freya delle sette isole (italian)
I.
Un giorno – e quel giorno risale a tanti anni fa – ricevetti una lunga lettera piena di notizie, voci e pettegolezzi, da uno dei miei vecchi amici e compagni di vagabondaggio nei mari dell’Est. Si trovava infatti ancora là, ma oramai sistemato e abbastanza avanti con gli anni; me lo immaginavo appesantito nel fisico, pantofolaio; in altre parole, colpito da quel destino comune a tutti gli uomini salvo coloro che, particolarmente prediletti dagli dèi, vengono tolti di mezzo in verde età.
La lettera era una lettera evocatrice del tipo “ti ricordi” – una lettera piena di malinconia, di sguardi rivolti al passato. Mi scriveva fra l’altro “senza dubbio, ricordi il vecchio Nelson”.
Il vecchio Nelson! Certo che lo ricordavo. Tanto per cominciare, il suo nome non era Nelson. Gli inglesi dell’arcipelago lo chiamavano Nelson perché era più pratico, immagino, e lui non aveva mai protestato. Sarebbe stata un pignoleria. Ma in realtà il suo nome era Nielsen. Giunto in Oriente molto prima dell’avvento del telegrafo, aveva lavorato per delle ditte inglesi, aveva sposato una ragazza inglese, era stato per anni uno dei nostri, commerciando e facendo vela in tutti le direzioni dell’arcipelago orientale in luogo e in largo, attraversandolo in diagonale, in perpendicolare, in semicerchio, a zigzag e a otto, per anni e anni.
Non c’era angolino o fessura di quelle acque tropicali che l’intraprendenza del vecchio Nelson (o Nielsen) non avesse esplorato, in maniera del tutto pacifica. Le sue rotte, se tracciate sulla carta, avrebbero ricoperto come una ragnatela la mappa dell’Arcipelago – da cima a fondo, eccettuate solo le Filippine. Da quella parte non si accostava mai, per un suo strano terrore degli spagnoli o, per meglio dire, delle autorità spagnole. Forse, in qualche epoca della sua vita, aveva letto qualcosa sull’Inquisizione.
In genere, aveva paura di quelle che definiva «autorità»; non quelle inglesi, che rispettava e nelle quali aveva fiducia, ma delle altre due che operavano in quella parte del mondo. Era terrorizzato non tanto dagli olandesi quanto dagli spagnoli, però dei primi diffidava ancor di più. Diffidava moltissimo. Secondo lui, gli olandesi erano capaci «di giocare qualsiasi brutto tiro a un uomo» che avesse la sfortuna di incorrere nel loro biasimo. Avevano, sì, leggi e regolamenti, ma non la benché minima equità nell’applicarli. Faceva veramente pena vedere con quanta trepida circospezione trattava con un qualsiasi funzionario; e non dimenticate che era un uomo il quale era entrato tranquillo e senza timore in un villaggio di cannibali in Nuova Guinea (e che era sempre stato piuttosto corpulento – quello che si potrebbe definire un bocconcino appetitoso), per effettuare un qualche baratto che, dopo tutto, aveva un valore di sì e no cinquanta sterline.
Il vecchio Nelson! Lo ricordavo, eccome! Per la verità, nessuno della mia generazione lo aveva conosciuto nei suoi giorni di piena attività. All’epoca nostra, si era già “ritirato”. Aveva acquistato, o forse affittato, parte di una piccola isola dal sultano di un minuscolo arcipelago chiamato le Sette Isole, non lontano da Banka, verso nord. Immagino che si fosse trattato di una transazione legale ma sono sicuro che, se fosse stato inglese, gli olandesi avrebbero senza dubbio trovato un cavillo per estrometterlo senza tanti complimenti. In questo caso, il suo cognome originale gli era stato utile. Un anonimo danese, che si comportava in modo estremamente corretto e che, quindi, si poteva lasciare in pace. Aveva investito tutto il suo denaro nelle coltivazioni e stava quindi attentissimo a non suscitare nemmeno l’ombra di un risentimento; era soprattutto per tali motivi di ordine cautelativo che non aveva molta simpatia per Jasper Allen. Ma di questo parleremo in seguito. Già! Chi mai poteva dimenticare lo spazioso e ospitale bungalow del vecchio Nelson, su un terreno in pendìo; la sua figura imponente, generalmente in calzoni e camicia bianchi (aveva l’inveterata abitudine di sfilarsi la giacca di alpaca alla minima provocazione), i suoi occhi tondi e azzurri, i baffi radi, di un bianco sabbia, che andavano da tutte le parti come gli aculei di un porcospino irritato, la sua tendenza a sedersi all’improvviso facendosi vento col cappello. Inutile però nascondere il fatto che, in realtà, quella di cui ci si ricordava era sua figlia che, all’epoca, era venuta a vivere con lui – e ad essere una specie di Signora delle Isole.
Freya Nelson (o Nielsen) era il tipo di ragazza che non si dimentica. L’ovale del viso era perfetto; e in quella affascinante cornice, una felice disposizione di tratti e lineamenti, una carnagione squisita che davano un’impressione di salute, di forza e di quella che potrei definire una inconscia fiducia in se stessa – una gradevolissima e, per così dire, bizzarra risolutezza. Non paragonerò i suoi occhi a due viole poiché avevano una strana sfumatura di colore, non così scura e più luminosa; occhi che sembravano sempre spalancati, occhi dallo sguardo aperto e franco, quale che fosse il suo umore. Non vidi mai le sue lunghe ciglia nere abbassate – probabilmente le vide Jasper Allen, ma lui era un privilegiato – ritengo però che le dessero un’espressione stranamente affascinante. Poteva – e me lo disse Jasper con patetica e stupida esultanza – sedersi sui suoi capelli. Può darsi, può darsi. La vista di quelle meraviglie non era per me; mi bastava ammirare la grazia e la cura con cui se li acconciava, così da mettere in risalto la struttura armoniosa del capo. E quella dovizia di capelli era così lucente che, quando le persiane della veranda ad ovest erano abbassate creando una piacevole penombra crepuscolare, o all’ombra degli alberi da frutto accanto alla casa, essa sembrava emanare una propria luce dorata. Vestiva generalmente di bianco, con una gonna da passeggio che lasciava vedere le eleganti polacchette marroni. Se colore c’era, nel suo abbigliamento, era appena un tocco di blu. Nessuno sforzo sembrava stancarla. L’avevo vista sbarcare dalla lancia dopo un lungo tragitto sotto il sole (sovente se ne andava in giro remando lei stessa) senza il minimo affanno e senza un capello fuori posto. Al mattino, quando usciva sulla veranda per gettare il primo sguardo a ponente, in direzione di Sumatra, laggiù sul mare, appariva fresca e scintillante come una goccia di rugiada. Ma la rugiada è evanescente, e non c’era nulla di evanescente in Freya. Rammento le sue braccia forti e tornite, i polsi sottili, le mani larghe e capaci, con le dita affusolate.
Non so se fosse effettivamente nata in mare ma so che fino ai dodici anni aveva navigato con i genitori, su varie navi. Dopo la morte della moglie, il vecchio Nelson cominciò a preoccuparsi seriamente della sorte della ragazza. Una gentile signora di Singapore, commossa dal suo dolore silenzioso e da tutte le ansie che lo assillavano, si offrì di prendersi cura di Freya. Quello stato di cose durò per circa sei anni durante i quali il vecchio Nelson (o Nielsen) si “ritirò” e andò a stabilirsi sull’isola; allora (dato che la gentile signora doveva andarsene in Europa) fu deciso che la figlia andasse a vivere con lui.
Come primo e più importante atto in vista di quell’evento, il brav’uomo ordinò al suo agente di Singapore un pianoforte verticale Steyn Ebhart. In quel tempo, ero al comando di un vaporetto destinato al commercio fra le isole, e toccò a me recapitarglielo; per questo sono al corrente del piano verticale di Freya. Scaricammo con difficoltà l’enorme cassa da imballaggio su una spianata di roccia fra i cespugli e poco mancò che durante l’operazione una delle mia barche si sfondasse. Allora, con l’aiuto dell’equipaggio, al completo, inclusi ingegneri e pompieri, aguzzando l’ingegno, servendoci di rulli, leve, paranchi e piani inclinati di assi insaponate, faticando sotto il sole come antichi egizi alla costruzione di una piramide, riuscimmo a trasportarla fino alla casa e ad issarla fino al bordo della veranda occidentale – che costituiva, in effetti, il salotto del bungalow. E lì, una volta aperta con molta cautela la cassa, quel bel mostro di palissandro emerse finalmente alla luce. Con reverente entusiasmo lo accostammo pian pianino alla parete e tirammo il primo sospiro di sollievo della giornata. Era senza dubbio il più pesante oggetto mobile su quell’isolotto, dalla creazione del mondo in poi. Il volume di suono che emetteva in quel bungalow (che faceva da cassa armonica) era davvero straordinario. Tuonava dolcemente fino al mare. Jasper Allen mi disse che la mattina presto, dal ponte del Bonito (il suo bellissimo, veloce brigantino) poteva sentire distintamente Freya che faceva le scale. È pur vero, però, che quel tipo aveva la brutta abitudine di gettare l’ancora molto vicino al promontorio, cosa per cui più di una volta l’avevo rimproverato. Certo, questi sono mari quasi sempre tranquilli e la zona delle Sette Isole di norma è particolarmente calma e senza nuvole. Comunque, di quando in quando, un temporale pomeridiano su Banka o magari una di quelle infide, violente burrasche che provengono dalla lontana costa di Sumatra, investiva all’improvviso l’Arcipelago avvolgendolo per un paio d’ore in mulinelli di vento e in una cupa tenebra bluastra di aspetto particolarmente sinistro. Allora, con gli stuoini di vimini abbassati che sbattevano disperatamente nel vento e il bungalow che tremava dalle fondamenta, Freya si metteva al piano e suonava qualche tempestoso pezzo wagneriano alla luce accecante dei lampi, mentre tutt’intorno i fulmini cadevano da far drizzare i capelli in testa; e Jasper rimaneva inchiodato sulla veranda in adorazione, di spalle, della sua figura agile e ondulante, del magico splendore di quei capelli biondi, delle dita che volavano sulla tastiera, della nuca candida – mentre il brigantino, giù alla fonda, si impennava dagli ormeggi a nemmeno cento yarde dai lucidi spunzoni di roccia, neri e minacciosi.
E – ci credereste? – per l’unico motivo che, quando saliva a bordo di notte e poggiava la testa sul cuscino, poteva sentirsi il più possibile vicino alla sua Freya che dormiva beatamente nel bungalow. Roba da pazzi! E badate bene che il brigantino doveva essere la casa – la loro casa – il paradiso galleggiante che Jasper stava poco a poco attrezzando come uno yacht su cui navigare felicemente per tutta la vita con Freya. Che idiota! Ma era un tipo che amava correre rischi.
Un giorno, mi ricordo, stavo sulla veranda osservando con Freya il brigantino che da nord-ovest si accostava alla punta. Immagino che Jasper avesse scorto la ragazza col cannocchiale. E che gli salta in mente di fare? Invece di costeggiare ancora per un miglio e mezzo il fondale basso e poi virare per gettare l’ancora, come farebbe qualsiasi marinaio che si rispetti, vede uno stretto passaggio fra due abominevoli vecchi scogli frastagliati, abbassa improvvisamente la barra sottovento e ci spara in mezzo il brigantino con tutte le vele che sbattono e schioccano al vento, così forte che perfino noi sentivamo il frastuono dalla veranda. Vi garantisco che trattenni il fiato fra i denti, e Freya imprecò. Proprio così! Serrò i pugni robusti, scalpitò con le sue polacchette marroni e sbottò in un «accidenti»! Poi, guardandomi e arrossendo un po’ – ma non molto – disse «Ho dimenticato che c’era anche lei», e scoppiò a ridere. E certo, naturale! Quando c’era in vista Jasper era poco probabile che ricordasse che al mondo esisteva anche qualcun altro. Preoccupato per quella manovra folle, non potei fare a meno di appellarmi al suo buon senso.
«È proprio pazzo», esclamai con impeto.
«Un perfetto idiota», assentì calorosamente piantandomi in faccia quei suoi occhi spalancati e schietti mentre il sorriso le faceva una fossetta sulla guancia.
«E questo», le feci notare, «solo per guadagnare suppergiù una ventina di minuti per vederla».
Sentimmo scorrere l’ancora e allora diventò risoluta e minacciosa.
«Aspetti un po’! Ora gli faccio vedere io!».
Andò in camera sua e chiuse la porta lasciandomi solo sulla veranda dopo avermi dato le debite istruzioni. Molto prima ancora che le vele del brigantino fossero ammainate Jasper salì facendo tre gradini alla volta, non mi disse nemmeno ciao e girò intorno lo sguardo ansioso.
«Dov’è Freya? Non era qui un minuto fa?».
Quando gli spiegai che avrebbe dovuto fare a meno della presenza di madamigella Freya per un’ora, «tanto per dargli una lezione», disse che senza dubbio ero stato io a suggerirglielo e che un giorno o l’altro aveva proprio paura che sarebbe stato costretto a spararmi. Lei ed io stavamo diventando troppo amici. Poi si buttò su una sedia e cercò di parlarmi del suo viaggio. Il bello è che quel povero ragazzo soffriva veramente. Lo vedevo. Gli mancò la voce e rimase seduto lì, ammutolito, guardando la porta con lo sguardo di uno che sta davvero male. Sul serio… E ancor più bello è che la ragazza uscì tranquillamente dalla sua stanza dopo nemmeno dieci minuti. E a quel punto me ne andai. Voglio dire che andai in cerca del vecchio Nelson (o Nielsen) nella veranda sul retro che, nella planimetria della casa, era il suo angolino particolare, con la buona intenzione di fare due chiacchiere con lui prima che cominciasse a girellare intorno e capitasse, senza volerlo, dove in quel momento la sua presenza sarebbe stata di troppo.
Sapeva che il brigantino aveva attraccato, anche se non sapeva ancora che Jasper era con sua figlia. Ritengo pensasse che non aveva ancora fatto in tempo ad arrivare. Tipico di un padre. Sospettava che Allen avesse un debole per la sua figliola: gli uccelli dell’aria e i pesci del mare, quasi tutti i mercanti dell’Arcipelago e tutti, dal primo all’ultimo, gli uomini di Singapore lo sapevano. Ma non si rendeva conto di quanto la ragazza fosse innamorata di quel tipo. Secondo lui, Freya aveva troppo buon senso per innamorarsi di qualcuno – innamorarsi, voglio dire, fino a perderci la testa. No; non era quello il motivo che lo spingeva a rifugiarsi nella veranda sul retro e a preoccuparsi, nel suo solito modo semplice e riservato, durante le visite di Jasper. Quelle di cui si preoccupava erano le “autorità” olandesi. Inutile negare, infatti, che gli olandesi non vedevano di buon occhio le manovre di Jasper Allen, signore e padrone del brigantino Bonito. Lo ritenevano troppo intraprendente negli affari. Non mi risulta che avesse mai fatto niente di illegale; credo piuttosto che la sua frenetica attività riuscisse insopportabile a quella gente stolida e ultraprudente. Comunque, a parere di Nelson, il capitano del Bonito era un abile uomo di mare, un giovanotto simpatico ma, tutto sommato, una conoscenza poco desiderabile. Un po’ compromettente, capite. D’altro canto, non se la sentiva di dire chiaro e tondo a Jasper di girare alla larga. Il povero vecchio Nelson era un brav’uomo. Credo che avrebbe cercato in ogni modo di non ferire nemmeno un cannibale zazzeruto se non, forse, sotto estrema provocazione. Ferire, intendo, i sentimenti, non il corpo. Infatti contro lance, coltelli, asce, clavi o frecce il vecchio Nelson si era dimostrato capacissimo di fare la sua parte. Sotto ogni altro aspetto era una persona assolutamente mite. Se ne rimaneva quindi seduto sulla veranda con aria preoccupata e, ogni volta che gli giungevano all’orecchio le voci di sua figlia e di Jasper Allen, gonfiava le gote facendone poi uscire uno sbuffo angosciato come un uomo sottoposto a dura prova.
Naturalmente mi facevo beffe delle sue paure che, più o meno, mi confidava. Nutriva una certa considerazione per il mio giudizio e un certo rispetto non per le mie qualità morali ma per i buoni rapporti che si supponeva io intrattenessi con le “autorità” olandesi. Sapevo per certo che il suo più grande spauracchio, il Governatore di Banka – un contrammiraglio a riposo, simpatico, irascibile e cordiale – aveva per lui una netta simpatia. A questa rassicurante informazione che mettevo sempre avanti, il vecchio Nelson (o Nielsen) per un attimo si rischiarava; ma alla fine scuoteva il capo con aria dubbiosa come per dire che sì, tutto questo andava benissimo, ma il carattere dei funzionari olandesi celava abissi che nessuno fuor che lui aveva mai esplorato. Assolutamente ridicolo.
Nell’occasione di cui sto parlando, il vecchio Nelson era addirittura agitato; infatti, mentre cercavo di divagarlo con una certa avventura molto buffa e un po’ scandalosa capitata a un nostro comune conoscente a Saigon, esclamò d’improvviso:
«Perché diavolo insiste a venire qui!».
Ovviamente non aveva sentito una sola parola dell’aneddoto. E questo mi irritò, perché era davvero divertente. Lo guardai a occhi spalancati.
«Ma via! Andiamo!», sbottai. «Non lo sa perché Jasper viene qui?».
Fu questa la prima, aperta allusione che avessi mai fatto sul come stavano realmente le cose fra Jasper e sua figlia. La prese con molta calma.
«Oh, Freya è una ragazza assennata!», mormorò in tono assente, col pensiero evidentemente fisso alle “autorità”. No; Freya non era una sciocca. Non era di quello che si preoccupava. Non se ne preoccupava affatto. Quel tipo era giusto qualcuno che le teneva compagnia, la divagava; niente di più.
Quando quel caro e perspicace vecchio smise di bofonchiare, tutto era silenzio nella casa. Gli altri due si divagavano in modo molto taciturno e, senza dubbio, molto caloroso. Quale svago più coinvolgente e silenzioso avrebbero potuto trovare, infatti, se non parlare del loro futuro? Fianco a fianco sulla veranda, sicuramente guardavano il brigantino – il terzo personaggio di quel gioco affascinante. Senza di esso non ci sarebbe stato futuro. Esso significava denaro, casa e il grande mondo tutto per loro. Chi fu che paragonò una nave a una prigione? Che mi appendano ignominiosamente a un pennone se è così. Le bianche vele dell’imbarcazione erano le bianche ali – penne remiganti credo sarebbe più poetico – be’, le penne remiganti con cui volava alto il loro amore. Alto, per quanto riguarda Jasper. Freya, essendo donna, pensava molto di più al lato pratico e terreno della faccenda.
Ma Jasper era esaltato nel vero senso della parola dal giorno in cui, dopo che erano rimasti a guardare il brigantino durante uno di quei silenzi determinanti che da soli creano una perfetta comunione fra due creature dotate di parola, le aveva proposto di diventare comproprietaria con lui di quel tesoro. Anzi, gliene aveva addirittura fatto dono. Ma il suo cuore era legato a quel brigantino dal giorno in cui lo aveva acquistato a Manila, da un certo peruviano di mezz’età, sobriamente vestito di nero, enigmatico e cattedratico che, per quanto ne sapevo, poteva averlo rubato sulla costa del Sud America da dove asseriva di essere venuto nelle Filippine «per motivi di famiglia». Quel «motivi di famiglia» era un’ottima trovata – nessun caballero si sarebbe mai sognato di fare ulteriori indagini dopo un’affermazione del genere. In effetti Jasper era il perfetto caballero. Allora, anche il brigantino era tutto nero e misterioso, e molto sudicio; una gemma del mare ossidata o, meglio, un’opera d’arte trascurata. Perché doveva essere stato un artista l’anonimo carpentiere che lo aveva creato secondo una struttura così armoniosa dal più solido legname tropicale, tenuto insieme dal rame più puro. Dio solo sa in quale parte del mondo era stato costruito. Jasper stesso non era riuscito ad appurare granché della sua storia dal cattedratico e malinconico peruviano – ammesso che quell’individuo fosse veramente un peruviano e non il demonio in persona camuffato, come Jasper faceva scherzosamente finta di credere. La mia opinione è che il brigantino fosse abbastanza antico da essere una delle ultima navi corsare, forse adibita al trasporto degli schiavi, o magari un mercantile risalente ai tempi del traffico – e perché no, del contrabbando – dell’oppio.
Comunque stessero le cose, era un’imbarcazione solida come il primo giorno in cui aveva preso il mare, volava come una strega, si governava come una barchetta e – simile alle affascinanti avventuriere della storia – sembrava possedere il segreto dell’eterna giovinezza; nulla di strano quindi che Jasper Allen la trattasse come un’amante. Aveva saputo rendergli lo splendore della originaria bellezza. L’aveva verniciato con varie mani di pittura bianca della migliore qualità, applicata con estrema abilità, attenzione e perizia e mantenuta pulita dal suo angariato equipaggio di elementi malesi scelti, a tal punto che nemmeno il costoso smalto usato dai gioiellieri sarebbe apparso più splendente o più levigato al tocco. Una sottile modanatura dorata ne evidenziava la linea elegante quando si dondolava sull’acqua; e il brigantino eclissava senza sforzo la stereotipa raffinatezza di qualsiasi altro yacht da diporto che arrivasse in quei giorni in Oriente. Personalmente devo dire che, su uno scafo bianco, preferisco una modanatura rosso cupo che spicca meglio e costa meno; lo dissi a Jasper. Ma niente da fare; si era intestardito sulla migliore foglia d’oro in commercio: nessuna decorazione era abbastanza splendida per quella che sarebbe stata la futura casa della sua Freya.
L’amore per il brigantino e l’amore per la ragazza erano indissolubilmente fusi nel suo cuore, come due metalli preziosi in un unico crogiuolo. E vi assicuro che la fiamma ardeva. E gli provocava una profonda irrequietezza interiore, sia di attività che di desiderio. Col suo viso troppo delicato, l’onda laterale della capigliatura castana, il fisico asciutto e longilineo, lo scintillio dei suoi occhi d’acciaio e i movimenti scattanti e bruschi, mi faceva pensare talvolta a una luccicante lama che continuava a scattar fuori dal fodero. Solo quando era accanto alla ragazza, quando poteva rimirarla, quella sua caratteristica tensione cedeva il passo a un’intensa, adorante attenzione per ogni suo minimo gesto, ogni sua parola. Il suo autocontrollo, freddo, deciso, efficiente ma anche sorridente, sembrava tranquillizzarlo. Era forse la magia del suo viso, della sua voce, del suo sguardo che riusciva a placare il suo cuore? Ma erano proprio le stesse cose che avevano infiammato la sua immaginazione – ammesso che l’amore abbia inizio nell’immaginazione.
