Stories 93 / Random

Stories by john wood campbell

la cosa inferno di ghiaccio (italian)

Save as PDF
1
McReady fece spuntare appena la testa sopra la superficie, e scrutò in lontananza verso nord. Il sole era una sbiadita ruota di luce, sospesa a fatica sull’orizzonte di un tavolato racchiuso nel ghiaccio. Il vento che era iniziato come una folle valanga giù dalle pendici dell’Altopiano Polare Meridionale circa milletrecento chilometri a sud, e s’era rafforzato nella corsa attraverso il continente prigioniero dei ghiacci, non aveva affatto perso il suo mordente. Un vento a cinquanta chilometri all’ora da sudest, affilato da meno venticinque gradi di gelo.
Trasportava aguzzi, fini granelli di ghiaccio, memorie dei loro scavi di tre giorni prima. Non era neve. Lo spoglio altopiano era stato sgombrato dalla neve portata dal vento ere prima; le incessanti bufere avevano spazzato un’enorme chiazza di oltre quindici chilometri di diametro, fino a renderla calva come la gola d’un avvoltoio.
McReady sogghignò sotto la sciarpa che gli imbacuccava la faccia e s’aggiustò gli occhiali. Ci si poteva contare che i fisici avrebbero scelto un posto come quello per appollaiarsi. A quattrocento metri di distanza, la vernice arancione del trattore e la macchia più piccola della slitta che trainava si stagliavano in un crepuscolo che rappresentava le due d’un pomeriggio primaverile… Era ottobre, in effetti. Il 2 ottobre 1939.
Barclay stava correndo nella sua direzione, sottovento, come un uomo in discesa da una collina, sollevando coi ramponi da ghiaccio docce di schegge che s’allontanavano turbinando innanzi a lui. D’improvviso i piedi gli vennero meno, e il vento lo scaraventò via per una decina di metri prima che riprendesse l’equilibrio e si rimettesse di nuovo eretto. L’imbottitura del giaccone e molti strati di indumenti termici lo protessero da serie lesioni.
Quando Barclay raggiunse la Stazione Magnetica Secondaria, il vento catapultò contro i suoi occhiali una scheggia di ghiaccio più grossa. Avrebbe potuto accecarlo, senza quella protezione. McReady si fece indietro, dandogli spazio. Barclay imprecò, s’acquattò per attraversare lo sventolante ingresso di tela, e scese di spalle giù per la scaletta fin nell’anticamera della stazione.
«Maledizione, Mac» disse, con voce attutita da strati di lana, «ti piace tanto questo tempo da restare fuori?»
McReady sorrise lentamente. Il cielo era privo di nubi; solo la tamburellante musica d’organo del vento, simile allo spostamento d’aria di un aereo da trasporto, suggeriva che ci fosse una tempesta.
«È il luogo, che mi affascina. Come meteorologo, sono sempre interessato alle tormente. In ogni altro posto dove sia mai stato, chiamerei così anche questa, ma soffia senza posa da quattro giorni consecutivi, fin dal nostro arrivo qui. Il barometro è precipitato di quasi sessanta centimetri. Mi domando… come sarebbe una vera tormenta, qua fuori?»
Barclay sollevò la testa un pelo più sopra il livello del ghiaccio azzurro, in cui avevano intagliato la Stazione Magnetica Secondaria. Sui suoi occhiali, lampeggiarono riflessi gemelli del biancore del sole.
«Se ci fosse acqua» meditò, «ce l’avremmo fino al collo. A Big Magnet, Dutton segnalava un bel cielo terso, vento da sudovest cinque. Bah! Questo è il peggior luogo del mondo per accamparsi. Ho delle note per gli altri, da Big Magnet, che potrebbero tenerli sottoterra per un po’.»
McReady si protese e legò il telone che fungeva da porta esterna, chiudendolo. Poi attraversarono la porta seguente… fatta di legno… fin nella stazione vera e propria.
Il tetto di telo da tenda era steso su una rete per pollai e assicelle di legno, il tutto tenuto saldo dal peso di grossi pezzi di ghiaccio ricavati durante la costruzione e poggiato su montanti verticali imbullonati. Pannelli di truciolato formavano le pareti laterali. Una stufa in rame, al centro della stanza, riusciva a portare lo strato superiore d’aria a circa venticinque gradi, ma sull’impiantito di legno era sparso un intreccio decorativo di cristalli di ghiaccio. Il vento ringhiava minacce giù per il fumaiolo.
Norris e Vane sedevano sul bordo della branda di Norris, al lavoro su un fascio di fogli di dati. Sopra il livello del tavolo, erano vestiti con maglie di lana grigia a manica lunga, e portavano capelli lunghi fin sulle spalle. Indossavano leggeri calzoni color cachi, e gli abiti crescevano in spessore man mano che s’avvicinavano al pavimento, per finire in calze di lana alte fino alle ginocchia e pesanti stivali foderati di pelliccia. I generi deperibili erano tenuti congelati sul pavimento, mentre alle pile a secco, alla birra e alle scorte di cibo spettava il clima temperato a metà altezza. I tropici vicino al soffitto alto due metri e dieci erano riservati a far asciugare le calze, due completi di biancheria, e alla branda di Vane.
La cucina era stata gettata nel baule degli attrezzi in quel momento, e il suo spazio era occupato dagli strumenti magnetici cui stavano lavorando Norris e Vane. Gli strumenti meteorologici di McReady, di tipo più resistente, erano assicurati alla parete. McReady attraversò il locale per controllare le letture dell’anemometro, registrate su rotoli di carta. Mostravano una linea quasi retta… un vento tra i cinquanta e i sessanta chilometri orari in ognuna delle ultime venti ore. Il termometro indicava maggiore attività, toccando un picco di meno quaranta gradi.
«Ce l’avete fatta a seguire il programma?» Vane alzò lo sguardo verso Barclay.
«Le batterie si sono sgelate abbastanza, ma non reggeranno ancora a molti tentativi. La prossima volta dovrò usare la dinamo, e temo che dovrai chiudere bottega, Vane.» Barclay accennò col capo agli strumenti magnetici. «Dutton ha detto che la mia roba stava giusto arrivando, e nel ricevitore la sua voce era debole. Ecco qua i dati. Cercherò di esprimerli in parole semplici, se non riuscite a leggerli, ma è dannatamente difficile scrivere su quell’aggeggio.»
«Lo so.» Vane annuì. «Ha funzionato, comunque?»
«Be’… in un certo senso. Non mi sono venuti grossi geloni e non mi sono ustionato gravemente, ma usare un fornello da campo come scrittoio non è proprio l’ideale.» Barclay scrollò le spalle. «Il comandante Garry mi ha chiesto se avevate già ottenuto qualche risposta, e ho replicato: “Nessuna, che io sappia”. Giusto?»
«Non proprio.» Norris picchiettò un tozzo dito sopra un abbozzo di mappa su larga scala della zona, che includeva la loro Stazione Magnetica Secondaria come pure il principale campo base antartico al Polo Sud magnetico, a centoventicinque chilometri di distanza. Aveva tracciato una piccola X presso la stazione. «I dati ottenuti da Big Magnet, combinati con quelli ricavati qui nelle ultime ventiquattr’ore, rendono impossibile l’idea della montagna di magnetite. Sembra una meteora o qualcosa del genere. In apparenza una massa assai considerevole di materiale estremamente denso, di gran lunga troppo piccola e concentrata per essere un monte d’ossido di ferro.»
«Un meteorite?» McReady guardò dubbioso il punto segnato sulla mappa. «A circa ottocento metri di distanza, eh? Ma avrebbe effetto sui vostri strumenti a Big Magnet?»
Norris annuì. «Big Magnet è direttamente sul Polo Sud magnetico della Terra, perciò l’ago della bussola dovrebbe puntare dritto in giù. Non c’è componente orizzontale… cioè, l’ago d’una bussola orizzontale direbbe che ogni direzione è il Nord, roteando liberamente su un asse verticale. Per una bussola, il Polo Sud magnetico è quello che per il geografo è il vero Polo Sud, a quasi duemila chilometri di distanza; ogni direzione è verso nord. Se non c’è nessuna attrazione orizzontale, la via più breve per il Nord è proprio in basso.
«Ma abbiamo scoperto, coi nostri sensibili apparecchi, che una componente orizzontale c’era, a indicare una sorta di polo magnetico secondario, molto debole, in quella direzione. È percepibile solo dove non c’è l’interferenza orizzontale del polo magnetico della Terra.» Il suo dito diede un altro colpetto alla X. «E quel meteorite, di qualunque cosa sia fatto, è terribilmente magnetico.»
McReady emise un lieve fischio. «Pensate d’averlo localizzato? Tenterete di trovarlo?»
Vane alzò lo sguardo verso di lui, con un sorriso. «Se scoprissi dove fa il nido la madre di tutte le tempeste… ne andresti in cerca, tu?»
McReady rise. «Grazie, ragazzi, ma credo che abbiate già trovato la madre di tutte le tempeste al posto mio. Il barometro sta precipitando, e in questo posto la condizione normale è un vento di cinquanta chilometri orari. Il comandante Garry dovrà inviare uno degli aerei a vedere se non c’è una catena montuosa che ci incanala queste brezze.» Diede un’occhiata alla mappa. «Credete di riuscire a rintracciarlo, quel meteorite?»
«Certamente» disse Vane. «Se dista solo ottocento metri, non può essere molto in profondità. Potremmo perfino farcela a raggiungerlo materialmente. Sono tanto dannatamente sciocco da sperarlo, e domani mi metterò in cammino con pale e piccozze.»
«Santi numi» gemette Barclay, «altri scavi? Credevo di odiare le pale da neve, ma da quando mi trastullo tra questo ghiaccio del cavolo coi vostri adorati aggeggi non magnetici, la cosa che detesto di più è diventata la piccozza.»
Barclay gettò un’occhiata al baule degli attrezzi. Il coperchio era sollevato di cinque centimetri o giù di lì, e apparivano le estremità di tre piccozze appuntite, che sembravano denti d’una bocca sogghignante.
«Puoi sempre sperare che sia sepolto bello in fondo, così non ce la faremo mai a tirarlo fuori» commentò Norris. «E quegli arnesi di bronzo al berillio non sono tanto male… è roba che taglierebbe qualunque altro metallo.»
«Tutto bene forse per piccozze e coltelli da macellaio» ammise Barclay, «ma ogni stramaledetto scalpello e chiave inglese che abbiamo è fatto di quella lega. Non ha la stessa presa dell’acciaio. Le chiavi giratubi non valgono un fico secco, sull’assale del trattore in acciaio temperato. Quello a cui obietto è il dover utilizzare attrezzi dell’età del bronzo su un prodotto dell’era delle macchine. Anche se la massa magnetica dei trattori vi rende impossibile lavorare vicino a questi, potevate lasciarmi usare attrezzi d’acciaio almeno qui.»
«Evitare la duplicazione» disse Vane, allargando con mestizia le mani. «Assioma numero Uno della ricerca al Polo Sud. Per il lavoro sui raggi cosmici abbiamo dovuto usare anidride carbonica nei contatori Geiger, perché la bombola dell’argon perdeva e non ce n’era di riserva. Se vuoi davvero trascinare in giro settanta chili extra di attrezzi d’acciaio, è un tuo diritto, suppongo. Parlando di duplicazione e scavi… quante bombe alla termite ci sono rimaste?»
«Tre» disse Barclay. «Sono incappato in tutte e tre, cercando di raggiungere la radio sul trattore. Tre cariche da venticinque.»
«Be’, se la tormenta di McReady tarderà un po’, domani andremo a caccia. Penso che Norris farà meglio a starsene sulla slitta con gli strumenti, mentre noi lo traineremo. La triste esperienza mi ha convinto che non si può osservare l’inclinazione di un ago e i propri piedi allo stesso tempo. Questa cupola di ghiaccio può essere spoglia, ma presenta dei bei crepacci in cui cascare.»
McReady sospirò e si sedette sul bordo della sua cuccetta. «Tocca a me fare da cuoco stasera, credo. Se voi altri spostate quella robaccia, allestirò il fornello portatile e vedremo che cosa offre la dispensa. Penso che preparerò un po’ di uova. Tutti d’accordo?»
«Cosa, niente pemmican? Né grasso di foca rancido? Non possiamo tollerare quest’omissione.» Vane scattò a rimuovere l’apparato magnetico. «Fra parentesi, Mac, supponi che abbiano ancora uova, lassù a nord, che si stendano lisce quando le apri? Uova che stiano assieme come il leone e l’agnello, con il tuorlo e l’albume entrambi allargati sul piatto?»
«Se non ti piacciono le uova congelate, non devi mangiarle. Puoi avere quel grasso di foca. E se non ti garba quello, ricordati che la foca non ha chiesto di essere mangiata. Pensavo solo che fosse una buona idea rimpinzarci per il lavoro di domani. O scaveremo per il vostro dannatissimo meteorite, o dovremo assicurare il tetto contro il vento. Ci godremo un po’ di varietà stasera, e domani a colazione potremo avere qualcos’altro. Che ne dite di cacao e cereali?»
«Vediamo, non li abbiamo già mangiati ieri? Stamattina cereali e cacao, ma non è stato cacao e cereali ieri?»
«No, è stato cereali e cacao» gli assicurò McReady. «Li ho messi in tavola io. Barclay, comincia a preparare la cucina quassù. Prima il fornello… su, forza.»
Barclay iniziò dalla cima del baule, frugando rapidamente sempre più in basso. Prima estrasse il fornello. Poi la cassa del cibo.
Il mattino dopo McReady fu il primo ad alzarsi, e sua fu la gioia di accendere la stufa di rame per dissipare il gelo notturno. La Spedizione Garry aveva collaudato, con discreto successo, un nuovo metodo d’esplorazione antartica. Situata al Polo Sud magnetico, la base di Big Magnet si trovava, necessariamente, a cinquecentosessanta chilometri dal più vicino punto accessibile alle navi. L’intero ammasso dell’equipaggiamento della spedizione era stato spedito laggiù coi cinque aeroplani. Ognuno dei sei trattori era stato portato in volo. Ma l’impossibilità di inviare cinquecento tonnellate di carburante così all’interno aveva costretto il comandante Garry a cercare di sfruttare le risorse locali; l’Antartide era nota per avere riserve di carbone maggiori d’ogni area altrettanto vasta della Terra, a eccezione forse degli Stati Uniti. I trattori e la centrale elettrica della spedizione erano a vapore, le stufe per riscaldarsi e cuocere alimentate a carbone.
Il combustibile trovato a trentadue chilometri da Big Magnet consisteva, comunque, in carbone bituminoso di bassa qualità e che lasciava molta cenere. Il compito di McReady di avviare la piccola stufa era, di conseguenza, tutt’altro che facile. Gli sbuffi di fumo ebbero molta efficacia nel costringere gli altri a smontare dalle loro brande, nella gelida temperatura della Stazione Magnetica Secondaria.
«La temperatura esterna» riferì McReady, collocando attentamente un altro pezzo di carbone «è precipitata a meno cinquantotto gradi. È arrivata la tormenta, la condizione abnorme del meteo locale. Dovevo saperlo, in cosa ci saremmo imbattuti.»
«Io non sento niente» disse Barclay.
«È una calma piatta. Barclay, amico mio, temo che oggi scaveremo, a meno che il meteorite non sia felicemente piazzato a gran profondità. Preghiamo.»
«Dannazione. Calma piatta. Oh, be’, la temperatura può scendere, ma è più confortevole del vento. Sta ancora scendendo?»
«A capofitto. Sarà meno sessantacinque gradi, all’ora di metterci in marcia» gli assicurò McReady. «Vai a prendere un po’ di ghiaccio per fonderlo?»
Due ore dopo, il termometro confermò la predizione di McReady. Da un orizzonte all’altro, l’azzurro ghiaccio dello spoglio altopiano si stendeva sotto stelle che ammiccavano, nell’aria più calma e limpida vista da quando avevano raggiunto quella calotta spazzata dal vento. L’orizzonte settentrionale mostrava appena qualche tocco di rosa e cremisi e verde, e il nero mistero dell’orizzonte meridionale si stendeva fino al Polo. Le luci dell’aurora ondeggiavano intorno a loro come tendine luccicanti, intensificandosi lievemente in lontananza a nordest, in direzione della base di Big Magnet e del polo magnetico. Le stelle più brillanti creavano danzanti duplicati cristallini nel ghiaccio scintillante sotto i piedi. In lontananza, a ovest, il ghiaccio che si contraeva sotto il freddo emise il suono lacerante d’una spaccatura, e una successione di rumori più lievi che si diffusero mentre la tensione s’attenuava.
«Sarà l’inferno, se una di quelle fenditure toccherà il campo» borbottò Barclay. «Tagliando il ghiaccio qui l’abbiamo indebolito, perciò potrebbe succedere.»
«Il sondaggio sismico ha mostrato che in questo punto lo strato è profondo trecentosessanta metri» fece osservare Vane. «Un foro di poco più di due metri è solo una piccola intaccatura. Fra parentesi, il movimento dei ghiacci è verso nordovest, qui, e stiamo puntando anche noi in quella direzione. Probabilmente c’è una montagna o collina sepolta che trattiene il ghiaccio da questa parte; potremmo finirci sopra.»
«Preso tutto?» chiese McReady.
«Uhm. Lasciami sistemare, e ringrazia Dio che la tua tormenta sia una calma piatta.» Vane, unico del gruppo, aveva indossato pesanti pellicce. Gli altri si sarebbero fatti una sudata in robusti pantaloni cachi, camicie di lana e giacconi sotto abiti antivento. Vane, a cavallo della slitta trainata dai compagni, avrebbe avuto il compito meno piacevole, quello di starsene seduto immobile a osservare gli strumenti magnetici.
«Ho detto che sarebbe arrivata una condizione insolita» si difese McReady, «e così è stato. È la prima calma che vediamo dal nostro arrivo. Ammetto d’aver dato l’interpretazione errata, ma devono pur esserci tempeste di vento qui, a volte. Si potrebbe perfino dire che sia questa, una tormenta… con un vento di sessanta chilometri all’ora in direzione opposta.»
Gli uomini si avviarono. I ramponi degli stivali scheggiarono il ghiaccio sotto i loro talloni e resero l’avanzata non troppo difficile, ma la superficie erosa dalle ere, scavata dai granelli di ghiaccio simili a sabbia portati da ululanti, incessanti venti, restava scabra e incerta. L’uomo sulla slitta doveva tenersi continuamente saldo contro i sobbalzi inattesi. Due profondi crepacci, senza ponti in quel territorio privo di neve, li costrinsero a fare una deviazione di quasi un chilometro e mezzo prima di tornare sulla rotta indicata dall’ago e dalle letture dell’apparecchio a induzione realizzato da Vane.
Con lentezza, comunque, l’inclinazione dell’ago reagì al loro spostamento, e smise di puntare costantemente verso la superiore forza d’attrazione del Polo Sud magnetico della Terra quando questa s’indebolì a poco a poco, mentre s’avvicinavano all’ignoto corpo quasi a portata di mano. A un tratto, quando entrarono in una regione solcata e intagliata da centinaia di crepacci che andavano da fessure di venti centimetri a crepe larghe tre metri che piombavano in insondati abissi, l’ago oscillò pigramente. Poi, dopo lo scossone dato da un dosso di ghiaccio, prese languidamente una nuova direzione.
«Fermi» disse Vane, eccitato. «Si sta agitando!»
Il sibilo della turbina ad aria e il lieve ronzio della bobina dell’induttore che ruotava follemente nel campo magnetico ripresero mentre Vane sbloccava l’ago del galvanometro e apriva la valvola. Lentamente Vane fece ruotare le spazzole, mentre Norris ammirava alcune delle più brillanti stelle a sud, che stavano ora sbiadendo nella crescente luce del Nord, mentre il sole strisciava più vicino all’orizzonte. «Nessun campo che valga la pena nominare. Quello terrestre e quello della meteora si cancellano quasi a vicenda, qui.» Vane chiuse le valvole della turbina e il sibilo dell’aria che sfuggiva s’arrestò.
L’ago dello strumento sobbalzò insieme alla slitta dondolante, ruotando sulle sue multiple, delicate sospensioni cardaniche. Ora si muoveva sempre meno pigramente, mentre s’approssimavano al nuovo centro d’attrazione. L’area dei crepacci costrinse il gruppo a deviare e serpeggiare, e richiese la massima cura per timore che una piccola frattura indicasse una caverna le cui pareti si curvassero fin quasi a incontrare la superficie, lasciando fragili calotte a spezzarsi sotto il loro peso. Erano legati l’uno all’altro da una fune, e fu Barclay a guidare il cammino coi suoi ottantasei chili, esaminando ogni fenditura al suo passaggio.
«Quella cresta che fa da diga al ghiaccio deve trovarsi qui vicino, Norris.» McReady indicò la zona di crepacci di fronte, e l’ulteriore distesa di liscio ghiaccio che scendeva in declivio, fino a un territorio di familiare neve antartica situato più oltre.
La slitta proseguì, districandosi tra la parte finale dell’area dei crepacci. Il sole di ritorno in un rapido arco sopra l’orizzonte aveva iniziato a far sollevare un lieve vento, un vento che avrebbe a stento fatto girare le coppette dell’anemometro, ma a quella temperatura aggiungeva il pericolo di gelate improvvise. La cresta della collina sepolta nel ghiaccio venne superata, e un graduale pendio fino al territorio innevato, meno accidentato del tratto appena oltrepassato, si estese dinnanzi a loro.
«È quasi verticale adesso, Norris» esclamò subito Vane. «Un po’ a sinistra… Ah! Sta arretrando! Norris, quel dannato meteorite non ha neanche quindici metri di diametro!»
Barclay prese dalla slitta un martello di bronzo al berillio, un cannello ossidrico e attrezzatura per sondaggi sonici. La piccozza rimosse una scaglia di ghiaccio, mentre i fisici lavoravano ai loro apparati. McReady lottò col cannello ossidrico mentre Barclay seppelliva l’emettitore sonico e il ricevitore sotto schegge di ghiaccio. Il cannello ruggì all’improvviso, e nella sua vampa i frammenti si fusero intorno all’emettitore sonico e al ricevitore, per ricongelarsi solidamente nel momento in cui la fiamma fu ritratta. Con l’abilità che veniva dalla lunga pratica, Barclay sgelò le pile a secco e le fece scivolare, ancora lievemente calde, nella cintura contro il suo corpo.
Premette il tasto dell’emettitore, e un acuto, chiaro gemito si levò dallo strumento. All’istante un ago sobbalzò sull’indicatore dell’apparato, per fermarsi bruscamente a una frazione di millimetro dal termine della scala graduata. «Meno di cinque metri di ghiaccio, poi roccia fino a una profondità non registrata» riferì infine Barclay. La fiamma ossidrica liberò i componenti dell’apparecchio. L’uomo tentò in una nuova posizione. Ancora meno di cinque metri. Poi la profondità scese bruscamente, quando oltrepassarono il bordo del crinale di roccia sommerso dal ghiaccio. Manovrarono avanti e indietro, tracciando un profilo dell’invisibile superficie sottostante.
Vane e Norris stavano percorrendo spirali tutt’intorno, ampliandone e restringendone il raggio, finché al termine trovarono il punto focale dell’anomalia. Barclay e McReady s’unirono a loro. Un’altra dozzina di attenti tracciati avanti e indietro, attraverso le linee determinate magneticamente da Vane e Norris, diedero letture costanti, ma solo inferiori a quindici metri… troppo brevi perché le rilevasse lo strumento sonico.
«Odio doverlo dire…» Vane guardò allusivo le piccozze e le pale assicurate alla slitta. «Quella piccozza là m’ha costretto a rammentarmi della sua presenza per tutto il percorso fin qui. Diamole un bel pestaggio.»
Il sole s’alzò molto gradualmente sopra l’orizzonte nord, scivolando lungo un invisibile solco da qualche parte oltre il bordo del continente gelato. Il termometro salì lentamente insieme a lui, e il vento prese a strisciare sull’altopiano, guadagnando velocità man mano che le differenze di temperatura s’incrementavano. Il termometro superò meno cinquanta e il vento oltrepassò i venticinque chilometri all’ora. I quattro uomini continuarono ad assestare colpi e fendenti alla superficie resa friabile dal freddo. Nel ghiaccio crebbe verso il basso un condotto in pendenza, con dei gradini intagliati; il solido blu di quella roba iniziò a scintillare di accecanti, intensi azzurri… puri raggi di zaffiro… e le schegge si fecero simili a enormi tesori, come smeraldi, zaffiri e rubini sparpagliati. Gli obliqui raggi del sole stavano penetrando, senza calore, attraverso quasi sei metri di ghiaccio cristallino. L’ago magnetico proseguiva a puntare diritto in giù.
Barclay tornò in superficie con una tela cerata colma di frammenti di ghiaccio da scaricare, e riempì d’imprecazioni il cannello ossidrico. Il vento che s’alzava lo gelava tutto, il metallo era una tortura per le sue mani senza guanti, e il gasolio gli fece venire le vesciche alle dita con la sua rapida evaporazione, mentre rifiutava d’accendersi. Il vento sferzava le fiamme spegnendole, e ci vollero alcuni minuti prima che il cannello ruggisse in un benvenuto calore bianco-azzurro.
