acciaio (italian)
Io non uso armi da fuoco, non faccio rumore. Solo le mani. Le mani e il coltello da tiro con la punta allargata, perfettamente bilanciato sulla forza dei miei polsi. Posso centrare un francobollo a dieci metri di distanza. Anche a occhi chiusi. Non serve guardare. Avverto le vibrazioni nell’aria, sento muoversi le correnti invisibili, il coltello è una propaggine del mio braccio e io non devo fare altro che allinearlo con il bersaglio, calcolare d’istinto la forza e lasciarlo andare. La lama compie una capriola, il manico di plastica ruvida mi sorride. Non ha mai conosciuto il mio palmo, ma è consapevole dell’importanza del suo compito. Bilanciamento. Mi giro senza guardare il francobollo che viene tagliato in due. È questo a far decidere il nero con la canottiera. Stacca il coltello e mi segue a bordo dell’autocraft senza dire una parola.
Mi chiesero di aspettare. Una stanza piccola ma confortevole, senza olovisore. Avevo bisogno soltanto del letto, della doccia e di un armadio. Acciaio dorme con me. Fuori il vento era cresciuto, ansimava come un maniaco in una sala a luci rosse. Nuvole nere come catrame stavano arrivando, sospinte dall’alito untuosa che spazzava la superficie del pianeta. Mi avevano portato fin lì con una navetta privata: Hydrox, nel sistema di Carina. Le nuvole avrebbero vomitato il loro contenuto e se ne sarebbero andate. Io aspettavo. Sdraiato sul letto con gli occhi chiusi sintonizzavo la memoria, trovavo le mie canzoni preferite e le riascoltavo. Bilt some memories dei Dustie Brothers. The show must go stopped dei King. Space avanguard dei Chamaleont. Potevo farlo senza sforzo. La scatola cranica era l’amplificatore, il cervello il sintonizzatore. Facevo andare le canzoni avanti e indietro, le riascoltavo più di una volta distinguendo esattamente le parole.
Poi mi alzai e feci ginnastica. Non avevo spento la musica. Ero passato ai Mystic Ming, con la loro Kissing Mania che evocava strani ricordi, una ragazza di platino con calze nere che agitava i fianchi in un night. Prima le braccia. Flessioni ritmate puntando sulla velocità perché non volevo metter su massa ma forza esplosiva, la stessa che mi è utile per uccidere. Poi addominali e gambe. Mi tengo in forma. È la regola per sopravvivere.
Il visifono trillò mentre ero nel nebulizzatore della doccia, con l’acqua che spazzava via le tossine dal mio corpo lucido di sudore. Due squilli, poi tacque. Uscii dal bagno sfregandomi i capelli con un asciugamano. Stavo frugando nell’armadio quando il visifono squillò di nuovo. Accesi il collegamento tenendo spento il video.
— Scendi. Siamo all’angolo. Un Mercedes nero.
Riattaccai. Scelsi una T-shirt grigia e pantaloni comodi. Ai piedi scarpe da ginnastica, bianche come un’apparizione mistica. Acciaio era nella custodia sulla schiena. Le cinghie di pelle morbida passavano sulle spalle e sotto le ascelle. Potevo correre, saltare e combattere. Non mi avrebbe dato fastidio. In un attimo potevo stringerlo e uccidere.
La ragazza si chiamava Izzy. Si faceva chiamare così da tempo immemorabile. Lavorava nei locali topless della città, ed era brava. Quando ballava la gente si fermava a osservarla e il sangue ribolliva. Non capivano subito che si trattava di una donna in carne e ossa. Pensavano a uno di quei freddi droidi da intrattenimento, o forse a una ricostruzione virtuale. Poi capivano e si facevano avanti. Ma lei non usciva con i clienti. Non con tutti. Io l’avevo convinta senza sorridere, con la mia faccia impenetrabile. Izzy mi confidò che le avevo fatto paura. Ma poi aveva imparato a non temermi. Sapeva di essere l’unica persona al mondo a cui non avrei mai fatto del male.
L’autocraft era fermo al suo posto, con i vetri opacizzati. La notte colava come pioggia acida e impastava i muri di fibracciaio. La città era aliena nei suoi colori smorti. Mi avvicinai, e quando il portello posteriore si spalancò salii senza esitazione. A bordo c’erano tre uomini: il cinese che mi aveva contattato per primo, seduto dietro con me, e due bianchi con occhiali scuri.