Ma io sono la persona meno adatta a sviscerare questi misteri e mi accorgo che abbiamo trascurato il povero vecchio Nelson che gonfiava preoccupato le guance, nella veranda sul retro.
Gli feci notare che dopotutto le visite di Jasper non erano poi tanto frequenti. Lui e il suo brigantino lavoravano parecchio in tutto l’Arcipelago. Ma tutto ciò che il vecchio Nelson disse, e lo disse con un certo disagio, fu:
«Speriamo che Heemskirk non si presenti qui quando è ancora in giro il brigantino».
Stare sulle spine per Heemskirk, ma andiamo! Heemskirk… parola mia, c’era di che perdere la pazienza.
II.
Dopotutto, infatti, chi era Heemskirk? Capirete subito l’assurdità di quel suo timore nei confronti di Heemskirk… Certo, non si poteva negare che fosse una carognetta. Bastava sentirlo ridere per capirlo. Niente rivela più il vero carattere di una persona che il suono incautamente spontaneo della sua risata. Ma, benedetto Iddio! Se dovessimo sussultare ad ogni sghignazzata maligna come un cerbiatto ad ogni stormir di foglia, non ci resterebbe che ritirarci nella solitudine di un deserto, o nell’isolamento di un eremo. E anche lì dovremmo fare i conti con l’inevitabile compagnia del demonio.
In ogni caso, il demonio è un personaggio di tutto rispetto, che ha conosciuto giorni migliori e ha frequentato le alte gerarchie delle Schiere Celesti; ma nelle gerarchie puramente terrene delle schiere olandesi Heemskirk, che certo non aveva mai visto giorni molto splendidi, non era che un ufficiale di marina di quarant’anni, senza particolari conoscenze o abilità di cui vantarsi. Era comandante del Neptun, una piccola cannoniera adibita al deprimente pattugliamento quotidiano su e giù per l’Arcipelago, a salvaguardia dei mercantili. Un incarico davvero non esaltante. Ve lo assicuro: solo un comunissimo tenente di mezz’età, con più o meno venticinque anni di servizio e ormai prossimo alla pensione – niente di più.
Non si era mai preoccupato molto di quanto succedeva nel gruppo delle Sette Isole fino a che, a Mintok o a Palembang immagino, aveva sentito dire che lì viveva una bella ragazza. Più che altro per curiosità, credo, era andato a sficcanasare da quelle parti e poi, una volta vista Freya, aveva preso l’abitudine di fare una capatina alle Sette Isole ogni volta che si trovava nel raggio di mezza giornata di navigazione da lì.
Con questo non voglio dire che Heemskirk fosse un tipico ufficiale navale olandese. Ne ho veduti abbastanza per non cadere in questo grossolano errore. Il suo viso era largo e sbarbato; grosse guance piatte e abbronzate, naso sottile e adunco e, quasi schiacciata nel mezzo, una boccuccia tumida. Fra i capelli neri c’era qualche filo d’argento; anche gli occhietti antipatici erano neri e aveva un modo sgradevole di gettare sguardi obliqui senza muovere la testa piantata sul collo corto e rotondo. Il busto tozzo e cilindrico stretto nella giacchetta nera di bassa uniforme con le spalline dorate, era sorretto da due grosse gambe massicce, divaricate, in pantaloni bianchi da lavoro. Anche il cranio a palla sotto il berretto bianco sembrava enorme e intozzato, ma racchiudeva quel tanto di cervello che gli serviva per scoprire – e approfittarsene malignamente – il nervosismo del vecchio Nelson di fronte a qualsiasi cosa fosse investita dal benché minimo crisma di autorità.
Heemskirk aveva l’abitudine di sbarcare sulla punta del promontorio e di aggirarsi in silenzio in ogni punto della piantagione come se tutta la zona gli appartenesse, prima di recarsi al bungalow. Sulla veranda si sceglieva la sedia più comoda e si tratteneva per il tè o per la cena semplicemente rimanendosene lì, senza nemmeno darsi la pena di autoinvitarsi, sia pure con una parola. Meritava di esser preso a calci, non fosse altro che per il suo comportamento nei confronti di Freya. Se fosse stato un selvaggio nudo, armato di lancia e di frecce avvelenate, il vecchio Nelson (o Nielsen) gli si sarebbe avventato contro a pugni alzati. Ma quelle spalline dorate – spalline olandesi, per di più – lo paralizzavano; e sopportava quindi che quel cialtrone lo trattasse con pesante degnazione, si mangiasse con gli occhi sua figlia e si scolasse buona parte della sua esigua riserva di vino.
Mi ero accorto della faccenda e una volta cercai di fare un commento in proposito. Fu una cosa pietosa vedere l’ansietà che si dipinse negli occhi rotondi del vecchio Nelson. In un primo tempo, protestò che il tenente era un suo vecchio amico; una bravissima persona. Continuai a guardarlo dritto in faccia così che alla fine esitò e dovette ammettere che, sì, certo, Heemskirk non suscitava molta simpatia, ma in fondo…
«Da queste parti non ho mai incontrato un olandese simpatico», lo interruppi. «Dopotutto, la simpatia non è un requisito fondamentale. Ma non capisce…».
Nelson apparve all’improvviso così terrorizzato da quanto stavo per dire che non ebbi il coraggio di terminare il discorso. Naturalmente, quello che volevo dirgli era che quel tale mirava a sua figlia. E questo rispecchia esattamente la situazione. Cosa Heemskirk si aspettasse o avesse in mente di fare, non so. Per quanto ne sapevo, forse si considerava irresistibile; o aveva preso Freya per quello che non era, per via dei suoi modi vivaci, disinvolti e spontanei. Ma le cose stavano così. Mirava alla ragazza. Nelson se ne accorgeva benissimo. Solo, preferiva far finta di niente. Non voleva sentirne parlare.
«Tutto quello che voglio è non avere grane con le autorità olandesi», borbottò timidamente.
Era incurabile. Mi dispiaceva per lui e sono convinto che anche la signorina Freya fosse dispiaciuta per suo padre. Si tratteneva per amor suo e, come ogni cosa che faceva, lo faceva con semplicità, con naturalezza, perfino con buona grazia. Sforzo non da poco, poiché nelle attenzioni di Heemskirk c’era un tocco di insolente disprezzo molto difficile da sopportare. Gli olandesi di quel tipo consideravano il vecchio Nelson e Freya loro inferiori in tutti i sensi.
Non posso dire che mi sentissi addolorato per Freya. Non era il tipo di ragazza da prendere le cose sul tragico. Ci si poteva sentire dispiaciuti per lei e simpatizzare con le sue difficoltà, ma sembrava essere all’altezza di qualsiasi situazione. Era piuttosto ammirazione quella che la sua competente serenità suscitava. Solo quando Jasper ed Heemskirk si trovavano entrambi al bungalow, il che ogni tanto accadeva, era tesa; e anche allora non tutti se ne accorgevano. Solo io riuscivo a scorgere un leggero offuscamento della sua radiosa personalità. Una volta non potei trattenermi da dirle in tono di apprezzamento: «Parola mia, lei è fantastica». Non fece commenti, limitandosi a un leggero sorriso. «La cosa importante è far sì che Jasper non perda la testa», rispose; e potevo vedere la sincera preoccupazione che traspariva dalle tranquille profondità dei suoi occhi franchi che mi fissavano. «Mi aiuterà a tenerlo tranquillo vero?»
«Certo, dobbiamo tenerlo tranquillo», convenni comprendendo molto bene la natura della sua ansia. «È così lunatico, quando si arrabbia».
«Eccome!», assentì a bassa voce; parlar male di Jasper era un nostro piccolo scherzo. «Ma l’ho un po’ addomesticato. Adesso è proprio un bravo bambino».
«Ciò non toglie che schiaccerebbe Heemskirk come uno scarafaggio», osservai.
«Questo è certo», mormorò. «E non sarebbe proprio il caso», aggiunse in fretta. «Immagini in che stato cadrebbe il povero papà. E inoltre intendo diventare padrona di quel caro brigantino e navigare su questi mari, non certo andarmene a zonzo a diecimila miglia da qui».
«Più presto la vedrò a bordo a prendersi cura del suo uomo e del brigantino, meglio sarà», dissi con convinzione. «Avranno entrambi bisogno di lei per filar dritti. Non credo che Jasper si calmerà fino a quando non l’avrà portata via da quest’isola. Lei non lo vede quando è lontano, come invece lo vedo io. È in uno stato di perenne esaltazione che quasi mi spaventa».
Sorrise di nuovo alle mie parole, poi si fece seria. Non le dispiaceva, certo, sentir confermare il proprio ascendente su di lui, ma si rendeva conto della responsabilità. Scivolò improvvisamente via dal mio fianco perché Heemskirk, seguito dal vecchio Nelson in atteggiamento deferente, stava salendo i gradini della veranda. Appena emerse con la testa sopra il livello del pavimento girò intorno quei suoi maligni occhietti neri.
«Dov’è sua figlia, Nelson?», chiese con un tono come se tutta l’umanità gli appartenesse. Poi, rivolto a me: «la dèa è fuggita, eh?».
La Cala di Nelson – come la chiamavamo – quel giorno era affollata di navi. Prima il mio piroscafo, poi la cannoniera Neptun poco più in là, e il brigantino Bonito ancorato, come il solito, così vicino a riva da sembrare che, con un minimo di mira e di abilità, si sarebbe potuto gettare un berretto dalla veranda al cassero di poppa, scrupolosamente passato a pomice. Gli ottoni brillavano come oro, lo scafo pitturato di bianco luccicava come seta. Lo slancio dell’alberatura verniciata e dei possenti pennoni gli conferivano una sorta di marziale eleganza. Era una bellezza. Nulla di strano che, in possesso di un’imbarcazione del genere e con la prospettiva di una ragazza come Freya al suo fianco, Jasper vivesse in uno stato di continua esaltazione, confacente forse al settimo cielo ma non esattamente prudente in un mondo come il nostro.
Feci educatamente notare a Heemskirk che, con tre ospiti in casa, la signorina Freya aveva senza dubbio faccende domestiche cui pensare. Naturalmente sapevo che era andata incontro a Jasper in un certo punto tranquillo sulle rive dell’unico corso d’acqua che scorreva sull’isoletta di Nelson. Il comandante del Neptun mi diede un’occhiataccia dubbiosa e cominciò a mettersi comodo, sprofondando la sua massiccia e cilindrica carcassa in una sedia a dondolo e sbottonandosi la giacca. Il vecchio Nelson gli si sedette di fronte in atteggiamento quanto mai dimesso, guardandosi intorno a occhi spalancati, facendosi vento col cappello. Cercai di intavolare una conversazione per passare il tempo; impresa non facile, con un olandese scontroso e innamorato che continuava a guardare da una porta all’altra e rispondeva a qualsiasi tentativo con uno sberleffo o un grugnito.
Comunque, la serata passò senza inconvenienti. Per fortuna, esiste un livello di beatitudine troppo elevato per l’esaltazione. Jasper era tranquillo e silenziosamente concentrato a osservare Freya. Mentre tornavamo a bordo delle rispettive navi, mi offrii di rimorchiare il suo brigantino al largo, l’indomani. Lo feci col preciso scopo di allontanarlo al più presto possibile. Così alle prime fredde luci dell’alba, passammo accanto alla cannoniera che galleggiava nera e immobile, ancora senza il minimo segno di vita a bordo, alla foce della limpida baia. Ma già il sole, con tropicale rapidità, si era alzato di due volte il suo diametro sull’orizzonte prima che avessimo aggirato la scogliera e doppiato il promontorio. Sulla rupe più alta stava Freya, tutta vestita di bianco, col suo ampio cappello, simile alla statua di una dèa guerriera, col volto roseo che distinguevo perfettamente attraverso il mio cannocchiale. Agitò significativamente un fazzoletto e Jasper, inerpicandosi di corsa su per le sartie principali del candido e battagliero brigantino, sventolò in risposta il cappello. Poco dopo ci dividemmo, io virando verso nord e Jasper verso est, spinto da un leggero vento in poppa, in direzione di Banjermassin e di altri due porti, meta, credo, di quel viaggio.
Quella fu l’ultima occasione pacifica in cui vidi quelle persone tutte insieme: l’affascinante Freya, fresca e decisa; l’ingenuo Nelson con i suoi occhi spalancati; Jasper intenso, longilineo, dal volto magro, straordinariamente controllato nel suo comportamento in quanto felice oltre ogni dire sotto lo sguardo della sua Freya: tutti e tre alti, biondi, con gli occhi azzurri pur se di sfumature diverse; e fra loro l’olandese, arrogante e bruno, col suo colorito scuro, più basso quasi di una testa e tanto più massiccio di ciascuno di loro da sembrare un essere capace di gonfiarsi, un grottesco esemplare di creatura da un altro pianeta. Il contrasto mi aveva colpito subito mentre indugiavamo sulla veranda illuminata dopo esserci alzati da tavola. Ne ero rimasto affascinato per tutto il resto della serata e ricordo ancora oggi la sensazione che ne provai: di qualcosa di buffo e, al tempo stesso, infausto.
III.
Poche settimane dopo, arrivando una mattina presto a Singapore dopo un viaggio che mi aveva portato al Sud, vidi il brigantino alla fonda in tutta la sua usuale simmetria e la sua splendida apparenza, come fosse stato tirato fuori da una teca di vetro e appoggiato delicatamente sull’acqua in quel preciso momento. Era piuttosto al largo nella rada, ma proseguii fino a raggiungere il mio attracco abituale, proprio di fronte alla cittadina. Prima che avessimo finito di far colazione un quartiermastro venne ad annunciarmi che la scialuppa del capitano Allen stava dirigendosi verso di noi. La sua elegante lancia arrivò sottobordo e con due balzi aveva già superato il barcarizzo e mi serrava la mano nella sua stretta nervosa, osservandomi con aria interrogativa in quanto riteneva che, lungo la rotta, mi fossi fermato alle Sette Isole. Mi frugai in tasca alla ricerca di un bigliettino accuratamente piegato che egli mi strappò di mano senza tanti complimenti portandoselo sul ponte per leggerlo in solitudine. Dopo un intervallo decente lo seguii e lo trovai che andava avanti e indietro; le sue emozioni infatti erano tali da renderlo irrequieto anche nei momenti di maggior riflessione.
Scosse verso di me la testa con aria trionfante.
«Be’, ragazzo mio», disse, «ora non mi rimane che contare i giorni».
Capii cosa intendesse dire. Sapevo che i due giovani avevano già concordato di fuggire per sposarsi senza i preliminari ufficiali. Era una decisione del tutto logica. Il vecchio Nelson (o Nielsen) non avrebbe mai acconsentito di buon grado a dare Freya a quel compromettente Jasper. Per amor del cielo! Cosa direbbero le autorità olandesi di un simile matrimonio! Talmente assurdo che non valeva nemmeno la pena di parlarne. Ma non c’è nessuno al mondo più cocciuto ed egoista di un pavido allarmato per il suo «campicello», come usava definirlo il vecchio Nelson in tono di scusa. Un cuore permeato da un particolare tipo di fifa è a prova di buon senso, di sentimento e di ridicolo. È una pietra.
Jasper era disposto a fare la sua domanda, salvo poi ad agire di testa sua; ma era stata Freya a decidere che bisognava mantenere il segreto in quanto «papà non farebbe che preoccuparsi fino a diventar matto». Era capacissimo di ammalarsi e allora non avrebbe avuto il coraggio di lasciarlo. E questo è un esempio di coerenza e di logica femminile. Del resto, madamigella Freya leggeva nel cuore del suo «povero papà» nel modo in cui una donna legge nel cuore di un uomo – come in un libro aperto. Una volta partita la figlia, il vecchio Nelson non si sarebbe più preoccupato. Avrebbe lanciato tuoni e fulmini, avrebbe snocciolato lamentele a non finire, ma non sarebbe stata la stessa cosa. La vera agonia dell’indecisione, l’angoscia di sentimenti contrastanti, gli sarebbero state risparmiate. E dal momento che era troppo mite per abbandonarsi all’ira, dopo un periodo di lamentazioni e recriminazioni si sarebbe dedicato al suo «campicello» e a rimanere in buoni rapporti con le autorità.
Il tempo avrebbe fatto il resto. E Freya pensava di potersi permettere di aspettare, regnando nel frattempo sulla sua casa a bordo del bel brigantino e sul cuore di colui che la amava.
Questa era la vita fatta per lei che aveva imparato a muovere i primi passi sul ponte di una nave. Se mai ci fu una figlia di bastimenti, una ragazza di mare, questa era lei. E naturalmente amava Jasper e aveva piena fiducia in lui; ma nel suo orgoglio traspariva una punta di ansietà. È molto bello e romantico possedere tutta per sé una lama ben temperata e affidabile; ma che poi essa sia l’arma migliore per combattere contro le volgari randellate del Fato – be’, è un altro paio di maniche.
Sapeva che di loro due era lei ad avere più corpo – inutile che facciate battute di bassa lega, non sto parlando in senso materiale. Quando lui era lontano si sentiva solo un pochino in ansia; e aveva me, un fidato confidente che spesso mi permettevo di sussurrarle «prima sarà meglio sarà». Ma c’era in Freya una particolare vena di caparbietà e il motivo che adduceva per giustificare il suo temporeggiamento era tipico: «non prima che io abbia compiuto ventun’anni; così la gente non potrà avere dubbi sul fatto che sono grande abbastanza per sapere quello che faccio».
Jasper era così preso da lei che non aveva nemmeno protestato per quell’ultimatum. Freya era semplicemente stupenda, qualsiasi cosa dicesse o facesse, e questo gli bastava. Credo anzi che fosse sufficientemente acuto da sentirsene, in fondo, perfino lusingato – qualche volta. E poi, a consolarlo c’era sempre il brigantino che sembrava pervaso dallo spirito di Freya poiché, qualsiasi cosa egli facesse a bordo, la faceva sempre sotto la ratifica suprema del suo amore.
«Sì. Presto comincerò a contare i giorni. Ancora undici mesi. E dovrò farci entrare tre viaggi in questo periodo».
«Attento a non andare in malora per voler strafare», gli dissi. Ma respinse il mio avvertimento con una risata e un gesto di esultanza. Figuriamoci! Nulla, ma proprio nulla sarebbe accaduto al brigantino, esclamò, come se la fiamma del suo cuore potesse illuminare le notti buie di mari sconosciuti e l’immagine di Freya lo guidasse come faro infallibile fra le secche nascoste; come se i venti dovessero essere al servizio del suo futuro e le stelle combattere al suo fianco nel loro corso; come se la magia della sua passione avesse il potere di far galleggiare una nave su una goccia di rugiada o farla veleggiare attraverso la cruna di un ago – semplicemente perché aveva l’incomparabile fortuna di servire un amore così pieno di grazia da rendere sicure, splendenti e agevoli tutte le strade del mondo.
«Suppongo», dissi dopo che ebbe finito di ridere alla mia innocente osservazione, «suppongo che partirai oggi».
Era esattamente quello che intendeva fare. Non era partito all’alba solo perché prevedeva che sarei arrivato.
«E immagina un po’ cos’è successo ieri», continuò. «Il mio secondo mi ha piantato di punto in bianco. Ha dovuto farlo. E siccome non si trova nessuno, così sui due piedi, prenderò con me Schultz. Il famigerato Schultz! Come, non ti tremano le gambe? Pensa che sono andato a scovare Schultz ieri sera tardi, dopo una giornata piena di problemi. “Sono l’uomo che fa per lei, capitano”, mi dice, con quella sua voce straordinaria. “Ma mi spiace dirle che praticamente ho solo il vestito che porto addosso. Ho dovuto vendere tutto il mio guardaroba per combinare il pranzo con la cena”. Che voce ha quell’uomo! E poi parlano di commuovere i sassi! Ma a quanto pare la gente ci si abitua. Non lo avevo mai visto e, parola mia, d’improvviso mi sono venute le lacrime agli occhi. Per fortuna che era già buio. Se ne stava seduto tranquillo e placido sotto un albero, nel recinto di un indigeno, magro come un chiodo; e quando mi sono chinato per guardarlo in faccia ho visto che tutto quello che aveva addosso era una vecchia canottiera di cotone e un paio di pantaloni da pigiama sdruciti. Gli ho comperato sei uniformi bianche e due paia di scarpe di tela. Non posso salpare senza un secondo. Devo avere qualcuno. Fra un attimo scendo a terra per firmare il suo ingaggio e poi me lo porto a bordo con me, così partiamo subito. Dunque, sono un pazzo, no? Pazzo furioso. Coraggio! Dimmene quante te ne senti! Sfogati! Mi piace quando ti arrabbi».
Era così evidente che si aspettava una lavata di testa che provai una enorme soddisfazione ad accentuare la calma del mio atteggiamento.
«Il peggio che si possa dire di Schultz», cominciai a braccia conserte e in tono distaccato, «è che ha la deplorevole abitudine di saccheggiare la stiva di ogni nave su cui è stato. Lo farà anche con te. Il guaio, in fondo, è tutto qui. Non do assolutamente credito a quella storia messa in giro dal capitano Robinson circa il fatto che a Chantabun Schultz abbia fatto comunella con dei farabutti su una giunca cinese per rubare l’ancora a tribordo della goletta Bohemian Girl. La storia di Robins è decisamente troppo fantasiosa. L’altra faccenda dei macchinisti della Nan-Shan che hanno sorpreso Schultz a mezzanotte in sala macchine mentre con un martello cercava di staccare i cuscinetti di ottone per rivenderli a terra, mi sembra più autentica. A parte questa sua piccola debolezza, posso garantirti che Schultz è un marinaio assai migliore di altri che non hanno mai bevuto un goccio in vita loro; e forse non peggiore, moralmente, di certe persone di nostra conoscenza che non hanno mai rubato neppure un centesimo. Può non essere l’individuo più desiderabile da avere a bordo ma, dal momento che non hai scelta, credo che Schultz possa andare. Solo, non dargli soldi fino a quando non avrai più bisogno di lui. L’importante è capire la sua psicologia. Non un soldo, nemmeno se te lo chiede in ginocchio. Perché una cosa è certa: nel momento in cui gli darai del denaro, Schultz comincerà a rubare. Ricordatelo».
