Stories 93 / Random

Stories by joseph conrad

cuore di tenebra (italian)

I.
Il Nellie, una iole da crociera, girò sull’ancora senza un fremito di vele, e stette immobile. La marea si era alzata, il vento era quasi calmo, e dovendo discendere il fiume, l’unica cosa da fare era star fermi all’ancora e aspettare che la marea cambiasse.
Il tratto finale del Tamigi si stendeva di fronte a noi come l’inizio di un’interminabile via navigabile. Al largo, cielo e mare erano saldati insieme senza segno di giunzione, e nello spazio luminoso le vele tinte delle chiatte che risalivano il fiume con la marea parevano restarsene ferme in rossi grappoli di tele dai picchi aguzzi, con bagliori di vernice. Un po’ di foschia gravava sulle coste basse che si allungavano verso il mare in una piattezza evanescente. L’aria sopra Gravesend era buia, e più lontano ancora, pareva condensata in una malinconica oscurità, incombendo senza il minimo movimento sulla più grande e più importante città del mondo.
Il direttore delle Compagnie di navigazione era nostro capitano e nostro ospite. Noi quattro osservavamo con affetto la sua schiena mentre lui, in piedi a prua, guardava verso il mare. Sull’intero fiume non c’era nulla che avesse anche solo la metà del suo aspetto marinaresco. Somigliava a un pilota, che per un marinaio rappresenta l’affidabilità personificata. Era difficile rendersi conto che il suo lavoro non era là sull’estuario luminoso, ma dietro di lui, sotto la foschia incombente.
Tra noi c’era, come ho già detto prima, il vincolo del mare. Oltre a mantenere i nostri cuori uniti per lunghi periodi di separazione, quel legame aveva l’effetto di renderci reciprocamente tolleranti verso le nostre storielle – e perfino le nostre convinzioni. L’avvocato – il migliore dei vecchi compagni – aveva, grazie ai molti anni e alle molte virtù, l’unico cuscino in coperta, e se ne stava sull’unico tappeto. Il contabile aveva già tirato fuori una scatola di domino, e si divertiva a costruire architetture con i pezzi. Marlow sedeva a gambe incrociate a poppa, appoggiato all’albero di mezzana. Aveva guance scavate, una carnagione giallastra, la schiena dritta, un aspetto ascetico, e, con le braccia lungo il corpo, le palme delle mani rivolte verso l’esterno, somigliava a un idolo. Il direttore, soddisfatto che l’ancora tenesse, si diresse a poppa e si sedette in mezzo a noi. Ci scambiammo pigramente qualche parola. Dopodiché ci fu silenzio a bordo dello yacht. Per una ragione o per l’altra non cominciammo la partita di domino. Ci sentivamo cogitabondi, e in vena soltanto di una placida contemplazione. Il giorno terminava in una serenità di quieto e delicato splendore. L’acqua scintillava pacificamente; il cielo, senza nemmeno una macchiolina, era una benigna immensità di luce incontaminata; la stessa bruma sulle paludi dell’Essex era come un tessuto trasparente e radioso, che pendeva dalle alture boscose dell’entroterra e drappeggiava le coste basse con pieghe diafane. Soltanto l’oscurità a ovest, che incombeva sul tratto di fiume più a monte, diventava più cupa col passare dei minuti, come irritata dall’avvicinarsi del sole.
E infine, nella sua discesa curva e impercettibile, il sole si abbassò, e da bianco incandescente si mutò in un rosso appannato senza raggi e senza calore, come se stesse per spegnersi improvvisamente, colpito a morte dal tocco di quella oscurità che incombeva su una folla di esseri umani.
Immediatamente ci fu un cambiamento sulle acque, e la serenità si fece meno brillante ma più profonda. Il vecchio fiume in quell’ampio tratto terminale riposava quieto, nel morire del giorno, dopo secoli di buon servizio reso alla razza che popolava le sue rive, disteso nella tranquilla dignità di via navigabile che porta agli estremi confini del mondo. Noi guardavamo quel fiume venerabile non nella vivacità di un breve giorno che viene e passa per sempre, ma nella luce augusta delle memorie durature. E davvero nulla è più facile per un uomo che abbia, come si suol dire, “seguito il mare” con venerazione e affetto, che evocare il grande spirito del passato sul tratto inferiore del basso Tamigi. La corrente di marea va su e giù nel suo incessante servizio, piena di memorie degli uomini e delle navi che ha trasportato verso il riposo della casa o le battaglie del mare. Aveva conosciuto e servito tutti gli uomini di cui il paese è orgoglioso, da Sir Francis Drake a Sir John Franklin, tutti cavalieri, titolati e no – i grandi cavalieri erranti del mare. Aveva trasportato tutte le navi i cui nomi splendono come gioielli nella notte dei tempi, dal Golden Hind che ritorna con i tondi fianchi colmi di tesori, accoglie la visita di Sua Maestà la Regina ed esce così dalla gigantesca leggenda, all’Erebus e al Terror, destinate ad altre conquiste – e che non avevano mai fatto ritorno. Aveva conosciuto le navi e gli uomini. Erano salpate da Deptford, da Greenwich, da Erith – gli avventurieri e i coloni; navi di re e di grandi mercanti; capitani, ammiragli, gli oscuri “contrabbandieri” del commercio con l’Oriente, e i “generali” nominati dalle flotte per le Indie Orientali. Gente avida d’oro o in cerca di fama, erano tutti partiti passando su quel fiume, portando la spada, e spesso la fiaccola, messaggeri della potenza di questa terra, portatori di una scintilla del sacro fuoco. Quale grandezza non aveva seguito il flusso di quel fiume verso i misteri di un mondo sconosciuto!… I sogni degli uomini, i semi di Stati, i germi di imperi.
Il sole tramontò; il crepuscolo discese sul fiume, e qualche luce cominciò ad apparire lungo la costa. Il faro di Chapman, una struttura a tre zampe, eretta su una spianata di fango, splendeva intensamente. Le luci delle navi si muovevano nel navigabile – un grande andirivieni di luci che risalivano o scendevano la corrente. E a ovest, più lontano, sul tratto più a monte, il sito della mostruosa città era ancora minacciosamente segnato nel cielo, una foschia incombente nella luce del sole, un livido bagliore sotto le stelle.
«E anche questo», disse a un tratto Marlow, «è stato uno dei luoghi bui della terra».
Lui era il solo tra noi che ancora “seguiva il mare”. Il peggio che si potesse dire di lui era che non rappresentava la sua classe. Era un uomo di mare, ma era anche un vagabondo, mentre la maggior parte degli uomini di mare conducono, se così si può dire, vita sedentaria. Le loro personalità appartengono al genere casalingo, e la loro casa è sempre con loro – la nave; e così è il loro paese – il mare. Tutte le navi si assomigliano molto, e il mare è sempre lo stesso. Nell’immutabilità dei loro dintorni, le coste straniere, le facce straniere, la mutevole immensità della vita, scorrono oltre, velati non da un senso di mistero, ma da un’ignoranza leggermente sprezzante; poiché non c’è niente di misterioso per un marinaio se non il mare stesso, che è padrone della sua esistenza e imperscrutabile come il destino. Per il resto, dopo le sue ore di lavoro, una semplice passeggiata o una occasionale bisboccia a terra basta a schiudergli il segreto di un intero continente, e in genere lui trova che quel segreto non valeva la pena di conoscerlo. Le storie dei marinai sono di una semplicità assoluta, e il loro significato può stare tutto intero nel guscio di una noce. Ma Marlow non era il tipico marinaio (a parte la propensione a raccontare storie), e per lui il significato di un episodio non era all’interno come un gheriglio ma fuori, e avvolgeva il racconto che lo metteva in risalto solo come una luminescenza mette in evidenza una nebbia, non diversamente da uno di quegli aloni brumosi che a volte vengono resi visibili dalla illuminazione spettrale del chiaro di luna.
La sua osservazione non parve affatto sorprendente. Era tipica di Marlow. Fu accettata in silenzio. Nessuno si diede la pena nemmeno di borbottare qualcosa in risposta; e di lì a poco lui continuò, in tutta calma:
«Stavo pensando a epoche molto lontane, quando i Romani giunsero qui per la prima volta, millenovecento anni fa – l’altro giorno… Da allora la luce è venuta da questo fiume – voi dite i cavalieri? Sì; ma è come una fiammata che incendi una pianura, come il bagliore di un fulmine tra le nuvole. Viviamo in quel guizzo di luce – possa durare fintanto che la vecchia terra continua a girare! Ma ieri qui c’erano tenebre. Immaginatevi le sensazioni di un comandante di un’elegante – come la chiamate? – triremi nel Mediterraneo, a cui venga d’un tratto ordinato di andare a nord; di precipitarsi in tutta fretta via terra attraverso le Gallie; messo al comando di una di quelle imbarcazioni che i legionari – dovevano essere gente stupenda, capace di fare di tutto – usavano costruire, a centinaia a quanto pare, in uno o due mesi, se si deve credere a quel che si legge. Immaginatevelo qui – agli estremi confini del mondo, un mare color di piombo, un cielo color di fumo, un tipo di nave pressappoco rigida quanto una fisarmonica – a risalire questo fiume con vettovagliamenti, oppure ordini, o quel che vi pare. Banchi di sabbia, paludi, foreste, selvaggi – ben poco da mangiare per un uomo civilizzato, nient’altro che acqua del Tamigi da bere. Niente Falerno qui, niente sbarchi. Qua e là un accampamento militare sperduto in regioni selvagge – come un ago in un pagliaio –, freddo, nebbia, tempeste, malattie, esilio, e morte – morte nascosta nell’aria, nell’acqua, nei boschi. Dovevano morire come mosche qui. Oh, sì – lui ce la fece. Se la cavò benissimo, anche, non c’è dubbio, e senza neanche pensarci su troppo, salvo vantarsi in seguito di quanto aveva passato ai suoi tempi, forse. Erano abbastanza uomini da affrontare le tenebre. E forse si dava coraggio, tenendo d’occhio la possibilità d’una promozione nella flotta di Ravenna in breve tempo, se aveva buoni amici a Roma e se fosse sopravvissuto al clima orribile. O immaginatevi un giovane cittadino togato di buona famiglia – forse un po’ troppo dedito ai dadi, – arrivato quassù al seguito di qualche prefetto, o di un esattore delle imposte, o anche di un mercante, in cerca di fortuna. Sbarca in un acquitrino, marcia attraverso i boschi, e in qualche presidio dell’entroterra sente la barbarie, la barbarie assoluta chiuderglisi intorno –, sente tutta quella misteriosa vita selvaggia e feroce agitarsi nelle foreste, nelle giungle, nei cuori degli uomini primitivi. A quei misteri non c’è neppure iniziazione. Deve vivere in mezzo all’incomprensibile, che è anche detestabile. E tutto ciò possiede persino un suo fascino, che agisce su di lui. Il fascino della ripugnanza – capite, immaginatevi i rimpianti che aumentano, il desiderio di fuggire, il disgusto impotente, la rassegnazione, l’odio». Fece una pausa.
«Badate», riprese, sollevando un braccio sul gomito, il palmo della mano rivolto in fuori, in modo che, con le gambe incrociate, sembrava un Buddha che predicasse in abiti europei e senza il fiore di loto: «Badate, nessuno di noi proverebbe le stesse sensazioni. Quello che ci salva è l’efficienza – la devozione all’efficienza. Ma quei tipi non ci tenevano molto, in realtà. Non erano colonizzatori; la loro amministrazione consisteva soltanto nello spremere il più possibile, e nulla di più, sospetto. Erano conquistatori, e per quello basta solo la forza bruta – niente di cui vantarsi, quando la possiedi, dal momento che la forza è solamente un evento fortuito che deriva dalla debolezza altrui. Si appropriavano di quanto potevano prendere solo per il gusto di appropriarsene. Era solo rapina con violenza, omicidio aggravato su larga scala, con uomini che ci si buttavano alla cieca – come si addice a coloro che affrontano le tenebre. La conquista della terra, che per lo più significa portarla via a coloro che hanno una diversa carnagione o nasi leggermente più piatti dei nostri, non è una cosa edificante quando la si osservi troppo a lungo. Ciò che la riscatta è unicamente l’idea. Un’idea alle spalle; non una pretesa sentimentale, ma un’idea; e una fede disinteressata nell’idea – qualcosa che si possa erigere al di sopra, e davanti a cui inchinarsi, e a cui offrire sacrifici…».
Si interruppe. Delle fiamme scivolavano sul fiume, piccole fiammelle verdi, fiammelle rosse, fiammelle bianche, che si incalzavano, si oltrepassavano, si univano, si incrociavano le une con le altre – poi si separavano lente o frettolose. Il traffico della grande città proseguiva nella notte che avanzava sul fiume insonne. Noi guardavamo, aspettando pazientemente – non c’era altro da fare fino al termine dell’alta marea; ma fu solo dopo un lungo silenzio, quando, con voce esitante, lui disse: «Suppongo che voi ricordiate che per un periodo sono diventato marinaio d’acqua dolce», che noi sapemmo di essere destinati, prima che la marea cominciasse a ritirarsi, ad ascoltare una delle esperienze inconcludenti di Marlow.
«Non vorrei annoiarvi troppo con quanto mi accadde personalmente», cominciò, rivelando con quel commento la debolezza di molti narratori che sembrano così spesso ignorare ciò che il loro pubblico vorrebbe di più sentirsi dire, «tuttavia per capire gli effetti che ebbe su di me dovreste sapere come ci capitai, cosa vidi, come risalii quel fiume fino al posto dove incontrai quel poveretto per la prima volta. Fu il punto più lontano della navigazione e il punto culminante della mia esperienza. Sembrò in qualche modo proiettare una sorta di luce su quanto mi riguardava – e nei miei pensieri. Fu anche una storia piuttosto triste – e pietosa – in nessun modo straordinaria – né molto chiara. No, non molto chiara. E tuttavia sembrava proiettare una sorta di luce.
Io ero allora, come ricorderete, appena ritornato a Londra dopo tanto Oceano Indiano, Pacifico, Mari della Cina – la solita dose di Oriente – sei anni o giù di lì, e me ne andavo bighellonando, standovi tra i piedi mentre lavoravate e invadendo la vostra casa, proprio come se avessi avuto la celeste missione di civilizzarvi. Per un certo tempo fu piacevole, ma dopo un po’ mi stancai di starmene fermo. Allora cominciai a cercare un ingaggio – l’impresa più difficile al mondo. Ma nessuna nave, mi prese in considerazione. E mi stancai anche di quel gioco.
Ora, quando ero bambino avevo la passione delle carte geografiche. Stavo per ore a osservare il Sud America, o l’Africa, o l’Australia, e a perdermi tra le imprese gloriose dell’esplorazione. In quel tempo c’erano molte zone vuote sulla terra, e quando ne vedevo qualcuna che sulla carta appariva particolarmente invitante (ma lo sembrano tutte) ci poggiavo il dito e dicevo: “Quando sarò grande andrò qui”. Mi ricordo che una di queste zone era il Polo Nord. Bene, lì non ci sono ancora stato, e non lo tenterò ora. Il fascino è svanito. Altri spazi erano disseminati presso l’equatore, e ad ogni latitudine un po’ dappertutto nei due emisferi. In alcuni di essi ci sono stato, e… be’, non ne parliamo. Ma ce n’era anche uno – il più vasto, il più vuoto, per così dire – per il quale sentivo un’attrazione irresistibile.
È vero, da quel tempo non è ormai più uno spazio vuoto. Fin dalla mia fanciullezza si era riempito di fiumi e di laghi e di nomi. Aveva cessato di essere uno spazio vuoto piacevolmente misterioso – uno spazio bianco sul quale un ragazzo potesse sognare la gloria. Era diventato un luogo di tenebra. Ma c’era in esso soprattutto un fiume, un gran fiume possente, che si poteva vedere sulla carta, simile ad un enorme serpente srotolato, la testa nel mare, il corpo in riposo le cui anse si snodavano lontano su una vasta regione, e la coda era perduta nelle profondità di quel territorio. E quando lo vidi sulla carta nella vetrina di un negozio, mi affascinò come farebbe un serpente con un uccello – uno stupido uccellino. Poi ricordai che c’era una grossa impresa, una compagnia commerciale con basi su quel fiume. Accidenti! Pensai tra me, non possono commerciare senza usare qualche specie di imbarcazione su quella gran massa d’acqua dolce – battelli a vapore! Perché non tentare di ottenere il comando di una? Proseguii lungo Fleet Street, ma non riuscii a liberarmi di quell’idea. Il serpente mi aveva incantato.
Voi comprenderete che era un’impresa del continente, quella società commerciale; ma io ho un mucchio di parenti che vivono nel continente, perché non costa molto e non è tanto sgradevole come sembra, dicono.
Mi dispiace ammettere che cominciai a far pressione su di loro. Questa era già una grande novità, per me. Non ero solito ottenere qualcosa in quel modo, sapete. Io sono sempre andato per la mia strada e con le mie sole gambe là dove avevo intenzione di arrivare. Non avrei creduto di esserne capace; ma, quella volta – capite – sentivo in un certo senso che dovevo arrivare laggiù con le buone o con le cattive. Così cominciai a incalzarli. Gli uomini dicevano: “Mio caro amico”, e non facevano nulla. E allora – lo credereste? – tentai con le donne. Io, Charlie Marlow, misi le donne al lavoro – per cercarmi un posto. Cielo! Be’, vedete, l’idea mi attirava. Avevo una zia, una cara anima entusiasta. Mi scrisse: «Sarà un vero piacere. Sono pronta a fare qualsiasi cosa, per te, qualsiasi cosa. È un’idea splendida. Conosco la moglie di un pezzo molto grosso dell’amministrazione, e anche un uomo che ha grandissima influenza su, ecc. ecc.». Era decisa a fare maneggi a non finire perché io fossi nominato comandante di un battello fluviale, se questo era il mio desiderio.
Ottenni l’incarico – naturalmente; e l’ottenni prestissimo. Sembra che la compagnia avesse avuto notizia che uno dei suoi comandanti era stato ucciso in uno scontro con gli indigeni. Fu un colpo di fortuna, per me, e mi rese ancora più ansioso di partire. Fu solo mesi e mesi più tardi, quando feci il tentativo di recuperare quanto restava del suo corpo, che venni a sapere che all’inizio il litigio era scoppiato per un equivoco su delle galline. Sì, due galline nere. Fresleven – questo era il nome di quel tale, un danese – ritenne di essere stato in qualche modo truffato nell’acquisto, così scese a terra e cominciò a battere con un bastone il capo del villaggio. Oh, non mi sorprese affatto udir ciò, e sentirmi dire nello stesso tempo che quel Fresleven era la più affabile, più calma creatura che avesse mai camminato su due gambe. Lo era senz’altro; ma stava laggiù già da un paio d’anni, impegnato nella nobile causa, sapete, e probabilmente alla fine sentì la necessità di rivendicare in qualche modo la propria dignità. Pertanto percosse il vecchio negro senza pietà, mentre una gran folla della sua gente stava ad osservarlo, sbalordita, finché qualcuno – il figlio del capo, mi si disse – in preda alla disperazione nel sentire il vecchio che urlava, provò a vibrare un colpo di lancia all’uomo bianco – e ovviamente quella gli si conficcò con facilità tra le scapole. Poi l’intera popolazione si dileguò nella foresta, aspettandosi che accadessero calamità di ogni specie, mentre, dall’altra parte, anche il battello a vapore comandato da Fresleven se la batté in preda a un gran panico, agli ordini del direttore di macchina, credo. Dopo di che nessuno parve preoccuparsi troppo dei resti di Fresleven, finché venni fuori io a prendere il suo incarico. Però, non potevo lasciare che la faccenda finisse così; ma quando finalmente mi si offerse l’opportunità di incontrare il mio predecessore, l’erba cresciutagli tra le costole era abbastanza alta da nasconderne le ossa. Erano tutte là. L’essere soprannaturale non era stato toccato, dopo la sua caduta. E il villaggio era stato abbandonato, le capanne spalancate e vuote, marcite, tutte sbilenche dentro i recinti crollati. Vi si era di sicuro abbattuta una calamità. La gente era svanita. Un terrore folle l’aveva dispersa nella boscaglia, uomini, donne, e bambini, e non era più tornata. Cosa avvenisse delle galline non lo so neppure. Direi tuttavia che anche loro caddero preda della causa del progresso. In ogni modo, tramite questo glorioso episodio io ebbi il mio incarico, quasi prima che avessi cominciato a sperarci.
Mi detti da fare come un matto per prepararmi, ed entro quarantotto ore stavo attraversando la Manica per farmi vedere dai miei datori di lavoro, e firmare il contratto. In pochissime ore raggiunsi una città che mi fa sempre pensare a un sepolcro imbiancato. Un pregiudizio, senza dubbio. Non ebbi alcuna difficoltà a trovare gli uffici della Compagnia. Era quanto di più grosso ci fosse in città, e quelli che incontrai erano tutti compresi della sua importanza. Stavano costruendo un impero oltremare, e avrebbero fatto quattrini a non finire col commercio.
Una strada stretta e deserta immersa nella penombra, alti edifici, innumerevoli finestre con tendine alla veneziana, un silenzio sepolcrale, erba che spuntava tra le pietre, imponenti passaggi a volta per le carrozze a destra e sinistra, immensi portoni a due battenti lasciati pesantemente socchiusi. Scivolai attraverso una di quelle fessure, salii una scala spazzata e disadorna, arida come un deserto, e aprii la prima porta a cui giunsi. Due donne, una grassa e l’altra magra, sedevano su sedie impagliate, sferruzzando lana nera. La magra si alzò e si diresse verso di me – sempre sferruzzando a occhi bassi – e solo proprio nel momento in cui cominciavo a pensare di togliermi dalla sua traiettoria, come si farebbe con un sonnambulo, si fermò e alzò lo sguardo. Il suo vestito era semplice come il fodero di un ombrello, e senza una parola girò su se stessa e mi precedette in una stanza d’attesa. Dissi il mio nome e mi guardai in giro. Un tavolo d’abete al centro, sedie ordinarie tutto intorno lungo le pareti, a una estremità una grande carta geografica risplendente, segnata con tutti i colori dell’arcobaleno. C’era una vasta zona in rosso – sempre piacevole a vedersi, perché si sa che lì si lavora per davvero, una dannata quantità di blu, un po’ di verde, macchie di arancione, e, sulla costa orientale, una macchia porpora, per indicare dove i giocondi pionieri del progresso bevevano la gioconda birra chiara. Tuttavia, io non stavo andando in nessuna di quelle zone. Io mi accingevo ad andare nella zona gialla. Proprio al centro. E il fiume era là – affascinante – letale – come un serpente. Ohi! Una porta si aprì, apparve una testa canuta di segretario dall’espressione compassionevole, e un indice scarno mi invitò nel santuario. Nell’interno la luce era fioca e al centro troneggiava una pesante scrivania. Da dietro quel monumento venne fuori una fattispecie di pallida rotondità in redingote. Il gran capo in persona. Era alto, a occhio e croce, poco più di un metro e sessanta, e teneva stretta nel pugno la leva di così tanti milioni. Mi strinse la mano, immagino, borbottò qualcosa in modo indistinto, fu contento del mio francese. Bon voyage.
In circa quarantacinque secondi mi ritrovai nuovamente nella stanza d’attesa con il segretario compassionevole, che, pieno di desolazione e simpatia, mi fece firmare alcuni documenti. Credo che tra l’altro mi impegnassi a non svelare alcun segreto relativo al commercio. Bene, non lo farò.
Cominciavo a sentirmi leggermente a disagio. Sapete che io non sono abituato a queste cerimonie, e c’era qualcosa di inquietante nell’atmosfera. Era proprio come se fossi stato ammesso in un complotto – non so – una faccenda non del tutto pulita; e fui contento di andarmene. Nella stanza esterna le due donne continuavano a sferruzzare febbrilmente lana nera. Stava arrivando gente, e la giovane andava avanti e indietro per introdurli. La vecchia continuava a star seduta sulla sedia. Le sue basse pianelle di tela poggiavano su uno scaldino da piedi, e un gatto le riposava in grembo. Aveva sulla testa un affare bianco inamidato, un porro su una guancia, e occhiali montati in argento appoggiati sulla punta del naso. Mi gettò un’occhiata al di sopra degli occhiali. La placida indifferenza di quel rapido sguardo mi turbò. Due giovani dall’espressione sciocca e allegra vennero pilotati verso l’interno, e lei gettò loro la stessa rapida occhiata di indifferente saggezza. Sembrava saper tutto di loro ed anche di me. Una bizzarra sensazione mi colpì. Aveva un’aria misteriosa e fatale. Spesso laggiù, da lontano ripensai a quelle due che sorvegliavano l’ingresso delle tenebre, sferruzzando lana nera come per un caldo drappo funebre, l’una guidando senza posa volti sciocchi e allegri verso l’ignoto, l’altra scrutandoli con antichi occhi indifferenti. Ave! Antica tessitrice di lana nera. Morituri te salutant. Non molti di quelli che lei osservava la avrebbero più rivista – di gran lunga meno della metà.
C’era ancora la visita al dottore. “Una semplice formalità”, mi assicurò il segretario, con l’aria di partecipare profondamente a tutte le mie sventure. Conseguentemente, un giovane tizio col cappello inclinato sul sopracciglio sinistro, un commesso, credo – ci dovevano essere dei commessi in quella organizzazione, anche se la casa era silenziosa come una casa in una città di morti – venne giù da qualche parte del piano superiore, e mi condusse via. Era male in arnese e trascurato, con macchie di inchiostro sulle maniche della giacca, e la sua cravatta era lunga e fluttuante, sotto un mento sagomato come la punta di un vecchio stivale. Era un po’ troppo presto per il dottore, così proposi un aperitivo, e allora lui cominciò a dimostrare un filo di giovialità. Mentre sedevamo davanti ai nostri vermouth, glorificò gli affari della Compagnia, e io dopo un po’ gli esternai incidentalmente il mio stupore che lui non andasse laggiù. Si raffreddò subito e di colpo si richiuse in se stesso. “Non sono matto come sembro, diceva Platone ai suoi discepoli”, ribatté sentenziosamente, vuotò il bicchierino con molta decisione, e ci alzammo.
Il vecchio dottore mi tastò il polso, pensando nel frattempo chiaramente a qualcos’altro. “Bene, bene per laggiù”, borbottò, e poi con una certa premura mi chiese se gli permettevo di misurarmi la testa. Piuttosto stupito, gli risposi: “Sì”, e allora tirò fuori un coso simile a un calibro e prese le misure in lungo e in largo e in ogni altra direzione, annotandole accuratamente. Era un piccoletto non rasato con un camice consunto simile a una gabardine, con pantofole ai piedi, e pensai che fosse un matto innocuo. “Chiedo sempre, nell’interesse della scienza, che mi lascino misurare il cranio di quelli che vanno laggiù”, disse. “E anche quando ritornano?”, chiesi. “Oh, non ne vedo mai”, ribatté; “e, inoltre, i cambiamenti avvengono nell’interno, capite”. Sorrise, come per uno scherzo innocente. “Così voi state andando laggiù. Formidabile. Interessante, anche!”. Mi dette un’occhiata interrogativa, e annotò qualcos’altro. “Mai nessun caso di pazzia nella vostra famiglia?”, domandò, in tono realistico. Mi seccai alquanto. “Anche questa domanda è nell’interesse della scienza?”. “Per la scienza”, rispose, senza rilevare la mia irritazione, “sarebbe interessante osservare i cambiamenti della mente lì sul posto, ma…”. “Voi siete un alienista?”, lo interruppi. “Ogni dottore dovrebbe esserlo – un po’”, rispose quell’originale, imperturbabile. “Ho una piccola teoria che voi Messieurs che andate laggiù dovreste aiutarmi a confermare. Questa è la mia parte dei frutti che il mio paese mieterà dal controllo di un così splendido possedimento. La mera ricchezza la lascio agli altri. Scusate le mie domande, ma voi siete il primo inglese che mi capita di osservare…”. Mi affrettai ad assicurarlo che non ero affatto un inglese tipico. “Se lo fossi”, aggiunsi, “non starei qui a parlare così con voi”. “Ciò che dite è piuttosto profondo, e probabilmente errato”, rispose, con una risata. “Evitate l’irritazione più che l’esposizione al sole. Adieu. Come dite voi inglesi, eh? Goodby. Ah! Addio. Adieu. Nei tropici si deve anzitutto mantenere la calma”. …Levò un indice ammonitore… “Du calme, du calme. Adieu”.
Mi restava da fare un’ultima cosa – dare l’addio alla mia eccellente zia. La trovai gongolante. Bevvi una tazza di tè – l’ultima tazza decente di tè per molto tempo – e in una stanza che in modo tranquillizzante aveva l’aspetto esatto che ci si aspetterebbe debba avere il salotto di una signora, facemmo una lunga, quieta chiacchierata accanto al caminetto. Nel corso delle confidenze mi divenne del tutto evidente che ero stato descritto alla moglie del pezzo grosso, e Dio sa anche a quanta altra gente, come una creatura eccezionale e dotata – un vero colpo di fortuna per la Compagnia – un uomo quale non si incontra ogni giorno. Santo cielo! E andavo a prendere il comando di un vaporetto fluviale da due soldi, con attaccato un fischio da un soldo! Comunque, pareva, ero anche un Lavoratore, con la maiuscola – sapete. Qualcosa come un emissario di luce, come una specie di poco meno che un apostolo. C’era stato pressappoco in quel tempo un tale mucchio di stupidaggini lasciate filtrare nella stampa e di chiacchiere che l’eccellente donna, che viveva proprio al centro di quell’impostura, si era lasciata prendere dall’entusiasmo. Parlava di “distogliere quei milioni di ignoranti dai loro orrendi costumi”, tanto che, parola mia, mi fece sentire proprio a disagio. Mi azzardai ad accennare al fatto che la Compagnia era gestita a fini di lucro.
“Dimentichi, caro Charlie, che il lavoratore merita il suo salario”, ribatté vivacemente. È strano quanto lontane dal contatto con la realtà possano essere le donne. Vivono in un mondo tutto loro, e non c’è mai stato nulla di simile, e mai potrà esserci. È perfino troppo bello, e se riuscissero a realizzarlo andrebbe in pezzi prima del primo tramonto. Qualche malaugurato fatto col quale noi uomini conviviamo tranquillamente fin dal giorno stesso della creazione verrebbe fuori di colpo a spazzar via tutto.
