Stories 93 / Random

Stories by james tiptree jr.

la felicità è un'astronave calda (italian)

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1.
Gli arcobaleni artificiali erano spenti. La banda se n'era andata. Svuotata del suo carico di cadetti, la nave scuola Adastra fluttuava tranquilla contro le stelle. Il tabellone dei primi incarichi, nella rotonda della stazione, era abbandonato a se stesso. La folla si era spostata al salone della cupola, e da lì echeggiavano le voci flautate delle ragazze, l'abbaiare e il tubare di padri, madri, zii e zie, intervallati dai toni molto baritonali e molto compunti del novantanovesimo scaglione Comando Spaziale.
Sotto, dove gli. uffici di Basecentrale funzionavano come al solito, una figura solitaria in uniforme bianca si protendeva rigida sul banco dell'ufficio personale.
- Siete assolutamente certa che non ci siano errori?
- No, è tutto a posto, tenente Quent. - La ragazza che stava battendo i documenti del tenente sorrise. - Primo ufficiale della n.p. Ethel P. Rosenkrantz. Molo ottantadue, partenza alle diciassette e trenta, cioè fra tre ore. E prima dovete passare all'Immunizzazione.
Il tenente Quent aprì la bocca, la chiuse, sospirò rumorosamente. Raccolse i suoi documenti.
Mentre lui si allontanava, un uomo corpulento raggiunse il banco. Al bavero portava la targhetta di riconoscimento del Galactic News.
- Quel ragazzo è il figlio dell'ammiraglio Quent. Dove lo hanno sbattuto, Goldie?
- Non dovrei dirtelo… Una ennepì.
- Una cosa? No!
La ragazza annuì. Le brillavano gli occhi.
- Tesoro, mi ricorderò di te nel mio testamento! - L'uomo trottò via.
Nello studio medico, Quent stava protestando: - Ma mi hanno già fatto le iniezioni standard una dozzina di volte!
L'ufficiale medico studiò lo schermo da cui risultava, fra altre cose, che Quent era un maschio umano di tipo terrestre standard, altezza 1,92, razza bianca, carnagione abbronzata, capelli castani, occhi castani, segni particolari, nessuno. I dati non parlavano della mascella forte e simpatica e delle sopracciglia che tendevano a unirsi in linea retta.
- Qual è la vostra nave? Ah, la Rosenkrantz. Toglietevi la giacca.
- A cosa servono queste iniezioni? - insistette Quent.
- Due funghi, un ceppo mutante felino, allergeni di base - disse il medico, spezzando le fiale senza tante cerimonie.
- Felino cosa?
- L'altro braccio, per favore. Non avete ancora conosciuto i vostri colleghi ufficiali?
- Ho ricevuto questo schifosissimo incarico venti minuti fa.
- Ah. Be', vedrete. Piegate quel braccio un paio di volte. Potrebbe gonfiarsi un po'.
- Cos'è questa storia dei miei colleghi? - chiese Quent, cupo.
L'ufficiale medico spezzò un'altra fiala e scrutò di sottecchi lo schermo.
- Non siete il figlio dell'ammiraglio Rathborne Whiting Quent?
- E questo cosa c'entra col fatto che mi abbiano destinato a una bagnarola di ennepì?
- E chi lo sa, tenente? La politica ci segue come un'ombra. Forse vi aspettavate qualcosa sul genere della Sirio, eh?
- Uomini con risultati molto inferiori ai miei sono finiti sulla Sirio - rispose Quent, rigido.
- Aprite e chiudete quel pugno un paio di volte. No, dovete riaprirlo. Sentite, voi condividete gli, ehm, sentimenti di vostro padre sull'integrazione nella Forza Spaziale Federale?
Quent si immobilizzò. - Cosa diavolo…
- Siete nello spazio da un anno, tenente. Avrete senz'altro sentito parlare dell'Accordo per l'Uguaglianza Pangalattica, giusto? Be', stanno cominciando a metterlo in pratica, e partono da un programma per l'integrazione dei piloti sulle ennepì. Ieri sono stati qui tre dei vostri futuri colleghi. Hanno ricevuto le iniezioni panumane.
Quent emise un suono inarticolato.
- Potete rimettervi la giacca - disse il medico, ritraendosi. - La vostra esistenza sarà un tantino agitata, se condividete i pregiudizi di vostro padre.
Quent raccolse la giacca.
- È un pregiudizio pensare che tutti debbano avere il proprio…
- "Volete che la vita del vostro ragazzo dipenda da un polipo"? - recitò secco l'ufficiale medico.
- Oh, lì ha esagerato. Gliel'ho detto. - Quent infilò, con qualche difficoltà, la giacca dell'uniforme. - Io non ho pregiudizi. Accidenti, alcuni dei miei…
- Vedo - disse l'ufficiale medico.
- Sono lieto dell'occasione - disse Quent, e si avviò alla porta. - Cosa?
- Il vostro berretto - disse il medico.
- Ah, grazie.
- Fra parentesi - lo informò l'ufficiale medico, mentre lui stava uscendo - è probabile che il Galactic News vi stia alle calcagna.
Quent si fermò a metà d'un passo e alzò la testa di scatto, come un alce spaventato. Una piccola figura stava trottando verso di lui in corridoio. Quent strinse i denti. Deviò in un corridoio laterale, fece il giro di un'area riservata, e al galoppo raggiunse il retro del deposito merci.
Mostrò i documenti allo scaricatore che lo fissava a bocca aperta. - La mia scatola, presto.
Con la scatola fra le braccia, si infilò in un condotto per le merci, ignorando il coro di strilli. Scese gli scalini finché non raggiunse un'uscita nel perimetro dei moli. Saltò a terra nella spaziosa area di servizio dell'Adastra, da cui era sbarcato due ore prima.
L'uomo di guardia sorrise. - Tornate a bordo, tenente?
Quent borbottò qualcosa e si avviò tra i moli, trascinandosi dietro la scatola che conteneva le sue cose. Superò gli ormeggi immacolati della Crux, dell'Enterprise, della Sirio; oltrepassò gli scintillanti moli dei corrieri; si addentrò in sezioni intasate dai tubi ombelicali di navi da carico e piccole imbarcazioni e invase da cavi e attrezzature varie. Inciampò e venne sfiorato da un trasportatore a nastro mobile; l'autista urlò al suo indirizzo. Alla fine raggiunse un molo contrassegnato da una scritta scarabocchiata col gesso: N.P. ROSEKZ. Era un budello stretto e sudicio. In giro non si vedeva nessuno.
Mise giù la scatola e si addentrò nel tubo, cercando di non sfregare l'uniforme bianca contro le pareti flessibili. Il tubo terminava in un portello aperto che dava direttamente sul piccolo quadrato degli ufficiali, pieno zeppo di pacchi e fiaschette vuote, del tipo usa e getta.
Quent tossì. Non successe niente.
Gridò.
Un suono confuso eruppe dal condotto di fronte. Al suono seguì un massiccio posteriore in calzoncini corti e giubbotto dall'ispido pelo grigio. Il nuovo arrivato si girò in tutta la sua maestosità. Quent si trovò di fronte un muso ursino con guance pelose, e un grosso naso a prugna.
- Voi, chi? - chiese l'ursinoide, in un galattico approssimativo.
- Tenente Quent, primo ufficiale, a rapporto - disse Quent.
- Bene - brontolò l'altro. Scrutò Quent con gli occhietti vivaci e si grattò il pelo sulla pancia. Quent si era sbagliato: non c'era nessun giubbotto.
- Pratico di refrigerato per immagazzinamento?
- Refrigerante?
- Vieni. Forse riesci a capirci qualcosa.
Quent lo seguì nel condotto, poi giù per una scala a pioli buia. Raggiunsero una zona di luce sopra un portello aperto. L'ursinoide indicò un groviglio di tubi che gocciolavano.
- A che serve? - chiese Quent.
- Fa freddo - grugnì l'altro. - Modello nuovo. Mica dovrebbe perdere così, vernt?
- Volevo dire, cosa deve refrigerare?
- Formiche. Qua, prendi. Forse più fortunato.
L'altro ficcò in mano a Quent un foglio spiegazzato, poi lo superò e ripartì su per la scala, lasciando dietro di sé un aroma pungente di pelle d'orso bagnata.
L'intestazione del foglio diceva: Sistema Personalizzato A Temperatura Controllata X5 Serie D, Mod. In Att. Di Reg.ne. Quent scrutò all'interno del portello. Dietro i tubi, in penombra, c'era una specie di favo composto di cubicoli esagonali; ognuno conteneva una protuberanza scura grande quanto una noce di cocco. Il favo emetteva pigolii sommessi. Quent cominciò a studiare i quadranti sul pannello accanto al portello: non corrispondevano al diagramma riportato sul foglio. Sopra di lui, dalla scala, risuonò un tintinnio metallico.
- Inutile - sibilò una voce. Quent alzò la testa. Un braccio grigio e sottile scivolò giù, gli strappò il foglio dalle mani. Quent intravide occhi a palla coperti da una membrana, e un lungo cranio. La testa si ritrasse, e il suo legittimo proprietario scese. Esso, o forse egli, era un lucertolone bipede più alto di Quent. Indossava un complicato panciotto.
- Voi siete Quent. Siete il nuovo ufficiale - schioccò la creatura. Quent vide la lingua guizzare dentro le mascelle ricurve e cornee. - Io sono Svenks. Benvenuto a bordo. Adesso per favore andatevene. Sistemerò io l'apparecchio, prima che il capitano lo distrugga del tutto.
- Il capitano?
- Il capitano Imray. Con le macchine non ci sa proprio fare. Avete intenzione di restare qui a chiacchierare finché quelle ridicole formiche si scongeleranno?
Quent tornò nel quadrato degli ufficiali, dove qualcuno stava tentando di cantare. L'artista era un individuo corto e peloso, in uniforme da ufficiale, col berretto tirato indietro sulla nuca e una fiaschetta di una bevanda verde stretta nel pugno marrone.
- Il pleut dans mon coeur comme il pleut dans la ville - intonò lo sconosciuto.
Si interruppe per puntare su Quent gli occhi tondi e gialli.
- Ah, il nostro nuovo ufficiale, esatto? Permettetemi. - In un bagliore di incisivi, afferrò Quent per le spalle e gli grattò le guance con vibrisse acuminate. - Sylvestre Sylla, al vostro servizio.
Quent mise in mostra i suoi denti regolari.
- Quent.
- Quent? - ripeté Sylla. - Non Rathborne Whiting Quent Junior, per caso?
Quent annuì, tossendo. Il quadrato ufficiali puzzava di muschio.
- Benvenuto a bordo, primo ufficiale Quent. Benvenuto alla Ethel P. Rosenkrantz, nave di pattuglia. Ovviamente, non è la Sirio - aggiunse in tono untuoso Sylla - però è sempre una degna nave, voyons. Confido che il vostro primo incarico non vi abbia deluso, primo ufficiale Quent.
Quent Strinse i denti. - No.
- Permettetemi di accompagnarvi al vostro alloggio, primo ufficiale.
Sylla lo invitò a salire la scala che si apriva nel soffitto del quadrato. Sopra c'era l'area di cubicoli per l'equipaggio, a ognuno dei quali si accedeva da un portello a sfintere. Dietro i cubicoli, il condotto terminava sul ponte.
- Eccoci qua, primo ufficiale. - Sylla puntò l'indice. - E i vostri bagagli, signore?
- Li ho lasciati fuori - disse Quent.
- Senza dubbio saranno ancora lì - ribatté Sylla; e si tuffò, con molta grazia, in un altro sfintere.
Quent ridiscese dal tubo appena in tempo per salvare la sua scatola da un uncino. Mentre la spingeva su per il condotto, udì Sylla ripromettersi di spennare Alouette.
Il cubicolo era un po' più piccolo del suo alloggio da cadetto sull'Adastra. Quent sospirò, sedette sul giunto snodato dell'amaca, si tolse il berretto e si passò una mano nei capelli. Poi si rimise il berretto e prese il registratore portatile. Il quadrante gli disse che c'era un messaggio registrato. Quent premette il tasto di ascolto e avvicinò l'apparecchio all'orecchio.
Ping - ping - ping, fece il segnale dei canali ufficiali. Poi, una sonora schiarita di voce.
- Congratulazioni per i risultati conseguiti all'accademia, tenente. Tua madre ne sarebbe stata molto, ehm, fiera. Ben fatto. E adesso, buona fortuna per la tua prima missione. Sono certo che sarà per te motivo di profonda illuminazione.
Il registratore fece ping un'altra volta e si spense. Quent ebbe una smorfia ancora più corrucciata e scosse lentamente la testa. Inspirò a pieni polmoni, aprì la scatola e frugò in un caos di manuali. Ne scelse uno, si infilò nello sfintere e salì sul ponte.
Al posto di comando, il capitano Imray, l'ursinoide, azionava l'uno dopo l'altro i selettori per il carburante e grugniva nel microfono collegato alla sala motori. Quent lanciò un'occhiata al piccolo ponte. La consolle del navigatore e il posto operativo computer erano deserti. Un vecchietto raggrinzito, con una camicia a fiori, sedeva nell'area comunicazioni. Il vecchio si guardò attorno e strizzò un occhio gonfio a Quent, senza smettere di sussurrare nei suoi apparecchi. Aveva una barbetta a punta, grigia, e denti gialli molto sporgenti.
La poltrona del primo ufficiale era a fianco della scala metallica. Quent tolse un pacco dalla poltrona, sedette e aprì il manuale. Il capitano Imray smise di grugnire. Quent si schiarì la gola.
- Devo procedere io coi controlli, signore? Se non sbaglio, dovete passare alla fase ventisei.
L'ursinoide sgranò gli occhi.
- Che aiuto! - ruggì. - Sicuro, sicuro, procedete voi.
Quent attivò la sua consolle.
- Spinta giroscopica laterale, in funzione - disse, manovrando il comando ausiliario.
Non udì alcuna risposta dalla sala motori.
- Spinta giroscopica laterale, in funzione - ripeté, premendo a più riprese l'interruttore del canale di comunicazione.
- Morgan non parla molto - commentò il capitano Imray.
- L'ufficiale alle macchine? - chiese Quent. - Ma… Ma volete dire che risponderebbe se la situazione fosse negativa, signore?
- Sicuro, sicuro - disse Imray.
- Braccio di amplificazione giroscopica laterale, in funzione - disse Quent. Silenzio. - Circuito della pompa primaria, in funzione - continuò, innervosito, e procedette coi controlli. Quando toccò a: - Compensatore espulsione capsula… - dalla sala motori gli giunse un breve gemito.
- Come?
- Morgan dice di non rompergli l'anima. Ha già fatto tutto lui - tradusse Imray.
Quent aprì la bocca. All'improvviso, l'altoparlante principale prese ad abbaiare.
- Controllo a ennepì Rosy! Ennepì Rosy, preparatevi a sgombrare immediatamente il molo. Ripeto, ennepì Rosy per stazione nord, via! Ennepì Kip quattro - dieci, ripeto, quattro - dieci. Controllo a ennepì Kip, molo ottantadue in fase di sgombero. Ripeto, ennepì Kip, verde per molo ottantadue.
- Morgan, sentito? - tuonò Imray. - Tutto verde per partire, Morgan?
Uno strillo fioco dalla sala motori.