Mi divertì l’espressione sorpresa e incredula di Jasper.
«Un accidenti!», esclamò. «Perché mai dovrebbe? Stai cercando di prendermi in giro, vecchio mio?»
«Niente affatto. Devi capire la psicologia di Schultz. Non è né un fannullone né uno scroccone. Non è il tipo che se ne va in giro a cercare chi gli offra un bicchiere. Ma supponi che scenda a terra con cinque dollari in tasca – o cinquanta, fa lo stesso. Dopo il terzo o il quarto bicchiere diventa intontito e generoso. O getta i soldi per terra o li distribuisce a tutti; a chiunque sia disposto a prenderli. Poi, gli viene in mente che la notte è ancora giovane e che lui e i suoi amici potrebbero aver voglia di parecchie altre bevute prima che faccia giorno. Così, s’incammina arzillo e vispo verso la sua nave. Il bere non gli appesantisce né gambe né cervello, come invece avviene di solito. Sale a bordo e s’impadronisce tranquillamente del primo oggetto che gli sembra faccia al caso suo – una lampada, un rotolo di corda, un pacco di biscotti, una tanica d’olio – e lo cambia in moneta sonante senza pensarci due volte. Questo è il meccanismo, solo questo. Devi solo stare attento a che non si metta in moto. Niente di più».
«Accidenti alla sua psicologia», borbottò Jasper. «Ma un uomo con una voce come la sua potrebbe parlare agli angeli. Secondo te, è incurabile?».
Risposi che ne ero convinto. Finora nessuno lo aveva denunciato ma tutti si rifiutavano di dargli un lavoro. Temevo proprio che sarebbe finito a crepar di fame in qualche buco.
«Be’», rifletté Jasper ad alta voce, «il Bonito non fa affari con nessun porto civilizzato. Questo dovrebbe aiutarlo a rigar dritto».
Era vero. Il brigantino commerciava su coste lontane dalla civiltà, con oscuri rajah residenti in porti pressoché sconosciuti; con colonie di indigeni lungo fiumi misteriosi i cui tetri estuari, fiancheggianti da foreste, si allargavano fra scogliere selvagge di un verde pallido e banchi di sabbia abbagliante, in solitari bracci di mare di un azzurro pallido e calmo, luccicanti sotto il sole. Laggiù, lontano dalle rotte battute, il brigantino scivolava solitario, tutto bianco, doppiando promontori oscuri e minacciosi, sbucava come un fantasma da dietro lingue di terra che si stendevano nere sotto la luna; o si annidava alla fonda come un gabbiano addormentato, all’ombra di qualche montagna senza nome, in attesa di un segnale. O faceva capolino d’improvviso nei giorni nebbiosi e burrascosi mentre fendeva sprezzante i corti marosi aggressivi del Mare di Giava; o s’intravedeva di lontano, molto lontano – un lucente puntino bianco che volava attraverso l’incombente massa violacea delle nubi temporalesche che si addensavano all’orizzonte. A volte, lungo le rare rotte di battelli postali, dove la civiltà sfiora il mistero di una natura selvaggia, quando i passeggeri sprovveduti affacciati al parapetto esclamavano, indicandolo con interesse «guardate un panfilo!» il capitano olandese, con un’occhiata ostile, grugniva con disprezzo: «Ma che panfilo! Quello è solo Jasper, l’inglese. Un venditore ambulante…».
«Un buon marinaio, dici», esclamò Jasper continuando a parlare di quello sciagurato di Schultz dalla voce splendida e toccante.
«Di prim’ordine. Chiedilo a chiunque. Un marinaio che vale la pena di avere a bordo – solo che è un individuo impossibile», ripetei.
«Sul brigantino avrà l’opportunità di emendarsi», disse Jasper ridendo. «Dove sono diretto questa volta non ci saranno occasioni di ubriacarsi o di rubare».
Non insistei per saperne di più. In effetti, visto che ci conoscevamo piuttosto bene, avevo un’idea abbastanza precisa circa i suoi affari in genere.
Ma mentre tornavamo a terra nella sua lancia mi chiese d’improvviso: «a proposito, sai dove sia Heemskirk?».
Lo sbirciai di soppiatto e mi tranquillizzai. Lo aveva chiesto non come innamorato ma come commerciante. Gli riferii quanto avevo sentito dire a Salembang e cioè che il Neptun era di servizio dalle parti di Flores e Sumbawa. Assolutamente fuori dalla sua rotta. Espresse la sua soddisfazione.
«Sai», continuò, «quando tocca la costa del Borneo quel bel tipo si diverte ad affondare i miei gavitelli. Ho dovuto collocarne qualcuno per uscire o entrare dai fiumi. Ai primi di quest’anno, un commerciante di Celebes bloccato col suo prau dalla bonaccia lo ha visto mentre li affondava. Ha lanciato la cannoniera a tutta velocità contro due gavitelli, uno dopo l’altro, mandandoli in pezzi; e poi ha calato una scialuppa per tirarne via un terzo che mi era costato un mucchio di fatica, sei mesi fa, per piantarlo al centro di un fondale melmoso come indicatore della marea. Hai mai sentito qualcosa di più indisponente?»
«Al tuo posto, non mi metterei a litigare con quel cafone», gli dissi con aria indifferente anche se quella notizia non mi piaceva affatto. «Non ne vale la pena».
«Litigarci?», esclamò Jasper. «Non ho la minima intenzione di litigarci. Non torcerei un capello di quella sua testaccia. Amico mio, quando penso al ventunesimo compleanno di Freya, mi sento di abbracciare tutto e tutti, Heemskirk compreso. Comunque, è un giochetto maligno e dispettoso».
Ci separammo piuttosto in fretta sul molo perché avevamo entrambi affari urgenti da sbrigare. Sarei stato davvero sconvolto se avessi saputo che quella rapida stretta di mano e il suo «ci vediamo, vecchio mio. Buona fortuna!» avrebbero segnato il nostro ultimo incontro.
Quando tornò allo Stretto io ero via e lui se ne andò prima del mio ritorno. Stava cercando di completare tre viaggi prima del compleanno di Freya. Anche alla Baia di Nelson lo mancai per un paio di giorni. Freya ed io parlavamo di «quello svitato», quel «perfetto idiota» con grande gioia e profonda stima. Lei era radiosa, ancor più allegra del solito malgrado si fosse appena separata da Jasper. Ma quella doveva essere la loro ultima separazione.
«Cerchi di imbarcarsi appena può, signorina Freya», la scongiurai.
Mi guardò dritto in faccia arrossendo un po’ e con una sorta di solenne fervore – anche se con una sfumatura di incertezza nella voce: «Subito il giorno dopo», rispose.
Già! Subito il giorno dopo il suo ventunesimo compleanno. Scoprire quel sentimento così profondo mi fece piacere. Era come se alla fine si stesse spazientendo di quel rinvio da lei stessa imposto. Immaginai che ciò fosse dovuto in gran parte alla recente visita di Jasper.
«Buona idea», approvai. «Mi sentirò molto più tranquillo quando saprò che di quello “svitato” si sta occupando lei. Non perda un solo minuto. Naturalmente lui sarà puntualissimo – a meno che non caschi il cielo».
«Già. A meno che…», ripeté pensierosa sottovoce, alzando gli occhi al cielo serotino limpido e senz’ombra di nuvole.
Silenziosi per un po’, lasciammo vagare lo sguardo sulla distesa di acque sotto di noi, che appariva misteriosamente immobile alla luce del crepuscolo, quasi fiduciosamente abbandonata a un lungo, lungo sogno nella calda notte tropicale.
E tutt’intorno, una pace che sembrava senza limiti e senza fine. E poi, cominciammo come il solito a parlare di Jasper. Convenimmo che, sotto molti aspetti, era davvero spericolato. Per fortuna, il brigantino era in grado di affrontare qualunque emergenza, per disperata che fosse. Un tesoro di nave, disse la signorina Freya. Lei e suo padre avevano trascorso un pomeriggio a bordo. Jasper aveva offerto il tè. Papà era di cattivo umore… Mi immaginai il vecchio Nelson sotto la candida tenda di coperta, a rimuginare i suoi piccoli crucci facendosi vento col cappello. Il padre nobile della commedia… Come ulteriore esempio delle mattane di Jasper mi fu raccontata la sua afflizione per non aver potuto montare maniglie di argento massiccio a tutte le porte delle cabine. «Come se io gliel’avrei lasciato fare!», commentò Freya con divertita indignazione. Fra l’altro, appresi anche che Schultz, il cleptomane marino dalla voce d’oro, lavorava ancora sul brigantino, con l’approvazione della signorina Freya. Jasper aveva confidato alla donna del suo cuore che si era prefisso di raddrizzare la psicologia di quel bel campione. Già, proprio così. Tutto il mondo era suo amico perché respirava la stessa aria che respirava Freya.
In un modo o nell’altro riuscii a infilare nella conversazione il nome di Heemskirk e, con mia grande sorpresa, la signorina Freya ebbe un sussulto. C’era quasi dell’angoscia nei suoi occhi mentre si mordeva le labbra per frenare il riso. Oh! Sì. Heemskirk era stato al bungalow contemporaneamente a Jasper, ma era arrivato il giorno dopo. Ed era partito lo stesso giorno del brigantino, solo qualche ora più tardi.
«Dev’essere stata una bella seccatura per voi due», esclamai con convinzione.
I suoi occhi mi lampeggiarono una sorta di spaventata ilarità e improvvisamente esplose in una risata cristallina. «Ha, ha, ha!».
Le feci eco di cuore, anche se non con lo stesso timbro delizioso. «Ha, ha, ha!… Non è grottesco? Ha, ha, ha!». E dato che non potei fare a meno di associare la comicità degli occhi del vecchio Nelson spalancati in uno sguardo di futile ferocia ai suoi modi concilianti verso il tenente, scoppiai di nuovo a ridere.
«Sembra», balbettai, «sembra…ha, ha, ha! – in mezzo a voi tre… sembra uno scarafaggio infelice. Ha, ha, ha!».
Ebbe un’altra risata argentina e corse nella sua stanza sbattendosi la porta alle spalle e lasciandomi sbalordito. Il riso mi morì subito sulle labbra.
«Che c’è di tanto divertente?», chiese la voce del vecchio Nelson a metà delle scale.
Salì, si sedette e gonfiò le guance fino ad averne un aspetto indicibilmente sciocco. Ma la voglia di ridere mi era passata. E perché diavolo poi, mi chiesi, ci eravamo abbandonati a quel riso incontrollabile. Mi sentii improvvisamente depresso.
Già, era stata Freya a cominciare. Quella ragazza ha i nervi a pezzi, pensai. E in fondo non c’era da meravigliarsene.
Non sapevo cosa rispondere alla domanda del vecchio Nelson; ma del resto era troppo afflitto dalla visita di Jasper per poter pensare ad altro. Praticamente mi chiese se non volessi incaricarmi di far capire a Jasper che la sua presenza non era gradita alle Sette Isole. Gli risposi che non era necessario. Da alcune circostanze di cui ero recentemente venuto a conoscenza, avevo motivo di credere che in futuro non sarebbe stato molto disturbato da Jasper Allen.
«Dio sia lodato!», esclamò con tale fervore che stavo per scoppiare di nuovo a ridere; ma la sua espressione non si rischiarò altrettanto. A quanto pareva, Heemskirk aveva fatto del suo meglio per rendersi particolarmente sgradevole. Aveva terrorizzato il vecchio Nelson esprimendo una sinistra sorpresa per il fatto che il governo consentisse a un bianco di insediarsi da quelle parti. «È contrario alla nostra politica ufficiale», aveva sottolineato. E lo aveva anche accusato di non essere, in realtà, migliore di un qualsiasi inglese. Aveva perfino cercato di attaccare briga con lui perché non aveva imparato l’olandese.
«Gli ho detto che ormai ero troppo anziano per imparare», sospirò malinconicamente il vecchio Nelson (o Nielsen). «Mi ha risposto che avrei dovuto imparare l’olandese già da molto tempo. Mi ero guadagnato da vivere nelle colonie olandesi. Era una vergogna, ha detto, che io non parlassi olandese. Era furioso con me, come se fossi un Muso Giallo».
Evidentemente, era stato tormentato con cattiveria. Non parlò di quante bottiglie del suo chiaretto migliore avesse versato sull’altare della conciliazione. Sicuramente si era trattato di una libagione generosa. Ma il vecchio Nelson (o Nielsen) era molto ospitale. Non gli spiaceva offrire da bere; e mi rammaricavo solo che quella sua virtù andasse sprecata a pro del comandante del Neptun. Morivo dalla voglia di dirgli che probabilmente neanche Heemskirk lo avrebbe più disturbato con le sue visite. Non lo feci unicamente per il timore (assurdo, lo riconosco) di fargli nascere dei sospetti. Come se una cosa simile potesse accadere con quell’ingenuo padre da operetta.
Stranamente, l’ultima parola sull’argomento Heemskirk la disse Freya; e proprio rispecchiando il mio pensiero. A tavola, la conversazione del vecchio Nelson tornava insistentemente al tenente.
«E non stava affatto bene – vero Freya?», continuò a gemere il vecchio Nelson. «Forse per questo era tanto scorbutico – no, Freya? Aveva l’aria di sentirsi molto male quando se n’è andato così all’improvviso. Deve avere anche il fegato in cattivo stato».
«Oh, alla fine gli passerà», ribatté Freya spazientita. «E smettila di preoccuparti per lui, papà. Probabilmente, per parecchio tempo lo vedrai pochissimo».
Nell’occhiata che mi lanciò rispondendo al mio sorrisetto a mezza bocca non c’era traccia di ilarità. Sembrava che in quelle due ore gli occhi le si fossero incavati, il viso si fosse fatto smunto. Avevamo riso troppo. Sfinita! Sfinita per l’approssimarsi del momento decisivo. Dopo tutto, per sincera, coraggiosa e risoluta che fosse, sentiva certo emozione e rammarico per la sua decisione. Proprio il profondo amore che l’aveva indotta a quel passo doveva averle provocato una grande tensione psicologica mescolata forse a una punta di rimorso. Era leale – e lì, dall’altro lato della tavola, stava seduto il povero vecchio Nelson (o Nielsen) che la fissava con gli occhi tondi, così pateticamente comico nella sua aria feroce da commuovere anche il cuore più giocondo.
Si ritirò presto nella sua stanza a cercar di conciliarsi il sonno esaminando i suoi conti. Noi due restammo sulla veranda per un’altra oretta, scambiandoci solo frasi distratte su cose senza importanza, quasi emotivamente svuotati dalla nostra lunga chiacchierata durante il giorno sull’unico argomento di capitale importanza. Eppure, c’era qualcosa che a un amico avrebbe potuto confidare. Forse, non si fidava della mia mascolina mancanza di buon senso… Oh! Freya!
Scendendo lungo il ripido viottolo che portava al pontile, nell’ombra di rocce e cespugli, mi si parò davanti una figura femminile ammantata che lì per lì mi fece trasalire. Mi attraversò improvvisamente la strada sbucando da dietro un masso di roccia. Ma in un attimo pensai che non poteva essere che la cameriera di Freya, una meticcia malacco-portoghese. Qualche volta in casa si intravedevano di sfuggita il suo viso olivastro, la dentatura di un bianco abbagliante. A volte l’avevo anche osservata da lontano, seduta a portata di voce all’ombra di qualche albero da frutta mentre si spazzolava e si intrecciava i lunghi ricci di un nero corvino. Sembrava fosse la principale occupazione nel suo tempo libero. Spesso ci eravamo scambiati un cenno o un sorriso – anche qualche parola. Era una creatura graziosa. E una volta l’avevo vista avvicinarsi facendo smorfie e boccacce alle spalle di Heemskirk. Venni a sapere (da Jasper) che era a conoscenza del segreto, come la servetta delle commedie. Avrebbe accompagnato lei Freya al suo insolito e bizzarro matrimonio e alla “felicità e contentezza” in cui sarebbe vissuta da quel momento in poi. Perché mai se ne andava gironzolando di notte vicino alla baia – a meno che non avesse un appuntamento galante – mi chiesi. Ma nelle Sette Isole non c’era nessuno di adatto a lei, per quanto ne sapevo. Mi balenò l’idea che forse ero io quello che stava aspettando.
Esitò, imbacuccata da capo a piedi, tenendosi timidamente nell’ombra. Feci un altro passo avanti e non sto a dirvi come mi sentissi.
«Che c’è?», chiesi a voce bassissima.
«Nessuno sa che sono qui», sussurrò.
«E nessuno ci può vedere», sussurrai di rimando. Mi giunse all’orecchio un mormorio indistinto: «Mi sono tanto spaventata». In quel preciso momento, quaranta piedi sopra le nostre teste, dalla veranda ancora illuminata, inattesa e allarmante risuonò la voce di Freya, limpida e imperiosa, che chiamava:
«Antonia!».
Con un’esclamazione soffocata la ragazza, già intimorita, svanì dal sentiero. Un cespuglio vicino frusciò; poi, silenzio. Rimasi perplesso ad aspettare. Le luci sulla veranda si spensero. Attesi ancora un po’, poi continuai a scendere lungo il sentiero verso la mia imbarcazione, più perplesso che mai.
Ricordo le circostanze di quella visita specialmente perché fu l’ultima volta che vidi il bungalow dei Nelson. Giunto allo Stretto, trovai dei cablogrammi in seguito ai quali fui costretto a rinunciare su due piedi al mio impiego e a tornare immediatamente a casa. Lottai contro il tempo per riuscire a prendere il postale che doveva salpare il giorno dopo ma trovai qualche minuto per scrivere due brevi messaggi, uno per Freya e uno per Jasper. In seguito, scrissi più a lungo, questa volta solo ad Allen. Non ebbi risposta. Scovai allora suo fratello, o meglio fratellastro, che era avvocato in città – un ometto tranquillo e giallognolo che mi squadrò con aria pensosa da sopra gli occhiali.
Jasper era l’unico figlio nato dal secondo matrimonio del padre – evento che non era stato molto gradito alla prima famiglia, ormai adulta.
«Secoli che non lo sente», ripetei, celando la mia irritazione.
«Posso chiederle cosa significa “secoli” in questo caso?»
«Significa che non m’importa affatto di avere o meno sue notizie», ribatté il piccolo leguleio facendosi improvvisamente acido.
Non potevo dare torto a Jasper se non sprecava tempo a scrivere a un parente così decisamente sgradevole. Ma perché non scriveva a me che, dopotutto, ero un discreto amico; abbastanza amico da scusare il suo silenzio attribuendolo a una dimenticanza comprensibile nel suo stato di letizia trascendentale? Aspettai pazientemente, ma non arrivò mai una riga. E l’Oriente sembrò scomparire dalla mia vita senza una eco, come una pietra che precipita in un pozzo senza fondo.
IV.
Ritengo che un lodevole fine giustifichi quasi tutti i mezzi. E, in teoria, cosa c’era di più lodevole della decisione di una ragazza che il suo “povero papà” non dovesse preoccuparsi, e del suo intenso desiderio che all’uomo del suo cuore si dovesse impedire con ogni mezzo e in ogni occasione di fare qualcosa di avventato, qualcosa che avrebbe potuto mettere in pericolo il loro progetto di felicità?
Nulla poteva essere più amorevole e più cauto. Ricordiamoci anche del carattere deciso della ragazza e della riluttanza che hanno le donne in genere – le donne di buon senso, voglio dire – a far chiasso per faccende di questo tipo.
Come già detto, poco dopo che Jasper era sbarcato alla Baia di Nelson Heemskirk aveva fatto la sua comparsa. La vista del brigantino ancorato proprio sotto il bungalow gli dava profondamente fastidio. Non si precipitò a terra prima ancora che l’ancora toccasse il fondo, come faceva Jasper. Al contrario, indugiò sul cassero di poppa borbottando fra sé e sé; e quando ordinò di calare la lancia lo fece con voce irosa. L’esistenza di Freya, che trasportava Jasper al settimo cielo, era per Heemskirk causa di un tormento segreto, di ore di esasperate elucubrazioni.
Passando accanto al brigantino, diede la voce in tono aspro e chiese se il comandante era a bordo. Schultz, tutto pimpante in un’immacolata giacca bianca, si sporse dalla murata di poppa trovando piuttosto spassosa la domanda. Guardò giù con aria divertita verso la lancia di Heemskirk e rispose con l’intonazione più amabile della sua bella voce: «Il capitano Allen è su alla casa, signore». Ma la sua espressione cambiò improvvisamente a un ringhio feroce: «Che accidenti hai da sghignazzare?», come risposta all’informazione.
Guardò Heemskirk che scendeva a terra e, invece di dirigersi verso la casa, si allontanava a grandi passi lungo un altro sentiero. L’olandese divorato dalla bramosia trovò il vecchio Nelson (o Nielsen) all’essiccatoio, occupatissimo a controllare la lavorazione del suo raccolto di tabacco, esiguo ma di ottima qualità, e a divertirsi moltissimo. Heemskirk però mise presto fine a quell’innocente felicità. Si sedette accanto al vecchio e, con quel genere di discorsi che ben sapeva avrebbero raggiunto lo scopo, poco dopo lo aveva ridotto a uno stato di isterismo nascosto che si manifestava in sudore. Era un orribile discorso di “autorità”, e il vecchio Nelson cercò di difendersi. Se trattava con i mercanti inglesi era perché, in un modo o nell’altro, doveva vendere i suoi prodotti. Era quanto più possibile conciliante e proprio questo sembrava mandare fuor dai gangheri Heemskirk che, poco a poco, aveva raggiunto un livello di collera tale da averne l’affanno.
«E il peggiore di tutti è quell’Allen», grugnì. «Il suo caro amico – no? Lei ha sguinzagliato un sacco di inglesi da queste parti. Non avrebbero mai dovuto darle il permesso di stabilirsi qui. Mai. Che fa Allen qui, adesso?».