Dopodiché venni abbracciato, mi fu raccomandato di mettere la maglia, di scrivere spesso e così via – e me ne andai. Per la strada – non so perché – provai la bizzarra sensazione di essere un impostore. Strano che io, abituato a partire per qualsiasi parte del mondo con il preavviso di ventiquattro ore, con minor preoccupazione di quella che i più provano nell’attraversare la strada, avessi un attimo, non dico di esitazione, ma di pausa allarmata di fronte a quella banale faccenda. Il miglior modo per spiegarvelo è quello di dirvi che, per un secondo o due, mi sentii come se, invece che per il centro di un continente, stessi per partire verso il centro della terra.
Partii con un piroscafo francese, e quello fece scalo in ogni dannato porto che hanno laggiù, col solo scopo, a quanto mi fu dato di vedere, di sbarcare soldati e funzionari della dogana. Io osservavo la costa. Osservare una costa mentre scivola via da bordo di una nave è come riflettere sopra un enigma. È là dinanzi a te – sorridente, accigliata, invitante, imponente, insignificante, insipida, o selvaggia, e sempre muta con l’aria di sussurrare: “Vieni a scoprire”. Quella non aveva quasi lineamenti, come se fosse ancora in corso di essere plasmata, con un aspetto di monotona severità. Il margine di una giungla colossale, di un verde così scuro da esser quasi nero, orlato di risacca bianca, correva dritto, come una linea regolare, lontano, lontano lungo un mare azzurro il cui scintillio era velato da una nebbia strisciante. Il sole era feroce, la terra sembrava brillare e gocciolare vapore. Qua e là si vedevano dentro la bianca risacca macchie bianco-grigiastre, raggruppate insieme, magari con una bandiera sventolante al disopra di esse. Stanziamenti vecchi di secoli, eppure non più grandi di una capocchia di spillo sull’intatta vastità dello sfondo. Costeggiavamo a gran velocità, ci fermavamo, sbarcavamo soldati; proseguivamo, sbarcavamo doganieri per imporre tasse a ciò che appariva una selvaggia solitudine dimenticata da Dio, con un capannone di latta e un’asta di bandiera che vi si perdeva; sbarcavamo altri soldati – per proteggere i doganieri, presumibilmente. Qualcuno, mi dissero, finiva affogato nella risacca; ma, vero o no che fosse, nessuno sembrava preoccuparsene in modo particolare. Venivano semplicemente scaricati, e noi proseguivamo. La costa appariva la stessa ogni giorno, come se non ci fossimo mossi; ma oltrepassammo varie località – stazioni di commercio – con nomi quali Grande Bassam, Piccolo Popò; nomi che sembravano appartenere ad una sordida farsa recitata davanti a un sinistro scenario di tela. L’ozio di passeggero, il mio isolamento tra tutti quegli uomini con cui non avevo alcun punto di contatto, il mare oleoso e languido, l’uniforme tetraggine della costa, sembravano separarmi dalla realtà delle cose, nella rete di una lugubre e insensata allucinazione. La voce della risacca che si udiva di quando in quando era un piacere reale, come la parola di un fratello. Era qualcosa di naturale, che aveva la sua ragione d’essere, che aveva un significato. Di quando in quando un’imbarcazione venuta da terra ci dava un contatto momentaneo con la realtà. Era pagaiata da uomini neri. Si poteva scorgere di lontano il bianco dei loro occhi scintillanti. Gridavano, cantavano; i loro corpi grondavano sudore; avevano volti simili a maschere grottesche – quei tipi; ma avevano ossa, muscoli, una vitalità selvaggia, un’energia intensa nei movimenti, che era naturale e vera come la risacca lungo la loro costa. Non dovevano giustificare il fatto di trovarsi lì. Era un gran conforto vederli. Per un po’ sentivo di appartenere ancora ad un mondo di cose chiaramente comprensibili; ma la sensazione non durava a lungo. Qualcosa sopravveniva a spazzarla via. Una volta, ricordo, ci imbattemmo in una nave da guerra ancorata al largo della costa. Non c’era neppure una tettoia, lì, e stava cannoneggiando la boscaglia. Era chiaro che i francesi stavano combattendo una delle loro guerre in quelle parti. La sua bandiera pendeva floscia come uno straccio; le bocche dei lunghi cannoni da sei pollici sporgevano da tutto lo scafo basso; il mare lungo, untuoso, limaccioso, la sollevava pigramente e la lasciava ricadere, facendo oscillare gli alberi sottili. Nella vuota immensità di terra, cielo e acque, era là, che sparava, incomprensibile, contro un continente. Bum, faceva uno dei cannoni da sei pollici; una breve fiammata dardeggiava e spariva, un po’ di fumo bianco svaniva, uno snello proiettile gettava un sottile sibilo – e non succedeva niente. Non poteva accadere niente. C’era un tocco di follia in quell’operazione, la sensazione di un macabro scherzo in quella visione; e non venne dissipata da qualcuno che a bordo mi assicurò in tutta serietà che c’era un accampamento di indigeni – lui li chiamava nemici! – nascosto alla vista chissà dove.
Le consegnammo la posta (seppi che su quella nave solitaria gli uomini morivano per la febbre alla media di tre al giorno) e proseguimmo. Facemmo ancora scalo in altre località dai nomi farseschi, dove l’allegra danza della morte e del commercio va avanti in un’atmosfera immota e pesante come quella di una catacomba surriscaldata, lungo tutta la costa uniforme orlata da una pericolosa risacca, come se la Natura stessa avesse cercato di respingere gli intrusi; dentro e fuori dei fiumi, correnti di morte in vita, le cui sponde imputridivano nel fango, le cui acque, ispessite in melma, invadevano le contorte mangrovie, che sembravano fremere contro di noi al limite di una disperazione impotente. In nessun posto ci fermammo abbastanza a lungo per trarne un’impressione particolareggiata, ma il senso complessivo di vaga e opprimente meraviglia cresceva dentro di me. Era come uno stanco pellegrinaggio tra sensazioni da incubo.
Fu dopo oltre trenta giorni che giunsi in vista della foce del gran fiume. Ci ancorammo davanti alla sede del governo. Ma il mio lavoro sarebbe cominciato solo un paio di centinaia di miglia oltre. Così appena mi fu possibile partii per una località trenta miglia più in su.
Feci il viaggio su un piccolo vapore. Il comandante era uno svedese, e, saputo che ero un marinaio, mi invitò in coperta. Era giovane, magro, biondo e tetro, coi capelli lisci e l’andatura strascicante. Quando lasciammo il miserabile pontiletto, scosse sprezzantemente la testa in direzione della terra. “Vissuto lì?”, mi chiese. Annuii. “Bella masnada questi impiegati governativi – vero?”, continuò, parlando inglese con molta precisione e notevole asprezza. “È buffo cosa possano fare delle persone per pochi franchi al mese. Mi chiedo cosa accade di questa gente quando si addentra nell’interno”. Risposi che mi aspettavo di saperlo ben presto. “Davve-e-ero!”, esclamò. Si spostò sul fianco strascicando il passo, continuando a tenere l’occhio vigile verso prua. “Non siatene troppo sicuro”, continuò. “L’altro giorno ho imbarcato il corpo di un uomo che si era impiccato lungo la strada. Anche lui era uno svedese”. “Impiccato! E perché, in nome di Dio?”, gridai. Continuò a guardar fuori, attentamente. “Chissà! Il sole troppo forte per lui, o forse il posto”.
Infine si aprì una baia. Apparve un dirupo roccioso, mucchi di terra smossa vicino all’argine, abitazioni su una collina, altre con tetti di lamiera tra un rovinio di scavi, o abbarbicate al declivio. Il frastuono continuo delle rapide incombeva su quello scenario di devastazione abitata. Una folla di persone simili a formiche, per lo più nere e nude, si aggirava attorno. Un pontile si protendeva nel fiume. A tratti un sole accecante inondava tutto, con un’improvvisa recrudescenza del riverbero. “Ecco là la stazione commerciale della vostra Compagnia”, disse lo svedese, indicandomi tre baracche di legno simili a casermette sul declivio roccioso. “Vi manderò su il vostro bagaglio. Quattro colli avete detto? Bene. Addio”.
M’imbattei in una caldaia rotolata nell’erba, poi trovai un sentiero che portava su per la collina. Girava intorno a dei macigni e anche a un carro ferroviario a scartamento ridotto, che giaceva capovolto con le ruote in aria. Una mancava. Quell’affare sembrava morto come la carcassa di un animale. Giunsi presso altri rottami di macchinari in rovina, una catasta di rotaie arrugginite. Alla sinistra un gruppo di alberi formava una macchia d’ombra, dove oscure forme sembravano agitarsi debolmente. Battei le palpebre, il sentiero era ripido. Un corno risuonò sulla destra, e vidi i negri mettersi a correre. Una forte, sorda detonazione scosse il terreno, una nuvola di fumo si sprigionò dalla scogliera, e fu tutto. Sulla parete rocciosa non si vedeva nessun mutamento. Stavano costruendo una ferrovia. La scogliera non si trovava sul suo tracciato, né nulla; ma quegli scoppi senza scopo costituivano il solo lavoro che si stava facendo.
Un leggero tintinnio alle mie spalle mi fece volgere la testa. Sei negri avanzavano in fila, procedendo faticosamente su per il sentiero. Camminavano eretti e lenti, portando in bilico sulla testa piccoli cesti pieni di terra, ed il tintinnio aveva il ritmo dei loro passi. Intorno ai loro fianchi erano avvolti stracci neri le cui corte estremità ondeggiavano dietro come delle code. Si potevano contare loro le costole, le giunture degli arti erano simili a dei nodi in una corda; ciascuno portava un collare di ferro, ed erano tutti collegati da una catena i cui anelli ondeggiavano tra di loro, tintinnando ritmicamente. Un altro scoppio dalla scogliera mi fece ricordare improvvisamente la nave da guerra che avevo visto sparare contro un continente. Era lo stesso genere di voce sinistra; ma neanche con uno sforzo di immaginazione, quegli uomini potevano essere definiti nemici. Erano chiamati criminali, e la legge violata, come le granate che esplodevano, era piombata loro addosso, come un imperscrutabile mistero dal mare. I loro scarni toraci ansimavano insieme, le narici violentemente dilatate vibravano, gli occhi fissavano ostinatamente la collina. Mi passarono accanto a pochi centimetri, senza uno sguardo, con quell’assoluta, cadaverica impassibilità che hanno i selvaggi disperati. Dietro quel materiale ancora grezzo marciava sconsolato uno dei redenti, il prodotto delle nuove forze al lavoro, tenendo il fucile a metà dell’arma. Indossava una giacca di uniforme cui mancava un bottone, e scorgendo un bianco sul sentiero, portò sollecitamente il fucile sulla spalla. Quello era solo un gesto di prudenza, perché i bianchi sembrano da lontano talmente simili che non poteva indovinare chi potessi essere. Si rassicurò subito, e con un largo, bianco, canagliesco sogghigno, e un’occhiata ai sorvegliati, parve mettermi a parte della sua magnificata responsabilità. Dopo tutto, anch’io partecipavo alla grande causa di quelle nobili e giuste imprese.
Invece di continuare a salire, mi voltai e presi a discendere sulla sinistra. La mia idea era di lasciare che la squadra di incatenati scomparisse alla vista prima di salire la collina. Sapete che non sono tenero in modo particolare; ho dovuto colpire e parare colpi. Ho dovuto difendermi e talvolta attaccare – il modo migliore per difendersi – senza calcolarne il costo esatto, secondo le necessità del genere di vita in cui ero incappato. Ho visto il demone della violenza, il demone della cupidigia, e il demone della bramosia bruciante; ma, per gli dèi!, erano demoni forti, vigorosi, dagli occhi ardenti, che scuotevano e trascinavano uomini – uomini, dico. Ma mentre ero su quella collina, previdi che nel sole accecante di quella terra avrei conosciuto un demone floscio, pretenzioso, dagli occhi smorti, di una follia rapace e spietata. Quanto insidioso potesse essere, dovevo impararlo soltanto dopo parecchi mesi e a mille miglia di distanza. Per un istante restai sbigottito, come spaventato da un ammonimento. Infine, discesi la collina, obliquamente, verso gli alberi che avevo visto.
Evitai una grossa buca artificiale che qualcuno aveva scavato sul declivio, il cui scopo mi risultò impossibile indovinare. Non era una cava di pietra né di rena, in ogni modo. Era soltanto una buca. Poteva essere collegata col filantropico desiderio di dare ai criminali qualcosa da fare. Non lo so. Poi mancò poco che cadessi in un crepaccio strettissimo, quasi non più che una fessura sul fianco della collina. Mi accorsi che c’era stata gettata una quantità di tubi da fognatura importati per la colonia. Non ce n’era uno che non fosse rotto. Era un vandalismo senza senso. Alla fine giunsi sotto gli alberi. Il mio proposito era di camminare per un po’ all’ombra; ma appena vi giunsi mi parve di essermi fermato nel cupo girone di un qualche inferno. Le rapide erano vicine, e un rombo ininterrotto, monotono, precipitoso, frusciante riempiva la triste quiete del boschetto, dove non si agitava un soffio di vento, non si muoveva foglia, di un suono misterioso – come se la violenta corsa della terra lanciata nello spazio fosse improvvisamente diventata udibile.
Ombre nere erano accucciate, sdraiate, sedute tra gli alberi, appoggiate ai tronchi, stringendosi alla terra, metà in evidenza, metà nascoste nella luce fioca, in atteggiamenti di dolore, sconforto e disperazione. Un’altra mina esplose sulla scogliera, seguita da un leggero sussulto del suolo sotto i miei piedi. Il lavoro procedeva. Il lavoro! E quello era il posto dove alcuni di quelli che vi avevano contribuito si erano ritirati a morire.
Stavano lentamente morendo – era chiarissimo. Non erano nemici, non erano criminali, non erano ormai più niente di terreno, niente se non nere ombre della malattia e della fame, che giacevano alla rinfusa nella penombra verdastra. Attirati da ogni angolo del litorale con contratti a tempo del tutto legali, perduti in un ambiente a loro non congeniale, nutriti con cibo cui non erano avvezzi, si ammalavano, perdevano efficienza, e allora si consentiva loro di strisciar via e riposarsi. Quelle figure moribonde erano libere come l’aria – e quasi altrettanto sottili. Cominciai a discernere sotto gli alberi il baluginare dei loro occhi. Poi, abbassando lo sguardo, vidi vicino alla mia mano un volto. Quel nero scheletro era abbandonato in tutta la sua lunghezza, con una spalla contro un albero, e le palpebre si sollevarono e gli occhi affossati mi guardarono, enormi e vacui, una specie di cieco, bianco guizzo nelle orbite profonde, che lentamente si spense. L’uomo sembrava giovane – quasi un ragazzo – ma sapete che è difficile capirlo, con loro. Non trovai null’altro da fare che offrirgli uno dei biscotti della nave del mio bravo svedese, che avevo in tasca. Le dita si chiusero lentamente su di esso e lo strinsero – non ci fu nessun altro movimento e nessun altro sguardo. Portava legato intorno al collo uno straccio di lana bianca – Perché? Dove lo aveva preso? Era un distintivo – un ornamento – un amuleto – un atto propiziatorio? C’era poi davvero collegata qualche idea? Appariva sorprendente, intorno al suo collo nero, quello straccio di tessuto bianco venuto da oltremare.
Vicino allo stesso albero sedevano due altri mucchietti spigolosi, con le gambe tirate su. Uno, col mento appoggiato sulle ginocchia, fissava il vuoto, in un atteggiamento sconvolgente e terribile; il suo fantasma fratello aveva appoggiato la fronte, come sopraffatto da una grande stanchezza; e tutt’intorno c’erano disseminati degli altri in vari atteggiamenti di contorto abbandono, come si vede in qualche quadro di massacri o di pestilenze. Mentre sostavo fulminato dall’orrore, una di quelle creature si sollevò su mani e ginocchia, e a quattro zampe si diresse verso il fiume per bere. Lappò l’acqua dalla mano, poi si sedette in pieno sole, incrociando gli stinchi davanti a sé, e dopo un po’ lasciò cadere sul petto la testa lanosa.
Non volevo più attardarmi nell’ombra, e mi affrettai verso la base. Quando fui vicino ai fabbricati incontrai un bianco, di tale inaspettata eleganza di abbigliamento che in un primo momento lo presi per una specie di miraggio. Vidi un alto colletto inamidato, polsini bianchi, una giacca leggera di alpaca, calzoni candidi, una cravatta chiara, e stivaletti di vernice. Niente cappello. I capelli con la scriminatura, spazzolati, imbrillantinati, sotto un parasole foderato di verde, tenuto da una grossa mano bianca. Era stupefacente, e aveva dietro l’orecchio il cannello di una penna.
Strinsi la mano a quella meraviglia, e appresi che era il capo contabile della Compagnia, e che tutta la contabilità si teneva in quella stazione commerciale. Era uscito un momento, disse, “per prendere una boccata d’aria fresca”. L’espressione suonò sorprendentemente strana, con l’idea di vita sedentaria a tavolino che suggeriva. Non vi avrei neppure menzionato questo tizio se non fosse per il fatto che dalle sue labbra udii per la prima volta il nome dell’uomo indissolubilmente legato ai ricordi di quel tempo. Inoltre, io lo rispettavo, quell’uomo. Sì; rispettavo i suoi colletti, gli ampi polsini, i capelli spazzolati. Il suo aspetto era certamente quello di un manichino da parrucchiere; ma nel totale abbrutimento di quella terra lui manteneva alto il proprio decoro. Questo è avere spina dorsale. I suoi colletti inamidati e i vistosi sparati delle camicie erano conquiste frutto di carattere. Stava lì da quasi tre anni; e, in seguito, non potei trattenermi dal chiedergli come facesse a portare quel tipo di biancheria. Arrossì appena un po’, e rispose con modestia: “Ho insegnato a una delle indigene della base. È stato difficile. Provava disgusto per quel lavoro”. Così quell’uomo aveva veramente realizzato qualcosa. Ed aveva dedizione per i suoi registri, che erano tenuti in ordine perfetto.
Tutto il resto nella stazione commerciale era in disordine – uomini, cose, costruzioni. File di negri polverosi con piedi larghi e piatti arrivavano e partivano; un fiume di merci lavorate, manufatti di cotone di infima qualità, perline di vetro e filo di ottone fluiva verso gli abissi delle tenebre, e di rimando veniva un prezioso ruscelletto d’avorio.
Dovetti aspettare in quella base commerciale per dieci giorni – un’eternità. Vivevo in una capanna nel piazzale, ma per sottrarmi al caos talvolta mi rifugiavo nell’ufficio del contabile. Era costruito con tavole di legno disposte orizzontalmente, e così sconnesse che quando lui si chinava sull’alta scrivania, era striato da capo a piedi da sottili lamine di luce. Non c’era bisogno di aprire le grandi imposte per vedere. Faceva anche caldo, là dentro; grosse mosche ronzavano diabolicamente, e non pungevano mica, pugnalavano. In genere mi sedevo sul pavimento, mentre, nel suo abbigliamento immacolato (e perfino leggermente profumato), appollaiato su un alto sgabello, lui scriveva, scriveva. Talvolta stava in piedi per sgranchirsi un poco. Quando gli fu messa dentro una brandina con un infermo (un agente ammalato dell’interno del paese), dimostrò un modico disappunto. “I lamenti di questo malato”, disse, “distolgono la mia attenzione. E senza questa è estremamente difficile guardarsi dagli errori di trascrizione, con questo clima”.
Un giorno, senza alzare la testa, rimarcò: “Nell’interno incontrerete senza dubbio il signor Kurtz”. Alla mia domanda su chi fosse il signor Kurtz, rispose che era un agente di prima classe; e vedendo il mio disappunto per questa risposta, aggiunse lentamente, deponendo la penna: “È una persona veramente notevole”. Ulteriori domande gli strapparono che al momento il signor Kurtz era il responsabile di una base commerciale, una molto importante, proprio nella zona dell’avorio, nel “centro stesso, laggiù. Manda tanto avorio quanto tutti gli altri messi insieme…”. Ricominciò a scrivere. Il malato stava troppo male per lamentarsi. Nella gran pace le mosche ronzavano.
Improvvisamente si levò un mormorio crescente di voci e un gran trepestio di piedi. Era arrivata una carovana. Un gran chiacchierio di voci grossolane esplose al di là delle tavole. Tutti i portatori stavano parlando insieme, e in mezzo a quel frastuono si sentì per la ventesima volta in quel giorno la voce lamentosa dell’agente principale che diceva piagnucolando che “ci rinunciava”… Si alzò lentamente. “Che baccano terribile”, disse. Attraversò senza far rumore la stanza per osservare il malato, e tornando al posto mi disse: “Non sente”. “Che? Morto?”, chiesi, sgomento. “No, non ancora”, rispose, senza scomporsi affatto. Poi, alludendo con un cenno del capo al chiasso nel piazzale della base: “Quando si devono registrare le entrate correttamente, si finisce per odiarli questi selvaggi – odiarli a morte”. Rimase un istante sopra pensiero. “Quando vedrete il signor Kurtz”, proseguì, “ditegli da parte mia che tutto qui” – gettò un’occhiata alla scrivania – “procede in modo molto soddisfacente. Non mi piace scrivergli – con messaggeri come i nostri non si sa mai chi possa intercettare le lettere – a quella Stazione Centrale”. Mi fissò un istante con i miti occhi sporgenti. “Oh, andrà lontano, molto lontano”, proseguì ancora. “Diventerà qualcuno, nell’amministrazione, tra non molto. Quelli, su in alto – il consiglio in Europa, capite – ce lo hanno destinato”.
Tornò al lavoro. Il rumore fuori era cessato, e poco dopo uscendo mi soffermai sulla porta. Nel continuo ronzio delle mosche l’agente diretto in patria giaceva rosso in viso e incosciente; l’altro, chino sui suoi registri, stava annotando correttamente le entrate di transazioni perfettamente corrette; e quindici metri sotto il gradino della porta potevo vedere le immote cime degli alberi del boschetto della morte.
Il giorno successivo lasciai finalmente quella base, con una carovana di sessanta uomini, per una marcia di duecento miglia.
Inutile dirvi molto su di essa. Piste e piste dovunque; una rete di piste battute che si stendeva su una terra vuota, attraverso erba alta, attraverso erba bruciata, per macchie folte, su e giù per burroni da brivido, su e giù per colline rocciose roventi dal caldo; e solitudine, solitudine, nessuno, non una capanna. La popolazione era fuggita molto tempo prima. Bene, se uno stuolo di negri misteriosi armati di ogni sorta di armi terribili prendesse all’improvviso a viaggiare sulla strada tra Deal e Gravesend, acchiappando a destra e sinistra contadini per farsi portare pesanti carichi, immagino che tutte le fattorie e le villette dei dintorni si vuoterebbero molto presto. Solo che lì erano sparite anche le abitazioni. Però attraversai parecchi villaggi abbandonati. C’è qualcosa di pateticamente puerile nelle rovine delle pareti di paglia. Giorno dopo giorno, col calpestio e lo strascicare di sessanta paia di piedi nudi dietro di me, ogni paio sotto un carico di sessanta libbre. Accamparsi, cucinare, dormire, levare il campo, marciare. Ogni tanto un portatore morto sulla breccia, che riposava nell’erba alta lungo la pista, con la zucca dell’acqua vuota e il lungo bastone abbandonati lì accanto. Un gran silenzio tutto intorno e nel cielo. Magari in qualche notte tranquilla il rullare di tamburi lontani, ora in diminuendo, ora in crescendo, un rullio profondo, smorzato; un suono misterioso, supplice, suggestivo e selvaggio – e forse con un significato profondo quanto il suono delle campane in un paese cristiano. Una volta un bianco con l’uniforme sbottonata, accampato sulla pista con una scorta armata di magri negri di Zanzibar, molto ospitale e allegro – per non dire ubriaco. Sorvegliava la manutenzione della strada, dichiarò. Non posso dire d’aver visto nessuna strada e nessuna manutenzione, a meno che il corpo di un «negro di mezza età, con un buco di proiettile in fronte, sul quale inciampai letteralmente tre miglia più avanti, non sia da considerarsi un miglioramento definitivo. Avevo anche un compagno bianco, non un tipo cattivo, ma un po’ troppo in carne e con l’esasperante abitudine di svenire nel salire le colline arroventate, a miglia e miglia di distanza dalla più piccola traccia d’ombra e di acqua. Seccante, sapete, reggere la propria camicia a mo’ di parasole sulla testa di un uomo mentre riprende coscienza. Una volta non potei trattenermi dal chiedergli cosa diamine fosse venuto a fare laggiù. “Per far quattrini, naturalmente. Cosa credete?”, rispose, sdegnosamente. Poi si beccò la febbre, e dovette essere portato in un’amaca sospesa a una pertica. Poiché pesava duecento ventiquattro libbre, ebbi litigi a non finire con i portatori. Recalcitravano, scappavano, se la squagliavano via di notte con il loro carico – un vero ammutinamento. Così, una sera, tenni loro un discorso in inglese, aiutandomi con dei gesti, nessuno dei quali fu perduto dalle sessanta paia di occhi che avevo davanti, e la mattina dopo feci partire l’amaca proprio davanti a tutti. Un’ora dopo raggiunsi l’intero armamentario – uomo, amaca, gemiti, coperte, spaventi – naufragato in un cespuglio. La pesante pertica gli aveva scorticato il povero naso. Voleva ad ogni costo che uccidessi qualcuno, ma non c’era ombra di portatore vicino. Ricordai il vecchio dottore: “Sarebbe interessante per la scienza osservare i cambiamenti della mente degli individui lì sul posto”. Sentii che stavo diventando scientificamente interessante. Comunque, tutto questo non c’entra. Il quindicesimo giorno giunsi di nuovo in vista del gran fiume, ed entrai zoppicando nella Stazione Centrale. Sorgeva su un tratto di acqua stagnante circondata da macchia e foresta, con un leggiadro bordo di fango puzzolente da un lato, e sugli altri tre chiusa da una malandata staccionata di giunco. Un varco trascurato ne costituiva tutta l’entrata, e bastava una sola occhiata a quel luogo per capire che il demone della fiacca vi dominava. Uomini bianchi con lunghi bastoni in mano apparvero indolenti di tra i fabbricati, gironzolarono un po’ per darmi un’occhiata, e poi scomparvero dalla vista. Uno di loro, un tipo tarchiato, eccitabile, con baffi neri, appena gli dissi chi ero, mi informò con molta volubilità e molte digressioni, che il mio battello a vapore era in fondo al fiume. Rimasi impietrito. Cosa, come, perché? Oh, era “tutto a posto”. Il “direttore stesso” si trovava sul posto. Tutto decisamente regolare. “Ognuno si era comportato splendidamente! Splendidamente!” – “Dovete”, disse tutto agitato, “andare subito a vedere il direttore generale. Vi sta aspettando!”.
Lì per lì non capii il significato reale di quel naufragio. Credo di capirlo ora, ma non ne sono sicuro – non del tutto. Certo quella storia era troppo stupida – quando ci penso – per essere completamente naturale. Eppure… Ma al momento si presentava semplicemente come una maledetta seccatura. Il battello a vapore era affondato. Erano partiti due giorni prima in gran fretta per risalire il fiume con a bordo il direttore, sotto la guida di un tale offertosi come comandante, e non erano passate tre ore da quando erano partiti che avevano squarciato il fondo su degli scogli, ed era affondato presso l’argine sud. Mi chiesi cosa ci stessi a fare laggiù, ora che la mia imbarcazione era andata perduta. In realtà, ebbi molto da fare per ripescare il mio comando dal fiume. Mi ci dovetti mettere fin dal giorno successivo. Questo, e le riparazioni dopo che ne ebbi riportato i pezzi alla base, richiesero alcuni mesi.
Il mio primo incontro col direttore fu singolare. Non mi disse di sedermi dopo la passeggiata di venti miglia che mi ero fatto quella mattina. Era un uomo ordinario di carnagione, di aspetto, di modo di fare, e di voce. Aveva statura media e struttura normale. Gli occhi, di un blu comune, erano forse piuttosto freddi, e certamente poteva gettare su una persona sguardi taglienti e pesanti come un’ascia. Ma anche in queste occasioni il resto della sua persona sembrava sconfessarne l’intenzione. Altrimenti, c’era solo un indefinibile, vago atteggiarsi delle labbra, qualcosa di furtivo – un sorriso – non proprio un sorriso – lo ricordo bene, ma non riesco a spiegarmi. Era involontario, questa specie di sorriso, per quanto si accentuasse per un istante non appena lui aveva detto qualcosa. Compariva al termine dei suoi discorsi come un sigillo apposto alle parole per rendere assolutamente indecifrabile il significato della più semplice frase. Era un comune mercante, impiegato da quelle parti fin dalla gioventù – nient’altro. Era ubbidito, eppure non ispirava né amore né timore, neanche rispetto. Ispirava disagio. Quella era la sensazione! Disagio. Non una sfiducia decisa – solo disagio – nient’altro. Non avete idea di quanto possa essere efficace una… una… simile capacità. Non aveva il genio dell’organizzazione, né dell’iniziativa, e neanche del comando. Ciò risultava evidente da fatti quali le deplorevoli condizioni della stazione commerciale. Non aveva cultura né intelligenza. La sua posizione gli era piovuta addosso – perché? Forse perché non si ammalava mai… Aveva servito laggiù per tre contratti triennali… Perché una salute fiorente nella disfatta generale delle condizioni sanitarie altrui è di per sé una specie di potere. Quando andava a casa in permesso gozzovigliava a tutto spiano – fastosamente. Un marinaio a terra – con una differenza – soltanto all’apparenza. Questo lo si poteva cogliere dai suoi discorsi casuali. Non creava nulla, poteva gestire la routine – questo è quanto. Ma era grande. Era grande per quel piccolo particolare, che era impossibile capire quale controllo potesse esercitare un uomo del genere. Non svelò mai questo segreto. Forse non c’era nulla dentro di lui. Un tale sospetto faceva esitare – perché laggiù non c’erano controlli esterni. Una volta che varie malattie tropicali avevano messo a terra quasi tutti gli “agenti” della stazione commerciale, fu sentito dire: “Quelli che vengono quaggiù non dovrebbero aver visceri”. Sigillò la sua affermazione con uno dei suoi sorrisi, come si fosse trattato dell’aprirsi di una porta su delle tenebre che lui aveva in custodia. Ti immaginavi di aver visto qualcosa – ma veniva apposto il sigillo. Una volta, seccato delle continue liti che all’ora dei pasti scoppiavano tra i bianchi per motivi di precedenza, ordinò di fare un’enorme tavola rotonda, per la quale si dovette costruire un locale apposta. Quella era la mensa della stazione. Dove sedeva lui era il primo posto – altri non ne esistevano. Si capiva che quello era il suo verdetto immutabile. Non era né gentile né scortese. Era tranquillo. Permetteva al suo “boy” – un giovane negro della costa ipernutrito – di trattare i bianchi, anche sotto i suoi occhi, con insolenza provocatoria.