«Finché abbiamo questo dannato buco, tanto vale tenerlo caldo» ringhiò Barclay, incespicando giù per il condotto fino agli altri. «E il ghiaccio sembra trasparente come vetro. Magari riusciremo a vedere dove andiamo a parare, se fondiamo una chiazza liscia.»
La fiamma del cannello ossidrico lambì la parete scheggiata in fondo al pozzo. Le frastagliate spaccature si levigarono, e si sciolsero. Lentamente, mentre Barclay girava in tondo il cannello, la liscia superficie s’allargò a formare una finestra nel ghiaccio incredibilmente limpido e duro. Le vaghe forme delle rocce si mossero e ondeggiarono mentre l’acqua disciolta scorreva via dalla fiamma; oltre la finestra sgombra, divenne visibile un azzurro mare illuminato dalla diffusa luce del sole.
Norris guardò attraverso la finestra. Solo vagamente si poteva intuire la presenza di scure, arrotondate forme di enormi rocce; le grandi masse opache erano ancora troppo remote per averne una chiara visione. L’ago della bussola puntava quasi direttamente in giù. «Prova ad aprire un’altra finestra nel pavimento, Barclay. Mi sa che hai avuto una buona idea, qui.»
La fiamma lambì il pavimento, dopo che McReady ebbe maggiormente livellato la sua superficie a colpi di piccozza e scavato un solco più profondo per raccogliere l’acqua fusa. Gli altri, affollati fuori dallo stretto condotto mentre Barclay lavorava in basso, lo videro all’improvviso rivolgere il cannello da un lato. Questo proseguì il suo ruggito, con un balbettante, fluttuante borbottio, quasi stesse per parlare. Barclay scrutò in basso nella finestra che aveva creato, una nera, scivolosa superficie in un azzurro mare di ghiaccio.
Si raddrizzò lentamente e spense il cannello. Con la testa reclinata all’indietro per guardar su dal ripido cunicolo verso gli altri, ci mise un po’ prima di parlare. «Avrò pure le traveggole, ma sto per sfondare questa finestra. Potete continuare a scavare voi altri, se vi va.»
La piccozza portata da McReady frantumò la liscia oscurità in schegge che riflettevano e disperdevano la luce, poi Barclay salì inebetito i rozzi scalini intagliati nella parete in pendenza del pozzo.
«Barclay… che diavolo c’è?» chiese Vane.
«Proseguite lo scavo. So dannatamente bene d’essere svitato, quindi lascerò che lo scopriate voi stessi. Se trovate quel che credo di aver visto, vi aiuterò. Ma non prima. È circa un metro e mezzo più in basso. Non agitatevi, quando ci arriverete.» Barclay s’allontanò verso la slitta e iniziò a riallacciare il carico in silenzio.
Per un attimo, gli altri tre si guardarono l’un l’altro inquieti. «C’è un buon modo per scoprirlo» suggerì McReady. Si lasciò scivolare nel pozzo, usando una piccozza per fermare la sua caduta. Vane lo raggiunse, gettando i frammenti di ghiaccio che staccava in una tela cerata per riportarli in superficie. Norris seguì Barclay alla slitta, cercando infruttuosamente d’ottenere qualche risposta alle sue domande.
Bruscamente, i due uomini si voltarono udendo l’urlo esplosivo di McReady nel pozzo. Ci fu un immenso silenzio, poi un’unica imprecazione. Quindi: «Barclay… Barclay, dannato idiota strabico. Per tutti gli inferni, perché non ci hai detto cos’avevi visto? Norris… Norris… per l’amor di Dio, vieni qui! C’è una lastra di lucido metallo lavorato a macchina, che s’estende a distanza indefinita.»
«È questo il magnete, Norris!» La voce di Vane risuonò sorda dal pozzo.
«Non è quello che ho visto io» disse piano Barclay, sedendosi sul bordo della slitta. «Immagino di non avere le allucinazioni, forse, ma può darsi di sì. Non sono scesi neppure di un metro e mezzo. Digli di proseguire.»
Norris partì di corsa. Vane gli passò in alto le schegge di ghiaccio, colmando un secondo sacco prima che venisse restituito il primo, mentre la piccozza e la pala di McReady ingrandivano il pozzo e lo rendevano più profondo per consentire anche a Norris di scendere per un esame. Poi… lo schith dei friabili cristalli di ghiaccio che si spezzavano si tramutò nel crac smorzato di qualcosa di molle. L’attività sottostante cedette il passo a un silenzio improvviso.
«Dio!» disse a bassa voce McReady. «Buon Dio!» Lo schuff della piccozza riprese, con molta delicatezza e grande attenzione.
Incapace di vedere oltre i due uomini, Norris udì il lieve sospiro di Vane, e sulla sua testa colse un barlume di luccicante materiale argenteo. Una liscia, curva superficie metallica di circa un metro e mezzo di lato era stata messa a nudo. Il sole s’era posato di nuovo, ma il rosa e il lavanda, i verde mela e i tenui gialli indugiavano nel cielo. Il rivoletto di luce che scendeva attraverso sette metri di ghiaccio scintillò sullo spoglio metallo, suggerendo la presenza di un’immensa massa di lastre arrotondate e lavorate artificialmente, congiunte con abilità non umana.
Vane si raddrizzò e indietreggiò. Visibile fra le gambe di McReady c’era una testa mezza spaccata, aperta da un incauto colpo di piccozza. Norris si rivolse in su, verso la chiazza di cielo dipinta dal sole, e chiamò Barclay.
«Ehi, se quello che hai visto aveva capelli blu che sembrano lombrichi e tre occhi rossi, è qui.»
2
L’autogiro si posò cautamente sui ghiacci, con una perfetta discesa verticale. Il vento di cinquantacinque chilometri orari che sfrecciava sulla spoglia distesa era un costante, regolare fiume d’aria superfredda che fluiva dall’Altopiano Polare Meridionale fino al mare, da qualche parte a nord. Il brillante arancione del velivolo era l’unica nota di colore del paesaggio, resa palesemente evidente dal fiero splendore di quattro torce al magnesio. Nell’attimo in cui toccò la superficie, i quattro membri della Stazione Magnetica Secondaria s’avvicinarono con le torce, mentre Blair balzava dalla cabina dell’aereo con in mano ancore da ghiaccio. Dietro il piccolo ed esile biologo, la tarchiata figura del dottor Copper ruzzolò fuori con altre ancore. L’autogiro oscillò lievemente avanti e indietro mentre il pilota dava gas al motore, incerto. L’elica doveva fornire una certa propulsione per non far altro che mantenere il velivolo immobile, opponendosi all’incessante spinta del vento da sud. Le luccicanti pale del rotore si mossero a scatti, poi rallentarono mentre Macy riduceva gradualmente il loro angolo d’incidenza per far aderire il velivolo più saldamente al suolo.
Il biologo e il medico avevano già piazzato le ancore nel momento in cui McReady e Norris li raggiunsero, e il pilota ridusse la potenza. Quasi all’istante il gelido afflusso d’aria raffreddò il motore, e questo iniziò a perdere colpi. Macy diede gas di nuovo, aumentando i giri. La sua bocca si mosse dietro il parabrezza di plastica, ma il ruggito del motore soffocò le parole.
«Sei sacchi di carbone… provviste di cibo… altre due cuccette» urlò Blair. «Farà subito ritorno. Il dottor Copper può rimanere solo due giorni, grosso modo. Il comandante Garry è dovuto restare indietro… troppo peso.»
Norris annuì vigorosamente. Barclay e Vane spuntarono fuori, spegnendo le proprie torce ormai superflue. Il pungente soffio dello spostamento d’aria dell’apparecchio costrinse gli uomini a stare a una certa distanza, mentre Copper spiegava loro i piani.
«Garry pensa di farvi lavorare qui, modificando i progetti della spedizione geologica per lasciar disponibile questo trattore. Ha mandato alla vena di carbone un’altra squadra di uomini, in modo da poter usare più combustibile. Fatti altri scavi?»
Vane scosse il capo. Il rombo del motore rese la conversazione quasi una lettura delle labbra. «Aspettavamo voi. Abbiamo spostato il trattore, comunque. Portato la sega?»
«Sì. Upjohn ha fatto le bizze, ma l’ha mollata. Ne ha avuto bisogno per fare le “case” sugli altri trattori, perciò la vuole indietro quando potremo lasciargliela. Macy intende andarsene subito. Dice che può far atterrare qui il Douglas, se riuscite a promettere un vento come questo tutto il tempo.»
McReady sorrise amaramente. «C’è stato praticamente ventiquattr’ore al giorno, tutti i giorni trascorsi qui. L’altitudine è solo di trecentotrenta metri, e un po’ di lavoro spianerà ogni ostacolo sul ghiaccio. Potrebbe portare qua il grosso Boeing, se gli servisse. Gli prometto tutti i giorni un vento di sessanta chilometri orari, e su ordinazione possiamo farglielo avere di ottanta.»
«Ci occorrerà più carbone» intervenne Barclay. «Azioneremo parecchio il motore del trattore, per la dinamo.»
«Non potevo caricarne di più in questo viaggio. Troppo ciarpame. Tornerà a prendermi sul Lockheed, ha detto, e se avrete bisogno ne porterà tre tonnellate. Scarichiamo la roba prima che il motore vada in stallo. Dio santo, fa freddo.»
McReady disse: «Non ha ancora visto niente, Doc. Farà meno quarantacinque gradi stanotte. Andiamo».
Dieci minuti dopo, il rotore dell’autogiro iniziò a girare più rapidamente. Non c’era bisogno di forzare il motore, lì; fu il fiume di vento a fargli assumere velocità. L’aereo decollò dal ghiaccio in ascesa verticale, con le pale simili a quelle d’un mulino che sventolavano goffamente, come se un’immensa anatra s’alzasse da azzurre acque. Le minuscole luci tracciarono un circolo sulle loro teste, poi svanirono a tutta birra quando Macy si mise sottovento verso Big Magnet.
«Segnalerò il decollo.» Barclay s’avviò verso la stazione sepolta, con due sacchi di carbone che lasciavano una stria di polvere nera dietro di sé. Polvere che il vento precipitoso raschiò all’istante dal ghiaccio, facendola sfrecciar via verso l’Oceano Atlantico, seicentocinquanta chilometri a nord. Blair e McReady stavano fissando sulla slitta gli strumenti del piccolo biologo, accatastando in cima parti di cuccetta e sacchi contenenti provviste di cibo.
La stazione sembrò ancor più affollata, con ogni cosa stipata in basso contro una parete. Gli strumenti magnetici erano spariti, imballati sul trattore e trasportati al nuovo sito. Ma li aveva rimpiazzati la nuova radio da campo a batteria, e le pile a secco formavano una frangia sotto la cuccetta di Barclay, sospese abbastanza in alto sul pavimento da trovarsi sopra la “linea di congelamento”. La trasmittente era stata appesa al soffitto con alcune funi, all’altezza delle spalle, e il tasto fissato a un supporto orizzontale della parete.
Barclay s’appoggiò alla branda in posizione eretta e prese a battere sul tasto una chiamata per Big Magnet. Macy e l’autogiro erano già in vista sopra la base principale prima che ottenesse risposta quindici minuti dopo. Macy aveva trovato una corrente ventosa di centotrenta chilometri orari, a milleduecento metri di quota.
«È già tempo di fare delle teorie?» chiese il dottor Copper, mentre le componenti della cuccetta venivano assemblate. «Fra parentesi, spero che voi altri mangiate con educazione. Vedo che la mia cuccetta farà da tavola da pranzo.»
«Barclay non è tanto male» grugnì McReady. «Si rimette in bocca tutto quello che cade. Ma non credo che sia il momento di teorizzare. Qualunque cosa sia quella, la si potrebbe scambiare per un sottomarino… i rilevamenti che abbiamo fatto, sia magnetici sia acustici, indicano che misura da quindici a diciotto metri di diametro, e gli strumenti magnetici indicano una forma affusolata lunga circa settantacinque metri. Chiaramente, non ha ali. C’è una tremenda concentrazione di massa magnetica, dice Vane, vicino al centro. Potrebbe essere un sommergibile naufragato quando questa parte dell’Antartide era sommersa. Io non ci credo. È un tipo di aggeggio volante che non abbiamo mai visto, ed è precipitato in qualche modo. La sua lunghezza, incidentalmente, corre da nordest a sudovest, quasi ad angolo retto con una linea tracciata da lì al polo magnetico.
«Ed ecco dove entra in ballo la meteorologia. È rimasto sotto il ghiacciaio. Un tempo, caddero qui neve e nevischio, e la cosa restò seppellita. Il peso compattò la neve in questo ghiaccio azzurro. Poi il vento di questo desolato altopiano erose il ghiaccio, Dio sa quanto. Se quell’affare è caduto prima che la neve iniziasse a compattarsi, è antico di almeno mezzo milione di anni. Se era caldo al momento della caduta, potrebbe aver fuso un percorso sotto la superficie per un certo tratto, ed essere finito dov’è in qualunque momento. Sta sul lato al riparo della cresta sepolta, dietro un’alta lingua di terra che corre a sud per ottocento metri dividendo il ghiacciaio, e deviandone il movimento e la pressione. È questo il motivo dei crepacci in cui ci siamo imbattuti. Sa, Doc, quella roba potrebbe stare qui da un dannato mucchio di tempo.»
«Che mi dite della… creatura che avete trovato?» chiese Blair.
«Non ha un’aria stupida.» Vane si riempì la pipa e la accese. «Non l’abbiamo toccata troppo. Bestiola sgradevole, questo posso dirlo. Credo di aver spiegato tutto quello che sappiamo al riguardo. È congelata, e dura come il ghiaccio in cui si trova. Può essere lì da un milione di anni… o cinquanta milioni. Perfettamente preservata, ovvio, e morta come quei mammut che vengono trovati in Siberia. È già da qualche tempo che si conserva, quindi abbiamo immaginato che si sarebbe mantenuta intatta fino al vostro arrivo qui. Può giocarci quanto vuole. A noi non piace granché.»
«Ha descritto la testa piuttosto vagamente» obiettò il biologo. «È antropomorfa?»
«Umanoide? Il resto di quell’essere è sotto il ghiaccio, e piuttosto indistinto. Quello che potevamo vedere ci ha suggerito di lasciarvi dare un’occhiata. Noi abbiamo visto abbastanza. Se ha l’indole che sfoggiava quella faccia, non mi interessa nemmeno, anche se l’alieno è morto da quando si congelò l’Antartide.»
«Indole… la faccia…?» Blair guardò con curiosità i membri dell’equipaggio della stazione.
Barclay sputò nella piccola stufa e vi gettò dentro alcuni pezzi di carbone. «Potrà guardarla domani. Sarebbe meglio.»
«Eh?»
«Significa che dormirà meglio» disse Vane. «Non ci sono termini scientifici per descrivere le espressioni facciali, a quanto ne so.» Guardò il fuoco per un momento, in silenzio. «Comunque, il volto non è umano, quindi è possibile che non riusciamo a interpretarlo. Può darsi che in realtà l’alieno mostri rassegnazione… nel solo modo in cui poteva, con una faccia simile. Ma non la penso così. Certamente, è partito con un terribile handicap; quel volto non è concepito per mostrare alcuna espressione pacifica. Basandomi sull’esperienza umana… e un’occhiata a quella faccia le assicurerebbe che non c’entra un bel niente, dato che non è neanche remotamente umana… direi che la Cosa rimase intrappolata, e divenne pazza. Non in preda alla follia, anche se qualunque uomo con tanta essenza distillata di odio negli occhi dovrebbe essere un folle. Credo che fosse solo furente.
«Vagamente, attraverso il ghiaccio, ho intuito che l’aggeggio volante simile a un sottomarino fosse incastrato contro una parete di roccia, col muso accartocciato in dentro. La piccola parte che abbiamo messo allo scoperto era squarciata e piegata; penso che il muso fosse sfracellato. Dalla struttura e dal profilo, direi che qualsiasi veicolo fosse, era veloce… dannatamente rapido. Capace di viaggiare dal polo magnetico fin lì in una trentina di secondi, diciamo, o… può darsi… coprire il percorso da Marte a Venere in tre o quattro giorni. Niente di mai generato sulla Terra ha provato l’odio inesprimibilmente crudele che mostravano quei tre occhi rossi, questo lo so.
«Ma la sezione centrale della nave, quella dove dovrebbero trovarsi i propulsori, ha una massa talmente magnetica da sembrare impossibile. Tutta l’attrazione che percepivamo a centotrenta chilometri di distanza, a Big Magnet, aveva origine in un settore di circa sei metri per sei. Questo è un fatto. Il resto non è nemmeno teoria, solo un’ipotesi. Penso che la nave sia scesa sulla Terra troppo vicino al polo magnetico, e il meccanismo di guida… comunque funzionasse… abbia assorbito troppo magnetismo terrestre e sia saltato in aria. Il campo della Terra non è particolarmente intenso, ma è ampio. Come se a causarlo fosse una corrente di cento milioni di ampere in circolo intorno all’equatore. Se i motori di quella nave interferirono col magnetismo planetario, qualcosa doveva esplodere. E non poteva trattarsi della Terra.
«Perciò quella Cosa uscì dalla sua nave, in trappola. Doveva appartenere a una razza più antica dell’uomo. Si trovò a osservare un’Antartide già congelata, forse ancor più fredda di adesso. Seicentocinquanta chilometri di ghiaccio in ogni direzione, seicentocinquanta chilometri di invalicabile glaciazione, senza un essere vivente più grande di un microbo o un’alga fra quella creatura e un mare irraggiungibile. E oh, Dio… quanto odio in quella faccia dai tre occhi, coi capelli blu simili a lombrichi.
«E ora, dannazione, andiamocene a dormire. Domani mattina presto, penseremo a estrarre la Cosa fuori dal pozzo.»
Vane grugnì, batté la pipa spenta contro la pancia della stufa in rame e iniziò a prepararsi la branda. Il vento profferiva gorgoglii gutturali giù per il fumaiolo, insulti e maledizioni le cui apparenti sillabe spingevano ad ascoltare, sforzandosi di comprendere il loro quasi inintelligibile tono vendicativo. Sillabe, forse, che era stata la Cosa nel pozzo congelato a insegnargli un tempo, ere prima.
Il vento stava rigurgitando le stesse vaghe sillabe, quando s’alzarono al mattino. Norris, poiché era suo il turno di azionare la stufa quasi spenta, imprecò e la riportò in vita a calci.
Quando si avviarono, la sferza del vento fu resa tagliente da una temperatura di meno quarantacinque gradi. Le funi della slitta grugnivano e vibravano sotto la sua pressione. Quella forza implacabile sembrò spingerli via, cercare di farli tornare indietro dal sentiero marcato con bandierine. Aveva flagellato molti di quei vessilli di resistente stoffa arancione fino a ridurli a cenciosi resti di pochi centimetri, nelle trenta ore trascorse da quando li avevano collocati, e alcuni erano stati strappati via del tutto.
Ma la pista era ormai contrassegnata. Non dovettero più trovare un’incerta via tra gli infidi crepacci, e quando oltrepassarono la zona infranta e squarciata dalla pressione del fiume di ghiaccio a sud, la chiazza arancione del trattore si stagliò sul colorato sfondo dell’orizzonte settentrionale. Più oltre, nelle vicinanze, il gruppo della Stazione Magnetica aveva estratto dai dintorni della nave sepolta cumuli di schegge di ghiaccio, ormai livellati dal vento, che indicavano l’ingresso dello scavo.
Si fermarono e smontarono. McReady fece strada nel tunnel, sostituendo con una torcia al magnesio furiosamente incandescente le più fioche lampade a pressione usate lungo la pista. Le strisce di magnesio bruciarono con un’incredibile luce bianca nell’azzurro cunicolo cristallino, che scendeva obliquo intorno a loro tra una splendente rifrazione, come di rozze gemme. L’impetuoso bagliore filtrò nel ghiaccio fino a una distanza di oltre trenta metri. Dalla superficie, gli uomini più in basso divennero grandi ombre simili a pipistrelli che si dimenavano sotto la crosta gelata, e l’intera distesa ghiacciata risplendette d’una incandescenza interna tutt’intorno, salvo per l’immensa ombra nera della strana nave, congelata ignote ere prima.
Quando raggiunsero la Cosa, Blair e Cooper guardarono pensosi il volto che li fissava dallo scintillante pavimento del cunicolo. Cristalli di ghiaccio soffiati dentro dal vento l’avevano coperto d’un pulviscolo che risplendeva come polvere di diamante, sotto il bagliore della torcia al magnesio.
Blair estrasse una tozza, piccola macchina fotografica da sotto i suoi abiti antivento e scattò una mezza dozzina di foto. Il volto sembrava privo d’un corpo, l’interpretazione data da uno scultore folle al male incarnato, gettata incurante su un pavimento ingioiellato. Copper raschiò attentamente con una piccozza e passò la mano priva di guanto sulla superficie levigata. Il suo calore corporeo fuse la superficie in una lente nera, viscida e ondulata, che consentiva la vista delle profondità sottostanti.
McReady sogghignò, mentre il dottore grattava frettolosamente la superficie coi ramponi sotto lo stivale. «Ecco la nostra graziosa bestiola, Doc. Dobbiamo estrarre questa dannata Cosa.»
«Ugh. Dannata è il termine giusto. Appartiene a questo pozzo immerso nel mezzo d’un inferno congelato. Non è poi tanto male, qui. Il ghiaccio risplendente sotto la luce quasi irreale di quella fiaccola…» Copper scosse il capo. «È un’affermazione maledettamente inadatta a un uomo di medicina e scienziato, ma non mi va di cavarla fuori.»
Blair continuava a fissare la faccia in basso. Il piccolo biologo parlò all’improvviso, sovrastando il suono d’organo del vento sulla bocca del pozzo. «Avete spaccato la testa accidentalmente, scavando?»
McReady annuì. «Non si può vedere a cosa ci avviciniamo, per le schegge di ghiaccio. Una volta lisciato, questo ghiaccio è trasparente, ma mentre si scava è come vetro smerigliato. Il primo avvertimento che abbiamo avuto è stato quando ho colpito, e ho sentito un suono diverso, uno scrunch. Quegli arnesi di bronzo al berillio sono pesanti, e la mia piccozza è finita dritta attraverso quel… quel teschio.»
«Va bene, è un membro d’una razza ben più antica di quella dell’uomo.» Il piccolo biologo annuì. «È quel che indicherebbe il suo sviluppo. Strano, tuttavia, il modo in cui il pelo spunta dalla pelle. Sembra quasi attivo, adesso… come se avesse appena iniziato a crescere quando la creatura si congelò qui. Ma non è tanto male. Ha davvero un’espressione piuttosto… uh… spiacevole, ma è figlia della natura, e dei suoi strani umori, quanto gli uomini o i cani o le alghe che in qualche modo riescono a vivere quaggiù, dove non potrebbe farlo nessun’altra cosa vivente.»
«Spiacevole» grugnì Copper. «Suppongo che dovremo tirarla fuori e cominciare a esplorare la nave. Spero che non ce ne siano altre simili, dentro.»
«Probabilmente sì» disse McReady. «Vane ha stimato che ci vorrebbero almeno dieci di questi esseri per governarla… e che potrebbe facilmente trasportarne trecento.»
Copper fece un fischio. «Quanto credete che pesi questa creatura? Ce la faremo a estrarla tutta d’un pezzo?»
McReady gli lanciò uno sguardo. «Non lo so. Non ho mai dovuto stimare niente del genere.»
«Diciamo quaranta chili» disse Blair. «È grossa come un cane husky.»
«Siete sicuri di volerla tirar fuori?» chiese Copper a Blair. «Come ha detto Vane, per pura e semplice malignità, la paragonerei a un incrocio fra un topo spiaccicato da una trappola, un crotalo e un demone del decimo secolo uscito direttamente dall’inferno.»
«Il tuo ibrido non reggerebbe il confronto.» McReady scosse la testa. «Spero che Baldwin non dia un’occhiata a questa Cosa. Se quell’artista si facesse bruciare il cervello da questa roba, i suoi disegni diventerebbero empie follie. Dobbiamo liberarla da qui. Barclay avvierà il trattore, e quando sarà a tutto vapore dovremo già aver scavato intorno alla creatura e al blocco di ghiaccio che la circonda.»
Vane scivolò lungo il pozzo, in una pioggia di frammenti di ghiaccio. «Piaciuto il nostro cucciolo, Copper?»
«Ugh. Mi farò passare la mia dannata curiosità, dopo tutto questo. Norris è a portata di mano, lassù?»
«Già.»
«Ditegli di gettar giù della tela cerata o qualcosa del genere. Lavorerò meglio, coprendo quella faccia.»
«Non è brutta» giudicò Vane, osservandola. «Nonostante i tre occhi lascino alquanto sbigottiti, e abbia quei… capelli. Immagino che li chiamereste così, sebbene possa trattarsi di organi di qualche senso sconosciuto. In ogni caso, può essere impressionante, ma in fin dei conti i suoi lineamenti sono piuttosto fini, quasi classici.»
«L’inferno è governato da un angelo caduto.» Copper si voltò verso la spoglia parete della nave. «Cos’è questo metallo, l’avete scoperto?»