Il vecchio Nelson (o Nielsen) agitatissimo dichiarò che Jasper non era affatto un suo caro amico. Non era per niente un amico – per niente. Aveva acquistato da lui tre tonnellate di riso per dar da mangiare alla sua ciurma. Che razza di amicizia era quella? Finalmente, Heemskirk sputò il rospo che gli stava divorando le viscere. «Certo. Compra tre tonnellate di riso e per tre giorni fa il cascamorto con quella sua ragazza. Lei qui è solo tollerato».
In un primo tempo il vecchio Nelson fu preso alla sprovvista, ma si riprese subito. Non va! Ma sicuro! Certo, che non va! L’ultimo uomo al mondo. Ma alla sua ragazza non importava niente di quel tipo e aveva troppo giudizio per innamorarsi di chicchesia. Faceva molto sul serio nel convincere Heemskirk che, secondo lui, non c’era nulla da temere. E il tenente, guardandolo di sbieco con occhi diffidenti, era propenso a credergli.
Ma grugnì: «Per quel che ne sa lei!».
«Ma io lo so», insistette il vecchio Nelson, tanto più disperato in quanto voleva resistere ai dubbi che si stavano insinuando nella sua mente. «Mia figlia! Nella mia casa, e io dovrei non saperlo! Ma andiamo! Sarebbe da ridere, tenente».
«Sembra che filino d’amore e d’accordo», osservò Heemskirk di malumore. «Immagino che adesso siano insieme», aggiunse, sentendo una fitta che trasformò quello che voleva essere un sorriso beffardo in una strana smorfia. Nelson, infastidito, gli agitò una mano sotto il naso. Era profondamente turbato da quell’insistenza e cominciava perfino a seccarsi per l’assurdità della cosa.
«Figuriamoci! Senta, tenente: adesso vada a casa mia a bere un aperitivo prima di pranzo. Chieda di Freya. Devo assicurarmi che il tabacco sia riposto tutto per la notte, ma la raggiungerò fra poco».
Heemskirk non rimase insensibile a quel suggerimento. Rispondeva al suo desiderio segreto, che non era però il desiderio di un aperitivo. Il vecchio Nelson gli gridò dietro premurosamente di mettersi comodo e che sulla veranda c’era una scatola di sigari.
Il vecchio Nelson si riferiva alla veranda da ovest che rappresentava il salotto della casa, con gli stuoini di giunco di prima qualità. La veranda ad est, consacrata alla sua intimità, ai suoi gonfiamenti di gote e ad altri segnali di perplessità e riflessione, aveva invece delle spesse tendine di tela olona. La veranda a nord in realtà non era affatto una veranda; sembrava più un lungo balcone. Non comunicava con le altre due e vi si accedeva unicamente attraverso un corridoio all’interno della casa. Offriva quindi la privacy necessaria perché una fanciulla vi andasse a meditare in silenzio; come pure per i discorsi, apparentemente privi di senso che, quando sono scambiati fra un giovane e una ragazza, acquistano tutta una serie di profondi significati trascendentali.
Questa veranda a nord era coperta di rampicanti. Freya, la cui camera dava su di essa, l’aveva trasformata in una specie di salottino suo personale con alcune sedie di vimini e un divano, pure di vimini. Su questo divano lei e Jasper sedevano quanto più vicini era possibile in questo mondo imperfetto dove un corpo non può essere in due luoghi simultaneamente né due corpi in un luogo solo. Erano rimasti seduti uno accanto all’altra per tutto il pomeriggio, e non voglio dire che i loro discorsi fossero stati privi di senso. Amandolo con una punta di preoccupazione per timore che, nella sua felicità, incappasse in qualche contrattempo che gli avrebbe spezzato il cuore, Freya gli parlava in tono ragionevole. Jasper, nervoso e brusco quando era lontano da lei, sembrava sempre sopraffatto dalla sua presenza e dalla gioia di essere, ovviamente, amato. Figlio di un padre anziano, orfano di madre fin dalla più tenera età, scaraventato fuori dai piedi, sul mare, quando era ancora molto giovane, non aveva grande esperienza in fatto di tenerezze di alcun genere.
In quella veranda intima e immersa nel verde, in quel pomeriggio inoltrato, leggermente curvo in avanti, teneva nelle sue le mani di Freya coprendole di baci mentre la fanciulla guardava sorridente il suo capo chino con consenziente indulgenza. In quel preciso istante Heemskirk si stava avvicinando alla casa da nord.
Da quel lato, era di guardia Antonia. Ma non faceva molta buona guardia; sapeva che la sua giovane padrona e il capitano del Bonito stavano per separarsi. Andava su e giù per il boschetto immerso nell’ombra, con un fiore nei capelli, canticchiando a mezza voce quando improvvisamente, a un passo da lei, il tenente sbucò da dietro un albero. La fanciulla ebbe uno scarto come una cerbiatta impaurita ma Heemskirk, rendendosi perfettamente conto del motivo per cui era lì, le si lanciò addosso e, afferrandola per un braccio, le tappò la bocca con l’altra mano.
«Se cerchi di gridare ti torco il collo!».
Quella efferata iperbole fu sufficiente a terrorizzare la ragazza. Heemskirk aveva distinto chiaramente sulla veranda la testa bionda di Freya e un’altra testa, molto vicina alla sua. Trascinò con sé la ragazza che non opponeva alcuna resistenza lungo un itinerario tortuoso fin dentro il recinto dove, con un violento spintone, la mandò verso il gruppetto di capanne di bambù dei domestici.
Antonia somigliava molto alla fedele servetta della commedia all’italiana ma era talmente terrorizzata che scappò via senza fiatare da quell’uomo basso, tozzo, con gli occhi neri, dalle dita crudeli che stringevano come tenaglie. Tremando da capo a piedi, spaventatissima e sull’orlo di un riso isterico, lo vide entrare nella casa dall’ingresso posteriore.
L’interno del bungalow era diviso da due corridoi che s’incrociavano nel mezzo. In quel punto Heemskirk, girando leggermente il capo a sinistra mentre passava, scoprì la prova incontestabile dell’“idillio”, così contrastante con le assicurazioni del vecchio Nelson che barcollò mentre il sangue gli saliva alla testa. Due figure bianche, nettamente stagliate controluce in atteggiamento inequivocabile. Le braccia di Freya cingevano il collo di Jasper. I volti, uno sull’altro in posa caratteristica. Heemskirk proseguì mentre una sfilza di bestemmie gli saliva alla gola quasi soffocandolo e, giunto sulla veranda a ovest, inciampò quasi alla cieca contro una sedia e si lasciò cadere su un’altra come se gli avessero tagliato le gambe. Troppo a lungo, nella fantasia, si era abbandonato al pensiero di prendersi Freya. “È così, dunque, che intrattieni i tuoi ospiti – tu…”, pensò, talmente infuriato e sdegnato da non riuscire a trovare un epiteto sufficientemente oltraggioso e abbietto.
Freya si divincolò un po’ gettando il capo all’indietro. «È entrato qualcuno», sussurrò. Jasper, tenendola sempre stretta e scrutandola in viso, suggerì con indifferenza: «Tuo padre».
Freya cercò di liberarsi ma non aveva il coraggio di spingerlo via.
«Credo che sia Heemskirk», gli alitò all’orecchio.
Jasper, fissandola rapito negli occhi, ebbe un leggero sorriso al suono di quel nome.
«Quel somaro seguita ad affondare i miei gavitelli fuori dal fiume», mormorò. Per lui Heemskirk significava solo quello; ma Freya si stava chiedendo se il tenente li avesse visti.
«Lasciami andare, ragazzaccio», gli ordinò con un sussurro perentorio. Jasper obbedì e tirandosi subito indietro continuò a guardarla, rapito, da un’altra angolazione. «Devo andare a vedere», gli disse la ragazza preoccupata. Gli ingiunse frettolosamente di aspettare un momento dopo che lei se n’era andata e poi di sgattaiolare sulla veranda posteriore a fumarsi tranquillamente una sigaretta prima di farsi vedere.
«Non rimanere fino a tardi questa sera», fu la sua ultima raccomandazione prima di allontanarsi.
Freya uscì poi sulla veranda a ovest col suo passo rapido e leggero. Attraversando il vano della porta riuscì a tirare giù le tende arrotolate alla fine del corridoio così da nascondere Jasper mentre svicolava dal salottino. Appena comparve, Heemskirk saltò in piedi quasi a precipitarsi verso di lei. La ragazza si arrestò e l’uomo le fece un inchino esagerato. Questo irritò Freya.
«Oh! È lei, signor Heemskirk. Come sta?».
Parlava in tono normale. Nell’ombra dell’ampia veranda l’uomo ne scorgeva a malapena il viso. Non si fidava ad aprire bocca tanta era la rabbia per ciò che aveva visto. E quando ella aggiunse tranquillamente: «Papà sarà qui a momenti», la gratificò in silenzio dei peggiori epiteti, prima di parlare a bocca contorta.
«Ho già visto suo padre. Abbiamo avuto una conversazione nei capannoni. Mi ha detto cose molto, molto interessanti…». Freya si sedette; “sicuramente ci ha visti”, pensò. Non se ne vergognava affatto. Aveva solo timore di qualche spiacevole o avventata complicazione. Ma non poteva immaginare fino a che punto Heemskirk si era impadronito della sua persona (nella fantasia). Cercò di intavolare una conversazione.
«Lei è arrivato da Palembang, immagino?»
«Eh? Come? Ah, certo! Vengo da Palembang. Ha, ha, ha! Sa cosa ha detto suo padre? Che temeva che lei si annoiasse, qui».
«E immagino che sia in partenza per le Molucche», proseguì Freya che cercava di fornire indirettamente qualche informazione utile a Jasper. Al tempo stesso rallegrandosi al pensiero che, quando non li aveva sotto gli occhi, i due uomini fossero a centinaia di miglia di distanza l’uno dall’altro.
Heemskirk emise un iroso brontolio.
«Già, le Molucche», ripeté guardando con occhi lampeggianti la sua figura nell’ombra. «Suo padre ritiene che qui la vita sia troppo monotona per lei. Ma le dico una cosa, signorina Freya. Non esiste luogo sulla terra, per tranquillo che sia, dove una donna non trovi l’occasione di prendere in giro qualcuno».
“Non devo lasciarmi provocare”, pensò Freya. Quasi subito arrivò il ragazzo Tamil, caposervitore di Nelson, con le lampade. Si rivolse subito a lui, impartendogli un mucchio di istruzioni superflue sul dove collocare i lumi, ordinandogli di portare un vassoio con i gin e bitter e di mandare in casa Antonia.
«Dovrò lasciarla da solo per un po’, signor Heemskirk», gli disse.
Andò in camera sua a cambiarsi d’abito. Fece in fretta perché voleva essere in veranda prima che suo padre e il tenente s’incontrassero di nuovo. Faceva affidamento sulla propria abilità per manovrare la conversazione fra i due, quella sera. Ma Antonia, ancora spaventata e isterica, le mostrò un livido sul braccio che fece indignare Freya.
«Mi è saltato addosso dal cespuglio come una tigre», disse la ragazza con una risatina nervosa e il terrore negli occhi.
“Che canaglia!”, pensò Freya. “Allora, voleva proprio spiarci”. Era furibonda, ma l’immagine del massiccio olandese con i suoi calzoni bianchi, larghi ai fianchi e stretti alla caviglia, le sue bretelle, la testa nera e rotonda che la fissava con occhi fiammeggianti alla luce delle lampade era così comicamente repellente che non riuscì a trattenere una smorfia di derisione. Poi si sentì riprendere dall’ansia. L’assurdo comportamento dei tre uomini la costringeva a preoccuparsi. Amava molto i primi due e decise di mettere in pratica tutta la sua diplomazia femminile. Questa faccenda, si disse, fra non molto sarà finita e dimenticata.
Sulla veranda Heemskirk, stravaccato su una sedia a gambe tese, col berretto bianco posato sullo stomaco, si stava montando in uno stato di furore talmente cieco ed esasperato da essere incomprensibile per una ragazza come Freya. Il mento chino sul petto, lo sguardo vitreo inchiodato alle scarpe, senza vederle. Freya lo osservò da dietro la tenda. Non si muoveva. Era ridicolo. Ma quella sua totale immobilità metteva paura. Tornò furtivamente nel corridoio che dava sulla veranda a est dove Jasper se ne stava tranquillamente seduto al buio, obbedendo alle sue istruzioni come un bravo bambino.
«Pssst», lo chiamò. In un attimo le fu accanto.
«Sì. Che succede?», bisbigliò.
«È quello scarafaggio», mormorò imbarazzata. Colpita dalla sinistra immobilità di Heemskirk aveva una mezza intenzione di far sapere a Jasper che erano stati visti. Ma non era affatto sicura che Heemskirk l’avrebbe riferito a suo padre – non quella sera, almeno. Concluse rapidamente che la cosa migliore era di far sparire Jasper al più presto possibile.
«Che ha fatto?», sussurrò Jasper con calma.
«Oh niente! Niente. Se ne sta seduto lì con aria imbronciata. Ma sai come mette sempre in croce papà».
«Tuo padre è del tutto irragionevole», sentenziò Jasper.
«Non saprei», disse in tono incerto. Un po’ del terrore del vecchio Nelson per le autorità le si era attaccato addosso visto che con esso doveva convivere giorno dopo giorno. «Non saprei. Papà ha paura di finire in miseria, come dice lui, nella vecchiaia. Stammi a sentire, ragazzo mio, meglio che te la squagli domani, per prima cosa».
Jasper aveva sperato in un altro pomeriggio con Freya, un pomeriggio di serena felicità con la sua ragazza a fianco e lo sguardo rivolto al brigantino, a sognare un futuro radioso. Il suo silenzio esprimeva chiaramente la delusione, e Freya lo capiva benissimo. Anche lei era delusa, ma toccava a lei dimostrare buon senso.
«Non avremo un momento solo per noi, con quello scarafaggio che gira per casa», insisté a voce bassa, precipitosa. «E allora, a che pro trattenerti? E finché il brigantino rimane qui non se ne andrà. Lo sai che non se ne andrà».
«Dovrebbe essere denunziato per vagabondaggio», mormorò Jasper con un risolino seccato.
«Ricordati di salpare all’alba», gli raccomandò Freya sottovoce.
La trattenne, come fanno gli innamorati. Protestò senza divincolarsi perché le era difficile respingerlo. Mentre la stringeva fra le braccia le mormorò all’orecchio:
«La prossima volta che ci vedremo, la prossima volta che ti terrò così stretta a me, sarà a bordo. Tu e io, sul nostro brigantino – tutto il mondo, tutta la vita…». E poi esplose: «Mi domando come farò ad aspettare! Ho voglia di rapirti adesso, subito. Potrei correre tenendoti in braccio – giù per il sentiero – senza inciampare – senza toccare terra…».
La ragazza immobile ascoltava la sua voce appassionata. Si diceva che se solo avesse mormorato un sì, con un filo di voce, l’avrebbe fatto. Era capace di farlo… senza toccare terra. Chiuse gli occhi e sorrise nel buio, abbandonandosi a una deliziosa vertigine, per un attimo, fra le sue braccia. Ma prima che fosse tentato di rafforzare la stretta ne era fuori, a un passo da lui e pienamente padrona di sé. Era venuto il momento di mostrarsi forte. Fu commossa dal profondo sospiro che salì fino a lei dalla bianca figura immobile di Jasper.
«Sei proprio un pazzo», gli disse con voce trepida. Poi, cambiando tono: «Nessuno può rapirmi. Nemmeno tu. Non sono il tipo di ragazza che si lascia rapire». La forma bianca del giovane sembrò quasi rimpicciolirsi a quella veemente asserzione e Freya si fece più dolce: «Non ti basta sapere che tu mi hai… mi hai rapito?», aggiunse in tono tenero.
Jasper mormorò qualcosa di affettuoso e Freya continuò:
«Te l’ho promesso… ti ho detto che sarei venuta… e ci verrò di mia spontanea volontà. Dovrai aspettarmi a bordo. Mi affiancherò alla murata – da sola, salirò sul ponte e mi accosterò a te dicendo «eccomi, mio caro». E allora – allora mi lascerò rapire. Ma non sarà un uomo a farlo, nessun uomo – sarà il brigantino, il tuo – il nostro brigantino… È così bello, e lo amo tanto!».
Sentì un suono inarticolato, come un gemito di dolore e di gioia, e scivolò via. Sull’altra veranda c’era l’altro uomo, quell’olandese scuro e arcigno che poteva creare guai fra Jasper e suo padre, provocare un litigio, parole grosse, forse uno scontro fisico. Che situazione orribile! Ma, anche ammesso che non si giungesse a quegli estremi, rifuggiva dal pensiero di dover vivere circa tre mesi con un uomo infelice, tormentato, stizzito, angosciato, assurdo. E quando fosse arrivato il giorno – il giorno e l’ora, cosa avrebbe fatto se il padre avesse cercato di trattenerla con la forza – come, dopotutto, era possibile? Poteva in realtà affrontarlo, magari venendo alle mani? Ma ciò che più di ogni altra cosa temeva erano le lamentele e le implorazioni. Avrebbe saputo resistere? In quale odiosa posizione, crudele e ridicola, si sarebbe venuta a trovare!
“Ma non succederà. Non dirà nulla”, pensò uscendo rapidamente sulla veranda a ovest e, dato che Heemskirk non si mosse, sedendosi accanto alla porta tenendolo d’occhio. L’offeso tenente non aveva cambiato posizione; solo il berretto gli era caduto dallo stomaco e adesso stava per terra. Le folte sopracciglia nere erano corrugate mentre la guardava con la coda dell’occhio. E quegli sguardi in tralice aggiunte al naso a becco e a tutta la sua massiccia persona, sgraziata e scomposta, apparvero a Freya così comicamente burbere che, pur sconvolta come era internamente, non riuscì a trattenere un sorriso.
Fece del suo meglio per trasformarlo in un sorriso conciliatorio. Non voleva provocare Heemskirk inutilmente.
E il tenente vedendo quel sorriso si rabbonì. Non gli passò nemmeno per la mente che una ragazza di nessun conto – la figlia del vecchio Nelson – potesse trovare ridicolo l’aspetto esteriore di un ufficiale di marina in uniforme. Il ricordo delle sue braccia intorno al collo di Jasper ancora lo irritava e lo eccitava. “Che sgualdrinella!”, pensò, “Sorridi, eh? È così che ti diverti. Lo prendi bene in giro tuo padre, vero? È un divertimento che ti piace – non è così? Be’, staremo a vedere…”. Non mutò posizione ma anche sulla sua bocca corrucciata si disegnò un sorriso divertito, tetro e infausto, mentre tornava a contemplarsi gli stivali.
Freya avvampò di sdegno.
Sedeva, bionda e radiosa sotto la luce della lampada, con le belle mani forti sovrapposte in grembo… “Che essere odioso”, pensò. Il volto le si imporporò per un’ira improvvisa. «Ha spaventato a morte la mia cameriera», disse ad alta voce. «Cosa le è venuto in mente?».
Era così profondamente immerso nei suoi pensieri che il suono della voce di Freya che pronunciava quelle inaspettate parole lo fece trasalire violentemente. Alzò di scatto la testa con un’espressione così sbigottita che la ragazza insisté spazientita.
«Mi riferisco ad Antonia. Le ha fatto un livido sul braccio. Per quale motivo?»
«Ha voglia di litigare con me?», chiese con voce impastata e con una sorta di stupore. Sbatteva gli occhi come un gufo. Era buffo. Come tutte le donne, Freya aveva un profondo senso del ridicolo.
«Be’, no; non credo». Non riuscì a trattenersi e scoppiò in una risata argentina e nervosa alla quale si unì improvvisamente Heemskirk, con un rauco «Ha, ha, ha!».
Voci e passi risuonarono nel corridoio e comparve Jasper col vecchio Nelson. Quest’ultimo guardò con approvazione sua figlia; gli faceva piacere che si tenesse di buon umore il tenente. E si unì alla risata. «Adesso, tenente, mangeremo un boccone», disse stropicciandosi allegramente le mani. Jasper era andato direttamente alla balaustra. Il cielo era pieno di stelle e nell’azzurro vellutato della notte la baia sottostante appariva di un nero ancor più denso nel quale i fanali di fonda del brigantino e della cannoniera brillavano rossastri come scintille galleggianti. “La prossima volta che queste luci brilleranno laggiù io sarò sul cassero ad aspettare che arrivi e mi dica: sono qui”, pensò Jasper; e il cuore sembrò allargargli in petto, dilatato da una felicità così intensa da strappargli quasi un grido. Non c’era vento. Sotto di lui non si muoveva una foglia, perfino il mare era un’ombra immota e rassegnata. Lontano, sul cielo limpido, la luce pallida, il lampo di calore dei tropici, palpitava tremula fra le stelle basse sull’orizzonte con brevi, tenui bagliori misteriosi e successivi, simili a segnali incomprensibili da pianeti lontani.
La cena si svolse senza incidenti. Freya, calma ma pallida, sedeva dirimpetto a suo padre. Heemskirk ostentatamente rivolgeva la parola solo al vecchio Nelson, Jasper teneva un comportamento esemplare. Controllava i propri sguardi, beandosi nella vicinanza di Freya come ci si bea nel sole, senza alzare gli occhi al cielo. E quasi subito dopo che la cena giunse al termine, memore delle istruzioni ricevute, dichiarò che era tempo per lui di tornare a bordo.
Heemskirk non alzò lo sguardo. Sprofondato nella sedia a dondolo, fumando un sigaro, sembrava che stesse covando, corrucciato, una qualche sgradevolissima esplosione. Così almeno sembrò a Freya. Il vecchio Nelson disse subito: «Farò due passi con lei». Aveva avviato una conversazione professionale sui pericoli della costa della Nuova Guinea e voleva riferire a Jasper qualcuna delle sue esperienze “laggiù”. Jasper era un ottimo ascoltatore! Freya fece l’atto di accompagnarli ma il padre aggrottò le sopracciglia e scosse la testa con un segno significativo verso l’impassibile Heemskirk che buttava fuori sbuffi di fumo dalle labbra sporgenti, ad occhi chiusi. Non si poteva lasciare solo il tenente. Avrebbe potuto offendersi.