Cominciò a parlarmi appena mi vide. Il mio viaggio era durato moltissimo. Lui non poteva aspettare. Era dovuto partire senza di me. Bisognava dare il cambio alle stazioni dell’interno. C’erano già stati tanti ritardi che non sapeva chi fosse vivo e chi morto, e come se la cavassero – eccetera, eccetera. Non prestò attenzione alle mie spiegazioni, e, giocherellando con un bastoncino di ceralacca, ripeté parecchie volte che la situazione era “gravissima, gravissima”. Correva voce che una stazione commerciale molto importante fosse in pericolo, e che il suo capo, il signor Kurtz, fosse malato. Sperava che non fosse vero. Il signor Kurtz era… Mi sentivo stanco e irritato. Al diavolo Kurtz, pensai. Lo interruppi dicendo che avevo sentito parlare del signor Kurtz sulla costa. “Ah! Così parlano di lui, laggiù”, mormorò tra di sé. Poi ricominciò, assicurandomi che il signor Kurtz era il miglior agente che avesse, un uomo eccezionale, della più grande importanza per la Compagnia; potevo quindi capire la sua ansietà. Era, disse, “molto, molto inquieto”. Di sicuro si agitò non poco sulla sedia, esclamò: “Ah, il signor Kurtz!”; spezzò il bastoncino di ceralacca e parve stordito per l’incidente. Subito dopo volle sapere “quanto tempo sarebbe occorso per…”. Lo interruppi di nuovo. Affamato, capite, e tenuto anche così in piedi, stavo andando in bestia. “Come posso saperlo?”, esclamai. “Non ho neppure visto ancora il relitto – qualche mese, indubbiamente”. Tutte queste chiacchiere mi sembravano così futili. “Qualche mese”, riprese lui. “Be’, diciamo tre mesi, prima che noi si possa partire. Sì. Dovrebbero bastare a risolvere la faccenda”. Mi precipitai fuori della capanna (viveva in una capanna d’argilla con una specie di veranda) borbottando tra me quel che pensavo di lui. Era un idiota ciarliero. In seguito dovetti ricredermi su quell’opinione, quando sorprendentemente mi resi conto dell’estrema precisione con cui aveva stimato il tempo necessario per la “faccenda”.
Mi misi al lavoro il giorno successivo, volgendo, per così dire, le spalle alla stazione commerciale. Solo così mi pareva di poter rimanere aggrappato ai fatti positivi della vita. Tuttavia, ci si deve pur guardare attorno, qualche volta; e allora vedevo quella stazione, quegli uomini che girellavano senza scopo nel sole del piazzale. Mi domandavo talvolta che significato avesse tutto ciò. Vagavano qua e là con in mano i loro assurdi, lunghi bastoni, come un branco di pellegrini miscredenti colpiti da un incantesimo dentro una staccionata marcia. La parola “avorio” risuonava nell’aria, veniva sussurrata, sospirata. Si poteva credere che lo invocassero con preghiere. Si diffondeva su tutto un’ombra di ottusa rapacità, come un puzzo di cadavere. Per Giove! Nella mia vita non ho mai visto niente di così innaturale. E tutt’intorno, la silente regione selvaggia che circondava quel pezzetto disboscato sulla terra mi colpiva come qualcosa di possente e invincibile, come il male o la verità, in paziente attesa che quella strana invasione avesse termine.
Che mesi! Via, non importa. Accaddero diverse cose. Una sera un capannone di paglia pieno di calicò, di cotonerie stampate, di perline di vetro e di non so cos’altro, prese fuoco così improvvisamente che si sarebbe detto che la terra si fosse aperta per lasciare che un fuoco vendicatore incenerisse tutta quella paccottiglia. Io stavo tranquillamente fumando la pipa accanto al mio vapore smantellato, e li vidi tutti saltabeccare nella luce come matti, con le braccia alzate, quando l’uomo tarchiato con i baffi scese a precipizio verso il fiume, un secchio di latta in mano, mi assicurò che tutti si stavano “comportando splendidamente, splendidamente”, attinse all’incirca un quarto di gallone d’acqua e ripartì di corsa. Notai che c’era un buco sul fondo del secchio.
Mi incamminai lentamente. Non c’era fretta. Vedete, la baracca era bruciata come una scatola di fiammiferi. L’incendio era stato irrimediabile fin dall’inizio. La fiamma era divampata alta, aveva fatto indietreggiare tutti, e illuminato tutto – e si era spenta. Il magazzino era già un cumulo di tizzoni incandescenti. Nelle vicinanze stavano bastonando un negro. Dicevano che aveva provocato lui, in qualche modo, l’incendio; comunque fossero andate le cose, strillava in modo veramente orribile. Poi, per parecchi giorni lo vidi seduto in un fazzoletto d’ombra apparentemente assai malconcio, che cercava di riprendersi: dopo di che si alzò e scomparve – e la natura selvaggia senza un rumore lo accolse di nuovo nel suo grembo. Quando dall’oscurità mi avvicinai al fuoco, mi trovai alle spalle di due uomini che stavano parlando. Udii pronunciare il nome di Kurtz, poi le parole: “avvantaggiarsi di questo sfortunato incidente”. Uno dei due era il direttore. Gli augurai la buona sera. “Avete mai visto niente del genere – eh? È incredibile”, disse, e si allontanò. L’altro rimase. Era un agente di prima classe, giovane, distinto, un tantino riservato, con una barbetta a due punte e il naso adunco. Era altezzoso con gli altri agenti, e per parte loro questi dicevano che era una spia che il direttore aveva piazzato alle loro costole. Quanto a me, prima d’allora non gli avevo parlato quasi mai. Cominciammo a chiacchierare, e piano piano ci allontanammo dalle braci che sibilavano. Poi mi invitò nella sua stanza, che si trovava nell’edificio principale della stazione. Accese un fiammifero, e mi resi conto che quel giovane aristocratico non soltanto possedeva un astuccio da toeletta montato in argento, ma addirittura un’intera candela per sé solo. Proprio in quel periodo il direttore era l’unica persona che avesse diritto di disporre delle candele. Stuoie indigene ricoprivano le pareti di argilla; di lance, zagaglie, scudi, coltelli erano appesi i trofei. L’incarico affidato a costui era quello di fabbricare mattoni – così mi era stato detto; ma in tutta la stazione non c’era neanche l’ombra di un mattone, eppure era lì da più di un anno – ad aspettare. Pare che non potesse fabbricare mattoni senza qualcosa, non so cosa – paglia, forse. Comunque, quella cosa non si trovava laggiù, e, dato che era improbabile che la mandassero dall’Europa, non mi era chiaro cosa stesse aspettando. Un intervento di speciale creazione, magari. In ogni modo, tutti erano in attesa – tutti quanti i sedici o venti pellegrini – di qualche cosa; e, parola mia, sembrava un’occupazione che fosse loro congeniale, visto il modo in cui la prendevano, anche se l’unica cosa che mai gli arrivò fu una malattia – a quanto potei constatare. Ingannavano il tempo sparlando e intrigando l’uno contro l’altro in maniera piuttosto sciocca. C’era un’aria di cospirazione in quella stazione, ma, ovviamente, non se ne faceva nulla. Era irreale come ogni altra cosa – come la pretesa filantropica dell’intera impresa, le loro chiacchiere, il loro modo di amministrare, il loro far finta di lavorare. Il solo vero sentimento era il desiderio di venir destinati a un posto commerciale dove si raccogliesse l’avorio, in modo da poter guadagnare sulle percentuali. Intrigavano e si calunniavano e si odiavano l’un l’altro soltanto per questo, ma quanto al muovere realmente un dito – oh, no. Santo cielo! Dopo tutto c’è qualcosa al mondo che consente a un uomo di rubare un cavallo mentre un altro non deve neppure guardare una cavezza. Rubare, così, puramente e semplicemente, un cavallo. Benissimo. Lo ha fatto. Forse sa cavalcare. Ma c’è un modo di guardare una cavezza che costringerebbe il più caritatevole dei santi a tirar calci.
Non avevo idea del perché volesse essere socievole, ma mentre stavamo chiacchierando lì dentro mi venne in mente d’improvviso che l’uomo stesse mirando a qualcosa – nella fattispecie, cavarmi informazioni. Faceva costanti allusioni all’Europa, alla gente che supponeva io conoscessi laggiù – ponendo domande capziose riguardo alle mie conoscenze nella città sepolcrale, e così via. I piccoli occhi gli scintillavano come dischetti di mica – dalla curiosità – sebbene cercasse di mantenere un pizzico di sussiego. Dapprima rimasi stupito, ma ben presto divenni maledettamente curioso di vedere che volesse cavare da me. Non riuscivo assolutamente a immaginare cosa avessi in me da valere il suo tempo. Era molto divertente osservare quanto si ingannasse, perché in realtà il mio corpo era pieno solo di brividi e la mia testa conteneva soltanto quella sciagurata faccenda del battello. Era evidente che mi prendeva per un prevaricatore assolutamente privo di pudore. Alla fine si irritò, e, per nascondere un moto di stizza furiosa, sbadigliò. Mi alzai. E allora notai su un pannello un piccolo schizzo a olio, rappresentante una donna drappeggiata e bendata, che portava una torcia accesa. Lo sfondo era cupo – quasi nero. L’atteggiamento della donna era solenne, e l’effetto della luce della torcia sul suo volto, sinistro.
Mi fermai, e lui educatamente si arrestò lì accanto, reggendo una bottiglia vuota da mezza pinta di champagne (medicinali di conforto) con infissa la candela. Alla mia domanda rispose che l’aveva dipinto il signor Kurtz – proprio in quella stazione, più di un anno prima – mentre aspettava un mezzo per andare al suo posto commerciale. “Ditemi, vi prego”, chiesi, “chi è il signor Kurtz?”
“Il capo della Stazione Interna”, rispose in tono sbrigativo, distogliendo lo sguardo. “Molto obbligato”, ripresi, con una risata. “E voi siete l’incaricato della fabbrica di mattoni nella Stazione Principale. Lo sanno tutti”. Rimase silenzioso per un po’. “È un prodigio”, disse infine. “È un emissario dell’amore, della scienza e del progresso, e il diavolo sa di cos’altro ancora. Per guidare”, cominciò improvvisamente a declamare, “la causa affidataci, per così dire, dall’Europa, noi abbiamo bisogno di intelligenza superiore, vaste simpatie, unità di intenti”. “Chi lo dice?”, chiesi. “Un sacco di gente”, replicò. “Alcuni lo scrivono anche; e per questo lui viene qui, un essere speciale, come voi dovreste sapere”. “Perché dovrei saperlo?”, lo interruppi, veramente sorpreso. Non mi prestò attenzione. “Sì. Oggi lui è il capo della base migliore, il prossimo anno sarà vicedirettore generale, ancora due anni e… ma ritengo che voi sappiate che cosa sarà lui entro due anni. Voi siete della nuova squadra – la squadra dei virtuosi. Le stesse persone che hanno inviato lui qui hanno anche raccomandato voi in modo particolare. Oh, non dite di no. Ho occhi di cui mi posso fidare”. Mi si cominciarono a schiarire le idee. Le influenti conoscenze della mia cara zia stavano producendo un effetto inaspettato su quel giovanotto. Mancò poco che scoppiassi a ridere. “Leggete dunque la corrispondenza riservata della Compagnia?”, chiesi. Non seppe che rispondere. Era molto divertente. “Quando il signor Kurtz”, proseguii severamente, “sarà direttore generale, voi non ne avrete più l’opportunità”.
Spense di colpo la candela e uscimmo. Era sorta la luna. Nere figure vagavano intorno svogliatamente, versando acqua sulle braci, da cui proveniva uno sfrigolio; il vapor d’acqua si innalzava nel chiarore lunare, da qualche parte il negro bastonato si lamentava. “Che chiasso fa quel bruto!”, disse, apparendo vicino a noi, l’infaticabile uomo dai baffi. “Ben gli sta. Trasgressione – punizione – pum! Senza pietà, senza pietà. Ecco l’unico modo. Questo eviterà in futuro ogni incendio. Stavo giusto dicendo al direttore…”. Si accorse del mio compagno, e di colpo abbassò la cresta. “Non ancora a letto”, disse, con tono di servile cordialità; “naturale, certo. Ah! Pericolo – agitazione”. Scomparve. Proseguii verso la riva del fiume e l’altro mi seguì. Giunse al mio orecchio un mormorio sarcastico: “Branco di scimuniti – andate a…”. Si potevano vedere i pellegrini in gruppi gesticolare, discutere. Molti avevano ancora il bastone in mano. Credo veramente che se li portassero anche a letto, quei bastoni. Al di là della staccionata la foresta si ergeva spettrale sotto la luce della luna, e attraverso il sordo tumulto, attraverso i deboli rumori di quel miserevole piazzale, il silenzio della terra andava dritto al cuore di ognuno – il suo mistero, la sua grandezza, la stupefacente realtà della sua vita nascosta. Il negro ferito si lamentava debolmente da qualche parte lì vicino, e poi emise un gemito così profondo che mi fece affrettare ad allontanarmi. Sentii una mano insinuarmisi sotto il braccio. “Mio caro signore”, disse quell’uomo, “non voglio essere frainteso, e specialmente da voi, che vedrete il signor Kurtz molto prima che io possa avere questo piacere. Non vorrei che lui si facesse un’idea erronea sulle mie intenzioni…”.
Lo lasciai proseguire, quel Mefistofele di cartapesta, e mi pareva che se avessi tentato avrei potuto trapassarlo con l’indice, e dentro non gli avrei trovato niente se non un po’ di putrido sudiciume, forse. Quello, vedete, aveva pianificato di diventare di lì a poco vicedirettore generale sotto l’uomo attualmente in carica, e potevo capire che l’arrivo di quel Kurtz avesse innervosito non poco entrambi. Parlava affrettatamente, e io non cercai di fermarlo. Mi ero appoggiato con le spalle al relitto del mio battello, tratto in secco sul declivio come la carcassa di una grossa bestia fluviale. Il fetore della melma, della melma primigenia, per Giove!, mi penetrava nelle narici, la profonda quiete della foresta primigenia mi stava davanti agli occhi; c’erano chiazze lucenti sull’acqua nera dell’insenatura. La luna aveva spruzzato su tutto una sottile patina d’argento – sull’erba lussureggiante, sulla melma, sulla muraglia di vegetazione aggrovigliata, più alta delle mura di una cattedrale, sul gran fiume che attraverso un varco scuro potevo veder scintillare, scintillare, mentre scorreva via imponente senza un sussurro. Tutto ciò era grandioso, muto, sospeso in attesa, mentre quell’uomo cicalava su se stesso. Mi chiesi se l’impassibilità del volto dell’immensità che ci guardava fosse da intendere come un invito o come una minaccia. Cosa eravamo noi che ci eravamo smarriti laggiù? Avremmo potuto dominare quella cosa muta o lei avrebbe dominato noi? Sentivo quanto grande, grande da sbigottire, fosse quella cosa che non poteva parlare, e forse era anche sorda. Che c’era là dentro? Potevo vederne uscire un po’ d’avorio, e mi avevano detto che dentro c’era il signor Kurtz. Ne avevo abbastanza di sentirne parlare – lo sa Iddio! Eppure, in qualche modo non vi avevo potuto associare alcuna immagine – non più che se mi fosse stato detto che dentro c’era un angelo o un demonio. Ci credevo nello stesso modo in cui uno di voi potrebbe credere che ci siano abitanti sul pianeta Marte. Conoscevo un tempo un velaio scozzese che era sicuro, assolutamente sicuro, che vi fossero abitanti su Marte. Se lo si interrogava per aver qualche idea su che aspetto avessero e come si comportassero, diventava scontroso e borbottava qualcosa come “camminano a quattro gambe”. Se uno faceva tanto da sorridere, quello – sebbene fosse un uomo di sessanta anni – ti proponeva di batterti. Io non mi sarei spinto fino a fare a pugni per il signor Kurtz, ma per lui mi spinsi fin quasi a mentire. Sapete che odio, detesto, e non tollero la menzogna, non perché sia più onesto degli altri, ma solo perché mi spaventa. C’è un’impronta di morte, un sentore di caducità nella menzogna – proprio ciò che più odio e detesto al mondo – ciò che voglio dimenticare. Mi fa sentire miserabile e malato, come se mordessi qualcosa di marcio. Carattere, suppongo. Bene, mi spinsi quasi fino a questo nel lasciare che quel giovane pazzo lì credesse tutto ciò che gli piaceva immaginare riguardo la mia influenza in Europa. In un attimo divenni una finzione non meno di tutti quegli altri pellegrini stregati. Questo soltanto perché avevo la sensazione che sarebbe stato di un qualche aiuto a quel Kurtz che in quel momento neppure vedevo – capite. Lui era soltanto un nome per me. Col nome io non vedevo l’uomo, non più di quanto lo vediate voi. Lo vedete, voi? Vedete quanto vi racconto? Vedete niente? Mi sembra di star tentando di narrarvi un sogno – di fare uno sforzo vano, perché nessun racconto di sogno può esprimere l’atmosfera del sogno, quel misto di assurdità, sorpresa e smarrimento in un tremito di rivolta disperata, quella sensazione di esser prigioniero dell’incredibile che è la vera essenza del sogno…».
Rimase silenzioso per un po’.
«…No, è impossibile; è impossibile comunicare la viva sensazione di una data epoca della propria esistenza – ciò che ne costituisce la realtà, il significato vero – la sottile e penetrante essenza. È impossibile. Viviamo come sogniamo – soli…».
Fece un’altra pausa, come se riflettesse, poi aggiunse:
«Naturalmente in tutto questo voi, gente, vedete più di quanto io potessi allora. Voi vedete me, che conoscete…».
Si era fatto un buio così pesto che noi ascoltatori potevamo a stento scorgerci l’un l’altro. Già da lungo tempo lui, seduto in disparte, non era per noi altro che una voce. Non una sola parola venne da alcuno di noi. Gli altri potevano anche essersi addormentati, ma io ero sveglio. Ascoltavo, ascoltavo in vigile attesa la frase, la parola che mi avrebbe dato il bandolo del vago disagio ispirato da quel racconto che sembrava scaturire da solo, non da labbro umano, nell’aria pesante della notte sul fiume.
«…Sì – lo lasciai proseguire», ricominciò Marlow, «e lasciai che pensasse ciò che voleva riguardo al potere che mi copriva le spalle. Sì! E dietro alle spalle non avevo niente! Non avevo niente salvo quel disgraziato, vecchio, lacero battello a vapore contro cui me ne stavo appoggiato, mentre lui parlava speditamente della “necessità per ogni uomo di andare avanti”. “E quando si viene qui, capite, non è per guardare la luna”. Il signor Kurtz era “un genio universale”, ma anche per un genio sarebbe più facile lavorare “con arnesi adeguati – uomini intelligenti”. Lui non fabbricava mattoni – cribbio, c’era di mezzo un’impossibilità fisica – come sapevo bene; e se svolgeva compiti di segretario per il direttore, era perché “nessun uomo sensato rifiuta per capriccio la fiducia dei suoi superiori”. Lo capivo? Lo capivo. Cosa volevo di più? Ciò che volevo, in realtà, erano bulloni, santo cielo! Bulloni. Per andare avanti col lavoro – per chiudere la falla. Bulloni, volevo. Ce n’erano casse giù sulla costa – casse – accatastate – sfasciate – spaccate! Si inciampava in bulloni sciolti ogni due passi nel piazzale di quella base sul fianco della collina. Bulloni erano rotolati nel boschetto della morte. Ci si poteva riempire le tasche di bulloni con la sola fatica di chinarsi – e non si poteva trovare un solo bullone dove era necessario. Avevamo piastre metalliche che potevano andar bene, ma niente per connetterle insieme. E ogni settimana il messo, un negro isolato, borsa da lettere in spalla e bastone in mano, lasciava la stazione per la costa. E varie volte alla settimana giungeva dalla costa una carovana con merce di scambio – orrende tele di calicò lustro che facevano rabbrividire solo a guardarle, perline di vetro da pochi penny al chilo, terribili fazzoletti di cotone picchiettati. E niente bulloni. Tre portatori avrebbero potuto trasportare tutto quanto era necessario per rimettere a galla quel battello.
Ora stava diventando confidenziale, ma immagino che il mio atteggiamento distaccato avesse finito per esasperarlo, perché ritenne necessario informarmi che lui non temeva né Dio né il diavolo, tantomeno un qualsiasi essere umano. Risposi che lo capivo benissimo, ma ciò che io volevo era una certa quantità di bulloni – e bulloni era ciò che invero avrebbe desiderato il signor Kurtz, se soltanto lo avesse saputo. Ora le lettere partivano verso la costa ogni settimana… “Mio caro signore”, gridò, “scrivo sotto dettatura”. Esigevo bulloni. Ci doveva essere un sistema – per un uomo intelligente. Cambiò atteggiamento; diventò gelido, e cominciò improvvisamente a parlare di un ippopotamo; si domandò se dormendo a bordo del battello (mi tenevo ben aggrappato al mio relitto ripescato notte e giorno) non fossi disturbato. C’era un vecchio ippopotamo che aveva la pessima abitudine di venir fuori sulla sponda e mettersi di notte a girovagare per i terreni della base. I pellegrini uscivano sempre fuori in massa a scaricare su di esso ogni fucile su cui gli capitasse di mettere le mani. Alcuni gli avevano perfino fatto la posta per nottate intere. Tutta quell’energia era però stata spesa inutilmente. “Quell’animale ha la vita protetta da una stregoneria”, disse; “ma ciò si può dire soltanto delle bestie in questo paese. Nessun uomo – mi capite? – nessun uomo qui conduce una vita fatata”. Si fermò un istante nel chiarore lunare, il delicato naso ricurvo messo un po’ di sghimbescio, e gli occhi di mica che scintillavano senza un solo battito delle palpebre, poi, con un brusco “Buona notte”, si allontanò. Potei notare che era turbato e considerevolmente perplesso, il che mi fece sentire più fiducioso di quanto non fossi da giorni. Fu un gran conforto per me volgermi da quel tipo al mio influente amico, lo sgangherato, contorto, scassato, battello a vapore da due soldi. Mi arrampicai a bordo. Risuonò sotto i miei piedi come una scatola di latta vuota di biscotti Huntley e Palmer presa a calci per la strada; non era affatto solido nella struttura, e ancora meno grazioso nella sagoma, ma ci avevo speso abbastanza lavoro duro da farmi provare dell’affetto. Nessun amico influente mi sarebbe stato più utile. Mi aveva dato la possibilità di rivelarmi un poco a me stesso – di scoprire di che cosa fossi capace. No, il lavoro non mi piace. Preferisco stare con le mani in mano, e pensare alle belle cose che si possono fare. Non mi piace il lavoro – non piace a nessuno – ma mi piace ciò che c’è dentro il lavoro – la possibilità di ritrovare te stesso. La tua propria realtà – non per gli altri, ma per te stesso – ciò che nessun altro potrà mai conoscere. Gli altri sono soltanto in grado di vedere la mera apparenza esterna, ma non possono mai sapere cosa significhi veramente.
Non rimasi sorpreso scorgendo un tale seduto a poppa, sul ponte, con le gambe ciondoloni sopra la melma. Vedete, ero piuttosto amico dei pochi meccanici che si trovavano in quella stazione, che gli altri pellegrini, ovviamente, disprezzavano – suppongo per le loro maniere non impeccabili. Questo era il caposquadra – di mestiere un costruttore di caldaie – un buon lavoratore. Era un uomo magro, ossuto, dalla faccia giallastra, con grandi occhi intensi. Aveva una fisionomia tormentata, e il suo cranio era pelato come il palmo della mia mano; ma sembrava che i capelli, cadendo, gli si fossero attaccati al mento, e avessero prosperato in quella nuova posizione, perché la barba gli scendeva giù fino alla cintola. Era vedovo con sei figli piccoli (li aveva affidati alle cure di una delle sue sorelle per andar laggiù), e la passione della sua vita era il volo dei colombi. Era un entusiasta e un competente. Impazziva per i colombi. Dopo le ore di lavoro soleva talvolta venir su dalla sua capanna per una chiacchierata sui suoi figli e sui colombi; al lavoro, quando doveva strisciare nella melma sotto la chiglia del battello, legava quella sua barba in una specie di tovagliolo bianco che si era portato a quello scopo. Aveva dei cappi per attaccarselo agli orecchi. La sera lo si poteva vedere accovacciato sulla sponda a risciacquare con grande attenzione quell’involucro nell’insenatura, stendendolo poi solennemente su un cespuglio ad asciugare.
Gli diedi una pacca sulle spalle e gridai: “Avremo i bulloni!”. Balzò in piedi esclamando: “No! I bulloni!”, come se non credesse alle proprie orecchie. Poi a bassa voce: “Voi… eh?”. Non so perché ci comportassimo come due mattoidi. Mi misi un dito di lato al naso e annuii con aria misteriosa. “Buon per voi!”, gridò, schioccò le dita al di sopra del capo, sollevando un piede. Io tentai una giga. Facemmo qualche salto sul ponte di ferro. Un frastuono spaventevole si levò dallo scafo, e la foresta vergine dall’altra sponda dell’insenatura lo rimandò indietro con un rombo di tuono sulla base addormentata. Dovette far balzare su nelle loro tane alcuni dei pellegrini. Una figura nera oscurò l’ingresso illuminato della capanna del direttore, sparì, poi, dopo un secondo o poco più, anche l’ingresso sparì. Ci fermammo, e il silenzio, cacciato dal calpestio dei nostri piedi, rifluì di nuovo dai recessi della terra. La grande muraglia della vegetazione, un ammasso esuberante e intricato di tronchi, rami, foglie, frasche, festoni, immota nel chiarore lunare, era come una tumultuosa invasione di vita senza suono, un’onda rotolante di piante, ammassata, gonfia di creste, pronta a rovesciarsi sull’insenatura per spazzare ognuno di noi piccoli uomini via dalla sua piccola esistenza. Ma non si mosse. Da lontano ci giunse il rumore attutito di uno scoppio di scrosci potenti e di sbuffi, come se un ittiosauro stesse facendo un bagno di luce nel gran fiume. “Dopotutto”, disse l’operaio in tono ragionevole, “perché non dovremmo avere i bulloni?”. Perché no, invero! Non ero al corrente di nessun motivo per cui non avremmo dovuto. “Arriveranno entro tre settimane”, dissi, fiducioso.
Ma non arrivarono. Invece dei bulloni venne un’invasione, una punizione, un castigo. Venne a ondate nell’arco delle tre settimane successive, ogni ondata con a capo un asino che trasportava un bianco in vestiti nuovi e scarpe gialle, che da quell’altezza si inchinava a dritta e a manca ai pellegrini impressionati. Una turba litigiosa di negri imbronciati e dai piedi indolenziti trottava sulle orme dell’asino; una quantità di tende, di sgabelli pieghevoli, scatole di latta, casse bianche, balle brune veniva scaraventata nel piazzale, e l’aria di mistero si infittiva un po’ sulla baraonda della stazione commerciale. Vennero cinque di quei gruppetti, con la loro aria assurda di fughe disordinate col bottino di innumerevoli negozi di equipaggiamento e di magazzini di provviste, che, si sarebbe pensato, quelli stavano trascinando, dopo una scorreria, nella terra selvaggia per un’equa spartizione. Era una confusione inestricabile di oggetti di per sé onesti, che però la follia umana faceva sembrare refurtiva di ruberie.
Questa banda di gentiluomini si definiva Spedizione di Esplorazione Eldorado, e credo che fossero tenuti al segreto da un giuramento. Il loro frasario era però il frasario di sordidi bucanieri: era temerario senza ardimento, cupido senza audacia, e crudele senza coraggio; non c’era un briciolo di preveggenza o serietà di intenzioni in tutto il branco, e non sembravano rendersi conto che queste doti sono indispensabili per il lavoro nel mondo. Strappare tesori dalle viscere della terra era la loro brama, e dietro questo intento non c’era scopo morale più di quanto ce ne possa essere in banditi che scassinano una cassaforte. Chi pagasse le spese di quella nobile impresa non lo so; ma il capo di tutta la brigata era lo zio del nostro direttore.
Esteriormente assomigliava al macellaio di un povero sobborgo, ma aveva negli occhi uno sguardo di astuzia sonnolenta. Portava con prosopopea un pancione su due gambette corte, e durante tutto il tempo in cui la sua banda infestò la stazione commerciale non parlò con nessuno salvo suo nipote. Si potevano vedere quei due gironzolare intorno tutto il giorno con le teste vicine in un continuo confabulare.
Io avevo smesso di preoccuparmi dei bulloni. La capacità di affrontare un tal genere di follia è più limitata di quanto si possa supporre. Dissi “Al diavolo!” – e lasciai perdere. Ebbi tempo in abbondanza per meditare, e di quando in quando pensavo un poco a Kurtz. Non mi interessava molto. No. Eppure, ero curioso di vedere se quell’uomo, che era venuto armato di idee di una certa moralità, sarebbe, dopo tutto, arrivato all’apice e come, una volta arrivato a quel posto, avrebbe intrapreso il proprio lavoro».
II.