— Vai — ordinò il cinese, e l’autocraft si staccò dal marciapiede, fece un’inversione, infilò la corsia di sinistra e si diresse versa il centro. Il cinese tirò fuori dalla tasca interna della giacca un pacchetto giallo.
— Questa è la tua parte — disse. Aveva quell’inflessione strana, tipica del sistema di Carina. Lo guardai.
— Perché adesso?
— Questi erano i patti.
— Se accetto sono in debito — spiegai. Izzy era là fuori, da qualche parte. L’avevano presa loro. Non c’era altro modo per costringermi ad accettare l’incarico.
— È quello che vuole il capo — ribatté il cinese. — Lui è il Dajiang.
— Che significa?
Il cinese sorrise. Aveva i denti dello stesso colore della pelle. Giallastri. Un innesto di basso costo. il Mercedes svoltò in un vicolo e si fermò. I due bianchi che sedevano davanti restarono immobili. Intuivo il rigonfiamento delle fondine sotto le giacche estive. Non avrebbero potuto fare niente. Li avevo già inquadrati e memorizzati. Potevo ucciderli a occhi chiusi. Il cinese lo sapeva, ma cercava di non darlo a vedere. Si protese dalla mia parte e aprì il portello. Con la mano indicò fuori, verso una scala di metallo che si arrampicava nella notte.
— Là — disse. — Ti guideranno loro.
Io non feci domande. Non era necessario. Il cinese non sapeva niente. Il suo compito terminava lì. Capivo che era sollevato.
Da qualche parte un cane guaì, come se gli avessero pestato una zampa. Era un suono simile a quello che emetteva Izzy quando godeva. L’avevo registrato nella memoria, ma non avevo il coraggio di risentirlo. Non senza il suo corpo tra le dita. Che stringevo piano, per non farle male. A lei piaceva.
Sulla scala c’era un uomo con un Mack 1 nuova generazione, a ricerca automatica. Poteva fare a meno di mirare, i proiettili sarebbero arrivati lo stesso. Fece un passo indietro e mi lasciò passare, indicandomi una porta venato di ruggine sul fondo del corridoio. Io accentuai la camminata. Facevo rimbombare i passi sul laminato lucido perché mi sentissero. Se avessi voluto, avrei potuto scivolare come un gatto. E piombargli addosso senza che se ne accorgessero.
La porta si spalancò un momento prima che la raggiungessi. Una puttana mi sorrise. Rossa. Tarchiata e grassottella. Con un sistema di microwoofer a piastra ossea dietro le orecchie. Non esercitava più, era andata in pensione. Adesso apriva la porta agli appuntamenti importanti.
— Seguimi, bello — farfugliò con una voce rauca che sapeva di sigarette. Si avviò sculettando sui tacchi a spillo. — Là dentro. Alza le mani e stai calmo.
Io obbedii.
Era uno stanzino vuoto con le pareti di ferro. Sentii arrivare gli uomini alle mie spalle prima che allungassero le mani per perquisirmi, partendo dalle caviglie per salire fino all’acciaio sulla schiena.
— Ehi — sghignazzò uno degli uomini tirando fuori il coltello dalla custodia. — Guarda che roba.
— Posso voltarmi? — chiesi.
— Certo. Il capo ti aspetta.
Era un bianco. Senza protesi. Con denti naturali. Insieme a lui c’era il nero con la canottiera che mi aveva visto tagliare in due il francobollo. Il nero non sorrideva.
— Ridaglielo — ordinò al bianco.
— Come sarebbe?
— Ho detto ridaglielo.
Il bianco esitò, mi guardò, vide che i miei occhi erano fermi e i muscoli delineati perfettamente sulle mie braccia. Mi porse il coltello e io lo rinfoderai.
— Non provarci nemmeno — mi suggerì il nero facendomi segno di seguirlo. Aveva gli occhi allagati di sangue. — Non ti perderemo di vista un secondo.
