Stories 93 / Random

Stories by howard phillips lovecraft

la maschera di innsmouth (italian)

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I
Durante l'inverno 1927-28, funzionari del governo federale condussero un'inchiesta segreta a causa di fatti poco chiari avvenuti ad Innsmouth, antico porto di pesca del Massachusetts. Il pubblico ne venne a conoscenza in febbraio, quando fu effettuata una vasta serie di retate e di arresti, seguita dalla deliberata distruzione col fuoco e la dinamite, di un gran numero di edifici cadenti, fatiscenti e ritenuti vuoti nel quartiere abbandonato del porto. Naturalmente, erano state prese le opportune precauzioni. I meno curiosi considerarono l'episodio alla stregua di uno dei tanti scontri violenti nella lotta senza quartiere ai contrabbandieri di alcolici.
I lettori più attenti dei giornali, tuttavia, si stupirono dell'eccezionale numero di arresti, dell'imponente spiegamento di uomini impegnati nell'operazione, e della segretezza mantenuta sulla sorte dei prigionieri. Non si ebbe notizia di processi, né di specifiche imputazioni; e in seguito, nessuno degli arrestati fu mai visto in un qualsiasi istituto di pena del Paese. Furono rilasciate vaghe dichiarazioni concernenti misteriose malattie epidemiche e l'internamento dei prigionieri in campi di concentramento (e, più tardi, in varie prigioni dell'Esercito e della Marina) ma non trapelò mai nulla di preciso. Innsmouth stessa rimase pressoché spopolata, e soltanto oggi comincia a mostrare i segni di una lenta e stentata rinascita.
In seguito alle proteste di diverse organizzazioni democratiche, ebbero luogo colloqui riservati con gli esponenti del governo e i loro dirigenti furono invitati a visitare certi campi e certe prigioni. Come risultato, le suddette organizzazioni diedero prova di una reticenza e una passività sorprendenti. Anche i giornalisti, che in un primo tempo s'erano dimostrati molto battaglieri, alla fine collaborarono senza riserve con il governo. Soltanto un giornale illustrato - che peraltro non godeva di molto credito a causa della scarsa attendibilità delle sue notizie - parlò di sottomarini scesi a scaricare siluri e altri ordigni nell'abisso nei pressi dello Scoglio del Diavolo. Tale notizia, raccolta per caso in una bettola, parve molto inverosimile, perché la bassa e nera scogliera si trova a oltre tre chilometri dal porto di Innsmouth.
Gli abitanti della campagna e delle cittadine vicine fecero un gran chiacchierare di questi avvenimenti, ma con i forestieri rimasero ermeticamente abbottonati. Era quasi un secolo, ormai, che circolavano strane voci sulla fatiscente e semi-abbandonata Innsmouth, e nessuna nuova diceria poteva essere più fantastica o tremenda di ciò che essi andavano sussurrando da anni. Molte erano le ragioni che avevano insegnato a quella gente ad essere prudente, ed era perfettamente inutile cercar di insistere per farle parlare. Inoltre ne sapevano davvero poco, poiché desolati acquitrini salati e selvagge paludi deserte isolavano Innsmouth dall'entroterra.
Tuttavia oggi sto per abbattere il muro di silenzio che ha sempre circondato quella storia. Lo faccio con cognizione di causa: i provvedimenti presi all'epoca si sono dimostrati così efficaci che soltanto un moto di disgusto potrà derivare da un accenno a ciò che fu scoperto ad Innsmouth dai funzionari e poliziotti inorriditi. Inoltre, quel che trovarono si può forse spiegare in molti modi. Non so se quello che mi è stato raccontato sia tutta la verità, e ho le mie buone ragioni per non volerne sapere di più: mi sono trovato invischiato in quella faccenda molto più di qualunque uomo di legge prima di me, e le impressioni che ne ho ricevuto possono ancora indurmi a drastiche decisioni.
Sono stato io a fuggire freneticamente da Innsmouth nelle prime ore del mattino, il 16 luglio 1927, e sono stati i miei disperati appelli a indurre il governo ad aprire l'inchiesta e a prendere i provvedimenti che seguirono. Ho voluto mantenere il silenzio fin tanto che la sgradevole operazione era in corso e il suo esito ancora incerto; ma adesso che tutto è finito e la curiosità dei pubblico e il suo interesse sono scomparsi, provo il bizzarro e insopprimibile desiderio di parlare delle poche, terribili ore trascorse in quel porto di morte e di mostruose anormalità, quel luogo famigerato e sinistramente isolato. Parlarne mi fa bene, perché mi aiuta a ritrovare fiducia nelle mie stesse facoltà mentali e mi rassicura sul fatto che non sono stato il primo a soccombere a un'orrenda allucinazione. Inoltre, mi aiuta a preparare il mio spirito a un certo, spaventoso passo che sto per compiere.
Non avevo mai sentito parlare di Innsmouth fino alla vigilia del giorno in cui vidi questa cittadina per la prima e ultima volta. Avevo deciso di festeggiare la maggiore età con un viaggio turistico, antiquario e genealogico nel New England, e avevo pensato di andare direttamente dall'antica Newburyport ad Arkham, da cui veniva la famiglia di mia madre. Non possedendo un'automobile, viaggiavo in treno, in torpedone e in corriera, e fu soltanto alla biglietteria della stazione, mentre esitavo ad acquistare il biglietto per via del suo costo, che appresi dell'esistenza di Innsmouth. L'impiegato massiccio e dal volto astuto, che l'accento tradiva per un forestiero, parve prendersi a cuore i miei problemi finanziari e mi diede un suggerimento che nessun altro m'aveva offerto prima.
«Potrebbe prendere la vecchia corriera, immagino» disse esitando leggermente «ma da queste parti non la usano molto. Passa per Innsmouth - forse ne avrà sentito parlare - e così la gente non la usa. L'autista, Joe Sargent, è un tale di Innsmouth e non trova clienti qui e neanche ad Arkham, suppongo. Mi chiedo come faccia a mandare avanti la baracca. E sì che le tariffe non devono essere alte, ma non ho mai visto più di due o tre passeggeri... sempre gente di Innsmouth. Se non hanno cambiato orario, la corriera parte due volte al giorno: alle 10 del mattino e alle 7 di sera, la troverà in piazza, davanti all'emporio di Hammond.»
Fu così che sentii parlare per la prima volta della tenebrosa Innsmouth. Il minimo accenno a un posto non segnato sulle carte e nemmeno nelle guide più recenti, sarebbe bastato ad accendere il mio interesse, e le strane allusioni dell'impiegato suscitarono in me una viva curiosità. Una cittadina capace di ispirare tanta ripugnanza nel circondario, pensai, deve essere quanto meno singolare e degna dell'attenzione del turista. Se veniva prima di Arkham avrei potuto farci tappa e così chiesi all'impiegato di parlarmene. Lo fece con circospezione e avvertii nella sua voce una nota di vaga condiscendenza su ciò che diceva.
"Innsmouth? Ecco, è una strana cittadina alla foce del Manuxet. Stava per diventare una vera città, un porto importante, diciamo, prima della guerra del 1812, ma negli ultimi cento anni è andata letteralmente in pezzi. Non c'è neanche la ferrovia, la B.& M. non s'è mai spinta fin laggiù, e la diramazione da Rawley non è più in funzione da anni.
"Ci sono più case disabitate che abitanti, e di attività commerciali neanche parlarne, tranne la pesca e qualche allevamento di aragoste; fanno magri affari soltanto con Arkham e Ipswich. Una volta c'era qualche stabilimento, ma oggi non è rimasto quasi più niente, salvo un impianto per la raffinazione dell'oro che lavora poco o nulla.
"E sì che è stata una grossa raffineria, una volta, e il proprietario, il vecchio Marsh, dev'essere più ricco di Creso. Ma è un tipo strano, se ne sta quasi sempre tappato in casa. In giro dicono che si è beccato una malattia della pelle o che gli sia venuta qualche deformità, quando era già abbastanza in là con gli anni, e da allora non ha più voluto farsi vedere in pubblico. È nipote del capitano Obed Marsh, che ha messo su la baracca. Pare che sua madre fosse una straniera - si dice un'indigena delle isole dei Mari del Sud - sicché è scoppiato un putiferio quando, cinquant'anni fa, Marsh sposò una di Ipswich. Ce l'hanno sempre avuta con quelli di Innsmouth, e la gente di qui cerca sempre di nascondere eventuali parentele con gli abitanti di Innsmouth. Tuttavia i figli e i nipoti di Marsh sembrano persone come tante, normalissime. Io li ho visti, me li hanno indicati proprio qui, una volta... ma, a ripensarci bene, i figli maggiori non si fanno vedere in giro da un bel po'. Il vecchio non l'ho visto mai.
"Perché ce l'hanno tanto con Innsmouth? Be', giovanotto, non bisogna dare troppa importanza alle chiacchiere della gente. Ce ne vuole a farli parlare, ma una volta incominciato, non si fermano più. Sono più di cent'anni che raccontano storie - e sempre sottovoce - a proposito di Innsmouth, ma se vuole sentire la mia, le dirò che hanno soprattutto paura. I loro racconti la farebbero ridere a crepapelle: dicono che il capitano Marsh avesse fatto un patto col diavolo e che avesse portato dei mostri usciti dall'inferno a vivere ad Innsmouth; oppure che nel 1845, più o meno, fosse scoperto per caso vicino al porto una specie di culto demoniaco con relativi sacrifici umani... ma io vengo da Panton, nel Vermont, e queste sciocchezze non mi impressionano certo.
"E tuttavia, dovrebbe sentire certi vecchi parlare della scogliera nera al largo della cittadina... lo Scoglio del Diavolo, lo chiamano. È quasi sempre sommerso dal mare, anche con la bassa marea spunta appena dall'acqua e non è neanche un isolotto. Ma, stando alla leggenda locale, un'intera legione di diavoli si darebbe convegno in quel posto, di quando in quando. Se ne starebbero accovacciati sullo scoglio o salterebbero fuori dalle grotte scavate dal mare nel punto più alto. È solo uno scabro pezzo di roccia dalla forma irregolare a poco più di due miglia dalla costa, ma prima che terminassero i giorni gloriosi dei viaggi sull'oceano i marinai erano soliti fare lunghe deviazioni per evitarlo.
"I marinai, cioè, che non erano di Innsmouth. Una delle ragioni per cui ce l'avevano tanto col vecchio capitano Marsh, era che lo si sospettava di recarsi in barca sul posto quando la marea lo consentiva, di notte. Forse ci andava davvero, perché oso dire che quella formazione rocciosa è interessante, e lui magari vi cercava i tesori dei pirati ed è possibile che ne abbia anche trovati; ma ovviamente la gente ha cominciato a parlare subito di suoi pretesi rapporti coi diavoli. Comunque fosse, sono convinto che sia stato proprio il capitano a dare allo scoglio la sua pessima reputazione.
"Questo accadeva prima della grande epidemia del 1846, quando morì più della metà degli abitanti di Innsmouth. Nessuno ha mai saputo di cosa si trattasse di preciso, ma dovette essere un morbo contagioso arrivato dalla Cina o da qualche altra parte con i bastimenti. In ogni modo, fu un gran brutto affare: ci furono tumulti e ogni sorta di nefandezze che tuttavia rimasero limitati alla cittadina, e tutto questo lasciò Innsmouth in condizioni spaventose. Da allora non si è più ripresa, e penso che a tutt'oggi non ci vivano più di tre o quattrocento persone.
"Eppure credo che alla base di tutto vi fossero dei semplici pregiudizi razziali; non che biasimi chi li coltiva, visto che, da parte mia, odio francamente quelli di Innsmouth e non andrei in quel posto neanche per tutto l'oro del mondo. Immagino che lei sappia - anche se è dell'ovest, l'ho capito dall'accento - che una quantità di bastimenti del nostro New England batteva i più strani e lontani porti dell'Africa, dell'Asia, dei Mari del Sud e di chissà quali altri posti ancora, e che spesso riportava in patria gente di quei paraggi. Senz'altro avrà sentito parlare di quel tale di Salem che tornò a casa con una moglie cinese, e forse saprà che esiste ancora una colonia di indigeni provenienti dalla isole Fiji nei paraggi di Capo Cod.
"Bene, penso che la gente di Innsmouth abbia alle spalle un'esperienza del genere. Il paese è sempre stato tagliato fuori dalla regione circostante da fiumi e paludi, e quindi non possiamo sapere con precisione cosa sia successo, ma è abbastanza probabile che il vecchio capitano Marsh abbia portato a casa degli esemplari parecchio strani quando aveva una flotta di tre navi, nel '20 e nel '30. Ancor oggi la gente di Innsmouth ha un aspetto bizzarro: non saprei come descriverlo, ma è un fatto indiscutibile. Se ne accorgerà osservando Sargent, se prenderà la corriera. Alcuni hanno la testa curiosamente stretta, il naso piatto, occhi vitrei e sporgenti che sembra non si chiudano mai; neanche la loro pelle è normale, ma raggrinzita e coperta di croste. E ai lati del collo presentano una specie di pieghe grinzose. Diventano calvi molto giovani. I più vecchi hanno un aspetto anche peggiore, sebbene, a onor del vero, non ricordi di aver mai visto una persona anziana di Innsmouth. Probabilmente muoiono prima di paura guardandosi allo specchio! Gli animali detestano questa gente... prima che ci fossero le automobili avevano sempre molte noie con i cavalli.
"Nessuno qui nei dintorni, ma neanche ad Arkham o a Ipswich, vuole avere a che fare con loro, e quelli ripagano della stessa moneta chiunque si rechi nella cittadina o cerchi di pescare nelle loro acque. Strano quanti pesci ci siano sempre al largo del porto di Innsmouth, mentre altrove non se ne vede uno: ma provi ad andare a pescare in quei pressi e vedrà come la faranno sloggiare! Una volta quella gente veniva qui col treno: andavano a piedi fino a Rowley a prenderlo; allora era ancora in funzione la diramazione ferroviaria, ma adesso usano la corriera.
"Sì, c'è un albergo ad Innsmouth, si chiama Gilman House, ma non credo sia molto raccomandabile. Le sconsiglio di alloggiare lì. Meglio che si fermi qui e prenda la corriera domani alle dieci; poi, potrà prendere quella delle otto di sera per Arkham. Un paio d'anni fa un ispettore del ministero dell'industria si fermò al Gilman e lasciò intendere ch'era un posto alquanto sgradevole. Pare ci fosse un affollamento singolare, perché questo tale udì voci nelle stanze, che in teoria avrebbero dovuto essere vuote, e gli vennero i brividi. Parlavano una lingua straniera, almeno così gli parve, ma disse che la cosa peggiore era una voce che interveniva di quando in quando. Gli era sembrata così innaturale - una specie di risucchio melmoso - che non osò più spogliarsi e andare a letto. Rimase alzato tutta la notte con la luce accesa, mentre la conversazione andò avanti fino all'alba.
"Questo tale - Casey, si chiamava - raccontò un mucchio di storie su come quelli di Innsmouth lo avevano studiato e evitato. Anche la raffineria di Marsh gli era sembrata un posto assai strano: è un vecchio edificio vicino alle cascate inferiori del Manuxet. Quello che mi disse concordava perfettamente con quanto avevo sentito. Libri contabili mal tenuti, nessuna ricevuta di sorta né una fattura. Sa, è sempre stato un mistero dove i Marsh si procurassero l'oro che poi raffinavano. Sembrava non effettuassero mai grossi acquisti, ma anni fa hanno spedito via mare un'enorme quantità di lingotti.
"Circolavano un sacco di chiacchiere su certi strani gioielli stranieri che i marinai e gli uomini della raffineria avrebbero venduto segretamente, e che le donne di Marsh avrebbero portato una o due volte. La gente riteneva che il capitano Obed se li fosse procurati con il baratto nei porti pagani, anche perché ordinava grossi quantitativi di perline colorate e altri gingilli del genere che i marinai usavano per gli scambi con gli indigeni. Altri pensavano, e tutt'ora pensano, che avesse scovato quei gioielli in qualche nascondiglio dei pirati allo Scoglio del Diavolo. Ma ecco un altro fatto strano: il vecchio capitano è morto da sessant'anni, e dai tempi della Guerra Civile nessun grosso bastimento è più uscito dal porto, eppure i Marsh continuano a comperare cianfrusaglie da barattare... in gran parte perline e ninnoli di gomma, a quanto mi dicono. Può darsi che a quelli di Innsmouth piaccia gingillarsi con questa roba; lo sa Dio se sono decaduti al livello dei cannibali dei Mari del Sud o dei selvaggi della Guinea!
"La pestilenza del '46 deve aver spazzato via le migliori famiglie. Attualmente non ci sono che persone equivoche, e i Marsh e gli altri ricconi non sono migliori degli altri. Come le ho detto, probabilmente non ci sono più di quattrocento anime nell'intera città, a dispetto dell'estensione di vie e strade che, a quanto mi dicono, è notevole. Deve trattarsi di gente che nel Sud chiamerebbero 'rifiuti bianchi': fuorilegge e astuti, con le mani in pasta in faccende poco pulite. Pescano molto pesce e lo esportano assieme alle aragoste, coi camion. Strano quanto pesce si affolli da quelle parti, mentre altrove non se ne piglia uno col lanternino.
"Nessuno riesce a sapere cosa diavolo combini quella gente: i funzionari della Pubblica Istruzione e del censimento devono vederne delle belle, quando vanno da quelle parti. Può scommettere che i forestieri ficcanaso non sono certo i benvenuti, ad Innsmouth. Con questi orecchi ho sentito di uomini d'affari o funzionari governativi che sono andati laggiù e scomparsi; si dice addirittura che un tale abbia dato di testa e oggi sia chiuso nel manicomio di Danvers. Deve aver preso uno spavento coi fiocchi, quel tizio.
«Ecco perché, se fossi in lei, non andrei a Innsmouth di notte. Non ci sono mai stato e non ho nessuna voglia di andarci, ma immagino che se ci fa una puntatina alla luce del sole non le accadrà niente di male... anche se la gente di qui le sconsiglierebbe comunque di andarci. Se, d'altra parte, le interessano le anticaglie e le cose un po' fuori dell'ordinario, Innsmouth è il posto che fa per lei.»
E così trascorsi parte della serata alla biblioteca pubblica di Newburyport, cercando altre informazioni su Innsmouth. Quando provai ad interrogare la gente del posto nei negozi, al ristorante, nei garage e perfino alla caserma dei pompieri, la trovai molto più abbottonata di quanto il bigliettaio mi avesse preannunciato, e presto mi resi conto che era tempo perso cercar di vincere la loro istintiva reticenza. Mi guardavano in preda ad oscuri sospetti, come se dovesse esservi per forza qualcosa di losco in chiunque si interessasse tanto ad Innsmouth. All'Y.M.C.A., dove trascorsi la notte, il portiere cercò di dissuadermi dall'andare in un posto tanto lugubre e decaduto e il personale della biblioteca mostrò un atteggiamento simile. Evidentemente, agli occhi delle persone istruite, Innsmouth rappresentava solo un caso di degenerazione civile molto accentuata.
Le cronache della Contea di Essex, che consultai in biblioteca, non mi fornirono molte informazioni, tranne che la cittadina era stata fondata nel 1643, era stata rinomata per i suoi cantieri navali prima della Rivoluzione, aveva goduto di una notevole prosperità come porto di mare agli inizi del XIX secolo, e in seguito come piccolo centro industriale grazie alla centrale elettrica costruita sul Manuxet. L'epidemia e i tumulti del 1846 erano trattati molto superficialmente, come se costituissero un disonore per la contea.
Trovai pochi riferimenti al declino della cittadina, sebbene questi ultimi fossero significativi. Dopo la Guerra Civile l'attività industriale s'era ridotta alla Marsh Refining Company; il commercio di lingotti d'oro, assieme all'eterna pesca, costituiva l'unico movimento d'affari d'un certo rilievo. Il pescato, tuttavia, rendeva sempre meno con il calare dei prezzi dei generi alimentari e la concorrenza su larga scala di grosse aziende; ma c'era sempre stata abbondanza di pesce al largo di Innsmouth. Gli stranieri vi si stabilivano molto raramente e da alcuni velati accenni capii che un certo numero di polacchi e di portoghesi che avevano cercato di farlo era stati cacciati senza tanti complimenti.
Più interessante mi parve un riferimento casuale agli strani gioielli oscuramente associati ad Innsmouth. Evidentemente, la cosa doveva aver notevolmente impressionato la gente della regione, anche perché venivano menzionati degli esemplari conservati nel Museo della Miskatonic University, ad Arkham, e nella sala-esposizioni della Newburyport Historical Society. Benché ne venisse data una descrizione alquanto sommaria e inaccurata, si svegliò in me una segreta e inspiegabile curiosità. C'era qualcosa, nella descrizione di quei gioielli, che mi sembrò estremamente bizzarro e stimolante: sentii crescere in me un irrefrenabile desiderio di vederli. E a dispetto dell'ora relativamente tarda decisi di andare a esaminare il pezzo locale: un oggetto grande, di proporzioni stravaganti, destinato a fungere evidentemente da tiara, ammesso che qualcuno fosse stato capace di indossarla.
Il bibliotecario mi diede un biglietto di presentazione per la conservatrice della locale società di studi storici, una certa signorina Anna Tilton, che abitava lì vicino, e dopo una breve spiegazione l'anziana signorina ebbe la gentilezza di farmi entrare nella sede chiusa dell'istituto, anche perché l'ora non era del tutto sconveniente. La collezione che vi trovai raccolta era notevole, ma, nello stato d'animo in cui mi trovavo, non ebbi occhi che per il bizzarro oggetto che riluceva corrusco in una vetrina d'angolo, sotto la luce elettrica.