«Una sera mentre stavo sdraiato sulla coperta del mio battello a vapore, udii delle voci che si avvicinavano – ed erano nipote e zio che passeggiavano lungo l’argine. Tornai a poggiare la testa sul braccio, e mi ero quasi appisolato, quando qualcuno mi disse, per così dire, all’orecchio: “Sono innocuo come un bambinetto, ma non mi piace che mi vengano imposte le cose. Sono o non sono il direttore? Mi è stato ordinato di mandarlo lì. È incredibile”… Mi resi conto che i due stavano sulla riva accanto alla prua del battello, proprio sotto la mia testa. Non mi mossi; non mi venne in mente di muovermi: ero mezzo addormentato. “È davvero spiacevole”, grugnì lo zio. “Ha chiesto lui all’amministrazione di essere mandato lì”, disse l’altro, “con l’idea di dimostrare quel che sa fare; e ho ricevuto disposizioni in tal senso. Vedi che influenza deve avere quell’uomo. Non è spaventoso?”. Furono d’accordo entrambi che era spaventoso, poi fecero parecchi commenti bizzarri: “Fare il bello e il cattivo tempo – un solo uomo – il consiglio – per il naso…”, brandelli di frasi assurde che scacciarono del tutto la mia sonnolenza, cosicché avevo ripreso quasi per intero la mia prontezza di spirito quando lo zio disse: “Il clima ti potrebbe risolvere questa difficoltà. È lì solo?”. “Sì”, rispose il direttore; “ha mandato il suo assistente giù lungo il fiume con una nota per me in questi termini: ‘Rispedite questo povero diavolo a casa, e non perdete tempo a mandarne altri di quella risma. Preferisco stare solo che con il tipo di uomini di cui potete disporre’. È stato più di un anno fa. Pensa un po’ che impudenza!”. “Niente da allora?”, chiese l’altro, con voce rauca. “Avorio”, esclamò di scatto il nipote; “quantità enormi – di prima qualità – molto – decisamente seccante, visto che si tratta di lui”. “E con quello?”, interrogò la greve voce gorgogliante. “Una fattura”, fu la replica sparata, per così dire, dal nipote. Poi silenzio. Stavano parlando di Kurtz.
Ero ormai completamente sveglio, ma, sdraiato comodamente a mio agio, rimasi immobile, non avendo motivo di cambiare posizione. “Come ha fatto quell’avorio ad arrivare fin quaggiù?”, ringhiò l’anziano, che pareva notevolmente seccato. L’altro spiegò che era arrivato con una squadra di canoe affidate a un impiegato inglese mezzosangue che Kurtz aveva con sé; quel Kurtz aveva apparentemente intenzione di tornare anche lui, visto che la stazione commerciale era in quel momento rimasta senza mercanzia o provviste, ma dopo aver percorso trecento miglia, aveva all’improvviso deciso di tornare indietro, cosa che aveva fatto da solo con una piccola piroga a quattro amatori, lasciando che il mezzosangue continuasse a discendere il fiume con l’avorio. I due individui sembravano stupefatti che qualcuno mai avesse osato tentare una cosa del genere. Non riuscivano a spiegarselo. Quanto a me, mi sembrò di vedere Kurtz per la prima volta. Fu una visione distinta: la piroga, quattro selvaggi che pagaiavano, e il bianco solitario che voltava d’improvviso la schiena al quartier generale, con sollievo, con pensieri di casa – forse; girando la faccia verso le profondità della natura selvaggia, verso la sua base commerciale vuota e desolata. Non ne sapevo il motivo. Forse era semplicemente un brav’uomo attaccato al proprio lavoro per scrupolo. Il suo nome, voi lo capite, non era stato pronunciato una sola volta. Era “quell’uomo”. Al mezzosangue, che, a quanto potevo capire, aveva diretto un viaggio difficile con grande prudenza e coraggio, alludevano invariabilmente definendolo “quel farabutto”. Il “farabutto” aveva riferito che l’“uomo” era stato molto malato – e si era ristabilito solo parzialmente. …I due sotto di me si spostarono poi di qualche passo, e presero a camminare avanti e indietro a breve distanza. Sentii: “Avamposto militare – dottore – duecento miglia – piuttosto solo adesso – ritardi inevitabili – nove mesi – nessuna notizia – strane voci”. Si avvicinarono ancora, proprio mentre il direttore stava dicendo: “Nessuno, per quel che so, se non una specie di mercante nomade – un tipaccio pestilenziale, che sottrae avorio agli indigeni”. Chi era quello di cui stavano parlando ora? Colsi a frammenti che si trattava di qualcuno che doveva essere nel distretto di Kurtz, e che al direttore non andava a genio. “Non ci libereremo dalla competizione sleale fino a che uno di quei due tipacci non verrà impiccato per dare un esempio”, disse. “Sicuro”, grugnì l’altro; “bisognerebbe impiccarlo! Perché no? Tutto – tutto può esser fatto in questo paese. È quello che dico; nessuno qui, capisci, qui, può mettere in pericolo la tua posizione. E perché? Tu sopporti il clima – sei più resistente di tutti loro. Il pericolo è in Europa; ma là prima di partire ho fatto in modo di…”. Si allontanarono e sussurrarono, poi di nuovo le loro voci si alzarono. “La serie eccezionale di ritardi non è colpa mia. Ho fatto del mio meglio”. Il grasso sospirò. “Un vero peccato”. “E quel suo noiosissimo e assurdo modo di parlare”, proseguì l’altro; “mi dava non poco fastidio quando stava qui. ‘Ogni stazione commerciale dovrebbe essere un fanale sulla strada verso un mondo migliore, un centro per il commercio, certo, ma anche per umanizzare, migliorare, educare.’ Figurati un po’ – quello sciocco! E vuole diventare direttore! No, è…”. A questo punto gli si strozzò la parola in gola per l’eccessiva indignazione, e io sollevai la testa appena appena. Fui sorpreso di vedere quanto fossero vicini – proprio sotto di me. Avrei potuto sputargli sopra il cappello. Stavano guardando a terra, assorti nei loro pensieri. Il direttore si stava sferzando la gamba con un rametto sottile; il suo sagace parente sollevò la testa. “Stai bene da quando sei venuto, stavolta?”, chiese. L’altro sobbalzò. “Chi? Io? Ah! Un incanto – un incanto. Ma gli altri – oh, santo cielo! Tutti malati. Muoiono così in fretta, oltre tutto, che non faccio in tempo a mandarli fuori della regione – è incredibile!”. “Uhm. È così”, grugnì lo zio. “Ah! Ragazzo mio, fidati di questo – ti dico, fidati di questo”. Lo vidi stendere un braccio breve come una pinna con un gesto che comprendeva la foresta, il torrente, il fango, il fiume – sembrò invitare, con un cenno infame di fronte alla faccia di quella terra illuminata dal sole, un perfido richiamo alla morte in agguato, al male nascosto, alla tenebra profonda del proprio cuore. Fu così stupefacente che saltai in piedi e guardai indietro verso il limitare della foresta, come se mi aspettassi una qualche risposta a quell’oscura ostentazione di confidenza. Sapete che idee sciocche alle volte possono passare per il capo. La quiete profonda stava davanti a quelle due figure con la sua sinistra pazienza, in attesa che un’invasione fantastica sparisse.
Imprecarono ad alta voce entrambi – di vera paura, credo – poi facendo finta di non essersi affatto accorti della mia esistenza, ritornarono verso la base. Il sole era basso; e curvi in avanti l’uno accanto all’altro, parevano rimorchiare penosamente su per la salita le loro ridicole ombre di altezza diversa, che si trascinavano lentamente dietro di loro sull’erba alta senza piegarne un solo filo.
Pochi giorni dopo la spedizione Eldorado penetrò in quella paziente natura selvaggia, che si richiuse su di essa come il mare si richiude su di un tuffatore. Molto tempo dopo arrivò la notizia che tutti gli asini erano morti. Non so nulla della sorte che toccò agli animali meno preziosi. Senza dubbio, come tutti noi, trovarono quel che meritavano. Non feci domande. Ero ormai piuttosto eccitato alla prospettiva di incontrare Kurtz molto presto. Quando dico molto presto intendo relativamente parlando. Erano passati esattamente due mesi dal giorno che avevamo lasciato il torrente quando giungemmo all’argine sotto la stazione commerciale di Kurtz.
Risalire quel fiume era come viaggiare indietro ai primordi del mondo, quando la vegetazione tumultuava sulla terra e alberi enormi ne erano i signori. Un fiume vuoto, un grande silenzio, una foresta impenetrabile. L’aria era calda, spessa, pesante, torpida. Non c’era gioia nel brillare della luce solare. I lunghi tratti del canale navigabile si stendevano, deserti, nell’oscurità di distanze piene d’ombra. Sui banchi di sabbia argentata gli ippopotami e gli alligatori stavano stesi al sole fianco a fianco. La distesa delle acque scorreva tra una moltitudine di isolette boscose; ci si perdeva su quel fiume come ci si perde in un deserto, e si cozzava tutto il giorno contro bassifondi, cercando di trovare il canale, fino a pensare di essere soggetti a un incantesimo e tagliati fuori per sempre da tutto ciò che si conosceva una volta – in un luogo lontano – forse in un’altra vita. C’erano momenti in cui il proprio passato riaffiorava, come a volte capita quando non si ha nemmeno un attimo da dedicare a se stessi; ma riaffiorava sotto forma di un sogno inquieto e chiassoso, ricordato con stupore tra le realtà opprimenti di quello strano mondo di piante, e acqua, e silenzio. E quella quiete animata non somigliava in nulla e per nulla a una pace. Era la quiete di una forza implacabile che covava un proposito imperscrutabile. Ti guardava con un aspetto vendicativo. Io mi ci abituai in seguito; finii per non vederlo più; non avevo tempo. Dovevo badare a seguire il canale; dovevo distinguere, per lo più per ispirazione, le tracce delle secche nascoste; stavo attento alle pietre sommerse; stavo imparando a stringere prontamente i denti prima che il cuore mi saltasse in gola, quando rasentavo fortunosamente qualche infernale vecchio tronco sornione che avrebbe squarciato l’esistenza di quel mio battello da due soldi e fatto affogare tutti i pellegrini; dovevo stare all’erta in cerca di alberi secchi da poter tagliare di sera per alimentare la caldaia il giorno dopo. Quando si deve badare a cose di quel genere, ai semplici avvenimenti della superficie, la realtà – la realtà, vi dico – svanisce. La verità interiore è nascosta – per fortuna, per fortuna. Ma la percepivo lo stesso; spesso sentivo quella quiete misteriosa osservarmi durante i miei trucchetti, proprio come osserva voi mentre date spettacolo sulle vostre rispettive corde da funamboli per – quanto è? Una mezza corona a capriola…».
«Cerca di essere cortese, Marlow», brontolò una voce, e seppi che c’era almeno un altro di noi sveglio ad ascoltare oltre a me.
«Vi chiedo scusa. Dimenticavo l’angoscia che costituisce il resto della paga. E in fondo che conta il prezzo, se il trucco riesce bene? Voi eseguite i vostri trucchi molto bene. E io a mia volta non li ho eseguiti male, visto che sono riuscito a non fare affondare quel battello nel mio primo viaggio. Me ne stupisco ancora. Immaginatevi un uomo con gli occhi bendati a cui si dia da guidare un carro su una strada dissestata. La faccenda mi costò non poco sudore e brividi lungo la schiena, potete credermi. Dopotutto, per un uomo di mare, raschiare il fondo di ciò che si suppone resti a galla sempre affidato alle sue cure rappresenta il peccato imperdonabile. Può darsi che nessuno lo venga a sapere, ma la botta non si dimentica mai – eh? Un colpo diretto al cuore. Lo si ricorda, lo si sogna, ci si sveglia di notte e ci si pensa – a distanza d’anni – e si passa dal caldo al freddo in tutto il corpo. Non voglio dire che quel vapore restasse sempre a galla. Più di una volta dovette farsi strada a guado per un tratto, con venti cannibali che sguazzavano intorno nel fiume e lo spingevano. Ne avevamo assoldati alcuni lungo la strada come equipaggio. Brava gente – cannibali – a casa loro. Erano uomini con cui si poteva lavorare, e gli sono grato. E, dopotutto, non si mangiavano l’un l’altro in faccia a me: si erano portati una provvista di carne d’ippopotamo che marcì, e mi portò alle narici la puzza del mistero di quei luoghi selvaggi. Puah! La sento ancora nel naso. Avevo a bordo il direttore e tre o quattro pellegrini con i loro bastoni – non mancava nulla. A volte ci imbattevamo in una stazione commerciale vicino alla riva, aggrappata al margine dell’ignoto, e gli uomini bianchi che ci si precipitavano incontro uscendo da una bicocca diroccata, con grandi gesti di gioia e sorpresa e di benvenuto, sembravano molto strani – avevano l’aspetto di esser trattenuti lì prigionieri da un incantesimo. La parola avorio risuonava nell’aria per un poco – e poi proseguivamo ancora il cammino nel silenzio, lungo tratti d’acqua vuoti, attorno alle anse tranquille, tra le alte mura del nostro cammino sinuoso, che riverberavano con colpi sordi i poderosi battiti della ruota a pale. Alberi, alberi, milioni di alberi, massicci, immensi, altissimi; e ai loro piedi, rasentando l’argine controcorrente, scivolava lento il piccolo vapore annerito, come un torpido scarafaggio che strisci sul pavimento di un alto portico. Ti faceva sentire molto piccoli, affatto perduti, eppure non era del tutto deprimente, quella sensazione. Dopo tutto, pur essendo piccolo, lo scarafaggio fuligginoso continuava a strisciare in avanti – il che era proprio ciò che desideravamo. Verso dove immaginassero i pellegrini che strisciasse non lo so. Verso qualche posto dove si aspettavano di trovare qualcosa, scommetto! Per me strisciava verso Kurtz – e basta; ma quando ci fu una perdita nei tubi del vapore cominciammo a procedere molto lentamente. Gli ampi tratti di fiume ci si aprivano davanti e si richiudevano dietro di noi, come se la foresta si fosse spinta con calma attraverso l’acqua per sbarrarci la strada del ritorno. Penetrammo sempre più profondamente nel cuore di tenebra. Era tutto molto tranquillo lì. Di notte a volte il rullare dei tamburi dietro la cortina degli alberi risaliva il fiume e rimaneva debolmente prolungato, come se si librasse nell’aria in alto sulla nostra testa, fino allo spuntare del giorno. Se significasse guerra, pace, o preghiera non potevamo capirlo. Le albe venivano annunciate dalla discesa di una fredda tranquillità; i taglialegna dormivano, i loro fuochi bruciavano lentamente; lo spezzarsi di un rametto faceva sussultare. Eravamo viandanti in una terra preistorica, una terra che aveva l’aspetto di un pianeta sconosciuto. Avremmo potuto immaginare di essere i primi uomini a prendere possesso di un’eredità maledetta, da soggiogare a prezzo di una profonda angoscia e di un travaglio eccessivo. Ma d’improvviso, mentre ci affaticavamo intorno a un’ansa, ci apparivano alla vista pareti di giunchi, appuntiti tetti di paglia, uno scoppio di grida, un turbine di braccia nere, una grande quantità di mani che battevano, di piedi che scalpitavano, di corpi che dondolavano, di occhi che giravano, sotto una cappa di fogliame folto e immobile. Il vapore arrancava lento ai margini di una frenesia nera e incomprensibile. L’uomo preistorico ci malediva, ci implorava, ci dava il benvenuto – chi poteva dirlo? Eravamo tagliati fuori dalla comprensione dell’ambiente circostante; scivolavamo via come fantasmi, meravigliati e segretamente atterriti, come uomini sani di mente lo sarebbero di fronte a un’esplosione di entusiasmo in un manicomio. Non potevamo comprendere perché eravamo troppo lontani e non potevamo ricordare, perché stavamo viaggiando nella notte primordiale, in quelle epoche remote e passate, che non hanno quasi lasciato traccia – e nessun ricordo.
La terra pareva soprannaturale. Siamo avvezzi a posare lo sguardo sulla forma incatenata di un mostro domato, ma laggiù – laggiù si poteva posare lo sguardo su cose mostruose e libere. Era soprannaturale, e altrettanto lo erano gli uomini… No, non erano inumani. Be’, sapete, quella era la cosa peggiore – questo sospetto che loro non fossero inumani. Ti prendeva a poco a poco. Urlavano e saltavano, e si rigiravano, e facevano facce orribili; ma quello che faceva rabbrividire era proprio il pensiero della loro umanità – come la nostra – il pensiero della remota parentela con quel selvaggio e veemente tumulto. Brutto. Sì, era piuttosto brutto; ma se si era abbastanza uomini si ammetteva con se stessi che in noi c’era appunto una debolissima traccia di consenso alla terribile schiettezza di quel chiasso, un oscuro sospetto che ci fosse in quello un significato che noi – noi così distanti dalla notte primordiale – potevamo comprendere. E perché no? La mente dell’uomo è capace di qualsiasi cosa – perché vi è tutto, tutto il passato e tutto il futuro. Di che cosa si trattava dopotutto? Gioia, paura, dolore, devozione, valore, rabbia – chi può dirlo? – nient’altro che verità – verità spogliata della maschera del tempo. Lasciate che lo sciocco spalanchi la bocca e tremi di raccapriccio – il vero uomo sa, e può guardare senza battere ciglio. Ma deve essere uomo almeno quanto quelli sulla riva. Deve affrontare quella verità con la propria stoffa – con la propria forza innata. I princìpi non servono. Cose acquisite, vestiti, begli abiti – abiti che vanno in pezzi alla prima buona scossa. No; ci vuole una fede ponderata. Un richiamo fatto a me in questo strepito diabolico – c’è? Benissimo; lo sento; lo ammetto, ma ho una voce anch’io, e nel bene e nel male il mio è un discorso che non può essere messo a tacere. Ovviamente, uno sciocco, chi possiede semplice paura e buoni sentimenti, va sempre sul sicuro. Chi è che borbotta? Vi domandate se non scesi a terra per delle urla e una danza? Ebbene, no – non lo feci. Buoni sentimenti, dite? Al diavolo i buoni sentimenti! Non avevo tempo. Ero alle prese con biacca di piombo e strisce di coperte di lana per fasciare con bende quei tubi del vapore che perdevano – vi dico. Dovevo controllare la direzione, ed evitare quei tronchi sommersi, e far avanzare il trabiccolo di latta con le buone o con le cattive. Affiorava abbastanza verità da quelle operazioni per poter salvare un uomo più avveduto di me. E nel frattempo dovevo badare al selvaggio che faceva il fuochista. Era un esemplare più evoluto; riusciva a mantenere accesa una caldaia verticale. Era lì, sotto di me, e, parola mia, osservarlo era edificante quanto vedere un cane in una parodia di brache e cappello di piume, che camminasse sulle gambe posteriori. Pochi mesi di addestramento erano bastati a quel compare veramente in gamba. Strabuzzava gli occhi al manometro del vapore e all’indicatore dell’acqua con uno sforzo evidente di intrepidità – e aveva i denti limati, inoltre, il povero diavolo, e la lana sulla zucca rasata in forme bislacche, e su ognuna delle guance tre cicatrici ornamentali. Avrebbe dovuto trovarsi sulla riva a battere le mani e a scalpitare, ma invece lavorava sodo, schiavo di una strana stregoneria, colmo di un sapere che migliora. Era utile perché lo avevano addestrato; e quel che sapeva era questo – che se l’acqua scompariva da quella cosa trasparente, lo spirito maligno che stava dentro la caldaia si sarebbe adirato per la grandezza della propria sete, e si sarebbe vendicato terribilmente. Per cui sudava e manteneva il fuoco e studiava il vetro timoroso (con un improvvisato amuleto, fatto di stracci, legato al braccio, e un pezzo d’osso levigato, grande come un orologio, conficcato di piatto nel labbro inferiore), mentre le rive boscose ci scivolavano lentamente accanto, il breve rumore veniva lasciato indietro, per interminabili miglia di silenzio – e avanzavamo, verso Kurtz. Ma i tronchi sommersi erano fitti, l’acqua traditrice e poco profonda, la caldaia sembrava invero dare asilo a un diavolo imbronciato, e così né quel fuochista né io avevamo tempo per scrutare dentro i nostri pensieri striscianti.
A una cinquantina di miglia a valle della Stazione Interna arrivammo a una capanna di canne, un palo sbilenco e melanconico, con i brandelli irriconoscibili e penzolanti di quella che era stata una bandiera di qualche tipo, e una pila di legname accatastato in bell’ordine. La cosa era inaspettata. Giungemmo sull’argine, e sulla catasta di legna trovammo un pezzo di tavolato piatto con sopra una scritta a matita ormai sbiadita. Quando riuscimmo a decifrarla leggemmo: “Legno per voi. Affrettatevi. Avvicinarsi con cautela”. C’era una firma, ma era illegibile – non Kurtz – una parola molto più lunga. “Affrettatevi”. Verso dove? Su per il fiume? “Avvicinarsi con cautela”. Non lo avevamo fatto. Ma l’avvertimento non poteva riferirsi al posto in cui poteva essere trovato solo dopo essersi avvicinati. C’era qualcosa che non andava. Ma cosa – e in che misura? Quello era il problema. Commentammo negativamente l’idiozia di quello stile telegrafico. La boscaglia tutt’intorno non diceva nulla, e nemmeno ci consentiva di spingerci con lo sguardo molto lontano. Una logora tenda di saia rossa pendeva sulla soglia della capanna, e ci sventolava tristemente in faccia. L’abitazione era smantellata; ma potemmo capire che un bianco ci aveva vissuto non molto tempo prima. Ci rimaneva un tavolo rozzo – un’asse su due sostegni; un mucchio di spazzatura cacciato in un angolo buio, e presso la porta io raccolsi un libro. Aveva perso la copertina, e le pagine erano molto sporche e ammorbidite a forza di essere maneggiate; ma il dorso era stato amorevolmente ricucito con filo di cotone bianco, che appariva ancora pulito. Fu una scoperta straordinaria. Si intitolava: Indagine su alcuni aspetti dell’arte marinaresca, scritto da un certo Tower, Towson – o un nome del genere – Capitano della Marina di Sua Maestà. L’argomento appariva di lettura abbastanza noiosa, con diagrammi illustrativi e disgustose tavole di cifre, e la copia era vecchia di sessant’anni. Maneggiai quello stupefacente pezzo d’antiquariato con la maggiore tenerezza possibile, per tema che mi si dissolvesse tra le mani. Nel testo, Tower oppure Towson indagava con fervore il campo della massima tensione di rottura delle catene e dei paranchi di bordo, e altre questioni simili. Non un libro particolarmente attirante; ma a prima vista si poteva intuirvi un’unità di intenzioni, un’onesta preoccupazione per il modo giusto di lavorare, che rendeva brillanti di una luce diversa da quella solo professionale quelle umili pagine, stampate tanti anni prima. Il vecchio semplice marinaio, con il suo discorrere di catene e di paranchi, mi fece dimenticare la giungla e i pellegrini grazie a una deliziosa sensazione di essermi imbattuto senz’ombra di dubbio in qualcosa di reale. Che un libro simile si trovasse laggiù era già abbastanza stupefacente; ma ancora più straordinari erano gli appunti scritti a matita sui margini, e che si riferivano chiaramente al testo. Non potevo credere ai miei occhi! Erano cifrati! Sì, sembravano scritti in codice cifrato! Immaginatevi un uomo che si trascini appresso un libro di quella sorta in quel posto fuori dal mondo e che se lo studi – e prenda appunti – oltre tutto in cifra! Era un mistero stravagante.
Ero vagamente consapevole da un po’ di tempo di un noioso rumore, e quando sollevai gli occhi vidi che la catasta di legna era sparita, e il direttore, con il concorso di tutti i pellegrini, mi chiamava dalla riva del fiume. Mi feci scivolare il libro in tasca. Vi assicuro che interrompere quella lettura fu come strapparmi dal rifugio di una vecchia e consolidata amicizia.
Rimisi in moto lo sgangherato motore. “Deve trattarsi di quel disgraziato mercante – quell’intruso”, esclamò il direttore, guardando malevolo verso il luogo che avevamo lasciato indietro. “Deve essere inglese”, dissi io. “Non gli impedirà di cacciarsi nei guai se non sta attento”, mormorò il direttore cupamente. Io osservai con pretesa innocenza che nessun uomo era al sicuro da pericoli in questo mondo.
La corrente era più veloce ora, il vapore sembrava stesse per esalare l’ultimo respiro, la ruota a pale ricadeva languidamente, e mi scoprii ad ascoltare con impazienza il successivo battito del battello, perché veramente mi aspettavo che la sciagurata baracca si fermasse da un momento all’altro. Era come osservare gli ultimi guizzi di una vita. Eppure avanzavamo ancora. Alle volte sceglievo un albero un po’ avanti per misurare la nostra avanzata verso Kurtz, ma lo perdevo di vista invariabilmente prima di arrivare alla sua altezza. Tenere gli occhi tanto a lungo su un oggetto era troppo per la pazienza umana. II direttore ostentava una magnifica rassegnazione. Io mi crucciavo e smaniavo e presi a discutere con me stesso se fosse il caso di parlare o meno apertamente a Kurtz; ma prima che potessi giungere ad una qualche conclusione mi venne in mente che il mio parlare o stare zitto, e invero qualsiasi azione da parte mia, sarebbe stata una mera inutilità. Che cosa importava ciò che qualcuno sapeva o ignorava? Che importava chi era direttore? A volte si viene colti da un lampo di discernimento. I punti essenziali di quella storia si celavano sotto la superficie, oltre la mia portata, e oltre il mio potere di metterci bocca.
Verso sera, il secondo giorno, calcolammo di essere a circa otto miglia dalla base di Kurtz. Io volevo proseguire; ma il direttore aveva un’aria seria, e mi disse che la navigazione più avanti era così pericolosa che sarebbe stato più prudente, poiché il sole era già molto basso, aspettare lì dove eravamo fino al mattino dopo. In più, mi fece notare che se volevamo prestare fede a quell’avvertimento di avvicinarsi con cautela, ci si doveva avvicinare alla luce del giorno – non al crepuscolo, o al buio. Era un discorso assennato. Otto miglia volevano dire quasi tre ore di navigazione, con quel vapore, e inoltre vedevo increspature sospette sul tratto più a monte del fiume. Nonostante tutto, ero infastidito oltre modo dal ritardo, e del tutto irragionevolmente, poi, dal momento che una notte in più non poteva avere tanta importanza dopo tutti quei mesi. Siccome avevamo legna in abbondanza, e si doveva essere cauti, mi portai in mezzo alla corrente. Quel tratto di fiume era stretto, dritto, con gli argini alti come lo sterro di una ferrovia. Il crepuscolo vi sopraggiunse scintillante molto prima che il sole tramontasse. La corrente scorreva levigata e veloce, ma una muta immobilità gravava sulle sponde. Gli alberi vivi, allacciati tra loro dalle liane e ogni vivo cespuglio del sottobosco, sembravano essersi tramutati in pietra, fino al rametto più sottile, alla foglia più leggera. Non era sonno – sembrava innaturale, come uno stato di trance. Non si udiva il minimo suono di nessun tipo. Guardavamo sbigottiti, e cominciammo a sospettare di essere sordi – poi la notte sopraggiunse all’improvviso, e ci lasciò anche ciechi. Verso le tre di notte qualche grosso pesce saltò nell’acqua, e il forte tonfo mi fece sobbalzare come se fosse stato lo sparo di un fucile. Quando si levò il sole c’era una nebbia bianca, molto calda e umidiccia, e più accecante della notte. Non si muoveva né spostava; stava lì, tutto intorno, come una cosa solida. Alle otto o forse alle nove si sollevò come si solleva una serranda. Cogliemmo la visione della torreggiante moltitudine di alberi, dell’immensa giungla intrecciata, con il fiammeggiante dischetto del sole sospeso su di essa – tutto perfettamente immobile – e poi la bianca serranda ridiscese, morbidamente, come se scorresse in scanalature ben oliate. Diedi l’ordine di filare nuovamente l’ancora, che avevamo già cominciato a salpare. Prima che la catena finisse di scorrere sferragliando con un rumore sordo, un grido, un grido altissimo, come di infinita desolazione, si levò lentamente nell’aria opaca. Cessò. Un clamore lamentoso, modulato in selvagge dissonanze, ci riempì le orecchie. Fu talmente inaspettato che i capelli mi si drizzarono in testa. Non so che effetto ebbe sugli altri: a me sembrò come se avesse gridato la stessa foschia, tanto improvvisamente, e apparentemente da ogni parte allo stesso momento, si era levato quello strepito turbolento e lamentoso. Culminò in uno scoppio improvviso di strilli quasi intollerabilmente eccessivi, che si interruppero a un tratto, lasciandoci irrigiditi in una varietà di atteggiamenti ridicoli, e ostinatamente in ascolto del silenzio quasi altrettanto spaventevole ed eccessivo. “Buon Dio! Che cosa significa…”, balbettò uno dei pellegrini di fianco a me, un ometto grassoccio, con i capelli biondastri e delle fedine rosse, che portava scarpe con elastici sui lati, e i calzoni del pigiama rosa ficcati nelle calze. Altri due rimasero a bocca aperta per un intero minuto, poi sfrecciarono nella piccola cabina, per riuscire immediatamente di corsa e lanciare guizzanti occhiate spaventate, con in mano dei Winchester puntati. Quello che potevamo vedere era solo il vapore su cui ci trovavamo, i cui contorni erano indistinti come se fosse sul punto di dissolversi, e una nebbiosa striscia d’acqua, forse larga una sessantina di centimetri, intorno al battello – e basta. Il resto del mondo non esisteva, per quel che riguardava i nostri occhi e le nostre orecchie. Come non ci fosse. Sparito, scomparso; spazzato via senza lasciare un sussurro o un’ombra dietro di sé.