Mi limitai ad annuire. Loro avevano Izzy, perciò dovevo stare tranquillo. Attraversammo due porte, ci arrampicammo su una rampa di scale, mi fecero entrare in un ascensore. Salimmo a lungo, ma il quadrante numerico era fuori uso. Non potevo sapere a che piano mi fecero uscire. Ma avevo contato a mente. Era tutto registrato. Anche il numero dei gradini e le torsioni dei corridoi. L’ultima porta dava in un piccolo appartamento con la moquette. Poltrone in pelle, olografie indecifrabili, lampade sinottiche. Le finestre erano oscurate, non potevo guardare fuori. Il capo era seduto dietro una grossa scrivania di castagno, con gli occhi piantati su di me. Occhi color brodaglia. Da un piccolo diffusore a muro sfuggiva una musica martellante. Roba vecchia remixata di recente.
Il nero e il bianco che mi avevano accompagnato si misero uno a destra e l’altro a sinistra. Quasi non battevano le palpebre. Studiavano ogni mio movimento.
— Yang guizi — disse il capo stringendo gli occhi obliqui. Era cinese. Indossava una tunica di nanchino grigio con due draghi artigliati stampati sulle maniche. Anziano, con i baffetti sottili che gli pendevano di una spanna. La nuca era una calotta sferica di materiale antimagnetico. Nascondeva qualche complesso circuito di rigenerazione. Poteva avere duecento anni, forse di più. La scrivania era sommersa da computer, olofax e apparecchiature che non conoscevo. La mano destra del cinese stringeva un mouse integrale, come una pistola.
Lo guardai senza espressione, e lui annuì. Ma non scostò gli occhi. Non aveva paura.
— Abbiamo dovuto farlo — disse. — Non c’era altro modo. Izzy è al sicuro, i miei ragazzi la trattano bene. Quando avrai terminato il lavoro te la riconsegneremo.
Non dissi niente. La mia mente registrava tutto ciò che vedeva.
— Che significa? — chiesi.
— Che cosa?
— Dajiang.
Il capo sorrise. Un sorriso marcio. Cattivo e potente.
— Generale — mi rispose. — Era il modo in cui si alludeva a Mao Zedong. Quando era ancora in vita.
Non capivo, ma non aveva importanza. Il bianco alla mia sinistra friggeva. Non sarebbe stato difficile sistemarlo. Forse Izzy era dietro una di quelle false pareti. Il vecchio sarebbe morto in due secondi, ma il nero mi preoccupava. Le sue palpebre erano fisse, tenaci. La muscolatura allenata. Capivo che sapeva combattere. Non aveva innesti cibernetici e impugnava un’automatica a ricerca rapida con il colpo in canna. In quelle condizioni non potevo agire. Non ancora.
— Che cosa devo fare? — chiesi.
— Il tuo contratto — disse il vecchio, muovendo il mouse e battendo due dita sulla scrivania. Il monitor ruotò verso di me. Una composizione olografica campeggiava in mezzo a fluorescenti stringhe di testo. Era la biografia essenziale del mio uomo.
Osservai meglio. Poi alzai gli occhi verso il vecchio. Avevo registrato.
— Perché io? — chiesi.
— Noi non possiamo avvicinarci — mi spiegò il capo. — Conosce tutti i miei uomini, sa che vogliamo toglierlo di mezzo. È stato uno dei miei generali, prima di mettersi in proprio.
Ricordavo qualcosa. Un cinese aveva fregato un altro cinese. C’erano stati dei morti, quasi tutti bianchi. Si parlava di droga e del giro della prostituzione di Hydrox, famoso in tutta la Confederazione. Un nuovo boss in via di affermazione.
— Non è difficile avvicinarlo — continuò il vecchio. — Ci sono posti in cui si reca spesso. È un esibizionista. Si pavoneggia circondato dalla sua scorta.
— Quanto potrò arrivargli vicino?
— Abbastanza — rispose il vecchio. — Poi riavrai la tua Izzy e due biglietti per la prima nave.
Io annuii. Dovevo fargli credere che accettavo.
— Vuoi una copia dei dati? — mi chiese muovendo la mano per mettere in azione la stampante.
— No — risposi. Poi citai a memoria: — Tyan Kohe. Trentaquattro anni. Alto uno e settantadue, capelli neri, occhi castani. Originario dello Shanxi, su Terra. Ha un tatuaggio sul dorso della mano sinistra, una tigre con la zampa protesa. Niente protesi. Due placche post-ipnotiche all’altezza delle scapole. Insieme a lui c’è una donna bianca. Bionda. Tipo atletico. È la sua compagna e la sua guardia del corpo. Umana.
Il vecchio mi fissò. — Stupefacente.
— Dove lo trovo?
