloc, a modo suo, era piena di immaginazione) quando lei fosse morta? E quando si poneva questa domanda, lo faceva con terrore. Era davvero terribile pensare che lei non avrebbe avuto modo di sapere quello che sarebbe accaduto al povero ragazzo. Ma passandone la proprietà a sua sorella, andando via in questo modo, dava a lui il vantaggio di una posizione di dipendenza diretta. Era questa la più sottile sanzione dell’eroismo e della mancanza di scrupoli della madre di Mrs Verloc. Il suo gesto di abbandono era in realtà uno stratagemma per sistemare il figlio nella vita per sempre. Per un fine come questo vi era chi faceva sacrifici materiali, lei si sacrificava in quel modo. Ed era l’unico modo. Oltretutto avrebbe fatto in tempo a vedere come funzionava la cosa. In ogni caso, avrebbe evitato l’orribile incertezza sul letto di morte. Ma era duro, duro, crudelmente duro.
La carrozza sferragliava, tintinnava, sobbalzava; e quest’ultima cosa in modo davvero straordinario.
Gli scossoni cancellavano con il loro impeto e la loro sproporzionata violenza ogni sensazione di movimento in avanti; e l’effetto che ne derivava era di essere sballottati in un congegno simile a quegli strumenti medievali di tortura per la punizione dei crimini, o in una di quelle invenzioni nuovissime per la cura di un fegato malandato. Era davvero sconvolgente e la voce a un tono altissimo della madre di Mrs Verloc echeggiò come un gemito di dolore:
«Sono sicura, mia cara, che verrai a trovarmi ogni volta che ne troverai il tempo, non è vero?»
«Certo», rispose bruscamente Winnie, guardando fisso davanti a sé.
E intanto la carrozza passava sobbalzando davanti a una bottega fumosa e bisunta, tra vampate di gas e odore di pesce fritto.
L’anziana donna alzò la voce in un altro gemito:
«Perché, mia cara, io devo vedere, devo vedere quel povero ragazzo ogni domenica. Non gli dispiacerà di passare la giornata con la sua vecchia madre…».
Winnie, senza troppa sensibilità, urlò la risposta:
«Gli dispiacerà! Direi proprio di no. Quel povero ragazzo sentirà la vostra mancanza in modo crudele. Vorrei che ci aveste pensato un poco a questo, mamma».
Non ci aveva pensato! L’eroica donna ringhiottì un oggetto che le ballava in gola, incomodo come una palla da biliardo, che aveva tentato di saltarle fuori. Winnie sedette silenziosa per un po’, con il volto imbronciato, guardando fisso davanti a sé, poi se ne uscì con un tono che non era il suo abituale: «Mi aspetto di avere un bel da fare con lui all’inizio, non avrà pace…».
«In ogni caso non lasciare che importuni tuo marito, cara».
Si misero così a discutere in termini di vita quotidiana i problemi della nuova situazione. E intanto la carrozza sobbalzava su e giù. La madre di Mrs Verloc espresse qualche timore. Ci si poteva fidare che Stevie facesse tutta quella strada da solo? Winnie sosteneva che era molto meno «distratto» ora. Su questo erano tutte e due d’accordo. Era una cosa che non si poteva negare. Molto meno di prima… quasi per niente. Parlavano a voce altissima nel frastuono, l’una verso l’altra con relativa serenità. Ma ecco che l’ansia materna venne di nuovo a galla. C’erano due omnibus da prendere, e un tratto di strada da percorrere a piedi. Era troppo difficile? L’anziana signora si abbandonò al dolore e allo sconforto.
Winnie guardava fisso davanti a sé.
«Non vi agitate così, mamma. Lo dovrete vedere, naturalmente».
«No cara. Farò del mio meglio».
Si asciugò le lacrime che le scorrevano sulle guance:
«Ma tu non troverai sempre il tempo di venire con lui, e se lui dovesse non ricordarsi e perdere la strada… e qualcuno dovesse rivolgergli la parola aspramente, il suo nome e il suo indirizzo possono sfuggirgli dalla memoria, e rimarrà sperso per giorni e giorni…».
La visione di un ospizio di carità per il povero Stevie… fosse anche solo durante le ricerche… le spezzava il cuore. Era una donna orgogliosa, questa anziana signora, madre di Mrs Verloc. Lo sguardo di Winnie era diventato duro, intento, meditabondo.
«Non ve lo potrò portare io ogni settimana, ma non vi preoccupate mamma. Ci penserò io a fare in modo che non si perda per troppo tempo».
Avvertirono uno scossone diverso dagli altri; di fronte ai finestrini tintinnanti si andava snodando lo spettacolo di tante costruzioni squadrate di mattoni; il cessare improvviso di ogni scossone e del rumoroso sferragliare prese le due donne alla sprovvista. Cos’era accaduto? Stettero immobili e spaventate in quel silenzio profondo, finché venne aperta la porta, e udirono una voce aspra che sibilava a fatica: «Ci siete!».
Le facciate di tante casette in fila, ognuna con la sua finestra debolmente illuminata al pianterreno, circondava la gran macchia nera di un appezzamento verde, intervallato da arbusti piantati qua e là; una recinzione separava questo spazio dall’alternarsi di luci e ombre della grande strada, dove continuo rimbombava sordo il rumore del traffico.
Davanti alla porta di una di queste piccole case – una di quelle con la finestrella a pianterreno spenta – la carrozza si era finalmente fermata. La madre di Mrs Verloc fu la prima a uscire, a parte dietro con una chiave in mano. Winnie indugiò sul vialetto di pietra per pagare il vetturino. Stevie, dopo aver aiutato a portar dentro una serie di fagotti, uscì fuori e rimase ad aspettare sotto la luce di un lampione a gas di proprietà della carità pubblica. Il vetturino guardò i pezzi di argento, che sembravano minuscoli sulla grossa palma sudicia; essi simbolizzavano gli insignificanti risultati con i quali si premia il coraggio ambizioso e il sudore di un’umanità la cui giornata è così breve in questa valle di lacrime.
Era stato pagato decentemente – quattro pezzi da uno scellino – immobile e silenzioso contemplò le monete, quasi fossero loro i termini sorprendenti di un problema melanconico. Il trasferimento di quel tesoro in una tasca interna richiese un lungo frugare alla cieca tra le pieghe dei vestiti logori. L’uomo aveva una corporatura tozza e sgraziata. Stevie, sottile con le spalle appena un po’ rialzate, e le mani sprofondate nelle tasche laterali del caldo soprabito, aspettava imbronciato al bordo del viottolo.
Il vetturino, che aveva finito di compiere la serie attenta dei suoi gesti, sembrava ora colpito da una qualche confusa reminiscenza.
«Oh! Eccoti qua, giovanotto», brontolò. «Lo riconoscerai se lo vedi un’altra volta, non è vero?».
Stevie guardava il cavallo i cui lombi posteriori apparivano enormemente sollevati in seguito all’alleggerimento del peso. La coda, piccola e rigida, sembrava fosse stata infilata in quel posto per uno scherzo cattivo; e, dalla parte opposta, il collo sottile e piatto, simile a un’asse di legno coperta da una vecchia pelle equina, ciondolava verso terra sotto il peso di un’enorme testa ossuta. Le orecchie pendevano, ciascuna per proprio conto, con negligenza; e intanto nell’aria opprimente e immobile questa macabra figura di silenzioso abitante della terra emanava vapore da ogni costola, lungo tutta la spina dorsale.
Il vetturino colpì leggermente il petto di Stevie con l’uncino di ferro che usciva dalla manica stracciata e bisunta:
«Guarda qua, giovanotto, ci staresti a farti sballottare da questa bestia anche fino alle due del mattino?».
Stevie guardò senza capire quei piccoli occhi feroci con le pupille cerchiate di rosso.
«Non è mica zoppo», continuò l’altro, brontolando energicamente. «Non è ferito da nessuna parte. Eccolo qua. Che ne dici?…». E la voce forzata e quasi spenta conferiva alle sue parole un carattere di appassionato mistero. Lo sguardo vuoto di Stevie stava lentamente mutandosi in uno sguardo di paura.
«Guarda, guarda! Fino alle tre e alle quattro del mattino. Al freddo e alla fame. Cercando di guadagnare qualche soldo. Ubriachi fradici!».
Dalle guance rubizze e gioviali spuntavano irsuti peli bianchi; e come il Sileno di Virgilio che, con il volto sporco del sugo delle bacche, narrava degli dèi dell’Olimpo ai pastori innocenti della Sicilia, egli parlava a Stevie della vita di ogni giorno e di storie di uomini la cui sofferenza è grande e l’immortalità incerta.
«Sono un vetturino notturno, sono», brontolava con un’esasperazione quasi fiera. «Devo prendermi la bestia che gli va di darmi al deposito. Ho moglie e quattro figli io a casa».
La natura quasi prodigiosa di quella dichiarazione di paternità sembrò por fine a ogni discussione. Seguì il silenzio, e intanto i fianchi del vecchio ronzino, destriero di apocalittica infelicità, fumavano sotto la luce del lampione caritatevole.
Il vetturino emise ancora un grugnito, e aggiunse col suo brontolio incomprensibile:
«Questo non è un mondo facile».
Il volto di Stevie era già un po’ che andava torcendosi e infine diede libero sfogo ai suoi sentimenti nella solita sua forma concisa:
«Cattivo! Cattivo!».
Lo sguardo rimaneva fisso sulle costole del cavallo, ed era uno sguardo consapevole e pieno di tristezza, come se avesse paura di guardarsi intorno e scoprire la malvagità del mondo. La sua figura slanciata, le labbra rosee, la carnagione pallida e chiara gli davano l’aspetto di un delicato adolescente, nonostante la crescita soffice di lanugine dorata sulle guance. Faceva il broncio come fosse spaventato, come un bimbo. Il vetturino, basso e largo, lo guardava con i piccoli occhi aggressivi che sembravano bruciare in un liquido limpido e corrosivo.
«Brutta vita per le bestie, ma ancora più brutta per i poveri cristiani come me», sibilò sottovoce, in modo appena comprensibile.
«Poveretto, poveretto!», balbettò Stevie, sprofondando sempre più le mani in tasca con simpatia convulsa. Non poteva dir nulla, perché la sua tenerezza verso ogni forma di miseria e di dolore, il desiderio di veder felice il cavallo e felice il vetturino aveva raggiunto quel punto dove scattava per lui l’impulso bizzarro di portare tutti a letto con sé. E questo, lui lo sapeva, era impossibile. Perché Stevie non era matto; si trattava, per così dire, di un desiderio simbolico; e che era allo stesso tempo molto preciso perché nato dall’esperienza, madre della saggezza. Così quando da bambino terrorizzato, dolorante e ferito, infelice dell’infelicità più nera, la nera infelicità dell’anima, si rifugiava in un angolo buio, sua sorella Winnie era solita venire a prenderlo e portarlo a letto con lei, come in un paradiso di pace e di consolazione. Stevie, sebbene facile a dimenticare i fatti veri e propri, come per esempio nome e indirizzo, aveva tuttavia una memoria fedele per le sensazioni. Venir portato in un letto di compassione era il rimedio supremo, e presentava l’unico svantaggio di poter essere difficilmente applicato su larga scala. E guardando il vetturino Stevie se ne rendeva chiaramente conto perché era ragionevole.
Il vetturino continuava con calma i suoi preparativi come se Stevie non fosse esistito. Fece come per arrampicarsi in cassetta, ma all’ultimo momento, per qualche misterioso motivo, forse solo per la nausea che aveva della pratica del suo mestiere, rinunciò all’idea. Si avvicinò invece all’immobile compagno delle sue fatiche e, chinandosi a prendere le briglie, gli sollevò la grossa testa stanca fino all’altezza della sua spalla, come per inculcargli la forza per una grande impresa.
«Andiamo», mormorò con aria di mistero.
Zoppicando, si avviò tirando la vettura. C’era un’aria solenne, in questa partenza, la ghiaia scricchiolante del vialetto si lamentava sotto le ruote che giravano lentamente, le membra scarnite del cavallo si muovevano con ascetica risolutezza dalla luce verso il buio di uno spazio aperto delimitato appena da tetti aguzzi e dalle finestre debolmente illuminate delle casette dell’ospizio di carità. Il lamento della ghiaia si spostò lentamente lungo tutta la lunghezza del vialetto. Il lento corteo riapparve tra i lampioni del cancello caritatevole, emerse per un attimo sotto la luce: l’uomo basso e tarchiato che si affrettava zoppicante, mantenendo, redini in mano, alta la testa del cavallo, quest’ultimo che avanzava ossuto e dignitoso, rigido e infelice, e infine lo scatolone basso e scuro che rotolava al seguito barcollando comicamente sulle quattro ruote come una papera in uno stagno. Girarono a sinistra. C’era un’osteria in fondo alla strada, a cinquanta metri dal cancello.
Stevie, rimasto solo accanto a uno dei lampioni dell’ospizio, le mani sprofondate nelle tasche dei pantaloni, si guardava intorno con occhi cupi e vuoti. In fondo alle tasche le deboli mani incapaci si serravano disperatamente in un paio di pugni rabbiosi. Un’indignazione generosa gonfiava fino a farlo scoppiare quel petto fragile, e torceva quegli occhi innocenti. Supremamente saggio nella consapevolezza della propria impotenza, Stevie non lo era altrettanto nel trattenere le proprie passioni. La tenerezza del suo amore verso tutta l’umanità aveva due fasi indissolubilmente unite e connesse come le due facce di un’unica medaglia. All’angoscia della compassione sfrenata, seguiva il dolore di una rabbia innocente e senza pietà. Poiché questi due stati d’animo si rivelavano esternamente con gli stessi segnali di agitazione corporea, sua sorella Winnie calmava questa eccitazione senza neanche immaginarne i due diversi aspetti. Mrs Verloc, infatti, non era solita sprecare porzioni di questa vita fugace nella ricerca di risposte fondamentali. È questo un tipo di economia che possiede tutte le apparenze e qualcuno dei vantaggi della prudenza. Ovviamente può anche andar bene per qualcuno non sapere troppo. E un atteggiamento come questo si sposa molto bene a una forma di indolenza innata.
Ma quella sera, in cui si può giustamente affermare che la madre di Mrs Verloc, separandosi a fin di bene dai suoi figli, si era anche definitivamente separata dalla vita, Winnie Verloc non si fermò a investigare la psicologia del fratello. Il povero ragazzo era eccitato, naturalmente. Dopo aver tranquillizzato una volta ancora la vecchia signora sulla soglia, assicurandole che avrebbe saputo come guardarsi dal rischio che Stevie si perdesse a lungo nei suoi pellegrinaggi di pietà filiale, ella prese il braccio del fratello per andarsene. Stevie era silenzioso, non borbottava nemmeno, ma con la particolarissima sensibilità, sviluppata fin dalla lontana infanzia, dell’amore fraterno, ella sentiva che davvero il ragazzo era molto eccitato. Tenendosi stretta al braccio di lui, quasi cercando un appoggio, cercò qualche parola adatta all’occasione.
«Allora, Stevie, devi aiutarmi ad attraversare con attenzione, e salire per primo sull’autobus, da bravo fratello».
Questo appello alla sua protezione virile fu accolto da Stevie con la solita docilità. Ne era lusingato. Alzò la testa e sporse il petto in fuori.
«Non essere nervosa, Winnie. Non devi essere nervosa! Va tutto bene con l’autobus», rispose con un balbettio brusco e farfugliante che partecipava insieme dei timori del bimbo e della decisione dell’uomo. Procedette senza paura con la donna appoggiata al suo braccio, ma con il labbro inferiore abbandonato. E tuttavia, mentre avanzavano sul marciapiede dell’ampia arteria piena di traffico, dove la povertà estrema di tutto quanto rende migliore la vita era scioccamente esposta sotto una folle dovizia di lampioni a gas, la loro somiglianza reciproca era così pronunciata da colpire alcuni dei passanti che incrociavano.
Davanti alle porte di un’osteria all’angolo, dove la profusione di luce raggiungeva il colmo della malvagità, una vettura a quattro ruote, ferma accanto al marciapiede, con nessuno al posto di guida, sembrava fosse stata gettata nella fogna a causa di uno stato di irrimediabile degrado. Mrs Verloc riconobbe il convoglio. Aveva un aspetto così profondamente infelice, con una tale perfezione di grottesco squallore e una tale stranezza di particolari macabri, quasi una Vettura della Morte, che Mrs Verloc con la compassione facile di una donna per un cavallo (quando non è quello che la porta) esclamò vagamente: «Povera bestia!».
Rimanendo improvvisamente indietro, Stevie trattenne la sorella con uno scossone.
«Poveretto! Poveretto!», esclamò con sollecitudine. «Ma poveretto anche il vetturino. Me l’ha detto lui».
Rivedere quel destriero solo e malato fu troppo per lui. Nonostante venisse spinto, rimaneva là ostinato, cercando di esprimere in parole quella visione, da poco svelata al suo animo compassionevole, dell’infelicità umana e equina strettamente associate tra di loro. Ma era molto difficile. «Povera bestia, povera gente!» era tutto quanto riusciva a ripetere. Ma l’espressione non sembrava abbastanza forte, e il ragazzo concluse con un farfuglio furioso: «Vergogna!». Stevie non aveva la padronanza sintattica del linguaggio, e forse era questo il motivo per cui i suoi pensieri mancavano di chiarezza e di precisione. Ma sentiva con gran completezza e con una certa profondità.
Quel piccolo mondo conteneva tutto il suo senso di orrore e indignazione di fronte a un genere di infelicità che si doveva nutrire sull’angoscia di un’altra – come il povero vetturino che frustava il cavallo in nome, per così dire, dei poveri bimbi che aveva a casa, e Stevie sapeva cosa significasse essere battuti. Lo sapeva per esperienza. Era un mondo cattivo. Cattivo! Cattivo!
Non si poteva pretendere che Mrs Verloc, sua unica sorella e tutrice, giungesse a tale profondità di introspezione. C’è da dire anche che ella non aveva subito il fascino dell’eloquenza del vetturino; non sapeva quanto quella parola: «Vergogna», venisse dal profondo del cuore. E tranquillamente gli disse:
«Andiamo, Stevie. Non puoi farci nulla».
E Stevie, docile si rimise in cammino; ma ora procedeva senza più la baldanza di prima, disordinatamente, borbottando parole a metà, e anche parole che sarebbero state intere se non fossero state composte di metà che non si appartenevano. Era come se stesse cercando di mettere nel discorso tutte le parole che riusciva a ricordare, e che si prestassero ai suoi sentimenti, per ottenere qualche tipo di idea corrispondente. E in effetti, alla fine riuscì nel suo scopo. Rimase un attimo indietro per pronunciare tutto in un fiato.
«È un mondo cattivo per la povera gente».
E non appena ebbe espresso questo concetto si rese conto di quanto gli fosse già familiare in tutte le sue conseguenze. Tale circostanza rafforzò immensamente la sua convinzione, e aumentò anche la sua indignazione. Qualcuno, sentiva dentro di sé, doveva essere punito per questo – e punito con grande severità. Non essendo egli uno scettico, ma una creatura di sentimento, era in qualche modo alla mercé delle sue giuste passioni.
«Bestiale!», aggiunse in modo sintetico.
Era chiaro a questo punto per Mrs Verloc che il ragazzo era quanto mai eccitato.
«Non può farci nulla nessuno», disse lei. «Avanti, andiamo. È così che ti occupi di me?».
Stevie adeguò immediatamente il passo. Era orgoglioso di essere un buon fratello. Il suo senso morale, che era molto esigente, glielo imponeva. Tuttavia era addolorato dall’informazione ricevuta da sua sorella Winnie – che era buona. Non ci poteva far niente nessuno! Veniva avanti imbronciato, ma all’improvviso si illuminò. Come il resto dell’umanità, perplessa dal mistero dell’universo, egli aveva dei momenti di fiducia consolante nei poteri organizzati di questa terra.
«La polizia», suggerì fiducioso.
«La polizia non c’entra con queste cose», osservò Mrs Verloc in tono spicciativo, affrettandosi per la sua strada.
Il volto di Stevie si allungò ancor più. Stava pensando, e più intensamente pensava, più la mascella inferiore pendeva languida. E fu con un’espressione vuota e disperata che rinunciò alla sua impresa intellettuale.
«Non con queste cose?», borbottò, rassegnato, ma sorpreso. «Non con queste cose?». Si era formato dentro di sé un concetto ideale della polizia metropolitana, come una istituzione benevola per la soppressione del male. L’idea di comprensione benevola soprattutto, era strettamente associata con la sua concezione del potere degli uomini in blu. Aveva sempre avuto una tenera simpatia per tutti gli agenti, assieme a una fiducia innocente. Ed era addolorato, irritato anche, da un sospetto di doppiezza nei membri dell’organizzazione. Perché Stevie era sincero e candido come la luce del sole. Perché, allora facevano finta? Diversamente da sua sorella, che poneva la sua fiducia sui valori in superficie, egli voleva andare a fondo delle cose. Portò dunque avanti la sua indagine con un’aria di sfida arrabbiata.
«A cosa servono allora, Winn? A cosa servono? Dimmelo».
Winnie non amava le discussioni. Ma temendo più di tutto un accesso di depressione profonda per la mancanza che Stevie avrebbe sentito di sua madre in questa prima fase, non rifiutò completamente la discussione. Ben lungi da un atteggiamento ironico, rispose tuttavia in una forma forse non del tutto stonata trattandosi della moglie di Mr Verloc, Delegato del Comitato Rosso Centrale, amico personale di certi anarchici e seguace dell’idea di rivoluzione sociale.
«Non sai a cosa serve la polizia, Stevie? Sono là per impedire a quelli che non hanno niente di portar via qualcosa a quelli che hanno».
Evitò di usare il verbo «rubare» perché la parola rendeva sempre nervoso il fratello. Perché Stevie era onesto in modo delicatissimo. Certi princìpi erano stati istillati in lui con tanta cura (a causa della sua «stranezza») che anche solo il nome di certe trasgressioni lo colmava di orrore. Era sempre stato facilmente impressionato dai discorsi. E ora era turbato e scosso e tutta la sua intelligenza era all’erta.
«Cosa?», chiese subito con ansia. «Neanche se hanno fame? Non devono mai?».
I due avevano smesso di camminare.
«Neanche se sono sempre affamati», disse Mrs Verloc, con la serenità di chi non è toccato dal problema della distribuzione della ricchezza ed esplorando contemporaneamente con lo sguardo la prospettiva stradale per cercare un autobus del colore giusto. «Certamente no. Ma che bisogno c’è di parlare di queste cose? Tu non sei mai affamato».
Gettò un’occhiata rapida al ragazzo, più simile a un giovanotto, al suo fianco. Lo vide gradevole, amabile, affezionato, e solo un poco, appena un poco «diverso». Né lo poteva vedere in altro modo, ché lui era collegato con quanto poteva esserci del sale della passione nella sua vita insipida – la passione dell’indignazione, del coraggio, della pietà e anche dell’abnegazione. Non aggiunse: «E non c’è alcuna probabilità che tu lo sia finché sarò in vita io», ma avrebbe ben avuto il diritto di farlo, dal momento che con questo fine in mente ella aveva preso importanti decisioni nel passato. Mr Verloc era un ottimo marito. Era del resto l’impressione di Winnie in perfetta buona fede che nessuno avrebbe potuto fare a meno di prendere quel ragazzo in simpatia. Gridò a un tratto:
«Presto Stevie, ferma quell’autobus verde».
E Stevie trepido, sentendosi importante, offrendo un braccio alla sorella Winnie, levò, con immediato successo, l’altro in alto verso l’autobus che si avvicinava.
Un’ora più tardi Mr Verloc alzò gli occhi dal giornale che stava leggendo, o almeno guardando, dietro il banco, all’eco del suono della campana alla porta; guardò Winnie, sua moglie, che entrava e attraversava il negozio, diretta al piano di sopra, seguita da Stevie, suo cognato. La vista di sua moglie era gradevole per Mr Verloc. Era la sua idiosincrasia. La figura del cognato rimase fuori dalla sua coscienza a causa di quello stato d’animo meditativo che già da un po’ era solito frapporsi come un velo tra Mr Verloc e il mondo dei sensi. Seguì fissamente sua moglie con lo sguardo, senza una parola, come fosse stata un fantasma.
La voce per uso domestico era di solito una voce bassa e tranquilla, ma ora si udiva a malapena. Non si udì a cena, dove fu chiamato dalla moglie nel solito modo breve: «Adolf». Si sedette a consumare il pasto senza convinzione, con il cappello in testa, calzato all’indietro. Non era l’amore per la vita all’aperto, ma l’abitudine a frequentare caffè stranieri che era responsabile di una tale abitudine, abitudine che conferiva alla fedeltà al focolare domestico di Mr Verloc un carattere di transitorietà incerimoniosa. Due volte, allo scampanio della campana fessa si alzò senza una parola, scomparendo nel negozio, e riapparendo silenziosamente. Durante queste assenze Mrs Verloc, che stava all’improvviso divenendo acutamente consapevole del posto vuoto alla sua destra, sentiva più che mai, disperatamente, la mancanza di sua madre e guardava davanti a sé senza espressione; mentre Stevie per la stessa ragione, non smetteva di trafficare con i piedi come se il pavimento sotto il tavolo fosse diventato insopportabilmente bollente. Quando Mr Verloc tornava per risedersi al suo posto, silenzio fatto persona egli stesso, il modo di fissare di Mrs Verloc subiva un sottile cambiamento, e Stevie smetteva di agitare i piedi, in nome del grande e timoroso rispetto che aveva nei confronti del marito di sua sorella. Volgeva verso di lui occhiate di compassione rispettosa. Mr Verloc aveva dei dispiaceri. Sua sorella Winnie gli aveva inculcato l’idea (nell’autobus) che avrebbero trovato Mr Verloc a casa in uno stato di tristezza, e non si doveva dunque importunarlo. L’ira di suo padre, l’irritabilità dei signori inquilini e la tendenza di Mr Verloc a dolersi in modo immoderato, erano state le principali sanzioni capaci di indurre Stevie al controllo. Di questi sentimenti, tutti facili a provocarsi, ma non facili a capire, l’ultimo aveva avuto la maggior presa morale – perché Mr Verloc era buono. Sua madre e sua sorella avevano stabilito una volta per tutte questo dato etico su basi inamovibili. Lo avevano stabilito, eretto, consacrato dietro le spalle di Mr Verloc per ragioni che non avevano nulla a che fare con una moralità astratta. E Mr Verloc non ne era consapevole. Bisogna rendergli giustizia dicendo come egli non avesse alcuna idea di apparire buono a Stevie. Eppure era così. Egli era anche l’unico uomo che meritasse tale qualifica nel concetto di Stevie, perché i signori inquilini erano troppo di passaggio e troppo lontani per aver nulla di molto distinto che li riguardasse ai suoi occhi, se si eccettua forse gli stivali; e per quanto riguarda i provvedimenti disciplinari presi dal padre, la desolazione della madre e della sorella avevano impedito loro di costruire una teoria della sua bontà davanti alla vittima. Sarebbe stato troppo crudele. Ed era anche possibile che Stevie non le avrebbe credute. Ma per quel che riguardava Mr Verloc, niente poteva frapporsi alla convinzione di Stevie. Mr Verloc era naturalmente e tuttavia misteriosamente buono. E il dolore di un uomo buono è degno di rispetto.
Stevie lanciava occhiate di rispettosa compassione verso il cognato. Mr Verloc era dispiaciuto. Il fratello di Winnie non si era mai sentito prima in contatto così stretto con il mistero della bontà di quell’uomo. Era una tristezza evidente la sua. E anche Stevie era triste. Era molto triste. Dello stesso tipo di tristezza. Ed essendo tutta la sua attenzione concentrata in questo stato d’animo tormentoso, Stevie agitava i piedi sotto il tavolo. Egli era solito manifestare i suoi sentimenti attraverso l’agitazione delle membra.
«Stai fermo con i piedi, caro», disse Mrs Verloc, con autorità e tenerezza, poi volgendosi verso il marito con voce indifferente, abilissima conquista di un tatto istintivo: «Esci questa sera?».
La sola idea era nauseante per Mr Verloc. Scosse di malumore la testa e se ne rimase lì seduto, immobile, con gli occhi rivolti in basso a guardare per un intero minuto il pezzo di formaggio sul piatto. Alla fine si alzò e uscì – uscì decisamente, accompagnato dallo scampanio alla porta del negozio. Agiva in questo modo incoerente, non già per il desiderio di rendersi spiacevole, ma a causa di un’invincibile inquietudine. Non era di nessuna utilità al mondo uscire. Non poteva trovare in nessun posto a Londra ciò di cui aveva bisogno. Ma uscì lo stesso. Guidò il suo corteo di pensieri lugubri per le vie buie, per le vie illuminate, dentro e fuori due bar pieni di vita, in un tentativo poco convinto di risolvere la nottata, poi di nuovo al suo focolare minacciato, dove si sedette sfinito dietro il banco mentre i pensieri tornavano ad affollarglisi incalzanti attorno, come un’orda di segugi neri e affamati. Dopo aver chiuso la casa e aver spento il gas se li portò tutti al piano di sopra con sé – una scorta orribile per un uomo che sta andando a dormire. Sua moglie lo aveva preceduto già da un po’, una forma generosa che si delineava in modo vago sotto le coltri, la testa sul cuscino e una mano sotto la guancia, offriva al suo turbamento l’immagine di un sonno facile che denunciava il possesso di un animo sereno. I grandi occhi guardavano spalancati, scuri e inerti contro il biancore niveo delle lenzuola. Lei non si mosse.
La donna possedeva un animo sereno. Sentiva profondamente che le cose non sopportano di essere guardate troppo in profondità. Di questo istinto faceva la sua forza e la sua saggezza. Ma il silenzio di Mr Verloc di quei giorni le era calato addosso pesantemente. Stava, per dirla francamente, urtandogli il sistema nervoso. Rimanendo stesa e immobile disse tranquillamente:
«Prenderai freddo andando in giro con i soli calzini in questo modo».
Un modo di parlare questo che, pur tipico della premura di una moglie e della saggezza di una donna, prese Mr Verloc alla sprovvista. Aveva lasciato gli stivali al piano di sotto, ma si era dimenticato di infilare le pantofole, ed era un po’ che si aggirava per la camera da letto con le zampacce silenziose come quelle di un orso in gabbia. Al suono della voce di sua moglie si fermò e la fissò con uno sguardo da sonnambulo, senza espressione, così a lungo che Mrs Verloc si agitò imbarazzata sotto le coperte. Ma non mosse la testa bruna affondata nel guanciale candido, né la mano sotto la guancia o i grandi occhi neri che non battevano ciglio.
Sotto lo sguardo senza espressione del marito, ricordò a un tratto la stanza vuota della madre al di là del pianerottolo, e sentì una fitta acuta di solitudine. Non era mai stata separata da sua madre prima. Erano sempre rimaste l’una accanto all’altra; e lei se ne rendeva più che mai conto in quel momento; ma ora diceva a se stessa che la madre se ne era andata – andata per sempre. Mrs Verloc non si faceva illusioni. C’era sempre Stevie però. Disse:
«Mamma ha fatto quello che voleva fare. Non c’è alcun senso in questa cosa, per quel che posso vedere io. Sono certa che non può aver pensato che voi ne aveste abbastanza di lei. È stata veramente una cattiveria da parte sua lasciarci in questo modo».
Mr Verloc non era una persona molto colta; la sua gamma di frasi allusive era limitata, ma c’era una coincidenza strana in quella circostanza che lo faceva pensare ai topi che abbandonano la nave al suo destino. Quasi stava per dirlo. Era diventato sospettoso e amaro. Era possibile che la vecchia avesse un naso così fino? Ma l’illogicità di un simile sospetto era evidente, e Mr Verloc tacque. Non completamente però. Borbottò immusonito:
«Forse è meglio così».
Cominciò a spogliarsi. Mrs Verloc rimaneva immobile, perfettamente immobile, gli occhi fissi in uno sguardo sognante e tranquillo. Quella sera ella non era veramente quella di sempre, come si usa dire, e all’improvviso si trovò di fronte con evidenza al fatto che una semplice frase può contenere in sé molti e diversi significati – e quasi tutti spiacevoli. Che voleva dire «forse è meglio così»? E perché? Tuttavia non si permise di lasciarsi andare all’inutilità di speculazioni vaghe. Era ben ferma nella sua convinzione che le cose non sopportavano che le si guardasse troppo da vicino. Pratica e a suo modo abile, senza perder tempo portò Stevie in cima ai suoi pensieri, che in lei l’unicità dello scopo aveva la natura infallibile e la forza di un istinto.
«Cosa potrò mai fare per rallegrare il ragazzo per i primi giorni, davvero non lo so. Si tormenterà dalla mattina alla sera prima che si abitui al fatto che mamma non c’è. È talmente un bravo ragazzo, non potrei vivere senza di lui».
Mr Verloc continuava a liberarsi dei vestiti con la concentrazione rivolta all’interno e indifferente di un uomo che si spoglia nella solitudine di un immenso e disperato deserto. Perché altrettanto inospitale si presentava agli occhi della fantasia di Mr Verloc questa nostra bella terra, eredità comune di tutti gli uomini. E ogni cosa, fuori e dentro, era così silenziosa, che il ticchettio solitario dell’orologio sul ballatoio s’insinuava nella stanza quasi a cercare compagnia.
Mr Verloc, infilandosi nel letto dalla sua parte, rimase supino e silenzioso dietro la schiena di Mrs Verloc. Le braccia robuste giacevano abbandonate fuori delle coltri simili ad armi buttate là come strumenti che non servissero più. Fu in quel momento che fu vicinissimo a confessare tutto a sua moglie. Il momento sembrava propizio. Guardandola di sottecchi, ne vedeva le ampie spalle coperte di bianco, il dietro della nuca, con i capelli sistemati per la notte in trecce legate in fondo con fiocchi neri. E non lo fece. Mr Verloc amava sua moglie come una moglie dovrebbe essere amata – cioè come un marito, con l’attenzione che si ha per le proprietà più care. Questa testa pettinata per la notte, quelle larghe spalle, rappresentavano la sacralità familiare – la sacralità della pace domestica. Ella non si muoveva, massiccia e informe come una statua abbandonata tra le rovine; ripensò ai suoi occhi spalancati che fissavano la stanza vuota. Era misteriosa, del mistero che è proprio degli esseri umani. L’agente segreto di chiara fama Δ, l’autore dei dispacci allarmistici del defunto Barone Stott-Wartenheim, non era uomo da irrompere in tali misteri. Egli ne era facilmente intimidito. Ed era anche indolente, di quell’indolenza che è spesso il segreto di un buon carattere. Rifiutava di accostarsi a quel mistero per amore, per timidezza, per indolenza. Ci sarebbe sempre stato tempo sufficiente. Per parecchi minuti sopportò il suo dolore in silenzio nella quiete sonnolenta della stanza. Poi si decise a disturbare questa calma con una dichiarazione netta:
«Vado sul continente domani».
Sua moglie si era addormentata forse. Non avrebbe saputo dirlo. In realtà Mrs Verloc lo aveva sentito. Teneva gli occhi sempre ben aperti, ed era rimasta immobile, ferma nella sua convinzione istintiva che è meglio non andare molto a fondo delle cose. Tuttavia non c’era niente di molto insolito in questo viaggio di Mr Verloc. Rinnovava la sua mercanzia a Parigi e a Bruxelles. Spesso andava là per fare personalmente i propri acquisti. Un piccolo gruppo scelto di «amatori» si andava formando intorno al negozio di Brett Street, un legame segreto specialmente adatto per qualsiasi attività intrapresa da Mr Verloc, che per un mistico accordo tra temperamento e necessità, era stato scelto dal destino per fare l’agente segreto tutta la vita.