Andai a prua, e ordinai di recuperare la catena quanto possibile, in modo da esser pronti a spedare l’ancora e far partire subito il vapore se necessario. “Attaccheranno?”, sussurrò una voce spaventata. “Saremo tutti massacrati con questa nebbia”, mormorò un altro. I volti contratti per la tensione, le mani che tremavano leggermente, gli occhi che avevano dimenticato di battere. Era molto curioso vedere il contrasto tra le espressioni degli uomini bianchi e quelle dei componenti neri del nostro equipaggio, che in quella parte del fiume erano altrettanto stranieri di noi, sebbene le loro case si trovassero a solo ottocento miglia di distanza. I bianchi, ovviamente molto turbati, avevano inoltre una curiosa aria di essere dolorosamente sorpresi da un simile schiamazzo offensivo. Gli altri avevano un’espressione attenta, naturalmente interessata; ma i loro volti erano essenzialmente tranquilli, perfino quelli dei due o tre che facevano una smorfia nel tirare la catena dell’ancora. Parecchi di loro si scambiarono bofonchiando brevi frasi, che parvero bastare a soddisfarli riguardo a quel problema. Il loro capo, un negro giovane, dal petto largo, severamente avvolto in panni blu scuro orlati di frange, dalle narici feroci e con i capelli laboriosamente acconciati in ricciolini cosparsi d’olio, mi stava vicino. “Ah!”, dissi, tanto per essere socievole. “Pigliatelo”, disse aspramente, di scatto, allargando gli occhi iniettati di sangue e facendo balenare i denti aguzzi: “Pigliatelo. Datecelo a noi”. “A voi, eh?”, domandai; “che ne fareste?”. “Mangiarlo!”, disse, bruscamente, e, appoggiando il gomito sulla battagliola, si mise a studiare la nebbia con un atteggiamento solenne e profondamente pensieroso. Sarei rimasto senz’altro giustamente orripilato, se non mi fosse venuto in mente che lui e i suoi compari dovevano essere molto affamati: che la fame gli doveva essere andata aumentando almeno in quell’ultimo mese. Erano stati ingaggiati sei mesi prima (non credo che nessuno di loro avesse alcuna chiara idea del tempo, come la abbiamo noi ormai alla fine di innumerevoli secoli di storia. Vivevano ancora nei tempi primordiali – non avevano quell’esperienza che si acquisisce ereditariamente ad insegnarglielo, per così dire), e naturalmente, fintanto che a valle del fiume c’era un pezzo di carta redatto in accordo a qualche legge da farsa o chi sa che, non passava per il capo a nessuno di preoccuparsi di come vivevano. Di sicuro avevano portato con sé della carne d’ippopotamo guasta, che non sarebbe comunque potuta durare molto a lungo, anche se i pellegrini, in mezzo a uno stupefacente parapiglia, non ne avessero buttata in acqua una considerevole quantità. Era sembrata un’imposizione tirannica, ma si era davvero trattato di un caso di legittima difesa. Non si può respirare ippopotamo morto quando ci si sveglia, quando si dorme, mentre si mangia, e allo stesso tempo mantenere la precaria padronanza di sé. Oltre a quello, ogni settimana gli avevano dato tre pezzi di filo d’ottone, ognuno lungo circa venti centimetri; e in teoria con quella valuta avrebbero dovuto comprarsi le provviste dai villaggi lungo il fiume. Vi potete immaginare come la cosa funzionasse. O non c’erano villaggi, o gli abitanti erano ostili, o il direttore, che come tutti noi si cibava di scatolette, con l’aggiunta di tanto in tanto di un vecchio caprone, non voleva far fermare il battello per qualche più o meno recondita ragione. Così, a meno che non ingoiassero quel filo, o ci facessero dei lacci per accalappiarci i pesci, non vedo a cosa potesse servirgli il loro stravagante salario. Devo ammettere che gli veniva versato con una regolarità degna di una compagnia mercantile importante e rispettabile. Per il resto, la sola cosa da mangiare – con tutto che non avesse affatto l’aspetto mangereccio – che vidi in loro possesso furono alcuni grumi di qualcosa che sembrava un impasto di farina mezzo cotto, di un colore lavanda sporca, che tenevano avvolti in foglie, e di cui ogni tanto inghiottivano un boccone, ma talmente piccolo che sembrava lo facessero per darlo a vedere più che per qualsiasi serio proposito di sostentamento. Perché mai, in nome di tutti i tormentosi diavoli della fame, non ci si gettassero addosso – erano trenta contro cinque – e non facessero per una volta una bella scorpacciata, adesso quando ci penso mi stupisce. Erano uomini grossi e robusti, con non molta capacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni, coraggiosi, forti, nonostante il digiuno, anche se la loro pelle aveva perso lucentezza e i muscoli non erano più sodi. E capii che un qualche freno, uno di quei segreti umani che frustrano ogni probabilità, era entrato in gioco. Li guardavo con una repentina presa di interesse – ma non perché mi era venuto in mente che avrebbero potuto mangiarmi da lì a poco, sebbene devo confessarvi che proprio in quel momento percepii – in una nuova luce, per così dire – quanto malaticci apparivano i pellegrini, e speravo, sì, decisamente speravo che il mio aspetto non fosse altrettanto – come spiegarmi? – così – scarsamente appetitoso: uno sprazzo di capricciosa vanità che calzava a pennello con la sensazione di stare sognando che pervadeva i miei giorni a quel tempo. Forse avevo anche qualche linea di febbre. Ma non si può vivere stando perennemente a tastarsi il polso. Avevo spesso “qualche linea di febbre”, o un pizzico di qualche altro malanno – le giocose zampate della natura selvaggia, il preliminare baloccarsi che precede il ben più serio assalto che giungeva a tempo debito. Sì; li guardavo come si guarda qualsiasi altro essere umano, curioso dei loro impulsi, motivi, capacità, debolezze, una volta messi alla prova di un’inesorabile necessità fisica. Un freno! Quale freno possibile? Era superstizione, disgusto, pazienza, paura – o qualche forma di onore primitivo? Nessuna paura può resistere alla fame, nessuna pazienza può eliminarla, il disgusto semplicemente non esiste dove c’è la fame; e per quanto riguarda la superstizione, le convinzioni, e quel che potremmo chiamare i princìpi, non sono che pagliuzze nel vento. Non conoscete la diabolicità della lenta morte per fame, il suo tormento esasperante, i pensieri neri che la accompagnano, la sua ferocia cupa e rimuginante? Be’, io la conosco. Ci vuole tutta la propria forza interiore per combattere la fame. È davvero più facile affrontare un lutto, il disonore, e la perdizione della propria anima – che quel genere di fame prolungata. Triste, ma vero. E quei brav’uomini, inoltre, non avevano nessuna valida ragione per farsi alcun tipo di scrupolo. Freno! Tanto valeva aspettarsi che una iena vagante tra i cadaveri di un campo di battaglia si frenasse. Ma di fronte a me stavano i fatti – abbaglianti, ben visibili, come la schiuma sulle distese marine, come un’increspatura su di un enigma impenetrabile, un mistero ancora più grande – quando ci pensai – della singolare, inspiegabile nota di dolore disperato in quel clamore selvaggio che ci era passato accanto sulla sponda del fiume, dietro il cieco biancore della nebbia.
Due pellegrini stavano litigando in sussurri concitati riguardo a quale sponda. “La sinistra”. “No, no; che dici? La destra, la destra, naturalmente”. “È una faccenda seria”, disse la voce del direttore dietro di me; “ne sarei desolato se dovesse accadere qualcosa al signor Kurtz prima del nostro arrivo”. Lo guardai, e non dubitai minimamente della sua sincerità. Era proprio il tipo d’uomo che desiderava conservare le apparenze. Quello era il suo freno. Ma quando mormorò qualcosa riguardo al proseguire subito, io non mi curai nemmeno di rispondergli. Sapevo, e lo sapeva anche lui, che era impossibile. Se solo avessimo abbandonato la nostra presa sul fondo, ci saremmo trovati assolutamente sospesi nell’aria – nello spazio. Non saremmo stati in grado di sapere dove stavamo andando – se verso valle o contro corrente, o di traverso – fino a che non fossimo andati a urtare contro una delle due sponde, e senza capire lì per lì di quale si trattasse. Ovviamente non mi mossi. Non ero affatto disposto ad una rovinosa collisione. Non si sarebbe potuto immaginare un posto peggiore per un naufragio. Affogati subito o no, era sicuro che saremmo periti in un modo o nell’altro. “Vi autorizzo a correre qualsiasi rischio”, disse, dopo un breve silenzio. “Mi rifiuto di correrne”, dissi, seccamente; ed era giusto la risposta che si aspettava, anche se il tono poteva averlo sorpreso. “Bene, devo rimettermi al vostro giudizio. Il capitano siete voi”, disse, con marcata compostezza. Gli voltai le spalle mostrando di aver inteso, e mi misi a guardare la nebbia. Quanto sarebbe durata? Era il più sconfortante dei panorami. L’avanzata verso quel Kurtz che sgobbava in cerca di avorio tra squallide boscaglie era tormentata da altrettanti pericoli che se fosse stato una principessa incantata addormentata in un castello favoloso. “Pensate che attaccheranno?”, chiese il direttore, con tono confidenziale.
Io non pensavo che avrebbero attaccato, per parecchie evidenti ragioni. Una era la fitta nebbia. Se avessero lasciato la sponda a bordo delle loro canoe ci si sarebbero persi, come sarebbe capitato a noi se avessimo tentato di muoverci. Nondimeno, avevo anche stimato che la giungla di entrambe le sponde fosse piuttosto impenetrabile – e tuttavia nascondeva occhi, occhi che ci avevano visti. I cespugli sulla riva del fiume erano certo molto fitti; ma il sottobosco dietro ad essi era evidentemente penetrabile. Comunque, quando la nebbia si era diradata per un breve momento non avevo visto canoe in nessun punto del fiume – sicuramente non di fianco al battello. Ma ciò che mi rendeva l’idea di un attacco inconcepibile era la natura del rumore – delle grida che avevamo udito. Non avevano il tono feroce che faceva presagire intenzioni ostili immediate. Con tutto che fossero state inaspettate, selvagge e violente, mi avevano trasmesso un’affascinante impressione di dolore. L’apparizione del battello a vapore aveva per qualche ragione riempito quei selvaggi di dolore irrefrenabile. Ne dedussi che il pericolo, se mai, veniva dalla nostra prossimità a una grande passione umana scatenata. Persino un profondo dolore può alla fine trovare sfogo nella violenza – ma più generalmente prende la forma dell’apatia…
Avreste dovuto vedere gli sguardi dei pellegrini! Non avevano il coraggio di ghignare, o di ingiuriarmi: ma credo che pensassero che fossi impazzito – di paura, magari. Feci un vero e proprio discorso. Miei cari ragazzi, non serve a niente preoccuparsi. Stare in guardia? Be’, potete immaginare che guardassi la nebbia in cerca di segni che ne indicassero il diradarsi così come un gatto osserva un topo; ma per il resto i nostri occhi non ci erano di maggiore utilità che se ci trovassimo seppelliti profondamente in un cumulo di ovatta. E anche la sensazione era quella – asfissiante, calda, soffocante. Inoltre, tutto quello che avevo detto, sebbene suonasse stravagante, era assolutamente aderente ai fatti. Ciò a cui in seguito alludemmo come a un attacco era in realtà un tentativo di respingerci. L’azione era ben lontana dall’essere aggressiva – non era neanche difensiva, come si intende di solito: era stata presa sotto la spinta della disperazione, e nella sua essenza era puramente protettiva.
Si sviluppò, dovrei spiegare, due ore dopo che la nebbia si era diradata, e il suo inizio fu in un punto, approssimativamente parlando, circa un miglio e mezzo sotto la base commerciale di Kurtz. Ci eravamo appena dibattuti e dimenati attorno a un’ansa, quando vidi un isolotto, una semplice collinetta erbosa di un verde brillante, nel mezzo della corrente. Era l’unica cosa del genere; ma mentre il nuovo tratto di fiume si andava scoprendo, mi resi conto che era l’estremità di un lungo banco di sabbia, o piuttosto di una serie di bassi fondali che si allungavano nel centro del fiume. Erano scoloriti, proprio a fior d’acqua, e l’intero gruppo era visibile appena sotto il pelo dell’acqua, esattamente come la spina dorsale di un uomo è visibile lungo tutta la sua schiena, al centro, sotto la pelle. Ora, a quanto riuscivo a capire, potevo passargli a destra o a sinistra. Non conoscevo nessuno dei due canali, ovviamente. Le sponde sembravano alquanto simili tra loro, la profondità appariva la stessa; ma dato che mi avevano detto che la stazione commerciale si trovava sul lato ovest, logicamente mi diressi verso il passaggio a occidente. Avevamo appena fatto in tempo ad entrarci che mi resi conto che era molto più stretto di quanto avessi supposto. Alla nostra sinistra stava la lunga secca ininterrotta, e a destra un’alta, ripida sponda fittamente ricoperta di cespugli. Sopra quell’intrico gli alberi si levavano in ranghi serrati. Le fronde pendevano sopra il fiume molto folte, e ad intervalli distanziati il grosso ramo di un albero si sporgeva rigidamente sull’acqua. Era ormai pomeriggio inoltrato, l’aspetto della foresta era fosco, e una larga striscia d’ombra era già caduta sulla superficie della corrente. In quell’ombra navigavamo verso l’interno – molto lentamente, come potete immaginare. Spinsi il battello bene accosto alla riva poiché l’acqua era più profonda vicino alla sponda, come mi avvertiva lo scandaglio.
Uno dei miei amici affamati e pazienti scandagliava a prua proprio sotto di me. Quel battello a vapore era esattamente come una chiatta pontata. Sul ponte, c’erano due piccole tughe di legno di tek, con porte e finestre. La caldaia era a prua, e il macchinario spostato a poppa. Il tutto era coperto da un tetto leggero, sostenuto da puntelli. Sporgeva da quel tetto il fumaiolo, e davanti al fumaiolo una cabinetta costruita in travi bianche fungeva da casotto per il pilota. Conteneva un divanetto, due seggiolini pieghevoli, un Martini-Henry carico appoggiato in un angolo, un tavolino, e la ruota del timone. Aveva una larga porta sul davanti e un grosso portello su ognuno dei lati. Tutti e tre erano sempre tenuti spalancati, naturalmente. Io passavo i giorni appollaiato lassù, sull’estremità di prua di quel tetto, davanti alla porta. Di notte dormivo, o almeno ci provavo, sul divano. Un negro atletico che apparteneva a qualche tribù costiera, e istruito dal mio povero predecessore, era il timoniere. Portava un paio di orecchini di ottone, indossava una fascia di panno blu dalla vita alle caviglie, e aveva di sé un’altissima considerazione. Era la più volubile razza di sciocco che avessi mai visto. Governava il timone dandosi un sacco di arie quando ero nei pressi; ma se mi perdeva di vista, cadeva all’istante in preda a una spregevole tremarella, e lasciava che quel battello sgangherato gli prendesse la mano in un secondo.
Stavo lassù osservando la pertica di scandaglio, ed ero non poco infastidito dal vedere che a ogni verifica ne sporgeva dal fiume un pezzo sempre più lungo, quando vidi il negro che la manovrava smettere improvvisamente di farlo, e sdraiarsi sul ponte, senza nemmeno darsi la pena di ritirare a bordo la pertica. Però ne mantenne la presa, e quella si strascinava nell’acqua. Nello stesso tempo il fuochista, che pure potevo vedere sotto di me, si sedette di botto davanti alla fornace e chinò la testa. Restai stupefatto. Poi fui costretto a guardare il fiume in tutta fretta, perché c’era un tronco nel canale. Bastoncini, bastoncini piccoli, ci svolazzavano attorno – numerosi: mi sibilavano davanti al naso, andando a cadere sotto di me, sbattendo contro il casotto del pilota che mi stava dietro. Per tutto quel tempo il fiume, la riva, i boschi, restarono del tutto tranquilli – perfettamente tranquilli. Potevo soltanto sentire i tonfi pesanti della ruota che sciabordava a poppa e il picchiettare di quegli oggetti. Passammo sfiorando il tronco alla bell’e meglio. Frecce, per Giove! Ci stavano tirando addosso! Mi precipitai nel casotto a chiudere il portello dalla parte di terra. Quello sciocco di timoniere, le mani sulle caviglie del timone, sollevava le ginocchia, battendo i piedi, mordendosi le labbra, come un cavallo trattenuto per le briglie. Che il diavolo se lo porti! E stavamo arrancando a non più di tre metri dalla sponda. Dovetti sporgermi tutto in fuori per tentare di sganciare il pesante portello, e vidi una faccia tra le foglie alla stessa altezza della mia, che mi guardava feroce e immobile; e poi tutto a un tratto, come se un velo fosse stato sollevato davanti ai miei occhi, distinsi, dentro l’intricata oscurità, petti nudi, braccia, gambe, occhi scintillanti – la boscaglia brulicava di membra umane in movimento, lucenti, color del bronzo. I rami si scuotevano, oscillavano, e stormivano, le frecce partivano da lì dentro, e finalmente il portello cedette. “Barra al centro”, dissi al timoniere. Teneva la testa rigida, a faccia avanti; ma gli occhi gli ruotavano, continuava a sollevare e riabbassare i piedi dolcemente, la bocca gli schiumava un poco. “Sta’ calmo!”, dissi infuriato. Tanto valeva ordinare a un albero di non ondeggiare al vento. Mi scaraventai all’esterno. Sotto a me c’era un gran scalpiccio di piedi sul ponte di ferro; esclamazioni confuse; una voce strillò: “Ce la fate a tornare indietro?”. Scorsi un’increspatura a forma di V sull’acqua davanti a noi. Che? Un altro tronco sommerso! Una fucilata risuonò sotto i miei piedi. I pellegrini avevano aperto il fuoco con i loro Winchester, e stavano semplicemente schizzando del piombo dentro la boscaglia. Si alzò un dannato mucchio di fumo e lentamente si spinse davanti a noi. Gli tirai un paio di imprecazioni. Ora non riuscivo a vedere né l’increspatura né tantomeno il tronco sott’acqua. Restai sulla soglia, aguzzando gli occhi, e le frecce arrivavano a sciami. Avrebbero potuto essere avvelenate, ma avevano l’aria di non essere in grado di uccidere un gatto. La boscaglia prese a urlare. I nostri taglialegna sollevarono grida guerresche; la detonazione di un fucile proprio dietro di me mi assordò. Diedi una rapida occhiata da sopra la spalla, ed il casotto del pilota era ancora pieno di rumore e fumo quando mi gettai in un lampo sulla ruota del timone. Quello sciocco negro la aveva lasciata andare, per spalancare il portello e sparare con quel Martini-Henry. Era in piedi davanti alla grande apertura, fissando con occhi torvi; gli gridai di rientrare, mentre raddrizzavo l’improvvisa sbandata del battello. Non c’era spazio per svoltare nemmeno se avessi voluto, il tronco si trovava in qualche punto vicinissimo lì davanti tra quel maledetto fumo, non c’era tempo da perdere, così spinsi il battello verso l’argine – dritto contro l’argine, dove sapevo che l’acqua era più fonda.
Avanzammo lentamente lungo il fogliame che pendeva dall’alto in un turbinio di ramoscelli rotti e di foglie svolazzanti. Il fuoco di fucileria sotto di me si interruppe di colpo, come avevo previsto sarebbe successo una volta che i caricatori si fossero esauriti. Tirai indietro la testa a un guizzo scintillante che attraversò il casotto, entrando da un portello e uscendo dall’altro. Gettando lo sguardo oltre quel timoniere matto, che stava agitando il fucile scarico e urlando verso la riva, vidi vaghe forme di uomini che correvano piegati in due, saltando, scivolando, distinti, incompleti, evanescenti. Qualcosa di grande apparve nell’aria davanti al portello, il fucile volò in acqua, e l’uomo fece rapidamente un passo indietro, mi guardò da sopra la spalla in maniera straordinaria, profonda, familiare, e mi cadde sui piedi. Urtò due volte la ruota del timone con un lato della testa, e la punta di quello che sembrava una lunga canna vibrò con una sorta di acciottolio e sbatté contro un piccolo sgabellino pieghevole. Sembrava come se dopo aver strappato quell’oggetto dalle mani di qualcuno sulla riva, l’uomo avesse perso l’equilibrio nello sforzo. Il fumo sottile si era diradato, avevamo oltrepassato indenni il tronco sommerso, e spingendo avanti lo sguardo vidi che circa altri cento metri più in là sarei stato in grado di virare allontanandomi dall’argine; ma mi sentivo i piedi così caldi e bagnati che dovetti abbassare lo sguardo. L’uomo si era rigirato sulla schiena e mi fissava dritto negli occhi; reggeva quella canna stretta con entrambe le mani. Era l’asta di una lancia che, scagliata oppure introdotta attraverso l’apertura, lo aveva colpito al fianco proprio sotto le costole; la lama era penetrata fino a scomparire, dopo aver prodotto uno squarcio spaventevole; le mie scarpe erano zuppe; una pozza di sangue giaceva assolutamente immobile, luccicando rosso-scura sotto la ruota del timone; i suoi occhi brillavano di uno splendore stupefacente. La fucileria riprese. Mi guardò ansioso, stringendo la lancia come fosse una cosa preziosa, con l’aria di temere che io volessi tentare di portargliela via. Dovetti fare un sforzo per distogliere gli occhi dal suo sguardo e occuparmi di governare il battello. Con una mano raggiunsi a tentoni sopra la mia testa la corda del fischio del vapore, lo tirai lanciando precipitosamente uno stridio dopo l’altro. Il tumulto di grida irate e guerresche tacque all’istante, e allora dalle profondità del bosco sopraggiunse un lamento talmente tremulo e prolungato di lugubre paura e di totale disperazione come ci si potrebbe immaginare dopo il dileguarsi dell’ultima speranza dalla terra. Ci fu un grande trambusto nella boscaglia; la pioggia di frecce cessò, pochi ultimi spari risuonarono secchi – poi silenzio, nel quale il languido battito della ruota a pale mi giunse chiaramente alle orecchie. Spostai tutta la barra a dritta nel momento in cui il pellegrino col pigiama rosa, con impeto e assai agitato, compariva sulla soglia. “Mi manda il direttore…”, cominciò con tono ufficiale, e subito si fermò. “Mio Dio!”, disse, fissando il ferito. Noi due bianchi gli stavamo sopra, e il suo sguardo lustro e interrogativo ci comprendeva entrambi. Veramente sembrava come se da un momento all’altro ci avrebbe posto qualche domanda in un linguaggio incomprensibile; ma morì senza pronunciare un suono, senza fare il minimo movimento, senza contrarre un muscolo. Solo all’ultimissimo istante, come in risposta a qualche segnale che noi non potevamo vedere, a qualche sussurro che noi non potevamo udire, aggrottò cupamente le sopracciglia, e quell’accigliarsi diede alla sua nera maschera di morte un’espressione inconcepibilmente tetra, meditabonda e minacciosa. Il lucore dello sguardo interrogativo sbiadì rapidamente in una vacua trasparenza vitrea. “Sapete manovrare?”, chiesi impaziente all’agente. Fece un’aria incerta; ma gli agguantai il braccio, e lui capì al volo che intendevo fargli governare il battello, lo volesse o meno. A dirvi la verità, desideravo terribilmente cambiarmi le scarpe e le calze. “È morto”, mormorò il tipo, enormemente impressionato. “Potete ben dirlo”, dissi io, strattonando all’impazzata i lacci delle scarpe. “E a proposito, suppongo che anche il signor Kurtz sia morto oramai”.
Sul momento quello era il mio pensiero dominante. Mi sentivo estremamente contrariato, come se avessi scoperto di essermi dato da fare per qualcosa completamente privo di sostanza. Non avrei potuto essere più disgustato se avessi percorso tutta quella strada unicamente per parlare con il signor Kurtz. Parlare con… scaraventai una scarpa fuori bordo, e mi resi conto che quello era esattamente ciò che mi ero ripromesso – poter parlare con Kurtz. Feci la strana scoperta che non me lo ero mai immaginato a fare altro, capite, se non fosse parlare. Non mi dicevo: “Ormai non lo vedrò mai”, oppure: “Ormai non gli stringerò mai la mano”, ma: “Ormai non lo ascolterò mai”. L’uomo si presentava come una voce. Non che non lo associassi con qualche tipo di azione, ovviamente. Non mi avevano forse ripetuto su tutti i toni, di gelosia e ammirazione, che aveva raccolto, barattato, truffato, o rubato più avorio di tutti gli altri agenti messi insieme? Non era quello il punto. Il punto consisteva nel fatto che era una creatura dotata, e di tutte le sue doti quella che spiccava preminentemente, che gli conferiva una presenza concreta, era la sua capacità di parlare, le sue parole – il dono dell’espressione, lo strabiliante, illuminante, il più esaltante e il più spregevole, il flusso pulsante della luce, o l’ingannevole scorrere dal cuore di tenebre impenetrabili.
L’altra scarpa sparì volando in quel diavolo di fiume. Pensai: per Giove! È finita. È troppo tardi; è scomparso – il dono è scomparso, a causa di qualche lancia, freccia o mazza. Non sentirò mai quell’individuo parlare dopo tutto, e il mio dolore conteneva un sorprendente eccesso d’emozione, addirittura simile a quello che avevo notato nell’urlante dolore di quei selvaggi nella boscaglia. Non avrei potuto provare in alcun modo un abbandono più desolato nemmeno se fossi stato derubato di una fede o se avessi mancato il destino della mia vita… Perché sbuffa in questo modo stupido, qualcuno di voi? Assurdo? Va bene, assurdo. Dio Santo! Possibile che un uomo debba… To’, datemi del tabacco…».
Ci fu una pausa di profonda tranquillità, poi si accese un fiammifero, e apparve la faccia magra di Marlow, smunta, incavata, con pieghe verticali e le palpebre abbassate, con l’aria concentrata e attenta; e mentre tirava vigorose boccate dalla pipa, sembrava indietreggiare e avanzare dentro e fuori della notte al vacillare regolare della fiammella. Il fiammifero si spense.
«Assurdo!», gridò. «Questa è la cosa più difficile nel tentare di raccontare… Eccovi tutti qui, ciascuno ormeggiato a due buoni indirizzi, come uno scafo con due ancore, un macellaio dietro un angolo, un poliziotto dietro l’altro, ottimo appetito, e temperatura normale – e bravi – normale dal principio alla fine dell’anno. E dite: “Assurdo!”. È assurdo – un corno! Assurdo! Ragazzi miei, che vi potete aspettare da un uomo che per puro e semplice nervosismo aveva appena scaraventato fuori bordo un paio di scarpe nuove! Ora che ci penso, è stupefacente che non versassi lacrime. Sono fiero, nel complesso, della mia forza d’animo. Fui ferito sul vivo all’idea di aver perso il privilegio inestimabile di ascoltare il dotato Kurtz. Naturalmente mi sbagliavo. Il privilegio mi attendeva. Oh, sì, udii più che a sufficienza. Epperò avevo anche ragione. Una voce. Era pochissimo più che una voce. E potei udire – lui – essa – quella voce – altre voci – tutti loro erano così poco più che voci – e lo stesso ricordo di quei tempi permane attorno a me, impalpabile, come una vibrazione che si va estinguendo di un immenso chiacchiericcio, sciocco, atroce, gretto, barbaro, o semplicemente mediocre, senza alcun senso. Voci, voci – anche la stessa ragazza – ormai…».
Rimase silenzioso a lungo.