— Ci faremo vivi noi — intervenne il nero frapponendosi tra me e il vecchio. Ruotai sui tacchi e uscii. Forse Izzy era vicina. Forse l’avevano uccisa e adesso aspettavano soltanto che portassi a termine il lavoro. Se c’era qualcuno che avrebbe potuto provarci con me, quello era il nero. Si muoveva bene, in silenzio. Sarebbe stato un bel duello.
Mi svegliarono a mezzanotte. Ero prigioniero del nulla. Avevo eliminato la musica, i rumori che strisciavano nelle strade, il battito del mio cuore. Non c’era niente. Solo concentrazione. Quando il visifono squillò aprii gli occhi e mi alzai. Perfettamente sveglio. Con la sacca della roba scesi in strada. Mercedes nero. Allo stesso posto. Salii a bordo e nessuno disse niente. C’erano i due bianchi con gli occhiali scuri. Dietro ero solo.
— Mi hanno detto di darti questo — disse uno dei due, quello che non guidava, mentre l’autocraft partiva. Era una busta bianca, con olografie di Tyan Kohe. Reperti d’archivio e scatti eseguiti in carcere, a profondità tridimensionale. Con una strana smorfia irridente che gli piegava le labbra. È difficile sorridere in quei momenti. Con sarcasmo. Lui l’aveva fatto.
Mi scaricarono davanti a un cinema. Li fissai per un momento. Non c’erano dubbi: quello era il posto. Un antiquato locale per la trasmissione di olofilmati, per la maggior parte remake di pellicole su cellulosa. Scesi e mi diressi alla cassa. Presi un biglietto. Acciaio mandava scintille, con la lama rivolta all’insù e l’impugnatura di plastica infilato nel fodero. Sentiva l’odore del rame. Sangue da versare.
Entrai al buio e mi sedetti nel primo posto libero, per abituare gli occhi. Il film era già cominciato, circondava le poltroncine avvolgenti come se gli spettatori si trovassero immersi in una vasca idroponica. Insieme a me erano arrivati altri ritardatari, due coppie e due uomini soli, la cassiera non ci aveva nemmeno guardati. Non avrebbe ricordato niente.
Quando mi fui abituato alla sensazione di galleggiare nel vuoto, cominciai a guardarmi intorno. Impossibile non notarlo. Sedeva nel primo posto sulla destra vicino all’uscita d’emergenza. Alla sua sinistra c’era la donna, alta mezzo palmo più di lui.
In piedi, con le spalle appoggiate al muro e gli occhi disinteressati alla proiezione, due uomini in completo bianco estivo. Tenevano le automatiche in mano, pronte a vomitare morte, con le braccia distese lungo le gambe. Cominciai ad aspettare.
Quando terminò il primo tempo mi alzai e scivolai dietro due tizi che stavano andando alla toilette. Barcollavano. Facevano fatica a riabituarsi alla visione bidimensionale. Passai accanto al mio uomo, lo guardai distrattamente. Quanto bastava. Mi accorsi che indossava un giubbotto assorbiproiettile. Sulla mano c’era il tatuaggio con la tigre. Non sarebbe vissuto a lungo. Se io avessi fallito, qualcun altro prima o poi l’avrebbe fatto fuori. Era uno stupido e un esibizionista.
La ragazza era un’altra cosa. Rideva, faceva la sciocca, ma i suoi occhi erano vigili, ronzavano come telecamere a innesto cerebrale. Niente giubbotto assorbiproiettile. Pantaloni morbidi e camicetta larga, per potersi muovere agilmente. Non avevo visto pistole, ma teneva una borsetta sulle ginocchia. I due gorilla erano ridicoli. Sul calcio di un’automatica avevo visto incise alcune tacche. Erano abbastanza vicini l’uno all’altro. Non sarebbero stati un problema.
Aspettai nella toilette fino a quando le luci si spensero e l’olofilm tornò a ingoiare il locale. Poi uscii lentamente, guardandomi attorno come fanno i ritardatari che non vogliono perdere scene cruciali. Andai a sbattere contro il primo gorilla.
— Ehi — disse dandomi una manata. — Attento a dove vai.
Io mi scusai, e per farlo dovetti girarmi. Arrivai con il sedere a mezzo metro dalla faccia del cinese. Ero concentrato. Non sentivo il sonoro del film ma avvertivo le vibrazioni dell’aria, scomponendo quelle estranee al mio bersaglio per non lasciarmi distrarre. Avevo in mente la donna e i suoi occhi vigili.