Vane scosse il capo. «Non abbiamo strumenti per analizzarlo. Ho tentato con l’acido della batteria, ma non ha lasciato alcun segno… è solo colato via. È più duro dei nostri arnesi di bronzo al berillio, e un ingranaggio di scorta del trattore, fatto di una lega dalla tempra speciale, non l’ha neanche intaccato. Il tono bluastro della luce suggerisce che sia una lega ad alto contenuto di cromo, ma Dio sa cosa userebbero questi esseri. È magnetico come le fiamme degli inferi, quindi probabilmente è qualche acciaio cromato. Ma come ho detto, non conosciamo le proprietà delle loro leghe, né la fonte dei loro metalli. Siamo vicini al centro della nave, comunque, e quando Mac teneva la torcia accesa quaggiù, penso d’aver visto l’ombra di una enorme lastra metallica. Scaviamo fino a liberare quella Cosa e scendiamo ad angolo verso destra, qui.»
La piccozza attaccò il fragile cristallo. McReady appoggiò i resti della sua torcia al magnesio in una fenditura del ghiaccio, dove arse con qualche occasionale scoppiettio. L’estremità svanì in un’ultima vampa di furiosa incandescenza, con una fiamma azzurra, finendo di bruciare, e nella pozza che aveva fuso reagì ferocemente con l’acqua come con l’aria fredda.
Alla luce delle lampade a pressione, la cavità s’espanse in fuori e in basso. Il trattore in superficie aveva ormai vapore a sufficienza, e il suo argano trascinò serpeggiando in superficie i frammenti di ghiaccio staccati, risparmiando agli uomini il lavoro più pesante. La Cosa nel ghiaccio era diventata una vaga ombra racchiusa in un pilastro scintillante, rifrangente. Quando il pilastro fu alto circa un metro e mezzo per novanta centimetri di diametro, lo troncarono alla base. Il trattore lo tirò su, mentre Vane e Norris lo mantenevano stabile, aiutandolo a superare i punti più ostici.
La brillante sfumatura di colore del sole che si levava lentamente luccicò sul blocco quando lo legarono a una slitta, poi lo coprirono con una cerata. La temperatura stava innalzandosi piano, verso meno quaranta, e perciò il vento ululava note leggermente più alte intorno alla cabina arancione del trattore, facendo mulinare la nera nube di fumo dello scappamento, che scomparve all’istante.
Norris andò sotto a rilevare Vane, mentre Vane prese il suo posto all’imboccatura del pozzo, scaricando i sacchi di schegge e pezzi di ghiaccio che salivano. Insieme, Barclay e McReady lavorarono a qualcosa per un po’, poi McReady scese nel pozzo con una motosega, trascinando un cavo elettrico dalla dinamo ronzante del trattore. Lo schuff delle piccozze s’arrestò, rimpiazzato dal rabbioso ringhio della sega che affondava rapidamente in linea retta. Il ghiaccio iniziò a venir su in lastre quadrate di mezzo metro di lato spesse quindici centimetri.
Il sole stava di nuovo tracciando un arco in basso verso l’orizzonte, quando Vane discese. Avevano raggiunto la grossa lastra metallica vista come un’ombra conica alla luce della torcia al magnesio; era una grande porta ermetica di circa un metro e ottanta di lato e spessa trenta centimetri, semiaperta a lasciare un varco di un’altra trentina di centimetri. La sega e le piccozze ne liberarono per quanto possibile la superficie esterna e penetrarono nella camera stagna più interna, ma l’enorme soglia era tenuta immobile dal solido ammasso di azzurro ghiaccio che racchiudeva, oltre la loro portata.
Barclay venne giù a esaminarla, e una fiamma ossidrica fuse nel ghiaccio lisci oblò che resero possibile l’esame del meccanismo interno. Possenti bulloni metallici concepiti per tener stretta la porta contro guarnizioni di un materiale simile alla gomma erano fiocamente visibili, adesso affondati in guaine con filettature come quelle delle viti.
«Se riuscissimo a sciogliere quel blocco di ghiaccio lì dentro, penso che potrei infilare il martinetto del trattore in questa fessura qui, e aprirla a forza» riferì infine Barclay. «Come rimuovere il ghiaccio, non lo so. Abbiamo le bombe alla decanite, ma penso che farebbero più danni che altro. Che ve ne pare di quelle alla termite?»
«Credi che funzionerebbero?» chiese Vane.
«Dovrebbero. Ammorbidiscono il ghiaccio col calore radiante, in un raggio di circa sei metri. Più che sufficiente.»
«Non potrebbero scatenare un incendio, però?» obiettò Copper.
Barclay grugnì. «Solo quel po’ di fuoco, Doc, che può ardere nel solido ghiaccio. Inoltre, lì dentro non riesco a vedere nient’altro che metallo.»
«Una, o due?» chiese Vane.
«Una, e poi un’altra se necessario. Troppo calore in quello spazio ristretto potrebbe sprigionare del vapore. Comunque, la porta probabilmente s’aprirà di botto in ogni caso. Piazzerò la bomba, la collegherò ai fili e poi farò indietreggiare il trattore oltre il crinale. Il calore radiante, sfuggendo, potrebbe squagliare un po’ di quest’altro ghiaccio e aprirci un precipizio sotto i piedi.»
Barclay osservò mentre McReady, ultimo ad andarsene, strisciava fuori dal buco che avevano realizzato.
«Tutti alla larga!» esclamò. «Aspettate finché non sarò arrivato.»
Corse verso di loro, facendo scorrere tra le mani il lungo cavo elettrico che portava dal trattore alla bomba, controllando possibili rotture. I sei uomini stettero sul picco del crinale, e il lieve pendio verso il pozzo rimase sgombro di fronte a loro. L’attrezzatura era stata spostata indietro, salvo le piccozze, le pale e gli oggetti più piccoli. Non c’era un gran pericolo che s’aprissero crepacci, specie oltre la cresta rocciosa, dove la pressione del ghiaccio cambiava direzione. Barclay accelerò la dinamo finché non ronzò piano, poi il suono s’interruppe con un ringhio improvviso quando fece scattare la levetta dell’interruttore.
Una luce apparve nel ghiaccio, sotto l’imboccatura del pozzo. Dodici chili di polvere d’alluminio e una mistura di ossido di ferro e termite fecero deflagrare un indicibile inferno. Ferro fuso, a temperatura quasi abbastanza alta da far bollire il metallo, si mise a defluire dalla porta serrata dal ghiaccio, improvvisamente liquefatta. Il ghiaccio esplose in vapore, spezzando, spingendo, mentre l’intollerabile bagliore dell’energia radiante spalancava varchi nella materia solida, indebolendola.
Uno sbuffo di vapore fu sparato in alto dalla bocca del pozzo. «Dovrebbe essere tutto» decise Barclay, mentre il violento fulgore cominciava ad affievolirsi lentamente. Attese un momento, facendo rallentare la dinamo. Gli altri iniziarono a farsi avanti piano… iniziarono, e s’arrestarono. Lo splendore s’accrebbe di nuovo, divenendo più brillante. Nel crepuscolo antartico, un altro sbuffo di vapore eruttò su dal pozzo. L’intensa luce sottostante stava facendosi ancora più forte.
S’accumulò un lento ruggito sibilante, un ruggito che avanzò verso di loro a forza, contro le impetuose raffiche di vento; bianche nubi di vapore divennero fumo ghiacciato, strappato subito via dalla bocca del pozzo. Il bagliore si andava estendendo, e un’ampia chiazza di ghiaccio scagliò un’abbagliante lancia di luce in alto nello scuro cielo antartico, mentre il ruggito divenne un tuono. Il pozzo stava ampliandosi visibilmente, sotto l’effetto del folle impeto d’un titanico getto di vapore. In modo sbalorditivo, il ghiaccio sopra la Cosa sepolta da ere ignote cominciò a innalzarsi, spaccandosi in diritte linee di frattura che si allargarono in squarci col suono soffocato di un’immane lacerazione. La superficie del ghiaccio si sollevò e si fracassò massicciamente, divenne una bianca massa rilucente, sotto cui ardeva un’incredibile, ultraterrena fiaccola. Il tuono dell’immane geyser di vapore che muggiva dal pozzo sempre più ampio fu portato via dalla sferza del vento, mentre gli uomini si gettavano a pancia in giù. Un rombo da scuotere il cielo scagliò in aria blocchi di ghiaccio di quattro metri, liberando un incandescente, sempre più vasto lago di divampante metallo fuso. Per un attimo l’enorme sagoma della nave aliena fu calcinata da quella pira: un affusolato vascello… cento metri di lunghezza per venti di diametro… che giaceva in precario equilibrio su un pendio roccioso, con la grossa prua accartocciata contro uno svettante bastione di grigio, duro granito.
Una prodigiosa torcia divampò nel mezzo di una vasta, squassata area glaciale. Un’abbagliante massa bianco-azzurra di materia fusa si riversò da uno squarcio sul fianco ammorbidito della nave per rotolare giù, verso i più possenti, torreggianti baluardi di ghiaccio non ancora sconfitti. Li colpì con un colossale ruggito sibilante, e questi si sbriciolarono innanzi a essa, disintegrandosi tra esplosioni di vapore mentre cadevano nel crescente lago di puro fuoco. Sfere al calor bianco di metallo in fiamme esplosero verso l’esterno per far udire il proprio tuono in basso, attraverso ghiaccio spesso centinaia di metri.
Il vento ululante, sfrecciante, sembrò acquistare forza, spingendo il fumo ghiacciato verso il distante Oceano Antartico. Grandi blocchi di ghiaccio vorticarono pazzamente nell’aria. Per un momento, resistendo nel calore bianco-azzurro, sopportando perfino d’essere lambite da un furioso mare fuso, gigantesche masse abbaglianti spiccarono immobili nella sezione centrale della nave, enormi macchine dallo splendore abbacinante, che respinsero la pioggia di metallo ardente dai loro roventi dorsi adamantini. Poi, bruscamente, si dissolsero in una fiamma ancora più colossale e feroce che inviò raggi come saette attraverso gli imponenti ma instabili ghiacciai intorno alla nave. La nera, luccicante roccia della parete montuosa sepolta nel ghiaccio s’accese debolmente di rosso innanzi a quel cataclisma.
In alto, le oscillanti cortine dell’aurora ebbero un brusco sobbalzo, spiraleggiarono in un folle vortice di luce scintillante, poi scagliarono un impetuoso lampo che discese come uno stelo, unendole a quella furia incandescente. Dalla montagna, dal ghiaccio, immense lingue rabbiose di folgore si schiantarono contro la pozza fusa. Lampi più piccoli saettarono dal trattore, dai cingoli d’acciaio al ghiaccio. Pale e piccozze si fecero calde tra le mani degli uomini, mentre scariche elettriche guizzarono da orologi da polso e fibbie metalliche.
Lungo il fianco del monte, affluì una ciclopica massa di altro materiale. Dal ghiacciaio a sud, compresso per ere dal peso della mole straripante sopra la cresta montuosa, un convulso spasmo di miliardi di tonnellate di manto glaciale spinse altri blocchi lunghi chilometri. La fiammeggiante pozza di metallo, ormai smorzata, svanì sotto una sibilante, urlante mole di ghiaccio rotolante.
Il tumultuoso, precipitoso vento da sud spazzò via un’ultima traccia di gelido fumo. Reso affilato e tagliente dal freddo, tambureggiò monotono fra il carico del trattore. In alto nel cielo, le cortine dell’aurora oscillarono e ripresero il loro moto come da tempo immemore, sullo sfondo rosa e lavanda del sole che calava.
Vane si rimise in piedi, barcollante. «Era una lega di magnesio-alluminio, indurita con berillio e altri metalli.»
«Non ne sono rimasti altri, lì da dov’è venuto lui» disse cupo McReady, accennando col capo alla slitta. «Cos’è successo? Abbiamo fatto esplodere la loro scorta di carburante?»
Vane scosse il capo. «Credo sia stato il metallo stesso della nave. Un’immensa torcia di metallo al magnesio. Centinaia e centinaia di tonnellate. Quella deflagrazione verso la fine… quando sono saltati i motori… penso che fosse l’energia che quell’oggetto aveva assorbito dal campo magnetico della Terra ere fa, sprigionatasi di nuovo col dissolvimento finale dei motori. L’aurora l’ha avvertita, i fulmini l’hanno sentita…»
«E anche la dinamo» esclamò Barclay. «Gli avvolgimenti sono fusi in un blocco solido. Sono andati pure i trasformatori e le bobine della radio. Il tuo apparato magnetico sembra pestato sotto i piedi. Non possiamo inviare segnali a Big Magnet finché non torneremo alla stazione, se va bene. E saranno preoccupati per noi, immagino.»
«Hanno visto tutto» annuì Vane. «Dobbiamo tornare subito alla stazione, sebbene possano intuire che abbiamo bruciato le bobine. Non c’è altro che siamo in grado di fare qui, ammesso di riuscire ad andarcene. I crepacci…»
«Il ghiaccio non s’è spostato molto, da questa parte del crinale.» McReady indicò l’Ovest. «Ma lo farà. Faremmo meglio ad andare, finché possiamo.»
Il trattore sussultò, il vapore sprizzò dallo scappamento come un colpo di tosse. «Discuteremo di questa storia più tardi… se adesso ci muoviamo» suggerì Barclay.
3
«Pacifico, questo posto!» urlò Barclay sopra il frastuono del trattore.
La base di Big Magnet giaceva al riparo nell’avvallamento sottostante, una distesa di neve insudiciata, raggrumata e ingobbita sulle baracche sepolte. Mezza dozzina di tubi di stufa fumavano languidamente, e la scura fuliggine si levava in spirali di stupefacente lentezza, in un modo che parve quasi magico a quegli uomini di ritorno dalla Stazione Magnetica Secondaria, la stazione che non esisteva più sullo spoglio altopiano spazzato dai venti.
McReady annuì vigorosamente. Il clangore delle parti metalliche e il sibilo del vapore rendevano la conversazione uno sforzo eccessivo. Il latrato degli husky nella Città dei Cani riuscì, in qualche modo, a penetrare tra lo sferragliare del trattore con una riverberante nota di disperazione.
L’edificio dell’Amministrazione sembrò all’improvviso scuotersi la neve di dosso, e mezza dozzina di uomini arrancarono fuori, schermandosi gli occhi per guardare il trattore in avvicinamento e le slitte al traino. Il dito della torre radio, sottile come una zampa di ragno, gettò verso di loro una lunga e frastagliata ombra sulla neve sporca.
«Immaginate!» urlò Barclay. «Non il minimo vento, fino a settanta ore filate! Mi chiedo se ce la farò a dormire, quaggiù!»
«Puoi tornartene indietro, se insisti!» esclamò a sua volta McReady. «Potresti sempre trovare qualcosa d’interessante laggiù, anche se l’amato progetto di Vane e Norris non esiste più!»
«Tenetevi saldi! Sto svoltando!» Barclay pestò la frizione sinistra, e lo sferragliare del trattore cambiò tono. Il cingolo sinistro si fermò, mentre il destro continuò a muoversi. Il goffo veicolo sbandò di lato, poi si girò verso il mucchio di neve della rimessa dei trattori. Cinque masse rivestite da teloni, per metà coperti di cumuli nevosi, rappresentavano il resto dei trasporti terrestri meccanizzati in dotazione alla base.
Altri uomini stavano materializzandosi dalla neve antartica, sbucando fuori dalle sparse baracche sepolte nella coltre nevosa e dirigendosi verso il gruppo in arrivo. Fra tremori e vibrazioni, il trattore finì per fermarsi con uno scossone a fianco dei suoi simili, e McReady ne discese rigidamente. L’aria a Big Magnet sembrava decisamente balsamica; c’erano meno quarantacinque gradi, ma praticamente senza vento. Norris, Vane e Blair si stavano risollevando dalle due slitte al traino, Norris e Vane dalla prima, Blair dalla seconda. Blair era l’unico a essere stato a cavalcioni di quella seconda slitta, la quale portava un altro passeggero, che aveva ormai acquisito il soprannome di Spaventapasseri.
«Suggerisco di aspettare un po’.» McReady accennò col capo agli uomini che avanzavano nella neve verso di loro. «Ho qualche crampo, e magari il lavoraccio di trascinare le dannate slitte fino al campo mi farà venire uno strappo muscolare.»
Vane sogghignò. «Immagino che ci aiuteranno loro. Ti andrebbe di chiedere a Barclay come fa a prendere tutti i sobbalzi sul percorso? È un vero miracolo, per me, se non ho detto addio a quella slitta almeno quaranta volte negli ultimi cinque chilometri.»
«È un suo segreto. Blair, dove vuole che venga portato quel cucciolo? Tanto vale che adesso spostiamo il restante carico della sua slitta su questa, per risparmiarci una sfacchinata doppia.»
«Non so dove portarlo» rispose Blair, dubbioso. «Voglio che si sgeli il più in fretta possibile, ma non posso usare metodi violenti. Penso che la miglior cosa da fare sia scoprire chi monterà di guardia stanotte, e decidere di conseguenza. Probabilmente sarà qualcuno degli osservatori di meteore o del gruppo che si occupa dei raggi cosmici, oppure uno del gruppo magnetico, o un meteorologo. Se sarà così, possiamo portare la Cosa nella baracca appropriata e tenerla al caldo per le prossime trentasei ore. In quel tempo, si scongelerà.»
«E se fosse di turno l’aviazione, come sentinella notturna?»
«Temo che dovrò attendere, allora. Non riscaldano l’hangar in nessun momento, figuriamoci di notte.»
All’improvviso, Barclay rise. «Blair, quando scopriranno che roba dovranno sorvegliare diventerà il tipo più popolare del campo. Quell’alieno sarà di grande compagnia, per il tizio che dovrà sederglisi accanto tutta la nottata.»
McReady, Vane e Norris s’unirono alla risata, ma il piccolo biologo fu fin troppo serio a proposito della sua scoperta. «Non è peggio di quelle foche congelate e roba simile, per quanto riesco a vedere. È altrettanto morto, e pur sempre una creatura naturale…»
«Sbagliato» replicò McReady. «È rimasto morto troppo a lungo, e non è naturale. Non su questo pianeta, almeno. Può scommetterci dei soldi… anche tutto il capitale del campo per le partite di poker, gli interi, famosi 42,23 dollari, che lo Spaventapasseri non sarà un’attrazione finché non l’avrà dissezionato a dovere e imbottigliato nella formaldeide. Nel migliore dei casi.»
Il gruppo di Big Magnet si materializzò intorno a loro. Naturalmente, i fisici e i meccanici gravitarono con Vane, Norris e Barclay verso il trattore, esaminando la dinamo e l’attrezzatura radio fuse. Il gruppo si sparpagliò, approssimandosi poco per volta al rozzo cilindro avvolto sulla slitta più indietro. Il comandante Garry stette con Blair e il dottor Copper a discutere della Cosa, pianificando che farne. Vane e Norris andarono per i fatti loro, ad aggiungere particolari sull’immolazione della strana nave.
Le slitte iniziarono a separarsi, dopo aver ammucchiato il carico di quella di Blair sul primo rimorchio, più grande. McReady tornò indietro a sentire che decisioni avessero preso.
«Ho capito che ci sarà Connant, di guardia stanotte» disse, e sorrise. «Il suo interesse per i raggi cosmici ha resistito dopo aver menzionato il suo progettino, Blair?»
Il comandante Garry ridacchiò. «Non posso dire di biasimarlo troppo, ma non sembra entusiasta. Abbiamo sentito delle storie su questa creatura. Pare che per Jerry si profili una serata spiacevole.»
«Aspetti di vederlo, quell’essere» promise McReady. Non c’era più alcun sorriso sul suo volto. «La baracca dei raggi cosmici è piccola, e Jerry Connant non desidererà altro che separarsene prima della fine della serata.»
«Tutto pronto!» risuonò la voce di Barclay. «Smammate.»
Il gruppo intorno al trattore si fece indietro. Ci fu una pioggia di sibilanti, rosse braci dal fornello del motore. Una nube di sudicio vapore s’innalzò attorno alla macchina. Poi, un momento dopo, si udì l’acuto fischio dell’acqua della caldaia che schizzava dal rubinetto di scarico sotto la pressione del vapore. Nubi di fumo ghiacciato scivolarono piano in direzione del campo, diminuendo quando il fischio si tramutò in un grido mentre l’ultima acqua zampillava fuori, e fu il vapore a essere spinto dallo scarico. Il ruggito si smorzò, il metallo caldo prese a contrarsi con un tink! Il freddo si stava impadronendo del trattore.
McReady tornò a piedi verso l’Amministrazione al fianco di Powell, il meteorologo più esperto della spedizione. «Allora vi ha salvati quel vento, quando la nave ha iniziato a disintegrarsi?»
McReady annuì. «Già, è andata proprio così. Centinaia di tonnellate di metallo al magnesio. Ce la siamo cavata solo grazie al fatto che il ghiaccio è opaco ai raggi di calore, alla fortuna di trovarci dall’altra parte d’una solida cresta rocciosa e al vento pungente, costante.»
«Mi pare che, in qualche modo, siate riusciti a riconoscere un metallo al magnesio» disse Powell, esitante. «Io… non voglio dire che abbiate preso un abbaglio; quel che intendo è… come potevate esserne certi?»
«Non potevamo sollevarlo, quindi non avevamo idea della sua gravità specifica. Era più duro dei nostri attrezzi, perciò non potevamo ottenerne un campione. Era una lega totalmente ignota prodotta da una razza aliena. E in qualche maniera era stata resa passiva. Può darsi che ci fosse un rivestimento con placcatura di cromo. Comunque, non reagiva con l’acido solforico, e questo suggeriva che si trattasse d’un metallo inattivo, anziché voracemente attivo. Non siamo andati là fuori con strumenti per analisi; il semplice test dell’acido è stato un’idea di Barclay, e lui ha usato ordinario acido dell’accumulatore. Dio, quella lega poteva valere una fortuna per noi! Da sola avrebbe finanziato la spedizione. E quali inimmaginabili segreti della propulsione spaziale abbiamo perso in quell’incendio… be’, è stata una grande tragedia, come altre del passato. Avremmo riscritto tutta la storia della Terra, se fossimo riusciti a entrare in quella nave e a esaminarla.»
Powell annuì pensieroso. «Ci avete fatto preoccupare, per un po’. Abbiamo visto quell’enorme fiammata, e l’aurora torcersi in basso, ovviamente. Gli strumenti magnetici hanno percepito l’accaduto, ma al principio non ce ne siamo resi conto… stavano registrando. Dutton ha chiamato alla trasmittente, qui, per un’ora, con l’intero campo che origliava alle sue spalle, tutti lì seduti assolutamente immobili. Non un suono, tranne la statica di fondo.»
«“Non sono in orario” ha detto Dutton.
«“Non dire stupidaggini” è sbottato Connant. “Non si atterrebbero all’orario, per segnalare una cosa del genere. È più probabile che ci siano finiti in mezzo, qualunque cosa fosse.”
«Non avevamo la minima idea, allora, dell’esplosione magnetica. È stato Tolman a pensarci.
«“Il magnete era quella strana nave” ha detto all’improvviso, “e scommetto che è stata la nave a saltare in aria, laggiù. Non possiamo volare fino al levar del sole, o finché non sentiremo da loro che hanno illuminato il campo d’atterraggio. Se la nave è saltata, la forza magnetica dev’essersi sprigionata…” Poi Tolman si è precipitato verso i registratori. Era tutto lì, ovviamente… due dei pennini s’erano inceppati uscendo dal rotolo di carta, e mentre cercavano di tornarvi sopra, il sensore della componente verticale tracciava ancora una sinusoide decrescente.
«Tolman ci ha dato un’occhiata, poi ha esclamato rivolto a Dutton: “Tanto vale che smetti, perché non riescono a sentirti, e non possono trasmettere, sicuro come l’inferno. Quell’oggetto è esploso, e ha liberato tutta la sua forza magnetica. Entro una dozzina di chilometri da lì, ogni bobina che fosse in grado di agire da induttore è diventata ferraglia fusa. Le dinamo, i trasformatori, tutti i componenti elettrici, probabilmente anche i condensatori, sono andati. Loro potrebbero essere vivi. Domani dovremo andare là in aereo”.
«Così il comandante Garry ha inviato l’autogiro allo spuntar del sole, e ha riportato indietro il dottor Copper. Ma sono state dodici spiacevoli ore d’attesa.»
McReady annuì. «Lo sapevamo, ma non c’era una sola cosa che potessimo farci. Ho pensato di mandar su un pallone sonda con una torcia, nella speranza che lo vedeste e sapeste che eravamo vivi, ma mi sono reso conto che era troppo piccolo. Abbiamo ricevuto alcune delle vostre ultime chiamate, come sapete, perché Barclay ha improvvisato un ricevitore con pezzi di ricambio, rottami e forza di volontà. Ma il magnete secondario è andato. E con esso l’occasione di apprendere i segreti d’una antichissima stirpe aliena. Gli studiosi del magnetismo hanno chiuso là fuori… chiuso per sempre, ma penso che potremmo tentare lo stesso d’organizzare un’altra spedizione da quelle parti. I venti sono unici, per dirla con un eufemismo.»
Powell ridacchiò. «Il dottor Copper ha detto qualcosa. Sul fatto che faceva freddino.»