«Alla fine placai il fantasma delle sue doti con una menzogna», cominciò, d’improvviso. «Ragazza! Che! Ho detto una ragazza? Oh, lei non c’entra – per niente. Loro – voglio dire le donne – non c’entrano – non dovrebbero entrarci. Dobbiamo aiutarle a stare in quel loro mondo meraviglioso, per evitare che il nostro peggiori. Oh, lei non doveva entrarci. Avreste dovuto sentire il corpo dissotterrato del signor Kurtz che diceva: “La mia promessa sposa”. Avreste percepito allora in prima persona quanto lei non c’entrasse per niente. E il nobile osso frontale del signor Kurtz! Dicono che i capelli continuino a crescere alle volte, ma quel – ah – esemplare, colpiva per quanto era calvo. La natura selvaggia gli aveva sfiorato con un buffetto la testa, e, vedete, era come una palla – una palla di avorio; l’aveva accarezzato, e – ecco! – lui si era disseccato; lo aveva preso, amato, abbracciato, gli era entrata nelle vene, aveva consumato la sua carne, e sigillato l’anima di lui alla propria tramite le inconcepibili cerimonie di qualche diabolica iniziazione. Lui era il suo preferito viziato e cullato. Avorio? Direi di sì. Mucchi, cataste di avorio. La vecchia capanna di fango ne straripava. Avreste pensato che non fosse rimasta una sola zanna né sopra né sotto terra nell’intero paese. “Per lo più fossili”, aveva commentato il direttore, sprezzantemente. Non era più fossile di quanto lo sia io; ma lo chiamano fossile quando viene scavato. Pare che quei negri a volte seppelliscano le zanne – ma evidentemente non erano riusciti a seppellire quella partita abbastanza a fondo da poter sottrarre il dotato signor Kurtz al proprio destino. Ci riempimmo il battello, e dovemmo ammucchiarne parecchie sul ponte. In quel modo lui poteva vederlo ed esserne contento fintanto che riusciva a vedere, perché l’apprezzamento per il suo dono gli era restato fino all’ultimo. Avreste dovuto sentirlo dire: “Il mio avorio”. Oh, sì, io lo sentii. “La mia promessa, il mio avorio, la mia base, il mio fiume, il mio…”, tutto gli apparteneva. Trattenni il respiro in attesa di udire la natura selvaggia prorompere in un prodigioso scoppio di risa che avrebbe scosso le stelle immobili al loro posto. Tutto gli apparteneva – ma quello era nulla. La faccenda era di sapere a che cosa apparteneva lui, quante potenze della tenebra lo rivendicavano per sé. Quella era la riflessione che dava la pelle d’oca. Era impossibile – non era nemmeno salutare – cercare di immaginarsi. Si era conquistato un alto scranno tra i diavoli di quella terra – dico letteralmente. Non potete capire. Come potreste? – con un solido selciato sotto i piedi, circondati da vicini gentili pronti a rallegrarvi o a gettarsi su di voi, camminando tranquillamente tra il macellaio e il poliziotto, nel sacro terrore dello scandalo e della forca e dei manicomi – come potete immaginarvi in quale straordinaria regione delle epoche primordiali possa il piede non impastoiato di un uomo condurlo passando lungo il cammino della solitudine – totale solitudine senza un poliziotto – lungo il cammino del silenzio – silenzio totale, laddove nessuna voce d’avvertimento di un vicino gentile può essere udita sussurrarvi di pubblica opinione? Questi piccoli particolari fanno tutta la grande differenza. Quando spariscono bisogna far ricorso alla propria forza innata, alla propria capacità di credere. Naturalmente si può essere troppo sciocchi per fallire – troppo ottusi persino per sapere che si sta venendo attaccati dal potere della tenebra. Io ritengo che nessuno sciocco abbia mai barattato la propria anima con il diavolo: lo sciocco è troppo sciocco, o il diavolo è troppo diavolo – non saprei quale delle due. Oppure si può essere una creatura così straordinariamente elevata da essere completamente sordi e ciechi a tutto tranne a visioni e suoni celestiali. Allora la terra diventa solo un punto d’appoggio – e se quella condizione sia un guadagno o una perdita, non sta a me giudicarlo. Ma la maggior parte di noi non è né l’una né l’altra cosa. La terra per noi è un posto dove vivere, dove dobbiamo soffrire scene, suoni, e pure odori, per Giove: – respirare ippopotamo morto, per così dire, senza esserne contaminati. Ed allora, non vedete? Entra in gioco la propria forza, la fede nella propria abilità di scavare buche non troppo vistose per seppellirci quella roba – il proprio potere di dedizione, non a se stessi, ma a un oscuro mestiere che rompe la schiena dalla fatica. E quello è già abbastanza difficile. Badate, non sto cercando di scusare o neanche di spiegare – sto cercando di rendermi io stesso conto di – del – signor Kurtz – dell’ombra del signor Kurtz. Quello spettro iniziato, dal Nulla profondo mi onorò della sua stupefacente fiducia prima di svanire del tutto. Questo perché mi poteva parlare in inglese. Il vero Kurtz aveva studiato in parte in Inghilterra, e – come fu tanto compiacente di dire lui stesso – le sue simpatie andavano alla parte giusta. La madre era mezza inglese, il padre era mezzo francese. L’intera Europa contribuiva alla formazione di Kurtz; e di lì a poco venni a sapere che, del tutto a proposito, la Società Internazionale per la Soppressione dei Costumi Selvaggi lo aveva incaricato di fare un rapporto, come futura guida. E lo aveva anche scritto. L’ho visto. L’ho letto. Era eloquente, vibrante di eloquenza, ma troppo teso, penso. Aveva trovato tempo per diciassette pagine di fitta calligrafia! Ma deve essere stato prima che i suoi – diciamo – nervi, si guastassero, e lo spingessero ad assistere a certe danze di mezzanotte che terminavano con rituali indicibili, che – stando a quel che ho messo a malincuore insieme da quanto mi hanno raccontato in varie occasioni – venivano celebrati in suo onore – capite? – per il signor Kurtz in persona. Però era uno splendido pezzo di bravura letteraria. Il paragrafo d’apertura, tuttavia, alla luce di informazioni successive, ora mi colpisce come sinistro augurio. Cominciava con il sostenere che noi bianchi, dal grado di sviluppo cui eravamo arrivati, “dobbiamo necessariamente apparirgli [ai selvaggi] nelle sembianze di esseri soprannaturali – li avviciniamo con la potenza di una divinità”, e così via di questo passo. “Tramite il semplice esercizio della nostra volontà possiamo esercitare un’influenza positiva praticamente illimitata” ecc. ecc. Da quel punto spiccava il volo e mi trascinò con sé. La perorazione era magnifica, seppure difficile da ricordare, sapete. Mi diede la nozione di un’Immensità esotica dominata da un’augusta Benevolenza. Mi fece fremere di entusiasmo. Quello era l’illimitato potere dell’eloquenza – delle parole – di parole nobili e ardenti. Non c’erano accenni di tipo pratico a interrompere la magica corrente delle frasi, a meno di non voler considerare una specie di nota in fondo all’ultima pagina, scarabocchiata evidentemente molto dopo, con mano insicura, come l’esposizione di un metodo. Era molto semplice, e alla fine di quel commovente appello a tutti i sentimenti d’altruismo lanciava al lettore una fiammata, luminosa e terrificante, come il bagliore di un fulmine in un cielo sereno: “Sterminate tutti i bruti!”. La cosa curiosa era che sembrava essersi dimenticato del tutto di quel valido poscritto, perché, in seguito, quando in un certo senso tornò in sé, mi pregò ripetutamente di aver buona cura del “mio opuscolo” (come lo chiamava lui), poiché era sicuro che avrebbe avuto una buona influenza sulla sua carriera. Ero bene a conoscenza di tutte quelle cose, e, per di più, visto come andò a finire la faccenda, mi sarebbe toccato di aver cura del suo ricordo. E ho assolto il mio compito abbastanza da potermi concedere il diritto inoppugnabile di deporlo, se mi va, nel riposo eterno nel bidone della spazzatura del progresso, tra tutte le immondizie e, metaforicamente parlando, tutti i gatti morti della civiltà. Ma alla fin fine, capite, non posso scegliere. Non verrà dimenticato. Qualunque cosa fosse, lui non era comune. Aveva il potere di ammaliare o spaventare le anime primitive fino a spingerle a una esasperata danza delle streghe in suo onore; riusciva anche a colmare le piccole anime dei pellegrini di presentimenti amari: ebbe alla fine un amico devoto, e aveva conquistato un’anima al mondo che non era né primitiva né infettata di egoismo. No; non posso dimenticarlo, sebbene io non sia preparato ad affermare che quell’uomo valesse esattamente quella vita che perdemmo nel giungere fino a lui. Il mio timoniere mi mancò terribilmente – mi mancava già mentre il suo corpo giaceva ancora nel casotto del pilota. Forse riterrete non poco strano questo rimpianto per un selvaggio che non contava più di un granello di sabbia in un oscuro Sahara. Ebbene, non capite, aveva fatto qualcosa, aveva governato il timone; per mesi lo avevo avuto dietro le spalle – un aiuto – uno strumento. Era una specie di società. Lui manovrava il timone per conto mio – e io mi dovevo occupare di lui, mi preoccupavo delle sue mancanze, e in quel modo si era creato un tenue legame, di cui mi resi conto solo quando venne improvvisamente spezzato. E l’intima profondità di quello sguardo che mi diede quando fu ferito permane a tutt’oggi nel mio ricordo – come la rivendicazione di una lontana consanguineità affermata in un momento supremo.
Povero sciocco! Se solo avesse lasciato stare quel portello. Non aveva freni, nessun freno – proprio come Kurtz – un albero strattonato dal vento. Non appena mi fui messo un paio di ciabatte asciutte, lo trascinai fuori, dopo avergli prima strappato la lancia dal fianco, operazione che, confesso, eseguii con gli occhi serrati stretti. I suoi talloni sobbalzarono insieme sul piccolo gradino della soglia; le sue spalle mi premevano il petto; lo abbracciavo da dietro con accanita disperazione. Oh! Era pesante, pesante; più pesante di ogni altro uomo al mondo, credo. Poi senza chiasso lo gettai fuori bordo. La corrente lo ghermì come fosse stato un ciuffo d’erba, e vidi il corpo girare due volte su se stesso prima di perderlo di vista per sempre. Tutti i pellegrini e il direttore si trovarono poi radunati sul ponte di coperta presso il casotto del pilota, chiacchierando tra loro come uno stormo di gazze eccitate, e ci fu un mormorio scandalizzato nei confronti della mia insensibile sollecitudine. Per che cosa mai volessero conservarsi tra i piedi quel corpo non riesco a capirlo. Per imbalsamarlo, magari. Ma avevo sentito anche un altro mormorio, e alquanto sinistro, sul ponte inferiore. I miei amici taglialegna erano anch’essi scandalizzati, e a maggior ragione – anche se ammetto che la ragione in sé era proprio inammissibile. Oh, del tutto! Mi ero convinto che se il mio timoniere buon’anima doveva essere mangiato, solo i pesci lo avrebbero fatto. Era stato da vivo proprio un timoniere di seconda categoria, ma ora che era morto avrebbe potuto diventare una tentazione di prima classe, e magari provocare qualche guaio terribile. Per di più, ero ansioso di prendere il timone, dato che l’uomo in pigiama rosa si dimostrava un irrimediabile buonannulla in quell’operazione.
Lo feci non appena il semplice funerale ebbe termine. Stavamo andando a mezza forza, mantenendoci proprio nel mezzo della corrente, e ascoltavo i discorsi fatti intorno a me. Avevano rinunciato a Kurtz, avevano rinunciato alla base; Kurtz era morto, e la base era stata data alle fiamme – e così via –. Il pellegrino dai capelli rossi era fuori di sé al pensiero che almeno quel povero Kurtz era stato giustamente vendicato. “Dico! Dobbiamo averne fatto una notevole carneficina nella boscaglia. Eh? Che ne pensate? Dite?”. Ballava letteralmente, il piccolo pitocco rossiccio assetato di sangue. Ed era quasi svenuto nel vedere il ferito! Non potei trattenermi dal dire: “Di sicuro avete fatto un notevole mucchio di fumo”. Avevo visto, dal modo in cui le cime dei cespugli frusciavano e svolazzavano, che quasi tutti i colpi eran finiti troppo alti. Non si può colpire nulla se non si prende la mira e non si spara imbracciando il fucile; ma quei compari sparavano dall’altezza dei fianchi con gli occhi chiusi. La ritirata, sostenni – e avevo ragione – era stata causata dal sibilo del fischio a vapore. A questa mia uscita dimenticarono Kurtz, e cominciarono a urlarmi contro con sdegnate proteste.
Il direttore se ne stava accanto alla ruota del timone mormorando confidenzialmente sulla necessità di allontanarsi ben bene giù lungo il fiume, prima del buio ad ogni buon conto, allorché vidi in lontananza una radura sull’argine del fiume e il contorno di una specie di costruzione. “Che cos’è quello?”, chiesi. Lui batté le mani meravigliato. “La stazione commerciale!”, gridò. Accostai subito, procedendo ancora a mezza forza.
Con il binocolo vidi il pendio di una collina cosparsa di rari alberi e del tutto libera da sottobosco. Una lunga costruzione fatiscente sulla sommità stava mezzo sepolta nell’erba alta; i larghi buchi nel tetto appuntito si spalancavano neri di lontano; la giungla e i boschi ne costituivano lo sfondo. Non c’era nessun tipo di recinzione o staccionata; ma ce ne era stata una in apparenza, poiché vicino alla casa restava una mezza dozzina di pali sottili in fila, tagliati alla bell’e meglio, e con le estremità superiori ornate da sfere intagliate. Le stecche trasversali, o qualunque cosa ci fosse stato nel mezzo, erano sparite. Ovviamente il tutto era circondato dalla foresta. La sponda del fiume era sgombra, e sull’argine vidi un bianco sotto un cappello simile a una ruota di carro che faceva persistentemente cenni con tutto il braccio. Esaminando il limitare della foresta sopra e sotto, fui quasi certo di poter scorgere dei movimenti – forme umane che strisciavano qua e là. Mantenni l’andatura passando oltre per prudenza, quindi fermai le macchine e lasciai che il battello tornasse indietro alla deriva. L’uomo sulla riva cominciò a gridare, esortandoci ad approdare. “Siamo stati attaccati”, strillò il direttore. “Lo so – lo so. Va tutto bene”, urlò di rimando l’altro, allegro quanto mai. “Venite pure. Va tutto bene. Molto lieto”. Il suo aspetto mi ricordava qualcosa che avevo visto – qualcosa di buffo che avevo visto da qualche parte. Mentre manovravo per attraccare, mi domandavo: “A che cosa assomiglia questo tizio?”. D’improvviso ci arrivai. Sembrava un arlecchino. I suoi vestiti erano stati ricavati da qualche tessuto che probabilmente era tela d’Olanda marrone, ma era ricoperto dappertutto di toppe, di toppe chiare, blu, rosse, e gialle – toppe sul dorso, toppe sul davanti, toppe sui gomiti, sulle ginocchia; un bordo colorato tutt’intorno alla giacca, un orlo scarlatto al fondo dei pantaloni; e la luce del sole gli dava un aspetto assolutamente allegro e meravigliosamente elegante malgrado tutto, perché si vedeva con quanta cura era stato fatto tutto quel lavoro di rammendo. Un viso da ragazzo, imberbe, molto chiaro, senza tratti salienti notevoli, naso spellato, occhietti azzurri, sorrisi e ciglia aggrottate che si avvicendavano su quella fisionomia aperta come luce e ombra su una pianura spazzata dal vento. “Fate attenzione, capitano!”, gridò; “c’è un tronco sommerso che si è piantato qua sotto ieri notte”. “Che! Un altro tronco?”. Confesso che imprecai vergognosamente. Avevo quasi squarciato la mia sgangherata carretta, tanto per completare quell’incantevole traversata. L’arlecchino sull’argine volse il nasetto camuso verso di me. “Voi inglese?”, chiese, tutto sorridente. “Voi?”, gridai io dalla ruota del timone. Il sorriso svanì, e scosse la testa come se gli rincrescesse del mio disappunto. Poi si illuminò tutto. “Non fa niente!”, gridò, come incoraggiandomi. “Siamo in tempo?”, domandai. “Lui è lassù”, replicò, accennando con la testa verso la collinetta, e facendosi all’improvviso malinconico. Il suo viso era come il cielo d’autunno, ora annuvolato e l’istante successivo limpido.
Quando il direttore, scortato dai pellegrini, tutti armati fino ai denti, si fu diretto verso la casa quel tomo salì a bordo. “Dico, non mi sconfinfera. Nella boscaglia ci sono gli indigeni”, dissi io. Mi rassicurò premuroso che andava tutto bene. “È gente semplice”, aggiunse; “be’, mi fa piacere che siate arrivati. Mi ce n’è voluto per tenerli alla larga”. “Ma avete detto che andava tutto bene”, gridai. “Oh, non avevano intenzione di fare del male”, disse; e siccome lo fissavo si corresse: “Non precisamente”. Poi con vivacità: “In fede mia, la vostra cabina ha bisogno di una bella pulita!”. Col respiro successivo mi consigliò di mantenere vapore a sufficienza nella caldaia per far fischiare la sirena in caso di guai. “Un buon fischio vi servirà più di tutti i vostri fucili. È gente semplice”, ripeté. Cicalava a una tale velocità che davvero mi travolgeva. Sembrava stesse cercando di recuperare un lungo periodo di silenzio, e accennò realmente, ridendo, che le cose stavano proprio così. “Non parlate con il signor Kurtz?”, dissi. “A quell’uomo non si parla – lo si ascolta”, esclamò con un’aria grave di elogio. “Ma ormai…”. Fece un gesto col braccio, e immediatamente sprofondò negli estremi abissi dello sconforto. Dopo un istante si ravvivò ancora con un salto, si impossessò di entrambe le mie mani, continuò a scuoterle, mentre farfugliava: “Fratello marinaio… onore… piacere… gioia… presentarmi… russo… figlio di un arciprete… Amministrazione di Tambov… Che? Tabacco! Tabacco inglese; l’eccellente tabacco inglese! Oibò, è un gesto fraterno. Fumare? E qual è il marinaio che non fuma?”.
La pipa lo placò, e a poco a poco scoprii che era scappato da scuola, era andato per mare a bordo di una nave russa; di nuovo scappato; aveva prestato servizio su navi inglesi per qualche tempo; si era ormai riconciliato con l’arciprete. Si era fatto un dovere di farlo. “Ma quando si è giovani si deve vedere il mondo, fare esperienza, sviluppare idee; allargare la mente”. “Quaggiù!”, lo interruppi. “Non si può mai dire! Quaggiù ho incontrato il signor Kurtz”, disse lui, giovanilmente solenne e con aria di rimprovero. Dopo di quello tenni a freno la lingua. Pare che avesse persuaso una compagnia commerciale olandese sulla costa a equipaggiarlo con scorte e merci, ed era partito per l’interno a cuor leggero, e nessuna idea in più riguardo a quello che gli sarebbe accaduto di quante ne possa avere un bambino. Vagabondava lungo quel fiume da quasi due anni, solo, tagliato fuori da tutto e da tutti. “Non sono così giovane come sembro. Ho venticinque anni”, disse. “All’inizio il vecchio Van Shuyten mi diceva di andare al diavolo”, narrò con vivo piacere; “ma io non lo mollai, e parlai e parlai, fino a che ebbe paura che non la finissi più con le chiacchiere, così mi diede qualche mercanzia da poco e un po’ di fucili, e mi disse che sperava di non vedere mai più la mia faccia. Caro vecchio olandese, Van Shuyten. Gli ho inviato una piccola partita di avorio un anno fa, in modo che non mi possa dare del ladruncolo quando ritorno. Spero che l’abbia ricevuta. E per il resto non me ne curo. Avevo accatastato del legno per voi. Quella era la mia vecchia casa. L’avete visto?”.
Gli consegnai il libro di Towson. Fece come per baciarmi, ma si trattenne. “Il solo libro che avevo lasciato, e pensavo di averlo perduto”, disse, guardandolo estatico. “Accadono tanti incidenti a un uomo che se ne va in giro da solo, sapete. A volte le piroghe si rovesciano – e alle volte ci si deve squagliare in fretta quando la gente si infuria”. Toccava le pagine. “Prendevate appunti in russo?”, domandai. Annuì. “Pensavo che fossero caratteri cifrati”, dissi. Rise, poi si fece serio. “Ho avuto un mucchio di problemi per tenere alla larga quella gente”, disse lui. “Vi volevano uccidere?”, chiesi. “Oh, no!”, gridò, e si arrestò. “Perché ci hanno attaccati?”, lo incalzai. Esitò, quindi disse vergognoso: “Non vogliono che lui se ne vada”. “Non vogliono?”, dissi, curioso. Fece un cenno d’assenso pieno di mistero e saggezza. “Credetemi”, esclamò, “quell’uomo mi ha allargato la mente”. Allargò le braccia, fissandomi con quei suoi occhietti azzurri perfettamente rotondi».
III.
«Lo guardai, imbambolato dallo stupore. Stava là, davanti a me, vestito da arlecchino, come se fosse fuggito da una compagnia di mimi, entusiasta, favoloso. La sua stessa esistenza era inverosimile, inesplicabile, e del tutto stupefacente. Era un problema insolubile. Era inconcepibile come avesse potuto esistere, come fosse riuscito ad arrivare così lontano, come avesse fatto a rimanere – perché non scomparisse di colpo. “Sono andato un po’ più avanti”, disse, “poi ancora un po’ più avanti – fino ad andare così lontano che non so come potrò mai tornare indietro. Non importa. C’è un mucchio di tempo. Me la caverò. Portate via Kurtz alla svelta – alla svelta – vi dico”. Il fascino della giovinezza avvolgeva i suoi stracci variopinti, la sua miseria, la sua solitudine, la sostanziale desolazione dei suoi futili vagabondaggi. Per mesi – per anni – la sua vita era sembrata agli sgoccioli; eppure eccolo là, eroicamente, spensieratamente vivo, all’apparenza indistruttibile unicamente in virtù dei suoi pochi anni e della sua audacia irriflessiva. Ero sedotto da qualcosa di simile all’ammirazione – all’invidia. Il fascino lo spingeva avanti, il fascino lo conservava illeso. Sicuramente non voleva null’altro da quella terra selvaggia che spazio sufficiente per respirare e per farsi strada. La sua esigenza era esistere e andare avanti col più grande rischio possibile, e col massimo di privazioni. Se mai lo spirito di avventura assolutamente puro, disinteressato, privo di senso pratico aveva dominato un essere umano, certo lo faceva con quel giovane rivestito di toppe. Gli invidiai quasi il possesso di quella fiamma limpida e modesta. Sembrava avergli bruciato ogni pensiero di sé così completamente che, perfino mentre ti stava parlando, dimenticavi che era lui – l’uomo davanti ai tuoi occhi – ad aver passato tutto quello. Tuttavia non gli invidiavo la sua devozione a Kurtz. Non ci aveva riflettuto. Gli era capitata, e l’aveva accettata con una sorta di fatalismo appassionato. Devo dire che mi appariva la cosa in assoluto più pericolosa in cui si fosse imbattuto fino ad allora.
Erano venuti a contatto inevitabilmente, come due navi in bonaccia l’una vicino all’altra che alla fine si strusciano i fianchi. Ritengo che Kurtz volesse un pubblico, perché in una certa occasione, quando erano accampati nella foresta, avevano parlato tutta la notte, o più probabilmente aveva parlato Kurtz. “Parlammo di tutto”, disse, piuttosto accalorato al ricordo. “Dimenticai perfino l’esistenza del sonno. Sembrò che la notte non durasse neanche un’ora. Di tutto! Di tutto! …Anche di amore”. “Ah, vi ha parlato d’amore!”, dissi, molto divertito. “Non è quello che pensate”, gridò, quasi con passione. “Si trattava in generale. Mi ha fatto capire delle cose – delle cose”.
Levò le braccia al cielo. Eravamo sul ponte in quel momento, ed il capo dei miei taglialegna, che andava a zonzo là nei pressi, rivolse verso di lui i suoi occhi gravi e brillanti. Mi guardai intorno, e non so perché, ma vi assicuro che mai, mai prima quella terra, quel fiume, quella giungla, lo stesso arco di quel cielo splendente mi erano apparsi così privi di speranza e così bui, così impenetrabili per il pensiero umano, così impietosi verso l’umana debolezza. “E da allora in poi siete stato con lui, naturalmente?”, dissi.
Al contrario. Sembrava che la loro relazione fosse stata spesso interrotta per varie cause. Era, come mi rivelò orgogliosamente, riuscito a curare Kurtz durante due malattie (vi alludeva come si farebbe di una qualche azione rischiosa), ma di regola Kurtz girovagava da solo, ben addentro le profondità della foresta. “Molto spesso venendo in questa base ho dovuto aspettare giorni e giorni prima che si facesse vivo”, disse. “Ah, ne valeva la pena! – a volte”. “Cosa faceva? Esplorava o cos’altro?”, chiesi. “Oh sì, certamente”; aveva scoperto molti villaggi, anche un lago – non sapeva esattamente in quale direzione; era pericoloso indagare troppo – ma per lo più le sue spedizioni erano state fatte per l’avorio. “Ma non aveva merci da scambiare, allora”, obiettai. “Ci sono rimaste ancora un bel po’ di cartucce”, rispose guardando lontano. “Per parlare chiaramente, razziava il paese”, dissi. Annuì. “Non da solo, di sicuro!”. Borbottò qualcosa riguardo ai villaggi attorno a quel lago. “Kurtz era riuscito a farsi seguire dalla tribù?”, suggerii. Si impazientì un po’. “Lo adoravano”, disse. Il tono di queste parole fu così straordinario che lo scrutai con uno sguardo indagatore. Era curioso vedere il suo rimescolio di ardore e di riluttanza nel parlare di Kurtz. Quell’uomo riempiva la sua vita, occupava i suoi pensieri, dominava le sue emozioni. “Che cosa vi aspettavate?”, esplose; “era arrivato da loro con lampi e tuoni, sapete – e non avevano mai visto niente del genere – e di così terribile. Sapeva essere terribile. Non potete giudicare il signor Kurtz come giudichereste un uomo comune. No, no, no! Ora – solo per darvi un’idea – non mi rincresce dirvelo, un giorno voleva sparare anche a me – ma non lo giudico”. “Spararvi!”, esclamai. “E perché mai?”. “Be’, avevo una piccola partita di avorio che il capo del villaggio vicino alla mia casa mi aveva dato. Vedete, sparavo alla selvaggina per conto loro. Ebbene, lo voleva lui, e non voleva sentir ragioni. Disse che mi avrebbe ucciso se non gli avessi dato l’avorio e quindi non mi fossi tolto di mezzo dal paese, perché era capace di farlo, e ne aveva lo sghiribizzo, e non c’era nulla al mondo che potesse impedirgli di uccidere chi diavolo gli piaceva. Ed era proprio vero. Gli detti l’avorio. Che me ne importava! Ma non me ne andai. No, no. Non potevo lasciarlo. Dovevo fare attenzione, certo, fino a quando saremmo tornati amici ancora una volta. Fu allora che si ammalò la seconda volta. Dopodiché dovetti starmene alla larga; ma non mi importava. Viveva per lo più in quei villaggi sul lago. Quando scendeva fino al fiume, qualche volta provava simpatia per me, altre volte era meglio che stessi attento. Quell’uomo soffriva troppo. Odiava tutto questo, eppure, in un certo senso non se ne poteva allontanare. Quando ne ebbi l’occasione lo pregai di provare a partire finché era in tempo; mi offrii di tornare indietro con lui. E diceva di sì, e poi rimaneva; partiva per un’altra caccia all’avorio; scompariva per settimane; dimenticava se stesso tra queste genti – dimenticare se stesso – capite”. “Diamine! È pazzo”, dissi. Protestò indignato. Il signor Kurtz non poteva essere pazzo. Se lo avessi sentito parlare, solo due giorni prima, non avrei osato insinuare una cosa simile… Mentre parlavamo avevo preso il mio binocolo, e stavo guardando la riva, spaziando lungo il limite della foresta da ogni lato e sul retro della casa. La consapevolezza che ci fosse della gente in quella boscaglia, così silenziosa, così calma – altrettanto silenziosa e calma della casa in rovina sulla collina – mi fece sentire a disagio. Non c’era traccia sul volto della natura di quel sorprendente racconto, che non mi veniva tanto raccontato quanto piuttosto suggerito con esclamazioni desolate, completate da alzate di spalle, con frasi interrotte, con accenni che finivano in profondi sospiri. I boschi restavano immobili, come una maschera – pesanti, come la porta sprangata di una prigione – guardavano con la loro aria di consapevolezza occulta, di attesa paziente, di silenzio inavvicinabile. Il russo mi stava spiegando che era solo da poco che il signor Kurtz era sceso verso il fiume, portandosi dietro tutti i guerrieri di quella tribù del lago. Era stato via per parecchi mesi – finendo per farsi adorare, credo – ed era disceso inaspettatamente, apparentemente con l’intenzione di compiere una scorreria o al di là del fiume o a valle. Evidentemente la brama di altro avorio aveva avuto la meglio su – come potrei dire? – aspirazioni meno materiali. Tuttavia, le sue condizioni erano d’improvviso molto peggiorate. “Seppi che giaceva irrimediabilmente malato, e così mi presentai – colsi quell’occasione”, disse il russo. “Oh, è malato, molto malato”.
Diressi il mio binocolo verso la casa. Non c’erano segni di vita, ma c’era il tetto in rovina, la lunga parete di fango che spuntava dall’erba, con tre piccole aperture quadrate per le finestre, nessuna della stessa grandezza; vedevo tutto questo a portata di mano, per così dire. E allora feci un movimento brusco, ed uno dei restanti paletti di quello steccato sparito entrò di colpo nel campo visivo del mio cannocchiale. Vi ricordate che vi avevo detto di essere stato colpito a distanza da alcuni tentativi di decorazioni, che risaltavano non poco nell’aspetto rovinoso del luogo. In quel momento ne ebbi improvvisamente una visione più ravvicinata, ed il primo effetto fu di farmi gettare il capo all’indietro come ad evitare una botta. Poi passai attentamente da paletto a paletto con il binocolo, e compresi il mio sbaglio. Quelle protuberanze rotonde non erano ornamentali ma simboliche; erano espressive e sconcertanti, impressionanti e sgradevoli – cibo per i pensieri e anche per gli avvoltoi, sempre che ce ne fosse stato qualcuno a guardare giù, dal cielo; ma in ogni caso cibo per quelle formiche così volenterose da arrampicarsi sul palo. Sarebbero state ancora più impressionanti, quelle teste su pertiche, se i loro visi non fossero stati rivolti verso la casa. Solo uno, il primo che avevo distinto, era rivolto verso di me. Non ne fui così turbato come potreste pensare. Lo scatto all’indietro che avevo fatto non era stato in realtà altro che un moto di sorpresa. Sapete, mi ero aspettato di vedere una sfera di legno. Ritornai di proposito alla prima che avevo visto – stava là, nera, rinsecchita, incavata, a palpebre chiuse – una testa che sembrava dormire sulla cima di quel palo, e che, con le secche labbra aggrinzite che mostravano la sottile linea bianca dei denti, stava pure sorridendo, sorridendo in continuazione a qualche sogno interminabile e giocoso di quel sonno eterno.
Non sto svelando alcun segreto commerciale. È un fatto che il direttore disse in seguito che i metodi del signor Kurtz avevano portato alla rovina il distretto. Non ho alcuna opinione al riguardo, ma voglio capiate chiaramente che non c’era nessun vantaggio nel fatto che le teste fossero là. Indicavano solo che il signor Kurtz non aveva freno nel soddisfare le sue diverse brame, che in lui mancava qualcosa – un qualcosina che, quando il bisogno urgente si faceva sentire, non poteva essere trovato nella sua splendida eloquenza. Se lui fosse al corrente di questa sua mancanza, non saprei dire. Penso che alla fine arrivò ad esserne consapevole – solo alla fine. Ma la terra selvaggia lo aveva scoperto presto, e si era presa su di lui una terribile vendetta per quella fantastica invasione. Penso che gli avesse sussurrato cose su di lui che lui stesso non sapeva, cose di cui non aveva idea fino a quando non ebbe consultato quella grande solitudine – e quel sussurro era risultato irresistibilmente affascinante. Aveva echeggiato fragorosamente dentro di lui perché era vuoto fin nel profondo… Posai il binocolo, e la testa che era apparsa così vicina da poterle parlare sembrò d’un tratto essere balzata via a una distanza inaccessibile.
L’ammiratore del signor Kurtz era un poco mortificato. Con voce frettolosa e indistinta cominciò ad assicurarmi che non aveva osato buttare giù quei – diciamo, simboli. Non aveva paura degli indigeni; non si sarebbero mossi fino a quando il signor Kurtz non avesse dato l’ordine. Il suo ascendente su di loro era straordinario. Gli accampamenti di quella gente circondavano il luogo, ed i capi venivano ogni giorno a vederlo. Arrivavano strisciando… “Non voglio sapere nulla delle cerimonie rituali usate nell’avvicinare il signor Kurtz”, gridai. Curiosa, questa sensazione che mi prese: che tali dettagli sarebbero stati più intollerabili di quelle teste poste a seccare sulle pertiche sotto le finestre del signor Kurtz. In fondo, quello era solo uno spettacolo barbaro, mentre sembrava che improvvisamente fossi a un passo dall’essere trasportato in una buia regione di orrori sottili, dove la pura e semplice barbarie era un sollievo positivo, essendo qualcosa che aveva il diritto di esistere – ovviamente – alla luce del sole. Il giovanotto mi guardò sorpreso. Ritengo che non gli passasse per la mente che il signor Kurtz non potesse essere un mio idolo. Dimenticava che non avevo ascoltato nessuno di quegli splendidi monologhi su, che cosa? Sull’amore, la giustizia, il comportamento nella vita – o cos’altro ancora. Se si fosse trattato di strisciare davanti al signor Kurtz, lui avrebbe strisciato proprio quanto il più selvaggio di tutti loro. Non avevo idea delle circostanze, disse: quelle teste erano le teste di ribelli. Lo scossi troppo profondamente con la mia risata. Ribelli! Quale sarebbe stata la definizione successiva che avrei sentito? C’erano stati nemici, criminali, lavoratori – e questi erano ribelli. Quelle teste ribelli mi parevano decisamente sottomesse su quei paletti. “Non sapete come un tale tipo di vita possa mettere alla prova un uomo come Kurtz”, gridò l’ultimo discepolo di Kurtz. “E voi, allora?”, dissi. “Io! Io! Io sono un uomo semplice. Non ho grandi idee. Non voglio niente da nessuno. Come potete fare un paragone tra me e…?”. Era troppo sopraffatto dalle emozioni per poter parlare e improvvisamente crollò. “Non capisco”, si lamentò. “Ho fatto del mio meglio per mantenerlo in vita, ed è abbastanza. Non ci sono entrato in tutto questo. Non ne ho le capacità. Qui non si trova una goccia di medicina o un boccone di cibo per infermi da mesi. Era stato abbandonato vergognosamente. Un uomo come quello, con idee così. Vergognosamente! Vergognosamente! Io – io – non dormo da dieci notti…”.