Non occorreva essere eccessivamente sensibili al bello per restare letteralmente a bocca aperta, come accadde a me, davanti allo splendore misterioso e ultraterreno di quell'opera fantastica, opulenta in modo barbaro, e che poggiava su un cuscino di velluto purpureo. Anche adesso mi riesce difficile descriverla, ma con tutta evidenza era una sorta di tiara, come avevo letto in biblioteca. La parte frontale era molto alta, con una circonferenza ampia e singolarmente irregolare, come se fosse stata ideata per una testa dal contorno capricciosamente ellittico. A prima vista, credetti che fosse d'oro massiccio, ma il suo misterioso luccichio, più vivido di quello dell'oro, faceva pensare a una strana lega di metalli altrettanto preziosi e difficilmente identificabili. Era in perfetto stato di conservazione, e si sarebbero potute passare ore intere studiando l'impressionante e sconcertante fasto di non comuni motivi ornamentali (taluni semplicemente geometrici, altri d'ispirazione marina) cesellati o modellati ad altorilievo sulla tiara con perizia e grazia incredibili.
Più la guardavo, più m'affascinava; tuttavia in quell'attrazione v'era un alcunché di curioso e inquietante, che non avrei saputo definire né spiegare. In un primo tempo, attribuii quella nota di disagio alla peculiarità quasi "ultraterrena" dell'opera d'arte che avevo sotto gli occhi. Tutti i prodotti artistici che conoscevo erano ascrivibili a una ben definita tradizione razziale o nazionale, oppure rappresentavano una sfida modernista e consapevole a qualsiasi corrente culturale riconosciuta. La tiara non rientrava in nessuna delle due categorie. Evidentemente era il frutto di una tecnica infinitamente matura e perfetta, eppure non assomigliava assolutamente a nessun oggetto orientale, occidentale, antico o moderno che avessi mai visto o di cui avessi sentito parlare. Era come se fosse stata eseguita su un altro pianeta.
D'altra parte, presto mi resi conto che il mio disagio era provocato da una seconda e altrettanto potente peculiarità, costituita dalle suggestioni figurative e matematiche degli strani disegni. Questi ultimi, infatti, alludevano a remoti segreti e a inconcepibili abissi spaziotemporali, e la monotona simbologia acquatica dei rilievi diventava quasi sinistra. Vi si vedevano, tra gli altri, mostri fantasmagorici e grotteschi che avevano qualcosa di profondamente malvagio: metà pesci e metà battaci, facevano riaffiorare automaticamente certi ossessionanti e sgradevoli pseudo-ricordi, immagini richiamate da tessuti e cellule oscure le cui funzioni ritentive risalgono alla notte dei tempi, e sono quindi paurosamente ancestrali. A volte mi sembrava che i contorni di quei blasfemi pesci-rana esprimessero la quintessenza del male: il male ignoto e inumano.
La breve e prosaica storia della tiara, come me la riferì la signorina Tilton, contrastava bizzarramente con il suo aspetto. Era stata impegnata per una somma ridicola in una bottega di State Street, nel 1873, da un ubriaco di Innsmouth, che poco dopo fu ucciso in una rissa. L'istituto storico l'aveva acquistata direttamente dall'usuraio, dandole subito un posto degno del suo valore. Era stata catalogata come di probabile provenienza indocinese o delle Indie Orientali, sebbene tale attribuzione fosse, francamente, molto incerta.
La signorina Tilton, dopo aver raffrontato ogni possibile ipotesi sull'origine e la presenza della tiara nel New England, era incline a credere che essa facesse parte dell'esotico bottino di qualche pirata scoperto dal vecchio capitano Obed Marsh. Simile conclusione era stata avvalorata dalle insistenti offerte di acquisto, ad un prezzo molto alto, che i Marsh avevano cominciato a fare non appena avevano saputo della sua presenza nel conservatorio, e che hanno continuato a fare fino ad oggi a dispetto dell'incrollabile determinazione dell'Istituto di non venderla.
Accompagnandomi alla porta, la cortese signorina mi fece capire che la teoria secondo cui la fortuna dei Marsh era dovuta alla scoperta di qualche tesoro dei pirati era molto diffusa fra le persone intelligenti della regione. Quanto al suo atteggiamento nei confronti delle tenebrosa Innsmouth - che, tra l'altro, non aveva mai visitato - esso era di profondo disgusto per una comunità che era scesa sempre più in basso nella scala culturale, e mi assicurò che le voci di un culto satanico trovavano parziale giustificazione nell'esistenza di una particolare religione segreta che era diventata sempre più forte, soppiantando tutte le chiese tradizionali.
Si chiamava, aggiunse, "Ordine Esoterico di Dagon", e indubbiamente doveva essere un culto degradante e quasi pagano importato dall'Oriente un secolo prima, all'epoca in cui l'industria ittica di Innsmouth era sull'orlo del collasso. Era molto naturale che si fosse radicata in fretta fra quella gente semplice, anche perché aveva coinciso con la ricomparsa improvvisa e permanente di ricchi banchi di pesce di ottima qualità, e ben presto aveva assunto un ruolo di primo piano nella vita della cittadina, sostituendosi alla Frammassoneria e installando la sua sede nella vecchia Masonic Hall, in piazza New Church Green.
Tutto ciò, agli occhi della devota signorina Tilton, costituiva un'ottima ragione per evitare l'antica cittadina desolata e decadente; per me, invece, era un ulteriore incentivo a visitarla. Sicché alle mie aspettative storico-architettoniche s'aggiungeva un fervido entusiasmo antropologico, e dormii poco o niente nella mia stanzetta all'Y.M.C.A., mentre la notte trascorreva lentamente.
II
Il mattino seguente, poco prima delle dieci, mi trovavo nella vecchia Piazza del Mercato con la mia piccola valigia, aspettando la corriera per Innsmouth davanti all'emporio di Hammond. Avvicinandosi l'ora del suo arrivo, mi accorsi che gli sfaccendati che ciondolavano nei pressi si spostavano tutti in altre direzioni, chi dall'altra parte della strada, chi verso l'Ideal Lunch, all'estremità opposta della piazza. Evidentemente il bigliettaio non aveva esagerato l'avversione della gente del posto nei confronti di Innsmouth e dei suoi abitanti. Qualche istante dopo, una piccola corriera scassata, d'un color grigio sporco, sbucò sferragliando da State Street, prese la curva e finalmente si fermò accanto al marciapiede, proprio nel punto dove mi trovavo. Vidi subito che era la corriera che aspettavo, perché un piccolo cartello sul parabrezza recava la scritta semicancellata "Arkham-Innsmouth-Newb.. .port".
C'erano solo tre passeggeri: tre uomini dalla carnagione scura, i capelli spettinati, i volti accigliati e l'aspetto giovanile, e quando il veicolo si fermò ne scesero goffamente, incamminandosi lungo State Street silenziosi e quasi furtivi. Poi smontò anche l'autista, e lo seguii con gli occhi mentre entrava da Hammond per fare qualche acquisto. Questo, pensai, dev'essere il Joe Sargent di cui mi parlava il bigliettaio; e, ancor prima di notare le sue caratteristiche fisiche, fui preso da un istintivo moto di ripugnanza che non avrei saputo spiegare né analizzare. D'un tratto trovai più che naturale che la gente del posto non volesse viaggiare sulla corriera guidata da quell'uomo, e mettesse piede il meno possibile nella cittadina in cui vivevano lui e quelli della sua razza.
Quando l'autista uscì dall'emporio, lo studiai attentamente e cercai di capire perché m'avesse fatto quell'impressione sinistra. Era magro, alto, con spalle cascanti, sotto l'uno e ottanta, e indossava un completo blu stazzonato e un bisunto berretto grigio a visiera. Doveva avere trenta, trentacinque anni, ma le bizzarre e profonde grinze ai lati del collo lo facevano sembrare più vecchio finché non si guardava il volto ottuso e inespressivo. Aveva la testa stretta, occhi d'un azzurro slavato che sembravano non chiudersi mai, naso piatto, fronte e mento sfuggenti, orecchi singolarmente atrofizzati. Il labbro superiore era grosso e insolitamente lungo e le guance grigiastre dai pori dilatati quasi glabre, non fosse che per qualche ciuffetto di peli gialli e arricciati che crescevano radi qua e là; in alcuni punti la pelle sembrava squamosa, come se soffrisse di qualche malattia. Le mani grandi, coperte di un fitto intrico di vene in rilievo, erano di un colore grigio-bluastro molto insolito, con dita tozze e cortissime in proporzione alla grossezza del palmo. Sembrava, inoltre, che le dita tendessero a ripiegarsi nel palmo enorme. Mentre s'avviava verso la corriera, notai la sua andatura strascicata e vidi che aveva piedi smisurati: più li guardavo, più mi chiedevo come facesse a trovare scarpe che gli andassero bene.
L'aspetto sudicio e untuoso dell'uomo accrebbe il mio disagio. Evidentemente, a tempo perso, lavorava o ciondolava nelle pescherie, perché ne emanava il caratteristico odore. Non riuscivo a capire quale sangue barbaro scorresse nelle sue vene. Le sue bizzarre peculiarità fisiche non erano certamente asiatiche, polinesiane, levantine o negroidi, eppure capivo perché la gente vedesse in lui uno straniero. Personalmente, avrei pensato a una degenerazione biologica piuttosto che a sangue esotico.
Mi dispiacque notare che ero l'unico passeggero della corriera. Mi metteva a disagio il pensiero di viaggiare solo con un simile autista. Ma, giunto il momento di partire, ritrovai il mio sangue freddo e lo seguii sulla corriera, porgendogli una banconota da un dollaro per il biglietto e mormorando una sola parola: "Innsmouth". Mi guardò con una strana espressione, dandomi il resto di cinquanta centesimi senza parlare. Mi sedetti lontano da lui, sebbene dalla stessa parte, perché volevo guardare la costa durante il viaggio.
Finalmente il ferrovecchio si mise in moto con uno scossone e oltrepassò rombando i vecchi edifici di mattoni di State Street con una nube di gas di scarico. Guardando distrattamente la gente sui marciapiedi, ebbi l'impressione che evitassero perfino di dare un'occhiata alla corriera, o che almeno fingessero di non farlo. Poi voltammo a sinistra, prendendo High Street, e cominciammo a procedere senza scossoni, filando accanto a magnifiche ville che risalivano agli inizi della repubblica e a fattorie di stile coloniale ancora più antiche; oltrepassammo Lower Green e Parker River, e finalmente sboccammo in una lunga e monotona fascia costiera che si estendeva a perdita d'occhio.
Era una giornata calda e soleggiata, ma il paesaggio di sabbia, di càrici e arbusti stentati andava facendosi sempre più desolato man mano che procedevamo. Guardando fuori dal finestrino, potevo vedere il mare d'un azzurro carico e la linea sabbiosa di Plum Island; poco dopo lasciammo la provinciale per Rowley ed Ipswich, e prendemmo una strada secondaria che correva molto vicino alla spiaggia. Non scorsi case, e le condizioni della carreggiata inducevano a credere che il traffico fosse molto scarso in quei paraggi. I bassi pali del telegrafo consumati dalle intemperie portavano due fili soltanto. Di quando in quando, attraversammo rozzi ponti di legno su torrenti gonfiati dalle maree che si perdevano serpeggiando nell'entroterra e contribuivano ad isolare ancor di più la regione.
Ogni tanto scorgevo dei mozziconi d'alberi secchi e i resti di muri crollati fra mucchi di sabbia, e ricordai d'aver letto nelle cronache della contea, la sera prima, che un tempo questa contrada era stata fertile e popolosa. Il cambiamento era sopravvenuto in concomitanza con l'epidemia del 1846, e, stando alla gente semplice della zona, era oscuramente collegato all'intervento di arcane forze maligne. In realtà era stato provocato dal dissennato disboscamento troppo vicino alla linea costiera, che aveva privato il suolo della miglior protezione e lasciato via libera alle dune ammonticchiate dal vento.
Poi Plum Island scomparve alla vista e, alla nostra sinistra, si aprì la sconfinata distesa dell'Atlantico. La strada cominciò ad inerpicarsi rapidamente e provai una singolare sensazione di disagio guardando la solitaria cresta davanti a me, dove la strada dissestata incontrava il cielo. Era come se la corriera stesse per proseguire la sua corsa oltre il crinale, lasciandosi dietro la sana terra e tuffandosi nei misteri arcani del cielo. L'odore del mare mi parve vagamente minaccioso; la schiena curva, rigida, e la testa stretta dell'autista mi sembrarono vieppiù odiose. Mentre lo guardavo, notai che anche la nuca era quasi priva di capelli e sulla pelle grigia e grinzosa crescevano solo radi peli gialli.
Raggiunta la sommità della cresta, ammirai la vallata distesa più in basso, dove il Manuxet si congiunge al mare a nord della linea di rilievi che culmina nel promontorio di Kingsport, piegando quindi in direzione di Capo Ann. Sull'orizzonte lontano e velato si stagliava il profilo vertiginoso del promontorio sulla cui sommità sorge l'antica e misteriosa casa di cui parlano tante leggende: ma, per il momento, non ebbi occhi che per il più vicino panorama sotto di me. Perché mi trovavo faccia a faccia con la chiacchierata e tenebrosa Innsmouth.
Era una cittadina piuttosto estesa e ricca di costruzioni, in cui colpiva la straordinaria scarsità di segni di vita. Dalla selva di camini saliva solo qualche filo di fumo, e tre alti campanili si profilavano cupi e scrostati contro il cielo dalla parte del mare; la cima di uno di essi era parzialmente crollata e in questo, ma anche in un altro, si aprivano nere occhiaie dove avrebbero dovuto esserci grandi quadranti d'orologio. L'esteso labirinto di tetti sghembi a spiovente e di abbaini aguzzi, cadenti, faceva pensare sgradevolmente all'opera devastatrice dei tarli, e avvicinandoci per la strada in discesa potei vedere che molti tetti erano completamente sfondati. Intravidi grandi case di stile georgiano, con tetti a quattro spioventi, lucernai, e "gallerie della vedova" munite d'inferriate. Si trovavano per la maggior parte lontano dal mare, e due o tre mi parvero in discreto stato di conservazione. Fra di esse, in direzione dell'entroterra, si snodavano le rotaie arrugginite e un poco nascoste dalle erbacce della diramazione ferroviaria in disuso, con i pali del telegrafo inclinati e senza fili, e i tracciati anneriti delle vecchie rotabili per Rowley ed Ipswich.
La zona del porto manifestava i peggiori segni di decadenza, sebbene, proprio al centro di essa, scorgessi la bianca torretta di un edificio di mattoni molto ben conservato che aveva l'aria di una piccola fabbrica. Il porto, da molto tempo ostruito dalla sabbia, era protetto da un antico frangiflutti di pietra, su cui distinsi le figure minute di alcuni pescatori seduti, e all'estremità del quale c'erano quelli che sembravano i resti di un faro. All'interno della barriera artificiale s'era formato un istmo sabbioso punteggiato di capanne cadenti, barchette a fondo piatto e nasse per aragoste. Sembrava che l'acqua fosse profonda solo dove il fiume, oltrepassata la costruzione turrita e compiuta una svolta in direzione sud, si gettava nell'oceano al di là del frangiflutti.
Qua e là si protendevano in mare le rovine di moli che terminavano in mucchi di macerie informi, e più lontano, a sud, sembravano in condizioni peggiori. Al largo, malgrado l'alta marea, notai una lunga linea nera che affiorava appena, e tuttavia dava un'impressione di malignità latente. Era molto strano, ma sapevo che doveva essere lo Scoglio del Diavolo. Mentre lo guardavo, avvertii una sorta di sottile e bizzarra attrazione che si confuse con la ripugnanza che m'ispirava, e abbastanza stranamente trovai questa sfumatura più inquietante della prima impressione.
Non incontrammo nessuno sulla strada, ma passammo davanti a fattorie abbandonate in vari stadi di sfacelo. Poi scorsi le prime, rare case abitate, con stracci al posto dei vetri nelle finestre rotte, e gli squallidi cortili disseminati di lische di pesce e gusci di molluschi. Una o due volte vidi degli individui dall'aria apatica lavorare in giardinetti desolati o intenti a cercare molluschi nella spiaggia puzzolente di sotto, e gruppetti di bambini sporchi dai volti scimmieschi giocare sulle soglie delle case infestate di erbacce. In qualche modo quella gente era ancor più inquietante delle tetre case dove viveva, perché non c'era persona che non mostrasse le peculiarità di lineamenti o di gesti che istintivamente mi ripugnavano, senza che potessi spiegarmene la ragione. Per un istante pensai che il loro caratteristico aspetto fisico mi portasse alla mente un'immagine già vista, forse in un libro, in circostanze particolarmente raccapriccianti o melanconiche; ma quel falso ricordo svanì subito.
Mentre la corriera continuava a percorrere la ripida discesa, cominciai ad avvertire lo scroscio uniforme d'una cascata che rompeva l'innaturale silenzio. Case sbilenche, dai muri non dipinti, andavan facendosi più fitte ai lati della strada, assumendo gradatamente un aspetto più urbano di quelle che ci lasciavamo alle spalle. Il panorama s'era ridotto allo scorcio d'una via in rovina con vestigia d'un antico acciottolato e di un marciapiede di mattonelle. Tutte le case sembravano disabitate, e qua e là i resti d'un cono caduto e mozziconi di muri maestri aprivano larghe ferite fra gli edifici. Su tutto regnava un nauseabondo tanfo di pesce.
Poco dopo apparvero i primi incroci: le vie che andavano a sinistra conducevano ai sordidi regni di squallore e desolazione della zona del porto; quelle di destra conservavano tracce d'un perduto splendore. Fino a quel momento non avevo visto nessuno in città, ma adesso notavo vaghi indizi di case abitate: qua e là tende alle finestre, qualche rara e vecchia automobile parcheggiata davanti a un uscio. Acciottolati e marciapiedi apparivano in discrete condizioni, o quanto meno erano riconoscibili, e sebbene la maggior parte delle case fosse molto vecchia - costruzioni in legno e mattoni degli inizi del XIX secolo - sembravano molto più abitabili di quelle che avevo notato entrando in città. Da cultore dilettante di antichità, dimenticai il disgustoso odore e la sensazione che tra quelle vestigia d'un florido passato incombesse una minaccia tremenda.
Eppure non dovevo arrivare a destinazione senza provare un'impressione estremamente sgradevole. La corriera era giunta in una specie di slargo da cui si dipartivano a raggiera varie strade; notai subito due chiese, una sulla destra, l'altra sulla sinistra, mentre al centro si stendeva una grande aiuola circolare in pessime condizioni, e, soprattutto, una massiccia costruzione ornata di finte colonne prospiciente l'incrocio alla mia destra. L'intonaco un tempo bianco andava staccandosi in pellicole grigiastre, e la scritta a lettere d'oro su fondo nero incisa sul frontone era tanto sbiadita che faticai a leggere "Ordine Esoterico di Dagon". Dunque quella era l'ex-sede della locale loggia massonica che ora ospitava un culto degradante. Mentre mi sforzavo di decifrare l'iscrizione, la mia attenzione fu attratta dai rintocchi d'una campana fessa e mi sporsi subito dal finestrino.
I suoni provenivano da una chiesa di pietra in stile vagamente gotico, evidentemente più antica della maggior parte delle case, con un tozzo campanile e una cripta sproporzionatamente alta, provvista di finestre sbarrate. Sebbene il quadrante del grande orologio che campeggiava sul lato visibile del campanile non avesse lancette, dai rintocchi fessi mi resi conto che erano le undici. Poi, improvvisamente, ogni preoccupazione riguardo l'ora fu cancellata da una sconvolgente e fuggevole immagine di un'intensità tremenda e di grande orrore, che mi travolse prima ancora di capire che cosa fosse realmente. La porta della chiesa era aperta su un rettangolo di oscurità, e mentre la guardavo una figura attraversò, o parve attraversare, quello sfondo buio, alterando la mia mente con un'immagine da incubo tanto più sconvolgente in quanto, a un'analisi attenta, non rivelava proprio nulla di pauroso.
Era un essere vivente: il primo, oltre all'autista, che avessi visto da quando eravamo entrati nella cittadina; fossi stato meno nervoso, probabilmente non ci avrei trovato proprio nulla di inquietante. Mi resi conto quasi subito che doveva trattarsi di un prete addobbato con i bizzarri paramenti dell'Ordine di Dagon, che aveva modificato il culto nelle chiese locali. Indubbiamente la cosa che aveva colpito il mio inconscio alla prima occhiata, comunicandomi un fremito di orrore, era la tiara che portava, copia pressoché esatta di quella che la signorina Tilton m'aveva fatto vedere la sera prima. L'immagine della tiara, agendo sulla mia fantasia, m'aveva fatto attribuire indefinibili e sinistre peculiarità a quella figura senza volto e il passo strascicato. Decisi che non c'era alcuna ragione di impressionarsi tanto, come avviene quando affiora un ricordo conturbante. Dopo tutto, non era naturale che una setta misterica adottasse, tra gli altri addobbi, uno stravagante copricapo che la comunità conosceva bene, e che forse faceva parte di un tesoro ritrovato per caso?