Aspettò un poco, poi aggiunse: «Starò fuori una settimana, forse due. Fai venire Mrs Neale durante il giorno».
Mrs Neale era la donna delle pulizie di Brett Street. Vittima di un matrimonio con un falegname debosciato, era perseguitata dalle necessità di molti bimbi piccoli. Con le braccia arrossate, insaccata in un rozzo grembiulone fin sotto le ascelle, esalava l’angoscia della povertà nel fiato che sapeva di rum e saponata, nel rumore dello strofinio dei panni, e nello sbatacchiare dei secchi di latta.
Mrs Verloc, con una precisa motivazione, parlò invece con un tono leggero e indifferente.
«Non c’è bisogno di avere quella donna tutto il giorno. Mi basterà benissimo Stevie».
Attese che l’orologio solitario lasciasse cadere una quindicina di ticchettii nell’abisso dell’eternità, e chiese:
«Spengo la luce?».
Bruscamente Mr Verloc rispose:
«Spegni».
Capitolo nono
Mr Verloc, tornando dopo dieci giorni dal continente, riportò a casa uno stato d’animo che le meraviglie dei viaggi all’estero non erano evidentemente riuscite a rinfrancare, e un atteggiamento che le gioie del rientro non sembrarono rallegrare neanche un poco. Entrò mentre la campanella vociava, con un’espressione cupa e affranta. La borsa in mano, la testa bassa, si avviò a passi decisi dietro il bancone, e si lasciò cadere su una seggiola, quasi fosse venuto a piedi da Dover. Era mattina presto.
Stevie che stava spolverando alcuni oggetti nella vetrina, si volse verso di lui con timore e rispetto, guardandolo con la bocca leggermente aperta.
«Tieni!», disse Mr Verloc, spingendo con un piede la borsa di cuoio sul pavimento; e Stevie si precipitò a prenderla e a portarla via con devozione trionfante. Fu così veloce che anche Mr Verloc ne rimase sorpreso.
Al suono della campanella Mrs Neale, inginocchiata davanti alla griglia del focolare cui stava dando il nero di piombo, aveva gettato un’occhiata attraverso la porta, e alzatasi, era andata, insaccata nel grembiule e stravolta da quella fatica che non conosceva soste, ad avvisare Mrs Verloc in cucina che «c’era il signore che era tornato».
Winnie si affacciò appena alla porta interna della bottega.
«Vorrai far colazione», gli disse da dove era.
Mr Verloc fece un gesto vago con la mano, come se l’idea fosse assolutamente impossibile, ma una volta attirato nel salottino non rifiutò il cibo che gli veniva posto dinanzi. Mangiò come se si fosse trovato in un posto pubblico, il cappello spinto all’indietro sulla fronte, i lembi del pesante soprabito che ciondolavano in due triangoli da ciascun lato della seggiola. E all’estremo opposto della tavola coperta di tela cerata marrone, Winnie, sua moglie, lo intratteneva con una tipica conversazione coniugale, adattata con arte sicura alle circostanze del suo ritorno, come il discorso di Penelope al ritorno del suo Ulisse errabondo. Mrs Verloc, però, non aveva tessuto tele durante l’assenza del marito. In compenso aveva fatto pulire a fondo tutte le stanze del piano di sopra, aveva venduto qualche articolo di merce, e aveva visto diverse volte Mr Michaelis. L’ultima volta le aveva detto che stava partendo per andare in una villetta in campagna, da qualche parte sulla linea Londra-Chatam-Dover. Era venuto anche Karl Yundt una volta, al braccio di quella «odiosa sua vecchia governante». Era un «vecchio disgustoso». Del Compagno Ossipon, che lei aveva accolto bruscamente, trincerata dietro il banco, con volto senza espressione e lo sguardo lontano, non disse nulla, e il riferimento al robusto anarchico corrispose durante il racconto a un attimo di pausa accompagnato da un leggerissimo rossore. Introducendo appena le fu possibile nella sequela degli avvenimenti domestici il fratello Stevie, raccontò come il ragazzo si fosse molto intristito in quegli ultimi giorni.
«Tutta colpa della mamma che ci ha lasciato in questo modo».
Mr Verloc non disse né «dannazione!» né «al diavolo Stevie!». E Mrs Verloc, che non aveva accesso ai suoi pensieri segreti, non fu in grado di apprezzare la generosità di questo sforzo.
«Questo non vuol dire che non lavori come il solito», continuò lei, «si è reso molto utile. Si direbbe che pensi di non fare mai abbastanza per noi».
Mr Verloc rivolse uno sguardo distratto e sonnolento a Stevie che sedeva al suo fianco, delicato, pallido, con le labbra rosate leggermente aperte e l’espressione vacua. Non era certo uno sguardo critico, non ne aveva l’intenzione. E se Mr Verloc pensò per un momento che il fratello di sua moglie aveva un’aria particolarmente inutile, fu veramente solo per un attimo, uno di quegli attimi veloci e insignificanti privi di quella forza e di quella costanza che sola riesce a rendere un pensiero capace di modificare gli eventi. Appoggiandosi alla spalliera della sedia, Mr Verloc si tolse il berretto, ma non fece in tempo a tendere il braccio che Stevie era balzato in avanti per prenderlo e portarlo con reverenza in cucina. E di nuovo Mr Verloc fu sorpreso.
«Potresti fargli fare qualsiasi cosa a quel ragazzo», disse Mrs Verloc con la sua migliore espressione di calma decisa. «Si butterebbe nel fuoco per voi. Lui…».
Si fermò attenta, tendendo l’orecchio verso la porta della cucina.
Mrs Neale era là che strofinava il pavimento. All’arrivo di Stevie aveva come al solito attaccato a gemere e a lamentarsi; si era accorta infatti che era facile indurre il ragazzo a consegnarle lo scellino che sua sorella Winnie gli regalava di tanto in tanto. Carponi, sul bagnato, inzaccherata e sudicia, una specie di animale anfibio domestico che vive nelle pattumiere e nell’acqua sporca, cominciò con la solita storia: «Bella la vita per voi, tenuto come un signorino a non far nulla». E continuava con il pianto eterno della povertà pateticamente arricchito di bugie, suffragata nei suoi racconti dall’orribile fiato di rum a buon mercato e saponata. Strofinava forte, tirando su col naso, e parlava a ruota libera. Era sincera. E ai due lati del naso magro e arrossato, gli occhi cisposi e annebbiati annegavano in un mare di lacrime, perché la poveretta, e su questo non c’erano dubbi, sentiva effettivamente il bisogno di qualcosa di stimolante la mattina.
Nel salottino Mrs Verloc intanto commentava:
«Ecco Mrs Neale che ricomincia con le sue storie strappacuore sui suoi bambini. Non è possibile che siano tutti così piccoli come dice. Qualcuno dovrebbe già essere grande abbastanza per badare a se stesso. Serve solo a far arrabbiare Stevie».
Queste parole trovarono conferma nel rumore di un pugno sul tavolo della cucina. Secondo la routine consueta della sua compassione, Stevie si era infuriato scoprendo di non avere neanche uno scellino in tasca. Nell’impossibilità di lenire subito le sofferenze dei piccoli di Mrs Neale, pensava che qualcuno dovesse pagare per questo. Mrs Verloc si alzò e andò in cucina «per porre fine a quelle sciocchezze». Lo fece con gentilezza, ma anche con fermezza. Era perfettamente al corrente del fatto che Mrs Neale appena riceveva il denaro correva a bere qualcosa di forte nella squallida e puzzolente osteria dietro l’angolo – tappa inevitabile lungo la via dolorosa della vita della povera donna. Il commento di Mrs Verloc su questa faccenda rivelava una profondità non comune, considerando che proveniva da persona poco portata a guardare sotto l’apparenza delle cose. «È naturale, che deve fare la poveretta per tirarsi su? Se fossi al posto di Mrs Neale suppongo che mi comporterei allo stesso modo».
Nel pomeriggio dello stesso giorno, quando Mr Verloc riscuotendosi all’improvviso dall’ultimo di una lunga serie di sonnellini davanti al caminetto del salotto, espresse la sua intenzione di uscire a fare una passeggiata, Winnie gli gridò dalla bottega: «Vorrei che portaste con voi quel ragazzo, Adolph».
Per la terza volta quel giorno Mr Verloc si stupì. Guardò sua moglie con l’aria di chi non capisce. Lei continuava a parlare in quel suo modo sereno: il ragazzo quando non aveva nulla da fare, si trascinava tristemente per la casa. La metteva a disagio, confessò, e la rendeva anche nervosa. E una cosa simile detta dalla calma Winnie poteva suonare come un’esagerazione. Ma Stevie si trascinava davvero in giro nel modo tipico di una bestiola domestica infelice. Saliva sul pianerottolo scuro, per sedersi ai piedi dell’alto orologio a pendolo, con le ginocchia rannicchiate contro il petto e la testa tra le mani. Trovarsi dinanzi quel volto pallido, con quei grandi occhi che brillavano nell’ombra, la turbava; pensare a lui che se ne stava lassù la metteva a disagio.
Mr Verloc si adeguò subito alla sorprendente novità dell’idea. Si sentiva legato a sua moglie come ogni uomo dovrebbe esserlo – ossia con generosità. Ma un’obiezione importante gli si presentò spontanea, e si affrettò a tradurla in parole:
«Magari rimarrà indietro e si perderà per la strada».
Mrs Verloc scosse la testa con competenza.
«Non succederà. Non lo conoscete, quel ragazzo vi adora davvero. Ma se doveste perderlo…».
Mrs Verloc si fermò un momento, ma solo per un momento.
«Andate tranquillo a fare la vostra passeggiata. Lui starà benissimo. Tornerà certamente qui sano e salvo in breve tempo».
Un ottimismo questo che offrì a Mr Verloc l’occasione di stupirsi per la quarta volta nella giornata.
«Davvero?», brontolò dubbioso. Ma forse suo cognato non era così idiota come sembrava. Sua moglie sapeva bene quel che faceva. Volse altrove gli occhi bovini, dicendo cupo: «Va bene, fallo venire allora», e ricadde di nuovo, subito dopo, sotto gli artigli della più nera angoscia, un’angoscia che forse preferisce sedere dietro a chi va a cavallo, ma si adatta anche a stare alle calcagna di chi per mantenere un cavallo non ha i mezzi – come Mr Verloc per esempio.
Winnie, sulla porta della bottega, non poteva vedere questa presenza fatale che accompagnava nelle sue passeggiate Mr Verloc. Guardava le due figure che si avviavano lungo la strada squallida, una alta e robusta, l’altra meno alta e slanciata, con la nuca sottile e le spalle magre leggermente tirate su sotto le orecchie grandi e trasparenti. La stoffa con cui erano tagliati i soprabiti era la stessa, eguali i berretti neri e rotondi di foggia. E ispirata da questa somiglianza dei loro indumenti, Mrs Verloc lasciò lavorare la fantasia.
«Potrebbero essere padre e figlio», si disse. Pensò anche che Mr Verloc era l’unico padre che Stevie avesse mai avuto, dopotutto. Era consapevole pure di come tutto ciò fosse stato completamente opera sua. E serenamente si congratulò con se stessa per una certa decisione che aveva preso a suo tempo, qualche anno prima; le era costata un certo sforzo e anche qualche lacrima.
E ancor più si congratulò con se stessa quando, con il passare dei giorni, parve che Mr Verloc si fosse amabilmente adattato alla compagnia di Stevie. Ora quando era pronto per uscire per la sua passeggiata, Mr Verloc chiamava il ragazzo forte, con l’aria, bisogna ammetterlo, con cui un uomo cerca la compagnia del proprio cane, e tuttavia anche con qualcosa di diverso. In casa capitava spesso di vedere Mr Verloc fissare Stevie lungamente e con una certa curiosità. Anche il suo contegno era cambiato. Taciturno, come sempre, ma meno apatico. Mrs Verloc lo trovava un po’ nervoso a volte, ma, dopotutto, ciò poteva anche essere considerato un progresso. Quanto a Stevie non rimaneva più a intristire ai piedi dell’orologio a pendolo, piuttosto lo si trovava a borbottare in tono minaccioso, tutto solo negli angoli di casa. E quando gli si chiedeva: «Cos’è che stai dicendo, Stevie?», semplicemente apriva la bocca e storceva gli occhi verso la sorella. Capitava di vederlo stringere i pugni senza motivo apparente, e di scoprirlo che se la prendeva tutto solo con il muro, e intanto il foglio di carta e il lapis per tracciare i circoli giacevano oziosi e inutili sul tavolo della cucina. Era un cambiamento, ma non certo un progresso. Mrs Verloc che dava a tutte queste stranezze la definizione un po’ generica di eccitazione, cominciò a temere che Stevie ascoltasse più del dovuto le conversazioni di suo marito con gli amici. Durante le sue passeggiate, naturalmente, Mr Verloc incontrava e parlava con molte persone. Non poteva essere diversamente. Le sue uscite erano parte integrante delle attività che svolgeva fuori casa, attività sulle quali sua moglie s’era guardata bene dall’indagare. Mrs Verloc sentiva che la questione era delicata, ma l’affrontava con la stessa calma impenetrabile che tanto impressionava e stupiva anche i clienti del negozio e teneva a distanza, un po’ perplessi, gli altri visitatori. No! Temeva veramente che ci fossero cose che a Stevie non faceva bene ascoltare, e lo disse al marito. Eccitavano il povero ragazzo perché egli non poteva far nulla per cambiarle. Nessuno poteva del resto.
Stavano parlando nella bottega; Mr Verloc non fece commenti. Non fece repliche, anche se vi era una replica ovvia. Ma egli si trattenne dal far osservare a sua moglie che l’idea di fare di Stevie il compagno delle sue passeggiate era stata di lei e di nessun altro. In quel momento, a un osservatore imparziale Mr Verloc sarebbe apparso più che umano nella sua generosità. Prese da uno scaffale una scatoletta di cartone, vi diede un’occhiata per verificarne il contenuto, e la posò con delicatezza sul banco. Solo allora ruppe il silenzio, e suggerì che con ogni probabilità sarebbe stato di gran giovamento per Stevie essere mandato fuori città per un po’ di tempo; solo che temeva che sua moglie non avrebbe potuto fare a meno di lui.
«Non potrei fare a meno di lui?», ripeté Mrs Verloc, lentamente. Non poter fare a meno di lui se si trattava del suo bene! Che idea! «Certo che posso fare a meno di lui. Ma non c’è nessun posto dove mandarlo».
Mr Verloc tirò fuori della carta marrone e un gomitolo di spago; e intanto borbottava che Michaelis viveva in una villetta in campagna. Michaelis non avrebbe avuto obiezioni a dare una stanza a Stevie per dormire. Non c’erano estranei in visita da quelle parti, niente discorsi, Michaelis stava scrivendo un libro.
Mrs Verloc dichiarò il suo affetto per Michaelis; per Karl Yundt invece non aveva simpatia, «quel vecchio odioso»; di Ossipon non disse nulla. Quanto a Stevie non avrebbe potuto che essere molto contento. Mr Michaelis si era sempre mostrato molto buono e gentile con lui. Sembrava avere simpatia per il ragazzo. Be’, il ragazzo era un bravo ragazzo.
«Anche voi vi ci siete molto affezionato in questi ultimi tempi», aggiunse dopo un breve pausa con l’aria di inflessibile sicurezza che le era propria.
Mr Verloc, che stava legando una scatola di cartone per farne un pacco postale, ruppe lo spago con uno scatto improvviso, e farfugliò tra sé e sé una sequela di imprecazioni. Poi alzando il tono fino al normale borbottio cupo di ogni giorno, annunciò la sua volontà di portare lui stesso Stevie in campagna, e di sistemarlo con Michaelis.
Portò avanti il programma proprio il giorno successivo. Stevie non fece obiezioni. Anzi sembrava ansioso di andare, anche se sempre in quel suo modo un po’ frastornato. Di tanto in tanto, e soprattutto quando la sorella non lo guardava, volgeva al volto cupo di Mr Verloc uno sguardo innocente e interrogativo. Aveva un’espressione fiera, ansiosa e concentrata, simile a quella di un bimbo piccolo cui per la prima volta sia stata affidata una scatola di fiammiferi dandogli il permesso di accenderne uno. Ma Mrs Verloc era soddisfatta della docilità del fratello, e gli raccomandò di non sporcarsi troppo i vestiti in campagna. Al che Stevie rivolse alla sua custode, protettrice e sorella, uno sguardo che, per la prima volta nella sua vita, aveva perso la qualità della perfetta innocenza di un bimbo. Era uno sguardo sprezzante e altero. Mrs Verloc sorrise.
«Santo cielo! Non c’è bisogno che ti offenda. Lo sai come ti riduci quando ne hai l’occasione, Stevie».
Mrs Verloc si era già avviata con loro per un tratto di strada.
Così a seguito dell’eroico comportamento di sua madre, e dell’assenza del fratello in villeggiatura, Mrs Verloc si trovò più spesso del solito sola, e non soltanto nel negozio, ma anche in casa. Mr Verloc doveva fare le sue passeggiate. E il giorno dell’attentato dinamitardo a Greenwich Park era rimasta sola più a lungo del solito. Mr Verloc, infatti, era uscito molto presto quella mattina e non era tornato che quasi a buio. Non le dispiaceva di rimanere sola. Non desiderava uscire. Il tempo era pessimo, e la bottega era certo più accogliente della strada. Seduta dietro il banco con un lavoro di cucito, non alzò gli occhi dal lavoro quando Mr Verloc rientrò accompagnato dal suono aggressivo della campanella. Aveva riconosciuto il passo di lui già sul selciato fuori della porta.
Non sollevò gli occhi, ma si limitò a chiedere con tono tranquillo a Mr Verloc che, in silenzio e con il cappello ben calzato sulla fronte, si dirigeva verso la porta del salottino:
«Che giornata terribile! Per caso siete stato a vedere Stevie?»
«No! Non ci sono stato!», rispose a voce bassa Mr Verloc, sbattendosi la porta a vetri alle spalle con più energia del solito.
Per un po’ Mrs Verloc non si mosse, e rimase ferma con il lavoro abbandonato in grembo, finché non si decise a riporlo sotto il banco e ad alzarsi per accendere le luci a gas. Fatto questo, si diresse in cucina passando per il salotto. Mr Verloc avrebbe avuto certamente bisogno subito di una tazza di tè. Winnie era una donna sicura di sé e del suo fascino, non si aspettava da suo marito nei rapporti quotidiani della loro vita matrimoniale piacevolezze cerimoniose o particolare cortesia di modi; forme vane e antiquate in ogni caso, forse mai veramente rispettate, e trascurate oggigiorno anche nelle più alte sfere, e che comunque erano estranee alle abitudini della sua classe. Ma lui era un buon marito, e lei aveva un leale rispetto per i suoi diritti.
Mrs Verloc stava dunque attraversando il salottino per accingersi alle sue faccende in cucina con la perfetta serenità di una donna sicura di sé. Ma un suono ripetuto, leggero, molto leggero e rapido colpì il suo udito. La sua attenzione fu attratta dalla stranezza e dall’inspiegabilità di quel rumore. Ed ecco che, appena ne comprese l’origine, si fermò di colpo, sorpresa e preoccupata. Strofinò il fiammifero sulla scatola che teneva in mano, girò la chiavetta e accese uno dei due lumi a gas sul tavolo del salotto; era un lume difettoso e subito partì con un fischio come di stupore, per poi continuare con un suono simile a quello di un gattino che fa le fusa contento.
Mr Verloc, contrariamente alle sue abitudini, si era levato di dosso il soprabito, gettandolo sul divano. Il cappello, già tolto prima, giaceva rovesciato sul bordo. Aveva trascinato una sedia davanti al caminetto, infilato i piedi sotto la grata del parafuoco, e con la testa tra le mani, stava tutto curvo e proteso verso la griglia incandescente. I suoi denti battevano con incontrollabile violenza, facendo sì che tutta l’enorme schiena di lui tremasse allo stesso ritmo. Mrs Verloc si spaventò: «Vi siete bagnato».
«Non molto», riuscì a farfugliare Mr Verloc, con un brivido che gli veniva dal profondo. Con uno sforzo supremo riuscì a smettere di battere i denti.
«Dovrò aiutarvi a mettervi a letto», disse lei sinceramente preoccupata.
«Non credo proprio», replicò Mr Verloc cupo, tirando su col naso.
Certo che in un modo o nell’altro era riuscito a prendersi un raffreddore terribile tra le sette del mattino e le cinque del pomeriggio. Mrs Verloc si fermò a guardare quella schiena ricurva.
«Dove siete stato oggi?», chiese.
«In nessun posto», il tono di voce era basso e soffocato. A vederlo non si capiva se avesse problemi seri o un forte mal di testa. Nel silenzio inerte di quella stanza l’inadeguatezza e mancanza di sincerità della risposta divenne penosamente evidente. Tirò su col naso, come scusandosi, e aggiunse: «Sono stato in banca».
Mrs Verloc si fece attenta:
«Davvero?», chiese freddamente. «E per qual motivo?».
Mr Verloc borbottò chiaramente controvoglia, con il naso sempre sulla grata:
«Per prelevare il denaro».
«Che volete dire, tutto?»
«Sì. Tutto».
Mrs Verloc tese con cura la tovaglia che arrivava appena sul tavolo, tirò fuori dal cassetto due coltelli e due forchette, e tutto a un tratto, interruppe la metodica routine dei gesti.
«Per quale motivo l’avete fatto?»
«Può darsi il caso che ne abbia bisogno presto», fu la risposta un po’ vaga e pronunciata con voce nasale di Mr Verloc, con il tono di voler por fine a quelle caute indiscrezioni.
«Non capisco cosa vogliate dire», gli fece notare la moglie con un tono del tutto casuale, ma rimanendo ferma, immobile come una statua, tra il tavolo e la credenza.
«Sapete che potete fidarvi di me», Mr Verloc si rivolgeva alla grata e la sua voce aveva un timbro roco di risentimento.
Mrs Verloc si volse lentamente verso la credenza, esclamando decisa:
«Oh, sì che posso fidarmi di voi».
E riprese la routine dei gesti. Mise a tavola due piatti, prese il pane, il burro, andando tranquillamente avanti e indietro tra il tavolo e la credenza nella pace e nel silenzio della casa. Al momento di prendere la marmellata, rifletté con senso pratico: «Avrà fame, dopo essere stato fuori tutto il giorno», e di nuovo tornò alla credenza per prendere il vitello freddo. Lo sistemò sotto il becco a gas che faceva le fusa, e guardando con la coda dell’occhio il marito che, immobile, continuava ad abbracciarsi al fuoco, si diresse (scese due scalini) in cucina. Fu solo tornando, con il coltello per l’arrosto e il forchettone in mano, che parlò di nuovo.
«Se non mi fossi fidata, non vi avrei sposato».
Chino sotto la mensola del caminetto, Mr Verloc, la testa tra le mani, sembrava essersi addormentato. Winnie fece il tè, e chiamò sottovoce: «Adolf».
Mr Verloc si alzò di scatto e barcollò leggermente prima di sedersi a tavola. Sua moglie, dopo aver esaminato il bordo affilato del coltello dell’arrosto lo pose sul piatto e richiamò l’attenzione di lui al vitello freddo. Ma l’uomo, il mento sul petto, rimase insensibile al suggerimento.
«Dovreste mangiare per il raffreddore», disse Mrs Verloc categorica.
Lui alzò lo sguardo e scosse la testa; aveva gli occhi iniettati di sangue e la faccia rossa. Tormentandoli con le dita, aveva ridotto i capelli in un disordine selvaggio. Ma anche il resto della sua persona aveva un aspetto sconveniente, un aspetto che tradiva lo sconforto, l’irritazione, e l’abbattimento completo che segue a un’orgia scatenata. Ma Mr Verloc non era un libertino. La sua condotta era corretta e rispettabile e l’aspetto che aveva in quel momento avrebbe ben potuto essere interpretato come il risultato di un raffreddore febbrile. Bevve tre tazze di tè, ma si astenne completamente dal cibo. Se ne ritrasse con profonda avversione quando Mrs Verloc insisté perché si servisse.
«Avete i piedi bagnati? È meglio che vi mettiate le pantofole. Certo non uscite più per stasera», disse lei alla fine.
Mr Verloc fece intendere con grugniti imbronciati e coi gesti che non aveva i piedi bagnati, e che in ogni caso non gliene importava. Ma quanto all’uscire di nuovo quella sera, era cosa tutta da vedere. Non era comunque a uscire di nuovo che Mr Verloc stava pensando in quel momento. I suoi pensieri comprendevano uno schema più vasto. Ed ecco che da affermazioni disperate e incomplete venne fuori che Mr Verloc stava nientemeno che prendendo in considerazione l’opportunità di emigrare all’estero. Non era chiaro se avesse in mente la Francia o la California. La completa inattendibilità, improbabilità e inimmaginabilità di un simile evento privò di ogni effetto questa dichiarazione, del resto vaga. E con tutta tranquillità, quasi il marito avesse minacciato la fine imminente del mondo, Mrs Verloc esclamò:
«Che idea!».
Ma Mr Verloc andava avanti, dicendo di essere stanco e stufo di tutto, e inoltre… Lei lo interruppe.
«Avete un brutto raffreddore».
In effetti non ci voleva molto a vedere che Mr Verloc non era nel suo solito stato d’animo, né fisicamente né mentalmente. Un’incertezza dolente lo tenne per un po’ silenzioso. Poi borbottò qualche banalità generica e disastrosa sul tema della necessità.
«Necessità?», ripeté Winnie, rimanendo seduta calma, con le braccia conserte, di fronte al marito. «Mi piacerebbe sapere chi vi costringe. Non siete uno schiavo. Nessuno è costretto a fare lo schiavo in questo paese – e voi non dovete diventarlo». Si fermò, e con un candore davvero insuperabile: «Gli affari non vanno così male», e continuò, «avete una casa comoda».
Percorse con un’occhiata il salotto, dall’angolo dove era sistemata la credenza fino al fuoco che scoppiettava allegro al di là della grata. Ben sistemata dietro il negozietto di merci ambigue, dalla vetrina un po’ misteriosa illuminata appena, e la porta sospettosamente socchiusa sulla via stretta e buia, era una casa di tutto rispetto, completa di tutto ciò che è essenziale al decoro e alle comodità di ogni giorno. E l’affetto profondo che sentiva vivo dentro di sé più che mai le faceva sentire la mancanza del fratello Stevie, che in quel momento si godeva la sua villeggiatura umida lungo i viottoli boscosi del Kent, sotto la supervisione di Mr Michaelis. Gli mancava in modo doloroso, con tutta la forza del suo appassionato senso di protezione. Questa era anche la casa del ragazzo – il tetto, la credenza e la grata accesa. A questo pensiero Mrs Verloc si alzò e andando all’altro estremo della tavola, parlò con il cuore pieno:
«Non è che vi siete stancato di me?».
Mr Verloc non si mosse. Winnie appoggiata alla schiena di lui si sporse da dietro e gli posò le labbra sulla fronte. Indugiò un poco in questo gesto. Non un sussurro giungeva dal mondo esterno. Suoni di passi sul selciato svanivano nell’oscurità discreta del negozio. Solo il lume a gas sopra la tavola continuava a fare le fusa imperterrito nel silenzio che incombeva nel salotto.
Per tutta la durata di quel bacio lungo e inatteso, Mr Verloc si tenne con tutte e due le mani ai bordi della seggiola, conservando un’immobilità ieratica. Ma quando infine il contatto s’interruppe, si levò e spingendo via la sedia, attese in piedi, davanti al caminetto. Ma ora non volgeva più le spalle alla stanza. Con i tratti del viso gonfi, e con l’aria di un uomo quasi narcotizzato, seguiva con gli occhi i movimenti della moglie.
Mrs Verloc andava avanti e indietro tranquillamente, sparecchiando la tavola. La sua voce pacata andava commentando in tono ragionevole e domestico l’idea lanciata poco prima. La proposta non reggeva a un attento esame. Lei la disapprovava sotto ogni punto di vista. In realtà sua unica vera preoccupazione era il bene di Stevie. Egli appariva ai suoi occhi troppo «particolare» per essere trapiantato così improvvisamente all’estero. E questo fu tutto. Ma al momento di parlare di un punto tanto vitale, ella affrontava l’argomento con disperata veemenza. E intanto con movimenti bruschi, si infilava un grembiule per lavare le tazze. E quasi eccitata dal suono della propria voce non contraddetta, giunse ad affermare in un tono alquanto aspro:
«Se ve ne andate all’estero, dovrete andarvene senza di me».
«Sapete bene che non lo farei», disse Mr Verloc, cupo, e il tono di voce basso che usava per la sua vita privata tremò questa volta di una vena di enigmatica emozione.
Mrs Verloc si era già pentita delle sue parole. Erano suonate più sgradevoli di quanto avrebbe voluto. E oltretutto avevano la stoltezza delle cose inutili. In realtà non aveva intenzione di dire quello che aveva detto; era stata una frase suggerita dal demone di un’ispirazione perversa. Tuttavia ella conosceva un modo per rimediare.
Volse la testa al di sopra della spalla, e lanciò con i suoi grandi occhi a quell’uomo saldamente piantato davanti al focolare uno sguardo tra il malizioso e il crudele, un’occhiata di cui la Winnie della casa di Belgravia non sarebbe stata capace, in parte perché era troppo onesta, in parte perché era ingenua. Ma quell’uomo era suo marito ora, né lei era più un’ingenua.
Mantenne quello sguardo fisso su di lui per qualche secondo, il volto serio e immobile come una maschera, e intanto diceva scherzosa:
«Non potreste. Vi mancherei troppo».
Mr Verloc si lanciò verso di lei.
«Proprio», esclamò forte, tendendo in avanti le braccia, e facendo un passo verso di lei. A chi lo avesse guardato in quel momento, tuttavia, qualcosa nella sua espressione, di violento e di ambiguo insieme, avrebbe potuto far nascere il dubbio se stesse per strangolare sua moglie o per stringersela al petto. Ma l’attenzione di Mrs Verloc fu distolta dal vociare del campanello di bottega.
«La bottega, Adolph, andate».
Si fermò, e lentamente lasciò cadere le braccia.
«Andate», ripeté Mrs Verloc. «Io ho il grembiule».
Mr Verloc obbedì rigido, con gli occhi impietriti, simile a un automa con la faccia dipinta di rosso. E questa somiglianza a un’immagine meccanica giungeva fino al punto di conferirgli l’aria assurda di un automa consapevole del congegno che portava in petto.
Chiuse la porta del salotto, e Mrs Verloc, muovendosi a scatti, portò il vassoio in cucina. Lavò le tazze, e altre piccole cose, poi s’interruppe per ascoltare. Non sentiva alcun suono. Sembrava che il cliente si fermasse a lungo in bottega. Ed era certamente un cliente, perché, se così non fosse stato, Mr Verloc lo avrebbe fatto accomodare dentro. Sciolse decisa il nastro del grembiule, lo gettò su una sedia, e tornò lentamente in salotto.
In quell’istante preciso Mr Verloc rientrava.
Era entrato nella bottega rosso in viso, ne usciva ora bianco come un foglio di carta. Il volto aveva perso quell’aria di stupore febbrile e istupidito, e in pochi minuti aveva acquistato un’espressione sconvolta e tormentata. Andò diretto al sofà e rimase a guardare il soprabito, quasi avesse paura di toccarlo.
«Che c’è?», chiese Mrs Verloc con voce sommessa. Dalla porta socchiusa riusciva a vedere che il cliente non se ne era ancora andato.
«Penso che dovrò uscire questa sera», disse Mr Verloc. Non tentò nemmeno di raccogliere il soprabito.
Senza una parola Winnie si diresse verso la bottega, e chiudendo la porta dietro di sé, si infilò dietro il banco. Non guardò in faccia il cliente finché non si fu comodamente sistemata sulla sedia. Nel frattempo aveva fatto in tempo a notare che era alto e magro e portava i baffi arricciati verso l’alto. Anzi, se li stava arricciando proprio in quel momento. Dal bavero rialzato spuntava una lunga faccia ossuta. Era un po’ inzaccherato, un po’ bagnato. Un uomo bruno di capelli, con gli zigomi ben delineati sotto le tempie appena incavate. Assolutamente sconosciuto. E non era nemmeno un cliente.
Mrs Verloc lo guardò tranquilla.
«Viene dal continente?», chiese dopo qualche secondo.
Lo sconosciuto, alto e magro, senza guardare esattamente in volto Mrs Verloc, rispose solo con un debole sorriso di circostanza.
«Capite l’inglese, non è vero?»
«Oh, sì, capisco l’inglese».
Non c’era accento straniero nel suo modo di parlare, se non per il fatto che sembrava far fatica in quel suo lento esprimersi. Del resto Mrs Verloc, nelle sue molteplici passate esperienze, era già arrivata alla conclusione che c’erano stranieri in grado di parlare un inglese migliore dei nativi. Guardando fissamente la porta del salotto, disse:
«Ha intenzione di fermarsi in Inghilterra?».
Lo straniero le rivolse un sorriso silenzioso. La linea delle labbra era gradevole a guardarsi e gli occhi pensosi; le sembrò che scuotesse un po’ tristemente la testa.
«Mio marito penserà a trovarvi una buona sistemazione. Nel frattempo, per pochi giorni non potreste far nulla di meglio che alloggiare con Mr Guigliani, si chiama Continental Hotel. Tranquillo, silenzioso; vi ci porterà mio marito».
«Una buona idea», disse l’uomo bruno e magro e intanto il suo sguardo sembrava essersi improvvisamente indurito.
«Lei già conosceva Mr Verloc prima – non è vero? Forse in Francia?»
«Avevo sentito parlare di lui», ammise il visitatore con quell’inflessione lenta e faticosa, che tuttavia aveva una certa asprezza nelle intenzioni.
Ci fu una pausa. Poi lui parlò di nuovo, e in modo di gran lunga meno elaborato.
«Per caso vostro marito è andato ad aspettarmi in strada?»
«In strada!», ripeté Mrs Verloc, sorpresa. «Non avrebbe potuto. Non c’è un’altra porta di uscita».
Per un momento ella sedette impassibile, poi lasciò il suo posto per andare a sbirciare attraverso la porta a vetri. D’un tratto l’aprì e scomparve nel salottino.
Mr Verloc non aveva fatto nulla di più che mettersi il soprabito. Ma perché poi rimanesse appoggiato sul tavolo puntandosi con ambedue le braccia, come se gli girasse la testa o si sentisse male, ella non riusciva a capire. «Adolf», chiamò a voce alta; e quando lui si fu levato:
«Conoscete quell’uomo?», chiese in fretta.
«Ne ho sentito parlare», sussurrò Mr Verloc con imbarazzo, lanciando verso la porta un’occhiata selvaggia.
Nei begli occhi di Mrs Verloc privi di curiosità brillò un lampo di odio.
«Uno degli amici di Karl Yundt – vecchio disgustoso».
«No! No!», protestò Mr Verloc, occupato a recuperare il cappello. Ma quando lo prese da sotto il sofà, lo tenne in mano come se non sapesse cosa farne.
«Bene – vi aspetta», disse finalmente Mrs Verloc. «Dico, Adolf, non è per caso uno di quelli dell’Ambasciata che vi hanno procurato guai ultimamente?»
«Guai con gente dell’Ambasciata?», ripeté Mr Verloc, con uno scatto violento di sorpresa e di paura. «Chi vi ha parlato della gente dell’Ambasciata?»
«Voi stesso».
«Io! Io vi avrei parlato dell’Ambasciata?»