- Ma, capitano, siamo solo alla trentesima fase di controllo - disse Quent; e si scostò quando il tenente Sylla apparve a razzo dal cunicolo, atterrando davanti alla consolle di navigazione in un clic - ciac di artigli. Sylla mise in funzione gli schermi con una mano, mentre con l'altra impostava le coordinate di rotta. Imray e lo gnomo addetto alle comunicazioni afferrarono le loro reti. Da sotto giunsero il sibilo e il clangore del meccanismo di blocco che si apriva. Un istante dopo, la gravità scomparve.
Quent annaspò in cerca della propria rete e sentì Imray ululare qualcosa. I motori ausiliari entrarono in funzione, e la Ethel P. Rosenkrantz balzò in direzione nord.
Quent volteggiò in giù fino alla propria poltrona, cercando di orientarsi fra le costellazioni che roteavano sugli schermi.
- Come andiamo, Morgan? - stava chiedendo Imray. - Verde per inizio rotta?
Dalla sala motori giunse un altro mugolio. Sylla, frenetico, stava battendo coordinate sulla tastiera con un pugno peloso.
- Svensk! Appleby! Pronti? - vociò Imray.
- Ma, capitano… - protestò Quent.
Sylla tirò un calcio al pedale di blocco rotta, fece ruotare il correttore e abbassò il pugno.
- Gesprüch! - ruggì Imray, e fece partire il motore principale.
A Quent si schiarì la testa. Era sdraiato di traverso sul sedile.
- Senza rete è rischioso, figliolo - disse Imray, scuotendo le guance.
- La nostra partenza era prevista fra quarantacinque minuti! - sbottò Quent. Si rimise a sedere normalmente, mentre l'accelerazione diminuiva. - I controlli sono incompleti, signore. La base non aveva nessun diritto…
- A quanto pare, il primo ufficiale non ha sentito il quattrodieci - disse Sylla, mellifluo.
- Quattro - dieci?
- Quattro - dieci significa nave in brutti guai, atterraggio immediato - lo informò Imray.
- Ma dovrebbe essere tre tre delta X quattro uno otto, seguito dalla designazione del vascello.
- Indubbiamente lo sarà sui vascelli di classe stellare cui è abituato il primo ufficiale Quent - disse Sylla. - Qui troverà la vita meno formale.
- Cos'è quel quattro - dieci, Pom? - chiese una voce chiara, dolce.
Quent si girò. A fianco del suo gomito era spuntato un incantevole viso di ragazza, incorniciato da riccioli dorati. Quent piegò ancora di più il collo. Il resto della ragazza era all'altezza dei desideri più sfrenati di un uomo che avesse trascorso l'ultimo anno su una nave scuola.
- Eh? - chiese lui, involontariamente.
- Ciao - disse l'apparizione, agitando nervosamente la mano sotto il naso di Quent e continuando a scrutare l'addetto alle comunicazioni.
- La Kip - si voltò a rispondere l'ometto. - Sarebbe la ennepì Kipsuga Chomo, signore - aggiunse, puntando la barbetta su Quent. - Trecento ore con un qualche gas contaminante. Hanno isolato il ponte, ma Ikky ha dovuto portare giù la nave da solo. Non è che ci sia molta aria, sulle ennepì.
Lo gnomo si girò di nuovo verso la consolle.
Quent si guardò attorno. Trecento ore significavano più di due settimane. Rabbrividì.
- Ma perché non…
- Perché non li hanno soccorsi? - lo interruppe Sylla. - Il primo ufficiale dimentica. Sono le navi di pattuglia che vanno al soccorso. Chi accorre in aiuto di una nave di pattuglia? Solo un'altra nave di pattuglia… In questo caso, noi, che ce ne stavamo comodi comodi alla Centrale in attesa del nuovo primo ufficiale. Tant pis, erano solo una masnada di nonumani…
Imray agitò una zampa in aria, di malumore.
- Andiamo, andiamo, Syll.
- Il brodo è pronto - disse la ragazza. - Oh, la mia marmellata!
Il suo braccio bianco e snello aggirò le caviglie di Quent. Quent, seguendone il percorso, scoprì che il pacchetto che aveva spostato era andato a sbattere contro le sospensioni cardaniche, assieme al suo berretto, e stava trasudando una sostanza rosea e appiccicosa.
- Acci! - La ragazza prese il pacco e sparì giù per la scala.
Quent raccolse il cappello e lo scrollò. Una pioggerella di marmellata gli cadde sui calzoni.
Il capitano Imray si stava infilando nel cunicolo.
- Il primo ufficiale farà il primo turno, esatto?
Senza attendere risposta, Sylla guizzò a fianco del capitano e scomparve. Solo l'ufficiale alle comunicazioni restò immerso nel suo dialogo inafferrabile.
Quent raccolse nel fazzoletto la marmellata che fluttuava in aria e incastrò il fazzoletto sotto il sedile. Poi si alzò, per fare un giro del minuscolo ponte. Scoprì che gli schermi erano inattivi, ih fase di propulsione spaziale. Raggiunse il computer - biblioteca e chiese i dati relativi alla rotta. Sullo schermo non successe niente; in compenso, si accese l'altoparlante.
Di nuovo giù ai mari debbo tornare.
Perché le voci delle scorrenti maree.
Sono molto forti, molto chiare.
Quent tese la mano verso il comando di cancellazione.
- Non fatelo, signore - disse l'addetto alle comunicazioni.
- Perché? Io voglio dei dati.
- Sì, signore. Però quello è il programma del tenente Sylla, signore. Va matto per la poesia ispirata all'acqua. Lasciate tutto com'è, signore. Il tenente Svensk vi darà quello che volete.
Quent scrutò con occhi di fuoco il computer, che adesso stava recitando:
Colmi di rugiada, di rugiada intrisi.
Sono i fianchi delle colline incisi…
Spense il computer.
- Forse sarete tanto gentile da informarmi sulla nostra rotta e sui parametri del settore che dobbiamo pattugliare? - chiese, gelido. - Io sono il tenente Quent, primo ufficiale.
- Sissignore, tenente. - La faccia dell'ometto si aprì in un sorriso, e la sua barbetta puntò in giù, verso i denti sporgenti. - Pomeroy, signore. Lester Pomeroy, guardiamarina. Fa piacere vedere a bordo un altro essere umano, signore, se la cosa non vi offende.
- Niente affatto, guardiamarina - disse Quent.
- Magari vi sentite un po' snobbato, eh, signore? - continuò Pomeroy, in tono confidenziale. - Questi enneù probabilmente non si sono nemmeno presentati, giusto, signore?
- Be', non ho ancora avuto il tempo di dare un'occhiata al ruolino di bordo.
- Quale ruolino? - Pomeroy ridacchiò. - Se volete sapere qualcosa, signore, chiedete a Pomeroy. Volete informazioni su quei tizi? C'è il capitano Imray, che viene dalle parti di Deneb. Il navigatore è il tenente Sylla. Non so di preciso da dove venga. È quello che chiamano un lontroide. Quando è agitato gli cresce una forza del diavolo. E il tenente Svensk, be', quello è tutto scienza e sapienza quando le acque sono tranquille, chiaro, e invece diventa un pistolero se ce n'è bisogno. Il suo panciotto, rendo l'idea? Poi ci sono io alle comunicazioni, e Morgan ai motori. Quello non parla molto. Aspettate di vederlo. Poi c'è la nostra squadra di combattimento, ma quelli non contano.
- Perché? - chiese Quent, esterrefatto. Pomeroy uscì in una risatina nervosa.
- Sono surgelati, ecco perché. E surgelati resteranno. Nessuno vuole tirare fuori quei ragazzi.
"Però so che c'è qualcuno che avete una voglia matta di incontrare, tenente. La signorina Millicent Appleby. Rifornimenti logistici. Non è un bel bocconcino? E fa da mangiare coi fiocchi. Però c'è una cosa che non fornisce a nessuno. Sarà meglio che vi avverta, signore. - Il sorriso svanì. - Non fornisce Appleby. Fino a oggi, per lo meno.
Pomeroy fece una pausa, aspettando. Quent rimase zitto.
- Adesso, se vi interessa qualcosa sulla nave… No, signore. - Il vecchietto si interruppe quando Quent si avvicinò alla fila di indicatori. - Inutile provarci, signore. Svensk li ha modificati per lo pseudospazio, uno schifo di gioco da rettili. Ma è semplicissimo. Noi siamo il settore dodici. Un po' come una grossa fetta di torta, chiaro? - Gesticolò per illustrare l'idea. - Noi siamo qui in punta, a Basecentrale. Il primo scalo è a due passi. Patriiotta. Se lì è tutto verde, proseguiamo per Davon Due. Se non ci sono problemi, ci spostiamo un po' al centro per raggiungere Turlavon ed Ed. E se anche lì è tutto tranquillo, attracchiamo a Basedimezzavia. Se lì non ci sono lamentele, diamo una controllata alla Rotta Leo, cioè ripariamo radiofari e cose del genere, poi ci spostiamo al Complesso Chung. Quello è sempre un bel casino. Finito lì, saltiamo a Baseremotà, e se niente è successo, cominciamo a tornare indietro. Miniera, Tonnara, Solfata, e via dicendo, fino alla Centrale. Diciotto colonie per il servizio postale, una rotta e due basi. In totale, circa centoventi giorni, se non succede niente.
- Che tipo di cose potrebbero succedere, signor Pomeroy?
- Richieste di soccorso, naufragi, servizio autobus per il cucciolo di qualche re che deve spostarsi da qui a lì, radiofari in tilt, capsule postali che esplodono, campi d'atterraggio congelati, segnali fantasma, vombati volanti… Ditene una voi, prima o poi ci succederà. - Pomeroy sgranò gli occhi, gonfi e pieni di tristezza. - Noi siamo quelli che fanno il lavoro sporco. C'è qualcosa di troppo lurido? Basta lasciarlo alle ennepì. Prendete il nostro ultimo viaggio, ad esempio. Tutto tranquillo finché non siamo arrivati al Complesso Chung. C'era un'instabilità della crosta terrestre su un piccolo pianeta acquatico, e le loro due grandi navi erano bloccate sull'altro lato del sistema. Così è toccato a noi traghettare quei disgraziati, e quelli non volevano muoversi senza il loro bestiame. Trentatré giorni a trasportare polipi, ecco com'è andata.
Quent fece una smorfia.
- Su un vascello della Forza Spaziale?
- Ah, agli enneù non gliene frega niente - borbottò Pomeroy.
Quent, in silenzio, tornò alla sua poltrona.
- Non state a pensarci, tenente - commentò in tono addolorato l'ometto, e alzò una fiaschetta piena di liquido ambrato. Il suo collo rugoso era tutto un guizzare di muscoli.
Ripulì la fiaschetta con la falda della camicia.
- Un goccio di Fulmine Leo, signore?
Quent si raddrizzò di scatto. - Bevete sul ponte?
Pomeroy si esibì in una strizzata d'occhi.
- Al capitano Imray non dà fastidio.
- Signor Pomeroy - ribatté Quent, deciso - apprezzo le vostre intenzioni, ma nessuno berrà su questo ponte durante i miei turni di comando. Rimettete via la fiaschetta, per favore.
Pomeroy lo fissò a occhi sgranati.
- Sì, signore. - disse alla fine, e si girò verso la consolle.
La fiaschetta restò dov'era, perfettamente visibile.
Quent aprì la bocca, poi la richiuse. I muscoli guizzavano nel suo volto irrigidito, nervoso. Sotto, dal quadrato ufficiali, giungeva un vocio confuso. Gli schiocchi del becco di Svensk e gli striduli toni tenorili di Sylla si mischiavano ai ruggiti del capitano. Era chiarissimo che gli ufficiali di bordo non costituivano un gruppo affiatato. Dopo un po', il frastuono si interruppe. La scala risuonò sotto i piedi dei tre che si ritiravano a riposare.
Quent sospirò fra i denti e raccolse il manuale impiastricciato di marmellata. La Ethel P. Rosenkrantz, di cui lui era primo ufficiale, era lanciata in navigazione spaziale; e ventitré procedure operative di importanza essenziale, tutte affidate alla sua responsabilità, non erano state controllate.
2.
Cinque ore più tardi la scala emise altri clangori metallici, e la forma massiccia del capitano Imray si materializzò sul ponte. Lo seguiva il tenente Sylla, in scivolata libera. Il lontroide atterrò alla consolle con un guizzo improvviso che costrinse Pomeroy ad afferrare di scatto la fiaschetta.
- Ore ventidue. Il capitano Imray dà il cambio al primo ufficiale Quent - disse Quent al giornale di bordo elettronico, nella formula di rito.
- Sicuro, sicuro. La prendo in mano io, figliolo - ridacchiò Imray, sedendosi. - Vai a trovare Appleby, vernt?
- Eseguirò un'ispezione preliminare della nave, capitano.
- Bene. - Imray si illuminò. - Vedi che coscienziosità gli umani, Syll? Potresti imparare dal loro esempio.
- Sans doute - brontolò Sylla. - È anche possibile che il nostro primo ufficiale senta il bisogno di familiarizzarsi con l'umile nave di pattuglia. Forse non ha attirato la sua attenzione, mentre studiava per diventare ammiraglio di classe stellare.
- Andiamo, Syll - ringhiò Imray.
- Venite, tenente, signore. - Pomeroy tirò la manica di Quent.
Quent dischiuse lentamente il pugno e seguì l'ometto giù per la scala.
Nel quadrato ufficiali, Pomeroy si servì da un assortimento di panini imbottiti e sedette con la fiaschetta al tavolo a sospensione cardanica. Quent scrutò la stanza. Era un cilindro con le pareti composte di armadietti che, stando al suo manuale, dovevano contenere tute, utensili, uncini, attrezzature per riparazioni, valvoliere e scorte di ossigeno. Tutta roba che poteva controllare in seguito. Sulla sua sinistra c'erano un portello e uno schermo ausiliario, al momento spento. Di fronte al portello c'era un cubicolo per la dispensa e il cunicolo dove lui aveva seguito Imray la prima volta.
Quent raggiunse il cunicolo e s'avviò verso poppa. La sezione vicina conteneva il magazzino viveri principale, una piccola cambusa con infermeria, aspiratori per i rifiuti, e il quadrante anteriore dell'impianto di rigenerazione che correva per diversi settori dello scafo. Guardò, attraverso il pannello trasparente, un ammasso illuminato di bacinelle di coltura, poi proseguì nel cunicolo in penombra. Si rese vagamente conto che i suoi piedi incontravano un materiale sottile. Qualche attimo dopo, superava altri sfinteri che immettevano nei cubicoli per passeggeri occasionali e pacchi postali.
- Dovete proprio calpestare il mio bucato, tenente? - gli chiese all'orecchio una voce da soprano.
La testa della signorina Appleby sporgeva da un portello dietro di lui. Lo sguardo della ragazza era puntato direttamente sulla gamba di Quent, chissà come avvolta in seta turchese.
- Oh. Mi spiace. - Lui si liberò dalla stoffa, cercando di non scalciare. - Sto facendo il giro della nave.
- Be', il vostro giro fatelo da un'altra parte, per piacere - disse lei. - Questi sono i miei alloggi.
- Tutto questo spazio? - gesticolò lui.
- Quando non abbiamo passeggeri a bordo, non vedo perché no.