Freya obbedì a quei cenni. “Forse sarà meglio che io rimanga”, pensò. Generalmente le donne sono poco inclini a cambiare il proprio operato, tanto meno a condannarlo. E di questa etica, principali responsabili sono le imbarazzanti assurdità degli uomini. Ma, guardando Heemskirk, Freya provò un senso di rincrescimento, perfino di rimorso. Il suo corpo massiccio e rilassato suggeriva l’idea di sazietà, ma in realtà aveva mangiato pochissimo. Però aveva bevuto molto. I lobi carnosi delle sue brutte orecchie grandi, dagli orli profondamente ripiegati, erano paonazzi. E fiammeggiavano accanto alle guance piatte e olivastre. Per parecchio tempo non sollevò quelle sue pesanti palpebre scure. Era umiliante trovarsi alla mercé di un individuo del genere; e Freya, che finiva sempre con l’essere sincera con se stessa, pensò con rimpianto: “Se soltanto fossi stata schietta con papà fin dal principio! Ma mi avrebbe reso la vita un inferno!”. Già. Gli uomini erano assurdi in molti modi: teneramente assurdi, come Jasper; ottusamente, come suo padre; disgustosamente, come quell’essere grottescamente sdraiato quasi supino nella poltrona. Era possibile farlo ragionare? Forse non era necessario? “Oh, non riesco proprio a parlargli”, pensò. E quando Heemskirk, sempre senza guardarla, cominciò a spegnere il sigaro fumato a metà schiacciandolo con decisione sul vassoio del caffè si allarmò, si voltò verso il piano, lo aprì con mani tremanti per la fretta e cominciò a suonare prima ancora di sedersi.
In un attimo la veranda, tutto il bungalow di legno, senza tappeti e costruito su palafitte, si riempirono di una sonorità confusa e tumultuosa. Ma l’unica cosa che riuscì a sentire, a percepire, furono i passi pesanti e furtivi a un tempo del tenente che camminava su e giù alle sue spalle. Non era proprio ubriaco ma abbastanza alticcio da ritenere perfettamente attuabili, anzi, ingegnosi, i parti della sua fantasia sovreccitata: stupendamente ingegnosi, scevri da ogni scrupolo. Freya, conscia del fatto che si era fermato proprio dietro di lei, continuò a suonare senza girare il capo. Suonava con slancio e con abilità un brano intenso e impetuoso ma, quando le giunse la sua voce, si sentì gelare. Per la voce, non per le parole. L’insolente familiarità del tono la sgomentò a tal punto che in un primo tempo non riuscì a capire cosa dicesse.
Anche la sua dizione era confusa… «Lo sospettavo… certo, sospettavo qualcosa della tua piccola tresca. Non sono nato ieri. Ma dal sospettare al vedere – vedere, capisci – c’è un’enorme differenza. Sono cose che… andiamo! Uno non è fatto di pietra. E quando un uomo è stato ossessionato da una ragazza come io sono stato ossessionato da te, madamigella Freya – di giorno e di notte, allora naturalmente… Sono un uomo di mondo. Devi annoiarti qui… Senti, non potresti piantarla con questa maledetta musica?».
L’ultima frase fu l’unica che riuscì veramente a capire! Scosse la testa in cenno di diniego e, per disperazione, premette il pedale del forte ma non riuscì a far sì che il suono dello strumento coprisse la sua voce, ormai alzata al massimo.
«Mi meraviglio solo che tu… uno skipper inglese, un tizio qualsiasi. Gentaglia, sfrontati che infestano queste isole. Saprei io come levarmi di torno quel canagliume! Mentre ecco qui un buon amico, un gentiluomo, pronto a inginocchiarsi adorante ai tuoi piedi – i tuoi piedini – un ufficiale, un uomo di buona famiglia. Strano, vero? Ma che ci vuoi fare! Tu sei degna di un principe».
Freya non girò il capo. Il viso le si era irrigidito per l’orrore e lo sdegno. Quella situazione oltrepassava veramente i limiti di quanto riteneva possibile. Non era nel suo carattere alzarsi di scatto e correr via. Aveva anche l’impressione che, se avesse fatto un movimento, Dio sa cosa poteva accadere. Da un momento all’altro sarebbe tornato suo padre e allora quell’individuo se ne sarebbe dovuto andare. Era meglio ignorarlo – far finta di niente. Continuò a suonare con forza e abilità, come se fosse sola, come se Heemskirk non esistesse. Quel modo di fare lo irritò.
«Andiamo! Puoi prendere in giro tuo padre», ringhiò furioso, «ma non farai fare a me la figura dello stupido! Piantala con questo frastuono infernale… Freya… dico a te! A te, scandinava dèa dell’amore. Smettila! Mi senti? Questo sei… dell’amore. Ma gli dèi pagani non sono che demonietti travestiti e questo sei anche tu – un demonietto misterioso. Piantala, ti ho detto, o ti tirerò via io da quello sgabello!».
In piedi alle sue spalle se la mangiava con gli occhi, dalla corona dorata della testa rigida e immobile ai tacchi delle scarpe, lungo la linea armoniosa delle spalle, le curve della figura snella ed elegante che ondeggiava leggermente davanti alla tastiera. Indossava un abito leggero; le maniche terminavano al gomito con un orlo di merletto. Un nastro si seta le stringeva la vita. In un irrefrenabile accesso di temeraria sicumera agguantò quella vita con entrambe le mani – e allora finalmente quella fastidiosa musica s’interruppe. Ma, per rapida che fu a schizzar via da quel contatto (lo sgabello rotondo cadde con un tonfo sul pavimento) le labbra di Heemskirk, mirate al suo collo, le impressero un bacio famelico e schioccante proprio sotto l’orecchio. A lungo regnò un profondo silenzio. Poi la ragazza si mise a ridere, anche se debolmente.
Rimase un po’ sconcertato dal suo viso pallido e immobile, dai grandi occhi violetti che lo fissavano gelidi. Lo fronteggiava, sorreggendosi all’angolo del pianoforte con la mano tesa. L’altra mano strofinava con meccanica insistenza il punto toccato dalle sue labbra.
«Che succede?», le domandò, offeso. «Spaventata? Senti, non cominciamo con queste sciocchezze. Non mi dirai che un bacio ti spaventa tanto… a me non lo racconti… non ho nessuna intenzione di essere lasciato in disparte».
Aveva continuato a fissarla con tale esasperata intensità che non riusciva più a scorgerne nettamente i lineamenti. Si sentiva come immerso in una nebbia. Dimenticando lo sgabello rovesciato, ci inciampò contro e barcollò leggermente in avanti, dicendo in tono suadente:
«Non sono poi tanto male. Prova con qualche bacio, tanto per cominciare…».
S’interruppe perché la sua testa aveva ricevuto uno scossone terribile accompagnato da un rumore che sembrava una schioppettata. Freya aveva fatto oscillare il suo braccio forte e rotondo con tale forza che l’impatto del palmo aperto contro il lato sinistro del suo viso piatto gli aveva fatto fare un mezzo giro su se stesso.
Con un debole grido rauco, il tenente si coprì con entrambe le mani la guancia sinistra che aveva improvvisamente assunto un intenso colore rosso mattone. Freya, eretta, gli occhi violetti incupiti, il palmo della mano ancora formicolante per il colpo, una specie di mezzo sorriso fermo e deciso da cui trapelava appena il bianco dei denti, sentì il passo rapido e pesante di suo padre sul sentiero sotto la veranda. La sua espressione si fece meno combattiva e divenne sinceramente preoccupata. Le dispiaceva per suo padre. Si chinò rapidamente a raccogliere lo sgabello, come ansiosa di cancellare ogni traccia… Ma era inutile. Aveva ripreso la sua posizione, con una mano leggermente posata sul pianoforte prima che il vecchio Nelson arrivasse in cima alle scale.
Povero papà! Quanto si sarebbe infuriato – e preoccupato! E più tardi quante paure, quanta infelicità. Perché non era stata sincera con lui fin dal principio? Quel suo sguardo a occhi tondi, innocente e stupito, le diede una fitta al cuore.
Ma non stava guardando lei. I suoi occhi erano puntati su Heemskirk che, volgendogli le spalle e coprendosi ancora il viso con le mani, sibilava maledizioni fra i denti e (lo scorse di profilo) le lanciava occhiate sinistre con un solo, malevolo occhio nero.
«Che succede?», chiese il vecchio Nelson, totalmente sconcertato.
Non gli rispose. Pensava a Jasper che dal ponte del brigantino guardava il bungalow illuminato, ed ebbe paura. Per fortuna, almeno uno di loro era a bordo, fuori da quel pasticcio. Avrebbe solo voluto che fosse a cento miglia di distanza. Ma non era poi tanto certa di volerlo. Se per qualche misteriosa magia Jasper fosse ricomparso in quel momento sulla veranda avrebbe buttato al vento la sua coerenza, la sua fermezza, il suo autocontrollo e sarebbe volata fra le sue braccia.
«Cosa c’è? Cosa c’è?», insistette l’ignaro Nelson cominciando ad agitarsi. «Un momento fa stavi suonando, e…».
Freya, ammutolita dall’angoscia di quello che stava per succedere (e quasi ipnotizzata da quell’occhio nero, malvagio e torvo) si limitò a fare un leggero cenno con la testa verso il tenente, come a rispondergli: «Dagli un’occhiata!».
«Ma certo!», esclamò il vecchio Nelson. «Capisco. Cosa diamine…».
Nel frattempo, si era cautamente appressato ad Heemskirk che, esplodendo in un torrente di imprecazioni sconnesse, batteva i piedi per terra lì, dove si trovava. L’affronto dello schiaffo, la rabbia del fallimento, il ridicolo di essere stato scoperto e l’impossibilità di vendicarsi lo rendevano talmente pazzo di rabbia che non poteva fare a meno di urlare per la collera.
«Oh, oh, oh!», gridava andando su e giù e calpestando la veranda come se volesse sfondarne il pavimento a ogni passo.
«Cos’è, si è fatto male al viso?», domandò sbalordito il vecchio Nelson. La verità balenò d’improvviso alla sua mente ingenua. «Santo cielo!», gridò illuminato. «Presto, Freya, prendi dell’acquavite… ci va soggetto, tenente? Atroce, vero? lo so, lo so! Anche a me sembrava d’impazzire da un momento all’altro, quando mi succedeva… E anche il flaconcino del laudano dall’armadietto dei medicinali, Freya. Sbrigati… Non vedi che ha mal di denti?».
E in effetti quale altra spiegazione si sarebbe potuto dare l’innocente vecchio Nelson, vedendo quella guancia strofinata con ambo le mani, quelle occhiate feroci, quel pestar di piedi, quell’angosciato dondolio del corpo? Ci sarebbe voluta una perspicacia soprannaturale per indovinarne la vera causa. Freya non si era mossa. Sorvegliava lo sguardo torvo di Heemskirk, ferocemente interrogativo, diretto furtivamente su di lei. “Ah ti piacerebbe che ti lasciassero in pace!”, si disse fra sé e sé. E lo guardava senza batter ciglio, riflettendo sul da farsi. La tentazione di farla finita una volta per tutte, senza altri problemi, era irresistibile. Assentì quasi impercettibilmente col capo e si allontanò silenziosamente.
«Sbrigati con quell’acquavite!», gridò il vecchio Nelson mentre la figlia scompariva nel corridoio.
Heemskirk sfogò i suoi sentimenti più profondi con un’improvvisa sfilza di bestemmie in olandese e in inglese, lanciate alle sue spalle. Diede incontrollato sfogo al suo furore percorrendo su e giù la veranda, allontanando con un calcio le sedie che gli si paravano davanti; mentre Nelson (o Nielsen), in cui quelle dimostrazioni di dolore lacerante suscitavano profonda compassione e simpatia, girava intorno al suo caro (e temuto) tenente, affannandosi come una vecchia chioccia.
«Santo cielo, santo cielo! Le fa tanto male? Lo so bene cosa vuol dire. A volte, la mia povera moglie si spaventava. Le prende spesso così forte, tenente?».
Heemskirk, con un breve riso da folle, se lo scansò di torno con una violenta spallata. Ma il suo traballante anfitrione non se la prese; un uomo fuori di sé per un atroce mal di denti è portato ad atti inconsulti.
«Vada nella mia stanza, tenente», lo sollecitò premuroso. «Si sdrai sul mio letto. Troveremo subito qualcosa per calmarle il dolore».
Afferrò il povero sofferente per un braccio spingendolo gentilmente verso il letto dove Heemskirk, in un nuovo accesso d’ira, si buttò con tale violenza da rimbalzare dal materasso a circa un piede di altezza.
«Signore Iddio!», esclamò Nelson spaventato, e si precipitò a sollecitare l’acquavite e il laudano, infuriato per il fatto che si dimostrasse così poca sollecitudine nell’alleviare i tormenti del suo prezioso ospite. Alla fine, andò lui stesso a prenderli.
Mezz’ora dopo, si arrestò nel corridoio interno della casa, sorpreso nel sentire dei suoni spasmodici, soffocati, di natura misteriosa, qualcosa di mezzo fra le risate e i singhiozzi. Aggrottò la fronte; poi si diresse deciso verso la stanza di sua figlia e bussò all’uscio.
Freya, con la sua lussureggiante chioma dorata che le incorniciava il viso pallido e ricadeva su una vestaglia di color blu scuro, socchiuse la porta.
La stanza era in penombra. Antonia, accucciata, si dondolava avanti e indietro, lamentandosi debolmente. Il vecchio Nelson non aveva molta esperienza in fatto di risa femminili di vario genere, ma era certo che quelle che aveva sentito provenivano da quella stanza.
«Davvero una totale mancanza di sensibilità!», esclamò in tono di profonda riprovazione. «Cosa c’è di tanto divertente in un uomo che soffre? Avrei pensato che una donna – una ragazza…».
«Era così buffo», mormorò Freya con gli occhi che le brillavano di una luce strana nella semioscurità del corridoio. «E poi, sai, mi è antipatico», aggiunse con voce malsicura.
«Buffo!», ripeté il vecchio Nelson sbalordito da una tale dimostrazione di insensibilità in una persona così giovane. «Ti è antipatico! Vuoi dire che, solo perché ti è antipatico, tu…. ma è una vera crudeltà! Non sai che è uno dei dolori peggiori che esista? Pare che dei cani siano perfino impazziti per il mal di denti».
«Che sembrasse impazzito non c’è dubbio», disse Freya a fatica, quasi lottando con un sentimento interiore.
«E sai com’è fatto. Nota tutto. È il tipo da offendersi per la minima quisquilia – il tipico olandese – e io voglio restare in amicizia con lui. Le cose stanno così, ragazza mia: se quel nostro rajah dovesse fare qualche sciocchezza – e sai che razza di villanzone scorbutico e fazioso è – e le autorità si mettessero in testa che io ho una cattiva influenza su di lui, ti verresti a trovare senza un tetto sopra la testa…».
«Che assurdità, padre!», esclamò Freya con voce un po’ incerta, e scoprì che era arrabbiato, talmente arrabbiato da arrivare perfino a una certa ironia; proprio così, il vecchio Nelson (o Nielsen), ironia! Ma non più di un barlume.
«Oh naturalmente, se hai mezzi del tuo – una villa, una piantagione, di cui io sono all’oscuro…». Ma non riusciva a rimanere ironico a lungo. «Ti dico che mi farebbero far fagotto da qui», sussurrò con impeto, «senza indennizzi, naturalmente. Conosco questi olandesi. E il tenente è proprio il tipo da dare il via ai guai. È molto ascoltato dai funzionari che contano. Non lo vorrei offendere per nulla al mondo – nulla al mondo – per nessun motivo… Come hai detto?».
Quasi balbettava dalla rabbia. Se mai Freya avesse avuto una mezza idea di dirgli tutto, ormai ci aveva rinunciato. Era impossibile, sia per rispetto verso la sua dignità che per la pace della sua povera mente.
«Anche a me non è molto simpatico», confessò con un sospiro il vecchio Nelson in tono sommesso. «Adesso sta meglio», continuò dopo una pausa. «Gli ho ceduto il mio letto per questa notte. Dormirò in veranda, sull’amaca. No; effettivamente non posso dire che mi sia simpatico, ma da questo a ridere di un uomo perché sta impazzendo dal dolore, ce ne corre. Da te non me lo aspettavo, Freya. Quella guancia è davvero arrossata».
Le sue spalle rabbrividirono convulse sotto l’affettuosa stretta paterna. I baffi radi e ispidi le sfiorarono la fronte nel bacio della buona notte. Chiuse la porta e se ne allontanò portandosi al centro della stanza prima di abbandonarsi a una specie di esausta risata, priva di qualsiasi ottimismo.
«Arrossata! Un po’ arrossata!», si ripeté. «Lo spero bene! Un po’!…».
Le si inumidirono le ciglia. Nel suo angolo, Antonia gemeva e ridacchiava ed era impossibile dire dove finissero i gemiti e cominciassero le risatine.
Padrona e domestica erano cadute in preda a un leggero isterismo perché Freya, entrando di corsa nella propria stanza, aveva trovato Antonia e le aveva raccontato tutto.
«Ti ho vendicato, ragazza mia», aveva esclamato. E poi, si erano messe a ridere fra le lacrime e a piangere fra le risa, ammonendosi a vicenda – «Ssh, non così forte! Sta’ zitta!», diceva l’una, e «Sono così spaventata… è un uomo malvagio», interloquiva l’altra.
Antonia aveva un sacro terrore di Heemskirk. Lo temeva per il suo aspetto; per gli occhi, le sopracciglia, e la bocca, e il naso, e tutta la sua persona. Il che era, come si capisce, il colmo della razionalità. E lo considerava malvagio perché tale le appariva. Base quanto mai solida su cui fondare un giudizio. Nella penombra della stanza, rischiarata solo dal lumino da notte accanto al letto di Freya, la servetta strisciò fuori dal suo angolino per accovacciarsi ai piedi della padrona, implorandola a bassa voce:
«C’è il brigantino. Il capitano Allen. Scappiamo subito – scappiamo, la prego! Ho tanta paura. Andiamocene! Andiamo via di qui!».
“Fuggire! Io!”, pensò Freya, senza degnare di uno sguardo la ragazza spaventata. “Mai!”.
Quella notte sia la padrona, risoluta sotto la zanzariera, che la servetta spaventata, raggomitolata su una stuoia ai piedi del letto, non ebbero un sonno molto tranquillo. Ma chi non dormì affatto fu il tenente Heemskirk. Disteso supino, girava nel buio lo sguardo assetato di vendetta. Immagini brucianti e umilianti riflessioni si succedevano nella sua mente, alimentando e rinfocolando la sua ira. Bella storia, se si fosse risaputa! Ma bisognava assolutamente impedire che si risapesse. Doveva ingoiare l’offesa in silenzio. Bell’affare! Preso in giro, turlupinato e schiaffeggiato dalla ragazza – e probabilmente raggirato anche dal padre. No, questo no. Nielsen non era che un’altra vittima di quell’impudente sgualdrinella, quella civetta sfrontata, quella sorniona, sorridente e bugiarda, che dispensava baci…
“No; non mi ha ingannato di proposito”, pensò il tormentato tenente. “Però mi piacerebbe ugualmente fargliela pagare, di essere un tale imbecille…”.
Un giorno o l’altro forse l’avrebbe fatto. Ma una cosa aveva fermamente deciso: se la sarebbe svignata all’alba da quella casa. Non credeva proprio che ce l’avrebbe fatta a trovarsi faccia a faccia con la ragazza senza impazzire dalla rabbia.
«Tuoni e fulmini! Per diecimila diavoli! Finirò col soffocare qui dentro, prima di domattina!», brontolò fra sé e sé, sdraiato rigido sul dorso nel letto del vecchio Nelson, ansimando come se gli mancasse l’aria.
Si alzò al primo chiarore dell’alba e cominciò piano piano a socchiudere la porta. Leggeri rumori nel corridoio lo allarmarono e, tenendosi nascosto, vide spuntare Freya. Quella vista inaspettata lo svuotò di ogni energia e non riuscì a spostarsi dall’uscio appena socchiuso. Una fessura quasi impercettibile ma che gli consentiva di vedere l’estremità della veranda. Freya si avviò frettolosa da quella parte per vedere il brigantino che doppiava il promontorio. Indossava la vestaglia scura; era a piedi nudi poiché, essendo riuscita a prender sonno solo verso il mattino, era corsa fuori a precipizio temendo di far troppo tardi. Heemskirk non l’aveva mai vista in quel modo, con i capelli tirati indietro, lisci e aderenti al capo, che le ricadevano sulla schiena in una pesante treccia bionda, e con quell’aria estremamente giovane, intensa ed entusiasta. In un primo momento ne rimase stupito, poi digrignò i denti. Non poteva assolutamente affrontarla. Mormorò un’imprecazione e rimase immobile dietro la porta.
Con un sommesso e profondo sospiro di sollievo nel vedere il brigantino già in navigazione, tese la mano a prendere il cannocchiale di Nelson, poggiato su una mensola in cima alla parete. L’ampia manica della vestaglia scivolò indietro scoprendo il braccio candido fino alla spalla. Heemskirk, afferrando la maniglia della porta quasi volesse stritolarla, si sentiva come uno che si fosse appena alzato in piedi dopo una sbornia.
E Freya sapeva che la stava guardando. Lo sapeva. Aveva visto la porta muoversi quando era uscita dal corridoio. Se ne sentiva gli occhi addosso, con sdegnosa amarezza, con trionfante disprezzo.
“Ci sei!”, pensò, puntando il cannocchiale. “Benissimo, e allora guarda pure!”.
Gli isolotti verdi apparivano come oscure macchie d’ombra, il mare cinereo era liscio come vetro, la limpida veste dell’alba incolore, contro la quale anche il brigantino sembrava immerso nell’ombra aveva, a oriente, un bordo di luce. Appena Freya riuscì a scorgere sul ponte Jasper che, a sua volta, puntava il cannocchiale sul bungalow, poggiò il suo e alzò in alto le belle braccia bianche. In quell’atteggiamento di supremo richiamo, rimase immota, radiosa, nella consapevolezza dell’adorazione di Jasper proiettata sulla sua figura inquadrata nel cannocchiale; e anche eccitata dalla sensazione dell’insana passione, dello sguardo avido e bruciante dell’altro, inchiodato alle sue spalle.
Nel fervore del suo amore, nel capriccio della sua mente, e con quella misteriosa conoscenza della natura maschile insita, sembra, in ogni donna, pensò:
“Mi stai guardando… e allora guardami, devi guardami! vedrai qualcosa che vale la pena di vedere”.