Nel frattempo, giovinastri dall'aspetto ripugnante cominciavano ad apparire sui marciapiedi, soli o in gruppetti di due o tre. Alcune case cadenti ospitavano al pianterreno una bottega dalle sudice insegne, e notai passando qualche camion fermo. Lo scroscio della cascata si faceva sempre più distinto, e ben presto vidi davanti a noi un fiume incassato in una gola profonda, attraversato da un lungo ponte di ferro oltre il quale si apriva una piazza. Mentre passavamo sul ponte, notai gli edifici di una fabbrica sul primo tratto della scarpata ripida ed erbosa. Più in basso l'acqua scorreva tumultuosa e potei vedere due cascate spumeggianti: a monte, sulla mia destra, e a valle, sulla sinistra. In quel punto il fragore dello scroscio era assordante. Poi sboccammo nella grande piazza semicircolare appena oltre il ponte e ci fermammo sulla destra, di fronte a un alto edificio, sormontato da un lucernario, che una volta doveva essere stato giallo. Un'insegna semicancellata lo qualificava come Gilman House.
Ero contento di poter scendere finalmente dalla corriera, e andai subito a depositare la valigia nella squallida portineria dell'albergo. Vi trovai una sola persona - un uomo anziano il cui aspetto non mostrava segni di quella che ormai avevo battezzato la "maschera di Innsmouth" - e decisi di non fargli domande sulle cose che mi interessavano, ricordando che in quell'albergo erano successi fatti strani. Invece andai a fare quattro passi in piazza, da cui la corriera era già scomparsa, per studiare nei particolari lo scenario che mi circondava.
Parallelo a un lato del vasto spiazzo acciottolato scorreva il fiume; sull'altro sorgeva invece un semicerchio di edifici in mattoni dai tetti a spiovente che risalivano più.o meno al 1800; di qui si irradiavano alcune vie verso sudest, sud e sudovest. I lampioni erano pochi e piccoli, tutti provvisti di lampade a incandescenza di basso voltaggio, e fui contento di aver deciso di partire prima della notte, sebbene sapessi che ci sarebbe stata luna piena. Gli edifici erano in buono stato, inclusi una dozzina di negozi aperti; fra questi c'erano una drogheria che apparteneva alla catena First National, un lugubre ristorante, un emporio, l'ufficio di un commerciante di pesce all'ingrosso, e, all'estremità est della piazza, vicino al fiume, la sede dell'unico stabilimento della città: la Marsh Refining Company. Non riuscii a vedere più d'una decina di persone, quattro o cinque automobili e qualche camion parcheggiato qua e là. Non avevo bisogno di chiedere informazioni per capire che mi trovavo nel centro commerciale di Innsmouth. A est potevo scorgere uno specchio di mare azzurro della zona portuale, contro cui si profilavano tre bei campanili in stile georgiano. E verso il litorale, sull'altra sponda del fiume, si stagliava la bianca torretta che sovrastava quello che supponevo essere lo stabilimento Marsh.
Per varie ragioni decisi di fare qualche domanda al personale della succursale della First National che, presumibilmente, non doveva essere di Innsmouth. Trovai, infatti, solo un ragazzo sui diciassette anni dall'aria cordiale e aperta che mi fece sperare in un colloquio incoraggiante. Sembrava contento di parlare, e capii subito che non gli piaceva la città, il suo puzzo di pesce e tanto meno i furtivi abitanti. Quattro chiacchiere con un forestiero gli fecero bene. Era originario di Arkham, alloggiava presso una famiglia venuta da Ipswich, e tornava dai suoi ogni volta che poteva. La famiglia non era contenta che lavorasse ad Innsmouth, ma la ditta lo aveva mandato lì ed egli non voleva perdere il posto.
Mi disse che ad Innsmouth non c'erano biblioteca pubblica né camera di commercio, ma che non mi sarei certo perso. Ero arrivato da Federal Street. A ovest di questa via si trovavano i quartieri residenziali, Broad, Washington, Lafayette e Adams Street; ad est sorgevano gli slum della zona del porto. Ma era proprio in questi sobborghi popolari - lungo Main Street - che avrei potuto ammirare le antiche chiese dell'epoca di re Giorgio, sebbene fossero sconsacrate da tempo. Avrei fatto meglio a non aggirarmi troppo in quei paraggi, soprattutto a nord del fiume, perché la gente era scontrosa ed ostile, e vi erano già scomparsi dei forestieri.
In pratica certe zone della città costituivano un territorio interdetto agli estranei, come lui stesso aveva imparato a sue spese. Ad esempio, non era consigliabile soffermarsi nei pressi dello stabilimento Marsh, delle chiese ancora aperte o della sede ornata di colonne dell'Ordine di Dagon, in New Church Green. Le chiese erano tutte posti strani: violentemente ripudiate dalle sètte originarie, di cui conservavano il nome, a quanto pare venivano tuttora usate per riti bizzarri, celebrati da preti in paramenti altrettanto stravaganti. I loro affiliati professavano credenze misteriose ed eretiche che implicavano prodigiose metamorfosi del corpo in base alle quali esso guadagnava l'immortalità già su questa terra, o qualcosa di simile. Il pastore del giovanotto - il dottor Wallace, della Chiesa episcopale di Arkham - gli aveva severamente proibito di partecipare a qualsiasi rito di Innsmouth.
Quanto agli abitanti della città, il giovane non sapeva di preciso cosa pensarne. Erano furtivi e si facevano vedere raramente, come animali che vivessero quasi sempre rintanati, ed era difficile immaginare come passassero il loro tempo quando non si dedicavano, saltuariamente, alla pesca. Forse, a giudicare dalla quantità di alcolici di contrabbando che trangugiavano, passavano gran parte del giorno ubriachi fradici. Sembravano molto uniti fra di loro, in una sorta di chiusa confraternita, e disprezzavano questo mondo come se avessero accesso ad altre, e migliori, sfere d'esistenza. Il loro aspetto - soprattutto gli occhi vitrei e fissi che parevano non chiudere mai - era certamente impressionante, e la voce altrettanto sgradevole. Era spaventoso udirli salmodiare di notte nelle loro chiese, specialmente in occasione delle festività più importanti della religione che praticavano, e che cadevano due volte l'anno: il 30 aprile e il 31 ottobre.
Amavano molto l'acqua e nuotavano spesso nel fiume o nella baia. Le gare di nuoto fino allo Scoglio del Diavolo erano frequenti, e tutte le persone che si vedevano in giro avevano il fisico adatto a cimentarsi in simili faticose prove. Tuttavia, a pensarci bene, in pubblico si vedevano quasi solamente giovani, e di questi i più maturi presentavano già un aspetto fisicamente degenerato. C'erano comunque delle eccezioni, persone adulte senza deformità di sorta come il "vecchio" impiegato dell'albergo. Veniva fatto di chiedersi che fine facessero gli abitanti più anziani, e se la "maschera di Innsmouth" non fosse altro che la sintomatologia avanzata di qualche strana e insidiosa malattia che si aggravava con il passare degli anni.
Perché soltanto una malattia molto insolita, naturalmente, poteva provocare trasformazioni anatomiche tanto radicali in individui che avevano superato l'età matura: mutamenti che includevano addirittura modifiche della forma del cranio. Ma era quasi impossibile giungere a una qualsiasi conclusione su questo punto, aggiunse il giovanotto, perché nessuno, a prescindere da quanto avesse visto ad Innsmouth, riusciva mai a fare amicizia con gli abitanti, o soltanto a conoscerli.
Egli era certo che alcuni soggetti, in condizioni fisiche anche peggiori di quelle dei più deformi che si vedevano in giro, venissero segregati in certi posti. A volte si sentivano rumori pazzeschi. Correva voce che i fatiscenti tuguri dell'angiporto, a nord del fiume, fossero collegati fra loro da gallerie sotterranee, che formavano un vero labirinto di misteri invisibili. Impossibile dire quale tipo di sangue straniero scorresse nelle vene di quegli esseri, ammesso che avessero sangue straniero. E le rare volte in cui funzionari del governo o altri forestieri capitavano in città, gli individui dall'aspetto particolarmente ripugnante venivano fatti sparire. Non sarebbe servito a nulla, soggiunse il giovanotto, interrogare la gente del posto. L'unico disposto a parlare era un uomo molto vecchio, ma di aspetto normale, che viveva all'ospizio dei poveri nella periferia nord della città, e che trascorreva il suo tempo ciondolando per le strade o nei pressi della caserma dei pompieri. Questo canuto vegliardo, Zadok Allen, aveva novantasei anni e la testa non del tutto a posto, oltre ad essere l'ubriacone del luogo. Era un tipo strano e furtivo, che si guardava costantemente alle spalle come se avesse paura di qualcosa, e quando era sobrio non si poteva persuaderlo a parlare con i forestieri. D'altra parte, era incapace di resistere all'allettamento del suo veleno preferito: una volta sbronzo, sussurrava incoerentemente le cose più stupefacenti.
Naturalmente non si doveva prendere per oro colato tutto ciò che diceva, perché le sue folli storie accennavano in modo sconclusionato a meraviglie ed orrori che non potevano scaturire se non dai suoi deliri di alcolizzato. Nessuno gli prestava fede, ma la gente del posto non gradiva molto che si ubriacasse e poi parlasse con i forestieri, e non era prudente farsi vedere in sua compagnia. Probabilmente era proprio lui la fonte delle chiacchiere e delle pazzesche leggende che circolavano sulla cittadina.
Alcuni residenti non originati di Innsmouth, affermavano di aver intravisto, di quando in quando, cose mostruose: ma tra i racconti di Zadok e le malformazioni degli indigeni, non c'era da meravigliarsi che ogni tanto qualcuno avesse le allucinazioni. La gente che non era nata in città non usciva di notte, poiché era opinione diffusa che fosse saggio non farlo. Inoltre le strade erano penosamente buie per l'assenza, o quasi, di lampioni.
Quanto agli affari, l'abbondanza di pesce era certamente sorprendente, ma pareva che gli abitanti della città non ne traessero grandi vantaggi; e poi i prezzi calavano e la concorrenza cresceva, sicché l'industria ittica languiva. L'unica vera attività commerciale era costituita dallo stabilimento, i cui uffici erano qualche porta più in là del negozio dove mi trovavo. Il vecchio Marsh non si faceva mai vedere in giro, ma a volte si recava nello stabilimento in una vettura chiusa con le tendine tirate.
Circolavano un sacco di chiacchiere sul suo attuale aspetto fisico. Un tempo era stato un vero elegantone, e alcuni dicevano che portasse ancora la finanziera in voga nell'età edoardiana, curiosamente adattata a certe sue deformità. I figli, che una volta mandavano avanti gli uffici sulla piazza, recentemente non s'erano più visti, e avevano lasciato la conduzione degli affari ai giovani della nuova generazione. A quanto pareva, negli ultimi tempi i figli e le figlie di Marsh avevano assunto un aspetto fisico bizzarro, soprattutto i più vecchi; e si diceva che non stessero per niente bene.
Una delle figlie, una donna repellente che ricordava un rettile, amava bardarsi di una quantità di gioielli fantastici che ricordavano la fattura esotica della strana tiara. Il giovanotto li aveva visti più d'una volta e aveva sentito dire che provenivano da un tesoro nascosto di pirati o di dèmoni... I pastori - o preti o come diavolo si chiamavano - indossavano la tiara come copricapo durante le loro cerimonie, ma era piuttosto difficile vederli. Il giovane non aveva notato altri esemplari di quel gioiello, ma si diceva che ce ne fossero parecchi ad Innsmouth.
I Marsh, come le altre tre famiglie patrizie della città - i Waite, i Gilman e gli Eliot - vivevano molto appartati. Abitavano in ville enormi in Washington Street e li si sospettava di tenere praticamente segregati quei parenti che per il loro aspetto fisico orripilante non potevano apparire in pubblico, e che, anzi, erano stati dichiarati ufficialmente morti.
Avvertendomi che la maggior parte delle vie era priva di targhe, il giovanotto mi disegnò uno schizzo sommario ma preciso che costituiva la pianta della città. Dopo avergli dato un'occhiata capii che mi sarebbe stato molto utile e me lo infilai in tasca ringraziandolo calorosamente. L'unico ristorante che avevo visto mi aveva fatto una pessima impressione, così acquistai nella drogheria del ragazzo una scorta di cracker al formaggio e di biscotti allo zènzero che avrebbero costituito il mio pranzo. Il programma che m'ero fatto prevedeva una lunga passeggiata per le vie principali, una chiacchierata con tutte le persone non originarie del luogo e infine la partenza per Arkham con la corriera delle otto. La città, a quanto potevo vedere, costituiva un esempio estremo e significativo di degradazione della vita comunitaria organizzata, ma, non essendo un sociologo, limitai le mie osservazioni al campo architettonico.
E così diedi inizio ad un sistematico, benché sconcertante, giro turistico per le strette, ombrose e decadenti vie di Innsmouth. Dopo aver attraversato il ponte ed aver piegato in direzione del fragore della cascata inferiore, passai vicino alla raffineria Marsh, da cui, stranamente, non proveniva nessuno dei rumori caratteristici di uno stabilimento in attività. Sorgeva sulla ripida scarpata e dominava il fiume nei pressi di un incrocio che doveva essere stato l'antico centro cittadino, sostituito dopo la Rivoluzione dall'attuale Town Square.
Riattraversai la gola sul ponte di Main Street e mi inoltrati in un quartiere tanto deserto e desolato da farmi rabbrividire. Ammassi di tetti sfondati formavano una fantastica linea dentellata contro il cielo, sovrastata dallo spettrale campanile decapitato di un'antica chiesa. Alcune case, in Main Street, erano abitate, ma la maggior parte aveva usci e finestre sbarrate da assi di legno, Nelle viuzze laterali, prive di lastricato, si aprivano le nere orbite di topaie deserte, molte delle quali pericolosamente inclinate ad angoli incredibili a causa del cedimento parziale delle fondamenta. Quelle cieche finestre apparivano così spettrali che dovetti fare appello al mio coraggio per piegare verso est in direzione dell'angiporto. È certo che il terrore ispirato da una casa deserta cresce in proporzione geometrica, piuttosto che aritmetica, via via che le case si moltiplicano, fino a formare un'intera città fantasma. La vista di quegli interminabili vicoli abitati soltanto dalla desolazione e dalla morte, il pensiero di quell'infinita successione di vani vuoti abbandonati ai ragni, ai ricordi, e al verme conquistatore, evocavano avversioni e paure latenti che nessun ragionamento filosofico riusciva a dissolvere.
Fish Street era altrettanto deserta di Main Street, ma ne differiva a causa dei numerosi magazzini di mattoni e pietra ancora in eccellente stato di conservazione. Water Street era una copia esatta della precedente, a parte una serie di grandi brecce, dalla parte del mare, dove un tempo si trovavano le banchine. Non vidi un solo essere vivente, salvo rari pescatori sul lontano frangiflutti, e non udii un suono tranne lo sciabordìo delle onde e il rombo delle cascate del Manuxet. La città mi innervosiva sempre più e mi guardai furtivamente alle spalle mentre tornavo indietro attraverso il ponte di Water Street, poiché quello di Fish Street, stando alla mappa disegnata dal giovanotto della drogheria, era crollato.
A nord del fiume notai qualche squallida traccia di vita: piccole ditte che lavoravano e inscatolavano pesce, camini che fumavano, tetti restaurati qua e là, rumori di provenienza indeterminata, rare figure dall'andatura strascicata nei vicoli lugubri e privi di pavimentazione; eppure tutto ciò mi sembrò ancor più opprimente della desolazione della zona sud. E per di più i rari passanti apparivano molto più abnormi e ripugnanti di quelli che avevo intravisto nei pressi del centro; più d'una volta m'affiorarono alla mente maligne e fantastiche reminiscenze di qualcosa che non riuscivo a individuare con chiarezza, né tanto meno capivo da dove scaturissero quei parziali ricordi. Indubbiamente nella gente di periferia la percentuale di sangue straniero era più abbondante che all'interno della città: a meno che, se la "maschera di Innsmouth" era davvero una malattia e non la conseguenza d'un incrocio di razze, quel quartiere non ospitasse i casi più gravi.
Un particolare che m'inquietava era la distribuzione dei deboli suoni che udivo. Naturalmente, avrebbero dovuto provenire dalle case che sembravano abitate, e invece erano più forti dietro le facciate con usci e finestre sbarrati da assi di legno. Udivo scricchiolii, rumori di passi affrettati e furtivi, brontolii; mi venne fatto di pensare, sgradevolmente, alle gallerie sotterranee cui accennava il ragazzo della drogheria. Poi, all'improvviso, mi chiesi che voce avessero gli abitanti di Innsmouth. Nella zona dove mi trovavo adesso non avevo sentito parlare nessuno, e non ero certo ansioso di sciogliere i miei dubbi.
Feci solo una breve sosta per ammirare due chiese eleganti ma cadenti in Main e Church Street, quindi m'affrettai ad uscire dai sordidi slum del porto. La mia prossima, e logica, meta avrebbe dovuto essere New Church Green, ma, per un verso o per l'altro, non me la sentivo di ripassare vicino alla chiesa nella cui cappella mortuaria avevo intravisto la figura del prete o pastore con la tiara, e che per ragioni misteriose mi aveva riempito di paura. Il commesso della drogheria m'aveva detto che non era consigliabile sostare nei paraggi delle chiese e della sede dell'Ordine di Dagon.
Di conseguenza, continuai a seguire la Main in direzione nord fino a Martin Street, poi, piegando verso l'interno, attraversai Federal Street che mi condusse oltre New Church Green, ed entrai così nella zona nord dei quartieri un tempo eleganti: Broad, Washington, Lafayette e Adams Street. Sebbene quei vecchi viali mal tenuti e dalla pavimentazione sconnessa ispirassero una sensazione d'abbandono, i grandi olmi che li ombreggiavano conferivano loro una parvenza della dignità perduta. Ville e palazzine non cessavano di destare la mia ammirazione, benché, fatiscenti e in molti casi con usci e finestre sbarrate da tavole, sorgessero in giardini inselvatichiti; comunque, in ogni via ne vidi qualcuna che sembrava abitata. In Washington Street ce n'era una fila di quattro o cinque in ottime condizioni, circondate da prati e giardini molto ben tenuti. La più sontuosa - con giardini a terrazzo digradanti fino a Lafayette Street - doveva essere la residenza del vecchio Marsh, il misterioso proprietario della raffineria.
In tutte queste vie non vidi anima viva, e mi stupì la totale assenza di cani e gatti ad Innsmouth. Un altro particolare che mi turbò e incuriosì fu che il terzo piano e l'attico, anche nelle residenze meglio conservate, avevano le finestre ermeticamente sprangate da assi. Segretezza e mistero regnavano sovrani in quella città di silenzi, d'alienazione e morte, e non riuscivo a liberarmi dalla sgradevole sensazione d'essere spiato da ogni parte da furtivi occhi vitrei che non si chiudevano mai.
Rabbrividii sentendo una campana fessa suonare le tre in un campanile alla mia sinistra. Ricordavo troppo bene la chiesa tozza da cui provenivano quei rintocchi. Seguendo Washington Street in direzione del fiume, mi trovai in una vecchia zona industriale e commerciale, dove notai le rovine di qualche stabilimento e di un'antica stazione ferroviaria, e alla mia destra vidi un ponte coperto, che scavalcava il fiume, su cui passavano i vecchi binari. Benché sul ponte pericolante ci fosse un cartello che ne vietava l'attraversamento, lo oltrepassai per raggiungere la sponda sud dove avevo notato tracce di vita. Creature furtive, dal passo strascicato, guardarono misteriosamente nella mia direzione, volti più normali mi esaminarono con curiosità e distacco. Innsmouth stava diventandomi rapidamente insopportabile e discesi Paine Street verso la piazza principale, nella speranza di trovare un mezzo qualsiasi che mi portasse ad Arkham prima della sinistra corriera, alla cui partenza mancavano ore. Fu allora che scorsi alla mia sinistra la caserma diroccata dei pompieri, notando contemporaneamente un vecchio con le guance arrossate, la barba incolta, gli occhi lacrimosi, infagottato in stracci indescrivibili, che sedeva su una panchina di fronte e chiacchierava con due vigili trasandati ma di aspetto normale. Doveva essere Zadok Allen, il nonagenario alcolizzato e mezzo matto i cui racconti sulla vecchia Innsmouth e i suoi terrori erano tanto incredibili e spaventosi.
III
Dev'essere stato il dèmone della perversità - o qualche impulso beffardo scaturito da fonti tenebrose, proibite - a indurmi a modificare i miei progetti. Quel mattino avevo deciso di limitare le mie osservazioni all'aspetto architettonico della città, e dopo la lunga passeggiata m'ero perfino affrettato a raggiungere la piazza, sperando di trovare un mezzo per allontanarmi di corsa da quel fatiscente luogo di morte e di desolazione; eppure la vista di Zadok Allen impresse una svolta ai miei pensieri, costringendomi a rivedere tutto.
Mi avevano assicurato che il vecchio raccontava solo storie deliranti, incredibili, sconclusionate, e m'avevano avvertito che non era saggio farsi vedere insieme a lui dagli abitanti; tuttavia il pensiero di quel decrepito testimone della decadenza della città, i cui ricordi risalivano ai giorni dei bastimenti e della prosperità perduta, costituiva un'attrattiva irresistibile, cui invano s'opponeva ogni ragionamento. Dopo tutto, anche i miti più strani e paurosi spesso non son altro che simboli o allegorie basati su fatti veri; e il vecchio Zadok doveva conoscere di prima mano tutto ciò che era successo a Innsmouth negli ultimi novant'anni. Infiammato di curiosità, dimentico d'ogni buon senso e prudenza e con la presunzione propria della gioventù, pensai che sarei riuscito a estrarre un nocciolo di verità dalle storie stravaganti cui probabilmente avrei dato la stura con l'aiuto d'un po' di whisky.