Lui aprì un portello a caso e guardò dentro. Il cubicolo era tappezzato di roba vaporosa, e sulla parete dello scafo brillavano ologrammi. Quent ebbe l'impressione di un tizio eccessivamente in salute che non smetteva mai di muoversi. Si trasferì a un altro cubicolo: era pieno di fagotti chiusi da fiocchetti. Di certo non era posta. Provò con un altro locale, mentre la signorina Appleby girava la testa per tenerlo d'occhio. Il cubicolo conteneva quella che sembrava una cucina privata e sapeva di crème caramel.
- Questi fili - urlò alla testa - sono autorizzati?
- Il capitano Imray non ha mai obiettato: Spicciatevi, per favore. Sto cercando di fare un bagno.
Quent strinse le palpebre: sì, c'erano goccioline d'acqua nei riccioli attorno a quelle orecchie delicate. Quent si leccò le labbra.
- Sì, signorina - rispose automaticamente, avanzando verso di lei.
- Fra l'altro, tenente - disse la graziosissima testa - avete notato gli olo lì dentro?
- Bellissimi. - Lui accelerò, sorridente.
- Non lo avete riconosciuto?
- Avrei dovuto riconoscere qualcuno? - si illuminò lui.
- Sì, credo di sì - rispose lei, calma. - È il mio fidanzato, Bob Coatesworth. Il vice - ammiraglio Robert B. Coatesworth. Pensateci bene, tenente.
Con un risucchio dolce, la testa della ragazza svanì nel cubicolo.
Quent si fermò. Chiuse la mano a pugno e si tirò diversi colpi alla testa. Poi riprese il suo viaggio.
Oltre la paratia trovò ormeggi di emergenza per le capsule, che avrebbero richiesto un controllo accurato, e il settore di refrigerazione che aveva già visto. Scrutò dal pannello: le perdite di liquido si erano fermate.
La sala di rigenerazione terminava lì e lasciava posto agli stabilizzatori delle gambe d'atterraggio e alle torrette delle armi leggere della Rosenkrantz: col tempo, bisognava controllare tutto nei minimi particolari. La nave era vecchia. Stando al manuale, si trattava di un modello primitivo, molto robusto, in grado di compiere atterraggi planetari. Ma il sistema di atterraggio era ancora operativo? Pomeroy gli aveva detto che di solito gli scambi postali avvenivano in orbita.
Dopo la paratia successiva, lo scafo si apriva sul buio pieno d'echi della stiva principale. Dentro c'era un sentore d'umido, forse in ricordo dei polipi. Procedendo lungo lo scafo, Quent superò la slitta aerea e le intelaiature a gabbia che contenevano le capsule postali. Diede una controllata veloce al portello principale della stiva, poi decise di passare in sala motori.
Il portello rifiutò di aprirsi.
- Il primo ufficiale all'ufficiale di macchina - disse al microfono. - Aprite.
La sala motori restò zitta.
- Parla il primo ufficiale - disse, più forte. - Aprite il portello.
Dall'altoparlante uscì uno strillo che sembrava uno: - Sparati!
- Cosa succede? - urlò Quent. - Aprite.
- Spaaa - aa - raaa - ti - mugolò l'altoparlante.
- Sto ispezionando la nave. Ufficiale di macchina, aprite questo portello.
Nessuna risposta.
Quent tempestò di pugni la griglia.
- Primo ufficiale Quent - disse la voce di Sylla dal vecchio altoparlante. - Il capitano vi ordina di non infastidire l'ufficiale alle macchine.
- Non gli sto dando fastidio. Non vuole lasciarmi entrare.
- Meglio ritentare un'altra volta, figliolo - consigliò il ruggito di Imray.
- Ma… Sì, signore. - Quent digrignò i denti.
Si prese di nuovo a pugni la testa, questa volta con meno riguardi. Poi tornò indietro passando per la stiva, inseguito da un vago suono di cornamuse che usciva dalla sala motori. Nel cunicolo non c'erano più né la signorina Appleby, né il bucato. Pomeroy era ancora nel quadrato ufficiali, a tu per tu con la fiaschetta.
- Morgan vi ha buttato fuori, signore? Questi enneù non hanno rispetto.
Senza aprire bocca, Quent prese qualche panino e una bottiglietta di tè, poi frugò nell'armadietto delle cassette finché non riconobbe qualche nome del settore dodici: Patrilotta, Turlavon, Settore Chung. Trasferì tutto nel suo cubicolo, ripose con estrema cura l'uniforme bianca sporca di marmellata e distese l'amaca. I panini erano deliziosi. Prima ancora di aver sentito tutti i dati su Turlavon gli si chiusero gli occhi.
- Svegliatevi, tenente.
Quent riaprì gli occhi col corpo che sporgeva a metà del cubicolo e Pomeroy attaccato al suo braccio.
- Avevate gli incubi, signore.
L'occhio sinistro dell'ometto era gonfio e chiuso. Di fronte a Quent spuntava, perplessa, la testa ossuta di Svensk. Imray e Sylla stavano guardando giù dal ponte. Sorridevano tutti.
- Mi… Mi spiace.
Quent si liberò di Pomeroy e rientrò in cabina.
- Orbita fra un'ora, signore - informò l'ometto. - Patrilotta.
Nei venti giorni di viaggio fino a Basedimezzavia, Quent acquisì un'illuminazione notevole. A Patrilotta chiese a Sylla di mostrargli la procedura standard per lo scambio delle capsule postali. Lì scoperse che essere troppo lenti con l'uncino delle capsule poteva significare rompersi un po' di dita. Il lontroide si profuse in scuse. A Davon Due, la mano di Quent era abbastanza in forma per aiutare Svensk a preparare un carico dalla camera di coltura. Nell'aria calda e fetida il grosso sauro si animò di colpo e investì Quent con un'arringa sulla fitogenetica. Alla fine Quent gli disse di sparire. E lì scoperse, troppo tardi, che dall'interno i comandi del portello funzionavano in modo difettoso. Tre ore più tardi, quando la signorina Appleby decise di indagare sui colpi che sentiva da un po', Quent era rosso porpora per il CO2 che aveva respirato, e lei dovette trascinarlo fuori a braccia.
- Ma cosa ci fa una ragazza su questa bagnarola? - boccheggiò lui.
- Oh, a noi ufficiali logistici piace viaggiare con gli enneù - sorrise lei, mettendo in mostra le fossette. - È così riposante.
Quent rabbrividì e strinse i denti.
In quanto alla Appleby, scoprì che passava tutto il tempo nei suoi cubicoli, a preparare il corredo e un altro mare di cose per la sua futura casa. Possedeva un bottino variegato, e stupefacente. Ma era stata altrettanto abile nel provvedere alle necessità della Rosenkrantz: la nave rigurgitava di provviste. Ed emergeva sul ponte con pasti eccellenti, che sembravano costituire il maggior interesse nella vita del capitano Imray.
Durante il balzo a Turlavon, Quent fece altri due tentativi per introdursi nel regno di Morgan, e venne respinto. Si accontentò di imparare a conoscere la nave vite per vite, manuale alla mano.
Turlavon passò senza incidenti. A Ed, dovettero aspettare che il personale della stazione planetaria finisse di mietere. Per tre interi turni di comando Quent lottò con orbite instabili, finché non scoprì che Ed possedeva gigantesche concentrazioni di masse capaci di alterare la loro orbita e che qualcuno aveva fatto a pezzi l'analizzatore di massa della nave. Sopportò tutto stoicamente, ma sul suo viso si incisero nodi di tensione che parevano vecchi di secoli. Dopo tutto, era figlio di un ammiraglio da parecchio tempo.
A Basedimezzavia si collegarono al cordone ombelicale per scaricare un volano per i giroscopi della stazione. Il ritardo accumulato a Ed li aveva portati fuori fase rispetto al tempo della stazione, e il periodo di buio della base arrivò prima del previsto. Quent ne approfittò per controllare le guarnizioni delle valvole esterne della nave. Era tornato al boccaporto principale quando la sua torcia elettrica intercettò una piccola creatura grigia che volteggiava tra le alette stabilizzatrici di poppa. Era alta all'incirca un metro, e vagamente umanoide.
Quent urlò. La figura accelerò e scomparve fra le corazzature poppiere.
Una smorfia in viso, Quent scese nel quadrilatero ufficiali. Il capitano Imray stava grugnendo, impegnato nei conti del giornale di bordo. Gli altri, sul ponte, ascoltavano il notiziario della stazione.
- Morgan - chiese Quent - è per caso alto così, e grigio?
Imray si appoggiò all'indietro, grattandosi il naso a prugna.
- È lui. È andato a sentire se i giroscopi sono a posto. Morgan è come una mamma, per i giroscopi.
- Deve essere uscito dal portello d'emergenza della sala motori. - Quent indicò il pannello. - Perché la spia non è accesa?
- L'appetito del primo ufficiale per i più minuti particolari della nostra umile nave è davvero ammirevole - sbadigliò Sylla, raggiungendoli. - Se non fosse così noioso.
- Signor Sylla, se la serratura di quel portello…
- Sicuro, sicuro - disse Imray. - Però Morgan non lascia mai niente aperto. Non Morgan. Gli piace andare e venire in santa pace, vernt?
- Volete dire che avete permesso a Morgan di disinserire i circuiti delle spie, capitano?
- La sindrome di insicurezza dei mammiferi - commentò Svensk, apparendo dal cunicolo. Stava giocando con un piccolo toroide di filo metallico che cambiava forma in modo inquietante. - La fobia del ventre materno che si squarcia - gracchiò.
- Capitano Imray - disse Quent - a norma di regolamento, è mia responsabilità supervisionare la sala motori. Col vostro permesso, mi sembra che questa sia l'occasione per dare un'occhiata.
Imray lo scrutò a occhi socchiusi.
- Morgan è un tipo molto sensibile, figliolo, molto sensibile. - Agitò le grandi mani dalle unghie nere per sottolineare la sensibilità di Morgan. Quent annuì e si avviò verso poppa.
- Non toccare niente, figliolo - gli urlò Imray. - Morgan…
Il portello di accesso alla sala motori era ancora bloccato. Quent raggiunse lo scafo e staccò dalla parete l'intelaiatura di supporto di una capsula. Apparve un pannello che serviva a collegare alla sala motori i sistemi di supporto vitale. Svitò il pannello e tirò. Il pannello non si mosse. Spostò un'altra intelaiatura a rete e trovò un congegno magnetico apparentemente privo di comandi. Chiamò Svensk, che arrivò senza troppa fretta e diede uno sguardo al congegno.
- Potete aprirlo?
- Sì - disse Svensk, e ripartì nella stiva.
- Signor Svensk, tornate qui. Voglio che apriate questa serratura.
- Le confusioni semantiche in cui sapete cacciarvi voi umani sono incredibili - gracchiò Svensk. - Non sapete che Morgan desidera resti chiuso?
- Come primo ufficiale della nave vi ordino di aprire.
- Quando ho detto che posso aprire, intendevo coi dovuti arnesi.
- Quali sono i dovuti arnesi?
- In presenza di un certo insieme di pressioni alternate in un ambiente gassoso, va applicata una forza lineare.
Svensk piegò il lungo collo. Quent lo fissò accigliato.
- Pressioni? Signor Svensk, state deliberatamente… - Di colpo, Quent agitò una chiave inglese in direzione del sauro. - È una serratura sonica, giusto? Predisposta per… Signor Pomeroy, portate qui il registratore che c'è nell'armadietto del quadrato ufficiali. Voglio che imitiate la voce di Morgan.
A malincuore, Pomeroy ululò mentre Quent tirava. Il pannello scivolò di lato. Quent si trovò davanti agli occhi un labirinto di fili buio come la notte, al posto dei macchinari e dei corridoi scintillanti di una normale sala motori.
- In nome dello spazio, cosa diavolo…
Quent protese una mano verso l'ammasso di filamenti.
- Signore, al vostro posto non lo farei - consigliò Pomeroy.
- Affascinante! - La testa di Svensk, scarna come un teschio, si affacciò dietro le spalle di Quent.
- Cos'è questo caos?
- Suppongo faccia parte del sistema di sensori che Morgan usa per tenersi in contatto con le strutture dei suoi meccanismi più sottoposte a tensioni. Non avevo idea che possedesse una rete così estesa.
- Per favore, signore, chiudete - implorò Pomeroy.
Quent puntò gli occhi sul reticolato.
- Io entro - annunciò, secco.
Alle loro spalle si levò un gemito assordante. Quent si voltò e una furia grigia gli si lanciò in faccia, sputando scintille. Quent si ritrasse, proteggendosi gli occhi con le braccia. Il pannello si richiuse.
Le luci si spensero. Il vecchio altoparlante esplose in uno strepito fragoroso, ululante. Quent sentì Svensk allontanarsi e barcollò via, inseguito dal suono. L'altoparlante del quadrato ufficiali cominciò a ruggire. Quent trovò la torcia elettrica e corse sul ponte. Il ponte era un manicomio di rumori infernali, e tutte le consolle lampeggiavano. Svensk e Sylla stavano staccando cavi a tutta forza. Quent scaraventò un pugno sul comando che interrompeva il circuito. Non ci fu alcun effetto. Il frastuono atroce continuò.
- L'unica cosa da fare è uscire finché non si sarà calmato - urlò Pomeroy all'orecchio di Quent. - Grazie a Dio non siamo nello spazio.
Gli altri se n'erano andati. Mentre Quent usciva, la signorina Appleby lo raggiunse in un turbinare di seta turchese.
- Idiota - lo investì. - Guarda cosa hai fatto.
Imray se ne stava sul ponte con espressione furibonda. Svensk era ritto in tutta la sua altezza, gli occhi velati dalle membrane. Sylla passeggiava avanti e indietro a orecchie abbassate, e nell'atmosfera c'era molta elettricità.
Quent chiuse di scatto il portello, ma il caos sonoro che echeggiava all'interno della Rosenkrantz era perfettamente udibile.
- Ha amplificato quei circuiti - ringhiò Quent. - Adesso scendo giù e gli tolgo l'aria.
- Asino - gracchiò Svensk. - Siamo nell'aria.
- Allora l'acqua.
- Significherebbe bloccare l'impianto di refrigerazione.
- Deve esserci qualcosa… Cosa mangia?
- Concentrati speciali - sbottò la signorina Appleby. - Alla Centrale gli ho fatto avere scorte per un anno.
Quent prese a calci una cinghia per lo scarico merci.
- In altre parole, Morgan è padrone della nave.
Imray, furibondo, scrollò le spalle. - Lui è padrone, noi siamo padroni, e si va - ringhiò.
- Quando la Supervisione Forza Spaziale saprà di questo episodio, sarà Morgan ad andarsene - promise Quent, cupo.
Sylla sputò.
- Il primo ufficiale si è scordato della Kipsuga Chomo. O forse ricorda il quattro - dieci che gli ha dato tanto fastidio?
- Come? - Quent si girò verso il lontroide. - Io non ho dimenticato niente, signor Sylla. Cosa c'entra la Kip con Morgan?
Imray scosse le guance. - No, Syll, no!
Svensk tossicchiò.
- Sentite, signore - disse Pomeroy - Morgan ha intenzione di andare avanti tutta la notte. Non la pianterà. Che ne dite di scendere con me all'ufficio e cercare un posto per dormire?
La signorina Appleby tirò su col naso.
- Sarebbe utile.