Mr Verloc appariva stravolto e spaventato al di là di ogni limite.
«È un po’ di tempo che parlate ogni tanto nel sonno, Adolf».
«Cosa… Cosa ho detto? cosa sapete?»
«Non un granché. Sembravano per lo più cose prive di senso. Abbastanza per lasciarmi capire che qualcosa vi preoccupava».
Mr Verloc si ficcò in testa il cappello. Un’ondata d’ira scarlatta gli copriva il volto.
«Cose prive di senso… eh? Quelli dell’Ambasciata. Li farei a pezzi, tutti, uno dopo l’altro. Ma che stiano in guardia. Posso sempre parlare».
Era fuori di sé, mentre misurava la stanza a gran passi in su e in giù dal sofà al tavolo e viceversa, con il soprabito aperto che spazzava gli spigoli dei mobili. Poi il rossore dell’ira scemò per lasciare al suo posto un volto sbiancato, dalle narici tremanti. Mrs Verloc, che sempre cercava di non perdere di vista gli aspetti pratici dell’esistenza, attribuì questi fenomeni al freddo.
«Allora», disse, «liberatevi di quest’uomo, chiunque esso sia, prima che potete e tornate a casa da me. Avete bisogno di essere curato per un giorno o due».
Mr Verloc si calmò, e con la decisione dipinta sul viso pallido, aveva già aperto la porta, quando la moglie lo richiamò indietro con un sussurro:
«Adolf! Adolf!». Lui si volse, spaventato. «Che ne avete fatto del denaro preso dalla banca?», chiese. «Ce l’avete ancora in tasca? Non fareste meglio…?».
Mr Verloc contemplò con aria inebetita la palma della mano tesa di sua moglie prima di battersi la fronte.
«Il denaro! Sì! Sì! Non capivo cosa voleste dire…».
Trasse dalla tasca del panciotto un borsellino nuovo di pelle di cinghiale. Mrs Verloc lo prese senza una parola, e non si mosse finché non udì spegnersi il suono della campanella che vociava dietro a Mr Verloc e al suo visitatore. Solo allora sbirciò la somma tirando fuori le banconote. Dopo quest’ispezione si guardò intorno perplessa, con aria di sfiducia, nel silenzio e nella solitudine della casa. Quel luogo dove ella viveva la sua esistenza di moglie, le appariva altrettanto solitario e insicuro che se si fosse trovato in mezzo a una foresta. Non riusciva a pensare ad alcun nascondiglio tra la mobilia pesante e solida che non le apparisse fragile, e particolarmente invitante per un eventuale scassinatore, almeno secondo il concetto che aveva lei di questo personaggio, concetto ideale, di un essere dotato di facoltà sublimi e di un miracoloso acume. Il cassetto non era neanche da prendere in considerazione. Era il primo posto cui un ladro avrebbe pensato. Alla fine Mrs Verloc slacciò frettolosamente un paio di ganci e fece scivolare il borsellino sotto il corpetto del vestito. Avendo così provveduto al capitale del marito, fu quasi contenta di udire il vocio della campanella che annunciava l’arrivo di qualcuno. Indossò lo sguardo deciso, un po’ sfrontato e l’espressione impassibile riservata ai clienti di passaggio, e si avviò dietro il banco.
Un uomo fermo nel mezzo della bottega stava guardandosi intorno con uno sguardo rapido e distaccato. Gli occhi vagavano sulle pareti, si attaccavano al soffitto, prendevano nota del pavimento – tutto in un solo momento. Le punte di baffi lunghi e biondi ricadevano al di sotto della linea della mascella. Sorrideva con il sorriso di una vecchia anche se lontana conoscenza, e Mrs Verloc si ricordava di averlo già visto prima. Non era un cliente. Addolcì «lo sguardo per i clienti» a semplice indifferenza, e lo affrontò dall’altra parte del banco.
Egli si avvicinò a sua volta, con un atteggiamento moderatamente amichevole.
«Suo marito è in casa, Mrs Verloc?», e la sua voce era squillante e disinvolta.
«No, è uscito».
«Mi dispiace. Sono venuto a trovarlo per avere da lui una piccola informazione privata».
Questa era l’esatta verità. L’Ispettore Capo Heat era arrivato fino a casa, anzi, era arrivato fino al punto di mettersi in pantofole, dal momento che praticamente era stato – andava dicendosi – licenziato da quel caso. Si era lasciato andare a qualche considerazione cinica e a un certo numero di riflessioni risentite, ma aveva trovato l’occupazione così poco soddisfacente che si era deciso a trovare sollievo fuori in strada. Niente gli impediva di fare una visita amichevole a Mrs Verloc, in modo del tutto non ufficiale. Nulla impediva che un privato cittadino, in giro per motivi privati, ricorresse ai percorsi abituali. E questi percorsi passavano per la casa di Mr Verloc.
E l’Ispettore Capo Heat rispettò il carattere privato dei suoi movimenti in modo così completo da prendersi particolare cura di evitare tutti gli agenti di polizia di turno, da soli e in pattuglia, nei dintorni di Brett Street. Una simile precauzione era molto più necessaria per un uomo della sua posizione che non per un oscuro Vice Commissario. Fu così che il Privato Cittadino Heat entrò nella strada manovrando in un modo che a proposito di un membro delle classi criminali sarebbe stato stigmatizzato come furtivo. Aveva in tasca il pezzo di stoffa raccolto a Greenwich. Non che avesse la minima intenzione di produrlo nella sua qualità di privato. Al contrario, voleva sapere solo quello che Mr Verloc era disposta a dire spontaneamente. Sperava che i discorsi di Mr Verloc avrebbero potuto offrire motivo di incriminare Michaelis. Tutto sommato si trattava di una speranza coscienziosamente professionale, ma non priva di un certo valore morale. Perché l’Ispettore Capo Heat era un servitore della giustizia. Scoprendo che Mr Verloc non era in casa, rimase deluso.
«Lo aspetterei per un po’ se fossi sicuro che non starà via per molto», disse.
Mrs Verloc non prometteva nulla al riguardo.
«L’informazione di cui ho bisogno è riservatissima», ripeté. «Lei comprende quello che dico? Mi chiedo se lei potrebbe darmi un’idea su dove è andato».
Mrs Verloc scosse la testa.
«Non saprei».
Si volse per sistemare delle scatole sullo scaffale dietro il banco. L’Ispettore Capo Heat la guardò pensieroso per un po’.
«Suppongo sappiate chi sono?».
Mrs Verloc gli gettò un’occhiata volgendosi appena. L’Ispettore Capo Heat era stupito della sua freddezza.
«Andiamo! Sapete bene che sono nella polizia», disse brusco.
«Non sto a rompermi la testa su queste cose», e Mrs Verloc tornò a sistemare le scatole.
«Il mio nome è Heat, Ispettore Capo Heat della Squadra Crimini Speciali».
Mrs Verloc sistemò abilmente al proprio posto una piccola scatola di cartone, e girandosi lo affrontò, gli occhi seri e le mani oziose abbandonate lungo i fianchi. Regnò silenzio per qualche secondo.
«Così vostro marito è uscito da un quarto d’ora! E non ha detto quando sarebbe tornato?»
«Non è uscito da solo», le sfuggì imprudentemente.
«Un amico?».
Mrs Verloc si passò la mano sulla nuca per controllare la pettinatura, era in perfetto ordine.
«Uno sconosciuto che era venuto qui».
«Vedo. Che tipo era questo sconosciuto? Vi dispiacerebbe descrivermelo?»
A Mrs Verloc non dispiaceva. E quando l’Ispettore Capo Heat udì di un uomo magro, alto e con un volto lungo e baffi arricciati verso l’alto, diede segni di turbamento ed esclamò:
«Maledizione! Lo sapevo! Non ha perso tempo!».
Era profondamente disgustato nell’intimo di fronte alla condotta scorretta del suo capo. Ma non era portato a comportamenti cavallereschi. Perse ogni desiderio di aspettare il ritorno di Mr Verloc. Perché fossero usciti, non lo sapeva, ma immaginava che probabilmente sarebbero tornati insieme. Il caso non era stato seguito regolarmente, era stato manomesso, pensò amaramente.
«Ho paura di non avere il tempo di aspettare vostro marito». Mrs Verloc accolse questa dichiarazione con indifferenza. Il suo distacco aveva colpito l’Ispettore Capo Heat sin dall’inizio. Ma in quell’istante stimolò la sua curiosità. L’Ispettore Capo Heat rimase per un attimo sospeso, soggetto all’impulso del momento, come il più privato dei cittadini.
«Credo», disse guardando la donna dritto in volto, «che potreste darmi un bel po’ di informazioni, se voleste, su quanto sta accadendo».
Forzando quegli occhi belli e indifferenti a guardarlo a loro volta, ottenne che Mrs Verloc mormorasse infine:
«Quanto sta accadendo! Che cosa sta accadendo?»
«Ebbene, la faccenda della quale sono venuto a parlare con vostro marito».
Quel giorno Mrs Verloc aveva dato un’occhiata come al solito al giornale del mattino. Ma non si era mossa di casa. I ragazzi che vendevano i giornali non si spingevano mai in Brett Street. Non era una strada adatta ai loro affari. E l’eco dei loro richiami, andando alla deriva tra i popolosi quartieri, si spegneva tra le vecchie mura di mattoni rossi senza raggiungere la soglia del negozio. Suo marito non aveva portato il giornale della sera a casa. In ogni caso lei non l’aveva visto. Mrs Verloc non sapeva nulla di nulla su qualsiasi faccenda. E lo disse con una genuina nota di stupore nella voce tranquilla.
L’Ispettore Capo Heat per un momento non credette a tanta ignoranza. Brusco, senza alcuna cortesia, le spiattellò crudamente il fatto.
Mrs Verloc distolse gli occhi.
«La considero una cosa sciocca», sillabò con lentezza. Poi dopo una pausa. «Non siamo schiavi oppressi da queste parti».
L’Ispettore Capo Heat aspettò pronto. Ma non venne altro.
«E suo marito non le ha parlato di nulla al suo ritorno a casa?».
Mrs Verloc semplicemente volse la testa da destra a sinistra in segno di diniego. Un silenzio languido e ingannatore regnava nel negozio. L’Ispettore Capo Heat si sentì provocato al di là di ogni sopportazione.
«C’è un’altra piccola cosa della quale volevo parlare a suo marito. È giunto in nostro possesso un… un… noi crediamo che sia… un soprabito rubato».
Mrs Verloc, con la mente particolarmente sensibile ai ladri quella sera, si toccò istintivamente il corpetto del vestito.
«Non abbiamo perso alcun soprabito», disse calma.
«È strano», continuò il Privato Cittadino Heat. «Vedo che tenete una bella provvista di inchiostro indelebile a disposizione…».
Prese una boccetta, e la guardò contro il lume a gas nel mezzo della bottega.
«Rosso… non è vero?», notò rimettendola a posto. «Come dicevo è strano. Perché il soprabito in questione ha un’etichetta cucita all’interno con l’indirizzo scritto in inchiostro indelebile».
Mrs Verloc si sporse sul banco con un’esclamazione soffocata.
«È di mio fratello, allora».
«Dov’è suo fratello? Posso vederlo?», chiese l’Ispettore Capo bruscamente. Mrs Verloc si sporse ancora di più sul banco.
«No. Non è qui. Ho scritto io l’etichetta».
«Dov’è vostro fratello ora?»
«È via, abita con… un amico… in campagna».
«Il soprabito viene dalla campagna. E come si chiama l’amico?»
«Michaelis», confessò Mrs Verloc con un sussurro spaventato.
L’Ispettore Capo lasciò sfuggire un fischio. Sbatté le palpebre con forza.
«Proprio così. Esatto. E vostro fratello ora, che aspetto ha… un tipo bruno e robusto… eh?»
«Oh, no», esclamò Mrs Verloc con fervore. «Questo deve essere il ladro. Stevie è biondo e magro».
«Bene», disse l’Ispettore Capo con tono di approvazione. E mentre Mrs Verloc, incerta tra l’ansia e lo sbigottimento, lo fissava, lui cercò ancora qualche informazione. Perché portare l’indirizzo cucito in questo modo dentro il soprabito? E ricordò all’improvviso che i poveri resti maciullati che aveva ispezionato con ripugnanza estrema quella mattina erano quelli di un giovane, nervoso, distratto, un po’ strano, e ricordò anche che la donna che le stava di fronte aveva allevato il ragazzo sin da quando era un bimbo.
«Facilmente eccitabile?», suggerì.
«Oh, sì, certo. Ma come è successo che abbia perso il cappotto…».
L’Ispettore Capo Heat tirò fuori di tasca il foglio rosa di un giornale che aveva comprato meno di mezz’ora prima. Si interessava ai cavalli l’Ispettore; costretto dal suo mestiere a un costante atteggiamento sospettoso e diffidente nei confronti dei suoi concittadini, l’Ispettore Capo Heat dava sfogo all’istinto della credulità, innato nel cuore umano, concedendo fede illimitata ai profeti sportivi di quella particolare pubblicazione della sera. Lasciò cadere l’edizione speciale sul banco, si rimise la mano in tasca, e tirando fuori il pezzo di stoffa che gli aveva presentato il destino tra il mucchio di stracci e di resti da mattatoio, lo porse a Mrs Verloc perché lo esaminasse.
«Penso che riconosciate questo?».
Lei lo prese meccanicamente con ambedue le mani. Gli occhi sembrarono divenire più grandi, man mano che guardava.
«Sì», sussurrò appena, poi levò la testa e vacillando, quasi stesse per cadere, si ritrasse tremando un poco:
«Perché mai è strappato così?».
L’Ispettore Capo le strappò di mano la stoffa attraverso il banco; lei rimaneva ferma, immobile sulla sedia. Identificazione perfetta, pensò l’Ispettore. Ed ecco che in quel momento, come in un lampo intravide l’intera spaventosa verità. «L’altro uomo» era Verloc.
«Mrs Verloc», disse, «mi colpisce il fatto che voi sapete di più su questa storia della bomba di quanto voi stessa vi rendiate conto».
Mrs Verloc sedeva immobile, sbalordita, persa in uno sbigottimento infinito. Che relazione poteva esserci?
Ed ella si irrigidì in tutta la persona al punto che allo strepito della campanella non riuscì a voltare la testa. Il suono fece invece girar di scatto sui tacchi l’investigatore privato Heat. Mr Verloc aveva chiuso la porta e per un momento i due uomini si fronteggiarono.
Mr Verloc, senza guardare sua moglie, avanzò verso l’Ispettore Capo che, da parte sua, si sentiva sollevato di vederlo tornare da solo.
«Lei qua!», mormorò Mr Verloc con voce lugubre. «Chi sta cercando?»
«Nessuno», disse il Capo Ispettore Heat a voce bassa. «Ma aspetti un momento, gradirei una parola o due con lei».
Mr Verloc, ancora pallido, aveva però assunto un’aria più decisa. Evitava tuttavia di posare gli occhi sulla moglie.
«Venga pure». E gli fece strada verso il salotto.
La porta era stata appena chiusa, che Mrs Verloc balzando su dalla sedia fece per riaprirla, ma non lo fece e cadde invece in ginocchio, con l’orecchio attaccato al buco della chiave. I due uomini dovevano essersi fermati immediatamente al di là della porta, ella udiva infatti molto chiaramente la voce dell’Ispettore Capo, sebbene non potesse vederne il dito che puntava enfaticamente sul petto del marito.
«Lei è l’altro uomo, Verloc. Due erano gli uomini che sono stati visti entrare nel parco».
E la voce di Mr Verloc disse:
«Bene, mi porti via ora. Che cosa glielo impedisce? Ne ha tutto il diritto».
«Oh, no! So anche troppo bene nelle mani di chi si è messo. La persona a cui penso dovrà vedersela con questa faccenda da solo. Ma non faccia errori, sono io che l’ho scoperto».
Poi lei non udì che mormorii. L’Ispettore Heat stava probabilmente mostrando a Verloc il pezzo di cappotto di Stevie, perché all’orecchio della sorella, della tutrice e della protettrice di Stevie giunse solo la voce del marito un po’ più alta.
«Non mi ero mai accorto che lei avesse avuto questa bella idea». Di nuovo per un po’, Mrs Verloc non udì che mormorii, ma il mistero che li avvolgeva era per la sua mente meno terrorizzante delle atroci implicazioni sottese alle parole formulate. Poi l’Ispettore Capo Heat, dall’altra parte della porta alzò la voce:
«Dovete essere diventato pazzo».
E la voce di Mr Verloc che rispondeva, con ira disperata:
«Sono stato pazzo per un mese e anche più, ma non sono pazzo ora. È tutto finito. Verrà tutto fuori, e all’inferno tutto il resto!».
Seguì il silenzio, poi il Privato Cittadino Heat mormorò:
«Cosa verrà fuori?»
«Tutto», era di nuovo la voce di Mr Verloc, che poi si abbassò di nuovo.
E dopo un poco si alzò ancora.
«Mi conoscete da molti anni ormai, e vi sono anche tornato utile. Voi sapete che sono un uomo tutto d’un pezzo. Sì, tutto d’un pezzo».
Questo appello a una vecchia consuetudine dovette risultare per l’Ispettore Capo particolarmente odioso.
La sua voce assunse un tono di ammonimento.
«Non contate troppo su quanto vi è stato promesso. Se fossi in voi, mi leverei di mezzo. Non credo che vi correremo dietro».
Si udì Mr Verloc ridacchiare.
«Oh, sì, sperate che ci pensino gli altri a farmi fuori per voi… non è forse vero? No, no, non vi liberate di me ora. Sono stato leale a quella gente per troppo tempo, e ora deve venire tutto fuori».
«Che venga fuori, allora», fece eco la voce indifferente del Capo Ispettore Heat. «Ma ditemi, come avete fatto a dileguarvi?»
«Stavo andando verso Chesterfield Walk», Mrs Verloc sentì la voce di suo marito che raccontava, «quando ho sentito lo scoppio; e allora ho cominciato a correre. C’era nebbia. Non ho visto anima viva fino alla fine di George Street. Non credo proprio di aver incontrato nessuno fino ad allora».
«È stato così facile!». La voce dell’Ispettore Capo Heat era piena di meraviglia. «Lo scoppio vi ha spaventato, eh?»
«Sì, perché era arrivato troppo presto», confessò la voce roca e cupa di Mr Verloc.
Mrs Verloc spinse l’orecchio contro il buco della serratura; aveva le labbra violacee, le mani di ghiaccio, e il volto pallido dove gli occhi apparivano simili a due nere voragini, le sembrava che andasse in fiamme.
Dall’altra parte della porta le voci calarono fino a divenire bassissime. Riusciva di tanto in tanto a cogliere qualcosa dalla voce del marito, o dai toni più chiari dell’Ispettore Capo. Udì quest’ultimo dire:
«Pensiamo che sia inciampato sulle radici di un albero».
Seguì un borbottio oscuro e incerto, che durò per un po’, poi l’Ispettore Capo, come rispondendo a una domanda, parlò con enfasi:
«Certo, saltato in aria, ridotto in pezzettini, membra, ghiaia, vestiti, ossa, schegge… tutto mischiato insieme. Vi dico che hanno dovuto prendere una vanga per recuperarlo tutto da terra».
Mrs Verloc si levò di colpo, e tappandosi le orecchie, prese disperatamente a girare su se stessa, a correre avanti e indietro dal banco alle mensole attaccate al muro e poi ancora alla sedia. I suoi occhi folli notarono il foglio lasciato dall’Ispettore Capo, e andando a sbattere contro il banco, se ne impadronì; poi, crollando sulla sedia, finì per strappare in due pezzi, mentre tentava di aprirlo, quell’ottimista foglio rosa; lo abbandonò in terra. Dall’altra parte della porta l’Ispettore Capo Heat diceva intanto a Mr Verloc, l’agente segreto:
«Così la vostra difesa consisterà praticamente in una confessione completa?»
«Così sarà. Ho intenzione di raccontare tutto».
«Non sarete creduto come sperate».
E l’Ispettore Capo rimase pensieroso. La piega che stava prendendo questa faccenda, voleva dire la fine di molte cose… piazza pulita di interi settori di informazioni che, coltivate da chi di dovere, avevano un valore notevole per l’individuo e la società. Era uno spiacevole, uno spiacevole pasticcio. Avrebbe lasciato Michaelis intatto; avrebbe portato alla luce la piccola industria casalinga del Professore; disorganizzato tutto il sistema di controllo, causato una gran confusione sui giornali, che peraltro gli apparivano in uno squarcio di luce improvvisa come invariabilmente scritti da stupidi per essere letti da imbecilli. Dentro di sé era d’accordo con la risposta all’ultima osservazione di Mr Verloc.
«Forse no. Ma sconvolgerà molte cose. Sono stato un uomo tutto d’un pezzo, e rimarrò tutto d’un pezzo fino in fondo…».
«Se ve lo permetteranno», disse cinicamente l’Ispettore Capo. «Vi metteranno sotto, senza dubbio, prima di addossarvi tutta la colpa; e alla fine, sarete probabilmente incastrato con una condanna che vi sorprenderà. Non mi fiderei troppo di quel signore che ha parlato con voi».
Mr Verloc ascoltava, cupo.
«Il mio consiglio è di levarvi di mezzo finché potete. Io non ho ordini nei vostri confronti. Ci sono alcuni di loro», continuò l’Ispettore Capo Heat ponendo un accento particolare sulla parola “loro”, «che credono voi siate già morto».
«Davvero!», Verloc esclamò sorpreso. Sebbene dal suo ritorno da Greenwich avesse passato la maggioranza del tempo seduto in una stanzetta di un oscuro locale pubblico, difficilmente avrebbe potuto sperare in notizie così favorevoli.
«Questa è l’impressione che si è avuta di voi». L’Ispettore Capo annuì ancora. «Sparite. Levatevi di mezzo».
«Per andare dove?», ringhiò Mr Verloc. Alzò la testa, e guardando pensoso la porta chiusa del salotto, mormorò accorato: «Vorrei solo che mi portaste via stasera. Me ne andrei senza far chiasso».
«Lo credo», approvò sarcastico l’Ispettore Capo, seguendo la direzione del suo sguardo.
La fronte di Mr Verloc si coprì di un velo di sudore. La voce roca si abbassò ancora, cercando comprensione dinanzi all’Ispettore Capo che l’ascoltava gelido.
«Il ragazzo era ritardato, irresponsabile. Qualsiasi tribunale se ne sarebbe reso subito conto. Adatto solo a essere accolto in un ospizio. E questo era quanto poteva accadergli di peggio se…».
L’Ispettore Capo, la mano già sul pomello della porta, sussurrò in faccia a Mr Verloc:
«Lui forse era ritardato, ma voi dovete essere stato in preda alla pazzia. Che cosa vi ha fatto perdere la testa fino a quel punto?».
Mr Verloc, pensando a Mr Vladimir, non ebbe esitazioni sulla scelta dei termini.
«Un porco iperboreo», sibilò con forza. «Uno che voi chiamereste probabilmente… un gentiluomo».
L’Ispettore Capo, serio, abbassò la testa dimostrando di aver capito e aprì la porta. Mrs Verloc dietro il banco seppure sentì, non vide la sua partenza, seguita immediatamente dall’aggressivo vociare della campanella. La donna sedeva al suo posto di lavoro dietro il banco. Sedeva rigida, con la schiena eretta, i due pezzi sporchi di carta rosea e sporca giacevano per terra ai suoi piedi. Teneva le palme delle mani premute convulsamente sul volto, le punte delle dita contratte sulla fronte, quasi la pelle fosse stata una maschera che ella era pronta a strapparsi con violenza. L’immobilità perfetta di quell’atteggiamento rendeva il senso di un turbamento rabbioso e disperato, di una violenza potenziale di passioni tragiche, assai più di quanto avrebbe potuto fare qualsiasi inutile esibizione di urla, o lo spettacolo della sua povera testa impazzita che sbattesse contro le pareti. L’Ispettore Capo Heat attraversando la bottega con il suo passo elastico e deciso le lanciò solo uno sguardo superficiale. E quando la campanella fessa smise di agitarsi dal suo filo di acciaio ricurvo, nulla più si mosse attorno a Mrs Verloc, come se il suo atteggiamento avesse il potere incatenante di un incantesimo. Persino le fiammelle a gas che come farfalline si posavano agli estremi del trespolo a T del lume sospeso, bruciavano senza un tremito. In quel negozio di merci misteriose, arredato con scaffali da bottega dipinti in marrone scuro che sembravano divorare ogni chiarore, il cerchietto d’oro della fede alla mano sinistra di Mrs Verloc brillava in modo sproporzionato; esso sembrava insignito della gloria senza macchia di un esemplare che, dai gioielli di qualche splendido tesoro, fosse finito in un secchio della spazzatura.
Capitolo decimo
Il Vice Commissario, rapidamente trasportato su di una vettura dai dintorni di Soho in direzione di Westminster, atterrò proprio nel mezzo di quell’Impero dove il sole non tramonta mai.
Alcuni agenti tarchiati che non sembravano particolarmente emozionati dal compito di sorveglianza dell’augusto luogo, lo salutarono. Mentre penetrava da uno dei portali meno importanti nell’atrio della residenza del Parlamento, la Residenza par excellence, nell’idea di milioni di uomini. Gli venne incontro, all’ultimo momento, lo svolazzante e rivoluzionario Toodles.
L’azzimato e bel giovanotto celò il proprio stupore per l’arrivo anticipato del Vice Commissario che gli avevano detto di attendere intorno alla mezzanotte. La sua comparsa così sollecita, ne dedusse, doveva essere il segno che le cose, quali esse fossero, non erano andate per il loro verso. Con la solidarietà immediata, che nei ragazzotti simpatici si accompagna spesso alla giovialità del carattere, egli era pronto a dispiacersi per la gran presenza che chiamava «Il Capo» e anche per il Vice Commissario, il cui volto gli appariva in quel momento più che mai scolpito nel legno con un effetto un po’ sinistro, e impressionantemente lungo. “Che tipo singolare, che faccia da straniero”, pensava tra sé e sé, sorridendo da lontano con amichevole affabilità. E non appena s’incontrarono cominciò a parlare con l’idea cortese di seppellire il disagio del fallimento sotto una montagna di parole. Sembrava che il grande attacco minacciato per quella notte stesse per scoppiare. Un tizio, seguace di quel «bruto di Cheeseman», stava in quel momento propagandando, tra la noia generale, in un’aula semivuota del Parlamento alcune statistiche vergognosamente truccate. Lui, Toodles, sperava che aggiornassero la seduta di minuto in minuto. Ma forse quel poveraccio stava solo cercando di guadagnar tempo per permettere a quel crapulone di Cheeseman di pranzare con comodo. In ogni caso il Capo non voleva persuadersi ad andare a casa.
«Vi vedrà subito credo. È seduto tutto solo nella sua stanza che pensa a tutti i pesci del mare», concluse Toodles, con disinvoltura. «Venga pure».
Nonostante la gentilezza del suo carattere, il giovane Segretario Privato (non pagato) era accessibile alle debolezze comuni dell’umanità. Non voleva ferire i sentimenti del Vice Commissario, che appariva ai suoi occhi come un uomo che, in modo inconsueto rispetto alle proprie abitudini, aveva fallito nel compito assegnatogli. Ma la sua curiosità era troppo forte per essere frenata da semplice compassione. Non riuscì a impedirsi, mentre camminavano a fianco, di buttar là con leggerezza, girandosi appena in direzione del compagno:
«E il suo pesciolino?»
«L’ho preso», rispose il Vice Commissario con una concisione che non voleva in alcun modo essere scostante.
«Bene. Lei non ha idea come questi grandi uomini odino essere disillusi nelle piccole cose».
Dopo questa profonda osservazione l’esperto Toodles sembrò riflettere. In ogni modo non disse nulla per buoni due secondi. Poi:
«Sono contento. Ma… dico… è veramente una così piccola cosa come dite?»
«Ma lei sa cosa si può fare con un pesciolino?». Gli ribatté pronto il Vice Commissario.
«Qualche volta può essere messo in una scatola di sardine», cinguettò Toodles, la cui erudizione sull’industria della pesca era fresca e, a paragone della sua ignoranza in tutti gli altri campi, immensa. «Ci sono fabbriche di scatole di sardine sulla costa spagnola che…».
Il Vice Commissario interruppe l’apprendista burocrate.
«Sì, sì. Ma qualche volta un pesciolino viene gettato via per prendere una balena».
«Una balena. Via!», esclamò Toodles col cuore in gola. «Lei sta inseguendo una balena allora?»
«Non esattamente. Quello che inseguo assomiglia più a un pescecane. Forse voi non avete idea di cosa sia un pescecane».
«Sì che ce l’ho. Siamo sepolti fino al collo sotto manuali specializzati… interi scaffali pieni… con le targhette… È una bestia pericolosa, con un aspetto assassino, odiosa da ogni punto di vista, liscia in viso e con lunghi baffi».
«Perfettamente descritto», approvò il Vice Commissario. «Solo che il mio è completamente sbarbato. Voi lo avete visto. È un pesce in gamba».
«L’ho visto?», disse Toodles incredulo. «Non riesco a capire dove potrei averlo visto».
«All’Explorers Club, direi», lasciò cadere calmo il Vice Commissario. Al nome di quel club estremamente esclusivo, Toodles sembrò spaventarsi e tacque di colpo.
«Sciocchezze», protestò in tono atterrito. «Cosa intendete? Un socio?»
«Onorario», mormorò tra i denti il Vice Commissario.
«Santo cielo!».
Toodles aveva un aspetto così sconvolto che il Vice Commissario sorrise debolmente.
«Questo deve rimanere strettamente tra noi», disse.
«È la cosa più bestiale che abbia mai sentito», dichiarò debolmente Toodles, come se lo stupore lo avesse derubato in un attimo di tutta la sua gioviale energia.
Il Vice Commissario gli lanciò un’occhiata da cui era scomparso ogni accenno di sorriso. Toodles mantenne un silenzio scandalizzato e solenne fino alla porta della stanza del grand’uomo, come se fosse offeso con il Vice Commissario per avergli presentato un fatto così disgustoso e sconvolgente. Aveva rivoluzionato la sua idea dell’estrema selettività dell’Explorers Club, e l’idea della sua purezza sociale. Toodles era un rivoluzionario solo in politica; le sue convinzioni sociali e i suoi sentimenti personali gradiva tenerli da parte; egli sperava di conservarli immutati attraverso gli anni che il destino gli avrebbe concesso di vivere su questa terra, luogo quest’ultimo, dove, tutto considerato, riteneva sarebbe stato piacevole vivere.
Si fece da parte.
«Vada senza bussare», disse.
Schermi di seta verde, sistemati bassi attorno a ogni fonte di luce, sembravano immergere la stanza nella penombra di una foresta. Proprio quegli occhi sprezzanti, infatti, rappresentavano fisicamente il punto debole del grand’uomo. Era un fatto accuratamente tenuto segreto. Ogni volta che gliene veniva offerta l’opportunità, egli li riposava con ogni cura. Il Vice Commissario entrando non vide all’inizio che una grossa mano pallida su cui poggiava una grossa testa, e che nascondeva la parte superiore di una grossa faccia cerea. Una scatola di corrispondenza era aperta sulla scrivania vicino a pochi fogli rettangolari, e a una manciata sparsa di penne d’oca. Non c’era assolutamente null’altro sulla superficie levigata di quel piano, eccetto una piccola statuetta di bronzo di un personaggio in toga, che cupo e immobile sembrava controllare misteriosamente ogni cosa. Il Vice Commissario, invitato a prendere una sedia, si accomodò. Nella luce opaca, i punti salienti della sua persona, la faccia lunga, i capelli neri, il suo atteggiamento dinoccolato, lo facevano apparire più straniero che mai.
Il grand’uomo non manifestò alcuna sorpresa, nessuna ansia, nessun sentimento di alcun genere. L’atteggiamento grazie al quale gli occhi minacciati trovavano riposo, era di meditazione profonda. Né lo mutò in alcun modo. Ma il tono della voce non aveva nulla del sogno.
«Bene! Che cosa avete già scoperto? Vi siete trovato di fronte a qualcosa di inaspettato alla prima mossa, suppongo».
«Non esattamente inaspettato, Sir Ethelred. Ciò che ho soprattutto toccato con mano è uno stato psicologico».
La gran presenza fece un leggero movimento.
«Siate chiaro, per piacere».
«Sì, Sir Ethelred. Voi sapete senza dubbio che la maggioranza dei criminali, una volta o l’altra, sentono il bisogno irresistibile di confessare… di sfogarsi completamente con qualcuno… con chiunque; e spesso lo fanno proprio con la polizia. In quel Verloc, che Heat voleva così coprire, ho trovato un individuo in quel particolare stato psicologico. L’uomo, parlando figurativamente, mi si è gettato fra le braccia. È bastato che io gli sussurrassi chi ero e che aggiungessi “so che siete arrivato al fondo di questa storia”. Deve essergli sembrato miracoloso che già sapessimo tutto, ma ha superato lo choc in fretta. La straordinarietà della cosa non lo ha fatto pensare nemmeno per un momento. Non mi rimaneva altro che fargli due domande: “Chi vi ha spinto a questo?” e, “Chi è stato l’uomo che ha compiuto materialmente il misfatto?”. Alla prima domanda mi ha risposto con molta enfasi. Quanto alla seconda domanda mi è sembrato di capire che il tipo con la bomba fosse suo cognato, solo un ragazzo, una creatura debole di mente… una storia abbastanza curiosa… forse troppo lunga perché ve la esponga ora».
«Che cosa insomma siete venuto a sapere?», chiese il grand’uomo.
«Prima di tutto, ho appreso che l’ex carcerato Michaelis non c’entra nulla con questa faccenda, sebbene il ragazzo avesse abitato con lui per un certo periodo in campagna, e precisamente fino alle otto di questa mattina. È più che probabile che Michaelis non sappia tuttora nulla di nulla».
«Siete sicuro di quanto dite?», chiese il grand’uomo.
«Assolutamente sicuro, Sir Ethelred. Quel tale, Verloc è andato là questa mattina è si è portato via il ragazzo con la scusa di portarlo a fare una passeggiata. Non era la prima volta che lo faceva, Michaelis non poteva avere il minimo sospetto di qualcosa di inconsueto. Quanto al resto, Sir Ethelred, l’indignazione di questo Verloc non mi ha lasciato nulla di non chiaro – assolutamente nulla. Era stato letteralmente spinto alla pazzia da uno straordinario sceneggiato che lei o io non avremmo certamente preso sul serio, ma che evidentemente aveva ottenuto su di lui un effetto enorme».
Il Vice Commissario passò a riferire brevemente al grand’uomo, che sedeva immobile, gli occhi a riposo sotto lo schermo della mano, la descrizione che gli aveva fatto Mr Verloc del carattere e del modo di comportarsi di Mr Vladimir. Il Vice Commissario non sembrava voler rifiutare a quel racconto una certa credibilità. Ma il grande personaggio fece notare:
«Sembra tutto molto fantasioso».
«Dà quest’impressione, non è vero? Verrebbe da pensare che si tratti di uno scherzo feroce. Ma il nostro uomo era molto serio, sembra. Inizialmente, lo sapete, era in diretto contatto con il vecchio Stott-Wartenheim, e, con il tempo, era giunto a considerare le proprie prestazioni indispensabili. Un risveglio davvero duro, immagino che abbia perso la testa. Era furioso e spaventato insieme. Parola mia, ho l’impressione che considerasse questi dell’Ambasciata assolutamente capaci non solo di abbandonarlo al suo destino, ma persino di farlo fuori in qualche modo…».
«Quanto tempo siete rimasto con lui?», lo interruppe la presenza da dietro lo schermo della grossa mano.