— Mi scusi — dissi all’uomo vestito di bianco. Brancolando nel buio toccai lo schienale della poltrona del cinese, che si girò per guardarmi irritato. Io non gli prestai attenzione. Quando vidi la mano bianca e sottile della ragazza correre versa la borsetta era già troppo tardi. Acciaio aveva risposto alla chiamata. Un breve arco e la gola della donna si aprì senza fare rumore. C’erano le voragini cupe del film che confonde-vano i colori. Non riuscì a gridare, solo un leggero gorgoglio intasato dal sangue. Con il cinese fu ancora più facile. Era stupido. Nel caos non aveva capito niente, teneva il collo girato dalla mia parte per fulminarmi con lo sguardo. Glielo spezzai con una semplice torsione, bilanciando il peso del corpo in modo che i due uomini alle mie spalle credessero che barcollassi per un ritardo di ambientamento.
— Togliti dai piedi — borbottò sottovoce uno degli sgherri. Io scivolai via, dopo aver sistemato il cinese testa contro testo con la donna. Non so quanto tempo impiegarono i due idioti per accorgersi che erano morti.
Feci come avevo programmato. Non aspettai che arrivassero a prendermi per condurmi dal vecchio com’era nei patti. Non mi piaceva quel contratto. Non mi piacevano le macchine con cui il vecchio giocava. Non mi piaceva la musica che ascoltava. Quando arrivai all’angolo chiusi gli occhi e tornai indietro con la memoria. I finestrini erano oscurati e non avevo potuto guardare fuori, ma c’era l’ondeggiamento sui sedili, il rumore dell’impianto di bilanciamento nelle curve, la velocità approssimativa, il tempo trascorso. L’equazione era facile. Cominciai a camminare per la strada che aveva seguito il Mercedes, con i suoi stessi ondeggiamenti e le accelerazioni, che riproducevo al rallentatore, finché non mi trovai davanti a un palazzo di vetro che apriva crepacci oscuri nella foresta di fibracciaio. Era quello. Presi respiro e ricordai ancora. C’erano le scale, l’ascensore, i secondi scanditi come da un metronomo. E poi le porte in rapida successione, le stesse porte, fino a quando non fui davanti a quella giusta. Bussai.
Venne ad aprire il bianco. Sgranò gli occhi e non disse niente. Non poteva. Aveva la gola aperta in due. Quando crollò a terra io avanzai, il vecchio non c’era, non mi aspettava. Nessuno mi aspettava. Senza indugiare mi diressi verso la parete ricoperta da pannelli di tek, individuai la porta nascosta, provai a spingere e a tirare. Si aprì agevolmente quando la feci scivolare nella parete. Dall’altra parte c’era il vecchio. E c’era Izzy. Con la sua capigliatura di platino che ondeggiava. Lei lo stava cavalcando. E rantolava ruotando il bacino, passando le unghie laccate di rosa sul petto glabro dell’uomo, segnato dagli innesti di rigenerazione. Non era costretta a farlo, non c’era alcun’arma puntata contro di lei. Allora compresi.
Il platino guizza e manda riflessi. Attaccata al palo lucido era una dea che mandava richiami, e io ero in grado di sentirla, non c’era stato bisogno di presentazioni. Ci fiutammo come cani ciechi. Correvano scariche elettriche tra i nostri occhi irritati dal fumo. Io e Izzy eravamo una cosa sola, il tradimento faceva male. Bruciava come acido solforico versato in una coppa di champagne.
— Stai fermo, fratello — ordinò una voce alle mie spalle. Izzy e il vecchio sussultarono sul letto. Lei si girò, mi vide, cercò di coprirsi il seno poi scoppiò a piangere, scuotendo la testa. Cercava di dirmi qualcosa. Sapevo che cosa. Aveva paura di me. Paura di morire.
Il vecchio si tirò a sedere sghignazzando. Godeva di quella scena. Non c’era solo la sconfitta. C’era anche l’umiliazione. Perché non capiva.
— Mi dispiace — disse mentre Izzy tremava al suo fianco. — Non potevo certo dirtelo. Non avresti svolto il lavoro.