Il frastuono proseguiva altissimo. Quent scese con Pomeroy agli uffici della base, dove trovarono solo un alloggio per una donna. La base era stracolma di coloni in attesa di essere trasferiti alla Rotta Leo. Alla fine, l'ufficiale maschio umano della Rosenkrantz si rassegnò a passare una notte inquieta sdraiato su un carico di tessuti, e a sopportare le battute degli scaricatori quando si riaccesero le luci.
Suoni orribili uscirono dalla Rosenkrantz per tutto il mattino. Dopo il pasto di mezzogiorno, Morgan parve stancarsi. Gli ufficiali, cauti, rientrarono a bordo.
- Bisogna dargli il tempo di calmarsi - disse Pomeroy. E, con tempismo perfetto, ci fu una breve eruzione dagli altoparlanti. Pochi minuti dopo, un'altra. I membri dell'equipaggio andarono a distendersi sulle amache, lasciando Quent nel quadrato ufficiali a covare pensieri cupi.
Era ancora lì quando arrivò la signorina Appleby.
- Temo di essere stata scortese, tenente Quent.
Lui alzò la testa, distrutto. La ragazza era raggiante.
- Quello che avete fatto, in fondo, per me è stato un grosso colpo di fortuna.
La Appleby sorrise. Mise giù il suo pacchetto e si servì tè e una galletta. Anziché portare tutto nei suoi alloggi, sedette al tavolo con un gridolino eccitato.
Quent sgranò gli occhi, raddrizzando le spalle.
- La signora Lee - confidò la ragazza, felice. - Avete presente? La coIona. Ha venti metri di passamaneria Gregarin. C'è voluto un giorno intero per convincerla a darmene un metro in cambio di una foderina per tailleur e una cassa di bevicaldo. Non ci sarei mai riuscita se non fossimo stati trattenuti qui, grazie a voi.
La Appleby fissò Quent con occhi adoranti.
- Be', io…
- Ci farò il panciotto del secolo per Bob - sospirò lei. - Bob adora i panciotti… Fuori servizio, ovviamente.
Quent abbassò la testa sui pugni. Era cresciuto in compagnia di due sorelle maggiori.
- Grandioso.
- Siete depresso - osservò lei.
Quent emise un sospiro e scosse la testa. Assurdamente e pericolosamente, si trovò a scrutare quei grandi occhi verdi.
- Signorina Appleby - sbottò - quando sono stato assegnato a questa nave ero completamente privo di pregiudizi contro i nonumani. Completamente. Mi sembrava un'ottima possibilità per dimostrare a mio padre che altri esseri sono in grado di servire nella Forza Spaziale quanto… - Gli si spense la voce. - Adesso non so proprio. Questo caos… Quell'insopportabile Morgan…
- Una strana reazione, tenente. Noi ragazze diciamo sempre che le navi più sicure sono quelle che hanno a bordo un alieno della razza di Morgan. Sono pronti a fare tutto per la nave. Come per la Kip, ad esempio.
- Cosa ne sapete della Kipsuga?
- Semplicemente che il loro ufficiale alle macchine ha salvato tutti. Ha riportato la nave alla Centrale. Ikka qualcosa. Pom dice che è morto.
Quent corrugò la fronte.
- Buffo che non me ne abbiano parlato.
- È probabile che vi tengano nascoste le cose a causa di vostro padre… Non credete, tenente? - La Appleby si alzò, stringendo il pacco al petto. - Sono brave persone - disse, sincera. - Bisogna solo capire il loro modo di fare. Bob lo dice sempre. Dice che un'infinità di ufficiali della Forza Spaziale sono pieni di pregiudizi senza saperlo.
Quent la guardò: la ragazza sfavillava di amicizia pangalattica.
- Può darsi - ribatté lentamente lui. - Signorina Appleby, forse non ho…
- Si sforzi un po' di più - lo incoraggiò lei. - La signora Lee mi ha detto che c'è un giornalista che fa domande su di voi…
- È ora di mangiare.
Il gracidio secco la interruppe. Svensk si srotolò giù dalla scala.
- Subito.
La Appleby svanì. Svensk fissò Quent con occhio sospettoso.
- Serpente - scherzò Sylla, saltando giù. - Voi rettili ignoravate persino l'esistenza del tempo finché non vi abbiamo dato i panciotti termici. Sul mio pianeta esiste ancora il tabù che proibisce di mangiare lucertole, per la loro sgradevole tendenza a putrefarsi in stato di torpore.
- Il livello di attività non ha alcun rapporto con l'intelligenza - gracchiò altezzosamente Svensk.
- D'altra parte… - Sylla si leccò le vibrisse. - I nostri primati sono considerati molto appetitosi. Brasati, è ovvio, con un rien di sedano. Divertente, no, primo ufficiale Quent?
Quent, piano, esalò una boccata d'aria.
- Se così vi pare, signor Sylla. - Piegò la bocca in quello che sembrava quasi un vero sorriso. - Scusatemi. Credo che andrò a riposare.
Il silenzio alle sue spalle durò tanto tempo che quasi gli venne qualche sospetto.
3.
Le due settimane seguenti trascorsero nella laboriosa manutenzione dei radiofari lungo la Rotta Leo. I fari erano del vecchio tipo M20, che Quent aveva già maledetto quando navigava sull'Adastra. Adesso scoprì che i guai nascevano dalla voluminosa intelaiatura protettiva: attirava la polvere, creando squilibri elettrostatici che distorcevano lo spettro del raggio e, col tempo, modificavano l'orbita del faro. Bisognava ripulirle e neutralizzarle periodicamente. Il lavoro richiedeva lunghe ore, e una stretta collaborazione fra gli uomini. Al quarto e ultimo radiofaro, la mascella di Quent era tormentata da un dolore perenne.
- Non avete ancora finito, primo ufficiale?
Quent se ne stava aggrappato, in precario equilibrio, all'estremità di una scivolosa valvola cinetica. Sopra di lui, Sylla guizzava tra le griglie del faro con l'agilità delle sue antenate lontre, maneggiando destramente il cavo per il lavoro nello spazio.
- È chiaro che l'Accademia non pensa che i suoi cadetti debbano subire l'affronto del lavoro manuale - commentò Sylla.
- Ammetto di avere poca esperienza in questo genere di cose, e di non essere veloce quanto voi - rispose Quent, in tono calmo. - Signor Svensk, in che direzione state lanciando il cavo di dragaggio?
- Come da vostra richiesta, giù - disse Svensk, dall'altra parte del faro. - Anche se mi pare assurdo.
- Volevo dire quaggiù, verso di me. - Quent respirò a fondo. - Non verso il centro di gravità del sistema nave - faro. Temo di aver usato un'espressione ambigua.
- Tenente Quent, signore - disse la voce di Pomeroy dalla nave. - Se non vi spiace, signore, potreste abbassare un po' il volume? Il vostro microfono emette strani ronzii, e il segnale della Greenhill è terribilmente debole.
La Greenhill, una nave di coloni partita da Basedimezzavia, stava controllando la taratura dei fari.
Quent imprecò e spense la radio della tuta. Un attimo dopo, avvertì uno strattone al proprio cavo e si trovò a roteare nello spazio, a un paio di metri dalla valvola. Il cavo era privo di tensione. Quando smise di roteare, vide che Svensk lo aveva colpito col cavo di dragaggio e stava ripartendo dal bordo del radiofaro. Sylla non si vedeva.
- Volete che la vostra vita dipenda da un polipo? - borbottò Quent sottovoce. Fece per azionare l'interruttore del microfono, poi si fermò. La sua orbita stava decadendo. Si diede una spinta in alto e cominciò a respirare con molta calma.
Gli altri erano già rientrati a bordo e si erano tolti le tute quando Quent terminò di pulire l'alloggio della valvola. Nel quadrato ufficiali incocciò la signorina Appleby, che stava portando un vassoio di cibo al cubicolo di Imray.
- Voglio sappiate che ci sto provando - le disse, esausto.
- Questo è lo spirito giusto, tenente.
Quent si rese conto che sarebbe diventata una moglie super per un ammiraglio.
La Greenhill confermò le tarature dei fari, e la Rosenkrantz partì verso il Complesso Chung. Quando venne spenta la propulsione spaziale, gli schermi si accesero di un'apoteosi di luce. Il Chung era uno sciame di soli multicolori, caldi e invitanti dopo il buio della Rotta Leo.
- Non lasciatevi ingannare, signore. - Pomeroy spezzò il filo del suo lavoro all'uncinetto con le dita sporche. - Questo posto mi fa paura, sul serio. - Roteando gli occhi, afferrò la fiaschetta. - Tutti enneù, qui. E ce ne sono un sacco anche sott'acqua, di quelle cose bavose. Persino il signor Sylla le odia.
Nonostante i timori di Pomeroy, i primi scali passarono solo coi soliti problemi per lo scambio della posta e dei messaggi. L'ometto continuò a seguire Quent dappertutto, borbottando cupo. E ogni volta che riusciva a sgattaiolare via dal ponte, si riempiva di dosi sempre più massicce di Fulmine Leo.
- Lasciatevelo dire da Pomeroy, signore - mugugnava durante i turni di notte. - Laggiù ci sono dei demoni. Non dovremmo avere niente a che fare con cose come quelle. Pomeroy lo sa. Pomeroy ha visto spettacoli che nessun umano dovrebbe sopportare. Vermi. E i vermi sono ancora il minimo. - La sua barbetta a punta ballonzolava sopra lo scarno pomo d'adamo. - Vermi e peggio.
Le orbite nel Complesso Chung proseguirono senza guai, a parte quelli creati da Svensk e Sylla; e anche quei due sembravano meno in forma del solito. Quent vide "vermi e peggio" solo sugli schermi della nave. La maggioranza degli alieni addetti alle comunicazioni erano creature acquatiche. Alcuni somigliavano a vermi, e un paio avevano i tentacoli. Ci fu una specie di seppia davvero repellente, con organi non identificabili che si muovevano attorno a occhi peduncolati. Ci fu anche un delfinoide piuttosto simpatico che Pomeroy trattò al vetriolo. Apparteneva alla razza che aveva chiesto il servizio di traghetto per i polipi.
- Io ho una mentalità aperta, signore - disse Pomeroy a Quent, quella notte. - Pomeroy è un tipo tollerante. Li sopporto. - Un singhiozzo. - Poco da dire. Pomeroy è caduto in basso, non lo nego. Però quelle cose là sotto… - Rabbrividì e gli balzò più vicino, con aria confidenziale. - Credono di essere a posto come noi umani, signore. A posto come voi, o magari anche meglio. Cosa succederà quando quelle cose decideranno di voler entrare nella Forza, signore? Si aspettano che un umano prenda ordini da un verme? - I suoi occhi iniettati di sangue scrutarono, ansiosi, quelli di Quent.
- Signor Pomeroy, se per caso avete l'impressione che io condivida il punto di vista di mio padre sulla presenza dei non umani nella Forza Spaziale, vi sbagliate.
- Voi siete un uomo tollerante, signore. Ma uno non può fare a meno di chiedersi…
- In futuro, fatemi il piacere di tenere per voi i vostri interrogativi, signor Pomeroy - ribatté freddamente Quent. - Per vostra informazione, io sono del tutto favorevole al programma di integrazione. Se un essere è uno spaziale competente, non vedo che rilevanza abbia il suo aspetto fisico.
Pomeroy chiuse la bocca e tornò alla sua consolle, in un silenzio offeso. Dopo un po', fece una visita prolungata al quadrato ufficiali e rientrò asciugandosi la bocca. Per diversi turni di comando parlò solo quando Quent gli rivolse la parola.
All'ultima fermata nel Complesso Chung presero a bordo una nave - traghetto per brevi distanze. Al pilota occorreva un passaggio fino a Baseremota. Il pilota era una versione più piccola di Svensk. Caricarono la navetta senza incidenti, e la Rosenkrantz iniziò il lungo balzo verso la base. L'espressione di Quent cominciò a farsi un po' meno accigliata.
Il viaggio si svolse in relativa tranquillità, per Quent. Svensk e il pilota del traghetto si sbancarono a vicenda con un esotico gioco topologico, e Sylla si dedicò anima e corpo al computer, nel tentativo di impostare un programma di analisi poetica. Imray, sempre più taciturno, trascorse lunghe ore nel suo cubicolo. Di tanto in tanto Quent lo sentì discutere con uno degli altri. Quent diede il via a una discreta ispezione dei circuiti elettrici della nave e riuscì a non sconvolgere Morgan. A quanto sembrava, le cose si stavano sistemando.
L'impressione si rafforzò quando raggiunsero Baseremota. Eseguirono lo scambio di corrispondenza e scaricarono il traghetto in quattro e quattr'otto. Pomeroy arrivò al punto di cambiarsi la camicia. Lui e gli altri partirono per una visitina a un'altra ennepì, la Jasper Banks, che era di passaggio lì per una lunga missione. La signorina Appleby non diede tregua all'ufficiale ai rifornimenti, che le aveva promesso una parure di vetri periati di Chung per lei e una cassa di uova di pesce per la mensa. La stazione, piccola e noiosa, non offrì diversivi a Quent. Il tenente decise di andare a controllare le antenne esterne.
Si stava infilando la tuta quando sentì gli altri tornare a bordo. Salì sul ponte e li trovò pronti a decollare.
- Chiama Appleby - grugnì Imray, sintetico. - Si parte adesso.
La meta successiva erano le colonie minerarie di Miniera, Tonnara e Solfata. La nave ripartì senza che gli ufficiali si scambiassero un'altra parola. E non appena furono in propulsione spaziale, Imray lasciò il ponte.
Il breve tragitto fino a Miniera si svolse in un silenzio sempre più totale. Imray restò nel suo cubicolo. Gli altri parevano nervosissimi. Solo Pomeroy aveva qualcosa da dire: continuò ad assillare la Appleby per avere notizie della salute di Imray.
- Dice che il cuore gli dà problemi, ma non vuole lasciarmi usare l'analizzatore medico - li informò la ragazza. - Comunque, il suo appetito è buono.
- Deve andare in pensione fra poco, signore. - Pomeroy scosse la testa.
A Miniera, Imray non si presentò sul ponte. Mentre facevano rotta per Tonnara, chiamò Quent in cabina.
- Brutta situazione - annunciò roco, non appena la testa di Quent emerse dallo sfintere. Il muso dell'ursinoide era stravolto, e il pelo ritto.
- Prendi tu il comando, figliolo. - Imray gesticolò debolmente, facendo cadere un vassoio vuoto.
- Signore, secondo me dovreste permettere alla signorina Appleby di usare le attrezzature mediche.
Imray gemette.
- La medicina non può fare niente per la vecchiaia. Ho provato con le pillole. Inutile.
- Torniamo all'ospedale di Baseremota.
- E cosa mi faranno? Torture, e basta. Lo so. La mia razza crepa in fretta. Tu sei capitano. Guarda che lo dirò a Morgan.
- Mi state ordinando di diventare capitano prò tempore, signore?
Imray annuì. I suoi occhietti vagavano qua e là febbrilmente.
- Ma…
- Niente ma. Tu sei capitano.
Imray chiuse gli occhi, e il suo respiro si fece rumoroso.
Quent lo studiò, accigliato.
- Sì, signore - disse lentamente. - Dirò a Pomeroy di venire qui col diario di bordo, per la registrazione.
Uno degli occhi di Imray guizzò un attimo e tornò a chiudersi.
Quent si ritirò dalla cabina. Il suo primo comando, e sulla Rosenkrantz. Tutti i nodi di tensione che erano spariti dal suo viso riemersero, più accentuati di prima.