«Più o meno quaranta minuti, Sir Ethelred, in un locale abbastanza equivoco, il Continental Hotel, confinati in una stanza che nel frattempo avevo prenotato per la notte. L’ho trovato sotto l’effetto della reazione tipica che segue alla tensione del delitto. L’uomo non può essere definito un criminale incallito. È chiaro che non aveva messo in programma la morte di quel disgraziato ragazzo – suo cognato. Era stato uno choc per lui – lo si vedeva chiaramente. Forse si tratta anche di un uomo molto sensibile. Magari voleva anche bene al ragazzo – chissà? Probabilmente sperava che il ragazzo avrebbe fatto in tempo a levarsi di mezzo; nel qual caso sarebbe stato quasi impossibile per chiunque scoprire qualcosa. In ogni caso secondo la sua coscienza il ragazzo non rischiava nulla più dell’arresto».
Il Vice Commissario interruppe le sue supposizioni per riflettere un attimo.
«Sebbene, in quest’ultimo caso, come Verloc sarebbe riuscito a nascondere la parte avuta in questa faccenda, non riesco proprio a capirlo», continuò ignaro della devozione del povero Stevie per Mr Verloc (che era buono) e della sua capacità davvero unica di rimanere muto, come nella vecchia storia dei fuochi d’artificio sulle scale, quando aveva per molti anni resistito a ogni preghiera, opera di convincimento, collera e a ogni altro sistema di indagine usato dalla sua amatissima sorella. Perché Stevie era leale… «No, non riesco a immaginarlo. È possibile che lui non si sia reso conto della situazione, in nessun modo. Le sembrerà uno strano modo di vedere le cose, ma quello stato di disperazione mi ha fatto pensare a un uomo impulsivo che dopo aver commesso un suicidio, con l’idea che avrebbe messo fine a tutti i suoi guai, si sia tutto a un tratto accorto di non aver risolto nulla».
Il Vice Commissario offriva queste definizioni in tono apologetico. Ma nella verità esiste un tipo di lucidità che ben si presta a un linguaggio stravagante, e il grande uomo non se ne risentì. Un leggero scuotersi di quel gran corpo quasi immerso nella penombra dei paralumi di seta verde, di quella gran testa appoggiata sulla grande mano, si accompagnò a un suono intermittente e soffocato, e tuttavia autorevole. Il grand’uomo aveva riso.
«Che cosa avete fatto di lui?».
Il Vice Commissario rispose prontamente:
«Dato che sembrava molto ansioso di tornare da sua moglie nella bottega, l’ho lasciato andare, Sir Ethelred».
«Avete fatto questo? Ma quel tizio scomparirà».
«Permettetemi, non credo proprio. Dove potrebbe andare? Inoltre dovete pensare che costui deve anche badare al pericolo che può venirgli dai suoi compagni. Lui è al suo posto. Come potrebbe giustificare il fatto di abbandonare la sua posizione? Ma anche se non esistessero ostacoli alla sua libertà di agire, non farebbe niente in ogni caso. Al momento non possiede abbastanza energia morale per prendere qualsiasi tipo di decisione. Mi permetta di farle notare che se lo avessi trattenuto, ci saremmo trovati impegnati in una determinata linea di condotta, e su questo avrei voluto prima avere il vostro parere».
Il gran personaggio si levò pesantemente, grande ombra imponente nella verde semioscurità della stanza.
«Vedrò l’Avvocato di Stato stasera, e vi manderò a chiamare domani mattina. C’è qualche altra cosa che desiderate dirmi ora?».
Anche il Vice Commissario si era levato in piedi, magro e slanciato.
«Non credo, Sir Ethelred, a meno che non vogliate che entri in dettagli…».
«No, niente dettagli, per piacere».
La grande ombra imponente sembrò restringersi tutta come se dei dettagli avesse davvero una paura fisica; poi si fece avanti di nuovo espansa, enorme e poderosa, porgendo la manona. «E voi dite che quest’uomo ha moglie?»
«Sì, Sir Ethelred», disse il Vice Commissario, stringendo con deferenza la mano che gli veniva tesa. «Una moglie genuina, e un rapporto coniugale genuino e rispettabile. Mi ha detto che dopo la sua intervista all’Ambasciata avrebbe rinunciato a tutto, avrebbe provato a vendere il negozio e abbandonare il paese, solo era sicuro che sua moglie non avrebbe voluto nemmeno sentir parlare di andare all’estero. Niente, più di questo esempio, potrebbe meglio illustrare la rispettabilità di un simile legame», continuò con una nota di amarezza, il Vice Commissario, la cui moglie, a sua volta, aveva rifiutato anche solo l’idea di andarsene all’estero. «Sì, una moglie genuina. E la vittima era un autentico cognato. Da un certo punto di vista siamo in presenza di un dramma domestico».
Il Vice Commissario rise un poco; ma i pensieri del grande uomo sembrava ormai che stessero vagando altrove, forse ai problemi di politica interna del suo paese, dove si giocava il suo valore di cavaliere senza macchia e senza paura contro il paynim Cheeseman. Il Vice Commissario si ritirò silenziosamente, non notato, quasi già dimenticato.
Aveva anche lui i suoi istinti cavallereschi. Quella faccenda, che, in un modo o nell’altro, disgustava l’Ispettore Capo Heat, appariva a lui come il punto di partenza assegnatogli dal destino per una vera crociata. Gli stava a cuore di iniziare. Si avviò a casa camminando lentamente, e intanto meditava sulla sua impresa, e ripensava alla psicologia di Mr Verloc in uno stato d’animo misto tra la ripugnanza e la soddisfazione. Arrivò a piedi fino a casa. Trovando la luce del salotto spenta, andò al piano di sopra, e impiegò un po’ di tempo tra la stanza da letto e la toilette, cambiandosi i vestiti, e andando su e giù con l’aria di un sonnambulo meditabondo. Ma si scrollò di dosso quest’aria prima di uscire di nuovo per raggiungere la moglie, alla casa della gran dama, protettrice di Michaelis.
Sapeva che sarebbe stato ben accolto là. Entrato nel più piccolo dei due salotti, scorse subito la moglie in un gruppetto di persone accanto al pianoforte. Un compositore abbastanza giovane, e di grandi promesse, stava dialogando dallo sgabello con due uomini robusti che, visti di spalle, sembravano in là con gli anni, e tre giovani donne sottili che, sempre viste di spalle, avevano l’aria molto giovane. Dietro il séparé la gran dama s’intratteneva con due persone soltanto: un uomo e una donna, che sedevano fianco a fianco sulle poltrone ai piedi del suo sofà.
Tese la mano al Vice Commissario:
«Non speravo di vederla qui stasera. Annie mi ha detto…».
«Sì, non avevo idea, io stesso, che il mio lavoro sarebbe finito così presto»; e aggiunse sottovoce: «Sono lieto di dirvi che Michaelis è assolutamente estraneo a tutto questo…».
La protettrice dell’ex carcerato ricevette l’assicurazione indignata.
«Come? E voi eravate così stupidi da collegarlo a questo…».
«Non stupidi», interruppe il Vice Commissario, contraddicendola rispettosamente. «Abbastanza abili – direi proprio abbastanza abili…».
Cadde il silenzio. L’uomo ai piedi del divano aveva smesso di parlare con la signora, e guardava avanti a sé con un debole sorriso.
«Non so se vi siete mai incontrati», disse la gran dama.
Fu così che Mr Vladimir e il Vice Commissario, presentati l’uno all’altro, presero rispettivamente atto della loro reciproca esistenza con formale e circospetta cortesia.
«È riuscito a spaventarmi», dichiarò improvvisamente la dama che sedeva di fianco a Mr Vladimir, indicando questo gentleman con un cenno leggero della testa. Ma il Vice Commissario, che la conosceva bene: «Non avete l’aria spaventata», le fece notare, dopo averla osservata coscienziosamente con il suo sguardo un po’ stanco e sereno. E intanto pensava che in quella casa prima o poi si incontravano tutti. La fisionomia rosea di Mr Vladimir era tutta un sorriso, egli era spiritoso infatti, ma gli occhi erano seri, come gli occhi di un uomo di fede.
«Comunque ha provato a farlo», corresse la dama.
«Forza dell’abitudine, probabilmente», disse il Vice Commissario, mosso da un’irresistibile impulso.
«Ha continuato a minacciare tutta la società con ogni tipo di orrori», continuò la dama, e la sua voce era pacata e armoniosa, «a proposito di quell’esplosione a Greenwich Park. A sentir lui, dovremmo tutti tremare per quel che potrà succedere se costoro non verranno distrutti in tutto il mondo. Non avevo idea che la cosa fosse così seria».
Mr Vladimir, facendo finta di non sentire, rimaneva chino sul divano parlando amabilmente a voce bassa, ma sentì il Vice Commissario che diceva:
«Non ho alcun dubbio che Mr Vladimir abbia un’idea molto precisa sulla vera importanza di questa storia».
Mr Vladimir non poteva fare a meno di chiedersi a cosa mirasse quel maledetto ficcanaso di un poliziotto. Frutto di generazioni perseguitate dagli strumenti di un potere arbitrario, egli per razza, nazionalità e per natura diffidava della polizia. Era una debolezza congenita, assolutamente indipendente dal suo giudizio, dalla sua ragione, dalla sua esperienza. C’era nato. Ma quello stesso sentimento, simile all’irrazionale orrore che alcune persone hanno dei gatti, non gli impediva di provare anche un immenso disprezzo per la polizia inglese. Finì la frase indirizzata alla gran dama, e si volse leggermente sulla poltrona. «Intendete dire che abbiamo di questa gente una grande esperienza. Sì, davvero, noi soffriamo non poco per la loro attività, mentre voi…», ed esitò un poco sorridendo perplesso… «Mentre voi ne sopportate la presenza di buon grado, nel vostro ambiente», concluse, mostrando una fossetta su ognuna delle guance ben rasate. Poi aggiunse con più gravità: «E potrei anche spiegarvi il motivo di tutto questo».
Quando Mr Vladimir smise di parlare, il Vice Commissario distolse lo sguardo, e la conversazione cadde. Quasi immediatamente dopo Mr Vladimir prese congedo. E aveva appena girato le spalle al divano, che anche il Vice Commissario si levò in piedi.
«Credevo che sareste rimasto per riportare a casa Annie», disse la dama protettrice di Michaelis.
«Mi accorgo di avere un po’ di lavoro da svolgere ancora stasera».
«In relazione…».
«Be’, sì… in un certo modo».
«Ma mi dica, in cosa consiste effettivamente, questo orrore?»
«Mi rimane difficile dire cos’è, ma potrebbe trattarsi tuttavia di una cause celebre», disse il Vice Commissario.
Lasciò in fretta il salotto, e trovò Mr Vladimir, ancora all’ingresso, che si avvolgeva con cura la gola in un gran fazzoletto di seta. Alle sue spalle un cameriere era in attesa, con il soprabito. Un altro era pronto ad aprirgli la porta. Il Vice Commissario venne debitamente aiutato a indossare il cappotto, e uscì immediatamente. Dopo aver sceso gli scalini davanti alla facciata, si fermò, come per riflettere sulla strada da prendere. Scorgendolo attraverso la porta rimasta aperta, Mr Vladimir indugiò nella sala d’ingresso tirando fuori di tasca un sigaro e chiedendo d’accendere. Un anziano cameriere in livrea rispose all’appello, con un’aria sollecita e composta. Ma il fiammifero si spense, il valletto corse allora a chiudere la porta, e Mr Vladimir accese il sigaro con tutta calma. Quando infine uscì dall’edificio, vide con disgusto che quel «maledetto poliziotto» era ancor fermo sul marciapiede.
“Possibile che stia aspettando me?”, pensò Mr Vladimir, guardando in su e in giù alla ricerca di una carrozza. Non riusciva a scorgerne nessuna. Un paio di carrozze aspettavano vicino al marciapiede con i loro lampioni che illuminavano la zona intorno con una luce ferma, i cavalli che stavano perfettamente immobili, quasi intagliati nella pietra, i vetturini che sedevano fermi a loro volta, sotto i grossi berretti di pelliccia, senza che nemmeno un tremito percorresse le cinghie delle loro fruste lunghissime. Mr Vladimir si avviò a piedi e il «maledetto poliziotto» gli si affiancò. Non disse nulla. Al quarto passo all’unisono, Mr Vladimir si sentì irritato e imbarazzato. Non si poteva andare avanti così.
«Tempo infame», ringhiò aspro.
«Non c’è male», replicò indifferente il Vice Commissario. Tacque per un poco. «Abbiamo preso un uomo che risponde al nome di Verloc», annunciò in modo del tutto casuale.
Mr Vladimir non ebbe l’aria di inciampare, né ricadde all’indietro o mutò il ritmo del suo incedere in alcun modo. Ma non poté trattenersi dall’esclamare: «Che?».
Il Vice Commissario non ripeté l’osservazione di prima. «Lei lo conosce», aggiunse nello stesso tono.
Mr Vladimir si fermò e la sua voce assunse un tono gutturale.
«In base a cosa potete affermare questo?»
«Non sono io che lo dico, lo dice Mr Verloc».
«Razza di cane bugiardo», disse Mr Vladimir usando una fraseologia alquanto orientale. Ma in cuor suo era quasi senza fiato per la miracolosa efficienza della polizia inglese. Il mutamento della sua opinione a riguardo fu così improvviso, che per un attimo si sentì mancare il terreno sotto i piedi. Gettò via il sigaro e continuò a camminare.
«Ciò che ho particolarmente apprezzato in questo affare», continuò il Vice Commissario, parlando lentamente, «è che rappresenta un punto di partenza davvero eccellente per un compito che sentivo andava affrontato – quello cioè di ripulire questo paese di tutte le spie politiche e della polizia straniera, di quella razza di… di… cani. A mio parere sono delle terribili calamità; e rappresentano anche un fattore di pericolo. Ma non possiamo individuarli a uno a uno con facilità. L’unico modo è rendere i loro servigi scomodi per i loro mandatari. La cosa sta diventando indecente. E anche pericoloso per noi qui».
Mr Vladimir si fermò ancora per un attimo.
«Che intendete dire?»
«Che il processo di questo Verloc servirà a dimostrare al pubblico il pericolo e l’indecenza di simili personaggi».
«Nessuno presterà fede alle parole di un uomo come quello», disse con disprezzo Mr Vladimir.
«La ricchezza e la precisione dei dettagli servirà a persuadere la gran massa del pubblico», replicò il Vice Commissario con calma.
«Così questo è quanto avete seriamente intenzione di fare».
«Abbiamo l’uomo, non abbiamo scelta».
«Non farete che incoraggiare lo spirito mendace di questi delinquenti rivoluzionari», protestò Mr Vladimir. «A che scopo volete creare uno scandalo? – per motivi morali – o cosa?»
La preoccupazione di Mr Vladimir era evidente. Quanto al Vice Commissario, essendosi accertato in questo modo che ci doveva essere del vero nelle parole di Mr Verloc, concluse con assoluta indifferenza:
«C’è anche un aspetto pratico della cosa. Abbiamo abbastanza da fare per badare all’articolo genuino. Non si può certo dire che non siamo efficienti. Ma non abbiamo intenzione di essere infastiditi da finzioni, non importa sotto quale pretesto».
Il tono di Mr Vladimir divenne sprezzante.
«Per parte mia, non posso essere d’accordo. È egoista. I miei sentimenti per il mio paese non possono essere messi in dubbio; ma ho sempre pensato che comunque era giusto essere buoni europei – parlo dei governi come degli uomini».
«Sì», disse semplicemente il Vice Commissario. «Solo che voi guardate all’Europa dall’altra parte. Ma», e continuò in tono accomodante, «i governi stranieri non possono lamentarsi dell’inefficienza della nostra polizia. Guardi questo attentato; un caso particolarmente difficile da individuarsi proprio in quanto è una messa in scena fasulla. In meno di dodici ore abbiamo stabilito l’identità di un uomo letteralmente saltato in aria e ridotto in briciole, abbiamo trovato l’organizzatore dell’attentato, e siamo riusciti a intravedere chi da dietro l’aveva incitato a questo. E saremmo potuti andare oltre; solo che ci siamo fermati ai limiti del nostro territorio».
«Così questo crimine esemplare è stato preparato all’estero», disse Mr Vladimir. «Ammettete che è stato preparato all’estero?»
«Teoricamente. Solo teoricamente, su territorio straniero; all’estero solo nella finzione», disse il Vice Commissario alludendo al carattere delle Ambasciate che si suppone siano parte integrante del paese al quale appartengono. «Ma questo non è che un dettaglio. Vi ho parlato di questa faccenda perché è il vostro governo che brontola più di tutti contro la nostra polizia. Come vede non siamo così male. Ci tenevo particolarmente a parlarvi di questo successo».
«Sono sicuro di esserle molto grato», sibilò tra i denti Mr Vladimir.
«Noi possiamo mettere le mani su qualsiasi anarchico qua», continuò il Vice Commissario, quasi stesse citando l’Ispettore Capo Heat, «tutto quello che si vuole ora è di disfarsi dell’agent provocateur per rendere ogni cosa più sicura».
Mr Vladimir alzò la mano verso una carrozza che passava.
«Non vi fermate qui, dunque», osservò il Vice Commissario, guardando verso un edificio di nobili proporzioni e di aspetto ospitante con la luce che, da una grande sala, attraverso la porta di vetro, si riversava sulla larga scalinata esterna.
Il Vice Commissario stesso non si volse verso il nobile edificio. Era l’Explorers Club. E intanto gli attraversava la mente il pensiero che in futuro Mr Vladimir, membro onorario, non sarebbe stato visto lì molto spesso. Guardò l’orologio. Erano solo le dieci e mezza. Era stata davvero una serata molto intensa.
Capitolo undicesimo
Dopo che l’Ispettore Capo Heat se ne fu andato, Mr Verloc iniziò a passeggiare in su e in giù per il salottino. Di tanto in tanto gettava un’occhiata a sua moglie attraverso la porta aperta. «Sa tutto ormai», diceva a se stesso con un senso di pietà per il dolore di lei, ma con un certo sollievo personale. L’animo di Mr Verloc, seppur privo di grandezza, era tuttavia capace di teneri sentimenti. La prospettiva di dover dare la notizia a sua moglie lo faceva star male. L’Ispettore Capo Heat lo aveva sollevato dal compito. E questo era qualcosa. Ma rimaneva ora da affrontare il dolore di lei.
Mr Verloc non si sarebbe mai aspettato di doverlo affrontare a causa dell’avvento della morte, la cui natura di catastrofe finale non può certo essere liquidata con ragionamenti complicati o con l’eloquenza della persuasione. Mr Verloc non voleva certo che Stevie morisse in questo modo tanto crudele. Non intendeva che morisse affatto. Stevie morto rappresentava una noia molto più grande di quanto mai fosse stato da vivo. Mr Verloc si era augurato un esito favorevole dell’impresa, contando su Stevie non per l’intelligenza, che gioca talvolta strani scherzi all’uomo, ma per la docilità e la devozione cieca del ragazzo. Sebbene non fosse un gran psicologo, Mr Verloc aveva intuito la profondità del fanatismo di Stevie. Egli aveva osato accarezzare la speranza che Stevie si allontanasse dalle mura dell’Osservatorio come era stato istruito, prendendo la strada che gli era stata indicata più volte in precedenza, e raggiungendo il cognato, il saggio e buon Verloc, fuori dei confini del parco. Quindici minuti avrebbero dovuto essere più che sufficienti per depositare l’ordigno e andarsene. E il Professore aveva garantito più di quindici minuti. Ma Stevie aveva inciampato appena cinque minuti dopo essere stato lasciato solo. E anche Mr Verloc era finito in pezzi, moralmente parlando. Aveva previsto tutto tranne questo. Aveva previsto che Stevie stravolto si perdesse… che lo si dovesse cercare… trovare, in qualche stazione di polizia o alla fine in qualche ospizio della provincia. Aveva previsto l’arresto di Stevie, e non aveva alcun timore, perché Mr Verloc aveva un’alta opinione della lealtà di Stevie, e Stevie era stato debitamente indottrinato a proposito della necessità del silenzio durante le molte passeggiate insieme. Come un filosofo peripatetico, Mr Verloc, passeggiando per le strade di Londra, aveva modificato l’opinione di Stevie sulla polizia a forza di conversazioni piene di ragionamenti sottili. Mai un saggio ebbe un discepolo più attento e ammirato. La sottomissione e l’adorazione del ragazzo erano così evidenti che Mr Verloc era giunto a sentire qualcosa come dell’affetto per il ragazzo. In ogni caso, non aveva previsto quell’immediato collegamento. Che sua moglie avesse pensato alla precauzione di cucire l’indirizzo del ragazzo dentro il soprabito era l’ultima cosa a cui Verloc avrebbe pensato. Non si può pensare a tutto. Questo aveva voluto dire lei, quando aveva affermato che non doveva preoccuparsi se avesse perso Stevie durante le sue passeggiate. Gli aveva assicurato che il ragazzo sarebbe tornato sano e salvo. Bene, era tornato a vendicarsi!
«Bene, bene», mormorava Mr Verloc nel suo stato confusionale. Che cosa aveva inteso fare sua moglie con questo? Risparmiargli la fatica e la preoccupazione di tener d’occhio Stevie. Con tutta probabilità le sue intenzioni erano buone. Solo che avrebbe dovuto dirgli della precauzione che aveva preso.
Mr Verloc fece qualche passo dietro il banco della bottega. Non era certo sua intenzione sopraffare la moglie di amari rimproveri. Mr Verloc non sentiva alcuna amarezza. La successione inaspettata degli eventi lo aveva convertito alla legge della fatalità. Non c’era più niente da fare ormai. Disse:
«Non volevo che accadesse nulla di male al ragazzo».
Mrs Verloc ebbe un brivido al suono della voce del marito. Non si scoprì il volto. Il fidato agente segreto del defunto Barone Stott-Wartenheim rimase a osservarla per un po’, e il suo sguardo era pesante, insistente, ottuso. Strappato ai suoi piedi era il giornale della sera. Non poteva averci capito molto. Mr Verloc sentiva il bisogno di parlare a sua moglie.
«È stato quel dannato di Heat… eh?», disse. «Ti ha sconvolto. È un bruto. Mettersi a blaterare tutto in questo modo a una donna. Mi sono distrutto a pensare il modo di dirtelo. Sono rimasto seduto per ore nel salottino del Cheshire Cheese pensando al modo migliore. Devi capire che non avevo intenzione di fare alcun male a quel ragazzo».
Mr Verloc, l’agente segreto, stava dicendo la verità. Era per l’affetto che portava a sua moglie che aveva ricevuto quel terribile choc in seguito all’esplosione prematura. Aggiunse:
«Non ero certo particolarmente allegro seduto là a pensare a te».
S’accorse che la moglie rabbrividiva di nuovo, e si sentì toccato in tutta la sua sensibilità. Ma poiché ella persisteva nel coprirsi il volto con le mani, pensò che era meglio lasciarla sola per un po’. E obbedendo a questo delicato impulso si ritirò di nuovo in salotto, dove la lampada a gas faceva le fusa come un gattino soddisfatto. Il vitello freddo, che Mrs Verloc da moglie premurosa aveva preparato per lui per la cena, era rimasto sulla tavola con il coltello dell’arrosto, il forchettone e mezza pagnotta. Mr Verloc, notò ora per la prima volta, tutti questi oggetti, e tagliandosi una fetta di pane e un pezzo di carne, cominciò a mangiare.
Il suo appetito non traeva origine da un’insensibilità di cuore. Mr Verloc non aveva fatto colazione quel giorno. Aveva lasciato casa digiuno. Non essendo un individuo energico, traeva la forza della sua decisione da un’eccitazione di nervi, che gli dava l’impressione di attanagliarlo alla gola. Non sarebbe riuscito a ingoiare nulla di solido. La casetta di Michaelis era totalmente priva di cibo, come la cella di un prigioniero. L’apostolo amnistiato viveva su un po’ di latte e qualche crosta di pane secco. E, oltretutto, quando era arrivato Mr Verloc, Michaelis era già salito al piano di sopra a consumare il suo magro pasto. Assorto nella fatica e nella gioia della composizione letteraria, non aveva nemmeno risposto a Mr Verloc che dal basso gli aveva gridato:
«Porto il giovanotto a casa per un giorno o due».
E, in verità, Mr Verloc non aveva aspettato la risposta, ma si era incamminato subito, seguito obbedientemente da Stevie.
Ora che l’azione era compiuta e il destino così velocemente sottratto al suo potere, Mr Verloc si sentiva fisicamente e terribilmente vuoto. Affettò la carne, si tagliò il pane e divorò la cena in piedi accanto al tavolo, gettando di tanto in tanto un’occhiata alla moglie. Vederla così a lungo immobile, disturbava l’agio delle sue riflessioni. Tornò nella bottega e le si accostò vicino. Quella tristezza dietro le mani che coprivano il volto rendeva inquieto Mr Verloc. Si era aspettato naturalmente che sua moglie rimanesse sconvolta, ma ora voleva che si calmasse. Aveva bisogno di tutta l’assistenza che lei poteva dargli e della sua fedeltà in queste nuove circostanze sfavorevoli che il suo fatalismo aveva già accettato.
«Non c’è niente da fare», e il tono di lui era di compassione mesta. «Coraggio Winnie, dobbiamo pensare al futuro. Avrai bisogno di tutte le tue capacità intatte quando mi avranno portato via». S’interruppe. Il petto di Mrs Verloc ansimava in modo sempre più convulso. Non era un segno rassicurante agli occhi del marito; egli era del parere, infatti, che la situazione del momento era tale da richiedere ai due personaggi maggiormente coinvolti calma e decisione, e altre qualità incompatibili con il disordine mentale della disperazione. Mr Verloc sapeva essere umano. Era tornato a casa pronto a concedere tutta la comprensione all’affetto di sua moglie per il fratello; solo che non riusciva a capirne la natura e l’entità. E, da questo punto di vista, andava scusato; sarebbe stato impossibile infatti per lui capire questo sentimento, senza smettere di essere quello che era. Era sorpreso e deluso, e lo si sentiva dal tono della voce:
«Potreste guardarmi almeno», osservò dopo aver aspettato qualche minuto.
Come spinta a forza tra le dita che coprivano il volto giunse la risposta, impietrita, quasi compassionevole:
«Non vi guarderò più finché avrò vita».
«Eh? Che cosa?». Mr Verloc fu semplicemente sconcertato dal senso letterale e dalla superficialità di questa dichiarazione. Era chiaramente irragionevole, soltanto un grido di dolore esagerato. L’avvolse nel manto della sua maritale indulgenza. La mente di Mr Verloc mancava di profondità. Nella convinzione sbagliata che il valore degli individui consiste in ciò che effettivamente sono, non poteva capire il valore di Stevie agli occhi di Mrs Verloc. Se la stava prendendo maledettamente a cuore, pensava tra sé. Era tutta colpa di quel dannato Heat. A che scopo aveva voluto sconvolgere questa donna?
Ma non bisognava permetterle, per il suo bene, di continuare così, fino a perdere la testa.
«Insomma, non potete rimanere seduta in queste condizioni nella bottega», disse, mostrando di proposito una certa severità, peraltro non priva di un fondo di vera irritazione; perché c’era da parlare di cose pratiche e urgenti a costo di rimanere alzati tutta la notte. «Potrebbe arrivare qualcuno da un momento all’altro», aggiunse e di nuovo attese. Non accadde nulla, e fu in quell’attimo di pausa che Mr Verloc si rese conto dell’idea dell’eternità della morte. Cambiò tono. «Su, non sarà questo a riportarlo in vita», disse, con gentilezza, pronto a prenderla tra le braccia e a stringersela contro quel petto, dove pietà e irritazione convivevano insieme. Ma, eccettuato un attimo di brivido, Mrs Verloc non sembrò sfiorata dalla forza di quel terribile altruismo. A commuoversi fu invece Mr Verloc. Nella sua ottusità, si commosse al punto di invitare sua moglie alla moderazione facendo valere i suoi personali diritti.
«Sii ragionevole Winnie. Cosa sarebbe accaduto se avessi perso me?».
Si era vagamente aspettato che lei scoppiasse in pianto. Ma Winnie non si mosse. Si appoggiò indietro, appena un poco, e si acquietò completamente, fino all’immobilità più completa. Il cuore di Mr Verloc accelerò i battiti; era esasperazione, ma anche qualcosa che cominciava ad assomigliare a paura. Posò la mano sulla spalla di lei, e disse:
«Non essere sciocca, Winnie».
Lei non si mosse. Era impossibile parlare per qualsiasi motivo, con una donna di cui non si riusciva a vedere il volto. Mr Verloc afferrò la moglie per i polsi. Ma le mani di lei sembravano incollate saldamente l’una all’altra. Lei barcollò in avanti con tutto il suo peso, e quasi cadde dalla sedia. Spaventato vedendola così indifesa e debole, lui stava cercando di rimetterla seduta, quando la vide irrigidirsi all’improvviso, strapparsi dalla mani di lui e correre fuori della bottega, oltre il salotto, verso la cucina. E tutto in un lampo. Riuscì appena ad avere una visione rapida del suo volto, e degli occhi vide quel tanto che bastava per capire che non era lui che guardava.
Il tutto poteva sembrare una contesa per il possesso di una sedia, perché Mr Verloc istantaneamente vi si istallò al posto della moglie. Mr Verloc non si coprì il volto con le mani, ma a velare le sue fattezze fu invece una malinconia pensierosa. Un periodo di prigione non si poteva evitare certo. Al momento non desiderava nemmeno evitarla. Una prigione era luogo sicuro da certe vendette clandestine quanto solo una tomba poteva esserlo, e con il vantaggio che in prigione c’è sempre spazio per la speranza. Quello che vedeva dinanzi a sé era un periodo di detenzione, un sollecito rilascio, e poi la vita all’estero in qualche posto, ed era un programma cui aveva già pensato dall’inizio, in caso di fallimento. Bene, era stato un fallimento, se non esattamente il tipo di fallimento che aveva temuto. Aveva sfiorato un successo tale da terrorizzare fino a distruggere il feroce sprezzo di Mr Vladimir, con questa prova di efficienza occulta. Così sembrava almeno ora a Mr Verloc. Il suo prestigio con l’Ambasciata sarebbe stato immenso se… se sua moglie non avesse avuto la sfortunata idea di cucire l’indirizzo di Stevie all’interno del suo cappotto. Mr Verloc, che non era uno sciocco, si era accorto ben presto dello straordinario tipo di ascendente che aveva su Stevie, anche se mai sarebbe riuscito a comprenderne l’origine: null’altro che il culto della saggezza e della bontà suprema della sua persona, instillato nel ragazzo da due donne preoccupate. Comunque, in qualsiasi eventualità, Mr Verloc aveva fatto conto, e la sua intuizione era corretta, sulla istintiva lealtà e sulla cieca discrezione di Stevie. Ciò che, contro ogni sua previsione, era invece accaduto lo aveva sgomentato come uomo sensibile e come marito affettuoso; ma, da ogni altro punto di vista, aveva rappresentato certamente un vantaggio. Niente può eguagliare la discrezione eterna della morte. Mr Verloc, seduto perplesso e spaventato nel salottino del Cheshire Cheese, non poteva fare a meno di ammetterlo, che di certo la sua sensibilità non era tale da intralciare in questo caso la sua libertà di giudizio. La disintegrazione violenta di Stevie, per quanto spiacevole come idea, aveva significato il successo del gesto; era naturale infatti che lo scopo delle minacce di Mr Vladimir non consisteva nell’abbattimento del muro, ma nella produzione di un effetto morale. A prezzo di non pochi guai e sofferenze per Mr Verloc, era giusto dire che l’effetto era stato ottenuto. Eppure, quando in modo del tutto inatteso, le conseguenze si riversarono nella sua casa di Brett Street, Mr Verloc, che pure aveva lottato come un uomo ossessionato, per la conservazione del proprio posto, accettò il colpo in uno spirito di convinto fatalismo. Non era davvero stata colpa di nessuno se il posto era andato perso. Un fatto piccolo e insignificante aveva compiuto l’opera. Era stato come scivolare su un pezzetto di buccia di arancia al buio e rompersi una gamba.
Mr Verloc sospirò sfinito. Non nutriva alcun risentimento per la moglie. Pensò: “Dovrà badare al negozio mentre mi tengono dentro”. E riflettendo anche su come lei avrebbe crudelmente sentito la mancanza di Stevie, soprattutto al principio, fu assalito dall’ansia per la sua salute e il suo sistema nervoso. Come avrebbe resistito alla solitudine… sola, assolutamente sola nella casa. Non poteva crollare mentre lui era in prigione. Che ne sarebbe stato del negozio allora? La bottega era un valore. Per quanto il fatalismo di Mr Verloc accettasse la sua fine come agente segreto, non aveva voglia di essere completamente rovinato, e questo, bisogna riconoscerlo, soprattutto pensando a sua moglie. Silenziosa e fuori dalla portata del suo sguardo in cucina, lei lo spaventava. Se almeno ci fosse stata sua madre. Ma quella vecchia sciocca… un senso di rabbia e di sconforto si impadronì di Mr Verloc. Doveva assolutamente parlare con sua moglie. Sicuro, le avrebbe detto che ci sono casi in cui un uomo arriva alla disperazione. Ma non fu così imprudente da andar subito a elargirle questa informazione. Prima di tutto era evidente che quella non era la sera adatta per fare discorsi impegnativi. Si alzò per chiudere la porta sulla strada e spegnere la luce a gas nella bottega.
Avendo così assicurato intorno alla pietra del suo focolare un cordone di solitudine, si diresse in salotto, gettando da lì un’occhiata in cucina. Mrs Verloc era seduta al posto dove ogni sera Stevie si sistemava con carta e matita a disegnare quel turbinio di circoli e circoli che suggerivano il caos e l’eternità. Aveva piegato le braccia sul tavolo, e teneva il capo abbandonato tra le braccia. Mr Verloc guardò per un po’ le spalle di lei e l’intreccio delle ciocche dei suoi capelli, poi si allontanò dalla porta della cucina. La filosofica, un po’ sprezzante, mancanza di curiosità di Mrs Verloc, alla base dei loro rapporti nella vita domestica, rendeva estremamente difficile per il marito, ora che si era presentata questa tragica necessità, entrare in contatto con lei. E Mr Verloc sentiva acutamente questa difficoltà mentre, con la sua solita aria di grosso animale in gabbia, continuava a girare attorno al tavolo del salotto.
Essendo proprio la curiosità una delle forme che convincono un individuo a uscire allo scoperto, una persona per abitudine non curiosa rimane sempre un po’ misteriosa. Ogni volta che passava accanto alla porta Mr Verloc, turbato, gettava un’occhiata alla moglie. Non è che avesse paura di lei. Egli immaginava di essere amato da quella donna. Ma era stata lei a non abituarlo alle confidenze. E la confidenza che le doveva fare ora era di un genere psicologicamente impegnativo. Come poteva, con tanta mancanza di esercizio, dirle quello che lui stesso non sentiva che vagamente: che ci sono situazioni del destino che congiurano fatalmente contro di noi, che a volte un’idea cresce nella mente finché acquista una vita esterna autonoma, un’esistenza indipendente tutta propria, e persino un suggestivo potere di attrazione? Non poteva spiegarle che si può essere ossessionati da un faccione spiritoso, sbarbato di fresco, fino al punto che pur di liberarsene, l’espediente più folle appare dotato della saggezza di un angelo.
E con in mente questo riferimento al Primo Segretario della grande Ambasciata, Mr Verloc si arrestò sulla porta, e guardando in basso verso la cucina si rivolse alla moglie serrando i pugni, e con un’espressione rabbiosa.