«Non ho mai visto prima un vento di sessanta chilometri orari con una temperatura di meno cinquanta o inferiore. È più o meno un assioma che i venti forti portino un clima più mite… li riscalda l’attrito dell’aria, se non altro. Ma neanche questo ha funzionato, laggiù. Credo che in tutte le epoche che l’alieno ha trascorso lì, la temperatura non si sia mai alzata sopra il punto di congelamento; era resa gelida da correnti che venivano direttamente dall’Altopiano Polare.»
Raggiunsero la baracca dei meteorologi, nella zona periferica, e si curvarono per entrarvi insieme. McReady gettò le proprie cose sulla sua branda, e diede automaticamente un’occhiata agli strumenti di registrazione posti sulla parete. Sogghignò, li indicò con un cenno del capo e ridacchiò.
«Amico, quelle lineette sembrano un po’ strambe. La velocità del vento… aspetta di vedere le carte che abbiamo riportato con noi. Dirigiamoci all’Amministrazione.»
Per quanto al confronto il clima fosse mite lì a Big Magnet, non era quello d’un giorno primaverile della zona temperata. Si avviarono lungo il tunnel di comunicazione, un passaggio sotto la superficie che fungeva anche da magazzino. Casse e pacchi ne formavano le pareti, alcuni vuoti, altri ancora pieni. Gasolio e cibo in scatola, rotoli di carta per le registrazioni degli strumenti, e il miglior grasso per stivali. Spazzolini da denti e carote disidratate, birra in lattina e parti di ricambio per gli igrometri. Casse, pacchi e blocchi di neve. Il tetto era una striscia di carta impermeabile su rete per pollai, stesa sopra assicelle di legno. L’inevitabile coltre antartica lo copriva d’uno spesso manto. E la rete, le assicelle e le casse erano ammantate di magnifici gioielli che scintillavano alla luce della lampada a pressione di McReady; cristalli di ghiaccio, perfetti esagoni piatti, alcuni dei quali larghi cinque centimetri, tutti simili ma nessuno identico.
Il pavimento di neve battuta saliva e scendeva irregolarmente. Più avanti, la porta dell’Amministrazione s’aprì per un attimo e tornò a chiudersi. Gli uomini stavano affluendo nel campo. Altri corridori sotto la neve s’unirono a loro; superarono l’ingresso della sala radio e il tunnel con fasci di cavi isolati che si dipartivano verso la maestosa solitudine della centrale elettrica, a quasi quattrocento metri di distanza. Ad altri quattrocento in direzione opposta, stava l’osservatorio magnetico.
McReady si rivolse a Powell con un lieve sorriso. «Questa città affollata, brulicante di popolazione, mi opprime. E anche la prevalenza dei suoni umani su quelli del vento.»
«La Magnetica Secondaria era alquanto isolata, eh?» Powell sorrise.
«Oltre la fine del nulla. Era irreale. Quella bestia nel pozzo… l’incredibile nave che non poteva trovarsi lì… l’impossibile vento senza un attimo di pausa. Facevano parte di un incubo della mente d’un pazzo.»
«Questo alieno… non l’ho ancora visto» disse Powell.
Il sorriso abbandonò il volto di McReady. «Be’… è meglio così. Lascia che sia Blair a mettere in conserva quella dannata Cosa, se ci tiene tanto, poi fai le domande a lui. Quel piatto altopiano era un raffinato luogo di tortura in quest’inferno congelato, e la creatura dovrebbe essere il demone d’alto rango che lo domina. Una parte del motivo per cui tutta questa spedizione sembra così simile a un incubo è che ne ho avuto uno… talmente reale, che non riesco a dimenticarlo. Ho sognato che quel figlio della natura, come l’ha chiamato Blair, aveva in qualche modo serbato una torpida vita inerte. Che stava vagamente comprendendo tutto quanto gli succedeva intorno, nella sconfinata infinità delle nere notti e dei luccicanti giorni polari, lungo tutte le ere in cui è rimasto a giacere lì, intrappolato. Una torpida vita che s’è ridestata al nostro arrivo, e non è stata distrutta nemmeno quando la piccozza gli ha squarciato il cervello. E un odio, una determinazione… inumani, disumani.»
«Che razza di sogno.»
«Il più dannato incubo che abbia mai avuto, sebbene quella faccia sia sufficiente a farli venire a chiunque. Perfino nel subconscio devo essermi ribellato, perché nel sogno sembrava muoversi e cambiare e modellarsi lentamente sul viso di Vane.»
Powell s’arrestò appena fuori dalla porta dell’Amministrazione e guardò McReady. «Uh. Da quel che capisco, “sogni d’oro” non è adeguato come saluto notturno, dopo aver osservato quell’alieno. Modellarsi sul viso di Vane, eh?»
McReady annuì. «Non è stata questa, la parte peggiore. Ho provato la dannatissima convinzione che quella creatura si trasformasse nel viso di Vane perché voleva farlo. Poteva tramutarsi in qualunque cosa, o in chiunque. Pareva possedere una segreta, empia conoscenza della vita e della materia vitale, il protoplasma, acquisita tramite ere d’esperimenti e di studi. Non sembrava legata a nessuna forma o dimensione o sembianza, ma riusciva a mutare la sua stessa carne e il suo stesso sangue fino alla più piccola cellula non semplicemente per imitare, ma per duplicare carne, sangue e cellule di qualsiasi cosa scegliesse. E poteva leggere i pensieri, le abitudini, la mente di ognuno.»
Powell grugnì. «Che teorie contorte. Non credo che guarderò la creatura, se evoca sogni del genere.»
McReady rise, incerto. «Non lo farei, se fossi al tuo posto. Darei un anno di vita per scordarmene, adesso. Fa agitare in mente idee sgradevoli, pensieri e visioni di altri mondi che l’uomo non avrebbe mai dovuto conoscere. Come quel concetto che ho appena suggerito. Ti sei fermato a riflettere su che cosa succederebbe se una creatura simile… dotata di tali poteri… venisse liberata sulla Terra?»
«Non suggerirai mica che questa Cosa ce li aveva davvero?» domandò Powell.
McReady scosse il capo. «È stato l’incubo a mettermi quest’idea in testa. Come scoprirai, non mi ringrazierai per averla raccontata, perché s’appiccica al cervello come una sanguisuga. Rende inquieti, porta all’istinto di guardarsi dietro le spalle, fare una sorta di esame mentale dei tuoi amici.»
«Degli amici?»
McReady poggiò la mano sul pomo della porta dell’Amministrazione. I suoi occhi non incrociarono quelli di Powell, mentre ridacchiava.
«Già… gli amici. Se una Cosa come quella potesse… leggere nelle menti… duplicare tessuto, faccia, modi di comportarsi… come faresti a sapere che io… o qualunque altro individuo che incontri sia… sia umano? Potrebbe solo essere… chiamiamola un’imitazione, una copia perfetta, concepita all’inferno e dedita a scopi che non riusciresti a comprendere.»
Powell imprecò sottovoce. «Diavolo, Mac, pensi sempre alle cose più dannate, più infauste. Oh… maledizione, lo saprei… perché… potrei…»
McReady annuì. «Scusa, Stan. Non avrei dovuto dirtelo, ma quel sogno mi perseguita da quando l’ho fatto. Sono un verme a parlarne, ma rimuginare su questa storia da solo fa ammattire lentamente.»
Powell staccò dalla porta la mano di McReady, e con uno strattone la aprì bruscamente. «Oh, diavolo. Io…»
La sua voce si spense nel silenzio, mentre si univa al gruppo raccolto attorno al tavolo centrale. Vi era allargata una tela cerata, con sopra un rozzo cilindro di ghiaccio, ormai per metà assottigliato. Blair stava delicatamente rimuovendo il ghiaccio con martello e scalpello.
4
«Lo so che non le piace questa Cosa, Connant, ma dovrà pur scongelarsi nel modo giusto. Ha detto di lasciarla com’è finché non faremo ritorno alla civiltà. Splendido, ma come faremo a impedirle di sgelarsi e marcire attraversando l’equatore? Non vuole averla accanto per una notte. Cosa suggerisce, di appendere il suo cadavere nel congelatore coi quarti di bue?» Blair alzò lo sguardo dalla sua opera, trionfante.
Kinner, il tarchiato cuoco con la faccia segnata da una cicatrice, risparmiò a Connant il disturbo di rispondere. «Ehi, lei, ascolti, amico, metta quella roba nella ghiacciaia con la carne, e per tutti gli dei che ci sono mai stati, la ficcherò dentro a tenerle compagnia. Voi altri avete già portato sui miei tavoli tutto quello che riuscivate a immaginare, ma provate a mettere una cosa simile nel magazzino della carne, o fra la mia scorta di carne qui, e ve la cuocerete da soli la vostra dannata sbobba.»
«Ma Kinner, questo è l’unico tavolo abbastanza grande su cui lavorare» obiettò Blair. «Gliel’hanno già spiegato tutti.»
«Già, e continuano tutti a portare qui dentro qualunque cosa. Clark ci porta i suoi cani ogni volta che si azzuffano e li ricuce su quel tavolo. Rawsen porta dentro le sue slitte. Accidenti, l’unica cosa che non ci avete ancora portato è l’aereo Boeing, ma lo avreste fatto se foste riusciti a escogitare un sistema per farlo passare dai tunnel.»
Il comandante Garry ridacchiò. «Il posto è un po’ affollato, eh, Kinner? Immagino che la pensiamo tutti così, ogni tanto.»
«So che sarà la baracca dei raggi cosmici a farsi troppo affollata, se dovrò sedermi lì con quella Cosa» grugnì Connant. «Perché non continua a scalpellare il ghiaccio tutt’attorno… può farlo senza che s’immischi nessuno, glielo assicuro… e poi appende questa Cosa sopra la caldaia della centrale elettrica? Quella è calda abbastanza. Può scongelare un pollo… perfino un taglio di manzo… in una decina di ore.»
«Lo so» protestò Blair, lasciando cadere martello e scalpello per gesticolare in modo più efficace, con l’esile corpo teso per l’eccitazione e l’ardore. «Ma è tutto troppo dannatamente importante per correre rischi. Non c’è mai stata una scoperta del genere, prima; e ritengo che non ci sarà mai più. È l’unica occasione che gli uomini avranno mai, e dev’essere sfruttata bene. Devo dissezionare l’alieno e metterlo sotto formaldeide prima che succeda il peggio. Le osservazioni al microscopio dovranno essere eseguite subito.
«Sentite, ricordate come i pesci che prendevamo vicino al Mare di Ross si intirizzivano non appena li gettavamo sul ponte, e tornavano in vita se li scongelavamo? Le forme di vita inferiori non vengono uccise dal congelamento rapido…»
«Ehi, per l’amor del cielo, vuol dire che quella creatura resusciterà?» strillò Connant. «Ha portato lei quella dannata Cosa… lasci che me ne occupi io! La ridurrò in tanti di quei pezzi…»
«No… no, stupido…» Blair balzò di fronte a Connant per proteggere il suo tesoro. «No, solo forme di vita inferiori. Per l’amor di Dio, mi lasci finire. Non è possibile sgelare forme di vita superiori e farle rinvenire. Aspetti un attimo, ora. Stia calmo. Un pesce può riaversi perché è un essere di natura così semplice, così scarsamente organizzata, che le cellule individuali del suo corpo possono rianimarsi, e ciò è sufficiente a ristabilire la vita. Ogni creatura più evoluta che venga sgelata in quel modo resta morta; sebbene le singole cellule si rianimino, muoiono subito dopo perché devono avere un certo grado d’organizzazione per vivere. C’è una sorta di vita potenziale in ogni sorta d’animali congelati rapidamente, ma non può diventare vita attiva in una creatura superiore, in nessuna circostanza concepibile. Gli animali superiori sono troppo complessi. Questo è morto, o praticamente morto.»
«Non ci sono cose “praticamente morte”. Questa dev’essere morta» dichiarò Connant, categorico. «Datemi quella mannaia.»
Il comandante Garry lo trattenne con una mano sulla spalla. «Aspetta un minuto, Connant. Voglio vederci chiaro. Concordo con te che questa Cosa è troppo sgradevole per vederla in giro viva, ma non avevo idea che ci fosse nemmeno la più labile possibilità che vivesse.»
Il dottor Copper tirò via la pipa che teneva fra i denti. «Non c’è» asserì. «Blair parla in termini tecnici. Quella roba è defunta, morta come i mammut che vengono trovati congelati in Siberia. La vita potenziale è come l’energia atomica; può essere lì, ma nessuno riesce a vederla, e abbiamo ogni sorta di prove che gli animali non sopravvivono al congelamento. Venga al sodo, Blair.»
Il piccolo biologo scrollò le spalle. «Il fatto è» disse in tono ferito «che le singole cellule viventi potrebbero mostrare alcune caratteristiche che avevano in vita, se sgelate a dovere. Le cellule muscolari di un uomo vivono per ore, dopo che muore il suo corpo. Solo perché vivono, insieme a poche altre… come quelle dei capelli e delle unghie… nessuno accuserebbe un corpo di essere uno zombi, o roba simile. Ora, se scongelo quest’alieno a dovere, potrei avere una possibilità di scoprire qualcosa sul tipo di mondo in cui è nato. Non sappiamo, e non c’è dato sapere, se sia venuto dalla Terra, da Marte, o Venere, o da oltre le stelle. Ma se scoprissimo che le sue cellule sono concepite per un clima arido, asciutto, freddo, potremmo immaginare Marte o un pianeta del genere. Se fossero adattate a un clima caldo e umido, penseremmo che sia originario di un altro mondo.
«Va benissimo sgelare un pollo da mettere in pentola con una fiamma ossidrica, o un getto di vapore bollente, ma non penso che qualcuno di voi voglia cucinata e servita questa Cosa per…»
«Oh, non lo dica nemmeno per scherzo. Dio, che razza di idea!» Benning, il meccanico dell’aviazione, sembrò farsi verde di nausea.
«Sta bene, allora, non suggerite di scongelarla sulla caldaia della centrale elettrica come facciamo con bistecche o polli. Dev’essere sgelata in una stanza calda, nel corso della notte. Raschierò via questo ghiaccio, e poi potremo metterla nella Casa del Cosmo.»
«Faccia pure e poi levi quella roba dal mio tavolo, allora» ringhiò Kinner. «Ma ci tenga sopra quel telone. Sembra indecente, che porti vestiti o no.»
«Kinner fa il pudico» lo sfotté Connant.
Kinner levò gli occhi al cielo, in direzione del fisico. «Sta bene, grand’uomo, e tutto lo spavento che aveva solo un minuto fa? Stanotte possiamo mettere quella Cosa su una sedia accanto a lei, se ci tiene.»
«Be’, non ho paura della sua faccia, comunque. Non mi va di vegliare il suo cadavere, ma lo farò.»
Kinner ridacchiò. «Uh-huh.» Si diresse alla stufa della cucina e scosse vigorosamente le ceneri, sovrastando i secchi suoni del ghiaccio scheggiato mentre Blair si rimetteva al lavoro.
McReady fece un gran sorriso a Powell. «Barclay gli ha detto che sarebbe diventato l’uomo più popolare della base, quando se n’è uscito con quella proposta.»
«Non mi stupisce.» Powell si trovò a gettare uno sguardo al ghiaccio vagamente traslucido, con la coda dell’occhio. «Neanche tu mi stai troppo simpatico, adesso.»
«Cluck» segnalò il contatore di raggi cosmici. «Cluck-burrrrr-cluck.»
Connant sobbalzò e lasciò cadere la matita. «Dannazione.»
Il fisico guardò nell’angolo più distante, poi di nuovo il contatore Geiger sul tavolo vicino a quell’angolo, e strisciò sotto la scrivania dov’era al lavoro per riprendersi la matita. Si risedette a lavorare, cercando di rendere più regolare la sua scrittura. Tendeva a mostrare sussulti e tremolii, in sincronia coi bruschi versi da chioccia vanitosa del contatore Geiger. Il sibilo in sordina della lampada a pressione che stava usando per l’illuminazione e il miscuglio di grugniti e ronfi d’una dozzina di uomini che dormivano in fondo al corridoio a Casa Paradiso costituivano i rumori di fondo degli irregolari suoni ticchettanti del contatore e dell’occasionale fruscio dei carboni che cadevano nella panciuta stufa di rame. Oltre a un lieve, costante drip-drip-drip proveniente dalla Cosa nell’angolo.
Connant si tolse bruscamente di tasca un pacchetto di sigarette, lo scosse per farne spuntare fuori una e se la ficcò in bocca. L’accendino non volle saperne di funzionare, e lui frugò rabbiosamente fra la pila di carte in cerca d’un fiammifero. Fece scattare più volte la rotella dell’accendino, lo gettò via con un’imprecazione e s’alzò per prelevare un carbone ardente dalla stufa con le apposite pinze.
L’accendino funzionò all’istante, quando riprovò ad azionarlo dopo essere tornato alla scrivania. Il contatore lanciò una serie di beffardi sghignazzi, mentre una raffica di raggi cosmici lo investiva. Connant si voltò a guardarlo storto, poi tentò di concentrarsi sull’interpretazione dei dati raccolti nell’ultima settimana. Il riassunto settimanale…
Lasciò perdere e cedette alla curiosità, o al nervosismo. Sollevò dalla scrivania la lampada a pressione e la portò al tavolo nell’angolo. Poi tornò alla stufa e raccolse le pinze per il carbone.
L’alieno era stato a sgelarsi per quasi diciotto ore, ormai. Lo tastò con un’inconscia cautela; la carne non era più dura come una corazza, ma aveva assunto una consistenza gommosa. Sembrava gomma azzurra bagnata, luccicante sotto goccioline d’acqua simili a piccoli, tondi gioielli nel bagliore della lanterna a gasolio. Connant provò un irragionevole desiderio di versarci il contenuto del serbatoio della lampada e gettarci sopra la sigaretta. I tre occhi rossi lo fissarono torvi senza vederlo, coi bulbi oculari di rubino che riflettevano torbidi, nebbiosi raggi di luce.
Si rese vagamente conto di essere stato a guardarli per un tempo molto lungo, e in modo ancor più vago comprese che non erano più ciechi. Ma non sembrò importante, non più del laborioso, lento moto delle appendici tentacolari che spuntavano dalla base del collo striminzito, che pulsava lentamente.
Connant raccolse la lampada a pressione e tornò alla sua sedia. S’accomodò, fissando le pagine di calcoli matematici di fronte a sé. Il clicchettio del contatore era meno seccante, il crepitio dei carboni nella stufa lo distraeva di meno. Lo scricchiolio delle assi del pavimento dietro di lui non interruppe i suoi pensieri, mentre stilava il rapporto settimanale in maniera automatica, compilando colonne di dati e scrivendo brevi note riassuntive. Lo scricchiolio delle assi suonò più vicino.
Blair riemerse tutt’a un tratto dagli abissi del sonno, infestati da incubi. Il volto di Connant fluttuò vagamente su di lui; per un attimo sembrò una continuazione degli sfrenati orrori del sogno. Ma la faccia di Connant era rabbiosa, e un po’ spaventata.
«Blair… Blair, dannato poltrone, si svegli.»
«Uh… eh?» Il piccolo biologo si sfregò gli occhi. Dalle brande circostanti, altre facce si sollevarono a fissarli.
Connant si raddrizzò. «Si alzi… e si dia una mossa. Il suo dannato alieno è scappato!»
«Scappato… come?» La voce taurina del capo pilota Van Wall ruggì con un volume che scosse le pareti. Lungo i tunnel di comunicazione, altre voci sbraitarono all’improvviso. La dozzina d’abitanti di Casa Paradiso ruzzolarono bruscamente dentro, Barclay in lunghi mutandoni di lana e portando con sé un estintore.
«Che diavolo di storia è questa?» domandò Barclay.
«La sua dannata bestia s’è liberata. Mi sono addormentato una ventina di minuti fa, e quando mi sono svegliato la Cosa era sparita. Ehi, Doc, meno male che secondo lei queste cose non possono resuscitare. La stramaledetta vita potenziale di Blair ha sviluppato un bel po’ di potenziale, e se l’è squagliata.»
Copper lo fissò con uno sguardo vacuo. «Non era… terrestre.» A un tratto, sospirò. «Io… immagino che nel caso di questa creatura non si possano applicare le leggi della Terra.»
«Be’, ha richiesto un permesso d’uscita e se l’è preso. Dobbiamo trovarla e catturarla, in qualche modo.» Connant imprecò aspramente. «C’è da stupirsi che quella bestiaccia infernale non mi abbia divorato nel sonno.»
Blair arretrò con un sobbalzo, gli occhi improvvisamente colmi di paura. «Forse l’ha fat… ehm… uh, dobbiamo trovarla.»
«La troverà lei. È il suo animaletto. Io ne ho avuto fin troppo di quella roba, seduto là per sette ore, col contatore che chiocciava ogni pochi secondi, e voi altri qui dentro a cantare musica notturna. C’è da meravigliarsi che mi sia addormentato. Ora vado all’Amministrazione.»
Il comandante Garry chinò il capo per attraversare la soglia, stringendosi la cintura. «Non ne avrai bisogno. Il ruggito di Van sembrava il Boeing quando decolla sottovento. Quindi non era morta, la Cosa?»
«Non l’ho portata via in braccio, ve lo assicuro» sbottò Connant. «L’ultima volta che l’ho vista, da quel cranio spaccato stava colando melma verde, come un bruco spiaccicato. Doc ha appena detto che per lei le nostre leggi non funzionano… è di un altro mondo. Be’, è un mostro alieno, con un caratteraccio alieno, a giudicare dalla faccia, che se ne va in giro col cranio sfracellato e il cervello che gli gronda di fuori.»
Powell e McReady apparvero sulla soglia… una soglia che si riempiva di altri uomini colti dai brividi.
«Qualcuno l’ha vista venire da questa parte?» chiese Powell, con aria innocente. «Alta circa un metro e venti, tre occhi rossi… il cervello che le cola di fuori… Ehi, avete controllato che non sia un perverso tentativo d’umorismo? Personalmente, mi sembra molto più probabile. In tal caso, penso che ci uniremo tutti per legare il cucciolo di Blair attorno al collo di Connant come l’albatro del Vecchio Marinaio.»
«Non è uno scherzo.» Connant rabbrividì. «Dio, come vorrei che lo fosse. Preferirei mettermi…» S’interruppe.
Un selvaggio, lungo ululato risuonò come un grido per i corridoi. Gli uomini s’irrigidirono bruscamente, e fecero per voltarsi.
«Credo che l’abbiano localizzata» finì Connant.
Si precipitò alla sua branda in Casa Paradiso, per tornare quasi immediatamente con un pesante revolver calibro 45 e una piccozza. Soppesò entrambi, avviandosi per il cunicolo verso il canile. «Ha preso a casaccio il corridoio sbagliato… ed è piombata fra gli husky. Sentite… i cani hanno rotto le catene…»
L’ululato quasi terrorizzato della muta di cani s’era trasformato nella baraonda d’una caccia selvaggia. I versi dei cani tuonarono negli stretti passaggi, e tra essi si udiva un basso, mormorante ringhio di puro odio. Un acuto strillo di dolore, una dozzina fra guaiti e latrati.
Connant si lanciò verso la porta. Subito lo seguì McReady, poi Barclay e il comandante Garry. Altri uomini si diressero verso l’Amministrazione e le armi, o il riparo delle slitte. Pomroy, responsabile delle cinque mucche di Big Magnet, s’avviò lungo il corridoio in direzione opposta; aveva in mano un forcone dai lunghi rebbi con un manico di quasi due metri.
Barclay si fermò sdrucciolando quando McReady deviò bruscamente dal cunicolo che conduceva alla Città dei Cani e si dileguò a un bivio. Incerto, l’ingegnere meccanico esitò un momento, passando l’estintore da una mano all’altra, poi corse dietro l’ampia schiena di Connant.
Connant s’arrestò alla svolta del corridoio. Il suo fiato sibilò qualcosa nella gola.
«Gran Dio…!»
Le cartucce del revolver esplosero con un fragore di tuono, e tre stordenti, palpabili onde sonore si schiantarono lungo gli stretti condotti. Altre due. Il revolver cadde sulla neve battuta del percorso, e Barclay vide la piccozza portarsi in una posa difensiva. Il possente corpo di Connant gli ostruiva la visuale, ma più in là udì qualcosa miagolare e ghignare follemente. I cani erano più tranquilli; c’era una mortale serietà nei loro sommessi ringhi. Le unghie delle zampe raschiavano la neve compatta, fra il tintinnio delle catene spezzate e aggrovigliate.
A un tratto Connant si spostò, e Barclay poté vedere cosa stava oltre. Per un attimo rimase pietrificato, poi il fiato gli uscì dai polmoni in una raffica di bestemmie.
La Cosa si scagliò su Connant.
Dapprima, le poderose braccia dell’uomo assestarono un colpo di piatto con la piccozza a quella che avrebbe potuto essere una testa. Si schiantò orribilmente, e la carne a brandelli, straziata da mezza dozzina di husky selvaggi, balzò in piedi di nuovo. Gli occhi rossi avvamparono d’un odio inumano, una aliena vitalità impossibile da stroncare.
Barclay le puntò contro l’estintore; l’accecante, ustionante getto di schiuma chimica la confuse, la frastornò. Questo, insieme ai selvaggi attacchi degli husky, che non temevano a lungo alcuna cosa vivente, la tenne a bada.