Con sua sorpresa, gli altri accettarono la situazione senza fare commenti, a parte il sarcasmo con cui Sylla usava il suo nuovo titolo. Anche Morgan tenne fede alle promesse di Imray. Continuò a restare zitto, ma durante le manovre a Tonnara le emissioni di energia furono impeccabili. Il cipiglio di Quent si fece più marcato.
Il tenente cominciò ad aggirarsi per la nave a strane ore, e a dormire poco e male. Erano ormai giunti alle zone più remote dell'area che dovevano pattugliare; correvano verso Solfata lungo il margine del settore. A dritta, la galassia era priva di sorveglianza e in buona parte sconosciuta. Quent trascorreva ore agli analizzatori video. Aveva già visto lo spazio selvaggio dal ponte della grande, e praticamente indistruttibile, Adastra. Da una ennepì con quattro piccoli razzi e una semplice schermatura antimeteore appariva molto più selvaggio. Una notte sognò di tempeste nucleari e si alzò per controllare di nuovo i sensori. Mentre tornava all'amaca, sentì:
Toujours j'entends la mer qui fait du bruit.
Triste comme l'oiseau seule…
Quent gemette e si coprì le orecchie coi lembi dell'amaca, per mettere a tacere il brontolio meccanico che giungeva dal ponte. Sylla stava facendo tradurre poesie dal computer nella sua lingua, il francese terrestre. Poi al frastuono si sostituirono i rumori incomprensibili di una zuffa.
Con un sospiro, Quent scese dall'amaca. Era quasi il suo turno di comando, e avrebbero raggiunto presto Solfata.
Nel cunicolo trovò Pomeroy che indietreggiava uscendo dalla cabina di Imray, fiaschetta in pugno.
- Come sta, signor Pomeroy?
L'ometto dagli occhi cisposi scrollò la testa, ma non disse niente.
Nel quadrato ufficiali, la signorina Appleby stava preparando il prosciutto affumicato che era riuscita a procurarsi a Tonnara.
- Solo caffè, grazie - le disse Quent.
Lei scoccò un sorriso di simpatia all'espressione corrucciata del tenente e svanì nel suo magazzino.
Quent portò il caffè sul ponte, diede il cambio a Svensk e Sylla. Stanchissimo, si preparò ad ascoltare un nastro di dati. Pomeroy si infilò al suo posto e cominciò a dormicchiare. Nel quadrato ufficiali, gli altri due continuarono a litigare come matti.
Pomeroy si rizzò a sedere di scatto.
- Solfata, signore. Pare ci siano guai.
- Che tipo di guai, signor Pomeroy?
- Troppo presto per dirlo, signore. Per adesso, più che altro rumori confusi.
Solfata era un pianeta nonumano affiliato, che gli indigeni chiamavano Szolphuilde. Gli abitanti venivano descritti come piccoli, timidi, di colore roseo, bipedi e probabilmente bisessuati, con una tecnologia a livello fibre e ceramica. Era adatto all'esistenza umana, ma non ci vivevano umani.
- Sono stati attaccati da una banda di razziatori - lo informò Pomeroy dopo un po'. - Dicono che sono arrivati su una nave spaziale… Un minuto, signore. - Il vecchietto strizzò gli occhi, restò in ascolto. - Quei mostri, signore. Pare siano umani.
- Umani?
- Così li descrivono quelli là, signore. Come noi.
- E cosa stanno facendo agli indigeni?
- Pare li stiano mangiando, signore.
- Mangiando, signor Pomeroy?
Pomeroy annuì. Quent si protese sull'imboccatura del cunicolo e chiamò Svensk. Apparve la grande testa del sauro.
Quent chiese: - Esistono spaziali umani che potrebbero essere atterrati qui e aver attaccato gli indigeni, magari per, ehm, usarli come cibo?
Svensk, pensoso, alzò le membrane oculari.
- Alludete forse ai Draghi?
- Cosa sono i Draghi?
- I Draghi, come si fanno chiamare, sono una banda di umani. Le loro forze e la loro base sono sconosciute. Posseggono non meno di cinque astronavi e sopravvivono con sporadiche incursioni contro navi e colonie - gracchiò Svensk. - Fino a poco tempo fa erano segnalati solo nel settore dieci, ma ultimamente…
- Uno dei nostri problemini - sorrise Sylla. Balzò alla consolle e cominciò a lustrarsi gli artigli. - Del tutto estranei all'attenzione dell'Accademia.
- Navigatore, un'orbita di ricognizione, per favore. Signor Svensk, cerchiamo di localizzare quel vascello al più presto. Signor Pomeroy, chiedete dov'è la nave, quanto è grande, quanti sono gli attaccanti e che armi hanno.
L'addetto alle comunicazioni di Solfata pensava che la nave fosse scesa a nordest della città che ospitava il porto. Il vascello era più grosso e più brillante del sole e trasportava come minimo cinque mani di mostri. I mostri spruzzavano fiamme che non facevano rumore.
- Sono trenta, signore - disse Pomeroy. - In quanto alle armi, i Draghi dovrebbero avere laser, lanciafiamme, granate, e forse un lanciarazzi o due per uso a terra. Quei fessi non sanno niente di navi o armi, signore. Stanno ancora a prendersi a sassate, più o meno.
Non avevano ancora rintracciato la nave nemica quando scese la notte sulla zona della città di Solfata. L'indigeno addetto alle comunicazioni stava diventando nervoso.
- Dice che i mostri stanno tornando - comunicò Pomeroy. - Sentite.
L'altoparlante emise un vocio confuso, lanciò una serie di strilli e piombò nel silenzio.
- Finito, signore. Ha tagliato la corda. Be', qui non concluderemo niente. Meglio stendere il rapporto e ripartire.
- Signor Svensk, com'è quel campo? - chiese pensoso Quent.
Il lucertolone era tutto preso a regolare i sensori.
- Signor Svensk, quel campo di atterraggio si può usare?
Svensk alzò la testa.
- Molto primitivo, signore.
- Navigatore - disse Quent, gelido. - Traiettoria di atterraggio sul campo, per favore.
Tre paia di occhi gli si puntarono addosso.
- Atterraggio? - Sylla si leccò i baffi. - Forse il capitano prò tempore non sa che le navi di pattuglia…
- Ho ispezionato il nostro sistema, signor Sylla. È perfettamente operativo. In caso vi preoccupiate, il mio addestramento comprendeva l'atterraggio di navi simili a questa.
- Ma signore - protestò Pomeroy - e Morgan? Non gli piace scendere sui pianeti, signore.
Quent guardò gli altoparlanti e si schiarì la gola.
- Signor Morgan, su questo pianeta c'è un'emergenza, e dobbiamo atterrare. Conto sulla vostra collaborazione. Signor Sylla, è pronta quella rotta?
- Pronta - sibilò Sylla fra i denti.
Quent mise in funzione i motori ausiliari e cominciò a impostare gli ordini per il pilota automatico. Quando toccò la tastiera, dagli altoparlatni uscì il solito frastuono.
- Signor Morgan. - Quent batté le dita sul microfono. - Smettetela. Dobbiamo atterrare, avete capito? Porterò la nave giù!
Al frastuono si aggiunse uno strepitio intermittente, e le spie cominciarono a lampeggiare. Svensk balzò verso i cavi del computer.
- Smettetela, Morgan. Smettetela. Atterrerò, a costo di fracassare la nave. Avete sentito? Ci farete precipitare!
- In nome del Sentiero. - Imray emerse dal cunicolo. - Cosa c'è?
- È nostro dovere atterrare, signore - disse Quent. - Emergenza sul pianeta.
Imray balzò sul ponte, coprendosi le orecchie con le zampe. Fissò Quent.
- Do il via all'operazione.
Quent fece partire i comandi manuali.
Imray afferrò il suo microfono.
- Morgan… Morgan, ragazzo mio, sono io. - La voce di Imray si abbassò a un'immane cantilena. - Fai il bravo, Morgan. Dobbiamo scendere. Te lo giuro, solo per pochi minuti. La nave non soffrirà. Morgan! Mi senti, Morgan? Morgan, ragazzo mio, stai a sentire Imray. Ti regalerò dei superconduttori da dieci metri. Fantastici!
I gemiti strazianti si ridussero a un miagolio.
- Ci lascerai atterrare per benino, Morgan, vernt?
Silenzio. Imray si portò un pugno al petto, e la sua testa crollò.
- È troppo, figliolo - sibilò, e scomparve sotto.
- Conteggio alla rovescia per il pilota automatico - disse Sylla. Quent batté freneticamente sulla tastiera, mentre la decelerazione li stringeva nella sua morsa. Sugli schermi, il pianeta arido e anonimo era sempre più vicino.
Il pilota automatico prese il comando della situazione senza tante cerimonie e li portò giù, con molti scrolloni ma sani e salvi. Quando la polvere smise di turbinare attorno a loro sul campo d'atterraggio illuminato dalla luna, si trovarono davanti un grappolo di capannoni attorno alle antenne radio. Non c'erano luci.
- Se la sono data tutti a gambe, signore - disse Pomeroy. - Fino a domattina qui non possiamo fare niente.
- Signor Pomeroy, voi parlate la lingua locale - disse Quent. - Vi raggiungerò nella stiva. Preparate la slitta.
- Ma signore…
- Signor Svensk, è esatto presumere che non occorrano maschere o tute particolari su questo pianeta?
Svensk sospirò.
- Non occorre niente.
Seguirono Quent in silenzio, mentre lui prendeva due attrezzature da campo e due laser balistici portatili. Nella stiva aprì entrambi i portelli e ordinò a Pomeroy di salire sulla slitta.
- Tenente Sylla, prenderete voi il comando della nave. Uno di voi dovrà esssere sempre sul ponte. Se non torniamo entro l'alba, procedete a indagare senza mettere in pericolo la nave. Se non potete aiutarci senza far correre rischi alla nave, decollate immediatamente e comunicate i fatti a Baseremota. Chiaro?
Gli occhi di Sylla stavano per schizzare dalle orbite.
- Chiaro, capitano prò tempore!
Il lontroide accennò un saluto.
Svensk osservò in silenzio, con la testa scheletrica schiacciata contro le spalle dalla gravità.
Quent lanciò la slitta aerea nel chiarore lunare. Il terreno sotto era piatto e arido, solcato da pochi corsi d'acqua scuri e asciutti. La città era un grumo di edifici a forma d'alveare, con una piazza al centro. Quent stazionò sopra una struttura illuminata da torce, un tempio. Non si muoveva nulla.
- Per ora non sono visibili danni. Scendiamo a parlare col capo.
- Fate attenzione, signore - raccomandò Pomeroy, nervoso.
Sulla piazza, picchiarono e urlarono alla porta della casa - alveare più grande. Alla fine venne ad aprire un indigeno, piccolo e tozzo, coperto al cento per cento da una tunica di stoffa morbida e lucida.
- Ditegli che siamo amici. Dov'è il capo?
L'indigeno si eclissò a quattro zampe, nel tintinnio della tunica. L'interno dell'alveare era un labirinto di passaggi di vimini; ogni superficie era decorata da pezzetti di metallo e nappe colorate. L'indigeno tornò, fece cenno di seguirlo, e i due avanzarono in un corridoio di vimini. Nella sala che raggiunsero, un nativo ancora più grasso e tozzo, vestito di una tunica brillante, sedeva in una nicchia illuminata da una lanterna. Il soffitto era così basso che persino Pomeroy dovette piegare la testa.
Gorgogliò qualcosa al capo, che rispose in fretta, agitando di tanto in tanto le braccia fra tintinnii secchi. Gli invasori, comunicò Pomeroy, avevano bruciato diverse fattorie a nordest della città e portato via le famiglie. I pastori che li avevano spiati li avevano visti arrostire e mangiare i prigionieri all'ombra della nave.
- Va bene - disse Quent. Fece un inchino al capo, poi i due tornarono alla slitta.
Ripartirono a tutta birra in direzione nordest. Oltre i confini della città, gli aridi pascoli si stendevano nudi fino a una linea di altopiani, sotto la luce intensa della grande luna. Qua e là c'erano piccole fattorie ad alveare disseminate fra giardini irrigati.
- Dove sono le fattorie bruciate? - Quent scrutava attorno con attenzione. - Dov'è quella nave?
- Siate prudente, signore - implorò Pomeroy. - I Draghi ci salteranno addosso come demoni…
Quent si abbassò per un giro di ricognizione. Mentre sorvolavano una fattoria, spuntarono un po' di teste.
- Sono spaventati a morte, signore. Credono che siamo Draghi. Poveracci.
- Spaventati. - Quent passò gli occhi sull'orizzonte illuminato dalla luna. - Ah, cos'è quella?
Pomeroy si agitò irrequieto.
- Una fattoria bruciata, signore. Inutile spingerci più avanti.
Quent fece il giro dell'edificio bruciato. Di colpo fece atterrare la slitta in cortile e saltò giù, sollevando cenere. Un attimo dopo era di ritorno e ripartiva con la slitta. Poi afferrò il microfono.
- Quent alla Rosenkrantz. Ho trovato quella nave.
L'altoparlante emise uno stridio. Quent scostò il braccio di Pomeroy, e con un guizzo si impossessò del laser dell'ometto.
- Mi sentite, Rosenkrantz?
- Dove si trova la nave, capitano pro tempore? - chiese la voce di Sylla.
- Cinquanta chilometri circa a nordest del campo d'atterraggio, in un canyon - rispose Quent. - Ho avvistato anche un gruppo di uomini che si sta dirigendo da questa parte. Sono armati. Mi hanno visto. Attenzione. Riferite immediatamente tutto a Baseremota e preparatevi a decollare. Io affronterò quegli uomini. Ripeto, comunicate alla base e sigillate la nave. Mi trovo sotto il loro fuoco. Chiudo.
Spingendo Pomeroy in un angolo, Quent strappò i cavi della radio e ripartì verso il campo a velocità massima.
- Signore… Tenente Quent, signore, non…
Quent ignorò le proteste. Spense il motore e fece volteggiare la slitta al limitare del campo, a livello dei cespugli. Raggiunse la nave in silenzio perfetto. Scartò dietro una gamba d'atterraggio e apparve di colpo davanti a Svensk e Sylla, fermi dietro il portello aperto. Quent balzò giù dalla slitta, il laser in pugno.
- Avete comunicato con la base come vi avevo ordinato, signor Sylla?
Il lontroide scrollò le spalle.
- Ma cosa dovevo comunicare, capitano pro tempore?
- Appunto - sbottò Quent, e s'avviò verso il ponte con tutti e due i laser infilati alla cintura. Gli altri lo seguirono.
Imray sedeva nella poltrona del comandante. Scrutò Quent in silenzio, le braccia incrociate sul petto massiccio.
- Vi sentite meglio, signore? - ringhiò Quent. Poi girò sui tacchi e puntò la mascella sul muso di Sylla. - Ve lo dico io perché non vi siete messi in contatto con Baseremota. E perché voi due ve ne stavate nel portello aperto quando vi avevo ordinato di sigillare la nave. Perché sapete benissimo che qui non c'è l'ombra di un nemico.
Adesso teneva la schiena rivolta agli schermi, e aveva estratto un laser.
- Non c'è nessuna nave! Non ci sono Draghi! È solo una farsa colossale, e ci siete dentro tutti. Tu, pagliaccio d'un Pomeroy… Voi, capitano Imray! Cosa state cercando di nascondere? Contrabbando? Estorsione? O devo farvi sputare la verità a suon di pugni?