«Non sapete con che bruto ho avuto a che fare».
E si avviò per fare un altro giro della tavola, poi, ripassando davanti alla porta aperta, si fermò di nuovo, e lanciò un altro sguardo feroce dall’alto dei due scalini.
«Un bruto stupido, che mi derideva, e pericoloso per giunta, con non più testa di… Dopo tutti questi anni! Un uomo come me! E io che ci ho rischiato la testa in quel gioco! Voi non sapevate nulla. Ed era giusto che non sapeste. Che bisogno c’era di dirvi che correvo il rischio di trovarmi un coltello infilzato nella schiena e questo in un qualsiasi momento dei sette anni durante i quali siamo stati sposati. Io non sono tipo da preoccupare una donna che mi vuole bene. Non c’era nessun bisogno che voi sapeste».
E Mr Verloc, furioso, fece un altro giro attorno al tavolo.
«Una bestia velenosa», ricominciò dalla porta aperta. «Buttarmi in una fogna a morire di fame per puro divertimento. Si vedeva benissimo che per lui era tutto un dannato scherzo. Un uomo come me! Solo a pensarci! Ci sono persone, tra le più importanti nel mondo, che devono ringraziarmi se ancora camminano su due gambe. E questo è l’uomo a cui vi siete sposata, ragazza mia!».
Si accorse che sua moglie si era tirata su; le braccia, tuttavia, rimanevano abbandonate sulla tavola. Mr Verloc contemplava la schiena di lei come se potesse leggervi l’effetto delle sue parole.
«Non c’è stata congiura per uccidere qualcuno negli ultimi undici anni, nella quale io non sia intervenuto a rischio della mia vita. Ne ho mandati a dozzine di questi rivoluzionari con le bombe in quelle tasche assassine, a farsi prendere alla frontiera. Il vecchio Barone sapeva quanto valessi per il suo paese. Ed ecco che all’improvviso un porco si fa avanti… un porco ignorante, violento».
Mr Verloc, scendendo i due gradini con lentezza, entrò nella cucina, prese un bicchiere dalla credenza, e, tenendolo in mano, si avvicinò al lavandino, senza guardare sua moglie.
«Il vecchio Barone non sarebbe mai stato così folle e così malvagio da farmi andare da lui alle undici del mattino. Ci sono due o tre individui in questa città, che se mi avessero visto entrare, m’avrebbero fatto fuori prima o poi. È stato un trucco stupido e omicida quello di esporre per niente un uomo… come me».
Mr Verloc, girando il rubinetto sul lavandino, si versò tre bicchieri di acqua, e li mandò giù, in gola d’un fiato, uno dopo l’altro, per spegnere il fuoco dell’indignazione. Il comportamento di Mr Vladimir era come una spada bollente capace di mandare a fuoco la sua economia interiore. Non riusciva a superare la slealtà di tutto questo. Quest’uomo, che non era disposto a impegnarsi nei duri lavori che la società riserva abitualmente ai suoi più umili componenti, aveva esercitato la sua attività segreta con devozione instancabile. C’era in Mr Verloc un fondo di lealtà. Egli era stato leale nei confronti di chi lo aveva pagato per i suoi servigi, leale verso la causa della stabilità sociale… e anche verso i suoi affetti… e questo apparve chiaramente, quando, dopo aver deposto il bicchiere sul lavandino, si girò dicendo:
«Se non avessi avuto voi in mente, avrei preso per la gola quella belva selvaggia, e l’avrei trascinata con la testa fin dentro il fuoco del camino. Ero capace di farne a pezzi mille come lui, quella faccia rosa, liscia, liscia… di…».
E Mr Verloc omise di finir la frase, che non vi potevano esser dubbi sulla conclusione. Per la prima volta nella sua vita, si stava confidando con quella donna priva di curiosità. L’eccezionalità di quanto gli stava accadendo, la forza e l’importanza dei sentimenti personali che scaturivano nel corso di quella confessione, avevano fatto sì che il destino di Stevie gli uscisse completamente di mente. Fu per questo che, alzando il viso, rimase sorpreso dal carattere inappropriato dello sguardo di sua moglie. Non era uno sguardo irato, e non era disattento, ma l’attenzione di lei era strana e non adeguata, tanto più che appariva concentrata su di un punto al di là della persona di Mr Verloc. L’impressione fu così netta che Mr Verloc si lanciò un’occhiata alle spalle. Non c’era nulla dietro di lui, eccetto la parete intonacata di bianco. L’eccellente marito di Winnie, Verloc, non scorse alcuna scritta sulla parete. Si girò di nuovo verso la moglie e ripeté con una certa enfasi:
«Lo avrei preso per la gola. Vero come che sono qui, se non avessi pensato a voi, l’avrei soffocato fino a farlo quasi fuori quel bruto, prima che riuscisse a rialzarsi. E non pensate certo che ci avrebbe tenuto a chiamare la polizia. Non avrebbe neanche avuto il coraggio. E lo capite perché… non è vero?».
Ammiccò con aria furba verso la moglie.
«No», disse Mrs Verloc con una voce opaca, senza guardarlo affatto. «Di che state parlando?»
Un gran senso di scoraggiamento, risultato anche di una gran stanchezza si impadronì di Mr Verloc. Aveva avuto una giornata molto intensa, e il suo sistema nervoso era stato sottoposto al massimo della tensione. Dopo un mese di preoccupazioni esasperate, sfociate in una catastrofe imprevista, lo spirito di Mr Verloc, travolto da quella tempesta, bramava un po’ di riposo. La sua carriera come agente segreto era arrivata alla fine, e in un modo che nessuno avrebbe potuto prevedere; solo, che ora, forse, sarebbe riuscito finalmente a prendersi una nottata di sonno. Ma guardando sua moglie, ebbe qualche dubbio. La stava prendendo molto male… non era da lei, pensò. Fece uno sforzo per parlare.
«Dovrete cercare di farvi coraggio, ragazza mia», disse comprensivo. «Quello che è fatto è fatto».
Mrs Verloc ebbe un lieve soprassalto, sebbene non un solo muscolo del volto pallido si muovesse minimamente. Mr Verloc che non la stava guardando, continuò ottuso:
«Dovreste andare a coricarvi ora. Avete bisogno di farvi un bel pianto».
Un’opinione questa da nient’altro suffragata se non dal generale consenso dell’umanità. È tacitamente e universalmente scontato, infatti, che, quasi si trattasse di null’altro che vapore sospeso nell’aria, ogni emozione femminile è destinata a risolversi in pioggia. Ed è molto probabile che se Stevie fosse morto nel suo letto, sotto lo sguardo disperato di lei, nelle sue braccia protettrici, il dolore di Mrs Verloc avrebbe effettivamente trovato conforto in una marea di pure e amare lacrime. Mrs Verloc, come tutti gli altri esseri umani, era provvista di un fondo di rassegnazione sufficiente ad affrontare le normali vicende dell’umano destino. Senza «troppo tormentarcisi la testa», ella era consapevole che «esso non sopportava di essere scrutato troppo a fondo». Ma le circostanze infelici della fine di Stevie, che per il modo di pensare di Mr Verloc avevano solo un carattere accidentale, come parte di un disastro più grande, avevano invece inaridito alla sorgente ogni lacrima di lei. Come se un ferro incandescente le avesse passato gli occhi da parte a parte; e intanto il cuore gelido e indurito come un pezzo di ghiaccio continuava a imprimere al corpo un brivido interno, e a conferire ai suoi lineamenti un’immobilità impietrita e contemplativa rivolta alla parete intonacata di bianco senza alcuna scritta. Le esigenze della natura di Mrs Verloc che, quando veniva strappata dal suo filosofico riserbo, erano esigenze violente di madre, la costringevano a rivangare in quella sua testa immobile una serie innumerevoli di pensieri. Erano pensieri più immaginati che espressi. Mrs Verloc era persona singolarmente di poche parole sia in pubblico che in privato. Con la rabbia e la disperazione di una donna tradita, passava ora in rivista il suo passato attraverso immagini connesse soprattutto all’esistenza di Stevie, un’esistenza che si era presentata difficoltosa fin dalla più tenera età. Era stata una vita tesa a un unico scopo, una vita nobilmente e univocamente ispirata, come quelle rare vite che lasciano un segno nel pensiero e nei sentimenti dell’umanità. Ma le visioni di Mrs Verloc non avevano nobiltà o magnificenza. Ella si vedeva mentre metteva a letto il ragazzo alla luce di un’unica candela, nel piano più alto e abbandonato di quella «locanda», così buia sotto il tetto ed eccessivamente scintillante di luci e di cristalli – quasi un palazzo di fate – al livello stradale. Quello splendore vistoso era l’unico genere di splendore che si potesse incontrare nelle visioni di Mrs Verloc. Ed ella riandava a quando, gli pettinava i capelli da bimbo, quando gli allacciava i grembiulini… e lei stessa, piccina, ne indossava ancora uno; consolazioni donate a una creatura piccola e terribilmente spaventata da un’altra quasi altrettanto piccola, ma spaventata un po’ meno; rivedeva i colpi intercettati (spesso con la propria testa), una porta disperatamente tenuta chiusa (non per molto) contro l’ira di un uomo; e quella volta che il lancio di un attizzatoio (non molto lontano) acquietò di colpo una particolare tempesta, trasformandola nel silenzio muto e pauroso che segue il fragore di un tuono. Tutte queste scene di violenza andavano e venivano, e sullo sfondo il rumore grossolano delle lamentele accorate di un uomo che, ferito nel suo orgoglio paterno, proclamava a tutti la propria maledizione: un idiota bavoso per figlio, mentre quell’altra era malvagia come un diavolo. E questo era stato detto proprio di lei, tanti anni prima.
Mrs Verloc udì ancora queste parole, come fosse uno spettro a proferirle, poi a scendere su di lei fu l’ombra desolata della casa di Belgravia. Era un ricordo dirompente; una visione sfibrante di infiniti vassoi di prime colazioni portati su e giù per innumerevoli scale, interminabili pene appresso a qualche centesimo, e l’eterna fatica dello spazzare, spolverare, pulire dalle cantine su fino all’attico; mentre la madre invalida, barcollante sulle gambe gonfie, preparava il cibo, e il povero Stevie, inconsapevole genio ispiratore di ogni loro fatica, lucidava nel retrocucina gli stivali dei gentiluomini ospiti. Ma ecco giungere, in questa visione, la brezza di una calda estate londinese; il protagonista era un giovane nei suoi migliori vestiti domenicali, con un cappello di paglia sulla testa bruna, e una pipa di radica in bocca. Affettuoso e divertente, era un compagno affascinante per una gita lungo il fiume luminoso della vita, solo che la sua barca era troppo piccola. C’era posto a bordo per una giovane compagna con cui remare assieme, ma nessuna sistemazione per passeggeri. E gli si permise di allontanarsi, trascinato dalla corrente, lontano dalla soglia della casa di Belgravia, mentre Winnie volgeva gli occhi pieni di lacrime altrove. Non era un pensionante. Il pensionante era Mr Verloc, indolente, solito a far tardi la sera, assonnato e scherzoso al mattino da dentro il suo pigiama, ma con gli occhi dalle palpebre gonfie che mandavano lampi di infatuazione, e sempre con un po’ di denaro in tasca. Non c’era alcuna scintilla di luce, assolutamente nessuna nel fiume lento della sua vita. Scorreva per anfratti nascosti. Ma la sua sembrava essere una barca comoda e spaziosa, e lui, taciturno e magnanimo, accettava come una cosa naturale la presenza di passeggeri.
E Mrs Verloc inseguiva ancora la visione di quei sette anni di sicurezza per Stevie, anni che lei aveva pagato lealmente; era una sicurezza che pian piano si trasformava in fiducia, in un sentimento familiare stagnante e profondo come le acque di un lento ruscello; un ruscello tenuto sotto controllo che appena si increspava in superficie al passaggio occasionale del Compagno Ossipon, il robusto anarchico con gli occhi sfrontati e invitanti, il cui sguardo lanciava un chiaro messaggio di complicità, sufficiente a illuminare qualsiasi donna che non fosse stata del tutto imbecille.
Non era passato che qualche secondo da quando nella cucina era stata pronunciata a voce alta l’ultima parola, e Mrs Verloc già stava già contemplando l’immagine di un episodio non più vecchio di una quindicina di giorni. Ella fissava con occhi dalle pupille dilatate a dismisura, l’immagine di suo marito e del povero Stevie che si allontanavano dalla bottega, avviandosi fianco a fianco lungo Brett Street. Era l’ultimo atto di una vita cui il genio di Mrs Verloc aveva permesso di esistere; di un’esistenza aliena da ogni grazia e fascino, senza bellezza e quasi senza dignità, e tuttavia ammirevole per la coerenza dei sentimenti e per la tenacità degli scopi. E quest’ultima visione aveva un tale rilievo plastico, una tale vicinanza di forme e fedeltà di particolari suggestivi nel riprodurre l’estrema illusione della vita di Mrs Verloc, che a quest’ultima sfuggì un debole mormorio di angoscia, un mormorio sgomento che subito si spense sulle sue labbra livide.
«Avrebbero potuto essere padre e figlio».
Mr Verloc si fermò, sollevando verso di lei un volto teso. «Eh? Che avete detto?», chiese. Non ricevendo risposta, riprese quel suo sinistro passeggiare. Poi con un gesto minaccioso del pugno grosso e robusto, proruppe:
«Sì. Quelli dell’Ambasciata. Un bel mucchio di disgraziati davvero! Datemi una settimana di tempo e farò in modo che più di uno di loro si auguri di stare qualche metro sottoterra. Eh? Che?».
Diede un’occhiata di sottecchi a sua moglie, senza alzare la testa. Mrs Verloc stava fissando la parete intonacata di bianco. Una parete vuota… assolutamente vuota. Un vuoto e un biancore che veniva voglia di correre e sfracellarvisi la testa contro. Mrs Verloc rimaneva seduta senza muoversi. Rimaneva immobile, come immobile, tra lo stupore e la disperazione, rimarrebbe la popolazione di mezzo globo, se il sole, improvvisamente, venisse spento nel cielo estivo, dalla perfidia di una provvidenza in cui s’era creduto.
«L’Ambasciata», Mr Verloc ricominciò dopo una smorfia preliminare che scoprendogli i denti gli conferiva un aspetto felino. «Vorrei che mi lasciassero là dentro con un bastone per mezz’ora. Andrei avanti a colpire fino a che non ci fosse un solo osso intatto tra tutta quella gente. Ma non importa, gli insegnerò lo stesso cosa significa cercare di gettare un uomo come me a marcire in mezzo alla strada. Ho una lingua anch’io. Tutto il mondo saprà quello che ho fatto per loro. Non ho paura. Non mi importa di niente. Verrà fuori ogni cosa. Ogni maledetta cosa. Che stiano attenti!».
Questi erano i termini con cui Mr Verloc andava proclamando la sua sete di vendetta. Ed era una vendetta molto appropriata. Aveva anche il vantaggio di essere alla portata delle sue possibilità, e di inserirsi bene nella sua pratica di vita, che era sempre consistita proprio nel tradire i segreti e le azioni illegali dei suoi compagni. Anarchici e diplomatici erano tutt’uno per lui. Mr Verloc per temperamento non rispettava nessuno. Il suo disprezzo era egualmente distribuito nell’intero spazio delle sue operazioni. Ma come membro del proletariato rivoluzionario – ciò che indubbiamente era – egli nutriva un sentimento piuttosto ostile nei confronti di ogni distinzione sociale.
«Niente al mondo mi può fermare ormai», aggiunse. Si interruppe, guardando sua moglie fissamente; ma lei fissava immobile il muro vuoto di fronte a sé. E Mr Verloc era deluso. S’era aspettato che la moglie dicesse qualcosa. Ma le labbra di Mrs Verloc composte nella loro solita espressione, conservavano l’immobilità di una statua, e immobile era anche tutto il resto del volto. Sì, Mr Verloc era deluso, anche se, lo riconosceva, la situazione non era tale da richiedere alcun commento da parte di lei. Lei era donna di pochissime parole. Per ragioni connesse con le basi stesse della sua psicologia, Mr Verloc era portato ad aver fiducia in qualsiasi donna che gli si fosse concessa. Si fidava dunque di sua moglie. Il loro accordo era perfetto, ma non era preciso. Era un accordo tacito, congeniale alla mancanza di curiosità di Mrs Verloc e alle abitudini mentali di Mr Verloc, abitudini che erano segrete e indolenti. Si astenevano dall’andare a fondo dei fatti e delle motivazioni.
Queste riserve, che esprimevano in un certo qual modo la loro profonda fiducia reciproca, introducevano allo stesso momento qualcosa di vago nella loro confidenza. Nessun sistema di rapporti coniugali è perfetto. Mr Verloc presumeva, in questo caso, che la moglie avesse capito, ma sarebbe stato contento di sentirsi dire quel che lei in quel momento pensava. Sarebbe stato un conforto. C’erano parecchie ragioni perché questo conforto gli venisse negato. C’era soprattutto un ostacolo fisico: Mrs Verloc non aveva sufficiente controllo di voce. Non vedeva alcuna alternativa tra le urla e il silenzio, e istintivamente sceglieva il silenzio. Winnie Verloc era per temperamento una persona silenziosa. E a bloccarla c’era l’atrocità paralizzante di quel pensiero. Le guance erano pallide, le labbra livide, e la sua immobilità era stupefacente. E intanto, senza guardare Mr Verloc, pensava: “Quest’uomo ha portato via il ragazzo per assassinarlo. Ha portato via da casa il ragazzo per assassinarlo. Ha portato via il ragazzo da me per assassinarlo!”.
Tutto l’essere di Mrs Verloc era torturato da questo pensiero ossessionante e senza rimedio. Se lo sentiva nelle vene, nelle ossa, alla radice dei capelli. Mentalmente assumeva l’atteggiamento biblico del lutto – il volto coperto, le vesti stracciate; il suono dei gemiti e dei lamenti era lì a riempirle la testa. Ma teneva i denti serrati con violenza, e gli occhi senza lacrime erano incandescenti d’ira, ché Winnie non era una creatura remissiva. La protezione che aveva esteso sul fratello era stata dall’origine di un genere aggressivo e indignato. Doveva amarlo di un amore combattivo. Per lui aveva combattuto – anche contro se stessa. La sua perdita aveva tutta l’amarezza di una sconfitta e l’angoscia di una passione distrutta. Non era come una qualsiasi disgrazia mortale. E inoltre non era stata la morte a portarglielo via. Era stato Mr Verloc a toglierlo a lei. Lo aveva visto con i suoi occhi. Lo aveva guardato, senza alzare un dito, mente si portava via il ragazzo. Poi, dopo averlo assassinato era tornato a casa da lei. Si era proprio ripresentato a casa come qualsiasi altro uomo che tornasse dalla moglie.
Attraverso i denti serrati, Mrs Verloc lasciò uscire un mormorio diretto alla parete.
«E io che pensavo avesse preso un raffreddore».
Mr Verloc udì queste parole e se ne appropriò.
«Non era niente», borbottò imbronciato. «Ero sconvolto, ero sconvolto a causa vostra».
Mrs Verloc, girando lentamente la testa, trasferì lo sguardo dalla parete alla persona del marito. Mr Verloc, mordicchiandosi le punte delle dita, teneva lo sguardo chino verso il pavimento.
«Non ci si può far niente», borbottò, lasciando ricadere la mano. «Dovete reagire. Avrete bisogno di tutto il vostro sangue freddo. Siete stata voi a portare la polizia a casa nostra. Non importa, non ne parliamo più», continuò magnanimamente, «voi non potevate sapere».
«No, non potevo», pronunciò in un soffio Mrs Verloc. Fu come se un cadavere avesse parlato. Mr Verloc riprese il filo del discorso.
«Non ve ne do la colpa. Li metterò seduti ad ascoltarmi, e una volta chiuso là dentro potrò parlare senza pericolo – mi capite. Dovete far conto che me ne starò via per un paio d’anni», continuò in tono sinceramente preoccupato. «Sarà più facile per voi che per me. Voi avrete qualcosa da fare, mentre io… Ecco Winnie, dovete calcolare un paio di anni di lontananza, quel che dovete fare è mandare avanti gli affari per un paio d’anni. Ve ne intendete abbastanza per farlo. Avete un buon cervello. Vi farò sapere quando sarà ora di cercare di vendere. Dovrete essere molto cauta. I compagni vi terranno d’occhio costantemente. Dovrete usare ogni astuzia, e rimanere muta come una tomba. Nessuno deve sapere quello che avete intenzione di fare. Non ho nessuna intenzione di prendermi un colpo in testa o una coltellata alla schiena appena esco di prigione».
Così parlava Mr Verloc, applicando con astuzia e previdenza la mente ai problemi del loro futuro. La voce era triste perché tale era il sentimento corretto da aversi in quella situazione. Tutto quello che non aveva voluto che accadesse era accaduto. Il futuro era divenuto precario. Forse le sue capacità di giudizio si erano momentaneamente oscurate per il terrore provocato dalla truculenta follia di Mr Vladimir. Un uomo di più di quarant’anni può ben piombare in uno stato di considerevole confusione davanti alla prospettiva di perdere il proprio lavoro, soprattutto se si tratta di un agente segreto della polizia politica, che vive tranquillo nella consapevolezza del suo alto valore e nella considerazione di alti personaggi intorno a lui. Sì, era scusabile.
Ora era tutto finito in un disastro. Mr Verloc era calmo, ma non allegro. Un agente segreto che getta al vento la sua segretezza per desiderio di vendetta, e scaraventa le sue azioni in pasto al pubblico, diviene il bersaglio di risentimenti disperati e assetati di sangue. Senza voler inopportunamente esagerare il pericolo, Mr Verloc cercò tuttavia di presentarlo con chiarezza agli occhi della moglie. E ripeté che non aveva nessuna intenzione di lasciare che i rivoluzionari lo facessero fuori.
Guardava sua moglie dritto negli occhi. Le pupille dilatate della donna ricevevano quello sguardo da un’incommensurabile profondità.
«Ti voglio troppo bene per permetterlo», aggiunse con una risatina nervosa.
Un debole rossore colorò appena il volto allucinato e impietrito di Mrs Verloc. Le immagini del passato erano finite, e non solo ora aveva udito, ma anche compreso le parole pronunciate dal marito. Ed erano parole che stonavano talmente con il suo stato d’animo da produrre in lei come un leggero senso di soffocamento. Lo stato d’animo di Mrs Verloc aveva il merito della semplicità; ma non era normale. Era troppo dominato da un’idea fissa. Ogni angolo, ogni piega del suo cervello era permeata dal pensiero che questo uomo, con il quale per sette anni aveva vissuto senza disgusto, aveva portato via da lei il «povero ragazzo» per ucciderlo – l’uomo a cui si era pian piano abituata nel corpo e nell’animo; l’uomo a cui si era affidata, aveva portato via da lei il ragazzo per ucciderlo! Nella forma, nella sostanza, nell’effetto che coinvolgeva l’universo intero riuscendo ad alterare anche l’aspetto delle cose inanimate, era un pensiero di fronte al quale si doveva rimanere immobili e stupefatti per sempre, per l’eternità…
E attraverso quel pensiero (non attraverso la cucina) la sagoma di Mr Verloc andava su e giù, come sempre, con il cappello e il soprabito, calpestandole il cervello con gli stivali. Forse stava anche parlando; ma il pensiero di Mrs Verloc copriva quasi del tutto la sua voce.
Di tanto in tanto, tuttavia, la voce riusciva a farsi sentire. A volte emergevano anche parecchie parole connesse tra loro. Il significato d’insieme era generalmente ottimista. E ognuna di queste volte, le pupille dilatate di Mrs Verloc, perdendo ogni fissità lontana, seguivano i movimenti del marito con un’espressione cupa di ansia e un’impenetrabile attenzione. Molto ben informato su tutto quello che si riferiva al suo incarico segreto, Mr Verloc credeva nel successo dei suoi programmi e dei suoi incastri. Credeva davvero che tutto sommato sarebbe stato facile per lui sfuggire a una coltellata dei rivoluzionari rabbiosi. Aveva troppo spesso esagerato (a scopi professionali) la forza della loro ira e la lunghezza del loro braccio, per farsi molte illusioni in uno o nell’altro senso. Per esagerare infatti con una certa logica, si deve cominciare misurando con esattezza. Sapeva anche quanta virtù e quanta infamia viene dimenticata nello spazio di due anni… due lunghi anni. Il suo primo discorso fatto davvero in confidenza con la moglie, era un discorso di ottimismo convinto. Pensava anche che sarebbe stata comunque una buona politica fare sfoggio di tutta la sicurezza cui riusciva a fare appello. Avrebbe infuso coraggio a quella povera donna. Al momento della sua liberazione, che in armonia con tutto il suo stile di vita sarebbe rimasta naturalmente segreta, se la sarebbero filata tutti e due senza perdere tempo. Quanto a far perdere le tracce, supplicava la moglie di fidarsi di lui. Sapeva come fare in modo che neanche il diavolo…
Agitava le mani. Si sarebbe detto che si desse delle arie. In realtà voleva solo dare coraggio alla sua donna. L’intenzione era buona, ma Mr Verloc aveva la sfortuna di non essere in sintonia con il suo uditorio.
Il tono sicuro di sé giungeva all’orecchio di Mrs Verloc, ma le sfuggivano gran parte delle parole; perché cosa erano ormai per lei le parole? Che potevano farle le parole di bene o di male al cospetto della sua idea fissa? Lo sguardo di quegli occhi neri seguiva l’uomo che sbandierava la propria impunità… l’uomo che aveva portato via da casa il povero Stevie per ucciderlo in qualche posto. Mrs Verloc non ricordava esattamente dove, ma il cuore aveva cominciato a batterle sensibilmente.
Mr Verloc, con un tono dolce, coniugale, andava intanto esprimendo la sua convinzione decisa che ci sarebbe stato ancora un buon numero di anni di vita serena per tutti e due. Non affrontava il problema dei mezzi. Una vita tranquilla doveva essere, pensava, un dolce rifugio nell’ombra, una vita modesta, nascosta tra uomini, come la vita delle violette tra l’erba. Le parole usate da Mr Verloc erano: «Starsene acquattati per un po’». E lontano dall’Inghilterra, naturalmente. Non era chiaro se Mr Verloc avesse in mente la Spagna o il Sud America, ma in ogni caso, qualche posto all’estero.
Quest’ultima parola, giungendo fino all’orecchio di Mrs Verloc, produsse una reazione precisa. Quest’uomo parlava di andarsene all’estero. Era una reazione completamente incoerente con tutto il resto; e tale è la forza d’abitudine mentale che Mrs Verloc subito e automaticamente si chiese: «E Stevie?».
Era un attimo di amnesia; ma subito si rese conto che non vi sarebbe stata più occasione di preoccuparsi a quel proposito. Mai più vi sarebbe stata occasione. Il povero ragazzo era stato portato via e ucciso. Il povero ragazzo era morto.
Questo attimo devastante di smemoratezza servì a stimolare l’intelligenza di Mrs Verloc. Iniziò a rendersi conto di alcune conseguenze che avrebbero sorpreso Mr Verloc. Non c’era più alcun bisogno ora che lei stesse là, in quella cucina, in quella casa, con quell’uomo… dal momento che il ragazzo se ne era andato per sempre. Non ce ne era proprio alcun bisogno. E a questo pensiero Mrs Verloc scattò come spinta da una molla. Ma nemmeno riusciva a vedere cosa ci fosse ora a trattenerla in questo mondo. E si arrestò su questa perplessità. Mr Verloc l’osservava con l’affettuosa sollecitudine di un marito.
«State tornando in voi», disse un po’ imbarazzato. Qualcosa di strano nell’oscurità di quegli occhi disturbava il suo ottimismo. Fu in quel preciso momento che Mrs Verloc cominciò a guardare a sé come sciolta da ogni legame terreno. Aveva la sua libertà. Il suo contratto per la vita, rappresentato dall’uomo che le stava davanti, era giunto alla scadenza. Era una donna libera. Se questo punto di vista fosse arrivato in qualche modo a Mr Verloc, egli ne sarebbe stato estremamente scandalizzato. Nelle questioni di cuore Mr Verloc era sempre stato generosamente disinteressato, e tuttavia con l’unica convinzione di essere amato per se stesso. E su questo argomento, essendo i suoi princìpi etici in accordo con la sua vanità, egli era irremovibile. Che poi fosse così nel caso del suo legame legittimo e virtuoso non aveva dubbi. Era divenuto più vecchio, più grasso, più pesante, sempre nella certezza di non mancare del fascino sufficiente per essere amato per se stesso. Quando vide che Mrs Verloc si avviava senza una parola fuori dalla cucina, rimase deluso.
«Dove state andando?», gridò piuttosto bruscamente. «Di sopra?».
Mrs Verloc dalla porta si volse al suono di quella voce. Un istinto prudente, nato dalla paura, l’immensa paura di essere avvicinata e toccata da quell’uomo, la indusse a un leggero segno di assenso (dall’alto dei due scalini), con un movimento delle labbra che l’ottimismo coniugale di Mr Verloc prese per un pallido e incerto sorriso.
«Fate bene», la incoraggiò serio. «Riposo e quiete è ciò di cui avete bisogno. Andate, vi raggiungerò tra non molto».
Mrs Verloc, la donna libera, che per dire il vero non aveva alcuna idea di dove stava andando, obbedì al suggerimento con una calma un po’ rigida.
Mr Verloc l’osservava. Ella scomparve su per le scale. Era deluso. Sentiva che sarebbe stato più soddisfatto se lei, commossa, gli si fosse buttata tra le braccia. Ma era generoso e indulgente. Winnie era sempre poco espansiva e silenziosa. E nemmeno lui, Mr Verloc, era normalmente prodigo di parole e di affettuosità. Ma questa non era una sera come le altre. Era una di quelle occasioni in cui un uomo ha bisogno di essere incoraggiato e reso più forte da prove evidenti di affetto e comprensione. Mr Verloc sospirò, e spense il gas in cucina. La compassione di Mr Verloc verso sua moglie era intensa e genuina. Quasi gli faceva venire le lacrime agli occhi mentre stava nel salottino a riflettere sulla solitudine sospesa sul suo capo. In questo stato d’animo, egli sentì la mancanza di Stevie, ormai lontano da questo mondo difficile. Pensò con tristezza alla sua fine. Se solo quel ragazzo non si fosse distrutto così stupidamente.
Lo assalì una sensazione di fame implacabile, ben nota ad avventurieri di fibra assai più forte della sua, dopo la tensione fisica di un’impresa pericolosa. Il pezzo di roast beef preparato sulla tavola, quasi un banchetto funebre per le esequie di Stevie, era lì a invitarlo. E di nuovo Mr Verloc se ne servì. Se ne servì rapacemente, senza ritegno o pudore, tagliando fette spesse con il coltello affilato per l’arrosto, e mandandole giù senza pane. Fu nel corso di quello spuntino che Mr Verloc si rese conto che non sentiva la moglie muoversi nella stanza da letto, come avrebbe dovuto normalmente fare. Il pensiero di trovarla magari seduta sul letto al buio, non solo gli tolse l’appetito, ma allontanò da lui ogni desiderio di seguirla al più presto al piano di sopra. Posando il coltello Mr Verloc tese l’orecchio attento e preoccupato.
Si sentì meglio sentendola finalmente muovere. La udì attraversare improvvisamente la stanza e tirare su l’imposta della finestra. Dopo un intervallo di silenzio, durante il quale egli la immaginò mentre si sporgeva fuori, udì l’imposta che veniva abbassata lentamente. Poi lei fece qualche passo e si sedette. Ogni rumore di quella casa era familiare a Mr Verloc, animale completamente domestico. Quando di nuovo udì sopra la sua testa i passi della moglie, si rese conto, come se l’avesse vista con i suoi occhi, che si era messa le scarpe da passeggio. Mr Verloc si strinse leggermente nelle spalle a questo sintomo poco propizio, e allontanandosi dalla tavola, rimase in piedi con le spalle rivolte al camino, la testa leggermente inclinata, mordicchiandosi, perplesso, le punte delle dita. Tendeva l’orecchio seguendo le tracce dei suoi movimenti. Lei si muoveva avanti e indietro violentemente, con improvvise soste ora davanti al cassettone, ora di fronte al guardaroba. L’immenso peso della stanchezza, frutto di una giornata di emozioni e di sorprese, bloccava ogni energia di Mr Verloc.
Non alzò gli occhi finché non udì la moglie che scendeva le scale. Era proprio come aveva intuito: si era vestita per uscire.
Mrs Verloc era libera ormai. Aveva spalancato la finestra della sua camera da letto con l’intenzione di gridare «Aiuto!», «Un assassinio!», o di lanciarsi fuori lei stessa. Perché non sapeva cosa fare esattamente della sua libertà. Era come se la sua personalità si fosse spezzata in due parti, le cui rispettive operazioni mentali non riuscivano ad armonizzarsi l’una con l’altra. La strada, silenziosa e deserta da un capo all’altro, la respinse come se stesse dalla parte di quell’uomo che era così sicuro della propria impunità. Aveva paura di gridare e che nessuno accorresse. Certamente non sarebbe venuto nessuno. Al suo istinto di autoconservazione ripugnava la profondità di quella caduta in quella che sembrava una trincea profonda e piena di fango. Mrs Verloc chiuse la finestra e si vestì per raggiungere la strada per un’altra via. Era libera ora. Si era vestita di tutto punto, si era persino appuntata una veletta nera davanti al volto. Mentre gli appariva davanti, sotto la luce del salotto, Mr Verloc notò che aveva persino la borsetta appesa al polso sinistro… Correva da sua madre, certamente.
Il pensiero che dopotutto le donne sono esseri davvero noiosi attraversò quella testa affaticata. Ma egli era troppo generoso per accettare per più di un istante questa idea. Quest’uomo, ferito crudelmente nella sua vanità, rimaneva magnanimo nel comportamento, e non si prese la soddisfazione di un sorriso amaro, o di un gesto di superiorità. Con autentica grandezza d’animo, gettò soltanto un’occhiata all’orologio di legno sulla parete, e disse in un modo perfettamente calmo e tuttavia deciso:
«Le otto e venticinque, Winnie. Non ha senso andare laggiù così tardi. Non riuscirete a tornare in tempo per stasera».
Davanti alla mano protesa di lui Mrs Verloc si era fermata di colpo. Lui aggiunse con gravità: «La mamma sarà andata a dormire per quando arriverete. Questo tipo di notizie può aspettare».
Niente era più lontano dal pensiero di Mrs Verloc che andare dalla madre. Rifuggiva al solo pensiero, e sentendo una sedia dietro di sé, obbedì all’istinto di quel contatto e si sedette. La sua intenzione era semplicemente stata di uscire per sempre da quella porta. E seppure questo sentimento le era chiaro, l’aspetto razionale del medesimo aveva in quanto all’origine e alla destinazione una forma sfocata. “Preferirei camminare per le strade fino all’ultimo giorno della mia vita”, pensava. Ma questa creatura, il cui spirito aveva subito un tale colpo, al cui confronto, nel mondo fisico, il terremoto più violento della storia non era che un’imitazione debole e languida, era alla mercé di piccoli fatti, di contatti occasionali. Si sedette. Con il cappello e la veletta aveva l’aria di qualcuno che fosse entrato per un momento a far visita a Mr Verloc. Quella docilità immediata incoraggiò quest’ultimo, mentre l’aria di obbedienza silenziosa ma temporanea ebbe l’effetto di provocarlo leggermente.