La sua voce si perse nella calma della sera. Le ombre allungate della foresta erano scivolate giù dalla collina mentre parlavamo, erano andate molto al di là della baracca in rovina, oltre la fila simbolica di pali. Tutto quello era nell’oscurità, mentre noi in basso eravamo ancora nella luce del sole, e il tratto di fiume di fianco alla radura scintillava di un immobile e abbagliante splendore, con un’ansa tenebrosa d’ombra a monte e a valle. Non si vedeva sulla sponda anima viva. I cespugli non frusciavano.
D’improvviso dietro l’angolo della casa apparve un gruppo di uomini, quasi fossero spuntati dal suolo. Avanzavano faticosamente, immersi nell’erba fino alla cintola, in un gruppo compatto, sorreggendo una barella improvvisata in mezzo a loro. Subito, nel vuoto del paesaggio, si levò un grido la cui acutezza perforò l’aria calma come un dardo affilato che volasse dritto al cuore di quella terra; e, come per incanto, file di esseri umani – di esseri umani nudi – con in mano lance, archi, scudi, con sguardi feroci e movimenti selvatici, furono rovesciati nella radura dalla nera e triste foresta. I cespugli si agitarono, l’erba ondeggiò per un attimo, e poi ogni cosa restò quieta in un’immobile attesa.
“Ora, se lui non dice loro la cosa giusta per noi tutti è finita”, disse il russo al mio fianco. Anche il gruppo di uomini con la barella si era fermato, a mezza strada dal battello, come pietrificato. Vidi l’uomo sulla barella sollevarsi a sedere, macilento e con un braccio alzato, sulle spalle dei portatori. “Speriamo che l’uomo che parla così bene di amore in generale trovi questa volta una ragione particolare per risparmiarci”, dissi. Mi irritava aspramente l’assurdo pericolo della nostra situazione, come se essere alla mercé di quell’atroce fantasma fosse una necessità disonorevole. Non riuscivo a sentire alcun suono, ma con il binocolo vidi il braccio magro allungarsi in un gesto di comando, la mascella inferiore muoversi, gli occhi di quell’apparizione brillare cupamente lontano in quel viso ossuto che annuiva con smorfie grottesche. Kurtz – Kurtz – significa “corto” in tedesco – no? Be’, il nome era vero proprio come tutto il resto della sua vita – e della sua morte. Sembrava alto ben oltre due metri. La sua coperta era caduta, e il corpo ne emergeva pietoso e spaventevole come da un sudario. Potevo vedergli la cassa toracica che si sollevava scompostamente, le ossa del braccio che si agitavano in gesti. Era come se un’immagine vivente della morte, intagliata in antico avorio, stesse agitando la mano in segno di minaccia verso una folla immobile di uomini fatti di bronzo scuro e brillante. Lo vidi spalancare la bocca – gli diede un aspetto stranamente vorace, come se avesse voluto inghiottire tutta l’aria, tutta la terra, tutti gli uomini che gli stavano di fronte. Una voce profonda mi raggiunse debolmente. Doveva aver gridato. Di colpo ricadde all’indietro. La barella ondeggiò mentre i portatori riprendevano a barcollare verso di noi, e quasi nello stesso momento notai che la folla di selvaggi stava sparendo senza alcun percettibile movimento di ritirata, come se la foresta che aveva espulso quegli esseri così all’improvviso li avesse nuovamente inghiottiti, come l’aria viene risucchiata in una lunga inspirazione.
Alcuni dei pellegrini, dietro la barella trasportavano le sue armi – due schioppi da caccia, un grosso fucile, una carabina leggera – le saette di quel Giove miserevole. Il direttore si chinò su di lui mormorando mentre gli camminava all’altezza della testa. Lo stesero giù in una delle piccole cabine – lo spazio appena sufficiente per una branda e uno o due sgabelli pieghevoli, sapete. Avevamo portato la sua corrispondenza accumulata da tempo, e numerose buste strappate e lettere aperte erano sparse sul suo letto. La sua mano vagava fiacca tra quelle carte. Fui colpito dal fuoco dei suoi occhi e dal languore composto della sua espressione. Non era tanto lo sfinimento della malattia. Non sembrava soffrire. Quello spettro appariva sazio e calmo, come se per il momento avesse avuto una dose di emozioni più che bastevole.
Fece frusciare una delle lettere, e guardandomi dritto in faccia disse: “Molto lieto”. Qualcuno gli aveva scritto di me. Quelle raccomandazioni speciali comparivano ancora. Il volume del tono che emetteva senza sforzo, quasi senza la fatica di muovere le labbra, mi stupì. Una voce! Una voce! Era grave, profonda, vibrante, mentre quell’uomo non sembrava capace di emettere neanche un sussurro. Tuttavia, ebbe in sé forza sufficiente – senza dubbio fittizia – per arrivare a un pelo dal farla finita con noi, come sentirete direttamente.
Il direttore apparì silenzioso sulla soglia; io uscii subito e lui abbassò la tenda dietro di me. Il russo, squadrato con curiosità dai pellegrini, stava fissando la riva. Io seguii la direzione del suo sguardo.
Nere sagome umane si intravedevano a distanza, muovendosi rapide e indistinte contro l’oscuro limite della foresta, e vicino al fiume due figure di bronzo, appoggiate a delle lunghe lance, stavano in piedi alla luce del sole sotto fantastici copricapi di pelle maculata, marziali e immobili in un riposo statuario. E da destra verso sinistra lungo la riva illuminata si mosse una selvaggia e sontuosa apparizione di donna.
Camminava con passi misurati, avvolta in drappi a strisce e con frange, calpestando il suolo con aria fiera, con un leggero tintinnio e luccichio di barbari ornamenti. Teneva la testa eretta; i capelli erano acconciati a forma di elmo; aveva gambali di ottone fino alle ginocchia, lunghi guanti di maglia d’ottone che le arrivavano fino al gomito, un segno cremisi sulle guance brune, innumerevoli collane di perline di vetro al collo; cose bizzarre, amuleti, doni di stregoni, che le pendevano addosso, luccicavano e tentennavano ad ogni passo. Doveva avere addosso il valore di parecchie zanne di elefante. Era selvaggia e superba, dagli occhi selvatici e magnifica; c’era qualcosa di sinistro e solenne nel suo lento procedere. E nel silenzio che era piombato all’improvviso su tutta quella terra dolente, l’immensa natura selvaggia, il corpo colossale di vita feconda e misteriosa pareva osservarla, pensoso, come se stesse guardando l’immagine della propria anima tenebrosa e appassionata.
Giunse all’altezza del battello, si fermò, e si girò verso di noi. La sua lunga ombra cadeva sul limite dell’acqua. Il suo viso aveva un aspetto tragico e fiero di selvatico dolore e di tacita pena frammisti alla paura di una decisione sofferta e non ancora definita. Rimase a guardarci senza un movimento, e come la natura selvaggia, con l’aria di meditare su un proposito imperscrutabile. Trascorse un intero minuto, poi fece un passo in avanti. Ci fu un leggero tintinnio, un bagliore di metallo giallo, un ondeggiare di frange di stoffa, e si fermò come se le venisse meno il coraggio. Il ragazzo al mio fianco mugugnò. I pellegrini alle mie spalle emisero dei mormorii. Ci guardò tutti come se la sua stessa vita dipendesse dall’irremovibile fermezza del suo sguardo. All’improvviso aprì le braccia nude e le sollevò rigide sopra la testa, come per un incontrollabile desiderio di toccare il cielo, e contemporaneamente le due ombre guizzarono rapide lungo il terreno, scivolarono curvandosi sul fiume, racchiudendo il vapore in un abbraccio tenebroso. Un silenzio straordinario incombeva sulla scena.
Si voltò lentamente, riprese a camminare, avanzando lungo l’argine, e penetrò nei cespugli alla nostra sinistra. Solo una volta i suoi occhi luccicarono verso di noi dalla penombra della macchia prima che scomparisse.
“Se avesse tentato di salire a bordo penso veramente che avrei cercato di spararle”, disse l’uomo dalle toppe nervosamente. “Ho rischiato la mia vita ogni giorno nelle ultime due settimane per tenerla alla larga dalla casa. Un giorno è entrata e ha fatto una scenata per quei miserabili avanzi di stoffa che avevo preso nel magazzino per rammendarmi i vestiti. Non ero decente. Almeno deve essere stato per quello, perché parlò a Kurtz come una furia per un’ora, indicandomi di tanto in tanto. Non capisco il dialetto di questa tribù. Fortunatamente per me, immagino che Kurtz quel giorno si sentisse troppo male per dare importanza alla cosa, o sarebbe stato un guaio. Non capisco… No – è troppo per me. Ah, va bene, adesso è tutto finito”.
In quel momento sentii la voce profonda di Kurtz dietro la tenda: “Salvarmi! – Salvare l’avorio, volete dire. Non venite a raccontarmelo. Salvare me! Cribbio, sono io che dovrei salvare voi. State interrompendo i miei piani ora. Malato! Malato! Non tanto malato quanto vi piacerebbe credere. Non fa niente. Realizzerò le mie idee lo stesso – ritornerò. Vi mostrerò cosa si può fare. Voi con le vostre grette convinzioni – state interferendo con i miei piani. Ritornerò. Io…”.
Il direttore uscì. Mi fece l’onore di prendermi sottobraccio e di condurmi in disparte. “È molto debole, molto debole”, disse. Ritenne necessario sospirare, ma trascurò di farsi vedere coerentemente addolorato. “Abbiamo fatto tutto quello che potevamo per lui – no? Ma non è il caso di nascondere la verità: il signor Kurtz ha fatto più male che bene alla Compagnia. Non si è reso conto che i tempi non erano maturi per un’azione vigorosa. Cautela, cautela – questo è il mio principio. Dobbiamo ancora andarci cauti. Il distretto ci sarà precluso per un po’. Deplorevole! E in fin dei conti il commercio ne soffrirà. Non nego che ci sia una notevole quantità di avorio – soprattutto fossile. Dobbiamo salvarlo, a tutti i costi – ma guardate quanto è precaria la nostra posizione – e perché? Perché il metodo è sbagliato”. “Lo definite”, dissi guardando verso la riva, “un metodo sbagliato?”. “Senza dubbio”, esclamò con veemenza. “Voi no?”…
“Non lo definirei affatto un metodo”, mormorai dopo un po’. “Esattamente”, esultò. “Lo avevo previsto. Dimostra una assoluta mancanza di giudizio. È compito mio farlo presente a chi di dovere”. “Oh”, dissi, “quel tipo – come si chiama? – il fabbricante di mattoni, stenderà per voi un resoconto interessante”. Ebbe per un momento l’aria confusa. Mi sembrò di non aver mai respirato un’atmosfera così abbietta, e mi rivolsi mentalmente a Kurtz per trovare un po’ di sollievo – sì, un sollievo. “Malgrado tutto penso che Kurtz sia un uomo notevole”, dissi con enfasi. Quello sobbalzò, mi lanciò un occhiata fredda e pesante, e disse in tutta tranquillità: “Lo era”, e mi voltò le spalle. Il mio momento di favore era terminato; mi ritrovai ad essere trattato alla stessa stregua di Kurtz, come un partigiano di metodi per cui i tempi non erano ancora maturi: ero matto! Ah! Ma era già qualcosa avere almeno la possibilità di scegliersi gli incubi.
In realtà mi ero rivolto alla natura selvaggia, non al signor Kurtz, che, ero pronto ad ammetterlo, era già quasi nella fossa. E per un momento mi sembrò d’essere anch’io sepolto in un’immensa tomba piena di segreti ineffabili. Sentii un peso insopportabile che mi opprimeva il petto, l’odore della terra umida, l’invisibile presenza della corruzione vittoriosa, le tenebre di una notte impenetrabile… Il russo mi dette un colpetto sulla spalla. Lo udii mormorare e farfugliare qualcosa del tipo “fratello marinaio – non potevo nascondere – la conoscenza di questioni che nuocerebbero alla reputazione del signor Kurtz”. Attesi. Per lui evidentemente il signor Kurtz non era nella tomba; sospetto che per lui il signor Kurtz fosse uno degli immortali. “Bene!”, dissi alla fine, “parlate, dunque. Capita che io sia un amico del signor Kurtz – in un certo senso”.
Affermò in atteggiamento molto formale che se non avessimo esercitato “lo stesso mestiere”, si sarebbe tenuto la cosa per sé senza pensare alle conseguenze. “Sospettava che vi fosse un effettivo malanimo nei suoi confronti, da parte di quegli uomini bianchi che…”. “Avete ragione”, dissi, ricordando una certa conversazione che avevo sentito casualmente. “Il direttore ritiene che dovreste essere impiccato”. A questa notizia mostrò una preoccupazione che dapprima mi divertì. “Farei meglio a squagliarmela senza dar nell’occhio”, disse, seriamente. “Non posso fare altro per Kurtz ormai, e loro troverebbero presto qualche scusa. Che cosa li può fermare? Un avamposto militare si trova solo a trecento miglia da qui”. “Be’, parola mia”, dissi io, “se avete degli amici tra i selvaggi dei dintorni fareste meglio ad andare”. “Un mucchio”, disse. “Sono gente semplice – ed io non voglio nulla, sapete”. Stava in piedi mordendosi le labbra, poi: “Non voglio che accada nulla di male a questi bianchi, ma naturalmente pensavo alla reputazione del signor Kurtz – ma voi siete un fratello marinaio e…”. “Va bene”, dissi, dopo un po’. “La reputazione del signor Kurtz è salva, con me”. Non sapevo fino a che punto stessi dicendo la verità.
Mi informò, abbassando la voce, che era stato Kurtz a ordinare che venisse attaccato il vapore. “Odiava a volte l’idea di essere portato via – e poi ancora… Ma io non capisco queste cose. Io sono un uomo semplice. Pensava di farvi fuggire spaventandovi – che avreste lasciato perdere, credendo che fosse morto. Non potevo fermarlo. Oh, quest’ultimo mese per me è stato orribile”. “Perfetto”, dissi. “Lui sta bene ora”. “Eh, s-sì”, borbottò, apparentemente non molto convinto. “Grazie”, dissi; “terrò gli occhi aperti”. “Ma silenzio, eh?”, raccomandò ansiosamente. “Sarebbe terribile per la sua reputazione se qualcuno qui…”. Promisi una totale discrezione con aria estremamente solenne. “Ho una canoa e tre neri che mi aspettano non molto lontano. Me ne vado. Potreste darmi un po’ di cartucce per il Martini-Henry?”. Potevo, e gliele detti, di nascosto. Si servì da solo, con una strizzata d’occhio, di una manciata del mio tabacco. “Tra marinai – sapete – buon tabacco inglese”. Sulla porta del casotto del pilota si voltò – “Dico, non è che per caso avete un paio di scarpe di cui non avete bisogno?”. Sollevò una sgamba. “Guardate”. Le suole erano legate con dei lacci annodati a mo’ di sandali sotto i piedi nudi. Ne scovai un vecchio paio, che squadrò con ammirazione prima di mettersele sotto il braccio sinistro. Una delle sue tasche (rosso brillante) era rigonfia di cartucce, dall’altra (blu scuro) sbucava il Towson Inquiry. Sembrava ritenersi estremamente ben equipaggiato per un rinnovato scontro con la natura selvaggia. “Ah! Non incontrerò più, mai più un uomo così. Avreste dovuto sentirlo recitare poesie – scritte da lui per giunta, mi aveva detto. Poesie!”. Rivolse gli occhi al cielo al ricordo di quei diletti. “Oh, mi ha allargato la mente!”. “Addio”, dissi io. Mi strinse la mano e svanì nella notte. Alle volte mi chiedo se l’avessi visto davvero – se fosse possibile incontrare un tale fenomeno!…
Quando mi svegliai, poco dopo mezzanotte, mi ricordai del suo avvertimento con quell’accenno al pericolo che pareva, nelle tenebre stellate, abbastanza reale da costringermi ad alzarmi per dare un’occhiata in giro. Sulla collina bruciava un grande falò, illuminando a tratti un angolo sghembo della costruzione della base. Uno degli agenti con un picchetto di alcuni dei nostri negri, armati a quello scopo, faceva la guardia all’avorio; ma nel profondo della foresta, i bagliori rossi che ondeggiavano, che sembravano affondare e sorgere dal suolo tra confuse sagome di colonne di un nero intenso, mostravano l’esatta posizione del campo dove gli adoratori del signor Kurtz restavano inquieti a vegliare. Il rullo monotono di un grande tamburo riempiva l’aria di colpi soffocati e di una vibrazione indugiante. Dal muro nero e compatto dei boschi proveniva un persistente biascicare come di molti uomini che cantassero ognuno per conto suo una misteriosa filastrocca magica, così come il ronzio delle api fuoriesce da un alveare, e aveva uno strano effetto narcotico sui miei sensi già semiaddormentati. Credo di avere sonnecchiato stando appoggiato alla battagliola, fino a che un brusco scoppio di grida, una travolgente esplosione di un parossismo represso e misterioso, mi svegliò sconcertato per la sorpresa. Si interruppe assolutamente di colpo, e il basso ronzio riprese col suo effetto di percepibile e tranquillizzante silenzio. Diedi casualmente un’occhiata nella piccola cabina. C’era una lampada accesa, ma il signor Kurtz non c’era.
Penso che avrei dato il via a un chiasso d’inferno se avessi creduto ai miei occhi. Ma all’inizio non vi credetti – tanto la cosa sembrava impossibile. Il fatto è che ero completamente svuotato da un puro e semplice vuoto spavento, da un terrore assolutamente astratto, slegato da qualsiasi forma distinta di pericolo fisico. Ciò che rendeva quell’emozione così opprimente era – come definirla? – il trauma morale che ricevetti, come se qualcosa di assolutamente mostruoso, intollerabile per il pensiero e odioso per l’anima, mi fosse stato scagliato addosso inaspettatamente. Naturalmente questo durò l’infinitesima frazione di un secondo, poi la consueta sensazione di ordinario pericolo mortale, la possibilità di un’improvvisa strage e di un massacro, o di qualcosa del genere, che vedevo incombente, mi giunse gradita e tranquillizzante. Mi calmò, infatti, a tal punto, che non detti l’allarme.
C’era un agente abbottonato fino al collo in un cappottone lungo, che dormiva su una sedia in coperta a circa un metro da me. Le grida non lo avevano svegliato; russava debolmente; lo lasciai ai suoi sonni e saltai a terra. Non tradii il signor Kurtz – era stabilito che non l’avrei mai tradito – era scritto che mi sarei mantenuto leale all’incubo che mi ero scelto. Ero impaziente di avere a che fare con quell’ombra da solo – e a tutt’oggi non so perché fossi geloso di dividere con chiunque altro la particolare tenebrosità di quell’esperienza.
Non appena fui sull’argine scorsi una traccia – un’ampia traccia attraverso l’erba. Ricordo l’esultanza con cui dissi a me stesso: “Non riesce a camminare – si sta trascinando a quattro zampe – non può sfuggirmi”. L’erba era bagnata di rugiada. Caracollai rapido a grandi passi, con i pugni serrati. Immagino che avessi all’incirca la vaga idea di piombargli addosso e dargli una sonora battuta. Non so. Mi passarono in capo dei pensieri sciocchi. La vecchia donna che lavorava a maglia col gatto si intrufolò nella mia memoria come la persona più inadatta a trovare posto all’altro capo di quella storia. Vidi una fila di pellegrini schizzare piombo in aria sparando con i Winchester appoggiati al fianco. Pensai che non sarei più tornato sul battello a vapore, e mi immaginai di vivere solo e disarmato nei boschi fino a età avanzata. Stupidaggini del genere – sapete. E ricordo di aver confuso il pulsare del tamburo con il pulsare del mio cuore, e di essermi rallegrato della sua calma regolarità.
Continuai però a seguire le orme – poi mi fermai ad ascoltare. La notte era chiarissima; uno spazio di un azzurro scuro, splendente di rugiada e di luce stellare, in cui oggetti e forme nere stavano assolutamente immobili. Pensai di vedere qualcosa che si muoveva davanti a me. Ero stranamente sicuro di ogni cosa, quella notte. Abbandonai difatti le tracce e feci di corsa un ampio semicerchio (credo veramente ridacchiando tra me e me) in modo di trovarmi davanti a quel movimento, a ciò che avevo visto muoversi – ammesso che avessi visto qualcosa. Stavo aggirando Kurtz come si trattasse di un gioco da ragazzi. Gli fui addosso, e, se non mi avesse sentito arrivare, gli sarei anche cascato sopra, ma si rialzò in tempo. Si risollevò, barcollante, alto, pallido, indistinto, come un vapore esalato dalla terra, e oscillò leggermente, vago e silenzioso lì davanti a me; mentre alle mie spalle i falò mandavano bagliori tra gli alberi, e il mormorio di molte voci scaturiva dalla foresta. Gli avevo tagliato la strada in maniera intelligente; ma al momento di confrontarmi con lui mi sembrò di ritornare in me, vidi il pericolo nelle sue giuste proporzioni. Non era affatto scongiurato. Supponiamo che avesse cominciato a gridare? Sebbene potesse a fatica reggersi in piedi, la sua voce era ancora piena di vigore. “Andatevene – nascondetevi”, disse, con quel tono profondo. Era spaventoso. Detti un’occhiata indietro. Eravamo a meno di una trentina di metri dal falò più vicino. Una figura nera si alzò in piedi, avanzò a grandi passi su lunghe gambe nere, oscillando le lunghe braccia nere, attraverso il fuoco. Aveva delle corna – corna di antilope, credo – sulla testa. Un mago, uno stregone, senza dubbio: aveva un’apparenza sufficientemente diabolica. “Sapete quello che state facendo?”, sussurrai. “Perfettamente”, rispose, alzando la voce per quell’unica parola: la udii molto lontana eppure forte, come un saluto lanciato con il portavoce. Se fa del baccano siamo perduti, pensai fra me. Chiaramente non era il caso di prenderlo a pugni, anche a prescindere dalla naturale avversione che avevo a colpire quell’Ombra – quell’essere delirante e tormentato. “Sarete perduto”, dissi – “completamente perduto”. Talvolta abbiamo un tale lampo di ispirazione, sapete. Avevo detto la cosa giusta, sebbene davvero non potesse essere più irrimediabilmente perduto di quanto lo fosse in quel preciso momento, quando venivano gettate le fondamenta della nostra intimità – che sarebbe durata – durata – fino alla fine – anche oltre.
“Avevo piani grandiosi”, mormorò con indecisione. “Sì”, dissi io; “ma se provate a gridare vi romperò la testa con…”. Non c’era nei paraggi un solo bastone o una pietra. “Vi strozzerò e basta”, mi corressi. “Ero sul punto di compiere grandi cose”, dichiarò, con una voce carica di nostalgia, con un tono così malinconico che mi gelò il sangue nelle vene. “E adesso per quello stupido farabutto…”. “Il vostro successo in Europa è assicurato in ogni caso”, affermai con sicurezza. Non volevo essere costretto a strozzarlo, mi capite – e inoltre sarebbe stato di ben scarsa utilità da un punto di vista pratico. Cercai di rompere l’incantesimo – il pesante, muto incantesimo di quella terra selvaggia – che sembrava trascinarlo nel proprio seno senza pietà risvegliandogli istinti dimenticati e brutali, con il ricordo di passioni soddisfatte e mostruose. Solo questo, ne ero convinto, lo aveva spinto al limitare della foresta, dentro la boscaglia, verso il bagliore dei fuochi, il rullo dei tamburi, il monotono ronzio di strane formule magiche; solo questo aveva sedotto la sua anima senza legge al di là dei limiti delle legittime aspirazioni. E, vedete, il terrore di quella situazione non era nel ricevere una botta sulla testa – sebbene avvertissi vivissimo anche quel pericolo – ma in questo, nell’aver a che fare con un essere al quale non ci si poteva appellare nel nome di alcunché di nobile o di abietto. Dovevo, proprio come i negri, invocare lui – in persona – la sua stessa degradazione esaltata e incredibile. Non c’era nulla né al di sopra né al di sotto di lui, e lo sapevo. Si era liberato della terra a calci. Che il diavolo se lo porti! Aveva ridotto la stessa terra in pezzi a forza di calci. Era solo, e di fronte a lui non sapevo se stessi con i piedi per terra o se fluttuassi nell’aria. Vi ho riferito che cosa dicemmo – ripetuto le frasi che pronunciammo – ma a che serve? Erano comuni parole di ogni giorno – i suoni familiari e vaghi, scambiati a ogni nuovo giorno della nostra vita. E allora? Per me quelle parole nascondevano la straordinaria suggestione di parole udite in sogno, di frasi pronunciate durante un incubo. Un’anima! Se mai qualcuno ha lottato con un’anima, quello sono io. E non stavo neanche discutendo con un pazzoide. Che mi crediate o no, la sua intelligenza era perfettamente lucida – concentrata, è vero, su se stessa con orribile intensità, tuttavia lucida; e in essa era la mia sola possibilità – se si esclude, ovviamente, l’ucciderlo lì e subito, che non era un’idea così felice, tenendo conto dell’inevitabile rumore. Ma la sua anima era folle. Stando sola nella solitudine selvaggia, aveva guardato dentro di sé, e, santo cielo!, vi dico, era impazzita. Io dovevo – a causa dei miei peccati, suppongo – affrontare la dura prova di guardarle dentro a mia volta. Nessuna eloquenza avrebbe potuto far così inaridire la fiducia di un individuo nel genere umano come la sua ultima esplosione di sincerità. Lottava anche con se stesso. Lo vidi – lo udii. Vidi l’inconcepibile mistero di un’anima che non conosceva freni, né fede o paura, eppure lottava ciecamente con se stessa. Riuscii a non perdere la testa; ma quando alla fine lo ebbi steso sul giaciglio, mi asciugai la fronte, mentre le mie gambe tremavano sotto di me come se avessi trasportato una mezza tonnellata sulla schiena giù dalla collina. Eppure lo avevo solo sostenuto, il suo braccio ossuto stretto attorno al mio collo – e non era più pesante di un bambino.
Quando il giorno dopo partimmo a mezzogiorno, la folla, della cui presenza dietro il sipario degli alberi ero stato acutamente consapevole per tutto il tempo, si riversò ancora una volta fuori dai boschi, riempì la radura, coprì il pendio con una massa di nudi corpi di bronzo, ansimanti e vibranti. Navigai verso monte per un breve tratto, poi curvai in giù seguendo la corrente, e duemila occhi seguirono le evoluzioni di quel feroce demone fluviale che spruzzava acqua, sferrava colpi, battendo il fiume con la coda terribile ed esalando fumo nero nell’aria. Davanti alla prima fila, lungo il fiume, tre uomini, impiastrati di terra rosso vivo dalla testa ai piedi, camminavano impettiti avanti e indietro senza requie. Quando li avemmo di nuovo di lato, si voltarono verso il fiume, batterono i piedi, scossero le teste sormontate da corna, ondeggiarono i loro corpi scarlatti; agitarono contro il feroce demone fluviale un mazzo di piume nere, una pelle rognosa con una coda penzolante – un qualcosa che pareva una zucca essiccata; gridavano periodicamente insieme filze di parole sorprendenti che non assomigliavano ad alcun suono di lingue umane; e i sommessi mormorii della folla, che si interrompevano all’improvviso, erano come responsi di una litania satanica.
Avevamo trasportato Kurtz nella cabina del pilota: c’era più aria, là. Steso sul giaciglio, guardava fisso attraverso il portello aperto. Ci fu come un mulinello nell’ammasso di corpi umani, e la donna con l’acconciatura ad elmo e le guance brune corse fin sulla sponda del fiume. Distese la braccia, urlò qualcosa, e tutta quella calca selvaggia riprese il grido in un coro ruggente di esclamazioni articolate, rapide, affannate.
“Lo capite tutto questo?”, domandai.
Continuò a guardare oltre di me con occhi fieri e smaniosi, con un’espressione in cui si mischiavano desiderio e odio. Non rispose, ma vidi un sorriso, un sorriso dal significato indefinibile, apparirgli sulle labbra esangui, che un momento dopo si contrassero in maniera convulsa. “Non dovrei?”, disse lentamente, ansimando, come se le parole gli fossero state strappate da un potere soprannaturale.
Tirai la corda del fischio, e lo feci perché vidi i pellegrini sul ponte afferrare i fucili con l’aria di pregustare un’allegra birichinata. All’inaspettato fischio, un moto di terrore abietto attraversò quella fitta massa di corpi. “No! Non li fate scappare per lo spavento”, gridò con voce sconsolata qualcuno sul ponte. Tirai la corda più volte di seguito. Si dispersero e presero a correre, saltarono, si rannicchiarono, scartarono di lato, schivarono il terrore aleggiante di quel suono. I tre compari impiastrati di terra rossa si erano appiattiti al suolo, a faccia in giù sulla riva, come se fossero stati colpiti a morte. Soltanto la barbara e superba donna non accennò nemmeno a una mossa, e stese tragicamente le sue braccia nude nella nostra direzione sul fiume cupo e scintillante.
E allora quel branco di imbecilli giù sul ponte dette il via al suo piccolo divertimento, e non riuscii a vedere nient’altro per il fumo.
La corrente marrone ci allontanava velocemente dal cuore della tenebra, spingendoci giù verso il mare ad una velocità doppia rispetto alla nostra risalita; e anche la vita di Kurtz stava scorrendo velocemente, rifluendo, rifluendo dal suo cuore nel mare del tempo inesorabile. Il direttore era molto calmo, non aveva preoccupazioni vitali, ora, ci avvolse entrambi con un’occhiata comprensiva e soddisfatta: la “faccenda” si era conclusa nel modo migliore che si fosse potuto desiderare. Vidi avvicinarsi il momento in cui sarei rimasto l’unico del partito del “metodo sbagliato”. I pellegrini mi guardarono con antipatia. Ero, per così dire, annoverato tra i morti. È strano come accettassi quella comunanza imprevista, quella scelta di incubi che mi veniva imposta nella terra tenebrosa invasa da quei meschini e avidi fantasmi.