Sapevo che non avrei potuto agganciarlo adesso, perché i due vigili del fuoco non avrebbero mancato d'intromettersi. Mi conveniva, invece, cominciare col procurarmi una bottiglia di liquore di contrabbando in un certo posto dove il commesso della drogheria m'aveva detto che ne avrei trovato in abbondanza. Poi avrei gironzolato nei pressi della caserma, con l'aria dello sfaccendato, e avrei seguito il vecchio Zadok non appena si fosse spostato di lì. Il giovanotto mi aveva assicurato che era un tipo molto inquieto, e non si fermava mai più d'un'ora o due nello stesso posto.
Fu facile procurarmi una bottiglia di whisky da un quarto, anche se a prezzo salato, nel retrobottega di un negozio sordido appena dietro la piazza, in Eliot Street. L'individuo sudicio che mi servì presentava tracce della "maschera di Innsmouth", ma, a modo suo, si dimostrò abbastanza cortese, forse perché era abituato a ricevere clienti di fuori (camionisti, mercanti d'oro e simili) che capitavano occasionalmente in città.
Tornando in piazza, notai che la fortuna mi assisteva. All'angolo della Gilman House, proveniente da Paine Street, vidi spuntare la figura alta, magra e cenciosa del vecchio Zadok Allen in persona. Misi in atto il mio piano e attrassi la sua attenzione brandendo vistosamente la bottiglia che avevo acquistata; mi accorsi subito che aveva cominciato a barcollare dietro di me, e mi seguì quando svoltai in Waite Street per spostarmi nella zona più deserta che avessi notato durante la passeggiata.
Mi orientavo usando la mappa fornitami dal commesso della drogheria e mi diressi verso la parte sud del porto, che avevo notato essere completamente abbandonata. C'era soltanto qualche pescatore sul frangiflutti lontano, e spostandomi un poco più a sud mi sarei trovato fuori del loro raggio visivo. Avrei potuto sedermi su una banchina in rovina e lì interrogare con comodo il vecchio Zadok senza rischiare d'essere visto. Prima che raggiungessi Main Street, udii un affannoso «Ehi, signore!» risonare debolmente alle mie spalle; lasciai allora che il vecchio si avvicinasse e ingollasse qualche sorsata dalla bottiglia.
Mentre percorrevamo Water Street e svoltavamo in direzione sud, in mezzo all'onnipresente sfacelo e a turpi cumuli di rovine, cercai di sondare il vecchio, ma mi accorsi subito che non sarebbe stato facile farlo parlare come avevo creduto. Finalmente vidi una breccia aperta sul mare, coperta d'erbacce e delimitata da due muri di mattoni pericolanti, oltre la quale si stendeva una banchina in muratura. Mucchi di pietre coperte di muschio, vicino all'acqua, sembravano offrire dei comodi sedili, mentre le rovine d'un magazzino crollato, a nord, ci avrebbero tenuti al riparo da sguardi indiscreti. Questo, pensai, era il posto ideale per una lunga chiacchierata a quattr'occhi; così guidai il mio compagno fino ai mucchi di pietre coperti di muschio dove ci sedemmo. L'atmosfera di desolazione e di morte era orribile e il tanfo di pesce quasi intollerabile, ma ero deciso a non lasciarmi distogliere dal mio intento.
Mi rimanevano quattro ore da dedicare alla conversazione con il vecchio, se volevo prendere la corriera delle otto per Arkham; perciò continuai ad offrire whisky all'anziano vagabondo, e nel frattempo consumai il mio pasto frugale. Naturalmente stavo attento a non lasciarlo bere troppo, perché non volevo che l'euforia di Zadok si trasformasse in stanchezza e torpore. Dopo un'ora cominciò a farsi più loquace, ma, con mia grande delusione, continuava a ignorare le domande che gli ponevo su Innsmouth e il suo tenebroso passato. Farfugliava di argomenti d'attualità, rivelando d'essere un accanito lettore di giornali e di avere una spiccata tendenza a sentenziare filosoficamente, come fanno i provinciali.
Verso lo scadere della seconda ora cominciai a temere che la mia bottiglia da un quarto di gallone non sarebbe bastata a produrre il risultato sperato, e mi chiesi se non avrei fatto meglio a salutare il vecchio Zadok tornando all'albergo. Invece, proprio in quel momento, il caso aprì nella discrezione dell'ubriacone quella breccia che le mie domande non erano riuscite a provocare; e il confuso borbottare del vecchio prese una piega che mi fece drizzare le orecchie e mi chinai per ascoltare meglio. Davo la schiena al mare e ai suoi odori di pesce, ma lui vi era seduto di fronte e per una ragione o per l'altra il suo sguardo vagante si posò sul lontano Scoglio del Diavolo che era basso e, a causa della marea, si distingueva bene un poco sopra le onde. La vista dello scoglio sembrò dispiacergli, perché il vecchio diede la stura a una serie d'imprecazioni che si udivano appena e che concluse con un borbottio confidenziale e uno sguardo in tralice, pieno di sottintesi. Si volse verso di me, mi prese per i risvolti della giacca e cominciò a sibilare fra i denti, per sommi capi, un racconto coerente.
"Ecco dove è iniziato tutto, quel posto maledetto dove cominciano le acque profonde. È la porta dell'inferno... va giù a picco e non c'è scandaglio che riesca a toccarne il fondo. La colpa è del vecchio capitano Obed: nelle isole dei Mari del Sud ha trovato cose che non fanno bene, nossignore, e non ne hanno fatto né a lui né agli altri!
"A quei tempi tutti se la passavano male: commerci in fallimento, fabbriche che perdevano affari (anche le più moderne), il fiore della nostra gioventù distrutta dopo essersi battuta alla disperata nella guerra del 1812, o annegata nel naufragio della goletta Eliza e del brigantino Ranger... Tutte proprietà dei Gilman. Obed Marsh, lui, aveva tre navi: il brigantino Columbia, il brigantino Hetty e il veliero Sumatra Queen. Era l'unico che trafficasse con le Indie orientali e il Pacifico, anche se la goletta Malady Pride di Esdras Martin andò laggiù per un viaggio non più tardi del ventotto.
"Non c'è mai stato nessuno come il capitano Obed, un vero briccone! Eh, eh, mi pare ancora di sentirlo parlare dei suoi viaggi. Chiamava scemi tutti quelli che si comportavano come cristiani e sopportavano umilmente i loro fardelli. Diceva che avrebbero fatto meglio a trovarsi dèi migliori, come quelli della gente delle Indie... dèi che portassero tanto pesce in cambio dei loro sacrifici e esaudissero le preghiere per davvero.
"A Matt Eliot, il suo secondo, piaceva chiacchierare come a lui... ma non voleva che facessimo riti pagani. Ci raccontò di un'isola dove c'erano rovine tanto vecchie che nessuno sapeva a quando risalissero. Tipo quelle di Ponape, nelle Caroline, ma con facce scolpite che somigliavano alle grandi statue dell'isola di Pasqua. Dalle stesse parti c'era una piccola isola vulcanica, dove si trovavano altre rovine con sculture differenti... rovine consumate come dopo secoli di immersione, e coperte di immagini di mostri disgustosi.
"Be', signore, Matt diceva che i nativi dell'isola pescassero tutto il pesce che volevano. Portavano braccialetti e corone con immagini di mostri in tutto e per tutto simili a quelle scolpite sulle rovine dell'isoletta vulcanica, tranne per il fatto che erano d'oro... I mostri erano una specie di pesci-rana o rane-pesci, ritratti in tutte le posizioni come se fossero esseri umani. Nessuno era riuscito a sapere dove i selvaggi trovassero i gioielli; i nativi delle altre isole si chiedevano come facessero a pescare tutto quel pesce, visto che da loro scarseggiava. Anche Matt e il capitano Obed se lo chiedevano. Il vecchio aveva notato che ogni anno spariva un gruppo di bei giovani e che in giro si vedevano certe strane facce... strane anche per dei Kanaka.
"Proprio a Obed toccò scoprire la verità su quei pagani: non so come fece, ma cominciò a comprare gli amuleti d'oro che quei selvaggi portavano addosso. Domandò dove li trovassero, se potevano procurargliene altri, e finalmente fece cantare il vecchio capo, un certo Walakea. Solo uno come Obed poteva credere alle storie di quel vecchio demonio giallo, ma il capitano sapeva leggere le facce della gente come libri aperti. Eh, eh! Nessuno presterebbe fede alle cose che racconto e scommetto che neanche lei lo farà... Però, a guardarla bene lei ha gli occhi di uno che capisce. Proprio come quelli di Obed."
Il sussurro del vecchio si fece ancora più fievole e m'accorsi di avere i brividi, perché il tono terribile e sincero della sua voce m'aveva impressionato. Ovviamente, sapevo che il suo racconto non era altro che il delirio di un alcolizzato.
"Be', signore... Obed venne a sapere che su questa terra ci sono cose di cui nessuno ha mai sentito parlare, e nemmeno ci crederebbe se le sentisse. Pare che quei Kanaka sacrificassero giovinetti e verginelle a una specie di mostri... dèi-mostri che vivevano sotto il mare. In cambio ottenevano ogni specie di favori. Si incontravano con i mostri nella piccola isola con le strane rovine e sembra che le schifose immagini scolpite sugli amuleti fossero il ritratto di queste creature. Magari sono mostri così che hanno fatto nascere le leggende delle sirene che incantavano i marinai. Le creature avevano una specie di città in fondo al mare, anzi molte città, e l'isoletta vulcanica era emersa dagli abissi completa di rovine. C'erano esseri ancora vivi, negli edifici di pietra venuti fuori dalle onde... Prima i Kanaka si erano spaventati a morte, poi si erano capiti a segni con le creature e avevano fatto un patto.
"A quelle cose piacevano i sacrifici umani. Ne avevano già avuti tanto tempo fa, ma poi avevano perduto il contatto con le terre emerse. Non so che cosa facessero alle vittime, credo che neanche Obed ci tenesse troppo a saperlo: ma ai pagani non interessava, andava bene così. Tanto, avevano fatto sempre vita dura e disperata. Per farla breve, due volte all'anno consegnavano al mare un certo numero di giovani: a Calendimaggio e alla vigilia d'Ognissanti, e cercavano di essere più puntuali che potevano. Alle vittime aggiungevano una certa quantità di chincaglierie fatte da loro, e in cambio le creature del mare portavano una montagma di pesci. Li raccoglievano in tutto l'oceano, e ogni tanto consegnavano un po' di quegli oggetti d'oro.
"Come le ho detto, i nativi incontravano le creature sull'isoletta vulcanica: ci andavano con le piroghe cariche di vittime e ritornavano coi gioielli. Dapprima le creature non si recavano mai sull'isola principale, ma un bel giorno decisero di volerci andare. Sembra che volessero unirsi ai nativi per celebrare insieme le grandi ricorrenze: Calendimaggio e Ognissanti. Vede, quegli esseri potevano vivere sia in acqua che fuori... mi pare che si dica anfibi. I Kanaka risposero che gli abitanti delle altre isole avrebbero cercato di ucciderli, se avessero saputo che venivano sulla terraferma, ma alle creature non importava affatto perché potevano sterminare tutti gli esseri umani che si fossero mostrati ostili. Cioè, tutti meno quelli che portavano i segni particolari degli Antichi, o come diavolo si chiamavano. Poiché tuttavia non volevano grane, se fossero arrivati altri indigeni si sarebbero nascosti.
"Quando quei pesci che somigliavano a rospi proposero ai Kanaka di accoppiarsi con loro, per poco ai selvaggi non venne un accidente! Ma alla fine seppero una cosa che li indusse a cambiare idea: pare che tutti gli uomini abbiano una specie di parentela con le cose dell'acqua. Ogni essere vivente è uscito dall'acqua e bastano pochi ritocchi per tornare adatti a quel tipo di esistenza. Le creature dissero ai Kanaka che dall'accoppiamento sarebbero nati bambini umani, ma che dopo un certo tempo avrebbero riacquistato la loro somiglianza con gli anfibi e sarebbero tornati nel mare per non morire mai. Quegli esseri non muoiono: bisogna farli fuori, altrimenti da soli vivono per sempre.
"Ecco, signore, quando Obed conobbe gli isolani il loro sangue era già profondamente mischiato con le cose-del-fondo. Invecchiando il fatto diventava chiaro, e allora gli ibridi venivano tenuti nascosti fino a quando decidevano di andare in acqua e lasciare l'isola. Certi erano meno riusciti di altri e non cambiavano mai abbastanza per entrare nell'oceano, ma la maggior parte diventavano proprio come avevano detto le creature del mare. Quelli che fin dalla nascita somigliavano maggiormente alle creature cambiavano prima, altri dall'aspetto quasi umano restavano sull'isola più di settant'anni, sebbene ogni tanto facessero brevi viaggi sott'acqua per andare a trovare i loro simili. E quelli che ormai vivevano sul fondo tornavano spesso a visitare i compagni rimasti sull'isola; così capitava che uno potesse parlare con il suo bis-bisavolo, che magari aveva lasciato la terra duecento anni prima.
"Andò a finire che per quella gente la morte non ebbe più alcun significato. Se non scoppiava una guerra con gli altri indigeni, se non venivano scelti come vittime per gli dèi del mare, se non erano morsi da un serpente o stroncati dal colera prima di poter andare sott'acqua, vivevano per sempre. Vivevano per aspettare il cambiamento, e una volta abituati all'idea non era poi così orrendo. Ai Kanaka pareva di aver fatto un buon affare, in cambio di quello che ricevevano: e immagino che Obed debba aver pensato la stessa cosa, dopo aver riflettuto sulla storia del vecchio Walakea. Il capo Walakea, lui, era uno dei pochi a non avere nemmeno una goccia del sangue dei pesci: apparteneva a una famiglia reale che si sposava solo con le famiglie reali delle altre isole.
"Fu Walakea a insegnare a Obed riti e incantesimi per trafficare con le creature del mare e a mostrargli quelli del suo popolo che ormai non somigliavano più a uomini. Ma con una scusa o con l'altra non gli fece mai vedere gli esseri del profondo... A un certo punto regalò al vecchio uno strano aggeggio di piombo, una specie di richiamo par far venire le cose-pesce: bastava gettarlo in accqua dicendo certe preghiere e subito le creature sarebbero accorse dal luogo più vicino dov'erano rintanate. Walakea diceva che ce n'erano in tutti i mari del mondo, e così se uno aveva bisogno poteva chiamarle e farle venire su.
"A Matt quella storia non piacque e voleva che Obed si tenesse alla larga dall'isola, ma il capitano aveva il bernoccolo degli affari e capì che sarebbe riuscito a procurarsi gratis magnifici gioielli, da cui avrebbe potuto ricavare un bel gruzzolo. La faccenda andò avanti per anni e Obed accumulò tanto oro da poter aprire una fonderia nella vecchia fabbrica tessile di Waite: non si fidava di vendere i gioielli com'erano per paura che gli facessero troppe domande. A volte gli uomini rubavano un pezzo, ma con discrezione, e lui permetteva che le donne della famiglia portassero i meno bizzarri.
"Poi, nel trentotto (quando io avevo sette anni) Obed tornò dall'isola dicendo che non c'era più nessuno. Pare che gli abitanti delle isole vicine avessero mangiato la foglia e che avessero risolto la faccenda a modo loro: immagino che avessero con sé i vecchi segni magici, quelli che le cose-del-mare temevano... i segni degli Antichi. Da quelle parti, ogni tanto il mare erutta isole con rovine più vecchie del diluvio. I nemici dei pagani avevano agito a fin di bene, perché non avevano lasciato in piedi alcun monumento né sull'isola principale né sull'isolotto vulcanico, salvo le rovine troppo grandi per essere abbattute. In certi posti Obed e i suoi avevano trovato piccole pietre sparse, simili ad amuleti, con sopra quelle che oggi chiamiamo svastiche. Forse erano i segni dei Antichi. Insomma, da due isole erano spariti tutti i pagani e non c'era neanche l'ombra degli oggetti d'oro. Quanto ai Kanaka dell'arcipelago, stavano abbottonati e non si riusciva a cavargli una parola. Anzi, sostenevano che l'isola deserta era sempre stata abbandonata.
"Per Obed, naturalmente, fu un colpo duro, dato che i suoi traffici normali non andavano molto bene. Fu un colpo per tutta Innsmouth, perché allora quando guadagnava l'armatore guadagnavano tutti gli altri. Così per la gente della città cominciò un brutto periodo e dovemmo rassegnarci, ma era veramente nera: la pesca era in crisi e le fabbriche non se la passavano meglio.
"Fu allora che Obed cominciò a prendersela con i cittadini che pregavano il dio dei cristiani, il quale in cambio non dava niente. Si vantò di aver conosciuto popoli i cui dèi davano veramente quello che serviva alla gente, e disse che se gli altri gli avessero dato una mano lui avrebbe messo in azione certe forze e certi poteri che avrebbero portato mucchi di pesce e oro a palate. Naturalmente l'equipaggio del Sumatra Queen sapeva benissimo a che cosa si riferisse e non ardeva dalla voglia di aver a che fare con le cose-del-mare su cui aveva sentito tante storie; ma quelli che non sapevano niente furono impressionati dalle parole di Obed e gli chiesero di rivelare la religione in grado di portare tali frutti."
A questo punto il vecchio esitò, farfugliò confusamente e si chiuse in un imbronciato e timoroso silenzio, guardandosi nervosamente alle spalle e poi posando nuovamente lo sguardo, affascinato, sullo scoglio nero e lontano. Quando dissi qualcosa non mi rispose e capii che dovevo lasciargli scolare tutta la bottiglia. Il folle racconto che aveva cominciato mi interessava molto, perché mi sembrava contenesse una rozza allegoria basata sulle bizzarie di Innsmouth ma condita da una immaginazione a un tempo creativa e pregna di reminiscenze d'esotiche leggende. Non credetti per un solo momento che la sua storia avesse un qualsiasi fondamento di verità, e ciò nonostante vi avvertii una nota di genuino terrore, forse per gli accenni ai misteriosi gioielli che vedevo connessi alla maligna tiara vista a Newburyport. Dopo tutto, era probabile che provenisse proprio da qualche strana isola; e quanto al racconto sfrenato, ero quasi certo che fosse frutto delle menzogne del defunto Obed piuttosto che farina del sacco dell'anziano beone.
Offrii a Zadok la bottiglia e se la scolò fino all'ultima goccia. Era curioso come reggesse bene il whisky, perché la sua voce sussurrante non m'era sembrata impacciata neanche una volta. Leccò il collo della bottiglia e se la infilò in tasca, poi cominciò a borbottare piano e ad annuire fa sé e sé. Mi chinai per afferrare le sue parole semiarticolate, e mi sembrò di scorgere un sorriso sardonico sotto i baffi mal curati. Sì, aveva ripreso a parlare e riuscivo a distinguere abbastanza bene quello che diceva.
«Povero Matt... lui era sempre stato contrario... Cercò di portare gente dalla sua e parlò a lungo con i preti, ma fu tutto inutile. Il pastore congregazionalista venne cacciato dalla città e quello metodista tagliò la corda subito dopo. Il battista, reverendo Badcock, non si fece più vedere... Eh, la collera di Geova... all'epoca ero soltanto un ragazzo, ma ho sentito quello che ho sentito e ho visto quello che ho visto. Dagon e Astaroth... Belial e Baalzebub... il vitello d'oro e gli idoli di Canaan e i filistei... le abominazioni di Babilonia... Mene, mene, tekel, uparshin...»
S'interruppe di nuovo, e dall'espressione dei suoi occhi slavati temetti che stesse per sprofondare in una crisi di torpore. Ma quando lo scossi gentilmente per una spalla, si volse verso di me con uno scatto stupefacente e riprese a borbottare misteriose frasi.
«Lei non mi crede, eh? Allora, giovanotto, mi dica perché il capitano Obed e una ventina dei suoi avevano preso l'abitudine ad andare in piena notte allo Scoglio del Diavolo, e a cantare a squarciagola che li sentiva tutta la città... Me lo dica, eh? E perché Obèd buttava strane cose, oggetti pesanti, nell'acqua profonda oltre lo scoglio, dove nemmeno lo scandaglio tocca il fondo? Mi dica, che uso faceva della chincaglieria che gli aveva dato Walakea e che era a dir poco strana? Cosa gridavano a squarciagola, che se il vento soffiava dalla parte giusta li sentivi fino in città? Lo facevano ogni Calendimaggio e ogni vigilia d'Ognissanti, ragazzo... E perché i preti della nuova chiesa - giovani che avevano fatto i marinai - indossavano strane tonache e i gioielli portati da oltremare? Perché?»
Nei lacrimosi occhi azzurri c'era un'espressione selvaggia e maniacale, i peli della sudicia barba bianca erano irti come per una scossa elettrica. Il vecchio Zadok vide che mi tiravo indietro e continuò quasi con cattiveria:
«Eh, eh, comincia a capire anche lei, vero? Forse le sarebbe piaciuto essere al posto mio, la notte che ho visto quel che ho visto dall'abbaino di casa... I marmocchi hanno buone orecchie e non volevo perdere una parola di quello che si dicevano il capitano Obed e gli altri, là sullo scoglio! Eh, eh... e la notte che ho preso il cannocchiale da marina di mio padre e ho visto brulicare lo scoglio di forme che si sono tuffate nell'acqua non appena si è alzata la luna? Obed e gli altri sono rimasti lì ad aspettare per un po', ma quelle forme si sono buttate in acqua senza più risalire... Le sarebbe piaciuto essere un ragazzo come me e guardare dal tetto, tutto solo, cose che non erano umane? Eh?... Eh, eh, eh...».