«Lasciate che vi dica, Winnie», disse con autorità, «che il vostro posto è qui questa sera. Al diavolo! Siete stata voi a mettermi appresso quella maledetta polizia. Non ve ne do la colpa… ma è colpa vostra lo stesso. Fareste meglio a togliervi questo maledetto cappello. Non vi posso lasciare uscire, ragazza mia», aggiunse con un tono più dolce.
Mrs Verloc afferrò quella dichiarazione con ostinazione morbosa. L’uomo che aveva portato via Stevie sotto i suoi stessi occhi per assassinarlo in una località il cui nome in quel momento non aveva presente non le permetteva di uscire. Certo che no. Ora che aveva assassinato Stevie non l’avrebbe mai più lasciata andare. L’avrebbe voluta tenere in cambio di niente. E con questi ragionamenti precisi che avevano tutta la forza di una logica folle, le annebbiate capacità di ragionamento di Mrs Verloc cominciarono a lavorare in modo pratico. Poteva sfuggirgli, aprire la porta, correre fuori. Ma lui le sarebbe corso appresso, l’avrebbe afferrata alla vita e l’avrebbe trascinata nella bottega. Poteva graffiare, dar calci e mordere… e pugnalare anche; ma per pugnalare ci voleva un coltello. Mrs Verloc sedeva immobile sotto la veletta nera, nella sua casa, come un visitatore misterioso sotto la cui maschera si nascondano propositi incomprensibili.
La magnanimità di Mr Verloc aveva dei limiti che non erano sovrumani. Lei era riuscita a esasperarlo.
«Non potete dire qualcosa? Ne avete di idee per tormentare un uomo! Oh, sì! Conosco il giochino della sordomuta. Vi ho visto all’opera prima di oggi. Ma proprio ora non funziona! E per cominciare levatevi quella roba di dosso. Non si capisce se sto parlando a un fantoccio o a una donna in carne e ossa».
Si avvicinò e tese la mano a strapparle il velo scoprendo un volto ancora indecifrabile, e su quel volto i nervi esasperati di lui si infransero come una sfera di vetro lanciata contro una roccia. «Così va meglio», disse, per coprire il suo momentaneo imbarazzo, e si ritirò al suo solito posto vicino al caminetto.
L’idea che sua moglie potesse rinunciare a lui, non gli sfiorava nemmeno la mente. Si vergognava un po’ di se stesso, ma era un uomo affezionato e generoso. Che poteva fare? Tutto era stato già detto. Protestò con forza.
«Santo cielo! Sapete bene quanto mi sono dato da fare. Ho corso il rischio di farmi scoprire per trovare qualcuno che facesse quel maledetto lavoro. Ve lo ripeto ancora una volta, non sono riuscito a trovare nessuno abbastanza pazzo o abbastanza affamato. Per cosa mi prendete… per un assassino, o cosa? Il ragazzo non c’è più. Credete forse che volessi che saltasse in aria? Se ne è andato. I suoi guai sono finiti. I nostri cominciano ora, ve lo dico io, e proprio perché lui si è fatto saltare in aria. Non ve ne do la colpa. Ma cercate di capire che è stato un incidente puro e semplice, tale e quale se fosse finito sotto un omnibus attraversando la strada».
La sua generosità non era infinita, proprio perché era un essere umano… non un mostro, come pensava Mrs Verloc. Attese un attimo, e intanto una specie di ghigno gli sollevava i baffi scoprendo un luccichio di denti bianchi che gli davano l’espressione di una bestia intelligente, non molto pericolosa… una bestia dai movimenti lenti con un testone lucido, più scuro di una foca, e con una voce rauca.
«E visto che vogliamo parlar chiaro, è colpa vostra quanto mia. È così. Potete guardarmi in quel modo quanto vi pare. Vi conosco abbastanza. Che mi venga un colpo se mai avrei pensato al ragazzo per quella faccenda. Siete stata voi a continuare a mettermelo davanti, quando avevo quasi perso la testa, preoccupato di tenere tutti voi fuori dai guai. Perché diavolo lo avete fatto? Si direbbe che avevate uno scopo. E dannazione, che ne so io se non ce l’avevate davvero! Chi può dire quanto avevate capito, sotto sotto, di quello che stava succedendo, con quel vostro infernale modo menefreghista di non guardare nulla direttamente, e di non aprire bocca…».
La voce roca, quella per uso domestico, tacque per un po’. Mrs Verloc non rispose; prima di questo silenzio lui sentiva un po’ di vergogna per quello che aveva detto, ma, come spesso accade agli uomini di natura pacifica nei diverbi domestici, vergognandosi, fece peggio.
«Avete un modo dannato di tenere la bocca chiusa qualche volta», ricominciò senza alzare la voce. «C’è da far diventar matto un uomo. Siete fortunata che io non sono uno di quelli che perdono la tramontana come succederebbe a molti di fronte ai vostri attacchi da sordomuta. Io ci tengo a voi; ma è meglio che non esageriate. Non è proprio il momento. Dovremmo pensare a quel che si deve fare. E non vi posso fare uscire stasera a correre da vostra madre con qualche storia assurda o meno su di me. Proprio no. Non fatevi idee sbagliate; se vi passa per la testa che sono stato io a uccidere il ragazzo, allora voi lo avete ucciso quanto me».
C’è da dire che per la sincerità di sentimento e per la chiarezza del contenuto, queste parole superavano di gran lunga qualunque cosa fosse stata detta in passato in quella casa; una casa sorretta dai proventi di un’attività segreta, dalle economie della vendita di merci più o meno segrete; poveri espedienti escogitati da un’umanità mediocre per salvaguardare una società imperfetta dai pericoli più gravi della corruzione fisica e morale, ambedue segrete a loro volta, dell’intera umanità. E queste parole erano state pronunciate perché Mr Verloc si era sentito davvero oltraggiato; ma il reticente pudore della vita di quella famiglia, annidata dietro la bottega, in una strada buia dove il sole non batteva mai, non aveva l’aria di essere stato scalfito. Mrs Verloc lo ascoltò correttamente fino alla fine, con cortesia, poi si alzò dalla sua sedia in cappello e giacchetta come un ospite alla fine di una visita. Avanzò verso il marito, un braccio proteso verso di lui, come per un silenzioso saluto. La veletta che le pendeva sul lato sinistro del volto conferiva un’aria formale e un po’ folle a quelle sue mosse misurate. Ma quando arrivò all’altezza del caminetto, Mr Verloc non stava più là. Si era spostato in direzione del sofà senza alzare gli occhi per giudicare l’effetto della sua tirata. Era stanco, in uno stato d’animo da marito rassegnato. Ma si sentiva ferito nei punti più sensibili della sua segreta tenerezza. Se proprio lei voleva continuare con quei mutismi, con quel silenzio terribile e pesante… be’, che continuasse. Era un artista in quel campo. Mr Verloc si gettò pesantemente sul sofà, ignorando come al solito il destino del cappello che, come fosse abituato a guardarsi da solo, si rifugiò sotto il tavolo in un angoletto sicuro.
Era stanco. L’ultimo residuo della sua forza di nervi era stato speso tra le sorprese e le agonie di questa giornata piena di sorprese e di insuccessi e che giungeva dopo un mese tormentoso di intrighi e di insonnia. Era stanco. Un uomo non è fatto di pietra. Al diavolo tutto! Mr Verloc riposava nel suo modo caratteristico, avvolto nei vestiti con cui era solito uscire. Un lembo del soprabito aperto giaceva in parte sul pavimento. Si girò di spalle. Ma il suo desiderio vero sarebbe stato un riposo più perfetto… dormire… qualche ora di delizioso oblio. Più tardi. Per ora si riposava. E intanto pensava: “Vorrei che la piantasse con queste maledette stupidaggini. È esasperante”.
Ci doveva essere qualcosa di imperfetto nel sentimento di riconquistata libertà di Mrs Verloc. Invece di avviarsi verso la porta, si appoggiò ancora, con le spalle contro la mensola del caminetto, come un viaggiatore si riposa appoggiato a uno steccato. Un che di selvaggio nell’aspetto le veniva dalla veletta nera che ondeggiava come uno straccio sulla guancia, e dalla fissità di quello sguardo cupo che assorbiva, senza restituirla, tutta la luce della stanza; senza la presenza in quegli occhi della più piccola traccia di luce. Questa donna, capace di un calcolo, il solo sospetto del quale avrebbe incredibilmente sconvolto l’idea che dell’amore aveva Mr Verloc, esitava, come fosse scrupolosamente consapevole di qualcosa che mancava da parte sua per la formale chiusura della transazione.
Sul sofà Mr Verloc scrollò le spalle perfettamente a suo agio, e con tutto il cuore espresse un desiderio che era altrettanto devoto come poteva essere qualsiasi desiderio che provenisse dalla stessa fonte.
«Parola mia d’onore», mormorò cupo, «vorrei non aver mai visto Greenwich Park e niente che lo riguardi».
Il suono velato di queste parole riempì la piccola stanza; erano parole dal volume moderato, adatto alla natura modesta di quel desiderio. Le onde sonore della lunghezza appropriata, propagatesi secondo corrette formule matematiche, volteggiarono attorno ogni oggetto inanimato della stanza, e rimbalzarono contro la testa di Mrs Verloc, quasi fosse una testa di pietra. E per quanto possa sembrare incredibile, gli occhi di Mrs Verloc apparvero ancora più grandi. Il desiderio espresso a voce alta che giungeva dal cuore traboccante di Mr Verloc, toccò un punto nemico nella memoria di Mrs Verloc. Greenwich Park. Un parco! Ecco dove era stato ucciso il ragazzo. Un parco… rami spezzati, foglie strappate, ghiaia, pezzetti di carne e ossa fraterne, e tutte queste cose insieme che schizzavano in aria come un fuoco d’artificio. Lei ricordava bene ora quello che aveva udito, e lo ricordava con ricchezza di particolari. Avevano dovuto raccattarlo con una pala. Tremando tutta di brividi che non riusciva a reprimere, vedeva davanti a sé proprio quell’utensile e il terribile carico raschiato da terra. Mrs Verloc chiuse disperatamente gli occhi, calando su quella visione la cortina notturna delle palpebre, e dietro questo schermo, una pioggia di membra a pezzi, la testa decapitata di Stevie indugiava sospesa nell’aria, e lentamente scompariva come l’ultima girandola di uno spettacolo pirotecnico. Mrs Verloc riaprì gli occhi.
Il volto di lei non era più impietrito. Chiunque avrebbe potuto notare il sottile cambiamento della sua fisionomia nel modo di guardare, uno sguardo nuovo che le dava un’espressione diversa e sorprendente; un’espressione di rado osservata da persone competenti nelle condizioni di agio e sicurezza che si richiedono per analisi accurate, ma il cui significato si coglie a un primo sguardo. I dubbi di Mrs Verloc sulla fine del contratto non esistevano più; le sue facoltà non più sconnesse, lavoravano ora sotto controllo. Ma Mr Verloc non vedeva nulla. Riposava in quello stato di ottimismo patetico che l’eccesso di fatica spesso produce. Non voleva più guai – nemmeno da sua moglie – né da nessun altro al mondo. Era stato più che esauriente nelle sue giustificazioni. Era giusto che fosse amato per se stesso. Interpretò favorevolmente quella presente fase di silenzio. Era venuto il momento di far pace. Il silenzio era durato abbastanza a lungo. Lo ruppe chiamandola sottovoce:
«Winnie».
«Sì», rispose obbediente la donna libera. Comandava alle sue facoltà ora, ai suoi organi vocali; si sentiva di avere controllo perfetto, quasi soprannaturale, su ogni fibra del corpo. Ora apparteneva a se stessa quel corpo, perché il contratto era sciolto. Vedeva tutto ben chiaro. Era divenuta astuta. Scelse di rispondergli così prontamente per uno scopo ben preciso. Non voleva che quell’uomo sul sofà cambiasse la posizione che si prestava così bene alle circostanze. E ottenne lo scopo; l’uomo non si mosse. Ma dopo avergli risposto, lei rimase appoggiata negligentemente alla mensola del caminetto nell’atteggiamento del viaggiatore stanco. Non aveva fretta. Il viso disteso. La testa e le spalle di Mr Verloc erano coperte alla sua vista dall’alto bracciolo del sofà. Lei si guardava i piedi fissamente.
Rimase immobile e improvvisamente all’erta, finché le giunse la voce del marito con un tono coniugale autoritario: mentre lui si spostava leggermente per farle posto sul bordo del divano:
«Vieni qui», disse in un tono singolare, che avrebbe anche potuto suonare brutale, ma che era noto a Mrs Verloc nell’intimità come il tono di un invito amoroso.
Lei si fece subito avanti, quasi fosse ancora la donna leale legata a quell’uomo da un contratto valido. La mano destra sfiorò appena il lato estremo del tavolo, e quando fu oltre, vicina al sofà, il coltello dell’arrosto era scomparso senza il minimo rumore dal lato del piatto. Mr Verloc udì contento lo scricchiolio delle tavole del pavimento. Attese. Mrs Verloc stava avvicinandosi. Come se l’animo senza dimora di Stevie fosse volato a rifugiarsi dritto nel seno della sorella, custode e protettrice, la somiglianza del volto di lei con quello del fratello aumentava a ogni suo passo, persino il lieve abbandono del labbro inferiore, persino la lieve asimmetria degli occhi. Ma Mr Verloc non vedeva tutto ciò. Giaceva sul dorso, lo sguardo rivolto verso l’alto. Vide, tuttavia, quasi proiettata sul soffitto, l’ombra di una mano che serrava un coltello per l’arrosto. Ondeggiava in su e in giù, con movimenti lenti. Abbastanza lenti perché Mr Verloc riconoscesse il braccio e l’arma.
Erano abbastanza lenti perché lui afferrasse il pieno significato di quanto stava accadendo, e perché assaporasse il gusto della morte che gli saliva alla gola. Sua moglie era diventata pazza furiosa… una pazza assassina. Abbastanza lenti perché il primo effetto paralizzante di questa scoperta passasse, e facesse seguito una risoluzione energica di uscire vittorioso da quell’orrenda lotta con quella pazza armata. Erano movimenti abbastanza lenti perché Mr Verloc elaborasse un piano di difesa: balzare dietro il tavolo e atterrare quella donna con una pesante seggiola di legno. Ma i movimenti di lei non furono lenti abbastanza per dare a Mr Verloc il tempo di muovere un piede od una mano. Il coltello era già affondato nel suo petto. Non incontrò alcuna resistenza. Talmente esatto può essere talvolta il calcolo dell’azzardo. In quel colpo dall’alto, inferto al di sopra della spalliera del divano, Mrs Verloc aveva messo tutta la forza dell’eredità della sua antichissima e oscura origine, la ferocia primitiva dell’era delle caverne, e l’incontrollata rabbia litigiosa delle sale da bar. Mr Verloc, l’agente segreto, girandosi leggermente su di un fianco, spinto dalla forza del colpo, spirò senza alcun movimento, semplicemente mormorando: «No, no», come estrema, ultima protesta.
Mrs Verloc lasciò cadere il coltello, e intanto la sua straordinaria somiglianza al fratello defunto era svanita, rientrando nella norma. Trasse un gran respiro, il primo respiro tranquillo da quando l’Ispettore Capo Heat le aveva mostrato il brandello del soprabito di Stevie con sopra il nome del ragazzo. Si chinò in avanti, appoggiandosi i gomiti alla spalliera del sofà, sulle braccia. Aveva scelto quell’atteggiamento comodo non per controllare o contemplare con sadismo il corpo di Mr Verloc, ma a causa dei movimenti ondulatori e oscillatori del salotto, che per alcuni minuti si comportò come una barca in un mare tempestoso. Le girava la testa, ma era calma. Era divenuta una donna libera, con una completezza di libertà che non le lasciava nulla da desiderare oltre e assolutamente nulla da fare, dal momento che non esisteva più l’urgente appello di Stevie alla sua devozione. Mrs Verloc, che pensava per immagini, ora non era più tormentata da alcuna visione, infatti aveva smesso di pensare. Né si muoveva. Era una donna che si godeva ora un’irresponsabilità completa e un tempo a disposizione illimitato, quasi fosse anche lei cadavere. Non si muoveva, non pensava. Né si muoveva l’involucro mortale del defunto Mr Verloc steso a riposare sul sofà. Se non fosse stato per il fatto che Mrs Verloc respirava, questi due esseri sarebbero stati in accordo perfetto: quel tipo di accordo fatto di riserbo prudente senza parole superflue e di risparmio di gesti che era stato alla base della loro rispettabile vita familiare. Perché era stata una vita di tutto rispetto, che aveva tenuto sotto controllo con un pudore reticente e discreto i problemi che possono sorgere nell’esercizio di una professione segreta e nel commercio di merci misteriose. Fino all’ultimo la dignità di quella casa non era stata sfiorata da urla disdicevoli e altri comportamenti fuori luogo, seppur sinceri. E anche dopo che il colpo era stato inferto, questa rispettabilità continuava a regnare nell’immobilità e nel silenzio.
Niente si muoveva nel salotto finché Mrs Verloc alzò lentamente la testa e guardò l’orologio con diffidenza inquisitiva. Stava prendendo coscienza del rumore di un ticchettio nella stanza. E mentre questo le giungeva all’orecchio, si ricordò chiaramente che l’orologio a muro era silenzioso, che il suo ticchettio era impercettibile. Che senso aveva che avesse cominciato a ticchettare così forte e tutto all’improvviso? Il quadrante indicava dieci minuti alle nove. A Mrs Verloc non importava nulla del tempo, e il ticchettio continuò. Non poteva essere l’orologio, concluse, e percorse con lo sguardo allucinato le pareti, e tutto si confuse di nuovo e divenne vago, mentre si sforzava di localizzare il suono. Tic, tic, tic.
Dopo un po’ che tendeva l’orecchio, Mrs Verloc diresse deliberatamente lo sguardo in basso, sul corpo del marito. Aveva un atteggiamento di riposo, così familiare che poté guardarlo senza minimamente avvertire l’imbarazzo di un qualche cambiamento definitivo negli avvenimenti della loro vita quotidiana. Aveva l’aria di star comodo.
Per la particolare posizione del corpo il volto di Mr Verloc non poteva esser visto da Mrs Verloc, sua vedova. Gli occhi di lei, belli e assonnati, chini a seguire la traccia di quel rumore, si fecero attenti nell’incontrare un oggetto piatto d’osso che sporgeva appena dal bordo del sofà. Era il manico di un coltello da cucina per l’arrosto, del tutto normale, se non per la sua posizione perpendicolare al panciotto di Mr Verloc e al fatto che da esso colava qualcosa. Gocce scure cadevano una dopo l’altra sul tappeto, con un ticchettio veloce e rabbioso come il ritmo di un orologio impazzito. Al momento della massima velocità il ticchettio si mutò nel rumore di un gocciolio continuo. Mrs Verloc osservava quella trasformazione e intanto sul suo volto ombre di ansia andavano e venivano. Era un rivolo scuro, veloce, sottile… Sangue!
Di fronte a questa circostanza imprevista, Mrs Verloc abbandonò la sua posa inerte e irresponsabile.
Afferrò le vesti e con un grido fioco corse subito verso la porta, come se quel rivolo fosse stato il primo segno di un’alluvione distruttrice. Sulla sua strada incontrò il tavolo e lo spinse con ambedue le mani, quasi fosse stato un essere vivente, e la forza di quella spinta fu tale che il mobile continuò a correre sulle quattro gambe, raschiando il pavimento con un rumore infernale, mentre il gran piatto con i resti di carne andava a pezzi sul pavimento.
Poi tutto si calmò di nuovo. Un cappello tondo che il tavolo movendosi aveva rivelato nel mezzo del pavimento della stanza, dondolò leggermente nella scia della fuga di lei.
Capitolo dodicesimo
Winnie Verloc, la vedova di Mr Verloc, sorella del fedele Stevie ora defunto (ridotto in frammenti da un’esplosione, in uno stato di assoluta innocenza e con la convinzione di contribuire a un’impresa umanitaria), non andò oltre la porta del salotto. Veramente era corsa fin lì fuggendo solo da qualche goccia di sangue, ma si era trattato di una mossa di repulsione istintiva. E subito si era fermata, con gli occhi sbarrati e la testa bassa. Quasi quella corsa attraverso il piccolo salotto fosse durata anni, la Mrs Verloc accanto alla porta era completamente un’altra persona dalla donna che prima si era appoggiata al sofà, ancora un po’ stordita, ma altrimenti libera di godersi la calma profonda dell’inerzia e dell’irresponsabilità di poco prima. Non le girava più la testa. Si sentiva bene ora; ma calma non lo era più: era spaventata.
Se evitava di guardare nella direzione del marito dormiente non era perché avesse paura di lui. Mr Verloc non incuteva affatto spavento. Sembrava a suo agio. E poi era morto. Mrs Verloc non coltivava idee peregrine a proposito della morte. Niente li riporta in vita, né amore, né odio. Non ti possono far del male. Non sono più nulla. Lo stato d’animo di lei inclinava anzi verso una specie di disprezzo severo per quell’uomo che si era lasciato uccidere così facilmente. Era stato il capo di una casa, il marito di una donna, e l’assassino di Stevie. E ora non contava più nulla per nessuno. In pratica, contava ancor meno degli indumenti che gli ricoprivano il corpo, del soprabito, degli stivali… di quel cappello che giaceva gettato per terra. Non era nulla. Non valeva nemmeno la pena di guardarlo. Non era più nemmeno l’assassino del suo Stevie. L’unico assassino che avrebbero trovato in quella stanza, quando la gente fosse accorsa per vedere Mr Verloc, sarebbe stata… lei!
Le mani le tremavano talmente che per due volte fallì il compito di riallacciarsi la veletta. Mrs Verloc aveva smesso di essere una persona irresponsabile e tranquilla. Aveva paura. Accoltellare Mr Verloc aveva voluto dire solo infliggere un colpo. L’aveva sollevata da quell’agonia repressa di urla che le soffocavano la gola, di lacrime prosciugate negli occhi roventi, di rabbia furiosa e indignata per la parte atroce avuta da quell’uomo, che ora era meno di niente, nel portargli via il suo ragazzo. Era stato come un colpo misteriosamente suggerito da qualcuno; ma il sangue che gocciolava sul pavimento dal manico del coltello l’aveva trasformato in un semplicissimo caso di assassinio. Mrs Verloc, che si ritraeva sempre dall’indagare profondamente nelle cose, era ora costretta a guardare nel fondo di questa. Quel che vi scorgeva non era l’ossessione di un volto, un’ombra che la rimproverava, nessuna visione di rimorso, nessun genere di concetto ideale. Vi vedeva solo un oggetto. Quell’oggetto era la forca. Mrs Verloc aveva paura della forca.
Ne era terrorizzata in senso astratto. Non avendo infatti mai posato gli occhi su questo particolare aspetto della giustizia umana, eccetto in incisioni che illustravano alcuni tipi di racconti. Dapprima ella immaginò uno di questi ordigni eretto contro uno sfondo nero e tempestoso, addobbato di catene e ossa umane, mentre al di sopra volteggia quel tipo di uccelli che si nutrono degli occhi dei morti. Tutto questo era abbastanza terrorizzante, ma Mrs Verloc, sebbene non fosse molto informata, aveva tuttavia una sufficiente conoscenza delle istituzioni del suo paese per sapere che le forche non vengono più erette romanticamente sulle banchine di fiumi malinconici, o sulle lande spazzate dal vento, ma nei cortili delle prigioni. Là, tra quattro mura, quasi in un pozzo, all’alba, l’assassino viene portato fuori per essere giustiziato, tutt’intorno un orribile silenzio e, come i resoconti dei giornali dicono sempre, «in presenza delle autorità». Gli occhi fissi a terra, le narici che tremavano per l’angoscia e la vergogna, Winnie si vedeva tutta sola tra gruppi di strani gentiluomini con il cappello di seta. Questo… mai! E come avveniva? L’impossibilità di immaginare i particolari di queste esecuzioni silenziose, aggiungevano un che di pazzesco al suo terrore astratto. I giornali non davano mai particolari eccetto uno, un dettaglio che con una certa costanza c’era sempre alla fine degli scarni resoconti. Mrs Verloc lo ricordava; le tornò alla mente con un dolore crudele, bruciante, come se le parole «Il salto predisposto è stato di quattro metri» le fossero state incise nel cervello con un ago arroventato: «Il salto predisposto è stato di quattro metri».
Queste parole la colpivano anche fisicamente: la gola le si contraeva a ondate per resistere allo strangolamento della corda; e la paura dello spasmo era così intensa, che ella si afferrò la testa tra le mani come per evitare che le fosse strappata dal tronco. «Il salto previsto era di quattro metri». No! Questo non sarebbe mai accaduto. Non poteva sopportare quella cosa. Il solo pensiero le era intollerabile. Non ce la faceva nemmeno all’idea. Fu per questo che Mrs Verloc maturò la decisione di gettarsi nel fiume da uno dei ponti londinesi.
Questa volta riuscì a riallacciarsi la veletta. Con il volto come coperto da una maschera, tutta nera dalla testa ai piedi eccetto per i pochi fiori sul cappello, guardò meccanicamente l’orologio; pensò che doveva essersi fermato. Non riusciva a credere che fossero passati soltanto due minuti da quando l’aveva guardato per l’ultima volta. Certo che no. Era rimasto fermo tutto quel tempo. In realtà erano passati solo tre minuti dal momento in cui aveva tirato il primo profondo respiro di sollievo dopo la coltellata, fino a quest’altro momento, quando aveva preso la decisione di annegarsi nel Tamigi. Ma Mrs Verloc non riusciva a crederci. Le sembrava di aver sentito o di aver letto che le sveglie e gli orologi si fermavano sempre al momento del delitto per rivelare l’assassino. Non aveva importanza. Al ponte…. e da lì oltre… Ma i suoi movimenti erano lenti.
Si trascinò dolorosamente attraverso la bottega, e dovette aggrapparsi a lungo alla maniglia della porta prima di trovare la forza necessaria per aprirla. La strada la spaventava, essa portava infatti o al fiume o alla forca. Si buttò al di là della soglia con la testa in avanti, le braccia protese, come una persona che cada oltre il parapetto di un ponte. Questo tuffo nell’aria aperta le diede, quasi come un anticipo, la sensazione dell’annegamento; l’avvolse l’umidità fangosa che le entrò nelle narici, le si aggrappò ai capelli. Non stava proprio piovendo, ma attorno a ogni lampione a gas c’era un alone rugginoso di nebbia. Il convoglio con i cavalli non c’era più, e nella strada oscura la finestra della trattoria dei carrettieri proiettava da dietro la tenda una chiazza quadrata di luce torbida color rosso sangue che usciva debolmente a livello quasi del marciapiede. Mrs Verloc, trascinandosi lentamente in quella direzione, pensò come fosse una donna completamente priva di amici. Era vero. Ed era anche vero che nel desiderio improvviso di vedere un volto amico non riusciva a pensare a nessun altro che a Mrs Neale, la donna delle pulizie. Non aveva conoscenze proprie. Nessuno avrebbe sentito la sua mancanza nella società umana. E non si deve pensare che la Vedova Verloc avesse dimenticato sua madre. No davvero. Ma Winnie era stata una figlia devota in quanto era una sorella devota. Sua madre si era sempre appoggiata a lei. Da quella parte non c’era da aspettarsi conforto o consigli. Ora che Stevie era morto il legame che le univa sembrava essersi rotto per sempre. Non avrebbe potuto affrontare la vecchia signora con quella storia orribile. E poi era troppo lontano. Il fiume era la sua meta di quel momento. Mrs Verloc cercò di dimenticare sua madre.
Ogni passo le costava uno sforzo tale che credeva di non poter affrontare il successivo. Si era ormai trascinata oltre il chiarore rossastro della finestra dell’osteria. «Al fiume… e oltre devo andare…», andava ripetendosi con ostinazione feroce. Stese la mano appena in tempo per sorreggersi contro un lampione. “Non ce la farò mai prima dell’alba”, pensava. La paura della morte paralizzava i suoi sforzi di sfuggire alla forca. Le sembrava di avanzare barcollando su quella strada da ore. “Non ce la farò mai”, pensava. “Mi troveranno mentre giro senza meta per le strade. È troppo lontano”. E resisteva, ansimando sotto la veletta nera.
«Il salto previsto era di quattro metri». Spinse lontano da sé con violenza il lampione, e si ritrovò a camminare di nuovo. Ma ancora un’ondata di debolezza la raggiunse, come un mare immenso che gli lavasse il cuore strappandoglielo dal petto. «Non ce la farò mai ad arrivare là», mormorò, fermandosi improvvisamente barcollante. «Mai».
E rendendosi conto dell’impossibilità assoluta di arrivare a piedi fino al punto più vicino del fiume, Mrs Verloc pensò di fuggire all’estero.
Le venne in mente all’improvviso. Dopo tutto gli assassini scappavano. Scappavano all’estero. Spagna o California. Nient’altro che nomi. Il vasto mondo creato per la gloria dell’uomo, non era per Mrs Verloc che un’immensa pagina bianca. Ella non sapeva in quale direzione andare. Gli assassini avevano amicizie, complici, informazioni. Lei non aveva nulla di tutto questo. Era l’assassina più sola che avesse mai inferto un colpo mortale. Era sola a Londra e l’intera città di meraviglie e di fango, con il suo groviglio di strade e abbondanza di luci, giaceva sepolta in una notte senza speranza, appollaiata sul fondo di un grande abisso, dal quale nessuna donna senza aiuto poteva sperare di riemergere.
Si sporse in avanti, e si lanciò nel buio, terrorizzata di cadere, ma dopo pochi passi, inaspettatamente, ebbe una sensazione di appoggio, di sicurezza. Alzando la testa vide il volto di un uomo che la guardava da vicino, attraverso la veletta. Il Compagno Ossipon non aveva paura di donne stravaganti e nessun senso di falsa delicatezza gli poteva impedire di fare conoscenza con una donna apparentemente intossicata all’ultimo stadio. Il Compagno Ossipon si interessava molto alle donne. Sorresse questa tra le sue due grandi mani, guardandola in modo freddamente pratico, finché la udì esclamare debolmente «Mr Ossipon!» e fu sul punto allora quasi di lasciarla cadere.
«Mrs Verloc!», esclamò. «Voi qui?».
Sembrava impossibile che quella donna potesse essere ubriaca. Ma non si può mai dire. Non indagò più a lungo, ma preoccupato di non scoraggiare il fato che era stato così benigno da consegnargli la vedova del Compagno Verloc, cercò di stringersi la donna al petto. Con suo grande stupore, lei si lasciò attirare facilmente, per un attimo si appoggiò persino al suo braccio, prima di tentare di districarsi. Il Compagno Ossipon non voleva essere scortese con il fato gentile. Ritirò il braccio in modo naturale.
«Mi avete riconosciuto», balbettò la donna, in piedi davanti a lui, abbastanza ferma sulle gambe.
«Certo che vi ho riconosciuto», disse Ossipon pronto. «Avevo paura che steste per cadere. Ho pensato a voi troppo spesso in questi ultimi tempi per non riconoscervi in qualsiasi posto e in qualsiasi momento. Siete sempre stata nei miei pensieri, da quando ho posato gli occhi su di voi la prima volta».
Ma Mrs Verloc sembrava non sentire. «Stavate venendo al negozio?», chiese nervosamente.
«Sì, subito», rispose Ossipon. «Subito dopo aver letto il giornale».
In effetti, il Compagno Ossipon, era andato aggirandosi furtivo per più di due ore nelle vicinanze di Brett Street, incapace di decidersi a una mossa coraggiosa. Il robusto anarchico non era proprio un conquistatore sfacciato. Si ricordava che Mrs Verloc non aveva mai contraccambiato i suoi sguardi con il minimo segno di incoraggiamento. E inoltre pensava che il negozio potesse essere sorvegliato dalla polizia, e il Compagno Ossipon non voleva che la polizia si formasse un concetto esagerato delle sue simpatie rivoluzionarie. Anche in quel momento non sapeva precisamente cosa fare. In confronto ai suoi soliti traffici amatori, questa era un’impresa di tutto rispetto. Ignorava quanto ci fosse da fare effettivamente e fin dove potesse spingersi per prendere quello che c’era da prendere… sempre che avesse qualche possibilità. Queste perplessità, frenando il suo slancio, diedero alla voce di lui una sobrietà che ben si adattava alle circostanze.
«Posso chiedervi dove state andando?», chiese con voce sommessa.
«Non chiedetemelo!», gridò Mrs Verloc tremante, con una violenza appena repressa. Tutta la forza della sua personalità rifuggiva dall’idea della morte. Non importa dove stesse andando…
Ossipon concluse con se stesso che la donna, pur essendo molto eccitata, era tuttavia perfettamente sobria. Ella rimase silenziosa al suo fianco per un momento, poi, tutto a un tratto, fece qualcosa che lui stesso non si sarebbe mai aspettato: infilò la mano sotto il braccio di lui. Egli era certamente sorpreso dal gesto in sé, ma lo era altrettanto per il carattere apertamente deciso di questa mossa. E poiché questa era una faccenda delicata, il Compagno Ossipon si comportò con delicatezza. Si accontentò di tenere la mano di lei leggermente stretta contro le costole robuste. Allo stesso tempo si sentì spinto ad andare avanti e cedette all’impulso. Alla fine di Brett Street si rese conto di essere guidato verso sinistra. Si adeguò.
Il fruttivendolo all’angolo aveva spento la gloria sfolgorante dei suoi aranci e limoni, e la piazza in cima a Brett Street era immersa in un’oscurità solo interrotta dagli aloni nebbiosi delle poche lampade che ne definivano la forma triangolare, al centro, c’era un gruppo di tre lampioni su di un piedistallo.
«Cosa direste se vi dicessi che stavo venendo a cercarvi?», chiese Mrs Verloc, afferrandogli il braccio con forza. «Direi che non potevate trovare nessuno più pronto ad aiutarvi nei vostri guai», rispose Ossipon, con l’idea di fare un gran passo avanti. In effetti gli sviluppi di questa alquanto delicata faccenda le stavano mozzando il respiro.
«I miei guai!», ripeté lentamente Mrs Verloc.
«Sì».
«E conoscete i miei guai?», mormorò lei con una strana intensità.
«Dieci minuti dopo aver letto il giornale della sera», spiegò con ardore Ossipon, «ho incontrato un tizio che forse avrete visto una volta o due alla bottega, e ho avuto con lui un discorso che non mi ha lasciato dubbi di alcun genere. Allora mi sono diretto qui, chiedendomi se voi… vi ho amato dal primo momento in cui ho posato gli occhi sul vostro volto», le gridò come incapace di controllare i propri sentimenti.
Il Compagno Ossipon dava per scontato, e con ragione, che nessuna donna è capace di non credere del tutto a un’affermazione come questa. Ma non poteva sapere che Mrs Verloc l’accettava con tutta la ferocia che l’istinto di autoconservazione dà alla presa di una persona in procinto d’affogare. Per la vedova di Mrs Verloc il robusto anarchico era come un messaggero radioso di vita.
Camminavano lentamente, con lo stesso ritmo. «Lo pensavo», mormorò debolmente Mrs Verloc.
«Lo avete letto nei miei occhi», suggerì con gran sicurezza Ossipon.
«Sì», sussurrò lei all’orecchio che le si accostava.
«Un amore come il mio non poteva essere ignorato da una donna come voi», continuò lui, cercando di astrarre la mente da ogni considerazione materiale, quale il valore degli affari di quella bottega, e la cifra che Mr Verloc poteva aver lasciata depositata in banca. Si concentrò sull’aspetto sentimentale della faccenda. Nel profondo del suo cuore era un po’ impressionato dal suo successo. Verloc era stato un brav’uomo, e certamente un bravo marito per quel che poteva saperne lui. In ogni caso il Compagno Ossipon non aveva intenzione di ostacolare la propria fortuna per amore di un morto. Deciso, soffocò ogni compassione nei confronti del fantasma del Compagno Verloc e continuò:
«Non riuscivo a nasconderlo. Ero troppo preso da voi. Forse non avete potuto fare a meno di leggerlo nei miei occhi. Ma non potevo capirlo. Voi eravate sempre così lontana…».