McReady si fece largo incuneandosi fra gli uomini, mentre correva nello stretto, sovraffollato corridoio per raggiungere la scena. C’era sicurezza, determinazione, nel suo assalto pianificato in anticipo; reggeva nelle mani una delle gigantesche fiamme ossidriche usate per scaldare i motori degli aerei. Ci furono un ruggito e una ventata quando svoltò l’angolo e aprì la valvola. Il folle miagolio sibilò più forte. I cani si dispersero, scattando via dalla lancia lunga un metro di rovente fiamma azzurra.
«Barclay, prendi un filo elettrico, fallo scorrere fin qui in qualche modo. Possiamo folgorare questo… mostro, se non riesco a incenerirlo.» McReady aveva parlato con l’autorità di chi aveva programmato le sue azioni, e Barclay si voltò per lanciarsi nel lungo cunicolo verso la centrale elettrica, ma già Dutton e Van Wall lo avevano preceduto di corsa.
Barclay trovò il filo nel ripostiglio del materiale elettrico incassato nella parete del tunnel. In mezzo minuto ne aveva tagliato uno spezzone e stava tornando indietro. La voce di Van Wall squillò nel grido d’avvertimento «Energia!», quando la dinamo d’emergenza a gasolio entrò in azione con uno schianto. Adesso laggiù c’erano mezza dozzina di altri uomini, che riversavano legna e carbone nel fornello della centrale elettrica a vapore. Dutton stava lavorando con dita rapide e sicure all’altro capo del filo di Barclay, allacciandolo alla scatola di derivazione di uno dei cavi d’alimentazione principali.
I cani s’erano ritratti quando Barclay raggiunse la svolta del corridoio, ritratti di fronte a una furiosa mostruosità che fissava truce con malevoli occhi rossastri, e che, ormai in trappola, esprimeva il suo odio con una sorta di miagolio. Formavano un semicerchio di musi macchiati di sangue, con una frangia di rilucenti denti bianchi, e mugolavano impazienti, con una ferocia che eguagliava quasi la collera di quegli occhi rossi. Nell’angolo del passaggio McReady stava all’erta, con la torcia che a tratti crepitava, tenuta bassa tra le mani e pronta all’azione. Mentre spuntava Barclay, si fece da parte senza distogliere lo sguardo dall’alieno. C’era un lieve sorriso a denti stretti sul suo volto magro e abbronzato.
Dal corridoio, la voce di Dutton lo chiamò, e Barclay avanzò. Il filo era fissato con nastro adesivo al lungo manico d’una pala da neve, e i due conduttori separati e tenuti a una quarantina di centimetri di distanza da un pezzo di legno si protendevano come sferze, ad angolo retto, dall’estremità del manico. Le estremità di nudo rame, caricate con duecentoventi volt, luccicarono alla luce delle lampade a pressione. La Cosa miagolò e si scansò. McReady avanzò al fianco di Barclay. I cani più oltre percepirono il piano con l’intelligenza quasi telepatica degli husky addestrati. Il loro guaito si fece più acuto, più sommesso, i loro passi felpati li portarono più vicini. A un tratto un enorme esemplare di alaskan husky, nero come la notte, balzò sulla Cosa intrappolata. Questa si voltò urlante, vibrando fendenti con zampe dagli artigli a sciabola.
Barclay scattò avanti e affondò il suo arnese. Uno stridulo urlo alieno si levò e si strozzò. Nel corridoio, l’odore di carne bruciata s’intensificò; un fumo oleoso si levò in spire. La riecheggiante pulsazione della dinamo a gasolio in fondo al corridoio divenne un lento, pesante tonfo.
Gli occhi rossi si velarono nell’ormai irrigidita, sussultante parodia d’una faccia. Tremule membra simili a braccia e gambe si mossero a scatti. I cani balzarono avanti, e Barclay, con uno strattone, tirò via l’arma ricavata dal manico d’un badile. La Cosa sulla neve non si mosse, mentre zanne lucenti la dilaniavano.
Garry si guardò in giro nella stanza affollata. Trentadue uomini, alcuni tesi e nervosi, appoggiati al muro, altri rilassati ma inquieti; alcuni seduti, la maggioranza per forza in piedi, accalcati come sardine. Trentadue, più i cinque impegnati a suturare i cani feriti facevano trentasette, il totale del personale.
Garry iniziò a parlare. «Va bene, immagino che ci siamo tutti. Alcuni di voi… tre o quattro, al massimo… hanno assistito a cos’è accaduto. Quasi tutti hanno visto la Cosa sul tavolo, e possono farsene un’idea generale. Per chiunque altro, mostrerò questo…» Portò la mano verso l’incerata, resa rigonfia dalla sagoma della Cosa, e la sollevò. Ne filtrò un acre odore di carne bruciacchiata. Gli uomini s’agitarono, turbati, affrettandosi a scuotere il capo in segno d’incredulità.
«Si direbbe che Charnauk non guiderà più altre mute di cani» proseguì Garry. «Blair vuole mettere le mani sulla creatura ed effettuare qualche esame dettagliato. Vogliamo sapere cos’è successo, e accertarci subito che sia morta definitivamente, una volta per tutte. Giusto?»
Connant sogghignò. «Ma stanotte sarà qualcun altro a stare di guardia con quella.»
«Va bene, allora, Blair, che può dirci al riguardo? Cos’era, in nome di Dio?» Garry si rivolse al piccolo biologo.
«Mi chiedo se abbiamo mai visto la sua figura originaria.» Blair guardò la massa coperta. «Può aver imitato gli esseri che costruirono la nave… ma non credo. Penso che quelle fossero le sue vere sembianze. Quelli di noi che stavano nei pressi della svolta di quel corridoio hanno visto la Cosa in azione; il cadavere sul tavolo è il risultato. Dopo essersi liberata, in apparenza ha iniziato a guardarsi intorno. L’Antartide è ancora ghiacciata come innumerevoli ere fa, quando l’alieno la vide per la prima volta… e si congelò. In base alle mie osservazioni mentre si stava sgelando, e ai frammenti di tessuto che ho reciso e solidificato allora, ritengo che fosse nativo d’un pianeta più caldo della Terra. Nella sua configurazione naturale, non poteva resistere alla temperatura di qui. Non c’è nessuna forma di vita sulla Terra capace di sopravvivere in Antartide d’inverno, ma il miglior compromesso è il cane. Ha trovato i cani, e in qualche modo s’è avvicinato abbastanza a Charnauk da prenderlo. Gli altri l’hanno fiutato… o udito, non lo so. Comunque, si sono inferociti e hanno rotto le catene, e l’hanno attaccato prima che finisse. La Cosa che abbiamo trovato era in parte Charnauk, solo mezzo morto, in parte Charnauk semidigerito dal protoplasma gelatinoso di quel mostro, e in parte i resti della creatura rinvenuta in origine, come se fosse tornata a liquefarsi nella sua sostanza primordiale.
«Quando i cani l’hanno aggredita, s’è trasformata nell’animale più combattivo cui riuscisse a pensare… qualche belva d’un altro mondo, in apparenza.»
«Trasformata» sbottò Garry. «Come?»
«Ogni cosa vivente è fatta di gelatina… protoplasma… e cose minuscole, submicroscopiche chiamate nuclei, che controllano la massa di tessuto organico. Questa Cosa era solo una modifica dello stesso piano universale della Natura, cellule formate da protoplasma, controllate da nuclei infinitamente più piccoli. Voi fisici potreste confrontarla… la cellula individuale di ogni entità biologica… con un atomo; il grosso dell’atomo, la parte che occupa lo spazio, è composto dalle orbite degli elettroni, ma le caratteristiche dell’elemento sono determinate dal nucleo atomico.
«Ciò non va tanto oltre quello che già sappiamo. È solo una modifica che non abbiamo mai visto prima. È altrettanto naturale, e logica, di ogni altra manifestazione della vita, e obbedisce esattamente alle stesse leggi. Le cellule sono fatte di protoplasma, e il loro carattere è determinato dal nucleo.
«Solo che, in questa creatura, i nuclei possono controllare le cellule a piacimento. Ha digerito Charnauk, e così facendo, ha studiato ogni cellula del suo tessuto e modellato le proprie per imitarle esattamente. Parti di esse… che ha avuto il tempo di finire di copiare… sono cellule di cane. Ma non hanno nuclei cellulari canini.» Blair sollevò un lembo della cerata, svelando una zampa sbranata di cane, dall’ispido pelo grigio. «Questo, per esempio, non è affatto un cane; è un’imitazione. Su alcune parti sono incerto; il nucleo si stava nascondendo… mascherandosi con la simulazione di quello canino. Col tempo, nemmeno un microscopio avrebbe mostrato la differenza.»
«Supponga» disse McReady «che gli restasse tempo in abbondanza?»
«Allora sarebbe divenuto un cane. Gli altri cani l’avrebbero accettato. E anche noi l’avremmo fatto. Non credo che qualcosa sarebbe riuscito a distinguerlo, né il microscopio, né i raggi X, né alcun altro metodo. Questo è un membro d’una razza supremamente intelligente, una stirpe che ha appreso i più profondi segreti della biologia e li ha rivolti a proprio uso.»
«Cos’aveva in mente?» Barclay guardò la cerata ingobbita.
Blair fece un sorrisetto sgradevole. Contrasse le labbra, con malcelato nervosismo. «Impadronirsi del mondo, immagino.»
«Impossessarsi del mondo! Così, da solo?» disse Connant, col fiato mozzo. «Insediandosi come un dittatore solitario?»
«No.» Blair scosse il capo. Il bisturi con cui stava giocherellando con le dita cadde; si chinò a raccoglierlo, così da nascondere il volto mentre parlava. «Diventerebbe l’intera popolazione mondiale.»
«Diventare… popolare il mondo? Si riproduce in modo asessuato?»
Blair scosse la testa e deglutì. «È… non ha bisogno di farlo. Pesava poco meno di quaranta chili. Charnauk ne pesava un po’ di più. Sarebbe divenuto Charnauk, e gli sarebbero rimasti i quaranta chili iniziali, per diventare… be’, Jack, per esempio, o Chinook. Può imitare qualunque cosa… cioè, diventare qualunque cosa. Se avesse raggiunto l’Oceano Antartico, sarebbe divenuto una foca, magari due. Le foche avrebbero potuto attaccare un’orca assassina, e diventare entrambe orche, o un branco di foche. O magari avrebbe catturato un albatro, o un gabbiano skua, per volare in Sudamerica.»
Powell imprecò a bassa voce. «E ogni volta che digerisce qualcosa, e la imita…»
«Gli rimane la sua massa originaria, per ricominciare daccapo» concluse Blair. «Nulla ucciderebbe una creatura simile. Non ha nemici naturali, dato che diviene tutto quello che vuole. Se la aggredisse un’orca assassina, diventerebbe un’orca assassina. Se fosse un albatro e la attaccasse un’aquila, si tramuterebbe in un’aquila. Misericordia, potrebbe trasformarsi in un’aquila femmina. Tornare indietro… costruirsi un nido… deporre uova!»
«È sicuro che quella Cosa venuta dall’inferno sia morta?» chiese piano il dottor Copper.
«Sì, grazie a Dio» boccheggiò il piccolo biologo. «Dopo che gli altri hanno allontanato i cani, sono rimasto lì a conficcarci dentro l’apparecchio per l’elettroshock di Barclay per cinque minuti. È morta e… ben cotta.»
«Allora possiamo solo essere grati alla sorte che questa sia l’Antartide. Dove non esiste una sola cosa vivente da imitare, eccetto gli animali del campo.»
«Noi» sogghignò Blair. «Può imitare noi. I cani non possono coprire seicentocinquanta chilometri fino al mare; non c’è cibo. Non ci sono neanche gabbiani skua da imitare, in questa stagione. Non ci sono pinguini, così all’interno. Non c’è nulla che riesca a raggiungere il mare da questo punto… eccetto noi. Noi abbiamo cervelli… possiamo farlo. Non capite… deve imitare noi… dev’essere uno di noi… questo è il solo modo in cui può far volare un aeroplano… far volare un aereo per due ore, e dominare… tutti gli abitanti della Terra. Ha un mondo da conquistare… se imita noi!
«Non lo sapeva, ancora. Non aveva avuto la possibilità d’impararlo. Si è affrettata… precipitata… a copiare la cosa più vicina alla propria taglia. Guardate… io sono Pandora! Ho aperto il vaso! E la sola speranza che possa uscirne è che niente riesca ad andarsene di qui. Voi non mi avete visto. Ma io l’ho fatto. Ho sistemato tutto. Ho fracassato ogni motorino d’avviamento. Non può più volare nessun aereo. Niente può volare.» Blair ridacchiò e si accasciò sul pavimento, piangendo.
Il capo pilota Van Wall si tuffò verso la porta. I suoi passi crearono echi che svanirono nei corridoi, mentre il dottor Copper si chinava adagio sull’ometto steso a terra. Poi, dal suo ufficio all’estremità del locale, Copper portò una siringa e iniettò una soluzione nel braccio di Blair.
«Potrebbe passargli, al risveglio» disse con un sospiro, risollevandosi. McReady lo aiutò a issare il biologo su una branda vicina. «Tutto dipende se riusciremo a persuaderlo che quella Cosa è morta.»
Van Wall si chinò per rientrare nella baracca, sfregandosi distrattamente le mani. «Lo sapevo, che un biologo non potesse fare un sabotaggio a dovere. S’è scordato i ricambi nel secondo deposito. Tutto a posto, li ho fracassati io.»
Il comandante Garry annuì. «Mi stavo chiedendo della radio.»
Il dottor Copper sbuffò: «Non penserà che possa squagliarsela su un’onda radio, vero? Verrebbero fatti cinque tentativi di soccorso nei prossimi tre mesi, se interrompessimo le trasmissioni. Dobbiamo proseguire come al solito e non dire nulla a nessuno. Ora, mi domando…».
McReady guardò il dottore, meditabondo. «Potrebbe essere come una malattia contagiosa. Qualunque cosa abbia bevuto un po’ del suo sangue…?»
Copper scosse il capo. «Blair ha tralasciato un dettaglio. Può imitare tutto, ma in un certo grado ha una propria chimica corporea, un proprio metabolismo. Altrimenti, diventerebbe un cane… e sarebbe un cane e niente più. Deve essere un’imitazione di cane. Perciò possiamo individuarla con esami del siero sanguigno. E dato che viene da un altro mondo, la sua biochimica dev’essere così profondamente, radicalmente differente che poche cellule, come quelle ottenute da gocce di sangue, verrebbero trattate da un cane, o un corpo umano, come germi patogeni.»
«Sangue… una di quelle imitazioni, sanguinerebbe?» domandò Powell.
«Certo, non c’è niente di mistico nel sangue» gli assicurò Copper. «Il muscolo è circa al novanta per cento acqua. Il sangue differisce solo per avere un po’ più d’acqua e meno tessuto connettivo. Sanguinerebbero, sicuro.»
All’improvviso, Blair s’alzò a sedere nella sua cuccetta. «Connant… dov’è Connant?»
Il fisico si accostò al piccolo biologo. «Eccomi qui. Che cosa vuole?»
«Sei tu?» ridacchiò Blair. Ricadde nuovamente sulla branda, contorcendosi in un riso silenzioso.
Connant lo guardò con espressione vacua. «Eh? Sono cosa?»
«Sei tu, lì?» Blair scoppiò in una risata scrosciante. «Sei Connant? L’alieno voleva essere un uomo… non un cane…»
5
Il dottor Copper s’alzò stancamente dalla cuccetta e lavò attentamente la siringa ipodermica. I lievi tintinnii che faceva sembravano forti nel locale affollato, ora che la gorgogliante risata di Blair s’era finalmente quietata. Copper guardò Garry e scosse piano la testa. «Un caso disperato, temo. Non credo che ce la faremo mai a convincerlo che adesso la Cosa è morta.»
Powell rise incerto. «Non sono nemmeno sicuro che possiate convincere me. Oh, dannazione, McReady.»
«McReady?» Il comandante Garry rivolse lo sguardo da Powell a McReady, con curiosità.
«I suoi sogni» spiegò Powell. «Mi ha raccontato d’un incubo che ha fatto alla Stazione Magnetica Secondaria, dopo aver trovato quella Cosa.»
«E sarebbe…?» Garry guardò McReady, con calma.
Il meteorologo si schiarì la gola e si mosse, impacciato. «Ho sognato che l’alieno non era morto. Aveva una sorta d’esistenza enormemente rallentata, una vita vegetativa che nonostante tutto gli permetteva di rendersi vagamente conto del passare del tempo, del nostro arrivo dopo infiniti anni. Ho sognato che sapeva imitare le cose.»
«Be’» grugnì Copper, «è vero.»
«Non fare l’idiota» sbottò Powell. «Non è questo che mi preoccupa. Ha detto che riusciva a leggere nelle menti, leggere pensieri e idee e… modi di comportarsi.»
«E che c’è di grave? Sembra che questo vi preoccupi più delle gioie che ci attendono. Pensate, un pazzo in una base antartica.» Copper accennò col capo alla figura addormentata di Blair.
Il volto di McReady si contorse in un sogghigno. «Voi altri sapete dannatamente bene che Connant è Connant, perché non solo sembra Connant… e stiamo iniziando a credere che anche l’alieno potrebbe sembrarlo… ma pensa come Connant, parla come lui, si muove come farebbe Connant. E ciò richiede più d’un semplice corpo che somigli a lui. Occorre avere la mente di Connant, i suoi pensieri e i suoi atteggiamenti. Perciò, anche se vi rendete conto che la Cosa potrebbe apparire come Connant, non ne siete molto turbati, perché sapete dannatamente bene che ha una mente di un altro mondo. Un cervello del tutto disumano, che non riuscirebbe mai a reagire e pensare e parlare come una persona che conosciamo, e a farlo tanto bene da ingannarci per un solo istante. L’idea che la creatura imiti uno di noi è affascinante, ma irreale, perché è assolutamente troppo inumana per ingannarci. Non ha la mentalità degli uomini.»
«Come accennavo prima» ripeté Powell, guardando fisso McReady, «sai dire le cose più stramaledette nei momenti più stramaledetti. Perché non finisci quel ragionamento… in un modo o nell’altro?»
Kinner, in piedi vicino a Connant, percorse all’improvviso la stanza affollata verso la sua familiare cucina. Scosse rumorosamente le braci della stufa.
«Alla Cosa non servirebbe a nulla» spiegò piano il dottor Copper, come parlando fra sé «sembrare semplicemente qualcuno che cerca di riprodurre; dovrebbe comprendere le sue sensazioni, le sue reazioni. È inumana; ha poteri mimetici che vanno oltre ogni concezione umana. Un buon attore, con la pratica, può imitare un altro uomo, i suoi modi, tanto bene da ingannare la maggior parte della gente. Ovviamente, nessun attore potrebbe copiarlo così perfettamente da imbrogliare uomini che hanno vissuto con lui in una base antartica, in totale mancanza d’intimità. Ciò richiederebbe un’abilità sovrumana.»
«Oh, ci è arrivato anche lei.» Powell imprecò sottovoce.
Connant, in piedi a un’estremità della stanza, si guardò freneticamente intorno, bianco in volto. Come una lenta marea, gli altri uomini si erano spostati poco per volta all’altro capo del locale, lasciandolo solo.
«Dio mio… volete chiudere il becco voi due, con questa tiritera?» La voce di Connant tremò. «Cosa sarei io? Una specie di esemplare microscopico che state sezionando? Qualche schifoso verme di cui discutete in terza persona?»
McReady alzò gli occhi a guardarlo; per un attimo, smise di torcersi lentamente le mani. «Ci divertiamo da matti. Vorremmo che tu fossi qui. Firmato: Tutti. Connant, se credi di vedertela brutta, considera per un attimo il nostro punto di vista. Tu hai qualcosa che noi non abbiamo; sai qual è la risposta. Devo dirtelo: in questo momento sei l’uomo più temuto e rispettato di Big Magnet.»
«Dannazione, vorrei che potessi vedere come mi guardi» ansimò Connant. «Piantala di fissarmi, okay? Che diavolo avete intenzione di fare?»
«Ha qualche suggerimento, dottor Copper?» chiese con fermezza il comandante Garry. «L’attuale situazione è insostenibile.»
«Oh, davvero?» sbottò Connant. «Venite qui a guardare quella folla. Per Dio, sembra esattamente come quel branco di husky nel corridoio. Benning, ti spiace smettere di trastullarti con quella maledetta piccozza?»
La lama color rame risuonò sul pavimento, quando il nervoso meccanico d’aerei la lasciò cadere. Subito si chinò e la raccolse, soppesandola piano, rigirandola fra le mani, guardandosi convulsamente intorno con gli occhi castani.
Connant si sedette sulla cuccetta accanto a Blair. Il legno scricchiolò rumorosamente nella stanza. In lontananza, lungo un corridoio, un cane guaì di dolore, e le sommesse voci dei guidatori di slitta li raggiunsero, tese.
«L’esame microscopico» disse il dottore, pensoso «sarebbe inutile, come ha fatto osservare Blair. È trascorso un considerevole tempo. Comunque, gli esami del siero sanguigno sarebbero definitivi.»
«Esami del siero? Cosa intende, esattamente?» chiese il comandante Garry.
«Se a un coniglio fosse stato iniettato sangue umano… velenoso per i conigli, ovviamente, come quello d’ogni animale salvo un altro coniglio… e le iniezioni proseguissero per qualche tempo in dosi crescenti, il coniglio diverrebbe immune agli umani. Se venisse estratta una piccola quantità del suo sangue, lasciandola separare in provetta, e se al siero limpido venisse aggiunto un po’ di sangue umano, ci sarebbe una reazione visibile, a dimostrazione che il liquido era umano. Aggiungendo sangue di mucca, o di cane… o qualunque materiale proteico diverso da quell’unica sostanza, sangue umano… non avrebbe luogo alcuna reazione. Questo varrebbe da prova conclusiva.»
«Può suggerirmi dove andare a prenderle un coniglio, Doc?» chiese McReady. «Cioè, un posto più vicino dell’Australia; non vogliamo sprecare tempo ad andare fin lì.»
«Lo so che non ci sono conigli in Antartide» disse Copper, annuendo, «ma quello è semplicemente il tipo di cavia usato di solito. Ogni animale, eccetto l’uomo, farà allo scopo. Un cane, per esempio. Ma ci vorranno dei giorni, e una notevole quantità di sangue, a causa della sua maggior taglia. Dovranno contribuire due di noi.»
«Andrei bene io?» chiese Garry.
«Così saremmo in due» assentì Copper. «Mi metterò immediatamente al lavoro.»
«E quanto a Connant, nel frattempo?» domandò Kinner. «Me ne esco da quella porta e raggiungo a piedi il Mare di Ross, piuttosto che cucinare per lui.»
«Può essere umano…» iniziò Copper.
Connant scoppiò in un diluvio di parolacce. «Umano, potrei essere umano, dannato segaossa! Cosa diavolo pensa che sia?»
«Un mostro» scattò bruscamente Copper. «Ora stia zitto e ascolti.»
La faccia di Connant si fece esangue, e lui si sedette pesantemente, mentre venivano formulate le parole d’accusa.
Copper proseguì: «Finché non sapremo… sa bene che abbiamo motivo di interrogarci sui fatti, e solo lei conosce la risposta ai nostri interrogativi… sarebbe ragionevole rinchiuderla. Se lei è… inumano… è molto più pericoloso del povero Blair, qui, e in ogni caso provvederò che anche lui venga rinchiuso a dovere. Mi aspetto che al prossimo stadio proverà un violento impulso di uccidere lei, i cani, e probabilmente noi tutti. Quando si sveglierà, sarà persuaso che siamo tutti inumani, e nulla, su questo pianeta, cambierà mai la sua convinzione. Sarebbe più pietoso lasciarlo morire, ma naturalmente non possiamo farlo. Starà in una baracca, e lei potrà occupare la Casa del Cosmo col suo apparato per i raggi cosmici, che più o meno è quello che farebbe comunque. Ora vado a preparare un paio di cani».
Connant annuì amareggiato. «Sono umano. S’affretti con quel test, per l’amor del cielo. I suoi occhi… Dio, vorrei che potesse vedere i suoi occhi…»
Il comandante Garry osservò ansioso Clark che teneva il grosso alaskan husky marrone, mentre Copper cominciava con la prima iniezione. Il cane non fu entusiasta di cooperare. L’ago era doloroso, e quella mattina ne aveva già avuto abbastanza di cuciture. Cinque punti tenevano chiuso uno squarcio che correva dalla spalla alle costole, per metà del suo corpo. Una lunga zanna era spezzata di netto; la parte mancante si trovava semisepolta nell’osso della spalla della mostruosa entità stesa sul tavolo nel locale dell’Amministrazione.
«Quanto ci vorrà?» chiese Garry, premendosi gentilmente il braccio. Era indolenzito dalla puntura effettuata dal dottor Copper per cavargli il sangue.
Copper si strinse nelle spalle. «Non lo so, a dire il vero. Conosco il metodo solo a grandi linee. L’ho usato sui conigli, ma non ho mai fatto esperimenti sui cani. Animali grossi e scomodi con cui lavorare; naturalmente, sono preferibili i conigli. In luoghi civilizzati un lotto di conigli immuni agli umani si può comprare dai fornitori, e non molti ricercatori si prendono la briga di prepararseli da soli.»
«E poi a che scopo li usano?» domandò Clark.