Il vecchio stava diventando isterico, e io rabbrividii senza sapere perché. Mi afferrò la spalla con uno dei suoi artigli nodosi, scosso da un tremito che non era dovuto soltanto al bere.
«Immagini di vedere, una notte, la barca di Obed che scarica qualcosa al di là dello scoglio. E poi, il giorno dopo, venire a sapere che un ragazzo è sparito da casa. Chi ha più visto anche solo l'ombra o un capello di Hiram Gilman? O di Nick Pierce, Luelly Ylaite, Adoniram Southwick e Henry Garrison? Ah, ah, ah... Una parte delle creature parlavano a segni, con le mani... Quelle, almeno, che avevano le mani...
"E così, signore, Obed si rimise in sesto. La gente vedeva le tre figlie del vecchio andare in giro con gingilli d'oro stranissimi, e il fumo usciva di nuovo dalle ciminiere dello stabilimento. Altra gente arricchiva in fretta, in porto c'era tanto di quel pesce da crepare. Lo sa Dio che razza di carichi portassero i bastimenti a Newburyport, Arkham e Boston. È stato allora che Obed ha fatto installare la vecchia linea ferroviaria a scartamento ridotto. Poi i pescatori di Kingsport vennero a sapere della pacchia che avevamo qui e arrivarono col loro sloop, ma finirono tutti male. Nessuno li ha più visti. Più o meno nello stesso periodo la nostra gente ha organizzato l'Ordine Esoterico di Dagon e comprato la vecchia sede delle riunioni massoniche... Ih, ih, ih! Matt Eliot era massone e contrario alla vendita. Ma sparì dalla circolazione anche lui.
"Guardi, non sto dicendo che Obed si comportasse come i Kanaka dell'isola. Non credo che ci tenesse a mescolare le razze, almeno all'inizio, e non gli interessava di far nascere figli che poi sarebbero andati in mare per diventare pesci dalla vita eterna. A lui interessavano solo i gingilli d'oro e non importava se li doveva pagare salati. Per un po' quegli altri si saranno accontentati...
"Poi venne il quarantasei e la città cominciò a riflettere. Troppa gente sparita, troppe preghiere di fanatici alla domenica... troppe chiacchiere intorno allo scoglio. Mi ricordo come fosse ieri di aver raccontato a Selectman Mowry quello che vedevo dall'abbaino. Una notte un gruppo di uomini seguì Obed fino laggiù allo scoglio e io sentii colpi di fucile partire dalle barche. Il giorno dopo Obed e vintidue dei suoi finirono in galera, e tutti a chiedersi cos'era successo laggiù, e di cosa avrebbero accusato il capitano e gli altri. Dio, se avessero saputo quello che stava per capitare... Ma ci vollero ancora un paio di settimane, quando da tempo non veniva buttato niente in mare...".
Zadok dava segni di paura e stanchezza, e io lo lasciai in pace per un po'. Di quando in quando davo un'occhiata ansiosa al mio orologio. La marea cominciava a salire e il rumore delle onde sulle macerie della riva pareva ridestare la sua attenzione. Io ero contento che l'acqua salisse, perché speravo che il tanfo di pesce si diradasse. Mi chinai di nuovo per afferrare le parole che bisbigliava.
"Quella notte terribile li vidi. Ero su, nell'abbaino: ce n'erano orde, sciami... Coprivano tutto lo scoglio. Nuotarono fino al porto e poi nel Manuxet. Dio, cosa accadde nelle strade di Innsmouth quella notte... Batterono anche alla nostra porta, ma pa' non aprì. Uscì dalla finestra della cucina per andare da Selectman Mowry e vedere cosa potevano fare... C'erano mucchi di morti e moribondi, spari e grida... Si sparava in Old Square, in Town Square e in New Curch Green. Le porte della prigione furono buttate giù, ci fu una specie di proclama... ma qualcuno parla di tradimento. Quando arrivò la gente di fuori e vide che metà della nostra popolazione era scomparsa, i padri della città dissero che c'era stata un'epidemia. Tanto erano rimasti solo quelli della fazione di Obed, e avevano promesso di tenere il becco chiuso sulle creature del mare e tutto il resto. Di papà non ho saputo più niente, mai più..."
Il vecchio ansimava e sudava copiosamente. La stretta sulla mia spalla si fece più forte.
"La mattina dopo tutto era stato ripulito, ma erano rimaste delle tracce... Obed prese il comando e disse che d'ora in poi le cose sarebbero cambiate... Gli altri dovevano partecipare alle funzioni religiose con noi e certe case dovevano accoglierli come ospiti. Loro volevano mischiare le razze, come avevano fatto coi Kanaka; ormai Obed si era spinto lontano e non aveva intenzione di impedirglielo... Praticamente era diventato pazzo. Diceva che in cambio di quello che volevano, avrebbero portato pesce e tesori...
"Agli occhi della gente di fuori tutto doveva restare come prima, almeno all'apparenza; ma era meglio tenere i forestieri fuori dai piedi, nel nostro interesse. Tutti dovemmo prestare il Giuramento di Dagon, a cui seguirono un secondo e un terzo giuramento che tuttavia fecero in pochi. Chi rendeva servigi speciali otteneva ricompense speciali, oro e così via. Inutile opporsi, perché laggiù sotto il mare erano a milioni. Non che volessero uscirne e massacrare tutta la razza umana, no, ma se ci fossero stati costretti potevano andarci vicino. Noi non avevamo i vecchi incantesimi e gli amuleti per farli scappare, come la gente dei Mari del Sud: i Kanaka che avevano sconfitto i compagni malvagi non ci avevano svelato i segreti degli Antichi.
"Bastava fare i sacrifici, gettargli chincaglieria, ospitarli in città quando volevano e loro ci lasciavano in pace. Ai forestieri non facevano del male, come si raccontava nelle altre città, a meno che non ficcassero il naso. Noi, i fedeli dell'Ordine di Dagon e i nostri figli, non saremmo mai morti, ma saremmo tornati alla madre Idra e al padre Dagon da cui tutti discendiamo... Iä! Iä! Chtulhu fhtagn! Ph'nglui mglw'nafh Cthulhu R'lyeh wgah-nagl fhtagn..."
Il vecchio Zadok stava scivolando nel delirio e io trattenni il respiro. Poveraccio, in quali pietosi abissi d'allucinazione l'avevano gettato la bottiglia, l'odio per la decadenza della sua città, l'alienazione e la vergogna che lo circondavano... Era quasi un peccato che avesse una fantasia tanto fertile. Adesso singhiozzava e le lacrime correvano sulle guance scavate perdendosi nella barba cespugliosa.
"Dio, cosa ho visto dopo i quindici anni! Mene, mene, tekel upharsin! Gente che spariva, gente che si uccideva... Quelli che raccontavano le nostre disgrazie ad Arkham, a Ipswich o in altri posti passavano per matti, proprio come lei pensa di me in questo momento. Dio, cosa ho visto... m'avrebbero ammazzato da un pezzo per quello che so, se solo non avessi prestato il primo e il secondo Giuramento di Dagon davanti a Obed. Sono a posto, finché un consiglio di fedeli non dimostri che ho detto certe cose consapevolmente e volut... Ma il terzo giuramento, no, non ho voluto farlo. Preferisco crepare, piuttosto...
"Al tempo della Guerra Civile tutto è cominciato ad andar peggio, perché i bambini nati dopo il quarantasei cominciavano a farsi grandi. Cioè, alcuni di loro. Io avevo paura, dopo quella notte spaventosa non ho più fatto indagini e non ho mai voluto vederne uno da vicino... avevo paura di loro. L'ho avuta per tutta la vita. Parlo di quelli di razza pura... Sono andato alla guerra, e se avessi avuto più sale in questa zucca non sarei mai tornato, mi sarei stabilito in un posto lontano. Ma mi avevano scritto che le cose non andavano male: il governo, nel sessantatre, aveva mandato un distaccamento militare qui a Innsmouth; credo che la ragione fosse quella. Finita la guerra, è stato peggio di prima. Gente senza lavoro, stabilimenti e botteghe chiusi, niente più bastimenti, il porto insabbiato, la ferrovia abbandonata. Ma loro... loro non la smettevano di nuotare nel porto e su per il fiume, da quel fottuto scoglio di Satana... e intanto, agli ultimi piani delle case, sempre più finestre sbarrate con le tavole, sempre più rumori nelle onde dove non doveva esserci anima viva...
"La gente di fuori fa un sacco di chiacchiere su di noi... immagino che lei ne avrà sentite tante, visto che ha fatto queste domande a me. Raccontano storie in base a quello che vedono ogni tanto, agli strani gioielli che non si sa da dove vengano, perché non tutti sono stati fusi. Però non sanno niente di preciso e nessuno crede a niente. Pensano che i gioielli siano bottino di pirati e dicono che quelli di Innsmouth sono dei sanguemisto o hanno qualche malattia: cose del genere. Sanno che i forestieri non sono graditi e anzi vengono mandati fuori dalle scatole senza complimenti, e che se qualcuno resta è meglio che non vada a ficcare il naso dove non deve, specialmente di notte... Le bestie impazziscono quando sentono che una di quelle creature si avvicina... i cavalli e peggio i muli. Ma da quando hanno inventato l'automobile va molto meglio.
"Nel quarantasei il capitano Obed si prese un'altra moglie, che nessuno in città ha mai visto. Qualcuno dice che non la voleva, ma fu costretto a prenderla da quelli che aveva chiamato dal mare. Lei gli diede tre figli, due spariti molto giovani e una femmina simile in tutto e per tutto a una persona normale che fu educata in Europa. Al ritorno, Obed riuscì a sposarla con un trucco a un tale di Arkham che non sospettava niente, ma da allora nessuno ha voluto avere niente a che fare con la gente di Innsmouth. Barnabas Marsh, che manda avanti la raffineria adesso, è nipote di Obed da parte della prima moglie e figlio di Onesiphorus, il maggiore del vecchio capitano. Ma sua madre era una di quelli che non si facevano mai vedere in giro.
"Propio adesso Barnabas sta maturando il cambimento. Non può più chiudere gli occhi, è tutto deforme. Dicono che porti ancora i vestiti, ma presto entrerà in mare. Può darsi che ci abbia già provato... a volte vanno giù un po' prima di andarsene per sempre. In pubblico non compare più da dieci anni. Non so propio come l'abbia presa la sua povera moglie, che è di Ipswich... La gente di lì a momenti lo linciava, quando le faceva la corte. Ma questo è avvenuto più di cinquant'anni fa. Obed morì nel settantotto e tutti quelli della generazione seguente se ne sono andati: i figli di primo letto, morti, e gli altri... lo sa Dio..."
Lo sciabordio della marea s'era fatto insistente e poco a poco sembrava influire sull'umore del vecchio, che dalla tristezza della sbornia passava alla tensione e alla paura. S'interrompeva più spesso, guardandosi nervosamente alle spalle o gettando occhiate preoccupate in direzione dello scoglio semisommerso. A dispetto della storia folle e sconclusionata che mi aveva raccontato, non potei impedirmi di diventare nervoso a mia volta. Adesso la voce di Zadok era molto più acuta e sembrava cercasse di darsi coraggio parlando più forte.
"E allora, giovanotto? Non chiede più niente? Che ne direbbe di vivere in una città come questa, dove tutto imputridisce e muore, dove nelle cantine buie e nelle soffitte sbarrate di quasi tutte le case strisciano, gemono, saltano e latrano mostri? Le piacerebbe sentire urlare ogni notte dalle chiese e dalla tana dell'Ordine di Dagon, sapendo chi ulula insieme ai disgraziati di qui? E cosa proverebbe a Calendimaggio e alla vigilia di Ognissanti, se sapesse quello che sta per venire dal maledetto scoglio? Pensa che il vecchio sia un po' tocco, eh? Be', allora le dirò che tutto questo non è ancora il peggio!"
Zadok si era messo a urlare, e il tono stridulo della voce da folle mi inquietò più di quanto riuscissi a sopportare.
"Dannazione, non mi guardi con quegli occhi! Le dico che Obed Marsh è all'inferno, dove resterà per sempre! Ah, ah... all'inferno, le dico! Non può prendermi, non gli ho fatto niente, non ho detto niente a nessuno...
"Ecco, anche se non ho detto niente a nessuno, mai, adesso sto per farlo! Stia buono, giovanotto, e mi ascolti... questo è ciò che non ho mai detto a nessuno... Come dico, dopo quella notte non ho più spiato... ma ho scoperto lo stesso certe cose!
"Lei vuole sapere che cos'è l'orrore, eh? Ebbene, non è quello che i pesci-demoni hanno fatto, ma quello che stanno per fare! Da anni portano qui in città certe cose... le prendono nel posto da cui vengono. Le nascondono a nord del fiume, e le case fra Water e Main Street sono piene di loro. Di quei diavoli e di ciò che hanno portato... Quando saranno pronti... le dico, quando saranno pronti... ha mai sentito parlare di uno shoggoth?
"Ehi, mi sta a sentire? Le dico che so cosa sono quelle cose... Le ho viste una notte, quando... EH... AHHHH... AH! E'YAAHHHH..."
L'urlo del vecchio fu così improvviso e inumano che il sangue mi si gelò nelle vene; per poco non svenni. I suoi occhi fissavano il mare maleodorante alle mie spalle e sembravano sul punto di schizzargli dalle orbite; il suo volto era una maschera di terrore degna di una tragedia greca. Affondò un artiglio ossuto nella mia spalla e non fece un gesto mentre giravo la testa lentamente per vedere cosa lo avesse terrorizzato. Ma non notai nulla di particolare: soltanto la marea che saliva, e forse alcune onde più increspate, proprio sotto di noi. Erano frangenti lunghi che morivano sulla riva. Ma adesso Zadok mi scuoteva violentemente, e quando mi voltai verso di lui vidi quel volto pietrificato dalla paura disfarsi in un caos di fremiti e tremor di labbra. Parlò di nuovo, ma la sua voce era appena un sussurro.
"Via di qui! Via di qui! Ci hanno visto... via di qui se ci tiene alla vita! Non si fermi per nessuna ragione... adesso sanno... corra... presto... via da questa città..."
Un'altra grossa onda s'infranse contro le macerie del molo crollato e trasformò il bisbiglio del vecchio in un nuovo urlo inumano e agghiacciante:
"E-YAAHHHH!... YHAAAAAA!...".
Prima che potessi riavermi allentò la stretta sulla mia spalla e si precipitò verso la strada, correndo come un pazzo in direzione nord, oltre le macerie del magazzino.
Diedi un'occhiata al mare, ma non c'era proprio niente. Quando raggiunsi Water Street, guardando dalla parte dov'era scappato, non trovai traccia di Zadok Allen.
IV
Difficile descrivere lo stato d'animo in cui mi lasciò quell'episodio straziante, a un tempo folle e pietoso, grottesco e terrificante. In un certo senso il commesso della drogheria mi aveva preparato, ma ciò che era successo mi turbò e mi inquietò oltre ogni dire. Il racconto del vecchio Zadok, per quanto puerile, conteneva la sincerità del demente e un orrore che provocava in me un'inquietudine crescente. Questi sentimenti si aggiungevano alla prima sensazione di disgusto per la città e le sue torve e invisibili paure.
Più tardi avrei analizzato il racconto, isolandone un nucleo di allegoria storica; ma per il momento avevo altro cui pensare. Si stava facendo particolarmente tardi - il mio orologio segnava le 7,15 - e la corriera per Arkham partiva alle otto; perciò cercai di concentrare i miei pensieri su cose neutre e concrete, mentre affrettavo il passo lungo le strade deserte, fiancheggiate da case sbilenche e dai tetti sfondati, per raggiungere l'albergo dove avevo lasciato la valigia. Lì avrei preso la corriera.
Sebbene la luce dorata del crepuscolo conferisse agli antichi tetti e ai comignoli cadenti un aspetto di misteriosa e vaga bellezza, non potevo trattenermi dal gettare ogni tanto un'occhiata alle mie spalle. Non vedevo l'ora di lasciare l'ammorbata e tenebrosa Innsmouth, e avrei preferito un altro mezzo che non la corriera guidata dal sinistro Sargent. Nonostante ciò non camminavo troppo svelto, perché quasi ad ogni angolo notavo particolari architettonici meritevoli d'attenzione e mezz'ora sarebbe stata più che sufficiente per raggiungere la meta.
Studiando la cartina schizzata dal commesso, cercavo qualche via che non avessi già percorso: scelsi così Marsh Street, anziché Fall Street, per tornare in Town Square. All'angolo di Fall Street cominciai a vedere sparuti gruppetti di persone che chiacchieravano a voce bassa e con fare furtivo, e quando finalmente sbucai in piazza notai che quasi tutti i perdigiorno s'erano raccolti davanti alla porta della Gilman House. Sentii su di me lo sguardo di innumerevoli occhi vitrei, sporgenti, dalle palpebre immobili. Recuperai la valigia in portineria e sperai che nessuno di quegli esseri sgradevoli decidesse di fare il viaggio con me.
La corriera arrivò sferragliando un po' prima delle otto, portando tre passeggeri, e un tizio dall'aspetto maligno bisbigliò dal marciapiede qualche parola incomprensibile all'autista. Sargent gettò sul marciapiede un sacco postale e un pacco di giornali, poi entrò nell'albergo. I passeggeri - gli stessi che avevo visto scendere a Newburyport quel mattino - si avviarono con passo strascicato alla volta della piazza, scambiando qualche parola gutturale con uno degli sfaccendati, in una lingua che avrei giurato non fosse inglese. Salii sulla corriera vuota e presi posto sullo stesso sedile dove m'ero seduto all'andata; subito dopo ricomparve Sargent e cominciò a borbottare qualcosa con una voce di gola particolarmente sgradevole.
A quanto pareva, ero proprio sfortunato. Nel motore c'era qualcosa che non funzionava, nonostante che il mezzo fosse arrivato da Newburyport in perfetto orario. La corriera non poteva proseguire il viaggio fino ad Arkham. No, non sarebbe stato possibile ripararlo in serata, né c'erano altri mezzi per raggiungere Arkham o qualsiasi altro posto. Sargent era spiacente, ma avrei dovuto fermarmi al Gilman. Probabilmente l'impiegato mi avrebbe fatto un prezzo modesto, e d'altra parte non c'era altro da fare. Quasi stordito da quell'ostacolo imprevisto, e pressoché terrorizzato dalla notte che incombeva sulla città in rovina e senza luci, scesi dalla corriera e rientrai in albergo, dove il portiere di notte, torvo e dall'aspetto bizzarro, mi disse che avrebbe potuto darmi la camera 428 al penultimo piano. Era spaziosa ma senza acqua corrente e costava un dollaro.
Malgrado ciò che avevo sentito dire a Newburyport, firmai il registro, pagai il mio dollaro, lasciai che il portiere mi portasse la valigia e seguii quell'individuo solitario e scostante su per tre piani di scale scricchiolanti e lungo polverosi corridoi che sembravano completamente abbandonati. La mia stanza, un lugubre vano sul retro dell'albergo, con due finestre senza tende e uno squallido mobilio ridotto all'essenziale, dava su una sudicia corte chiusa da bassi edifici in mattoni, disabitati, e spaziava su uno scorcio di tetti cadenti che si stendevano a ovest, al di qua di una campagna acquitrinosa. All'estremità del corridoio c'era il bagno, scoraggiante reliquia con un antico lavabo di marmo, un semicupio di stagno, una fioca lampada elettrica e pannelli di legno muffiti che coprivano le tubazioni di piombo.
Essendo ancora chiaro, scesi in piazza e mi guardai intorno in cerca d'un posto dove comprare un boccone; mi accorsi allora che quegli sfaccendati dall'aspetto ripugnante mi lanciavano strane occhiate. La drogheria era chiusa e fui costretto a ripiegare sul ristorante che avevo evitato qualche ora prima; vi attendevano un uomo curvo, con la testa stretta e gli occhi fissi dalle palpebre che non sbattevano mai, e una cameriera con il naso piatto e le mani incredibilmente grandi e goffe. Si mangiava a un lungo bancone, e fui sollevato nel vedere che si trattava di piatti a base di scatolame. Una scodella di zuppa di verdure e qualche galletta costituirono la mia cena, e ben presto feci ritorno alla mia tetra camera al Gilman. Quando passai davanti al tavolo traballante del portiere dal volto maligno, mi feci prestare un giornale della sera e una rivista bisunta.
Poiché stava facendosi buio, accesi la fioca lampadina sopra il modesto letto di ferro, cercando di continuare la lettura iniziata poco prima. Sentivo che era meglio tenere occupata la mente, perché non volevo rimuginare sulle cose abnormi di quell'antica e sinistra città quando ancora mi trovavo al suo interno. La storia delirante che avevo ascoltato dal vecchio ubriacone non preludeva certo a sogni d'oro, e sentivo che dovevo tenere lontana dalla mente l'immagine dei suoi occhi lacrimosi e folli.
Inoltre, non volevo assolutamente ripensare a ciò che l'ispettore del lavoro aveva detto al bigliettaio di Newburyport sulla Gilman House e le voci dei suoi notturni ospiti; né, tanto meno, alla faccia sormontata dalla tiara nell'ingresso nero della cappella, una faccia che mi ispirava un orrore che non riuscivo a razionalizzare. Sarebbe stato più facile evitare che i miei pensieri indugiassero su argomenti inquietanti se nella stanza non avesse ristagnato un soffocante odore di muffa, che, mescolandosi odiosamente all'onnipresente tanfo di pesce della città, portava le mie riflessioni su idee di morte e di decomposizione.