Si portò le mani alle labbra poi le lanciò in avanti soffiando un bacio sopra il mare quasi a voler lanciare con esso anche il suo cuore sul ponte del brigantino. Il viso era roseo, le brillavano gli occhi. Quel suo gesto appassionato e ripetuto sembrava gettare baci a cento, e cento, e cento, mentre il sole che si alzava lentamente sull’orizzonte diffondeva la magnificenza del colore sul mondo, tingendo di verde gli isolotti, di azzurro il mare e di bianco il brigantino sotto di lei – bianco splendente nelle vele spiegate – con l’insegna rossa che dardeggiava come una fiamma dal promontorio. E ogni volta mormorava con un crescendo nella voce: «Prendi questo – e questo – e questo» – fino a che, improvvisamente, lasciò ricadere le braccia. Aveva visto l’insegna abbassata in segno di risposta, e un attimo dopo la punta del promontorio aveva nascosto ai suoi occhi lo scafo del brigantino. Allora si allontanò dalla balaustra e, passando lentamente davanti alla porta della camera di suo padre, con le palpebre abbassate e un’espressione enigmatica sul volto, sparì dietro la tenda.
Ma anziché avviarsi lungo il corridoio, rimase nascosta e immobile dietro la tenda per vedere cosa sarebbe successo. Per un certo tempo, l’ampia veranda, con i suoi mobili, rimase vuota. Poi la porta della camera del vecchio Nelson si spalancò all’improvviso e ne uscì Heemskirk, barcollando. Aveva i capelli scomposti, gli occhi iniettati di sangue, la barba lunga, il viso tempestoso. Si guardò attorno con aria stralunata, vide su un tavolo il suo berretto, lo afferrò, e si avviò verso le scale in punta di piedi, ma con una strana andatura vacillante, come chi raccoglie le forze che gli vengono meno per un ultimo sforzo.
Poco dopo che la sua testa era sparita sotto il livello del pavimento, Freya uscì da dietro la tenda a labbra strette e l’espressione di chi sta elaborando un piano, senza nemmeno un barlume di dolcezza negli occhi luminosi. Non intendeva permettergli di filarsela così, passandola liscia. Mai – mai! Era eccitata, si sentiva fremere tutta, aveva assaggiato il sangue! Bisognava fargli capire che lei si era resa conto di essere osservata; doveva sapere che quella sua ignominiosa e furtiva fuga aveva avuto un testimonio. Correre alla ringhiera sulla facciata del bungalow, e gridarglielo dietro sarebbe, però, stato un gesto infantile, rozzo – poco dignitoso. E poi, gridare – cosa? Quale parola? Quale frase? No, impossibile. E allora?… rimase per un attimo accigliata, ebbe un’illuminazione, si precipitò verso il pianoforte che era rimasto aperto tutta la notte, e fece ringhiare ferocemente, in un basso furioso, il mostro di palissandro. Percuoteva i tasti come altrettanti spari dietro quella figura tozza, dal passo incerto e ondeggiante, con i larghi pantaloni bianchi e la giacca scura dell’uniforme con le spalline dorate; e lo inseguì con lo stesso motivo che aveva suonato la sera prima, un brano d’amore, moderno e appassionato, che più di una volta era stato eseguito a contrappunto e sfida delle tempeste che si abbattevano sull’Arcipelago. Ne accentuò il ritmo, con cattiveria trionfante, così assorta nel suo intento da non accorgersi della presenza di suo padre che, indossando sull’abbigliamento da notte una vecchia e logora palandrana a quadretti, era arrivato di corsa dalla veranda sul retro a chiedere il perché di quella musica fuori orario. Si era fermato a guardarla, sbalordito.
«Che diamine?… Freya!…», la sua voce era quasi sopraffatta dal pianoforte. «Che ne è stato del tenente?», gridò.
Alzò gli occhi verso di lui come se la sua anima si fosse persa nella musica, con uno sguardo vitreo e assente.
«Andato».
«Cosa?… Dove?».
Scosse leggermente il capo e continuò a suonare ancor più forte. Lo sguardo ansioso e innocente del vecchio Nelson, partendo dall’uscio spalancato della sua stanza, esplorò l’ambiente in alto e in basso, come se il tenente fosse qualcosa di minuscole dimensioni che avrebbe potuto strisciare sul pavimento o arrampicarsi su una parete.
Ma un fischio penetrante che proveniva da qualche parte, giù in basso, trapassò l’ampia sonorità della musica che sgorgava dal pianoforte in grandiose onde vibranti. Il tenente era giù alla baia, fischiando per chiamare la lancia che lo riportasse a bordo. E sembrava anche avere una fretta terribile perché fischiò di nuovo, quasi subito, attese un attimo, poi lanciò un lungo, interminabile richiamo stridulo che feriva le orecchie, come un urlo a perdifiato. Freya smise istantaneamente di suonare.
«Torna a bordo», disse il vecchio Nelson sconcertato. «Per quale motivo se la sarà squagliata così in fretta? Un tipo strano. Maledettamente suscettibile, per giunta! Mi chiedo se non sia stato il tuo comportamento di ieri sera a ferire i suoi sentimenti. Ti ho notato, Freya. Gli hai praticamente riso in faccia mentre soffriva le pene dell’inferno per la nevralgia. Non è questo il modo di renderti simpatica. È offeso con te».
Le mani di Freya ora riposavano inerti sui tasti; chinò la testa bionda provando un improvviso scontento, una spossatezza nervosa, come se fosse passata attraverso una crisi sfibrante. Il vecchio Nelson (o Nielsen), con aria afflitta, stava rimuginando una qualche linea d’azione nella sua testa calva.
«Credo che farei bene ad andare a bordo, in mattinata, tanto per sapere come stanno le cose», dichiarò con aria meticolosa. «Perché non mi portano ancora il tè? Francamente, sono rimasto molto meravigliato. Non credevo proprio che una ragazza così giovane potesse dimostrarsi così priva di sentimenti. E per giunta il tenente si considera un nostro amico, il che non è cosa da poco per un uomo nella mia situazione. Ma certo. Naturale, devo andare da lui, a bordo!».
«Devi?», mormorò Freya con indifferenza; e fra sé pensò: “Pover’uomo!”.
V.
Per quanto concerne le sette settimane che seguirono, c’è solo da dire: primo, che il vecchio Nelson (o Nielsen) non fece la sua visita diplomatica. Il Neptun, cannoniera di S. M. il re dei Paesi Bassi, al comando di un offeso e furibondo tenente, lasciò la baia a un’ora inaspettatamente mattutina. Quando il padre di Freya scese alla spiaggia, dopo aver visto il suo raccolto di tabacco ben steso al sole, il Neptun stava già doppiando il promontorio a tutto vapore. Il vecchio Nelson se ne rammaricò per molti giorni.
«Ecco, adesso non so in quale stato d’animo se ne sia andato quell’uomo», disse dispiaciuto alla figlia insensibile. Era stupito per la sua durezza. Quasi spaventato dalla sua indifferenza.
In secondo luogo, dobbiamo ricordare che la cannoniera Neptun, virando ad est, passò accanto al brigantino Bonito, fermo per la bonaccia in vista di Carimata, anch’esso con la prua rivolta ad est. Il capitano, Jasper Allen, beatamente occupato a sognare con tenerezza e possessività della sua Freya, non si alzò dalla sedia a sdraio di poppa per guardare il Neptun che gli passava tanto vicino che l’improvviso sbuffo di fumo lanciato dal tozzo fumaiolo nero si avvolse fra l’alberatura del Bonito, oscurando per un attimo il biancore illuminato dal sole delle sue vele consacrate al servizio di Amore. Jasper non girò neppure il capo per dargli un’occhiata. Ma Heemskirk, dal ponte, aveva osservato a lungo e intensamente il brigantino a distanza, serrando convulsamente il corrimano di ottone della murata fino a che, quando le due navi furono vicinissime l’una all’altra, sentì di non potersi più dominare e, ritirandosi nella sala nautica, se ne sbatté la porta alle spalle con un tonfo. E lì, con la fronte aggrottata, un ghigno di sardonica meditazione sulle labbra, rimase seduto per molte ore – una sorta di Prometeo incatenato da un desiderio profano, sentendosi dilaniare le viscere dal rostro e dagli artigli della passione umiliata.
Quella particolare specie di uccello rapace non è facile da scacciare come si scaccia una gallina. Beffato, imbrogliato, ingannato, preso in giro, insultato, deriso – rostro e artigli! Uccello sinistro! Il tenente non intendeva affatto diventare la favola dell’Arcipelago, come l’ufficiale che era stato schiaffeggiato da una ragazza. Possibile che amasse veramente quel farabutto di mercante? Cercava di non pensarci ma, più che di pensieri si trattava di impressioni precise che ossessionavano quel suo tentativo di fuga dalla realtà. La vedeva – una visione nitida, vicina, particolareggiata, plastica, colorata, illuminata – la vedeva attaccata al collo di quel cialtrone. E chiuse gli occhi, ma solo per scoprire che era inutile. Poi, un pianoforte cominciò a suonare vicino, molto distintamente; e si tappò le orecchie con le dita, senza miglior risultato. Era qualcosa che non riusciva a sopportare – non da solo. Si precipitò fuori dalla sala nautica e cominciò a parlare del più e del meno, un po’ a vanvera, con l’ufficiale di guardia sul ponte, al beffardo accompagnamento di un pianoforte fantasma.
L’ultimo punto da ricordare è che il tenente Heemskirk, invece di proseguire la sua rotta verso Ternate, dove era atteso, fece una deviazione per Makassar, dove nessuno aspettava il suo arrivo. Una volta lì, diede certe spiegazioni e sottopose una certa proposta al Governatore, o a qualche altro funzionario, e ottenne il permesso di agire come meglio credeva in un caso del genere. Il Neptun quindi, rinunciando del tutto a Ternate, fece rotta verso nord, in vista della costa montuosa di Celebes poi, attraversando l’ampio Stretto, gettò l’ancora sulla bassa costa della foresta vergine, inviolata e muta, in acque fosforescenti di notte e di un turchino cupo di giorno, con chiazze di un verde brillante sulle scogliere sommerse. Per giorni si poté vedere il Neptun beccheggiare dolcemente di fronte alla linea cupa della costa, o girovagare con aria circospetta accanto alle sponde argentee di larghi estuari, sotto l’intensa luminosità di un cielo mai soffuso, mai velato, che riversava sulla terra l’eterna solarità dei Tropici – quella solarità che, nel suo ininterrotto splendore, opprime l’animo con una malinconia indicibile, più intima, più penetrante, più profonda del triste grigiore delle brume nordiche.
Il brigantino mercantile Bonito apparve scivolando intorno a un cupo promontorio ammantato di foreste sull’estuario argenteo di un grande fiume, sospinto da una lievissima brezza che non avrebbe fatto vacillare la fiamma di una torcia. Apparve improvvisamente alla vista dietro una cortina di foglie immobili, misterioso e spettrale, bianco come un fantasma, solennemente furtivo nel suo impercettibile avanzare; e Jasper, col gomito infilato fra il sartiame di maestra e il capo poggiato alla mano, pensava a Freya. Ogni cosa del creato gli rammentava la fanciulla. La bellezza della donna amata vive nella bellezza della Natura. Il profilo ondulato delle colline, le curve di una costa, le spontanee sinuosità di un fiume, sono meno carezzevoli della armoniose linee del suo corpo e quando ella si muove, scivolando leggera, la grazia del suo incedere evoca alla mente il potere di forze occulte che dominano gli aspetti più affascinanti del mondo visibile.
Legato, come tutti gli uomini, alle cose, Jasper amava la sua imbarcazione – la casa dei suoi sogni. E ad essa attribuiva qualcosa dell’anima di Freya. Il ponte era il punto d’appoggio del loro amore. Il possesso del brigantino appagava la sua passione, nella confortante certezza di una felicità già conquistata.
La luna piena si era alzata nel cielo, perfetta e serena, galleggiando nello spazio limpida e placida come lo sguardo degli occhi di Freya. A bordo, tutto era silenzio.
“Sarà qui, accanto a me, in una sera come questa”, pensò rapito.
E proprio in quel momento, in quella pace, quella serenità, sotto il benevolo sguardo della luna piena propizia agli innamorati, su un mare senza un’increspatura, quasi la Natura sfoggiasse beffardamente il suo umore più benigno, la cannoniera Neptun, staccandosi dalla costa oscura sotto la quale era rimasta, invisibile, avanzò a tutto vapore per intercettare il brigantino Bonito che si stagliava al largo.
Appena avvistata la cannoniera che sbucava dal suo agguato, Schultz, dalla voce suadente, aveva dato segni di insolita agitazione. Durante tutto quel giorno, da quando avevano lasciato la cittadina malese lungo il fiume, aveva avuto un’espressione tesa, svolgendo le sue mansioni come un uomo gravato da un pensiero opprimente. Jasper lo aveva notato ma il secondo, volgendogli le spalle come chi non voglia essere scrutato, aveva borbottato a mezza bocca qualcosa circa un mal di testa e qualche linea di febbre. Ma doveva essere veramente febbricitante quando, nascondendosi dietro il capitano, si era chiesto ad alta voce: «Che diavolo può volere da noi quell’individuo?…». Un uomo che se ne stesse nudo sotto una raffica gelata cercando di non tremare, non avrebbe potuto parlare in tono più rauco e incerto. Ma poteva essere la febbre – un colpo di freddo.
«Vuole semplicemente rendersi sgradevole», aveva risposto Jasper, di ottimo umore. «Ci ha già provato altre volte, con me. Comunque, lo vedremo presto».
E in effetti poco dopo le due navi erano di fronte, a tiro di voce. Il brigantino, con la sua linea elegante e le vele bianche appariva irreale e quasi magico nel plenilunio. La cannoniera, tozza, piatta, con l’alberatura pesante e nuda, come rami morti stagliati contro il chiarore del cielo in quella splendida notte che gettava un’ombra scura sulla striscia d’acqua fra le due navi.
Su entrambe aleggiava Freya, come uno spirito onnipresente, come l’unica donna al mondo. Jasper ricordò le sue pressanti raccomandazioni di essere guardingo e prudente in ogni gesto e ogni parola quando era lontano da lei. In quell’incontro del tutto inatteso si sentì praticamente alitare all’orecchio quelle istruzioni affrettate, tipiche dell’ultimo momento di ogni loro separazione, sentì il sussurro finale, fra il serio e il faceto: «Ricordati, ragazzo mio, non te lo perdonerei mai!» e la fugace pressione sul braccio alla quale egli rispondeva con un sorriso sereno e fiducioso. Altri fantasmi assillavano Heemskirk. Più che sussurri, erano visioni. Gli appariva alla mente la ragazza, attaccata al collo di uno spregevole vagabondo – quel vagabondo, il vagabondo che aveva appena risposto al suo richiamo. La vide mentre scivolava scalza attraverso la veranda, con quei suoi grandi occhi limpidi spalancati che scrutavano avidamente il brigantino – quel brigantino. Se almeno avesse urlato, l’avesse rimproverato, insultato! Ma si era limitata a trionfare su di lui. Solo questo. Adescato (ne era fermamente convinto), imbrogliato, ingannato, offeso, colpito, sbeffeggiato… rostro e artigli! I due uomini perseguitati in modo così diverso dall’immagine di Freya delle Sette Isole non potevano combattere ad armi pari.
Nel profondo silenzio, quasi un sopore, che era sceso sulle due navi, in un mondo che già di per sé aveva la delicata irrealtà di un sogno, una imbarcazione manovrata da marinai giavanesi traversò lo scuro corridoio d’acqua accostandosi al brigantino. Il sottufficiale bianco che era nella scialuppa, forse il cannoniere, salì a bordo. Era basso di statura, con lo stomaco prominente, la voce affannata. Il volto grasso e impenetrabile sembrava inanimato sotto il plenilunio; camminava con le braccia tozze scostate dal corpo, come un pupazzo impagliato. Gli occhietti scaltri scintillavano come pezzetti di mica. In un inglese stentato comunicò a Jasper che la sua presenza era richiesta a bordo del Neptun.
Jasper non si aspettava una richiesta così insolita. Ma dopo un attimo di riflessione decise di non mostrare né irritazione né sorpresa. Già da un paio d’anni il fiume dal quale proveniva il brigantino si era trovato al centro di difficoltà di ordine politico ed egli sapeva benissimo che le autorità guardavano alle sue visite con un certo sospetto. Ma personalmente non dava molto peso alla diffidenza delle autorità che, invece, terrorizzava il vecchio Nelson. Si preparò a lasciare il brigantino; Schultz lo seguì alla ringhiera di murata come per dirgli qualcosa, ma alla fine rimase lì impalato, in silenzio. Jasper, scavalcando il parapetto, notò la sua espressione spettrale. Gli occhi dell’uomo che sul brigantino aveva trovato scampo dagli effetti della sua particolare psicologia, lo fissavano con uno sguardo di muta implorazione.
«Che c’è?», chiese Jasper.
«Mi domando come andrà a finire», disse quell’uomo dalla bella voce che aveva affascinato perfino la giudiziosa Freya. Ma dov’era, adesso, quel timbro così musicale? Le sue parole erano risuonate come il gracchiare di un corvo.
«Stai male», esclamò Jasper.
«Vorrei essere morto!», fu la sorprendente risposta di Schultz pronunciata come rivolto a se stesso, in preda a qualche oscuro tormento. Jasper gli lanciò uno sguardo indagatore ma non era il momento di investigare lo sfogo morboso di un uomo febbricitante. Non sembrava che delirasse e, per il momento, questo poteva bastare. Schultz si lanciò in avanti.
«Quell’individuo ha cattive intenzioni!», gli disse in tono disperato. «Le farà del male, capitano Allen. Lo sento, e…».
Le parole gli morirono in gola, soffocate da una inspiegabile emozione.
«Va bene, Schultz, non gliene darò la minima opportunità», tagliò corto Jasper saltando nella scialuppa.
A bordo del Neptun Heemskirk, a gambe divaricate, sotto il vivido chiarore lunare che ne proiettava l’ombra color inchiostro sul cassero di poppa, rimase impassibile mentre Jasper si avvicinava ma la vista di quell’uomo gli sollevò nel petto qualcosa di simile a un’ondata impetuosa e violenta. Jasper si fermò di fronte a lui in silenzio, aspettando.
Faccia a faccia in quel contatto diretto e personale, entrambi assunsero immediatamente il comportamento casuale che tenevano di solito nel bungalow del vecchio Nelson. Si ignorarono reciprocamente – Heemskirk di malumore, Jasper totalmente passivo e incolore.
«Cosa sta succedendo sul fiume da cui è appena uscito?», chiese il tenente venendo subito al punto.
«Non so niente dei disordini, se è a quelli che si riferisce», rispose Jasper. «Ho scaricato un carico di riso, senza nessuna contropartita, e me ne sono andato. Per il momento il commercio è fermo in quella zona, ma se non fossi arrivato, una settimana ancora e sarebbero morti di fame».
«Interferenza! La solita interferenza inglese! E supponiamo che quei farabutti non meritino altro che morire di fame, eh?»
«Ci sono anche donne e bambini, sa», osservò Jasper col suo tono pacato.
«Ah, certo! Quando un inglese comincia a parlare di donne e bambini, si può scommettere che c’è qualcosa di losco. Bisognerà vederci chiaro, nei suoi traffici».
Parlavano entrambi a turno, come spiriti disincarnati – voci, null’altro che voci nel vuoto; e si guardavano l’un l’altro come se non esistessero o, al massimo, con lo sguardo che si posa distrattamente su un oggetto inanimato.
A qual punto, si fece silenzio. Nella mente di Heemskirk era balenato un pensiero improvviso: “lei glielo dirà. Glielo dirà mentre gli tiene le braccia al collo, ridendo”. E il subitaneo impulso di annientare Jasper seduta stante fu così violento da fargli quasi perdere i sensi. Perse il dono della parola, della vista. Per un attimo proprio non riuscì a vedere Jasper. Ma lo sentì chiedere, senza rivolgersi a nessuno in particolare:
«Devo dedurne, quindi, che il brigantino è in stato di fermo?»
«Esattamente. Lo rimorchierò a Makassar».
«Sarà il tribunale a decidere sulla legalità di questo provvedimento», disse Jasper, consapevole che la situazione si stava facendo seria ma mantenendo un atteggiamento indifferente.
«Certo, certo, il tribunale! Naturale! E in quanto a lei, rimarrà qui a bordo con me».
L’immobilità pietrificata di Jasper tradiva il suo sgomento all’essere separato dalla sua nave. Non fu che un attimo. Poi si voltò e diede la voce al brigantino. Rispose Schultz.
«Sì signore».
«Preparatevi ad afferrare il cavo di rimorchio della cannoniera. Ci portano a Makassar».
«Benedetto Iddio! Perché mai, signore?», giunse fievole l’angosciato grido.
«Cortesia, immagino», gridò ironico Jasper di rimando, scandendo ogni parola. «Avremmo potuto rimanere qui abbonacciati per giorni. E ospitalità. Sono invitato a rimanere – qui a bordo».
Questa informazione fu accolta da una violenta esclamazione di inquietudine. Jasper pensò preoccupato: “Diamine, gli sono saltati i nervi a quel brav’uomo”; e con imbarazzata ansietà di nuovo genere, fissò intensamente il brigantino. Il pensiero di esserne separato – per la prima volta da quando erano insieme – scosse fino alle fondamenta, che erano assai profonde, la sua apparentemente spensierata forza d’animo. In tutto quel tempo, né Heemskirk né la sua ombra color inchiostro si erano mosse di un centimetro.
«Intendo mandare l’equipaggio di un canotto e un ufficiale a bordo della sua imbarcazione», annunciò a nessuno in particolare. Jasper, riscuotendosi dalla contemplazione assorta del suo brigantino, si volse e, con voce pacata, quasi inespressiva, avanzò la sua protesta per l’insieme di quella procedura. In realtà, stava pensando al ritardo. Contava i giorni. Effettivamente Makassar si trovava sulla sua rotta; e l’essere rimorchiato gli avrebbe fatto risparmiare tempo. D’altro canto, ci sarebbero inevitabilmente state delle seccanti formalità da espletare. Ma tutta la faccenda era talmente assurda. “Questo scarafaggio è davvero impazzito”, pensò. “Mi rilasceranno immediatamente. O altrimenti Mesman dovrà farsi garante per me”». Mesman era un mercante olandese con cui Jasper aveva concluso molti affari, un uomo in vista a Makassar.