«Un settore primario è la criminologia. A dice che non ha ucciso B, ma che il sangue sulla sua camicia viene dall’aver ammazzato un pollo. Lo Stato effettua un esame, poi sta ad A spiegare come mai il sangue reagisca coi conigli immuni agli umani, ma non quelli immuni ai polli.»
«Che ne faremo di Blair, nel frattempo?» chiese stancamente Garry. «Per un po’ va benone lasciarlo dormire dov’è, ma al suo risveglio…»
«Barclay e Benning stanno montando catenacci sulla porta della Casa del Cosmo. Connant si comporta da gentiluomo. Penso che forse il modo in cui lo guardano gli altri uomini gli faccia preferire la solitudine. Dio solo sa come pregassimo tutti quanti per un po’ di riservatezza, fino a ora.»
Clark rise, nervoso. «Ora non più, grazie. Più siamo e meglio stiamo.»
«Anche Blair» proseguì Copper «avrà bisogno di solitudine… e di serrature. Avrà un piano assai preciso in mente, quando si sveglierà. Mai sentita la vecchia storia su come debellare l’afta epizootica nel bestiame?»
Clark e Garry scossero le teste in silenzio.
«Se non c’è afta epizootica, non ce ne sarà neanche in seguito» spiegò Copper. «Per liberarsene si abbatte ogni animale che ne mostri i sintomi, insieme a qualunque altro sia stato vicino a una bestia malata. Blair è un biologo, e questa storia la conosce. Ha paura del mostro che abbiamo scatenato. Probabilmente la risposta è assai chiara nel suo cervello, adesso. Uccidere chiunque e ogni cosa in questa base prima che un gabbiano skua o un albatro vagabondo capiti da queste parti e… prenda la malattia.»
Le labbra di Clark s’arricciarono in un sorriso contorto. «Mi sembra logico. Se le cose volgeranno al peggio… magari sarebbe meglio dar campo libero a Blair. Ci risparmierebbe la fatica di suicidarci. Potremmo anche indire una specie di votazione: se le cose si mettono male, faremo sì che succeda proprio questo.»
Copper rise sommessamente. «L’ultimo uomo vivo a Big Magnet… non sarebbe un uomo» osservò. «Qualcuno deve uccidere quelle… creature che non desiderino suicidarsi, capite? Non abbiamo abbastanza termite da riuscirci in una volta sola, e l’esplosivo alla decanite non sarebbe di grande aiuto. Ho una mezza idea che perfino piccoli pezzi di uno di quegli esseri siano autosufficienti.»
«Se sono in grado di modificare il protoplasma a piacimento» rifletté Garry, cupo, «non potrebbero tramutarsi semplicemente in uccelli e volare via? Potrebbero leggere tutto sugli uccelli e copiare la loro struttura senza nemmeno vederli. O magari potrebbero imitare dei volatili del loro pianeta natale.»
Copper scosse il capo mentre aiutava Clark a liberare il cane. «Gli uomini hanno studiato gli uccelli per secoli, cercando di costruire una macchina capace di volare come loro. Non impararono mai il trucco. Il successo finale giunse quando mollarono tutto e tentarono nuovi metodi. Farsi un’idea generale e conoscere la dettagliata struttura di ali e ossa e tessuto nervoso, sono questioni molto, molto diverse. Quanto agli uccelli di altri mondi, forse… con ogni probabilità, anzi… laggiù le condizioni atmosferiche sono così enormemente differenti che qui non riuscirebbero a volare. Può darsi perfino che quell’essere venga da un pianeta simile a Marte, con un’atmosfera talmente rarefatta da non ospitare uccelli.»
Barclay entrò nella stanza trascinandosi dietro un cavo di controllo dell’aereo. «Abbiamo finito, Doc. La Casa del Cosmo non si può aprire dall’interno. Ora, dove lo mettiamo Blair?»
Copper guardò Garry. «Non c’è nessuna struttura assegnata alla biologia. Non so dove poterlo isolare.»
«Che gliene pare del magazzino est?» disse Garry, dopo un attimo di riflessione. «Blair sarà in grado di badare a se stesso… o avrà bisogno d’attenzione?»
«Ne sarà abbastanza capace. Saremo noi, quelli a cui badare» gli assicurò Copper, tetro. «Prendete una stufa, un paio di sacchi di carbone… i viveri necessari, e utensili per dare una sistemata. Laggiù non c’è stato nessuno dall’autunno scorso, vero?»
Garry scosse il capo. «Se si rendesse turbolento… pensavo che potesse essere una buona idea.»
Barclay issò in spalla gli attrezzi che aveva portato e alzò lo sguardo verso Garry. «Se il borbottio che sta facendo adesso è un segno, passerà le ore notturne a cantare. E non ci piacerà la sua canzone.»
«Che sta dicendo?» chiese Copper.
Barclay scosse la testa. «Non mi curo molto d’ascoltarlo. Potete provarci voi, se volete. Ma ritengo che quel fottuto idiota stia facendo tutti i sogni di McReady, oltre a qualcuno in più. Quando ci siamo fermati sul percorso di ritorno dalla Magnetica Secondaria, ha dormito accanto alla Cosa, ricordate? Ha sognato che il mostro era vivo, e altri dettagli. E… sia maledetta la sua anima… si rendeva conto che non era tutto un incubo, o aveva motivo di sospettarlo. Sapeva che la creatura aveva poteri telepatici che si stavano vagamente ridestando, e che poteva non solo leggere nelle menti, ma proiettare pensieri. Non erano sogni, vedete, bensì una confusa serie di concetti che la Cosa comunicava, come adesso Blair sta comunicando quello che ha in testa lui; una sorta di mormorio telepatico nel sonno. Ecco perché sapeva così tanto sui suoi poteri. Immagino che lei e io, Doc, non fossimo altrettanto sensibili… se vuole credere nella telepatia.»
«Devo crederci» sospirò Copper. «Il dottor Rhine della Duke University ha dimostrato che esiste, e che alcuni individui sono molto più sensibili di altri.»
«Be’, se volete apprendere i particolari, andate a sentire cosa blatera Blair. Ha spinto quasi tutti i ragazzi a uscire dall’Amministrazione. Kinner sbatacchia padelle e fa un fracasso che sembra un torrente di carbone giù da uno scivolo. E quando non può sbattere padelle, scuote la cenere.
«Fra parentesi, comandante, cosa faremo in primavera, ora che gli aerei sono fuori uso?»
Garry sospirò. «Temo che la nostra spedizione si rivelerà un fiasco. Non possiamo dividere le forze adesso.»
«Non sarà un fiasco, se continueremo a vivere e ne verremo fuori» gli promise Copper. «La scoperta che abbiamo fatto, se riusciremo a metterla sotto controllo, è già importante abbastanza. I dati dei raggi cosmici, le rilevazioni magnetiche e atmosferiche non ne risentiranno granché.»
Garry rise tristemente. «Stavo giusto pensando alle trasmissioni radio. Dire a mezzo mondo dei meravigliosi risultati dei nostri voli esplorativi. Cercare di far credere a uomini come Byrd ed Ellsworth, a casa, che stiamo compiendo un buon lavoro.»
Copper annuì solenne. «Sapranno che qualcosa non va. Ma uomini della loro pasta hanno sufficiente intelligenza da rendersi conto che non gli giocheremmo dei trucchi senza un valido motivo, e attenderanno il nostro ritorno per giudicarci. Penso che la questione si riduca a questo: quanti ne sanno abbastanza da riconoscere l’inganno aspetteranno che torniamo. Quelli che invece non hanno sufficiente discernimento e fede da attendere, non avranno nemmeno l’esperienza per intuire il raggiro. Ne sappiamo abbastanza, delle condizioni di qui, da inscenare un imbroglio credibile.»
«Purché non ci mandino spedizioni di “soccorso”» pregò Garry. «Quando… se… saremo mai pronti a lasciare questo posto, e verrà a rilevarci il capitano Forsythe, dovremo avvertirlo di portare con sé una scorta di motorini d’avviamento. Ma… non ha importanza.»
«Dubita che ce la caveremo?» chiese Barclay. «Mi stavo chiedendo se potrebbe servire una bella cronaca in diretta radio di un’eruzione o un terremoto… con un gran finale, piazzando un candelotto di decanite sotto il microfono. Ovviamente, nulla terrà la gente alla larga per sempre. Ma una di quelle magnifiche scene melodrammatiche “dell’ultimo sopravvissuto” li convincerebbe a essere cauti.»
Garry sorrise con sincero umorismo. «Cercano tutti di farsi venire idee simili, alla base?»
Copper rise. «Che ne pensa, Garry? Siamo fiduciosi di poter avere la meglio… ma non sarà per nulla facile, immagino.»
Clark sogghignò, sollevando il viso dal cane che stava coccolando perché si calmasse. «Fiduciosi, dice, Doc?»
Blair s’agitava irrequieto nella piccola baracca. I suoi occhi si muovevano a scatti e tremolavano, lanciando vaghi, fuggevoli sguardi ai quattro uomini che erano con lui; Barclay, che misurava oltre un metro e ottanta e pesava più di ottantacinque chili; McReady, altrettanto alto ma leggermente più snello; il dottor Copper, basso ma tozzo e poderoso; e Benning, anche lui quasi un metro e ottanta di nerboruta forza.
Blair era raggomitolato contro la parete in fondo al magazzino est, e la sua roba… ammucchiata in mezzo al pavimento, accanto alla stufa per scaldarsi… formava un’isola fra lui e i quattro uomini.
«Non voglio che nessuno venga qui» scattò, agitato. «Kinner potrebbe ancora essere umano, ma non mi fido. Mi cuocerò il cibo da solo. Finirò per uscire da questa situazione, ma non mangerò nessuna vivanda che mi porterete. Voglio scatolette. Lattine sigillate.»
«Okay, Blair, te le porteremo stasera» promise Barclay. «Il carbone ce l’hai e il fuoco è acceso. Farò un ultimo…» Mosse un passo in avanti.
All’istante, Blair si precipitò nell’angolo più lontano. «Via di qui! Stai alla larga da me, mostro!» strillò il piccolo biologo, e tentò di aprirsi un varco a unghiate nella parete della baracca. «Sta’ lontano da me… alla larga… io non verrò assorbito… non…»
Barclay si rilassò e si fece indietro. Il dottor Copper scosse il capo.
«Lasciamolo stare, Barclay. Per lui è più facile cucinarsi il cibo da solo. Dovremo sistemare la porta, credo…»
I quattro uomini uscirono. Con efficienza, Barclay e Benning si misero all’opera. Non c’erano serrature in Antartide; non c’era tanto bisogno di riserbo da renderle necessarie. Ma grosse viti erano state piantate su ogni lato del telaio della soglia e uno spezzone di cavo di comando per gli aerei, preso dalle scorte e composto da robustissimi trefoli d’acciaio, fu rapidamente teso e fissato tra queste. Barclay si mise al lavoro con un trapano e un seghetto appuntito, finemente dentato. In breve tempo, ritagliò nella porta uno sportellino da cui far passare i viveri senza dover sbloccare l’entrata. Tre robusti cardini tolti da una cassa di provviste, due cerniere con lucchetti e un paio di coppiglie di sette centimetri resero impossibile l’apertura dall’altro lato.
Anche Blair si diede da fare senza posa, all’interno. Stava trascinando qualcosa fino alla porta, ansimando e sbuffando, e bofonchiava frenetiche imprecazioni. Barclay aprì d’una fessura lo sportello e diede un’occhiata dentro, mentre il dottor Copper sbirciava alle sue spalle. Blair aveva spostato contro l’uscio la pesante branda. Ormai, non si poteva più aprire senza la sua cooperazione.
«Non saprei, ma quel poveraccio ha ragione» disse McReady, con un sospiro. «Se si libera, la sua dichiarata intenzione è uccidere ognuno di noi… tutti quanti… il più in fretta possibile. Ma dal nostro lato della porta, forse abbiamo di peggio d’un maniaco omicida. Se dovesse scatenarsi la Cosa, credo che verrei io stesso qui a sbloccare l’uscita.»
Barclay sogghignò. «Fammelo sapere, e ti mostrerò come riuscirci più in fretta. Torniamo indietro.»
Il sole stava ancora dipingendo il cielo a settentrione con arcobaleni multicolori, pur essendo sotto l’orizzonte da due ore. La distesa innevata dilagava a nord, scintillando sotto quelle tinte fiammeggianti in un milione di milioni di splendidi riflessi. A nord bassi tumuli bianchi, arrotondati, emergevano appena dalla pianura gelata. Piccoli mulinelli di neve portata dal vento si levavano dai loro sci, mentre s’avviavano verso il campo base a tre chilometri di distanza. Il filiforme dito dell’antenna trasmittente puntava come uno squallido ago nero contro il biancore del continente antartico. La neve sotto gli sci pareva sabbia fine, dura e granulosa nel freddo a meno quaranta gradi.
«È arrivata la primavera» disse amareggiato Benning. «Che bello. E io che non vedevo l’ora di svignarmela da questo fottuto buco nel ghiaccio.»
«Non ci proverei adesso, se fossi in te» grugnì Barclay. «Nei prossimi giorni, quelli che cercheranno d’allontanarsi da qui diventeranno estremamente sgraditi.»
«Come va coi suoi cani, Doc?» chiese McReady. «Ha già qualche risultato?»
«In trenta ore? Mi piacerebbe. Gli ho fatto un’iniezione del mio sangue, oggi. Ma immagino che occorreranno altri cinque giorni. Di certo, non ne so abbastanza per fare più in fretta.»
Barclay parlò lentamente. «Mi stavo chiedendo… se Connant fosse… cambiato… ci avrebbe avvertiti così presto, dopo che l’alieno è fuggito? Non avrebbe aspettato d’avere una vera possibilità di mimetizzarsi, finché non ci fossimo svegliati da soli?»
«La Cosa è egoista. Non penserete che sembrasse in possesso d’una vasta gamma di superiori virtù, vero?» osservò McReady. «Ogni sua parte è un tutto unico, ciascuna pensa per sé sola, suppongo. Cioè… sogni, comunicazioni telepatiche trasmesse inconsciamente, diciamo. Se Connant fosse cambiato, si sarebbe immaginato che per salvare la pelle doveva… diavolo, i sentimenti di Connant non sono mutati. Vengono imitati a perfezione, o sono proprio i suoi. È ovvio che la sua imitazione, copiando con accuratezza le emozioni di Connant, si comporterebbe esattamente come lui stesso.»
«Di’, Norris o Vane non potrebbero fare a Connant qualche specie di test? Se la Cosa è più intelligente degli uomini, potrebbe conoscere più fisica di lui, e loro la coglierebbero in fallo.»
Copper scosse la testa stancamente. «Non se legge le menti. Non si può farla cadere in trappola. L’ha già suggerito Vane, la notte scorsa. Sperava che rispondesse a certi problemi di fisica, di cui gli piacerebbe conoscere la soluzione.»
«Quest’idea di dividerci in gruppi di quattro ci allieterà la vita.» McReady guardò i suoi compagni. «Ciascuno di noi a scrutare l’altro, per accertarsi che non faccia qualcosa di… peculiare. Gente, che branco di ottimisti saremo. Ognuno a spiare il suo prossimo col massimo sfoggio di fede e fiducia… comincio a capire cosa intendesse Connant quando ha detto “Vorrei che poteste vedere i vostri occhi”. Ogni tanto capita a tutti, immagino. Uno di voi si guarda attorno con scritto in faccia “Mi-chiedo-se-gli-altri-tre-sono…”. Fra parentesi, io stesso non faccio eccezione.»
«Per quanto ne sappiamo, l’alieno è morto, lasciando solo un lieve dubbio su Connant. Non è sospettato nessun altro» sbottò Copper. «L’ordine di stare “sempre in quattro” è una semplice precauzione.»
«Sto aspettando che Garry ci metta in quattro in ogni branda» sospirò Barclay. «Credevo di non avere privacy prima, ma dopo quell’ordine…»
Nessuno osservava la piccola provetta sterile di vetro, colma a metà di liquido paglierino, con più tensione di Connant. Una… due… tre… quattro… cinque gocce della chiara soluzione che il dottor Copper aveva ricavato dal sangue prelevato dal braccio di Connant. La provetta fu agitata attentamente, poi posta in un bicchiere d’acqua limpida e calda. Il termometro lesse la temperatura del sangue, un piccolo termostato ticchettò rumorosamente, e la piastra del fornello elettrico iniziò a risplendere. Le luci ebbero un lieve guizzo.
Poi… iniziarono a formarsi piccoli fiocchi bianchi di precipitato, che scesero come neve nel trasparente liquido color paglia.
«Dio» disse Connant. Si gettò pesantemente su una branda, piangendo come un bambino. «Sei giorni…» singhiozzò. «Sei giorni là dentro… chiedendomi se quel dannato test avrebbe mentito…»
Garry gli s’avvicinò in silenzio e fece scivolare il braccio intorno alle spalle del fisico.
«Non poteva mentire» disse il dottor Copper. «Il cane era immune agli umani… e il siero ha reagito.»
«Va… tutto bene?» ansimò Powell. «Allora… l’alieno è morto… morto per sempre?»
«Lui è umano» decretò Copper. «E l’alieno è morto.»
Kinner scoppiò a ridere, d’un riso isterico. McReady si voltò verso di lui e lo schiaffeggiò metodicamente in volto, uno-due, uno-due. Il cuoco rise, deglutì, pianse un momento, poi si sedette dritto, a sfregarsi le guance e borbottare vaghi ringraziamenti.
«Oh, accidenti. Che paura ho avuto… Dio. Che paura…»
McReady rise seccamente. «Credi che noi non ne avessimo, scimmione? Pensi che Connant non ne avesse?»
L’Amministrazione si rianimò, come ringiovanendo all’improvviso. Esclamazioni, risa. Gli uomini raggruppati intorno a Connant parlarono in toni inutilmente alti, e le voci irrequiete e agitate si fecero di nuovo distese e amichevoli. Qualcuno espose un suggerimento, e una dozzina di persone s’avviarono verso i loro sci.
«Blair… Blair potrebbe riprendersi…» disse il comandante Garry.
Fu deciso in fretta. Una spedizione di soccorso si radunò e si diresse alla baracca di Blair, con gli sci che sbattevano rumorosamente sulla neve. In fondo al corridoio, i cani lanciarono un rapido, uggiolante latrato, quando l’atmosfera di sollievo ed eccitazione li raggiunse.
Il dottor Copper continuava ad armeggiare con le sue provette. McReady lo notò per primo: seduto sull’orlo della branda, con due tubetti di fluido paglierino imbiancato dal precipitato, ancor più bianco in volto del liquido sotto vetro, mentre lacrime gli scivolavano silenti dagli occhi sbarrati dall’orrore.
McReady sentì la paura trafiggergli il cuore come un freddo coltello, e congelargli il petto. Qualcosa andava storto.
Il dottor Copper alzò lo sguardo. «Garry» chiamò, con voce rauca. «Garry, per amor di Dio, venga qui.»
Il comandante Garry si diresse prontamente da lui. Il silenzio tornò a stringersi sulla stanza come una morsa. Connant guardò in su, s’alzò rigido dal suo sedile.
«Garry… anche il tessuto del mostro… precipita. Non abbiamo dimostrato nulla. Nulla, tranne che… che il cane era immune anche al mostro… e uno dei due che hanno donato il sangue, uno di noi due, tu e io, Garry… uno di noi è un mostro!»
6
«Mac, richiama quegli uomini prima che lo dicano a Blair» ordinò Garry.
McReady andò alla porta; le sue grida vennero fievolmente udite dagli uomini tesi e muti nella stanza. Poi McReady tornò.
«Stanno venendo» disse. «Non gli ho detto il perché, solo che il dottor Copper ha chiesto di non andare.»
«Van Wall» sospirò Garry. «Sei tu al comando, adesso. Che Dio vi aiuti; io non posso più.»
Van Wall trasalì lievemente, guardò Garry con occhi vacui, confusi. «Ma…»
«Potrei essere io, quello» rispose Garry. «So che non è così, ma non sono in grado di provarlo in alcun modo. Il test del dottor Copper è fallito; il fatto d’aver asserito che era inutile, quando andava a vantaggio della Cosa non farlo sapere, sembrerebbe indicare che lui è umano.»
Con lentezza, Copper dondolò avanti e indietro sulla branda. «So di essere umano. Ma neanch’io posso provarlo. Uno di noi due è un bugiardo, perché quel test non può mentire, e dice che fra noi due c’è un mostro. Ho attestato che l’esame era errato, il che sembra provare che sono un uomo. E ora anche Garry ha esposto un ragionamento a conferma che sono umano, cosa che lui, se fosse alieno, non dovrebbe fare. Significa girare in circolo, un circolo vizioso…»
A quelle parole la testa del dottor Copper, poi il suo collo e le spalle presero a ruotare lentamente in cerchio. D’improvviso tornò a stendersi sulla branda, ruggendo dalle risa. «L’esame non deve provare che uno di noi è un mostro! Non deve dimostrarlo affatto! Ah, ah… se fossimo tutti mostri, funzionerebbe lo stesso! Siamo tutti mostri… tutti noi… Connant e Garry e io… e tutti voi.»
«McReady» pronunciò piano Van Wall, «tu stavi per laurearti in medicina, quando hai scelto meteorologia, non è vero? Puoi prendere il suo posto?»
McReady andò piano da Copper, gli tolse di mano l’ipodermica e la lavò attentamente in alcol al novantacinque per cento. Garry si sedette sull’orlo della branda con il volto impietrito, osservando Copper e McReady senza alcuna espressione.
«Quello che ha detto Copper è possibile» sospirò McReady. «Van, aiutami qui. Grazie.»
L’ago della siringa colma si conficcò nella coscia di Copper. Le risa dell’uomo non cessarono, ma si tramutarono piano in singhiozzi, poi in un sonno profondo quando la morfina fece effetto.
McReady tornò a voltarsi. Gli uomini andati a prendere Blair stavano all’estremità del locale, con gli sci gocciolanti di neve, le facce bianche come gli sci. Connant fissava il pavimento, e aveva una sigaretta accesa in ogni mano; una la stava fumando distrattamente. Il calore di quella nella mano sinistra attirò la sua attenzione e per un momento lui la fissò scioccamente, poi fece lo stesso con l’altra mano. Ne lasciò cadere una e la schiacciò adagio sotto il tacco.
«Il dottor Copper» ripeté McReady «potrebbe aver ragione. Io so di essere umano… ma naturalmente non posso comprovarlo. Ripeterò la prova per conto mio. Se qualcuno di voi lo desidera, può fare lo stesso.»
Due minuti dopo, McReady teneva in mano una provetta con un precipitato bianco che si depositava piano sotto il siero color paglia. «Reagisce anche al sangue umano, perciò loro non sono mostri.»
«Non pensavo che lo fossero.» Van Wall scrollò le spalle. «Non faceva comodo nemmeno al mostro; avremmo potuto eliminarli, sapendolo. Ma perché il mostro non ha distrutto noi, secondo te? Sembra libero di andarsene in giro.»
McReady sbuffò. Poi rise piano. «Elementare, mio caro Watson. Il mostro vuole avere forme di vita disponibili. Non può animare un corpo morto, in apparenza. Sta solo aspettando… attende che vengano le opportunità migliori. Noi che restiamo umani… ci sta tenendo di riserva.»
Kinner rabbrividì con violenza. «Ehi. Ehi, Mac. Mac, io lo saprei se fossi un mostro? Lo saprei se mi avesse già preso? Oh, accidenti, potrei già essere lui.»
«Lo sapresti» rispose McReady.
«Ma noi no.» Powell rise un attimo, quasi isterico.
McReady guardò la fiala di siero rimanente. «C’è una cosa per cui è buona questa dannata roba, almeno» disse pensieroso. «Clark, tu e Van volete aiutarmi? Il resto della combriccola, meglio che stia incollato qui. Tenetevi d’occhio l’un l’altro» disse in tono amaro. «Vedete di non ficcarvi nei guai, eh?»
McReady s’avviò lungo il tunnel per la Città dei Cani, con Clark e Van Wall alle costole.
«Ti occorre altro siero?» chiese Clark.
McReady scosse il capo. «Altre prove. Ci sono quattro mucche e un toro, e quasi settanta cani laggiù. Questa roba reagisce solo al sangue umano e… a quello dei mostri.»
McReady fece ritorno all’Amministrazione e andò silenziosamente al lavabo. Clark e Van Wall lo raggiunsero un momento dopo. Alle labbra di Clark era venuto un tic, che le faceva contrarre in smorfie improvvise, inaspettate.
«Cos’avete fatto?» esplose Connant, a un tratto. «Altre immunizzazioni?»
Clark ridacchiò, ma fu interrotto da un singhiozzo. «Immunizzazioni. Ah! Immuni, un accidente.»
«Quel mostro» disse Van Wall, con voce ferma «è del tutto logico. Il nostro cane immune era assolutamente a posto, e gli abbiamo cavato un altro po’ di siero per i test. Ma non ne faremo ancora.»
«Non… non potete usare il sangue di un uomo su un altro cane…?» cominciò Powell.
«Non ce ne sono» disse piano McReady. «Niente più cani. Né bestiame, potrei aggiungere.»
«Niente più… cani?» Benning si mise a sedere lentamente.