Un'altra cosa che mi disturbava era la mancanza di chiavistello alla porta della camera. Una volta doveva essercene stato uno, ma i segni sul legno indicavano che era stato tolto da poco. Senza dubbio s'era rotto, come tante altre cose nell'edificio fatiscente. In preda al nervosismo, cominciai a cercare intorno e trovai un chiavistello sull'armadio che, a giudicare dai segni sul legno, sembrava delle stesse dimensioni di quello tolto alla porta. Per scaricare la tensione che aumentava, mi tenni occupato cercando di fissarlo alla porta con l'aiuto di un piccolo arnese composto di tre parti, tra cui un cacciavite, che tenevo agganciato all'anello portachiavi. Il chiavistello si adattava perfettamente, e mi sentii sollevato quando vidi che potevo chiuderlo bene prima di andare a dormire. Non che pensassi di averne bisogno, ma il pensiero di quel modesto simbolo di sicurezza era gradito in un ambiente del genere. C'erano robusti chiavistelli anche sulle due porte laterali che immettevano nelle camere attigue, e mi affrettai a tirarli.
Non mi ero spogliato perché avevo deciso di leggere finché non mi fosse venuto sonno, e mi ero sdraiato togliendomi soltanto la giacca, il colletto e le scarpe. Presa una pila dalla valigia, me la infilai in una tasca dei pantaloni per vedere che ora segnava il mio orologio se mi fossi svegliato al buio. Ma non avvertivo quell'intorpidimento che precede il sonno, e quando smisi di analizzare i miei pensieri mi sorpresi, con inquietudine, a tendere inconsapevolmente l'orecchio per sentire qualcosa... Qualcosa che temevo e non potevo definire. La storia dell'ispettore governativo doveva aver agito sulla mia immaginazione molto più di quanto sospettassi. Mi sforzai ancora di leggere, ma inutilmente.
Dopo un po', mi sembrò di udire scale e corridoio scricchiolare a tratti, come se qualcuno vi camminasse, e mi chiesi se le altre stanze cominciassero a riempirsi. Ma non sentii nessuna voce, mentre negli scricchiolii c'era sicuramente qualcosa di furtivo. Non mi piacque affatto, e decisi che era meglio non cercare neanche di addormentarmi. In quella città abitava gente strana e si erano verificate diverse sparizioni. Ero finito in uno di quegli alberghi dove si assassinano i viaggiatori per derubarli? Di certo non avevo l'aria d'una persona facoltosa. O era colpa del risentimento che quella gente nutriva per i visitatori curiosi? Avevano fatto caso alla mia passeggiata e alle numerose volte in cui avevo consultato la carta della città disegnata dal commesso? Dentro di me pensai che dovevo avere i nervi a pezzi per lasciarmi andare a tante congetture soltanto a causa di qualche scricchiolio; comunque, rimpiansi di essere completamente disarmato.
Alla fine, provando una stanchezza che non era dovuta al sonno, tirai il chiavistello che avevo sistemato sulla porta del corridoio, spensi la luce e mi sdraiai sul letto scomodo e duro senza essermi tolto neanche la giacca. L'oscurità amplificava a dismisura ogni più fioco rumore notturno, e fui travolto da una ridda di pensieri doppiamente sgradevoli. Mi dispiaceva di aver spento la luce, ma ero troppo stanco per alzarmi e riaccenderla. Alla fine di un lungo e deprimente intervallo, e preceduto da nuovi scricchiolii sulle scale e nel corridoio, colsi un rumore lieve e purtroppo inequivocabile che parve una maligna conferma di tutte le mie angosce. Senz'ombra di dubbio, qualcuno - cautamente, furtivamente - stava tentando la serratura della porta che dava sul corridoio con una chiave.
Le sensazioni che provai nel riconoscere quell'indizio di autentico pericolo furono meno sconvolgenti del previsto a causa delle mie precedenti e indefinite paure. Pur senza una ragione precisa, ero rimasto istintivamente in guardia e in quel momento critico la cosa tornava a mio vantaggio, qualunque fosse la situazione che dovevo fronteggiare. Ciò non di meno, vedere trasformarsi in reale minaccia una vaga premonizione costituì uno shock terribile e mi sentii scosso con la violenza d'un colpo. Nemmeno per un attimo mi abbandonai all'illusione che quel sospetto armeggiare alla serratura fosse dovuto a qualcuno che aveva sbagliato porta. Non potei non pensare a un malintenzionato, sicché rimasi immobile come un morto, aspettando la mossa successiva dell'intruso.
Dopo un po' il cauto armeggiare cessò e sentii che qualcuno entrava nella stanza a nord con un passe-partout, cercando quindi di aprire piano la porta di comunicazione con la mia camera. Il chiavistello resse, naturalmente, e il pavimento scricchiolò quando il malintenzionato lasciò la stanza. Poco dopo, udii di nuovo un furtivo armeggiare, questa volta nella camera a sud, e di lì a qualche secondo si ripeté il tentativo di aprire la porta di comunicazione con la mia camera, nonché lo scricchiolio dell'impiantito quando l'intruso uscì. Ormai sapevano che mi ero chiuso dall'interno. Questa volta i gemiti del vecchio assisto si allontanarono lungo il corridoio e le scale; dunque seppi che il malintenzionato s'era reso conto che avevo chiuso tutte le porte con il chiavistello e, per il momento, rinunciava al suo tentativo. L'immediato futuro mi avrebbe detto se ci avrebbe riprovato.
La prontezza con cui misi a punto un piano d'azione dimostra che, inconsciamente, dovevo aver temuto qualche minaccia ed esaminato ogni possibile via di fuga, già da diverse ore. Mi rendevo conto che l'ignoto e goffo malintenzionato rappresentava un pericolo che non potevo affrontare, ma soltanto fuggire il più velocemente possibile. Il mio unico obbiettivo era uscire vivo dall'albergo al più presto, e attraverso una via che non fosse la scala o l'atrio.
Alzandomi il più silenziosamente possibile, puntai il fascio di luce della pila sull'interruttore e cercai di accendere la lampada sopra il letto. Presi e infilai nelle tasche pochi effetti personali, in vista d'una fuga non impacciata dalla valigia. Ma non accadde nulla: era stata tolta la corrente. Evidentemente avevano organizzato un complotto vero e proprio, anche se non sapevo con precisione cosa volevano. Mentre riflettevo, ancora con la mano sull'inutile interruttore, udii un cigolio ovattato dal piano di sotto e mi sembrò di percepire un confuso brusio di voci. Un istante dopo, non ero più tanto sicuro che i suoni smorzati fossero davvero voci, ma piuttosto latrati e gracidii inarticolati che non rassomigliavano ad alcun linguaggio umano. Mi tornò in mente, con accresciuta intensità, ciò che l'ispettore governativo aveva udito in quell'edificio fatiscente e puzzolente.
Trovato quello che cercavo con l'aiuto della torcia, e infilatomelo nelle tasche, misi il cappello e raggiunsi in punta di piedi le finestre per vedere come potevo scendere di sotto. A dispetto dei regolamenti di sicurezza, da questa parte dell'albergo non c'erano scale antincendio e vidi che sotto le mie finestre si apriva soltanto un precipizio di tre piani fino all'acciottolato della corte. Tuttavia, a destra e a sinistra, alcuni vecchi edifici industriali in mattoni erano quasi a ridosso dell'albergo; i loro tetti in pendenza s'innalzavano fino a una distanza ragionevole, dal piano dove mi trovavo, per raggiungerli con un salto. Per portarmi sull'uno o sull'altro dei tetti, comunque, dovevo spostarmi in una stanza a due porte di distanza dalla mia (a nord o a sud) e quindi cominciai a calcolare che possibilità avessi di arrivarci.
Decisi subito che non avrei potuto arrischiarmi ad uscire nel corridoio, dove certamente si sarebbero uditi i miei passi e le difficoltà di entrare nella stanza voluta sarebbero state insuperabili. In definitiva, se avessi scelto quel piano, sarebbe stato meglio passare da una camera all'altra attraverso le fragili porte interne di comunicazione; avrei dovuto forzare serrature e chiavistelli, e se avessero opposto troppa resistenza abbatterle a spallate. Pensai che avrei potuto farcela, dato che nel vecchio albergo tutto pareva sconnesso e traballante; mi resi conto, comunque, che avrei fatto un bel po' di baccano. Dunque, dovevo puntare tutto sulla velocità d'attuazione del mio piano, raggiungendo una finestra da cui poter spiccare il salto prima che le forze ostili si fossero abbastanza organizzate per aprire la porta giusta con un passe-partout. Per cominciare, barricai la porta sul corridoio spingendovi contro il comò: molto piano, per non fare rumore.
Mi rendevo conto di aver poche probabilità di successo, e mi ero già preparato al peggio. Anche se avessi raggiunto un altro tetto non avrei risolto il problema, perché avrei dovuto ancora calarmi a pianterreno e scappare dalla città. Giocavano a mio favore soltanto l'aspetto di rovina e abbandono degli edifici adiacenti all'albergo, e i numerosi lucernai che si aprivano come nere occhiaie sui tetti.
Mi resi conto, studiando attentamente la pianta del commesso della drogheria, che per uscire dalla città avrei fatto meglio a seguire un itinerario in direzione sud; perciò esaminai subito la porta sulla stanza sud. Mi accorsi che si apriva dalla mia parte, ma, dopo aver tirato il chiavistello, vidi che era chiusa a chiave e mi trovavo in posizione sfavorevole per forzarla. Di conseguenza la scartai come via di fuga e vi accostai contro il letto, con molta cautela, per coprirmi le spalle da un attacco proveniente da quella direzione. La porta sulla camera a nord si apriva invece in senso opposto, sebbene fosse stata bloccata dall'altra parte con una chiave o con un chiavistello: era di lì che sarei dovuto scappare. Se fossi riuscito a raggiungere il tetto del fabbricato in Paine Street e a scendere quindi fino a terra, forse avrei potuto attraversare di corsa la corte e l'edificio opposto e arrivare in Washington o in Bates Street... o sbucare direttamente in Paine Street e piegare in direzione sud fino a Washington Street. In ogni caso, dovevo cercare di raggiungere Washington Street e allontanarmi di corsa dalla zona di Town Square. Avrei preferito evitare Paine Street, poiché la caserma dei pompieri poteva essere aperta tutta la notte.
Mentre riflettevo su queste cose, osservai il lugubre mare di tetti sotto di me, illuminati dai raggi della luna ancora quasi piena. Sulla destra, il nero sfregio della gola dove scorreva il fiume tagliava il panorama; fabbriche in abbandono e la vecchia stazione ferroviaria si aggrappavano come cirripedi ai due versanti del burrone. Più oltre, i binari arrugginiti e la strada per Rowley attraversavano un terreno piatto e acquitrinoso punteggiato di isolotti coperti di cespugli. Sulla sinistra, la campagna solcata da innumerevoli corsi d'acqua era più vicina e la stretta strada per Ipswich si stagliava bianca nel chiaro di luna. Da dove mi trovavo non potevo vedere la strada che correva a sud, in direzione di Arkham, che ero deciso a prendere.
Stavo chiedendomi quale fosse il momento più opportuno per sfondare la porta sulla camera nord, e come farlo senza scatenare un chiasso infernale, quando mi accorsi che i rumori confusi al piano di sotto avevano ceduto il passo a nuovi e più pesanti scricchiolii sulle scale. Una luce fioca e vacillante apparve dalla lunetta della porta, e le assi del corridoio premettero come sotto un grosso peso. Suoni soffocati, di probabile provenienza umana, si fecero molto vicini, e, alla fine, venne bussato alla mia porta senza esitazioni.
Trattenni il respiro, aspettando. Mi sembrò che passassero eternità, e il nauseante tanfo di pesce si fece d'un tratto molto più intenso. Poi bussarono ancora, senza smettere, con furiosa insistenza. Capii che era giunto il momento di agire: tirai il chiavistello sulla porta nord e dopo averlo aperto mi accinsi a sfondarla. I colpi alla mia stanza erano frenetici, e sperai che coprissero il fracasso che stavo per fare. Mi scagliai ripetutamente contro il sottile pannello, colpendolo con la spalla sinistra, incurante del dolore e d'ogni altra cosa. Il pannello era più resistente di quanto avessi creduto, ma non desistetti. Nel frattempo il pauroso baccano all'altra porta andava aumentando.
Finalmente la porta di comunicazione cedette, ma con un tale fracasso che quelli di fuori dovevano per forza averlo sentito. I colpi frenetici cessarono istantaneamente, sostituiti da un vero e proprio assalto, mentre le serrature delle camere attigue venivano tentate da chiavi che stridevano. Precipitandomi nel varco che m'ero aperto, riuscii a chiudere la porta sul corridoio col chiavistello prima che gli altri ne facessero scattare la serratura, ma proprio allora sentii qualcuno che tentava con un passe-partout la porta esterna della terza stanza, quella dalla cui finestra speravo di raggiungere, con un salto, il tetto sottostante.
Per un attimo mi sentii perduto, perché mi ero intrappolato da solo in una camera dalle cui finestre non potevo fuggire. Quando intravvidi, alla luce della pila, le impronte lasciate sul pavimento polveroso dall'intruso che aveva tentato la porta di comunicazione con la mia stanza qualche minuto prima, fui travolto da un'ondata di panico. Poi, mosso da un automatismo che era più forte della disperazione, mi scagliai contro il nuovo ostacolo, deciso a sfondare la porta che immetteva nella terza camera e di sprangarne l'ingresso prima che gli altri riuscissero ad aprirne la serratura. Mi augurai che il chiavistello fosse in buone condizioni, come nella camera dove mi trovavo adesso.
La sorte mi concesse una tregua: infatti, la porta di comunicazione non solo non era sbarrata ma addirittura socchiusa. In un secondo ero di là, premendo con tutte le mie forze con il ginocchio e la spalla destra contro l'uscio del corridoio che iniziava ad aprirsi verso l'interno. Il mio sforzo colse di sorpresa l'assalitore, perché la porta si chiuse subito, e potei bloccarla con un chiavistello in ottime condizioni. Mentre riprendevo fiato, udii che i colpi alle altre due porte esterne, nelle rispettive stanze, andavano diminuendo, e un confuso sferragliare giungeva dalla porta di comunicazione bloccata dal mio letto. Evidentemente, molti degli assalitori erano penetrati nella camera sud e si preparavano ad un attacco laterale. Ma, nello stesso momento, un passe-partout stridette nella serratura della stanza nord, attigua a quella dove mi trovavo, e capii che un nuovo pericolo incombeva.
Anche la porta di comunicazione con questa camera era aperta, ma non avevo più tempo di bloccare quella che s'apriva sul corridoio. Potei soltanto chiudere e assicurare con il chiavistello le porte interne, barricandole rispettivamente con il letto e il comò, mentre bloccavo quella sul corridoio con un lavabo. Potevo contare soltanto su quelle barriere improvvisate per coprirmi la fuga e poter saltare dalla finestra sul tetto del fabbricato in Paine Street. Ma anche in quegli istanti frenetici, l'orrore che provavo non era legato alla debolezza delle mie difese di fortuna. Tremavo perché non uno dei miei assalitori, a parte i brontolii, gli ansiti abominevoli e i latrati, aveva profferito fino a quel momento una sola parola o un suono vocale intelligibile.
Mentre spostavo i mobili e correvo alla finestra, udii un goffo e spaventoso suono di passi lungo il corridoio, in direzione della stanza a nord di quella in cui mi trovavo. Mi resi conto che i colpi erano cessati in quella a sud. Evidentemente, i miei avversari stavano per concentrare i loro sforzi contro la fragile porta di comunicazione che si apriva sul vano dov'ero adesso. Fuori la luna illuminava le tegole del fabbricato sottostante e mi accorsi che, a differenza di quanto avevo creduto prima, il salto sarebbe stato estremamente rischioso a causa della ripida inclinazione del tetto su cui dovevo atterrare.
Dopo aver soppesato il pro e il contro, decisi di scappare dalla finestra a sud; prevedevo di piombare sulla falda interna del tetto, raggiungendo quindi il lucernario più vicino. Una volta dentro il fatiscente fabbricato di mattoni, dovevo attuare la seconda parte del mio piano: scendere a pianterreno ed eludere i miei inseguitori, sgusciare attraverso le brecce aperte sul cortile in ombra, raggiungere Washington Street e allontanarmi finalmente dalla città in direzione sud.
Il fracasso a ridosso della porta di comunicazione nord era terrificante, e mi accorsi che il fragile pannello cominciava a fendersi. Ovviamente gli assedianti adoperavano qualche oggetto pesante a mo' di ariete. Tuttavia il letto di ferro reggeva, dandomi qualche possibilità. Nell'aprire la finestra vidi che era fiancheggiata da una pesante tenda di velluto accostata, e appesa a un'asta con anelli d'ottone; notai anche che all'esterno del davanzale sporgeva un grosso nottolino per bloccare le imposte. Rendendomi conto che potevo evitare un salto azzardato, diedi uno strattone alla tenda tirandola giù, assieme all'asta; poi, agganciati due anelli al nottolino, gettai la tenda fuori. I pesanti drappeggi di velluto sfioravano il tetto, e mi assicurai che anelli e nottolino reggessero il mio peso. Allora sgusciai fuori dalla finestra, lasciandomi scivolare lungo la scala improvvisata e abbandonai per sempre il raccapricciante fabbricato della Gilman House.
Giunsi sano e salvo sulle tegole sconnesse del tetto sottostante e riuscii a guadagnare l'apertura di un abbaino senza scivolare neanche una volta. Alzando gli occhi verso la finestra da cui ero scappato vidi che era sempre immersa nel buio, mentre in direzione nord, oltre i camini cadenti in lontananza, scorsi luci sinistre che brillavano nella sede dell'Ordine di Dagon, nella chiesa battista e in quella congregazionalista, cui ripensai con un brivido. Il cortile sottostante sembrava deserto, e sperai di riuscire ad allontanarmi prima che fosse dato l'allarme generale. Puntando il fascio della pila dentro l'abbaino, vidi che non c'erano scalini per raggiungere il pavimento. Tuttavia quest'ultimo non era lontano, per cui scavalcai l'orlo dell'apertura e mi lasciai cadere su un impiantito polveroso ingombro di casse e barili marciti.
Il posto aveva un aspetto lugubre, ma ormai mi ci stavo abituando. Cominciai a cercare la scala e ben presto la illuminai con la torcia; vidi che il mio orologio segnava le due di notte. I gradini scricchiolavano ma sembravano abbastanza solidi, e quindi mi precipitai giù per le rampe a tutta velocità; raggiunsi il secondo piano adibito, un tempo, a magazzino, e finalmente il pianterreno. Il luogo era assolutamente deserto e desolato, e soltanto fievoli echi rispondevano al rumore dei miei passi sugli scalini. Vidi un corridoio alla cui estremità un rettangolo più chiaro indicava l'uscio crollato che s'apriva su Paine Street; mi diressi dalla parte opposta e trovai l'ingresso posteriore ugualmente in rovina. Quasi ruzzolai su cinque gradini di pietra e piombai sull'acciottolato coperto d'erbacce della corte.
La luce della luna non giungeva fino al cortile incassato fra gli edifici, ma anche senza l'aiuto della pila riuscii a distinguere il tragitto che dovevo percorrere. Alcune finestre della Gilman House erano fiocamente illuminate e mi parve di udire suoni confusi all'interno. Mi avvicinai silenziosamente al lato del cortile che dava su Washington Street, notai diverse aperture nel muro del fabbricato e mi infilai nella più vicina. Era un corridoio buio e quando ne raggiunsi l'altra estremità mi resi conto che la porta che dava sulla strada era sbarrata. Decisi di provare a passare attraverso il fabbricato contiguo, e ritornai sui miei passi in direzione della corte, ma mi immobilizzai un istante.
Da una porta aperta della Gilman House un'orda di sagome confuse si riversava nella corte, le lanterne oscillavano qua e là, e orribili voci gracchianti si scambiavano richiami soffocati che non erano certo in inglese. Le figure si muovevano a casaccio e con grande sollievo capii che non sapevano dove fossi andato, ma tremavo ugualmente per l'orrore. Non riuscivo a distinguerne le fattezze, ma quell'andatura china e strascicata era ripugnante. Dettaglio ancor più terribile, mi accorsi che una di esse indossava uno strano abito ed era incoronata da un'alta, inconfondibile tiara dalla forma anche troppo familiare. Mentre le figure si sparpagliavano nel cortile, sentii crescere la paura. Se non fossi riuscito a raggiungere la strada dal fabbricato in cui mi trovavo? Il lezzo di pesce era detestabile, e mi chiesi quanto avrei potuto resistere senza svenire. Tornai indietro nel corridoio buio, trovai una porta laterale, la spinsi ed entrai in una stanza vuota con finestre sprovviste di telai ed imposte chiuse. Armeggiando alla fievole luce della pila, riuscii ad aprirne una e in un attimo avevo scavalcato il davanzale; poi riaccostai le imposte chiudendole accuratamente.
Mi trovavo in Washington Street e per il momento non vidi anima viva, né altre luci all'infuori di quella della luna. Tuttavia udii in lontananza e in diverse direzioni il suono di voci rauche, una specie di singolare scalpiccio che non sembrava prodotto da piedi umani. Non avevo tempo da perdere. Sapevo perfettamente come orientarmi, ed ero contento che i rari lampioni fossero spenti, come usa sovente nelle contrade rurali più povere quando c'è la luna piena. Udii rumori indistinti dalla zona sud, ma non modificai il mio piano di fuggire in quella direzione. Se avessi incontrato qualcuno o dei gruppi sospetti, sapevo che avrei potuto nascondermi facilmente in qualche casa abbandonata.