«Ah, lei protesta? Hmmm!», borbottò Heemskirk, e rimase ancora un po’ immobile, le gambe divaricate piantate saldamente sul ponte, il capo chino quasi a studiare la propria comica ombra, con la profonda spaccatura nel mezzo. Fece poi un cenno all’obeso cannoniere che era rimasto a portata di voce, impalato, come un grassone impagliato malamente, con la faccia inerte in cui spiccavano due occhietti scintillanti. L’uomo si accostò mettendosi sull’attenti.
«Salirai a bordo del brigantino con l’equipaggio di una scialuppa».
«Ya, Mynherr!».
«Uno dei tuoi uomini rimarrà per tutto il tempo al timone», continuò Heemskirk, impartendo i suoi ordini in inglese, apparentemente a beneficio di Jasper. «Hai capito?»
«Ya, Mynherr».
«Tu rimarrai tutto il tempo sul ponte, al comando».
«Ya, Mynherr».
Jasper si sentì come se, insieme con il comando del suo brigantino, gli avessero strappato il cuore dal petto. Cambiando tono, Heemskirk chiese:
«Quali armi ha a bordo?».
C’era stato un tempo quando tutte le navi che commerciavano nei Mari della Cina erano autorizzate a portare a bordo un certo numero di armi da fuoco, a scopo difensivo. Jasper rispose:
«Diciotto fucili con relative baionette, che erano già a bordo quando acquistai il brigantino, quattro anni fa. Sono stati regolarmente denunciati».
«Dove li tiene?»
«Cabina di prua. Il secondo ha la chiave».
«Prendili», disse Heemskirk al cannoniere.
«Ya, Mynherr».
«A che scopo? Cosa vuole insinuare?», gridò Jasper; poi si morse il labbro. «Inaudito!», brontolò.
Heemskirk alzò per un attimo uno sguardo greve, quasi sofferente.
«Puoi andare», disse al cannoniere. Il grassone salutò e si allontanò.
Nel corso delle successive trenta ore, solo una volta il lento e regolare rimorchiamento s’interruppe. A un segnale dal brigantino – una bandiera sventolata dal castello di prua – la cannoniera si fermò. Quel fantoccio male impagliato del sottufficiale, calatosi nella scialuppa, tornò a bordo del Neptun e si diresse in tutta fretta alla cabina del comandante, con gli occhietti che gli brillavano tradendo la sua eccitazione per qualcosa che doveva comunicare. I due si trattennero a confabulare per un po’ mentre Jasper, dalla ringhiera di poppa, cercava di capire se a bordo del brigantino fosse successo qualcosa di insolito. Ma tutto sembrava a posto. Comunque, tenne d’occhio il cannoniere; e, pur se da quando era terminato il suo colloquio con Heemskirk aveva evitato di parlare con chicchessia, fermò l’uomo quando riapparve sul ponte per chiedergli come stava il suo secondo.
«Non si sentiva molto bene quando l’ho lasciato», spiegò.
Il grasso sottufficiale, che si comportava come se lo sforzo di reggere il peso del suo pancione richiedesse un portamento rigido, capiva a stento. Non uno dei suoi lineamenti rivelava la benché minima animazione, ma finalmente batté rapidamente quei suoi occhietti.
«Oh, ya! Il secondo. Ya, ya! Sta benissimo. Ma, mein Gott, è un uomo molto strano!».
Jasper non fece a tempo a ottenere una spiegazione su quel commento perché l’olandese ridiscese in fretta nella scialuppa e tornò a bordo del brigantino. Si consolò pensando che molto presto quella spiacevole e abbastanza assurda esperienza si sarebbe conclusa. La rada di Makassar era già in vista. Heemskirk gli passò accanto per recarsi sul ponte. Per la prima volta il tenente lanciò a Jasper uno sguardo denso di significato; e roteava gli occhi in modo così buffo – da molto tempo Jasper e Freya erano d’accordo nel trovare il tenente molto buffo – con un’aria di tale estatica soddisfazione, quasi stesse assaporando un bocconcino prelibato, che Jasper non poté trattenere un largo sorriso. Poi si volse verso il brigantino.
Vederlo, vedere quella sua proprietà che gli era tanto cara, pervasa, per così dire, dallo spirito di Freya, l’unico punto d’appoggio di due vite in tutto il vasto mondo, la garanzia della sua passione, il compagno d’avventure che gli dava il potere di stringersi al cuore la sua calma, adorabile Freya e portarla con sé fino ai confini della terra; vedere quello splendido oggetto, così meritevole del suo orgoglio e del suo affetto; vederlo imprigionato all’estremità di un cavo da rimorchio – non era certo un’esperienza piacevole. Quella vista aveva qualcosa dell’incubo come, per esempio, sognare un libero uccello marino carico di catene.
Eppure, cos’altro avrebbe potuto desiderare di guardare? A volte, la sua bellezza gli catturava il cuore come un incantesimo, tanto da fargli dimenticare dove si trovava. E inoltre quel senso di superiorità che prova un giovane nella certezza di sapersi amato, l’illusione che uno sguardo di tenerezza negli occhi di una donna possa metterlo al riparo dai colpi del destino, lo aiutò, una volta superato il primo shock, ad affrontare quell’esperienza con una sorta di divertita fiducia in se stesso. Quale sventura, infatti, poteva mai colpire l’eletto di Freya?
Si era ormai nel pomeriggio e il sole era alle spalle delle due imbarcazioni che si dirigevano in porto. “Fra poco, lo scherzetto di questo scarafaggio sarà finito”, pensò Jasper senza troppo rancore. Da marinaio che ben conosceva quella parte del mondo, gli bastò un’occhiata per capire cosa stava succedendo. “Guarda, guarda”, si disse, “vuole attraversare Spermonde Passage. Fra poco doppieremo la scogliera di Tamissa”. E tornò a contemplare il brigantino, fulcro della sua esistenza materiale e psicologica, che presto sarebbe tornato nelle sue mani. Su un mare liscio come l’olio, una pesante, morbida scia ondulava e sfuggiva sotto la prua, dato che i potenti motori del Neptun lo stavano rimorchiando a tutta velocità, quasi a vincere una gara. Sul cassero di prua del Bonito apparvero il cannoniere olandese e un paio di uomini. Rimasero a guardare la costa e Jasper si abbandonò di nuovo al suo sogno ad occhi aperti. Il profondo ululato del fischio a vapore della cannoniera fu così inaspettato che rabbrividì. Si guardò attorno lentamente. Rapido come un lampo lasciò il suo posto di osservazione, lanciandosi di corsa lungo il ponte.
«Finirete sugli scogli di Tamissa!», gridò con quanto fiato aveva.
In alto sulla plancia Heemskirk si gettò un’occhiata pesante alle spalle; due marinai stavano girando il timone e già il Neptun stava rapidamente virando, allontanandosi dalla striscia di acqua più chiara sotto cui si celavano insidiosi gli scogli. Ah! Giusto in tempo. Jasper si voltò di scatto per guardare il brigantino; e ancor prima di rendersi conto che, in obbedienza, sembra, agli ordini impartiti anticipatamente da Heemskirk al cannoniere, il cavo da rimorchio era stato mollato al fischio del vapore, prima di poter lanciare un grido o di fare un gesto, lo vide lanciato alla deriva, puntare diritto contro la poppa della cannoniera, con tutto l’impeto della velocità. Ne seguì la forma slanciata e volante con occhi dilatati per l’incredulità, stravolti per l’orrore. Le grida a bordo della sua nave gli giungevano come uno spaventoso e confuso mormorio attraverso il sangue che gli pulsava nelle orecchie, mentre il brigantino continuava la sua corsa. Volava rapido sulle acque, in un terribile sfoggio del suo dono di velocità, dando una straordinaria immagine di vitalità e di grazia. Corse fino a quando il mare liscio davanti alla sua prua sembrò sprofondare all’improvviso, come risucchiato; e con uno strano, violento fremito dell’alberatura, si fermò, inclinò leggermente i maestosi pennoni, e rimase immobile. Era adagiato sulla scogliera, mentre il Neptun, compiendo un ampio giro, continuava la sua corsa risalendo Spermonde Passage, puntando verso la città. Il brigantino giaceva immobile, completamente immobile, con qualcosa di funesto e innaturale nella sua posizione. In un attimo, in pieno sole, si era abbattuta su di esso la sottile malinconia delle cose sfiorate dal decadimento; non era che un puntolino nella lucente vacuità dello spazio, già solitario, già desolato.
«Prendetelo!», gridò una voce dal ponte. Jasper si era messo a correre verso il suo brigantino con l’impulso cieco e disperato di chi si lancia a strappare con le proprie mani una creatura anelante e amata dall’orlo di un precipizio. «Tenetelo! Non lasciatelo scappare!», sbraitava il tenente dall’alto della scaletta del ponte mentre Jasper si dibatteva disperatamente, senza una parola, e solo la sua testa emergeva dal gruppo dei marinai del Neptun che gli si erano gettati addosso obbedendo all’ordine. «Trattenetelo! Non vorrei per tutto l’oro del mondo che finisse annegato proprio adesso!».
Jasper smise di lottare.
Uno ad uno, i marinai lasciarono la presa; e si scostarono poco a poco, sempre più indietro, in vigile silenzio, abbandonandolo senza sostegno in uno spazio vuoto che si faceva sempre più ampio, quasi a dargli posto sufficiente per cadere dopo la lotta. Non ebbe nemmeno il più lieve vacillamento.
Dopo mezz’ora, quando il Neptun gettò l’ancora in vista della città, era ancora lì, non aveva mosso di un capello né il capo né le membra. Appena cessò il rumore sordo della gomena della cannoniera, Heemskirk scese pesantemente dal ponte.
«Chiama un sampan», ordinò in tono tetro passando accanto al marinaio di guardia al barcarizzo, e si diresse lentamente verso il punto in cui Jasper, fatto oggetto di molte occhiate intimorite, era rimasto immobile a fissare il ponte, quasi perduto nei suoi pensieri.
Heemskirk gli andò vicino e lo scrutò perplesso, con le dita sulle labbra. Eccolo lì, il fortunato vagabondo, l’unico uomo al quale quella maledetta ragazza avrebbe potuto raccontare la storia. Ma non l’avrebbe trovata divertente. La storia di come il tenente Heemskirk – no, non l’avrebbe fatto ridere. Aveva l’aria di uno che non avrebbe mai più riso in vita sua.
D’improvviso Jasper alzò lo sguardo. I suoi occhi, colmi solo di sgomento, incontrarono quelli di Heemskirk, cupi e indagatori. «Finito sugli scogli!», disse a voce bassa e attonita. «Sugli – scogli!», ripeté ancora più sommessamente quasi attendendo dentro di sé la nascita di una qualche angosciosa e sorprendente sensazione.
«E proprio al culmine della marea di primavera», ribadì Heemskirk con una violenza vendicativa ed esultante che esplose e si spense. Si interruppe, quasi svuotato di ogni energia, inchiodando Jasper con quei suoi occhi arroganti sui quali, come una funerea nuvola, sembrò passare un disincanto segreto, l’inevitabile ombra di uno sconvolgimento emotivo.
«Proprio al culmine», ripeté, riscuotendosi con una violenta reazione e strappandosi di testa il berretto gallonato con un beffardo gesto galante in direzione della passerella. «E adesso, vai pure a terra, vai dal tuo tribunale, maledetto inglese!», esclamò.
VI.
La vicenda del brigantino Bonito era destinata a fare sensazione a Makassar, la più graziosa e forse la più linda fra tutte le cittadine delle Isole; dove però le occasioni di eccitazione sono scarse. Il “fronte del porto”, con la sua particolare popolazione, si rese ben presto conto che era accaduto qualcosa. Già da un po’ era stato notato al largo un vapore che rimorchiava un veliero e quando il vapore entrò in porto da solo, lasciando l’altra nave fuori rada, l’attenzione della gente si accese. Come mai? Se ne scorgeva solo l’alberatura – con le vele ammainate – ferma nello stesso punto, in direzione sud. E ben presto sulla riva affollata si sparse la voce che c’era una nave incagliata sulla scogliera di Tamissa. E fin qui, la gente aveva ragione. Ma non poteva assolutamente intuirne la causa; chi mai, infatti, avrebbe potuto collegare una ragazza lontana novecento miglia con l’incagliamento di una nave sugli scogli di Tamissa; o cercare una remota derivazione di quell’evento dalla psicologia di almeno tre persone, anche se una di esse, il tenente Heemskirk, proprio in quel momento si aggirava fra la gente per andare a fare il suo rapporto verbale?
No; la mente del “lungomare” non era tagliata per quel tipo di indagine, ma numerose mani – mani scure, mani gialle, o bianche – erano alzate a schermare gli occhi fissi sul mare. La voce si sparse rapidamente. I bottegai cinesi si fecero sulla porta, più di un commerciante bianco arrivò perfino ad alzarsi dalla scrivania per andare alla finestra. Dopotutto, non si vedeva tutti i giorni una nave incagliata su Tamissa. E poco dopo le voci presero corpo. Un mercante inglese – trattenuto come sospetto in mare dal Neptun – Heemskirk lo stava rimorchiando per accertamenti, e per uno strano accidente. Più tardi, venne fuori il nome. «Il Bonito – Cosa? Impossibile! Sì, sì, il Bonito. Guardate! Lo si vede da qui; solo due alberi. È un brigantino. Non credevo che quel tipo si sarebbe mai fatto beccare. Anche Heemskirk è furbo. Dicono che la cabina del comandante sia arredata come nello yacht di un signore. Anche quell’Allen a modo suo è un signore. Una stravagante canaglia».
Un giovanotto entrò di gran carriera nell’ufficio della ditta Mesman Brothers sul lungomare, tutto agitato, portando altre notizie.
«Oh, sì; è senza alcun dubbio il Bonito! Ma non sapete quello che mi hanno appena raccontato. Quel tipo probabilmente riforniva il fiume di armi, da un paio d’anni. Be’, pare che fosse diventato così imprudente, visto che finora gli era andata bene, che questa volta ha avuto il coraggio di vendere i fucili di scorta della sua stessa nave. Proprio così. A bordo i fucili non ci sono. Che faccia tosta! Solo, non sapeva che una delle nostre navi da guerra era sotto costa. Del resto, quegli inglesi sono così sfrontati che forse pensava di passarsela liscia. Troppo spesso i nostri tribunali mandano libera gentaglia del genere, con una squallida scusa o con l’altra. Comunque sia, per il famigerato Bonito questa è la fine. Alla Capitaneria di Porto mi hanno appena detto che dev’essersi incagliato proprio al colmo della marea; ed è zavorrato, per giunta. Sono convinti che nessuna forza al mondo riuscirebbe a disincagliarlo. Spero solo che sia così. Sarebbe un bel colpo avere il famoso Bonito bloccato lì, come monito per tutti gli altri».
Il signor J. Mesman, un olandese nato in colonia, un anziano signore gentile e paterno, dal bel volto calmo e sbarbato e una massa di capelli grigio-ferro che gli si arricciavano sul colletto, non disse una parola in difesa di Jasper e del Bonito. Si alzò di scatto dalla poltrona, visibilmente turbato. Si dava il caso che una volta, chiacchierando con lui del più e del meno, del commercio fra le isole, di soldi, e così via, Jasper si era lasciato andare e gli aveva parlato di Freya; e il brav’uomo, che anni prima aveva conosciuto il vecchio Nelson e si ricordava vagamente perfino di Freya, era rimasto molto stupito e divertito a quel racconto.
«Bene, bene, bene! Nelson! Ma sì, certo. Un tipo molto onesto. E una bambinetta biondissima. Oh, sì! Mi ricordo molto bene. E così, è diventata una gran bella ragazza, assai decisa, assai…», ed era scoppiato in una risata quasi omerica. «Si ricordi, capitano Allen, quando sarà felicemente fuggito con la sua futura moglie, deve venire da queste parti, e sarà la benvenuta. Una bambinetta bionda! Mi ricordo, mi ricordo».
E fu il ricordo di quel discorso che conferì al suo viso un’espressione preoccupata nel venire a conoscenza del naufragio. Prese il cappello.
«Dove va, signor Mesman?»
«A cercare Allen. Credo che sia a terra. Qualcuno di voi ne sa qualcosa?».
Nessuno dei presenti lo sapeva. E il signor Mesman se ne andò sul lungomare in cerca di notizie.
L’altro settore della cittadina, quello accanto alla chiesa e al Forte, venne a conoscenza dell’incidente per altra via. La prima avvisaglia fu la vista dello stesso Jasper che avanzava a passo rapido, come inseguito da qualcuno. E in effetti un cinese, ovviamente un proprietario di sampan, lo tallonava con lo stesso passo svelto. D’improvviso, giunto all’altezza di Orange House, Jasper fece una deviazione ed entrò, o meglio si precipitò, all’interno con grande spavento di Gomez, il portiere dell’albergo, la cui attenzione però si spostò immediatamente su un cinese che stava cominciando a fare un indecoroso baccano davanti all’ingresso. Il cinese protestava perché l’uomo bianco che aveva portato a riva dalla cannoniera non gli aveva pagato il traghetto. Lo aveva seguito fin lì chiedendogli il suo compenso per tutta la strada. Ma l’uomo bianco aveva totalmente ignorato la sua legittima richiesta. Gomez calmò il coolie con qualche spicciolo poi andò in cerca di Jasper, che conosceva molto bene. Lo trovò che stava in piedi, dritto impalato, accanto a un tavolinetto rotondo. Dall’altra parte della veranda alcuni uomini che vi erano seduti avevano smesso di parlare e lo fissavano in silenzio. Due giocatori di biliardo con la stecca in mano si erano fatti sulla porta della sala da gioco, anche loro a guardarlo.
Quando Gomez gli si accostò, Jasper alzò una mano indicandosi la gola. Gomez notò lo stato piuttosto sudicio della sua uniforme bianca, diede un’occhiata alla sua faccia e corse via a ordinare il beveraggio che Jasper sembrava chiedere.
Dove intendesse andare – a quale scopo – dove, forse, aveva solo creduto di andare quando un impulso subitaneo, o magari la vista di un luogo familiare, lo avevano spinto ad entrare in Orange House – è impossibile dirlo. Si stava reggendo in piedi con la punta delle dita leggermente appoggiate al tavolino. Sulla veranda c’erano due uomini che conosceva bene personalmente, ma il suo sguardo, girando senza posa da un punto all’altro, quasi a cercare una via di scampo, era passato e ripassato su di loro senza un segno di riconoscimento. I due, dal canto loro, lo guardavano non credendo ai propri occhi. Non che il suo viso fosse distorto. Anzi, era immobile, pietrificato. Ma la sua espressione era irriconoscibile. Ma è proprio lui? si chiedevano sbigottiti. Nella sua mente si agitava un frenetico caos di idee chiare. Perfettamente chiare. E proprio quella chiarezza era così spaventosa perché unita alla totale incapacità di afferrare una di quelle idee, una sola. E diceva a se stesso, o ad esse: «calma, calma». Un ragazzo cinese gli comparve davanti con un bicchiere su un vassoio. Tracannò il liquido e si precipitò fuori. La sua scomparsa pose fino allo stupore quasi ipnotico degli astanti. Uno degli uomini balzò in piedi spostandosi rapidamente sul lato della veranda dal quale si scorgeva la rada quasi per intero. Nell’attimo stesso in cui Jasper, uscito dalla porta di Orange House, passò per la strada, sotto di lui, gridò tutto eccitato agli altri: «Era proprio Allen. Ma dov’è il suo brigantino?». Jasper sentì quelle parole con straordinaria chiarezza. Ne risuonarono i cieli, quasi a chiedergliene conto; poiché erano proprio le stesse parole che avrebbe dovuto dire Freya. Era un interrogativo devastante; colpì la parte cosciente della sua mente come un fulmine, calando un’improvvisa cortina di tenebre sul caos dei suoi pensieri, anche se continuava automaticamente a camminare. Non rallentò. Proseguì in quell’oscurità per altri tre passi, poi stramazzò a terra.
Il buon Mesman dovette spingersi fino all’ospedale prima di trovarlo. Lì il dottore parlò di una leggera insolazione. Niente di grave. Dimesso in tre giorni… bisogna riconoscere che il dottore aveva ragione. Tre giorni dopo Jasper uscì dall’ospedale e divenne visibile agli occhi di tutti – molto visibile – e tale rimase per lungo tempo; abbastanza a lungo per diventare quasi un’attrazione locale; abbastanza a lungo perché, alla fine, nessuno facesse più caso a lui; abbastanza a lungo perché il racconto della sua ossessiva presenza sia, ancora oggi, ricordato nelle Isole.
Le chiacchiere del “fronte del porto” e l’apparizione di Jasper nell’Orange House segnano l’inizio del famoso “caso Bonito”, e ne rivelano i due aspetti – quello pratico e quello psicologico. Il caso giuridico e il caso umano; quest’ultimo angosciosamente evidente, eppure oscuro.
Dovete capire che rimase oscuro anche per l’amico che mi scrisse la lettera cui ho accennato al principio di questo racconto. Era uno di quelli che si trovavano nell’ufficio del signor Mesman e aveva accompagnato l’anziano signore nella sua ricerca di Jasper. La sua lettera mi descriveva i due aspetti e alcuni episodi del caso. L’atteggiamento di Heemskirk era unicamente di profonda gratitudine per non aver perduto la propria nave. Foschia lungo il litorale, fu la sua spiegazione per essersi avventurato così da presso alla scogliera di Tamissa. Aveva salvato la sua nave e per il resto non gliene importava niente. In quanto al grasso cannoniere, in tribunale si era limitato a deporre che, in quel momento, la cosa migliore da fare gli era sembrata quella di mollare il cavo del rimorchio, ma aveva ammesso di essere rimasto molto confuso per la subitaneità dell’emergenza.
In realtà, aveva agito dietro precise istruzioni di Heemskirk del quale, dopo tanti anni di servizio insieme in Oriente, era divenuto una specie di devoto scagnozzo. La cosa più straordinaria nel fermo del Bonito fu il suo racconto di come, procedendo a prendere possesso delle armi come gli era stato ordinato, aveva scoperto che a bordo non c’erano armi da fuoco. Tutto quello che aveva trovato nella cabina di prua era una rastrelliera vuota destinata a contenere i regolamentari diciotto fucili; ma dei fucili sulla nave non c’era neanche l’ombra. L’ufficiale in seconda del brigantino, che aveva l’aria di star male e si comportava in modo agitato come se, chissà, fosse un pazzo, voleva fargli credere che il capitano Allen non ne sapeva niente; che era stato lui, il secondo, a vendere poco tempo prima i fucili, nel cuore della notte, a una certa persona lungo il fiume. A riprova di quella storia aveva tirato fuori un sacchetto di dollari d’argento insistendo perché lui, il cannoniere, l’accettasse. Poi, scaraventando d’improvviso il sacchetto sul ponte, aveva cominciato a percuotersi la testa con i pugni, maledicendo e stramaledicendo la propria anima, perché era un disgraziato, un ingrato, e indegno di vivere.