«Sono molto feroci, quando iniziano a mutare» disse Van Wall, in tono secco. «Ma lenti. L’arnese per l’elettrocuzione che hai fabbricato tu, Barclay, è piuttosto rapido. È rimasto un cane soltanto, il nostro immune. Il mostro l’ha lasciato per noi, in modo da farci giocare con le nostre provette. Il resto…»
«Il bestiame…» deglutì Kinner.
«Anche quello. Ha reagito alla perfezione. Quegli esseri sembrano dannatamente bizzarri, quando iniziano a fondersi. L’alieno non ha una rapida possibilità di fuga quando è assicurato con le catene dei cani o le cavezze, e doveva essere legato per poter imitare quelle creature.»
Kinner s’alzò piano. I suoi occhi saettarono per la stanza fino a posarsi, tremando orribilmente, su un secchio di latta in cucina. Lentamente, passo dopo passo, si ritrasse verso la porta, con la bocca muta che s’apriva e chiudeva, come un pesce fuor d’acqua.
«Il latte…» ansimò. «Le ho munte un’ora fa…» La sua voce si tramutò in un urlo, mentre si tuffava oltre la porta.
Si ritrovò fuori, sulla calotta glaciale, senza abiti pesanti o antivento.
Van Wall lo seguì un momento con lo sguardo, pensieroso. «Probabilmente è impazzito senza rimedio» disse un bel po’ dopo, «ma potrebbe essere un mostro in fuga. Barclay, Rawsen, Tider e Powell… potete acciuffarlo. Non ha sci. Prendete una fiamma ossidrica… giusto in caso.»
Fare del moto inseguendolo fu loro d’aiuto; era qualcosa di cui avevano bisogno. Tre degli altri uomini stavano sentendosi male in silenzio. Dutton era lungo disteso sul dorso, con la faccia verdastra, e guardava fisso il fondo della cuccetta sopra la sua.
«Mac, le mucche quanto tempo… sono state…»
McReady scrollò le spalle, pessimista. Raggiunse il secchio del latte e si mise all’opera con la sua piccola fiala di siero. Il latte lo offuscò, rendendo ardua ogni certezza. Infine depose la provetta sul supporto, e scosse il capo. «Il test è negativo. Significa che in quel momento erano mucche, oppure che, essendo imitazioni ineccepibili, hanno dato un latte perfettamente buono.»
Copper s’agitò irrequieto nel sonno ed emise un gorgoglio a metà fra un ronfo e una risata. Occhi silenziosi si concentrarono su di lui. «La morfina… lo addormenterebbe, un mostro…?» iniziò a chiedere qualcuno.
«Dio solo lo sa.» McReady alzò le spalle. «Ha effetto su ogni animale terrestre che conosca.»
D’improvviso, Connant rialzò la testa. «Mac! I cani devono aver inghiottito pezzi del mostro, e i pezzi li hanno assorbiti! Era nei cani che risiedeva il mostro. Io ero rinchiuso. Non dimostra, questo…»
Van Wall scosse il capo. «Mi dispiace. Non dimostra affatto quello che sei. Solo cosa non hai fatto.»
«Neanche questo» sospirò McReady. «Siamo inermi perché non ne sappiamo abbastanza, e abbiamo tanta tremarella da non pensare lucidamente. Oh, che ridere! Avete mai osservato un corpuscolo bianco del sangue passare attraverso la parete di un vaso sanguigno? No? Protende uno pseudopodo così fine da poter filtrare tra le membrane cellulari, lo spinge a forza dall’altro lato, poi si limita a fluire lungo lo pseudopodo. Ed eccolo lì… dall’altra parte della parete.»
«Oh» disse Van Wall, in tono tetro. «Il bestiame ha cercato di mutare, no? Avrebbe potuto squagliarsi… diventare appena un filo di roba e filtrare sotto una porta per ricostituirsi dall’altro lato. Corde… no, no, non servirebbero… ma non potrebbero vivere in un serbatoio sigillato…»
«Se gli spari al cuore» disse McReady «e non muore, allora è un mostro. Questa è la prova migliore cui riesca a pensare, su due piedi.»
«Niente cani» disse Garry, sottovoce. «E niente bestiame. Deve imitare gli umani, adesso. E rinchiuderli non servirebbe a niente. Il tuo esame potrebbe funzionare, Mac, ma temo che sarebbe difficile sugli uomini.»
Dwight alzò gli occhi dalla stufa della cucina quando entrarono Van Wall, Barclay, McReady e Benning, scuotendosi il nevischio dagli abiti. Gli altri uomini stipati nell’Amministrazione proseguirono diligenti in quello che stavano facendo: giocare a scacchi, a poker, leggere.
Rawsen stava aggiustando una slitta sul tavolo, Vane e Norris avevano unito le forze per esaminare i dati magnetici, mentre Harvey leggeva a voce bassa.
Il dottor Copper russava piano sulla branda. Garry era al lavoro con Dutton su un fascio di radiomessaggi, sopra l’angolo della cuccetta dello stesso Dutton e una piccola porzione del tavolo della radio. Connant stava usando la maggior parte del tavolo per studiare fogli sui raggi cosmici.
Attraverso il corridoio, nonostante due porte chiuse, potevano udire con chiarezza la voce di Kinner. Dwight batté una marmitta sulla stufa della cucina e fece un muto cenno a McReady. Il meteorologo lo raggiunse.
«Dannazione, non mi importa di cucinare» disse Dwight, irritato, «ma non c’è qualche modo di zittire quel tipo? Siamo tutti d’accordo che sarebbe più sicuro trasferirlo nella Casa del Cosmo?»
«Kinner?» McReady annuì verso la porta. «Temo di no. Posso drogarlo, suppongo, ma non abbiamo una scorta illimitata di morfina, e non corre pericolo di perdere il senno. È solo isterico.»
«Be’, siamo noi in pericolo di perderlo. Sei stato fuori per un’ora e mezzo; da allora quello ha continuato senza tregua, e aveva cominciato due ore prima. C’è un limite, sai.»
Garry si fece avanti piano, con un’espressione desolata. Per un attimo, McReady colse la scintilla ferina della paura… dell’orrore… negli occhi di Dwight, e nello stesso istante capì che era anche nei suoi. Garry… fra Garry e Copper c’era certamente un mostro.
«Se riuscissi a farlo smettere, credo che sarebbe una buona cosa, Mac» disse a bassa voce Garry. «C’è… già fin troppa tensione in questa stanza. Abbiamo deciso che Kinner sarebbe al sicuro là, perché chiunque altro alla base è sotto costante… supervisione.»
Garry ebbe un lieve brivido. «E tu tenta di trovare qualche test che funzioni. Provaci, in nome del cielo.»
McReady sospirò. «Sorvegliati o no, sono tutti un fascio di nervi. Blair ha bloccato lo sportellino, quindi adesso non si aprirà più. Dice che ha cibo a sufficienza, e continua a sbraitare “Andate via… andatevene… voi siete mostri. Io non verrò assorbito. Non voglio… dirò agli uomini d’andarsene, quando verranno”. Perciò… abbiamo tolto il disturbo.»
«Non c’è nessun altro esame?» implorò Garry.
McReady si strinse nelle spalle. «Copper aveva pienamente ragione. Il test del siero potrebbe essere assolutamente definitivo, se non fosse stato… contaminato. Ma c’è rimasto un solo cane, e adesso è sistemato.»
«Analisi… analisi chimiche…?»
McReady scosse la testa. «La nostra chimica non è tanto avanzata. Ho provato col microscopio, come sa.»
Garry annuì. «Il cane-mostro e il cane vero erano identici. Ma… devi insistere. Cosa faremo, dopo cena?»
Van Wall s’era unito a loro in silenzio. «Dormiremo a rotazione. Metà gente addormentata… metà sveglia. Oh, maledizione… quanti di noi sono mostri? Tutti i cani lo erano. Pensavamo di trovarci al sicuro, ma in qualche modo la Cosa ha preso Copper… o voi.» Gli occhi di Van Wall lampeggiarono inquieti. «Potrebbe aver preso ognuno di voi… tranne me. Tutti quanti potreste chiedervi, guardando… no. Non è possibile. Vi limitereste a balzarmi addosso, allora. Sarei impotente. In qualche modo noi umani dobbiamo trovarci in maggior numero, adesso. Ma…» s’interruppe.
McReady ebbe una breve risata. «Stai facendo quello che Powell rimproverava a me. Hai lasciato il ragionamento in sospeso. “Ma se venisse mutato un altro uomo… potrebbe spostare l’equilibrio delle forze.” Quella Cosa non combatte. Non penso che abbia mai combattuto. Dev’essere una creatura pacifica, alla sua inimitabile maniera. Non ha mai dovuto farlo, perché ha sempre raggiunto il suo scopo… in un altro modo.»
La bocca di Van Wall si storse in una smorfia nauseata. «Allora stai suggerendo che forse è già in maggioranza, ma sta solo aspettando… aspettando… tutti loro… tutti voi, per quanto ne so… state aspettando che io, l’ultimo umano, abbassi la guardia nel sonno. Mac, hai notato i loro occhi… ci fissano tutti…»
Garry sospirò. «Tu non te ne sei stato lì seduto per quattro ore di fila, mentre tutti gli occhi riflettevano in silenzio la certezza che uno di noi due, Copper o io, è un mostro. Forse entrambi.»
Dwight ripeté la sua richiesta. «Lo fate smettere, il baccano di quello lì? Mi sta facendo impazzire. Ditegli di abbassare la voce, almeno.»
«Sta ancora pregando?» chiese McReady.
«Sì» gemette Dwight. «Non ha smesso un secondo. Non mi importa se gli dà sollievo, ma strilla, canta salmi e inni, e le preghiere le urla. Teme che Dio non riesca a sentirlo bene, qui sotto.»
«Magari è vero» grugnì Barclay. «O avrebbe fatto qualcosa per fermare quel mostro vomitato dall’inferno.»
«Qualcuno ricorrerà al metodo che hai nominato, se non lo zittisci» asserì torvo Dwight. «Penso che una mannaia in testa sarebbe un test altrettanto positivo di una pallottola nel cuore.»
«Tu continua a preparare la sbobba. Vedrò quel che posso fare. Potrebbe esserci qualcosa, negli armadietti…» McReady si mosse stancamente verso l’angolo che Copper aveva usato come dispensario. Tre alti armadietti di rozze assi di legno, due dei quali chiusi a chiave, erano i ricettacoli delle scorte mediche del campo base. Dodici anni prima lui s’era laureato e aveva cercato di trovare una specializzazione, infine aveva spostato il suo interesse sulla meteorologia. Copper era un uomo che sapeva il fatto suo, un tipo che conosceva a fondo la propria professione e si teneva aggiornato. Più di metà dei farmaci disponibili erano totalmente ignoti a McReady, e di molti altri non si ricordava. Non c’era un’enorme biblioteca medica lì, né annate di pubblicazioni disponibili per rispolverare le cose che aveva dimenticato… cose semplici, elementari per Copper, che non meritavano di essere incluse nella piccola raccolta di cui era costretto ad accontentarsi. I libri pesano, e ogni grammo di materiale era stato trasportato per via aerea.
McReady scelse speranzoso un barbiturico. Barclay e Van Wall vennero con lui; un uomo non andava mai da nessuna parte a Big Magnet, da solo.
Quando tornarono, Rawsen aveva messo via la slitta, i fisici avevano sgomberato il tavolo e la partita a poker s’era interrotta. Dwight stava servendo il cibo. Il tintinnio dei cucchiai e i sommessi suoni della masticazione erano gli unici segni di vita nel locale. Nessuno disse alcunché, al ritorno dei tre; soltanto, tutti gli occhi si fissarono su di loro con sguardo interrogativo, mentre le mascelle si muovevano metodicamente.
McReady s’irrigidì all’improvviso. Kinner stava strillando un inno con voce rauca e spezzata. Guardò stancamente Van Wall con un sorrisetto contorto e scosse la testa. «Ah-ah.»
Van Wall imprecò con veemenza e si sedette a tavola. «Basterà sopportarlo fino a quando gli mancherà la voce. Non può strepitare a quel modo in eterno.»
«Ha un’ugola d’ottone e una laringe di ghisa» dichiarò Dutton. «Non ci resta che essere speranzosi, e auspirare che sia uno dei nostri amici. Nel qual caso, potrebbe rigenerarsi la gola fino al Giorno del Giudizio.»
Il silenzio li serrò in una morsa. Per venti minuti mangiarono senza una parola. Poi Connant balzò su con rabbiosa violenza. «State seduti immobili come un branco di idoli scolpiti. Non fate un verso, ma… oh, maledizione, che occhi espressivi avete! Rotolano in giro, come un mucchio di biglie di vetro rovesciate su un tavolo. Ammiccano e si scambiano sguardi e fissano… e sussurrano. Tanto per cambiare, potete guardare da qualche altra parte, per favore?
«Senti, Van, sei tu al comando qui. Proiettiamo dei film per il resto della notte. Tenevamo in serbo quelle pellicole per farle durare. Durare per cosa? Chi starà a vedere quelle ultime bobine, eh? Godiamocele finché possiamo, e guardiamo qualcos’altro, oltre che noi stessi.»
«Buona idea, Connant. Quanto a me, sono pienamente disposto a migliorare la situazione in ogni modo possibile.»
«Metti alto il sonoro, Dutton. Magari riesci a soffocare gli inni» suggerì Dwight.
«Ma non…» aggiunse piano Powell «non spegnere le luci tutte assieme.»
«Le luci andranno spente» sbottò Van Wall. «Mostreremo tutti i cartoni animati che abbiamo. Non vi spiace rivedere anche quelli vecchi, vero?»
«Bene, bene… filmini. Sono proprio dell’umore giusto.»
Van Wall si voltò a guardare l’uomo che aveva parlato, un tipo smilzo e allampanato nativo del New England di nome Caldwell. Si stava riempiendo la pipa lentamente e sollevò verso Van Wall uno sguardo aspro.
Il comandante fu costretto a ridere. «Okay, Bart, hai ragione. Forse non siamo proprio in vena di Popeye e paperi, ma è già qualcosa.»
«Giochiamo a Classificare» suggerì con lentezza Caldwell, «o come altro lo chiamate. Si tracciano colonne su un pezzo di carta e si segnano classi di determinate cose… come gli animali, sapete… una colonna per la U e una per la I, e così via. Come “Umano” e “Ignoto”, diciamo. Al momento penso che sarebbe un gioco dannatamente migliore, di gran lunga. Classificare, ritengo, andrebbe molto meglio del cinema. Magari qualcuno ha una matita con cui tracciare colonne, e tirare linee fra gli animali “U” e gli animali “I”, per esempio.»
«McReady sta giusto cercando di trovare una matita di quel genere» rispose piano Van Wall. «Ma abbiamo tre tipi di animali qui, sai. Uno che comincia con P. E non ne vogliamo più.»
«Pazzi, intendi dire. Uh-huh. Dwight, ti aiuterò io con quei tegami, così potremo avviare il nostro spettacolino.» Caldwell si alzò lentamente.
Dutton, Barclay e Benning, incaricati di occuparsi del proiettore e dei meccanismi per la riproduzione del sonoro, s’accinsero al lavoro in silenzio, mentre l’Amministrazione veniva rassettata e piatti e tegami tolti di torno. McReady ciondolò lentamente verso Van Wall e s’appoggiò sulla branda accanto a lui. «Mi stavo chiedendo, Van» disse con un sogghigno sardonico, «se riferire o no le mie pensate in anticipo. Ho scordato che gli “animali I”, come li chiamava Caldwell, sanno leggere nelle menti. Ho una confusa idea di qualcosa che potrebbe funzionare. È ancora troppo vaga per preoccuparsene, comunque. Procedi col tuo varietà, mentre cerco di capire se ha senso. Mi metterò su questa branda.»
Lo schermo cinematografico sarebbe stato praticamente allineato con quel letto, perciò le immagini, meno intellegibili da lì, avrebbero costituito una minor distrazione.
Van Wall scattò in piedi e annuì. «Forse dovresti dirci cos’hai in mente. Da come stanno le cose, solo gli ignoti conoscono il tuo piano. Potresti diventare… ignoto anche tu, prima di attuarlo.»
«Non ci vorrà molto, se lo escogito bene. Ma non voglio effettuare altri esperimenti campati in aria. Faremmo meglio a trasferire Copper in questa cuccetta direttamente sopra di me. Neanche lui guarderà lo schermo.» McReady accennò col capo alla figura di Copper, che russava piano. Garry li aiutò a sollevare e spostare il dottore.
McReady si distese di schiena sulla branda e sprofondò quasi in trance, concentrandosi, cercando di calcolare probabilità, operazioni, metodi. Fu appena consapevole degli altri che si distribuivano silenziosamente, e poi lo schermo s’illuminò. Vagamente, le convulse preghiere urlate di Kinner e gli striduli inni che cantava lo infastidirono finché non iniziò la colonna sonora. Le lampade vennero spente, ma le grandi aree di luce colorata sullo schermo riflessero un chiarore sufficiente a consentire un’immediata visibilità. Quel bagliore fece scintillare gli occhi degli uomini, mentre i colori si muovevano incessanti. Kinner stava ancora pregando, urlando, e la sua voce era un rauco accompagnamento del suono meccanico. Dutton aumentò l’amplificazione.
Quella voce era andata avanti a strepitare così a lungo, che dapprima McReady si rese conto solo confusamente che sembrava mancare qualcosa. Steso com’era proprio dall’altra parte della stretta stanza rispetto al corridoio che portava alla Casa del Cosmo, la voce di Kinner aveva continuato a raggiungerlo con chiarezza, nonostante l’audio della proiezione. Ma ora il fatto che si fosse interrotta lo colpì bruscamente.
«Dutton, spegni quell’audio» esclamò McReady, drizzandosi di botto a sedere. Le immagini guizzarono un momento, mute e stranamente futili nell’improvviso, profondo silenzio. Soffiando sulla superficie soprastante, il vento faceva gorgogliare melanconiche lacrime sonore giù per i tubi della stufa. «Kinner ha smesso» disse McReady, piano.
«Per l’amor del cielo, allora riattaccate l’audio; può essersi fermato ad ascoltare» scattò Powell.
McReady s’alzò e percorse il corridoio. Barclay e Van Wall lasciarono i propri posti in fondo al locale per seguirlo. Gli sprazzi luminosi si gonfiarono e contorsero sul retro della biancheria grigia di Barclay, mentre attraversava il raggio del proiettore ancora in funzione. Dutton fece scattare le luci, e le immagini svanirono.
Powell stava sulla soglia, come gli aveva chiesto Van Wall. Garry sedette quieto sulla branda più vicina alla porta, costringendo Dwight a fargli spazio. La maggior parte degli altri erano rimasti esattamente dove si trovavano. Solo Connant camminava con lentezza su e giù per la stanza, con andatura monotona, immutabile.
«Se continui così, Connant» sibilò Dwight, «possiamo cavarcela benissimo senza di te, umano o no. Vuoi smetterla con quel dannato andirivieni?»
«Mi spiace.» Il fisico si mise a sedere su una branda e s’osservò pensieroso le dita dei piedi. Passarono quasi cinque minuti, cinque eoni mentre l’unico suono era quello del vento, prima che McReady riapparisse sulla soglia.
«Non ci sono capitate abbastanza sciagure, ancora» annunciò. «Qualcuno sta cercando di darci una mano. Kinner ha un coltello nella gola, il che è il motivo per cui ha smesso di cantare. Abbiamo mostri, pazzi e assassini. Riesci a pensare a qualche altra categoria, Caldwell? Se ce ne sono, probabilmente lo sapremo fra non molto.»
7
«Blair è a piede libero?» chiese qualcuno.
«Blair non è libero… a meno di non aver preso il volo. Se c’è qualche dubbio sulla provenienza del nostro gentile aiutante… questo potrebbe chiarirlo.» Su un pezzo di stoffa, McReady reggeva un coltello dalla lama sottile lungo una trentina di centimetri. Il manico di legno era mezzo bruciato e vi si poteva vedere il peculiare disegno che decorava la sommità della stufa della cucina.
Dwight lo fissò. «Sono stato io, questo pomeriggio. Ho scordato quel dannato coso e l’ho lasciato sulla stufa…»
Van Wall annuì. «Ho sentito l’odore, se te lo ricordi. Sapevo che il coltello veniva dalla cucina.»
«Mi chiedo» disse Benning, guardandosi cautamente intorno, verso il gruppo «quanti mostri ci sono. Se qualcuno è potuto scivolar via dal suo posto per sgattaiolare sul retro dello schermo fino alla cucina e poi alla Casa del Cosmo e quindi tornare… perché è tornato indietro, no? Sì… ci siamo tutti. Be’, se uno del nostro gruppo è riuscito a fare tutto questo…»
«Magari è stato un mostro» suggerì Garry, a bassa voce. «C’è questa possibilità.»
«Al mostro, come lei ha osservato proprio oggi, restano da imitare soltanto uomini. Così diminuirebbe la sua… scorta, diciamo?» osservò McReady. «No, abbiamo a che fare semplicemente con un comune, ordinario topo di fogna, un omicida. Normalmente lo chiameremmo un “assassino inumano”, suppongo, ma adesso dobbiamo fare una distinzione. Abbiamo assassini inumani, e ora anche assassini umani… uno, almeno.»
«C’è un umano di meno» disse piano Powell. «Può darsi che i mostri abbiano spostato l’equilibrio delle forze a loro favore, adesso…»
«Non preoccuparti.» McReady sospirò e si rivolse a Barclay. «Prendi il tuo aggeggio elettrico. Devo solo essere certo…»
Barclay si voltò e percorse il corridoio per prendere l’appuntito folgoratore, mentre McReady e Van Wall tornavano verso la Casa del Cosmo. Barclay li seguì una trentina di secondi dopo.
Il corridoio fino alla Casa del Cosmo era tortuoso, come quasi tutti i cunicoli di Big Magnet, e Powell rimase di nuovo all’ingresso. Poi, alquanto soffocato, udirono l’improvviso grido di McReady. Ci fu una selvaggia raffica di colpi, suoni soffocati, ch-thunk e shluff. «Barclay… Barclay… per l’amor del cielo…» E un bizzarro, furente urlo miagolante, che si ridusse al silenzio ancor prima che Powell raggiungesse la svolta.
Kinner… o quel che era stato Kinner, giaceva sul pavimento, tagliato a metà dal grosso coltello che aveva impugnato McReady. Il meteorologo s’appoggiò ansimante alla parete, reggendo ancora la lama gocciolante di rosso. Van Wall stava rannicchiato al suolo, gemente, sfregandosi quasi inconsciamente la mascella. Barclay, con un bagliore selvaggio negli occhi, stava sistematicamente spingendo col proprio peso l’arma acuminata che aveva tra le mani, infilzando… infilzando… infilzando.
Sulle braccia di Kinner s’era sviluppato un bizzarro manto scaglioso e la carne s’era contorta. Le dita si erano accorciate, la mano arrotondata, le unghie erano diventate lunghe una decina di centimetri e di corno rosso cupo, taglienti artigli duri come l’acciaio e affilati come rasoi.
McReady sollevò la testa, guardò come inebetito il coltello nella propria mano e lo lasciò cadere. La sua risata fu tremula, quasi di sollievo. «Be’, chiunque ne sia responsabile può confessare, adesso. Era un omicida inumano, tutto sommato… in quanto ha ucciso un inumano. Lo giuro per tutto quel che è sacro: Kinner era un cadavere privo di vita quando siamo arrivati… ma quando ha capito che stavamo per pungolarlo con quell’affare elettrico… è cambiato.
«Oh, Signore, come sanno recitare bene, queste maledette Cose. Mio Dio… seduto qui dentro per ore, a rivolgere preghiere a una divinità che odiava! Strepitando inni con voce incrinata… inni di una Chiesa che non ha mai conosciuto. Facendoci impazzire con la sua lagna incessante…
«Bene. Confessi, chiunque sia stato. Lui non lo sa, ma ha fatto un favore all’intera base. E voglio sapere, per le fiamme dell’inferno, come è uscito da quella stanza senza che nessuno lo vedesse. Potrebbe aiutarci a trovare il modo di difenderci.»
«Le sue urla… i suoi canti. Perfino l’altoparlante non riusciva a coprirli.» Dwight rabbrividì. «Era un mostro.»
«Oh» disse Van Wall, comprendendo all’improvviso. «Tu eri seduto proprio accanto alla porta, vero? E stavi già quasi dietro lo schermo di proiezione.»
Dwight assentì, come in preda allo stordimento. «È… è in silenzio adesso. È un morto… Mac… il tuo test non serve dannatamente a niente. Era morto comunque. Uomo o mostro che fosse, era già morto.»
McReady ridacchiò sommessamente. «Ragazzi, vi presento Dwight, l’unico che senza dubbio è umano! Ecco Dwight, colui che ha dimostrato di essere umano tentando di commettere un omicidio… e fallendo. Quanto al resto di voi, vi spiacerebbe trattenervi per un po’ dal dimostrare la vostra umanità? Penso che potremmo fare un’altra prova!»
«Una prova!» scattò giulivo Connant, poi la faccia gli s’afflosciò per la delusione. «Suppongo che sia un altro tentativo raffazzonato.»