Camminavo in fretta, silenziosamente, rasente gli edifici in rovina. Sebbene dopo la mia fuga avventurosa dall'albergo fossi senza cappello e spettinato, non avevo un aspetto che potesse dare nell'occhio e avevo buone probabilità di passare inosservato se per caso avessi incontrato qualcuno. In Bates Street scivolai in un vestibolo aperto per nascondermi a due figure dal passo strascicato che attraversavano la strada davanti a me, ma ripresi quasi subito il cammino, avvicinandomi sempre più allo spiazzo dove Eliot Street taglia perpendicolarmente Washington Street al grande incrocio sud. Non avevo mai visto quel posto, ma quando avevo studiato la mappa del commesso mi era sembrato pericoloso perché di notte doveva essere inondato dal chiaro di luna. Ma non c'era modo di evitarlo, e qualunque itinerario alternativo mi avrebbe costretto a lunghe deviazioni che avrebbero aumentato le probabilità di venire scoperto, facendomi perdere tempo prezioso. L'unica cosa da fare era attraversarlo audacemente e allo scoperto, imitando come meglio potevo il tipico passo strascicato della gente di Innsmouth. Mi augurai di non incontrare nessuno, almeno non qualcuno di coloro che mi inseguivano.
Non potevo sapere se stessero effettuando una caccia all'uomo organizzata e quale fosse, in definitiva, il loro intento. Nella città sembrava fervere un'insolita attività, ma pensavo che la notizia della mia fuga dal Gilman non si fosse ancora diffusa dappertutto. Naturalmente, dovevo allontanarmi al più presto da Washington Street e procedere in direzione sud, perché certo quelli del Gilman si sarebbero messi sulle mie tracce quanto prima. Dovevo aver lasciato impronte sui pavimenti polverosi del vecchio fabbricato, e avrebbero capito da che parte ero fuggito.
Come avevo sospettato, l'incrocio era illuminato in pieno dalla luna e al centro notai i resti di un'aiuola cintata da un'inferriata. Fortunatamente non vidi nessuno, sebbene da Town Square provenisse una sorta di strano brusio o strepito crescente. South Street era molto larga e conduceva direttamente al porto, salendo un lieve pendio da cui si domina un ampio braccio di mare; mi augurai che nessuno stesse guardando da lassù nella mia direzione e attraversai l'incrocio inondato dal chiar di luna.
Proseguii senza fare brutti incontri e non sentii nessun suono allarmante. Non ero stato scoperto. Mi guardai intorno e lasciai involontariamente che il mio sguardo indugiasse per un attimo all'estremità della via: al chiar di luna era splendido. Molto oltre il frangiflutti vidi l'indistinta, nera linea dello Scoglio del Diavolo, e non potei non ripensare alle leggende che avevo udito nelle ultime ventiquattro ore: leggende che dipingevano quel pezzo di roccia nuda come la vera e propria soglia di un regno di orrori insondabili, e inconcepibili abominii.
Improvvisamente vidi sullo scoglio lontano dei lampi di luce intermittente. Non mi ero sbagliato, erano nitidi e inequivocabili, e scatenarono in me un orrore cieco, al di là di ogni ragionevolezza. I muscoli tesi, ero pronto a lanciarmi in una folle corsa, ma fui trattenuto da una prudenza istintiva e da una specie di fascino ipnotico. E, a peggiorare le cose, dall'alto belvedere della Gilman House che nereggiava a nordest alle mie spalle, lampeggiarono bagliori pressoché identici, sebbene a intervalli diversi. Potevano essere solo segnali luminosi di risposta.
Dominando l'impulso a fuggire, e rendendomi conto che sarei stato perfettamente visibile, ripresi il cammino con passo strascicato senza tuttavia distogliere lo sguardo dallo scoglio infernale e sinistro, finché lo spazio aperto di South Street mi consentì di vedere il mare. Cosa significasse tutto ciò, non riuscivo a immaginarlo: a meno che non si trattasse di uno strano rito connesso con lo Scoglio del Diavolo, e che magari qualcuno avesse raggiunto il lugubre isolotto con una barca. Svoltai a sinistra, girando attorno all'aiuola, e continuai a fissare l'oceano che riluceva nello spettrale plenilunio estivo, e i segnali luminosi dal significato ignoto.
In quel momento fui colpito da una visione terrificante, una visione che distrusse le vestigia del mio autocontrollo e mi costrinse a correre come un pazzo verso sud, accanto a porte nereggianti come bocche spalancate e finestre simili a fissi occhi di pesce, lungo quella solitaria strada d'incubo. Perché, ad uno sguardo più attento, avevo visto che il tratto di mare fra lo scoglio e la riva era ben lungi dall'essere deserto. Brulicava di un'orda di sagome indistinte che nuotavano verso la città; e persino a quella distanza e in base a quell'unico sguardo, mi resi conto che le teste affioranti sulle onde e le braccia che si tuffavano ritmicamente nell'acqua erano abnormi e indescrivibili.
Fui costretto a rallentare la mia corsa frenetica prima di aver coperto la distanza d'un isolato, perché alla mia sinistra cominciai a sentire qualcosa che assomigliava alle grida di una caccia spietata e organizzata. Udivo rumore di passi, suoni gutturali e il rombo di un motore che si avvicinava lungo Federal Street. In un istante modificai radicalmente il mio piano: se la strada che correva verso sud era bloccata, evidentemente dovevo trovare un'altra via d'uscita da Innsmouth. Mi fermai ansante, mi infilai in un androne deserto e riflettei sulla fortuna che avevo avuto ad attraversare l'incrocio illuminato dalla luna prima che gli inseguitori lo raggiungessero discendendo la strada parallela.
La seconda riflessione fu meno consolante. Poiché mi stavano cercando in un'altra via, era evidente che non li avevo affatto alle calcagna: non mi avevano visto, stavano attuando semplicemente un piano sistematico per impedire la mia fuga. Questo significava che tutte le strade che uscivano da Innsmouth erano state poste sotto il controllo di simili pattuglie, perché gli abitanti non potevano sapere da che parte sarei scappato. Se questo era vero, avrei avuto un'unica possibilità di scampo attraverso l'aperta campagna, lontano da ogni strada; ma come arrivarci, vista la natura paludosa della regione circostante e i numerosi torrenti che l'attraversavano? Per un istante la mia mente vacillò: avevo perduto ogni speranza e il tanfo di pesce andava facendosi più forte.
Fu allora che pensai alla tratta ferroviaria abbandonata Innsmouth-Rowley, la cui solida massicciata correva in direzione nord-ovest, partendo dalla stazione fatiscente vicina alla gola dove gorgogliava il fiume. C'era una remota possibilità che i miei inseguitori non ci avessero pensato, perché fitti roveti la coprivano rendendola quasi impraticabile, e sarebbe stato improbabile che un fuggitivo cercasse una via di scampo da quella parte. L'avevo notata dalla finestra dell'albergo, e sapevo dove si trovava. Purtroppo, dalla strada per Rowley se ne vedeva il primo tratto e anche da certi punti alti della città; ma forse sarei riuscito a sottrarmi agli sguardi degli inseguitori sgattaiolando fra i folti cespugli. E in ogni modo, era la mia sola speranza di salvezza: non potevo fare altro che provarci.
Mi rannicchiai nel mio rifugio solitario e studiai una volta di più la mappa del commesso della drogheria alla luce della pila. Il problema più urgente era come raggiungere l'antico troncone ferroviario; vidi che l'itinerario più sicuro, partendo da dove mi trovavo, andava diritto fino a Babson Street, piegava a ovest per Lafayette Street (qui costeggiava, senza attraversarlo, un vasto slargo simile a quello che avevo già attraversato) e quindi seguiva una linea a zigzag, prima in direzione nord poi ovest, attraverso Lafayette, Bates, Adams e Bank Street. Quest'ultima correva lungo la ripida scarpata del fiume e mi avrebbe condotto alla stazione cadente e abbandonata che avevo visto dalla finestra. Avevo deciso di proseguire fino a Babson Street, perché non volevo tornare indietro riattraversando l'incrocio, né cominciare il tragitto verso ovest da una laterale larga ed esposta come South Street.
Mi rimisi in cammino, attraversai la strada raggiungendo il marciapiede di destra e rasentai i muri fino a Babson Street, cercando di dare nell'occhio il meno possibile. Da Federal Street continuavano a provenire rumori confusi, e dandomi un'occhiata alle spalle mi sembrò di vedere una luce vicino alla casa da cui ero appena fuggito. Ansioso di lasciare Washington Street, cominciai a procedere quasi di corsa, confidando nella fortuna perché nessuno mi vedesse. Vicino all'angolo di Babson Street, vidi allarmato che una delle case era abitata, come testimoniavano le tende alle finestre; ma non filtrava luce dall'interno, e la oltrepassai senza che mi scoprissero.
In Babson Street, che attraversava Federal Street da cui i miei inseguitori avrebbero potuto scorgermi, camminai il più possibile rasente agli edifici cadenti e dai muri sbilenchi; quando i rumori alle mie spalle si fecero momentaneamente più vicini mi fermai due volte in un androne. Davanti a me si apriva uno slargo deserto e illuminato dalla luna, ma il mio itinerario non mi costringeva ad attraversarlo. Durante la seconda sosta riflettei che i rumori confusi in lontananza avevano una nuova distribuzione. Spiando cautamente dal mio rifugio, vidi un'automobile sfrecciare all'incrocio in direzione di Eliot Street, che in quel punto interseca sia Babson che Lafayette Street.
Mentre guardavo - quasi soffocato da un'improvvisa zaffata di pesce rancido - vidi un gruppo di sagome goffe che avanzavano, con andatura ciondolante e strascicata, nella stessa direzione dell'auto: capii che doveva trattarsi della pattuglia di sorveglianza della strada per Ipswich, ch'è un prolungamento di Eliot Street. Notai che due figure indossavano vesti molto ampie lunghe fino a terra, ed una portava un diadema a punta che brillava di luce bianca nel chiaro di luna. L'andatura di quest'ultima era tanto grottesca che rabbrividii: mi sembrava, infatti, che la creatura procedesse saltellando.
Dopo che l'ultimo del gruppo si fu allontanato, ripresi il cammino, svoltai di corsa l'angolo di Lafayette Street e attraversai molto in fretta Eliot Street per tema che qualche ritardatario si trovasse ancora nella via principale. In distanza, dalla parte di Town Square, udii gracidii e rumori confusi, ma riuscii ad aggirare l'incrocio senza problemi. Avevo molta paura di riattraversare South Street, la strada larga e illuminata dalla luna da cui si scorgeva il mare, e dovetti farmi coraggio per affrontare quel cimento. Qualcuno poteva benissimo vedermi, e se in Eliot Street si aggiravano dei ritardatari non avrebbero mancato di individuarmi da un'estremità o da quella opposta della strada. All'ultimo momento pensai che avrei fatto meglio a rallentare la corsa, e per attraversare assunsi nuovamente l'andatura strascicata di un tipico abitante di Innsmouth.
Quando il mare fu in vista - questa volta alla mia destra - decisi che non avrei guardato in quella direzione. Ma non potei trattenermi dal farlo e gli diedi un'occhiata di traverso, senza girare completamente la testa. Intanto continuavo a camminare, strascicando i passi. Come mi ero aspettato non c'erano battelli in vista, ma soltanto una piccola barca a remi diretta verso le banchine abbandonate che trasportava un oggetto voluminoso coperto da un telo d'incerata. I rematori, sebbene a quella distanza non potessi distinguerli bene, mi parvero particolarmente repellenti. Altre figure indistinte nuotavano nei pressi della barca, mentre sullo scoglio nero intravidi un bagliore fioco, immobile e diverso dai segnali di poco prima. Il colore era strano e non riuscii a identificarlo. Alto sui tetti inclinati, davanti a me sulla destra, torreggiava il belvedere del Gilman. Non vidi alcuna luce. Il lezzo di pesce, disperso per qualche tempo da una benefica brezza, ristagnava ora con esasperante intensità.
Non avevo attraversato completamente la strada, quando sentii che un altro gruppo risaliva rumorosamente dalla parte nord di Washington Street. Quando raggiunsero il grande incrocio da cui avevo dato la prima inquietante occhiata alle acque illuminate dalla luna, li vidi perfettamente a un solo isolato di distanza e rimasi inorridito dall'aspetto bestiale e abnorme dei loro volti e dall'andatura china, subumana, che ricordava vagamente lo zampettare di un cane. Un uomo procedeva come una scimmia, con lunghe braccia che toccavano frequentemente il suolo; un'altra figura - togata e con una tiara - sembrava avanzare a saltelli. Giudicai che fosse il gruppo che avevo visto nella corte del Gilman, di conseguenza quello che seguiva più da vicino le mie tracce. Quindi una delle figure si volse a guardare nella mia direzione: mi sentii raggelare, ma riuscii a mantenere il passo strascicato e l'aria indifferente che avevo assunto. Ancora oggi non saprei dire se mi videro oppure no. In caso affermativo il mio stratagemma dovette trarli in inganno, perché attraversarono l'incrocio illuminato dal plenilunio senza cambiare direzione, farfugliando e gracchiando in un odioso gergo gutturale che non riuscii a identificare.
Riguadagnata l'ombra, mi misi a correre di nuovo rasente case decrepite e sbilenche che si stagliavano nere nella luce della luna. Raggiunto il marciapiede ovest, svoltai il vicino angolo sbucando in Bates Street, dove ripresi la mia corsa accosto gli edifici lungo il lato sud. Oltrepassai due case che mi sembrarono abitate, e in una scorsi delle fievoli luci ai piani alti, ma non incontrai ostacoli. Quando piegai per Adams Street, cominciai a sentirmi ragionevolmente al sicuro, ma proprio in quel momento un uomo sbucò fuori da un androne davanti a me, gelandomi il sangue; per fortuna, mi accorsi che era troppo ubriaco per costituire una minaccia. Dopo un poco raggiunsi finalmente le lugubri rovine dei magazzini abbandonati di Bank Street.
Tutto era immobile nella strada morta che correva accanto alla gola del fiume, e il fragore delle cascate copriva il rumore dei miei passi. Continuai ad avanzare in fretta fino alla stazione in rovina, e le alte pareti di mattoni dei magazzini ancora in piedi avevano un aspetto più sinistro delle decrepite facciate delle case. Finalmente vidi le gallerie della stazione - o quanto ne era rimasto - e mi diressi direttamente verso la massicciata che si dipartiva dall'estremità più lontana.
Le rotaie erano arrugginite ma ancora in buono stato, e soltanto metà delle traversine sembravano marce. Era piuttosto difficile correre o camminare su un fondo simile, ma feci del mio meglio, e nell'insieme procedevo abbastanza speditamente. Per un tratto i binari correvano lungo la scarpata del fiume, ma dopo un po' raggiunsi il lungo ponte coperto che attraversava l'abisso ad un'altezza vertiginosa. Le condizioni del ponte avrebbero determinato i miei movimenti successivi: se fosse stato umanamente possibile, me ne sarei servito; diversamente, avrei dovuto correre il rischio di compiere un lungo giro cercando il più vicino ponte stradale utilizzabile.
La lunga, vasta arcata del vecchio ponte riluceva spettralmente al chiaro di luna, e notai che le prime traversine erano in buone condizioni. Quando vi entrai accesi la pila, e fui quasi travolto da sciami di pipistrelli svolazzanti. Circa a metà strada si apriva un pericoloso buco fra le rotaie, e temetti di dover tornare indietro; ma poi arrischiai un salto disperato che fortunatamente andò a buon fine.
Sbucato dal macabro tunnel fui felice di rivedere il chiaro di luna. Il vecchio tracciato ferroviario attraversava River Street e quindi si perdeva nell'aperta campagna dove l'abominevole tanfo di pesce di Innsmouth andava gradatamente scomparendo. Qui, però, folti cespugli di rovi cominciarono ad ostacolare la mia avanzata, strappandomi gli abiti di dosso; ero ugualmente contento che ci fossero, perché, in caso di pericolo, sarebbero stati un eccellente nascondiglio. Sapevo che lunghi tratti della ferrovia erano visibili dalla provinciale per Rowley.
Poco più oltre cominciava la zona paludosa, e i binari correvano su un basso terrapieno dove la vegetazione era più rada. Poi apparve una specie di isolotto, attraverso il quale la strada ferrata passava incassandosi in una trincea dalle sponde fitte di cespugli di rovi. Riparo provvidenziale, perché in quel punto la provinciale per Rowley passava pericolosamente vicina ai binari. Appena oltre la trincea, intersecava addirittura la linea ferroviaria, per poi curvare e allontanarsi; ma, nel frattempo, dovevo stare molto attento. Fu allora che, con immenso sollievo, mi resi conto che la ferrovia non era sorvegliata.
Un istante prima di penetrare nella trincea mi guardai alle spalle, ma non scorsi i miei inseguitori. Gli antichi campanili e i tetti fatiscenti di Innsmouth si stagliavano, affascinanti e irreali, nel magico chiarore del plenilunio, e pensai a quale dovesse essere stato il loro aspetto nei tempi anteriori all'orrore. Poi, mentre il mio sguardo spaziava dalla città verso l'entroterra, qualcosa di meno rassicurante attrasse la mia attenzione, pietrificandomi per qualche istante.
Ciò che vidi o credetti di vedere - in lontananza, a sud - era un confuso movimento ondeggiante, inquietante, qualcosa che mi fece concludere che un'immensa orda stava riversandosi dalla città sulla strada e la campagna in direzione di Ipswich. Ero molto distante e non potevo distinguere nulla nei particolari; ma non mi piacque affatto l'aspetto di quella colonna in marcia. Ondeggiava troppo, e riluceva ai raggi della luna al tramonto. Mi parve di cogliere dei suoni, sebbene il vento soffiasse nella direzione opposta: richiami striduli, bestiali, ancora più terrificanti di quelli delle pattuglie che avevo intravvisto in precedenza.
Una quantità di sgradevoli congetture si affollò nella mia mente. Ripensai ai più deformi tra gli abitanti di Innsmouth, che si diceva fossero rinchiusi in fatiscenti tane sotterranee nei pressi del porto, e in cantine o soffitte sbarrate. Pensai alle creature sconosciute che avevo visto nuotare poco prima. Calcolando i gruppi sparsi che avevo incontrato e quelli che presumibilmente pattugliavano le altre strade, il numero degli inseguitori era enorme per una città spopolata come Innsmouth.
Da dove venivano le schiere che formavano una simile colonna? Quelle antiche, insondate gallerie sotterranee erano davvero le tane brulicanti di esseri abnormi e sconosciuti? O una nave aveva sbarcato di nascosto una legione di stranieri su quello scoglio infernale? Perché si trovavano lì? E se un numero così grande di essi s'era riversato sulla strada per Ipswich, erano stati rafforzati anche i gruppi che pattugliavano le altre vie?
Mi ero inoltrato fra i cespugli della trincea, aprendomi un passaggio molto lentamente, quando una zaffata del maledetto tanfo di pesce mi investì. Forse il vento aveva cambiato direzione e soffiava dal mare verso la città e l'entroterra? Doveva essere così, conclusi, perché adesso cominciavo a udire mormoni gutturali provenienti da una zona fino a poco prima silenziosa. Si avvertiva, inoltre, una sorta di rumore di fondo: come uno scalpiccio, ma prodotto da una moltitudine enorme e che procedesse a saltelli. Nella mia mente si formarono immagini orribili. Ripensai assurdamente alla sinistra colonna ondeggiante sulla strada per Ipswich.
Poi, improvvisamente, il tanfo e i rumori si fecero più forti, tanto che mi fermai rabbrividendo, grato del riparo offertomi dalla trincea. Era proprio il punto, rammentai, dove la strada di Rowley passava vicino alla vecchia ferrovia prima di tagliarla ad ovest, perdendosi nella campagna. Qualcosa stava avvicinandosi proprio lungo la strada, e dovevo restare immobile finché fosse passata, allontanandosi. Grazie al cielo, quelle creature non impiegavano cani per cercarmi: probabilmente sarebbero stati inutili, con quel tanfo di pesce. Accovacciato fra i cespugli della bassa trincea sabbiosa, mi sentivo ragionevolmente al sicuro benché sapessi che i miei inseguitori avrebbero attraversato i binari a meno di un centinaio di metri da dove mi trovavo. Io avrei potuto vederli, ma non loro, salvo un miracolo avverso.
E d'un tratto cominciai ad avere una paura folle di vederli passare. Davanti a me c'era il tratto di terreno illuminato dalla luna da cui sarebbero spuntati, e mi venne in mente che dopo il terreno non sarebbe stato più lo stesso... Forse avrei visto le più gravi degenerazioni di Innsmouth, esseri che nessuno avrebbe voluto ricordate.
Il tanfo andava facendosi soffocante e i rumori salirono a una babele animalesca di gracidii, mugolii, latrati, in cui non risonava una sola parola umana. Eran dunque queste le voci dei miei inseguitori? Ma allora avevano dei cani? Eppure non avevo visto l'ombra di un animale, ad Innsmouth. Quei tonfi, quella sorta di saltellare pesante, erano mostruosi... non ce l'avrei fatta a sopportare la vista degli esseri che li producevano. Avrei tenuto gli occhi chiusi finché quei rumori abominevoli non si fossero perduti lontano, verso ovest. L'orda s'avvicinava sempre di più: l'aria risonava di rauchi borbottii e il suolo tremava sotto quei passi assolutamente diversi. Smisi quasi di respirare e cercai con tutte le mie forze di tenere le palpebre abbassate.