La canna della pistola del nero mi premeva contro la schiena. Era lui, l’avevo riconosciuto dalla voce. Per questo ancora non mi ero mosso. Era pericoloso. Non l’avevo sentito arrivare, e questo era un segnale importante. Sentivo sempre arrivare il nemico, e se non lo facevo io lo faceva Acciaio sulla schiena.
— Possiamo cavarcela con una parcella più cospicua — continuò il vecchio tirandosi in piedi e indossando una vestaglia. Duecento anni. E un fisico scattante comprato con il denaro sporco. — Oppure possiamo metterci d’accordo. Immagino che quell’idiota all’ingresso non sia più dei nostri. Mi serve un uomo in gamba.
Mentre lui parlava, il nero fece l’errore che mi ero aspettato. Allungò la mano per sfilarmi Acciaio dal fodero. Io mi abbassai leggermente e colpii all’indietro con la testa, più forte che potevo. Mentre mi giravo allungando la gamba per agganciargli gli stinchi sentii perfettamente il rumore delle sue dita che si spezzavano contro il mio rinforzo cranico.
Izzy gridò quando lo vide crollare. L’aveva sempre saputo. Era morta nel momento in cui mi aveva visto entrare dalla porta dell’alcova.
Il vecchio era saltato verso una cassettiera per raccogliere qualcosa, forse una pistola. Prima di occuparmi di lui lasciai che Acciaio inquadrasse il bersaglio e si staccasse dalla mia mano. S’infilò nella gola del nero che stava cercando di rialzarsi. Di punta. Affondando fino al manico.
Quando avvertii il fruscio del cane della pistola che si armava, ruotai su me stesso, balzai in piedi e mi lanciai contro il vecchio. Era una pistola a tamburo di vecchia concezione, senza ricerca automatica. Difficile da usare con precisione. Soprattutto se si ha paura.
Lui sparò e mi colpì al fianco. Il proiettile scavò un tunnel nella mia carne e uscì dall’altra parte, ma non mi fermò. Aveva avuto la sua occasione e l’aveva mancata. Quando gli presi la testa fra le mani mi accorsi di quanto era fragile la sua colonna vertebrale. Spezzandosi produsse un rumore sordo, lo scricchiolio di un ramo secco.
Adesso era il turno di Izzy.
Lei se ne stava immobile stringendo fra i denti un lembo del lenzuolo, per non gridare. Mi aveva visto in azione molte volte, eravamo una coppia affiatata. Poi aveva scelto il vecchio e la vita comoda. E insieme mi avevano ingannato.
Mi avvicinai a mani nude, non avevo bisogno d’altro. Quando vidi che sgranava gli occhi mi fermai. Non era per il suo destino. Era per qualcosa alle mie spalle.
Feci appena in tempo a voltarmi e il nero mi fu addosso.
Si era sfilato il coltello dalla gola, e spruzzando sangue come una gallina sgozzata era avanzato passo dopo passo, senza fare rumore. Adesso mi stringeva il collo con entrambe le mani, così forte che per un momento credetti di soffocare. Era intelligente. Forse aveva delle protesi che non ero riuscito a individuare. Crollai sotto il suo peso con il sangue che mi ruscellava in faccia e sul collo, annaspando nel tentativo di respirare.
Era disperato. E furioso per il modo in cui mi ero sbarazzato di lui. Non mollava. Non l’avrebbe fatto fino a quando non fossi morto.
Poi all’improvviso la sua stretta si allentò, vidi che lutti i muscoli della faccia gli si irrigidivano, emise un verso strozzato, un gorgoglio innaturale, e stramazzò a terra. L’aria mi corse nei polmoni con un sibilo.
Acciaio l’aveva morso tra le scapole. Aveva bevuto avidamente la sua vita. E Izzy era in piedi con le mani sporche di sangue.
— Perché l’hai fatto? — le chiesi quando fui in grado di parlare.
Lei non rispose. Mi guardava con gli occhi spalancati, pieni dei riflessi che avevo sognato tutte le notti. Aspettava ancora la mia vendetta.
Io sfilai Acciaio dalla schiena del nero, lo pulii sulla sua canottiera e lo rimisi a posto, nella custodia di pelle morbida. Poi me ne andai.
Avevo fatto tutto per lei.
Per Izzy.
Per una puttana.
Ma lei mi aveva salvato la vita. Senza sapere perché. Forse semplicemente perché mi amava. Come io amavo lei.
Non la rividi mai più.