Udì un fruscio, vide la mano di Svensk alzarsi sui comandi del panciotto.
- No, no, Svensk - ruggì Imray. - Di lotte fra noi non ce n'è bisogno. - Scosse pesantemente la testa. - Te l'avevo detto, questa storia dei Draghi è un brutto affare.
- Ah, i vostri Draghi! La faccenda puzzava fin dall'inizio. Permettetemi di dirvi qualcosa, signori. - Quent puntò il laser su Sylla. - Tu prendi sempre in giro il mio addestramento, ma c'è una cosa che non sai della vita in Accademia. Nei miei anni da cadetto sono stato strigliato e torturato e martirizzato da esperti. Esperti. - La voce di Quent si alzò. - Cristo, ne ho viste di tutti i colori. E voi, signori, siete un branco di dilettanti. Buoni per la tridì.
Sbuffò, fissandoli con aria sprezzante. Nessuno parlò.
- Credete che non abbia capito il trucco, quando mi è stato affidato il comando della nave? Cercavate solo un modo per infangare il mio curriculum. Qui a Solfata… Avrei dovuto lasciar perdere tutto, non è vero? Come no. E tu… - Agitò il laser in direzione di Pomeroy. - Tu avresti contraffatto il diario di bordo, per dimostrare che mi sono rifiutato di aiutare degli alieni a difendersi dagli umani, giusto? Per poi mettermi sotto accusa? Ma perché? Il mio turno di servizio qui finirà tra non molto. Perché dovevate rovinare proprio me? - Corrugò la fronte. - Mio padre. Un ricatto. Voi avete un piano preciso. Guardate che farò a pezzi la nave, qui, su questo pianeta. Risulta dalle registrazioni che voi non siete in condizione di comandare, capitano. Non ci avevate pensato, eh, quando avete fatto tutta quella scena?
Gli altri lo fissavano a bocca aperta. Le pupille di Sylla si allargarono, poi si restrinsero.
- Adesso ti spiego io, intelligentone - grugnì Imray, grattandosi la pancia. - Figliolo, hai frainteso…
Un miagolio acuto dalla sala motori lacerò l'aria. Imray si girò, afferrò la sua rete.
- Ricevuto, ragazzo.
- Fermi lì - urlò Quent. - Non provatevi…
Sylla e Pomeroy balzarono alle rispettive consolle. Svensk stava sparendo giù per la scala.
- Ho detto di fermarvi. - Quent afferrò il comando del circuito di esclusione. - Da qui non vi muovete.
- Siediti, figliolo, siediti - mugugnò Imray. - È pericoloso, te lo giuro sul Sentiero. Se non decolliamo, perdiamo la nave.
- Esatto, signore. Finiremo uccisi, se non ci lasciate partire.
Sylla batteva freneticamente sulla tastiera, il pelo ritto in testa. Il portello della stiva si chiuse con un colpo secco.
- Se è un altro… - boccheggiò Quent.
Lasciò andare il comando e cominciò ad avvolgersi nella rete, con una sola mano, tenendo puntato il laser.
La zampa di Imray piombò giù, e parecchie montagne invisibili caddero su di loro quando la Rosenkrantz schizzò via dal pianeta in propulsione spaziale.
- L'altro lato della luna, Syll - sibilò Imray.
- Va bene. Cosa succede?
- Draghi - disse Pomeroy.
- Volete continuare la farsa?
Svensk, diretto alla sua consolle, riemerse dal cunicolo. Sfiorò il laser di Quent. Sugli schermi, la luna era sempre più grande. Superarono la linea di confine tra luce e buio.
- I Draghi sono veri, figliolo - disse Imray. - Se ci beccano a terra, siamo finiti. Si va al creatore. Cos'è, ci hanno fiutati?
- Credo proprio di no. - Ai gracidìi stentati di Svensk si era sostituito un impeccabile accento galattico. - Morgan li ha localizzati appena sotto l'orizzonte, e le nostre emissioni dovrebbero essersi esaurite quando loro arriveranno sul posto.
Con una smorfia, Quent guardò Imray stabilizzare la nave sopra i crateri oscuri della luna. Poco prima, era stata la luce del satellite a guidare la sua ricerca.
- Arrivano - disse Pomeroy. - Sentite.
Un gracchiare confuso invase il ponte. Quent distinse la parola kavrot pronunciata in un galattico rozzo. Il kavrot era un rettile alato, piccolo e repellente, che infestava le navi da carico non troppo pulite.
- Parlano di noi - sorrise Pomeroy. La sua barbetta non tremava più. - I kavrot siamo noi. Però direi che non sanno che siamo qui.
Spense il circuito dell'altoparlante.
- Emissioni di frenaggio - disse Svensk. - Forse scendono.
Quent si tirò su e si portò alle spalle del lucertolone, il laser in pugno. Svensk non alzò la testa.
- Se è un altro imbroglio…
Studiò gli schermi. Nessuno gli prestava attenzione.
- Capitano? - Sylla aveva sollevato il pugno.
4.
Imray grugnì, e la Rosenkrantz cominciò a scendere in silenzio, sotto la spinta delle unità giranti, verso le cime illuminate dal sole all'orizzonte est della luna. Sylla fece un cenno con la zampa al capitano e spinse un comando sulla destra. La nave si inclinò nella virata e le montagne si alzarono attorno a loro. Imray abbassò il pugno, togliendo energia; fluttuarono sotto una vetta circondata da fuochi di cristallo. La montagna li rendeva invisibili dal campo d'atterraggio sul pianeta sotto di loro.
- Sono all'ultima orbita - disse Svensk. - Splendido. Hanno fatto saltare le antenne del campo. Questo elimina le nostre tracce. Adesso atterrano.
- Dal che si deduce? - chiese Sylla.
- Dal che si deduce che non sanno che siamo qui o non gliene importa niente, oppure che hanno qualche altro piano. Potrebbe essere una trappola?
- Meglio la prima idea - disse Imray.
- Mandano fuori un gruppo di uomini.
Pomeroy riaprì il circuito dell'altoparlante. Udirono voci roche, adesso accompagnate da fragori metallici. Quent sistemò i laser sulla sua consolle.
- Sono umani?
Imray annuì con aria cupa.
- Brutta faccenda, ragazzi. Vogliono darci dentro.
- Mangeranno gli indigeni?
- Forse sarebbe meglio - borbottò Imray. - No, non sappiamo esattamente cosa facciano. Sono venuti qui solo un'altra volta, hanno bruciato due fattorie e sono ripartiti subito. Perché tornare?
- Ricorderete la mia ipotesi all'epoca - disse Svensk.
Sylla emise uno sbuffo sibilante.
- Sì. Rozzo ma efficace. - Svensk annuì. - I mattoni dovrebbero formare ottimi crogiuoli, e il calore sviluppato sarebbe sufficiente a raffinare buona parte dei metalli.
Pomeroy intercettò l'occhiata di Quent.
- Avete visto il metallo che c'è nelle loro case? Ne hanno dappertutto, perfino sui vestiti. Ogni casa ne è imbottita. Lo accumulano da secoli. Non se ne fanno niente di niente, è solo un fatto religioso. Lo vanno a raccogliere in spedizioni rituali. Pezzettini, pepite, tutta roba che si trova nel pietrisco alluvionale. Impossibile aprire miniere per l'estrazione. Il fatto è che in mezzo c'è del tantalio, dell'osmiridio, forse anche un po' di palladio. Minerali che da queste parti valgono parecchio. Quando abbiamo trovato bruciate quelle fattorie, Svensk si è accorto che avevano setacciato la cenere. Tutto il metallo era scomparso. Svensk ha immaginato che sarebbero tornati per bruciare tutta la città. E quegli scemi di indigeni corrono a chiudersi in casa, quando hanno paura. - Il vecchietto fece una smorfia tutt'altro che comica.
- Perché non costringono gli indigeni a consegnare il metallo?
- Non ce la farebbero mai. Quella è gente difficile. Così è molto più semplice. E più raccapricciante, come piace ai Draghi.
- Se è vero, è chiaro che abbiamo il dovere di fermarli - disse Quent.
- Figliolo - disse Imray - la Forza Spaziale è lontanissima. Qui ci siamo solo noi. Che cosa hanno, Svenska?
- Il settore dieci aveva ragione - rispose Svensk. - Non ci si può sbagliare. Sono riusciti a riparare quel VSA. Lo schermo si è acceso per un minuto poco fa.
Quent fischiò.
- Volete dire che hanno un Vascello per Scorte Armate? Lo schermo sarà un campo inglobatore multifase. Possono individuarci e spararci dall'interno dello schermo.
- I Draghi sono ottimi spaziali - gli disse Imray. - Sempre in guardia. Se cerchiamo di intrufolarci, ci becchiamo una palla di fuoco sul muso. Pare che siamo bloccati qui.
- Je me demande - disse Sylla. - In che modo hanno intenzione di incendiare la città?
- Un ottimo punto. - Svensk si stiracchiò. - Le fattorie, ovviamente, sono state bruciate con lanciafiamme portatili. Un metodo lento, e forse anche faticoso. Suppongo vogliano usare la nave come un lanciafiamme mobile.
- Se si abbassano così tanto - rifletté Quent - potranno usare solo la metà superiore dello schermo difensivo. Lo schermo di un VSA è formato da due emisferi, e anche il campo sensorio. Al di sotto dei mille metri, non possono inglobare molto.
- Ah! - esclamò Sylla. - Quindi li si potrebbe attaccare sotto il ventre, non? Però… Però non possiamo spostare la nave da qui a là senza che ci scoprano. E la slitta funziona solo nell'atmosfera… Se possedessimo una capsula spazio - atmosfera!
- La possedete - disse Quent.
Gli altri lo fissarono.
- La torretta del razzo di poppa. Guardate il manuale.
- Il manuale - ripeté, in tono perplesso, Imray.
- In alcuni vecchi modelli di ennepì, l'alloggio del razzo di poppa si può smontare e trasformare in un modulo capace di limitate funzioni nell'atmosfera - recitò Quent. - I piani di coda sono fissati allo scafo. Per ottenere le ali a delta si usa l'aletta di uno stabilizzatore, capovolta. Ho controllato, c'è tutto. Non vi eravate mai accorti della schermatura e del bloccaggio su quell'affare?
- Fantastico - disse Svensk. - Adesso che ne parlate… Ma per la propulsione?
- Si accoppiano un motore ausiliario d'emergenza e un'unità girante della nave, dopo che la capsula è montata e il pilota è a bordo. Preferibilmente un'unità di riserva, se esiste… Ricorderete che le mie ispezioni sono terminate alla paratia d'accesso alla sala motori - aggiunse Quent, acido.
- Sicuro che il manuale dica tutte queste cose, figliolo? - chiese Imray. - Quell'aggeggio funziona?
- Certo che ne sono sicuro - sbottò Quent. - Ma come faccio a sapere se funziona?
Sylla si leccò i baffi.
- Quindi, si potrebbe impiegare la spinta iniziale mentre si è nascosti dalla luna e scendere a motore spento. Non ci individuerebbero mai per le dimensioni troppo ridotte della capsula. Poi ci si potrebbe fermare una volta arrivati sotto il loro orizzonte e avvicinarsi in silenzio a livello del suolo, con l'unità girante… E quando il nemico si mette in moto, bum. - Balzò alla scala. - Vediamo questa meraviglia!
Nella stiva, Quent mostrò loro i vecchi comandi a leva per lo smontaggio, ostruiti da chissà quanto tempo dalle capsule postali.
- C'è da chiedersi fino a che punto questo affare sopporti una traiettoria ortogonale - disse Svensk.
- È termolega, e dovrebbe avere una resistenza decente. - Quent scrollò le spalle. - Se non si staccano le ali a delta.
- Qualcuno farà una brutta fine. - Imray scrutò l'interno della torretta con espressione sospettosa. - Per il motore devo parlare con Morgan. Puf!
- Non vi ci è voluto molto per convincerlo a rompere le scatole a me - disse Quent.
- No, quella è stata una cosa naturale - grugnì Imray, ballonzolando verso il microfono.
- Un giorno o l'altro quel mostro incontrerà un Drago e scoprirà chi sono i suoi veri nemici - disse la voce di Pomeroy dal ponte. - Adesso se la stanno spassando in città. Hanno cominciato il saccheggio. Avremo un po' più di tempo.
- Allons, le tute - urlò Sylla dalla scala.
Dopo un'ora di lavoro e sudore avevano staccato la torretta dallo scafo e l'avevano trascinata all'aletta. Il vecchio impasto sigillante era vetrificato, ma l'assemblaggio si svolse con sorprendente facilità.
- Questa roba brucerà - disse Quent. - Che aggeggio!
- L'aerodinamica di una pietra - borbottò Svensk. - Forse potremmo collegare dei paracadute a quei fori? Suggerisco di metterne il più possibile.
- Arriva il motore! - Sylla guizzò fuori dalla torretta quando la robusta forma di Imray apparve dietro la curva della poppa, spingendo un motore ausiliario infagottato in un'intelaiatura protettiva.
- Devo trovare ventiquattro dozzine di nanocircuiti - mugugnò il capitano, mentre tutti gli altri lottavano con l'inerzia del grosso motore. Lo allinearono al portello della torretta. Imray guardò dentro.
- Hai controllato se è ben governabile, Syll?
- Quel pannello secondario piuttosto enigmatico sulla consolle del razzo - disse Svensk. - Tutto perfettamente chiaro, una volta messi a nudo i conduttori elettrici. Non avrò problemi.
Contorcendo la lunga figura, tese la mano verso i comandi del panciotto termico. Sylla si infilò fra lui e la torretta.
- Questa non è una palude per serpenti surriscaldati. Lascia perdere, finirai peggio di quelle formiche. Vado io, ovviamente.
- Bene. - Imray si girò verso Quent, che si stava avvicinando dall'altro lato. - Vuoi andare anche tu?
Querit afferrò il portello.
- Sono la scelta più logica.
- Ottimo - disse Imray. - Guarda qui.
Batté sulla spalla di Quent con un guanto gigante e raddrizzò di scatto il braccio. Quent volò indietro, contro Sylla e Svensk. Quando i tre si divisero l'uno dall'altro videro che Imray era entrato nella torretta, che riempiva completamente.
- Attaccate il mofore, ragazzi - urlò allegro nei loro caschi. - Fate attenzione, scotta. Syll, tu mi darai una buona rotta, vernt?
I tre tenenti, scuri in viso, accoppiarono il motore alla torretta, agganciarono e coprirono di schiuma antitermica i paracadute extra e si ritirarono sul ponte.
- Vi ha fregati, eh? - Pomeroy si fece serio. - Stanno ancora facendo a pezzi la casa del capo. Forse ci siamo sbagliati sulle loro intenzioni.
Gli schermi mostravano il veicolo di Imray lanciato in rotta ascendente, sopra il paesaggio buio della luna.
- Svensk, spiegagli la navigazione. - Sylla si chinò sulla sua consolle. - Deve modificare ad azimut trenta con un angolo di due virgola diciotto, se no gli finirà diritto davanti. Adesso cerco le coordinate per lo spegnimento del motore.
- Sicuro, sicuro - disse la voce di Imray. La sua capsula assunse una nuova rotta. - Svensk, cosa ci faccio col bottone rosa?