«Che altro potevate aspettarvi?», esclamò Mrs Verloc con impazienza. «Ero una donna rispettabile…».
Si fermò, poi aggiunse come se parlasse a se stessa, piena di rancore amaro: «Finché non ha fatto di me quella che sono».
Ossipon tralasciò di fermarsi su questa osservazione, e riprese il suo discorso audace.
«Non mi è mai sembrato alla vostra altezza», cominciò gettando definitivamente ogni lealtà alle ortiche. «Voi meritavate un destino migliore».
Mrs Verloc lo interruppe amara:
«Un destino migliore! Mi ha ingannato completamente per sette anni di vita».
«Sembravate così felice con lui». Ossipon cercò di scusare la tiepidezza della sua passata condotta. «È stato questo a rendermi timido, sembrava che voi l’amaste. Ne ero sorpreso… e geloso», aggiunse.
«Amarlo!», esclamò Mrs Verloc in un sussurro pieno di disprezzo e di rabbia. «Amarlo! Ero per lui una buona moglie. Ero una donna rispettabile. Pensavate che lo amassi! Davvero! Ascoltate, Tom…».
Il suono di questo nome fece vibrare Ossipon d’orgoglio. Il suo nome infatti era Alessandro, ed era chiamato Tom come per un tacito accordo tra i più intimi. Era un nome d’amicizia… di momenti di confidenza. Non aveva idea che lei l’avesse udito usare da qualcuno. Era evidente che lei non solo lo aveva colto, ma lo aveva anche conservato preziosamente nella memoria… forse nel cuore.
«Ascolta, Tom! Ero così giovane. Ero disperata. Ero stanca. Avevo due persone che dipendevano da quel che io sarei riuscita a fare, e sembrava che non potessi fare niente altro. Due persone… la mamma e il ragazzo. Lui era molto più mio che di mia madre. Ho vegliato tante notti con quel piccolo in grembo, tutta sola al piano di sopra, e io stessa non avevo più di otto anni. E poi… Era mio, vi dico… Voi non potete capirlo. Nessun uomo può capirlo… Che dovevo fare? C’era un giovane…».
Il ricordo di quell’antica storia d’amore con il giovane macellaio sopravviveva, tenace, come l’immagine di un ideale appena intravisto, in quel cuore che tremava davanti alla paura della forca e pieno di ribellione nei confronti della morte.
«Quello era l’uomo che amavo allora», continuò la vedova di Mr Verloc. «Anche lui poteva leggermelo negli occhi. Venticinque scellini la settimana, e suo padre minacciava di sbatterlo fuori dal suo commercio se fosse stato tanto stupido da sposare una ragazza con una madre paralitica e un fratello demente e ritardato a carico. Ma continuava a starmi intorno finché una sera trovai il coraggio di sbattergli la porta in faccia. Dovevo farlo. Lo amavo teneramente. Venticinque scellini la settimana! E poi c’era quell’altro… un buon pensionante. Che deve fare una ragazza? Potevo finire per la strada? Sembrava gentile. E comunque mi voleva. Che dovevo fare con mia madre e quel povero ragazzo? Eh? Ho detto di sì. Sembrava di buon carattere, era generoso, aveva denaro, non protestava mai. Sette anni… per sette anni sono stata per lui una brava moglie, gentile, buona, generosa… E lui mi amava. Mi amava al punto che qualche volta io… Sette anni. Per sette anni sono stata sua moglie. E sapete cos’era quel vostro caro amico? Sapete cos’era?… Era un diavolo!».
La forza sovrumana con cui era stata sussurrata quell’affermazione, sbalordì il Compagno Ossipon. Winnie Verloc voltandosi lo attirò a sé con ambedue le braccia, cercandone il volto nella nebbia sempre più fitta. Intanto, nell’oscurità e nella solitudine di Brett Place, ogni suono di vita sembrava perdersi come in un pozzo triangolare di mattoni e di asfalto, di case senza vita e di pietre ostili.
«No, non lo sapevo», dichiarò lui debolmente, un po’ istupidito, ma l’aspetto grottesco di questa situazione sfuggiva a una donna ossessionata dalla paura della forca. «Ma ora lo so… Ora capisco tutto», e s’impappinava, mentre nella mente andava cercando quali atrocità avesse potuto perpetrare Verloc sotto le apparenze placide e sonnolente del suo stato coniugale. Era davvero terribile. «Capisco», ripeteva, poi, come per un’ispirazione improvvisa: «Povera donna!», esclamò con un tono di pietà reverente, invece del più confidenziale «povero tesoro!» che meglio corrispondeva alle sue abitudini. Ma questo non era un caso comune. Era consapevole che stava accadendo qualcosa di anormale, e intanto non perdeva di vista l’importanza della posta in gioco… «Coraggiosa e sventurata donna!».
Era lieto di aver scoperto questa variante; ma non riusciva a trovare nient’altro. «Ah, ma ormai è morto», fu tutto quello che riuscì a dire. E in quell’esclamazione calcolata mise una notevole dose di animosità. Mrs Verloc gli si attaccò al braccio frenetica. «Avete indovinato che è morto», mormorò, quasi fuori di sé. «Avete capito quello che ho dovuto fare? Ho dovuto!».
C’era un che di trionfo, di sollievo, di gratitudine nel tono indefinibile di queste parole. E questo tono attrasse tutta l’attenzione di Ossipon, a danno di ogni letterale significato. Si chiedeva cosa le stesse succedendo, perché si fosse ridotta in questo stato di eccitazione selvaggia. Cominciò addirittura a chiedersi se le misteriose motivazioni di questa faccenda di Greenwich Park non avessero un’origine profonda nelle circostanze infelici della vita matrimoniale dei Verloc. Giunse fino a sospettare che Mr Verloc avesse scelto quella straordinaria maniera di suicidarsi. Per Giove! Questo avrebbe spiegato l’assoluta inutilità e incoerenza di quel fatto. Le circostanze non richiedevano alcuna manifestazione anarchica. Esattamente il contrario: e Verloc ne era consapevole come ogni altro rivoluzionario del gruppo. Che immenso scherzo se Verloc si fosse semplicemente fatto beffe dell’intera Europa, del mondo rivoluzionario, della polizia, della stampa e anche di quell’arrogante del Professore. Davvero, pensava Ossipon sbalordito, era quasi certo che era andata così. Povero disgraziato! Gli venne in mente che era molto probabile che in quella casa, tra i due, forse non era esattamente l’uomo a essere un demonio.
Alexander Ossipon, soprannominato il Dottore, era portato istintivamente a giudicare con indulgenza i suoi amici maschi. Teneva d’occhio Mrs Verloc appesa al suo braccio. Alle sue amiche donne pensava sempre da uno speciale punto di vista pratico. Che Mrs Verloc si fosse meravigliata del fatto che lui era a conoscenza della morte di Mr Verloc, e lui certo non aveva tirato a indovinare, non lo disturbava più di un tanto. Spesso le donne parlano da lunatiche. Ma era curioso di sapere come lei ne fosse stata informata. I giornali non potevano averle detto altro, oltre al fatto in se stesso: non essendo ancora stato identificato l’uomo saltato in aria e ridotto in briciole a Greenwich Park. Era impensabile, secondo qualsiasi logica, che Verloc potesse averle dato qualche idea sulle sue intenzioni – quali esse fossero. Questo problema appassionava il Compagno Ossipon. Si fermò d’improvviso. Avevano girato ormai per i tre lati di Brett Place e si trovavano di nuovo vicino all’imbocco di Brett Street.
«Come siete venuto a saperlo?», chiese in un tono che si sforzava di rendere appropriato al carattere delle rivelazioni che gli aveva fatto la donna al suo fianco.
Lei tremò con violenza per qualche secondo prima di rispondere a voce bassissima:
«Dalla polizia. È venuto un Ispettore Capo. L’Ispettore Capo Heat ha detto di essere. Mi ha mostrato…».
Soffocava e non riusciva ad andare avanti. «Oh, Tom, lo hanno dovuto raccogliere con una pala».
Il petto era scosso da singhiozzi senza lacrime. Ma subito Ossipon ritrovò la parola.
«La polizia! Volete dire che la polizia è già venuta? Che davvero l’Ispettore Capo Heat è venuto a dirvelo in persona?»
«Sì», confermò lei con il tono smarrito di prima. «È venuto. Proprio così. È venuto. Non sapevo. Mi ha mostrato un pezzo di soprabito e… Proprio così. “Sa che cosa è questo?”, mi dice».
«Heat! Proprio Heat! E che cosa ha fatto?».
Mrs Verloc chinò la testa. «Nulla. Non ha fatto nulla. Se n’è andato via. La polizia era dalla parte di quell’uomo», mormorò con tono tragico. «Poi ne è venuto anche un altro».
«Un altro… un altro ispettore, volete dire?», chiese Ossipon, eccitatissimo, e con un tono molto simile a quello di un bimbo spaventato.
«Non lo so. È venuto. Sembrava uno straniero. Forse era uno di quelli dell’Ambasciata».
Il Compagno Ossipon si sentì quasi venir meno a questo nuovo colpo.
«Ambasciata! Vi rendete conto di quel che state dicendo? Quale Ambasciata? Che diavolo volete dire con Ambasciata?»
«È quel posto a Chesham Square. Lui imprecava talmente contro di loro. Non lo so! Ma che importa?»
«E quest’altro tizio, che cosa ha fatto, che cosa vi ha detto?»
«Non ricordo… Niente… Che importa? Non chiedetemelo», supplicava, e la voce di lei era stanca.
«Va bene. Non lo farò», assentì Ossipon teneramente. Ed era anche sincero, non perché fosse commosso dal pathos della voce di lei che supplicava, ma perché sentiva che sempre più andava egli stesso perdendosi nei meandri di questo affare tenebroso. Polizia! Ambasciata! Mah! Per paura di cimentare la propria intelligenza lungo strade dove la luce naturale poteva non essere sufficiente a guidarlo con sicurezza, allontanò risolutamente dalla sua mente ogni supposizione, ogni teoria e congettura. Aveva davanti a sé la donna, che gli si gettava letteralmente tra le braccia e questa era la prima considerazione da tener presente. Ma dopo quel che aveva sentito non c’era nulla che potesse ancora stupirlo. E quando Mrs Verloc, come destata all’improvviso da un sogno di sicurezza, cominciò a insistere disperatamente sulla necessità di una fuga immediata sul continente, non protestò affatto. Disse semplicemente, con autentico dispiacere, che non c’era alcun treno fino al mattino successivo, e rimase a guardare perplesso il volto di lei, velato dalla veletta nera, alla luce del lampione a gas velato a sua volta da un alone di nebbia.
Vicino a lui, la sagoma scura della donna era immersa nel buio della notte, come un figura scolpita a metà in un blocco di pietra nera. Era impossibile dire che cosa sapesse, fino a che punto fosse coinvolta con quelli della polizia e delle Ambasciate. Ma se voleva andarsene, non spettava a lui fare obiezioni.
Era ansioso di andarsene anche lui. Sentiva che la bottega, quel luogo così stranamente familiare agli ispettori capo e ai membri delle Ambasciate straniere, non era posto per lui. Andava mollata. Ma c’era tutto il resto: i risparmi, il denaro!
«Mi dovete nascondere in qualche posto fino a domani mattina», disse, e la voce di lei tremava di paura.
«Il fatto è, mia cara, che non posso portarvi dove vivo io. Io divido la stanza con un amico».
In qualche modo era spaventato anche lui. Al mattino quei maledetti poliziotti si sarebbero scatenati in tutte le stazioni, senza alcun dubbio. E se, per un motivo o per l’altro, l’avessero presa, lui l’avrebbe definitivamente persa davvero.
«Ma dovete farlo. Non v’importa nulla di me… proprio nulla? Cosa state pensando?».
Parlava con violenza, ma intanto lasciava cadere scoraggiata le mani giunte. Seguì il silenzio, mentre la nebbia continuava a calare e l’oscurità regnava indisturbata su Brett Place. Non un’anima, nemmeno l’anima vagabonda, indipendente e innamorata di un gatto si avvicinò all’uomo e alla donna che stavano l’uno di fronte all’altra.
«Forse sarebbe possibile trovare un alloggio sicuro da qualche parte», disse finalmente Ossipon. «Ma la verità è, mia cara, che non ho abbastanza denaro per andare a cercarlo. Ho solo pochi spicci. Noi rivoluzionari non siamo ricchi».
Aveva quindici scellini in tasca. Aggiunse:
«E c’è anche il viaggio… Domattina come prima cosa».
Lei non si muoveva, non emetteva suono, e il coraggio del Compagno Ossipon venne un po’ meno. Apparentemente lei non aveva da dare alcun suggerimento. Ma ecco che portò la mano al petto all’improvviso, come se avesse sentito una fitta di dolore.
«Ma ce l’ho io», ansimò. «Ho io il denaro. Ne ho abbastanza. Tom, andiamocene via».
«Quanto avete?», chiese, senza batter ciglio allo scatto di lei, egli era un uomo prudente.
«Ho io il denaro. Ve lo assicuro. Tutto il denaro».
«Che volete dire? Tutto il denaro che era in banca o cosa?», chiese incredulo, ma pronto a non sorprendersi di nulla in fatto di fortuna.
«Sì», disse lei nervosamente. «Tutto quello che c’era. Ce l’ho tutto».
«Come diavolo siete riuscita a metterci già le mani?», chiese meravigliato.
«Me l’ha dato lui», mormorò improvvisamente sottomessa e tremante. Il Compagno Ossipon fece tacere deciso il suo crescente stupore.
«Bene, allora… siamo salvi», disse con lentezza.
Lei si protese in avanti e gli si abbandonò sul petto. Vi fu ben accolta; aveva tutto il denaro. Il cappello era d’ostacolo a effusioni molto ravvicinate e così il velo. Né lui si sbilanciò più di un tanto in tenerezze eccessive. Quanto a lei, le accettava senza resistere e senza abbandonarvisi, passiva, quasi sensibile solo a metà. Non le fu difficile liberarsi da quell’abbraccio fiacco.
«Voi mi salverete, Tom», gridò tirandosi indietro, e tuttavia tenendolo forte per le falde del soprabito umido. «Salvatemi, nascondetemi. Non permettete loro di prendermi. Uccidetemi prima. Non riuscirei a farlo da sola… Non potrei… non potrei… neanche pensando a ciò che più temo».
Era maledettamente strana, pensava lui. Stava cominciando a ispirargli un vago imbarazzo. Le chiese brusco, perché pensieri importanti lo preoccupavano:
«Di cosa diavolo avete paura?»
«Non avete indovinato a cosa mi hanno spinto!», gridò la donna. Distratta dalla realtà vivida di preoccupazioni terribili, la testa frastornata da parole violente che non le permettevano di dimenticare l’orrore della situazione, aveva creduto che la propria incoerenza fosse il massimo della chiarezza. Non si rendeva conto di quanto poco avesse detto in modo comprensibile, in quelle frasi spezzate e completate solo nel suo pensiero. Aveva provato il sollievo di una confessione piena, e dava un significato tutto speciale a ogni frase pronunciata dal Compagno Ossipon, che invece non sapeva certo quel che sapeva lei. «Non avete indovinato quello che sono stata costretta a fare?». Le mancò la voce. «Non è molto difficile capire di cosa ho paura», riprese con un mormorio tetro e amaro. «No, no, no, no, no. Dovete promettermi di uccidermi prima!». E si attaccava, scuotendoli, ai lembi del suo soprabito. «Non deve succedere!».
L’uomo le assicurò brusco che non c’era bisogno di promesse da parte sua, ma stette ben attento a non contraddirla in termini precisi, poiché lui aveva avuto spesso a che fare con donne sovraeccitate, ed era portato generalmente a lasciarsi guidare dall’esperienza, anziché applicare la sua sagacia caso per caso. E la sua sagacia in quel caso particolare era rivolta altrove. Le parole delle donne non avevano grande importanza, ma le deficienze degli orari ferroviari erano una realtà. La natura insulare della Gran Bretagna s’imponeva odiosamente alla sua attenzione. “Sarebbe la stessa cosa essere messi sotto chiave ogni sera”, pensava irritato, perplesso come se avesse dovuto scalare una parete con la donna sulle spalle. Improvvisamente si batté una mano sulla fronte. Gli era venuto in mente, lambiccandosi il cervello, della linea Southampton-Saint Malo. La nave partiva attorno la mezzanotte. C’era un treno alle dieci e mezza. Contento, si sentì pronto ad agire.
«Da Waterloo. C’è un bel po’ di tempo. Siamo a posto, finalmente… Che succede ora? Non è questa la strada», protestò.
Mrs Verloc, che aveva agganciato il suo braccio a quello di lui, stava cercando di trascinare il suo compagno di nuovo in direzione di Brett Street.
«Ho dimenticato di chiudere la porta del negozio uscendo», sussurrò ed era terribilmente agitata.
Il negozio e tutto quello che c’era dentro avevano smesso di interessare il Compagno Ossipon. Egli sapeva circoscrivere i propri desideri. Stava per dire: «E allora? Che ve ne importa?», ma si trattenne. Detestava le discussioni su cose prive di importanza. Affrettò anzi considerevolmente il passo con l’idea che lei avesse dimenticato nel cassetto i soldi. Ma la sua determinatezza restava indietro rispetto alla febbrile impazienza di lei.
La bottega sembrava a prima vista completamente buia. La porta era socchiusa. Mrs Verloc poggiandovi sopra la fronte esclamò:
«Non è entrato nessuno. Guardate! La luce… La luce nel salotto».
Sporgendo in avanti la testa, Ossipon scorse un debole chiarore nell’oscurità della bottega.
«È vero», disse.
«L’ho dimenticata accesa». La voce di Mrs Verloc giungeva debole attraverso la veletta. E mentre lui aspettava che entrasse per prima, lei disse più forte: «Entrate e spegnetela… o diventerò pazza».
Il suo compagno non fece obiezioni immediate a questa proposta, motivata in modo così strano. «Dov’è tutto il denaro?», chiese.
«Oh, santo cielo! Andate, Tom. Presto! Spegnete… entrate!», gli gridò, afferrandolo per le spalle da dietro e spingendolo con energia.
Non preparato a questa manifestazione di forza fisica, il Compagno Ossipon inciampò arrivando fin dentro la bottega sotto la spinta di lei. Era sbalordito per la forza della donna e scandalizzato da quel modo di fare. Ma non tornò indietro per discutere con lei in strada. Stava cominciando a essere sgradevolmente colpito da quel comportamento fantastico. Comunque ora o mai più gli si offriva l’occasione di conquistare la donna. Il Compagno Ossipon evitò l’estremità del banco, e si accostò calmo alla finestra a vetri del salotto. La tenda era stata leggermente tirata indietro, ed egli per un impulso del tutto naturale guardò dentro mentre stava per girare la maniglia. Guardò senza pensare, senza alcuna intenzione, senza curiosità di alcun tipo. Guardò perché non poteva fare a meno di guardare. Guardò, e scoprì Mr Verloc che riposava tranquillo sul sofà.
Un grido dal profondo del petto si spense inascoltato, lasciandogli sulle labbra una sensazione untuosa e nauseante. Contemporaneamente, mentre tutta la sua mente eseguiva un balzo frenetico all’indietro, il corpo, rimasto senza la guida dell’intelletto, continuava a tenere la maniglia della porta con la forza irrazionale dell’istinto. Il robusto anarchico non barcollò nemmeno. Continuava a guardare, tenendo il volto vicino al vetro, e intanto sentiva gli occhi schizzargli fuori dalla testa. Avrebbe dato qualsiasi cosa per fuggire, ma la ragione che stava tornando ad assisterlo, l’avvertiva che lasciare la maniglia non bastava. Che voleva dire tutto questo?… pazzia, un incubo, una trappola dentro la quale era stato attirato con arte diabolica? Perché poi… per quale motivo? Non lo sapeva. Senza alcun senso di colpevolezza in cuore, in piena tranquillità di coscienza nei confronti dei coniugi Verloc, l’idea di essere assassinato per ragioni misteriose da costoro, più che attraversargli la mente, gli chiudeva la bocca dello stomaco.
Ma l’idea passò oltre, lasciandosi dietro una scia di debolezza patologica – di malattia. Il Compagno Ossipon si sentì male davvero per un momento… un lungo momento. E guardò di nuovo. Mr Verloc intanto giaceva immobile, simulando il sonno per ragioni che solo lui sapeva, mentre quella sua donna selvaggia stava a guardia della porta… invisibile e silenziosa nella strada oscura e deserta. O forse tutto questo era un qualche tipo di pauroso complotto inventato dalla polizia tutto a suo beneficio? La sua modestia rifuggiva da questa spiegazione.
Ma l’intero significato della scena che stava guardando si svelò a Ossipon osservando il cappello. Sembrava una cosa straordinaria, un oggetto malefico, un segno. Nero, con le falde tese verso l’alto, giaceva sul pavimento davanti al divano come pronto a ricevere l’elemosina da chi fosse venuto allora a contemplare Mr Verloc che riposava sul divano nell’ambiente della sua tranquillità domestica. Dal cappello lo sguardo dell’anarchico robusto passò al tavolo fuori posto, fissò per un po’ il piatto rotto, ricevette come uno choc visivo accorgendosi di un balenare di qualcosa di bianco al di sotto delle palpebre non perfettamente chiuse dell’uomo sul divano. Più che addormentato ora Mr Verloc, sembrava giacesse con la testa girata a guardare insistentemente il lato sinistro del petto. E quando il Compagno Ossipon distinse il manico del coltello, si allontanò dalla porta a vetri e vomitò con violenza.
Lo schianto della porta che veniva spalancata con forza, provocò nell’animo di lui un attacco di panico. Questa casa con il suo innocuo inquilino poteva ancora rappresentare una trappola… una trappola terribile. Il Compagno Ossipon non aveva in quel momento una concezione precisa di quanto gli stava accadendo. Sbattendo la coscia contro l’estremità del banco, aggirò l’ostacolo, barcollò con un grido di dolore, e nell’estenuante vocio della campana egli sentì che le braccia gli venivano bloccate ai fianchi da un abbraccio convulso, e intanto le labbra fredde della donna si accostavano all’orecchio di lui componendo alcune parole.
«Un agente! Mi ha visto!».
Smise di lottare, lei non l’avrebbe mai lasciato libero. Teneva le mani avvinghiate e le dita intrecciate in un intrico che nessuno sarebbe mai riuscito a sciogliere. Mentre i passi si avvicinavano, i due respiravano rapidamente, stretti l’uno all’altro, e il loro era il respiro affannoso di chi è coinvolto in una lotta mortale, mentre in realtà erano coinvolti in una mortale paura. Il tempo sembrava eterno.
L’agente di ronda aveva in effetti intravisto Mrs Verloc; ma, venendo dall’incrocio illuminato all’altro capo di Brett Street, non aveva potuto distinguere che un movimento rapido nell’oscurità. E non era nemmeno completamente sicuro che si trattasse di un movimento. Non c’era motivo di affrettarsi.
Giungendo accanto alla bottega, notò che era stata chiusa prima del solito, e in questo non v’era nulla di molto strano. L’uomo di ronda aveva istruzioni molto speciali a proposito di quella bottega, non che ci si dovesse immischiare con quanto vi accadeva intorno, a meno che non si trattasse di qualcosa fuori del normale, ma ogni osservazione fatta doveva comunque essere riferita alla base. Non c’era alcuna osservazione da fare in quel momento, ma per un certo senso del dovere, e per pace di coscienza, sempre a causa di quel movimento incerto nel buio, l’agente attraversò la strada e provò ad aprire la porta. Il lucchetto che la teneva, la cui chiave giaceva in definitivo congedo, nella tasca del panciotto del da poco defunto Mr Verloc, resistette come al solito. Mentre il poliziotto coscienzioso scuoteva la maniglia, Ossipon sentì le labbra gelide della donna muoversi di nuovo tremanti contro il suo orecchio:
«Se entra, uccidetemi… uccidetemi, Tom».
L’agente si allontanò, gettando per un attimo mentre passava la luce della sua lanterna nera in direzione della vetrina del negozio. Per un momento ancora l’uomo e la donna che erano dentro, stettero immobili, ansimanti, allacciati l’uno all’altra, poi le dita di lei si disserrarono, e lentamente lasciò cadere le braccia abbandonate lungo i fianchi. Ossipon era appoggiato al banco. Il robusto anarchico aveva davvero bisogno di un sostegno.
Era terribile. Era quasi troppo disgustato per riuscire a parlare. Riuscì tuttavia a esprimere a voce alta una protesta per dimostrare se non altro come si rendesse ben conto del pericolo:
«Due minuti ancora e m’avreste fatto inciampare in quel tizio che frugava qui attorno con quella sua dannata lanterna nera».
La vedova di Mr Verloc, immobile nel mezzo della bottega, ripeteva con insistenza:
«Entrate e spegnete quella luce, Tom. Finirà per farmi impazzire».
Non vide che vagamente il veemente gesto di rifiuto di lui.
Niente al mondo avrebbe convinto Ossipon a entrare in salotto. Non era superstizioso, ma per terra c’era troppo sangue; ce n’era una pozza bestiale tutt’intorno al cappello. Riteneva di essere già stato troppo vicino al cadavere, per la pace della sua anima… e per la salvezza del collo, forse!
«Il contatore allora! Guardate. In quell’angolo».
La robusta sagoma del Compagno Ossipon, attraversando bruscamente e a gran passi la bottega oscura, si diresse obbediente verso quell’angolo; ma era un’obbedienza senza cortesia. Cercò nervosamente a tastoni… ed ecco che all’improvviso, insieme al suono di un’imprecazione, la luce dietro la porta a vetri si spense, seguita da un sospiro affannoso e isterico di donna. La notte, il premio inevitabile del lavoro fedele dell’uomo su questa terra, la notte era scesa su Mr Verloc, l’esperto rivoluzionario… «uno di quelli della vecchia guardia»… l’umile guardiano della società, il prezioso agente segreto cui si faceva riferimento con il segno Δ, anima dei dispacci del Barone Stott-Wartenheim; il servitore della legge e dell’ordine, fedele, stimato, rigoroso e degno di ammirazione in ogni senso, la cui unica debolezza consisteva forse nell’illusione utopica di essere amato disinteressatamente per se stesso.
Ossipon ritrovò a tentoni, attraverso quell’atmosfera afosa, che ora era nera come l’inchiostro, la strada del ritorno verso il banco. La voce di Mrs Verloc, in piedi in mezzo alla bottega buia, vibrò con indomita disperazione alle sue spalle:
«Non voglio essere impiccata, Tom, non voglio…». Ossipon l’ammonì dal banco: «Non strillate in questo modo», poi sembrò riflettere profondamente. «Avete fatto tutto questo completamente da sola?», le chiese con una voce d’oltretomba, che tuttavia, calma e sicura di sé in apparenza, riempì il cuore di Mrs Verloc di gratitudine e fiducia per la forza protettiva che sembrava emanare.
«Non avrei mai creduto che fosse possibile», mormorò. «Nessuno l’avrebbe creduto». Lei lo udì muoversi in giro, poi udì lo scatto della serratura della porta del salotto. Il Compagno Ossipon aveva girato la chiave sul riposo di Mr Verloc; e aveva fatto questo, non per rispetto verso l’eternità della sua anima o qualche altra oscura considerazione sentimentale, ma per la ragione ben precisa che non si sentiva affatto sicuro che non ci fosse qualcun altro che si nascondesse da qualche parte in quella casa. Non credeva alla donna, o piuttosto era incapace ormai di giudicare quello che poteva essere vero, possibile, o persino probabile in quell’universo sconcertante. Era terrorizzato al punto da non avere alcuna capacità di credere o non credere a proposito di questa storia straordinaria, iniziata con ispettori di polizia e Ambasciate e che sarebbe finita Dio sa dove… sulla forca per qualcuno di certo. Era terrorizzato al pensiero che non avrebbe potuto provare l’uso che aveva fatto del suo tempo dalle sette in poi, perché in effetti aveva gironzolato per Brett Street. Era terrorizzato da questa donna selvaggia che lo aveva portato là, e l’avrebbe probabilmente gravato di complicità, almeno se non stava più che attento. Era terrorizzato dalla rapidità, con la quale si era trovato coinvolto in un simile pericolo… di come vi era stato attirato in mezzo. Erano passati circa venti minuti da quando l’aveva incontrata, non di più.
La voce di Mrs Verloc si levò umile, a implorare: «Non lasciate che m’impicchino, Tom! Portatemi via da questo paese. Lavorerò per voi. Farò la schiava per voi. Vi amerò. Non ho nessuno al mondo… Chi, se non voi baderebbe a me!». Si fermò per un attimo; poi dal profondo di quella solitudine che un esile filo di sangue gocciolante dal manico di un coltello, le aveva creato attorno ebbe un’ispirazione, terribile per lei – che era stata la ragazza rispettabile della casa di Belgravia, la moglie leale, rispettabile di Mr Verloc: «Non vi chiederò di sposarmi», sussurrò con accento timido e vergognoso.
L’uomo fece un passo avanti nel buio. Lei lo terrorizzava. Non sarebbe stato sorpreso se all’improvviso avesse tirato fuori un altro coltello destinato al suo petto. Certamente non avrebbe fatto resistenza. Davvero non aveva sufficiente coraggio in quel momento per dire alla donna di stare indietro. Ma con voce strana e cavernosa indagò: «Dormiva?»
«No», esclamò lei e continuò rapidamente: «Non dormiva. Non lui. Mi aveva appena detto che nulla avrebbe potuto toccarlo. Dopo aver portato via il ragazzo sotto i miei stessi occhi per ucciderlo… il mio ragazzo innocente, affettuoso, che non faceva male a nessuno. Mio, solo mio, vi dico. Se ne stava steso sul divano del tutto a suo agio… dopo aver ucciso il ragazzo… il mio ragazzo. Me ne stavo andando fuori in strada, per non averlo più davanti agli occhi. E lui mi dice: “Venite qua vicino”, dopo avermi detto che l’avevo aiutato io a uccidere il ragazzo. Mi ascoltate, Tom? Così mi dice: “Venite qua”, dopo avermi strappato il cuore dal petto per gettarlo nel fango e farlo a pezzi assieme al ragazzo».
Si fermò, poi come in un sogno ripeté due volte: «Sangue e fango. Sangue e fango». Fu un’illuminazione improvvisa per il Compagno Ossipon. Era quel ragazzo mezzo scemo allora che era morto nel parco. E la beffa a spese di tutti intorno gli appariva più perfetta che mai – colossale. Esprimendosi in termini scientifici, al massimo dello stupore, esclamò: «Il degenerato… perdio!».
«“Venite qua”». La voce di Mrs Verloc ripeté di nuovo. «Di che pensava mai che fossi fatta? Ditemelo, Tom. “Venite qua”. A me. Proprio così! Io stavo guardando il coltello, e pensai che sarei andata se mi voleva per forza. Oh, sì! Sono andata… per l’ultima volta… col coltello».
Lo invase una paura terribile davanti a quella donna – sorella di un degenerato – lei stessa una degenerata di quelle che uccidono… o altrimenti di quelle che mentono. Si sarebbe potuto dire che ora il Compagno Ossipon era in preda a un terrore scientifico che si aggiungeva a tutte le altre paure. Era un panico immenso e complesso il suo, che proprio per questa sua enormità, gli dava, nel buio, una falsa apparenza di calma e di razionale potere di decisione. Egli si muoveva, infatti, con difficoltà, come fosse semicongelato nella mente e nella volontà – e nessuno poteva vedere il suo volto stravolto. Si sentiva, in realtà, più morto che vivo.
Fece un salto di mezzo metro: inaspettatamente Mrs Verloc aveva dissacrato l’intatto, riservato pudore della sua casa silenziosa con un urlo acuto e terribile.
«Aiuto! Tom, aiutatemi! Salvatemi. Non voglio essere impiccata!».
Lui si precipitò verso di lei, cercando la sua bocca nel buio e tappandola con la mano, per imporle il silenzio, e il grido si spense. Ma correndole incontro l’aveva urtata e gettata in terra. La sentiva ora che gli si avvinghiava alle gambe, e il suo terrore raggiunse l’apice, divenne una specie di ebbrezza accompagnata da incubi, acquistò le caratteristiche del delirium tremens. Era al punto che vedeva davvero serpi ovunque. La donna, come un serpente, gli si avvoltolava tutta intorno, né lui riusciva a liberarsene. Non era l’immagine della morte, era la morte stessa… l’ancella fedele della vita.
Mrs Verloc come sollevata dal suo sfogo, non aveva proprio l’aria di volersi abbandonare a grida ora. Faceva pietà a vedersi.
«Tom, non potete gettarmi via ora», mormorava da terra. «No, a meno di non schiacciarmi la testa sotto i calcagni. Non vi lascerò».
«Alzatevi», disse Ossipon.
Il volto di lui era così pallido da risultare visibile pur nella totale oscurità della bottega; mentre Mrs Verloc, che aveva il viso velato, non aveva volto, né quasi forma che si potesse discernere. Il tremolio nel buio di qualcosa di piccolo e di bianco, il fiore che aveva sul cappello, ne indicava la presenza, i movimenti.
Si vide il fiore alzarsi nel buio. Lei si era alzata, e Ossipon rimpianse di non essere già fuggito fuori in strada. Ma si rese conto facilmente che non sarebbe servito. Non sarebbe servito a nulla. Lei gli sarebbe corsa dietro. Lo avrebbe inseguito urlando fino a tirarsi dietro tutti i poliziotti della zona. E poi Dio sa cosa avrebbe detto di lui. Era così spaventato che per un attimo gli traversò la mente l’idea folle di strangolarla nel buio. E ciò lo rese più atterrito ancora. Era nelle sue mani. Si vide vivere, in preda al terrore più abietto, in qualche villaggio sconosciuto di Spagna o in Italia; finché un bel mattino avrebbero trovato morto anche lui, con un coltello infilato nel petto – proprio come Mr Verloc. Sospirò profondamente. Non osava muoversi. E Mrs Verloc attendeva nel buio le decisioni del suo salvatore, traendo conforto da quel silenzio riflessivo. Improvvisamente lui parlò con una voce quasi normale. Le sue riflessioni erano giunte alla fine. «Usciamo, o perderemo il treno».
«Dove andiamo, Tom?», chiese lei timidamente. Mrs Verloc non era più una donna libera.
«Andiamo a Parigi in qualche modo, come prima cosa… uscite voi e vedete se la strada è libera».
Lei obbedì. Dalla porta aperta con cautela giunse sommessa la sua voce: «Tutto bene».
Ossipon uscì. Nonostante le sue precauzioni, la campana fessa vociò nella bottega vuota, dietro la porta che si richiudeva, come se invano cercasse di avvertire Mr Verloc che riposava, della partenza definitiva di sua moglie – in compagnia del suo amico.
Nella vettura di piazza che riuscirono a prendere poco dopo, il robusto anarchico si lasciò andare a qualche spiegazione. Era ancora terribilmente pallido, gli occhi avevano l’aria di essersi infossati di mezzo centimetro in quel suo viso teso. E tuttavia sembrava avesse pensato a tutto con metodo straordinario.