Kurtz parlava. Una voce! Una voce! Risuonò profonda fino all’ultimo. Sopravvisse alla forza di lui per nascondere negli splendidi drappeggi dell’eloquenza le sterili tenebre del suo cuore. Oh, lui lottava! Lottava! I deserti del suo cervello stanco erano ormai perseguitati da immagini indistinte – immagini di ricchezza e fama giravano ossequiosamente attorno al suo dono inestinguibile di espressione nobile ed elevata. La mia promessa sposa, la mia base, la mia carriera, le mie idee – questi erano gli argomenti per gli sfoghi occasionali di sentimenti elevati. L’ombra del vero Kurtz visitava il capezzale di quel vuoto inganno, il cui destino era quello di essere sepolto di lì a poco nella terra di quel mondo primordiale. Ma sia l’amore diabolico che l’odio ultraterreno dei misteri che aveva penetrato lottavano per il possesso di quell’anima sazia di emozioni primitive, avida di fama menzognera, di falsa distinzione, di tutte le sembianze del successo e del potere.
A volte era spregevolmente infantile. Desiderava avere dei re ad attenderlo alle stazioni ferroviarie al suo ritorno da qualche impossibile luogo spettrale, dove aveva intenzione di compiere grandi cose. “Dimostra loro di avere in te qualcosa che veramente renda frutti, e non ci saranno limiti al riconoscimento della tua abilità”, diceva. “Certo devi prestare attenzione ai motivi – motivi giusti – sempre”. I lunghi tratti di fiume che sembravano un’unica e stessa distesa, le anse monotone che erano esattamente identiche, scivolavano davanti al vapore con la loro moltitudine di alberi secolari rimiranti pazientemente quel fuligginoso frammento di un altro mondo, il precursore di cambiamento, di conquista, di commercio, di massacri, di benedizioni. Guardavo avanti – mentre pilotavo. “Chiudete il portello”, disse Kurtz improvvisamente un giorno; “non sopporto di vedere tutto questo”. Lo feci. Calò il silenzio. “Oh, eppure ti strapperò il cuore!”, gridò all’invisibile distesa selvaggia.
Avemmo un’avaria – come mi aspettavo – e dovetti dar fondo per le riparazioni presso l’estremità di un’isola. Questo ritardo fu la prima cosa che scosse la fiducia di Kurtz. Una mattina mi diede un pacco di carte e una fotografia – il tutto tenuto insieme da un laccio di scarpe. “Conservatele per me”, disse. “Quel nefasto babbeo” (intendendo il direttore) “è capace di ficcare il naso nelle mie cose quando non sto a guardare”. Lo rividi nel pomeriggio. Giaceva supino con gli occhi chiusi, e mi allontanai senza far rumore, ma lo udii mormorare: “Vivere giustamente, morire, morire…”. Ascoltai. Non ci fu nient’altro. Stava recitando un qualche discorso nel sonno, o era un frammento di una frase di qualche articolo di giornale? Lui aveva scritto per i giornali e aveva intenzione di tornare a farlo ancora: “per la promozione delle mie idee. È un dovere”.
La sua era una tenebra impenetrabile. Lo guardai come ci si sporge per sbirciare un uomo che giace in fondo a un precipizio dove il sole non splende mai. Ma non avevo molto tempo da dedicargli, perché stavo aiutando il macchinista a smontare i cilindri che perdevano, a raddrizzare una biella di raccordo incurvata, e in altre faccende del genere. Vivevo in una confusione infernale di ruggine, limature, dadi, bulloni, chiavarde, martelli, trapani – cose che detesto, perché non ci vado d’accordo. Sorvegliavo la piccola fucina che per fortuna avevamo a bordo; sfacchinavo duramente in un dannato mucchio di rottami – a meno che avessi brividi troppo forti per reggermi in piedi.
Una sera entrando con una candela trasalii nel sentirgli dire con voce un po’ tremolante: “Sto qui sdraiato nel buio ad aspettare la morte”. La lampada gli stava a un palmo dagli occhi. Mi sforzai di mormorare: “Oh, sciocchezze!”, e restai chinato su di lui come paralizzato.
Non ho mai visto niente di simile al cambiamento che subirono i suoi lineamenti, e spero di non vederlo mai più. Oh, non ne fui commosso. Ne fui affascinato. Fu come se un velo fosse stato lacerato. Vidi su quel viso di avorio l’espressione di cupo orgoglio, di potere crudele, di vile terrore – di una disperazione intensa e irreparabile. Aveva forse nuovamente vissuto la sua vita in ogni dettaglio di desiderio, tentazione, e resa durante quel supremo momento di totale lucidità? Gridò in un sussurro a qualche immagine, a una visione – gridò due volte, un grido che non era nulla più che un sussurro: “L’orrore! L’orrore!”.
Spensi la candela con un soffio e lasciai la cabina. I pellegrini stavano cenando nella mensa, e presi posto di fronte al direttore, il quale sollevò gli occhi per darmi un’occhiata interrogativa, che ignorai con successo. Era appoggiato allo schienale, sereno, col tipico sorriso di chi suggella le inespresse profondità della propria meschinità. Un diluvio continuo di piccoli insetti si riversava volteggiando sulla lampada, sulla tovaglia, sui nostri visi e sulle mani. Improvvisamente il “boy” del direttore introdusse la sua nera testa insolente nell’arco della porta, e disse con un tono di severo disprezzo:
“Signù Kurtz – lui morto”.
Tutti i pellegrini si precipitarono fuori a vedere. Io rimasi, e continuai a cenare. Credo di essere stato considerato brutalmente insensibile. Tuttavia, non mangiai molto. Là dentro c’era una lampada – della luce, sapete – e fuori era così terribilmente, schifosamente buio. Non mi avvicinai più a quell’uomo straordinario che aveva pronunciato un verdetto sulle avventure della propria anima su questa terra. La voce non c’era più. C’era forse stato altro insieme ad essa? Ma naturalmente so bene che il giorno dopo i pellegrini seppellirono qualcosa in un buco fangoso.
E dopo, poco ci mancò che seppellissero anche me.
Eppure, come vedete, non ho raggiunto Kurtz su due piedi. Non l’ho fatto. Sono rimasto a sognare l’incubo fino alla fine, e a mostrare la mia lealtà verso Kurtz una volta di più. Destino. Il mio destino! Buffa cosa è la vita – quel misterioso accordo di logica implacabile impiegata per uno scopo futile. Il massimo che ne puoi sperare è una qualche conoscenza di te stesso – che arriva troppo tardi – un raccolto di rimpianti inestinguibili. Ho lottato con la morte. È la gara meno emozionante che si possa immaginare. Ha luogo in un grigiore impalpabile, con niente sotto i piedi, niente tutt’intorno, senza spettatori, senza clamore, senza gloria, senza il grande desiderio di vittoria, senza la grande paura della sconfitta, in un’atmosfera malsana di tiepido scetticismo, senza credere molto nelle tue stesse ragioni e ancor meno in quelle del tuo avversario. Se questa è la forma della suprema saggezza, allora la vita è un enigma più grande di quello che molti di noi pensano. Ero a un passo dalla mia ultima opportunità di fare una dichiarazione, e scoprii con umiliazione che probabilmente non avrei avuto nulla da dire. Questo è il motivo per cui affermo che Kurtz era un uomo notevole. Lui aveva qualcosa da dire. L’aveva detta. Siccome io stesso avevo sbirciato dall’orlo del precipizio, capisco meglio il significato del suo sguardo fisso, che non poteva vedere la fiamma della candela, ma era abbastanza ampio da abbracciare l’universo intero, abbastanza pungente da penetrare tutti i cuori che battono nelle tenebre. Aveva tratto le somme – aveva giudicato. “Orrore!”. Era un uomo notevole. Dopo tutto, quella era l’espressione di un qualche credo; aveva candore, aveva convinzione, aveva una vibrante nota di rivolta nel suo sussurro, aveva la faccia spaventevole di una verità intravista – lo strano mescolarsi di desiderio e odio. E non è il mio momento estremo che ricordo meglio – una visione di grigiore senza forma ricolmo di dolore fisico, e un noncurante disprezzo per l’evanescenza di tutte le cose – persino di quello stesso dolore. No! È il suo momento estremo che mi sembra di aver vissuto. Certo, lui aveva compiuto quell’ultimo passo, aveva oltrepassato l’orlo del precipizio, mentre a me era stato concesso di tirare indietro il piede esitante. E forse tutta la differenza sta in questo; forse tutta la saggezza, e tutta la verità, e tutta la sincerità, sono proprio condensate in quell’impercettibile frazione di tempo in cui oltrepassiamo la soglia dell’invisibile. Forse! Mi piace pensare che il mio consuntivo non sarebbe stato una parola di noncurante disprezzo. Meglio il grido di lui – molto meglio. Fu un’affermazione, una vittoria morale pagata con innumerevoli sconfitte, con terrori abominevoli, con abominevoli soddisfazioni. Ma era una vittoria! Ecco perché sono rimasto fedele a Kurtz fino all’ultimo, e anche oltre, quando molto tempo dopo sentii ancora una volta, non la sua voce, ma l’eco della sua magnifica eloquenza portata fino a me da un’anima così trasparentemente pura come una scogliera di cristallo.
No, non mi seppellirono, sebbene ci sia un periodo di tempo che ricordo in maniera nebulosa, con un raccapriccio di meraviglia, come un passaggio attraverso un mondo inimmaginabile che non contenesse né speranza né desiderio. Mi ritrovai nella città sepolcrale risentito alla vista di individui che si affrettavano nelle strade per sgraffignare un po’ di denaro l’uno all’altro, per divorare i loro cibi disgustosi, per ingurgitare le loro birre velenose, per sognare i loro sogni sciocchi e insignificanti. Calpestavano i miei pensieri. Erano intrusi e la conoscenza che avevano della vita mi appariva un’irritante finzione, perché mi sentivo così sicuro che non potessero certo sapere le cose che sapevo io. Il loro modo di camminare, che era semplicemente quello di comuni individui indaffarati appresso ai propri affari con la certezza che nessun pericolo li minacci, mi offendeva come i pavoneggiamenti oltraggiosi di uno stolto davanti a un pericolo di cui non comprende la gravità. Non avevo alcun particolare desiderio di illuminarli, ma feci fatica a impedirmi di scoppiar a ridere sulle loro facce, così piene di stupida importanza. Oserei dire che non stavo molto bene a quell’epoca. Barcollavo per le strade – c’erano varie faccende da sistemare – sogghignando a persone perfettamente rispettabili. Ammetto che il mio comportamento fosse ingiustificabile, ma in quei giorni la mia temperatura fu raramente normale. Il tentativo della mia cara zia di “rimettermi in forze” sembrò mancare del tutto l’obiettivo. Non erano le mie forze che avevano bisogno di ristoro, era la mia immaginazione che cercava sollievo. Conservavo il mucchio di carte che Kurtz mi aveva dato, non sapendo esattamente cosa farne. Sua madre era morta recentemente, assistita, come mi era stato detto, dalla sua promessa sposa. Un uomo sbarbato di fresco, con un modo di fare ufficiale e con occhiali dalla montatura d’oro, mi si presentò un giorno e mi interrogò, dapprima indirettamente, poi incalzandomi affabilmente, su ciò che si compiaceva di definire certi “documenti”. Non ne fui sorpreso, perché laggiù avevo avuto due animate discussioni con il direttore a questo proposito. Mi ero rifiutato di consegnare il benché minimo pezzo di carta di quel pacco, e tenni lo stesso atteggiamento nei confronti dell’uomo con gli occhiali. In ultimo divenne oscuramente minaccioso, ed argomentò accalorandosi che la Compagnia aveva il diritto di avere ogni minima informazione riguardo ai suoi “territori”. E disse: “La conoscenza da parte del signor Kurtz di regioni inesplorate doveva essere necessariamente estesa e di grande interesse – data la sua grande abilità e le deplorevoli circostanze in cui si era trovato: pertanto…”. Lo assicurai che le conoscenze del signor Kurtz, per quanto estese, non riguardavano problemi di commercio o di amministrazione. Allora invocò il nome della scienza. “Sarebbe una perdita incalcolabile se” eccetera, eccetera. Gli porsi il rapporto sulla “Soppressione dei Costumi Selvaggi”, dopo aver strappato il poscritto. Lo prese avidamente, ma finì col mostrare nei suoi confronti un certo disprezzo. “Questo non è quello che avevamo il diritto di aspettarci”, osservò. “Non vi aspettate altro”, replicai. “Ci sono solo lettere personali”. Batté in ritirata con qualche minaccia di procedimenti legali, e non lo vidi più; ma un altro individuo, che dichiarò essere il cugino di Kurtz, comparve due giorni dopo, e pareva ansioso di ascoltare tutti i dettagli sugli ultimi momenti del suo caro congiunto. Per caso mi fece capire che Kurtz era stato soprattutto un grande musicista. “Aveva la stoffa per ottenere un immenso successo”, disse l’uomo, che era un organista, credo, con i capelli lisci che svolazzavano folti sul colletto unto del cappotto. Non avevo alcuna ragione per dubitare delle sue affermazioni; e ancora oggi non sono in grado di dire quale fosse il mestiere di Kurtz, seppure ne avesse mai avuto uno – quale fosse la migliore delle sue doti. Lo avevo preso per un pittore che scriveva per i giornali, oppure per un giornalista che sapeva dipingere – ma anche il cugino (che continuò a fiutare tabacco durante tutta la conversazione) non fu in grado di dirmi che cosa avesse fatto Kurtz – esattamente. Era un genio universale – su questo punto ero d’accordo con il vecchio, che immediatamente dopo si soffiò rumorosamente il naso in un grande fazzoletto di cotone e si ritirò con agitazione senile, portandosi dietro alcune lettere di famiglia e promemoria senza importanza. Da ultimo comparve un giornalista ansioso di sapere qualcosa sulla sorte del suo “caro collega”. Questo visitatore mi informò che il campo d’azione adatto a Kurtz sarebbe dovuta essere la politica “sul versante popolare”. Aveva dritte sopracciglia folte, ispidi capelli tagliati corti, un monocolo legato a un largo cordone, e, fattosi espansivo, mi rivelò la sua opinione, che Kurtz non fosse affatto capace di scrivere – “ma santo cielo! Come parlava quell’uomo. Era in grado di elettrizzare grandi riunioni. Aveva fede – non capite? – aveva la fede. Riusciva a credere a qualunque cosa – qualunque cosa. Sarebbe stato un leader magnifico per un partito estremista”. “Che partito?”, chiesi. “Un partito qualsiasi”, rispose l’altro. “Era un – un – un estremista”. Non lo pensavo anch’io? Assentii. Sapevo, mi domandò, con un improvviso guizzo di curiosità: “che cosa lo aveva spinto ad andare laggiù?”. “Sì”, risposi, e subito gli porsi il famoso rapporto per un’eventuale pubblicazione, se lo riteneva adatto. Gli dette una rapida scorsa, borbottando tutto il tempo, considerò che “poteva andare”, e si tolse di torno con questo bottino.
Così rimasi con un piccolo pacchetto di lettere ed il ritratto della ragazza. Mi colpiva per la sua bellezza – voglio dire che aveva una bella espressione. So che si può far mentire anche la luce del sole, eppure si vedeva che nessun artificio di luce o di posa avevano potuto trasmettere quella delicata sfumatura di sincerità ai suoi lineamenti. Sembrava pronta ad ascoltare senza riserve mentali, senza sospetti, senza un pensiero per se stessa. Conclusi che sarei andato da lei e le avrei restituito io stesso il suo ritratto e quelle lettere. Curiosità? Sì; e forse anche qualche altro sentimento. Tutto ciò che era appartenuto a Kurtz mi era passato tra le mani: la sua anima, il suo corpo, la sua base, i suoi piani, il suo avorio, la sua carriera. Rimaneva solo il suo ricordo e la sua promessa – e volevo, in un certo senso, restituire anche quello, al passato – consegnare personalmente tutto quanto rimaneva di lui in mio possesso a quell’oblio che è l’ultima parola del nostro destino comune. Non mi sto difendendo. Non avevo un’idea chiara di cosa volessi veramente. Forse fu un impulso di lealtà inconscia, o il soddisfacimento di una di quelle ironiche necessità che stanno in agguato nei fatti dell’esistenza umana. Non lo so. Non sono in grado di dirlo. Ma andai.
Pensavo che il suo ricordo fosse come gli altri ricordi dei morti che si accumulano nella vita di ogni uomo – un’impronta vaga nel cervello, di ombre lì cadute al momento del loro rapido passaggio finale; ma davanti alla porta alta e robusta, tra le grandi case di una strada quieta e decorosa come il vialetto ben tenuto di un cimitero, ebbi la visione di lui sulla barella, che apriva la bocca voracemente, come a divorare tutta la terra con l’intero genere umano. Era vivo in quel momento davanti a me; altrettanto vivo di quand’era in vita – un’ombra insaziabile di splendide apparenze, di spaventose realtà; un’ombra più buia dell’ombra della notte, e nobilmente avvolta nei drappeggi di una fastosa eloquenza. La visione sembrò entrare nella casa con me – la barella, i portatori fantasma, la folla selvaggia di adoratori obbedienti, l’oscurità della foresta, lo scintillio di quel tratto di fiume tra le anse buie, il rullo del tamburo, regolare e soffocato come il pulsare di un cuore – il cuore di una tenebra conquistatrice. Fu un momento di trionfo per la terra selvaggia, un impeto invadente e vendicatore che, mi sembrò, dovevo tenere lontano per la salvezza di un’altra anima. E il ricordo di quello che gli avevo sentito dire laggiù lontano, con le sagome sormontate da corna che si agitavano dietro di me, nel bagliore dei falò, tra i boschi pazienti, quelle frasi spezzate mi ritornarono in mente, si fecero ancora sentire nella loro minacciosa e terrificante semplicità. Ricordai il suo abietto supplicare, le sue abiette minacce, la misura colossale dei suoi spregevoli desideri, la meschinità, il tormento, l’angoscia tempestosa della sua anima. E più tardi mi sembrò di vedere il suo atteggiamento languido e misurato, quando un giorno aveva detto: “Questa partita di avorio in realtà è mia ora. La Compagnia non l’ha pagato. L’ho raccolto io, con mio grande rischio personale. Temo però che lo reclameranno come fosse loro. Uhm. È un caso difficile. Cosa pensate che dovrei fare – resistere? Eh? Non voglio altro che giustizia”… Non voleva altro che giustizia – nient’altro che giustizia. Suonai il campanello di fronte a una porta di mogano al primo piano, e mentre aspettavo mi sembrò che lui mi guardasse dal pannello lucido come cristallo – che mi guardasse con quello sguardo grande e immenso che abbracciava, condannava, aborriva tutto l’universo. Mi sembrò di udire il grido sussurrato: “L’orrore! L’orrore!”.
Scendeva il crepuscolo. Dovetti aspettare in un salone imponente con tre finestre alte dal pavimento al soffitto che erano come tre colonne luminose e drappeggiate. Le ritorte gambe dorate e le spalliere del mobilio brillavano in curve indistinte. L’alto caminetto di marmo era di un candore freddo e monumentale. Un pianoforte a coda occupava massicciamente un angolo; con neri bagliori sulla superficie piatta come un sarcofago tetro e lucidato. Una grande porta si aprì – si richiuse. Mi alzai.
Avanzò, tutta vestita in nero, con un viso pallido, ondeggiando verso di me nella penombra crepuscolare. Portava il lutto. Era passato più di un anno da quando era morto, più di un anno da quando era giunta la notizia; pareva che volesse ricordare e portare il lutto per sempre. Mi prese entrambe le mani nelle sue e mormorò: “Mi avevano detto che stavate venendo”. Notai che non era molto giovane – non una ragazzina, voglio dire. Possedeva una matura capacità di essere fedele, di credere, di soffrire. La stanza sembrò essere diventata ancora più buia, come se tutta la luce triste della serata nuvolosa avesse trovato rifugio sulla sua fronte. Quei capelli chiari, quel viso pallido, quella fronte candida, sembravano circondati da un alone cinereo da cui gli occhi scuri mi guardavano. Il loro sguardo era franco, profondo, sicuro e fiducioso. Teneva il capo dolente come se fosse orgogliosa di quel dolore, come a voler dire, Io – io sola so come piangerlo nel modo in cui lo merita. Ma mentre ci stavamo ancora stringendo le mani, una tale disperata desolazione le si dipinse in viso che io compresi che lei era una di quelle creature che non diventano balocchi in balìa del Tempo. Per lei lui era morto solo ieri. E, per Giove!, l’impressione era così potente che anche a me sembrò che fosse morto solo il giorno prima – anzi, in quel preciso momento. Vidi lei e lui nello stesso attimo – la morte di lui e il dolore di lei – vidi il dolore di lei nell’istante stesso della morte di lui. Capite? Li vidi insieme – li udii insieme. Lei aveva detto, con un lungo e profondo respiro: “Io sono sopravvissuta”; mentre le mie orecchie tese sembravano udire distintamente, fuso con il suo tono di rimpianto disperato, il sussurro di lui che tirava le somme della propria eterna condanna. Mi chiesi cosa stessi facendo là, con una sensazione di panico nel cuore come se fossi capitato per sbaglio in un luogo di misteri crudeli e assurdi che un essere umano non dovrebbe contemplare. Mi invitò a sedere con un gesto. Ci sedemmo. Misi delicatamente il pacchetto sul tavolino, e lei vi posò sopra la mano… “Lo conoscevate bene”, mormorò, dopo un momento di doloroso silenzio.
“L’intimità si crea in fretta laggiù”, dissi. “Lo conoscevo nella misura in cui è possibile per un uomo conoscerne un altro”.
“E lo ammiravate”, disse. “Era impossibile conoscerlo e non ammirarlo. No?”
“Era un uomo notevole”, dissi con indecisione. Poi davanti alla supplichevole fissità del suo sguardo, che sembrava scrutare le mie labbra in attesa di altre parole, continuai: “Era impossibile non…”.
“Amarlo”, terminò lei con impeto, costringendomi a tacere in un silenzio sbigottito. “Com’è vero! Com’è vero! Ma quando pensate che nessuno lo conosceva bene quanto me! Avevo tutta la sua nobile fiducia. Lo conoscevo meglio di chiunque!”.
“Voi lo conoscevate meglio di chiunque”, ripetei. E forse era vero. Ma ad ogni parola che veniva pronunciata la stanza diventava più buia, e solo la sua fronte, liscia e bianca, restava illuminata dalla inestinguibile luce della fede e dell’amore.
“Voi eravate suo amico”, proseguì. “Suo amico”, ripeté a voce un po’ più alta. “Dovevate esserlo, se vi ha dato queste cose, e vi ha mandato da me. Sento che posso parlarvi – e oh! Devo parlare. Voglio che voi – voi che avete udito le sue ultime parole – sappiate che sono stata degna di lui… Non è orgoglio… Sì! Sono orgogliosa di sapere che lo comprendevo meglio di chiunque altro al mondo – me lo aveva detto lui stesso. E da quando è morta sua madre non ho avuto nessuno – nessuno – a cui – a cui…”.
Io stavo ad ascoltare. L’oscurità si era fatta più fitta. Non ero neanche sicuro che lui mi avesse dato l’involto giusto. Sospetto persino che volesse piuttosto affidarmi un altro fascio di carte che, dopo la sua morte, avevo visto esaminare sotto la luce della lampada dal direttore. E la ragazza parlava, alleviando il proprio dolore con la certezza della mia comprensione; parlava al modo in cui beve un assetato. Mi avevano detto che la sua famiglia disapprovava il suo fidanzamento con il signor Kurtz. Non era ricco abbastanza o cose del genere. E invero non so se non fosse stato povero per tutta la vita. Mi aveva dato qualche ragione di arguire che era stata la sua insofferenza per una relativa povertà a spingerlo laggiù.
“…Chi, avendolo sentito parlare una volta, non ne diventava amico?”, stava dicendo lei. “Attirava gli uomini a sé per quel che di buono avevano in loro”. Mi guardò con intensità. “È il dono dei grandi”, proseguì, e il suono della sua voce bassa sembrava avere l’accompagnamento di tutti gli altri suoni, pieni di mistero, desolazione, e sofferenza, che avessi mai sentito – l’incresparsi del fiume, il mormorare degli alberi agitati dal vento, il brontolio delle folle, il fievole risuonare di parole incomprensibili gridate da lontano, il sussurro di una voce che parla da oltre le soglie di una tenebra eterna”. Ma voi lo avete sentito! Voi sapete!”, gridò.
“Sì, so”, dissi con una specie di disperazione nel cuore, ma chinando il capo di fronte alla fede che l’animava, davanti alla grande e salvifica illusione che risplendeva con un bagliore ultraterreno nelle tenebre, nelle tenebre trionfanti da cui non avrei potuto difenderla – da cui non potevo nemmeno difendere me stesso.
“Che perdita per me – per noi!” – si corresse con meravigliosa generosità; poi aggiunse in un sussurro: “per il mondo”. Agli ultimi bagliori del tramonto potei vedere luccicare i suoi occhi, colmi di lacrime – di lacrime che non cadevano.
“Io sono stata molto felice – molto fortunata – molto fiera”, continuò. “Troppo fortunata. Troppo felice per poco tempo. E ora sono infelice per – per la vita intera”.
Si alzò; i capelli biondi sembravano catturare tutta la luce che rimaneva in un bagliore d’oro. Mi alzai anch’io.
“E di tutto questo”, continuò tristemente, “di tutte le sue promesse, e di tutta la sua grandezza, della sua mente generosa, del suo cuore nobile, non rimane nulla – nient’altro che un ricordo. Voi e io…”.
“Lo ricorderemo per sempre”, dissi, precipitosamente.
“No!”, gridò lei. “È impossibile che tutto questo vada perduto – che una vita simile sia stata sacrificata senza lasciare niente – altro che dolore. Voi sapete che piani grandiosi aveva. Anch’io ne ero al corrente – potevo forse non capire – ma altri ne erano al corrente. Qualcosa deve restare. Le sue parole, almeno, non sono morte”.
“Le sue parole resteranno”, dissi.
“E il suo esempio”, bisbigliò tra sé. “Gli uomini lo rispettavano – la sua bontà risplendeva in ogni atto. Il suo esempio…”.
“Vero”, dissi; “anche il suo esempio. Sì, il suo esempio. L’avevo dimenticato”.
“Ma io no. Non posso – non ci posso credere – non ancora. Non posso credere che non lo rivedrò mai più, che nessuno lo rivedrà più, mai, mai, mai”.
Tese le braccia come a trattenere una figura che si allontanasse, stendendole nere e con le pallide mani giunte verso la luce fievole ed esigua della finestra. Non vederlo mai! Io lo vedevo abbastanza chiaramente in quel momento. Vedrò questo eloquente fantasma fino a che avrò vita, e vedrò anche lei, un’ombra tragica e familiare, che in quella posizione ne ricordava un’altra, altrettanto tragica, e ornata di amuleti impotenti, che tendeva le nude braccia scure sopra lo scintillio del fiume infernale, il fiume delle tenebre. Lei disse improvvisamente con voce molto bassa: “È morto come è vissuto”.
“La sua fine”, dissi, con una sorda rabbia che si agitava in me, “è stata in tutti i sensi degna della sua vita”.
“E io non ero con lui”, mormorò. La mia rabbia si calmò di fronte a un sentimento di pietà infinita.
“Tutto quel che si poteva fare…”, borbottai.
“Ah, ma io credevo in lui più di qualsiasi altro sulla faccia della terra – più della sua stessa madre, più di – lui stesso. Aveva bisogno di me! Di me! Avrei fatto tesoro di ogni sospiro, di ogni parola, di ogni cenno, di ogni sguardo”.
Sentii come una stretta gelida al petto. “Non…”, dissi, con voce soffocata.
“Perdonatemi. Io – io – ho pianto così a lungo in silenzio – in silenzio… Siete stato con lui – fino all’ultimo? Penso alla sua solitudine. Nessuno vicino per capirlo come avrei capito io. Forse nessuno che stesse ad ascoltare…”.
“Fino alla fine”, dissi, e mi tremava la voce. “Ho udito le sue ultime parole…”. Mi fermai spaventato.
“Ripetetele”, mormorò con un tono straziante. “Voglio – voglio – qualcosa – qualcosa – di – di cui vivere”.
Ero sul punto di gridarle: “Non le udite?”. Il crepuscolo le andava ripetendo in un sussurro persistente tutto intorno a noi, in un sussurro che sembrava crescere minacciosamente come il soffio iniziale di un vento che stia rinforzando. “L’orrore! L’orrore!”.
“La sua ultima parola – di cui vivere”, insistette. “Non capite che io lo amavo – lo amavo – lo amavo!”.
Mi feci forza e parlai con lentezza.
“L’ultima parola che ha pronunciato è stata – il vostro nome”.
Udii un leggero sospiro e poi il mio cuore si bloccò, morto, fulminato da un grido esultante e terribile, dal grido di inconcepibile trionfo e di sofferenza indicibile. “Lo sapevo – ne ero sicura!”… Lei sapeva. Ne era sicura. La sentii piangere; aveva nascosto il volto tra le mani. Mi sembrò che la casa sarebbe crollata prima che potessi riuscire a scappare, che il cielo mi sarebbe crollato sulla testa. Ma non accadde nulla. Il cielo non cade per una tale inezia. Sarebbe crollato, mi domando, se avessi reso a Kurtz quella giustizia che gli era dovuta? Non aveva detto che voleva solo giustizia? Ma non potevo. Non potevo dirglielo. Sarebbe stato troppa tenebra – assolutamente troppa tenebra…».
Marlow terminò di raccontare, e si sedette in disparte, indistinto e silenzioso, nella posa di un Buddha in meditazione. Per un poco nessuno si mosse. «Abbiamo perso l’inizio della marea», disse a un tratto il direttore. Sollevai la testa. Il mare aperto era sbarrato da un nero banco di nubi, e la tranquilla via navigabile che conduceva agli estremi confini della terra scorreva cupa sotto un cielo coperto – sembrava portare verso il cuore di una tenebra immensa.