Ancor oggi non saprei dire se quel che venne poi fu abominevole realtà o un'allucinazione da incubo. Il successivo intervento del governo, dopo i miei frenetici appelli, confermerebbe che è stato tutto vero. Ma non è possibile che l'antica città infestata e tenebrosa possieda un potere ipnotico, e che sia in grado di ripetere le sue allucinazioni? Luoghi simili hanno strani poteri, e il retaggio d'insane leggende potrebbe benissimo agire di nuovo su più di un'accesa immaginazione fra quelle vie morte e maleodoranti, in quel labirinto di tetti sfondati e di campanili cadenti. E non è possibile che il germe d'una vera e propria follia contagiosa s'annidi dietro la fatiscente maschera di Innsmouth? Chi può dirsi ancora certo della realtà dopo aver udito cose come quelle che mi ha raccontato il vecchio Zadok Allen? I funzionari governativi non hanno mai più ritrovato il povero Zadok, né hanno la più pallida idea di cosa sia stato di lui. Dove finisce la follia e comincia la realtà? Non è possibile che il mio supremo terrore sia stato soltanto un'illusione?
Ma, in qualche modo, bisogna che cerchi di dire ciò che credetti di vedere quella notte sotto la gialla luna beffarda... quel che vidi avanzare ondeggiando e saltellando sulla strada per Rowley mentre ero rannicchiato fra i cespugli di rovi di quella desolata trincea ferroviaria. Naturalmente, non riuscii a tenere gli occhi chiusi. Ed era prevedibile, perché chi avrebbe potuto farlo quando una legione di esseri che gracidavano, sconosciuti, avanzava goffa e mostruosa a meno di un centinaio di metri?
Credevo d'essere preparato al peggio, e avrei dovuto esserlo, considerando ciò che avevo veduto. Gli altri miei inseguitori erano maledettamente deformi, e dunque non avrei dovuto essere pronto a sopportare la vista di un'accentuazione dell'elemento mostruoso in figure che non avevano più nulla di umano? Non aprii gli occhi finché il clamore non giunse da un punto diritto davanti a me. Allora, pensando che un buon tratto della colonna misteriosa fosse visibile dove le sponde della trincea scendevano gradatamente al livello del terreno circostante e la strada attraversava i binari, non riuscii più a trattenermi dal guardare l'abominio che la luna mi avrebbe rivelato.
Significò la fine, per il tempo che mi resta da trascorrere sulla faccia della terra, di ogni residua serenità mentale e di ogni fiducia nell'integrità della Natura e dello spirito umano. Nulla di ciò che avrei potuto immaginare, ammesso pure di prendere alla lettera il racconto pazzesco di Zadok Allen, avrebbe retto il confronto con la realtà mostruosa e demoniaca che vidi, o credetti di vedere. Mi sono servito di allusioni per rimandare il tormento di descriverla direttamente. È possibile che questo pianeta abbia generato esseri simili, e che occhi umani abbiano visto davvero, come realtà oggettiva, ciò che l'uomo ha conosciuto finora soltanto nel delirio e nelle più oscure leggende?
Eppure li vidi sfilare nell'orda interminabile: frementi, saltellanti, gracidanti, mugolanti, che incedevano ondeggiando nello spettrale chiar di luna e davano vita a una grottesca sarabanda d'incubo. Alcuni portavano alte tiare del metallo sconosciuto simile all'oro... altri una strana toga. E uno di essi, che guidava la marcia, indossava una finanziera nera, che s'inarcava su una mostruosa gibbosità della schiena, e pantaloni a righe, e un cappello di feltro sulla cosa informe che fungeva da testa...
Credo che il colore dominante fosse grigio-verdastro, sebbene avessero il ventre bianco. Erano per la maggior parte viscidi e lucenti, ma le loro schiene erano coperte di squame. Il corpo, vagamente antropoide, terminava in una testa di pesce con stupefacenti occhi sporgenti che non si chiudevano mai. Sui lati del collo si aprivano branchie palpitanti, e avevano lunghe zampe palmate. Si muovevano con saltelli irregolari, a volte su due altre su quattro zampe. In qualche modo mi rallegrò notare che non avevano mai più di quattro arti. Il loro verso gracidante, che evidentemente impiegavano come linguaggio articolato, aveva tutte le sfumature espressive e tenebrose di cui i volti fissi erano sprovvisti.
Ma nonostante l'aspetto mostruoso, mi erano oscuramente familiari. Sapevo bene cos'erano, perché il ricordo della maligna tiara che avevo visto a Newburyport era ancora fresco... Si trattava dei blasfemi pesci-rana che costituivano il motivo ornamentale del gioiello, ma qui vivi e orrendi; e quando li vidi capii che cosa mi avesse paurosamente ricordato la figura aggobbita del prete con la tiara che avevo intravisto nella porta della cappella, appena arrivato ad Innsmouth. Il loro numero mi parve incalcolabile; ebbi l'impressione di schiere illimitate, e di sicuro il mio furtivo colpo d'occhio me ne aveva rivelato soltanto una minima parte. Un istante dopo tutto si annebbiò, e per la prima volta in mia vita mia ebbi la fortuna di svenire.
V
Fu una pioggia leggera a farmi riavere dallo svenimento quand'era ormai giorno; mi ritrovai fra i cespugli di rovi della trincea ferroviaria, e quando raggiunsi barcollando la strada davanti a me non vidi alcuna impronta nel fango fresco. Anche il lezzo di pesce era scomparso. I tetti crollati e i campanili cadenti di Innsmouth si profilavano in lontananza contro il cielo grigio, ma non scorsi anima viva nella desolata distesa paludosa che mi circondava. Il mio orologio funzionava ancora e vidi che era mezzogiorno passato.
La ragione mi faceva dubitare delle mie disavventure, ma sentivo che qualcosa di abominevole stava in agguato dietro quel paesaggio. Dovevo assolutamente allontanarmi dalla maligna e tenebrosa Innsmouth, e di conseguenza mi accertai d'essere in condizioni di camminare. Malgrado la debolezza, la fame, l'orrore e lo sgomento, dopo un po' mi sentii sufficientemente in forze per incamminarmi lentamente lungo la carreggiata fangosa della strada per Rowley. Prima di sera avevo raggiunto il villaggio, dove mi rifocillai e mi procurai abiti presentabili. Presi il treno della notte per Arkham e il giorno seguente ebbi una lunga e franca conversazione con i locali funzionari governativi; poco dopo, feci la stessa cosa a Boston. Quali frutti abbiano dato questi colloqui, il pubblico ormai lo sa ed io non vorrei, per la tranquillità di tutti, aggiungere altro. Forse la pazzia si sta impadronendo di me... eppure un orrore più grande, o una più grande meraviglia mi attende.
Come si può facilmente immaginare, rinunciai a gran parte del programma previsto per il resto del mio viaggio, ossia le passeggiate antiquarie e architettoniche nel paesaggio che tanto amavo. Non osai andare a vedere il singolare gioiello che si diceva fosse custodito presso il Museo della Miskatonic University. Approfittai invece del mio breve soggiorno ad Arkham per prendere alcuni appunti sulla genealogia della mia famiglia che da tanto tempo desideravo approfondire; dati sbrigativi e frettolosi, è vero, ma di cui avrei saputo fare buon uso in seguito, quando avessi avuto tempo di collazionarli e metterli in ordine. Il conservatore del locale istituto di studi storici, signor E. Lapham Peabody, si mise a mia disposizione con perfetta cortesia e manifestò un singolare interesse quando gli dissi che ero nipote di Eliza Orne di Arkham, nata nel 1867 e sposata a James Williamson, dell'Ohio, all'età di diciassette anni.
Pareva infatti che un mio zio materno si fosse recato all'istituto molti anni prima per analoghe ricerche genealogiche, e che la famiglia di mia nonna fosse oggetto di curiosità fra la gente del posto. C'erano state, mi spiegò il signor Peabody, chiacchiere e congetture sul matrimonio del padre di lei, Benjamin Orne, avvenuto subito dopo la Guerra Civile. La famiglia della sposa, infatti, era particolarmente misteriosa. Si riteneva che la sposa fosse un'orfana, una Marsh del New Hampshire. Cugina dei Marsh della Contea di Essex, ma era stata educata in Francia e sapeva molto poco della propria famiglia. Il suo tutore aveva depositato dei fondi in una banca di Boston per provvedere ai bisogni suoi e della governante francese, ma il nome del tutore era ignoto alla gente di Arkham, ed era poi scomparso improvvisamente, sicché la governante ne aveva preso il posto per decisione del tribunale. La francese - morta da molti anni - era una donna molto chiusa, e alcuni dicevano che ne sapesse molto più di quanto desse a vedere.
Ma la la cosa più sconcertante era che nessuno fosse mai riuscito a trovare, fra le famiglie conosciute del New Hampshire, un documento che qualificasse per tali i presunti genitori della giovinetta, Enoch e Lidia (Meserve) Marsh. Forse, insinuarono alcuni, era la figlia naturale di un Marsh importante, e di cèrto aveva i caratteristici occhi dei Marsh. La sua morte immatura, che avvenne alla nascita di mia nonna, sua unica discendente, diede la stura a nuove chiacchiere. Poiché associavo il nome dei Marsh a impressioni sgradevoli, non mi fece certo piacere apprendere che esso figurava nel mio albero genealogico, e ancor meno apprezzai l'osservazione del signor Peabody circa il fatto che io stesso avevo gli occhi dei Marsh. D'altra parte gli ero grato per quelle informazioni, che sapevo essere preziose; prima di andarmene presi una serie di appunti e preparai una lista di libri che contenevano riferimenti alla famiglia Orne, di cui esisteva una buona documentazione.
Da Boston tornai direttamente a casa, a Toledo, e più tardi trascorsi un mese a Maumee per rimettermi in forze dopo la mia tremenda esperienza. In settembre feci ritorno a Oberlin, per l'ultimo anno di studi universitari. Da allora e fino al giugno successivo, fui completamente assorbito dai miei studi e da altre attività, e ripensai ai vecchi terrori soltanto in occasione di qualche alcune visite di funzionari governativi, collegati all'azione intraprese in seguito alla mia testimonianza. Verso la metà di luglio - giusto un anno dopo la mia disavventura a Innsmouth - trascorsi una settimana a Cleveland presso la famiglia della mia defunta madre, confrontando i miei dati genealogici con note varie, tradizioni, cimeli di famiglia e altro che trovai laggiù, cercando di organizzare il tutto in un quadro coerente. Non che mi entusiasmasse, perché l'atmosfera di casa Williamson mi aveva sempre depresso. Vi aleggiava un'atmosfera morbosa, e durante l'infanzia la mamma non aveva mai incoraggiato le mie visite dai Williamson, sebbene accogliesse suo padre con profondo affetto quando veniva a trovarci a Toledo; tuttavia, stranamente, non voleva che andassi dai miei nonni. La nonna, originaria di Arkham, m'era sempre sembrata strana e ne avevo quasi paura; infatti, non ricordo di aver sofferto quando morì. Avevo otto anni e sentii dire che era morta di crepacuore dopo il suicidio di mio zio Douglas, il primogenito. S'era sparato dopo un viaggio nel New England: lo stesso viaggio, senza dubbio, in occasione del quale s'era recato ad Arkham presso il locale istituto di studi storici.
Lo zio assomigliava alla nonna, e neanche lui mi piaceva molto. Qualcosa nell'espressione dei loro volti dagli occhi fissi mi metteva inspiegabilmente a disagio. Invece, mia madre e lo zio Walter non avevano quell'aspetto; assomigliavano al nonno, sebbene il mio povero cuginetto Lawrence - figlio di Walter - fosse il ritratto della nonna, prima che le sue condizioni imponessero di rinchiuderlo nel manicomio di Canton. All'epoca non lo vedevo da quattro anni, ma lo zio lasciò intendere che il suo stato fisico e mentale era deplorevole e che aveva provocato la morte della madre due anni prima.
Il nonno e il figlio Walter, vedovo, vivevano attualmente nella casa avita, a Cleveland, dove aleggiavano ancora le memorie del passato. Il posto continuava a non piacermi e cercai di portare a termine le mie ricerche al più presto. Il nonno mi aiutò raccontandomi tutta una serie di tradizioni familiari e fornendomi documenti in abbondanza, sebbene, per quanto concerneva gli Orne, dovessi ricorrere allo zio Walter, che mise a mia disposizione i suoi archivi contenenti appunti, lettere, ritagli di giornale, cimeli vari, fotografie e miniature.
E fu proprio consultando le lettere e studiando i ritratti degli Orne che cominciai a provare un vago terrore per quel ramo della mia famiglia. Come ho detto, la nonna e zio Douglas m'avevano sempre messo a disagio. Adesso, anni dopo la loro scomparsa, osservavo i loro ritratti con un sentimento di crescente ripugnanza e d'estraneità. In un primo tempo non riuscivo a spiegarmi il cambiamento, ma gradatamente, una specie di confronto s'impose al mio subconscio, nonostante il rifiuto della mia mente conscia di ammettere anche il più piccolo sospetto. Era chiaro che l'espressione caratteristica di quei volti suggeriva qualcosa che in passato m'era sempre sfuggito... qualcosa che mi avrebbe gettato nel panico se l'avessi analizzato freddamente.
Il colpo più grave lo ricevetti quando lo zio mi fece vedere i gioielli degli Orne, chiusi in una cassetta di sicurezza in una banca del centro. Alcuni erano raffinati e davvero belli, ma c'era un cofanetto pieno di strani e antichi monili che appartenevano alla mia misteriosa bisnonna e che lo zio era riluttante a mostrarmi. Disse che i motivi ornamentali erano bizzarri, tra il grottesco e il ripugnante, e, per quanto ne sapeva, nessuno li aveva mai portati in pubblico, sebbene la nonna li amasse molto e li guardasse di continuo. Lo zio aprì il cofanetto lentamente, quasi a malincuore, e mi pregò di non lasciarmi impressionare dalla stranezza e dall'orrore del disegno. Oscure leggende attribuivano a quei gioielli proprietà malefiche, e la governante francese della mia bisnonna diceva che non bisognava indossarli nel New England, mentre in Europa si potevano portare tranquillamente.
I maestri orafi e antiquari che li avevano esaminati concordavano nel ritenerli di squisita fattura esotica, sebbene nessuno fosse stato in grado di identificare il metallo simile a oro di cui erano fatti, né di attribuirli a una precisa tradizione artistica. Nel cofanetto c'erano due bracciali, una tiara e una specie di pettorale; quest'ultimo era lavorato a figure in rilievo d'una bizzarria quasi intollerabile.
Quando lo zio me li aveva descritti, prima di mostrarmeli, avevo cercato di dominare il mio turbamento, ma nell'espressione del mio volto dovette trasparire una paura crescente. A un certo punto egli smise di armeggiare con il cofanetto, guardandomi in volto. Quando esibì il primo pezzo (la tiara) si aspettava una reazione da parte mia, ma non certo quello che accadde.
Quanto a me, non lo avevo previsto perché ero pronto a tutto, qualunque fosse la forma dei gioielli. E invece svenni, senza proferire una parola, proprio com'era successo nella trincea ferroviaria coperta di rovi un anno prima.
Da quel giorno la mia vita è diventata un interminabile incubo di riflessioni angosciose, e non so più distinguere fra il terrore del reale e il retaggio della follìa. La mia bisnonna era stata una Marsh, figlia di genitori ignoti, il cui marito viveva ad Arkham: il vecchio Zadok non mi aveva forse detto che la figlia di Obed Marsh, partorita da una madre mostruosa, era stata data in moglie, con un sotterfugio, ad un uomo di Arkham? E cosa aveva borbottato il vecchio ubriacone circa la rassomiglianza dei miei occhi con quelli del capitano Obed? E ad Arkham il curatore dell'istituto storico aveva rilevato che possedevo gli occhi tipici dei Marsh. Obed Marsh era dunque il mio trisnonno? Ma allora chi - o cosa - era stata la mia trisnonna? Forse stavo semplicemente impazzendo. Con tutta probabilità, quei monili di metallo bianco simili all'oro erano stati acquistati dal padre della mia bisnonna da qualche marinaio di Innsmouth, chiunque fosse il mio trisavolo. Quanto allo sguardo fisso della nonna e dello zio suicida, era solo frutto della mia immaginazione, scatenata dall'esperienza nella maledetta Innsmouth che vi aveva impresso un marchio tenebroso. Ma allora perché lo zio s'era ucciso dopo una ricerca genealogica nel New England?
Per più di due anni lottai contro simili pensieri con esito alterno. Mio padre m'aveva trovato un posto in una compagnia d'assicurazioni, e io sprofondai nel lavoro per stordirmi e non pensare. Nonostante questo, nell'inverno 1930-31 cominciarono i sogni. Dapprima rari e insinuanti, andarono facendosi frequenti e molto più vividi col trascorrere delle settimane. Grandi spazi aquorei s'aprivano davanti ai miei occhi; mi sembrava di vagare in titanici porticati sommersi e in labirinti di pareti ciclopiche coperte d'alghe, in compagnia di pesci grotteschi. Poi cominciarono ad apparire le altre forme, che al momento del risveglio mi riempivano di un'orrore senza nome. Ma nei sogni io ero uno di loro, portavo i loro ornamenti inumani, percorrevo le loro vie acquatiche, pregavo mostruosamente nei maligni templi in fondo al mare.
Ma c'era dell'altro, molto più di quanto potessi ricordare al risveglio, sebbene già quello che rammentavo al mattino sarebbe bastato a farmi passare per un pazzo o un genio se avessi osato scriverlo. Uno spaventoso potere, me ne rendevo conto, stava cercando di trascinarmi dal sano mondo della vita quotidiana in un abisso indicibile di tenebra e straniamento; la mia salute cominciò a risentirne e peggiorò sensibilmente insieme al mio aspetto, finché, da ultimo, fui costretto a rinunciare al mio lavoro e a condurre la vita ritirata e solitaria di un malato. Soffrivo di bizzarri disturbi del sistema nervoso e mi accorsi che spesso non riuscivo neanche a chiudere le palpebre.
Fu allora che cominciai a studiarmi allo specchio con allarme crescente. Non è certo piacevole constatare le graduali devastazioni provocate da una malattia, ma nel mio caso esse erano più profonde e in quietanti. Anche mio padre parve accorgersene, perché a volte mi osservava con curiosità e un vago spavento. Cosa mi stava succedendo? Possibile che cominciassi ad assomigliare alla nonna e allo zio Douglas?
Una notte ebbi un incubo terrificante, durante il quale incontrai la nonna sotto il mare. Viveva in un palazzo fosforescente dalle innumerevoli terrazze, con giardini di coralli lebbrosi e grottesche efflorescenze; mi accolse con cordialità e un vago accenno di beffa. Aveva subito la metamorfosi di coloro che scendono a vivere sotto il mare e mi disse che non era mai morta. Si era recata in un posto che il figlio suicida conosceva e si era tuffata in un regno le cui meraviglie - destinate anche a lui - egli aveva sdegnato con un colpo di pistola. Quel regno sarebbe diventato il mio mondo, non potevo sfuggirvi. Non sarei mai morto, ma avrei vissuto per sempre con coloro che erano già vivi prima che l'uomo calcasse la terra.
Poi incontrai quella che era stata sua nonna. Per ottantantamila anni Pth'thya-l'yi era vissuta a Y'ha-nthhlei e qui aveva fatto ritorno dopo la morte di Obed Marsh. Y'ha-nthlei non era stata distrutta quando gli uomini avevano portato la morte nel mare con le armi da fuoco. Era stata danneggiata, ma non distrutta. Nessuno poteva annientare Quelli-degli-Abissi, sebbene la magia paleogena degli Antichi potesse a volte tenerli in scacco. Adesso essi riposavano, ma il giorno che se ne fossero ricordati sarebbero riemersi per offrire il tributo che il Grande Cthulhu esigeva. La prossima volta sarebbe toccato a una città molto più grande di Innsmouth. Avevano progettato di invadere la terraferma, e vi avevano già portato ciò che li avrebbe aiutati, ma per il momento dovevano attendere ancora. Io dovevo espiare una pena per aver provocato la morte degli uomini della terra di sopra, ma non sarebbe stata pesante. Fu in quel sogno che vidi uno shoggoth per la prima volta, e mi svegliai di soprassalto, urlando selvaggiamente di paura. Quella stessa mattina, lo specchio mi rivelò inequivocabilmente che avevo ormai la maschera di Innsmouth.
Non mi sono ancora ucciso come lo zio Douglas, sebbene abbia comprato un'automatica e ci sia andato molto vicino; ma certi sogni mi hanno dissuaso. Gli acuti spasmi d'orrore vanno attenuandosi, e anziché temerli mi sento bizzarramente attratto dagli ignoti abissi sottomarini. Durante il sogno sento e faccio cose strane, e mi sveglio in preda a una sorta d'esaltazione invece che alla paura. Non credo che aspetterò fino a quando la metamorfosi sarà completa, come fanno molti. In questo caso, probabilmente mio padre mi farebbe rinchiudere in manicomio, come il mio povero cuginetto. Splendori portentosi e inauditi m'attendono laggiù, e presto li andrò a cercare. Iä-R'lyeh! Cthulhu fhtagn! Iä! Iä! No, non mi sparerò... non posso farlo!
Preparerò la fuga di mio cugino dal manicomio di Canton e insieme raggiungeremo Innsmouth dalle tenebrose meraviglie. Nuoteremo fino al solitario scoglio e ci tufferemo nei neri baratri sottomarini ove sorge la ciclopica Y'ha-nthlei, dalle mille colonne, e nel rifugio di Quelli-degli-Abissi vivremo per sempre in un mondo di meraviglie e di gloria.