- Capitano - sospirò Svensk - se non ti spiace osservare prima gli indicatori sulla destra…
- Se non altro l'unità girante funziona - disse Quent.
Pomeroy piagnucolò: - Abbiamo solo tirato a indovinare.
Svensk cominciò a trasmettere le coordinate per lo spegnimento del motore, che l'ursinoide ripeté abbastanza docilmente.
- A uno - uno - cinque sul tuo quadrante, fai un controllo visuale per accertarti di essere al di sotto del loro orizzonte. Non usare energia di nessun tipo finché non sarai a due unità di distanza oltre l'orizzonte, capitano, questo è vitale. Dopo di che sei in guida manuale. Frena più che puoi, osserva il quadrante centrale e…
- Da lì in poi so tutto - lo interruppe Imray. - Voi pensate alla nave. Adesso parto, vernt?
- Parti - disse Sylla, con un cenno a Pomeroy.
- Gesprooo… - strillò l'altoparlante, prima che Pomeroy chiudesse il circuito.
- Cosa significa? - chiese Quent.
- Mai saputo - rispose Svensk. - Un oscuro rituale dei mammiferi.
- In passato, il nostro capitano è stato cannoniere sulle Torce - disse Sylla a Quent. - Ma forse voi…
- Ne ho sentito parlare - disse Quent. - Però credevo…
- Infatti - disse Pomeroy. - Novantacinque per cento di perdite umane. Bombe volanti, ecco cos'erano. Riuscirà a guidare quella cosa, se arriverà sul pianeta.
- Fra quindici secondi uscirà dall'ombra della luna ed entrerà nel loro campo di sensori - disse Svensk. - Si spera che ricordi di disattivare tutto.
Pomeroy riaccese l'altoparlante. Sentirono Imray canticchiare mentre scendeva, spinto dal motore, verso il pianeta. Sylla cominciò a trasmettere inutili segnali per rammentargli di disattivare il motore. Il canto del capitano continuò a rimbombare. Pomeroy strizzò le palpebre. Sylla batté più forte sulla tastiera. Svensk sedeva immobile.
Il canto si interruppe.
- Non ci sono più emissioni. La rotta sembra decente - disse Svensk. - Propongo di spostarci a una posizione ben schermata e metterci in contatto con Baseremota.
- Unità giranti, signor Morgan - disse Quent.
Quando Sylla cominciò a muovere il pugno, Quent lo seguì finché non raggiunsero un profondo cratere che avrebbe bloccato le dispersioni del loro trasmettitore stellare.
- Se siamo fortunati - disse Pomeroy - Baseremota può far arrivare qui la sua bagnarola in tre giorni, più o meno una settimana. Hanno solo un traghetto per raccogliere i pezzi. E probabilmente saranno pezzi… di qualcuno. - Sospirò. - Torniamo a un punto dove possiamo sentire quei delinquenti.
In punta di piedi raggiunsero di nuovo l'orizzonte. Sotto di loro, i Draghi non davano segno di aver scoperto l'arrivo della meteora di Imray. E nemmeno di voler usare la loro nave per incendiare la città. Quando la luna di cui la Rosenkrantz stava seguendo il percorso scese sotto l'orizzonte del campo, furono costretti a lasciarla e a spostarsi nella piena luce del sole. Quent scoprì che gli bruciavano gli occhi, e si rese conto di aver dormito pochissimo nell'ultima settimana.
- Se solo potessimo avvicinarci un po' di più al pianeta - speculò Sylla. - Tra quanto, mio scientifico amico?
- Coi loro motori spenti, riuscirebbero a individuare i movimenti della nostra nave dall'orbita attuale per almeno altri cento gradi di rotazione planetaria - disse Svensk. - Siete d'accordo, Quent?
Quent annuì stancamente. - E quel VSA dispone di un'accelerazione doppia della nostra e di razzi con una gittata sei volte superiore ai nostri. Ci farebbe a pezzettini. Non avremmo una sola possibilità.
Lo aveva già detto altre due volte.
Il lontroide sputò a terra e mise i gomiti sulla consolle. Pomeroy sedeva immobile, le mani chiuse sulle cuffie.
- Emissioni - disse all'improvviso Svensk. - Imray è arrivato giù e sta frenando.
- Quella maledetta nave non si è mossa di un millimetro - disse Pomeroy. - Sento ancora gli schiamazzi di quelli che partono per la festa. Ci siamo sbagliati:
- Continua a frenare. Mi è appena venuto in mente che c'era posto per altri due paracadute.
- Gli ci vorrebbero altre due reti antiaccelerazione - disse Sylla. - È pazzo.
- Torcieri - disse Pomeroy.
- C'è una distorsione che non posso compensare - gemette Svensk. - È vicinissimo al loro orizzonte… Ah, credo sia riuscito a deviare.
- Quella nave non andrà da nessuna parte - sbottò Pomeroy.
- Se potessi eliminare quelle deviazioni laterali… - disse Svensk. - Adesso ha inserito l'unità girante, credo. Ma la traiettoria è molto irregolare.
- Magari ha trovato un burrone. - Sylla apriva e richiudeva spasmodicamente le zampe sulla consolle.
- Dirige di nuovo verso il campo - disse Svensk. - Troppo vicino. Temiamo che non abbia intenzione di aspettare che quelli decollino.
- Il vecchio maniaco finirà diritto sui loro schermi - esalò Pomeroy.
- Mentre noi ce ne stiamo seduti qui - borbottò Sylla.
- Se si trova in quel canyon dietro il campo d'atterraggio - disse Quent - potrebbe riuscire a infilarsi sotto il loro schermo protettivo. Ammesso che quelli non stiano guardando. Come bersaglio è piuttosto grande. Forse…
La testa di Sylla si girò di scatto.
- Ha intenzione di sparare - disse il lontroide a Quent.
- Posso fare affidamento su questa deduzione, signor Sylla?
Lo sguardo di Quent si puntò sugli occhi gialli dell'altro.
- Accelera lungo la stessa linea - annunciò Svensk. - Pauroso.
- Beccato! - urlò Pomeroy. - Chiudere tutti i portelli… Ma non c'è tempo. Su, bastardi! Su!
- Fra quanto entrerà nel loro campo visivo, signor Svensk?
- Questa detestabile… A livello del terreno, due minuti al massimo. È troppo vicino. Lo individueranno.
- Passatemi il comando della nave in manuale, signor Sylla - disse Quent. - Se poteste spostarvi ai laser non sarebbe male. Pronto, signor Morgan?
Il lontroide schizzò via, infilandosi nel cunicolo.
- Tenetevi forte e avvertite la signorina Appleby! - gli urlò Quent, battendo le istruzioni per l'accensione dei motori. - Se Imray centra il bersaglio, questo li distrarrà. Se no…
Spinse avanti la leva comando motori. Tutti si erano avvolti nelle reti. Prima che gli schermi di spegnessero, il pianeta si ingrandì e ruotò impazzito sotto di loro.
- Siamo nel raggio dei loro sensori - boccheggiò Svensk. - Ritengo…
- Stanno decollando. - Pomeroy era incollato alla consolle. - Ci hanno visti.
Quent inclinò la Rosenkrantz in una rotta che sfiorava l'atmosfera. Pomeroy lottò per spostare un interruttore. Il ponte fu invaso dalle voci dei Draghi, roche ed echeggiami. Risuonò una sirena.
L'altoparlante si zittì. Per un attimo Quent pensò che gli fossero esplosi i timpani; poi, quando l'accelerazione diminuì, sentì gli altri riempirsi i polmoni d'aria.
- Il loro schermo protettivo sembra collassato - disse Svensk. - Non posso esserne certo…
- Li ha centrati! - strillò Pomeroy. - Non hanno più energia! Un attimo, inserisco il generatore di emergenza. Sentite come urlano!
Dalla nave dei Draghi arrivava un frastuono caotico.
- Dov'è Imray?
Quent accese i retrorazzi, e tutti sussultarono di nuovo nelle reti. Sylla riemerse barcollando dalla scala e si buttò sulla poltrona di Imray.
- Dov'è?
- Al momento non posso deciderlo - protestò Svensk. - Le risultanti…
- State a sentire. - Pomeroy regolò i comandi, sino a trasformare il frastuono in un mare di gemiti ululanti. - L'inno nazionale di Deneb. - Un sorriso stampato in faccia, crollò all'indietro sulla poltrona. - Possiamo andare a recuperarlo. Quella nave è bloccata a terra. Gli ha sparato un razzo diritto nell'alloggio delle gambe d'atterraggio, mentre quelli stavano a guardarci a bocca aperta. Deve essergli arrivato sotto il sedere!
Quent sobbalzò quando qualcosa gli batté sulla schiena. Sylla, sorridente, tornò sottocoperta.
Svensk piegò il collo: il suo becco ossuto era incapace di esprimere emozioni.
- Sta bene? - urlò la voce della Appleby. - Gli ho preparato un soufflé al prosciutto.
- Allora era questa l'anomalia - disse Svensk. - Incredibile. La pulsione nutritiva della femmina umana.
- Una pulsione coi fiocchi - disse Pomeroy. Poi si chinò sulla consolle. - Spazio benedetto…
- Cosa c'è?
- La Jasper ci ha appena chiamati - riferì. - Sta arrivando. Se avesse chiamato cinque minuti fa ci avrebbe spedito al creatore.
Crollò di nuovo sullo schienale e afferrò la fiaschetta.
- Per il Sentiero! - ruggì Imray dall'altoparlante. - O venite a prendermi o sparo anche a voi.
Dopo che ebbero recuperato la capsula e restituito a Morgan il motore bollente, Quent era distrutto. Lanciò un'occhiata al portello della capsula, poi seguì gli altri sul ponte. Pomeroy stava scrutando i Draghi bloccati a terra.
- Prendo io il comando, figliolo. - Imray si abbandonò sulla sua poltrona, grattandosi il pelo con molto gusto. - Vedrete, faranno un disastro del diavolo prima che arrivi la base.
Si ficcò in bocca una tartina al prosciutto.
- Pronti per le brutte notizie? - Pomeroy si girò a guardare gli altri. - Ricordate il tizio del Galactic News che abbiamo schivato a Baseremota? Be', è su uno shuttle. E sta venendo qui.
Imray si strozzò.
- Vuole intervistare voi. - Pomeroy puntò l'indice su Quent. - E la Appleby.
Quent chiuse gli occhi.
- Non può… Perché non mi lasciano in pace? Carezzò distrattamente il laser sulla sua consolle.
- Il figlio dell'ammiraglio Quent dà battaglia ai pirati Draghi - sorrise, senza allegria, Pomeroy. - E c'è anche la fidanzata dell'ammiraglio Coatesworth che fa il tifo. Quello è fuori di sé. Logico, no?
- Siamo al punto critico - disse Svensk.
Sylla tamburellava le unghie.
Tutti quanti guardavano Quent.
- Cosa gli dirai, figliolo?
- Cosa gli dirò? - borbottò Quent, esausto. - Be', gli dirò che questa nave puzza e che il computer ha le pigne nel cervello, e che la sala motori è un nido di vipere… - La sua voce si alzò. - Infestato da un mostro che terrorizza tutti al punto di doverlo corrompere per convincerlo a muovere la nave. E che i miei colleghi ufficiali sono un branco di idioti primitivi guidati da un maniaco che deve ricorrere alla forza bruta, e che gli unici umani che sopportano di vivere su questa nave sono un alcolizzato che non si rade mai e una pazza che mette fuori uso i sensori con le macchine per la pasta e la biancheria intima. - Si grattò il collo. - La mia prima nave. Sentite, adesso mi butto a dormire, d'accordo? - Si avviò alla scala.
- È questo che gli dirai? - domandò Imray, raggiante. - Un nido di vipere volante?
- No, naturalmente. Perché dovrei dirlo? Non è vero.
Quent si infilò nel cunicolo e andò a sbattere nella zampa di Imray.
- Figliolo, devi dirglielo.
- Eh?
- Digli che non ce la fai più. Che vuoi un altro incarico. Devi dirglielo! - Imray, preso dall'enfasi, stava scuotendo tutti e due.
- Aspettate un minuto. - Quent si sottrasse alla stretta. - È proprio questo che volevate farmi pensare, eh? Ma perché? - Si girò a scrutare gli altri, perplesso. - Perché? Insomma, accidenti, io sono favorevole all'integrazione.
- Il problema è esattamente questo - disse Svensk.
Imray, esasperato, si tirò un pugno alla coscia.
- Chi ha costruito questa nave, secondo te?
- È un vascello progettato dagli umani…
- Rifinito dagli umani. A costruirlo è stata la gente di Svensk. Faceva parte della loro flotta. La Forza Spaziale lo ha noleggiato per un tempo indeterminato. Non lo sa nessuno, ma per le piccole navi la Forza Spaziale arriva qua, arriva là, e fa contratti. Se le risucchia, le piccole navi. Perfino le formiche hanno imbarcazioni spaziali, vernt, Svensk?
- Più che altro capsule, se non sbaglio. - Svensk incrociò le lunghe gambe.
- Qualcosa, comunque. Figliolo, la pensi anche tu come tuo padre? Credi che tutti gli enneù vogliano integrarsi nella Forza Spaziale?
- Oh, ehm - disse Quent. - L'accordo per l'Uguaglianza Pangalattica…
- Sicuro, sicuro - annuì Imray. - Certi enneù vogliono diventare ufficiali delle grandi navi interstellari, è un fatto. È anche un fatto che gli enneù vogliono dire la loro nel consiglio galattico. Però qui è diverso.
Si appoggiò all'indietro, intrecciando le braccia.
- Noi delle piccole navi siamo la vera forza spaziale enneù. Stiamo su queste navi da tanto tempo. Tanto, tantissimo tempo. Pattugliavamo già quando non c'era nessun settore, eh, Sylla? Se gli umani vengono a navigare con noi, sono solo individui isolati. Uno qui, uno là. Pom lo sa. Ma non siamo noi che ci integriamo a voi. Siete voi che vi integrate a noi.
- Bravo! - urlò Sylla.
- Senti, senti - commentò con aria grave Svensk.
- Ma cosa… - disse Quent.
- Il capitano vuole dire - spiegò Pomeroy - che non intende lasciarsi integrare nella Forza Spaziale. Nessuno di noi ne ha intenzione. Noi facciamo il nostro lavoro. Quelli possono ficcarsi dove vogliono i loro programmi sociologici. Le loro direttive. I canali. I profili di rendimento individuale. I turni di rotazione e aggiornamento professionale. Tutte porcate! Se queste prove di integrazione filano lisce, noi siamo fritti. E voi… - puntò l'indice su Quent. - Voi siete il soggetto ideale per un test, tenente.
- Ci porteranno via anche Morgan - mugugnò rabbioso Imray.
Quent aprì la bocca, poi la chiuse.
- Eravamo così fiduciosi - disse Svensk. - Sembrava la situazione ideale, quando abbiamo scoperto che eravate il figlio dell'ammiraglio Quent. Credevamo fosse facile dimostrarvi che siamo del tutto refrattari all'integrazione. - Sospirò, irritato. - Debbo dire che il vostro ottimismo a tutti i costi è stato un grosso incubo.
- Cerchiamo di mettere le còse in chiaro - grugnì Quent. - Il vostro piano era costringermi a chiedere un altro incarico, farmi urlare a destra e a manca per seppellire definitivamente il programma d'integrazione?
- Esatto.
Sylla tirò un pugno alla consolle. Gli altri annuirono.