Tutto questo il cannoniere l’aveva immediatamente riferito al proprio comandante.
Che cosa poi Heemskirk si proponesse di fare assumendosi la responsabilità di trattenere il Bonito, difficile dirlo; a meno che non volesse rendere la vita impossibile all’uomo amato da Freya. Da tempo guardava Jasper col desiderio di annientare quel giovane, oggetto di baci e di abbracci. Il problema era: come farlo senza tradirsi? Ma il rapporto del cannoniere aveva creato un caso piuttosto serio. Allen però aveva degli amici e chi poteva dire se, in un modo o nell’altro, non sarebbe riuscito a farla franca? L’idea di rimorchiare semplicemente il brigantino tanto compromesso sugli scogli, gli era venuta ascoltando il grasso cannoniere nelle sua cabina. A quel punto, il rischio di subire un rimprovero era minimo. E doveva sembrare un incidente.
Uscito sul ponte, si era beato nella contemplazione della sua ignara vittima, roteando così sinistramente gli occhi, increspando in modo così strano le labbra che Jasper non aveva potuto fare a meno di sorridere. E il tenente se n’era andato sul ponte dicendosi:
“Aspetta, aspetta! Te lo faccio passare io il gusto di quei dolci baci. In futuro, quando sentirai il nome del tenente Heemskirk, ti garantisco che non avrai nessuna voglia di sorridere. Ora ti tengo in pugno”.
E quell’occasione si era presentata spontaneamente, si potrebbe quasi dire naturalmente, come se gli eventi si fossero misteriosamente disposti in modo tale da servire allo scopo di un’oscura passione. Il piano più astuto non avrebbe, meglio di quello, fatto al caso di Heemskirk. Gli era stato offerto per fargli assaporare una vendetta di sublime e incredibile perfezione; inferire un colpo mortale al cuore di quell’individuo che odiava e poi guardarlo mentre se ne andava in giro con il pugnale piantato nel petto.
Ché quella era infatti la condizione di Jasper. Si muoveva, agiva, con lo sguardo assente, il viso scavato, sparuto e irrequieto, muovendosi a scatti, con gesti scomposti; parlava incessantemente con voce frenetica e stanca, ma dentro di sé sapeva che niente avrebbe potuto restituirgli il brigantino, come niente può guarire un cuore trafitto. La sua anima, tenuta tranquilla nella tensione d’amore dalla incrollabile influenza di Freya, era come una corda ferma ma troppo tesa. Lo shock aveva cominciato a farla vibrare e la corda si era spezzata. Per due anni, con una fiducia assolutamente cieca, aveva atteso un giorno che adesso non sarebbe mai venuto per un uomo che la perdita del brigantino aveva disarmato per il resto della vita e che, pensava, non poteva più aspirare a un amore cui non aveva alcun appiglio da offrire.
Giorno dopo giorno, traversava da un capo all’altro la cittadina, seguiva la costa e, giunto al punto di fronte alla scogliera sulla quale giaceva incagliato il suo brigantino, guardava fisso oltre la striscia di mare a quella sagoma che amava, che un tempo aveva albergato una speranza esultante e che adesso, reclina nella sua desolata immobilità, torreggiava sull’orizzonte solitaria, simbolo di disperazione.
L’equipaggio se ne era allontanato con le scialuppe che, appena avevano toccato terra, erano state sequestrate dalle autorità portuali. Anche la nave era sotto sequestro, in attesa di azione giudiziaria; ma quelle stesse autorità non si erano date la pena di mettere una guardia a bordo. Infatti, cosa avrebbe potuto spostarla da lì? Niente, se non un miracolo; niente se non gli occhi di Jasper, inchiodati su di essa per ore e ore, quasi sperasse di poterla stringere a sé con la sola forza dello sguardo.
Questo racconto, letto nella lunga e dettagliata lettera del mio amico, mi sconvolse non poco. Ma quello che era più terribile, era la sua descrizione di come Schultz, il secondo, se ne andava in giro affermando, con disperata pertinacia, che lui, lui soltanto, aveva venduto i fucili. «Li ho rubati», dichiarava. Naturalmente, non gli credeva nessuno. Nemmeno il mio amico anche se, ovviamente, ammirava quella abnegazione. Ma erano in molti a pensare che fosse esagerato farsi passare per ladro per amore di un amico. Solo che era una bugia così trasparente che, forse, non importava.
Io che, vista la psicologia di Schultz, sapevo quanto, invece, fosse vero, confesso che ne restai sgomento. Così dunque un perfido destino si avvantaggiava di un impulso generoso! E mi sentivo quasi complice di quella perfidia poiché, in una certa misura, avevo incoraggiato Jasper. Ma lo avevo anche messo in guardia.
“Su questo punto, sembra che quell’uomo sia diventato pazzo”, scriveva il mio amico. “È andato a raccontare la sua storia a Mesman. Dice che un qualche farabutto bianco che vive fra gli indigeni lungo il fiume, una sera lo ha fatto ubriacare di gin e poi lo ha deriso perché non aveva mai un soldo in tasca. Allora lui, giurandoci che era una persona onesta e che dovevamo credergli, ci raccontò che diventava ladro ogni volta che beveva un bicchiere di troppo; e che era salito a bordo e aveva passato i fucili, uno per uno, senza il minimo rimorso, a una canoa che quella notte si era accostata al brigantino, e che ne aveva ricevuto dieci dollari per ciascuno.
Il giorno seguente era stato male, per la vergogna e il pentimento, ma non aveva avuto il coraggio di confessare la sua colpa al suo benefattore. Quando la cannoniera aveva fermato il brigantino, si era sentito morire per la paura delle conseguenze e avrebbe volentieri dato la vita per poter riportare a bordo i fucili. Non aveva detto nulla a Jasper sperando che il brigantino sarebbe stato rilasciato quasi subito. Quando le cose erano andate diversamente e il suo capitano era stato trattenuto a bordo della cannoniera, era stato sul punto di suicidarsi per la disperazione; poi aveva pensato che doveva vivere per far conoscere la verità. ‘Sono un uomo onesto! Sono un uomo onesto!’ ripeteva con una voce che ci fece salire le lacrime agli occhi. ‘Dovete credermi quando vi dico che sono un ladro – un vile, spregevole, subdolo ladro appena bevo un paio di bicchieri. Portatemi da qualche parte dove io possa raccontare la verità sotto giuramento’.
Quando finalmente riuscimmo a convincerlo che la storia non sarebbe servita a niente per Jasper – infatti, quale tribunale olandese, una volta messe le mani su un commerciante inglese, accetterebbe una spiegazione del genere; e anzi, come, dove e quando si poteva sperare di trovare le prove che la confermassero? – fece il gesto di strapparsi i capelli; ma, calmandosi, disse: ‘allora addio, signori’, e uscì dalla stanza così abbattuto che sembrava non riuscisse a mettere un piede dopo l’altro. Quella stessa notte si suicidò tagliandosi la gola in casa di un mulatto presso cui aveva abitato fin da quando era sbarcato a terra, dopo il naufragio”.
Quella gola, pensai con raccapriccio, capace di produrre la voce tenera, suadente, virile ma affascinante che aveva suscitato l’immediata compassione di Jasper e aveva attirato la simpatia di Freya! Chi mai avrebbe potuto supporre che quella era la fine che sarebbe toccata all’impossibile, bonario Schultz, con la sua idiosincrasia dei furtarelli ingenui, così assurdamente schietta che perfino le sue vittime non reagivano se non con una sorta di divertita esasperazione? Era davvero una persona impossibile. La sua sorte avrebbe dovuto essere quella di un’esistenza precaria, misteriosa ma senza nulla di tragico, un inoffensivo vagabondo di spiaggia dallo sguardo mite, ai margini della vita locale. Ci sono casi in cui l’ironia del fatto, che alcuni professano di scoprire nel dipanarsi della nostra vita, assume l’aspetto di una beffa crudele e selvaggia.
Scossi il capo sopra i Mani di Schultz e continuai a leggere la lettera del mio amico. Mi raccontava come il brigantino sulla scogliera, saccheggiato dagli indigeni dei villaggi costieri, avesse assunto poco a poco il pietoso aspetto, la grigia spettralità di un relitto; mentre Jasper, che giorno dopo giorno diventava sempre più l’ombra di un uomo, percorreva brusco, a grandi passi, il lungomare con occhi spiritati e un leggero sorriso stereotipato per trascorrere la giornata su una solitaria lingua di sabbia a fissare intensamente la sua nave, quasi aspettandosi che a bordo si alzasse una qualche forma a fargli un cenno dalle murate in sfacelo. I Mesman si prendevano cura di lui per quanto era possibile. Il caso Bonito era stato passato per competenza a Batavia dove senza dubbio sarebbe scomparso nella nebbia delle scartoffie ufficiali…. Quella lettura mi straziava il cuore. Quell’attivo e zelante ufficiale, il tenente Heemskirk, la cui espressione di imbronciato e dolente sussiego non era stata rischiarata dall’approvazione per il suo operato comunicatagli ufficiosamente, era andato a montare di guardia alle Molucche…
Infine, al termine delle sua voluminosa lettera, animata dalle migliori intenzioni, che riferiva notizie dell’Isola per un arco di tempo di almeno un anno e mezzo, il mio amico scriveva: “Un paio di mesi fa è comparso qui il vecchio Nelson, giunto col postale da Giava. Pare fosse venuto per vedere Mesman. Una visita un po’ misteriosa e stranamente breve, considerando la lunghezza del viaggio. Rimase per quattro giorni all’Orange House, apparentemente senza nulla di speciale da fare; poi prese il vapore diretto a sud, verso lo Stretto. Ricordo che una volta si diceva che Allen aveva un debole per la figlia del vecchio Nelson, la ragazza allevata dalla signora Hatley, che poi era andata a vivere col padre alle Sette Isole. Senza dubbio, ricorderai il vecchio Nelson”. Lo ricordavo, eccome!
La lettera proseguiva informandomi che il vecchio Nelson, almeno lui, si ricordava di me dal momento che, poco dopo la sua visita-lampo a Makassar, aveva scritto ai Mesman per avere il mio indirizzo di Londra.
Che il vecchio Nelson (o Nielsen) la cui caratteristica personale era una profonda, sorda indifferenza per quanto lo circondava, volesse scrivere, o avesse qualcosa da scrivere, a qualcuno era già di per sé stupefacente. E proprio a me, fra tutti? Attesi con ansiosa impazienza qualsiasi rivelazione dovesse giungermi da quella mente congenitamente ottenebrata, ma la mia impazienza ebbe tutto il tempo di svanire prima di trovarmi sotto gli occhi la scrittura tremolante e stentata, senile e infantile a un tempo, del vecchio Nelson tracciata su una busta affrancata con un francobollo da un penny e col timbro postale dell’Ufficio di Notting Hill. Tardai ad aprirla per pagare il mio tributo di stupore a quell’evento alzando le braccia al cielo. Dunque, era rientrato in Inghilterra per assumere definitivamente il nome Nelson; oppure, stava tornando a casa sua, in Danimarca, dove avrebbe ripreso per sempre il suo Nielsen originale! Ma il vecchio Nelson (o Nielsen) lontano dai Tropici sembrava impensabile. Eppure era lì, e mi chiedeva di mettermi in contatto con lui.
L’indirizzo era quello di una pensione in una delle piazze di Bayswater, un tempo eleganti e oggi ridotte a faticare per sopravvivere. Qualcuno aveva scritto alla pensione per raccomandarlo. Decisi di andarlo a trovare in una di quelle giornate del Gennaio londinese, uno di quei giorni invernali quando i quattro elementi demoniaci – freddo, umido, fango e sudiciume – si combinano con una particolare atmosfera appiccicosa che si attacca all’anima come un indumento sporco, fino al midollo. Eppure, approssimandomi al suo alloggio vedevo come un lontano barlume dietro lo sporco velo dei quattro elementi, l’estenuante e splendido scintillio di un mare azzurro, con le Sette Isole simili a macchioline, che mi nuotavano davanti agli occhi, con la sommità rossa del tetto del bungalow a coronamento della più minuscola di esse. Quel ricordo visivo mi turbava profondamente. Bussai alla porta con mano incerta.
Il vecchio Nelson (o Nielsen) si alzò dal tavolo dove sedeva davanti a un logoro taccuino pieno di carte. Si tolse gli occhiali prima di stringermi la mano. Per un momento, nessuno dei due aprì bocca; poi, notando che mi guardavo intorno quasi in attesa, farfugliò qualche parola di cui afferrai solo “figlia” e “Hong Kong”, abbassò gli occhi e sospirò.
I baffi, che andavano di qua e di là come al solito, erano ormai bianchi. Le sue vecchie guance avevano una morbida rotondità e un po’ di colore; stranamente, quel tanto di infantile che sempre aveva avuto la sua fisionomia, si era accentuato. Come la sua scrittura, appariva vecchio e bambino al tempo stesso. Rivelava la sua età specialmente nella fronte solcata da rughe di ottusità e preoccupazione; e negli occhi tondi e innocenti, che mi apparivano sbiaditi, tremolanti e acquosi; o forse erano pieni di lacrime?..
Scoprire il vecchio Nelson informato su un qualsiasi argomento, quale che esso fosse, fu un’esperienza nuova. E, superato il primo imbarazzo, cominciò a parlare apertamente, con una mia domanda di quando in quando per incitarlo ogni volta che ricadeva nel silenzio, dal quale si riscuoteva subito, incrociando le mani sul panciotto in un gesto che mi riportava alla mente la veranda a est dove era solito sedere parlando tranquillamente e gonfiando le gote in quelli che oggi sembravano giorni molto, molto lontani. Parlava in tono razionale, con una punta d’ansia.
«No, no. Non ne sapemmo nulla per settimane. Così isolati e fuori mano, non potevamo saperne nulla, naturalmente. Non c’è servizio postale alle Sette Isole. Ma un giorno feci una scappata a Banka con la mia barca a vela, per vedere se c’erano lettere, e mi capitò sotto gli occhi un giornale olandese. Mi sembrò solo una notiziola di servizio: il brigantino inglese Bonito incagliato al largo di Makassar. Tutto qui. Portai il giornale a casa e glielo feci vedere. “Non lo perdonerò mai!”, esclamò con la sua antica veemenza. “Mia cara”, le dissi, “sei una ragazza assennata. Anche il marinaio migliore può perdere una imbarcazione. Piuttosto, dimmi, come ti senti?”. Aveva un aspetto che cominciava a spaventarmi. Prima, non voleva nemmeno sentirmi parlare di andare a Singapore. Ma effettivamente una ragazza tanto assennata non poteva continuare a opporsi per sempre. “Fai come vuoi, papà,” mi disse. Non fu un’impresa facile. Dovetti intercettare un piroscafo in alto mare, ma alla fine riuscii a portarcela. E lì, naturalmente, dottori. Febbre. Anemia. Riposo a letto. Due o tre donne furono molto gentili con lei. Ovviamente, non passò molto tempo che la notizia comparve nei nostri giornali. La legge fino in fondo, sdraiata sul divano; poi mi restituisce il giornale mormorando, “Heemskirk”, e svenne».
Batté a lungo le palpebre, mentre gli occhi gli si riempivano ancora di lacrime.
«Il giorno dopo», continuò senza la minima emozione nella voce, «si sentiva meglio e parlammo a lungo. Mi raccontò tutto».
A quel punto il vecchio Nelson, a occhi bassi, mi riferì per filo e per segno l’episodio di Heemskirk come glielo aveva descritto Freya; poi continuò a parlare in quel suo modo un po’ a scatti e, alzando uno sguardo innocente.
«“Mia cara”, le dissi, “nel complesso ti sei comportata come una ragazza assennata”. “Sono stata orribile!”, grida, “e a lui si sta spezzando il cuore laggiù!”. Be’, aveva troppo buon senso per non rendersi conto che non era in condizioni di viaggiare. Ma andai io. Mi disse lei di andare. Era curata molto bene. Anemia, sta migliorando, dicevano».
Si interruppe.
«Lo vide?», mormorai.
«Oh, sì; lo vidi», riprese in quel tono razionale come se stesse sostenendo una sua tesi. «Lo vidi. Lo incontrai per caso. Gli occhi infossati di un pollice, il viso ridotto a pelle e ossa, uno scheletro in una sudicia uniforme bianca. Così era diventato. Come Freya… ma non lo era stata mai… Non seriamente. Se ne stava lì seduto, unica creatura vivente in miglia e miglia di costa, su un tronco gettato a riva dal mare. In ospedale gli avevano tagliato i capelli cortissimi e non erano più ricresciuti. Guardava fisso davanti a sé, col mento sulla mano, e non c’era altro sul mare, fra lui e l’orizzonte, che quel relitto. Quando mi avvicinai, si limitò a muovere appena la testa. “È lei, vecchio mio?”, mi fa, così.
Se lo avesse visto, avrebbe capito subito come fosse impossibile che Freya avesse mai amato quell’uomo. Be’, non voglio dire. Poteva forse aver provato… qualcosa. Sa, era molto sola. Ma fuggire con lui, andiamo! Mai e poi mai! Pura follia. Era troppo assennata… Comincio a rimproverarlo gentilmente. E poco a poco mi si rivolta contro. “Scrivere a lei! E di che? Venire da Freya! Con che cosa? Se fossi stato davvero un uomo l’avrei rapita, ma ha fatto di me un bambino, un bambino felice. Le dica che il giorno in cui l’unica cosa che possedevo al mondo si è infranta su quegli scogli, ho scoperto che non avevo alcun potere su di lei… È forse venuta qui con lei?”, mi urla piantandomi addosso quei suoi occhi infossati che mandavano i lampi. Scuoto il capo. Venire con me, figuriamoci! Anemia! “Aha, vede dunque? Se ne vada, allora, caro il mio vecchio e mi lasci qui da solo con quel fantasma”, mi dice accennando con la testa al relitto del suo brigantino. Matto! Si stava facendo buio. Non me la sentivo di rimanere ancora lì da solo con quell’individuo, in quel luogo solitario. Non avevo nessuna intenzione di parlargli della malattia di Freya. Anemia! A che scopo? Matto! E comunque che razza di marito sarebbe stato per una ragazza assennata come Freya? Diamine, nemmeno la mia piccola proprietà avrei potuto lasciare a loro due. Le autorità olandesi non avrebbero mai permesso a un inglese di insediarsi lì. Allora non l’avevo ancora venduta. Il mio assistente, sa, Mahmat, se ne prendeva cura per me. In segreto, la cedetti per un decimo del suo valore a un meticcio olandese. Ma non fa niente. Non me ne importava più. Già; me ne andai lasciandolo lì. Presi il postale di ritorno. Raccontai tutto a Freya. “È matto”, dissi; “e, mia cara, l’unica cosa che amava era il suo brigantino”.
“Forse”, mormora fra sé e sé, guardando nel vuoto – aveva gli occhi infossati quasi quanto quelli di lui – “Forse è così. Già! Non gli ho mai concesso alcun potere su di me”».
Il vecchio Nelson fece una pausa. Sedevo affascinato e un po’ infreddolito in quella stanza dove ardeva un bel fuoco. «Vede dunque», continuò, «che lei non lo ha mai amato veramente. Troppo assennata. La portai a Hong Kong. Cambiamento di clima, avevano detto. Ah, questi dottori! Mio Dio! In inverno! Ci furono poi dieci giorni di nebbia, gelate, vento e pioggia. Polmonite. Ma guardi, parlavamo tanto, insieme. Giorni e sere. Chi altro aveva?… mi diceva tante cose, la mia bambina. A volte rideva, un po’. Mi guardava, e rideva un po’…».
Rabbrividii. Alzò lo sguardo vago, interdetto e imbronciato come un bambino.
«Mi diceva: “Davvero, non volevo essere una cattiva figlia per te, papà”. E io dicevo, “ma certo, cara. Non potevi volerlo”. Rimaneva sdraiata e silenziosa e poi diceva: “Me lo chiedo”. E, a volte: “Sono stata davvero vigliacca”, mi diceva. Sa come sono i malati, dicono tante cose. E diceva anche “sono stata presuntuosa, cocciuta, capricciosa. Ho cercato la mia gratificazione. Ero egoista, o avevo paura…”. Ma i malati, sa, dicono qualsiasi cosa. E una volta, dopo essere rimasta sdraiata in silenzio quasi tutto il giorno, disse: “Sì, forse, quando fosse arrivato quel giorno non sarei andata. Forse! Non so”, esclamò. “Chiudi le tende, papà. Chiudi fuori il mare. Mi rimprovera con la mia follia”». Ebbe un respiro affannoso e tacque.
«Così, vede», continuò in un sussurro, «malata, davvero molto, molto malata. Polmonite. Così improvvisa». Indicò con un dito il tappeto mentre il pensiero di quella povera ragazza, sopraffatta nella sua lotta dalle assurdità di tre uomini e, alla fine, indotta perfino a dubitare di se stessa, mi faceva una compassione straziante.
«Vede anche lei», riprese abbattuto, «che non poteva veramente… Ha fatto molte volte il suo nome. Buon amico. Persona di buon senso. Così, volevo dirglielo io stesso – dirle la verità. Un tipo come quello! Come poteva essere possibile? Era sola. E forse per un po’… Pure e semplici sciocchezze. Non può mai essersi trattato di amore, per la mia Freya – una ragazza così assennata…».
«Ma insomma, che razza di uomo è?», gridai investendolo con rabbia. «Non capisce che è morta per questo?».
Si alzò anche lui. «No! No!», balbettò, come soffocato dall’ira. «I dottori! Polmonite. Esaurita. L’infiammazione dei… me l’hanno detto. Polmonite».
Non finì la parola. Terminò in un singhiozzo. Spalancò le braccia in un gesto disperato, rinunciando a quella sua spettrale finzione con un grido soffocato che spezzava il cuore.
«E io che la credevo così assennata!».