«Quando arriviamo», parlava con un tono particolare, un po’ monotono, «dovete avviarvi verso la stazione prima di me, come se non ci conoscessimo. Prenderò i biglietti e vi farò scivolare in mano il vostro mentre vi passo accanto. Poi, voi andrete nella sala d’aspetto delle signore e rimarrete là fino a dieci minuti prima della partenza del treno. Allora uscirete e io sarò lì fuori. Vi avviate per il binario come se non mi conosceste. Potrebbero esserci intorno occhi che sanno quel che guardano. Da sola, non siete che una donna che parte con il treno. Io sono noto alla polizia. Assieme a me potreste essere identificata come Mrs Verloc che sta scappando. Mi capite cara?», aggiunse con uno sforzo.
«Sì», disse Mrs Verloc, seduta accanto a lui nella vettura, rigida per il terrore della forca e la paura della morte. «Sì, Tom». E intanto ripeteva tra sé, come un orribile ritornello: «La caduta prevista era di quattro metri».
Ossipon senza guardarla, e con un volto che sembrava appena intonacato di bianco, dopo una malattia devastante, disse: «A proposito, dovreste darmi il denaro per i biglietti ora».
Mrs Verloc, slacciando alcuni ganci del corpetto, continuando a fissare lo sguardo dinanzi a sé, oltre il paraspruzzi della vettura, gli porse il borsellino di cinghiale. Lui lo prese senza una parola, e parve infilarlo in qualche luogo profondo a contatto col petto. Poi si aggiustò esternamente la giacca con qualche colpetto.
Tutto questo avvenne senza lo scambio di un solo sguardo; erano come due persone tutte tese a scorgere in lontananza il primo segno di una meta agognata. Fu solo quando la vettura girò l’angolo e si diresse verso il ponte, che Ossipon parlò di nuovo.
«Sapete quanto denaro c’è lì dentro?», chiese, mantenendo lo sguardo fisso in avanti, come se si rivolgesse a qualche folletto, rannicchiato tra le orecchie del cavallo.
«No», disse Mrs Verloc. «Fu lui a darmelo. Non l’ho contato. Non me ne importava nulla in quel momento. Dopo…».
Mosse appena la mano destra. Era così espressivo quel piccolo movimento della mano destra che solo un’ora prima aveva inferto un colpo mortale al cuore di un uomo, che Ossipon non poté reprimere un brivido. Lo esagerò di proposito, lamentandosi:
«Ho freddo. Sono tutto gelato».
Mrs Verloc teneva lo sguardo fisso davanti a sé verso la prospettiva della loro fuga. Di tanto in tanto, come uno striscione listato a lutto, sospeso al vento da un lato all’altro della strada, le parole: «La caduta prevista era di quattro metri» si frapponevano lungo la direzione del suo sguardo teso. Attraverso la veletta nera il bianco di quegli occhi neri mandava bagliori di luce come gli occhi di una donna in maschera.
La rigidità di Ossipon aveva qualcosa di professionale, una strana espressione ufficiale. Si udì ancora la sua voce all’improvviso, come se avesse di colpo sbloccato un meccanismo che gli impediva di parlare.
«Ascoltatemi! Sapete per caso se… se lui tenesse il suo conto in banca a proprio nome o a nome di qualcun altro?»
Mrs Verloc volse su di lui il volto in maschera dove spiccava il bianco luminoso dei suoi grandi occhi. «Un altro nome?», disse pensosa.
«Siate precisa in quello che dite», l’ammonì Ossipon mentre la vettura si muoveva veloce. «È estremamente importante. E ve lo spiego. La banca ha i numeri delle banconote. Se esse sono state pagate a lui, a suo nome, allora quando la sua… la sua morte diverrà nota, le banconote possono servire a rintracciarci dal momento che non abbiamo altro denaro. Non avete altro denaro con voi?».
Ella scosse la testa in segno negativo.
«Niente proprio?», insistette lui.
«Qualche spiccio».
«Allora è pericoloso. Bisogna che il denaro venga gestito con molta attenzione. Molta attenzione. Potremmo forse perdere più di metà della somma per far cambiare queste banconote in un posto sicuro che conosco io a Parigi. Nell’altro caso… voglio dire se aveva il conto e si è fatto pagare sotto un altro nome – diciamo Smith per esempio – il denaro è perfettamente sicuro da usare. Capite? La banca non ha modo di sapere che quel Mr Verloc e, diciamo, Smith sono una e la stessa persona. Vi rendete conto quanto è importante che non commettiate errori nel rispondermi? Potete aiutarmi in qualche modo in questo problema? Forse no. Eh?».
Lei rispose calma:
«Mi ricordo ora! Non aveva il denaro in banca a suo nome. Mi ha detto una volta che aveva un deposito a nome di Prozor».
«Siete sicura?»
«Certo».
«Non pensate che la banca abbia alcuna cognizione del suo vero nome? O che qualcuno nella banca, o…».
Lei scrollò le spalle.
«Come posso saperlo? È probabile, Tom».
«No, non credo sia probabile. Sarebbe stato molto più comodo sapere… Eccoci arrivati. Scendete prima e camminate dritta davanti a voi. Muovetevi con disinvoltura».
Egli rimase indietro, e pagò il vetturino con alcune monete d’argento che aveva in tasca. Il programma tracciato e previsto in ogni particolare venne eseguito puntualmente. Quando Mrs Verloc, con il biglietto per St Malo in mano, entrò nella sala d’attesa delle signore, il Compagno Ossipon entrò nel bar, e in sette minuti trangugiò tre razioni di brandy bollente e acqua.
«Per ammazzare il raffreddore», spiegò alla ragazza del bar, con un gesto amichevole del capo e una smorfia di sorriso. Poi uscì, e dopo quell’intervallo allegro, il suo volto appariva come quello di un uomo che si fosse dissetato direttamente alla Fontana della Tristezza. Alzò gli occhi verso l’orologio. Era ora. Attese.
Puntuale Mrs Verloc uscì, con la veletta abbassata, tutta in nero… Nera come è nera la banalità della morte, coronata di pochi fiori pallidi a buon mercato. Passò vicina a un gruppo di uomini che stavano ridendo, ma a uccidere la loro risata sarebbe bastata una parola. Camminava in modo indolente, ma con la schiena eretta, e il Compagno Ossipon la guardò con terrore prima di muoversi lui stesso.
Il treno era pronto, ma quasi nessuno si aggirava vicino alle porte aperte. A causa della stagione e del tempo abominevole, non c’erano che pochissimi passeggeri. Mrs Verloc camminava lentamente lungo la serie di scompartimenti vuoti finché Ossipon le toccò il gomito da dietro.
«Qui».
Lei entrò e lui rimase sulla piattaforma guardandosi intorno. Lei si sporse chiedendo in un bisbiglio.
«Che c’è Tom? C’è pericolo?»
«Aspettate un momento. C’è una guardia».
Lo vide che si accostava a un uomo in divisa. Parlarono per un po’. Udì la guardia che diceva: «Molto bene, signore». E lo vide toccarsi il berretto. Ossipon tornò dicendo: «Gli ho detto di non lasciare entrare nessuno nel nostro scompartimento».
Lei si sporse in avanti sulla poltrona. «Pensate a tutto… Mi porterete in salvo, vero Tom?», chiese in un sussulto di angoscia, sollevando bruscamente la veletta per guardare in faccia il suo salvatore.
Il volto appena svelato aveva la luminosità di un diamante. E da questo volto, gli occhi continuavano a guardare, occhi grandi, asciutti, dilatati dalla paura, senza luce, simili a due cavità nere carbonizzate nei globi bianchi e lucenti.
«Non c’è alcun pericolo», disse lui, guardandovi in fondo con una serietà quasi incantata che a Mrs Verloc, che fuggiva dalla forca, sembrava piena di forza e di tenerezza. Questa devozione la commosse profondamente – e il volto adamantino perse la rigidità severa del terrore. Il Compagno Ossipon la fissava come nessun amante fissò mai il volto della sua amata. Alessandro Ossipon, anarchico, soprannominato il Dottore, autore di un opuscolo medico (scorretto), già conferenziere per alcune associazioni operaie sugli aspetti sociali dell’igiene, si sentiva libero dalle pastoie della moralità convenzionale… ma si sottometteva alle regole della scienza. Era uomo di scienza, e osservava scientificamente quella donna, sorella di un degenerato, una degenerata ella stessa… appartenente alla categoria degli assassini. La guardava e invocava Lombroso come un contadino italiano si raccomanda al suo santo preferito. L’osservava in modo scientifico. Le guardò a lungo le guance, il naso, gli occhi, le orecchie… Malvagia!… Predestinata a tutto questo! Le labbra pallide di Mrs Verloc dividendosi, si rilassarono leggermente sotto il suo sguardo appassionato e inquisitivo. Lui le guardò anche i denti… Non rimanevano dubbi… un tipo della categoria omicida… Se il Compagno Ossipon si astenne dal raccomandare il suo animo terrorizzato a Lombroso, fu solo perché, su basi scientifiche, egli non riusciva a credere di avere in qualche parte del suo corpo una cosa simile all’anima. Ma aveva in lui quello spirito scientifico che lo indusse a testimoniare sulla piattaforma di una stazione, in frasi nervose, pronunciate a scatti:
«Un ragazzo straordinario, quel vostro ragazzo. Estremamente interessante da studiare. In un certo qual modo un tipo perfetto. Perfetto!».
E nella sua segreta paura, parlava scientificamente. E Mrs Verloc sentendo queste parole di lode dedicate al suo adorato morto, si sporse in avanti con un barlume di luce negli occhi scuri e malinconici, quasi un raggio di sole che annunciasse pioggia e tempesta.
«Era così davvero», sussurrò lei con dolcezza, mentre le labbra le tremavano. «Voi gli davate tanta attenzione, Tom. E io vi amavo per questo».
«È quasi incredibile la somiglianza che c’era tra voi due», insisté Ossipon, esprimendo a voce alta la sua paura costante, e cercando di nascondere il nervosismo e l’impazienza dell’attesa della partenza del treno. «Sì, vi assomigliava».
Non erano parole particolarmente commoventi o compassionevoli. Ma l’insistenza sul semplice fatto di quella rassomiglianza, bastò per agire sulle emozioni di lei in modo risolutivo. Con un grido debole e sommesso, aprendo le braccia, Mrs Verloc scoppiò finalmente in lacrime.
Ossipon entrò nello scompartimento e chiuse la porta in fretta, e guardò fuori per vedere l’ora sull’orologio della stazione. Ancora otto minuti. Per i primi tre Mrs Verloc pianse con violenza e disperatamente senza interruzione o pausa. Poi si riprese in qualche modo, e singhiozzò sommessamente mentre le lacrime cadevano in abbondanza. Cercò di parlare al suo salvatore, all’uomo che era per lei un messaggero di vita.
«Oh, Tom! Come ho potuto aver paura di morire dopo che lui mi era stato portato via così crudelmente? Come ho potuto? Come ho potuto essere una tale vigliacca!».
A gran voce deplorava il suo amore per la vita, quella vita senza dolcezza, priva di ogni fascino, e quasi senza dignità, e tuttavia di una fedeltà fanatica a quello che era stato lo scopo di tutta la sua esistenza, fino al delitto. E come spesso accade alla povera umanità che si lamenta, ricca in sofferenze, ma povera di parole, la verità – l’autentico urlo della verità – si rivelò in forma logora e artefatta, raccattato da qualche parte tra frasi di sentimento fittizio:
«Come ho potuto aver tanta paura della morte! Tom. Io ho provato. Ma ho paura. Ho cercato di finirla. Non ho potuto. Sono insensibile? Forse la coppa degli orrori non era abbastanza colma per me. Poi quando siete arrivato voi…».
Si fermò un attimo. Poi in uno slancio di fiducia e di gratitudine: «Vivrò con voi tutta la vita, Tom!», e singhiozzò forte.
«Andate in quell’angolo della carrozza, lontano dalla piattaforma», disse Ossipon, preoccupato. Lei si lasciò sistemare comodamente dal suo salvatore, mentre lui teneva d’occhio l’arrivo di un’altra crisi di pianto, ancor più violenta della prima. Ne controllava i sintomi con un’aria da medico, come se stesse contando i secondi. Finalmente udì il fischio della guardia. Sentendo il treno muoversi, una contrazione involontaria del labbro superiore gli scoprì i denti, conferendogli l’aspetto di chi ha preso una decisione estrema. Mrs Verloc non sentiva e non vedeva nulla e Ossipon suo salvatore, era in piedi immobile. Sentì il treno che accelerava, ne udì il pesante sferragliare assieme agli alti singhiozzi della donna, e fu allora che attraversando la carrozza in due lunghi passi aprì deliberatamente la porta, e saltò fuori.
Era saltato proprio al punto più estremo del marciapiede; e tale era stata la sua decisione nel realizzare quel piano disperato che riuscì per una specie di miracolo, compiuto quasi mentre era in aria, a richiudere, sbattendola, la porta della carrozza. Solo allora si accorse che stava ruzzolando, gambe all’aria, come un coniglio colpito da un cacciatore. Quando si rialzò, il fiato gli mancava, era ammaccato, stravolto e pallido come la morte. Ma era calmo, e perfettamente in grado di affrontare la piccola folla di impiegati della ferrovia che precipitosamente gli si erano raccolti intorno. Spiegò con toni convincenti e cortesi, che sua moglie stava partendo per la Bretagna in seguito alla notizia improvvisa della morte di sua madre; e che, naturalmente, essendo lei terribilmente sconvolta, e lui considerevolmente preoccupato del suo stato, stava cercando di confortarla, e non aveva assolutamente notato che il treno si stava muovendo. Alla generale domanda: «Perché, signore, non è andato allora a Southampton?», lui replicò con la storia di una giovane cognata inesperta lasciata sola in casa a bada di tre bambini piccoli, di quanto si sarebbe allarmata, dal momento che gli uffici telefonici non erano disponibili. Aveva agito d’impulso. «Ma non credo ci proverò mai più», concluse sorridendo al suo uditorio. Distribuì qualche piccola mancia, e s’incamminò deciso, senza zoppicare, fuori della stazione.
Fuori il Compagno Ossipon, rifornito di banconote sicure come mai prima nella vita, rifiutò l’offerta di una carrozza.
«Posso camminare», disse, sorridendo amichevolmente al conducente.
Poteva camminare. E camminò. Attraversò un ponte. Più tardi le torri dell’Abbazia, immobili e solenni, videro quel ciuffo giallo di capelli che passava sotto i lampioni. Lo videro le luci della stazione Victoria di Sloane Square e quelle che correvano lungo le cancellate del parco. E il Compagno Ossipon una volta ancora si trovò su un ponte. Il fiume, prodigio sinistro di ombre immobili e di raggi di luce fluttuanti che si confondevano tra loro nell’ombra silenziosa del fondo, attrasse la sua attenzione. Rimase a guardarlo a lungo dal parapetto. Sulla sua testa china esplose lo scampanio sonoro dell’orologio della Torre. Alzò gli occhi al quadrante. Le dodici e mezzo di una notte selvaggia sul Canale della Manica.
E il Compagno Ossipon si rimise di nuovo in cammino. La sua robusta sagoma fu vista quella notte in varie parti di quell’immensa città mostruosamente addormentata su di un tappeto di fango, sotto un velo di nebbia gelida. Fu vista traversare strade senza vita e senza suoni, fu vista diventare sempre più piccola nelle interminabili prospettive in linea retta di lugubri case, prospicienti strade vuote costeggiate da filari di lampade a gas. Vagò attraverso piazze, quadrate, rotonde e ovali, di fronte a luoghi solenni, attraverso strade monotone dai nomi sconosciuti, dove la polvere dell’umanità si insedia ad aspettare inerte, esclusa senza speranza da ogni corrente di vita. Camminava. E improvvisamente infilandosi in una striscia di giardinetto, un’aiola di erba meschina, s’introdusse in una casetta lurida con una chiave tirata fuori di tasca.
Si gettò sul letto tutto vestito, e rimase immobile per un buon quarto d’ora. Poi si levò all’improvviso, tirando a sé le ginocchia e rannicchiando al petto le gambe. L’alba lo trovò a occhi spalancati, nella stessa posizione. Quest’uomo, in grado di comminare per tanto tempo, così lontano e senza meta, senza mostrare alcun segno di fatica, era anche in grado di rimanere seduto per ore senza muover membro o batter ciglio. Ma quando il sole del tardo pomeriggio inviò i suoi raggi all’interno della stanza, l’uomo dischiuse le mani che teneva serrate l’una contro l’altra, e ricadde all’indietro sul guanciale. Gli occhi rimanevano fissi al soffitto. E improvvisamente si chiusero. Il Compagno Ossipon dormiva alla luce del sole.
Capitolo tredicesimo
L’enorme lucchetto di ferro, agli sportelli dell’armadio a muro, era l’unico oggetto nella stanza sul quale l’occhio potesse posarsi senza affiggersi per la sgradevole meschinità delle forme e la povertà del materiale. Invendibile in un normale mercato a causa delle proporzioni imponenti, era stato ceduto al Professore per pochi soldi da un commerciante marittimo nell’est di Londra. La stanza era grande, pulita, rispettabile e povera, di quella povertà che suggeriva l’astinenza da ogni esigenza umana che non fosse il semplice pane. Sulle pareti non c’era null’altro che la carta, una superficie di verde arsenico, chiazzata qua e là da ditate indelebili, e con delle macchie che ricordavano mappe sbiadite di continenti disabitati.
A un tavolo di legno, vicino alla finestra, sedeva il Compagno Ossipon, con la testa appoggiata sulle mani chiuse a pugno.
Il Professore, vestito soltanto del suo completo di scadente tweed, passeggiava agitato sulle tavole del pavimento, i piedi calzati in un paio di pantofole incredibilmente distrutte, le mani sprofondate nelle tasche sformate della giacca. Stava raccontando al suo robusto ospite una visita che aveva fatto recentemente all’apostolo Michaelis. Il Perfetto Anarchico era persino un po’ meno inflessibile del solito.
«Quel tipo non sapeva niente della morte di Verloc. Ci credo! Non guarda mai i giornali. Dice che lo rattristano troppo. Ma fosse solo questo. Sono arrivato a piedi fino alla sua villetta. Non c’era anima viva intorno. Ho dovuto chiamare a gran voce per una mezza dozzina di volte prima che mi rispondesse. Pensavo che fosse ancora addormentato profondamente nel suo letto. Ma niente affatto. Erano già quattro ore che era intento a scrivere il suo libro. Sedeva nella sua gabbietta tra una valanga di fogli scritti. C’era una carota cruda mangiata per metà sul tavolo vicino a lui. Era la sua colazione. Vive ormai su una dieta di carote crude e un po’ di latte».
«Che aspetto ha adesso?», domandò il Compagno Ossipon indifferente.
«Angelico… ho raccolto qualche pagina da terra. La povertà di ragionamento è impressionante. Non ha logica. Non riesce a pensare in modo consequenziale. Ma questo è niente. Ha diviso la sua biografia in tre parti, intitolate: “Fede, Speranza, Carità”. Sta perfezionando ora l’idea di un mondo progettato come un immenso e accogliente ospedale, pieno di fiori e giardini, nel quale i forti devono dedicarsi alla cura dei deboli».
Il Professore si interruppe.
«Vi rendete conto di che follia, Ossipon? I deboli! L’origine di tutti i mali della terra!», continuò con quella sua sicurezza truce. «Gli ho detto che io sognavo invece un mondo di massacri, dove dei deboli ci si doveva impadronire per avviarli allo sterminio totale.
Capite Ossipon? L’origine di tutti i mali. Sono i nostri sinistri padroni… La gente debole, fiacca, stupida e vigliacca, i deboli di cuore e servi di mente. Essi hanno potere. Sono la folla. Il loro è il regno di questa terra. Sterminarli, sterminarli! Questa è la sola via del progresso. Davvero! Seguite quello che dico, Ossipon. Prima deve andarsene la gran folla dei deboli, poi quelli che sono solo relativamente forti. Capite? Prima i ciechi, poi i sordi e i muti, e ancora gli storpi e gli zoppi… e così via. Ogni contaminazione, ogni vizio, ogni pregiudizio, ogni convenzione deve incontrare il proprio destino».
«E che resta?», chiese il Compagno Ossipon con voce soffocata.
«Rimango io… sempre se sono abbastanza forte», asserì il piccolo Professore giallastro, e le sue orecchie grandi, simili a membrane sottili e staccate ai lati del suo cranio fragile, assunsero improvvisamente una colorazione rossastra.
«Non ho sofferto abbastanza sotto l’oppressione dei deboli?», continuò con forza. Poi toccandosi la tasca del panciotto della giacca: «E tuttavia io sono la forza», continuò. «Ma il tempo! Il tempo! Datemi tempo! Ah! Quella folla, troppo stupida per provare pietà o paura. Qualche volta penso che abbiano tutto dalla parte loro. Tutto… anche la morte… la mia stessa arma».
«Venite a bere un bicchiere di birra con me al Sileno», disse il robusto Ossipon dopo un intervallo di silenzio solo interrotto da quel rapido flap, flap delle pantofole ai piedi del Perfetto Anarchico. E quest’ultimo accettò l’invito. Egli era cordiale quel giorno, sia pure nel suo modo particolare. Diede una pacca sulle spalle di Ossipon.
«Birra! E birra sia! Beviamo e stiamo allegri, perché siamo forti, e domani moriremo».
Si accinse a mettersi gli stivali, e nel frattempo parlava in tono brusco e deciso.
«Che cosa vi prende, Ossipon, avete un’aria cupa e cercate perfino la mia compagnia. Sento che vi vedono spesso in posti dove gli uomini si lasciano andare a dire sciocchezze di fronte a un bicchiere. Come mai? Avete abbandonato tutta la vostra collezione di donne? Sono le deboli che nutrono i forti… eh?».
Egli sbatté a terra uno degli stivali, e raccolse l’altro, erano stivali pesanti, con la suola spessa, non certo lucidi, e molte volte rappezzati.
Sorrise a se stesso cupo.
«E ditemi, Ossipon, uomo terribile, una delle vostre vittime si è mai uccisa per voi… o i vostri trionfi sono fino a oggi incompleti… perché solo il sangue suggella la grandezza? Il sangue e la morte, guardate la storia».
«Andate al diavolo», rispose Ossipon, senza voltarsi.
«Perché? Lasciamo sia questa la speranza dei deboli, la cui teologia ha inventato l’inferno per i forti, Ossipon, quello che sento per voi è un amichevole disprezzo. Voi non potreste uccidere una mosca».
Ma, mentre avanzavano sballottati al piano superiore dell’omnibus, diretti al loro festino, il Professore perse il suo buonumore. La visione della folla che sciamava per le strade soffocò la sua sicurezza sotto un peso di dubbi e di un disagio di cui riusciva solitamente a liberarsi solo dopo un periodo di isolamento nella stanza con il grande armadio, chiuso da un immenso lucchetto.
«E così», disse alle sue spalle la voce del Compagno Ossipon che sedeva dietro di lui. «E così Michaelis sogna di un mondo simile a un ospedale bello e pieno di allegria».
«Proprio così. Un’immensa opera di carità per la cura dei deboli», assentì il Professore, sardonico.
«Questo è sciocco, direi», ammise Ossipon. «Non si può curare la debolezza. Ma dopotutto Michaelis può non essere così lontano dal vero. Tra duecento anni, a governare il mondo potranno essere i medici. La scienza lo governa già. Regna nell’ombra forse – ma regna. E tutta la scienza alla fine deve culminare nella scienza della cura – non dei deboli, ma dei forti. L’umanità vuole vivere… vivere».
«L’umanità», dichiarò il Professore con un guizzo di presunzione dietro gli occhiali dalla montatura metallica, «non sa quello che vuole».
«Ma voi lo sapete», borbottò Ossipon. «Appena ora stavate piangendo appresso al tempo… il tempo. Bene, i medici vi daranno tempo in abbondanza, – se fate il bravo. Voi vi dichiarate appartenere ai forti – perché portate in tasca abbastanza di quella roba per spedire la vostra persona e, diciamo, altri venti esseri umani nell’eternità. Ma l’eternità è un buco maledetto. È di tempo che avete bisogno. Voi… se solo incontraste un uomo in grado di darvi la certezza di dieci anni in più, v’inchinereste a lui e lo chiamereste padrone».
«Il mio motto è: “Nessun Dio! Nessun padrone”», sentenziò il Professore mentre si alzava per scendere dall’omnibus.
Ossipon lo seguì: «Aspettate quando vi troverete steso in un letto e il vostro tempo sarà finito», replicò saltando dal predellino dietro il compagno. «Il vostro squallido, logoro, miserevole pezzetto di tempo», continuò attraversando la strada saltando sul marciapiede.
«Ossipon, io penso che voi siate un ciarlatano», disse il Professore, aprendo con aria da padrone le porte del famoso Sileno. E quando si furono sistemati a un piccolo tavolo si diede a sviluppare ulteriormente la sua opinione gentile. «Non siete nemmeno un medico. Ma siete buffo. Il vostro concetto di un’umanità che, in tutto l’universo, tira fuori la lingua per ingoiare la pillola che da un polo all’altro gli viene imposta da pochi buffoni, vale quanto il profeta che la fa. Profezie! A che serve pensare a quel che sarà!». Levò alto il bicchiere. «Alla distruzione di quello che è», disse calmo.
Bevve e ricadde in uno di quei suoi strani e misteriosi silenzi. Il pensiero di un’umanità numerosa come i granelli della sabbia del mare, e altrettanto indistruttibile e difficile da manovrare, gli dava angoscia. Il suono dell’esplosione delle bombe andava perso senza eco alcuno, nell’immensità di quei granelli inerti. Prendi per esempio quest’affare di Verloc. Chi ci pensava più ora?
Ossipon, quasi costretto all’improvviso da una forza misteriosa, tirò fuori di tasca un giornale a lungo spiegazzato. Il Professore alzò il capo al fruscio. «Che c’è in quel giornale? Dice qualcosa?», chiese.
Ossipon trasalì come un sonnambulo che è stato spaventato.
«Niente. Assolutamente niente. È di dieci giorni fa. Si vede che me lo sono dimenticato in tasca».
Ma non gettò via quelle vecchie pagine. Prima di rimettersele in tasca gettò un’occhiata alle ultime righe di un paragrafo. Dicevano: «Un mistero impenetrabile sembra destinato a rimanere per sempre sospeso su questo gesto di follia o di disperazione».
Erano le parole finali di un articolo di cronaca il cui titolo così suonava:
«Suicidio di una passeggera in viaggio sul traghetto di servizio sul canale della Manica». Il Compagno Ossipon era abituato alle finezze dello stile giornalistico. «Un impenetrabile mistero sembra destinato a rimanere per sempre sospeso…», conosceva a memoria ogni parola. «Un impenetrabile mistero…». Il robusto anarchico, chinando la testa sul petto, rimase a lungo assorto in una specie di fantasticheria.
Erano proprio le stesse sorgenti della sua esistenza a essere minacciate da questa storia. Non poteva uscirsene a incontrare le sue varie conquiste, quelle che era stato solito corteggiare sulle panchine dei giardini di Kensington, e quelle che incontrava attorno alle cancellate, senza il terrore di cominciare a parlar loro di un impenetrabile mistero destinato…. Stava cominciando ad aver scientificamente paura della pazzia in agguato per lui tra quelle righe, «rimanere sospeso per sempre su…». Era un’ossessione e una tortura. Negli ultimi tempi aveva mancato a molti di quegli appuntamenti, la cui assiduità una volta aveva voluto dire per lui fiducia illimitata nel linguaggio del sentimento e nella tenerezza virile. L’atteggiamento fiducioso di donne delle più varie classi sociali soddisfaceva alla sua esigenza di amor proprio, oltre a offrirgli mezzi materiali. Ne aveva bisogno per vivere. Erano là ad attenderlo. Ma non riusciva più a servirsene, e correva il rischio di affamare fisico e ideali… «Questo gesto di follia o di disperazione».
«Un impenetrabile mistero» certamente sarebbe rimasto «sospeso per sempre» almeno per l’umanità. Ma, se lui solo di tutti gli uomini, non fosse riuscito a liberarsi di questa maledetta conoscenza? E la conoscenza del Compagno Ossipon era precisa nei termini come solo un giornalista di mestiere la poteva avere… fino alla soglia del «mistero destinato a rimaner sospeso per sempre…».
Il Compagno Ossipon era ben informato. Sapeva cosa aveva visto l’addetto alla banchina del vaporetto: «Una signora vestita di nero, con una veletta nera, che si aggirava a mezzanotte lungo la banchina. “Dovete salire a bordo, signora”, le aveva chiesto l’addetto, incoraggiandola con gentilezza. “Da questa parte”. Sembrava che lei non avesse idea di cosa fare. L’aiutò a salire a bordo. Sembrava debole».
E Ossipon sapeva cosa aveva visto l’assistente di bordo: una signora in nero con un volto pallido, dritta in piedi in mezzo alla cabina vuota delle signore. Le aveva suggerito di distendersi lì. La signora sembrava non fosse incline a parlare, come se si trovasse in qualche terribile pasticcio. Subito dopo l’assistente si era accorta che la signora aveva lasciato la cabina delle signore. Andò sul ponte a cercarla e il Compagno Ossipon fu informato da quell’articolo che la brava donna aveva trovato l’infelice signora stesa su uno dei sedili in legno. Aveva gli occhi aperti, ma non rispondeva a nulla di quanto le veniva chiesto. Sembrava molto malata. L’assistente di bordo portò il capo assistente, e queste due persone si consultarono, accanto al sedile di legno, su cosa fare per quella loro straordinaria e tragica passeggera. Avevano parlato in sussurri abbastanza udibili (del resto la donna sembrava al di là di ogni possibilità di comprensione) parlarono di St Malo e del console di laggiù, e di comunicare con la sua famiglia in Inghilterra. Poi si assentarono per organizzarle il trasporto al piano di sotto, il suo volto infatti, per quel che riuscivano a vederne, sembrava davvero il volto di una donna morente. Ma il Compagno Ossipon sapeva bene che dietro quella maschera candida di disperazione, c’era, a lottare contro il terrore e la disperazione, un’energia vitale, un amore per la vita capace di resistere all’angoscia furiosa che spinge al delitto, c’era la cieca, folle paura della forca. Ossipon sapeva, ma la donna assistente e il suo collega non capirono nulla, se non che tornando da lei dopo meno di cinque minuti, la signora in nero non occupava più il sedile di legno. Non era da nessuna parte. Era sparita. Erano le cinque del mattino, e non poteva essere stato un incidente. Un’ora dopo uno degli uomini di bordo trovò un anello nuziale abbandonato sul sedile. Si era attaccato al legno in un punto umido, e il suo luccichio attirò lo sguardo dell’uomo. C’era una data, 24 giugno 1879, incisa all’interno. «Un mistero impenetrabile destinato a rimanere sospeso per sempre…».
E il Compagno Ossipon, simile ad Apollo con quel suo ciuffo di capelli color del sole, sollevò il capo chino, quel capo che tante umili donne di queste isole adoravano.
Il Professore era diventato impaziente nel frattempo. Si alzò in piedi.
«Aspettate», disse pronto Ossipon. «Insomma, che ne sapete della follia e della disperazione?».
Il Professore si passò la punta della lingua sulle labbra aride e sottili, e disse in tono dottorale:
«Sono cose che non esistono. Non esiste più passione oggi. Il mondo è mediocre, incerto, senza forza. E la follia e la disperazione sono una forza. E la forza è un crimine agli occhi degli imbecilli, dei deboli e degli sciocchi che dettano legge. Voi non siete che un mediocre. Verloc, il cui pasticcio la polizia è riuscita così bene a ricoprire, era un mediocre. E la polizia lo ha assassinato. Era un mediocre. Tutti sono mediocri. Follia e disperazione! Datemene abbastanza e ne farò una leva per muovere il mondo. Ossipon, avete tutto il mio cordiale disprezzo. Siete incapace di concepire anche quello che il grasso cittadino ben nutrito definirebbe un crimine. Non avete forza». Si fermò, sorridendo sardonico sotto il luccichio feroce delle sue lenti spesse.
«E lasciatemi dire che quel piccolo lascito che dicono vi sia caduto in testa, non ha migliorato la vostra intelligenza. Sedete pure davanti alla vostra birra come un pupazzo. Arrivederci».
«Lo volete?», disse Ossipon, alzando lo sguardo con un ghigno da ebete.
«Volete cosa?»
«Il lascito. Tutto intero».
L’incorruttibile Professore sorrise soltanto. I vestiti che portava erano tutt’altro che decenti, gli stivali, informi a forza di riparazioni, pesanti come piombo, buttavano acqua a ogni passo. Disse:
«Vi manderò di tanto in tanto qualche conto di alcune sostanze chimiche che ordinerò domani. Ne ho bisogno assoluto. Ci siamo capiti… eh?».
Ossipon abbassò lentamente la testa. Era solo. «Un impenetrabile mistero…». Gli sembrava di vedere, sospeso in aria di fronte a sé, il proprio cervello che pulsava al ritmo di un impenetrabile mistero. Era malato, chiaramente… «Questo gesto di follia e di disperazione».
La pianola meccanica accanto alla porta continuava a suonare un valzer provocante, poi tacque tutto d’un tratto, come avesse cambiato umore.
Il Compagno Ossipon, soprannominato il Dottore, uscì dalla birreria del Sileno. Alla porta ebbe un momento di esitazione, mentre socchiudeva gli occhi alla luce del sole, in un cielo non perfettamente sereno – e, in tasca aveva il giornale con la notizia del suicidio di una signora. Era là, a coprire il cuore che batteva. Il suicidio di una signora – «questo gesto di follia o di disperazione».
Camminò lungo le strade senza accorgersi di dove metteva i piedi; e si avviò in una direzione che certo non lo portava, come avrebbe dovuto, al luogo di un appuntamento con un’altra signora (una governante di bimbi di una certa età, che aveva dato fiducia a una testa apollinea dal profumo di ambrosia). Camminava lontano da quel luogo. Non riusciva ad affrontare nessuna donna. Era la rovina. Non riusciva a pensare, a lavorare, a dormire o a mangiare. Ma aveva cominciato a bere con gioia, pregustandone il piacere, con speranza. Era la rovina. La sua carriera di rivoluzionario, sostenuta dal sentimento e dalla fiducia di tante donne, era minacciata da un mistero impenetrabile – il mistero di un cervello umano che pulsava in modo sbagliato, al ritmo di frasi giornalistiche. «…Rimarrà sospeso per sempre su questo gesto…», si chinò verso il rigagnolo, «…della follia o disperazione».
«Sono davvero malato», mormorò a se stesso con una diagnosi scientifica. E già la sua sagoma robusta, con in tasca il denaro del servizio segreto presso un’Ambasciata (ereditato da Mr Verloc) camminava nel rigagnolo quasi per allenarsi al destino di un futuro inevitabile. E già chinava le larghe spalle, il capo dai riccioli profumati d’ambrosia, pronto a portare il trespolo di legno dei bandi pubblicitari. Come quella notte, più di una settimana prima, il Compagno Ossipon camminava senza guardare dove metteva i piedi, senza sentire fatica, senza provare alcun sentimento, né veder nulla o udire anche un solo suono. «Un impenetrabile mistero…».
Proseguiva inosservato: «…questo gesto di follia o di disperazione».
E intanto l’incorruttibile Professore camminava a sua volta, distogliendo gli occhi dalla folla odiosa dell’umanità. Non aveva futuro. Né lo voleva. Egli era forte. Con il pensiero accarezzava immagini di rovina e distruzione. Camminava fragile, insignificante, trascurato e miserabile… e terribile nella semplicità della sua idea, che si appellava alla follia e alla disperazione per la rigenerazione del mondo. Nessuno lo guardava. Passava oltre, insospettato e malefico, come la peste nella strada affollata di esseri umani.