- E tutta la messinscena di Solfata?
- Troppo balorda - borbottò Imray.
- Eravamo alla disperazione - disse Pomeroy. - Voi rifiutavate di lasciarvi scoraggiare. Così abbiamo pensato di capovolgere le cose. Costruire un caso che convincesse il comitato per l'Uguaglianza Pangalattica che gli umani non sono pronti a… - Distolse lo sguardo. - Insomma, avete capito tutto.
- Lo sapevo che volevate imbrogliarmi - ribatté Quent, di malumore. - Solo che credevo fosse per mio padre.
- Non c'era proprio niente di personale, Quent - gli assicurò calorosamente Sylla. - Credetemi, avremmo fatto lo stesso con chiunque, non?
- Ma è pazzesco! - protestò Quent. - Come avete potuto? Vi rendete conto che è stato mio padre a farmi assegnare questo incarico? Era sicuro che avrei finito per pensare come lui, che gli avrei fornito munizioni politiche da usare contro l'integrazione.
- Il che darebbe ancor più valore a tutta la cosa, giusto? Svensk scrollò il collo squamoso. - La crescita della solidarietà familiare è di somma importanza per i primati.
Quent sbuffò.
- Ma chi credete di essere, il signor Spock? Lo so benissimo che vi siete laureato all'Istituto Tecnologico Galattico. Avreste dovuto seguire il corso sui conflitti edipici. E anche quello sull'etica - aggiunse, acido. - Alcuni primati attribuiscono un grande valore alla verità.
- Però voi dovete aiutarci, tenente - incalzò Pomeroy.
Quent era preso dai suoi pensieri. - Voi quante lingue parlate, fra l'altro? C'è un Pomeroy che ha scritto un testo…
- Tenente! Sentite, vi aiuteremo tutti a imbastire una storiella triste e dolorosa che potrete raccontare…
- State dicendo sul serio? - Quent fissò gli altri, esterrefatto. - Vi aspettate davvero che io falsifichi il mio rapporto ufficiale? Che menta su voi e sulla nave?
- Che importanza ha una piccola bugia? - La voce di Imray scese al tono cantilenante che il capitano usava con Morgan. - Figliolo, tu sei un bravo spaziale. Vuoi salvare la nave, vernt? Se dici che questa fesseria dell'integrazione funziona, noi siamo finiti. Non permettere alla Forza Spaziale di distruggere la vecchia Rosy, figliolo.
- Ma accidentaccio! - esplose Quent. - Non si tratta solo di una bugia. La faccenda andrebbe avanti all'infinito. Indagini, rimostranze… Mio padre coi suoi amici della Supremazia Umana pronto a strombazzare a destra e a manca ogni mia parola, e quelli dell'Uguaglianza Pangalattica che mi metterebbero al torchio dall'altra parte. Non ne uscirei mai. Mai. Come potrei continuare a fare l'ufficiale spaziale?
Si grattò la testa. Era a pezzi. - Mi spiace. Dirò il meno possibile, credetemi. Ma non reciterò nessuna commedia. - Si girò per scendere sottocoperta.
- Come sono testardi, gli umani - ringhiò Sylla.
Quent continuò a scendere la scala.
- Aspettate, Quent - disse Svensk. - Non potete sfuggire a questa pubblicità di cui avete tanta paura. Supponiamo che non diciate niente. Saranno i fatti a parlare da soli. Il comitato per l'Uguaglianza Pangalattica andrà in delirio. Il figlio di un noto razzista guida un atttacco di nonumani contro pirati umani per cominciare. Urrà da tutte le parti. La rete televisiva pangalattica che manda in onda l'eroe e i suoi amici enneù. Probabilmente vi candideranno per il prossimo premio Amicizia. Se volete cavarvela, tanto vale che facciate quello che vogliamo noi.
Quent lo fissò, orripilato.
- Oh, no. No. - Cominciò a battere la fronte sulla scala. - Non è giusto. - Gli si spezzò la voce. - Credevo che almeno nello spazio mi avrebbero lasciato in pace. Già è stato abbastanza terribile essere Rathborne Quent Junior, ma questo… Dover passare il resto dell'esistenza come una specie di pupazzo da ventriloquo per i politici anti - integrazione! Ovunque andrò! Su ogni nave, per tutta la mia carriera! Come riuscirò a essere uno spaziale?
Imray stava scuotendo la testa. - Sei una vittima naturale di una situazione sociale, figliolo. Peccato. - Espirò rumorosamente, leccandosi dalla mano un pezzo di prosciutto. - Allora è deciso. Ci aiuterai, vernt?
Quent alzò la testa. Aveva un'espressione molto decisa.
- No, ve l'ho già detto. È fuori discussione - ribatté. - Non ho intrapreso la carriera di ufficiale per finire in mezzo a questi giochini. - La sua voce si spense. - Chiamatemi al prossimo turno di comando, d'accordo? Siamo tutti piuttosto stanchi.
- Sicuro, sicuro - disse Imray. - Syll, Svenska, voi ragazzi andate pure. Abbiamo ancora il tempo per pensare a qualcosa.
- Scordatevelo - gli disse Quent. - Da questa situazione non c'è via d'uscita - sospirò, riprendendo a scendere. - Vorrei solo poter scomparire.
Si fermò di colpo e guardò su, verso il ponte.
- Ah ah - disse.
Tornò su a prendere i laser. L'ultima cosa che ricordò fu il momento in cui si appoggiò all'amaca con un laser in mano.
I giornalisti strillavano nelle sue orecchie, la folla lo prendeva a gomitate. Il ponte dell'Adastra era infestato di kavrot. Quent si svegliò mezzo intontito, sicuro di aver sentito un portello aprirsi. Ma sulla nave sembrava tutto normale. Tornò a coricarsi e sognò di indossare un'uniforme di vetro tintinnante. Quando l'amaca cominciò a stringerlo alla gola, lottò per riprendere conoscenza. La Rosenkrantz era in propulsione spaziale.
Si infilò nel cunicolo e si trovò naso a naso con una ragazza sconosciuta.
- Gah!
- Salve, tenente - disse lei. - Volete la colazione?
Era una mora in tuta argentea.
- Chi… Chi siete?
- Sono Campbell, il vostro nuovo ufficiale logistico - sorrise lei.
- I Draghi. - Quent si lanciò verso il ponte a testa avanti. - Dove sono? Cos'è successo?
- Ehi, salve - disse Pomeroy. Gli altri alzarono gli occhi dalle consolle. Stavano bevendo caffè.
- Dove siamo diretti? Da dove spunta la ragazza?
- Siediti, figliolo - rispose allegro Imray.
Il nuovo ufficiale logistico apparve sul ponte e depositò un contenitore di caffè sulla consolle di Quent.
- È dei Draghi?
- Santo cielo, no.
Lei rise. Quent strizzò le palpebre. Sotto la tuta, la forma della ragazza era interessante.
- Sono una coccolona. - E svanì.
Confuso, Quent bevve un po' di caffè.
- Per quanto tempo ho dormito? Quelli di Baseremota… Sono già arrivati e ripartiti, giusto?
- Improbabile - sbuffò Pomeroy. - Raggiungeremo Solfata solo fra una trentina d'ore.
- Ma chi sta a guardia dei Draghi?
- La Rosenkrantz, e chi altro? - rispose Sylla, calmissimo.
- Cosa? Capitano Imray, che diavolo sta succedendo? Imray agitò la zampa.
- Il problema è finito, figliolo. - Ruttò di gusto. - Abbiamo messo tutto a posto, eh, ragazzi?
- Dio. - Quent li scrutò a occhi socchiusi. Bevve un altro sorso di caffè. - Signor Pomeroy, volete spiegarmi?
- Be', potete scordarvi di quel giornalista e di tutto il resto - disse Pomeroy. - Quando arriverà a Solfata, troverà la Rosenkrantz e anche la signorina Appleby, ma non troverà voi. Nessuno vi troverà.
- E perché? - Quent si guardò attorno nervosamente.
- Perché voi non siete più sulla Rosenkrantz - disse Svensk. - La vostra idea di sparire era brillante, sul serio. E dato che non potevamo togliervi dalla Rosenkrantz, abbiamo semplicemente tolto la Rosenkrantz da voi. - Si stiracchiò, contento. - Così è tutto risolto.
- Cosa avete fatto?
- Guardate! - Sylla indicò i documenti ufficiali della nave.
Quent andò a studiarli, diffidente.
- N - P 640T J - B - lesse. - Ma è sbagliato. Non è…
- La ennepì Jasper Banks, ecco cos'è. - Pomeroy ridacchiò. - Adesso siamo la Jasper Banks, capito?
- Cosa? - Quent batté sulla cassetta che conteneva i documenti. - Quelli sono i sigilli ufficiali. Non…
- Niente di cui preoccuparsi, è solo una cosa temporanea. La Jasper ci doveva un paio di favori. Sono stati lieti di venirci incontro. In effetti, avevano voglia di tornare alla Centrale. Così abbiamo scambiato i documenti e i diari di bordo e abbiamo dato a loro la nostra posta. Loro hanno accettato di pensare ai Draghi, chiaro?
- Ma è…
- Bellissimo - annuì Pomeroy. - Il Galactic News può frugare la Jasper da cima a fondo. Nessuno ha mai sentito parlare di voi. Nessuno vi ha mai visto sulla Rosy, non è vero? Il giornalista penserà che ci sia stato uno sbaglio. Deve esserci stato. C'è la Appleby, come gli avevano raccontato. E ci sono i Draghi. Dovrà accontentarsi di questo.
Quent bevve dell'altro caffè. Aveva l'impressione di doversi scrollare di dosso un brutto sogno.
- E la cosa più fantastica - continuò Pomeroy - è che la Jasper è una ennepì di soli umani. Questo sì che li lascerà a bocca aperta.
- Niente problemi di integrazione - disse Svensk. - Quelli dell'Uguaglianza Pangalattica resteranno con un pugno di mosche.
- Non può funzionare. È troppo… E la Appleby?
- Spero che anche questa sia una brava cuoca - borbottò Imray.
- Con la Appleby è tutto a posto. Non ha mai sentito parlare di voi - assicurò Pomeroy. - Morgan le ha dato quei cristalli che ha sempre voluto, chiaro?
- Uh. Ma torneranno alla Centrale col nostro nome? E poi cosa succederà? L'ufficio personale, mio padre…
- L'ufficio personale - sogghignò Pomeroy - è sempre in tilt. Non riusciranno a cavare un ragno dal buco finché noi non saremo tornati a essere noi.
- Ma mio padre… - Quent guaì. - Quand'è che effettueremo lo scambio dei documenti?
- Quando i nostri percorsi si incroceranno, bien sûre! - disse Sylla.
- E questo quando succederà? Fermi tutti. La Jasper non aveva una missione a lungo termine?
- Esatto - disse Pomeroy. - Il settore selvaggio. Tredici - zeta, lo chiamano. Il servizio di pattuglia doveva cominciare fra un po' di tempo, ma c'è stata questa chiamata d'emergenza. Così hanno mandato la Jasper. Che adesso siamo noi.
- Un settore remoto e inesplorato, sul serio - disse Svensk, stiracchiandosi. - Una sfida interessante.
- Un nuovo servizio di pattuglia è un bel servizio - grugnì Imray. - Tu vuoi diventare uno spaziale, figliolo, vernt? Là fuori nessuno rovinerà la tua carriera. - Si grattò il petto colossale, soddisfatto. - Il programma d'integrazione? Puah! Non funzionerà mai.
- Sarebbe a dire che noi prendiamo servizio lì, e che loro si tengono il nostro vecchio settore? Allora, quand'è che torniamo a essere la Rosenkrantz?
- Presumendo che la nostra rotta sia, diciamo, il doppio della loro - ruminò Svensk - e presumendo che loro tengano più o meno tempi regolari, il periodo dovrebbe verificarsi circa…
- Risparmiatemi.
Quent cominciò a stringere la mascella e a respirare a denti stretti. Si scostò lentamente dalla consolle. Passò una gamba attorno allo schienale della poltrona e restò a fissare gli altri, cupo in viso.
- La mia carriera - disse, con voce tesa. - La vostra innominabile sollecitudine… Sessanta giorni di primo incarico, e mi trovo coinvolto in una cospirazione che potrebbe portarmi in tribunale. Primo ufficiale di un vascello con documenti fraudolenti, su una rotta illegale e contraria agli ordini, senza la più remota possibilità di rientrare mai più in una situazione anche vagamente legale. La mia carriera. Chi mi crederebbe? Cosa succederà quando… Signori, nei vostri cervelli delinquenziali è mai passata l'idea che si tratta di un crimine da corte marziale? - Protendendosi, appoggiò una mano sul microfono d'emergenza del trasmettitore interstellare, fra lui e Imray. - L'unica alternativa sensata è porre fine a questa storia… Succeda quel che succeda.
Strappò il microfono dal suo alloggio.
Gli altri rimasero a bocca aperta. Le orecchie di Sylla si piegarono all'indietro.
- Tenente, no - disse Pomeroy.
Quent strinse il microfono. Sul suo volto solenne c'era molta tensione.
- Di che natura è questa emergenza, signor Pomeroy?
- Enneù nei guai. - Pomeroy aprì le mani. - Il segnale si è interrotto prima che trasmettessero molto. Hanno dato alla Jasper della roba…
- Tre cilindri di argo, una cassa di terriccio, l'attrezzatura per l'immunizzazione da ogni veleno - disse la signorina Campbell da sotto. - E un'incubatrice.
La ragazza salì, mise il vassoio con la colazione sulla consolle di Quent e ridiscese.
- Troverete voi la soluzione, signore - ridacchiò speranzoso Pomeroy.
Il viso di Quent non si addolcì. Il tenente batté un'unghia sul microfono, piano, disperatamente. Nessuno si mosse. I muscoli delle gambe di Sylla guizzavano in continuazione. La mano libera di Quent si spostò al laser. Ci fu un suono sommesso. La testa di Quent si girò di scatto verso Svensk.
Il grosso sauro scostò le dita dal panciotto e si stiracchiò vistosamente, poi mise in funzione il computer.
"Corri, tu profondo e blu oceano, corri!
Diecimila flotte…".
Quent mise a tacere l'altoparlante col laser. Alzò il microfono.
- No, figliolo, no - protestò Imray.
Quent trattenne il respiro. Per un attimo, la Jasper Banks, alias Rosenkrantz, volò negli abissi dello spazio in un silenzio colmo d'echi. L'aroma della pancetta fritta invase il ponte. Il volto di Quent prese a contorcersi spasmodicamente.
- Kavrot - borbottò il tenente.
Emise un ululato roco.
I riflessi fecero scattare avanti Sylla, e Pomeroy guizzò sotto la sua consolle. Si lanciarono su Quent: il tenente stava emettendo un suono convulso e frenetico che dapprima gli altri non riuscirono a individuare.
Poi Pomeroy si scostò, sorridente, e le spalle di Imray cominciarono a sussultare.
Quent continuò a ridere. Il suo viso era stupefatto; dava l'impressione di non essere esploso in una risata fragorosa da anni. Invisibili attorno a lui, gli spettri àeW'Adastra, della Crux e della Sirio si raggrinzirono e svanirono.
- Va bene - boccheggiò Quent, ricomponendosi. Rimise a posto il microfono e il laser e prese il vassoio della colazione.
- Kavrot. Così sia. Chi è di turno su questo nido di vipere?