«No» disse seccamente McReady. «Datevi una mossa, e state attenti. Venite all’Amministrazione. Barclay, porta il tuo folgoratore… e, maledizione, qualcuno… tu, Dutton… stai con Barclay per accertarti che lo faccia. Tenete d’occhio chiunque vi sia vicino. Per l’inferno da cui sono venuti questi mostri, sono sulla pista giusta, e loro lo sanno. Diventeranno pericolosi!»
Il gruppo si tese bruscamente. Un senso di tremenda minaccia invase il corpo di ognuno, e tutti si scambiarono occhiate taglienti. Più intense di quanto non lo fossero mai state… Quell’uomo accanto a me, è un mostro alieno?
«Di che si tratta?» chiese Garry, quando si trovarono di nuovo nel locale principale. «Quanto tempo ci vorrà?»
«Non lo so, esattamente» disse McReady, con voce eccitata, colma di rabbiosa determinazione, «ma so che funzionerà, poco ma sicuro. Dipende da una caratteristica base dei mostri, non da noi. “Kinner” mi ha appena convinto.»
«Questo» disse Barclay, sollevando l’arma dal manico di legno con in cima i due appuntiti conduttori «si rivelerà estremamente necessario, ritengo. L’energia elettrica è assicurata?»
Dutton annuì con decisione. «Il generatore a gasolio è pronto. Il serbatoio del rifornimento automatico è pieno. L’avevo allestito per la proiezione dei film e… abbiamo controllato diverse volte con la massima attenzione. Chiunque venga toccato da quei fili, muore» dichiarò cupo. «Ve lo garantisco.»
Il dottor Copper s’agitò debolmente sulla branda, annaspando per sfregarsi le palpebre con la mano. A fatica si mise seduto, sbattendo gli occhi offuscati dal sonno, poi li sbarrò in preda all’inenarrabile orrore degli incubi indotti dalla morfina.
«Garry» mormorò. «Garry… ascolti. Egoisti… sono giunti dall’inferno, e diabolicamente agonisti… egoisti, intendo… che sto facendo?… cosa volevo dire?» Sprofondò di nuovo nella branda e si mise a russare piano.
McReady lo guardò pensoso. «Lo sapremo molto presto, amico mio» annuì lentamente. «Ma egoisti è proprio quel che intendevi, hai ragione. Puoi averci riflettuto, mezzo addormentato, lì steso a dormire. Non mi sono soffermato a pensare che bella collezione di sogni d’oro potresti aver fatto… ma è tutto giusto. Egoista è la parola esatta. Devono esserlo, vedete.» Si rivolse agli uomini nella baracca, tesi, silenziosi, ognuno dei quali fissava come una belva il suo vicino. «Egoisti, e come ha detto il dottor Copper… ciascuna parte è un tutto unico. Ognuna è autosufficiente, un animale di per sé.
«Questo, e un’altra cosa, ci forniscono la soluzione. Non c’è niente di misterioso nel sangue; è solo un comune materiale organico come un pezzo di muscolo, o un pezzo di fegato. Ma non ha tessuto connettivo, pur possedendo milioni, miliardi di cellule vitali.»
Le labbra di McReady si storsero in un sorriso feroce. «È divertente, in un certo senso. Sono piuttosto sicuro che noi umani superiamo in numero voi… altri. Voi altri che siete qui. E abbiamo quello che la vostra razza d’un altro mondo evidentemente non possiede. Non un istinto simulato, ma qualcosa che sentiamo nelle ossa, un travolgente, inestinguibile e autentico fuoco. Noi combatteremo, ci batteremo con una ferocia che potete tentare di imitare, ma non eguaglierete mai! Noi siamo umani… siamo reali… voi siete un branco di copie, false fino al nucleo di ogni cellula.
«Va bene. Sarà la resa dei conti, adesso. Voi sapete… voi, grazie alla lettura della mente, avete già captato l’idea nel mio cervello… ma non potete farci niente.
«Ve ne state qui…
«Lasciate correre. Il sangue è tessuto organico. Loro devono sanguinare; se i mostri non sanguinano tagliandosi, allora, maledizione, sono finti, dannatamente finti! Ma se sanguinano… quel sangue diviso dal corpo è un individuo… una creatura a sé stante appena formata, proprio come loro… separati da un originale, tutti quanti… sono individui!
«Ci sei, Van? Vedi la risposta, Barclay?»
Van Wall fece una debole risata. «Il sangue… il sangue non obbedirà. È una nuova creatura, con tutto il desiderio di proteggere la propria vita che ha l’originale… la massa principale da cui s’è staccato. Il sangue vivrà… e cercherà di strisciar via da un ago rovente, diciamo!»
McReady raccolse il bisturi dal tavolo. Dall’armadietto, prese una rastrelliera di provette, una minuscola lampada ad alcol e un tratto di filo di platino con una bacchettina di vetro come impugnatura. Per un istante alzò lo sguardo su quelli che gli stavano intorno. Barclay e Dutton si mossero piano verso di lui, tenendo pronto lo strumento elettrico dal manico di legno.
«Dutton» ordinò McReady, «vai a metterti laggiù, accanto al giunto a cui l’hai collegato. Devi solo assicurarti che nessuna… Cosa lo strappi via.»
Dopo che Dutton si allontanò, aggiunse: «Ora, Van, diciamo che sarai tu il primo a sottoporti alla prova».
Bianco in volto, Van Wall si fece avanti. Con delicata precisione, McReady praticò un taglietto sul pollice dell’uomo. Van Wall trasalì lievemente, poi restò immobile mentre un brillante centimetro di sangue si raccoglieva nella provetta. McReady la ripose sul supporto, diede a Van Wall un po’ di allume, e indicò la bottiglia dello iodio.
Van Wall stette a osservare immobile. McReady scaldò il filo di platino sulla fiamma della lampada ad alcol, poi lo immerse nella provetta. Sibilò leggermente. Ripeté il test cinque volte. «Umano, direi.» Tirò il fiato e si raddrizzò. «Ancora, la mia teoria non è stata dimostrata nella realtà… ma nutro speranze… molte speranze.
«Fra parentesi, non fatevi affascinare troppo da tutto questo. Senza dubbio tra noi c’è gente che non è benvenuta. Van, vuoi rimpiazzare Barclay all’interruttore? Grazie. Okay, Barclay, posso dire che spero tu sia dei nostri? Sei un buon diavolo, un uomo davvero in gamba.»
Barclay sogghignò incerto; anche lui sussultò sotto il filo del bisturi. Immediatamente, con un gran sorriso, recuperò la sua arma dal lungo manico.
«Signor Samuel Dutt… Barclay!»
La tensione si scaricò in quell’attimo. Qualunque follia infernale quei mostri potessero avere dentro, gli uomini in quell’istante la eguagliarono. Barclay non ebbe neanche la possibilità di muovere la sua arma, perché in una dozzina si scagliarono sulla Cosa che aveva preso le sembianze di Dutton. Questa miagolò, e sbavando tentò di farsi spuntare le zanne… ma fu ridotta in un centinaio di pezzi sminuzzati, laceri. Senza coltelli, né alcun’arma tranne la forza bruta d’un gruppo di individui scelti, la Cosa venne squartata, smembrata.
Lentamente tutti si ricomposero, con movimenti calmi ma occhi che covavano ira. Una curiosa increspatura delle labbra tradiva una sorta di inquietudine.
Barclay arrivò con l’arma elettrica. I brandelli fumarono ed emanarono puzza di bruciato; l’acido caustico che Van Wall versò su ogni goccia di sangue sparsa lì intorno emise fumi irritanti, che provocarono tosse.
McReady sogghignò, con gli occhi illuminati che danzavano. «Forse» disse piano, «ho sottovalutato le capacità dell’uomo, quando ho detto che niente di umano poteva mostrare la ferocia degli occhi della Cosa che abbiamo trovato. Vorrei avere l’opportunità di trattare queste creature in maniera più adeguata. Con l’olio bollente, o il piombo fuso, o magari arrostirle lentamente sulla caldaia del generatore. Quando penso che pasta d’uomo era Dutton…
«Ma non ha importanza. La mia teoria è confermata da… dovremmo dire da qualcuno che sapeva? Be’, Van Wall e Barclay hanno superato la prova. Credo, allora, che cercherò di mostrarvi quello che so già… cioè che anch’io sono umano.» McReady passò rapidamente il bisturi nell’alcol puro, sterilizzò la lama metallica sulla fiamma e con perizia si praticò un piccolo taglio alla base del pollice.
Venti secondi dopo, alzò lo sguardo dalla scrivania verso gli uomini in attesa. Adesso lì c’erano più sogghigni, sorrisi amichevoli, ma pur sempre qualcos’altro negli occhi.
«Connant» rise piano McReady «aveva ragione. Gli husky che hanno tenuto a bada quella Cosa, nella svolta del corridoio, non potevano competere con voi ragazzi. Mi chiedo perché pensiamo che solo i lupi abbiano diritto a essere feroci? Forse per aggressività innata possono essere al vertice, ma dopo questi sette giorni… lasciate ogni speranza, o lupi che entrate qui!
«Magari potremmo risparmiare un po’ di tempo. Connant, ti va di farti avanti per…»
Barclay fu di nuovo troppo lento.
Ci furono altri sogghigni, e ancora minor tensione, quando lui e Van Wall ebbero finito il proprio lavoro.
Garry parlò con voce bassa, amareggiata. «Connant era uno degli uomini migliori che avessimo qui… e cinque minuti fa avrei giurato che lo era ancora. Dio del cielo… queste stramaledette cose sono ben più che imitazioni.» Rabbrividì e tornò a sedersi sulla branda.
Trenta secondi dopo, il suo sangue si sottrasse al filo di platino rovente, e lottò per sfuggire dalla provetta, combattendo freneticamente. Così come fece l’imitazione di Garry, all’improvviso divenuta una belva dagli occhi rossi, pronta a combattere per scampare all’arma biforcuta. Barclay avanzò verso di lei, bianco in volto e sudando.
La Cosa nella provetta urlò con una sottilissima vocina metallica, mentre McReady la lasciava cadere fra le braci ardenti della stufa. Un’ondata di fumo puzzolente, nauseante, si levò verso l’alto.
8
«È finita?» Il dottor Copper guardò giù dalla sua cuccetta con occhi tristi, iniettati di sangue. «Quattordici in tutto…»
McReady annuì brevemente. «Per certi versi… se solo fossimo riusciti a impedire con sicurezza la loro diffusione… mi piacerebbe riavere indietro perfino le imitazioni. Il comandante Garry… Connant… Dutton…» Rise amareggiato. «Anche Dwight. Eravamo convinti che fosse umano. Per tutti i diavoli, quale può essere stata la sua motivazione… il movente del mostro?»
Copper scosse piano il capo. «Ho troppo mal di testa. Qualche teoria da proporre?»
«Van Wall ha suggerito un eccesso di egoismo… e una capacità d’imitazione fin troppo buona. Forse, simulando Dwight così bene, ha provato i suoi stessi sentimenti. Nel profondo ognuna di quelle creature, pur facendo parte di un organismo originale, era però un individuo, con le proprie singole pulsioni. La pulsione di riprodursi. “Dwight” ha costretto l’altro mostro, “Kinner”, ad assumere un ruolo inattivo, e infine l’ha eliminato. Questo avrebbe concesso a “Dwight” più libertà d’azione.»
«Dove portate quella… roba?» Copper accennò col capo alla barella che Barclay e Powell stavano trasportando fuori.
«All’esterno. Sul ghiaccio, dove abbiamo approntato quindici casse fracassate e mezza tonnellata di carbone, e fra poco aggiungeremo anche quaranta litri di cherosene. Abbiamo gettato acido su ogni goccia caduta, ogni brandello lacerato. Stiamo per incenerire anche queste.»
«Sembra una buona idea.» Copper assentì, stancamente. «Ma mi chiedo, non avete detto se Blair…»
McReady sobbalzò. «Ci siamo scordati di lui! Avevamo ben altro da fare! Mi domando… pensa di riuscire a curarlo, adesso?»
«Se…» cominciò il dottor Copper, e s’interruppe in modo eloquente.
McReady sobbalzò una seconda volta. «Perfino un folle. Quella Cosa ha imitato Kinner e le sue preghiere isteriche…» Si rivolse verso Van Wall, seduto al lungo tavolo. «Van… dobbiamo organizzare una spedizione alla baracca di Blair.»
Van Wall alzò lo sguardo di scatto, il suo cipiglio preoccupato svanì per un istante mentre, sorpreso, si perse nel ricordo. Poi s’alzò, annuendo. «Meglio che venga anche Barclay. È stato lui a sigillare quella porta, e può escogitare un modo per entrare senza che Blair si spaventi troppo.»
Tre quarti d’ora, nel freddo a meno trentasette gradi, mentre le cortine dell’aurora si gonfiavano sulle loro teste. Il crepuscolo durava quasi dodici ore, fiammeggiante a nord, e la neve somigliava a bianca sabbia cristallina sotto gli sci. Un vento di venticinque chilometri orari la raccoglieva in increspature che puntavano a nordovest. Tre quarti d’ora per raggiungere la baracca sepolta dalla neve. Non veniva fumo dal piccolo camino, e gli uomini s’affrettarono.
«Blair!» ruggì Barclay nel vento, quand’era ancora a un centinaio di metri di distanza. «Blair!»
«Taci» disse sottovoce McReady. «E sbrighiamoci. Potrebbe tentare un’escursione solitaria. Se dovremo inseguirlo… senza aerei, con i trattori fuori uso…»
«Un mostro avrebbe la stessa resistenza fisica di un uomo?»
«Una gamba rotta non lo fermerebbe più d’un minuto» commentò McReady.
A un tratto, Barclay trattenne il fiato e puntò il dito in alto. Fioca nel cielo crepuscolare, volteggiava una cosa alata, tracciando curve con indescrivibile grazia e facilità. Grandi ali bianche s’inclinarono dolcemente, e l’uccello tracciò un arco su di loro in silente curiosità.
«Un albatro…» disse Barclay, piano. «Il primo della stagione, e per qualche motivo s’è spinto parecchio nell’entroterra. Se c’è un mostro in libertà…»
Powell si chinò sul ghiaccio e si aprì in tutta fretta i pesanti indumenti antivento. Si raddrizzò, col giaccone che sventolava, in mano una cupa arma di metallo bluastro. Il suo ruggito fu una sfida al bianco silenzio dell’Antartide.
La creatura nell’aria lanciò un rauco strido. Le sue grandi ali s’agitarono freneticamente, mentre una dozzina di piume caddero giù dalla coda. Powell fece fuoco di nuovo. L’uccello stava muovendosi rapidamente adesso, ma per ritirarsi in linea quasi retta. Lanciò un altro grido, caddero altre piume, e battendo le ali s’elevò dietro una cresta di ghiaccio innalzata dalla pressione, fino a svanire.
Powell s’affrettò appresso agli altri. «Non… tornerà indietro» ansimò.
Barclay lo ammonì di fare silenzio, indicando. Una bizzarra luce, ferocemente azzurra, trapelava a tratti dalle fessure della porta della baracca. Un lievissimo, sommesso ronzio risuonava all’interno, insieme a tintinnii e rumori di strumenti vari, i cui stessi suoni, in qualche modo, davano un senso di frenetico accanimento.
Il volto di McReady impallidì. «Dio ci aiuti, se quella Cosa ha…» Agguantò Barclay per la spalla e con le dita mimò un paio di forbici, indicando il fascio di cavi di comando che bloccavano la porta.
Barclay estrasse di tasca il tronchese, e senza un suono s’inginocchiò sulla soglia. Gli scatti e le vibrazioni dei cavi mozzati costituivano un baccano insopportabile, nella totale assolutezza del silenzio antartico. A coprire quei suoni c’erano solo quello strano, dolcemente sommesso ronzio proveniente dall’interno della baracca e il bizzarro, febbrile clicchettio e tintinnio di attrezzi…
McReady sbirciò da una crepa della porta. Tirò il fiato, rauco, e le sue dita si serrarono crudelmente sulla spalla di Barclay. Il meteorologo indietreggiò. «Non è Blair» spiegò in un sussurro. «È inginocchiato su qualcosa che sta sulla branda… un oggetto che continua a sollevarsi. A qualunque cosa stia lavorando, è simile a uno zaino… e si innalza.»
«Tutti assieme» disse Barclay, cupo. «No, Powell, tu sta’ indietro, e tira fuori il revolver. Potrebbe avere… armi.»
Insieme, il possente corpo di Barclay e quello snello e forte di McReady colpirono la porta. All’interno, la branda incastrata contro il battente scricchiolò follemente e si schiantò come se fosse fatta di ramoscelli. La porta volò giù dai cardini divelti e il già malconcio legname degli stipiti si spezzò, piegandosi in dentro.
Come una palla di gomma blu, una Cosa balzò su. Una delle sue quattro braccia tentacolari si avvolse in spire come un serpente pronto a colpire; in una mano con altri sette tentacoli apparve una sorta di matita lunga una quindicina di centimetri, fatta di metallo lampeggiante, luccicante, che scintillò e scattò in avanti per affrontarli. Con gli occhi rossi fiammeggianti, la Cosa contrasse le labbra sottili come una linea in un ghigno d’odio, sfoggiando zanne di rettile.
Il revolver di Powell tuonò in quello stretto spazio. La faccia pervasa di furore si contorse nell’agonia, il tentacolo avvolto si ritrasse, e l’oggetto argenteo nella sua mano divenne un rottame di metallo fracassato, mentre dei sette tentacoli dell’arto non restò che una massa di carne spappolata da cui sgorgava un icore giallo-verdastro. Il revolver sparò altre tre volte, e scuri fori trapassarono ciascuno dei tre occhi prima che Powell gli scagliasse in volto l’arma scarica.
La Cosa urlò tutto il suo odio ferino. Agitò un tentacolo per sfregarsi gli occhi accecati. Per un attimo strisciò sul pavimento, facendo mulinare furiosamente le appendici, il corpo sussultante. Poi vacillando tornò a rialzarsi e mosse gli occhi ciechi, ribollendo orrendamente, con la carne maciullata da cui si staccavano grumi putridi.
Barclay si rimise in piedi, barcollante, e si tuffò avanti con una piccozza. Il lato piatto del pesante attrezzo si schiantò contro la parte laterale della testa. Il mostro che sembrava impossibile uccidere cadde di nuovo. I tentacoli guizzarono, e a un tratto Barclay si sentì serrare i piedi nella morsa d’una bluastra fune vivente. Si dissolse quando lui tentò di agguantarla, una corda incandescente che gli bruciò la pelle delle mani come fuoco liquido. Si strappò freneticamente quella roba di dosso, tenendo le mani dove il mostro non potesse più raggiungerle. La Cosa cieca tastò e lacerò il robusto, pesante tessuto antivento, cercando carne… carne che potesse convertire…
L’enorme fiamma ossidrica che aveva portato McReady tossì solennemente. All’improvviso, lanciò un gutturale rombo di protesta. Poi emise un gorgoglio, come ridendo, e sputò fuori un metro di lingua bianco-azzurra. La Cosa sul pavimento strillò, fece sferzare alla cieca tutt’intorno i tentacoli, che si contorsero e s’accartocciarono nella furia ribollente del getto infuocato. Serpeggiò e si rivoltò sul pavimento, stridette e sobbalzò follemente, ma McReady continuò a puntarle la fiamma ossidrica in faccia, sugli occhi morti, ormai inutili e in ebollizione. La Cosa strisciò e ululò freneticamente.
Da un tentacolo spuntò un selvaggio artiglio… e la fiamma lo ridusse a una crosta raggrinzita. McReady procedette senza posa, torvo, come seguendo un piano. Impotente, folle di rabbia, la Cosa si ritrasse dalla torcia, dalla sua lingua che la carezzava e la lambiva. Per un attimo si ribellò, urlando tutto il suo odio inumano mentre percepiva il tocco della neve gelida. Poi ricadde indietro di fronte a quel getto carbonizzante, avvolta dal fetore della propria carne bruciata. Si allontanò disperata… sempre più, sulla neve antartica. Il vento pungente la investì, torcendo la lingua di fiamma; invano la Cosa si dimenò, lasciandosi dietro una scia di bolle che si dissolsero in fumo oleoso e puzzolente…
McReady tornò verso la baracca, in silenzio. Barclay gli andò incontro sulla soglia. «Non ne resta più nulla?» chiese il meteorologo, cupo.
Barclay scosse il capo. «Nulla. Non si è scissa?»
«Aveva altro a cui pensare» gli assicurò McReady. «Quando ho terminato, era un tizzone ardente. Cosa stava facendo?»
Barclay accennò una risatina. «Siamo proprio dei tipi in gamba. Fracassiamo i motorini di avviamento, così gli aerei non possono funzionare. Strappiamo dai trattori i tubi dei radiatori. E lasciamo questa Cosa per una settimana in una baracca, sola e indisturbata.»
McReady scrutò più attentamente nel magazzino. L’aria, nonostante la porta divelta, era calda e umida. Su un tavolo all’estremità del locale era appoggiato un ammasso di bobine e piccoli magneti, tubi di vetro e valvole per radio. Al centro, riposava un grezzo blocco di pietra. Dal centro del blocco giungeva la luce che inondava quel luogo, violentemente azzurra, più del bagliore d’un arco elettrico, e da lì veniva il ronzio sommesso. Da un lato stava un altro meccanismo formato da vetro cristallino, soffiato con incredibile precisione e delicatezza, piastre metalliche e una bizzarra sfera lucente che pareva immateriale.
«Che cos’è?» McReady si fece più vicino.
Barclay grugnì. «Lascia che se ne occupino Vane e Norris. Ma riesco a intuire con buona certezza che c’entra l’energia atomica. Quell’aggeggio a sinistra… è una bella cosuccia per fare quel che noi cerchiamo di ottenere con ciclotroni da cento tonnellate e così via. Separa i neutroni dall’acqua pesante, che ricavava dal ghiaccio circostante.»
Ma dove ha preso tutto…? Oh. Naturalmente. Un mostro non si poteva rinchiudere dentro… o fuori. Ha fatto visita agli altri magazzini di attrezzature.» McReady fissò l’apparato. «Ah, che mente deve avere quella razza…»
«Quella sfera lucente… penso che sia un puro campo di forza. I neutroni possono passare attraverso ogni materia, e l’alieno voleva una scorta… un serbatoio di neutroni. Per sprigionare l’energia atomica basta proiettare neutroni contro silicati… calcio… berillio… eccetera. Quell’affare è un generatore atomico.»
Powell rinfilò un termometro nel giaccone. «Qui dentro ci sono quasi cinquanta gradi, nonostante la porta aperta. I nostri abiti ci hanno riparato un po’ dal calore, ma ora sto sudando.»
Barclay annuì. «La luce è fredda. Fin qui ci sono arrivato. Ma emana calore per riscaldare questo posto tramite gli avvolgimenti delle bobine. Aveva tutta l’energia del mondo, e poteva tener calda e piacevole l’aria, almeno in base ai concetti di calore e piacere della sua razza. Avete notato la luce, il suo colore?»
McReady annuì. «La risposta si trova oltre le stelle. Oltre le stelle, su un pianeta più caldo che girava intorno a un sole più brillante, più azzurro.» Gettò uno sguardo fuori dalla porta, in direzione della traccia lorda di fumo che si snodava vagando alla cieca sulla coltre nevosa, sferzata dal vento. «Non ne verranno altri, ritengo. È stato un banale incidente a farli atterrare qui. In nome del cielo, perché ha costruito tutto questo?» Fece un cenno per indicare l’intero armamentario.
Barclay rise piano. «Hai notato a cosa lavorava, quando siamo arrivati? Guarda.» Puntò un dito verso il soffitto della baracca.
Simile a uno zaino fatto di barattoli di caffè appiattiti, con cinture di cuoio e cinghie di stoffa penzolanti, l’apparecchio aderiva al soffitto. Un minuscolo, splendente cuore di pura fiamma vi ardeva all’interno, ma attraversava il legno del tetto senza neanche bruciacchiarlo. Barclay lo raggiunse, afferrò due delle cinghie e con uno sforzo lo tirò giù. Se lo allacciò intorno al corpo. Un lieve saltello gli fece compiere con straordinaria lentezza un arco attraverso il locale.
«Antigravità» mormorò Powell.
«Antigravità» annuì Barclay. «Già, l’avevamo bloccato qui, senza aerei, e senza uccelli. Gli uccelli non erano venuti… ma lui aveva lattine di caffè, ricambi della radio, vetro, e l’intera officina a disposizione di notte. E una settimana… tutta una settimana di tempo. Fino in America con un solo balzo… con l’antigravità alimentata dall’energia atomica della materia.
«L’avevamo bloccato qui. Un’altra mezz’ora… stava giusto fissando queste cinghie al congegno in modo da poterlo indossare… un’altra mezz’ora, e ce ne saremmo rimasti in Antartide, ad abbattere qualunque cosa semovente che venisse dal resto del mondo.»
«L’albatro…» disse Powell, a bassa voce. «Credete che…?»
«Con quell’aggeggio quasi completato… e quell’arma letale che brandiva?
«No. Per la grazia di Dio, che evidentemente sente benissimo fin quaggiù, e per un margine di mezz’ora, abbiamo salvato il nostro mondo, e anche i pianeti del nostro sistema. Antigravità, capite, ed energia atomica. Perché Loro venivano da un altro sole, un astro oltre le stelle, Loro venivano da un mondo con un sole più azzurro.»